A. Baranausko bendrinės kalbos teorija
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LIETUVIŲ KALBOS SANDAROS TYRINĖJIMAI LIETUVIŲ KALBOTYROS KLAUSIMAI, XXVI (1987)
REGINA VENCKUTĖ
LA TEORIA DELLA LINGUA STANDARD DI A. BARANAUSKAS
All’inizio del 1985 coincisero significativamente due anniversari importanti per la linguistica lituana e, più in generale, per la cultura nazionale: celebrando il 150º anniversario della nascita di A. Baranauskas, che fu tra i fondatori della linguistica professionale della nostra lingua, e il 100º anniversario della nascita del prof. J. Balčikonis, insignito del titolo di scienziato emerito della RSS Lituana, abbiamo reso omaggio ai loro meriti negli studi lituani. È forse necessario cercare legami diretti tra questi linguisti, con formazione diversa e appartenenti a epoche differenti? Li accomuna il filo ininterrotto dello sviluppo scientifico; tuttavia, alcune analogie tra le concezioni di Baranauskas e Balčikonis sulla lingua standard potrebbero indubbiamente ampliare il quadro complessivo della storia della linguistica lituana.
A Baranauskas si ricollegano non solo le linee di formazione della nostra linguistica professionale (attraverso K. Jaunius e K. Būga), ma anche quelle della creazione e della normazione della lingua standard (attraverso K. Jaunius e J. Jablonskis)1. Riflettendo sul posto di Balčikonis nella linguistica lituana, tenendo presenti i suoi rapporti con Būga e Jablonskis e la difficile situazione dei primi anni del dopoguerra, dobbiamo riconoscere che allora egli era l’autorità della nostra scienza linguistica su cui si faceva affidamento e che le linee da lui coltivate si sviluppavano e si ampliavano con slancio2.
Il contributo di A. Baranauskas a specifici settori della linguistica lituana (anzitutto alla dialettologia, all’accentologia, alla storia della lingua scritta standard, ecc.) è già stato esaminato approfonditamente e adeguatamente valutato3, ma le sue concezioni linguistiche sono state interpretate assai poco nel contesto dello sviluppo del pensiero linguistico4. Nel frattempo, l’orientamento teorico generale seguito da questo brillante linguista autodidatta merita ancora oggi attenzione, sia per la storia della linguistica lituana sia per la sua situazione attuale.
Le concezioni linguistiche di Baranauskas si formarono sotto l’influenza di tre correnti della linguistica del XIX secolo: il naturalismo, i neogrammatici e la scuola di Kazan; egli subì dunque una forte influenza dei comparatisti tedeschi e della linguistica russa (soprattutto attraverso J. Baudouin de Courtenay).
Probabilmente l’influenza iniziale più importante sulla maturazione del talento linguistico di Baranauskas e sui suoi principi metodologici fu quella delle concezioni di A. Schleicher, fondatore della corrente del naturalismo, poiché già nel seminario di Varniai il futuro studioso della lingua materna ebbe un’enorme
1 Zinkevičius Z. A. Baranauskas kalbininkas. – Kn.: Literatūra ir kalba, V., 1986, t. 19.
2 Pupkis A., Mažiulis V. Juozas Balčikonis. – Kn.: Balčikonis J. Rinktiniai raštai, V., 1978, t. 1, p. 23–35.
3 Sabaliauskas A. Lietuvių kalbos tyrinėjimo istorija. – V., 1979, p. 166–171; Salys A. A. Baranauskas. – Kn.: Lietuviškoji enciklopedija. K., 1934; Zinkevičius Z. Min. veik.
4 Venckutė R. Antano Baranausko kalbinių pažiūrų ištakos. – Kn.: Ženklas ir prasmė. V., 1986.
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Fece impressione la teoria dell’«albero genealogico», che spiegava la formazione della famiglia delle lingue indoeuropee; in seguito, la *Grammatica della lingua lituana* di Schleicher e le altre opere di questo illustre indoeuropeista della metà del XIX secolo. Importanti furono in questo senso i contatti personali di Baranauskas con Schleicher, seppur brevi.
