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Bayreuth
Ambiti di ricerca scientifica: teoria dei nomi, antroponomastica, odonimia, onomastica letteraria.
AMBIGUITÀ ONOMASTICA NELLA LETTERATURA
Indeterminatezza dei nomi nella letteratura
ANNOTAZIONE
L’ambiguità è un concetto chiave della poetica moderna. Sebbene esistano diverse concezioni del concetto di ambiguità letteraria, desidero aderire alla definizione classica di William Empson, secondo la quale si ha ambiguità ogniqualvolta una sfumatura verbale, per quanto sottile, consente reazioni alternative a uno stesso segmento linguistico. Di seguito si intende mostrare non solo che l’ambiguità può estendersi anche ai nomi letterari, ma anche distinguere tra diverse forme di ambiguità onomastica nei testi letterari. Infine, ci si chiederà che cosa possa rivelare l’analisi dell’ambiguità poetonimica sui processi cognitivi dei nomi propri.
PAROLE CHIAVE: ambiguità, ambiguità onomastica, nomi letterari (poetonimi), scienze cognitive.
ANNOTAZIONE
L’ambiguità è un concetto chiave della poetica moderna. Sebbene esistano diverse concezioni dell’ambiguità letteraria, preferisco attenermi alla definizione classica di William Empson, secondo la quale qualsiasi sfumatura verbale che consenta reazioni alternative a uno stesso segmento linguistico può essere considerata ambigua. Questo articolo intende non soltanto mostrare che l’ambiguità può riguardare anche i nomi letterari, ma cerca di distinguere diversi tipi di ambiguità onimica nei testi letterari e si chiede che cosa possiamo apprendere, dall’ambiguità poetonimica, sull’elaborazione mentale dei nomi propri.
PAROLE CHIAVE: Ambiguità, ambiguità onimica, nomi letterari, scienze cognitive.
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Nell’ambito della linguistica vi è un ampio consenso sul concetto di ambiguità: l’ambiguità è la «polisemia chiaramente descrivibile di una parola o di un’unità linguistica più ampia» (Bauer 2008: 17). Occorre distinguere tra ambiguità lessicale e ambiguità strutturale. La prima si manifesta a livello della parola, dove è possibile distinguere (sebbene non sempre in modo del tutto netto) tra omonimia e polisemia. L’ambiguità strutturale si ha quando un’unità linguistica complessa, di norma una frase, può essere interpretata in modi diversi. Mentre nella normale comunicazione quotidiana l’ambiguità viene raramente notata o è subito risolta (disambiguata), nella poetica essa svolge un ruolo importante, anzi è diventata un vero e proprio concetto chiave della poetica moderna; Roman Jakobson vi ravvisa l’essenza del poetico (Jakobson 1960: 371; Nöth 2000: 451). Come ha constatato Jan Mukařovský (1989), l’importanza dell’ambiguità per l’opera d’arte letteraria deriva dal fatto che, sebbene nella letteratura il segno linguistico non perda completamente il suo legame con la realtà extraestetica, nell’opera d’arte il riferimento non è tuttavia così univoco come di norma avviene nel mondo reale (cfr. anche Kohlheim 2006a: 274–80). Nondimeno, nella teoria letteraria il concetto di ambiguità è ben lungi dall’essere definito con la stessa chiarezza che in linguistica. Shlomith Rimmon, per esempio, nella sua dissertazione dedicata al tema dell’ambiguità letteraria, vorrebbe parlare di ambiguity soltanto quando due possibili interpretazioni si escludono a vicenda, come nel celebre racconto di Henry James The Turn of the Screw: o a Bly ci sono i fantasmi oppure non ci sono, ma entrambe le interpretazioni sono possibili (Rimmon 1977: 11). Abraham Kaplan ed Ernst Kris (1948: 417–421), invece, individuano cinque diversi tipi di ambiguità estetica: disjunctive ambiguity, additive ambiguity, conjunctive ambiguity, integrative ambiguity und projective ambiguity. Anche William Empson, che nel suo libro Seven Types of Ambiguity definisce l’ambiguità come una caratteristica essenziale del linguaggio poetico, adotta una concezione ampia del concetto di ambiguità. Propone di parlare di ambiguità ogni volta «che una qualsiasi sfumatura verbale, per quanto lieve, lascia spazio a reazioni alternative nei confronti di uno stesso segmento linguistico.»1 Per «segmento linguistico», piece of language, si possono intendere anche i nomi propri; anzi, i nomi propri sono particolarmente soggetti ad ambiguità e le producono in modi molto diversi. Alcuni di questi modi di creare ambiguità nell’opera d’arte letteraria non differiscono
1 Empson (1966: 1): “I propose to use the word [ambiguity] in an extended sense, and shall think relevant to my subject any verbal nuance, however slight, which gives room for alternative reactions to the same piece of language.”
