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Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021)

Menzani, Tito

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123 CLIONET PER UN SENSO DEL TEMPO E DEI LUOGHI numero 5, anno 2021 ISSN: 2533-0977 SPAZI DI GENERE. DONNE E CASE DEL POPOLO IN ROMAGNA (1945-2021) Tito Menzani 1. Premessa Da circa tre anni, un gruppo di ricerca allestito dal Circolo Cooperatori e coordinato da Giancarlo Ciani e Tito Menzani sta lavorando sulla storia delle case del popolo in Romagna1. Il progetto ha prodotto due output principali: il sito internet www.casedelpopolo.it, che censisce il fenomeno a livello territoriale, e il libro Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, che ha contribuito a divulgare questo tema storiografico e a creare un dibattito in merito2. Nel corso del 2021 la ricerca è proseguita abbracciando una prospettiva di genere. Si è ritenuto importante approfondire il rapporto tra donne e case del popolo, nelle varie declinazioni che esso comporta. Innanzi tutto, occorre specificare che ad oggi questo approccio è clamorosamente mancato, e la storiografia sulle case del popolo ha costruito per lo più narrazioni «al maschile». Da un lato è vero che si è trattato di luoghi frequentati prevalentemente da uomini, con consigli di amministrazione e di gestione quasi sempre privi di elementi femminili, e con sezioni di partito ancora una volta animate da esponenti del sesso maschile. Ma dall’altro lato, la presenza delle donne, benché minoritaria, non può dirsi affatto trascurabile, e soprattutto essa assume un valore sul piano storico nel momento in cui è stata qualitativamente importante, nell’ambito di un tragitto di crescente conquista di un ruolo economico e sociale nella Romagna del Novecento. 1 Nell’anno 2021, la presente ricerca ha beneficiato del contributo della Regione Emilia-Romagna, sulla base della legge regionale «Memoria e Storia del Novecento», e del contributo della Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna. 2 Tito Menzani, Federico Morgagni, Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, Milano, Franco Angeli, 2020. DOSSIER 2 Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 124 Tito Menzani Dopo la dittatura fascista – che aveva ricondotto il ruolo femminile a una funzione praticamente ancillare – le donne conquistarono il diritto di voto e fecero sentire la propria voce con un associazionismo di genere ben rappresentato dall’Unione donne italiane (Udi), dal Movimento femminile repubblicano (Mfr) e dal Centro italiano femminile (Cif). Ma tanto restava da fare per ridurre le sperequazioni con la componente maschile, che a metà del Novecento poteva dirsi assolutamente centrale e dunque prevaricante sia nel contesto famigliare che in quello lavorativo. Le case del popolo furono uno spazio che, un poco alla volta, diede alle donne crescenti opportunità. Da un lato la frequentazione delle iniziative politiche, culturali e ricreative rappresentava un modo per uscire dalle mura di casa. Dall’altro, l’organizzazione delle varie attività vide un progressivo coinvolgimento delle donne, inizialmente relegate nelle cucine a far da mangiare per le occasioni conviviali, ma poi capaci di farsi strada, seppur con grande fatica e numerosi sacrifici, negli altri contesti politico-istituzionali imperniati sulla casa del popolo. A partire dagli anni settanta, queste realtà divennero un luogo di elaborazione e di divulgazione delle istanze di genere, con le donne sempre più protagoniste e finalmente partecipi anche in ruoli di responsabilità. La presente ricerca ha scandagliato materiali documentari, a stampa e fotografici per raccontare il tragitto che si è qui voluto abbozzare a grandi linee. In particolare, si è cercato di ricostruire i tempi e i modi di tale processo, ma anche individuare alcuni casi che testimoniano vicende peculiari o emblematiche. Oltre a dare un apporto sul piano storiografico, questa ricerca vuole essere un mezzo per invitare la società civile a riflettere sul valore delle conquiste fatte dalle donne nel secondo Novecento, che troppo spesso vengono percepite come un fatto quasi naturale e scontato, mentre sono state il frutto di un grande impegno e di lotte culturali. Ma soprattutto si sono raccolte delle testimonianze delle dirette interessate. Si è riusciti a selezionare un campione di donne che nel corso della propria vita ha frequentato le case del popolo romagnole e che talvolta ha avuto un ruolo nell’Udi, nel Mfr o in altre associazioni di questo genere3. La collezione di queste testimonianze è stato un primo e importante risultato della ricerca, che ci consente di avere una differente narrazione della storia sociale delle case del popolo romagnole. Ovvero una narrazione «al femminile», in grado di rendere pienamente conto del ruolo delle donne nello sviluppo e nella strutturazione dei contenuti politici, culturali e ricreativi di questi luoghi di aggregazione. 