Dalle opere di Schleicher Baranauskas apprese i rudimenti del metodo storico-comparativo, cioè ad applicare le leggi del mutamento fonetico per ricostruire gli archetipi degli elementi linguistici. Da Schleicher aveva inoltre ripreso l’idea della lingua come organo dello spirito umano, sulla quale fondava teoricamente le proprie concezioni delle cause della frammentazione dialettale e le riflessioni sull’elemento comune (ereditato) e su quello particolare (cioè specifico, formatosi in seguito) della lingua. Nel suo più importante studio pubblicato, «Osservazioni sulla lingua e sul vocabolario lituani», Baranauskas scriveva: «L’elemento comune della lingua nasce insieme alla stirpe, nella fase primordiale della sua esistenza, e permane come strato sottostante alle differenze dialettali formatesi storicamente. Nella lingua sono comuni le radici, i temi, le forme, le flessioni primarie e il sistema delle combinazioni di parole usate in modo uniforme in tutti i dialetti e in tutte le varietà locali; le differenze tra determinati dialetti e varietà locali costituiscono l’elemento specifico della lingua»5. Attenendosi a questa concezione, Baranauskas descrisse in generale correttamente l’importanza di ciascuno di questi strati per lo studio della lingua e proseguì: «Le parole, sulla bocca del popolo, col tempo si levigano come sassolini mossi dalla corrente o dalle onde <…>; le desinenze si consumano, l’inizio e la parte centrale si contraggono e si uniformano, le sillabe diventano più brevi <…>. Poiché <…> le forme piene delle parole si accorciano a causa dell’uso prolungato, che cancella gli elementi etimologici, l’elemento comune della lingua si trasforma in caratteristiche delle varietà locali; perciò, ai fini di un confronto dettagliato delle pronunce, sono più preziose le forme piene che non quelle abbreviate <…>»6. Influenzato dalla concezione di Schleicher della radice della parola quale cellula primaria e più importante dell’«organismo linguistico», Baranauskas, nell’analizzare le differenze tra i dialetti lituani, dedicò molta attenzione alle regolarità del mutamento dei suoni radicali (in particolare delle vocali) e sottolineò che in fine di parola gli stessi suoni mutano più rapidamente o possono addirittura scomparire. Ecco perché, classificando i dialetti lituani, si orientava verso complessi di caratteristiche vocaliche, spesso senza neppure indicare un tratto distintivo preciso7; e, elaborando un’ortografia lituana basata sul principio della conciliazione dei dialetti, ossia stabilendo le forme normative della lingua scritta standard, seguiva coerentemente la convinzione che «la desinenza piena» (cioè la desinenza. — R. V.) fosse migliore di quella abbreviata8. In seguito questa posizione teorica di Baranauskas è stata confermata dallo studio dettagliato dei nostri dialetti: è emerso che il sistema fonetico più arcaico si conserva proprio nei dialetti in cui coincidono il vocalismo della radice (rispettivamente, della parte centrale della parola) e quello della desinenza (rispettivamente, della fine della parola). Baranauskas, invece (ai suoi tempi i dialetti erano quasi del tutto inesplorati), nelle «Osservazioni sulla lingua e sul vocabolario lituani» formula un’intuizione perspicace: «Le varietà R₂ e R₃ (cioè R₂ — “Mū-
5 Alcuni estratti dello studio tradotti in lituano furono pubblicati in «Mūsų kalba». Qui e di seguito si cita da: Venckutė R. Iš Antano Baranausko lingvistinio palikimo. — Mūsų kalba, 1975, Nr. 1, p. 41.
6 Min. op. cit., p. 42.
7 Girdenis A., Zinkevičius Z. Sulla classificazione dei dialetti della lingua lituana. — Kalbotyra, 1966, t. 14, p. 139.
8 Baranausko laiškas H. Vėberiui. Cituojama iš: Baranauskas A. Raštai. — V., 1970, t. 2, p. 186.
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shos upynas», R₃ — la parte orientale dei panevėžiškiai, i «puntininkai puri» — R. V.), che presentano nelle desinenze molti suoni e sillabe ridotti <…>, sono già i germogli della futura fase della fonetica lituana9.
