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«Le mieux esT L’eNNemi du bieN». roy roseNZWeiG e iL dibaTTiTo americaNo suLLa pubLic hisTory aGLi aLbori deL WorLd Wide Web absTracT Lo studio prende in esame il contributo fornito da Roy Rosenzweig al dibattito sulla public history tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila, una fase in cui il mondo accademico e quello scolastico iniziavano a scoprire le opportunità e i rischi del digitale. Storico americano di formazione democratica e radicale, Rosenzweig fu tra i primi a riconoscere i vantaggi che il digitale può portare nell’ambito della conservazione documentaria e dell’apprendimento, ma anche nell’educazione alla ricerca storica grazie all’accesso diretto alle fonti. Il saggio mette tuttavia in luce anche i limiti del digitale precocemente individuati da Rosenzweig, quali l’assenza di contestualizzazione delle fonti online e di controlli qualitativi su di esse, nonché le restrizioni del copyright. Rosenzweig suggeriva, infatti, di valutare costi e benefici della nuova tecnologia e ciò che essa comporta dal punto di vista educativo e della ricerca storica, proponendo ai colleghi di impegnarsi per garantire una più ampia democratizzazione della conoscenza e una piena accessibilità delle fonti primarie e secondarie. The essay examines Roy Rosenzweig’s contribution to the debate on public history from the 1980s to the early 2000s, a time in which academia and educational institutions began to get acquainted with opportunities and risks of digital data. Rosenzweig, an American historian with a democratic and radical background, was among the first to recognize the advantages of digital data management in the field of archiving and learning, and as far as historical research training is concerned thanks to the remote access to the sources. However, the article also discusses the limits of digital data, which Rosenzweig himself highlighted at an early stage, such as the possible lack of contextualization and of quality control of online historical sources, and copyright restrictions. Rosenzweig suggested assessing both costs and benefits of the new technologies and the outcomes from the point of view of education and historical research, recommending to historians a commitment to a widespread democratization of knowledge and to the full accessibility to primary and secondary sources. Elizabeth L. Eisenstein, autrice dell’ancora oggi dibattuto The Printing Press as an Agent of Change, 1 una ricostruzione in due volumi delle conseguenze innescate dall’invenzione della stampa sulla cultura d’élite, ricordava come il suo interesse per il tema fosse stato inizialmente stimolato dalla lettura di una prolusione tenuta nel 1962 da Carl Bridenbaugh. 2 L’allora presidente dell’American Historical Association aveva apertamente parlato di «high tragedy» nel descrivere il grande mutamento intervenuto nel Novecento per via * link citati in nota sono stati da ultimo consultati il giorno 18 maggio 2018. 1 eiseNsTeiN 1979. 2 brideNbauGh 1963. Acme 2/2018 p. 179-198 - DOI http://dx.doi.org/10.13130/2282-0035/12024
dei processi di urbanizzazione e secolarizzazione, in seguito ai quali era stata cancellata ogni conoscenza e consapevolezza di come si vivesse prima dell’inizio del ventesimo secolo. A detta di Eisenstein, interpretare, secondo quanto faceva Bridenbaugh, come una perdita di memoria il venir meno di tale asset di una cultura condivisa tra lo storico e l’uomo del passato significava giudicare la realtà in maniera astorica, dando adito alla distorta «sensazione di una crisi culturale»3 negli spiriti più conservatori. Quanto rilevato dalla Eisenstein può essere ricondotto alla classica retorica delle innovazioni, che ripresenta, al manifestarsi di ogni scoperta o invenzione, la dicotomia tra esaltazione e scetticismo. Lo stesso dualismo tra utopia salvifica e distopia distruttiva ha riguardato, in tempi più recenti, anche l’avvento di Internet4 e del World Wide Web. Quest’ultimo, al momento della sua rapida espansione a metà anni Novanta, fu accolto da un lato con ottimismo dagli adepti del «sublime tecnologico», sempre convinti che le innovazioni consentano di lottare