2. Donne e movimento cooperativo Prima di proseguire, vogliamo dedicare un paragrafo al rapporto peculiare tra donne e movimento cooperativo, dato che le case del popolo sono state spesso costituite nella forma giuridica di cooperative ricreative o miste, e hanno quindi trovato una collocazione in questo alveo. La cooperativa è un’impresa nella quale le relazioni tra i soci sono orientate al conseguimento di un fine comune: la realizzazione dello scopo mutualistico attraverso l’esercizio di una specifica attività imprenditoriale. Le cooperative sono state definite un Giano bifronte, perché sono organizzazioni 3 Si ringraziano le dodici intervistate: Fulvia Missiroli, Eugenia Lombardi, Valeria De Lorenzi, Rita Fantoni, Lia Randi, Maria Luisa Bargossi, Marina, Pascoli, Novella Sacchetti, Candia Bassi, Nadia Masini, Brunella Turci, Marilanda Biondi. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021) 125 contraddistinte da una duplice natura. In pratica, coesistono due dimensioni distinte sia pure non rivali: la dimensione economica, perché si tratta di un’impresa che opera entro il mercato, accettandone la logica e le regole, e la dimensione mutualistico-sociale, perché persegue il vantaggio dei soci e fini extraeconomici, e genera esternalità positive a beneficio di altri soggetti e virtualmente dell’intera collettività4. In tutto il mondo operano centinaia di migliaia di imprese cooperative, per un totale di oltre un miliardo di soci. L’Italia è uno dei paesi che vanta una delle tradizioni più importanti in tal senso, perché storicamente capace di esprimere esperienze innovative e all’avanguardia, tanto da aver rappresentato un punto di riferimento per altri movimenti cooperativi di altri paesi5. Sin dalla metà degli anni settanta, diverse ricerche – soprattutto anglosassoni – hanno contribuito a mettere in evidenza come il movimento cooperativo sia stato un veicolo di emancipazione per le donne. Non si tratta di un’affermazione generalizzabile, perché anche all’interno di questo movimento ci sono state forme di discriminazione basate sul genere. Tuttavia, siccome le cooperative sono state storicamente ispirate a valori progressisti, si è spesso messo in evidenza come abbiano rappresentato un mondo che più delle aziende convenzionali ha visto una maturazione e una crescita del ruolo femminile nel mondo del lavoro6. Varie ricerche su casi di studio nei paesi emergenti hanno messo in luce questa funzione sociale anti-sessista7, così come analoghi risultati sono emersi da studi su cooperative con una base etnico-religiosa in paesi ad economia matura8. 4 Stefano Zamagni, Vera Zamagni, La cooperazione. Tra mercato e democrazia economica, Bologna, Il Mulino, 2008. 5 Patrizia Battilani, Harm G. Schröter (a cura di), The Cooperative Business Movement, 1950 to the Present, Cambridge, Cambridge University Press, 2012 (pubblicato, con un saggio ulteriore, anche in italiano: Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, Bologna, Il Mulino, 2013). 6 In particolare si rimanda a Mathilde Savoye, Women’s Cooperative Participation and Fight Against Rural Poverty, Roma, Copac, 1978; Jean Gaffin, David Thoms, Caring and sharing. The centenary history of the Co-operative Women’s Guild, Manchester, Co-operative Union, 1983; Susan Dean, Women in cooperatives, Roma, Copac, 1985; Lee W. Schmucker, Women in Credit Unions. The Untapped Resources, Madison, Woccu, 1993; Gillian Scott, Feminism and the politics of working women. The Women’s Co-operative Guild, 1880s to the Second World War, London, Ucl Press, 1998; Barbara J. Blaszak, The Matriarchs of England’s Co-operative Movement. A Study in Gender Politics and Female Leadership, 1883-1921, Westport, Greenwood Press, 2000; Elisabeth Darling, Leslie Whitworth (a cura di), Women and the Making of Built Space in England, 1870-1950, Aldershot, Ashgate, 2007. Utile anche il volume di Tamae Mizuta, A bibliography of the co-operative women’s guild, Inuyama, Nagoya Economics University, 1988. 