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dal modo in cui si manifestano anche nella vita reale, mentre altri sono circoscritti alla sfera estetica. Di seguito si tenterà di sistematizzare i diversi tipi di ambiguità poetonimica mediante esempi tratti dalla letteratura in lingua tedesca e inglese.
Come primo esempio si può citare il caso in cui vi è incertezza sul fatto che un lessema venga usato come nome proprio oppure (ancora) come nome comune. Il titolo della commedia di Oscar Wilde The Importance of Being Earnest (1893) può fungere da esempio, ma qui non approfondiremo ulteriormente questo tipo di ambiguità. Nell’opera di Richard Wagner Die Meistersinger von Nürnberg ci troviamo di fronte a un tipo di ambiguità del tutto diverso. Il cavaliere francone Walther von Stolzing è appena riuscito, dopo la funzione religiosa, a scambiare qualche parola con Eva, la bella figlia dell’orafo Pogner. Magdalene, la nutrice di Eva, è estremamente sorpresa dall’intesa che si è instaurata così rapidamente tra Eva e Walther, visto che i due si sono incontrati per la prima volta soltanto il giorno prima. Eva si giustifica con queste parole (Wagner 1978 [1867]: 404):
Proprio questo mi ha dato una tale rapida sofferenza: che già da tempo lo vedevo nell’immagine! Dimmi, non si è forse avvicinato proprio come David?
Magdalene è sbigottita, poiché è innamorata a sua volta di un David, l’apprendista David. «Sei impazzita? Come David?» esclama dunque, gelosa. Ma Eva la rassicura: «Come David nel quadro». Ora Magdalene crede che Eva si riferisca, con il nome David, al salmista David, che i maestri cantori venerano come loro patrono: «Ah! – intendi il re con l’arpa / e la lunga barba sullo scudo dei maestri?» Ma Eva non intende certo questo re David; pensa invece all’eroe giovane e radioso:
No! Quello che scagliò il ciottolo contro Golia, la spada alla cintura, la fionda in mano, il capo cinto da biondi riccioli, come ce lo dipinse il maestro Dürer!
Al che Magdalene, riferendosi di nuovo al suo David, sospira sollevata: «Ah, David! David!» (Wagner 1978 [1867]: 404; cfr. anche Kohlheim, Kohlheim 2013).
È evidente che qui si tratta di un’ambiguità referenziale, fondata sul fatto, ampiamente dibattuto, che un nome, in quanto segno linguistico o «lemma proprio» nella terminologia di Willy Van Langendonck (2007), può riferirsi a un numero illimitato di referenti (cfr. Windberger-Heidenkummer 2011).
