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Forme e figure della psicomotricità Ivana Padoan 1. Premessa L’educazione psicomotoria è diventata una pratica educativa attorno agli anni ’60. La sua storia, le ricerche e le pratiche risentono della trasformazione educativa di un modello di intervento di matrice trasmissiva o applicativa verso un processo educativo globale e relazionale della persona attraverso la scoperta, la ricerca, le pratiche attive. Su queste referenze lo specifico psicomotorio si appoggia su un’epistemologia personale del conoscere e dell’apprendere da parte del soggetto in quanto sistema globale, autopoietico, dinamico, incarnato nel contesto d’azione. La dimensione educativa della psicomotricità non si limita tuttavia al solo processo educativo. Se la sua origine presenta per lo più una matrice rieducativa, lo sviluppo ha assunto direzioni di prevenzione, di appoggio e sostegno educativo, rieducativo e terapeutico. Le sue referenze culturali e teoriche sono complesse e interdisciplinari e pongono l’accento sul dominio del soggetto autopoietico e autoreferente del proprio futuro. 2. Breve excursus storico La pratica della psicomotricità nasce come base clinica, per curare le difficoltà nei centri psicomotori di malati mentali o lesionati. Una rieducazione psico-motoria debutta negli anni ’30 con P. Pétat, professore di educazione fisica, a seguito delle intuizioni dei clinici Tissié e Janet. L’intervento cerca di mettere insieme le nozioni cliniche della psicologia con la rieducazione del movimento per un migliore adattamento dei soggetti clinici o in difficoltà. L’obiettivo era arrivare alla padronanza e al controllo di sé attraverso Ivana Maria Padoan, University of Venice Ca’ Foscari, [email protected], 0000-0002-3430-2539 Ivana Padoan, Forme e figure della psicomotricità, © 2019 Author(s), CC BY 4.0 International, DOI 10.36253/978-88-5518-009-2.12, in Gianfranco Bandini, Stefano Oliviero (edited by), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, © 2019 Author(s), content CC BY 4.0 International, metadata CC0 1.0 Universal, published by Firenze University Press (www.fupress.com), ISSN 2704-5919 (online), ISBN 978-88-5518-009-2 (PDF), DOI 10.36253/978-88-5518-009-2
104 Ivana Padoan il trattamento del movimento considerato la rappresentazione di una psiche disordinata o inibita. Il trattamento del movimento avviene attraverso esercizi fisici, ipnosi e pratiche corporee meno costrittive di quelle prettamente cliniche e medicali. Vengono proposte azioni di persuasione, di concentrazione, di respirazione. Lo stesso avviene nella cura dei minori, all’interno di istituzioni e scuole speciali per il trattamento delle difficoltà fisiche e psichiche. Tuttavia la progressiva istituzionalizzazione dell’attività psico-motoria anche nelle scuole riduce lo sfondo psicologico dell’intervento a favore dell’imperativo igienista sportivo. Viene ridotto quindi l’obiettivo della salute psicofisica a favore di un mantenimento fisiologico e delle competenze motorie in funzione di un miglior adattamento. Tuttavia l’incontro fra la psicomotricità e la psicologia avviene nuovamente con la ricerca di H. Wallon1, che lascia intravedere un legame tra l’affettività e i disordini della motricità. Nasce quindi la rieducazione psico-motoria in clinica e a scuola per correggere i comportamenti dell’equilibrio con l’acquisizione di automatismi di sviluppo, della coordinazione e della padronanza motoria. Tutto il lavoro parte dal presupposto che il controllo del corpo induce la calma dello spirito e della mente. Agli esercizi psicomotori si accompagnano esercizi di rilassamento attraverso fasi simmetriche o asimmetriche, logiche ritmiche di contrasto. Per ritornare alle riflessioni precedenti, siamo di fronte a un concetto deterministico e strumentale del rapporto corpo mente anche se comincia a emerge il concetto, il riconoscimento di una relazione corpo-movimentopsiche. Siamo sicuramente lontani dalla separazione mente-corpo di Cartesio, ma sempre all’interno di una logica dominante della mente sul corpo. Il corpo è ancora concepito come strumento. Ben presto l’intervento psicomotorio si allarga al trattamento dei disturbi scolastici e dell’apprendimento, ed è nella rieducazione scolastica che emerge la prima rottura con la psico-motricità anatomo-meccanica. È con lo psichiatra Ajuriaguerra (1980) e la sua equipe medico educativa in ambito scolastico, che vengono definiti alcuni principi educativi ispirati da un’altra logica2. Ajuriaguerra mette in relazione difficoltà di parola, di lettura, di scrittura e di pensiero con la motricità. Queste difficoltà si basano su un difetto di maturazione dello sfondo tonico. L’esame dei disturbi nei soggetti dimostra delle reazioni emotive esagerate. Come dunque educarli? Alla base del trattamento di Ajuriaguerra, vi è la concezione di un corpo globale, all’inizio frammentato in zone privilegiate, successivamente ricomposto in uno schema corporeo a partire dal quale si elabora la nozione di spazio. Uno spazio inizialmente limitato al campo visivo, successivamente esteso al movimento, poi spazio estensivo caricato dalle produzioni fisico-emotive e cognitive del soggetto. 1 Wallon (1984). 2 Ajuriaguerra (1980).