contro la povertà e le ingiustizie, 5 dall’altro con sospetto e disprezzo. Vi era, infatti, chi metteva in luce la superficialità, la mancanza di spirito critico, la natura effimera di questo mezzo di comunicazione.6 In particolare, secondo la storica Gertrude Himmelfarb, moglie del leader del movimento neoconservatore Irving Kristol, bambini e studenti perderebbero la capacità di concentrarsi sui testi scritti. La gran massa di dati a disposizione con un solo clic comporterebbe, inoltre, molti problemi per la storia culturale, che, non fondandosi sulla combinazione di dati, ma sulla loro comprensione, richiede tempi di assimilazione e gradi di attenzione non conciliabili con un medium per eccellenza postmodernista.7 Se argomenti come quelli avanzati da Himmelfarb ritornavano spesso tra i detrattori del Web,8 vi era tuttavia chi, in quegli stessi anni, affermava con lucidità che era necessario non solo accogliere gli innegabili vantaggi del cyberspazio, ma anche riconoscere l’ineluttabilità della sua affermazione. 9 Tra le voci che con maggiore autorevolezza e ponderazione si espressero in merito all’ascesa del Web vi era lo storico Roy Rosenzweig (1950-2007), il cui nome è oggi legato al Center for History and New Media della George Mason University a Fairfax, in Virginia, da lui fondato nel 1994 con l’obiettivo di utilizzare i media digitali e la tecnologia informatica per «democratize history», incorporando voci diverse, raggiungendo pubblici molteplici e incoraggiando la «popular participation» alla preservazione e alla divulgazione del passato.10 Il pioneristico interesse di Rosenzweig per la tecnologia e i nuovi media era stato infatti mosso, per sua ammissione, 3 eiseNsTeiN 1995, p. 8. 4 Sulle origini di Internet: deTTi-LauriceLLa 2013. Si veda anche pooLe 2005. 5 Per questa categoria, delineata in ambito letterario, vd. marx 1964. 6 birkerTs 1994. 7 himmeLFarb 1996. 8 Lombardi 2004 e la letteratura citata in sTebeLmaN 1997, sebbene datata. 9 Si veda bass 1999. 10 Our Story, https://rrchnm.org/our-story/. Il Centro ha sviluppato progetti di collezioni digitali e strumenti open source come il software Zotero (roseNZWeiG 2007b) e la piattaforma di web-publishing Omeka. Rosenzweig è anche coautore di un libro concepito per introdurre gli storici al Web: coheN-roseNZWeiG 2006. 180 Fabio Guidali
dalla possibilità di raggiungere pubblici nuovi e diversi.11 La sua formazione – che lo collocava su posizioni molto distanti da quelle di Himmelfarb – era stata di tipo democratico e radicale: obiettore di coscienza durante la guerra del Vietnam,12 a Harvard Rosenzweig entrò in contatto con storici legati alla New Left13 alla ricerca di modalità innovative per «utilizzare» il passato e si persuase che «history should be a “social” act»;14 nel 1973 fu tra i fondatori della MARHO, la MidAtlantic Radical Historians Organization, da cui nacque la «Radical History Review», attenta a temi poco considerati dalla storiografia tradizionale (l’imperialismo, la sessualità, le questioni di genere), proprio negli anni in cui negli Stati Uniti nasceva la public history in aperta contrapposizione con la storia condotta dai professionisti del campo.15 Lo stesso Rosenzweig fu, nel 1981, tra i curatori di un fascicolo della «Radical History Review» intitolato Towards a People’s History, in cui si affermava la dignità dei modi «oppositivi» di fare uso della storia da parte delle classi e delle nazionalità subalterne.16 Una testimonianza ricorda perfino come, secondo Rosenzweig, «studying history, when it comes down to it, doesn’t really require that much and not necessarily a university and a professor, that, instead, all it really takes is your interest, a library card, nowadays a computer with internet access, and some people with whom you can talk or correspond, whether or not they have a formal degree».17 A fronte di una simile, apparente messa in discussione del ruolo dello storico accademico, è lecito domandarsi se il contributo di Rosenzweig alla riflessione sulle conseguenze dell’uso del Web sulla professione storica, sull’educazione scolastica e universitaria, ma anche sul vivere civile sia stato un preludio a una chimerica “fine dello storico”, proprio pochi anni dopo l’annuncio della “fine della storia” da parte di un altro studioso americano della sua stessa generazione, Francis Fukuyama. 