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Storie e memorie della prima generazione di educatrici ed educatori dei nidi in Toscana

Macinai, Emiliano <Università di Firenze>,Oliviero, Stefano <Università di Firenze>

Abstract

This contribution describes some steps of a research, by its nature constantly in progress, which has seen us engaged on several occasions in recent years, namely the collection and sharing of the stories and memories of Tuscan male and female educators. The contribution namely focuses on the intersections with Public History, a discipline or approach to history which is now rapidly consolidating in Italy as well.

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Storie e memorie della prima generazione di educatrici ed educatori dei nidi in Toscana Emiliano Macinai, Stefano Oliviero 1 1. Storie educative La raccolta e la condivisione delle storie e delle memorie delle educatrici e degli educatori toscani, lavoro di ricerca che ci ha visto impegnati a più riprese negli ultimi anni e su cui non mancheremo di tornare pure in futuro, è stata ed è certamente una sfida appassionante e sempre ricca di nuovi spunti e nuove strade da percorrere2. Nelle pagine che seguono proveremo a descrivere alcuni passaggi di questa indagine, per sua natura costantemente in progress, e cercheremo di ragionare intorno alle intersezioni con la Public History, disciplina, o approccio alla storia, ormai in rapido consolidamento anche in Italia3. Con la legge n. 1044 del 1971, complici i grandi cambiamenti e le profonde trasformazioni sociali ed economiche che investirono in quegli anni il Paese e che stravolsero l’istituzione familiare (dal Miracolo economico al Sessantotto, dall’autunno caldo del 1969 allo Statuto dei lavoratori del 1970, dalla legge sul divorzio a quella sull’aborto passando dalla riforma del Diritto di famiglia del 1975, ecc.), come è noto prese avvio quel processo di evoluzione dei servizi per la prima infanzia attraverso il quale fu abbandonato mano a mano l’approccio fondamentalmente assistenziale, che caratterizzava i “nidi” dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, per passare progressi1 Il paragrafo 1 e 5 sono da attribuire a Stefano Oliviero mentre il 2, il 3 e il 4 a Emiliano Macinai 2 Macinai e Oliviero (2016); Macinai e Oliviero (2019). 3 Bertella Farnetti, Bertuccelli e Botti (2017); Il Manifesto della Public History italiana, <https://aiph.hypotheses.org/3193> (11/19). Emiliano Macinai, University of Florence, [email protected], 0000-0002-8566-4038 Stefano Oliviero, University of Florence, [email protected], 0000-0002-6730-0476 Emiliano Macinai, Stefano Oliviero, Storie e memorie della prima generazione di educatrici ed educatori dei nidi in Toscana, © 2019 Author(s), CC BY 4.0 International, DOI 10.36253/978-88-5518009-2.16, in Gianfranco Bandini, Stefano Oliviero (edited by), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, © 2019 Author(s), content CC BY 4.0 International, metadata CC0 1.0 Universal, published by Firenze University Press (www.fupress.com), ISSN 2704-5919 (online), ISBN 978-88-5518-009-2 (PDF), DOI 10.36253/978-88-5518-009-2 160 Emiliano macinai, StEfano oliviEro vamente a quello educativo, evoluzione giunta ormai oggi ad un alto grado di maturazione. La 1044 prevedeva infatti un piano nazionale per l’apertura di 3.800 nidi comunali in 5 anni su tutto il territorio dello Stato, piano poi, ma anche questo è ultranoto, risultato quantitativamente assai poco realizzabile, ma che non ha impedito la nascita di aree di eccellenza fra cui senza dubbio rientra la Toscana4. La ricostruzione della storia dei servizi educativi e delle storie delle educatrici per la prima infanzia in Toscana, come accennato già oggetto di alcuni nostri lavori, può dunque dare un contributo prezioso alla storiografia sul Nido, peraltro non ricchissima, ma pure più complessivamente alla storia educativa (e non