105 FORME E FIGURE DELLA PSICOMOTRICITÀ Ma Ajuriaguerra va ancora più lontano. Riferendosi ai lavori di W. Reich e A. Freud, che hanno dimostrato il ruolo considerevole dei meccanismi di difesa dell’io, nelle strutture caratteriali e nevrotiche, individua nella concezione di “corpo proprio” di Vallon, un senso dell’io più concreto. Per ritornare alle riflessioni precedenti non siamo ancora in una logica immanente o fenomenologica del corpo, ma nel riconoscimento di una personalizzazione unica e valoriale del soggetto-corpo-movimento, che costituisce ciò che Lacan sottolineava come “stadio dello specchio”. Lo stadio dello specchio è il momento in cui il bambino anticipa, attraverso l’immagine, la sua unità corporea che succede alla fase più arcaica, in cui corpo è vissuto nello spezzettamento3. Come avviene infatti il superamento del corpo spezzettato? Grazie alla maturazione del sistema relazionale che non può essere separato dal movimento e dallo schema corporeo. L’unità del corpo non può essere realizzata che nella misura in cui il bambino arriva a padroneggiare di meglio in meglio con la sua motricità la relazione nello spazio-tempo. Nella prospettiva di Ajuriaguerra, la consistenza dell’io non si limita ai meccanismi di difesa, come sostiene una certa psicoanalisi, essa è inerente anche alle esperienze di vissuto e di approccio del soggetto al mondo, nel mondo. Nella misura di un funzionamento neurologico adeguato, le condotte psicomotorie attivano l’apparizione della coscienza del corpo che va a permettere la padronanza progressiva del gesto e la diversificazione delle comunicazioni con l’altro. Ajuriaguerra diventa il primo autore che tenta una tesi psicomotoria integrata tra le concezioni psicoanalitiche, neurofisiologiche e psicologiche. 3. Paradigmi della psicomotricità Senza ricorrere ad Aristotele, alla sua fisica del movimento come ontologia del soggetto, il discorso della psicomotricità apre al processo di un’ontologia della forma come autopoiesis organizzativa del soggetto nei vari contesti auto-biografici: comunicativi, relazionali, spaziali temporali, creativi e creazionali. Il soggetto è l’agente del processo con cui le espressioni e le azioni si esprimono, si misurano, si autoregolano, si sviluppano, si autonomizzano passando attraverso le diverse partnership che il soggetto incrocia nel proprio agire. Vi sono alcuni epistemi che caratterizzano la psicomotricità come pratica originale nel campo educativo, rieducativo e terapeutico del soggetto. 3.1 In principio era il corpo Da sempre il corpo è oggetto/soggetto di studio: dal corpo esiliato dalla mente, al corpo strumento della conoscenza, al corpo mistico del divino, al 3 Lacan (1974).