18 Delineare il dibattito culturale sviluppatosi a cavallo tra gli anni Novanta del ventesimo secolo e i primi anni Duemila negli Stati Uniti, in cui la digital history era già una pratica affermata anche sulla scorta degli approcci quantitativi diffusisi negli anni Settanta,19 consente, inoltre, di individuare quali interrogativi di natura educativa, etica, giuridica e accademica emergevano in quella fase, e quali soluzioni venivano abbozzate, nella consapevolezza che molte delle problematiche che ancora oggi si presentano nell’ambito della didattica e della ricerca storica possono assumere un significato diverso se valutate in una prospettiva di lungo periodo.20 11 summers 2000, pp. 90-91. 12 berNick 2008. 13 Gosse 2005. 14 summers 2000, pp. 90-91. 15 Per una riflessione sull’evoluzione della public history si veda ashToN-keaN 2009. Si faccia riferimento a NoireT 2011, sayer 2015, cauviN 2016 e a NoireT 2017 per uno sguardo internazionale sulla disciplina. Sulla questione della memoria negli Stati Uniti, si veda b asiuK -K uźma m aRKoWsKa -m aZuR 2011. Per l’attuale discussione in Italia vd. berTeLLa FarNeTTi-berTuceLLi-boTTi 2017, ridoLFi 2017. 16 porTer beNsoN-brier-eNTeNmaNN-GoLdsTeiN-roseNZWeiG 1981, p. 3. 17 heriNG 2008. 18 Sul tema della crisi della disciplina, pivaTo 2007 e, più di recente, armiTaGe-GuLdi 2016. 19 Per una panoramica sul rapporto tra storici e informatica, si veda GiL 2015. 20 Sul contesto storiografico più recente, WeLLer 2011 e WeLLer 2013. Sulla situazione italiana, mo181 Roy Rosenzweig e il dibattito ameRicano sulla public histoRy
daL cd-rom aL Web I primi a occuparsi di nuovi media come dischi ottici e CD-ROM, per via del loro potenziale nell’ambito della conservazione documentaria, furono bibliotecari e archivisti,21 ma anche Rosenzweig intuì precocemente che un CD-ROM permette di avere sotto mano una vasta bibliografia, di muoversi tra formati diversi (immagini statiche o in movimento e suoni), di legare tra loro le idee attraverso l’ipertesto,22 nonché di compiere ricerche full-text di grande portata scientifica, ad esempio per indagare l’evoluzione di concetti e categorie storiografiche. Eppure, dopo aver pubblicato in collaborazione con Stephen Brier e Joshua Brown il popolare CD-ROM Who Built America?,23 Rosenzweig invitava a essere cauti, proprio in una fase in cui ogni prodotto interattivo sembrava avviare i suoi ideatori al successo economico.24 In primo luogo, ampliare lo spettro delle ricerche possibili allargandolo anzitutto alla metodologia testuale non avrebbe a suo parere garantito allo storico «real insight» nella materia da indagare, ma solo un risparmio di tempo. In secondo luogo, Rosenzweig riconosceva che era grande la tentazione di utilizzare il vasto spazio d’archiviazione del CD-ROM per un semplice e acritico accumulo di fonti. Per questa ragione, egli affermava che era importante che i prodotti digitali fossero il frutto di un lavoro analitico e di contestualizzazione accuratamente condotto. Non sarebbe dunque dovuta mancare una guida sicura nel mare del materiale reso disponibile: sebbene, infatti, egli fosse consapevole che, per alcuni, la «morte dell’autore» indotta da un prodotto ad alta tecnologia apparisse affascinante, era anche convinto che seguire una direzione predefinita non avrebbe contrastato con la libertà dell’utente di scegliere il proprio percorso conoscitivo25 – una riflessione che già lascia intuire alcuni dei punti sui quali Rosenzweig avrebbe concentrato la sua attenzione al momento dell’affermazione del Web. L’opinione pubblica scopriva intanto la rete grazie al web browser grafico Netscape. È sufficiente sfogliare il «New York Times» dell’autunno del 1995 per constatare come, negli Stati Uniti, si accendesse il dibattito intorno alla regolamentazione di Internet,26 mentre rapidamente la pubblicità passava sul Web27 e anche l’agenzia di stampa Associated Press decideva di investire nella distribuzione online.28 Le possibilità insite nella novità tecnologica interessarono subito alcuni storici, come Richard J. Jensen, fondatore già nel 1993 di Humanities & Social Sciences Online (H-Net) per garantire scambi tra ricercatori, ma a prevalere sul Web furono inizialmente gli amaNiNa 2013; Favero 2014; miNuTi 2015. 21 Terras 2011. 22 roseNZWeiG-brier 1994. 23 roseNZWeiG-brier-broWN 1993. 24 Cfr. marsh 1994. Su questa fase della storia americana, si vedano almeno berGamiNi 2002, pp. 243-257 e morGaN 2012. 25 roseNZWeiG 1995. 26 Lohr 1995. 27 barboZa 1995. 28 markoFF 1995. 182 Fabio Guidali