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Per il logico David Kaplan, dunque, il nome proprio è fondamentalmente ambiguo.2 Tuttavia, e ciò rende questo esempio interessante anche dal punto di vista della filosofia del linguaggio, qui l’entità fittizia Eva rinvia a una figura storica del mondo reale, così come rappresentata da Dürer, vale a dire al David biblico che sconfisse Golia. L’entità fittizia Magdalene, invece, riferisce inizialmente il lemma onomastico David a una persona del mondo fittizio cui appartengono Eva e Magdalene stesse, l’apprendista David, per poi constatare con sollievo che ci si riferiva alla figura storica di re Davide. L’attribuzione dei referenti ai personaggi fittizi avviene dunque senza difficoltà sia all’interno del mondo fittizio sia al di là di esso: un aspetto che qui si può soltanto menzionare, senza poterlo approfondire.3
Anche i nomi propri possono essere ambigui di per sé, per se, sotto diversi aspetti. Non è sempre immediatamente chiaro, per esempio, se un nome rinvii a una persona di sesso maschile o femminile, se indichi una persona, un animale o persino un luogo. È controverso, certo, se i significati categoriali o le presupposizioni appartengano necessariamente al nome proprio, oppure se si tratti soltanto di valori empirici statistici, contingenti rispetto al nome proprio.4 Inoltre, la situazione varia da una lingua all’altra. È però un fatto che gli scrittori ricorrono volentieri ad ambivalenze di questo tipo. Vorrei parlare qui di ambiguità onomastica intrinseca. È evidente che questa forma di ambiguità non è limitata alla letteratura. Nella letteratura tedesca, l’archetipo della fanciulla sospesa tra l’infanzia e la maturità è Mignon. Ma Mignon inizialmente non è un nome: è un aggettivo francese sostantivato, traducibile all’incirca con «tesoro».5 Come la parola tedesca, anche il vocabolo straniero Mignon ai tempi di Goethe poteva essere applicato a persone di sesso maschile o femminile: a proposito dell’attrice Caroline Jagemann, una recensione del 1800 affermava: «In breve divenne la Mignon del pubblico» (Kommentar zu Goethe 1977 [1795/96]: 719). Questa denominazione ambigua quanto al sesso corrisponde dunque perfettamente alla natura androgina di Mignon; quando Wilhelm Meister la vede per la prima volta, «non riusciva a decidersi se considerarla un ragazzo o una ragazza» (Goethe 1977 [1795/96]: 86). Anche Mignon risponde con ostinazione «ai tentativi di fissare la sua femminilità:»
2 Kaplan (1989: 563): „Unlike indexals like ‘I’ proper names really are ambiguous.“
3 Nell’ambito della teoria dei mondi possibili, si occupano di «trans-world identity», tra gli altri, Doležel (1998: 17–18); Ronen (1994: 57–60); Kripke (2013: 81f.).
4 Vgl. hierzu Anderson (2007: 135f.); Van Langendonck (2007: 71f.); Coates (2012: 125–129).
5 Cfr. Kommentar zu Goethe (1977 [1795/96]: 719); Schwanke (1992: 354–359).
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«Sono un ragazzo: non voglio essere una ragazza!»» (Wetzel 1989: 329). L’ambiguità di Mignon non riguarda soltanto la questione del sesso, ma anche lo status linguistico del segno: introdotta come nome comune, nel corso della trama del romanzo Mignon finisce per diventare una sorta di nome proprio del bambino, tanto più che questi si rifiuta ostinatamente di rivelare il proprio vero nome.6 Nel frattempo, Mignon è persino diventato in tedesco un nome di battesimo femminile affermato (Seibicke 2000: 327); si è quindi verificato un cambiamento di genere grammaticale della parola francese maschile.
Anche la protagonista dodicenne del romanzo di Carson McCullers The Member of the Wedding, pubblicato per la prima volta nel 1946, si trova in questa inquietante fase di transizione: ha i capelli tagliati come quelli di un ragazzo (McCullers 2008: 8) e desidera anche essere un ragazzo e poter andare in guerra.7 A differenza di Mignon, questa «tomboy» ha certamente un nome: inizialmente, il soprannome ambiguo quanto al sesso Frankie. È significativo che, quando talvolta si stanca della propria condizione intermedia, si stanchi anche del suo nome: «This was the summer when Frankie was sick and tired of being Frankie» (McCullers 2008: 29). Di conseguenza, nella parte II del romanzo decide di farsi dei biglietti da visita con l’altisonante nome Miss F. Jasmine Addams, Esq. (McCullers 2008: 61); nella parte III, alla fine del romanzo, ormai disillusa ma anche maturata, viene menzionata soltanto con il nome proprio inequivocabilmente femminile Frances (McCullers 2008: 167 e passim).