solo) del Paese. Tuttavia, in questa occasione, più che approfondire ulteriormente questo percorso di studio, ci interessa semmai avviare una riflessione, seppur ad uno stadio embrionale, sull’utilità della storia e delle memorie (e sulla loro condivisione) della prima generazione di educatrici toscane per la formazione di quelle future e dunque nella definizione del loro profilo professionale, nonché sull’utilità di queste storie e di queste memorie per i territori e per le comunità in cui si sono sviluppate. La risposta a questa domanda di ricerca a nostro parere può senz’altro esser cercata (e forse trovata) con profitto nei confini della Public History. Fra i principi cardine di questo approccio disciplinare, di questo indirizzo di ricerca, oltre allo sguardo non accademico e al coinvolgimento diretto dei soggetti esterni o estranei al mondo precipuamente universitario, primeggia infatti il concetto di condivisione dei saperi, condivisione affatto limitata al momento della divulgazione, ma semmai introiettata nel paradigma stesso della ricerca progettata e condotta. Le testimonianze e le storie, che spaziano per buona parte della Toscana5, sono appunto raccolte prevalentemente grazie al lavoro volontario di studenti e di ex studenti attraverso la condivisione in ogni sua fase di un progetto collettivo, senza contare poi la fondamentale compartecipazione del testimone di fatto autore insieme all’intervistatore della fonte audiovisiva o semplicemente orale nata dal loro incontro6. Infine, la progressiva pubblicazione dell’archivio di memorie sul web, che come vedremo caratterizza l’attuale fase della nostra ricerca, garantisce una reale e fattiva condivisione del materiale e dell’intero percorso che va oltre alla ristretta cerchia degli studiosi o perfino degli studenti, per estendere invece il raggio agli addetti ai lavori, agli educatori, all’intera comunità, insomma a chiunque. 4 Catarsi (2006); Catarsi e Fortunati (2012); Macinai (2011); Minesso (2007). 5 Fra cui: Firenze, Livorno, Empoli, Sesto Fiorentino, Castelfiorentino, San Miniato, Certaldo, Siena, Lucca, Grosseto Prato, Pistoia, Massa, Carrara, Bagno A Ripoli, Barberino di Mugello, Volterra, Pontedera, Montignoso, Castelfranco di Sotto, Lastra a Signa, Capannori, Montecatini Terme, Piombino, Albinia, Calenzano. 6 Bonomo (2013). 161 STORIE E MEMORIE DELLA PRIMA GENERAZIONE DI EDUCATRICI ED EDUCATORI Bisogna dire poi che le storie delle educatrici e degli educatori sono strettamente legate al contesto in cui hanno operato non solo perché ne sono espressione, ma anche per la natura stessa di quel mestiere, la cui funzione ha un impatto diretto ed evidente sulla comunità circostante. In altri termini le loro storie hanno un valore quasi implicitamente legato alle pratiche di Public History. D’altro canto i processi educativi sono fondativi della società e perfino della sua organizzazione7. Ma proviamo a procedere con ordine. 2. La ricerca che abbiamo intrapreso La ricerca che abbiamo intrapreso nel 2014 nasceva dall’esigenza di ricostruire la storia dei servizi comunali in Toscana a partire da una prospettiva dal basso, attraverso cioè le testimonianze dirette della prima generazione di educatrici ed educatori impegnati dagli anni Settanta nelle prime realtà sorte dopo l’approvazione della legge 1044/1971. Questo interesse è sorto da una domanda che ci siamo posti, dopo avere riflettuto a lungo sulle letture storiche che perlopiù si sono mosse in maniera esclusiva sul piano legislativo e politico, da una parte, o su quello teorico-pedagogico, dall’altra8. Ci è sembrato che la voce dei protagonisti sul campo, artefici militanti del processo di consolidamento del sistema toscano dei nidi comunali, fosse stata tenuta in una scarsa considerazione. La domanda che ha dunque preso forma era la seguente: le memorie professionali di coloro che anno vissuto in prima linea questa trasformazione potrebbero