scieee AI-readable full text Open interactive document viewer

Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive

Dall’Aglio, Stefano <Università Ca’ Foscari Venezia>

Abstract

In recent years Italian Public History has gone through a process that has transformed it from a series of practices to a more institutionalised discipline. The university teaching and research activities in Public History have to deal with the problem of the discipline’s recognition in a rigid academic system that is based on pre-determined disciplinary areas and in which unconventional research outcomes are discouraged. In this context, the innovative experience of the Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH) at Ca’ Foscari University constitutes a new model of interaction between Public History and universities, with a targeted recruitment and the organisation of a broad range of activities in the field.

Full text

Filologie medievali e moderne 25 | Serie occidentale 21 e-ISSN 2610-9441 | ISSN 2610-945X ISBN [ebook] 978-88-6969-542-1 | ISBN [print] 978-88-6969-543-8 Peer review | Open access 29 Submitted 2021-04-01 | Accepted 2021-04-26 | Published 2021-09-06 © 2021 | bc Creative Commons 4.0 Attribution alone DOI 10.30687/978-88-6969-542-1/002 Knowledgescape Insights on Public Humanities edited by Eugenio Burgio, Franz Fischer, Marco Sartor Edizioni Ca’Foscari Edizioni Ca’Foscari Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Stefano Dall’Aglio Università Ca’ Foscari Venezia, Italia Abstract In recent years Italian Public History has gone through a process that has transformed it from a series of practices to a more institutionalised discipline. The university teaching and research activities in Public History have to deal with the problem of the discipline’s recognition in a rigid academic system that is based on pre-determined disciplinary areas and in which unconventional research outcomes are discouraged. In this context, the innovative experience of the Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH) at Ca’ Foscari University constitutes a new model of interaction between Public History and universities, with a targeted recruitment and the organisation of a broad range of activities in the field. Keywords Public History. Italy. Venice. University. Research. Teaching. Discipline. Sommario 1 La Public History: da pratica a disciplina. – 2 Il riconoscimento della Public History. – 3 L’esperienza del Venice Centre for Digital and Public Humanities. Filologie medievali e moderne 25 | 21 30 Knowledgescape, 29-42 1 La Public History: da pratica a disciplina1 Come docente di Public History, talvolta non posso fare a meno di incappare in una delle convinzioni più diffuse tra chi ne ha soltanto una conoscenza superficiale: quella che ‘sia sempre stata fatta’. In fin dei conti, chi non si è mai imbattuto in un documentario di storia, non ha mai guardato un film storico, o letto un romanzo storico? È fuori di dubbio che la Public History sia stata praticata inconsapevolmente in passato, ed è anche opportuno precisare che non ne esiste una definizione universalmente condivisa, e nondimeno sarebbe sbagliato pensare che essa sia soltanto un nome nuovo (e più trendy) per una vecchia pratica. Come replicare a chi fatica a cogliere la carica innovativa dell’attuale Public History? Proviamo a ipotizzare alcune strade. 1. Innanzitutto la Public History non è soltanto divulgazione della storia, ma anche interazione con il pubblico in ogni fase della ricerca storica, dalla scelta delle domande alla raccolta delle fonti, all’elaborazione della metodologia da adottare. E inoltre la Public History include anche la storia applicata, in cui il pubblico svolge il ruolo del committente e stabilisce il tema stesso della ricerca o (secondo una concezione più nordamericana che europea) in cui la metodologia e la conoscenza della storia vengono impiegate per affrontare le questioni poste dal presente. 2. La seconda possibile risposta è che la divulgazione storica è cambiata, e molto, rispetto al passato. Se un tempo esisteva ben poco rispetto a film, romanzi storici e riviste divulgative, ora lo spettro delle attività di disseminazione della ricerca storica si è ampliato a dismisura. Molta parte di questa profonda trasformazione è legata al digitale, che ha messo in campo una gamma infinita di tecnologie e strumenti per portare avanti e presentare un lavoro di storia con metodologie innovative e raggiungendo pubblici vastissimi, grazie anche alla straordinaria forza di propagazione di internet. E anche lasciando da parte il digitale e il web esistono oggi attività un tempo sconosciute o quasi, dalla living history, agli urban games storici ai musei interattivi. 