I nomi ambigui quanto al sesso sono molto più frequenti in inglese che in tedesco, dove nell’uso informale ricorrono praticamente soltanto come ipocoristici. Tuttavia, molti di questi nomi tendono a essere associati a un sesso piuttosto che all’altro, per esempio il nome Robin al sesso maschile. Perciò l’industriale Vic Wilcox, nel romanzo Nice Work di David Lodge, si aspetta che l’accademico che gli è stato annunciato come Robyn Penrose sia un uomo; nell’ambito di un progetto accademico, questi dovrebbe affiancarlo nel suo lavoro. È quindi grande il suo stupore quando si trova davanti una giovane donna (Lodge 1989: 106f.). Fu un repertorio di nomi propri a suggerire a David Lodge l’idea di costruire una scena comica sulla base dell’ambiguità sessuale del nome Robin/Robyn; al tempo stesso, riteneva che il nome «androgino» Robyn si adattasse molto bene alla sua eroina femminista e sicura di sé (Lodge 2011: 38).
6 Goethe (1977 [1795/96]: 522): Mignon ha «giurato [...] di non rivelare a nessun essere vivente dove abita né le proprie origini.»
7 McCullers (2008: 30f). Der Roman spielt während des Zweiten Weltkriegs in einer Kleinstadt in Georgia/USA.
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A differenza di quanto accade nella vita reale, nell’opera letteraria un nome la cui originaria significazione lessicale è ancora riconoscibile appare automaticamente «parlante». Ciò si spiega col fatto che, quando incontriamo un nome in un’opera letteraria, dobbiamo presumere che l’autore lo abbia scelto intenzionalmente: non è mai attribuito per caso al suo portatore. Di conseguenza, troviamo nomi parlanti — l’espressione viene da Lessing — già nell’antichità (Birus 1987: 40). Benché spesso il nome parlante esprima effettivamente ciò che caratterizza il suo portatore, come nel caso di John Fielding Squire Allworthy in Tom Jones (1749), fin dall’inizio i nomi parlanti vengono usati anche in modo ironico o antitetico. Così, l’Angelo di Shakespeare, in Measure for Measure (1604; atto III, 2, 249–254), è tutt’altro che angelical. È proprio questa possibile applicazione ironica o antitetica a rendere ambigui fin dall’inizio i nomi parlanti, poiché soltanto nel corso della narrazione possiamo generalmente scoprire se un nome semanticamente trasparente mantiene ciò che promette. Un bell’esempio di questa ambiguità è Mittler nelle Wahlverwandtschaften di Goethe: introdotto inizialmente come mediatore del tutto efficace,8 fallisce però nel caso di Eduard e Charlotte.
Se qui l’ambiguità del nome parlante è in gran parte preservata, Theodor Fontane, maestro nell’assegnare nomi ironici, tende a sciogliere subito questa ambiguità onomastica, anzi, in realtà, a impedirne fin dall’inizio la formazione. Così, durante una cena da lui organizzata, il consigliere commerciale Treibel si esprime riguardo a due signore: «Due dame di corte; la corpulenta: Frau Majorin von Ziegenhals, la noncorpulenta [...]: Fräulein Edwine von Bomst» (Fontane 1969 [1892]: 23). L’ironia, come afferma Roland Barthes (1974: 66), «muove sempre da un luogo sicuro». Qui tale luogo è costituito dall’affermazione inequivocabile sulla corpulenza delle due signore. Come se non bastasse, Treibel si sofferma ancora sul notevole seno della von Ziegenhals e filosofeggia: «Del resto, sono questi i buffi contrasti che allietano la vita. Klopstock era un poeta, e un altro, che ho conosciuto personalmente, si chiamava Griepenkerl» (Fontane 1969 [1892]: 24). Si potrebbe aggiungere che von Bomst esplica la sua forza suggestiva non in quanto nome propriamente parlante, bensì come nome fonosimbolico.9 Anche in Frau Jenny Treibel incontriamo la governante Fräulein Honig, della quale si dice subito che
8 Goethe (1977 [1809]: 255): „Solange er im Dienste war, hatte sich kein Ehepaar scheiden lassen [...].“
9 Man vergleiche hierzu auch Demetz (1964: 194).
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«i suoi tratti austeri sembravano una protesta contro il suo nome».10 Non appena entra in gioco l’ironia, non c’è più spazio per l’ambiguità. Ciò vale anche per i nomi nell’opera letteraria.
