P. OVIDII NASONIS FASTORVM. LIBER III - A CURA DI FRANCESCO URSINI
P. OVIDII NASONIS
FASTORVM
LIBER III
a cura di
FRANCESCO URSINI
FELICE LE MONNIER - FIRENZE
2024
Prezzo 65,00 euro
isbn 978-88-00-75069-1
FAST ORVM
LIBER III
Le Monnier
0000.CC_26_Ursini_cop_colore.indd 1 0000.CC_26_Ursini_cop_colore.indd 1 03/12/24 17:11 03/12/24 17:11
1 1 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
2 2 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
BIBLIOTECA NAZIONALE
SERIE DEI CLASSICI GRECI E LATINI
TESTI CON COMMENTO FILOLOGICO
NUOVA SERIE DIRETTA DA
GIAN BIAGIO CONTE
XXVI.
3 3 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
4 4 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
P. OVIDII NASONIS
FASTORVM
LIBER III
a cura di
FRANCESCO URSINI
FELICE LE MONNIER - FIRENZE
2024
5 5 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
ISBN 978-88-00-75069-1
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
La pubblicazione di questo volume ha ricevuto un contributo finanziario
nell’ambito del Progetto PNRR Sapienza, PE5 CHANGES – Cultural heritage
Active Innovation for Sustainable Society – Project code: PE0000020 – CUP:
B53C22003780006, Spoke 1
«Historical landscapes, traditions and cultural identities»,
WP5 «Il paesaggio sacrale lungo l’Aniene e la via Tiburtina Valeria»
(https://www.fondazionechanges.org/).
Finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU, Missione 4,
Componente 2, CUP B53C22003780006
Lineagrafica s.r.l. – Città di Castello (PG)
Dicembre 2024
INDICE
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
Nota al testo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
Liber tertius . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
Traduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
Commento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
Abbreviazioni bibliografiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 895
Indici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 925
7 7 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
8 8 03/12/24 10:53 03/12/24 10:53
INTRODUZIONE 7
Anna di Boville, una povera anziana che, al tempo della prima se -
cessione della plebs sul Monte Sacro (494-493 a.C.), prepara del -
le focacce e le distribuisce al popolo (661-674); e la beffa ordita da
Anna, novella dea, ai danni di Marte, che, innamorato di Minerva,
aveva chiesto il suo aiuto (675-696). Infine interviene Vesta ad
esortare il poeta a non omettere la me nzione del cesaricidio, evo -
cando il diverso destino che attendeva, rispettivamente, lo stesso
Cesare, assunto in cielo e celebrato, in terra, dalla costruzione di
un tempio a lui dedicato nel Foro; e i cesaricidi, che invece aveva -
no trovato una morte meritata nella battaglia di Filippi (697-710).
Nello specifico, il «cronotopo» di Bachtin – autore che, do -
po il persuasivo ricorso alla categoria del carnevalesco da parte di
Carole Newlands 32 , si conferma come un riferimento critico tra i
più stimolanti per l’interpretazione contemporanea del poema ca -
lendariale – consente ad esempio, da un lato, di scorgere nel luogo
in cui si celebra la festa (523-542) uno spazio separato da quel -
lo urbano, nel quale la vita obbedisce a regole diverse da quelle di
quest’ultimo e nel quale l’esperienza umana del tempo sembra in -
tensificarsi e condensarsi fino al punto che un solo giorno può ri-
assumere un’intera vita; e di scorgere, dall’altro, nella sequenza
di luoghi nei quali si svolgono i diversi episodi dell’ampia sezione
considerata nel suo insieme (523-7 10) uno ‘schizzo’ del paesag -
gio sacrale romano, che da Enea e dalla ninfa Anna, passando per
Boville, giunge all’introduzione del culto imperiale urbano da par -
te di Augusto. In tal modo alla continuità temporale evocata dal-
lo stesso nome di Anna Perenna corrisponde l’universalità spazia-
le, che abbraccia i luoghi simbolici (Cartagine, Lavinio, Boville,
Filippi, il Foro con il tempio di Cesare) della memoria di Roma 33 .
L’attenzione alla topografia e, più in generale, all’ambientazio -
ne spaziale dei singoli brani del poema si rivela, tuttavia, poten -
zialmente utile anche da un altro punto di vista, in relazione, cioè,
a quelle dinamiche di narrazione implicita che presuppongono, in
alcuni casi, una collocazione o uno spostamento dei personaggi
all’interno di uno scenario che pure non viene, appunto, esplicita -
mente menzionato. Alla fine del lungo dialogo tra il poeta e Marte
che apre il terzo libro (1-258), ad esempio, il dio, dopo aver elen -
32 Newlands 1996, 322-324; vd. anche, per l’associazione, più in generale,
tra i Fasti e la categoria bachtiniana di ‘romanzesco’ (sulla scorta già di Johnson
1992, 177-178), Newlands 1995, 8-9.
33 Egelhaaf-Gaiser 2012, rispettivamente 207-208 e 213-216.
7 7 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 8
cato una serie di possibili spiegazioni della circostanza per la qua-
le alle calende di marzo, quindi nel primo giorno del ‘suo’ mese,
si celebrano i Matronalia , la festa delle donne (229-248), conclu -
de facendo osservare che la causa è evidente (249-250: Quid mo-
ror et variis onero tua pectora causis? / Eminet ante oculos quod
petis, ecce, tuos ): Giunone, sua madre, ama le spose ed è per ta -
le ragione che esse celebrano il suo giorno (251-252); lascia poi la
parola al narratore, il quale esorta, a sua volta, coloro che parte -
cipano alla festa a celebrare Giunone Lucina (253-256) ed espo-
ne, inoltre, una prescrizione relativa alle donne gravide (257-258).
Il dialogo che aveva preso le mosse oltre 250 versi prima, proprio
all’inizio del terzo libro, con l’invocazione proemiale di Marte e
l’invito, a lui rivolto, a contribuire, come informatore divino e dio
eponimo del mese cui il nuovo libro è dedicato, alla stesura del po -
ema calendariale, si conclude, dunque, con questi versi – e infat-
ti subito dopo, nell’accingersi ad affrontare un nuovo argomento,
vale a dire il culto saliare, il poeta si chiede chi sarà a parlarglie -
ne: Quis mihi nunc dicet quare caelestia Martis / arma ferant Salii
Mamuriumque canant? (259-260).
Marte esce quindi di scena senza un cenno di congedo rivolto al
poeta (o da quest’ultimo a lui) e senza, comunque, un’indicazio -
ne che in qualche modo lo segnali – a differenza di quanto avvie-
ne nel caso degli altri principali informatori divini che si succedo-
no nei Fasti –, e questo sorprende nel contesto del mese che da lui
prende il nome e dopo un brano così ampio a lui dedicato. La criti -
ca ha ricondotto tale circostanza alla difficoltà e, in un certo senso,
alla precarietà della partecipazione di Marte, dio della guerra, agli
studia pacis , come lui stesso definisce indirettamente i Fasti ( Nunc
primum studiis pacis deus utilis armis / advocor et gressus in no -
va castra fero [173-174]) 34 . A tale spiegazione se ne può, tuttavia,
affiancare un’altra, che dia conto in modo più specifico dell’im -
provvisa eclissi di Marte dal campo visivo del poeta e, di conse -
guenza, dei lettori al termine della sequenza testuale che chiude il
brano dedicato ai Matronalia (229-258).
Immaginando, infatti, in termini concretamente spaziali lo
svolgersi del colloquio tra Ovidio e Marte (come occorre senz’altro
fare nel caso di altri scambi del poeta con i suoi informatori divi -
ni), è possibile ipotizzare che il dio conduca Ovidio, insieme nar-
34 Merli 2000, 94-95.
8 8 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 9
ratore e personaggio, ad assistere alla processione delle matrone,
e che a ciò si debbano al v. 250, con valore specifico e concreto,
l’impiego del deittico ecce e il riferimento a qualcosa che eminet
«davanti agli occhi» del poeta. Ugualmente, è possibile supporre
che quest’ultimo si affianchi, secondo i moduli propri della poe -
sia mimetica, alla processione che si è improvvisamente trovato di
fronte e alla quale non può, in quanto cantore del calendario ritua -
le romano, non essere fortemente interessato; e che si lasci, quin-
di, così inavvertitamente alle spalle il dio, il quale, dopo aver con-
cluso in modo, a ben vedere, piuttosto sbrigativo il proprio discor-
so ( quid moror…? [249]), approfitta del passaggio, appunto, della
processione per dileguarsi senza dare troppo nell’occhio. Al termi -
ne della celebrazione Ovidio, non trovando più Marte al proprio
fianco, a buon diritto si chiede allora «chi gli parlerà» ( Quis mihi
nunc dicet…? [259]) del culto saliare 35 .
Una questione relativa in generale ai Fasti sulla quale sem -
bra invece opportuno tornare a riflettere, e che è rilevante indi -
rettamente anche per l’interpretazione del terzo libro, è quella
della storia genetica del testo, in relazione alla quale negli ultimi
vent’anni si è ampiamente diffusa e affermata come una sorta di
communis opinio un’ipotesi assai suggestiva e tutt’altro che priva
di argomenti a sostegno, ma che rimane, cionondimeno, soltanto
una, appunto, delle ipotesi possibili, sicché si potrebbe essere ten -
tati di far proprie le parole che nel 1997 Geraldine Herbert-Brown
riferiva alla lettura del poema in senso antiaugusteo: «The rea -
son I feel compelled to proceed now is because of a concern that
the weight of the combined auctoritas of eminent Latinists […] is
establishing an orthodoxy in judging the Fasti as (to a greater or
lesser extent) subversive» 36 . L’idea sulla quale vale la pena, ad av-
viso di chi scrive, di tornare a interrogarsi – non necessariamente
per contestarla, ma per affiancare ad essa l’ipotesi alternativa, che
pure ha le sue ragioni – è quella per la quale Ovidio avrebbe inten -
zionalmente interrotto alla fine del sesto libro, come tacita mani-
festazione di protesta nei confronti del potere imperiale, la stesura
dei Fasti , che non sarebbero, dunque, un’opera incompiuta, bensì
un’opera che esibisce la mancata realizzazione del progetto che la
35 Ursini 2021b, 135-138.
36 Herbert-Brown 1997, n.p.
9 9 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 10
struttura, e fa di essa, di conseguenza, uno dei suoi elementi più si-
gnificativi 37 .
L’argomento che, per chi aderisce a tale opzione interpretati -
va, dimostra la natura non incompiuta del poema è costituito dalla
presenza, alla fine del sesto libro, di numerosi ‘segnali di chiusura’
quali la presenza del motivo della vecchiaia e del tempo che tra -
scorre rapido a 6, 771-772 ( Tempora labuntur, tacitisque senes-
cimus annis, / et fugiunt freno non remorante dies ); la richiesta ri -
volta alle Muse, affinché aiutino il poeta a ‘concludere’, a 6, 797-
798 ( Tempus Iuleis cras est natale kalendis: / Pierides, coeptis ad -
dite summa meis ); la circostanza per la quale l’ultima vicenda mi-
tica narrata nel libro (6, 733-762) coinvolge la figura di Asclepio,
protagonista anche dell’ultimo racconto di argomento mitico delle
Metamorfosi (15, 622-744); la presenza di corrispondenze tra il
primo e il sesto libro; il fatto che nell’ultima parte di quest’ulti -
mo (763-812) si susseguano brani tutti molto brevi, composti per
lo più di pochi distici ciascuno. Tali elementi, indubbiamente si -
gnificativi, possono essere, tuttavia, spiegati anche diversamente:
il motivo della vecchiaia e della rapidità del tempo si può ricon -
durre all’approssimarsi della fine di giugno, il mese consacrato a
Ebe- Iuventas ; l’invocazione alle Muse può segnalare la conclusione
del libro piuttosto che quella del poema; la menzione di Asclepio
è dovuta anche, in ogni caso, alla registrazione calendariale del
tramonto mattutino del Serpentario (identificato, appunto, con
Esculapio); le corrispondenze tra primo e sesto libro si possono
spiegare come effetti di Ringkomposition tra l’inizio e la fine della
prima metà del poema (e dell’anno), secondo un modulo comune
nei libri di poesia di età augustea; il susseguirsi di brani molto bre -
vi nella parte finale del sesto libro, infine, ha una spiegazione al-
ternativa nel contesto della storia compositiva dell’opera.
Come ha osservato in passato Katharina Volk, quest’ultima cir -
costanza si può spiegare con uno stato di lavorazione meno avan-
zato della porzione di testo in questione: «Is it possible that the au-
thor first wrote short entries for every single day of the year, which
he later either expanded or discarded, and that in the case of Book
6 he simply never got to the second stage or at least did not finish
it?» 38 ; ma l’osservazione si può estendere, in realtà, anche alla
parte finale del quinto libro: nello specifico, a 5, 721-743 si trova -
37 Feeney 1992; Newlands 1994; Barchiesi 1997b.
38 Volk 1997, 303 nota 35.
10 10 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 11
no sei brani distinti nello spazio di 14 versi, a coprire l’ultimo terzo
del mese, mentre a 6, 711-812 tredici brani distinti nello spazio di
102 versi, a coprire l’intera seconda metà del mese – la ‘stranezza’
è, certo, più vistosa nel caso del sesto libro, ma, in misura mino -
re, è la stessa anche in quello del quinto. Non sarebbe, dunque, ir-
ragionevole ipotizzare che entrambi gli ultimi due libri del poema
presentino segnali di incompiutezza; e tale ipotesi trova un riscon -
tro di notevole rilievo nella circostanza per la quale quasi tutti i
brani del poema per i quali è stata sospettata una stesura posterio -
re all’esilio – ad eccezione ovviamente del primo libro, interamente
rimaneggiato dopo la morte di Augusto, e dell’esplicito riferimento
presente a 4, 81-82 ( Sulmonis gelidi, patriae, Germanice, nostrae.
/ Me miserum, Scythico quam procul illa solo est! ), che costitui -
sce, proprio in quanto tale, un caso a sé – si concentrino nelle par-
ti avanzate dei libri quinto e sesto: rinvio per i dettagli a quanto ho
scritto altrove 39 , ma si pensi – per citare soltanto un esempio – ai
due pentametri con clausola tetrasillabica (5, 582 e 6, 660).
Sembra, dunque, possibile proporre una ricostruzione della sto -
ria compositiva dei Fasti che vede la stesura originaria interrom-
persi, grosso modo in coincidenza con il provvedimento di relega-
tio (subito prima, come in genere si ritiene, ma più probabilmente
poco tempo dopo, se è vero quanto si è appena osservato), quando
il poeta aveva terminato i primi quattro libri, ‘quasi’ terminato il
quinto e composto gran parte del sesto: non a caso, i due libri più
brevi (con, rispettivamente, 734 e 812 versi, di contro agli 864,
884 e 954 dei tre libri precedenti) tra quelli che leggiamo in questa
prima redazione; e che vede il rimaneggiamento dopo la morte di
Augusto interrompersi, a sua volta, dopo che il poeta aveva rivisto
il primo libro (e inserito il riferimento all’esilio nel quarto). Questa
ricostruzione, a sua volta ipotetica ma fondata su alcuni dati fat -
tuali difficilmente contestabili (benché, certo, variamente interpre-
tabili), non esclude in alcun modo la possibilità che il poeta abbia
scelto di non portare a termine la composizione del poema come
manifestazione di dissenso (benché, anche qui, si possano formu -
lare ipotesi alternative, a partire dalla disillusione e dalla perdita
di fiducia, da parte di Ovidio, nell’effettiva possibilità di essere ri -
chiamato a Roma grazie anche a un eventuale completamento dei
39 Ursini 2019b, 66-68.
11 11 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 12
Fasti 40 ); rende, però, più problematico considerare come un dato
di fatto che l’opera sia ‘compiuta’, e sia da considerare, dunque,
come licenziata – se non proprio pubblicata – dal suo autore nel -
la forma in cui noi la leggiamo (quando non è impossibile pensa-
re, viceversa, a un editore postumo, come peraltro si è ampiamente
fatto in passato e come propongono ancora di recente, tra gli altri,
gli editori teubneriani 41 ).
La questione è rilevante non soltanto per l’interpretazione ge -
nerale del poema calendariale, ma anche per quella dei singoli li-
bri (compreso, dunque, il terzo) e dei singoli brani, perché la con-
seguenza che ne viene in genere tratta è che tutto quanto si legge
nei Fasti può essere interpretato alla luce dell’esilio, come scrive,
ad esempio, Matthew Robinson in un’appendice del suo commento
al secondo libro:
even if the Fasti had been published in some form before exile, the
unchanged pre-exilic parts that remained in the revised version
would not be insulated from an exilic reading. The fact of their inclu-
sion in a new version, published after exile, would activate and legit-
imize new readings even if they were not there before: whatever their
previous history, their publication after exile makes them exilic 42 .
Come ho avuto già occasione di osservare qualche anno fa 43 ,
si corre, in tal modo, il rischio di accettare come un dato di fat -
to quella che è soltanto un’ipotesi interpretativa (la presenza, cioè,
di segnali di chiusura alla fine del sesto libro), fondare su di essa
la ricostruzione della storia compositiva del testo (dando, dunque,
per certa una pubblicazione dell’opera, nella forma in cui la leg -
giamo, da parte dell’autore) e basare, a sua volta, su quest’ultima
l’interpretazione dei singoli passi e del poema in generale, trovan -
do, così, ovviamente conferma dell’ipotesi di partenza: una visione
40 O, più verosimilmente, nella possibilità che il rimaneggiamento dei primi
sei libri e la nuova dedica del poema a Germanico gli guadagnassero il richiamo a
Roma, dove avrebbe potuto comporre gli altri sei (o, eventualmente, completarli,
nel caso in cui la loro stesura fosse stata già avviata, in qualche misura, prima
dell’esilio): riesce, infatti, difficile immaginare che Ovidio potesse davvero pensa-
re di scrivere ex novo interi libri dei Fasti a Tomi, senza avere accesso, con ogni
verosimiglianza, a gran parte delle fonti e alla documentazione di cui avrebbe
certamente avuto bisogno.
41 Alton-Wormell-Courtney [1997 4 ], vi-vii.
42 Robinson [2011], 530.
43 Ursini 2019b, 57-62.
12 12 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 13
coerente, che non c’è ragione di rifiutare a priori e che sembra es-
sere attualmente maggioritaria tra gli interpreti dei Fasti , ma – co-
me si è cercato di mostrare – non l’unica possibile. Ed è questo che
dovrebbe indurre, credo, ad una maggiore apertura verso la possi -
bilità di interrogarsi, nell’analisi dei singoli brani, sulla loro collo-
cazione nel contesto, rispettivamente, della prima stesura del poe-
ma o della sua revisione in esilio.
* * *
La prima parola del terzo libro ( Bellice ) esibisce, nell’apostro -
fe rivolta al dio eponimo, la natura militare del mese di marzo,
istituendo sin dalle prime battute del dialogo tra Ovidio e Marte
quella dialettica tra l’argoment o generale del poema calendariale
(le feste religiose, dunque un tema ‘di pace’) e quello specifico del
libro in questione (il mese del dio della guerra) che percorre la pri -
ma metà di quest’ultimo, fino almeno al brano dedicato a Veiove
(429-448): una dialettica che trova riscontro nella cautela con la
quale il poeta invita il dio a partecipare alla stesura del poema (1-
10) e con la quale, oltre centocinquanta versi più avanti, quest’ul -
timo accetta l’invito (173-178) – in entrambi i casi con riferimento
al termine di confronto rappresentato da Minerva, dea in grado
di conciliare l’impegno nelle attività belliche con quello nelle arti
liberali, rispettivamente nelle parole del poeta: ipse vides mani -
bus peragi fera bella Minervae: / num minus ingenuis artibus illa
vacat? (5-6); e in quelle del dio: iuvat hac quoque parte morari, /
hoc solam ne se posse Minerva putet (175-176).
L’invito a spogliarsi delle armi ( Palladis exemplo ponendae
tempora sume / cuspidis [7-8]) che, in tale contesto, Ovidio rivol -
ge a Marte è stato ampiamente valorizzato dalla critica – sin dal
fondamentale articolo in due parti di Stephen Hinds «Arma» in
Ovid’s Fasti, pubblicato nel già ricordato numero monografico del
1992 di «Arethusa» 44 –, in relazione alla tematica, appunto, del
disarmo che percorre anch’essa, parallelamente alla dialettica tra
pace e guerra, la prima parte del terzo libro (cfr. invenies et quod
inermis agas , riferito a Marte al v. 8, con primo tempore inermis
erat , riferito a Giove/Veiove al v. 440): tematica, questa, nella
4 4 Hinds 1992a e 1992b.
13 13 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 14
quale è stato visto il riflesso, da un lato, dello statuto elegiaco del
poema calendariale, ma anche, dall’altro, del carattere problema -
tico del coinvolgimento di Marte (che, non a caso, accoglie sol -
tanto in parte la richiesta di deporre le armi: sed tamen in dextra
missilis hasta fuit [172]) nel progetto dei Fasti . Non meno signi -
ficativo è, però, l’altro aspetto, complementare all’invito al disar -
mo, delle parole che il poeta rivolge a Marte: l’invito a prendere
esempio da Minerva, e dunque ad alternare l’attività intellettuale
all’impegno militare.
Si tratta, in effetti, di un tema che passerà, qualche anno più
tardi, fortemente in primo piano nella poesia dell’esilio e, in par -
ticolare, nelle Epistulae ex Ponto , dove nella figura di Germanico
verrà identificato il modello di un uomo di potere che, come Apollo
( utque nec ad citharam nec ad arcum segnis Apollo est, / sed venit
ad sacras nervus uterque manus… [ Pont. 4, 8, 75-76]), sa conci -
liare impegno politico-militare e dedizione alle arti liberali ( … sic
tibi nec docti desunt nec principis artes, / mixta sed est animo cum
Iove Musa tuo [77-78]); e il tema sarà ripreso, non a caso, nella
dedica a Germanico che il poeta inserisce, nel contesto del rima -
neggiamento del poema in esilio, all’inizio del primo libro, e nella
quale il doctus princeps (come viene definito ai vv. 19-20) è elo -
giato sia per le capacità oratorie che mette al servizio dell’impe -
gno politico ( quae sit enim culti facundia sensimus oris, / civica
pro trepidis cum tulit arma reis [21-22]), sia per il talento poetico
( scimus et, ad nostras cum se [ te Riese] tulit impetus artes, / inge -
nii currant flumina quanta tui [23-24]), in virtù del quale è invo-
cato non soltanto come dedicatario, ma anche come guida del po-
eta nella composizione dei Fasti : vates rege vatis habenas (25),
con lo stesso poliptoto che si legge in Pont. 4, 8, 67: non potes of -
ficium vatis contemnere vates ; e che in un’altra epistola dal Ponto,
di qualche anno precedente, è riferita a un altro uomo di Stato,
il re trace Coti, celebrato anche lui come modello di un sovrano
che raggiunge l’eccellenza in entrambi gli ambiti: ad vatem vates
orantia brachia tendo (2, 9, 65) 45 .
Dietro l’invito a prendere esempio da Minerva c’è dunque – al
di là dell’insuccesso, almeno per certi aspetti, di Marte nel dare se -
guito ad esso – un complesso tematico di notevole rilievo nel con-
testo dell’ultima fase della produzione poetica ovidiana. Ed è un
45 Ursini-Salvatori 2024 (cds), 88-94.
14 14 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 15
aspetto, questo, che diviene ancor più significativo se si tiene con-
to del fatto che di Augusto, viceversa, il poeta afferma che gli im-
pegni politico-militari non gli lasciano tempo, proprio come av -
viene al sovrano degli dèi ( utque deos caelumque simul sublime
tuenti / non vacat exiguis rebus adesse Iovi… [ trist. 2, 215-216]),
da dedicare alle attività intellettuali ( … de te pendentem sic dum
circumspicis orbem, / effugiunt curas inferiora tuas [217-218]).
Senza forzare il gioco degli accostamenti – anche nei Fasti , se c’è
un corrispettivo mitico di Augusto, si tratta senz’altro di Giove –,
è difficile resistere alla tentazione di leggere, retrospettivamente,
l’invito che Ovidio rivolge a Marte non soltanto come la messa in
scena di tensioni programmatiche e metaletterarie, ma anche co -
me riflesso dell’aspirazione a un ideale di conciliazione tra la sfera
politico-militare e quella artistica e intellettuale, che è anche, per
quanto Ovidio scriverà in esilio, conciliazione tra il potere politi -
co e il poeta stesso, dal momento che, se Augusto avesse trovato il
tempo – come fanno Minerva e Apollo, e come Marte stesso è inco -
raggiato a fare – di coltivare anche la poesia, e dunque di leggere
l’ Ars amatoria , quasi certamente la vita del poeta avrebbe avuto
un corso completamente diverso: at si, quod mallem, vacuum tibi
forte fuisset, / nullum legisses crimen in Arte mea (239-240).
Le cose, insomma, sarebbero potute andare in modo diverso:
sarebbero potute andare, ad esempio, come nel racconto (3, 285-
392) in cui Numa riesce, a differenza di Ovidio, a stornare i ful -
mini di Giove, ottenendo, anzi, da quest’ultimo imperii pignora
certa (346; 354), vale a dire la consegna dell’ ancile . Come riesce
il secondo re di Roma a conciliarsi il favore del sovrano degli dèi?
Riuscendo a interpretare in modo creativo, stravolgendone abil -
mente il senso letterale, le richieste che Giove di volta in volta gli
rivolge, con ogni verosimiglianza proprio al fine di mettere alla
prova (benché non sia questa l’unica lettura possibile) le sue abi -
lità intellettuali e capacità dialettiche: «“Taglia una testa”, disse;
il re gli rispose: “Obbedirò: deve essere tagliata una cipolla raccol -
ta nel mio orto”. Aggiunse questi: “Di un uomo”; ma quello disse:
“Ne prenderai i capelli”. Questi pretende una vita; a lui Numa dis -
se: “Di un pesce”» (339-342).
Si tratta di un passo studiatissimo, particolarmente in questi
ultimi anni 46 , del quale sono state date interpretazioni anche assai
46 Šterbenc Erker 2015; Raccanelli 2017; Lentano 2020; Driediger-Murphy
2021.
15 15 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 16
diverse: si è pensato, in alternativa all’idea per la quale Giove sta
mettendo alla prova Numa, a una sfida dialettica tra i due, vinta
da quest’ultimo (e persino che il dio sia, in realtà, scontento dell’e -
sito); in alternativa all’identificazione di Numa con Ovidio e di
Giove con Augusto, si è proposto di scorgere nel primo una figura
dello stesso Augusto, guida della comunità e garante del rapporto
con la sfera divina (ma in questo caso le due ipotesi non si esclu -
dono necessariamente a vicenda). Credo comunque che, anche al-
la luce della frequenza e dell’importanza della metafora dei fulmi-
ni di Giove nella poesia dell’esilio, non sia irragionevole, anche in
questo caso, leggere – se non altro retrospettivamente – l’episodio
non soltanto, sul piano del rapporto tra la comunità e gli dèi, come
un racconto che fonda nel passato leggendario la realtà cultuale
presente, ma anche, su quello del rapporto tra l’individuo e il pote -
re, come la rappresentazione di una possibile riconciliazione dopo
una grave crisi (a maggior ragione se si tiene conto del fatto che la
‘tempesta di fulmini’ [285-288] che richiede in primo luogo, all’i -
nizio dell’episodio, l’intervento di Numa non è presente nelle al -
tre fonti della vicenda): una riconciliazione, certo, che presuppone
la disponibilità, da parte di Giove, a considerare con benevolenza
( risit [343]) l’arguzia mostrata dal suo interlocutore e a giudicare
quest’ultimo «non indegno del colloquio degli dèi» ( o vir conloquio
non abigende deum [344]).
Il brano del terzo libro in assoluto più carico di implicazioni po -
litiche e ideologiche è, però, senz’altro quello relativo al cesarici -
dio (697-710), all’interno dell’ampia sezione dedicata alle idi di
marzo (523-710), brano nel quale, come si diceva, al termine della
trattazione della festa di Anna Perenna (523-696) il poeta afferma
che stava per ometterne la menzione ( Praeteriturus eram gladios
in principe fixos… [697]), ma Vesta stessa era intervenuta esor -
tandolo, viceversa, a parlarne (… cum sic a castis Vesta locuta fo-
cis [698]), perché Cesare era un suo sacerdote ed è come se fosse
stata lei stessa ad essere trafitta ( meus fuit ille sacerdos, / sacrile -
gae telis me petiere manus [699-700]). Nei versi seguenti – la cui
interpretazione è complicata, peraltro, dall’incertezza sul punto in
cui termina il discorso diretto della dea e riprende la parola il po -
eta 47 – Vesta racconta di aver sottratto il ‘vero’ Cesare alla morte,
conducendolo in cielo e lasciando al suo posto un mero simulacro;
47 Ursini 2015.
16 16 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 23
del genere umano ad opera dei due progenitori mitici: in entrambi
i casi, un’umanità selvatica e bellicosa, composta, in un caso, dal -
la generazione del ferro e da quella nata dal sangue dei Giganti e,
nell’altro, dai Romani del tempo di Romolo, viene sostituita, grazie
al loro intervento, da un’umanità più pacifica e pia: quella, rispet -
tivamente, nata dalle pietre scagliate da Deucalione e Pirra e quel-
la composta dai Romani ‘civilizzati’ dalle riforme di Numa.
In altri casi la narrazione ovidiana si costruisce nel rappor -
to con un intertesto privilegiato in particolare: è quanto avviene
nell’altro racconto di ampio respiro che si incontra nel terzo libro,
quello, anch’esso già ricordato, che ha per protagonista Anna so -
rella di Didone (545-656) e che – si tratti o meno di un’invenzio-
ne di Ovidio – sembra sviluppare, comunque, elementi presenti
nella tradizione relativa alla leggenda di Enea, con riferimento, in
particolare, alla versione alternativa, seguita da Varrone secondo
la testimonianza di Servio, per la quale a Cartagine quest’ultimo
avrebbe amato Anna e non Didone (Serv. auct. Aen. 4, 682; Serv.
Aen. 5, 4) 56 . Il racconto si ricollega direttamente, in questo caso,
al precedente rappresentato dal quarto libro dell’ Eneide , dalla fine
del quale il brano prende esplicitamente le mosse: arserat Aeneae
Dido miserabilis igne, / arserat exstructis in sua fata rogis (545-
546); e con il modello virgiliano l’intero brano, esempio caratte -
ristico di narrazione elegiaca di eventi riconducibili senz’altro, di
per sé, al genere epico, intesse un rapporto che è stato variamente
interpretato in termini di allusione, riscrittura e continuità narrati -
va 57 , oppure di parodia e ‘rovesciamento’ 58 .
Con la vicenda di Anna la rievocazione delle origini di Roma ri -
sale indietro fino al tempo di Enea; per il ‘seguito’ della storia oc-
corre, in realtà, tornare indietro all’inizio del libro, con il racconto
dell’unione di Marte e Rea Silvia (11-40), dalla quale nasceranno
Romolo e Remo: un episodio che, nel narrare il passato della cit -
tà, si richiama parallelamente al passato letterario, con il sogno ri-
ferito da Silvia nel monologo da lei pronunciato ai vv. 27-38 che
è modellato innanzitutto, pur con importanti differenze, su quello
che la stessa Vestale, qui chiamata Ilia, racconta in un frammen -
to degli Annales di Ennio tramandato da Cicerone (Cic. div. 1, 40
56 McCallum 2019.
57 Rispettivamente Hinds 1987b, 14-17 (≈ 2006, 28-33); Pfaff-Reyd ellet
2002, 954-959; Murgatroyd 2005, 119-133.
58 Rispettivamente Brugnoli 1991; Tronchet 2014.
23 23 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 24
= Enn. ann. 34-50 Sk.). Non deve sfuggire, allo stesso tempo, co-
me entrino in gioco, nel dare forma alla scena dei Fasti , almeno al-
tri due intertesti cronologicamente assai più vicini: l’unione della
stessa Silvia con il fiume Aniene, che lo stesso Ovidio aveva nar -
rato negli Amores (3, 6, 45-82) 59 ; e la vicenda di Tarpea, per co-
me si legge – in una versione che presenta notevoli punti di con-
tatto con il brano dei Fasti – nella quarta elegia del quarto libro di
Properzio 60 ; né è da trascurare, d’altra parte, l’influenza delle arti
figurative, che è stata opportunamente messa in luce dalla critica
più recente 61 .
Proseguendo, questa volta, nella lettura del libro e, in parallelo,
nella rievocazione delle origini di Roma, si giunge, dopo aver ra -
pidamente ripercorso l’infanzia dei gemelli, la cacciata di Amulio
e la fondazione della città (41-78), a un altro episodio, a sua vol -
ta, fondativo della nuova comunità: quello, narrato dallo stesso
Marte, del ratto delle Sabine e, soprattutto, dell’interposizione del -
le donne rapite tra i padri e i mariti che stanno per darsi battaglia
(179-230); interposizione che, nella versione di Ovidio, addirittu -
ra previene apparentemente lo stesso conflitto – o questo, almeno,
è ciò che il testo sembra implicare –, a differenza di quanto si legge
nelle altre fonti, a cominciare dal resoconto di Livio (1, 13, 1-4),
che pure è tenuto ben presente e più volte chiaramente richiamato
in questo passo (come spesso, del resto, nei Fasti ): insieme ai det -
tagli della pacificazione, con i nonni che portano i nipoti sugli scu-
di (227-228), anche questo è un elemento che si può considerare
caratteristico della narrazione elegiaca, messo in luce come tale già
da Richard Heinze nel libro dedicato a quest’ultima, pubblicato
originariamente ormai più di un secolo fa, nel 1919, ma recente -
mente tradotto in italiano 62 . Proseguendo ancora nella lettura del
terzo libro e nella più antica storia di Roma, si arriva al regno di
Numa e a un altro episodio fondativo, quello dell’incontro del se -
condo re di Roma con Giove, del quale si è detto.
Accanto agli episodi di ambito, rispettivamente, mitico e leg -
gendario, nei Fasti si trovano, più sporadicamente, racconti di
ambientazione propriamente storica: nel terzo libro, abbiamo già
avuto modo di menzionare quello, ambientato all’inizio del V se -
59 Boyd 1997, 211-219.
60 Vd. il commento a 11-40.
61 Scioli 2015, 173-216.
62 Heinze 1960, 335-336 (trad. it. Heinze 2010, 31).
24 24 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 25
colo a.C., che vede protagonista Anna di Boville (661-674), e che
ha attirato l’attenzione degli interpreti anche per i legami ance -
strali della gens Iulia con la stessa Boville, dove sorgeva peraltro,
nell’ambito del culto gentilizio, un altare di Veiove, il dio, identi -
ficato da Ovidio con Giove giovane (e disarmato: primo tempore
inermis erat [440]), al quale è dedicato un altro brano sempre qui
nel terzo libro (429-448) 63 . È vero, comunque, che Ovidio si limi-
ta a menzionare la cittadina come luogo d’origine di Anna ( orta
suburbanis quaedam fuit Anna Bovillis [667]), senza sviluppare,
se non in modo del tutto implicito, tali associazioni. Altri, in effet -
ti, hanno interpretato l’episodio soprattutto alla luce del modello
rappresentato dall’ Ecale di Callimaco 64 , oppure ne hanno messo
in luce le possibili implicazioni ideologiche, indicando nella pro -
tagonista l’espressione di una ‘resistenza’ femminile e popolare al
protagonismo politico maschile, alla retorica del potere e all’auto -
rità costituita 65 .