tori: il primo museo virtuale (WebLouvre, poi WebMuseum)29 fu creato, ad esempio, da uno studente francese. Tutto ciò poneva una serie di questioni che Rosenzweig, insieme ai colleghi Michael O’Malley e Andrew McMichael, affrontava nel primo saggio sul tema pubblicato dalla rivista dell’American Historical Association. Gli autori sottolineavano la portata sociale dell’uso di Internet, fondata sull’accesso remoto alle fonti anche in assenza di biblioteche sul territorio e sul cammino verso un mondo informativo più democratico e meno gerarchico,30 in cui ognuno possa non solo fruire, ma anche creare la propria storia – un’utopia che la storiografia americana coltivava sotto traccia fin dagli anni Trenta, secondo il motto di Carl L. Becker «[e]veryman his own historian». 31 Ciononostante, il Web non avrebbe contribuito a risolvere alcuna questione sociale, soprattutto per via dei costi delle bollette mensili per chi accedeva alla rete dal proprio Personal Computer in assenza di una postazione pubblica. Il fatto che la breve èra del Web «libero» si stava già concludendo, a fronte di ingenti investimenti privati, era inteso, infatti, come una minaccia a quella stessa democratizzazione intravista all’orizzonte. Disponibili, inoltre, erano soltanto fonti canoniche e ufficiali, anche per via delle restrizioni del copyright e dei costi della digitalizzazione, ed era assente qualunque controllo qualitativo sulle risorse online, un problema ancor più grave considerando che la facilità di accesso già lasciava presagire che gli studenti avrebbero investito il Web di maggiore autorità rispetto al libro stampato.32 Un anno e mezzo più tardi, Rosenzweig e O’Malley tornavano a occuparsi del Web con un intervento33 che, oltre a concentrarsi sulle risorse online adatte all’insegnamento della storia americana, forniva una risposta indiretta al saggio di Gertrud Himmelfarb frattanto pubblicato. Gli autori, infatti, dubitavano che il Web definisse un paradigma radicalmente nuovo o un nuovo modo di pensare; almeno in quella fase, esso sarebbe stato solo in grado di consentire o di velocizzare l’accesso a documentazione già esistente e di dare vita a «invented archives», vale a dire a raccolte coerenti di fonti aggregate in rete. Il Web era invece considerato una fonte straordinaria per studiare i molteplici (e personali) modi di utilizzo del passato nel presente, un tema al quale proprio in quegli anni Rosenzweig si stava dedicando a quattro mani con il collega David Thelen, smontando l’idea, cara ai conservatori, dell’esistenza di un’unica narrazione storica nazionale e inclusiva alla quale fare riferimento e da inculcare nelle menti dei cittadini in maniera essenzialmente autoritaria.34 A proposito dell’anarchismo consustanziale al Web, Rosenzweig e O’Malley si dichiaravano convinti che, nel tempo, sarebbero stati messi in atto, da parte degli storici professionisti, strumenti in grado di filtrare i risultati delle interrogazioni della re29 http://www.ibiblio.org/wm/. 30 mcmichaeL-o’maLLey-roseNZWeiG 1996. 31 becker 1932. 32 c oheN -r oseNZWeiG 2006. Negli Stati Uniti l’indagine sui siti di storia (cfr. T riNkLe -m errimaN 2000) precedette di diversi anni un’inchiesta simile condotta in Italia. In merito cfr. c riscioNe -N oi - reT-spaGNoLo-viTaLi 2004. 33 o’maLLey-roseNZWeiG 1997. 34 roseNZWeiG-TheLeN 1998. 183 Roy Rosenzweig e il dibattito ameRicano sulla public histoRy