Baranauskas studiò i dialetti lituani per esigenze pratiche, ma, a quanto pare, anche sotto l’influsso dei neogrammatici, registrò scrupolosamente le più minute differenze dialettali e professò a modo suo il «culto» del fatto e della lingua viva10. Il suo atteggiamento straordinariamente onesto nei confronti dei fatti linguistici e la ferma convinzione che, senza averli studiati a fondo, non si possano trarre conclusioni scientificamente affidabili erano dovuti anche alle qualità personali di Baranauskas come ricercatore11. Tuttavia, la capacità di sistematizzare e generalizzare le proprie osservazioni lo preservò dalla descrizione minuziosa dei fatti tipica dei neogrammatici e permise a questo linguista perspicace di avvicinarsi a una concezione strutturale della lingua, anticipando nettamente la propria epoca, dominata dai neogrammatici (spesso detti atomisti). A ciò contribuirono indubbiamente anche le concezioni innovative di Baudouin de Courtenay, con il quale intrattenne rapporti piuttosto stretti.
Da Baudouin de Courtenay Baranauskas riprese il principio di distinguere chiaramente i fatti della lingua scritta da quelli della lingua parlata. Formulato in modo vivido, questo principio si trova in una lettera di Baranauskas a Weber: «Una cosa è il libro, un’altra la bocca: nel libro la lingua è per metà morta, mentre nella bocca è tutta viva»12. Questa convinzione, a quanto pare, determinò l’atteggiamento piuttosto scettico di Baranauskas nei confronti della lingua scritta lituana della metà del XIX secolo, ancora instabile e priva di chiare regole di codificazione (atteggiamento che emerge dalle lettere dell’autore di «Il bosco di Anykščiai» a J. S. Dovydaitis, J. Jablonskis, H. Weber e altri). La distinzione tra lingua scritta e lingua parlata, quali due forme di esistenza della lingua nazionale, probabilmente contribuì anche alla convinzione di Baranauskas che alla Lituania fosse indispensabile soltanto una lingua scritta standard, mentre tutte le varietà dialettali erano adatte alla comunicazione in generale (come lingua parlata). A prima vista, un’affermazione forse paradossale ai nostri occhi, non è in sostanza né teoricamente né praticamente errata: la moderna teoria della cultura linguistica non nega affatto il dialetto nativo e lo considera un importante strumento tradizionale di comunicazione quotidiana (in famiglia e in altre situazioni informali e neutre); è soltanto l’uso dei dialetti nella vita pubblica e nella comunicazione di massa a essere sottoposto a restrizioni più rigorose (letteratura, stampa, scuola, radio e così via). Da tutto ciò si può probabilmente trarre la fondata conclusione che Baranauskas concepiva il rapporto tra lingua standard e dialetti in modo piuttosto equilibrato e moderno. «Traducendo» le sue riflessioni nei termini della linguistica contemporanea, vediamo chiaramente che, per Baranauskas, tanto la lingua standard quanto i dialetti, che di norma funzionano soltanto nella forma parlata, sono sistemi comunicativi relativamente autonomi, distinti per l’ambito d’uso e per le caratteristiche fonetiche, lessicali, morfologiche e sintattiche determinate dalle specifiche leggi del loro sviluppo interno.
9 Venckutė R. Dal patrimonio linguistico di Antanas Baranauskas, p. 44.
10 Per Baranauskas, la lingua viva era intesa anzitutto come la lingua parlata dai contadini, cioè la «lingua del villaggio».