Quanto, infine, all’ambito delle vicende contemporanee, nel
terzo libro trovano spazio, in particolare, due brani dedicati ad al -
trettanti eventi recenti. Il primo è quello teso a celebrare la ricor-
renza del conferimento ad Augusto, nel 12 a.C., del titolo di pon-
tefice massimo (415-428), con una particolare insistenza sull’i -
dea della parentela del princeps con Vesta ( ortus ab Aenea tangit
cognata sacerdos / numina: cognatum, Vesta, tuere caput [425-
426]): un brano che, come si è visto per altri casi e secondo uno
schema che di fatto si può applicare, oltre che all’interpretazione
del poema in generale, anche specificamente a ciascuno dei singoli
brani che lo compongono, ha dato adito sia a letture perfettamen -
te integrate in senso augusteo 66 , sia a letture tese a far emerge -
re l’ambiguità del linguaggio usato da Ovidio, che rifletterebbe le
‘ambiguità’ introdotte nel culto della dea dall’iniziativa, presa da
Augusto in quello stesso anno e alla quale è dedicato un altro bra -
no dei Fasti (4, 949-954), di far erigere, per decreto del senato, un
altare e una statua della dea all’interno della propria residenza sul
Palatino 67 . Il secondo brano dedicato a un evento contemporaneo,
nel quale è ancora Vesta a venire, peraltro, in primo piano – que -
63 Pfaff-Reydellet 2002, 959-962.
6 4 Harrison 1993.
65 Chiu 2016, 20-28.
66 Herbert-Brown 1994, 66-81.
67 Boyle 2003, 184-185.
25 25 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 26
sta volta prendendo direttamente la parola –, è quello dedicato al
cesaricidio (697-710), che ugualmente ha visto la critica collocar -
si su posizioni assai differenziate; ma di questo passo si è già detto
brevemente sopra.
* * *
Il presente lavoro fa seguito al commento ai primi 516 versi del
terzo libro dei Fasti pubblicato nel 2008 68 , rispetto al quale in -
tende essere non un completamento, bensì – anche per la parte
già commentata in passato – un completo rifacimento: il volume
pubblicato all’epoca, nel quale era confluita, con modifiche soltan -
to marginali, la mia Tesi di Dottorato, discussa nel 2005 presso la
Sapienza Università di Roma, riflette un approccio metodologico,
una visione critica e una serie di opinioni che, anche alla luce di
quanto è stato prodotto nel frattempo dalla ricerca sui Fasti , è par -
so opportuno, a distanza di vent’anni circa, aggiornare in misura
significativa; da qui la decisione di riscrivere ab integro l’intero
commento, senza conservare nulla della prima stesura, anche in
quei casi, che sono di gran lunga i più numerosi, nei quali il com -
mentatore non ha cambiato sostanzialmente opinione rispetto a
quanto scritto a suo tempo.
Nella presentazione del testo latino, basato (in attesa dell’im -
minente edizione di Stephen Heyworth negli «Oxford Classical
Texts») sulla teubneriana di Alton, Wormell e Courtney 69 , da cui
ci si è distanziati in 41 punti (elencati a seguire nella Tavola com -
parativa ), si è scelto di inserire le indicazioni ricavabili dai ca -
lendari epigrafici non all’interno del testo, a separare un brano
dal successivo – secondo la consuetudine editoriale inaugurata da
Merkel nell’edizione del 1851 70 –, bensì nel margine, concilian -
do in tal modo due esigenze diverse ed entrambe, credo, legittime:
quella di non rinunciare, da un lato, all’utilità di tali indicazioni
sintetiche, che rispondono, d’altra parte, a una effettiva scansione
contenutistica propria del testo; e quella, dall’altro, di non inter -
rompere artificialmente la continuità del dettato ovidiano, con il
rischio, nel peggiore dei casi, di obliterare o di rendere, comunque,
68 Ursini 2008.
69 Alton-Wormell-Courtney [1997 4 ].
70 Merkel 1851.
26 26 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 27
meno visibili gli eventuali effetti sintagmatici che possono legare
due o più brani consecutivi, come è stato opportunamente osserva -
to dalla critica degli ultimi anni 71 . Per quanto riguarda le scelte te-
stuali adottate (sulle quali si veda anche, nello specifico, la Nota al
testo ), è stato apportato un unico intervento più ‘invasivo’, lo spo -
stamento dei vv. 557-558 dopo il v. 602: si è scelto, per massima
chiarezza e comodità di riferimento e di consultazione, di segnala -
re due volte, nel testo latino e nella traduzione italiana, tale inter-
vento, lasciando il distico, tra parentesi quadre, nel punto nel qua-
le è tràdito, e inserendolo, tra parentesi uncinate, dove si ritiene sia
da collocare.
Senza rinunciare a fornire le informazioni essenziali e i prin -
cipali riferimenti bibliografici sugli aspetti antiquari e storico-re -
ligiosi, il commento si concentra sui problemi testuali, esegetici e
interpretativi. Per quanto riguarda i primi, in tutti i casi di diver -
genza tra gli editori sono state registrate sistematicamente le scel-
te di Frazer 72 , Bömer 73 , Alton-Wormell-Courtney e Schilling 74 ,
nonché di Goold laddove si distanzia da Frazer nella revisione del
testo di quest’ultimo 75 ; e sono state sempre discusse le scelte ope-
rate da Heyworth nel suo recente commento al terzo libro 76 , il
cui testo si distanzia in 46 punti dall’edizione di Alton, Wormell
e Courtney, su cui è basato (è implicito che, quando le scelte di
Goold e Heyworth non sono menzionate, è perché esse coincidono
con quelle, rispettivamente, di Frazer e degli editori teubneriani).
Sono state tenute, tuttavia, regolarmente presenti anche le princi -
pali tra le edizioni più antiche, in particolare quelle di Heinsius 77 e
di Burman 78 , e (in numero maggiore) tra quelle pubblicate a par-
tire all’incirca dalla metà dell’Ottocento: le tre edizioni di Merkel 79
e quelle, tra gli altri, di Peter 80 , Landi-Castiglioni 81 , Ehwald-
71 Robinson [2011], 7-9.
72 Frazer [1929].
73 Bömer [1957].
74 Schilling [1992].
75 Frazer-Goold [1989].
76 Heyworth [2019].
77 Heinsius [1661].
78 Burman [1727].
79 Merkel 1841; 1851; 1889.
80 Peter [1889 3 ].
81 Landi-Castiglioni [1960 3 ].
27 27 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
F AS T OR VM LIBER III 28
Levy 82 , Le Bonniec 83 e Pighi 84 (le altre edizioni utilizzate, in alcu-
ni casi solo sporadicamente, sono elencate nelle Abbreviazioni bi-
bliografiche ).
Ugualmente per le questioni esegetiche si è tenuto sempre con -
to, oltre che dei commenti – tra i quali rimane ancora utile, accan-
to a quelli di Frazer, Bömer e Heyworth, quello di Bailey 85 – e dei
contributi critici, anche delle versioni moderne, rispettivamente in
inglese, tedesco e francese, di Frazer, Bömer e Schilling, e occa -
sionalmente di altre traduzioni, tra le quali quelle, in italiano, di
Luca Canali 86 e di Fabio Stok 87 . Sul piano interpretativo, l’inten-
to è stato quello di conciliare, da un lato, la ricerca dell’imparzia-
lità, ad avviso di chi scrive irrinunciabile, quanto meno in linea di
principio e come obiettivo da porsi, in un lavoro di commento; e,
dall’altro, l’assunzione di responsabilità nell’orientare la propria
interpretazione in un senso o nell’altro, soprattutto in quei casi nei
quali le diverse posizioni si escludono, in qualche misura, a vicen -
da. Si è tentato, in ogni caso, di dare conto almeno delle principa-
li proposte critiche e interpretative, fossero esse condivise o meno,
per ciascuno dei brani presi di volta in volta in esame. Nella tradu -
zione in prosa dei versi latini si è ricercata, infine, la maggior ade-
renza possibile alla lettera del testo ovidiano, allontanandosene, in
misura assai ridotta, soltanto laddove fosse indispensabile ai fini
della resa italiana.
Al termine di un lavoro di molti anni, desidero esprimere la mia
riconoscenza innanzitutto a Gian Biagio Conte, per aver accolto il
lavoro nella «Biblioteca nazionale. Serie dei classici greci e latini».
Sono inoltre molto grato a Gian Luca Gregori, interlocutore sem -
pre prodigo di preziosi suggerimenti e insegnamenti sin da quan-
do, circa vent’anni fa, abbiamo cominciato a parlare dei Fasti ; e
a Stephen Heyworth, per aver generosamente condiviso con me i
suoi lavori ancora inediti, tra i quali, in particolare, il testo criti -
co del terzo libro, con tutti i materiali relativi, che sarà pubblicato
nella sua edizione dei Fasti negli «OCT». Devo un ringraziamento
particolare a Michela Rosellini, che per prima mi ha esortato, all’i -
82 Ehwald-Levy [1924].
8 3 Le Bonniec [1969].
8 4 Pighi [1973].
85 Bailey [1921].
86 Fucecchi [1998].
87 Stok [1999].
28 28 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
INTRODUZIONE 29
nizio del Dottorato, a occuparmi del poema ovidiano e ha seguito
come tutor la stesura della Tesi, accompagnandola e guidandola
con innumerevoli consigli e fondamentali indicazioni. Negli ulti -
mi mesi prima della consegna del manoscritto ho ricevuto un gran-
de aiuto da Fabio Gatti, che lo ha letto per intero, annotandolo
con numerose, puntuali e stimolanti osservazioni; e da Francesca
Salvatori, che mi ha fornito un importante supporto nell’aggior -
namento bibliografico e ha poi collaborato, con impeccabile preci-
sione, alla correzione delle bozze di stampa (fermo restando che di
qualsiasi errore o refuso residuo rimango l’unico responsabile). La
riconoscenza più grande va però ad Andrea Cucchiarelli, le cui os -
servazioni, oserei dire, su ogni singola pagina hanno enormemen-
te migliorato un lavoro che peraltro, senza il suo costante stimolo e
incoraggiamento, non avrebbe mai visto la luce.
Roma, 31 maggio 2024 Francesco Ursini
29 29 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
30 30 21/01/25 14:38 21/01/25 14:38
NOTA AL TESTO
I Fasti hanno goduto di una circolazione piuttosto ampia a partire
dal IX secolo e sopravvivono in circa 170 manoscritti, nessuno dei
quali, tuttavia, precedente il X secolo. I cinque testimoni più im -
portanti sono il codice A , del X secolo; il codice U , dell’XI; e i tre
manoscritti della famiglia Z : il frammento I (X secolo) e i codici
G (XI secolo) e M (XV secolo). Questi testimoni trasmettono tutti
il terzo libro per intero, ad eccezione di I , che ne contiene soltanto
i primi 204 versi. Ciascuno dei tre rami fornisce, a seconda dei ca -
si, la lezione corretta contro l’accordo degli altri due, sicché non è
raccomandabile orientare le scelte testuali in base a considerazioni
stemmatiche o comunque alla preferenza accordata a un codice
rispetto agli altri 1 . Per quanto riguarda gli altri testimoni, si ri -
tiene generalmente che, là dove essi forniscono la lezione corretta
in modo indipendente dai codici maggiori, quest’ultima debba
considerarsi, con ogni verosimiglianza, di origine congetturale –
questo, quanto meno, in attesa dell’imminente edizione oxoniense
di Stephen Heyworth, della quale ho potuto prendere parzialmente
visione in anteprima grazie alla cortesia dell’autore e che apporterà
significative novità anche nella valorizzazione di altri testimoni 2 .
Il testo e l’apparato critico della presente edizione sono basa -
ti, con le differenze elencate di seguito nella Tavola comparativa ,
sulla teubneriana di Alton, Wormell e Courtney 3 . Le divergenze
1 La tendenza a prediligere, a parità di condizioni, la lezione di A è, in effet-
ti, un ‘limite’ del testo, in generale assai affidabile, di Alton, Wormell e Courtney:
Heyworth [2019], 43.
2 Heyworth 2018a, 105-112.
3 Alton-Wormell-Courtney [1997 4 ].
31 31 03/12/24 11:17 03/12/24 11:17
rispetto a quest’ultima, oltre alla scelta occasionale di una lezio -
ne differente, riguardano soprattutto la collocazione di parole ( ta-
men al v. 320) o interi versi (703-708) all’interno o all’esterno di
un discorso diretto; e la forma affermativa o interrogativa di alcu -
ne frasi (così, ai vv. 235-240, considerati un’unica, lunga doman-
da dagli editori teubneriani, si è preferito dare forma interrogati-
va soltanto al primo distico; e si è considerata una domanda quella
pronunciata da Arianna al v. 475). Si è cercato, inoltre, di ridur -
re il più possibile il ricorso alle cruces (lasciandole soltanto al v.
229), ogni volta che il testo tràdito o una delle congetture proposte
in passato fossero ragionevolmente accettabili. Una novità del te -
sto qui proposto è la collocazione dei vv. 557-558 (già traslati da
Heyworth nel commento al terzo libro 4 , sulla scorta di un artico-
lo di Murgia 5 , dopo il v. 574) dopo il v. 602, sulla base delle mo-
tivazioni esposte nel commento al distico in questione. Non ci si è
risolti, invece, per l’espunzione dei vv. 441-442 (operata isolata -
mente da Merkel nella terza edizione 6 ): il distico è fortemente so-
spetto di interpolazione, ma lo si è mantenuto a testo per mancan-
za di argomenti incontrovertibili contro l’autenticità.
4 Heyworth [2019].
5 Murgia 1987.
6 Merkel 1889.
NO T A AL TEST O 32
32 32 03/12/24 11:17 03/12/24 11:17
FASTORVM LIBER III 39
vester h onos v en iet, cu m L a renta l ia d ica m:
ac cept us gen i i s i l la De cem ber ha bet.
Ma r t ia ter senos p roles a dol evera t a n nos
60 et su berat fla vae ia m nov a ba rba comae.
o mnib us agri co lis arm e n t o rum qu e m agi s tris
I l i adae f rat re s iu ra petit a da ba nt.
saepe dom u m ven iu nt praedo nu m sa n g u i ne laet i
et red i g u nt actos i n sua r u ra bov e s.
65 ut g en us au d ie r u nt, a n i mos pater edit us auget
et p u det i n pa ucis nom en ha bere ca sis
Ro muleoq ue cad it t ra iec t us A mu l ius ense
reg naq ue l on gaev o re st it uu ntu r av o .
moen ia c on du nt u r , q u ae, q u a mv is pa r va fuer u nt,
7 0 non ta men exped i it t ra n si lu i sse Remo .
ia m, modo q u ae f uerant si lvae pecor u mq ue reces sus,
u rbs erat, ae ter n ae cu m pater urbis a it:
« a rbite r a r mor u m, de c u ius sa n g u i ne nat us
c redor e t, ut cred a r , p ig nora m u lta d a bo,
75 a te p r i ncipi u m Roma no d ici mus a n no :
pr i mus de pa t r io no m i ne mensis er it» .
vo x rat a fit pa t r ioq ue vocat de n om i ne me nsem:
d icit u r hae c p ie t a s g rat a f u i sse deo .
et ta men a nte om nes Ma r tem colu ere pr io res :
80 hoc dederat s t ud i is bel l ica t u rba su is.
P a l lada Ce cropi d ae, M i noia Creta Di a n a m ,
V olca nu m tel lus Hy psip ylaea col it,
Iu none m S pa r te P elope iade sq ue Myc en a e,
pi n iger u m F a u n i M aena l i s ora cap ut.
85 Ma rs L at io v ene ra ndus erat, q u ia praesi det a r m is:
a r ma fera e gen t i remq ue decu sq ue da ba nt.
q uod si f or te vaca s, pereg r i nos i n spi ce fa stos :
mensi s i n h i s et ia m nom i ne Ma r t is er it.
ter t ius A l ba n is, q u i nt u s f u it i l le F al i sci s,
90 sex t u s ap u d pop u los, He r n ica ter ra, t uos;
5 7 ho nos A ς : honor U Z ω ; L a rent a l ia ς : L au rent a l ia A U Z ω 6 1 magistr is
U Z ς : minis tris A ω r u ra Z ς : iu r a A U ς 65 a ud ie r u nt A : aud ier a nt U Z
ω ; ed it u s A Z ω : a g n it u s U ς 7 1 q uae A U ω : q uo d Z ς 72 cu m A ω : t u m
U Z ς 75 d ic i mus A U ς : duc i mus Z ς 7 6 e r it U ω : er i s A : e at Z ς 82-8 4
sic A U ω : 8 4-8 3-82 Z ς 88 nom i ne … er it U ω : nom i ne … er i s A : n om i n a
… era nt Z
39 39 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 40
i nter A r ici nos A l ba n aq ue tempo ra const at
fact aq ue T el egoni moen ia c elsa ma nu;
q u i nt u m L au rentes, b is q u i nt u m Aeq u icu lus acer ,
a t r i b us hu nc p r i mu m t u rba Cu rensi s ha bet;
95 et ti bi cu m p roa v is, m i les P ael ig ne, Sa bi n is
c onv en it: h u ic gen t i q ua r t us ut r iq ue de us.
Ro mulus, hos om nes ut v i nceret o rd i ne sa ltem,
sa n g u i n i s auctor i tempora p r i ma ded it.
nec totidem v eteres q uo t nu nc ha bu ere Ka len da s :
1 0 0 i l le m i nor g em i n is mensi b us a n nus erat.
no ndum t rad ide rat v ict a s v ictor i b us a r te s
Graec ia , facu ndu m sed ma le f or t e gen u s :
q u i bene p u g n a bat, R oma na m no vera t a r tem ;
m it t ere q u i potera t pi la , d iser t us erat.
1 05 q u i s t u nc au t Hya d a s au t P l i adas At la nteas
sen serat a ut gem i nos esse su b a xe pol os,
esse dua s A rc tos, q u a r u m Cy nosu ra petat u r
Sido n i is, Hel icen Gra ia c a r i na note t,
sig n aq ue q uae longo f rater pe rcen seat a n no,
1 1 0 i re per hae c u no m ense soror is eq uos ?
l i bera cu r re ba nt e t i nobser vata per a n nu m
side ra, c onst a bat se d t a men esse deos.
no n i l l i caelo la benti a sig na teneba nt,
sed sua , q uae ma g nu m perde re cr i men e rat.
1 1 5 i l la q u idem f eno , sed erat rev erent ia fe no
q ua nta m nu nc a q u i la s c er n is h a bere t ua s.
per t ica suspen sos por t a bat l onga ma n ip los,
u nde ma n ip la r i s nom i na m i les h a bet.
erg o a n i m i i ndoci les et a d hu c rat ion e c a rentes
1 2 0 mensi b us eger u nt l ust ra m i no ra dec em.
a n nus erat deci mu m c u m lu n a rec eperat o rbem:
h ic n u mer u s ma g no t u nc i n hon ore f u it,
91 con st at A ω : co n st a nt U ς : re st a nt M h d e t for t . I : re st at G 2 et fo r t . G
93 a c er A ω : a sper U Z ς 94 cu re n si s U Z ς : foren si s A ω 96 hu ic A U ω : h ic
Z ς ; ut r iq ue ς : uterq ue A U Z ω 1 05 pl i ada s U ( M ) ς : pleiad a s A I ω : pleida s
G ς 1 07 p et at u r A ω : uoc at u r U I M ς : uoc et u r G 1 08 not et A I 3 ς : uoc at
U Z ς 1 1 1 et i no bser u at a U Z ς : non ob ser u at a A ω ; a n nu m A U ω : a n no s
Z ς 1 12 con s t a bat Z ω : c on s t a ba nt A U ς 1 1 3 t eneba nt A U ω : moueba nt
Z ς 1 1 5 q u idem fen i D ; r euerent ia feno A U M D ω : reuere nt i a fen i I G ς 11 6
qu an tam A U M ω : q u a nt aq ue I G 1 2 2 nu mer u s A U ω : nus h ς : m s G : nu r s
I : nost r i s M ˜
40 40 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 41
seu q u i a tot d ig it i per q uos nu merare solem u s,
seu q u ia bis q u i no f em i na mense pa r it,
1 25 seu q uod a du sq ue decem nu mero cresc ente v en it u r:
pr i ncip iu m spa t i i s su m it u r i nde no v i s.
i nde p at re s cent u m denos secrev it i n orbes
Romu lu s, h a st at os i n st it u itq ue d e c em ,
et to t idem p r i nceps, tot i dem p i l a nus ha bebat
1 30 c or pora, leg it i mo q u ique mereb at eq uo .
quin e tiam p art e s to ti d e m T i ti e ns ib us ill e ,
q uo sq ue vo c a nt R a m ne s, Luc e r i busq ue d e d it .
adsu etos ig it u r nu meros ser vav it i n a n no :
hoc luget sp at io f em i n a maest a v i r u m.
1 35 ne u du bites p r i mae f ueri nt q u i n a nte Ka len d ae
M a r t i s, ad haec a n i mum si g n a ref er re potes .
lau rea fl a m i n i b us q uae toto perst it it a n no
tol l it u r et f ron des su nt i n hono re novae .
ia n ua t u m reg i s posita v i ret a rbore P hoebi;
1 40 a nte t ua s fit id em, Cu r ia pr i sca , f ores.
V est a q uoq ue u t f ol io n iteat v elata rec ent i,
c ed it a b I l iac is l au rea c a n a f oc is.
ad de q uod a rca n a fieri nov u s ig n i s i n aede
d icit u r et v i res fl a m m a ref e c t a capit .
1 4 5 nec m i h i pa r va fi des a n nos h i nc isse pr io res
A n n a q uod hoc coepta e st mense P eren na c ol i.
h i nc eti a m veteres i n it i memo ra nt u r hon ores
ad spa t iu m bel l i, per fi de P oene, tu i.
den iq ue q u i nt u s a b hoc f uer at Qu i nt i l is et i nde
1 50 i ncipi t a nu mero no m i n a q u i sq u is h a bet.
pr i mu s, ol iv i fer i s Rom a m de duc t u s a b a r v i s,
P omp i l ius menses sen sit a besse duos,
siv e hoc a Sa m io doct us, q u i po sse rena sci
nos p utat, Eger ia sive m on ente s ua.
1 55 sed t a men er ra ba nt e t ia m n u nc tempo ra, donec
C aesa r i s i n m u lt is h aec q uoq ue cu ra f u it.
127 i nde pat r e s U I M G 2 : i nde pa re s ω : i mpa r es A ; or be s A I M ω : u rbe U G
1 31 tit ien si bus ς : tot ie nt i bus A : c upie nt i bus U e t u t vi d . Z 1 32 uoc a nt A U ω
: uoc at Z ς 1 33 a n no U ω : a n no s A Z ς 1 3 5 neu A U ω : ne I M ς : nec G ς
1 39 t u m U I M ς : t u nc A G ω 1 40 f it idem U ς e t ut v i d . I : sit idem G : ( t ua )
it idem sit M : it idem A ω 1 45 is se ς : e ss e A U Z ω 1 46 p eren n a Z ς : repent e
( A ) U ω 1 50 a U Z ω : i n A ς 1 55 nu nc A ς : t u nc U Z ς
41 41 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 42
no n hae c i l le de us t a ntaeq ue p ropag i n is auctor
c red i d it o f fici i s e sse m i nora s u i s
p rom i ssu mq ue si bi v ol u it p raenoscere cael u m
1 60 nec deus ig nota s hospes i n i re domos .
i l le m oras sol is, q u i bus i n sua sig na red i ret,
t rad it u r exac t is d i sposu i sse no t i s;
is dec ies senos ter cen t u m et q u i nq ue d ieb u s
iu n x it et e p leno tempo ra q u i nta d ie .
1 65 h ic a n n i modus est: i n lust r u m ac c edere debe t,
q uae c onsu m mat u r pa r t i b us, u na d ies .
«S i l icet occ u ltos mon it u s au d i re deor u m
vat i b u s, ut cer te fa m a l icere p utat,
cu m sis offici i s, Gra d ive, v i r i l i bus ap t u s,
1 7 0 d ic m i h i m at ronae cu r t ua festa c ola nt» .
si c ego . sic posi t a d i x it m i h i ca sside Ma vors
( sed t a men i n dex t ra m i ssi l i s h ast a f u it ) :
«n u nc p r i mu m st u d i i s pacis deus ut i l i s a r m i s
advocor et gre ssus i n nov a ca st ra f ero .
1 7 5 nec piget incept i: iu vat hac q uoq ue par t e mo ra r i ,
hoc sola m ne se posse M i ne r va p ute t.
d i sc e, Lat i noru m vates operose d ier u m,
q uod peti s et me mor i pec tore d ict a nota.
pa r va f u it, si p r i ma vel is elem enta ref er re,
1 80 Roma, sed i n pa r va spes t a men h u ius erat.
moen ia ia m st a ba nt pop u l i s a n g ust a f ut u r is,
c red ita sed t u rbae t u m n i m is a mpla suae .
q u ae f uer it n ost r i si q uaer i s reg ia nat i,
a spi ce de c a n n a st ra m i n i busq ue do mum.
1 85 i n st ip u la placi d i capi eba t mu ner a som n i
et t a men ex i l lo v en it i n a st ra toro .
ia m q ue l oco m a ius no men R oma nus ha bebat
nec c on iu n x i l l i nec soc er u l lus era t.
1. D K· MAR· NP
1 6 1 si g na A ω : reg n a U Z ς 1 6 4 q u i nt a A ω : i u nc t a U Z ς : q ua r t a ς 1 65hic
A U ω : h i nc Z ς ; i n lu st r u m A U I 3 ω : h i nc lu st ro ( G ) M et ( h i n) h 16 6 c o n -
su m m at u r A U ς : c on s u m at u r Z ς 1 67 si lic et ω : s ci l icet A U Z ς 1 6 8 ut
A U I G ω : et M ; cer t e A c U Z ω : cer t i s A ac 1 7 0 c ola nt A ω : c olu nt U Z ς
1 75mo ra r i A U ω : mouer i Z ς 1 7 6 sola m ω : solu m A U Z ς 1 8 0 spe s A U ω :
re s I M h : pa rs G ( ? ) ; hu iu s A ω : u rbi s U Z ς 1 82 t u m Z ς : tu nc A U ω ; n i m i s
A U G ω : m i nu s I M 1 8 4 c a n n a A Z ω : c a n n is U ς 1 85 c apiebat U Z ω :
c apie ba nt A ς 1 87 lo c o ma iu s nomen ( A ) U ω : loc u m nu mer o m a ior Z u t vi d .
1 8 8 illi A U G ω : illis M θ : illi c I B h
42 42 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 43
sper nebant gen eros i nopes v ici n ia d ives
1 90 et ma le credeba r sa n g u i n is auctor eg o .
i n st a bul is h a bi t a sse et ov es pa v isse noc ebat
iugera q ue i ncu lt i pau ca tenere so l i.
c u m pa re q u a e q ue suo c o eu nt voluc r e sq ue fer ae q ue
atq ue a l i q ua m de q u a procreet a n g u i s ha bet;
1 95 ex t rem i s da nt u r conu bia g enti bus, a t q uae
Roma no vellet n u bere n u l la f u it.
i ndo lui pat r ia mq ue ded i t i bi, Ro mule, men tem:
“tolle preces ” d i x i “ q uod peti s a r ma d a b u nt ” .
f est a pa rat Conso: Consus t i bi cetera d icet
200 i l la fact a d ie, du m sua sacra ca nes.
i nt u mu ere C u re s et q uos dol or at t ig it i dem:
t u m pri mu m gene r i s i nt u l it a r ma so cer .
ia m q ue f ere rap t ae mat r u m q uoq ue n omen ha beba nt
t rac t aq ue era nt lo nga bel l a pro pi nq ua mora.
2 05 conv en iu nt n up t ae d ict a m Iu noni s i n aedem,
q ua s i nter m ea sic est n u r u s ausa loq u i:
“ o pa r iter rap t ae ( q uo n i a m hoc c om mu ne tenem u s ) ,
non u lt ra len te possu mus e sse piae .
sta nt acies, sed u t ra d i si nt p ro pa r t e roga nd i
2 1 0 el ig ite : h i nc con iu n x, h i nc pa ter a r ma t ene t.
q u aeren du m est v iduae fi er i ma l it is a n orbae :
c onsi l iu m vob is fo r te pi u mq ue da bo ” .
consi l iu m dederat: p a rent cr i nesq ue resol v u nt
m aest aq ue f u nerea cor pora v este teg u nt.
2 1 5 ia m stetera nt acies f er ro mor t i q ue p a rat ae,
i a m l it uus pug nae sig n a dat u r us erat,
cu m rap t ae ven iu nt inter pa t re sq ue v i ro sq ue
i nq ue sinu natos, p i g nor a ca ra , tenen t.
ut m ed iu m ca mpi p assi s tet i gere cap i l l i s,
220 i n ter ra m posito p rocu bu ere g enu
1 89 sper neba nt A U ς : sp er nebat Z ω 1 9 0 c re deba r A U ω : d ic eba r Z ς 19 5
dan tur A U ω : d a nte s Z ς 1 99 pa rat A ς : pa ra U Z ω 2 0 0 i l l a Z ς : i l lo A
U ω ; fact a Z ς : fest a ( A ) U ω ; du m A U ω : cu m Z ς 2 01 q uos U Z ω : q uod A
20 6 mea sic e st A U ω : me d ia s sic ζ ς 2 07 q uon ia m ho c U ω : q uon ia m A :
q u ae q ue hoc ζ u t vi d . , ς 2 0 8 le nte A U ω : c er t e ζ ς 21 1 ma l it i s ( A ) ω : m a-
l i mu s U ζ ς u obi s ζ ς : nobi s A U ς stete ra nt A ω : st a ba nt U ζ ς 21 6 l it uu s
pu g n a e A U ω : l it uo t u bicen ζ ς 21 7 pat re s A ( U ) ω : f rat re s ζ ς 2 1 8 t enent A
U ω : f er u nt ζ ς 2 1 9 pa s si s U ζ ς : sc i ssi s A ω
43 43 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 44
et, q u a si sen t i rent, b la n do cla more ne potes
t en deba nt a d av os bracch ia pa r va suos .
q u i potera t cla m a bat a v u m t u m den iq ue v i su m ,
et q u i v i x potera t posse coac t us erat.
225 tela v i r is a n i m iq ue cadunt glad i i sq ue rem ot is
d a nt socer i gene r i s ac cipi u ntq ue ma nus
lau d ata sq ue tenen t n ata s sc utoq ue nepo tem
fer t a v us: hic scut i du lcio r u sus erat.
i nde † d iem q uae pr i m a † mea s celeb ra re Ka len d a s
230 Oeba l iae m at res non le ve m u nus ha bent :
au t q u ia c om m it t i st r ict i s mu cron i bus ausae
fi n ierant lacr i m is M a r t ia bel l a su i s,
ve l q uod erat d e me f el iciter I l ia mater ,
r ite colu nt mat res sacra d iem q ue me u m.
235 q u i d q uod h iems ad oper t a gel u t u m den iq ue ced it
et pere u nt lapsa e sol e tepen te n iv es ?
a rbor i bus rede u nt de ton sae f r igore f ron des
uv ida q ue i n tene ro pa l m ite gem m a t u met
q u aeq ue d iu lat u it, nu nc se q ua tol lat i n au ras
240 fe r t i l is o cc u lt a s i nven it h erba v ia s.
n u nc f e cu ndus ager , pe cor i n u nc h ora crea nd i,
nu nc a v is i n ra mo te ct a l a remq ue parat.
tempora i u re c ol u nt Lat iae fecu nda parentes,
quarum mili ti am v o ta qu e p ar tus h a b e t .
24 5 ad de q uod, excu bias u bi rex R oma nus a geba t,
q u i nu nc Esq u i l i a s nomi na c ol l is h a bet,
i l l ic a n u r i bus I u non i templa Lat i n i s
h ac su nt, si memi n i, pu blica fact a d ie .
q u id m oro r et var i is onero t ua pe ctora causis ?
250 em i net a nte ocu los q uod pe t i s, ec ce, t uos .
mater a mat nup t a s, mat r u m me t u rba f req uentat:
h aec nos pr aec ip ue t a m p ia c ausa decet» .
223 t u m A ζ ς : t u nc U ς et i n m g. A 228 s cut i A U ω : s cut i s ζ ς 229 d iem A
U ω : d ie ζ 230 mu nus U ζ ω : nome n A 231 aut A G ω : a n U M ς 235 t u m
U ζ ς : t u nc A ω 2 36 la psa e A ω : uic t a e U G ς : maest ae M 237 deton sae A U
ω : exc u ss ae ζ ς 238 uu id a U ς : u m id a ζ ς : uiu ida a ς : nu d a A ; i n A U ω : e ζ ς
24 1 pe c or i e s t U G ς : pe c or i s A M ω 242 ra mo A U ω : ra mo s ζ ς 245 u bi rex
A ω : rex d : r eg i U ζ ; a ge bat A ω : h a bebat U ζ ς 2 46 e sq u i l ia s A ς : ex quilias
U ς : esq u i l i ae G θ : e x quilia e M h ς 2 50 e c c e U ω et s u pr a r a s. A : ip se G ς :
a nte M 25 1 mat r u m ( m at r i s ς ) me tu rba A ω : m at r u m q uoq ue t u rba U : m a-
t r e s i n uot a M et f or t . G ; fr eq uent at A U ω : f r eq uent a nt ζ ς
44 44 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 45
f er te de ae flo res ! gau det fl oren t i bus he rb is
h aec dea: de tenero ci n g ite flo re capu t !
2 55 d icite : «t u nob is lucem, Lu ci na , ded ist i » ;
d ic it e: «t u vot o pa r t u r ient i s ade s» .
si q ua t a men g rav ida est, re sol uto c r i ne p rec et u r
ut solv at pa r t u s mol l ite r i l l a suo s.
Q u i s m i h i nu nc d icet q u a re c ael est ia M a r t i s
260 a r ma fe ra nt Sa l i i Ma mur iu mq ue ca na nt ?
ny mpha, mon e, nem or i sta g noq ue opera t a Dia n ae;
ny mpha N u m ae con iu n x, ad t u a fact a veni.
va l l i s A r ici nae si lva pra ec i nc t u s opaca
e st lacu s, a nt iq ua rel i g ione s acer:
265 h ic late t H ippo ly t us, lo r is d i rep t u s eq uo r u m ,
u nde n em us nu l l i s i l lu d ad it u r eq u is.
l ici a dependen t longa s vela nt ia saepe s
et posita est mer it ae m u lt a t a bel la deae.
saepe po tens vot i, f ron tem red i m ita c oron is,
27 0 fem i n a lu centes por t at a b Urbe f ace s .
reg n a tenen t for tes m a n i bus ped i b usq ue fu gace s
et per it ex emp lo post modo q u i sq ue su o .
defluit i ncer to lapi dosu s mur mu re r iv u s :
saepe, sed ex i g u i s haust i bus, i nde b i bi.