fornire elementi nuovi o comunque significativi per la ricostruzione di quanto avvenuto negli ultimi quarant’anni in Toscana, in materia di servizi 0-3 anni? È chiaro che la storia di questi decenni sia stata ampiamente documentata e interpretata dalla prospettiva più immediata e disponibile. Il processo si avvia con l’emanazione di una legge che istituisce una nuova tipologia di servizio e lo può fare individuando i soggetti coinvolti nel sistema, definendone e specificandone responsabilità e prerogative: c’è già contenuta nella premessa di partenza la dimensione attraverso la quale si sono ricostruiti gli snodi che hanno segnato le stagioni successive dei servizi comunali in Toscana, ossia la dimensione legislativa e attraverso di essa quella istituzionale. La prima storia dei servizi comunali in Toscana si è evidentemente concentrata su tale aspetto: delineazione del quadro posto dalla legge nazionale, la sua recezione a livello regionale, le successive messe a punto che hanno dato forma a un sistema regionale di servizi via via più 7 Causarano (2009: 40 e sgg). 8 Fin dagli anni Ottanta sono disponibili utili contributi che approfondiscono le prospettive richiamate, si vedano per esempio: Frabboni (1980); Bondioli e Mantovani (1991); Catarsi (2006); Catarsi e Fortunati (2012). 162 Emiliano macinai, StEfano oliviEro maturo e collegato ai bisogni del territorio, impatto della legge nazionale 285/1997 sul sistema educativo 0-3 anni, successive integrazioni alla legislazione regionale e di nuovo ricadute sul piano organizzativo, gestionale e strutturale del sistema locale. Intrecciata a questa ricostruzione, vi è quella che prende forma da una prospettiva teorico-pedagogica, attenta a mettere in luce le progressive conquiste sul piano educativo correlate all’evoluzione della dimensione politica ed organizzativa del sistema. Anche in questo caso, la ricostruzione segue una scansione diacronica e lineare: in coincidenza con le varie stagioni aperte o contrassegnate da novità legislative o regolamentari, si mettono in evidenza le conquiste sul piano educativo e/o gli elementi pedagogici che, agendo sullo sfondo, hanno funzionato come propulsore per tali novità. In tale lettura, è tutto sommato semplice individuare a posteriori gli elementi di criticità in un momento del processo e i correttivi apportati in quello successivo. Nel loro sovrapporsi, queste due prospettive storiche appaiono consegnare una ricostruzione che non riesce a restituire la complessità del profondo processo di trasformazione che la costruzione del sistema dei servizi comunali ha contribuito ad alimentare sul piano sociale e culturale. Nel primo caso, la potenza della legge di incidere su questo piano appare sopravvalutata. Nel secondo caso, la forza delle idee e delle teorie pedagogiche pare intervenire a posteriori a rileggere per convalidare ciò che si è venuto formando dal basso delle pratiche situate. 3. Le esperienze Leggi e regolamenti, teorie e saperi accademici. Quindi, la nostra domanda: ma chi ha vissuto direttamente quegli anni di cambiamento profondo, scoprendosi o inventandosi educatrice/tore di nido d’infanzia, che ricordo ha di quelle esperienze, di quelle vicende, di quegli anni, di quella quotidianità? Abbiamo deciso di provare ad andare a chiederglielo. Per farlo, abbiamo circoscritto la ricerca a una dimensione locale minima, lavorando su singoli comuni, indagando e ricostruendo tassello per tassello. La prima fase di ogni microricerca ha riguardato il reperimento dei documenti di archivio, allo scopo di individuare le informazioni necessarie per ricostruire la storia politica e amministrativa che ha fatto da cornice all’apertura del primo nido nel comune. Con le informazioni necessarie, si è andati a ricercare educatori/trici del nucleo storico di quel primo nido: i primi vincitori di concorso, i primi assunti, l’organigramma che ha dato forma al primo gruppo educativo; e