Se in questi casi è la loro semantica prepropriale a rendere i nomi «parlanti», un nome può richiamare l’attenzione anche su tratti caratteriali nascosti o contraddittori del suo portatore, in virtù di persone che lo hanno portato in precedenza, siano esse personalità della realtà extratestuale oppure personaggi letterari.11 Qui il nome acquista significato attraverso i riferimenti intertestuali che gli sono intrinseci. Ciò non avviene sempre in modo tanto vistoso quanto nel caso del capomacchinista socialdemocratico e sindacalizzato Napoleon Fischer nel romanzo di Heinrich Mann Der Untertan, a proposito del quale il lettore si domanda naturalmente subito se sia all’altezza delle aspettative associate a quel nome. Fontane è assai più discreto in Irrungen, Wirrungen, la cui protagonista porta il nome Lene, forma abbreviata del nome biblico Maria Magdalena, oscillante fra peccato e santità. Nel romanzo di Wilhelm Raabe Unruhige Gäste, l’ambiguità intertestuale intrinseca al nome Phöbe assume persino rilievo per la trama: quando il giovane studente Veit von Bielow sente per la prima volta il nome femminile Phöbe nella mansarda di un compagno di studi, gli suona «solo dolcemente ellenico», e così lo «rivolge allegramente alla falce di luna sopra i tetti nella notte primaverile tedesca» (Raabe 1961 [1885]: 190). Nel contesto «ellenico», il nome Phöbe rinvia a Phoibos Apollon (Böschenstein 1986: 28, nota 55), ma anche alla vergine dea lunare Artemis, che porta anche l’epiteto Phöbe o la Splendente (Lensing 1988: 162). Il richiamo alla «falce di luna» nel testo di Raabe è del resto impossibile da ignorare. Quando però Veit von Bielow, ormai in fin di vita alla fine del romanzo, non da ultimo a causa della sua conoscenza di Phöbe, invoca all’improvviso in una lettera la dea «Persephoneia [...]» (Raabe 1961 [1885]: 333), «la dea degli inferi, il cui nome viene ricondotto etimologicamente alla luna e che spesso è affiancata ad Artemis come compagna di giochi» (Lensing 1988:162), questi riferimenti mitologici e onomastici rendono evidente il tema di Eros e Thanatos, relegato dall’autore nel sottotesto (Lensing 1988: 163). Qui il tema è relegato e tabuizzato in quanto il riferimento mitologico del nome Phöbe viene subito sovrascritto nel testo manifesto da un altro riferimento, quello biblico, proprio perché
10 Fontane (1969 [1892]: 33). Terminologisch herrscht hinsichtlich derartiger Namen noch Unsicherheit. Hengst/Sobanski (2000) sprechen hier von „konträren Namen“, Hengst/Vasil’eva (2007: 151) vom lying name. Das Entstehen von Komik durch derartige Namen erklärt Pohl (2005) mittels kognitivistischer Konzepte.
11 Die literarische Onomastik spricht hier von „verkörperten Namen“; vgl. Birus (1987: 45).
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è, tuttavia, anche Febe il nome di quella «serva della comunità di Cencre», che dall’apostolo Paolo, probabilmente come latrice della sua lettera, viene raccomandata alla comunità romana come «nostra sorella» (Rm 16,1; Raabe 1961 [1885]: 190). Perciò alcuni interpreti vedono Febe proprio come «la sorella»: «Le funzioni di Febe nella casa del fratello carnale sono fraterne; ‘fraterni’ sono anche i suoi compiti nel villaggio».12 In ultima analisi, tuttavia, l’ambiguità del suo nome tra riferimenti greco-mitologici e cristiani riflette la contraddittorietà interiore di una figura che, come ha affermato uno dei migliori conoscitori di Raabe dei nostri giorni, «non è un personaggio facile da interpretare» (Sammons 1987: 246).