27 5 Ege r i a est q uae praebe t aq u a s, dea g rat a Ca meni s :
i l l a Nu mae c on iu n x c onsi l iu mq ue fu it.
p r i ncipi o n i m iu m pro mp tos ad be l l a Q u i r ites
mol l i r i placu it i u re deu mq ue me t u.
i nde datae leges, n e fi r m ior o m n i a posset,
280 co ep t aq ue su nt p u re t rad it a sacra c ol i.
ex u it u r fe r ita s a r m i sq ue poten t ius aeq uu m est
et cu m cive p ude t con ser u isse m a nus
atque a l iqu i s modo t r u x v isa ia m ver t it u r a ra
v i naq ue dat tepi d is sa lsaq ue fa r ra f oc is.
258 i l la A U ω : i psa ζ ς 2 6 0 mam uri um qu e ζ : mamm uri um qu e ( A ) U
26 1 nemor i A U ω : nemor i s ζ ς l ac u s A U M ς : lo c u s G ς 26 5 lat et A ω :
ia c et U ζ ς ; lori s A U ω : f u r i i s ζ ς ; d i r ept u s A U ω : d i st r ac t u s ζ ς 26 9 f rontem
A U ω : mu lt is ζ ς 271 f or t e s m a n i bus p ed i busq ue U ω : for t e s ma n i busq ue A
: for te sq ue m a nu ped i busq ue ζ ς 27 4 i nde U ζ ω : u nde A ; bi bi D ς : bi bit A U
ω : bi be s ζ ς 2 80 pu r e A U ω : mer ito ζ u t vi d . , ς 281 potent iu s aeq uu m A
ω : pot ent i bus a eq uu m U G ς : pote nt i a se c u m M e t v.l . G 2 82 m a nu s A U ω :
m an um ζ ς 283 u i sa … a ra A U ω : uer sa … i ra ζ ς 28 4 s a ls aq ue fa r ra U ζ ς :
fa r raq ue sa lsa A ω
45 45 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 46
285 e c ce deu m gen itor r ut i la s per n u bi la fl a m m a s
spa rg it e t eff usi s aethera si c c at a q u i s.
no n a l ia s m i ssi cec id ere f req uen t ius i g nes :
rex pa ve t et v olg i pec tora ter ror ha bet.
cu i dea «ne n i m iu m ter rere : p ia bile f u l men
290 e st» a it « et sae v i flect it u r i ra Io v i s.
sed pote r u nt r it u m P icus F aunusq ue pia n d i
prodere , Roma n i numen ut r u mq ue soli ;
nec si ne v i t raden t: ad h i be t u v i ncu la c ap t i s »
atq ue ita q ua possi nt e r u d it a r te capi.
295 l ucus A ven t i no su berat n iger i l ici s u m b ra,
q uo posses v i so d icere « numen i nest» .
i n med io gra men m usc oq ue a doper t a v i rent i
m a na bat sa x o vena pere n n i s aq uae.
i nde f ere sol i F a u nus Picu sq ue b i beba nt:
300 hu c venit et f ont i rex Nu ma m act at ov em
p lenaque odorat i d ispon it pocu la Bac ch i
c u mque su i s a nt ro c ondit us ipse latet.
ad so l itos veniu nt si lvest r ia nu m i n a f on tes
et rel eva nt m u lto pectora si c ca mero .
305 v i na q u ies seq u it u r: gelido N u m a prodit a b a nt ro
v i nclaque sop ita s addit i n a r t a m a n u s .
som nus ut a bsce ssit, p ug na ndo v i ncu la tempta nt
r u mpere : pug n a ntes f or t ius i l la tenen t.
t u m Nu ma: « d i nemo r u m , fact is i g nosc ite nostr i s,
3 1 0 si scelus i n gen io scit is a be sse meo,
q uoq ue mod o p os sit f u l men mon st r ate pia r i » .
sic N u m a. sic q uat iens cor nua F au nus a it:
«mag n a pet is nec q uae mon it u t i bi di sc ere nostr o
fa s sit : ha bent fi nes nu m i n a nost ra suos .
3 1 5 d i su m u s ag re stes et q u i dom i nem u r i n a lt is
monti bus : a rbi t r iu m e st i n sua tela Iov i.
h u nc t u non po ter is per te deducere cael o,
at poter is nost ra fo rsita n u sus ope » .
292 proder e U ζ ς : t rader e A ω ; ut r u mq ue A U ς : ut erq ue ζ ς 293 si ne u i A U
G 3 ω : n i si q ue M ; ad h i b e t u A U ω : ad h i bet o ( ζ ) ς 29 4 po ssi nt A U ω : po s-
su nt ζ ς : po ss ent ς ; er ud it U ζ ς : ed id it A ω 301 d i s pon it A ζ ω : d i s pon it U ;
bac ch i A U ω : u i n i ζ ς 302 lat et A U ω : iac et ζ ς 30 4 pe c tor a A U ω : po cu-
la ζ 30 6 so pita s ( A ) U ω : su bie c t a s ζ ς 309 t u m ζ ς : t u nc A U ω 31 0 s i A
U ω : na m ζ ς 3 1 3 d i s c ere U ζ ς : d icer e A ς 3 1 6 t ela ζ ς : te c t a A U ω
46 46 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 47
d i xera t hae c F au n us; pa r est senten t ia P ici.
320 « deme » t a men «n obis v i ncu l a » Picus a it
« Iu pp iter h uc v en iet v a l ida dedu ct us a b a r te:
nu bi la promi ssi St y x m i h i te st i s er it» .
em i ssi laq ueis q u i d a ga nt, q uae ca r m i na d ica nt
q uaq ue t ra h a nt superi s sed i b us a r te Iov em
325 sci re nefas ho m i n i: nob i s c on ce ssa ca nen t u r
q uaeq ue p io d ici vati s a b ore l icet.
el ici u nt cael o te, Iup piter , u nde m i nores
nu nc q uo q ue t e c e lebr a nt E l ic iu mq ue v o c a nt.
const at A ven t i nae t remui sse cac u m i na si lvae
330 ter raq ue s u bsed it pon dere pressa Io v i s.
corda m ica nt reg is totoq ue e cor pore sa ng u is
f ug it et h i r sutae der ig uere comae .
ut red i it a n i mus, « da c er t a pia m i na » d i x it
«f u l m i n is, a ltor u m rex q ue pate rq ue de u m,
335 si t ua cont ig i mus ma n i bus dona r ia pu r i s,
hoc q uoq ue q uod petit u r si pia l i n g ua rogat » .
ad nuit ora nt i, sed ver u m a m ba ge rem ota
a bd id it et dubio te r r u it ore v i r u m.
« c aede capu t» d i x it. cu i rex «pa rebimus» inq u it
3 40 «caeden da e st hor t i s er ut a c epa m eis » .
ad d id it h ic « hom i n is » . « su mes » a it i l le « c apil los » .
post u lat h ic a n i m a m. cu i Nu ma «pisci s » a it.
r i sit e t « h i s » i nq u it « facito m ea tela procu re s,
o v i r c on loq u io n on a bigen de deu m.
345 sed t i bi, p rot u ler it cu m tot u m c ra st i nus orbe m
Cy nt h ius, i mper i i pig nora cer t a d a bo» .
d i x it et i n gen t i ton it r u super aethera m ot u m
f e rtur , a d o r an te m d e sti tui t qu e N umam .
i l le red it laetu s memo ratq ue Q u i r it i b us ac t a:
350 t a rda ven it d ict is d i f fici l i sq ue fi des.
32 1 uen iet u a l ida A U ω : c a l id a uen iet ( ς ) u t vi d . : ua l ida uen iet ς ; deduc t u s ζ ς :
pe rdu ct us A U ς ; a r te A G ς : a rc e U M ω 322 nu bi la pr om is si A U ω : nu m i n a
prom i ssi s ζ e m i s si l aq uei s U ω : e m is si l aq uei A : em i s si s laq uei s ( ζ ) ς ; d ic a nt
U G ω : d ic at A M ς 324 q uaq ue t ra ha nt U ζ ω : q u i t ra hat a A : q u a t ra h at a
F Δ ς 327 elic iu nt A U ω : del ic iu nt ζ 327 el ic iu mq ue A U ω : del ic iu mq ue ζ
33 1 c or por e A ω : pe c t ore U ζ ς 3 32 der i g uere A : d i r ig uere U ζ ω 337 sed
uer u m A U ω : uerb or u m ζ 3 4 1 h ic hom i n i s A U ω : hoc o men ζ 34 2 a it
U ω : e r it A u t v i d . , ζ ς 3 4 7 mot u m ( ζ ) ς : not u m A U ω 3 48 de st it u it A ω :
de ser u it U ζ ς
47 47 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 48
« at cer te c redem u r» a it « si ve rba seq uetu r
ex it u s : en au d i cra st i n a, q u isq u i s ades .
p rot u le r it ter r i s cu m tot u m Cy nt h ius orbem,
Iup p iter i mper i i pig nora cer t a da bit » .
355 d i scedu nt du bii prom issaq ue t a rda v iden t u r
dependet q ue fi des a ven ien te d ie.
mo l l is erat tel lus rora t a ma ne p r u i na:
a nte su i pop u lus l i m i na reg is adest.
p rod it e t i n sol io med ius con sed it acer no :
360 i n numer i c i rc a st a ntq ue si len tq ue v i r i.
or t us erat su m mo ta nt u m modo ma rg i ne P hoeb u s :
s ol l ic it ae me nte s s p eq ue m et uq ue pavent .
c on s t it it atq ue c aput n ive o velat u s a m ic t u
i a m bene d i s nota s sust u l it i l le ma nus
365 at q ue ita «temp us adest pro m i ssi muner i s » i nq u it
« po l l ic it a m d ic t i s, Iuppit er, adde fid em » .
du m loq u it u r , totu m ia m sol emo vera t orbem
et g rav i s aether io ve n it a b a xe fra gor .
ter ton u it si ne n u be deus, t r ia f u lg u ra m i sit.
3 7 0 cred ite d icen t i: m i ra sed act a loq uor .
a med ia c ael u m reg ion e deh isc ere coepit:
su m m i sere oc u los cu m duce t u rba su o .
ec ce lev i sc ut u m ve rsat u m len iter a u ra
de cid it: a pop u lo cla mor a d a st ra ven it.
37 5 toll it h u mo mu nus caesa pr ius i l le i uve nca
q uae dederat n u l l i c ol la pre men d a iugo
i dq ue a nci le vocat, q uod a b om n i pa r te re ci su m e st,
q uaq ue n otes ocu l is a n g u lus om n i s a be st.
t u m , mem or i mper i i sor tem c onsistere i n i l lo ,
380 c onsi l iu m mult ae ca l l id itat i s i n it:
p lu ra iu bet fi er i si m i l i c aelata fi g u ra ,
er ror ut ante oc u los i nsid ia nti s eat.
M a mu r iu s , mor u m fa brae ne e x a c t ior a r t i s
d i f fici le est, i l lu d , d icere, cla usit op u s .
35 1 c re demu r ς : c red emu s A U ω : c r e d a mu s ζ ς ; se q uet u r A U ω : s eq u at u r
ζ ς 35 2 en aud i A U ω : et du bie ζ u t v i d . ; q u isqu is A U ω : pisc i s ζ u t v i d . 356
a uen ie nte ς : adu en iente A U ζ ω 360 si lent A U ω : sede nt ζ ς 363 atq ue
U ζ ω : aq ue A 365 mu ner i s A ω : nu m i n i s U ζ ς 36 9 f u l g u r a U ζ ς : fulmin a
A ω 3 7 1 c o epit A U ω : u i su m e st ζ ς 3 72 suo A U ω : suos ζ ς 377 -378 om .
A ( su ppl . A 2 ) 377 idq ue U ζ ς : adq ue A 2 ( ω ) 3 78 q u a U A 2 ζ ς : q uem ω 379
t u m U ζ ω : t u nc A ς 38 3 m a mu r iu s ζ : ma m mu r iu s ( A ) U ; fa brae ne A ( U ) ω :
fa br a e q ue ζ ut vi d . , ς 38 4 i l lud U ς : ulli A ω : illi M d : ut i G
48 48 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 55
585 vela cadu nt p r i mo et d u b ia l i bra nt u r a b au ra.
«fi nd ite rem ig io » nav ita d i x it « aq ua s » ,
du mq ue para nt tor to su bducere ca rbasa l i no ,
percut it u r rapi do pup pis adunca Noto
i nq ue pa tens aeq uor fr u st ra pug n a nte ma g ist ro
5 9 0 fer t u r et ex ocu l i s v i sa refu g it h u mus.
adsi l iu nt flu ct u s i moq ue a g u rg ite pon t u s
ver t it u r et ca n a s a lve us h au r it a q ua s.
v i ncit u r a rs ven to nec ia m mode rator ha ben i s
ut it u r , at vo t i s is q uoq ue poscit opem.
5 95 iact at u r t u m i da s ex u l P hoen i ssa per u ndas
u m ida q ue o pposi t a lum i na veste teg it.
t u m pr i mu m D id o f el i x est d ict a soror i
et q uaec u mq ue a l i q ua m cor pore p re ssit h u mu m.
duci t u r ad Lau ren s i n genti fl a m i ne l it u s
600 p upp i s et exposit i s om n i b u s haust a per it.
ia m p ius Aen e a s reg no nataq ue Lat i n i
auc t u s e rat , p o pu lo s m i s c uer atq ue d uo s.
55 7 <ter t i a nu da ndas ac c epera t a re a messes
558 i n q ue ca vos i era nt ter t i a musta l acu s; >
l itore do t a l i sol o com it at u s Achate
se cret u m nu do du m pede ca r pi t iter ,
605 aspi cit er ra ntem n e c c redere sust i ne t A n na m
e sse: qu id i n Lat ios i l la ven i ret ag ros ?
du m se cu m Aen ea s, « A n na e st ! » excla mat Achates :
ad no men v ol t u s sust u l it i l la suos .
he u, q u id agat ? f u g i at ? q uos ter rae q u aera t h iat u s ?
6 1 0 a nte ocu los m i serae fa t a soror i s era nt !
sensit e t ad loq u it u r t repi d a m Cy t herei u s heros
( flet ta men a d monit u mo t u s, El issa , t u i ) :
« A n n a, per ha nc i u ro q u a m q uon da m au d i re sol ebas
t el lu rem fa to p rosper iore da r i,
6 1 5 perq ue deos com ites hac nupe r sede l oc atos,
saepe mea s i l los i ncrep u i sse moras .
585 librantur A U ω : uibrantur ζ ς 586 findite ( ζ ) ω : findit A U 594 at ς :
aut A U ω : a ζ ; is A G ω : his U ς : hic M 597 tum U ζ ς : tunc A ς 599 ducitur
Α U ω : figitur ζ ς 602 auctus Α ω : actus U : iunctus ζ ς 609 heu quid agat
fugiat ς : heu fugiat quid agat ( A ) U ω : quo fugiat quid agat ( ζ ) ς 610 fata ζ ω :
facta A U 612 admonitu ζ ω : admonitus A U ς ; tui A U ς : tuo ζ ς
55 55 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 56
nec t i mui de mor te t a men: me t u s a b f u it iste.
ei m i h i , cred i bil i fo r t ior il la f u it !
ne re f er: aspex i non i l lo pectore d i g na
6 2 0 vol nera T a r t a re a s ausus ad i re dom os.
at t u, seu ratio te nost r i s adp u l it or is
sive de u s, reg n i c om moda c a r pe mei.
m u lt a t i bi mem ores, n i l non debem u s El is sae :
nom i ne g rata t uo , g rata soror is er is» .
6 25 t a l ia d icenti ( neq ue eni m spes a ltera restat )
c red i d it, er rores ex posu itq ue s uos ;
utq ue d omu m i nt rav it T y r ios i ndut a pa r at u s,
i ncipi t Aeneas ( cetera tu rba si le t ) :
« h a nc t i bi cu r t rada m, pia causa , Lav i n ia con iu n x ,
630 e st m i h i: consu mpsi nauf ra g u s hu ius opes .
or t a T y ro est , reg nu m L i by c a possed it i n ora;
q ua m precor ut ca rae more so ror i s a mes» .
om n ia promit t it f a l su mq ue Lav i n ia vol nus
mente p rem it tac ita d i ssi mu latq ue f remens
635 dona q ue cu m v id eat pr aeter s ua lu m i na fe r r i
mu lt a pa l a m , m it t i c l a m q uoq ue mu lt a put at .
no n ha bet exact u m q u id agat: fu r ia l iter od it
et pa rat i n si d i as et cupi t u lt a mor i.
no x erat: a nte toru m v i sa est adst a re soro r is
6 4 0 sq u a lent i D ido sa n g u i nu le nt a c om a
et « f u ge, n e du bi t a , maest u m f u ge » d icere «tec t u m ! » ;
su b verb u m q uer u la s i mpu l it au ra f ores .
exsi l it et v el o x hu m i l i supe r a r va f enest ra
se i acit ( au d acem fecerat ip se t i mor )
645 q uaq ue me t u rap it u r , t u n ica ve lata re ci nct a
c u r r it ut a udit is ter r ita d a m m a lup i s.
cor n i ger ha nc cupi d is rapui sse Nu m icius u nd i s
c red it u r et sta g n i s oc cu lu i sse su i s .
615 comites hac nuper A ( U ) ω : nuper comites nunc ζ 618 fortior A U ω :
certior ζ ς 619 pectore ζ ς : corpore Α U ω 628 silet U ζ ω : tacet A ς 634
fremens U ζ ς : metus Α ω 635 uideat A ω : uidit U ζ ς 636 palam U ζ ς
: tamen A ω 637 habet A U ω : tamen ζ ς 638 et parat Α ω : praeparat
U ζ ς 641 et fuge ς : effuge Α U ζ ω 643 humili U ζ ς : illi A ς ; super arua
ζ ς : super ausa A U ς 645 qua U ζ ς : cum Α ω : dum D v.l. 647 cupidis
ζ ς : tumidis A U ω
56 56 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 57
Si don is i nterea ma g no cla mo re per ag ros
650 q uaer it u r: apparent sig n a notaeq ue pedu m.
v ent u m erat a d r ipas : i nerant vest ig ia r ip i s.
sust i nuit t acita s con scius a m n is aq u as.
i psa l oq u i v isa est «p lacidi su m ny mpha N u m ici:
a m ne pere n ne la tens A n na P eren na vocor» .
655 p roti nus er rat is laet i vescu nt u r i n a g r i s
et cel ebrant la rgo seq ue d iem q ue m ero .
S u nt q u i bus haec Lu n a est, q u ia mensi b us i mpl eat a n nu m;
pa rs T he m i n , I n ach ia m pa rs pu t at esse bo ve m.
inve n ies q u i t e ny mp hen A za n ida d ica nt
660 t eq ue Io v i pr i mos, A n n a, ded isse c i bos.
haec q uoq ue, qu a m ref eram , nost ra s per ven it a d au re s
fa ma nec a ve r i d i ssi det i l l a fi de .
p leb s ve t u s et n u l l is et i a m nu nc t uta t r i b u n is
f ug it et in Sac r i ver t ice Mon t is erat.
665 ia m q uoq ue q uem secu m t u le ra nt de fecerat il los
v ict u s et h u ma n is u si b us apta Ceres.
o r t a su b u rba n is q uaeda m f u it A n na Bov i l l i s,
pauper s ed mu lt ae se du l it at i s a nus.
il la, lev i m it ra ca nos i nci nct a c apil los ,
6 7 0 fi n geb at t rem u l a r u st ica l i ba ma nu
a tq ue i t a per po p u lu m f u ma nt ia ma ne so leb at
d iv i dere : haec pop u lo cop ia g rata f u it.
p ac e dom i fac t a si g nu m p osuere per en ne,
q uod si bi d ef ec t is i l la fe reba t opem .
6 75 N u nc m i h i c u r ca nte nt s uperest ob scena p ue l lae
d icere : n a m coeu nt cer t aq ue p rob ra c a nu nt.
n uper e rat dea f act a ; ve n it Gra d iv us ad A n n a m
et cu m seducta t a l i a ve rba f ac it:
« mense meo col er i s, i u n x i mea tempora tecu m:
680 pend et a b officio spes m i h i m ag n a t uo .
650 notaeque Α ζ ω : notata U 651 inerant … ripis ( A ) U ω : intrant … ripae ζ
ut vid. , ς 652 tacitas A U ω : tenues ζ ς 653 placidi A U ω : rapidi ζ ς 659
Azanida Alton : azamnida G : azamida M : alanida A U : at(ha)lantida ω 662
ueri Α ω : uera U ζ ς 663 nunc A G ω : tunc U ς : stat ( cum sat supra scripto ) M
664 erat Α ω : abit U ς et ut vid. ζ 665 quem Α U ω : quae G : quod M ; secum
tulerant A U ω : tulerant secum ζ ς ; illos A U ς : illis ζ ω 668 multae A U ω :
mundae ζ ut vid. , ς 669 incincta Α ω : redimita U ζ ς 673 per(h)enne A U M
ω : per(h)ennae G θ 674 ferebat Α U ω : tulisset ζ ς
57 57 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 58
armif e r armif e r a e c o rr e p tu s am o r e M in e rv a e
u ror et h oc longo tempo re vo l nus a lo .
effice d i st udio si m i les c oea mus i n u nu m:
c onv en iu nt par t es hae t i bi, com i s a nus» .
685 d i xera t. i l la deu m pro m isso lu d it i na n i
et st u lta m du bia spe m t ra h it usq ue mo ra.
saep ius i n st a nt i «ma ndata pereg i mus » i nq u it
«e v ict a s preci bus v i x ded it i l la ma nus » .
c re d it a m a n s t h a l a mo sq ue pa r at: ded uc it u r i l luc
6 9 0 A n n a tegens vo lt u s, ut n ova n up t a, suos .
oscu la su mpt u r us su bi t o Ma rs a spi cit A n n a m:
nu nc p udor e lusu m, nu nc su bi t i ra deu m.
r ide t a m atore m ca nae nova d iva M i ner vae
nec re s hac V eneri g rat ior ul la f u it.
69 5 i nde i oci veteres obscenaq ue d ict a ca nu nt u r
et iu vat ha nc ma g no v erba d ed isse de o .
Praeter it u r us era m g lad ios i n pr i ncipe fi xos,
c u m si c a ca st is V e st a locuta focis:
«n e du bita mem i n i sse: m eus f u it i l le sacerdos,
7 0 0 sac r i legae te l i s me petiere ma nus.
ipsa v i r u m rapui si mulac raq ue n u da rel iq u i:
q uae c ec id it f er ro, Caesa r is u m bra fu it.
i l le q u idem cael o posit u s Io v is at r i a v i d it
et tene t i n m a g no temp la d icata foro .
7 05 at q u icu mq ue n efas ausi, p roh i ben te deor u m
nu m i ne, p ol luer a nt p ont i fic a le c a put ,
mo r te iac en t mer ita: te stes e stote, P h i l ipp i
et q uo r u m spa r sis ossi bus a l bet h u mus» .
hoc op u s, haec pi eta s, haec pr i ma elem enta f uer u nt
7 1 0 Caesa r is: ulci sci iust a per a r ma pat rem.
P o stera cu m t ene ras au rora re f ec er it he rbas,
S c or pi os a pr i m a pa r te v ide nd u s er it.
T er t ia post Id us lu x est c el eber r i ma Bac cho:
B acche, f av e vat i, du m t ua festa c a no .
16. C F
17. D LIB· A GON· NP
683 di(i) studio ω : dii estudio A : de studio U ζ ς 684 hae U ω : haec Α ζ ς
686 stultam dubia spem trahit usque mora A U ω : stultum dubia speque mora-
que trahit ( ζ ) ς 688 evictas ς : euicta A ω : et uicta M ς : en uicta G ( ? ) : inter et
uicta et euicta ( sic Y ) haesitabat U 689 credit Α ω : gaudet U ζ ς 693 ridet ζ ς
: ludis A U ω ; canae ( ζ ) ς : carae Α U ω 696 deo ( A ) U G 3 ω : iouem M 705 at
U ζ ς : et Α ς 712 scorpios A : scorpius U ζ ω ; erit ζ ω : erat A U ς 714 uati …
festa ( Α ) U ω : facti … festa M : uati … facta G
58 58 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 59
7 1 5 nec ref era m S eme len, a q ua , n isi f u l m i n a sec u m
Iup p iter a d fe r ret, pa r t u r ien du s eras;
nec, p uer ut posses mat u ro tempore nasc i,
ex p le t u m pat r io cor pore mat r is op us.
Sithonas et Sc y t h icos lo ng u m na r ra re t r iu mph os
720 et dom ita s gen tes, t u r i f er I nde, tu a s .
t u q uoq ue T heba nae ma la praeda t acebere mat r i s
i nq ue t uu m f u r i i s ac te L y cu rge ge nus .
ec ce l i bet subitos p i sc es T y r rhe naq ue monst ra
d icere, sed no n est ca r m i n i s hu ius op u s.
725 ca r m i n is hu ius op u s c ausas ex pon ere q u a re
v it i sator po p u los ad sua li ba vocet.
a nte t uos or t u s a rae si ne hon ore fuer u nt,
L i ber , et in gel id is herba re per t a foci s .
te mem ora nt Ga nge totoq ue Or ien te su bacto
73 0 pr i m it ia s ma g no seposu isse Iov i:
c inn ama tu p rim u s ca p ti v a qu e tura d e d i s ti
deq ue t r iu mphato v isc era tost a bov e.
no m i ne a b au ctor i s ducu nt l i ba m i na nom en
l i ba q ue, q uod sa nct i s pa rs d at u r i nde f o ci s;
73 5 l i ba deo fiu nt, sucis q u ia du lci bus i dem
gau det et a Baccho m el la reper t a f er u nt.
i bat ha renoso sat y r is c om it at u s a b Heb ro
( non ha bet i ng ratos fa b u l a nost ra iocos ) ;
ia m q ue e rat a d R hodope n P a ngaeaq ue flo r ida ven t u m:
7 40 aeri fe rae com it u m c oncrep uere ma nus.
ec ce nova e co eu nt v ol ucres t i n n it i b us ac t ae,
q uosq ue mo vent so n it u s aera, seq uu nt u r apes :
col l ig it er ra ntes et i n a rbore clau d it i na n i
L i ber et i nv enti praem ia mell i s ha bet.
715 a qua Wormell et Courtney (sed vide commentarium) : ad quam codd. ; nisi
U ζ ω : om. A : cum ς 716 parturiendus eras Alton : parvus inermis eras A c ω :
parvus inermis erat A ac U ζ ς 717 posses Α U ω : posset ζ 719 sithonas A U ς
: bistonas ζ ς 722 genus A U ζ ς : genu ω 723 libet A U ω : iubet ζ ; subitos ω :
subito Α U ζ ς ; tyrrena U G ω : terrana A : terrena M 725 causas Α ω : causa est
U G ς : est causam M : causam est h ς ; exponere A U ω : expromere ( ζ ) ς 726
uitisator U ζ ς : uilis anus ω : ultus anus A 734 sanctis A U ω : sacris ζ ς 736
idem A ω : ille U ζ ς 738 nostra U ζ ω : sera A 739 florida M h d G 3 ς : flumi-
na A U ω 740 concrepuere Α ζ ω : cum crepuere U ς
59 59 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 60
7 4 5 ut sat y r i lev isq ue sen ex tet igere sapo rem
q uaereba nt flav os per nem u s om ne f a vos .
au d it i n exesa st r i dorem exa m i n i s u l mo,
a spi cit et ceras d issi mulatq ue senex;
utque pige r pa nd i tergo resi debat asel l i ,
750 adp l icat h u nc u l mo cor t ici b usq ue ca v i s.
const it it ipse su per ra moso st ipi te n i x us
atq ue av ide t r u nc o c ond it a mel l a p et it:
m i l ia cra bron u m co eu nt e t ver t ice nu do
s pic u l a d efi g u nt oraq ue si m a not a nt .
755 i l le cad it pr aec eps et ca lce f er it u r a sel l i
i ncl a m atq ue s uos au x i l iu mq ue r og at .
concu r r u nt sa t y r i t u rgen t iaq ue ora p a ren t is
r ide nt; percusso clau d icat i l le g en u.
r ide t et ip se deus l i mu mque i ndu cere monst rat:
7 60 h ic paret monit is et l i n it o ra lu to .
mel le pat er f r u it u r l i b oq ue i n f u s a c a lent i
iu re reper tor i sp len d ida me l la d a mus .
f em i na c u r p raestet, non est ration i s oper t ae :
fem i ne os t hy rs o c onc it at i l le chor o s.
7 65 cu r a nus hoc faciat, q uaer i s ? v i nosio r aet a s
h aec erat e t g rav idae m u nera v it i s a ma n s.
cu r heder a ci nct a e st ? hedera est g rat i ssi ma B accho :
hoc q uoq ue, cu r it a sit, d icere nul la mora est.
Nysia da s ny mpha s p ue r u m q uaerente n ov erca
77 0 h a nc fr on dem c u n i s opp osu i sse fe r u nt.
Restat ut i nve n ia m q u a re toga l i bera det u r
Luc i fero puer i s, c a nd ide B ac che, t uo:
siv e q uod ipse p uer se mper iu veni sq ue v i der is
et med ia e st aeta s i nter ut r u mq ue t i bi;
775 se u, q u ia t u pa ter es, patre s, sua p ig nora, natos
co mm e n d an t cur a e n uminib u s qu e tuis ;
siv e, q uod es L i ber , vest i s q uoq ue li bera per te
s umi tur e t vi ta e lib e ri o ri s i te r ;
749 pandi tergo A ( U ) ω : tergo pandi ζ ς 753 crabronum ζ ς : cabronum Α ς :
crabonum ( U ) ς 754 sima Rubenius, Heinsius, anon. : prima A ω : summa U ζ ς
758 ille A ζ ω : ipse U ς 762 splendida A ω : candida U ζ ς 763 praestet ς :
praesit ζ ω : presset A U ς 766 haec erat A U M ω : haec est G ς ; amans U ζ ς :
amat A ω 768 dicere U ζ ω : discere A ς 769-770 nysiadas nymphas … oppo-
suisse ferunt ( A ) ( U ) ω : nysiades nymphae … opposuere nouis ζ ς 772 lucifero
U ζ ς : luciferi A : luce geri ς ; tuo U ζ ς : tua Α ς
60 60 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 61
a n q u ia , cu m colere nt p r i sci st u d iosi u s a g ros
7 8 0 et facere t pat r io r u re senator op u s
et capere t fasce s a cu r vo con su l a rat ro
nec c r i men du ra s es set ha bere ma nus,
r u st icus ad l u dos pop u lus ven ieb at i n Urbem
( sed d i s, non s t ud i is i l le da bat u r hono r:
7 8 5 lu c e sua lu dos uvae com men tor ha bebat,
q uos cu m t aed i fe ra n u nc ha bet i l le dea ) :
erg o, u t t i ronem cel e b ra re f req uen t ia pos set,
v i sa d ies da n dae non a l iena togae ?
m ite c ap ut, pa ter , h uc p lac ataq ue cor nua ver t a s
7 9 0 et des i ngen io ve la se cu nda meo .
Itu r ad A rgeos ( q u i si nt, sua pag i na d icet )
h ac, si com mem i n i, prae ter it aq ue d ie .
stel la L y caon i a m verg it decl i n i s ad A rc ton
M i lu us : hae c i l la noc te v i den da ven it.
79 5 q u id ded er it vo lu c r i si v i s c og noscere caelu m,
Sat u r nus reg n i s a Iov e pu lsu s era t:
c onc it at i r at u s va l ido s Tit a n a s i n a r ma
q uaeq ue f u it fati s debi t a temp t at opem.
mat re sat u s T er ra , monst r u m m i ra bi le, tau r us
800 pa r te su i ser pen s poster iore fu it:
h u nc t r ip l ici mu ro lu c i s i nclusera t at r is
P ar carum m o ni tu S t yx vi o l e n ta tri um .
v isc era q u i t au r i fla m m is ado len d a ded i sset,
sors erat ae ter nos v i ncere posse deos.
8 05 i m molat h u nc Br ia reus fact a ex a da m a nte sec u r i
et ia m i a m fl a m m i s ex t a d at u r us erat;
I upp iter a l it i bus rapere i mperat: a t t u l it i l l i
m i lu us et merit i s ven it i n a st ra su is.
Una d ies med i a est et fiunt sacra M i ne r vae,
8 1 0 nom i n a q uae iu nct is q u i nq ue d ieb us h a bent. 19. F QVINQ· NP
780 faceret patrio ( A ) U ω : patrio faceret ( ζ ) ς 786 ille Α ζ ς : ipse U ς 787
tironem U ζ ς : tironum Α ω ; posset U ζ ς : possit Α ω 789 mite … uertas U ς
: mitte … uertas Α ω : ante ... mittas ζ ut vid. 791 sua A ω : mea U ζ ς 792
commemini A U ς : quid memini ζ ς 793 declinis A ς : procliuis U ( ζ ) ς 796 a
Α U ω : ab ζ ς 797 in Α U ω : ad ζ ς 798 temptat Α U ω : poscit ζ ς 807 illi
Α U ω : illa ζ ς 810 nomina quae iunctis ed. Ald. 1 1502 : nomina quae adiunctis
U : nominaque a iunctis ( ζ ) ς : numinaque adiunctis A ω ; habent U ζ ς : habes A ς
61 61 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 62
sa n g u i ne p r i m a vacat n ec fas c oncu r rere fe r ro:
c ausa q uod est i l l a nata M i ner va d ie .
a ltera t re sq ue supe r rasa c el ebrant u r ha rena:
en si bus exser t is bel l ica laeta dea e st.
8 1 5 P a l l ada n u nc p uer i tene raeq ue ora te pu el l ae :
q u i bene p lac a r it P a l lada, do ct u s er it.
P a l lade p lac ata la n a m mol l i re pu el l ae
d i sca nt et p lenas exo nerare c ol os.
i l la et ia m st a ntes radio percu r rere telas
820 er ud it et rar u m pec t i ne denset o p us.
ha nc col e, q u i mac u la s l aesis de vest i bus aufe rs;
h a nc cole, v el ler i b us q u i sq u is aena pa ra s.
nec q u i sq ua m i nv ita faciet be ne v i ncu l a p la ntae
Pa l l ad e , s it T yc h io d o c t ior i l le l ic et ;
825 et l icet a nt iq uo ma n i bus con lat us Epeo
sit p r ior , i rata P a l l ade ma ncus er it.
vos q uoq ue, P hoebea morbos q u i pel l it i s a r te,
mu nera de v est r i s pau c a ref er te deae.
nec vos , t u rba f ere censu f rau d ata , ma g ist r i,
830 sper n ite : d i sc ip u los at t ra h it i l la no vos ;
q u iq ue move s c a elu m t a bu l a mq ue c olor i bus u r i s ,
q u i q ue f aci s doc t a mo l l ia sa x a ma nu.
m i l le dea est ope r u m ; c er te de a ca r m i n i s i l la e st:
si mereor , st ud i is adsit a m ica meis .