7 Ruth B. Dixon-Mueller, Rural women at work. Strategies for development in South Asia, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1978; Jean Stubbs, Mavis Alvarez, Women on the agenda: the cooperative movement in rural Cuba, in Carmen Diana Deere, Magdalena Leon (a cura di), Rural women and state policy: feminist perspectives on Latin American agricultural development, Boulder, Westview press, 1987, pp. 142-161; Ann-Mari Sätre Åhlander, Women and the social economy in transitional Russia, in “Annals of public and cooperative economics / Annales de l’economie publique social et cooperative”, 2000, n. 3, pp. 441-465; Vrajlal K. Sapovadia, Sarla Achuthan, Role of a Woman Leader in Cooperative Dairy Movement: Story of Nddb. Woman Empowering Women, Columbo (Sri Lanka), Ica research centre, 2007; Punita Bhatt Datta, Robert Gailey, Empowering Women Through Social Entrepreneurship: Case Study of a Women’s Cooperative in India, in “Entrepreneurship Theory and Practice”, 2012, n. 3, pp. 569-587. 8 Peter B. Westerlind, From Farm to Factory: the Economic Development of the Kibbutz, Santa Barbara, University of California, 1978; Moshe Schwartz, Susan Lees, Gideon Kressel (a cura di), Rural Cooperatives in Socialist Utopia. Thirty Years of Moshav Development in Israel, Wesport, Praeger, 1995; Jessica Gordon Nembhard, Curtis Haynes jr, Using Mondragon as a Model for African American Urban Redevelopment, in Jonathan M. Feldman, Jessica Gordon Nembhard (a cura di), From Community Economic Development and Ethnic Entrepreneurship to Economic Democracy: The Cooperative Alternative, Norrkoping, National Institute for Working Life, 2002, pp. 111-132; Jessica Gordon Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 126 Tito Menzani In Inghilterra – il paese dove nella prima metà del XIX secolo nacque l’impresa cooperativa – la correlazione con le rivendicazioni femminili fu molto forte. Basti pensare che qui fu fondata nel 1883 la Women’s co-operative guild, ovvero la Lega delle cooperatrici, animata da figure che appartengono alla storia della lotta dei diritti delle donne. Tra queste ricordiamo Alice Cunningham Acland (1849-1935), che ne fu la prima presidente, ma anche Alice Honora Enfield (1882-1935), che nel 1921 fondò l’International women’s co-operative guild, ovvero un network internazionale delle cooperatrici, molto radicato soprattutto nelle colonie o ex colonie britanniche. Non a caso, il rapporto tra movimento cooperativo e movimenti per i diritti delle donne appare molto stretto in tutta l’area del Commonwealth, come ben mostra la monumentale opera di Jack Shaffer9. Tra le cooperatrici di fama internazionale dobbiamo citare anche Beatrice Potter Webb (1858-1943), già introdotta con l’aforisma in esergo, che fu una brillante sociologa ed economista, ma anche una militante del Fabianesimo, con precise idee di riforma sociale, nonché tra le fondatrici della London school of economics. Nel suo celebre lavoro The co-operative movement in Great Britain (1891), sottolineava come nella prima cooperativa di successo al mondo, quella di Rochdale del 1844, «le donne fossero pienamente ammesse come socie, e potessero operare nell’impresa in qualità di consigliere di amministrazione, funzionarie o addette», e che questo avvenisse quasi quarant’anni prima del Married womans’s property act, ovvero una legge anglosassone del 1870 che per la prima volta consentiva alle donne sposate di possedere denaro e beni immobili, quando in precedenza tutto era intestato ai mariti10. Il collegamento fra cooperazione ed emancipazione femminile in Italia è stato molto più tardivo. Guido Bonfante, tra i massimi esperti italiani di diritto dell’impresa cooperativa, nella seconda metà degli anni ottanta dava un giudizio particolarmente severo in merito, rilevando «la disattenzione della legislazione cooperativa verso i diritti della donna»11: Come è noto una delle principali funzioni attribuite alla cooperativa è quella di correggere gli squilibri che il sistema socio-economico inevitabilmente produce. Questa naturale vocazione dell’istituto che nel corso del tempo ha avuto modo di manifestarsi nei confronti degli artigiani, dei contadini, dei braccianti, degli operai, non ha mai trovato un particolare terreno di coltura verso il tema delle disparità nei diritti fra uomo e donna12. A livello storiografico e di studi di genere, si è avuta una proficua stagione di forte interesse su «donne e cooperative» tra la fine degli anni settanta e l’inizio dei novanta13, dopodiché l’argomento Nembhard, Collective Courage: A History of African American Cooperative Economic Thought and Practice, State College, Pennsylvania State University Press, 2014. 9 Jack Shaffer, Historical Dictionary of the Cooperative Movement, Lanham-Londra, The Scarecrow Press, 1999. 10 Beatrice Webb, The co-operative movement in Great Britain, Londra, Swan Sonnenschein & Co, 1891, p. 72. 