106 Ivana Padoan corpo naturale, biologico, tecnologico, enattivo. Sono concezioni generate dai diversi modelli di rappresentazione dell’umano, nel rapporto con la conoscenza, con l’apprendimento, con la cura. Nella tradizione filosofica e pedagogica, il concetto di corpo è passato attraverso diverse rappresentazioni, basta pensare a Platone, a Kant, a Cartesio e a Hegel. Con Spinoza il corpo prende un altro significato. Deleuze4, rileggendo Spinoza5, parte da una semplice frase che dice: noi non sappiamo ancora niente di ciò di cui il corpo è capace6. Per Spinoza il corpo è potenza nella sua espressione soggettivo-sostanziale, costitutivo “vero” dello statuto del vivente. Si tratta di corpo agente e non agito. Un corpo che conosce ponendosi all’ascolto nella relazione che instaura con il mondo ma anche con la trascendenza. Per dirla con Bateson7, il corpo, come la mente del resto, non parla di sé ma parla della relazione che l’io/sé trattiene nel e con il mondo esterno e interno. Ma di quale corpo si parla? Di un corpo fisico? In parte. L’apporto delle scienze neuropsicologiche – non riduttive – e della fenomenologia, sostengono che cervello, corpo e ambiente sono parte di un intreccio inestricabile in cui si situa l’esperienza del soggetto nel corso della sua esistenza. Cosa viene messo in gioco in questa relazione? Che cosa in essa si gioca, risuona?8. È la dimensione dell’ascoltare che va messa in gioco per comprendere. Ascolto come prestare orecchio o ascolto, come tensione, intuizione, intenzione, attenzione? Ascoltare, sentire, sentirsi, non sono attributi del pensiero razionale, ma lo sono di una mente corporea. Siamo in una dimensione fenomenologica del corpo inteso come corpo pensante, vissuto relazionale, corpo che sente prima di interpretare. La dimensione fenomenologica cambia il senso del sentire. Un sentire non prodotto dei sensi, non percipiente, ma prodotto di una risonanza portata dal senso, un sentire che cambia l’oggetto del vedere, dell’udire dell’udito, del tatto del contatto. Un sentire che viene da dentro e da fuori e che prima di portare alla rappresentazione, porta a una risonanza di un profondo che si manifesta attraverso l’espressione. Questo corpo che intende può comprendere? Può darsi una ragione? Vi sono due significati nella parola «com-prensione”» dice Nancy9: comprendere un contenuto e comprendere un senso. Comprendere un contenuto significa attivare un corpo-pensiero, un corpo che conosce già e che usa la 4 Deleuze (2007). 5 Spinoza (2007). 6 Spinoza (2007: III, Prop. 2). 7 Bateson (1993). 8 Nancy (2002: 8). 9 Nancy (2002: 9).
107 FORME E FIGURE DELLA PSICOMOTRICITÀ mente per definire se stesso e il mondo10. Comprendere un senso significa descrivere, non definire il rapporto del sé con il mondo. La mente pensante non definisce a priori perché è carica di significanti, di sensazioni, di movimenti, di sentimenti e questo la porta ad essere tesa «verso il possibile, il non immediatamente accessibile»11. La questione dell’accessibile limita il prodotto della mente pensante perché viene sottoposta ai vincoli esterni del soggetto. Questo limite condiziona i soggetti attivando i sistemi e le reazioni comportamentali pre-determinate. Al contrario, il senso del possibile lascia spazio all’espressione, all’esplorazione, alla sperimentazione, a quel sentimento di pienezza che solo un corpo pensante può produrre. Pienezza nel senso di sistema corpo/psiche, corpo/ mente, dimensione non necessariamente consapevole, ma in grado di allenarsi a ri-costruire coscienza e consapevolezza nella relazione. La questione del possibile mette in gioco il piano di ragione e le condizioni che i sistemi personali e sociali esprimono. La cultura della ragione intesa come razionalità costruttiva del soggetto, cerca di sottomettere la realtà ai domini imperativi delle norme e delle regole. Il prodotto che ne risulta sono i comportamenti, le strutture corporee e mentali trattate a fini di norme o di obiettivi intenzionali, rappresentati dal mondo esterno. Anche il mondo interno del soggetto può essere carico di norme o di obiettivi intenzionali. Sono tracce derivate da precedenti rapporti con il mondo. Queste tracce non sono necessariamente consapevoli a priori. Sono tracce più o meno profonde, incardinate, incastrate in un vissuto che si presenta come ripetitivo e reificante. Siamo tutti prigionieri della propria storia – dice Mezirow12 – in quanto discenti, siamo prigionieri della nostra storia personale. Per quanto capaci di dare un significato alle nostre esperienze, tutti noi partiamo da ciò che c’è stato dato, e operiamo entro gli orizzonti fissati dal modo di vedere e di capire che abbiamo acquisito attraverso l’apprendimento e le sensazioni pregresse. Questo apprendimento avviene soprattutto nell’infanzia, sia attraverso la socializzazione, l’apprendimento tacito informale delle norme (tramite i genitori, i compagni e i mentori che ci permettono di integrarci nella società) sia attraverso la formazione scolastica. Nonostante i ripetuti inviti a diventare più autodiretti nel proprio percorso formativo, l’apprendimento fornitoci dalla nostra cultura specifica e dalle imposizioni dei genitori o degli insegnanti, è quello che noi assumiamo principalmente. Quei codici di percezione, di rappresentazione e di interpre10 La psicomotricità parla di mente corporea, di embodied. I termini embodied, embedded ed enacted, impiegati dalle teorie della mente corporea, considerano le nostre vite, le nostre menti e le nostre conoscenze come corporee, contestuali e comportamentali, espressione delle proprietà biologiche che l’interazione dei nostri corpi con l’ambiente interno ed esterno organizza come identità e realtà concrete e materiali. 11 Nancy (2002: 11). 12 Mezirow (2003).