8 35 Cael ius ex a lto q ua mons de scend it i n aeq uu m,
h ic, u bi no n p la na est , sed pro pe pla na v ia ,
pa r va l icet v ideas Captae delubra M i ner vae,
q uae de a nata l i co ep it ha bere suo .
no m i n i s i n du bi o causa est. c api t a le voca mus
8 40 i n gen iu m sol le rs : i n gen iosa dea est.
a n q u ia de capiti s fe r t u r si ne mat re pate r n i
ver t ice cu m cl ipeo prosi lu isse suo ?
813 rasa A ς : strata U ζ ς 814 exertis U ζ ς : expertis A ς 815 orate ( U ) ς :
ornate ( A ) ζ ω 816-817 om. ζ ς 818 discant et A U ω : discite iam ζ ς 819
percurrere telas U ζ ω : percutere lanas A 821 maculas laesis A ζ ω : laesis
maculis U ς 824 tychio d Mutinensis , Politianus : tycio B C , ticio G ς , tytio M :
stychio U : pticio A 826 irata A U ω : inuita ζ ς 829 fere A ς et ut vid. ζ : feri
U ω ; censu U ut vid. , Y ς : sensu A ω : sensus ζ ς ; fraudata U ς : fraudate A G ς :
fraudare M ς 830 attrahit A U ω : attrahet ζ ς 835 aequum A U ω : aequa ζ ς
837 captae A ω : castae U ζ ς
62 62 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
FASTORVM LIBER III 63
a n q u ia perdo m it is ad nos cap t iva F al i sci s
ven it, ut i n si g no l it tera p r i sc a docet ?
845 a n q uod ha bet leg em, capit is q uae pende re poena s
ex i l lo iu beat f u r t a reper t a loco ?
a q u acu mq ue t ra h i s rat ion e voc a b u la , P a l la s,
pro du ci bus nost r i s aeg ida semper ha be !
Su m ma d ies e q u i nq ue t u bas lust ra re c a noras
8 50 ad mone t et f or t i sacr i fica re deo .
Nu nc po tes ad sol em su blato d icere v ol t u:
« H ic h ere P h r i xeae ve l lera p re ssit o v i s » .
sem i n i bus tost i s sc el eratae f rau de nov ercae
su st u ler at n u l la s, ut so le t, herb a coma s.
8 55 m it t it u r ad t r ipoda s c er t a q u i sor te repor t et
q ua m ster i l i ter rae Delp h icu s edat opem.
h ic q uoq ue cor r upt us c u m sem i ne n u nt i at He l les
et iu ven is Ph r i x i f u nera so r t e pet i.
usq ue recusa ntem cives e t temp us et I no
860 c omp u leru nt regem i u ssa nef a nda pa t i.
et so ror e t P h r i x us, vela t i t empora v it t is,
st a nt simu l a nte a ra s iu nct aq ue fa t a gem u nt.
aspi cit hos, u t f or te pepende rat ae t here , mater
et f er it at ton it a pec tora n u da m a nu
865 i nq ue d racon igena m n i m bis com ita nt i b us u rbem
de si l it e t natos er ipi t i nde su o s ;
utque f u ga m c apia nt, a r ies n it i d issi m us au ro
t rad it u r: i l le v eh it per f reta longa du os.
d icit u r i n fi r m a cor nu ten u isse si n i st ra
87 0 fem i n a, c u m de se nomi na fecit aq uae.
paen e si mul per i it du m vol t su cc u r rere lapsae
f rater e t ex tenta s por r i g it usq ue ma nus.
fleb at ut am i ssa gem i n i c onsor te per icl i
c aer u leo iunct a m nesc ius esse deo.
23. B TVBIL· NP
844 ut in Watt : et hoc codd. ; signo A ω : ipsum U ζ ς ; prisca U ζ ς : prima A ω
845 poenis M 3 ut vid. 846 ex illo U ζ ς : exilio A ς ; reperta U ζ ς : recepta A ω
847 a A U ω : an ζ 848 habe A U ω : habet ζ ς 849 e quinque A ω : et quinque
U ς : et quinta G ς : et quina M ; tubas U ζ ς : tuba A ω 850 deo U ζ : deae A ω
853 tostis U ω : totis A ζ ; sceleratae ( A ) U ω : celebratae ζ 857 semine A U ω :
sanguine ζ ς 860 compulerunt A : compulerant U ζ ω 861 uittis ( A ) ω : ramis
U ζ ς 865 urbem G ω : orbem A : urnam U M 866 desilit A ω : disilit M : dis-
silit U G ς 872 extentas A U ς : extensas ζ ς
63 63 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
F AS T OR VM LIBER III 64
87 5 l itor i b us t ac t i s a r ies fit si dus, at h u ius
per ven it i n Colchas au rea l a n a domos .
T re s ubi L uci fe ros ven iens p raem i ser it Eos,
t empor a noct u r n i s aeq ua d iu r na fe res.
I nde q uater pastor sa t u ros u bi cla user it haedos,
880 ca nu er i nt h erbae ro re re c ente q uater ,
Ia n us adora n dus c u m q ue h oc Concord ia m it i s
et Ro ma na S a lus A raq ue P acis er it.
Lu na reg it menses : hu ius q uoq ue tempo ra men s i s
fi n it A ve nt i no Lu n a cole nda i ugo .
26. E C
30. A C
31. B C
875 tactis ω : tacitis A U : captis ζ ς 876 in A U ω : ad ζ ς 881 adorandus ζ ω
: adornandus A U ς 883 regit A U ω : reget ζ
64 64 03/12/24 11:01 03/12/24 11:01
TRADUZIONE 71
que che i Quiriti, troppo pronti alle guerre, venissero ammorbi -
diti dal diritto e dal timore degli dèi: perciò furono date le leggi,
affinché il più forte non potesse fare qualsiasi cosa, e i riti sacri
tramandati cominciarono ad essere scrupolosamente osservati;
(280) ci si spoglia della ferocia e la giustizia è più potente delle
armi e ci si vergogna di essere venuti alle mani con un concitta -
dino, e qualcuno, brutale fino a poco fa, ormai si volge alla vista
di un altare e offre vino e farro salato ai tiepidi focolari. Ecco che
il padre degli dèi sparge attraverso le nuvole fiamme rutilanti e,
riversando le acque, prosciuga l’etere. In nessun’altra occasione i
fulmini caddero più frequenti: il re è sbigottito e l’animo del po -
polo è in preda al terrore. A lui dice la dea: «Non lasciarti trop -
po atterrire: il fulmine è espiabile e si può placare l’ira di Giove.
(290) Ma Pico e Fauno, numi entrambi del suolo Romano, po -
tranno rivelare il rito di espiazione; e non lo insegneranno sen -
za l’uso della forza: dopo averli catturati, legali», e gli spiega con
quale tecnica li si possa catturare. Ai piedi dell’Aventino c’era
un bosco sacro, oscuro per l’ombra dei lecci, alla vista del qua -
le avresti potuto dire: «qui c’è un nume». Al centro una radura
e, ricoperta di muschio verdeggiante, una vena di acqua peren -
ne sgorgava dalla roccia; vi andavano a bere quasi soltanto Pico
e Fauno: Numa giunge qui e immola una pecora alla fonte, (300)
dispone delle coppe ricolme di Bacco profumato e insieme ai suoi
anche lui si nasconde all’interno di un antro. Le divinità silve -
stri vengono alla solita fonte e danno sollievo alle gole secche con
molto vino. Al vino segue il sonno: Numa esce dal gelido antro e
pone stretti vincoli alle mani assopite. Non appena il sonno cessò,
dimenandosi tentano di spezzare i legami: quelli stringono anco -
ra più forte loro che si dimenano. Allora Numa: «O dèi dei bo -
schi, perdonate le mie azioni – sapete infatti che il delitto è estra -
neo alla mia natura – (310) e mostratemi in che modo si pos -
sa espiare il fulmine». Così Numa; così, scuotendo le corna, dice
Fauno: «Chiedi cose grandi e che non è lecito imparare dal no -
stro insegnamento: i nostri poteri hanno i loro confini. Siamo dèi
agresti, che regnano sugli alti monti: Giove ha il dominio sui suoi
dardi. Costui tu non potrai da solo farlo scendere dal cielo, ma
forse potrai con il nostro aiuto». Aveva detto queste cose Fauno:
uguale è il parere di Pico. «Toglici i vincoli», dice tuttavia Pico,
(320) «Giove verrà qui, fatto scendere da un’arte efficace: il neb -
bioso Stige mi sarà testimone della promessa». Che cosa facciano
una volta liberati dai lacci, quali incantesimi pronuncino e con
71 71 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
F AS T OR VM LIBER III 72
quale arte traggano Giove dalle sedi superne, a un essere uma -
no non è lecito saperlo: da noi sarà cantato ciò che è concesso e
ciò che è lecito venga pronunciato dalla bocca di un pio poeta.
Ti attirano [ eliciunt ] giù dal cielo, o Giove: per questo i discen -
denti ancora oggi ti celebrano e ti chiamano Elicio. È noto che
le cime del bosco dell’Aventino tremarono e che la terra si infos -
sò sotto la pressione del peso di Giove: (330) il cuore del re pal -
pita, il sangue fugge da tutto il corpo e si rizzano i capelli irsuti.
Quando gli tornò l’animo, «Concedi sicure espiazioni del fulmi -
ne», disse, «o re e padre degli alti dèi, se ho toccato il tuo altare
con mani pure, se è una pia lingua a implorare anche ciò che vie -
ne ora chiesto». Giove assentì alla preghiera, ma nascose il vero
con un oscuro giro di parole e spaventò l’uomo con un parlare in -
certo. «Taglia una testa», disse; il re gli rispose: «Obbedirò: deve
essere tagliata una cipolla raccolta nel mio orto». (340) Aggiunse
questi: «Di un uomo»; ma quello disse: «Ne prenderai i capelli».
Questi pretende una vita; a lui Numa disse: «Di un pesce». Rise
e disse: «Con queste cose farai in modo di stornare i miei dardi,
o uomo non indegno del colloquio degli dèi. Ma a te, quando do -
mani il Cinzio avrà mostrato intero il suo disco, darò un sicuro
pegno di impero». Disse, e con un ingente tuono si portò sopra
l’etere turbato e abbandonò Numa in adorazione. Questi ritorna
contento e riporta ai Quiriti quanto avvenuto: alle sue parole la
fiducia giunge tarda e difficile. (350) «Ma di certo sarò creduto»,
disse, «se il risultato seguirà le parole: ecco, ascolta gli eventi di
domani, chiunque tu sia che sei presente! Quando il Cinzio avrà
mostrato intero il suo disco alle terre, Giove darà un sicuro pegno
di impero». Si allontanano dubbiosi: le promesse sembrano tarde
e la fiducia dipende dal giorno seguente. La terra era molle per la
brina spruzzata di mattina: il popolo sta di fronte alla soglia del
suo re. Lui esce e si siede al centro su un trono di legno d’acero:
innumerevoli uomini intorno stanno in piedi in silenzio. (360)
Febo era sorto soltanto con il margine più alto: gli animi solleci -
ti trepidano per la speranza e il timore. Si alzò e, coperto il capo
di un niveo velo, sollevò le mani ormai ben note agli dèi. E così
disse: «È giunto il tempo del dono promesso: o Giove, aggiungi
alle parole la conferma che hai assicurato». Mentre parlava, or -
mai il sole aveva sollevato l’intero disco e un grave fragore ven -
ne dall’asse dell’etere. Tre volte il dio tuonò senza nubi, tre volte
mandò folgori. Credete a chi lo dice: riferisco cose straordinarie,
ma avvenute. (370) Dalla regione di mezzo il cielo cominciò ad
72 72 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
TRADUZIONE 73
aprirsi: la folla alzò gli occhi insieme al suo capo. Ecco, uno scu -
do, fatto dolcemente roteare da una lieve aura, cade: dal popo -
lo il clamore arriva agli astri. Egli solleva il dono da terra, dopo
aver ucciso una giovenca che non aveva dato il collo da premere
ad alcun giogo, e lo chiama ancile, perché è troncato da ogni la -
to e, dovunque tu ponga lo sguardo, manca ogni angolo. Allora,
ricordando che su di esso poggia il destino dell’impero, prende
un’iniziativa di grande astuzia: (380) ordina che ne vengano re -
alizzati altri, cesellati con simile figura, affinché l’inganno vada
davanti agli occhi di chi trama insidie. Mamurio – è difficile dire
se fosse più impeccabile nei costumi o nell’arte del fabbro – com -
pletò l’opera. A lui Numa munifico disse: «Chiedi un premio per
quanto hai fatto: se la mia lealtà è nota, non chiederai nulla in -
vano». Aveva già dato ai Salii il nome tratto dal salto, le armi e
le parole da cantare secondo determinati ritmi; allora Mamurio
disse così: «Mi sia data come premio la gloria e celebrino il mio
nome alla fine del canto». (390) Da allora i sacerdoti rendono il
premio all’antica opera e invocano Mamurio.
Se qualcuna vorrà sposarsi, anche se entrambi avrete fretta,
rinvia: una piccola attesa porta un grande vantaggio. Le armi su -
scitano le battaglie, la battaglia è avversa agli sposi: quando sa -
ranno state riposte, l’auspicio sarà più favorevole. In questi giorni,
inoltre, la moglie del Diale munito di berretto, velata, deve avere i
capelli spettinati.
(3 marzo) Quando la terza notte del mese sarà sorta, uno dei due
Pesci si sarà nascosto. (400) Infatti sono due: questo è vicino agli
Austri, quello agli Aquiloni; entrambi prendono nome dal vento.
(5 marzo) Quando la moglie di Titono avrà cominciato a far
cadere la rugiada dalle guance color zafferano e condurrà il tem -
po del quinto giorno, che sia Artofilace o che sia il pigro Boote, si
immergerà e si nasconderà alla tua vista. Ma non si nasconderà il
Vendemmiatore: da dove tragga origine anche questo astro, è bre -
ve indugio insegnarlo. Si racconta che Bacco abbia amato sui gio-
ghi dell’Ismaro l’intonso Ampelo, generato da un satiro e da una
ninfa. (410) Consegnò a lui la vite appesa alle fronde dell’olmo,
che ora prende il nome dal nome del ragazzo. Mentre coglieva im -
prudente l’uva colorata su un ramo, cadde: Libero, perdutolo, lo
portò tra gli astri.
(6 marzo) Quando il sesto Febo scalerà lo scosceso Olimpo e
percorrerà l’etere con i cavalli alati, chiunque tu sia che sei presen -
te, rallegrati e poni incenso sul focolare di Ilio. Agli innumerevoli
73 73 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
F AS T OR VM LIBER III 74
titoli di Cesare, che egli preferì meritare, si aggiunse l’onore pon-
tificale. (420) Il nume dell’eterno Cesare protegge i fuochi eterni:
vedi congiunti i pegni dell’impero. Dèi dell’antica Troia, preda de -
gnissima per chi la trasportava, sotto il cui carico Enea fu indenne
dai nemici, un sacerdote discendente di Enea si affianca a un nu -
me a lui congiunto: Vesta, proteggi una persona che ti è congiunta.
Vivete bene, fuochi che egli alimenta con la sua santa mano: vivete
senza mai estinguervi, io prego, fiamma e principe.
(7 marzo) Una sola nota è propria delle None di marzo, il fatto
che quel giorno ritengono sia stato consacrato il tempio di Veiove
davanti ai due boschi. (430) Romolo, quando circondò il bosco di
un alto muro di pietra, disse: «Chiunque tu sia, rifugiati qui: sa -
rai al sicuro». O da quale umile origine crebbero i Romani, quanto
poco invidiabile era quell’antica gente! Tuttavia, affinché la novità
del nome non ti sia di ostacolo, apprendi chi sia questo dio e per -
ché sia chiamato così. È Giove giovane: osserva il volto giovanile;
osserva poi la mano: non tiene alcun fulmine. I fulmini sono stati
presi da Giove dopo che i Giganti hanno osato cercare di imposses -
sarsi del cielo: nei primi tempi era disarmato. (440) Di fuochi nuo-
vi arsero l’Ossa e il Pelio più in alto dell’Ossa e l’Olimpo conficcato
nella solida terra. Insieme a lui c’è una capra: si dice che l’abbiano
allevata le ninfe di Creta; lei ha dato il latte a Giove infante. Ora
vengo al nome: i contadini chiamano ‘vegrande’ il farro che è cre -
sciuto male e ‘vesco’ quello piccolo. Se questo è il valore della pa-
rola, perché non dovrei supporre che il tempio di Veiove sia il tem-
pio del non grande Giove?
E, quando ormai le stelle screzieranno il ceruleo cielo, alza lo
sguardo: vedrai il collo del cavallo della Gorgone. (450) Si crede
che questo sia balzato fuori, con la criniera spruzzata di sangue,
dal collo gravido di Medusa decapitata. Volato al di sopra del -
le nuvole e al di sotto delle stelle, ebbe il cielo al posto della terra,
le ali al posto dei piedi. E già aveva ricevuto il nuovo morso con la
bocca insofferente, quando la leggera unghia fece zampillare l’ac -
qua Aonia. Ora gode del cielo, cui prima tendeva con le ali, e brilla
luminoso con quindici stelle.
(8 marzo) Quando verrà la notte seguente, subito vedrai la
Corona di Cnosso: una dea è stata creata dalla colpa di Teseo.
(460) Ormai colei che diede il filo da raccogliere allo sposo in -
grato aveva felicemente cambiato con Bacco il marito spergiu -
ro. Rallegrandosi per la sorte delle nozze, disse: «Perché, ingenua,
piangevo? Che lui sia stato sleale, per me è stato un vantaggio!».
74 74 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
TRADUZIONE 75
Frattanto Libero ha sconfitto gli Indi dai capelli pettinati e torna
ricco dalla terra d’Oriente. Tra le fanciulle prigioniere di particola -
re bellezza, la figlia di un re era troppo gradita a Bacco. Piangeva
la sposa innamorata e, camminando sulla spiaggia sinuosa, pro -
nunciò queste parole con i capelli scomposti: (470) «Ecco di nuo-
vo, o flutti, ascoltate simili lamentele; ecco di nuovo, o sabbia,
ricevi le mie lacrime. Dicevo, mi ricordo, “Spergiuro e perfi -
do Teseo”: lui se ne è andato, Bacco si espone alla stessa accusa.
Anche ora proclamerò “Nessuna donna creda a un uomo”»: cam -
biato il nome, la mia condizione è stata replicata. Magari la mia
sorte avesse seguito la strada che aveva preso inizialmente e ormai
io, nel tempo presente, non esistessi più! Perché, o Libero, mi hai
salvata quando stavo per morire sulla spiaggia deserta? Avrei po -
tuto cessare di soffrire una volta per tutte! (480) Bacco leggero,
più leggero delle fronde che ti cingono le tempie, Bacco conosciu -
to per le mie lacrime, hai osato, portata un’amante davanti ai miei
occhi, turbare un matrimonio così armonioso? Ahi, dov’è la pro -
messa pattuita? Dove sono le cose che eri solito giurare? Me mise-
ra, quante volte dovrò pronunciare queste parole? Tu stesso biasi-
mavi Teseo e lo chiamavi ingannatore: in base al tuo stesso giudi-
zio, tu ti comporti in modo ancor più vergognoso! Possa nessuno
venire a saperlo e possa io essere tormentata da taciti dolori, af -
finché non si pensi che io sia stata degna di essere ingannata tan-
te volte; (490) soprattutto vorrei che Teseo ne restasse all’oscuro,
affinché non si compiaccia del fatto che tu condivida la sua colpa.
Ma, suppongo, è stata preferita a me scura un’amante dalla pelle
candida… possa capitare ai miei nemici quel colore! Tuttavia, che
cosa importa questo? Ti è più gradita per lo stesso difetto. Che co -
sa fai? Lei contamina i tuoi abbracci! Bacco, rispetta gli impegni e
non preferire nessuna donna all’amore di tua moglie: sono abitua -
ta ad amare sempre mio marito. Le corna del toro avvenente han-
no conquistato mia madre, me le tue: io vengo lodata, quello era
un amore vergognoso. (500) Non mi nuoccia l’essere innamorata:
neanche a te, infatti, o Bacco, nuoceva l’avermi confessato tu stes -
so i tuoi ardori; e non c’è da stupirsi del fatto che mi infiammi: si
dice che tu sia nato nel fuoco e dal fuoco sia stato strappato dal -
la mano di tuo padre. Io sono colei alla quale tu eri solito promet-
tere il cielo: ahimè, quali doni ottengo al posto del cielo!». Aveva
terminato; già da un po’ Libero ascoltava le parole di lei che si la -
mentava, essendosi trovato a seguirla alle spalle. La stringe in un
abbraccio e le asciuga le lacrime con i baci e le dice: «Dirigiamoci
75 75 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
F AS T OR VM LIBER III 76
insieme verso la parte più alta del cielo. (510) Tu, congiunta a me
in matrimonio, prenderai un nome congiunto al mio: infatti, dopo
esserti trasformata, avrai il nome di Libera; e farò in modo che sia
con te il ricordo della tua corona, che Vulcano diede a Venere, lei a
te». Fa quanto ha detto e trasforma le gemme in nove astri: ora es -
sa splende aurea per le sue nove stelle.
(14 marzo) Quando colui che trasporta sul rapido carro il gior -
no purpureo avrà dieci volte sollevato, e altrettante immerso, il
suo cerchio, assisterai ai secondi Equirria sul Campo erboso, che il
Tevere incalza su un lato con le sue curve acque; (520) se tuttavia
capiterà che esso sia occupato dall’onda straripata, il Celio polve -
roso accoglierà i cavalli.
(15 marzo) Alle Idi ricorre la gioiosa festa di Anna Perenna,
non lontano dalle tue rive, o Tevere forestiero. La plebe arriva e
beve sparpagliata qua e là sulla verde erba, e ciascuno si sdraia
insieme alla propria compagna. Alcuni di loro rimangono all’a -
perto, pochi piantano delle tende, vi è anche qualcuno che si co -
struisce con i rami una capanna di fronde; alcuni, dopo aver col -
locato delle canne a mo’ di rigide colonne, vi hanno posto sopra le
toghe distese. (530) Si riscaldano cionondimeno per il sole e il vi -
no, pregano di avere tanti anni quanti sono i bicchieri che riem -
piono, e bevono fino a quel numero. Troverai lì qualcuno che tra -
canna gli anni di Nestore, e qualcuna che, un calice dopo l’altro, è
diventata una Sibilla; e lì cantano quello che hanno imparato a
teatro e agitano con scioltezza le mani seguendo le loro parole e,
deposto il cratere, eseguono rozze danze e l’amica agghindata
balla con i capelli sciolti. Quando ritornano, barcollano e sono
uno spettacolo per il popolo e la gente che li incontra li chiama
fortunati. (540) Mi sono imbattuto poco tempo fa in una proces -
sione (mi è sembrata degna di venire riferita): una anziana ubria -
ca trascinava un vecchio ubriaco. Poiché, tuttavia, è incerto nelle
dicerie chi sia questa dea, mi ripropongo di non tenere nascosta
nessuna storia. Era arsa la miseranda Didone d’amore per Enea,
era arsa sul rogo che aveva innalzato per morire. Le ceneri erano
state composte e nel marmo del sepolcro era inciso questo breve
carme, che lei stessa aveva lasciato morendo: ha fornito Enea sia
la causa della morte sia la spada; è morta Didone per sua stessa
mano . (550) Subito i Numidi invadono il regno privo di un protet -
tore e il Mauro Iarba conquista la casa e ne prende possesso e, ri -
cordando di essere stato disprezzato, dice: «Dispongo infine della
camera nuziale di Elissa, ecco, io, che pure lei tante volte ha re -
76 76 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
TRADUZIONE 77
spinto». Fuggono i Tirii, ciascuno dove lo portano le sue peregri -
nazioni, come talora vagano smarrite le api dopo aver perso il re.
[Per la terza volta l’aia aveva ricevuto le messi da trebbiare, per
la terza volta il mosto era stato versato nei concavi tini:] Anna è
scacciata dalla sua casa e piangendo lascia le mura fondate da
sua sorella; ma prima rende a quest’ultima gli onori dovuti. (560)
Le tenere ceneri bevono unguenti misti alle lacrime e ricevono
un’offerta di capelli tagliati dal capo; e tre volte disse «Addio», tre
volte, portando alla bocca le ceneri, le baciò e le sembrò che vi
fosse la sorella. Procuratasi una nave e compagni di fuga, viaggia
a vele spiegate, volgendosi a guardare le mura, dolce opera della
sorella. Malta è un’isola fertile, vicina alla sterile Cosira, battuta
dall’onda del mar Libico: si dirige qui, confidando nell’antica
ospitalità del re; vi regnava Batto, ospite ricco di risorse. (570)
Costui, dopo aver appreso le vicissitudini di entrambe le sorelle,
disse: «Questa terra, per quanto piccola, è tua». E avrebbe effetti -
vamente mantenuto fino alla fine l’impegno dell’ospitalità, ma
ebbe timore delle grandi forze di Pigmalione. Il sole aveva percor -
so due volte i suoi segni, correva il terzo anno e bisogna procurar -
si una nuova terra per l’esilio. Arriva il fratello e la reclama con la
guerra. Il re, che odia le armi, le dice: «Noi siamo imbelli, tu fuggi
e mettiti in salvo!». Fugge come le è stato ordinato e affida la na -
ve al vento e alle onde: il fratello era più crudele di qualsiasi ma -
re. (580) Vicino alle pescose correnti del Crati ciottoloso c’è un
piccolo campo: la gente del posto lo chiama Càmere. La rotta era
verso quel luogo, e non era più distante da lì di nove lanci di fion -
da: inizialmente le vele ricadono e si librano al soffio di un’aria
incerta. «Solcate le acque con i remi!», disse il marinaio; e, men -
tre si apprestano ad ammainare le vele con le funi ritorte, la curva
nave è percossa dal rapido Noto ed è portata verso il mare aperto,
mentre il timoniere si sforza invano, e la terra, già in vista, rifug -
ge dagli occhi. (590) I flutti danno l’assalto e il mare si rivolge dai
gorghi più profondi e lo scafo assorbe le acque biancheggianti. La
tecnica è vinta dal vento e ormai il pilota non governa più la nave,
ma anche lui chiede aiuto con i voti. L’esule fenicia è sballottata
per le onde rigonfie e copre gli occhi umidi ponendovi davanti la
veste. Allora per la prima volta Didone fu detta felice dalla sorella
e qualunque donna abbia premuto con il corpo una qualsiasi ter -
ra. La nave è condotta da un forte vento alla spiaggia di Laurento
e, dopo che tutti sono sbarcati, inghiottita scompare. (600) Già il
pio Enea aveva ottenuto il regno e la figlia di Latino, e aveva me -
77 77 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
F AS T OR VM LIBER III 78
scolato i due popoli. <Per la terza volta l’aia aveva ricevuto le
messi da trebbiare, per la terza volta il mosto era stato versato nei
concavi tini;> mentre percorre a piedi nudi un sentiero solitario
sulla spiaggia avuta in dote, in compagnia del solo Acate, la vede
che va errando e non riesce a credere che sia Anna: perché sareb -
be dovuta venire nei campi del Lazio? Mentre Enea pensa tra sé e
sé, «È Anna!», esclama Acate: sentendo il nome, ella sollevò il
volto. Ahi, che cosa potrebbe fare? Fuggire? Quale voragine della
terra potrebbe cercare? Davanti agli occhi aveva il destino della
sventurata sorella! (610) L’eroe figlio di Citerea se ne accorse e
rivolse la parola a lei tremante (piange, tuttavia, commosso dal
ricordo di te, Elissa): «Anna, per questa terra, che un tempo eri
solita sentire che ci era data da un destino più propizio, e per gli
dèi che mi hanno accompagnato, appena collocati in questa sede,
giuro che loro hanno spesso biasimato i miei indugi. Non temetti,
tuttavia, che potesse morire: non ebbi questa paura. Ahimè, ella
fu più forte di quanto si potesse credere! Non me lo riferire: ho vi -
sto le ferite non degne di quel petto quando ho osato recarmi nelle
dimore del Tartaro. (620) Ma tu, sia che ti abbia spinta la volon -
tà alle nostre spiagge, sia che sia stato un dio, godi degli agi del
mio regno. Sono memore debitore a te di molte cose, non c’è nulla
che non debba ad Elissa: sarai gradita in tuo nome, gradita in no -
me di tua sorella». A lui che diceva tali cose ella credette (non le
restava, infatti, altra speranza) e gli raccontò le proprie peregri -
nazioni; e, come entrò nella casa vestita di abiti di Tiro, Enea pre -
se la parola (tace il resto della folla): «Per affidarti costei, o mo -
glie Lavinia, ho una pia motivazione: da naufrago, ho consumato
i suoi beni. (630) È nata a Tiro e ha posseduto un regno sulla co -
sta della Libia; ti prego di amarla come una cara sorella». Lavinia
promette ogni cosa e soffoca la ferita nella mente tacita, e dissi -
mula fremendo e, nel vedere che molti doni vengono portati aper -
tamente davanti ai suoi occhi, pensa che molti siano inviati anche
di nascosto. Non sa cosa fare di preciso: odia in modo furioso,
prepara delle insidie e desidera morire vendicata. Era notte: di
fronte al letto della sorella sembrò stare in piedi Didone, coperta
di sangue, con i capelli arruffati, (640) e dire: «Fuggi, non esita -
re, fuggi da questa casa funesta!»; mentre parlava, il vento so -
spinse le porte lamentose. Salta su e si lancia veloce sui campi at -
traverso una bassa finestra (la stessa paura l’aveva resa audace)
e, per dove è trascinata dalla paura, corre coperta da una tunica
slacciata, come una daina atterrita per aver sentito i lupi. Si crede
78 78 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
TRADUZIONE 79
che il cornigero Numico l’abbia rapita con le sue onde bramose e
l’abbia nascosta nelle sue lente acque. Nel frattempo la Sidonia è
cercata con grande clamore attraverso i campi: appaiono i segni e
le impronte dei piedi. (650) Si era giunti alle rive: le impronte
erano proprio sulle rive. Il fiume, consapevole, trattenne e fece ta -
cere le acque. Sembrò che lei stessa dicesse: «Sono una ninfa del
placido Numico: nascosta in una corrente perenne [ amne peren -
ne ], sono chiamata Anna Perenna». Subito mangiano lieti nei
campi che avevano percorso errando e con vino abbondante cele -
brano sé stessi e quel giorno. Ci sono alcuni per i quali è la Luna,
perché riempie l’anno con i mesi; una parte pensa che sia Temi,
una parte la giovenca Inachia. Troverai chi dice che tu sia la nin -
fa Azanide e che tu, Anna, abbia dato a Giove i primi nutrimenti.
(660) Anche questa tradizione, che sto per riferire, è giunta alle
mie orecchie e non è lontana dalla fiducia che è propria del vero.
L’antica plebe, non ancora resa sicura da alcun tribuno, si era ri -
tirata e si trovava sulla cima del Monte Sacro. Ormai anche il vit -
to che avevano portato con sé era venuto loro meno, e Cerere
adatta agli usi umani. C’era una certa Anna, nata nel sobborgo di
Boville, una vecchia povera ma assai zelante. Ella, cinta i bianchi
capelli con una leggera mitra, plasmava con tremula mano delle
rustiche focacce. (670) E così era solita la mattina distribuirle
fumanti tra il popolo: al popolo questa abbondanza fu gradita.
Dopo che a casa fu ristabilita la pace, collocarono una statua pe -
renne, perché aveva portato loro aiuto quando erano stremati.
Ora mi rimane da dire perché le ragazze cantino versi osceni: in -
fatti si radunano e cantano determinate parole oltraggiose. Da
poco era divenuta una dea; Gradivo si reca da Anna e, presala da
parte, le rivolge tali parole: «Sei venerata nel mio mese, ho unito
con te il mio tempo: una grande speranza dipende per me dai
tuoi buoni uffici. (680) Io, armigero, preso dall’amore per l’ar -
migera Minerva, ardo e da molto tempo nutro questa ferita. Fai
in modo che noi, dèi simili per interessi, ci uniamo divenendo
una cosa sola: questo ruolo ti si addice, benevola vecchietta».
Aveva detto così; lei illude il dio con una vana promessa e conti -
nua a procrastinare la stolta speranza con incerto indugio. A lui
che insisteva più spesso: «Ho svolto il compito», dice, «a fatica
ha consegnato le mani vinte dalle preghiere». L’innamorato le
crede e prepara la camera nuziale: è condotta lì Anna con il volto
coperto, come una nuova sposa. (690) In procinto di baciarla,
Marte vede Anna: il dio ingannato è preso ora dalla vergogna, ora
79 79 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
F AS T OR VM LIBER III 80
dall’ira. La nuova dea deride lo spasimante di quella Minerva ca -
nuta e nessun’altra cosa fu più gradita di questa a Venere. Perciò
si cantano antichi scherzi e battute oscene, e ci si rallegra che co -
stei abbia ingannato un grande dio.
Mi accingevo a tralasciare le spade conficcate nel principe,
quando Vesta mi parlò così dal casto focolare: «Non esitare a ri -
cordarlo: egli fu mio sacerdote; è contro di me che le mani sacri -
leghe si sono scagliate con le armi. (700) Io stessa ho portato via
l’uomo e ho lasciato un nudo simulacro: quella che è caduta sotto
i colpi del ferro, è l’ombra di Cesare. Invece lui, collocato in cielo,
ha visto il palazzo di Giove e ha un tempio a lui dedicato nel gran -
de foro. Ma tutti coloro che, osando compiere un delitto proibi -
to dalla volontà degli dèi, hanno violato la persona del pontefice,
giacciono per una morte meritata: siatene testimoni, Filippi e voi,
delle cui ossa sparse biancheggia la terra». Questa fu l’opera, que -
sta la devozione, questi i primi passi di Cesare: vendicare il padre
con giuste armi. (710)
(16 marzo) Quando l’aurora del giorno dopo avrà rianimato le
tenere erbe, si dovrà vedere lo Scorpione dalla prima parte.