In Germania, ma anche in Inghilterra, dal XIV/XV secolo circa il nome proprio e il cognome formano il «nome completo» di una persona.13 Esiste tutta una serie di cognomi tedeschi, ma anche inglesi, formati da nomi propri senza alcuna modifica formale, come Friedrich, Lukas, Werner.14 L’ambiguità dovuta alla mancata indicazione del cognome è sfruttata, per esempio, dallo scrittore Bodo Kirchhoff all’inizio del suo romanzo ambientato nelle Filippine, Infanta: «Il tedesco [...] si presentò all’improvviso come Lukas. “Mister Lukas Kurt?” – “Mister Kurt Lukas.” – “Allora sull’adesivo c’era il suo nome.” – “Qualcuno si è sbagliato. Come lei”» (Kirchhoff 1990: 7). Tuttavia, i due componenti del nome completo offrono all’autore anche ulteriori possibilità di ambiguità onomastica, più significative per il testo e potenzialmente feconde sul piano letterario, per esempio quando il nome proprio e il cognome sono in qualche modo in contrasto tra loro. L’esempio per eccellenza di un nome così «spezzato» (Presch 2002: 3f. e passim), o anche «antitetico» (Demetz 1964: 197–201), è Tonio Kröger di Thomas Mann (1903). L’antitesi fra i due componenti del nome si fonda qui sulla connotazione geolinguistica di Tonio come nome romanzo, dunque «meridionale», e di Kröger come nome basso-tedesco, dunque «settentrionale».15 Nel loro insieme, i nomi così connotati generano un’ambiguità costitutiva del carattere conflittuale del protagonista della novella di Mann. Thomas Mann non è affatto il primo a impiegare questo espediente stilistico onomastico; in questo segue da vicino Theodor Fontane, che in Effi Briest fa entrare in scena un «[...] piccolo, dalle spalle storte e quasi già
12 Höhler (1969: 131). Signifikanterweise tritt Phebe auch als Schwester Holden Caulfields in J. D. Salingers Roman The Catcher in the Rye (1951) auf.
13 Der Terminus nach Seibicke (2008: 10, 14f.).
14 Vgl. zur Entstehung dieser Familiennamen Kohlheim (2000).
15 Nach Birus (1987: 45) handelt es sich hierbei um „klassifizierende“ Namen.
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«quasi fusi con lui», che al tempo stesso aveva qualcosa di così distinto [...],» attribuisce il nome Alonzo Gieshübler. Fontane ama, come del resto anche Thomas Mann, far commentare ai suoi personaggi i nomi appariscenti delle figure; così Effi, quando le viene presentato il farmacista Alonzo Gieshübler, osserva con acutezza: «E poi vedo subito anche che lei è diverso dagli altri. [...] Forse è anche il nome a contribuire, nel suo caso. Era sempre una delle tesi preferite del nostro vecchio pastore Niemeyer; il nome, amava dire, soprattutto il nome di battesimo, avrebbe qualcosa di misteriosamente determinante, e Alonzo Gieshübler, mi pare, dischiude davanti a noi un mondo del tutto nuovo, anzi, quasi oserei dire, Alonzo è un nome romantico, un nome da prezioso.» – «Sì, mia gentilissima signora», le risponde Gieshübler, «ha proprio colto nel segno» (Fontane 1969 [1895]: 64f.). Il «nome da prezioso» Alonzo rimanda alla Spagna, da cui proviene davvero la madre di Gieshübler, e quindi al carattere donchisciottesco di questo personaggio, che vorrebbe soprattutto «combattere e morire» per Effi «come Cid o come qualche altro Campeador» (Fontane 1969 [1895]: 66), mentre il cognome, che ricorda un’acqua minerale boema (Demetz 1964: 199), rappresenta l’elemento borghese di questo farmacista, orgoglioso anche del fatto che i Gieshübler siano farmacisti del luogo «già da quattro generazioni, da cento anni interi» (Fontane 1969 [1895]: 65; cfr. anche Demetz 1964: 199).