li abbiamo intervistati, raccogliendone testimonianze e memorie professionali. Già dalla prima parte delle singole ricerche, quelle preliminari, dedicate al reperimento dei materiali documentari, l’immagine complessiva che i diversi tasselli compongono appare nient’affatto lineare. Risulta cioè abbastanza difficile pensare a una storia dei nidi comunali in Toscana uniforme 163 STORIE E MEMORIE DELLA PRIMA GENERAZIONE DI EDUCATRICI ED EDUCATORI e coerente: ciò che emerge analizzando storicamente le diverse realtà locali è uno scenario frastagliato e diversificato. Non sempre la lettura più consolidata è capace di rendere conto delle vicende locali particolari. Vi sono realtà locali nelle quali l’apertura del nido comunale è precoce e immediata; ve ne sono altre in cui i dibattiti negli organi comunali iniziano presto ma durano per molti anni prima di portare alla decisione di aprire il nido e poi alla sua inaugurazione; vi sono casi in cui la spinta proviene dal tessuto sociale, da comitati di famiglie o da organizzazioni sindacali; ve ne sono altri in cui la decisione appare tutta politica e corrispondere solo in parte alle esigenze e ai bisogni della cittadinanza, con nidi aperti e poi chiusi per scarsità di domanda. Insomma, una storia di tante storie, anche per quanto riguarda gli aspetti istituzionali, amministrativi e politici e che vale la pena di approfondire ed ampliare. Perché se a distanza di quarant’anni si parla di un “modello toscano” dei servizi per l’infanzia, questa storia multiforme e frastagliata ci permette di capire come a tale modello si sia giunti, attraverso quali vicende si sia venuto a imporre politicamente. Il cuore della ricerca risponde alla esigenza iniziale: che ruolo hanno avuto gli educatori/trici in questa storia? Cosa possono raccontarci attraverso le loro testimonianze e i loro ricordi? Vi è un’intera generazione di educatrici/ tori che ha attraversato quella stagione, vivendo in prima persona il passaggio ai nuovi servizi comunali giungendovi dal sistema precedente, puramente assistenziale, schiacciato sugli aspetti igienico-sanitari dell’accudimento dei bambini e regolato da un impianto normativo, organizzativo, deontologico e culturale che di colpo viene dichiarato obsoleto. Una generazione che si è trovata spesso a convivere con colleghi/e più giovani, di una generazione successiva, all’interno di spazi trasformati in rapporto ad esigenze ed obiettivi rinnovati, vivendo uno scarto non tanto sul piano professionale, dal momento che i/le più giovani sono alle prese con una professionalità ancora tutta da inventare, quanto sul piano psicologico, simbolico e relazionale. Accanto alle figure più anziane, con il proprio bagaglio da ricalibrare, vi sono appunto questi giovani, quella prima generazione di neoassunti, perlopiù alla prima esperienza professionale, chiamati a gestire il quotidiano e al tempo stesso a mettere a fuoco una professione che non esiste né nella realtà né sulla carta: giovani privi di modelli o di patrimoni di esperienze, nonché di formazione teorica specialistica. Ad essi viene affidato il compito di costruire, talvolta in senso letterale del termine, i nuovi servizi comunali per la prima infanzia. 4. Le eredità Man mano che la ricerca progrediva e il repertorio di storie aumentava, alla prima domanda se ne associava con chiarezza crescente una seconda: questo archivio in espansione di testimonianze dirette rilasciate da educatori/trici della primissima generazione può essere utile per gli educatori/ 164 Emiliano macinai, StEfano oliviEro trici in formazione? Può cioè portare ulteriori elementi per la definizione e il consolidamento del profilo professionale dell’educatore per la prima infanzia, aggiungendo alla prospettiva teorica ed esperienziale quella storica? E se la risposta è sì: dove è possibile cogliere questa utilità? Raccogliere queste voci, questo ampio e variegato coro talvolta dissonante e