(17 marzo) La terza giornata dopo le Idi è celebratissima in
onore di Bacco: Bacco, sii favorevole al poeta, mentre canto le tue
feste. Non riferirò né di Semele, dalla quale, se Giove non avesse
portato con sé i fulmini, avresti dovuto essere partorito; né che il
compito della madre fu svolto, affinché tu fanciullo potessi nasce -
re quando il tempo era maturo, dal corpo paterno. Sarebbe lungo
narrare i trionfi sui Sitoni e sugli Sciti e, Indo portatore di incen -
so, i tuoi popoli domati; (720) anche tu sarai taciuta, preda fune-
sta della madre tebana, e tu, Licurgo, condotto dalle furie contro
la tua stessa stirpe. Mi piacerebbe raccontare, ecco, l’improvvisa
comparsa dei pesci e i prodigi Tirreni, ma non è compito di que -
sto canto: compito di questo canto è esporre le cause per le quali
il dio viticoltore chiama il popolo alle sue focacce. Prima della tua
nascita, Libero, gli altari erano privi di onori e nei freddi focola -
ri veniva trovata l’erba. Ricordano che tu, sottomesso il Gange e
tutto l’Oriente, hai riservato le primizie al grande Giove. (730) Tu
per primo hai offerto il cinnamomo e l’incenso predato e le viscere
bruciate di un bue esibito in trionfo. Dal nome dell’iniziatore pren -
dono il nome le libagioni [ libamina ] e le focacce [ liba ], perché una
parte ne viene data da allora al sacro focolare; si fanno focacce per
il dio perché egli si compiace dei dolci succhi e si dice che il miele
sia stato scoperto da Bacco. Tornava dall’Ebro sabbioso accompa -
80 80 03/12/24 11:02 03/12/24 11:02
COMMENTO 87
448n., a proposito di Giove) e quindi, da un lato, allo statuto dei
Fasti come poema ‘pacifico’ ( studiis pacis [173n.]) ed elegiaco
(Hinds 1992a, 89: «Before entering the elegiacs of the Fasti , Mars
must mitigate his dangerously epic tendencies: quite literally [...],
the god of arma must disarm»), dall’altro alla destabilizzazione
dell’autorevolezza di Marte come divinità ‘virile’: un motivo ricor -
rente, quest’ultimo, nell’intero terzo libro, nel quale la rivalità del
dio con Minerva (7-8n.; 175-176n.) si traduce, infine, in un gof -
fo tentativo di seduzione, destinato a risolversi in una beffa ordi -
ta ai suoi danni da Anna Perenna (675-696n.; per gli aspetti co -
mici del Marte dei Fasti vd. ora anche Smutek 2015, 181-190 e
205-207). È vero comunque che – se la richiesta rivolta dal poeta
a Marte costituisce, di fatto, una sorta di rovesciamento dell’esor -
tazione ( Mars, vigila! ) che il magistrato incaricato di condurre la
guerra, muovendo gli ancilia e la lancia impugnata dalla sua sta -
tua, rivolgeva al dio (Serv. Aen. 8, 3) – l’invito a spogliarsi delle
armi rivolto a una divinità in procinto di partecipare alla celebra -
zione di una festa (o, come in questo caso, a un poema che di fe -
ste, soprattutto, tratta) non è, di per sé, sorprendente né privo di
paralleli (cfr. ad es. Tib. 2, 1, 81-82: sancte, veni dapibus festis,
sed pone sagittas / et procul ardentes hinc precor abde faces );
la stessa Minerva, nel sesto libro, deporrà di propria iniziativa
la lancia nell’accingersi a rispondere alle domande del poeta (6,
655: sic posita Tritonia cuspide dixit ).
Il passo è assai interessante anche dal punto di vista strutturale,
come esempio della notevole originalità con la quale Ovidio pre -
senta al lettore, almeno in alcune occasioni, una materia in gran
parte predeterminata dalla macrostruttura calendariale: a diffe -
renza di quanto avviene di regola nei brani dedicati alla presenta-
zione dei rispettivi mesi (vd. supra , 1-166n.), nel caso di marzo il
poeta non spiega per prima cosa l’origine del nome del mese, ma
si rivolge direttamente a Marte per invitarlo a partecipare all’ope -
ra e gli racconta, per convincerlo, un episodio del quale il dio stes-
so è stato protagonista e che giunge, alla fine, a spiegare propr io
l’origine del mese di Marte: con questo Ovidio ha, in effetti, fornito
al lettore – in qualche modo senza avvertirlo e quasi giocando con
le sue aspettative – l’informazione eziologica attesa sin dall’inizio
del brano. Sul piano formale sono inoltre da notare, da un lato, la
compatta coesione di questi cinque distici, legati tra loro da una si -
stematica serie di richiami e ripetizioni verbali ( Mars… cum Marte
[2-3]; ipse roges… ipse vides [3-5]; Minervae… Palladis [5-7];
87 87 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 88
inermis agas… inermis eras [8-9]; anche, poi, Romana sacerdos…
Silvia Vestalis [9-11]); dall’altro, il tono quasi confidenziale – e, in
particolare ai vv. 5-6, quasi condiscendente – con il quale il poeta
si rivolge al proprio interlocutore divino: una confidenza che acco -
muna il rapporto con Marte a quello con Venere, che trova espres-
sione all’inizio del quarto libro (4, 1-18), mentre al contrario l’e-
pifania di Giano nel primo aveva suscitato in Ovidio una reazione
addirittura di spavento (1, 93-98). Si tratta, tuttavia, di una confi -
denza alla quale si aggiunge, appunto, una sorta di condiscenden-
za, come se il poeta si rivolgesse al dio – versato nelle arti militari,
ma assai meno nelle attività intellettuali – con un atteggiamento,
se non certo di superiorità, privo però di qualsiasi timore reveren -
ziale e per alcuni aspetti (soprattutto ai vv. 5-8) quasi pedagogico
(appena attenuato più avanti, ai vv. 167-168, dalla premessa si li -
cet occultos monitus audire deorum / vatibus ), coerentemente con
la messa in discussione dell’autorità di Marte che percorre, come
un motivo ricorrente, gran parte del libro dedicato al ‘suo’ mese.
Un’ampia e approfondita analisi dell’intero scambio dialogico del
poeta con Marte (1-258) è offerta ora da Leiendecker 2019, 143-
192, che insiste sul carattere unitario dell’intera sezione di apertu -
ra del terzo libro.
I due proemi del terzo e del quarto libro (sul rapporto tra i qua -
li vd., in generale, Braun 1981, 2346-2348; Barchiesi 1994, 45-
55; per un’interpretazione in chiave empedoclea delle figure di
Marte e Venere, rispettivamente Νεῖκος e Φιλία , nei Fasti vd. inol -
tre Ham 2013, 298-363) sono accomunati anche da un coinvolgi-
mento inizialmente problematico delle due divinità, che si mostra-
no in un primo momento restie a partecipare alla realizzazione del
poema: Venere dichiaratamente (4, 3: quid tibi… mecum? ), Marte
nel pensiero che il poeta gli attribuisce in via ipotetica (3, 3: forsi -
tan ipse roges quid sit cum Marte poetae ). Si tratta, naturalmen-
te, della messa in scena di istanze e tensioni di carattere program-
matico e metaletterario (vd. su questo anche infra , 3-4n.); da ta-
le punto di vista è possibile indicare un importante precedente dei
due proemi nell’elegia 3, 3 di Properzio, nella quale si legge, al v.
15, la stessa espressione ( quid est… cum…? ) che in Ovidio compa -
re entrambe le volte, non per caso, al v. 3: quid tibi cum tali, de-
mens, est flumine? Quis te / carminis heroi tangere iussit opus? /
Non hinc ulla tibi speranda est fama, Properti: / mollia sunt par -
vis prata terenda rotis (3, 3, 15-18; è Apollo che si rivolge al poeta
per dissuaderlo dal comporre un poema epico). La duplice ripre -
88 88 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 89
sa dei Fasti conserva tre caratteristiche proprie già del preceden-
te properziano: il riferimento all’antinomia tra guerra e amore, e
quindi tra poesia epica ed elegiaca; l’appartenenza ad un contesto,
appunto, programmatico e metaletterario; e la circostanza per la
quale l’obiezione quid est… cum…? viene attribuita a una divini -
tà che si rivolge al poeta e che proprio con tale espressione esordi-
sce. Si aggiunga che nell’elegia properziana prende la parola, dopo
Apollo, la musa Calliope, la quale incoraggia il poeta con un gesto
che ha il significato di una rinnovata investitura (Prop. 3, 3, 51-
52: talia Calliope, lymphisque a fonte petitis / ora Philitea nostra
rigavit aqua ) e che trova un preciso parallelo nell’analogo gesto
compiuto da Venere nel proemio del quarto libro ( fast. 4, 15-16:
mota Cytheriaca leviter mea tempora myrto / contigit et « coeptum
perfice » dixit « opus »). La ripresa è particolarmente significativa
alla luce dell’identico percorso dall’elegia erotica all’elegia eziolo -
gica che caratterizza la carriera poetica dei due autori; e potreb -
be non essere casuale anche il fatto che, se nel modello era il poeta
stesso a recarsi (in sogno) ad incontrare le divinità nei diversi luo -
ghi che simboleggiavano i differenti tipi di poesia, nell’Ovidio dei
Fasti sono, viceversa, le divinità ad essere evocate alla presenza del
poeta: a segnalare forse, così, la volontà di assorbire e assimilare,
all’interno del poema, anche argomenti e contenuti che sarebbero
propri, di per sé, di altri generi letterari.
1-2
Nel primo distico il poeta chiede al «bellicoso» Marte di assisterlo
( ades ), mettendo provvisoriamente ( paulisper ) da parte lo scudo e
la lancia e liberandosi dell’elmo (tutti e tre attributi caratteristici
del dio, come testimonia anche l’iconografia: LIMC II.1, 511-559
[Simon] e II.2, 381-417): una richiesta alla quale egli verrà incon -
tro soltanto in parte (171-172), togliendosi effettivamente l’elmo
( posita… casside ; cfr. met. 14, 806: posita… casside Mavors ) ,
ma tenendo ben stretta in mano la lancia ( sed tamen in dextra
missilis hasta fuit ), a differenza – significativamente – di quanto
fa invece Minerva nel già ricordato passo del sesto libro (6, 655:
posita… cuspide ; in generale sulla tematica del ‘disarmo’, che
ricorre in diversi luoghi del terzo libro, vd. supra , 1-10n.). Alla
fine del secondo libro Marte era rappresentato nell’atto di guidare
il carro in corsa in occasione degli Equirria (857-862): iamque
duae restant noctes de mense secundo, / Marsque citos iunctis
curribus urget equos (857-858); se si leggono i due brani, separati
89 89 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 90
soltanto dal distico conclusivo del secondo libro (863-864), in
sequenza (cfr. anche iure venis, Gradive a 2, 861), si può immagi -
nare Marte che scende dal carro e poi, su invito del poeta, si toglie
l’elmo per parlare con quest’ultimo. Sulla scorta della presenza in
entrambi i luoghi della sequenza Mars, ades (che effettivamente
non si incontra altrove in poesia latina), Alessandro Barchiesi ha
proposto un accostamento di questi versi alle parole pronunciate
da Ottaviano a 5, 575: Mars, ades et satia scelerato sanguine
ferrum , sostenendo che «ospitata nei pacifici Fasti , la voce del
principe ripete [...] la preghiera del poeta e ne disfa il senso. E
viceversa. Prendendo il testo da questi due capi, la tessitura del
compromesso si riapre» (Barchiesi 1994, 56-57; anche Barchiesi
2002, 16-17). L’accostamento potrà forse apparire arbitrario a
coloro che adottano un approccio interpretativo più prudente, ma
rimane un esempio particolarmente caratteristico e significativo di
una lettura propriamente decostruttiva, tesa appunto a «disfare»
la «tessitura» del poema. Il lessico di questo distico è riecheggiato
da Silio Italico in un passo del settimo libro dei Punica (459-461),
riferito a Pallade che si appresta a sottoporsi al giudizio di Paride:
iam bellica virgo / aegide deposita atque assuetum casside cri -
nem / involvi tunc compta tamen … eqs. (vd. Bruère 1958, 499).
Il distico in esame è erroneamente collocato alla fine del secondo
libro, invece che all’inizio del terzo, in uno dei tre rami della tra -
dizione manoscritta, rappresentato dai codici G (di prima mano),
I e M (vd. Peeters 1939, 287 e 307-308): l’errore è significativo in
quanto spia di una possibile criticità, che potrebbe essersi creata
in una fase della trasmissione dei Fasti , nella divisione tra i singoli
libri del poema (vd. su questo Ursini 2016, 459-461).
Marte è presentato qui – e in tutto il resto del libro – come dio
della guerra (sebbene tale ruolo venga poi, di fatto, messo sistema -
ticamente in discussione: vd. su questo supra , 1-10n.); in larga par -
te degli studi storico-religiosi moderni si ritiene che si trattasse inve -
ce, in origine, di una divinità dell’agricoltura, sulla base dei caratte -
ri agresti che sono propri delle sue feste, oppure di una divinità dal -
le competenze più ampie (ad esempio dei confini), ricomprendenti
al proprio interno quelle agricole e quelle militari (basti qui il rin -
vio alla voce «Mars» in BNP 8, 397-401 [R. L. Gordon], con la bi -
bliografia ivi citata): nel mese di marzo, del resto, avevano inizio sia
le attività, appunto, agricole sia le operazioni belliche; ma in epo -
ca storica Marte è visto quasi esclusivamente come dio della guerra,
e come tale lo presenta il poeta. Negli anni in cui Ovidio compone -
90 90 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 91
va i Fasti era assai recente la dedica, avvenuta nel 2 a.C., del tem -
pio di Mars Ultor nel Foro di Augusto (vd. LTUR II, 289-295 [V.
Kockel]), al quale è dedicato un brano nel quinto libro (545-598),
su cui vd. Riedl 1989; Barchiesi 2002; anche infra , 697-710n.
1-2 Bellice… / Mars
La prima parola di ciascuno dei primi due versi del terzo libro è
occupata dall’allocuzione diretta alla divinità dedicataria del mese
nel suo ruolo di dio della guerra; così, similmente, il primo verso del
quarto libro si apre e si chiude con un’analoga espressione allocuti -
va rivolta a Venere come dea dei «due» (vd. su questo il commento
d i Fantham [89-90]) amori: Alma… geminorum mater Amorum (4,
1; per il parallelismo tra i due proemi vd. anche supra , 1-10n.). Per
l’epiteto cfr. 2, 478: bellicus… deus (Quirino); 3, 80: bellica tur -
ba ; 3, 814: bellica… dea (Minerva); 5, 550: Mars venit et veniens
bellica signa dedit (in riferimento a Marte anche in Sen. Ag. 547:
bellici… dei ; Phaedr. 550: bellicus Mavors ; Fest. p. 190 L.: Marti
bellico deo ).
1 depositis clipeo paulisper et hasta
Il clipeus (o clipeum ) era lo scudo rotondo, di solito metallico,
mentre hasta indica la lancia: i due strumenti sono frequentemen -
te menzionati insieme in poesia epica; in Ovidio cfr. ad es. met.
6, 78-79: at sibi dat clipeum, dat acutae cuspidis hastam, / dat
galeam capiti (riferito a Pallade che raffigura sé stessa nella sfida
con Aracne), dove ad essi è accostato anche, come nel distico in
esame, l’elmo. Per il gesto cfr. Verg. Aen. 12, 562-564: quo cetera
Teucrum / concurrit legio, nec scuta aut spicula densi / deponunt ;
Sil. 5, 500: deposito clipeo (nel contesto, però, di un combatti -
mento); ma soprattutto Claud. 2, 367-370: talis ab Histro / vel
Scythico victor rediens Gradivus ab axe / deposito mitis clipeo
candentibus urbem / ingreditur trabeatus equis . L’avverbio pau -
lisper , usato qui con valore attenuativo (« paulisper makes the
request seem less demanding, but comes with the implication
that the time is limited in which Ovid will have need of him»:
Heyworth [75]), è molto frequente in prosa ma piuttosto raro in
poesia non scenica, con due occorrenze in Lucilio (696; 862), una
in Virgilio ( Aen. 5, 846) e soltanto un’altra in Ovidio ( trist. 2, 557:
utinam revoces animum paulisper ab ira ); poi una rispettivamente
in Calpurnio Siculo (4, 94: posito paulisper fulmine ), nella Laus
Pisonis (163), in Silio Italico (13, 521), in Marziale (7, 29, 5: pau -
91 91 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 92
lisper domini doctos sepone libellos ) e più volte nella poesia tardo-
antica e nei carmina epigraphica .
2 ades et nitidas casside solve comas
Nel contesto dei Fasti , la richiesta rivolta alle divinità perché assi -
stano nell’opera il poeta ( ades ) acquista talora, come in questo ca-
so, anche il senso di un invito a partecipare, in qualità di informa-
tori, alla realizzazione della stessa (cfr. ad es. 5, 183: Mater, ades,
florum, ludis celebranda iocosis ; 6, 652: nunc ades o coeptis, flava
Minerva, meis ); a Marte il poeta dei Fasti indirizzerà però la sua
prima (e unica) domanda solo molto più avanti, ai vv. 167-170.
Nitidas… comas (dove l’aggettivo significa precisamente «smooth
and bright, glossy, lustrous» [ OLD 2 p. 1299, s.v. , 4]) è iunctura
che si incontra anche altrove in Ovidio, di solito – ma non sem -
pre – in contesti amorosi ( ars 1, 734; 3, 443: coma… nitidissima ;
epist. 21, 170; trist. 2, 172: [ Victoria ] ponat… in nitida laurea
serta coma ; cfr. già Prop. 3, 10, 14, poi Stat. silv. 3, 5, 28-29).
Sulla notazione vd. Merli 2000, 123 nota 73: «poiché la chioma
curata non è caratteristica del dio della guerra, è possibile che l’os -
servazione, oltre che come un generico complimento, vada anche
intesa come suggerimento di un comportamento diverso, ispirato
a un modello di raffinata eleganza che trovava realizzazione anche
nella capigliatura lucente» (la chioma lunga e sciolta era attributo,
piuttosto, di Apollo e di Bacco: cfr. am. 1, 14, 31-32; met. 3, 421;
Tib. 1, 4, 37-38, etc.). La cassis era l’elmo di metallo ( Martia cas -
sis in Val. Fl. 3, 53); per il gesto cfr. infra , 171n.: sic posita dixit
mihi casside Mavors ; e il già ricordato met. 14, 806-807, dove
Marte si spoglia, appunto, dell’elmo prima di rivolgere la parola
a Giove: posita cum casside Mavors / talibus affatur divumque
hominumque parentem (in questo caso, però, in segno di rispetto,
mentre nel passo in esame il gesto di ‘sciogliere le chiome’ enfatiz -
za l’idea del rilassamento al termine dell’attività militare). Identica
clausola ( solve comas ) in Epiced. Drusi 40; Anth. 409, 14 R.; per
la iunctura cfr. anche fast. 4, 854: maestas… soluta comas ; Sen.
Med. 752: vinculo solvens comam ; Phaedr. 371, etc.
3-4
Nel secondo distico Ovidio previene una possibile obiezione del suo
interlocutore, che «potrebbe chiedere» (ma sarebbe, evidentemen -
te, una domanda retorica) che cosa abbia da spartire lui, dio della
guerra, con un poeta; e gli risponde che il mese che viene ora can -
92 92 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 93
tato prende il nome da lui. L’iniziale resistenza di Marte ad essere
coinvolto nella realizzazione dei Fasti – non, si badi, in quanto stu -
dia pacis , come farà osservare più avanti lo stesso dio (173-174n.),
bensì in quanto poesia tout court – ha anch’essa un parallelo nell’a -
naloga, benché diversamente motivata, ritrosia di Venere all’inizio
del quarto libro: quid tibi… mecum? Certe maiora canebas (4, 3),
alla quale il poeta risponde, allo stesso modo, che si tratta del «suo»
mese (4, 13-14: venimus ad quartum, quo tu celeberrima mense: /
et vatem et mensem scis, Venus, esse tuos ). Se Marte non vuole par -
tecipare ad un’attività poetica in quanto tale, Venere, al contrario,
lamenta l’abbandono, da parte di Ovidio, della tematica amorosa
che era stata al centro delle sue opere precedenti; ma entrambi gli
dei sono accomunati da un coinvolgimento inizialmente problema -
tico (per il quale si può confrontare anche il proemio dei Remedia
[1-40]: Legerat huius Amor titulum nomenque libelli: / « Bella mihi,
video, bella parantur » ait … eqs.), destinato a risolversi in modo
del tutto positivo nel caso di Venere (4, 15-18: mota Cytheriaca
leviter mea tempora myrto / contigit … e qs.), ad avere invece una
serie di ricadute nel prosieguo del libro in quello di Marte (per il
confronto tra i due proemi, per il modello rappresentato, per en -
trambi, da Prop. 3, 3 e in generale per il ruolo di Marte nel terzo
libro vd. anche supra , 1-10n.). In questo distico l’origine del nome
del mese di marzo viene semplicemente enunciata, senza ulteriori
indicazioni: l’attesa spiegazione eziologica viene fornita, come si
è detto (1-166n.), soltanto più avanti, quando viene narrata la
dedica, da parte di Romolo, del primo mese dell’anno a suo padre
(71-78); per le fonti antiche sull’origine del nome di marzo vd.
infra , 41-78n. (per l’attribuzione a Romolo della dedica del mese)
e 79-98n. (per la presenza di un ‘mese di Marte’ nei calendari dei
popoli del Lazio: un’ipotesi, per certi versi, alternativa, che Ovidio
tenta però di riconciliare con l’altra ai vv. 97-98).
3 forsitan ipse roges
Forsitan è parola amata da Ovidio, che la impiega quasi un centi -
naio di volte (di contro a cinque occorrenze in Virgilio, quattro in
Lucrezio e Properzio, una in Tibullo, nessuna in Catullo e Orazio).
Nell’impiego del verbo rogo (rispetto al più frequente quaero ) è
da scorgere forse il segnale di un’intonazione più perentoria, che
il poeta attribuisce idealmente al proprio interlocutore, il quale
in qualche modo ‘pretende’, a buon diritto, di sapere perché lo si
vuole coinvolgere in un’attività che non gli è, di per sé, congeniale.
93 93 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 94
quid sit cum Marte poetae
Quid est cum è espressione piuttosto frequente sia in prosa che in
poesia (vd. gli esempi citati in ThlL IV, 1374, 2-32; OLD 2 p. 514,
s.v. «cum 1 », 14); per le occorrenze in contesti, come qui, program-
matici e metaletterari (come nel proverbio greco per il quale la
materia tragica ‘non ha nulla a che fare con Dioniso’; cfr. in par -
ticolare la formulazione interrogativa che si legge in Plut. Quaest.
conv. 1, 1, 5, 615a: τί ταῦτα πρὸς τὸν Διόνυσον ;) vd. supra , 1-10n.;
cfr. anche, in senso più generale, trist. 2, 1: Quid mihi vobiscum
est, infelix cura, libelli…? . Il contrasto tra i due ambiti apparente -
mente inconciliabili (nel pensiero che il poeta attribuisce a Marte)
della guerra e della poesia – sulla scia di una contrapposizione già
ampiamente codificata dall’elegia latina, ad es. in Tib. 1, 1, 75-76:
hic ego dux milesque bonus: vos, signa tubaeque, / ite procul, cu -
pidis vulnera ferte viris – è evidenziato dalla giustapposizione dei
due termini, mentre la domanda appare enfatizzata dalla colloca -
zione di quid sit tra due cesure. Questa è l’unica occorrenza del so-
stantivo poeta nei Fasti , su un totale di oltre quaranta occorrenze
ovidiane; di solito è inteso dagli interpreti in senso generico («un
poeta»), ma non è impossibile che Ovidio si riferisca invece più
direttamente a sé stesso («den Dichter», Bömer).
4 a te qui canitur nomina mensis habet
Il pentametro è occupato da una formula convenzionale nei Fasti ,
per la quale cfr. ad es. 1, 336: hostibus a domitis hostia nomen ha -
bet ; 3, 150; 6, 26: Iunius a nostro nomine nomen habet , etc. Cano
in relazione agli argomenti trattati nel poema in contesti proemiali
(o comunque incipitari) si incontra anche a 1, 2: canam ; 1, 13:
canant ; 1, 104: canam (nelle parole di Giano); 2, 7: cano ; 2, 121:
canimus ; 2, 124: mihi… est… canenda ; 3, 714: cano ; 4, 12: cano ;
5, 494: canenda mihi ; 6, 8: cano ; 6, 585: mihi… canenda est . La
frase riecheggia, per l’identica posizione dei sostantivi nomen e
mensis , il penultimo distico del libro precedente: signatus… tuo
nomine mensis adest (2, 862; cfr. anche infra , 76: primus de pa -
trio nomine mensis erit ).
5-6
Per convincere Marte ad accettare l’invito a partecipare ai Fasti ,
il poeta gli pone di fronte ( ipse vides ) l’esempio di Minerva, che
si dedica all’attività militare, ma ha anche tempo ( vacat ) per le
arti liberali: il tono appare confidenziale e, in particolare in que -
94 94 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 95
sto distico, quasi condiscendente per il ricorso alla deissi e a una
domanda retorica (due soluzioni, queste, riconducibili entrambe
a un atteggiamento blandamente pedagogico). È possibile che
il distico alluda inoltre, più specificamente, all’episodio omerico
( Il. 21, 391-414) nel quale Atena colpisce e atterra Ares con un
masso, scagliandolo «con mano robusta» ( χειρὶ παχείῃ [403]; cfr.
qui manibus ): in tal caso davvero, allora, Marte avrebbe «visto»
quanto Minerva sia in grado di combattere! È qui introdotto, in
ogni caso, per la prima volta il tema del confronto – e della im -
plicita rivalità – tra le due divinità: se nel distico seguente Marte
viene esplicitamente invitato a prendere esempio da Minerva
( Palladis exemplo ), più avanti sarà lui stesso a rivendicare di non
essere da meno di lei (176: hoc solam ne se posse Minerva putet ;
vd. supra , 1-10n., per il ruolo di Marte nel terzo libro e per la
rivalità del dio con Minerva). I due aspetti di Minerva come dea
guerriera ( bellica… dea [814]) e protettrice delle arti e dei me -
stieri ( mille dea… operum [833]) sono presenti entrambi, verso la
fine del terzo libro (del quale Minerva è uno dei tre protagonisti
divini, insieme a Bacco e ovviamente a Marte), nel brano dedicato
alle Quinquatrus maiores (809-834). A questo distico dà grande
rilievo per l’interpretazione dei Fasti come «alternativa» all’epica
Fabio Stok, per il quale «Ovidio prospetta, si direbbe, un opus del
livello dell’epica, per tema ed impegno. Quale fosse questo tema,
diverso da quello dell’epica, è suggerito nel proemio del l. III: a
Marte Ovidio contrappone Minerva, con riferimento preciso alle
ingenuae artes patrocinate dalla dea [...]. Ma questa rivalutazione
delle artes si situa programmaticamente al di là, e non al di qua
del tema dell’epica (come era nel caso dell’elegia); i Fasti , va riba -
dito, vogliono essere un’alternativa all’epica, e non, diversamente,
una mediazione di epica ed elegia» (Stok 1990, 196-197; «alter -
nativa» spaziato nell’originale).
5 ipse vides
Ipse vides è un’espressione assai frequente, con il pronome al
maschile o al femminile, in Ovidio ( epist. 18, 7; met. 8, 590; 8,
884; trist. 5, 14, 2; Pont. 1, 5, 13; 4, 7, 7-9, in triplice anafora; Ib.
109), a differenza che in tutti gli altri poeti latini (prima dell’età
tardoantica soltanto in Val. Fl. 6, 859). Qui riecheggia ipse roges di
v. 3, ma non occorre forse pensare, con Bömer (141), a uno stilema
del linguaggio cletico (per la serie di richiami e ripetizioni verbali
che legano tra loro questi distici proemiali vd. supra , 1-10n.).
95 95 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 96
manibus peragi fera bella Minervae
Il solo Pighi tra gli editori recenti recupera l’ ordo verborum inver -
so, peragi manibus , stampato da Merkel nell’edizione del 1841
(ma non più nella teubneriana del 1851 né in quella del 1889) e
testimoniato da una parte soltanto di uno dei tre rami della tradi -
zione manoscritta. La frase può apparire inutilmente involuta per
un concetto di per sé assai semplice; ma il dettaglio delle «mani»
è senz’altro teso a suggerire che con «quelle stesse» mani con le
quali combatte le guerre (cfr. χειρὶ παχείῃ in Hom. Il. 21, 403, cit.
supra ) la dea si dedica ugualmente alle arti e ai mestieri (cfr. trist.
4, 2, 46: vincula fert illa, qua tulit arma, manu ; Prop. 2, 16, 42:
illa, qua vicit, condidit arma manu ). Allo stesso modo l’impiego
del verbo perago sottintende forse, indirettamente, l’idea che le
guerre siano da Minerva non solo ‘intraprese’, ma anche ‘portate
a termine’ (cfr. 2, 482: multa… Romulea bella peracta manu ,
sebbene l’autrice della voce del Thesaurus , A. Peri, distingua tra
i due significati: ThlL X.1, 1180, 65-1181, 3; per le altre occor -
renze della iunctura , tutte posteriori, vd. ThlL II, 1839, 13-19),
mentre l’aggettivo ferus lascia intendere che le guerre di Minerva
non sono meno ‘feroci’ di quelle di Marte (cfr. infatti 5, 556: hinc
fera Gradivum bella movere decet ; e già Lucr. 1, 32-33: belli fera
moenera Mavors / armipotens regit ); fera bella si legge, comunque,
diverse volte (circa quindici in tutto) in Ovidio, per lo più nella
stessa sede metrica.
6 num minus ingenuis artibus illa vacat?
Le ingenuae artes sono, etimologicamente, quelle tipiche degli
uomini nati liberi ( ThlL VII.1, 1547, 33-60; OLD 2 p. 997, s.v. ,
3); la iunctura , usata più volte da Cicerone, in Ovidio è anche in
am. 3, 8, 1; ars 2, 121; trist. 1, 9, 45; Pont. 1, 6, 7; 2, 7, 47; 2,
9, 47 (al singolare in Pont. 2, 5, 66), mai negli altri poeti latini
(ad eccezione dei carmina epigraphica ). All’idea del tempo libero
implicita nell’impiego del verbo vaco si può accostare la scelta, da
parte dello stesso Marte, del verbo moror in relazione allo stesso
tema ( iuvat hac quoque parte morari [175]) e al confronto, anche
qui, con Minerva ( hoc solam ne se posse Minerva putet [176]).
Una domanda retorica – ma in questo caso con valore ironico – è
anche nel proemio del quarto libro: num vetus in molli pectore
volnus habes? (4, 4), a segnare, così, un’ulteriore rispondenza tra
due brani che sono costruiti in stretto parallelismo l’uno con l’altro
(vd. supra , 1-10n.).
96 96 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 103
ze nel contenuto dei due sogni, che pure alludono entrambi, in un
primo momento, all’unione della protagonista con Marte (ma le
immagini impiegate sono completamente diverse), in un secon -
do agli sviluppi successivi della vicenda (ma in Ennio, più preci-
samente, al destino di Ilia, in Ovidio a quello dei gemelli che el -
la partorirà). Profondamente differenti nei due poeti sono, infi -
ne, l’atmosfera che caratterizza il sogno e, di conseguenza, lo sta-
to d’animo dell’eroina: se in Ovidio quest’ultima si augura che ciò
che ha visto sia utile... faustumque (27), prospettando, dunque,
così quanto meno la possibilità che la visione preannunci even -
ti positivi, in Ennio, al contrario, la troviamo lacrimans, exterrita
somno (35), tanto da affermare: vires vitaque corpus meum nunc
deserit omne (37), e del resto il suo sogno è assai più angoscioso di
quello descritto da Ovidio, al punto da indurre la vestale a risve -
gliarsi in preda all’angoscia: vix aegro cum corde meo me somnus
reliquit (50; sul confronto tra i due passi vd. soprattutto Connors
1994; e Merli 2000, 48-59).
Nella quarta elegia del quarto libro Properzio racconta la vi -
cenda di Tarpea (anche lei una vestale che viene meno, con esiti
però opposti, ai propri doveri), in una versione che presenta no -
tevoli punti di contatto con il passo ovidiano: al di là di numerosi
riscontri testuali (segnalati nel commento ai singoli distici), colpi -
scono l’ambientazione di entrambi gli incontri, di Tarpea con Tito
Tazio e di Marte con Rea Silvia, nella cornice di un locus amoenus
(Prop. 4, 4, 3-6: lucus erat felix hederoso conditus antro, / mul -
taque nativis obstrepit arbor aquis, / Silvani ramosa domus, quo
dulcis ab aestu / fistula poturas ire iubebat ovis ; fast. 3, 13-18),
dove si erano peraltro recate entrambe – ma questo era un da -
to tradizionale – ad attingere l’acqua; il fatto che anche l’eroina
properziana pronunci un monologo (31-66), più esteso e di diver -
so tenore, ma accomunato a quello ovidiano dal riferimento alla
carica sacerdotale (Prop. 4, 4, 36: valeat probro Vesta pudenda
meo ; 43-46: quantum ego sum Ausoniis crimen factura puellis, /
improba virgineo lecta ministra foco! / Pallados exstinctos si quis
mirabitur ignis, / ignoscat: lacrimis spargitur ara meis ; fast. 3,
29-30); e la somiglianza dei gesti con i quali le due protagoniste,
entrambe a loro modo nesciae , si addormentano (Prop. 4, 4, 67-
68: incerto permisit bracchia somno, / nescia, vae, furiis accubu -
isse novis ; fast. 3, 19-20).
In am. 3, 6, 45-82, infine, lo stesso Ovidio aveva raccontato
la vicenda di Rea Silvia (chiamata in questo caso, come in Ennio,
103 103 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 104
Ilia), e in particolare l’unione della vestale con il fiume Aniene
(narrata, a quanto pare, anch’essa già da Ennio: Porph. Hor.
carm. 1, 2, 17-18), ma alludendo, retrospettivamente, agli eventi
precedenti. Anche in questo caso è possibile individuare alcuni si -
gnificativi punti di contatto con il brano dei Fasti : come nel sogno
qui descritto (29-30), l’eroina ha perduto la sacra vitta ( am. 3, 6,
56: vitta nec evinctas inpedit alba comas ), e anche in questo caso
pronuncia un monologo (73-78) dominato dall’idea della perdi -
ta dell’onore seguita a quella della verginità (si noti in particolare,
anche qui, la menzione del fuoco sacro: turpis et Iliacis infitian -
da focis [76]). La conclusione del racconto si lega invece alla pro-
fezia di Enea nel sogno descritto da Ennio: il fiume Aniene salva
Ilia (che stava tentando di uccidersi) e ne fa la sua sposa (81-82),
come le aveva promesso (61-66); e anche dal punto di vista del -
la Stimmung e della caratterizzazione psicologica della protagoni -
sta la narrazione degli Amores appare, in effetti, assai più vicina a
quella enniana che a quella dei Fasti (sul confronto tra i due passi
vd. soprattutto Boyd 1997, 211-219, che dà grande rilievo alle nu -
merose differenze che li distinguono e alle loro ricadute per la defi-
nizione del genere letterario dei Fasti ).