11 Venckutė R. La corrispondenza linguistica di Antanas Baranauskas. — In: Literatura ir kalba. V., 1986, t. 19.
12 Baranauskas A. Min. op. cit., p. 248.
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Insegnando la lingua lituana al seminario sacerdotale di Kaunas, Baranauskas avvertì vivamente la necessità di una grammatica pratica (normativa) e si mise a scriverne una, sperando di poter prendere a modello la grammatica scientifica della lingua lituana di Schleicher, orientata alla diacronia; ben presto, tuttavia, capì di dover «segnare i confini e non oltrepassarli» (lo accenna più volte nelle lettere a Weber). «Segnare i confini» significa non solo descrivere la lingua lituana così come viene usata dai parlanti, senza avventurarsi nella ricostruzione di un passato remoto, ma anche trovare un modo per conciliare le differenze fra i numerosi dialetti, cioè creare una lingua scritta comune, necessaria a tutti i lituani. Avendo ben presenti questi compiti concreti, chiaramente compresi, Baranauskas sceglie il principio della conciliazione dei dialetti, lo fonda sull’assunto teorico dell’elemento comune e di quello particolare e formula una sorta di teoria della lingua comune. L’obiettivo principale del suo «studio della lingua» (così Baranauskas chiamava la propria grammatica) era trovare, confrontando forme dialettali diverse, il loro fondamento, ossia ricostruire la forma originaria dalla quale esse si erano sviluppate. Baranauskas chiama «radice della parola» il fondamento etimologico delle diverse forme dialettali e, attenendosi alla teoria dell’«albero genealogico» di Schleicher, afferma: «La radice della parola è il ceppo dal quale sono cresciuti i rami dei dialetti»¹³; «per imparare bene tutta la lingua lituana, bisogna conoscere bene tutti i suoi dialetti: dal loro buon confronto emerge la vera radice della parola»¹⁴. Nel ricostruire le forme «radicali», Baranauskas non si spingeva molto indietro nel tempo: considerava normative le forme di parola attestate nei dialetti e meno soggette a mutamenti, per esempio, dirba, galvomis, sėdi, e non dirb, galvom, sėd; Baranauskas non include nella propria lingua scritta comune le forme presenti negli antichi scritti ma ormai scomparse dai dialetti, e quindi non le considera normative (spiega a Weber di non voler «separare l’ortografia dalla lingua viva»¹⁵). Secondo questa teoria, i testi scritti da Baranauskas erano, a ben vedere, una trasformazione delle forme dell’alta Lituania orientale in quelle occidentali. Egli stesso lo riconobbe senza ambiguità: «La mia lingua è il dialetto R₁ (degli anykštėnai dell’alta Lituania orientale, i “rotininkai”. — R. V.), corretto e integrato mediante il confronto con altri dialetti, e scritto non secondo la pronuncia, ma secondo la radice della parola»¹⁶.
La lingua scritta comune che Baranauskas andava creando secondo il principio della conciliazione dei dialetti era vicina alle parlate dei lituani della Prussia (dell’alta Lituania occidentale) registrate nella grammatica di Schleicher. Non resta che aggiungere che egli giunse a questa vicinanza fra la propria lingua scritta unificata e il dialetto dell’alta Lituania occidentale per via puramente teorica, basandosi sulla regolarità delle leggi del mutamento dialettale dei suoni. Conoscendo piuttosto bene la maggior parte di tali leggi e attenendosi coerentemente a quella che oggi chiameremmo metodologia della ricostruzione interna, Baranauskas ricondusse le differenze fonetiche fra i dialetti al sistema fonetico più arcaico, che meglio di tutti era stato conservato proprio dal dialetto meridionale dell’alta Lituania occidentale (quello di Kaunas). In una lettera a Weber si legge: «<…> non posso ammettere di aver inventato una lingua nuova, che nessuno parla così, ma comprensibile a tutti i lituani <…>. Non ho inventato una lingua, ma ho inventato un’ortografia per la lingua lituana; anzi, non ho inventato un’ortografia nuova, bensì ho corretto quella già esistente e conosciuta»¹⁷; «La mia lingua