108 Ivana Padoan tazione, quei simboli determinati dal linguaggio, dalla cultura e dall’esperienza sociale, concorrono a porre dei limiti al futuro possibile13. L’esclusione del corpo dal sistema razionale ha permesso così di separare la cognizione dall’empatia, dalla coscienza e dall’etica. Tuttavia il recente sviluppo degli studi neurobiologici e neuropsicologici ha portato all’attenzione il ruolo dell’agency del corpo che influisce sul correlato cerebrale di tali processi e sul superamento delle classiche dicotomie cognizione/emozione, mente/corpo, proponendo uno studio della mente incarnata e non ridotta al cervello14. La mente incarnata ripropone il principio esperienziale come principio di originalità e individualità del soggetto, di riconoscimento del proprio corpo come appartenente al proprio sé, e non solo. Questo meccanismo è anche implicato nell’attribuzione alla propria mente, di oggetti non biologici, come protesi o strumenti. Si tratta di una caratteristica fondamentale della mente “estesa”, grazie alla quale si sviluppa la consapevolezza del proprio corpo e di un senso coerente di se stessi nel mondo, in relazione con gli altri. Mente corporea non è solo processo o prodotto cognitivo ma è l’organizzazione delle strutture di azione manifeste e tacite che esprimiamo. Dall’integrazione della fenomenologia con le neuroscienze emerge un nuovo approccio che considera nel corpo espressivo la narrazione attraverso la quale l’esistenza umana dispiega tutte le proprie possibilità. La considerazione del corpo che la psicomotricità esprime, permette di guardare con occhi nuovi all’educazione, alla rieducazione, alla terapia. 3.2 Il secondo episteme: la relazione Nell’Etica, Spinoza (1632–1677) pone il tema dell’espressione come categoria fondamentale dell’ontologia dell’essere: L’espressione è un movimento connettivo e immanente. La sostanza si distende in infiniti, differenti rapporti, e non si distingue da essi. Nulla accade al di fuori della sostanza. L’espressione è la diretta articolazione di ciò che si esprime15. L’espressione mobilizza la sostanza, apre alla differenza delle sue componenti. Non necessariamente sono componenti di ragione: pensiero, idee, azioni16 ma piuttosto una serie di attività differenziate. Non sono attività definibili ma proposizioni, ovvero approcci critici della relazione, rappresentativi di una certa autonomia del soggetto. Partecipano come insieme del movimento, del pensiero, del sentimento. 13 Mezirow (2003: 9). 14 Damasio (1999). 15 Pardi (2007: 19). 16 Nietzsche sottolineava che c’era più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza.