Per le interpretazioni dell’episodio alla luce della tematica del
‘disarmo’ vd. supra , 1-10n., mentre interpreta l’unione di Marte
e Silvia come emblema della fusione, nei Fasti , di epica ed elegia
Pfaff-Reydellet 2011, 122-130. Persuade di meno il tentativo di
scorgere in questo come negli altri episodi di violenza sessuale nar -
rati nel poema un intento ‘sovversivo’ (Murgatroyd 2005, 91-94
[«Rape as Subversion»]): in che senso, ad es., nel passo in esame
Marte sarebbe ‘sminuito’ («in representing Mars as such a rapist
[...] Ovid might be trying to diminish the god to whom Augustus
dedicated the temple of Mars Ultor» [93]), se il poeta – che sta qui
cercando, al contrario, di lusingarlo per convincerlo a collabora -
re al poema – ha appena detto che il dio agiva così al fine di dare
«una grande origine» (10) alla futura città di Roma? D’altra par -
te, alla luce dello statuto dei Fasti come poema pacifico ed elegia-
co, non sembra che si possa attribuire a un Marte innamorato e
«disarmato» (8; 9) una connotazione troppo negativa: si potreb -
be, anzi, affermare viceversa, con Danielle Porte, che «le Mars des
Fastes est devenu un Mars Tranquillus , agréable au Prince qui
construisit l’ Ara Pacis » (Porte 1994, 133). Per una valorizzazione
del ruolo di Rea Silvia nella fondazione di Roma, in contrapposi -
zione al carattere accidentale delle azioni di Marte, vd. comunque
104 104 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 105
Wise 2017, 133-143. Sul monologo e sul sogno di Rea Silvia vd.
soprattutto Andreoni Fontecedro 1995 e Nosarti 2003, i quali os -
servano entrambi come il contenut o del sogno svolga quella fun -
zione consolatoria che di solito è attribuita, in contesti simili, al dio
autore dello stupro (così anche nel caso di Marte e Rea Silvia nel -
le versioni testimoniate da Ps. Aur. Vict. orig. 20, 1: mox recrea-
tam consolatione dei nomen suum indicantis affirmantisque ex ea
natos dignos patre evasuros ; e Dion. Hal. 1, 77, 2: «inoltre, per
consolare la fanciulla, il violentatore le disse di non affliggersi per
l’accaduto, da cui fu manifesto che egli era un dio: la sua unione
nuziale era avvenuta con il dio che teneva quel luogo, e a seguito
dello stupro avrebbe partorito due figli maschi, che sarebbero stati
di gran lunga i più forti tra gli uomini per valore e imprese milita -
ri» [trad. L. Argentieri]). Un’ampia e persuasiva analisi dell’episo-
dio, con particolare attenzione, da un lato, al rapporto con le de-
scrizioni di sogni negli altri poeti elegiaci e, dall’altro, a quello con
le arti figurative e al modo nel quale il poeta ne impiega le tecni -
che e ne ricrea gli effetti, si legge ora in Scioli 2015, 173-216, per
la quale «Ovid re-creates the image of the sleeping Rhea Silvia like
a visual tableau to lure his viewer (Mars) into his poem, and Mars,
acting upon this visual stimulation, enters the poem as bidden and
immediately engages in viewing. In this way, Ovid acts like a visu -
al artist creating a work to engage potential viewers. Of all of the
extant accounts of the rape of Rhea Silvia by Mars, Ovid’s is […]
the only one that plays specifically upon dynamics of viewing that
are consistent in artistic representations of the tale» (214-215).
11-12
Il racconto vero e proprio, il cui argomento è stato anticipato nel
distico precedente, comincia con l’eroina che si reca, un mattino,
in un bosco sacro a Marte (come si ricava da Dion. Hal. 1, 77, 1:
εἰς ἱερὸν ἄλσος Ἄρεος , e dalle fonti citate in Ps. Aur. Vict. orig. 19,
5 [= 20, 1]: in luco Martis ) ad attingere l’acqua per lavare gli ar -
redi sacri (cfr. Fest. p. 152 L.: Virgines Vestales… aquam iugem,
vel quamlibet, praeterquam quae per fistulas venit, addunt, atque
ea demum in sacrificiis utuntur ; per l’esistenza del sacerdozio ad
Alba Longa prima della fondazione di Roma cfr. Liv. 1, 20, 3:
virgines… Vestae… Alba oriundum sacerdotium et genti conditoris
haud alienum ). Il poeta introduce però il racconto con una do -
manda retorica («perché non cominciare da qui?»), che dissimula
l’attenta ed elaborata costruzione della sezione di apertura del ter -
105 105 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 106
zo libro, nella quale la vicenda in questione, presentata ora come
esempio del potere di Marte «disarmato» (9-10), mira in realtà,
allo stesso tempo, a fornire l’eziologia del nome del mese ( supra ,
1-166n.): non è certo per caso, dunque, che Ovidio incomincia
proprio «da qui».
11 Silvia Vestalis
Il racconto si apre con la menzione, quasi a mo’ di titolo, della
protagonista, che occupa per intero il primo emistichio dell’esa -
metro, come già a 2, 383-384: Silvia Vestalis caelestia semina
partu / ediderat . L’Ovidio dei Fasti è l’unico tra i poeti latini a
usare il nome di Silvia per la madre di Romolo e Remo, chiama -
ta altrove sempre Ilia, come anche più avanti nel testo (233n.);
ma l’ipotesi di stampare anche qui la variante Ilia del codice B ,
come faceva ancora Merkel nella seconda edizione, del 1851 (ma
non nella prima del 1841 né nella terza del 1889), è stata ormai
definitivamente abbandonata dagli editori ( Silvia è confermato
anche da Prisc. gramm. II, 9, p. 475 e II, 11, p. 559 K.). Nella
scelta onomastica si può forse cogliere un’allusione, in qualche
misura programmatica, alla dimensione autoctona e arcaica,
evocata dalla memoria del virgiliano itur in antiquam silvam
( Aen. 6, 179), che a sua volta allude metapoeticamente al model -
lo enniano (Hinds 1998, 11-14).
quid enim vetat inde moveri?
Per la domanda retorica cfr. 1, 295-296: quid vetat et stellas, ut
quaeque oriturque caditque, / dicere? ; e, con senso in parte diver -
so, 2, 423: quid vetat Arcadio dictos a monte Lupercos? ; inoltre
am. 3, 7, 35; Hor. sat. 1, 1, 24-25; 1, 10, 56-57. Il dubbio intorno
all’argomento da cui prendere le mosse è, naturalmente, un topos
degli esordi, in particolare nel genere encomiastico (a parziale
conferma del fatto che il poeta sta qui ancora cercando, in qualche
misura, di ‘lusingare’ il proprio interlocutore); cfr. ad es. Theoc.
Id. 17, 11: τί πρῶτον καταλέξω ; Laus Pis. 1-2: Unde prius coepti
surgat mihi carminis ordo / quosve canam titulos, dubius feror .
Altri interpreti hanno scorto invece nella domanda un’allusione al
fatto che «da lì» ( inde ) traggono effettivamente inizio gli annales
di Ennio e la stessa storia di Roma (Barchiesi 1994, 53-54; Merli
2000, 48-50); o hanno suggerito la possibilità di intendere diver -
samente la frase, sottintendendo te (cioè Marte) a vetat : «what
forbids you from being moved by a Vestal?» (così Heyworth [79],
106 106 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 107
che pensa anche a una possibile allusione etimologica nell’allit -
terazione in v- che scandisce il verso: «the negative ordinances
connected with the cult of Vesta make it appropriate that the god -
dess’s name should be similar to uetare » [ ibidem ]).
12 sacra lavaturas mane petebat aquas
Il participio futuro lavaturus si incontra soltanto qui nel corpus
della letteratura latina antica (altrove loturus , sebbene Prisciano
attesti anche la forma lauturus : ThlL VII.2, 1048, 75-78). Per la
iunctura del verbo con sacra cfr. 4, 340: Almonis dominam sacra -
que lavit aquis . Molto simile è il dettato in Ps. Aur. Vict. orig. 19,
5 (≈ 20, 1): in usum sacrorum aquam petenti ; per l’espressione
cfr. inoltre Liv. 1, 11, 6: aquam forte ea tum sacris extra moenia
petitum ierat (anche Val. Max. 9, 6, 1: aquam sacris petitum extra
moenia egressam ), a proposito proprio di Tarpea (sul rapporto tra
i due episodi vd. supra , 11-40n.).
13-14
Rea Silvia giunge dunque alla riva della sorgente alla quale deve
attingere l’acqua e depone a terra l’urna di terracotta che tra -
sportava, come la Tarpea properziana, sulla testa (cfr. Prop. 4, 4,
15-16: hinc Tarpeia deae fontem libavit: at illi / urgebat medium
fictilis urna caput , esplicitamente ripreso da Ovidio; vd. supra ,
11-40n., per il rapporto tra i due passi). Il luogo sarà descritto nei
distici successivi (in particolare ai vv. 17-18), ma già qui l’agget -
tivazione ( molli , declivem ) suggerisce e anticipa l’immagine di un
locus amoenus . Nel racconto ovidiano l’urna deve essere eviden -
temente ancora vuota, ma è interessante notare come invece in
un mosaico datato tra il 130 e il 160 d.C. e proveniente da Ostia
( LIMC VII.2, 491) dall’urna, sulla quale Rea Silvia è appoggiata
mentre dorme, scorra fuori un flusso d’acqua; per il confronto
tra il mosaico e il passo ovidiano vd. Scioli 2015, 204-212, per la
quale «the external viewer of the mosaic, much like the reader of
Ovid’s poem, becomes an interpreter of visual symbols, using them
to create a narrative of the outcomes of this scene» (212).
13 ventum erat
L’uso impersonale del verbo, frequente in poesia esametrica ad ini -
zio di verso ( infra , 651n.: ventum erat ad ripas ; Verg. Aen. 6, 45;
Hor. sat. 1, 9, 35; Lucan. 7, 545; 9, 511; Stat. Theb. 2, 65; 9, 225;
Val. Fl. 2, 332) e connotato in senso arcaico (vd. Horsfall 2000,
107 107 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 108
363, con bibliografia), è tuttavia insolito in riferimento ad una sin -
gola persona (benché non del tutto isolato: ventum est è riferito, ad
esempio, a un singolo cinghiale in Verg. Aen. 10, 710) e sarà, dun -
que, forse da pensare che nel racconto ovidiano Rea Silvia si rechi
alla fonte insieme a un gruppo di compagne (per questo «si era arri -
vati» e non: «era arrivata») e rimanga da sola soltanto dopo essersi
seduta (15-16) e addormentata (17-20), un po’ come avviene, nel
primo libro, a Lotide, anche lei vittima di un tentativo di stupro (1,
423-424: Lotis in herbosa sub acernis ultima ramis, / sicut erat lusu
fessa, quievit humo ; cfr. fessa resedit humo qui al v. 15).
ad molli declivem tramite ripam
Per mollis detto (qui con valore attenuativo) «de regionibus paulum
declivibus rebusque leniter curvatis» vd. i luoghi citati in ThlL VIII,
1380, 13-28, e in particolare Verg. ecl. 9, 8 (= georg. 3, 293): mol -
li… clivo ; si distingue tra i due significati, rispettivamente «providing
easy going» per Ovidio e «gentle» per Virgilio, in OLD 2 p. 1241, s.v. ,
6, ma il contesto immediato del verso induce a riferire anche qui
mollis alla pendenza del sentiero: l’ablativo molli… tramite precisa,
infatti, il senso di declivem («che scendeva con dolce pendio»; cfr. de -
clivi tramite in Colum. 10, 48 [≈ Avien. Arat. 448]). Per la iunctura
con il sostantivo cfr. ripis declivibus in met. 5, 591; 6, 399.
14 ponitur e summa fictilis urna coma
Fictilis urna si legge anche, nella stessa sede metrica, in Prop. 4,
4, 16 (cit. supra ; fictiles urnulas in Cic. parad. 11), imitato da
Ovidio, che sostituisce la menzione del caput con quella della co -
ma : un particolare che torna nel distico seguente e che è teso, con
ogni verosimiglianza, a suggerire già qui, per via allusiva, la con -
notazione erotica della scena (cfr. am. 1, 10, 5-6: qualis Amymone
siccis erravit in Argis, / cum premeret summi verticis urna comas ,
con ben tre parole riprese, nella stessa giacitura metrica, nel verso
in esame). Per il topos dei fictilia come espressione del modo di vi -
ta semplice dei tempi antichi cfr. 1, 201-202: Iuppiter angusta vix
totus stabat in aede, / inque Iovis dextra fictile fulmen erat ; Tib. 1,
1, 37-40; Prop. 4, 1, 5-6; Pers. 2, 59-60, etc.
15-16
Rea Silvia si siede a terra, apre la veste per rinfrescarsi al vento
e ricompone l’acconciatura. Se la menzione dell’aria fresca evoca
già qui l’immagine (che si farà esplicita nel distico successivo) di
108 108 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 109
un locus amoenus , i due gesti compiuti dall’eroina suggeriscono
il carattere erotico della scena e contribuiscono a spiegare l’im -
provvisa infatuazione di Marte ( Mars videt hanc visamque cupit
[21]), il quale sta probabilmente osservando già ora, non visto, la
fanciulla: «sul canovaccio della vicenda tradizionale […] si innesta
un tipo di scrittura e di rappresentazione alessandrino, in cui la
protagonista non ha nulla della rozzezza arcaica, attribuita altrove
da Ovidio alle mogli degli eroi omerici o alle Sabine, ma presenta
invece tratti moderni e seduttivi degni di una lettrice dell’ ars »
(Merli 2000, 42). Alla scena in esame si può confrontare quella
delle Metamorfosi nella quale ugualmente Callisto si concede un
momento di riposo in un bosco, ignara di quanto sta per subire
da parte di Giove: exuit hic umero pharetram lentosque retendit
/ arcus inque solo, quod texerat herba, iacebat / et pictam posita
pharetram cervice premebat. / Iuppiter ut vidit fessam et custode
vacantem … eqs. ( met. 2, 419-422); comune ad entrambe appare
l’ascendenza esercitata, appunto, dall’epillio alessandrino. Assai
vicina a questi versi per la presenza degli stessi motivi legati al
riposo in un locus amoenus è anche la scena di Cefalo che si ri -
posa al fresco in ars 3, 695-698: grata quies Cephalo: famulis
canibusque relictis / lassus in hac iuvenis saepe resedit humo /
« Quae » que « meos releves aestus » , cantare solebat / « Accipienda
sinu, mobilis aura, veni ». Come osserva ora Gabriele 2021, il det -
taglio della veste aperta trova riscontro in diverse raffigurazioni
iconografiche (compreso il mosaico citato supra , 13-14n.) nelle
quali Ilia è ritratta «secondo il diffuso motivo figurativo di una
ninfa delle acque, sdraiata e dormiente: braccia aperte a toccare o
sorreggersi la testa, con una veste leggera o un manto che da dietro
l’avvolge da capo a piedi, lasciandola però scoperta sul davanti dal
volto all’inguine, con bella mostra dei seni e del grembo» (128); si
tratterebbe, secondo Gabriele, del velum Iliae , nel quale, correg -
gendo il testo di Serv. auct. Aen. 7, 188: velum Ilionae (come si
proponeva già in Eisenhart 1786, 25-26), diviene possibile identi -
ficare uno dei sette pignora quae imperium Romanum tenent citati
nel passo serviano (121-130).
15 fessa resedit humo
La lezione humo , attestata meno bene, è difesa però dal confron -
to con ars 3, 696, cit. supra , e con met. 4, 261: sedit humo nuda
nudis incompta capillis (vd. anche i luoghi elencati in ThlL VI.3,
3124, 25-57); tra gli editori recenti, humi (locativo: cfr. resedit
109 109 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 110
humi in Avian. fab. 25, 12) è stampato dal solo Pighi. In generale
per l’espressione cfr. ancora lassus… resedit humo in ars 3, 696.
15-16 ventosque accepit aperto / pectore
Per il gesto con cui ci si espone al vento per rinfrescarsi (oppure,
significativamente, per mostrarsi seducenti) cfr. ars 3, 301-302:
haec movet arte latus tunicisque fluentibus auras / accipit ; 3, 698:
accipienda sinu, mobilis aura, veni (la iunctura esatta è anche, con
senso diverso, in met. 12, 37: accipiunt ventos a tergo mille cari -
nae ). Il dettaglio della veste aperta sul petto ha, nel contesto, una
evidente connotazione erotica; cfr. 1, 408: altera dissuto pectus
aperta sinu ; epist. 16, 249-250: prodita sunt, memini, tunica tua
pectora laxa / atque oculis aditum nuda dedere meis ; Tib. 1, 6, 18:
neve cubet laxo pectus aperta sinu ; Prop. 2, 2, 28: candida non
tecto pectore si qua sedet , etc. ( aperto pectore , ma con una diversa
valenza del gesto, è anche in ars 3, 667; met. 2, 339; Stat. silv. 5,
5, 13). Si noti inoltre come la sequenza, originariamente tibulliana,
pectus aperta sinu , sia ripresa nella stessa sede metrica non soltan -
to da Ovidio (nel passo dei Fasti e, se l’epistola è autentica, in epist.
15, 122), ma già da Properzio e proprio nell’elegia di Tarpea (4, 4,
72), uno dei modelli del brano in esame (vd. supra , 11-40n.).
16 turbatas restituitque comas
Per l’immagine cfr. Claud. carm. min. 25, 28: ut… fuit, turbata
comas, intecta papillas (ma in questo caso al risveglio e non, come
in Ovidio, subito prima di addormentarsi; cfr. anche Tib. 1, 3, 91:
qualis eris, longos turbata capillos ); per l’espressione Stat. Theb. 5,
304: et turbare comas et lumina tingere fletu ; e, per la iunctura con
restituo , Sen. dial. 10, 12, 3: disiecta coma restituitur (nel verbo è
chiaramente percepibile l’idea di ‘rimettere a posto’ i capelli, messi
in disordine dal trasporto dell’urna: «To put back in its original
place, restore to a site» [ OLD 2 p. 1804, s.v. , 5]). Anche questo det -
taglio si carica, nel contesto, di una potenziale suggestione erotica
e premonitrice di quanto sta per avvenire, come suggerisce il con -
fronto con am. 3, 14, 33-34: cur plus quam somno turbatos esse
capillos / collaque conspicio dentis habere notam? .
17-18
Rea Silvia si addormenta sotto il triplice effetto dell’ombra degli
alberi, del canto degli uccelli e del rumore dell’acqua: elementi,
questi, tutti e tre caratteristici della descrizione di un locus amoe-
110 110 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 111
nus (cfr. ad es. Verg. ecl. 1, 51-58: hic inter flumina nota / et
fontis sacros frigus captabis opacum … eqs.; Hor. epod. 2, 23-28:
libet iacere modo sub antiqua ilice, / modo in tenaci gramine:
/ labuntur altis interim ripis aquae, / queruntur in silvis aves /
fontesque lymphis obstrepunt manantibus, / somnos quod invitet
levis ; Ov. am. 3, 5, 3-6: colle sub aprico creberrimus ilice lucus /
stabat, et in ramis multa latebat avis. / Area gramineo suberat vi -
ridissima prato / umida de guttis lene sonantis aquae ; e già, senza
la menzione degli uccelli, Sapph. frg. 2, 5-8 V.: ἐν δ’ ὔδωρ ψῦχρον
κελάδει δι’ ὔσδων / μαλίνων, βρόδοισι δὲ παῖς ὀ χῶρος / ἐσκίαστ’,
αἰθυσσομένων δὲ φύλλων / κῶμα †καταιριον ); ma è notevole, in par -
ticolare, che anche nel sogno raccontato da Ilia nel passo di Ennio
(vd. supra , 11-40n.) si parli precisamente, come qui, di salici
( ann. 38-39 Sk.: per amoena salicta / et ripas… locosque novos ).
Un altro esempio di riva resa ombrosa dai salici (teatro, anche in
questo caso, di un tentativo di stupro) si incontra in met. 5, 590-
591: cana salicta dabant nutritaque populus unda / sponte sua
natas ripis declivibus umbras (cfr. qui declivem… ripam al v. 13).
L’ombra degli alberi e il rumore dell’acqua corrente caratterizzano
anche la scena in cui Tarpea si innamora di Tito Tazio nell’elegia
4, 4 di Properzio, che è uno dei mode lli del brano ovidiano (vd.
ancora supra , 11-40n.): lucus erat felix hederoso conditus antro, /
multaque nativis obstrepit arbor aquis (Prop. 4, 4, 3-4).
17-18 dum sedet, umbrosae salices volucresque canorae / fecerunt
somnos
Un identico inizio di esametro si legge in Verg. ecl. 10, 71: dum
sedet et gracili fiscellam texit hibisco (poi in Iuv. 5, 101; Claud.
20, 280). Per umbrosae cfr. met. 1, 693: umbrosa… silva ; 7, 75:
nemus umbrosum ; Pont. 4, 5, 41: umbrosa… arbore ; Verg. ecl. 2,
3: inter densas, umbrosa cacumina, fagos ; georg. 2, 66: arbos um -
brosa ; Prop. 1, 20, 7: umbrosae… silvae , etc.; per canorae Verg.
georg. 2, 328: avia tum resonant avibus virgulta canoris ; Hor.
carm. 2, 20, 15-16: canorus / ales ; Prop. 2, 34, 83-84: canorus /
… olor , etc. Si noti che i salici sono alberi particolarmente adatti a
nascondere chi si ripara alla loro ombra (cfr. 2, 466: spem… dabant
salices hos quoque posse tegi ) e quindi anche, di conseguenza, ad
ospitare amori furtivi. Somnum o somnos facere è anche a 1, 421:
vino somnum faciente (ancora nell’episodio di Priapo e Lotide: vd.
supra , 13-14n.); ars 3, 647-648: sunt quoque quae faciant altos
medicamina somnos / victaque Lethaea lumina nocte premant (cfr.
111 111 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 112
qui victis… ocellis al v. 19); met. 7, 153: verba… placidos facientia
somnos . L’effetto esercitato su Rea Silvia dall’ambiente naturale è,
dunque, quasi ipnotico e paragonabile a quello proprio del vino, di
un sonnifero o di un incantesimo (cfr. Stat. silv. 1, 2, 242-243: sic
victa sopore doloso / Martia fluminea posuit latus Ilia ripa ).
18 et leve murmur aquae
Per il rumore dell’acqua che concilia il sonno cfr. ad es. met. 11,
603-604: cum murmure labens / invitat somnos crepitantibus
unda lapillis ; Hor. epod. 2, 27-28, cit. supra ; Anth. 873b, 1-2 R.:
Baiarum dum forte capit sub mollibus umbris / fessus Amor som -
num murmure captus aquae . Per leve murmur cfr. Rut. Nam. 2,
14: sulcata levi murmurat unda sono (la iunctura , ma non in rife -
rimento al rumore dell’acqua, è già in Prop. 4, 8, 50: levia… mur-
mura ); altrove in Ovidio lo stesso suono è invece lenis (2, 704: rivo
lene sonantis aquae ; 6, 340: ad ripas lene sonantis aquae ; am. 3,
5, 6: de guttis lene sonantis aquae ). Murmur aquae in clausola è
anche in epist. 18, 80; CE 899, 4; per murmur detto dell’acqua vd.
i numerosi luoghi poetici citati in ThlL VIII, 1675, 51-72.
19-20
Se nel distico precedente è stato descritto l’effetto esercitato
dall’ambiente circostante nell’indurre nell’eroina uno stato di son -
nolenza, in questo è descritto il progressivo abbandonarsi di Rea
Silvia al sonno: gli occhi si chiudono e la mano scivola via inerte da
sotto il mento. Il focalizzarsi della narrazione su questi piccoli gesti
conferma che il passo è riconducibile, almeno per alcuni aspetti,
al genere dell’epillio (vd. supra , 15-16n.). Il gesto di appoggiare il
mento sulla mano è attestato, nell’iconografia, soprattutto in rela -
zione a Polimnia, una delle tre muse che prenderanno poi la parola
nel proemio del quinto libro (5, 9-54): vd. Paduano Faedo 1981,
135-138; ma nel passo in esame il «cadere» della mano sarà da
interpretare, più semplicemente, come un indiretto e involontario
segnale di arrendevolezza.
19 blanda quies
Per l’aggettivo (caratteristico del linguaggio elegiaco, con 10
occorrenze in Properzio, 5 nel corpus Tibullianum e circa 60 in
Ovidio, di contro ad es. a 6 in Virgilio e 7 in Orazio) cfr. Mart. 4,
64, 20: blando… somno (sempre in riferimento al sonno, ma con
senso opposto nel contesto, anche Stat. Theb. 10, 158: noctivagi
112 112 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 119
mente alla circostanza per la quale l’eroina si è appena svegliata
(cfr. epist. 10, 9: a somno languida ): il fatto che invece Rea Silvia
non sappia «perché» si senta così dimostra che il suo «languore» è
qualcosa di più e di diverso.
26 et peragit tales arbore nixa sonos
L’espressione è piuttosto insolita per la iunctura tra il verbo e il
sostantivo, di cui non si trovano altri esempi nelle banche dati
informatiche né alla voce perago del Thesaurus (vd. in particolare
i luoghi elencati in ThlL X.1, 1178, 35-47). Per tales… sonos cfr.
comunque 5, 638: rauca… dimovit talibus ora sonis ; 6, 114: red -
debat tales protinus illa sonos ; 6, 606: hunc tali corripit illa sono ;
met. 8, 770; Pont. 3, 3, 22. Per arbore nixa cfr., accanto al già ri -
cordato epist. 21, 102: de qua pariens arbore nixa dea est , anche
16, 58: arbore nixus eram .
27-28
Il monologo di Rea Silvia si apre con l’augurio che la visione avuta
durante il sonno ( quod imagine somni / vidimus ) sia un presagio
favorevole ( utile sit faustumque ) e con il dubbio che si sia tratta -
to di qualcosa di più ‘reale’ di un sogno ( an somno clarius illud
erat? ). Allo stesso modo esordisce Europa nel secondo idillio di
Mosco (per il rapporto con il quale vd. anche supra , 23-24n.), pri -
ma interrogandosi sul significato del proprio sogno: τίς μοι τοιάδε
φάσματ’ ἐπουρανίων προΐηλεν; / ποῖοί με στρωτῶν λεχέων ὕπερ ἐν
θαλάμοισιν / ἡδὺ μάλα κνώσσουσαν ἀνεπτοίησαν ὄνειροι … (21-23),
e poi augurandosi, proprio come Rea Silvia, che esso sia di buon
auspicio: ἀλλά μοι εἰς ἀγαθὸν μάκαρες κρήνειαν ὄνειρον (27). Al
contrario la Biblide delle Metamorfosi , il cui sogno è, però, tutt’al -
tro che ambiguo, all’inizio del suo monologo si augura che esso
non si avveri: Me miseram! Tacitae quid vult sibi noctis imago? /
Quam nolim rata sit! Cur haec ego somnia vidi? ( met. 9, 474-475);
e ancora, più avanti: quid mihi significant ergo mea visa? Quod
autem / somnia pondus habent? An habent et somnia pondus? / Di
melius! (495-497), dove si noti come di melius corrisponda all’au -
spicio formulato da Europa al v. 27 del testo di Mosco: l’apparente
rapporto tra il brano delle Metamorfosi e l’idillio di Mosco (vd.
ancora supra , 23-24n.) lascia sospettare un’influenza diretta di
quest’ultimo anche sul passo in esame. Per quanto riguarda, nello
specifico, il carattere particolarmente ‘vivido’ ( somno clarius ) che
sembra essere proprio della visione, esso può essere dovuto alla sua
119 119 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 120
natura profetica, ma anche – come è stato osservato – alla coinci-
denza temporale con lo stupro, in particolare se nel modello ennia-
no il sogno avveniva, come in Ovidio, in contemporanea con esso
(vd. su questo supra , 11-40n.): «Silvia’s wonder at whether what
she saw was real or a dream might have seemed to some readers a
playful comment on the Ennian narrative which combined a re -
alistic dream of rape and real rape in some way» (Connors 1994,
108). In generale per l’ enargeia come caratteristica delle descrizio -
ni di sogni vd. Scioli 2015, 18-21.
27 utile sit faustumque, precor
Per utilis (aggettivo caro ad Ovidio, che lo impiega circa 70 volte,
con un’elevata frequenza anche relativa: si trova, è vero, 14 volte
in Orazio, ma appena 4 in Virgilio e soltanto nelle Georgiche )
cfr. ad es. 1, 219: auspicium… utile . Per faustus ad es. 1, 63:
Ecce tibi faustum, Germanice, nuntiat annum (sc. Ianus ); met.
9, 785: fausto… omine , etc. I due aggettivi, però, non si trovano
associati altrove (vd. i luoghi elencati in ThlL VI.1, 389, 13-43).
La formula tradizionale è quella riportata da Cicerone ( div. 1,
102): quae [ omina ] maiores nostri quia valere censebant, idcirco
omnibus rebus agendis « quod bonum, faustum, felix fortuna -
tumque esset » praefabantur .
27-28 quod imagine somni / vidimus
Cfr. τίς δ’ ἦν ἡ ξείνη, τὴν εἴσιδον ὑπνώουσα ; al v. 24 dell’idillio di
Mosco e, per l’espressione, saepe licet simili redeat sub imagi -
ne somnus nel monologo di Biblide nelle Metamorfosi (9, 480).
Imagine somni («in sogno») in clausola si trova altre sei volte in
Ovidio ( epist. 16, 45; met. 7, 649; 8, 824; 9, 686; 13, 216; Pont.
1, 2, 49), spesso nel contesto, come qui, di visioni profetiche o
epifanie divine ( epist. 16, 45-46: illa sibi ingentem visa est sub
imagine somni / flammiferam pleno reddere ventre facem ; met. 7,
649-650: quales… in imagine somni / visus eram vidisse viros ; 9,
686-688: cum medio noctis spatio sub imagine somni / Inachis an -
te torum pompa comitata sacrorum / aut stetit aut visa est ).
28 an somno clarius illud erat?
Una domanda analoga si pone il poeta, ma in chiave ironica, in
rem. 555-556: dubito verusne Cupido / an somnus fuerit; sed, pu -
to, somnus erat , dove somnus vale somnium , come nel verso in esa-
me e come già in Enn. ann. 35 Sk.: talia tum memorat lacrimans,
120 120 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 121
exterrita somno (sc. Ilia ). Clarus è usato nel senso (non frequente
in Ovidio) di «certus, perspicuus» ( ThlL III, 1273, 32-33); cfr.
Stat. Theb. 8, 624: clara… per somnos animi simulacra reverti ;
Cic. div. 2, 126: permulto clariora et certiora esse… quae vigilan -
tibus videantur, quam quae somniantibus . Sembra naturale in -
tendere clarius come comparativo di maggioranza («plus distincte
qu’un songe», Schilling; in tal senso anche Heyworth [83], che cita
a confronto Hom. Od. 19, 547: οὐκ ὄναρ, ἀλλ᾽ ὕπαρ ἐσθλόν, ὅ τοι
τετελεσμένον ἔσται ; e Verg. Aen. 3, 173: nec sopor illud erat ), ma
diversi interpreti lo rendono con un comparativo assoluto, mante -
nendo a somno il significato letterale («too clear for sleep», Frazer;
«zu deutlich für den Schlaf», Bömer).
29-30
Il sogno di Rea Silvia inizia con la caduta della vitta (la benda di
lana, simbolo di consacrazione e del legame con la divinità, che
veniva portata dai sacerdoti, dai supplici e dalle vittime sacrificali,
ma anche dalle spose, dai poeti e dai vincitori delle gare atletiche),
simbolo della perdita della verginità (cfr. 6, 457: nulla… dicetur
vittas temerasse sacerdos ) o forse – ma una cosa non esclude l’al -
tra – della carica sacerdotale (cfr. le parole che l’Aniene rivolge a
Ilia in am. 3, 6, 55-56: quo cultus abiere tui? Quid sola vagaris, /
vitta nec evinctas impedit alba comas? ), che avviene proprio da -
vanti al sacro fuoco di Vesta (definito «iliaco» perché si riteneva
che Enea lo avesse portato da Troia; cfr. 1, 527-528: iam pius
Aeneas sacra et, sacra altera, patrem / adferet: Iliacos accipe,
Vesta, deos ; infra , 417-418n.; Verg. Aen. 2, 296-297: manibus vit -
tas Vestamque potentem / aeternumque adytis effert penetralibus
ignem ), cui l’eroina stava, nel sogno, attendendo (era il compito
principale delle vestali: Virgines… Vestales in urbe custodiunto
ignem foci publici sempiternum [Cic. leg. 2, 20]). Il dettaglio delle
bende cadute a terra è presente anche nella profezia della Sibilla
ad Enea nell’elegia 2, 5 di Tibullo, certamente tenuta presente
da Ovidio: te quoque iam video, Marti placitura sacerdos / Ilia,
Vestales deseruisse focos, / concubitusque tuos furtim vittasque
iacentes / et cupidi ad ripas arma relicta dei (51-54), dove è da
notare anche il riferimento al ‘disarmo’ di Marte (vd. su questo
Merli 2000, 45: «l’Ilia di Tibullo sembra partecipare attivamente
al sacrilegio ( deseruisse la dipinge come una traditrice), mentre
l’Ilia dei fasti , vittima inconsapevole di Marte, ne esce del tutto as -
solta»; vd. anche supra , 9-10n., per il rapporto tra i due passi). È
121 121 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 122
noto che le vestali che violavano il voto di castità venivano private,
appunto, della benda e punite con la morte (Dion. Hal. 8, 89, 5, a
proposito della vestale Opimia).
29 ignibus Iliacis aderam
Per il «fuoco di Ilio» cfr. infra , 142: ab Iliacis… focis ; 418:
Iliacis… focis ; 4, 77: ab Iliacis… flammis ; 6, 456: in Iliacis…
focis ; am. 3, 6, 76: Iliacis infitianda focis (sc. Ilia ); Prop. 4, 4,
69: Iliacae… favillae ; anche met. 15, 730-731: ignes, Troica… /
Vesta, tuos . Non è necessario scorgere in questa espressione, con
Bömer (142-143), un altro anacronismo (quale invece è senz’al -
tro Romana sacerdos al v. 9): vd. supra , 11-12n., per l’esistenza
del collegio delle vestali ad Alba Longa già prima della fondazio -
ne di Roma.
29-30 cum lapsa capillis / decidit
Per l’espressione cfr. am. 1, 6, 38: madidis lapsa corona comis .
Per il participio di labor associato a decido , epist. 20, 210: decide -
rint umeris pallia lapsa meis ; e, in diverso contesto, met. 14, 846-
847: ibi sidus ab aethere lapsum / decidit in terras . La voce decidit
è spesso usata da Ovidio ad inizio di verso in enjambement (così
anche infra , 374; 406): una soluzione che vuole probabilmente
esprimere anche attraverso il ritmo l’idea della caduta di qualcosa
(o qualcuno) che era prima ‘sospeso’ in alto.