3. La terza strada per replicare a chi ritiene che la Public History sia sempre esistita, quella più rilevante agli effetti del presente contributo, è che un conto è una pratica e un altro conto è una disciplina, come già notato per la Public History internazionale (Cauvin 2018, 1 Questo contributo nasce da un invito alla giornata internazionale di studi Intersections. New Perspectives for Public Humanities con il quale mi era stato chiesto di presentare l’esperienza del VeDPH, di cui faccio parte, collocandola nel più ampio contesto della Public History italiana. Desidero ringraziare Cecilia Dau Novelli per aver riletto e commentato l’articolo. Ovviamente la responsabilità per le opinioni espresse e per eventuali imprecisioni è soltanto mia. Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Filologie medievali e moderne 25 | 21 31 Knowledgescape, 29-42 5-6). Se è vero, infatti, che già Alexandre Dumas scriveva romanzi storici, è altrettanto vero che l’attività di un romanziere dell’Ottocento non si collocava in un movimento globale fatto di individui con interessi comuni e obiettivi e metodologie condivise. È un discorso che non vale solo per la divulgazione, ma anche per le attività partecipative, nelle quali il pubblico è coinvolto nella produzione della ricerca storica e non solo nella fruizione del suo prodotto finale. Inoltre, un tempo non mancavano soltanto il senso di appartenenza e la consapevolezza propri di coloro che si riconoscono in una disciplina, ma anche qualsiasi tipo di istituzionalizzazione e organizzazione generale di un fenomeno che fino a pochi anni fa, almeno a livello italiano, era anche difficile da individuare e inquadrare. Pur nella mancanza di una definizione univoca, l’attuale Public History italiana è invece fatta di un’associazione nazionale, di un manifesto che ne definisce caratteristiche e obiettivi, di pubblicazioni, di conferenze e di corsi universitari. Come tale, dunque, ha iniziato ad acquisire la consapevolezza e la struttura propria di una disciplina, pur nell’anomalia e nel carattere di novità che ancora la contraddistinguono e nel permanere di alcune comprensibili perplessità (Botti 2017, 105). Ad oggi possiamo senz’altro dire che la Public History non è più quella che nel ‘lontano’ 2011 Serge Noiret, attuale presidente dell’Associazione Italiana di Public History, aveva definito una ‘disciplina fantasma’ (Noiret 2011).2 Riconoscere alla Public History lo status di disciplina universitaria, tuttavia, fa sorgere degli interrogativi che ne toccano la più intima natura. Com’è possibile che una materia nata in antitesi alle università diventi di casa proprio all’interno di esse? Le tradizionali definizioni di Public History, infatti, parlano di storia «outside of academia» (Kelley 1978, 16) o «beyond the classroom» (Sayer 2015, 1-2) per marcare la distanza non solo dalla didattica ma anche e soprattutto dalla torre d’avorio dei docenti autoreferenziali che dialogano tra di loro tramite convegni e pubblicazioni specialistiche ignorando e tagliando fuori il mondo circostante. Le risposte possono essere molteplici. Una prima possibile replica è che non c’è niente di strano nell’insegnare all’interno delle aule universitarie una materia che poi, una volta appresa, verrà messa in pratica altrove. Lo sa bene, ad esempio, un architetto, che costruisce edifici in giro per il mondo ma che proprio nelle aule universitarie ha imparato come farlo. D’altra parte, è innegabile che l’accademia resti il luogo deputato all’acquisizione dei ‘ferri del mestiere’ di storico, ‘public’ o meno che sia (Scanagatta 2017, 317). Un’altra possibile risposta è che anche un docente universitario, pur interagendo quotidianamente con studenti e col2 Su questo punto si veda anche Ravveduto 2017, 139-41. Filologie medievali e moderne 25 | 21 32 Knowledgescape, 29-42 leghi, può instaurare un dialogo con soggetti esterni all’accademia per portare avanti i suoi progetti di ricerca. È il caso dello studioso che collabora con una comunità locale per ricostruirne la storia con metodi di storia partecipativa, shared