comunque raramente armonico, non ha avuto e non ha un significato puramente aneddotico. È uno sforzo doveroso sul piano etico, perché teso a riconoscere i meriti a coloro, tra quegli educatori/trici, che con passione, coraggio e dedizione hanno dato un contributo importante alla nascita e all’evoluzione del sistema dei nidi comunali. E già questo darebbe senso a una ricerca storico-sociale. Il secondo piano di significato, che intercetta le domande di cui sopra, verte sugli aspetti pedagogici e più in generale culturali del progetto: costruire un archivio di memorie professionali può avere un valore formativo per i futuri educatori/trici chiamati ad assumere un ruolo professionale che si fonda su un profilo professionale in costante mutamento e trasformazione. La figura dell’educatore professionale per la prima infanzia (ma dell’educatore professionale sociopedagogico in generale) non può determinarsi in maniera assoluta appoggiandosi esclusivamente ai saperi teorici e alle esperienze di tirocinio, per quanto fondamentali gli uni e le altre. La dimensione autobiografica del vissuto professionale, per così dire, è elemento decisivo per lo sviluppo di una consapevolezza di ruolo senza la quale qualsiasi sforzo riflessivo resta astratto e privo di incidenza sia sul piano dello sviluppo delle competenze sia sul piano del riconoscimento dei bisogni educativi e delle risorse necessarie per dare ad essi risposte9. La dimensione del lavoro di gruppo è giustamente messa in rilievo: perché è all’interno di coreografie educative che tale consapevolezza può essere rafforzata10. Ma questo rischia di legare tale aspetto centrale per la definizione del profilo professionale a variabili di tipo contingente. Vi è bisogno di poter attingere a un orizzonte di esperienza più ampio e condiviso in cui prendono forma quelli che potremmo chiamare valori professionali11, e per questo non è sufficiente allargare il piano della riflessività dalla dimensione soggettiva a quella del gruppo educativo: occorre dare agli educatori/trici di oggi la possibilità di una metariflessione sugli aspetti strutturali della professione stessa e sui processi in virtù dei quali è stato possibile via via metterli a fuoco, e sugli esiti di tali processi aprire un confronto. Come detto, per quanto riguarda la professionalità educativa, questa messa fuoco si è svolta non in forma teorica e poi operativa, ma direttamente sul campo: ascoltare le voci di chi ha contribuito in quella stagione a questa 9 Cfr. Zabalza (2004). 10 Cfr. Baeriswyl (2012). 11 Urban, Vandenbroeck, Lazzari, Van Laere e Peeters (2012: 21). 165 STORIE E MEMORIE DELLA PRIMA GENERAZIONE DI EDUCATRICI ED EDUCATORI pluridecennale impresa collettiva e generazionale potrà, crediamo, essere utile per gli educatori di oggi e di domani, perché consente non solo di individuare ambiti di problemi, ma anche di osservare come nel tempo quegli stessi problemi si siano andati trasformando e con essi le soluzioni messe in pratica; consente di osservare con l’ottica della durata e della processualità, quegli aspetti che ancora sfidano l’agire educativo nel tempo attuale; consentono inoltre di entrare in contatto con “culture” professionali, con “narrazioni” di senso nelle quali è possibile riscontrare ciò che può servire per maturare la propria autobiografia professionale e, con essa, il proprio modo di stare nel ruolo, di vivere la professione. Per questo, l’archivio è pensato con un duplice scopo: disseminare gli esiti di una ricerca storico-educativa sui nidi comunali in Toscana che aggiunga elementi nuovi ed originali a quanto sul tema è stato fino ad ora scritto; mettere a disposizione degli educatori/trici di oggi una storia collettiva, costruita dai suoi stessi protagonisti, ciascuno con la propria autobiografia personale e la propria vicenda professionale, nella quale si possano in qualche modo e su entrambi i piani sentire coinvolti. 