30 ante sacros lanea vitta focos
La lezione vitta soluta , certamente inferiore in presenza di un
altro participio perfetto ( lapsa ) nella stessa frase, è stampata iso -
latamente da Pighi, ma anche gli editori teubneriani suggeriscono
dubitativamente la possibilità che soluta sia caduto per omeoteleu -
to; la variante si spiega bene, d’altra parte, come glossa di lapsa
(cfr. CGL VI, 615b-616a Loewe-Goetz) introdottasi nel testo (si
noti comunque che, se la lezione – come sembra certo – è corretta,
questa è l’unica occorrenza dell’aggettivo laneus in Ovidio). Lanea
vitta nella stessa giacitura metrica è già in Prop, 3, 6, 30 (cfr.
anche Verg. georg. 3, 487: lanea dum nivea circumdatur infula
vitta , sebbene l’aggettivo sia riferito in questo caso letteralmente
alla infula , cioè alla fascia principale dalla quale, quando era pre -
sente, pendevano le vittae propriamente dette). Sacri foci (plurale
poetico) è iunctura piuttosto rara in poesia (soltanto ancora in
Sen. Oed. 306; Mart. 1, 21, 2; al singolare in Hor. epod. 2, 43;
122 122 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 123
vd. anche infra , 734n., dove sacris è varia lectio per sanctis ). Il
sostantivo indica il focolare di Vesta anche infra , 142: ab Iliacis…
focis ; 410: Iliacis… focis ; 698: a castis… focis ; 6, 456: in Iliacis…
focis ; am. 3, 6, 76: Iliacis… focis ; Tib. 2, 5, 52: Vestales… focos ;
Cic. leg. 2, 20: ignem foci publici sempiternum , etc.
31-32
Il sogno prosegue con lo spuntare, dalla benda caduta a terra
( inde ), di due palme, a simboleggiare naturalmente la nascita di
Romolo e Remo come conseguenza della perdita della verginità
cui allude la caduta della benda stessa; una delle due palme è più
grande dell’altra, con allusione al destino di Romolo. Quello della
rivalità tra i due gemelli è un motivo che ritorna più volte nel po -
ema, dall’episodio del ratto dei giovenchi ricordato nei Lupercalia
(2, 359-380) alla contesa augurale e alla morte di Remo durante
la fondazione di Roma narrata nella sezione sui Parilia (4, 807-
862): vd. in generale Stok 1991; inoltre Callier 2015, 34-100
(83-86 specificamente sul sogno di Rea Silvia), per la possibilità
di scorgere nell’importanza conferita a Remo nei Fasti una impli -
cita negazione della superiorità di Romolo (e, di conseguenza, di
Augusto, che con quest’ultimo si identificava). Per la forza mag -
giore precocemente messa in mostra da Romolo cfr. comunque an-
che 2, 395-396: at quam sunt similes! At quam formosus uterque!
/ Plus tamen ex illis iste vigoris habet . Il sogno profetico relativo
all’imminente nascita di un futuro regnante non è privo di paral -
leli: si vedano ad esempio, per restare nell’ambito della simbologia
vegetale, quello che preannuncia il regno di Ciro in Erodoto («Nel
primo anno di matrimonio di Cambise e Mandane, Astiage ebbe
un altro sogno: gli pareva che dai genitali di sua figlia fosse nata
una vite e che questa vite coprisse t utta l’Asia» [1, 108, 1; trad.
L. Annibaletto]); sempre in Erodoto, quello sognato da Serse, in -
terpretato dai Magi come preannuncio del suo dominio su tutti gli
uomini («pareva a Serse di essere incoronato con un ramo d’ulivo
e i ramoscelli che ne uscivano ricoprissero tutta la terra» [7, 19,
1]); e quello di Clitennestra raccontato da Crisotemide in Soph.
El. 417-423 («si dice che abbia visto tornare alla luce, e stare con
lei, nostro padre; il quale prende lo scettro che un tempo portava e
che ora è nelle mani di Egisto; e lo pianta nel focolare. Dallo scet -
tro germoglia un ramo rigoglioso che stende un’ombra su tutta la
terra di Micene» [trad. G. Paduano]). Ma la palma, simbolo della
vittoria (cfr. met. 10, 102: lentae, victoris praemia, palmae ), era
123 123 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 124
una pianta particolarmente cara ad Augusto (Suet. Aug. 92, 1; 94,
11): «ai sinistri presagi che turbano la donna, passati in rassegna
negli annales , subentra dunque una simbologia più attuale e certo
più confacente a un poema celebrativo» (Merli 2000, 53); cfr. an -
che, a tale proposito, l’aneddoto riportato in Quint. inst. 6, 3, 77:
Augustus nuntiantibus Terraconensibus, palmam in ara eius ena -
tam: « apparet » , inquit, « quam saepe accendatis ». Un prodigio ac-
costabile a quello cui Rea Silvia assiste in sogno e relativo anch’es-
so a Romolo è, inoltre, quello dell’asta scagliata dal fondatore di
Roma che aveva messo radici ed era divenuta un albero, come
narra lo stesso Ovidio nelle Metamorfosi : ut… Palatinis haeren -
tem collibus olim / cum subito vidit frondescere Romulus hastam, /
quae radice nova, non ferro stabat adacto / et iam non telum, sed
lenti viminis arbor / non exspectatas dabat admirantibus umbras
(15, 560-564).
31-32 inde duae pariter, visu mirabile, palmae / surgunt
Inde deve riferirsi al luogo dove la benda è caduta a terra e non,
come pure si è pensato, al focolare sacro (entrambe le ipotesi
erano formulate, ad es., nel commento di Paley [101]; ma vd.
ora anche Heyworth [83]: «the vagueness suits the recalling of
a dream better than a precise decision between the uittae and
the foci as the source of the manifestation»). A pariter sembra
da dare preferibilmente valore temporale (‘insieme, simultanea-
mente’: «gleichzeitig», Bömer); ma è anche possibile che sia
suggerito, come osserva Heyworth (84-85), il paradosso per il
quale le due palme sorgono «in egual misura», ma una delle due
è, cionondimeno, «più grande dell’altra». Per duae pariter cfr. 2,
405: vagierunt ambo pariter (riferito sempre a Romolo e Remo);
pariter surgere è detto di piante anche (con senso, in questo caso,
certamente spaziale), in Prop. 2, 32, 13: platanis creber pariter
surgentibus ordo . Visu mirabile è un’apposizione parentetica (cfr.
infra , 799n.: matre satus Terra, monstrum mirabile, taurus ). Per
l’espressione (di cui questa è l’unica occorrenza nell’intero corpus
ovidiano) cfr. Varro At. carm. frg. 22, 5 Bl. (= Verg. Aen. 12,
252; Colum. 10, 363; Stat. Theb. 1, 534): mirabile visu ; anche
Verg. Aen. 7, 78: horrendum ac visu mirabile ; 10, 637: visu mira -
bile monstrum ; Hor. epist. 2, 2, 91-92: mirabile visu / … opus ; ma
c’è forse qualche ingenuità, da parte di Rea Silvia, nel commenta -
re in questo modo una visione avuta in sogno.
124 124 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 125
32 ex illis altera maior erat
Per il concetto e l’espressione cfr. 2, 386: ex istis Romulus alter
erit , e il già ricordato 2, 396: plus… ex illis iste vigoris habet ( ex
illis è anche, nella stessa sede metrica, nel distico immediatamente
precedente: ex illis unus et alter ait [2, 394]); e ancora, sempre in
riferimento a Romolo, epiced. Drusi 244: ex istis quod petis alter
erit . Per magnus usato in relazione all’altezza degli alberi cfr. ad
es. Enn. ann. 176 Sk.: magnas quercus , etc.
33-34
Ancora nel sogno, la più alta delle due palme cresce fino a coprire
con i rami il mondo intero e a toccare con il fogliame le stelle. La
prima immagine simboleggia, naturalmente, l’ascesa al trono di
Romolo e il futuro dominio mondiale di Roma (come nel sogno
di Astiage narrato da Erodoto e in quello della Clitennestra di
Sofocle: supra , 31-32n.; cfr. inoltre ad es. Verg. Aen. 6, 781-782:
huius… auspiciis illa incluta Roma / imperium terris, animos
aequabit Olympo ), mentre la seconda consente due interpreta -
zioni alternative: si può infatti pensare che essa alluda, più spe -
cificamente, all’apoteosi di Romolo (cfr. 2, 496: rex patriis astra
petebat equis ; Enn. ann. 54-55 Sk.: unus erit quem tu tolles in
caerula caeli / templa , citato da Ovidio in met. 14, 814 e fast. 2,
487; anche, a proposito di Augusto, met. 15, 839: aetherias sedes
cognataque sidera tanget ), oppure che prosegua nel pentame -
tro l’ imagery del potere e del dominio della quale è certamente
espressione l’esametro (cfr. 4, 857-862: urbs oritur… / victorem
terris impositura pedem. / Cuncta regas… et, quotiens steteris
domito sublimis in orbe, / omnia sint umeris inferiora tuis ; anche
Verg. Aen. 6, 782, cit.; e Suet. Aug. 94, 4: eadem Atia, prius quam
pareret, somniavit intestina sua ferri ad sidera explicarique per
omnem terrarum et caeli ambitum , sul rapporto con il quale vd.
ora Šterbenc Erker 2023, 131). È difficile stabilire quale delle due
ipotesi sia preferibile all’altra, ma la seconda appare, nel comples -
so, più coerente nel contesto del distico e del passo.
33 et gravibus ramis totum protexerat orbem
Per il concetto e l’espressione cfr. 1, 85-86: Iuppiter arce sua to -
tum cum spectet in orbem, / nil nisi Romanum quod tueatur habet .
Per protego («To cause to be overspread, overlay, shield, cover (so
as to protect, conceal, etc.)»: OLD 2 p. 1654, s.v. , 1) riferito ai rami
di un albero Verg. georg. 2, 489: ingenti ramorum protegat um -
125 125 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 126
bra ; per la iunctura del sostantivo con il verbo Coripp. Iust. 1, 9:
quae summa regens Sapientia protegis orbem , dove protego signi -
fica ‘proteggere’, significato peraltro non impossibile nel passo in
esame, ma reso forse meno probabile dal confronto, ad es., con 4,
857-862 (cit. supra ), dove l’idea è esplicitamente quella del domi -
nio di Roma sul resto del mondo. È possibile pensare che i rami si-
ano «pesanti» perché carichi di frutti (cfr. Lucan. 9, 361: divitiis…
graves et fulvo germine rami , unica altra occorrenza della iunctura
in poesia; anche met. 13, 812: poma gravantia ramos ), cioè, fuor
di metafora, degli ‘eroi’ della storia di Roma; alla luce dell’altezza
della palma (vd. supra , 32n.) e del fatto che essa «ricopre tutto
il mondo», tuttavia, sembra naturale riferire piuttosto l’aggettivo
alle ingenti dimensioni degli stessi (cfr. Serv. georg. 2, 88: gravibus
volemis magnis ; ThlL VI.2, 2299, 48: «de amplitudine, fere i. q.
amplus, magnus, ingens»). Si noti altresì che ramis è anagramma
perfetto di armis (sebbene non sia metricamente equivalente do -
po gravibus ): si tratterà forse di una coincidenza, ma è da tenere
presente che il ricorso agli anagrammi e ad altre analoghe pratiche
enigmistiche – come anche alla isopsefia, cioè l’equivalenza di due
parole in base a una corrispondenza numerologica – era normale,
in epoca antica, nell’interpretazione dei sogni (vi accenna lo stesso
Artemidoro: 1, 11; 4, 23-24). Qualora il gioco di parole fosse in -
tenzionale, ci sarebbe dunque allusione alla natura ‘pesantemente’
militare – quasi, potrebbe essere forse da intendere, oppressiva
– propria del dominio mondiale di Roma ( gravia arma si legge
peraltro, subito dopo la menzione dei «rami» di un albero, in Verg.
Aen. 10, 835-836: procul aerea ramis / dependet galea et prato
gravia arma quiescunt ; per l’associazione dell’aggettivo al genere
epico vd. inoltre Heyworth [85]).
34 contigeratque sua sidera summa coma
La variante nova , definitivamente abbandonata dagli editori no -
vecenteschi (ma già ottocenteschi, a partire almeno da Merkel),
è recuperata ora isolatamente da Pighi: pur non impossibile, non
sembra, però, del tutto persuasiva per il senso (è l’intera pianta,
e non soltanto il fogliame, ad essere «nuova»; per sua… coma in
riferimento alla vegetazione cfr. inoltre Sen. Oed. 154: non silva
sua decorata coma ; Ven. Fort. carm. 3, 9, 24: suis arbor amoena
comis ; 8, 7, 4: surgit aperta suis laetior herba comis ). Per contige -
rat… sidera cfr. Prop. 1, 8, 43: nunc mihi summa licet contingere
sidera plantis (con identità anche dell’attributo); e, nel contesto,
126 126 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 127
come qui, di una simbologia arborea, Coripp. Anast. 12: cuius apex
summi contingit sidera caeli (con il verbo semplice cfr. anche fast.
1, 308: summa… Peliacus sidera tangat apex ; met. 4, 789; 7, 61;
15, 839, cit. supra ; trist. 1, 2, 20: iam iam tacturos sidera summa
putes ; Pont. 2, 2, 10; 2, 5, 57). È notevole la triplice allitterazione
nella sequenza sua sidera summa . Nel verso in esame Heyworth
coglie una possibile allusione alla chioma di Berenice: «The expres -
sion sua coma may suggest that there will be a Roman equivalent
to the catasterism described by Callimachus at Aetia fr. 110» (85).
35-36
La simbologia del sogno si fa più esplicita (e il sogno stesso im -
provvisamente angoscioso): Amulio, lo zio di Rea Silvia che aveva
costretto la nipote a divenire vestale perché non procreasse eredi
al legittimo re Numitore, di cui aveva usurpato il trono (cfr. infra ,
50: nam raptas fratri victor habebat opes ), cerca di abbattere le
due palme con una scure, a prefigurare, così, il tentato infantici -
dio, che sarà narrato più avanti ( infra , 49-51: hoc ubi cognovit
contemptor Amulius aequi… amne iubet mergi geminos ) e che era
stato già ricordato nel secondo libro (2, 383-385: Silvia Vestalis
caelestia semina partu / ediderat, patruo regna tenente suo; / is
iubet auferri parvos et in amne necari ).
35 ecce meus ferrum patruus molitur in illas
Ecce è usato per segnalare il verificarsi di un evento improvviso:
«adhibetur in sententiis enarrativis ad ea gravius reddenda quae
aut necopinato aut subito facta sunt» ( ThlL V.2, 27, 72-74). Per
l’espressione ferrum… molitur in illas cfr. Verg. georg. 4, 331:
validam in vitis molire bipennem . Per il verbo usato nel senso di
«iacere, iactare, mittere» ( ThlL VIII, 1362, 4) cfr. inoltre, ad es.,
met. 5, 367: in… dei pectus celeres molire sagittas ; non sembra,
infatti, necessario distinguere, in questi passi, tra il significato di
«to propel» e quello, sotto il quale è catalogato il verso in esame, di
«to wield» ( OLD 2 p. 1240, s.v. , rispettivamente 5a e 5c): il primo
sembrerebbe, peraltro, confermato dalla presenza del complemen -
to in illas (ma il significato esatto del verbo era discusso già in
epoca antica: vd. Serv. auct. Aen. 10, 131; 12, 327). Per la meto -
nimia del ‘ferro’ a indicare «securis, ascia, rastrum, vomer sim.»
(qui senz’altro una scure, come anche ad es. in met. 8, 768: in…
virum convertit ab arbore ferrum ) vd. i luoghi citati in ThlL VI.1,
584, 27-42.
127 127 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 128
36 terreor admonitu
L’espressione sembra reminiscente di Verg. Aen. 4, 353: admonet
in somnis et turbida terret imago . Admonitus può significare qui
‘ricordo’ ( ThlL I, 769, 29: «memoria, commonefaciendi actio»;
«bei der Erinnerung», Bömer) oppure – più probabilmente – ‘av -
vertimento’ ( OLD 2 p. 55, s.v. , 3: «a warning»; «the warning»,
Frazer): nonostante l’argomentazione in senso contrario di Bömer
(«ich sehe nicht ein, da β hier eine Warnung (das wäre also ein
Vorzeichen) vorliegen soll [...]: Die Gefahr ist unmittelbar da»
[143]) e nonostante il confronto con epist. 14, 17: cor pavet ad -
monitu temeratae sanguine noctis , questa seconda interpretazione
appare, nel complesso, più coerente nel contesto del monologo, nel
quale l’eroina sta raccontando la sequenza degli eventi vissuti in
sogno (il suo unico commento è quello con il quale il racconto è
introdotto: supra , 27-28); ma l’ambiguità dell’espressione è no -
tata anche da Emma Scioli: «it is unclear whether she is recalling
her response to what she witnessed in the dream at the time of
dreaming it, or commenting during the narration on her reaction
to the dream’s sinister prophecy, as admonitu would seem to in -
dicate. This ambiguity heightens the sense that the dreamer is
experiencing the dream for a second time as she relates it» (Scioli
2015, 192). Il sostantivo è parola assai cara ad Ovidio, nel quale si
incontra 18 volte, mentre è del tutto assente negli altri poeti latini
(vd. ThlL I, 769, 26-54), con la possibile eccezione di Sen. Oed.
800 (dove è lezione incerta) e con quella rappresentata da un paio
di occorrenze in età tardoantica (Opt. Porf. carm. 24, 15; Mar.
Victor aleth. 1, 344). Per terreor cfr. inoltre exterrita somno (sc.
Ilia ) in Enn. ann. 35 Sk.
corque timore micat
Per l’espressione cfr. infra , 331 (= Manil. 5, 224): corda micant ;
6, 338 (= ars 3, 722; Tib. 1, 10, 12): corde micante ; epist. 1, 45:
metu micuere sinus ; 5, 37: attoniti micuere sinus ; e gli altri luoghi
elencati in ThlL VIII, 929, 36-39.
37-38
Ancora nel sogno, le due palme sono salvate dall’intervento di un
picchio e di una lupa, che scongiurano combattendo il tentativo di
abbatterle messo in atto da Amulio: è così prefigurato l’aiuto che
sarà realmente portato ai gemelli dai due animali; cfr. infra , 53-
54n.: lacte quis infantes nescit crevisse ferino / et picum expositis
128 128 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 135
aut visa est ( met. 9, 686-688). Caelestis è qui sinonimo di ‘di -
vino’, mentre per pondus detto di un bambino nel grembo della
madre cfr., accanto ai passi già citati, Lucr. 4, 1249-1250: atque
alias alii complent magis ex aliisque / succipiunt aliae pondus
magis inque gravescunt ; Prop. 4, 1, 100; e gli altri luoghi elencati
in ThlL X.1, 2618, 21-38.
43-44
Sono trascorsi ormai dieci mesi dal concepimento dei gemelli:
l’indicazione lascia intendere che il parto – narrato, infatti, nel
distico immediatamente successivo – è ormai imminente (per
i Romani la gravidanza durava dieci mesi: vd. su questo infra ,
123-124n.). Per la perifrasi con la quale è indicato il trascorrere
del tempo, che occupa l’intero distico ed è accostabile a quelle che
segnano la transizione da un brano all’altro del poema (cfr. ad es.
6, 795: tot restant de mense dies quo t nomina Parcis , etc.), vd.
Frécaut 1972, 95-104.
43 quo minus emeritis exiret cursibus annus
Per l’espressione, nella quale il verbo exeo è usato, in modo piut -
tosto inusuale in poesia, «de cursu temporis» nel senso di «peragi,
decurrere, transire sim.» ( ThlL V.2, 1366, 43), cfr. Cic. div. 1,
53: quinto autem anno exeunte ; Sen. epist. 8, 1: nullus mihi per
otium dies exit , etc. Quo minus (o quominus ) non è frequente in
Ovidio (l’unico poeta ad usare con regolarità la congiunzione è,
di fatto, Lucrezio): si trova ancora soltanto a 1, 453; ars 2, 720;
Pont. 4, 12, 1. Per emeritis… cursibus cfr. met. 15, 226: emeritis
medii quoque temporis annis ; trist. 4, 8, 21: emeritis… annis , etc.
Per cursus riferito al corso dell’anno vd. i luoghi citati in ThlL IV,
1537, 30-41. Nel contesto del distico e – soprattutto – della frase
(cfr. exiret ), l’ablativo assoluto non è da riferire al sole (come
si potrebbe anche pensare e come viene talora tradotto), bensì
all’anno stesso («before the year could complete its course and
run out», Frazer).
44 restabant nitido iam duo signa deo
È isolata la scelta di Lenz di stampare la variante sua (per duo ):
sua signa si legge ad es., in riferimento al sole, infra , 161 e 575,
ma ad indicare il trascorrere di un intero anno, mentre qui è ovvia -
mente indispensabile la menzione dei dieci mesi della gestazione.
Per il verbo cfr. 2, 857: iamque duae restant noctes de mense
135 135 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 136
secundo ; 4, 901; 6, 795, cit. supra . I signa sono, naturalmente, le
costellazioni zodiacali ( OLD 2 p. 1940, s.v. , 13b). Il sole è definito
«il dio lucente»: la iunctura non si incontra altrove (vd. ThlL V.1,
907, 16), ma l’aggettivo è riferito spesso al sole stesso ( met. 4,
348-349: nitidissimus… Phoebus ; 14, 33: nitidi… Solis ; 14, 768:
nitidissima solis imago ; 15, 30: nitidum caput ; trist. 3, 5, 55, etc.)
oppure, ad esempio, al suo carro (Hor. carm. saec. 9).
45-46
Silvia dunque partorisce e, di fronte a tale violazione del voto di
castità da parte di una delle sacerdotesse di Vesta, si tramanda
che la statua della dea si sia coperta gli occhi con le mani (cfr., per
il senso di vergogna suscitato dal sacrilegio, am. 3, 6, 75-78: cur,
modo Vestalis, taedas invitor ad ullas / turpis et Iliacis infitianda
focis? / Quid moror et digitis designor adultera vulgi? / Desint fa -
mosus quae notet ora pudor! ). Questo distico ha suscitato la per-
plessità degli interpreti perché più avanti, nel sesto libro, Ovidio
afferma esplicitamente che nel tempio di Vesta – contrariamente a
quanto egli aveva sempre creduto – non erano presenti statue della
dea: esse diu stultus Vestae simulacra putavi, / mox didici curvo
nulla subesse tholo. / Ignis inexstinctus templo celatur in illo: /
effigiem nullam Vesta nec ignis habet (6, 295-298); ma, appunto,
il fatto che ciò non fosse noto al poeta – e quindi, si può ritenere,
almeno a buona parte dei suoi lettori – potrebbe giustificare, nel
passo in esame, la generica menzione di una «statua» della dea.
In alternativa si può comunque pensare, come è stato variamente
ipotizzato, che il riferimento sia a una statua di Vesta non colloca -
ta nel tempio, o comunque non nel penetrale, della dea (sul tempio
di Vesta vd. LTUR V, 125-128; sulla statua collocata all’interno
della residenza di Augusto sul Palatino ivi, 128-129). Quanto
alla postura, è stato proposto di identificare con Vesta l’immagi -
ne di una dea che si copre gli occhi con le mani per proteggerli, a
quanto pare, dal fumo che sale dal focolare raffigurata sull’altare
di Mavilly (Reinach 1908, 191-209). In tal caso Ovidio avrebbe
frainteso – o, più probabilmente, volto ai propri fini – un gesto
che sarebbe stato proprio anche di altre rappresentazioni della
dea; ma l’ipotesi è stata fortemente contestata (vd. LIMC V.1, 418
[Fischer-Hansen]), e d’altra parte lo stesso gesto è attribuito da
Ovidio anche ad altre statue, come quella di Servio Tullio a 6, 614:
dicitur hoc oculis opposuisse manum ; o quella di Minerva in met.
4, 798-800: hanc pelagi rector templo vitiasse Minervae / dicitur;
136 136 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 137
aversa est et castos aegide vultus / nata Iovis texit . La violazio -
ne della castità da parte di una vestale poteva essere punita con
la morte (cfr. Liv. 8, 15, 8, a proposito di Minucia, sepolta viva
nel campus Sceleratus nel 337 a.C.); nel passo ovidiano non si fa
menzione del destino che attende la madre dopo la nascita dei ge -
melli, ma nelle altre fonti si legge che, venutosi a sapere della gra-
vidanza, Rea Silvia era stata imprigionata in attesa, appunto, del
parto (vd. Carandini 2006, 36-41) e, dopo aver partorito, sarebbe
rimasta imprigionata per molto tempo (fino alla morte di Amulio)
oppure, secondo altri, sarebbe stata uccisa (ivi, 40-51): a una di
queste due circostanze si riferisce evidentemente il verso del se -
condo libro nel quale si dice che ai gemelli abbandonati sul Tevere
ferret opem certe, si non ope, mater, egeret (2, 401).
45 Silvia fit mater
Per la iunctura cfr. 2, 402: quae facta est uno mater et orba
die ; 5, 241: cur ego desperem fieri sine coniuge mater ; per la se -
quenza tra l’indicazione del trascorrere di dieci mesi (43-44n.) e
quella del parto 2, 175-176: luna novum decies implerat corni -
bus orbem: / quae fuerat virgo credita, mater erat ; 2, 447-448:
luna resumebat decimo nova cornua motu, / virque pater subito
nuptaque mater erat . La frase riecheggia le parole con le quali il
racconto aveva preso le mosse: Silvia Vestalis (11), in entrambi
i casi con il nome dell’eroina all’inizio di verso e con una pausa
sintattica forte in corrispondenza della cesura semiquinaria, ad
isolare e a dare, così, particolare rilievo all’espressione. Si può no -
tare inoltre come la frase in esame, che evoca la nascita di Romolo
e Remo, sia collocata esattamente al centro dell’arco narrativo che
si è aperto, appunto, al v. 11 e che si chiuderà al v. 78 (per un to -
tale di 34 distici, con il nome di Silvia ad inaugurare sia la prima
sia la seconda metà).
Vestae simulacra feruntur
È certamente un plurale poetico, come anche ad es. infra , 701n., e
come dimostra, in qualche misura, il confronto con 6, 614 e met.
4, 798-800, citt. supra (sarà da intendere, verosimilmente, così
anche a 6, 295: «a lungo ho creduto, stolto, che vi fosse una statua
di Vesta»). L’impiego di feruntur è da porre in relazione con certe
nel distico immediatamente successivo (per un elenco di luoghi nei
quali l’avverbio è preceduto da una frase contenente puto , nescio ,
dicunt e simili vd. ThlL III, 935, 43-936, 8), ma è difficile stabilire
137 137 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 138
fino a che punto il poeta intenda così distinguere tra un prodigio
apparentemente presentato come ‘leggendario’ e un altro che sa -
rebbe considerato, al contrario, come ‘reale’ (forse perché più plau -
sibile? O perché attestato da fonti più autorevoli? Oppure, para -
dossalmente, perché il primo è – nel caso in cui lo sia – un’invenzio -
ne dello stesso Ovidio? Oppure ancora, come suggerisce Heyworth
[87], perché in effetti nel tempio non era presente alcuna statua,
come il poeta afferma nel sesto libro?); cfr. ad es. 2, 551-552, dove
l’infinitiva introdotta da feruntur è preceduta da un commento ap -
parentemente scettico del poeta: vix equidem credo ; e, al contrario,
infra , 329-330, dove l’infinitiva è introdotta da constat . La con -
trapposizione è stata interpretata, tuttavia, anche diversamente, in
chiave ironica (Schubert 1992, 430) o parodica (nei confronti dello
scetticismo di Livio: Murgatroyd 2005, 176-177).
46 virgineas oculis opposuisse manus
L’espressione si ritrova identica o quasi a 4, 178: ante oculos op -
posuitque manum ; e 6, 614, cit. supra (cfr. anche Petron. 132,
4: oppono ego manus oculis meis ; Mart. 3, 68, 10: opposita spec -
tat quam proba virgo manu , etc.). In generale per la clausola di
pentametro con un infinito perfetto pentasillabico seguito da un
bisillabo vd. Gatti 2022, 77 ad Ov. trist. 4, 1, 28, con bibliogra -
fia. Per virgineas… manus cfr. am. 1, 3, 24; epist. 12, 130; met.
2, 867; Stat. Theb. 12, 762; Val. Fl. 2, 544; Mart. 11, 8, 6, etc.
(anche fast. 6, 445: virgineis… palmis ); ma qui l’aggettivo (riferito
a Vesta, più o meno direttamente, anche a 4, 731: virginea… ab
ara ; Prop. 4, 4, 44: virgineo… foco ; Mart. 1, 70, 4: virgineam…
domum ) è teso, naturalmente, a sottolineare il paradosso di una
vestale che partorisce.
47-48
Il secondo prodigio che si verifica nel momento in cui Rea Silvia
partorisce è meno ‘spettacolare’ e in qualche misura più realisti -
co (e proprio per questo risulta più inquietante): l’altare di Vesta
trema e il fuoco sacro si spegne o, più precisamente (vd. infra ),
scompare sotto le ceneri. Il focolare era presente anche, con grande
rilievo, all’inizio del sogno profetico ( ignibus Iliacis ; ante sacros…
focos [29-30]). È noto che il fuoco di Vesta doveva restare sempre
acceso: se si fosse spento, ciò avrebbe portato gravi sventure o ad -
dirittura la rovina allo Stato (Dion. Hal. 2, 67, 5: «lo spegnersi del
fuoco, che i Romani temono più di ogni altra sventura, consideran -
138 138 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 139
dolo, qualunque ne sia la causa, come un presagio significante la
distruzione di Roma» [trad. F. Cantarelli]; Liv. 28, 11, 6: plus om -
nibus aut nuntiatis peregre aut visis domi prodigiis terruit animos
hominum ignis in aede Vestae exstinctus ). Non occorre forse pen -
sare, con Bömer, che il sacrilegio sia costituito già dalla presenza
di una partoriente all’interno di un tempio («Das Unheil ist an sich
schon in den Tempel gebracht, weil jede Geburt verunreinigt, erst
recht natürlich ein Heiligtum, und dann besonders das der Vesta»
[145]): nelle versioni più estese del racconto (vd. supra , 45-46n.),
infatti, si legge che Rea Silvia era stata imprigionata da Amulio per
l’intera durata della gravidanza e non avrà certo, dunque, partorito
all’interno del santuario; né, con Murgatroyd 2005, 15, che lo spe -
gnimento della fiamma produca un effetto di dissolvenza di stampo
cinematografico, che non trova reale riscontro nel testo (in generale
per l’attribuzione a Ovidio, da parte di Murgatroyd, di «specific
cinematic procedures» [ ibidem ] vd. Ursini 2006, 232-233).
47 ara deae certe tremuit pariente ministra
Per il senso di certe nel contesto, a seguire feruntur (45), vd. supra ,
45-46n. Altri prodigi legati agli altari sono evocati ad es. in Liv. 28,
11, 4: ara Neptuni multo manasse sudore in circo Flaminio diceba -
tur ; Sen. Med. 785: sonuistis, ara e ; Sil. 7, 50: maxima… Herculei
mugivit numinis ara , mentre per altri luoghi e oggetti inanimati
che ‘tremano’ come segno di una manifestazione soprannaturale
cfr. 2, 439: cum subito motae tremuere cacumina silvae ; 2, 501:
cum subito motu saepes tremuere sinistrae ; infra , 329n.: constat
Aventinae tremuisse cacumina silvae ; 4, 267: longo tremuit cum
murmure tellus ; ma qui, alla luce della personificazione della fiam -
ma del fuoco sacro nel pentametro, è forse possibile dare alla frase
senso anche psicologico (se la fiamma è «terrorizzata», è ben possi -
bile che allo stesso modo l’altare «tremi» di paura). I due elementi
si trovano, come qui, associati (sebbene a rigore non sia, come in
questo caso, l’altare stesso a tremare) in met. 9, 782-783: visa dea
est movisse suas (et moverat) aras, / et templi tremuere fores (cfr.
anche 15, 671-672: adventu… suo signumque arasque foresque /
marmoreumque solum fastigiaque aurea movit ). Per ministra detto
di una vestale cfr. 6, 283: virginibus… ministris ; 6, 289: virgine…
ministra ; 6, 441; Prop. 4, 4, 44: improba virgineo lecta ministra fo -
co ; Stat. silv. 1, 1, 36; ma la giustapposizione a pariente (in clausola
e dopo cesura) evidenzia ulteriormente, come già virgineas a 46, il
paradosso di una sacerdotessa di Vesta che, appunto, «partorisce».
139 139 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 140
48 et subiit cineres territa flamma suos
Subeo è usato qui nel senso di «to sink beneath the surface (of)»
( OLD 2 p. 2026, s.v. , 1c): come osservava Bailey (84), non occorre,
in effetti, pensare necessariamente che la fiamma si spenga del
tutto (come pure è anche possibile). Il fuoco sacro è qui, dunque,
esplicitamente personificato; per terreo detto di luoghi e oggetti
inanimati cfr. ad es. 1, 567: fragor aethera terruit ipsum , etc.
49-50
Amulio viene a sapere della nascita dei gemelli: in base alle infor -
mazioni fornite nel passo, si potrebbe pensare che egli non sapesse
della gravidanza, ma il confronto con le altre fonti della vicenda
(vd. supra , 45-46n.) induce a ritenere che anche nella versione
ovidiana l’usurpatore avesse già appreso che Rea Silvia era in -
cinta e stesse solo aspettando il momento del parto per ordinare
l’uccisione del frutto dello stesso (cfr. in particolare Plut. Rom. 3,
4: «così venne imprigionata e visse senza contatti con nessuno, in
modo tale che Amulio potesse essere informato al momento del
parto» [trad. C. Ampolo]; Dion. Hal. 1, 77, 2: «Appena costei
[la moglie di Amulio] glielo riferì […], Amulio fece sorvegliare la
ragazza con le armi, affinché non partorisse di nascosto, essendo
prossima al parto» [trad. L. Argentieri]). Alla comparsa in scena
di Amulio, menzionato già al v. 35 ( meus… patruus : cfr. patrui
a 4, 55), in quanto re di Alba, o forse – ma meno probabilmente
(vd. infra ) – all’epiteto con il quale egli è qualificato ( contemp-
tor… aequi ), si lega una brevissima ricapitolazione, in forma
di inciso, della sua storia, vale a dire dell’usurpazione del regno
di Alba al fratello maggiore Numitore, padre di Rea Silvia e di
Lauso (ucciso, quest’ultimo, dallo stesso Amulio): per le fonti vd.
Carandini 2006, 10-25.
49 hoc ubi cognovit contemptor Amulius aequi
Un identico primo emistichio (anche in questo caso a precedere il
soggetto accompagnato da un epiteto nel secondo) si legge in met.