109 FORME E FIGURE DELLA PSICOMOTRICITÀ Ma come si realizzano queste connessioni? Attraverso l’esperienza, un rapporto continuo di relazioni, di insiemi, di insiemi di insiemi. Le esperienze si generano attraverso il rapporto nel raccordo tra attività e passività, ne deriva un costrutto complesso allo stesso tempo singolare e distinto. L’espressione si attiva in relazione, entrando in contatto con elementi esterni. Questi elementi provengono dagli incontri, dalla vita stessa. Secondo Deleuze, la sostanza matrice dell’espressione è infinita differenza, in un universo di sfumature qualitative17. La sua connessione – dice ancora Deleuze con Spinoza – dipende dall’affezione. Anche se il valore formale ne definisce il che cosa, il contenuto dell’espressione, il valore qualitativo è rappresentato dal come della relazione. Questo come è essenzialmente singolare, allo stesso tempo necessario; impossibile dunque la ripetizione di un altro uguale a se stesso. L’espressione diventa, con Deleuze, la forma produttrice di senso, una danza18 più che una forma – come dice Spinoza –, una produzione storica del senso, una relazione, non una verità da cercare. Per Deleuze l’espressione scardina la passività del soggetto, produce quella virtualità che l’autore considera vita, intesa come affermazione di senso e dunque potenza19. Ma perché la relazione è così fondativa? All’inizio del testo Mente e natura, Bateson si chiede perché gli insegnanti non si occupano della relazione. Per Bateson la relazione viene prima dell’io e del tu. È la relazione che sviluppa l’io e il tu. La relazione viene prima dei soggetti o degli oggetti altrimenti non si capisce il senso e il fine degli atti, dei pensieri e dei comportamenti. Richiede una messa a sistema del processo che il soggetto agisce, attraverso una serie di dispositivi flessibili che vanno dall’uso del linguaggio verbale e non verbale, dai dispositivi dello spazio, del senso del tempo e dell’uso degli oggetti, una spazializzazione di questi che si presta all’esplorazione, all’osservazione e alla costruzione di significati costruttori di ulteriori relazioni e funzioni. È una cornice che contiene le performance di cui siamo agenti o agiti. L’apprendimento stesso è relazione. La relazione costruisce cornici per la comunicazione, per la creazione, per l’esperienza, per i programmi disciplina17 Deleuze (2007: 21). 18 Per Bateson (1984: 37) «La logica e la quantità si dimostrano strumenti inadeguati per descrivere i fenomeni dell’organizzazione biologica e dell’interazione umana». L’autore evidenzia la complessa dinamica della condizione umana che, pur non essendo né sostanza né energia, scorre in complessi rivoli all’interno delle menti e fra le menti, compenetrando tutto quello che conosciamo come umano, in disegni che possiedono una misteriosa regolarità. Lo stesso flusso circolare di informazione serve per autoregolarsi e mantenere la propria identità. La mente, non necessariamente in termini di parti componenti, meccaniche e strumentali, conduce la danza delle parti interagenti fissate dalle costruzioni relazionali del sistema a cui corrispondono. 19 Deleuze (2007: 22).
110 Ivana Padoan ri; agisce tra i soggetti e gli oggetti, da senso, identità, comportamento, idea, pensiero forma e figure. È sfondo costruttore di espressioni di autonomia, di pensiero, di valore, di agire, di capabilities (saper funzionare in situazioni differenti), di decostruzione del senso precedente. La relazione traccia legami, confini e differenze tra i partner. Qualcuno potrebbe chiedersi e i contenuti? I contenuti dipendono dalla relazione (stocastica) o sono convenzioni. Nella misura in cui la psicomotricità interviene svelando i paradigmi più profondi che dipendono dalle relazioni primarie, può liberare la mente dai dispositivi, dai vincoli, non consapevoli e aprire alla consapevolezza delle espressioni. La concezione relazionale apre a una visione olistica e globale dell’esperienza corporea. Lo spazio psicomotorio diventa spazio di incontro in cui si manifestano, si nutrono, si legano gli affetti del “corpo-sostanza” che le espressioni relazionali sviluppano nei contesti di incontro e di dialogo tra l’ambiente e il bambino. Questi spazi nutrono la dimensione inconscia del soggetto. In questo senso i disordini psicomotori e delle condotte, lo stesso disagio scolastico sono sintomi di un più ampio problema affettivo e affettuale del vissuto del soggetto. Ciò che cambia è il riconoscimento della connessione fra l’aspetto fisiologico, neurofisiologico e psicologico, in un tutto integrato, in cui l’aspetto emozionale nel senso di espressione, è la cifra decisiva dell’agire della conoscenza e delle sue differenze. Progressivamente cambia anche il significato di difficoltà e di funzionamento. Le fragilità, l’impotenza, gli impedimenti, che le mancanze fisiche e psichiche comportano, non vengono più considerate un’anormalità del soggetto, non più etichette di minorità, ma vengono lette e identificate – per ricordare il termine di Deleuze – come differenze. L’handicap fisico o psichico non rappresenta una condizione umana diminuita, una condizione di minorità, ma identifica la diversità, la differenza della pluralità della realtà umana. Con Bateson, con Maturana e Varela e con il concetto di mente estesa di Clark, il discorso diventa molto più complesso nel comprendere la realtà, non soltanto come fatto umano o in rapporto con l’umano, ma come complessità dei viventi e dei non viventi20. Ciò che Deleuze e Spinoza consideravano dinamismo della sostanza, nella logica della complessità diventa sinonimo di sistema aperto alla comunicazione, estensione a venire, incontri stocastici, strutture ricorsive. 3.3 Il terzo episteme concerne l’agire Wallon, nel 1948, si chiedeva l’agire forma il pensiero? Il pensiero precede e procede dall’atto ma non diventa relazione se non porta all’agire. Bisogna però fare attenzione al fare la cui finalità è la produzione e impedisce 20 Bateson (1984); Maturana e Varela (1987); Clark e Chalmers (2002).