authority o storia orale, o per comunicare i risultati del suo lavoro. Credo che approcci di questo tipo vadano accolti con favore come un arricchimento di una comunità accademica tradizionalmente troppo avvolta su sé stessa, e non guardati con sospetto e sufficienza come se andassero necessariamente di pari passo con un ridimensionamento della qualità scientifica del lavoro. Nel 2018 il sopracitato Manifesto della Public History italiana ha efficacemente sciolto l’equivoco sull’apparente contrapposizione tra Public History e università spiegando che, se da una parte la disciplina coincide con la storia «all’esterno degli ambienti accademici», dall’altra è anche «un’area di ricerca e di insegnamento universitario finalizzata alla formazione dei public historian» (AIPH 2018, 2; enfasi nell’originale). Bene fa Mirco Carrattieri ad ammonire sul pericolo che la disciplina venga assorbita dalle università perdendo quindi parte della sua natura originaria (Carrattieri 2019, 120). Già quindici anni fa un public historian statunitense esterno all’università aveva suonato un campanello d’allarme: la professionalizzazione accademica consolida la disciplina ma al tempo stesso, per sua natura, ne irrigidisce i confini, limita i margini di creatività al di fuori da schemi predeterminati, e taglia fuori coloro che non soddisfano specifici requisiti (Filene 2006). La consapevolezza dei pericoli, tuttavia, non deve indurre a rifiutare qualsiasi tipo di interazione, arrivando a escludere non solo la possibilità di una formazione strutturata dei public historians, ma anche quella che un accademico possa collaborare con un pubblico diverso da colleghi e studenti. La questione della formazione dei public historians nelle università a sua volta apre la strada a un delicato interrogativo. Chi forma i docenti di Public History? Recentemente Chiara Ottaviano si è domandata se l’università fosse adeguatamente attrezzata (Ottaviano 2017, 53). Una domanda non banale se si considera l’anomalia di una materia che attualmente viene insegnata quasi sempre da chi non l’ha mai studiata, se non da autodidatta. Un paradosso al momento inevitabile, sia perché il primo insegnamento italiano in materia (il Master di Public History dell’Università di Modena e Reggio Emilia) è nato soltanto nel 2015 (Noiret 2015) sia perché i ferrei meccanismi di reclutamento delle università italiane rispondono a criteri ancora difficilmente compatibili con i variegati percorsi formativi della Public History. Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Filologie medievali e moderne 25 | 21 33 Knowledgescape, 29-42 2 Il riconoscimento della Public History Il complesso tema della formazione dei docenti esula dagli obiettivi del presente contributo, con il quale invece si intende adottare una prospettiva più ampia, che investe il problema più generale del riconoscimento della Public History nell’università italiana. Un riconoscimento che a mio giudizio dovrebbe essere attuato almeno in quattro modi distinti. 1. Innanzitutto sarebbe auspicabile un riconoscimento non ufficiale: per troppo tempo gli storici impegnati in lavori di divulgazione o in collaborazioni con il pubblico sono stati guardati con snobismo dagli storici tradizionali, come se il loro lavoro fosse reso meno nobile dall’interazione con una comunità locale o dalla realizzazione di un fumetto o di un prodotto radiofonico destinati al grande pubblico. Un ulteriore pregiudizio riguarda poi la Public History in quanto tale, talvolta denigrata anche da storici che in realtà praticano correntemente alcune forme di divulgazione ad essa riconducibili (Noiret 2017, 14-15). Le cose sono andate cambiando negli ultimi due decenni, ma la questione è tutt’altro che chiusa: prodotti come documentari, webdocs o podcast sono ancora considerati di serie B rispetto a una pubblicazione scientifica, indipendentemente dalla loro qualità. 