te senza mettere in discussione l’aspetto libertario ed eclettico di Internet. Replicare il lavoro di archivisti e bibliotecari, che forniscono autorità e ordine al materiale su cui lavora lo storico, non avrebbe contraddetto l’idea di democrazia della rete. A preoccupare era, piuttosto, il rischio che il cyberspazio apparisse più aperto e libero di quanto davvero non fosse, sia perché la rete era principalmente un collettore di idées reçues che riproduceva, «for better and worse»,35 quanto presente nel “mondo reale”, sia per la tendenza alla commercializzazione insita nel Web sin dal suo avvento di massa. Quest’ultimo aspetto lasciava presagire – anche sulla scorta di analisi come quella del sociologo Herbert Irving Schiller, che ha fatto della riduzione degli spazi pubblici a favore dei privati uno dei nuclei della sua riflessione36 – una marginalizzazione di resoconti storici controversi o indipendenti. Per questa ragione, Rosenzweig e O’Malley concludevano che era necessario agire affinché il Web, in quanto nuovo spazio pubblico, rimanesse aperto e accessibile a tutti.37 Su tale questione Rosenzweig ritornava nel 2001,38 segnalando in primo luogo come i privati avessero ormai preso il controllo dei materiali più utili per lo studio della storia, immagazzinando soprattutto fonti secondarie in database a pagamento come JSTOR o Project Muse, che pure erano nati da organizzazioni non profit e per interesse pubblico. Anche la legge di estensione del copyright, approvata nel 1998 negli Stati Uniti a vantaggio delle grandi aziende private – come la Disney, da cui il derisorio appellativo di Mickey Mouse Protection Act – andava nella medesima direzione, senza che gli storici fossero stati coinvolti nelle trattative. Rosenzweig non perdeva in ogni modo di vista la complessità della questione, consapevole che la sua arringa in favore di un accesso più libero39 si scontrava con la necessità di garantire la sostenibilità economica degli stessi database e delle case editrici universitarie, la cui crisi rischiava di bloccare la carriera di promettenti ricercatori.40 Di fronte a un simile circolo vizioso, Rosenzweig ammetteva l’assenza di qualsiasi soluzione immediata, ma non transigeva sul fatto che gli storici non dovessero ignorare tali questioni e che avessero «a great stake in shaping the roads and cars that will populate the future information superhighways». Essi avrebbero avuto il compito di resistere ai tentativi di restringere ulteriormente il public domain alleandosi con i bibliotecari,41 e venivano sollecitati a inserire in rete materiale in modalità open access, anche in considerazione del fatto che gli accademici percettori di sovvenzioni pubbliche dovrebbero sempre condividere i frutti di un lavoro finanziato dalla comunità (un principio adottato oggi dall’Unione Europea, ad esempio per i progetti nel quadro del programma Horizon 2020). 35 o’maLLey-roseNZWeiG 1997. 36 schiLLer 1995. 37 o’maLLey-roseNZWeiG 1997. 38 roseNZWeiG 2001. 39 roseNZWeiG 2005b. In proposito si veda anche WiLLiNsky 2005. 40 È questo quanto attesta un report preparato sotto la supervisione dello stesso Rosenzweig. Cfr. ToWNseNd 2003. 41 roseNZWeiG 2001. Sul ruolo delle biblioteche (pubbliche) negli Stati Uniti, vd. paWLey-robbiNs 2013. 184 Fabio Guidali
Non sorprende pertanto che la nascita di Wikipedia, l’enciclopedia online collaborativa e liberamente consultabile, sia stata accolta con estremo interesse da Rosenzweig, cultore della public history. In uno dei suoi ultimi saggi, pubblicato nel giugno del 2006, egli ne lodava il principio dell’open source e il profilo perlopiù volontario, ma pure la «self-healing quality», per la quale l’eventuale errore può essere rapidamente corretto e una lacuna colmata. Sebbene dunque Wikipedia fosse fin dalle origini circondata da un’aura di «denigration of expertise», i suoi autori sono coinvolti in un processo di «democratic self-education» intenso e diffuso, dal momento che le regole di fondo della scrittura delle voci – il mantenimento di un punto di vista neutrale, la citazione delle fonti, la verificabilità delle affermazioni – hanno molto in comune con la scrittura professionale di storia. 