Alonzo Gieshübler si confronta con l’ambiguità del proprio nome e la vive in modo fecondo. Ben diverso è il caso del maestro di musica e compositore Niels Wrschowitz, tratto dall’ultimo romanzo di Fontane, Der Stechlin. Niels Wrschowitz soffre a tal punto per il suo nome antitetico da essere «diventato dottore per una sorta di disperazione» (Fontane 1969 [1899]: 130). Non si tratta infatti, come si potrebbe supporre, principalmente dell’antitesi linguistico-geografica del suo nome completo, composto da un elemento danese e uno ceco,16 bensì di un’avversione per il nome proprio Niels spiegabile soltanto sulla base della sua biografia individuale, nome portato anche dal compositore danese Niels Gade, da lui disprezzato. «Niels Gade», si legge in Fontane, «era per lui l’emblema di tutto ciò che è banale e insignificante [...], e così gli venne l’idea di far sparire per magia il nome proprio dal suo biglietto da visita sostituendolo con un titolo di dottore» (Fontane 1969 [1899]: 131f.). Anche qui risulta evidente che Fontane tende a risolvere quanto prima le ambiguità onimiche a favore di una qualche forma di univocità.
Tuttavia, neppure Fontane è il primo ad avvalersi produttivamente dell’ambiguità del nome completo di uno dei suoi personaggi. Tra i precursori va menzionato soprattutto Jean Paul, che nel suo romanzo del 1809 Des Feldpredigers
16 Demetz (1964: 200): „Wrschowitz war zur Zeit Fontanes das Wedding des tschechischen Prag“.
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Schmelzle Reise nach Flätz esprime efficacemente il conflitto interiore del suo protagonista attraverso l’ambiguità del suo nome completo, Attila Schmelzle. In netto contrasto con la figura storica del capo degli Unni, inevitabilmente associata al nome Attila, questo predicatore militare si distingue per un’eccessiva timidezza, tratto caratteriale che nel suo cognome Schmelzle si esprime in forma codificata più volte: se il nome Schmelzle evoca, attraverso il suo simbolismo fonico e l’assonanza con il nome comune Schmalz, l’idea della mollezza, tale impressione è ulteriormente rafforzata dalla desinenza diminutiva -le, riconoscibile come sveva dal punto di vista linguistico-geografico e percepita come vezzeggiativa, almeno da chi non è svevo. Lui stesso è però convinto che «in lui sia entrato lo spirito padrino del nome di battesimo Attila più di quanto si convenga» (Jean Paul 1987 [1809]:16). Questa convinzione è a sua volta ridimensionata dalla sua giovane e intraprendente moglie Teutoberga, la sua «buona mogliettina Bergelchen» (Jean Paul 1987 [1809]: 22), come la chiama lui stesso quando lei lo definisce il suo «grazioso Attel» (Jean Paul 1987 [1809]: 24) o il suo «fin troppo buono Attelchen» (Jean Paul 1987 [1809]: 58). Queste variazioni e giochi di nomi non devono però far dimenticare che, sotto la maschera comica, nella figura di Attila Schmelzle si svolge un conflitto interiore in definitiva tragico tra aspirazione e realtà, già chiaramente espresso dall’ambiguità del suo nome (cfr. anche Kohlheim 2006b: 441–445).
Dopo aver mostrato che l’ambiguità poetonimica è un importante mezzo di costruzione letteraria, ci si chiederà infine che cosa riveli, sulla natura del nome proprio e sulla sua elaborazione cognitiva, la possibilità di ricorrere all’ambiguità onimica. «Preziosi alleati», spiega Freud in un’occasione, «sono però i poeti», perché «nella conoscenza dell’anima [...] sono molto più avanti di noi uomini comuni [...]» (Freud 2010: 9). Si può presumere che possano offrirci indicazioni non solo sugli stati psichici, ma anche sulla cognizione. In primo luogo, esempi come Frau Majorin von Ziegenhals e Fräulein Edwine von Bomst mostrano chiaramente come la menzione dei nomi propri costituisca di fatto la figura letteraria nel cervello del lettore (cfr. Kohlheim 2007); non abbiamo bisogno di sapere altro su queste due signore e, ciò nonostante, ce ne facciamo un’immagine piuttosto concreta. Fontane cerca sì di rovesciare le idee, inizialmente formatesi nel cervello probabilmente di tutti i lettori, della magra Majorin von Ziegenhals e della corpulenta Fräulein von Bomst, ma ci riesce solo con difficoltà, se non per nulla; ogni lettore del romanzo può mettersi alla prova. Il fatto che l’immagine di una magra Majorin von Ziegenhals si fissi così rapidamente e saldamente nel cervello anche contro il testo di Fontane dipende dal fatto che, come sostiene l’approccio di ricerca cognitivista dell’embodied cognition