13 Baranauskas A. Min. veik., p. 185.
14 Citato da: Archivum Philologicum, 1937, vol. 6, p. 50.
15 Baranauskas A. Min. veik., p. 186.
16 Min. veik., p. 185.
17 Min. veik., p. 187.
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ha una base nelle parole e così viene scritta, ma, pronunciata secondo i dialetti, non può essere detta lingua morta, bensì viva»18. Ecco perché Baranauskas chiama per lo più la lingua scritta unificata semplicemente «ortografia»: leggendo, ciascuno può pronunciare i suoni come vengono pronunciati nel proprio dialetto nativo, poiché le lettere sono simboli polivalenti di suoni mutati diversamente nei vari dialetti. Per esempio, ranką, tenendo conto del regolare mutamento di an e di ą nei dialetti, si può leggere [rañką, rañkų, ruñkų, rõnkª] e in altri modi ancora. Secondo Baranauskas, un’ortografia fonetica sarebbe poco pratica, perché «bisognerebbe approntare tante ortografie e tanti studi della lingua quanti sono i dialetti. Ci vuole invece un solo studio della lingua, una sola ortografia e, insieme, l’indicazione di come i lituani di ciascun dialetto devono pronunciare quelle lettere»19. Formulare regole concrete che permettessero di convertire facilmente le forme della lingua scritta comune in forme dialettali si rivelò tutt’altro che semplice: nello «studio della lingua» di Baranauskas non vi sono indicazioni chiare su come leggere secondo i dialetti le forme «comuni», soprattutto quelle che differiscono fra i dialetti non soltanto nella pronuncia dei suoni. Nella pratica della creazione della lingua comune, questa teoria piuttosto complessa di Baranauskas non attecchì; gli studiosi della storia della lingua comune riconoscono tuttavia che essa ebbe un ruolo nell’affermarsi del dialetto dell’alta Lituania occidentale, che dalla fine del XIX secolo divenne la base dell’odierna lingua comune parlata e scritta20.
Nel determinare le forme «comuni» (normative) della lingua scritta, Baranauskas dovette affrontare il problema della purezza linguistica. Si rivelò un normatore prudente: non accettava il «purismo assoluto» (lo criticò nelle lettere), ma evitava i forestierismi evidenti. In una lettera a Weber spiegava così quest’ultimo atteggiamento: «È evidente che mi guardo dall’introdurre nella mia lingua parole e costruzioni straniere: cerco un modo di esprimere quel pensiero in lituano, secondo il genio della lingua. Se non trovo una costruzione o una parola più chiara, non disprezzo neppure ciò che è di dubbia origine indigena»21.
Per i suoi contemporanei Baranauskas era un’autorità indiscussa in materia di lingua lituana, riconoscimento che si era guadagnato con la lingua viva e figurativa del «Bosco di Anykščiai» e con la sua eccellente conoscenza del proprio dialetto nativo e degli altri dialetti lituani. A lui si rivolgevano con ogni sorta di quesiti sul significato delle parole lituane, sull’uso delle forme e così via, eminenti indoeuropeisti russi e dell’Europa occidentale, nonché la maggior parte dei protagonisti della cultura nazionale lituana. Non sappiamo molto delle correzioni concrete proposte da Baranauskas (le informazioni che forniva erano per lo più di carattere teorico, non pratico); tuttavia, dalle osservazioni contenute nella sua corrispondenza linguistica si può dedurre che questo linguista non fosse soltanto un eccellente conoscitore della propria lingua madre, ma anche un attento promotore della sua valorizzazione. Una testimonianza preziosa al riguardo è il seguente passo di una sua lettera a Weber: «Non mi piace molto neppure il nome coniato “Società degli scritti lituani” <…>. Non sarebbe forse meglio chiamarla “Società degli amanti della scrittura lituana”, oppure “Società degli scrittori lituani”, o in qualche altro modo, perché i membri della società non sono gli scritti, ma gli scrittori»22.
18 Min. veik., p. 185.
19 Archivum Philologicum, 1930, t. 1, p. 76.
20 Jonikas P. Lietuvių bendrinės rašomosios kalbos idėja priešaušrio metu. – In: Archivum Philologicum, 1937, vol. 6, p. 52; Palionis J. Lietuvių literatūrinės kalbos istorija. – V., 1979, p. 197.