2. Questo ci porta inevitabilmente al secondo nodo cruciale per il riconoscimento della Public History: il riconoscimento ufficiale dei prodotti della ricerca. Al momento per gli storici la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) gestita dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario della Ricerca) – il censimento ufficiale del lavoro di ricerca svolto nelle università italiane – si basa quasi esclusivamente sulle pubblicazioni scientifiche (ANVUR 2020, art. 5, c. 2).3 Dal punto di vista di questa valutazione – decisiva per la ripartizione dei fondi successivamente erogati dal MIUR alle varie università – gli altri tipi di prodotto sono pressoché irrilevanti. Si tratta, com’è evidente, di condizioni che scoraggiano fortemente uno storico o una storica dal trasformare la propria ricerca in un’app o una graphic novel, indipendentemente dal fatto che queste possano anche essere prodotti di altissima qualità e possano rag - giungere un pubblico molto vasto ed eterogeneo altrimenti difficile da intercettare. È vero che tra i possibili prodotti della ricerca elencati dall’ANVUR figurano anche le mostre e i materiali audiovisivi, ma c’è da domandarsi quali tipologie di prodotti e di studiosi avessero in mente gli estensori del decreto, e come potrebbe essere valutato (se mai fosse presentato) il caso di un video di animazione di argomento storico fatto circolare su YouTube. 3 Altri tipi di prodotti della ricerca contemplati dall’ANVUR non sono applicabili al lavoro degli storici, come progetti architettonici e test psicologici. Filologie medievali e moderne 25 | 21 34 Knowledgescape, 29-42 Esiste – si dirà – la Terza Missione (ANVUR 2020, art. 9). Questa però, all’interno della VQR, costituisce una categoria separata da quella relativa ai prodotti della ricerca (ANVUR 2020, artt. 5-8), e la sua stessa denominazione fa riferimento al suo essere una sfera ‘altra’ rispetto a formazione e ricerca. Ma se prodotti come quelli sopracitati – dal webdoc al podcast – sono il frutto di un lavoro di ricerca (lo stesso decreto ANVUR parla ripetutamente di «legame con i risultati della ricerca scientifica») non è chiaro per quale motivo non possano essere considerati prodotti della ricerca. È evidente che, almeno per quanto attiene alle forme di comunicazione dei risultati del lavoro, il modello che emerge da questo schema ci riconsegna fatalmente l’ingiallita immagine dello studioso rinchiuso nella torre d’avorio, perché i prodotti della ricerca sono soltanto quelli che si rivolgono a un pubblico di pari: accademici, studiosi, esperti della materia. Se il pubblico è invece composto da non specialisti, il lavoro in questione – fosse anche un libro di alta divulgazione frutto di anni di meticolosa ricerca – finisce fatalmente per essere catalogato sotto una voce diversa, il cui status è chiaramente meno nobile come molto inferiore è la sua incidenza sulla valutazione accademica ufficiale. Infatti, attualmente la valutazione della Terza Missione concorre soltanto in minima parte alla ripartizione della quota premiale del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane), almeno i 3/5 della quale vanno assegnati per legge in base ai risultati della VQR.4 Allo stato attuale ogni dipartimento può proporre al massimo due casi di studio, ma le università dovranno sceglierne un numero pari alla metà del numero dei dipartimenti (ANVUR 2020, art. 9, cc. 1-2). Un’ipotetica università di medie dimensioni con dieci dipartimenti, ad esempio, pur avendo migliaia di docenti potrebbe presentare soltanto cinque miseri casi di studio, il che rende quasi impossibile che dei prodotti di storia, e più in generale delle humanities, escano vincitori dall’impari confronto con quelli elaborati da medici, biotecnologi, giuristi, ingegneri ed economisti. Per finire, va precisato che la Terza Missione non coincide con il Public Engagement, come molti in ambiente umanistico credono. Il Public Engagement è soltanto una di dieci aree che includono diversi tipi di attività, dal conseguimento di brevetti alla sperimentazione clinica (ANVUR 2020, art. 9, c. 3), secondo un paradigma in cui la produzione di cultura sembra essere progressivamente subordinata alla produzione di ricavi. Il concetto di Terza Missione tende così a essere appiattito su quello più discutibile di ‘impatto’ prodotto sulla società, sul pericoloso modello dell’impact dell’accademia britannica (De Groot 2018; Smith et al. 2020). La progressiva limitazione 4 Legge 9 agosto 2013, nr. 98, all. 2, art. 60, comma 1. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/08/20/13G00140/sg. Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Filologie medievali e moderne 25 | 21 35 Knowledgescape, 29-42 alle «attività di Terza Missione il cui impatto sia verificabile» (ANVUR 2020, art. 9, c. 1) è d’altra parte certificata dall’avanzare di una nuova denominazione, quella di «Terza Missione e Impatto Sociale» (ANVUR 2018). Una concezione di questo tipo, tuttavia, ci allontana ulteriormente dall’idea di Public Engagement, come anche da quella di Knowledge Transfer. Infatti, se la comunicazione della ricerca storica a un pubblico non specialistico a mio avviso rientra a pieno titolo nei compiti che lo storico dovrebbe svolgere, l’idea che gli studiosi vadano premiati nella misura in cui producono dei cambiamenti concreti, immediati e misurabili nella società contemporanea è a dir poco problematica. Una valutazione di questo tipo penalizza inequivocabilmente le discipline umanistiche e tutti coloro che producono cultura fine a sé stessa, un bene non quantificabile e i cui benefici sul breve periodo sono spesso impercettibili. Intendiamoci: non si tratta di un problema soltanto italiano. Perfino negli Stati Uniti, dove il dibattito sull’argomento è iniziato con almeno trent’anni di anticipo, è già da tempo stato rilevato come l’integrazione della Public History nell’accademia abbia avuto l’effetto di scoraggiare le attività di Public Engagement, considerate «not very serious» non solo per un docente strutturato ma anche per un aspirante tale. In un sistema in cui le progressioni di carriera si basano quasi esclusivamente sulle pubblicazioni scientifiche, il solco tra accademici e practitioners esterni all’università ha finito per essere sempre più profondo (Filene 2006, 14). 3. Il terzo punto, di vitale importanza, riguarda il riconoscimento ufficiale della Public History come disciplina in un sistema universitario caratterizzato da una divisione in settori scientifico-disciplinari che di fatto inibisce l’interdisciplinarietà e irrigidisce le carriere. L’Italia uno dei pochi paesi in cui non può essere aperta una procedura per il reclutamento di un docente di Public History. Le procedure concorsuali devono infatti essere ricondotte ai singoli settori scientifico-disciplinari, e se si bandisce un concorso per un posto di Storia Contemporanea (settore M-STO/04), gli storici antichi, medievali e moderni rimangono inevitabilmente tagliati fuori. E le limitazioni derivanti dall’appartenenza al settore scientifico-disciplinare non riguardano soltanto il reclutamento, ma si estendono ad una vasta gamma di ambiti, dalla didattica alla progressione di carriera, alla valutazione della ricerca (Pascuzzi 2014; De Paola et al. 2015). Come se ne esce? La via d’uscita più semplice sarebbe, se non l’abolizione in toto dei settori scientifico-disciplinari (come, ad esempio, nel Regno Unito), una loro profonda rimodulazione, magari traendo ispirazione dalle molto più larghe macroaree di ricerca previste del- Filologie medievali e moderne 25 | 21 36 Knowledgescape, 29-42 la Comunità Europea.5 In alternativa, si potrebbe pensare alla creazione di un settore specifico di Public History, transdisciplinare e privo di barriere cronologiche. Tuttavia, la definizione di cosa rientra o meno nel settore sarebbe problematica, e il rischio sarebbe quello di uscire da una gabbia per rinchiudersi in un’altra, perché un eventuale lavoro ‘non public’ del nostro storico immaginario ricadrebbe fuori settore con tutte le conseguenze del caso. 4. E siamo arrivati alla quarta e ultima delle strade che l’università italiana dovrebbe percorrere per il riconoscimento della Public History. Per quanto pleonastico, va rimarcato che la materia non sarà integrata nell’accademia italiana (che, beninteso, non vuol dire negare o ridimensionare la sua dimensione extra-universitaria) senza che all’interno di essa ci sia un’adeguata offerta didattica. Un’esigenza irrinunciabile recentemente sottolineata anche da Serge Noiret: «abbiamo bisogno […] che i programmi universitari riconoscano ufficialmente che la Public History è diventata parte del curriculum umanistico» (Noiret 2019b). Beninteso: non tutti gli studenti che seguono un singolo corso di Public History all’università diventeranno public historians, e forse nessuno. Sostenere un singolo esame di diritto o di economia non fa di un laureato in Scienze Politiche un giurista o un economista. Però è bene che gli studenti sappiano di cosa si tratta, come puntualizzava già nel 2011 l’allora presidente dell’American Historical Association Anthony Grafton, auspicando che sempre più università offrissero un assaggio di Public History ai loro studenti prima che questi decidessero cosa fare nella vita (Grafton 2011). Tra l’altro in