42 Il coinvolgimento nella creazione di testi e prodotti storici era infatti uno dei pilastri della proposta educativa di Rosenzweig, che trovava nel digitale un valido alleato. La sToria diGiTaLe NeLLe auLe di scuoLa Erano state esigenze legate all’insegnamento della disciplina – l’approccio diretto alle fonti – e non opportunità offerte all’indagine accademica a far avvicinare Rosenzweig al digitale, secondo un cammino che lo affrancava sia dalla storia quantitativa fiorita negli anni Settanta, sia dall’approccio centro-europeo alla materia.43 Avendo egli appurato fin dagli anni trascorsi all’università di Harvard che il modo migliore per appassionare gli studenti allo studio della storia è coinvolgerli direttamente nello studio delle fonti primarie, mostrando loro che cosa significhi pensare come uno storico, Rosenzweig si era trovato infatti in difficoltà al momento del suo passaggio, nel 1981, alla George Mason University, un’istituzione più recente, le cui biblioteche non possedevano un patrimonio librario paragonabile a quello della sua università di provenienza.44 A questa condizione di necessità, Rosenzweig affiancò nel tempo la constatazione, dedotta dalle interviste condotte con Thelen, del sostanziale straniamento degli americani dallo studio della storia nelle scuole. Fin dal 1999 egli aveva pertanto sollecitato gli insegnanti a utilizzare la tecnologia per giungere a un «active engagement with learning rather than out of textbook».45 Egli faceva infatti affidamento sui vantaggi della multimedialità, che permette di incrociare i diversi stili di apprendimento, e sugli approcci costruttivistici ed esperienziali (come la creazione collaborativa di pagine Web o musei virtuali), che solo in anni recenti sono stati riconosciuti (anche in Italia) come buone pratiche di insegnamento.46 Insieme al collega Randy Bass, Rosenzweig ancora una volta rimarcava come il digitale consenta di rendere più incisive pratiche 42 roseNZWeiG 2006. 43 JeNseN 2009. 44 roseNZWeiG 2005a. 45 bass-roseNZWeiG 1999. 46 rivoLTeLLa 2015a e rivoLTeLLa 2015b. Si veda anche miNuTi 2011. 185 Roy Rosenzweig e il dibattito ameRicano sulla public histoRy
già esistenti, ad esempio attraverso una rappresentazione del sapere in maniera reticolare o l’accesso a un numero considerevole di punti di vista, senza tuttavia modificare gli intenti formativi (giudicare la qualità di un’informazione, avere a che fare con fon - ti in conflitto tra loro, sviluppare una struttura analitica), che rimangono i medesimi. Un simile orientamento rivela un carattere ecologico, dal momento che si riconosceva come l’introduzione di un nuovo metodo non potesse avvenire acriticamente, ma richiedesse da un lato una preparazione degli insegnanti, dall’altro la libertà di non adottare il digitale. Le tecnologie, infatti, non rappresentano necessariamente la soluzione più adeguata per fornire competenze allo scolaro o allo studente, dal momento che provocano passività se non utilizzate in aula con cognizione di causa. Spirito democratico e studioso del mondo del lavoro, in cui ogni azione riformatrice è da valutare nel suo contesto,47 Rosenzweig era infatti preoccupato del fatto che le tecnologie potessero ampliare il divario lungo la linea di separazione tra classi sociali ed etnie. A fronte di un massiccio investimento tecnologico in campo educativo – una questione molto dibattuta negli Stati Uniti negli ultimi anni dello scorso secolo48 – era indispensabile evitare che le scuole più disagiate sottraessero in maniera avventata risorse ad altri settori, investendo sull’hardware, ma trascurando allo stesso tempo lo sviluppo delle competenze informatiche dei docenti. Negli anni seguenti, le prime osservazioni sull’uso del digitale nelle scuole condotte da Rosenzweig e Bass ebbero modo di trovare conferma. Il Visible Knowledge Project, animato dallo stesso Bass tra il 2000 e il 2005 e vòlto a indagare l’impatto della tecnologia sull’insegnamento delle materie umanistiche, era ad esempio molto cauto nelle sue conclusioni,49 così come gli storici americani si dichiaravano tutto sommato scettici circa l’uso di Internet nelle loro classi.50 Allo stesso tempo, il filosofo della tecnologia Andrew Feenberg, allievo di Herbert Marcuse e già su posizioni vicine alla New Left, pubblicava un pamphlet che promuoveva l’educazione a distanza. In essa egli individuava un dialogo educativo tra studente e docente che avrebbe potuto diventare «a factor making for fundamental social change», se promosso su larga