5. Memorie di infanzia Proprio per rendere pienamente accessibile l’archivio, fino a poco tempo fa sostanzialmente aperto e consultabile solo tramite la nostra intercessione ed opera di conservazione (su memorie di massa e supporti magnetici), recentemente abbiamo dunque creato il portale web (ne abbiamo già parlato rapidamente sopra) Memorie di Infanzia, in cui sono (e saranno) fruibili i materiali e le testimonianze utili alla costruzione di questa storia corale12. Non è questo però il luogo per soffermarsi sul rapporto tra rete, fonti digitali e Public History, rapporto che ha già una letteratura consolidata e prospettive evidenti13. È invece opportuno ricordare quanto accennato in apertura, ovvero che il concetto di condivisione dei saperi, della ricerca, dei risultati…, nel nostro caso, come ogni percorso di Public History, non è circoscritto alla fase divulgativa, a quella che una volta (a dire il vero fino a tempi recenti) avremmo chiamato disseminazione. Stesso ragionamento, riguardo le fasi, vale per il carattere interdisciplinare e di collaborazione intra/extra accademica che appunto, non interessa di certo solo la fase finale in cui si pubblicano i risultati. La condivisione attraversa semmai l’intero processo ed è di fatto introiettata pure nel portale web. La partecipazione dei testimoni, ovvero la loro disponibilità a raccontare e a farsi intervistare, prevede infatti la loro adesione al progetto, mentre il lavoro, la fonte prodotta, oltre a diventare patrimonio di tutti, conserva la proprietà intellettuale del racco12 <www.memoriedinfanzia.it> (11/19). 13 Noiret (2015). 166 Emiliano macinai, StEfano oliviEro glitore (l’intervistatore), che provvede a fare l’upload della video intervista sul portale youtube14, senza esser ceduta all’università (in questo caso) o ad altri centri di ricerca o conservazione. Di più, il raccoglitore sovente ha partecipato alla costruzione stessa dell’intero progetto sia sul piano organizzativo che su quello scientifico, sempre, si intende, con la supervisione e soprattutto fianco a fianco di due ricercatori di professione. La griglia che fa da guida, da traccia, alla conduzione delle interviste, ad esempio è stata oggetto di un inteso lavoro di progettazione e di revisione e di integrazioni nel corso del tempo che ha visto impegnati in momenti diversi tutti gli intervistatori, anche in discussioni collettive e seminari15. Il primo argomento su cui si concentra subito la conversazione con l’intervistatore riguarda il contesto in cui tra educatrice ha lavorato, a cominciare dal luogo geografico e alle informazioni ambientali sullo specifico Nido, per passare poi alla definizione dell’organigramma e dell’organizzazione del servizio. Il racconto delle attività e delle relazioni con i colleghi, con i bambini e con le famiglie occupa invece uno spazio preponderante. La storia corale che a mano a mano emerge da questi racconti, insiste su alcuni elementi che fanno da perno a discussioni più articolate e diffuse. L’intensa influenza del clima sociale del periodo storico in cui è ambientato il racconto, sul valore e il significato del lavoro educativo al Nido emerge di certo con forza, insieme ad una speranza nel futuro, figlia della cosiddetta stagione di azione collettiva della Repubblica, ma pure dell’età anagrafica delle giovani educatrici della prima generazione. L’evoluzione nell’organizzazione degli spazi interni e la connessione con la pratica e lo sviluppo di nuove attività educative è poi un altro fondamentale passaggio su cui si soffermano numerosi testimoni, di pari passo ad osservazioni sull’aggiornamento professionale e sui saperi pedagogici formali e informali entranti in gioco nel corso della loro carriera. Di particolare interesse inoltre lo scontro generazionale fra “educatrici” ONMI e nuovi assunti, che riflette un’idea di servizio e di bambino diametralmente opposta e che andava profilandosi nel corso degli anni