21 Baranauskas A. Min. veik., p. 186.
22 Min. veik., p. 207.
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Baranauskas, come più tardi Jablonskis e Balčikonis, attribuiva grande importanza alla buona conoscenza del dialetto materno; nel raccogliere dati dialettali, si orientava verso la lingua della gente comune delle campagne. Ecco che cosa scrisse in proposito a Baudouin de Courtenay: «Gli insegnanti lituani, parlando essi stessi in polacco, non avendo imparato bene il lituano, <...> in certi luoghi hanno corrotto la lingua lituana, soprattutto negli scritti, mentre nella lingua viva nei paesi e nelle tenute. Perciò oggi, quanto più remoto è un angolo della Lituania, quanto più è lontano dal paese e dalla tenuta o dalla strada maestra, tanto più pura e bella è la lingua lituana»²³.
Nel contesto della formazione della linguistica lituana professionale, la teoria della lingua comune di Baranauskas è significativa, oltre che per gli aspetti già menzionati, anche per i motivi seguenti:
1. Essendo direttamente connessa alla necessità di disporre di una grammatica pratica, indicò chiaramente la prospettiva di elaborare una grammatica normativa, mise in primo piano l’importanza dei dati della lingua viva (parlata) e stimolò a modo suo uno studio più intenso dei dialetti e del lessico (cfr. la linea Jaunius — Būga — Jablonskis).
2. Avendo consolidato nella dialettologia lituana il principio di confrontare complessi di tratti dialettali, avvicinò gli studiosi della lingua lituana a un approccio strutturale alla lingua e pose le basi dell’uso della ricostruzione interna. Cominciò a risultare chiaro che non esiste (e non deve esistere) una frattura tra grammatica storica e descrittiva (normativa), poiché non è possibile stabilire norme più solide senza una conoscenza elementare della storia dei dati linguistici (norme della lingua lituana comune scientificamente fondate furono presentate più tardi nella «Grammatica della lingua lituana» di Jablonskis del 1922).
3. Contribuì alla formazione di alcuni criteri per la codificazione della lingua lituana comune, tra i quali vanno menzionati anzitutto la sistematicità, la distribuzione geografica dei dati, la purezza e, forse in parte, la finalità. Questi criteri sono tuttora pertinenti nella pratica della normazione linguistica; va inoltre aggiunto che il chiaro orientamento di Baranauskas non verso gli scritti, bensì verso la lingua parlata, determinò il netto predominio della lingua viva («contadina») nei nostri primi lavori di normazione (cfr. la posizione di Jablonskis e Balčikonis).
Nel valutare le concezioni di Baranauskas nel contesto della linguistica lituana contemporanea, sarebbe opportuno esaminare i suoi principi di classificazione dei dialetti, la teoria delle vocali di tre quantità (la cosiddetta «teoria delle more») e le sue considerazioni specifiche sulla storia di alcuni fenomeni della lingua lituana (spesso assai perspicaci, ma anche chiaramente errate); tuttavia, dato lo spazio limitato dell’articolo, questa volta è stata trattata soltanto la teoria della lingua comune. Essa è del tutto sufficiente per collegare le concezioni teoriche di Baranauskas alla linguistica del XIX secolo nel suo insieme e mostrare come, attraverso questo linguista autodidatta di talento, le idee più avanzate della linguistica dell’epoca siano giunte alla linguistica lituana in formazione e vi abbiano trovato terreno fertile.
TEORIA DELLA LINGUA LETTERARIA DI A. BARANAUSKAS
Riassunto
Le idee progressiste dell’indirizzo naturalistico e della Scuola linguistica di Kazan’, che influirono proficuamente sullo sviluppo della linguistica nazionale lituana, penetrarono soprattutto attraverso la peculiare teoria della lingua comune (letteraria) elaborata da A. Baranauskas nella seconda metà del XIX secolo.
23 Opere citate, p. 133.
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