scala.51 Su questo stesso tema, Rosenzweig rispondeva sul prestigioso (e politicamente orientato a sinistra) «The Nation» a una raccolta di saggi dello storico David Noble,52 particolarmente critico nei confronti delle università telematiche private, considerate un grave vulnus alla democrazia; nonostante il suo favore per l’educazione pubblica, insito nella sua posizione politica, Rosenzweig rifiutava qualsiasi arroccamento su posizioni antitecnologiche, con ogni evidenza ancora ben rappresentate in quella fase, e suggeriva di soppesare costi e benefici della nuova tecnologia e di ciò che essa comporta dal punto di vista educativo, sia per gli studenti, sia per la società nel suo complesso. 53 47 roseNZWeiG 1983. 48 Si vedano interventi significativi come oppeNheimer 1997 e raviTch 1998. 49 bass-eyNoN 2009. 50 korNbLiTh-Lasser 2001. 51 FeeNberG 2002. 52 NobLe 2002. 53 roseNZWeiG 2002. 186 Fabio Guidali
A metà degli anni Duemila, Rosenzweig riconosceva, inoltre, che il Web, «like a living organism», aveva trovato il modo di sanare i propri difetti attraverso meccanismi sia di tipo tecnico-statistico (i backlinks), sia di natura “sociale”, ovverosia «nascent forms of peer review», che consistono in «a kind of spontaneous review process generated by the mass of people on the Web». 54 Accanto a questi processi selettivi, Rosenzweig annunciava anche la creazione, da parte del collega Daniel J. Cohen, 55 di uno strumento, il software H-Bot, in grado di effettuare indagini statistiche sui risultati di interrogazioni sul Web e di dimostrarne, su grande scala, l’accuratezza. 56 Secondo il principio psicologico detto wisdom of the crowds57 fatto proprio anche da Wikipedia, infatti, la media delle risposte fornite dai singoli è più vicina al dato reale rispetto alla maggior parte delle risposte individuali, tuttavia Rosenzweig e Cohen erano consapevoli che dal Web è possibile trarre una conoscenza eminentemente fattuale, legata più al consenso intorno a determinate questioni che non a un ragionamento o a un’interpretazione autonoma. Tale constatazione forniva l’occasione per biasimare uno dei simboli del sistema educativo americano, vale a dire i test a scelta multipla, che non soltanto non sarebbero in grado di misurare l’effettivo apprendimento degli studenti (una critica ben conosciuta anche da parte di chi si occupa oggi in Italia dei test INVALSI), ma che perdono credibilità nel momento in cui le nozioni – che sono altra cosa rispetto alla competenza storica – sono facilmente ricavabili online. Lo sviluppo del Web era dunque inteso da Rosenzweig e Cohen come una straordinaria opportunità per ripensare il modo di concepire l’apprendimento della storia, dissaldandolo da una conoscenza puramente mnemonica58 di cui la scuola americana (e non solo) era impregnata. Ciò che più preoccupava Rosenzweig non era il fatto che gli studenti, lasciati liberi di navigare in rete, raccogliessero materiale inadeguato allo studio della storia, quanto che non avessero accesso alle fonti, soprattutto secondarie, più raffinate e ricche.59 Il processo di privatizzazione e chiusura dei database, da lui denunciato fin dai tardi anni Novanta, aveva in effetti posto un freno all’ampio e libero uso del Web, ma egli era anche ben conscio che neppure l’eventuale disponibilità di documentazione di prima mano implica una comprensione della stessa, o un potenziamento delle abilità interpretative. Egli avvertiva che la democratizzazione dell’accesso ai materiali storiografici ha senso soltanto se sviluppata in parallelo all’insegnamento dei criteri di interpretazione delle fonti. Da questo suo convincimento nasceva il progetto Historical Thinking Matters60 presso il Center for History and New Media della George Mason University, con l’obiettivo di educare alla frammentarietà e alla possibile contraddittorietà dei documenti, all’importanza della contestualizzazione, all’analisi di fonti tra 54 roseNZWeiG 2005a. 55 coheN 2006. 56 coheN-roseNZWeiG 2005b. 57 suroWiecki 2004. 58 coheN-roseNZWeiG 2005a. 59 roseNZWeiG 2005a. 60 historicalthinkingmatters.org/. 187 Roy Rosenzweig e il dibattito ameRicano sulla public histoRy
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