11 Guido Bonfante, Donna e diritto: la legislazione cooperativa, in L’audacia insolente. La cooperazione femminile, 18861986, Venezia, Marsilio, 1986, pp. 307-313: 312. 12 Ivi, p. 307. 13 Maria Rosa Cutrufelli (a cura di), Le donne protagoniste nel movimento cooperativo: la questione femminile in un’organizzazione produttiva democratica, Milano, Feltrinelli, 1978; Quale spazio, quale lavoro: indagine sulla presenza femminile nelle Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021) 127 ha forse perso di interesse ed è stato trattato in forma più episodica, ma non per questo meno puntuale14. A queste ricerche si sono poi uniti approfondimenti sul tema della conciliazione15, volumi di carattere fotografico16 e contributi di memorialistica17. Sono soprattutto due i libri che hanno maggiormente influito nell’approfondimento di questo tema, e cioè L’audacia insolente18, un volume pionieristico e ad ampio spettro, dal quale è stata tratta la suaccennata citazione di Bonfante, e La Coop di un altro genere19, una curatela di Enrico Mannari che, benché riferita a un singolo segmento del movimento cooperativo, ha utilizzato approcci metodologici nuovi, contribuendo al rilancio del dibattito in merito. Di recente, poi, una ricerca ha messo in evidenza come il movimento cooperativo abbia notevolmente agevolato la formazione tecnica femminile e l’immissione di donne in ruoli aziendali che gli stereotipi di genere consegnavano essenzialmente agli uomini20. strutture cooperative della provincia di Ravenna, Imola, Galeati, 1981; Donatella Ronci (a cura di), Donne, lavoro, partecipazione: un’indagine su 13 cooperative, Roma, Settore femminile della Lega nazionale delle cooperative e mutue, 1984; Desiderio d’impresa: aziende e cooperative al femminile, Bari, Dedalo, 1984; Giochi d’equilibrio: tra lavoro e famiglia le donne della cooperazione nel modello emiliano, Milano, Franco Angeli, 1985; Desiderio d’impresa: aziende e cooperative al femminile, Bari, Dedalo, 1984; La presenza delle donne nelle aziende cooperative in Emilia-Romagna, Bologna, Lega delle Cooperative, 1987; Maria Rosa Cutrufelli, Marta Nicolini (a cura di), La forza delle donne nel movimento cooperativo: qualità sociale, imprenditorialità, forme organizzative, Roma, Editrice cooperativa, 1987; Nadia Tarantini, Roberta Tatafiore (a cura di), Donna in lega. Le inchieste di «noidonne» tra le cooperatrici, Pescara, Medium, 1987; La presenza delle donne nelle aziende cooperative in Emilia-Romagna, Bologna, Lega delle Cooperative, 1987; Il lavoro femminile nel settore cooperativo in Sardegna: problemi e prospettive. Atti del Convegno del 29-30 ottobre 1988, Cagliari, La Tarantola, 1989. 14 Giuliana Bertagnoni, Uomini, donne, valori alle radici di Camst, Bologna, Il Mulino, 2005; Delfina Tromboni, «A noi la libertà non fa paura...». La Lega provinciale delle cooperative e mutue di Ferrara dalle origini alla ricostruzione, 19031945, Bologna, Il Mulino, 2005; Lorenza Malucelli, Lavori di cura. Cooperazione sociale e servizi alla persona. L’esperienza di Cadiai, Bologna, Il Mulino, 2007; Tito Menzani, Aziende di genere. L’imprenditoria femminile sull’Appennino bolognese nella seconda metà del Novecento, in Nelly Valsangiacomo, Luigi Lorenzetti (a cura di), Donne e lavoro. Prospettive per una storia delle montagne europee, XVIII-XX secc., Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 165-185; Antonella Ravaioli, «Se ben che siamo donne...». Ruolo delle donne nella cooperazione ravennate, in Ead. (a cura di), La cooperazione ravennate nel secondo dopoguerra (1945-1980), Ravenna, Longo, 1986, pp. 245-254; Tito Menzani, Self-made women. Donne e imprenditoria nel modello emiliano (1950-1970), in Caterina Liotti (a cura di), Differenza Emilia. Teoria e pratiche politiche delle donne nella costruzione del “modello emiliano”, Roma, Bradypus, 2019, pp. 155-178. 15 Vittorio Filippi, Donne, lavoro, famiglia: il caso di Insieme si può, una cooperativa del Nord-Est, Milano, Franco Angeli, 1997. Si veda anche il saggio di Roberta Curiazi, Donne lavoratrici e problematiche di genere nella cooperazione sociale faentina, in «La rivista della cooperazione», n. 1, 2006, pp. 33-47. 16 Quinto Casadio, Paola Andalò (a cura di), 1911-2011: le donne, gli uomini, le cooperative, l’associazione. Mostra fotografico-documentaria in occasione del centenario di Legacoop Imola, Imola, La Mandragora, 2011; Luciano Liuzzi, Donne nella cooperazione romagnola: fotografie, Bologna, Minerva, 2011. 17 Gabriella Vignudelli (a cura di), Io, noi, le cooperative: le donne della cooperazione modenese raccontano, Carpi, Apm, 2005; Matteo Marchi (a cura di), Storie di donne e di uomini: i primi 50 anni della Cooperativa ricreativo-culturale di Predappio, Forlì, Edit Sapim, 2009. 