Settanta. Insomma, anche solo da questi pochi cenni (ce ne sarebbero ovviamente molti altri) sugli argomenti emersi, come accennato, appare evidente l’utilità di questi racconti per la formazione delle future educatrici, per la definizione della loro identità professionale. È altrettanto significativo inoltre l’impatto di queste storie sulle comunità anche nella fase della loro divulgazione che diventa anch’essa, come la costruzione dell’intero progetto di ricerca, un’esperienza di condivisione a più livelli. Infatti, oltre che attraverso alla 14 Spiganti M., Maschi al Nido. Conversazione tra tre ex colleghi maschi educatori, Youtube video, 13 maggio 2019, <https://youtu.be/oGkj_uaOIl4> (11/19). 15 Cfr. Laboratorio “SRI-Studi e Ricerche sull’Infanzia”, <https://www.forlilpsi.unifi.it/ vp-253-laboratorio-sri-studi-e-ricerche-sull-infanzia.html> (11/19). 167 STORIE E MEMORIE DELLA PRIMA GENERAZIONE DI EDUCATRICI ED EDUCATORI fruizione individuale delle video interviste da parte degli utenti, i contenuti delle storie raggiungono molte persone contemporaneamente negli eventi di disseminazione i quali tuttavia, per la natura stessa della ricerca, diventano o sono di per sé partecipativi. A Piombino ad esempio, la presentazione di un volume sulla storia dei servizi educativi, alla progettazione del quale abbiamo contribuito, costruito con le voci delle educatrici di quel territorio, è stata un’occasione di formazione professionale e di riscoperta dei valori e dell’identità collettiva di una città che ha espresso, in un periodo storico pregnante (specialmente gli anni Settanta e Ottanta), un impegno sociale e civico significativo di cui i servizi e i loro protagonisti (dalle educatrici ai rappresentanti delle istituzioni, dai funzionari comunali ai politici) ne sono stati interpreti e testimoni. La presentazione del libro dunque ha assunto immediatamente e per sua natura la dimensione partecipativa grazie ai diversi interventi di molti interlocutori intervistati per la stesura del volume, i quali in quella nuova occasione di confronto, stimolati dalle altre testimonianze e dalla loro lettura critica, hanno aggiunto elementi inediti al loro racconto giù depositato16. In definitiva l’esperienza maturata con la ricerca sulle storie e memorie della prima generazione di educatrici ed educatori dei nidi in Toscana, sembra confermare un diffuso bisogno sociale, e potremmo dire educativo, di storia, attraverso un colloquio più proficuo con gli specialisti, bisogno al quale è possibile rispondere con rigore scientifico e alla stesso tempo inclusivo e rispettoso di tutti i saperi e di tutti gli individui, emancipandosi dunque da un’idea di divulgazione talvolta appiattita sui format televisivi dovuta ad un approccio al passato e alla storia talvolta un po’ disordinato17. Riferimenti bibliografici Baeriswyl F. (2012), Choreographies of school learning, in Seel N. M. (a cura di), Encyclopedia of the sciences of learning, Springer, New York: 537-540. Benesperi P. e Mondello M. (2019), La nascita degli asili nido nel comune di Piombino, FahrenHouse, Salamanca, <http://www.fahrenhouse.com/omp/index.php/fh/catalog/ book/34> (11/19). Bertella Farnetti P., Bertuccelli L. e Botti A. (a cura di) (2017), Public History. Discussioni e pratiche, Mimesis, Milano-Udine. Bertuccelli L. (2017), La Public History in Italia. Metodologie, pratiche, obiettivi, in Bertella Farnetti P., Bertuccelli L. e Botti A. (a cura di), Public History. Discussioni e pratiche, Mimesis, Milano-Udine: 75-96. Bondioli A. e Mantovani S. (a cura di) (1991), Manuale critico dell’Asilo Nido, FrancoAngeli, Milano. 16 Benesperi e Mondello (2019); La storia dei nidi a Piombino dagli anni Ottanta ad oggi, «Il Tirreno. Cronaca Piombino-Elba», 21/02/2019, <https://iltirreno.gelocal. it/piombino/cronaca/2019/02/20/news/la-storia-dei-nidi-a-piombino-dagli-anniottanta-a-oggi-1.30027713> (11/19). 17 Cfr. Bertuccelli (2017: 78-83).