alcuni contesti il dibattito sull’importanza dell’avviamento alla Public History non si limita più alle aule universitarie ma ormai abbraccia anche quelle scolastiche (Demantowsky 2018). La materia, tuttavia, è ancora del tutto assente dall’orizzonte didattico della maggior parte delle università italiane. Pur volendo accogliere l’interpretazione più estensiva (contando anche i master di comunicazione storica o i dottorati in storia che abbiano la Public History nella declaratoria) in ben 81 istituzioni universitarie su 97 non c’è traccia di ‘storia pubblica’.6 E tuttavia la situazione è in piena evoluzione. Infatti, se prima del 2015 (anno della nascita del citato Master di Modena e Reggio Emilia) la disciplina era inesistente su scala nazionale, adesso il panorama è molto più ricco e articolato, con insegnamenti nei corsi di laurea, a livello di master post-laurea, e anche di dottorato. Se ancora nell’estate del 2018 a livello pre-laurea 5 Billari, F.; Verona, G. (2020). «Una nuova organizzazione per ricerca e università». Corriere della Sera, 2 novembre. https://www.corriere.it/editoriali/20_novembre_01/nuova-organizzazioneper-ricerca-universita-5642f452-1c7b-11eb-a718cfe9e36fab58.shtml. 6 Il numero complessivo delle istituzioni universitarie è ricavato dal sito del MIUR (MIUR 2020). Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Stefano Dall’Aglio Public History e università italiana: esperienze, criticità e prospettive Filologie medievali e moderne 25 | 21 37 Knowledgescape, 29-42 esisteva soltanto un corso di insegnamento universitario di Digital Public History all’Università di Salerno (Carrattieri 2019, 107), ora, all’inizio del 2021, almeno nove corsi singoli contano nella loro denominazione l’espressione ‘Public History’ o ‘storia pubblica’, in molti casi assurta a disciplina autonoma anche senza il sostegno della rassicurante stampella digitale.7 Ai corsi d’insegnamento si aggiungono due programmi di Master (uno di primo e uno di secondo livello) e altri di dottorato, a dimostrazione di una crescita che con tutta probabilità continuerà nei prossimi anni. Indubbiamente anche in Italia vale quanto osservato a livello internazionale: l’insegnamento della Public History è in crescita, in controtendenza con l’insegnamento della storia tradizionale (Parsons 2012; Ress 2019). D’altra parte, è innegabile che l’ascesa della Public History sia legata anche alla cosiddetta ‘crisi della storia’, in termini tanto di prestigio quanto di numero di docenti e studenti (Ottaviano 2017; Zannini 2017; Ridolfi 2017; Savelli 2019, 19-21), che si traduce nell’esigenza di insegnare e praticare la storia in un modo diverso da quello tradizionale. L’Italia, tra l’altro, sta facendo bene anche in ambito europeo, lasciando da parte il caso del Regno Unito, dove un Master di Public History ha fatto la sua comparsa già nel lontano 1996 (Ruskin College, Oxford) e dove la tradizione della disciplina ha radici molto più profonde che nel resto d’Europa (Cauvin 2018, 9). A livello di Europa continentale, il nostro paese è uno di quelli in cui la didattica di Public History è più presente. Secondo il censimento del National Council on Public History, la più grande e antica associazione del settore a livello mondiale, l’Italia è con Germania e Francia il paese con il maggior numero di corsi di laurea o master (NCPH 2020). 8 Non è, tutto sommato, una sorpresa, se consideriamo che il nostro paese ha sviluppato una sua via alla Public History prima di molti altri, forte di tradizioni precedenti proprie sia della ricerca storica – dalla storia orale alla microstoria – sia della divulgazione e dell’intrattenimento – dal romanzo storico alla rievocazione al turismo storico (Bistarelli 2019; Carrattieri 2019). Prima in Europa ad avere una sua associazione nazionale della disciplina (Cauvin 2018, 20; Noiret 2019a), l’Italia è stato anche il paese che ha presentato più proposte di panels (escludendo Germania e USA, il paese organizzatore e la patria della Public History) all’ultima conferenza dell’International Federation for Public History (Marsillo 2019). 7 Le università che al momento hanno corsi di Public History (Master esclusi) sono Cagliari, Campania Vanvitelli, Firenze, Macerata, Modena e Reggio Emilia, Pisa, Salerno, Trieste e Ca’ Foscari Venezia (Tucci 2021). 8 Il dato si basa sulla somma di undergraduate e graduate programmes per un totale di 236 corsi.