18 Fra i contributi più significativi: Giuliana Ricci Garotti, Ruolo e presenza delle donne nell’interazione cooperativa-ambiente a Bologna, in L’audacia insolente, cit., pp. 213-221; Anna Rosa Remondini, La presenza femminile nel movimento cooperativo ferrarese, ivi, pp. 222-229; Antonella Ravaioli, Le cooperative braccianti a Ravenna e il ruolo della donna, ivi, pp. 229-238. 19 Enrico Mannari (a cura di), La Coop di un altro genere. Lavoro, rappresentazioni, linguaggi e ruoli al femminile da “La Proletaria” a “Unicoop Tirreno” (1945-2000), Milano, Bruno Mondadori, 2015. 20 Tito Menzani, Istruzione tecnica femminile e impresa cooperativa nel secondo Novecento, in Carlo De Maria, Eloisa Betti (a cura di), Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea, Bologna, Bononia university press, 2021, pp. 155-178. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 128 Tito Menzani Da questi e altri studi, si comprende come le donne abbiano storicamente rappresentato una parte consistente della base sociale e dell’occupazione nella cooperazione. Tuttavia, il loro ruolo nelle posizioni intermedie e di vertice è stato minoritario, con consigli di amministrazione e tecnostrutture prevalentemente di carattere maschile. Solo negli ultimi decenni c’è stata una progressiva ascesa professionale della compagine femminile, a colmare parzialmente il gap con l’altro sesso, ed è sensibilmente aumentato il numero di donne fra i quadri e i manager delle imprese cooperative. È inoltre emerso un importante collegamento, riferito soprattutto al secondo dopoguerra, del movimento cooperativo italiano con l’Udi21, con il Mfr22 e con il Cif23. Non dimentichiamo che alle donne era stato da poco concesso il diritto di voto, e che i grandi partiti di massa lavoravano a processi inclusivi che consentissero il radicamento fra l’elettorato femminile. Conclusa questa rapida disamina, entriamo nel cuore della ricerca, declinando la storia delle case del popolo in termini di genere. Iniziamo con l’analisi di tutti quegli elementi che ne facevano un tradizionale luogo di aggregazione maschile. 3. Le case del popolo: uno spazio storicamente «al maschile» Le case del popolo sono state anche uno specchio della società, per cui nelle varie epoche che esse hanno attraversato sono state una storia di microcosmo prettamente locale. E così, nei centri cittadini come nelle periferie, nelle campagne della bassa come nelle valli appenniniche esse hanno ospitato dinamiche sociali dopotutto tradizionali. In termini di genere, all’inizio del Novecento ciò significava di fatto una totale marginalità delle donne da luoghi di aggregazione dove si fumava, si beveva, si giocava a carte e si discuteva di politica. Vi facevano capolino solo nelle occasioni di feste che coinvolgevano tutta la cittadinanza. Durante il ventennio, con l’avvento delle case del fascio, queste dinamiche furono confermate o addirittura accentuale, dato il ruolo sociale nel quale il regime aveva voluto relegare le donne. Giunta la Liberazione, è vero che le donne ottennero il voto e una serie di altri riconoscimenti sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana, ma la società nella quale si trovavano a vivere le relegava ancora in un contesto pienamente subalterno. A tal proposito, la testimonianza di Candia Bassi ci fa comprendere molto bene come in un’area rurale e periferica della Romagna fosse stato inteso il suffragio universale: Qui a Giovecca abbiamo fatto una piccola ricerca, intervistando donne molto anziane che nel 1946 hanno votato per la prima volta. Ebbene, è emerso questo aspetto. Nella seconda metà degli anni quaranta, 21 Laura Lupo, Movimento femminile e cooperazione nell’elaborazione e nell’esperienza dell’Udi (1943-1947), in L’audacia insolente, cit., pp. 183-212; Stefania Bortoloni, Il movimento cooperativo femminile nella Lega nazionale delle cooperative (1945-1965), ivi, pp. 239-266. 22 Franca Strocchi, Per una storia del Movimento Femminile Repubblicano a Forlì (1862-1960), Roma, Quaderni del movimento femminile repubblicano, 1960. 23 Angela Cenacchi, L’apporto delle donne cristiane, lavoratrici, al pluralismo democratico dal 1945 al 1948, in Emilia Romagna, in Donne e Resistenza in Emilia Romagna. Atti del convegno tenuto a Bologna il 13-14-15 maggio 1977, Milano, Vangelista, 1978, vol. III, pp. 187-194; Marco Gallo, Francesco Di Domenicantonio, Cooperazione femminile, emancipazione della donna, mondo cattolico (1945-1955), in L’audacia insolente, cit., pp. 155-182. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021) 129 ma di fatto anche negli anni cinquanta, gli uomini frequentavano la casa del popolo in occasione di riunioni politiche a ridosso di campagne elettorali, poi andavano a casa e riferivano alle donne come dovevano votare. Per cui, nel 1946, ma anche dopo, le donne erano istruite sul voto dai mariti, dai fratelli, dai padri, dai cognati24. La casa del popolo era tornata a svolgere una funzione aggregativa e politica riferita all’universo maschile e – continua Candia Bassi – le donne erano chiamate a svolgere una funzione ancillare, relativa alle cosiddette faccende di casa: La partecipazione delle donne agli eventi nelle case del popolo c’è sempre stata, ma in un certo senso defilata: lavoravano. Per fare i cappelletti o comunque far da mangiare, apparecchiare e sparecchiare, lavare le stoviglie e mettere in ordine il giorno dopo25. Questo binomio donne-cucina fu una sorta di leit-motiv che attraversa buona parte della storia delle case del popolo del Novecento, sia di tradizione repubblicana che socialista e comunista. Era una sorta di proiezione della struttura famigliare tradizionale all’interno di un luogo di aggregazione: siccome la donna cucinava per il marito e per i figli, allora negli eventi conviviali delle case del popolo, le mogli e le madri degli avventori erano chiamate ai fornelli: Per il IX Febbraio, festa importantissima per il pensiero mazziniano – ricorda Valeria De Lorenzi –, al circolo del Pri di San Pietro in Campiano, ci trovavamo in sedici o in diciassette amiche il pomeriggio del giorno prima, a fare i cappelletti. Andavamo avanti tutta la notte. Il giorno dopo li cucinavamo26. Ricorda molto bene quel tipo di esperienza anche Eugenia Lombardi, che aggiunge: Era un impegno notevole, ma lo facevamo volentieri. […] Ci si trovava fra tante amiche: iscritte al Pri o semplici simpatizzanti. Andavamo avanti a fare i cappelletti finché non avevamo esaurito le materie prime acquistate per farli. Era una cosa molto apprezzata, anche perché era tutta roba fatta in casa27. È molto interessante proporre anche una visione maschile, attraverso i ricordi di Massimo Cimatti, testimone di come l’ingresso delle donne nelle case del popolo di orientamento repubblicano sia avvenuto proprio a seguito di un progressivo rinnovo delle celebrazioni del IX febbraio: Nei miei ricordi infantili, la presenza delle donne, nei nostri Circoli nel corso dell’anno era circoscritta a rare circostanze di cui una era sempre nell’occasione del IX febbraio. Presenza sempre collegata alla classica cena de scartoz [dei cartocci], dove ognuno (ma gli uomini) portava qualcosa di pronto da casa da consumarsi. […] Ecco, in queste occasioni, era facile intuire la presenza (anche se non fisica) delle donne che consegnavano ai mariti la sportla [la confezione col pasto]. Finita la cena si procedeva allo spostamento dei 24 Testimonianza di Candia Bassi. La ricerca citata è stata pubblicata in un opuscoletto intitolato 2 giugno 1946 primo voto alle donne, mimeo. 25 Testimonianza di Candia Bassi. 26 Testimonianza di Valeria De Lorenzi. 27 Testimonianza di Eugenia Lombardi. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 130 Tito Menzani tavoli e si passava all’intrattenimento musicale/danzante ed ecco che, come per incanto, […] comparivano le donne. Le più giovani partecipavano attivamente al ballo mentre le più anziane, sedute in prima fila, curavano con attenzione non solo i cavalieri delle loro figlie, ma attivavano il “taglia e cuci” per ogni giovane signora. Alla fine degli anni sessanta, nel nostro Circolo, la sensibilità di un socio storico, Tullo, vieppiù scapolo, portò alla decisione di affiancare al tradizionale scartoz una cena a tutti gli effetti, cioè caratterizzata dalle minestre regine delle nostre tavole: i caplet e la mnestra e foran [i cappelletti e la minestra al forno]. E la preparazione di questa cena ha ufficializzato l’ingresso delle nostre donne che si sono collocate, in maniera giustamente perentoria, nella direzione delle cucine. Nel nostro Circolo sono rimasti parte della storia i “cicchetti” dell’Angelina (mamma di Giannantonio Mingozzi). Ho citato l’Angelina, perché era la “direttrice” di questo primo gruppo di cuoche, ma ad essa erano affiancate la Lina, la Bruna (mia mamma), l’Isidea (riconosciuta come la più brava a ricordarsi le dosi dei singoli ingredienti) e tutto lo stuolo delle mogli dei soci. Quest’ingresso assolutamente legittimo delle nostre donne non è stato fatto, come si usa dire, in punta di piedi, ma giustamente con piena e totale acquisizione di tutti i ruoli che ruotavano attorno al cibo e gli uomini, per decenni unici attori […]. Ricordo, con un po’ di groppo alla gola, l’intervento delle nostre donne, in particolare dell’Angelina, nell’allestimento delle tavolate ove ci doveva essere lo spazio anche per un abbellimento con vasetti di fiori (si usavano le bottigliette del Campari soda) e, assolutamente, rametti di edera. L’occasione, dunque, era stata data dal IX febbraio, ma da quel giorno le donne non sono più uscite dal Circolo, anzi, nel passar degli anni, hanno aumentato la loro attività, hanno rappresentato e rappresentano una presenza importantissima nella vita e nella sopravvivenza del nostro Circolo28. Sono tante le testimonianze che ci dicono che negli anni del boom economico «le donne erano a fare i cappelletti e a cuocere la salsiccia», oppure «in certi altri casi, si occupavano dei conti della sezione, con carta e penna, a far quadrare l’amministrazione: insomma, tanto lavoro, spesso sottotraccia, ma prezioso, e purtroppo scarsamente riconosciuto»29. E questo nonostante il contesto romagnolo apparisse un poco più avanzato di quello di altre zone d’Italia, anche per via dell’attività svolta durante la Seconda guerra mondiale dai Gruppi di difesa della donna30. In questo contesto, ci sono due ulteriori considerazioni da fare, una relativa alla funzione ricreativa delle case del popolo, l’altra a quella politica. Iniziamo dalla prima e quindi dal bar, che in questi luoghi era lo spazio riservato al gioco delle carte o del biliardo, al consumo di generi voluttuari e alle chiacchiere. Le donne ne erano di fatto escluse, perché si riteneva sconveniente che frequentassero un contesto di quel tipo. Mentre gli uomini, al pomeriggio, erano spesso al bar della casa del popolo a fumare, giocare a carte e discutere – ricorda Maria Luisa Bargossi – le donne non ci andavano. Non ci andavano perché si riteneva che non fosse un luogo adatto a loro. E quindi non lo frequentavano. Le donne entravano nella casa del popolo in occasione di grandi eventi o per partecipare a riunioni dell’Udi o politiche, non per andare al bar31. 28 Testimonianza scritta di Massimo Cimatti, fornita cortesemente da Fulvia Missiroli e Mirella Plazzi. 29 Testimonianza di Maria Luisa Bargossi. 30 Laura Orlandini, La democrazia delle donne: i Gruppi di difesa della donna nella costruzione della Repubblica (1943-1945), Roma, Bradypus, 2018. Cfr. anche Al tabáchi. I Gruppi di difesa della donna nella Resistenza ravennate, 1944-1945, Ravenna, Unione donne in Italia, sezione di Ravenna, 2014. 31 Testimonianza di Lia Randi. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021) 137 nominato Ronco Lido. Funzionava come bar, ma aveva anche una pista da ballo e vi avevano fatto serate alcuni cantanti tra i più in voga del momento. Negli anni settanta fu oggetto di una ristrutturazione, cui seguì l’affido della gestione a una persona esterna e un successivo lento declino del locale, che finì per chiudere praticamente i battenti. […] Con alcune compagne dell’Udi avevamo creato un bel gruppo: i compagni del circolo Arci del Ronco ci dissero “Ma perché non lo gestite voi donne?”. Noi un po’ inconsapevoli decidemmo di iniziare quest’impresa. Fondammo una cooperativa di donne, denominata Iris Versari, in onore all’omonima partigiana. Arrivammo ad avere fino a 200 socie. Gestivamo questo locale e pagavamo un affitto quasi simboli al circolo Arci. […] Eravamo completamente inesperte, ma anche entusiaste. Organizzammo una rete di solidarietà enorme, per rimettere in sesto l’immobile: pulire, imbiancare e arredare. Chiamammo il locale “la Cicala”, in riferimento alla favola di Rodari dove egli dice “Chiedo scusa alla favola antica se non mi piace l’avara formica, io sto dalla parte della cicala che il più bel canto non vende, regala”. Ma proprio nel 1980 uscì un film intitolato “La cicala”, che raccontava una storia ambientata nell’omonimo locale frequentato da camionisti e prostitute. Per cui si generò, ahinoi, un equivoco. A parte questo, il locale consentiva di operare come bar, pizzeria, gelateria e ristorante. […] Volevamo farne un centro di aggregazione femminile, nel quale si discuteva dei problemi delle donne e si tenevano manifestazioni culturali e politiche orientate in tal senso. Ci dovemmo impegnare a gestire non solo culturalmente, ma anche economicamente, tutta la struttura. Fu un’esperienza bellissima, ma anche pesantissima. Eravamo tutte volontarie, più una persona alla quale pagavamo uno stipendio, che stava in cucina o al servizio bar. E tutte le sere occorreva organizzare i turni delle volontarie. […] Riuscimmo a far tornare il locale in auge! Diventò un luogo molto frequentato, anche da tantissime donne