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ha scoperto che, nell’elaborazione cognitiva delle denominazioni di animali, si attivano prevalentemente aree visive del cervello e vengono simulate immagini prototipiche degli animali menzionati (Rickheit, Weiss, Eikmeyer 2010: 110). Come ha mostrato Inge Pohl, la comicità voluta da Fontane nasce qui dal contrasto tra l’aspettativa del lettore guidata culturalmente («mondo dell’esperienza 1»), secondo cui un nome parlante mantiene ciò che promette, e il mondo testuale costruito in modo contrapposto («mondo dell’esperienza 2»): «Il lettore deve inferire un inatteso e conflittuale mondo dell’esperienza 2» (Pohl 2005: 415). Gli autori sanno anche che nel cervello dei loro lettori, non appena viene menzionato un nome, si forma un’idea del fatto che si tratti di una persona di sesso femminile o maschile. Con Van Langendonck (2013: 104f.) fanno comunque affidamento sui significati categoriali dei nomi propri immagazzinati nella memoria semantica dei lettori (secondo Tulving 2002) e sfruttano gli effetti di sorpresa quando un nome non corrisponde al modello prototipico, come fa David Lodge con il suo personaggio femminile
Robyn. La menzione di nomi come Alonzo Gieshübler, Niels Wrschowitz oppure Attila Schmelzle attiva a sua volta conoscenze enciclopediche immagazzinate nella memoria semantica dei lettori (Rickheit, Weiss, Eikmeyer 2010: 36f.), siano esse di natura tipologica e geografica, come nel caso dei primi due nomi, oppure di natura storica, come nel caso di Attila Schmelzle.
LETTERATURA
TESTI LETTERARI
Fontane Theodor 1969 [1892]: Frau Jenny Treibel. – Nymphenburger Fontane-Ausgabe 11. München: Nymphenburger.
Fontane Theodor 1969 [1895]: Effi Briest. – Nymphenburger Fontane-Ausgabe 12. München: Nymphenburger.
Fontane Theodor 1969 [1899]: Der Stechlin. – Nymphenburger Fontane-Ausgabe 13. München: Nymphenburger.
Goethe Johann Wolfgang von 1977 [1795/96]: Wilhelm Meisters Lehrjahre. – Goethes Werke VII. 9., Aufl., hrsg. von E. Trunz. München: C. H. Beck.
Goethe Johann Wolfgang von 1977 [1809]: Die Wahlverwandtschaften. Ein Roman. – Goethes Werke VI. 9., Aufl., hrsg. von Erich Trunz. München: C. H. Beck.
Jean Paul 1987 [1809]: Des Feldpredigers Schmelzle Reise nach Flätz. – Jean Paul, Sämtliche Werke, Abt. I, Bd. 6, 4., Aufl., hrsg. von Norbert Miller. München: Hanser.
Kirchhoff Bodo 1990: Infanta. Frankfurt a. Main: Suhrkamp.
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Page 15Onymische Ambiguität in der Literatur
Ambiguità onimica nella letteratura
R I A S S U N T O
L’ambiguità semantica è un concetto fondamentale della poetica moderna. Tra le numerose e diverse concezioni dell’ambiguità semantica in letteratura, questo articolo si rifà alla definizione classica del fenomeno proposta da William Empson. Secondo tale definizione, qualsiasi segmento linguistico che presupponga una diversa comprensione dell’informazione espressa va considerato ambiguo. L’obiettivo di questo articolo non è soltanto individuare il rapporto tra ambiguità semantica e nomi letterari, ma anche denominare le varie forme di variazione semantica degli onimi presenti nelle opere di narrativa. Si analizza inoltre l’influenza dell’ambiguità semantica poetica sulle peculiarità d’uso dei nomi propri.
Ricevuto il 18 gennaio 2015.
V O L K E R K O H L H E I M
Schlosshof Birken 11, D–95447 Bayreuth, Deutschland
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