111 FORME E FIGURE DELLA PSICOMOTRICITÀ “l’agire”, la cui finalità è la creazione. E nello stesso tempo è un modo per ritrovare se stessi. L’agire psicomotorio permette di padroneggiare la materia interna ed esterna e dare senso alla capacità di trasformare il mondo del soggetto. Quale mondo? Quello della relazione in cui il soggetto si situa. L’essere umano è organizzativamente relazionale – dice Bateson –, e il suo sviluppo si costituisce e si costruisce attraverso la relazione. Come agiscono pensiero e agire? Uno viene prima e uno viene dopo? Sono separati, sono gerarchici? Hanno dei codici? Nella progressione si disfano delle croste, si abbandonano schemi. Nel momento stesso in cui si abbandona un attaccamento, l’io si è già riorganizzato sul quel particolare modello o abbandono. Occorre quindi sorveglianza, adattamento, aderenza continua e ininterrotta. Bisogna costruire un certo grado di intimità nella relazione tra pensiero e azione. L’educazione psicomotoria ha questo compito: promuovere questa intimità tra pensiero e azione in modo tale che si connettano insieme ricorsivamente. Questi presupposti vanno a modificare lo sfondo dell’agire educativo, la sua epistemologia, il senso, le pratiche. Cambia l’idea di formazione come trasmissione o esperienza, aprendo all’autopoiesis del soggetto, al protagonismo della relazione, l’autonomia, la libertà d’azione; cambia la forma dell’educare, dell’insegnare, non diretta ma indiretta, interrogativa-riflessiva, cambia l’organizzazione degli spazi e dei tempi, l’uso dei materiali, la distribuzione dei contenuti a favore di strutture interne da proiettare e riconoscere nel rapporto con le strutture esterne attraverso l’esplorare, decostruire, ricostruire, costruire, ricercare. Non siamo lontani dal principio di piacere e di realtà di Piaget, solo che fra i due non vi è una separazione ma una relazione ricorsiva e abduttiva. Questo comporta una de-costruzione di interventi educativi e clinici strumentali e una prospettiva di ricostruzione di matrice relazionale della pluralità e complessità dell’intervento. Ogni prospettiva educativa e di cura diventa allora etica nel senso di aver cura della potenza della relazione che soggetti attivi e passivi com-portano. La prospettiva apre una revisione globale degli interventi educativi e terapeutici; apre un’attenzione ai contesti fisici e temporali delle relazioni dei soggetti nelle diverse attività espressive; apre alla flessibilità delle norme, della gestualità e del comportamento dei professionisti. L’attenzione all’espressione dei soggetti diventa il primo agire del professionista. Non possiamo più parlare di semplice contenimento, di controllo, di verifica, ma di un continuo monitoraggio che ponga l’attenzione all’aggiustamento dell’espressione di potenza espressa nell’agire. Questo monitoraggio non è rivolto direttamente ai soggetti ma alle loro relazioni. Monitorare l’agire dell’espressione apre al conoscimento delle condizioni relazionali inconsce e coscienti del soggetto. Nell’ambito educativo e clinico, attraversato dal senso che viene ad assumere la relazione, l’agire incontra i dispositivi delle resistenze, dei desideri