di Forlì e dintorni. Ricordo la grande festa per la vittoria del referendum sull’aborto, le iniziative organizzate attorno alla rivista “Noi donne”, le serate con concerti particolarmente partecipati. […] Il tutto funzionò dal 1980 al 1985. Poi quell’esperienza si concluse perché richiedeva un impegno enorme e continuo. Ma fu un qualcosa di unico nella vita di molte di noi, e anche di unico per il territorio forlivese e forse più in generale per la Romagna50. Si trattò indubbiamente di un’esperienza di straordinario valore civile, che richiese un mastodontico impegno da parte delle militanti, ma che contribuì a forgiare una coscienza collettiva impegnata nell’affermare il nuovo ruolo della donna nella società. I tantissimi momenti aggregativi attorno a «la Cicala» furono un susseguirsi di implementazioni culturali e politiche volte a sradicare pregiudizi, invocare maggiori diritti, lottare per una giustizia sociale e di genere. 5. Conclusioni In sintesi, questa nostra indagine in prospettiva storica sul ruolo delle donne nelle case del popolo romagnole ha messo in evidenza due elementi rilevanti sul piano euristico. Il primo è che questi luoghi sono stati un contesto quasi esclusivamente maschile fino al secondo dopoguerra e in certi casi anche negli anni del boom economico. Nonostante le case del popolo siano state un pezzo di storia del movimento cooperativo che, come spiegato, aveva una tradizione internazionale empatica rispetto ai temi di genere, in questo caso tale aspetto a lungo non emerse. Prevaleva, infatti, 50 Testimonianza di Brunella Turci. Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 138 Tito Menzani una dimensione popolare fondamentalmente tradizionalista, che escludeva le donne dal dibattito politico, che riteneva che non fosse opportuno che frequentassero il bar o che giocassero a carte, che ingaggiava la manodopera femminile ogni qualvolta occorreva preparare da mangiare per una ricorrenza o celebrazione, considerando anzi «naturale» questa divisione di ruoli nella società. Di fatto, quindi, le case del popolo – proprio perché si autorappresentavano e si definivano appunto «del popolo» – avevano introiettato il pensiero largamente prevalente sui temi di genere, che assegnava alle donne funzioni operative in cucina e in casa, privandole delle opportunità riservate al contesto maschile. I circoli e le sezioni erano una sorta di specchio della società dell’epoca, e qui si ritrovavano radicati pregiudizi, schemi, paradigmi che rimandavano a un’indubbia arretratezza sui temi della pari dignità di genere. Il secondo elemento euristico che è emerso va viceversa nella direzione opposta. A partire dalla fase più matura del boom economico – se vogliamo, possiamo dire dal «‘68», anno simbolo di un rinnovamento culturale –, le case del popolo divennero un contesto nel quale maturarono istanze progressiste che abbracciavano il tema dei diritti delle donne. Fu, naturalmente, un percorso lungo, accidentato, con varie resistenze, ma comunque importante e significativo. Si potrebbe pensare che fosse un cambiamento dopotutto scontato, allineato a quanto stava accadendo a tutta la società. Ma non è affatto così. Basti pensare che non tutti i luoghi di aggregazione – le parrocchie, i Rotary Club, le società sportive, eccetera – ebbero una sensibilità sui temi di genere con gli stessi tempi e modi delle case del popolo, che con tutti i distinguo del caso furono una sorta di incubatore di rivendicazioni e di esperienze anche molto avanzate, come ad esempio ci insegna il caso de «la Cicala». Qui le donne iscritte all’Udi o al Mfr si riunivano, discutevano, proponevano iniziative culturali, realizzavano campagne politiche per la conquista dei diritti, festeggiavano l’8 marzo, arrivando a coinvolgere progressivamente un numero molto ampio di donne e di uomini, sensibilizzati su questi temi. Dagli anni settanta in poi è molto cambiato il ruolo della donna nella società, nel mondo del lavoro e nelle istituzioni. Naturalmente c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere la pienezza della parità di genere, ma possiamo certamente affermare che le case del popolo sono state uno dei luoghi che ha favorito il tragitto fatto finora. Con il contributo delle voci di dodici protagoniste, abbiamo voluto raccontare una vicenda ad oggi di fatto poco conosciuta, perché la parabola delle case del popolo era sempre stata una narrazione «al maschile» o comunque disattenta ai temi di genere. Abbiamo potuto così far emergere le peculiarità, le resistenze, le contraddizioni ma soprattutto lo straordinario impegno civile che appartengono alla storia di questi luoghi.