13, 655: hoc ubi cognovit Troiae populator Atrides (cfr. anche per
l’espressione Ter. Hec. 155: ubi hoc cognoverit ). Per la caratteriz -
zazione di Amulio cfr. 4, 53: duri… Amuli ; met. 14, 772: iniusti…
Amuli . Per l’espressione cfr. Stat. Theb. 3, 602-603: superum
contemptor et aequi / impatiens ; anche met. 3, 514: contemptor
superum Pentheus ; 13, 761: magni cum dis contemptor Olympi ;
Verg. Aen. 7, 648 (≈ 8, 7): contemptor divum Mezentius , etc. (e, vi -
140 140 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 141
ceversa, met. 5, 100: Emathion, aequi cultor timidusque deorum ).
È da notare l’allitterazione cognovit contemptor (ma anche, subito
dopo, Amulius aequi ).
50 nam raptas fratri victor habebat opes
La congiunzione può essere riferita o all’epiteto con il quale
Amulio è stato appena qualificato ( contemptor… aequi ) oppure,
più probabilmente, al contesto narrativo: è Amulio a venire infor -
mato del parto ( hoc ubi cognovit [49]) e a decidere, subito dopo,
il destino dei gemelli ( amne iubet mergi geminos [51]) perché era
lui (e non il legittimo re Numitore) a detenere, in quel momento,
il potere ad Alba. Inducono ad intendere così anche, da un lato,
la costruzione, nella quale non si dice che Amulio «aveva strap -
pato» il potere a Numitore ( rapuerat contiene un tribraco e non
può, dunque, entrare nell’esametro, ma il poeta avrebbe potuto,
naturalmente, impiegare un sinonimo), bensì che egli «possedeva»
il potere che gli aveva strappato; e, dall’altro, il confronto con 2,
383-384: Silvia Vestalis caelestia semina partu / ediderat, patruo
regna tenente suo . Opes indica qui sicuramente il ‘potere’ (diver -
samente Schilling: «il avait réussi à s’emparer des biens de son
frère»); cfr. infatti 6, 600: sceptra gener socero rapta Superbus
habet (e vd. gli altri luoghi citati in ThlL XI.2, 109, 34-52, per
rapio riferito a «imperia, honores, munera, potestas sim., sc. in
re publica»). Per la iunctura del sostantivo con rapio cfr. trist.
4, 5, 8: si Caesar patrias eripuisset opes ; Acc. trag. 619-620 R. 2 :
nam si a me regnum Fortuna atque ope s / eripere quivit , mentre
un’espressione pressoché identica si legge, in un contesto simile,
in Pont. 4, 7, 26: ereptas victor habebat opes . Per victor (predi -
cativo) habebat cfr. inoltre epist. 16, 264: te… suo posset victor
habere toro ; Verg. Aen. 5, 310; 11, 92, etc.
51-52
Amulio ordina dunque che i gemelli siano gettati nel Tevere e
lasciati affogare, ma essi vengono infine depositati a riva, perché
l’acqua del fiume, dice il poeta, si rifiuta di compiere il delitto.
L’episodio era stato narrato diffusamente e con più dettagli (è
specificato, ad esempio, che si tratta del Tevere e che la stagione
è invernale: 2, 389-390) nel secondo libro, ai vv. 385-410: anche
qui Amulio ordina esplicitamente di uccidere i gemelli ( is iubet au -
ferri parvos et in amne necari: / quid facis? ex istis Romulus alter
erit [2, 385-386]) e anche qui la corrente li deposita a riva, più
141 141 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 142
precisamente nella fanghiglia ( sustinet impositos summa cavus al-
veus unda: / heu quantum fati parva tabella tulit! / Alveus in limo
silvis appulsus opacis / paulatim fluvio deficiente sedet [2, 407-
410]); ma nel passo del secondo libro si insiste molto sulle reazioni
emotive dei servi del re (2, 387-388; 393-406), che invece in
quello del terzo non vengono affatto menzionati, come anche non
si fa menzione del Fico Ruminale (2, 411-412), né del fatto che,
a causa delle abbondanti piogge invernali, il fiume era straripato,
impedendo ai servi di portare i neonati fino al letto dello stesso (2,
389-394; cfr. Dion. Hal. 1, 79, 5: «m a quando si avvicinarono e
videro che il Tevere, gonfiato dai continui temporali, era straripato
nelle pianure, scesi dalla sommità del Palatino verso il punto in
cui l’acqua era più vicina – infatti non riuscivano ad avvicinarsi di
più – misero la cesta sull’acqua proprio là dove la piena del fiume
lambiva i piedi del monte. Questa fluttuò per un po’, poi, al lento
ritirarsi delle acque dal massimo della piena, si rovesciò all’urto
con una pietra e gettò fuori i neonati» [trad. L. Argentieri]; Liv. 1,
4, 4-6; Plut. Rom. 3, 5-6).
51 amne iubet mergi geminos
L’espressione varia quella che si legge nel secondo libro: iubet…
parvos… in amne necari (2, 385). Per entrambi i verbi cfr. il
passo corrispondente in Livio: pueros in profluentem aquam mitti
iubet. Forte quadam divinitus super ripas Tiberis effusus lenibus
stagnis… posse quamvis languida mergi aqua infantes spem feren -
tibus dabat (1, 4, 3-4).
scelus unda refugit
Per l’espressione, che si riferisce certamente al trasporto tranquillo
e all’approdo sicuro della cesta (e non alla provvidenziale esonda -
zione del Tevere; cfr. 2, 389-390: Albula… / … hibernis forte tu-
mebat aquis ; 2, 407-410, cit. supra ), cfr. met. 10, 342: dum scelus
effugiam ; Sen. Herc. O. 1719-1720: num manus pavida impium /
scelus refugit? . Per il verbo anche epist. 14, 50: casta… mandatum
dextra refugit opus ; met. 8, 94-95: scelerata… dextra / munera
porrexit [sc. Scylla ] . Minos porrecta refugit ; Hor. carm. 1, 35,
34-36: quid nos dura refugimus / aetas? quid intactum nefasti / li -
quimus? , etc. Si noti che qui ad essere blandamente personificata è
l’acqua del fiume, mentre nel passo del secondo libro il ‘merito’ del
salvataggio dei gemelli viene, in qualche modo, attribuito piuttosto
alla cesta (2, 407-408, cit. supra ).
142 142 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 143
52 in sicca pueri destituuntur humo
Anche in questo caso l’espressione è assai vicina a quella impiegata
da Livio, tanto da far sospettare una derivazione diretta di Ovidio
da quest’ultimo oppure di entrambi da una fonte comune: cum flu -
itantem alveum, quo expositi erant pueri, tenuis in sicco aqua de-
stituisset (1, 4, 6). Per il verbo usato in riferimento all’acqua che,
ritraendosi, abbandona qualcuno o qualcosa che prima nuotava
o galleggiava cfr. anche Verg. ecl. 1, 60: freta destituent nudos in
litore piscis ; e gli altri luoghi (tutti posteriori) citati in ThlL V.1,
762, 76-84. Per la clausola (e la iunctura ) Ib. 328: nudus Achillea
destituaris humo .
53-54
Nella forma di una domanda retorica che ha sostanzialmente il
senso di una preterizione, si accenna qui all’intervento della lupa
e del picchio (prefigurato nel sogno profetico: 37-38), grazie ai
quali i gemelli sono nutriti e possono, quindi, sopravvivere fino ad
essere trovati e adottati, come si legge nei due distici successivi, da
Faustolo e Acca Larenzia. Nel passo del secondo libro è descritto
diffusamente (non senza, anche in questo caso, una domanda reto -
rica, sebbene di senso in qualche modo opposto) l’incontro con la
lupa (2, 413-422: venit ad expositos, mirum, lupa feta gemellos:
/ quis credat pueris non nocuisse feram? … eqs.), mentre non si
fa menzione del picchio (coerentemente con l’assunto del brano,
che mira a spiegare l’etimologia di Lupercal : illa loco nomen fecit,
locus ipse Lupercis [2, 421]). In altre fonti si parla più generica -
mente di «uccelli di ogni tipo» che «portavano briciole e imbecca-
vano i neonati» (Plut. Rom. 2, 7 [trad. C. Ampolo]), mentre Servio
menziona un picchio e una parra (anch’essa, come il picchio, un
uccello augurale), che però si limitano a volare intorno ai neonati:
picum parramque circumvolitare (Serv. auct. Aen. 1, 273 p. 101
Th.-H., in apparato; vd. Heinze 2010, 20 [≈ 1960, 325] nota 25:
«Osservo di passaggio che Ovidio, proprio come Plutarco […],
dice espressamente che il picchio ha nutrito i bambini: il che non
va bene, perché i neonati non hanno bisogno di nessun alimento
se non del latte. È più vicino all’originale ciò che racconta Serv.
auct. ad Aen. I 275 […]. Dunque i due uccelli avrebbero avuto, in
origine, solo un significato augurale, e, giusto per introdurre il rife -
rimento più preciso a Marte, qualcuno (Fabio?) avrebbe eliminato
la parra e fatto del picchio un nutritore, accanto alla lupa»). Per
la lupa e il picchio come animali sacri a Marte vd. supra , 37-38n.
143 143 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 144
53 lacte… infantes… crevisse ferino
L’esatta dicitura lacte… ferino (che varia nec sibi promissi lactis
di 2, 420; ferina sono invece gli ubera della lupa a 5, 466) è già
virgiliana (cfr. Aen. 11, 571: armentalis equae mammis et lacte fe -
rino ) ed è impiegata da Igino per definire la categoria di quei per-
sonaggi mitici i quali, appunto, lacte ferino nutriti sunt ( fab. 252);
cfr. inoltre trist. 3, 11, 3 : natus es e scopulis et pastus lacte ferino ;
Val. Fl. 2, 157; e, per la iunctura con cresco , Manil. 1, 367-368:
cuius [sc. Capellae ] ab uberibus magnum ille ascendit Olympum /
lacte fero crescens ad fulmina vimque tonandi (anche Prop. 4, 1,
56, riferito alla lupa: qualia creverunt moenia lacte tuo ).
quis… nescit
Per la domanda retorica – che ha il senso di una implicita pre -
terizione, mentre nel distico successivo, al contrario, l’apparente
annuncio di un nuovo argomento (55-56n.) serve in realtà ad
introdurre il rinvio (57-58n.) a un’altra sezione dell’opera – cfr.
già Verg. georg. 3, 4-5: quis aut Eurysthea durum, / aut illaudati
nescit Busiridis aras? ; poi Ov. am. 1, 5, 25: cetera quis nescit? , e
più volte, tra gli altri, in Marziale e Giovenale (in relazione alla
stessa leggenda, cfr. anche Varro rust. 2, 1, 9: quis Faustulum ne -
scit pas torem fuisse nutricium, qui Romulum et Remum educavit? ).
54 et picum expositis saepe tulisse cibos
Cfr. per l’intera frase Ps. Aur. Vict. orig. 20, 4: addunt quidam
Faustulo inspectante picum quoque advolasse et ore pleno cibum
pueris ingessisse . Per il participio expositis , qui sostantivato, 2,
413: venit ad expositos, mirum, lupa feta gemellos ; 5, 466: ube -
ra… expositis ille [sc. Mars ] ferina dedit (altre occorrenze del
termine in relazione a Romolo e Remo sono elencate in ThlL V.2,
1756, 83-1757, 4).
55-56
Se nel distico precedente si trova una implicita preterizione
( quis… nescit ) relativamente all’intervento della lupa e del pic -
chio, ora il poeta annuncia, con una litote che di una preterizione
costituisce in qualche modo l’opposto ( non ego… taceam ), di
voler parlare di Faustolo e Acca Larenzia, i due pastori – marito
e moglie (amanti secondo Valerio Anziate, citato in Ps. Aur. Vict.
orig. 21, 1: Accae Larentiae amicae suae nutriendos dedisse,
quam mulierem, eo quod pretio corpus sit vulgare solita, lupam
144 144 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 247
161-162 ille… / traditur
L’impiego del verbo può sorprendere in riferimento a un avveni -
mento che risaliva appena a pochi decenni prima: le altre occor -
renze ovidiane della voce traditur con questo significato (2, 304;
5, 86; 6, 532; am. 2, 17, 15; Ib. 566) si riferiscono tutte, infatti,
a eventi mitici o leggendari (può apparire forse un po’ forzata, di
conseguenza, la spiegazione proposta da Pasco-Pranger 2006, 71:
«after a generation in which Caesar’s reforms were incorrectly fol -
lowed, the folkloric quality of the verb, its tendency to refer to the
dim past, is appropriate»); ma non è da vedere in esso una presa
di distanza del poeta, che risulterebbe del tutto isolata e incongrua
rispetto a quanto egli afferma nei distici precedenti e seguenti.
162 exactis disposuisse notis
Per il verbo dispono – non privo forse qui, come si è detto, di una
sfumatura prescrittiva – cfr., sempre in contesto astronomico,
Lucr. 5, 694-695: ut ratio declarat eorum qui loca caeli / omnia
dispositis signis ornata notarunt ; per la iunctura con notis , Aetna
249-250: manifesta notis certa disponere sede / singula . Per l’ag -
gettivo – che allude certamente all’‘inesattezza’ del sistema pre -
cedentemente in vigore – cfr., in contesto astronomico, Manil. 3,
391-392: singula quod nequeunt, per tot distantia motus, / tempo -
ribus numerisque suis exacta referri ; inoltre Pont. 4, 9, 46: exacta
cuncta locare fide , etc. L’intera frase si può interpretare in senso
concreto, con riferimento alla carta astrale (così, ad es., Bailey
[91]), oppure figurato, come è forse, nel complesso, più probabile
(cfr. OLD 2 p. 609, s.v . «dispono», 2b: «transf., of non-spatial or-
dering or arrangement»).
163-164
La nuova organizzazione del calendario, per la quale l’anno è
composto di 365 giorni e un quarto (v ale a dire che si aggiunge
un giorno ogni quattro anni), è esposta in due distici: in questo il
poeta sembra dire, alla lettera, che Cesare ha aggiunto 60 giorni e
«un quinto» ai 305 del calendario prec edente (in realtà questo, o
meglio 304, era il numero tradizionale dei giorni nel calendario di
Romolo [vd. supra , 99-150n.], dal momento che già Numa aveva
aggiunto due mesi [151-152n.], sicché forse la frase potrebbe essere
da intendere piuttosto come una semplice perifrasi numerica per
dire 365), mentre nel secondo viene precisata la modalità con la
quale si aggiunge un giorno ogni «cinque anni». Per quanto possa
247 247 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 248
sembrare sorprendente, la duplice menzione del numero cinque
non sembra poter essere dovuta che a un errore di Ovidio – e anche,
verosimilmente, di altri suoi contemporanei – nell’interpretazione
della norma relativa agli anni bisestili, per la quale cfr. Cens. 20,
10: Praeterea pro quadrante diei, qui annum verum suppleturus
videbatur, instituit, ut peracto quadrienni circuitu dies unus, ubi
mensis quondam solebat, post Terminalia intercalaretur, quod
nunc bis sextum vocatur ; Macr. Sat. 1, 14, 6: et, ne quadrans esset,
statuit ut quarto quoque anno sacerdotes, qui curabant mensibus
ac diebus, unum intercalarent diem ; 1, 14, 15: post hoc unum diem
secundum ordinationem Caesaris quinto quoque incipiente anno in -
tercalari iussit , sc. Augustus . L’errore viene spiegato in genere dagli
interpreti con un fraintendimento dell’espressione quinto quoque
vel quovis anno – potenzialmente ambigua nel significato di ‘ogni
quinto anno’, e dunque ‘ogni quattro anni’ –, ma resta, cionondi -
meno, difficile da giustificare, tanto che non sono mancati tentativi
di liberare da esso il testo ovidiano, correggendo quinta in quarta a
164 (vd. subito infra ) e considerando l’espressione in lustrum come
riferita a un evento che si verifica «ogni quattro anni» a 165n. (così
ad es. Merkel nell’introduzione alla prima edizione [ v-vi ]; Radke
1960, 184; e Heyworth nel suo commento [114]); ma si tratta di
una proposta che combina due ipotesi già notevolmente proble -
matiche se prese singolarmente, e che risulta, di conseguenza, non
molto probabile nel momento in cui richiede di accoglierle, per poter
funzionare, necessariamente entrambe. È vero, d’altra parte, che –
come si è osservato – un errore uguale e inverso a quello attribuibile
a Ovidio era stato effettivamente commesso dai pontefici, i quali,
prima della riforma di Augusto, avevano intercalato il giorno ogni
tre invece che ogni quattro anni (Macr. Sat. 1, 14, 13-14: illi [sc. sa -
cerdotes ] quarto non peracto sed incipiente intercalabant. Hic error
sex et triginta annis permansit: quibus annis intercalati sunt dies
duodecim, cum debuerint intercalari novem… eqs.).
163-164 is decies senos ter centum et quinque diebus / iunxit
Presa alla lettera, l’espressione sembra voler dire che Cesare ha
aggiunto ‘altri’ 60 giorni ai precedenti 305, ma più probabilmente,
come si è detto, sarà da considerare alla stregua di una perifrasi
impiegata per indicare semplicemente il numero 365. La stessa
espressione è usata per dire 60 a 5, 623: post decies senos… an -
nos . Il pronome is in apertura del distico varia l’analogo ille , collo-
cato nella stessa posizione nel distico immediatamente precedente,
248 248 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 249
con effetto anaforico. Heyworth (114) suggerisce che possa essere
corrotto, forse da un originario nam . Per iungo usato in contesti
aritmetici, ad indicare un’addizione, cfr. Manil. 4, 449-450: Tauri
nona mala est, similis quoi tertia pars est / post decimam nec non
decimae pars septima iuncta ; Stat. silv. 5, 3, 253-254: trinis…
decem quinquennia lustris / iuncta ferens ; e gli altri luogi citati
in ThlL VII.2, 656, 74-83. Un’indicazione numerica assai simile,
sebbene con l’asindeto al posto della congiunzione, si legge inoltre
a 2, 196: ter centum Fabii ter cecidere duo .
164 et e pleno tempora quinta die
Sembra oggi abbandonata dalla maggior parte degli editori e de -
gli studiosi dei Fasti la scelta di stampare la variante quarta di
alcuni codici minori (nei quali sarà, con ogni verosimiglianza, di
origine congetturale; analoga oscillazione tra quintus e quartus
a 6, 768), come facevano molti dei più importanti editori antichi
(Heinsius, Burman) e ancora Merkel nelle prime due edizioni ( quin -
ta , però, nell’ultima) e Riese, e come tornano a proporre ora Radke
e Heyworth (vd. supra ). Sebbene sia teoricamente possibile ipotiz -
zare una corruttela in una fase alta della tradizione manoscritta –
corruttela che potrebbe essere stata favorita dalla presenza di quin -
que nel verso precedente e di lustrum in quello seguente –, viene da
chiedersi come un errore così evidente possa essersi, in primo luogo,
verificato e possa poi, soprattutto, non aver attirato l’attenzione dei
lettori e dei copisti successivi; se si aggiunge che anche lustrum nel
distico seguente solo con estrema difficoltà può essere piegato a si -
gnificare qualcosa di diverso da un ‘periodo di cinque anni’, si deve
riconoscere che non sembrano esservi margini per correggere il testo
unanimemente tràdito da tutti i testimoni principali (è, invece, ap -
parentemente isolata la scelta degli editori teubneriani di stampare
a pleno , senza segnalare il problema in apparato; così anche in ThlL
X.1, 2416, 20-21). Si noti comunque che anche l’espressione riesce
piuttosto inusuale: in Stat. Theb. 10, 326: quarta soporiferae supe -
rabant tempora nocti , ad es., quarta… tempora indica, in modo più
naturale, la «quarta parte», e non un «quarto», della notte (cfr. an -
che tempora prima qui al v. 98). Per e pleno… die cfr. invece Serv.
Aen. 5, 738: dies est plenus, qui habet horas viginti quattuor .
165-166
Il brano si conclude con questo distico, nel quale il poeta precisa
la «misura» dell’anno, che prevede l’aggiunta, ogni «lustro», di
249 249 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 250
un giorno composto dalla somma delle frazioni di giorno ( e pleno
tempora quinta die [164]) accumulatesi nel corso degli anni pre -
cedenti (il giorno intercalare veniva inserito dopo il 23 febbraio,
il sesto giorno prima delle Calende di marzo, nella posizione nella
quale in precedenza veniva aggiunto il mese intercalare e dalla
quale prendono il nome gli anni ‘bisestili’: vd. Macr. Sat. 1, 13, 15;
1, 14, 6; Cens. 20, 10; Lyd. mens. 3, 7 p. 41 W.). Come si è detto
( supra , 163-164n.), non sono mancati tentativi di dare all’espres -
sione in lustrum il senso di «ogni quattro anni», ma il significato
più naturale di «cinque» sembra confermato da numerosi riscontri
nell’ usus scribendi ovidiano (vd. infra ); la forzatura nell’esegesi di
questo distico dovrebbe inoltre necessariamente accompagnarsi,
per funzionare, a quello che è di fatto un emendamento (di quinta
in quarta ) nel distico precedente: un’ipotesi che non è certo impos -
sibile, ma che si può forse ritenere, nel complesso, antieconomica.
165 hic anni modus est
Nella sua riassuntiva sinteticità, la frase – che ricapitola quanto
è stato esposto intorno al calendario, di fatto, sin dal v. 79 – ben
si adatta a chiudere l’ampia sezione di apertura (1-166) del terzo
libro. Per modus detto «de temporis spatiis iustis et opportunis»
vd. i luoghi citati in ThlL VIII, 1260, 21-48; per il nesso con
anni Macr. Sat. 1, 12, 2: anni certus modus apud solos semper
Aegyptios fuit . Per l’espressione cfr. anche ars 1, 39: hic modus,
haec nostro signabitur area curru .
in lustrum accedere debet
Altrove Ovidio impiega il sostantivo lustrum (definito come tem -
pus quinquennale da Varrone [ ling. 6, 11]; cfr. anche Fest. p.
107 L.) sempre in riferimento, a quanto pare, a periodi di cinque
anni (cfr. 2, 183: iam tria lustra puer furto conceptus agebat ; su -
pra , 120: mensibus egerunt lustra minora decem ; 4, 702; am. 3,
6, 27: nondum Troia fuit lustris obsessa duobus ; ars 2, 694: quae
cito post septem lustra venire solent ; 3, 15-16; trist. 4, 8, 33:
iamque decem lustris omni sine labe peractis ; 4, 10, 77-78; Pont.
4, 9, 45; 4, 10, 10; 4, 16, 14; Ib. 1: Tempus ad hoc lustris bis
iam mihi quinque peractis ); potrebbe far sorgere qualche dubbio
soltanto Pont. 4, 6, 5-6: in Scythia nobis quinquennis Olympias
acta est: / iam tempus lustri transit in alterius , dove però l’inter -
vallo tra due Olimpiadi è definito, appunto, «di cinque anni». La
spiegazione che riconduce l’apparente errore insito nell’impiego
250 250 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 251
del termine nel verso in esame a un fraintendimento da parte di
Ovidio, condivisa – con alcune importanti eccezioni – dalla mag -
gior parte dei commentatori e degli studiosi dei Fasti (vd. supra ,
163-164n.), è accolta anche dall’autrice (S. Clavadetscher) del -
la voce del Thesaurus (VII.2, 1884, 1-2: «neglegenter fortasse
persecutus est verba edicti, cuius vestigia exhibet Macr. Sat. 1,
14, 15»; per il passo di Macrobio vd. supra , 163-164n.), mentre
nell’ Oxford Latin Dictionary il verso in esame è catalogato sotto
il significato di lustrum come «the period between two leap years,
two Olympiads, etc., four years» ( OLD 2 p. 1158, s.v. , 3b); reste -
rebbe però, intendendo così, il problema della discrepanza con il
distico precedente (vd. ancora supra , 163-164n.). Per la clausola
cfr. Lucr. 2, 1129: sed plura accedere debent .
166 quae consummatur partibus, una dies
Per l’espressione cfr., in altro contesto e con senso in parte diver -
so, Colum. 8, 5, 12: antequam toti partibus suis consummentur ,
sc. pulli . Con l’eccezione di Manilio, nel quale si incontra sei vol -
te, il verbo consummo è usato assai di rado dai poeti, con una so -
la occorrenza rispettivamente nel Corpus Tibullianum (3, 8, 23,
dove è restituito per congettura), in Seneca, Lucano e Marziale
(poi negli autori tardoantichi); soltanto qui in tutto Ovidio. È
possibile che la posizione fortemente rilevata del sintagma una
dies , in clausola e dopo la pausa segnata dalla fine della relativa,
sia tesa a richiamare l’attenzione sull’implicita contrapposizione
tra il vecchio uso di intercalare un intero mese e l’uso attuale di
intercalare «un solo giorno».
167-258
L’ampio brano dedicato ai Matronalia – il primo della lunga
sezione relativa al 1° marzo (167-398) e l’unico a coinvolgere
effettivamente Marte come interlocutore del poeta, come era stato
annunciato nell’apertura del libro (1-10n.) – si compone di quat -
tro parti: un iniziale scambio dialogico, nel quale Ovidio chiede
al dio di illustrargli l’origine della festa e Marte accetta di buon
grado (167-178n.); la narrazione del ratto delle Sabine e del suc -
cessivo prodigarsi di queste ultime al fine di scongiurare la guerra
tra i loro padri e i loro mariti (179-230n.); l’esposizione, sempre
da parte di Marte, di una serie di eziologie alternative della festa
(231-252n.); l’esortazione, che il poeta rivolge agli astanti secondo
251 251 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 252
il modulo della mimesi cultuale, a invocare la dea celebrata nella
festa, cioè Giunone Lucina (253-258n.).
Quella dei Matronalia era una festa che si teneva appunto in
onore di Giunone Lucina, con una cerimonia pubblica che si svol -
geva nel bosco sacro della dea sull’Esquilino, e insieme nelle fami -
glie: le matrone ricevevano doni e fiori, mentre le schiave godevano
di un giorno di libertà, durante il quale erano loro ad essere servite
dalle padrone. Secondo la tradizione la «festa delle matrone» veniva
celebrata il 1° marzo in ricordo dell’iniziativa delle Sabine qui nar -
rata da Ovidio come prima possibile eziologia (179-230): così Plut.
Rom. 21, 1 («i Matronalia dedicati alle donne per aver messo fine
alla guerra» [trad. C. Ampolo]) e Serv. Aen. 8, 638 ( nec enim aliter
congruit Martias kalendas esse feminarum, nisi quia, ut diximus, fe -
minae bella sedarunt ); oppure perché il tempio di Giunone Lucina
sull’Esquilino era stato dedicato il 1° marzo del 375 a.C. (cfr. CIL I 2 ,
p. 233 e 310 [ Fasti Praenestini ]: Iun [ o ] ni Lucinae E [ s ] quiliis, quod
eo die aedis ei [ dedica ] ta est per matronas ; Fest. p. 131 L.: m ar tias
K a le nd as matronae celebrabant, quod eo die Iunonis Lucinae aedes
coli coepta erat ; l’anno si ricava da Plin. nat. 16, 235): si tratta del -
la quarta (245-248) tra le eziologie alternative presentate da Ovidio
nel brano in esame. Altre testimonianze importanti su questa festivi -
tà sono quelle dello Pseudo-Acrone ( Hor. carm. 3, 8, 1: Matronalia
dicebantur eo, quod mariti pro conservatione coniugii supplicabant,
et erat dies proprie festus matronis ), di Solino (1, 35: Romani initio
annum decem mensibus computaverunt a Martio auspicantes, adeo
ut eius die prima […] matronae servis suis cenas ponerent, sicuti
Saturnalibus domini: illae ut honore promptius obsequium provo -
carent, hi quasi gratiam repensarent perfecti laboris ), di Macrobio
( Sat. 1, 12, 7: hoc mense […] servis coenas adponebant matronae,
ut domini Saturnalibus: illae, ut principio anni ad promptum obse -
quium honore servos invitarent, hi, quia gratiam perfecti operis
exolverent ) e di Giovanni Lido ( mens. 4, 42 p. 99 W.: ancora sulle
matronae che ‘ospitavano’ gli schiavi); inoltre [Tib.] 3, 1, 1-4; 3, 8,
1; Mart. 5, 84, 6-12; Iuv. 9, 50-53; Auson. 385, 7-8 p. 104 P., etc.
Specificamente su questa festività vd. Gagé 19 63; e più di recen -
te Prescendi 2000b; Cid López 2007; Dolansky 2010-2011; inoltre
Sabbatucci 1999, 111-114.
167-178
Ovidio si era rivolto a Marte in apertura del terzo libro (1-10n.),
invitandolo a deporre le armi per poter prendere parte al poema
252 252 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 253
della pace ( studiis pacis [173]); aveva poi narrato l’incontro del-
lo stesso Marte con Silvia, durante il quale erano stati concepiti
Romolo e Remo, proprio per dimostrare al dio che lui stesso, deus
utilis armis (173), in passato si era rivelato, almeno in un’occa -
sione, ‘utile’ anche senza le armi ( inermis [9]), per poi raccontare
diversi episodi della vita di Romolo, culminanti con la dedica a
suo padre del primo mese dell’anno: argomento, questo, che si
rivelava infine, a posteriori , il tema centrale del brano. In seguito
il poeta, rispondendo implicitamente ad una domanda del lettore,
aveva diffusamente parlato del calendario romuleo, e poi delle ri -
forme rispettivamente di Numa e di Cesare, senza più rivolgere la
parola all’interlocutore iniziale, che sembrava quasi tacitamente
scomparso dalla scena. Invece ecco che ora Ovidio torna a rivol -
gersi al dio, ponendo direttamente a lui, dopo una breve premessa
contenente una sorta di generica excusatio della richiesta rivolta
da un poeta a una divinità (167-168), la questione dell’eziologia
dei Matronalia e in particolare della loro collocazione all’inizio
del mese di Marte, officiis… virilibus aptus (169-170); Marte
dal canto suo, dopo aver deposto – ma soltanto in parte – le armi
(171-172), prende per la prima volta la parola e risponde, sì, alla
domanda (179-252), ricollegandosi però prima di tutto, in una
premessa relativamente più ampia di quella del poeta (173-178),
al proemio del libro (1-10), per giustificare a sua volta la propria
partecipazione al poema della pace.
Da tale punto di vista, dunque, si può parlare di una ripresa di
un dialogo precedentemente avviato e interrotto (per una lettura
‘unitaria’ dell’ampia sezione di apertura del terzo libro [vv. 1-258]
vd. Leiendecker 2019, 143-192); d’altra parte il brano presen -
ta una serie di caratteristiche che sembrano connotarlo come un
nuovo esordio: in particolare l’iniziale affettazione di modestia ( Si
licet... ), il ricorso al discorso diretto senza una didascalia ad in -
trodurlo (la didascalia segue dopo, al v. 171: sic ego ), il recipro -
co apostrofarsi dei due interlocutori attraverso un epiteto semplice
o composto (rispettivamente Gradive al v. 169 e Latinorum vates
operose dierum al v. 177), l’impiego di espressioni tipiche appunto
di un esordio quali dic mihi (170) e disce (177), il gesto di Marte,
che si spoglia ora per la prima volta dell’elmo (171-172n.), la cita -
zione letterale delle prime parole pronunciate da Giano nel primo
libro (177-178n.) e infine anche la presenza di alcune spie lessicali
come ad es. nunc primum al v. 173. Il passo sembra dunque oscil -
lare tra un rapporto assai stretto, anche dal punto di vista temati-
253 253 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 254
co, con il proemio del libro (su cui insistono in particolare Braun
1981, 2347; e, da un’ottica diversa e tesa ad evidenziare più le ir -
regolarità che le simmetrie, Harries 1989, 176-177) e i tratti pro-
pri quasi di un secondo esordio – alternativo, in qualche misura, al
primo – del dialogo del poeta con Marte.
Sul rapporto che nel corso del poema lega il poeta ai suoi in -
formatori divini – tema assai studiato dalla critica degli ultimi de -
cenni – vd. tra gli altri Rutledge 1980; Miller 1983 (in particolare
pp. 185-187 sul personaggio di Marte); Harries 1989; Barchiesi
1994, 169-201; Newlands 1995, 51-86; Murgatroyd 2005, 27-
62 (in particolare pp. 37-39 su Marte narratore); e il già ricordato
Leiendecker 2019. Il colloquio con Marte sarà tuttavia da porre a
confronto, più che con altri dialoghi presenti nei Fasti , con quel -
lo che il poeta intrattiene con Venere all’inizio del quarto libro (4,
1-18): in entrambi i casi Ovidio invita a partecipare al poema una
divinità potenzialmente ( forsitan ipse roges quid sit c um Marte
poetae [3, 3]) oppure dichiaratamente (« quid tibi » ait « me -
cum? » [4, 3]) riluttante, riuscendo a superarne le riserve e otte -
nendone quindi, in un caso, le informazioni delle quali ha bisogno
(3, 177-178: disce, Latinorum vates operose dierum, / quod pe -
tis... ), nell’altro una rinnovata investitura poetica (4, 15-18: mota
Cytheriaca leviter mea tempora myrto / contigit... eqs. ), grazie al -
la quale egli acquista conoscenza diretta della materia che dovrà
trattare (4, 17: sensimus, et causae subito patuere dierum ).
167-168
Il poeta torna a rivolgersi a Marte a distanza di oltre 150 versi
dall’apostrofe iniziale, ed esordisce con una excusatio – che ha
anche il senso di una dichiarazione di modestia – relativa al -
la liceità, per i poeti, di apprendere i ‘segreti’ degli dei, subito
temperata dalla successiva precisazione per la quale «la fama»
ritiene appunto lecita tale situazione, come poi viene ribadito,
con maggiore risolutezza, a 6, 7-8: fas mihi praecipue vultus
vidisse deorum, / vel quia sum vates, vel quia sacra cano . Come
nota Fucecchi (218), «il tono apodittico e solenne contrasta con
l’autodenuncia della finzione letteraria di 6, 253» (cfr. infatti 6,
253-254: non equidem vidi (valeant mendacia vatum) / te, dea ):
è una delle molte contraddizioni, destinate a restare in gran par -
te insanabili, dei Fasti , dovute forse anche – ma potrebbe non
essere questo il caso, dove la discrepanza sembra da riferire piut -
tosto al diverso contesto immediato dei due passi e alla diversa
254 254 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 255
fisionomia delle due divinità coinvolte, rispettivamente Marte e
Vesta – alla forma incompiuta nella quale li leggiamo. Un altro
contrasto che può, a prima vista, sorprendere è quello con il tono
più diretto e informale – si direbbe persino confidenziale e co -
munque meno solenne – con il quale il poeta si era rivolto al dio
nell’esordio del libro (1-10n.).
167-168 Si licet occultos monitus audire deorum / vatibus
Questo secondo esordio del dialogo con Marte richiama le parole
rivolte dal poeta a Germanico nel proemio del poema: si licet et fas
est, vates rege vatis habenas (1, 25), dove si noti, oltre alla presen -
za della stessa espressione, anche qui in apertura di verso, quella
– in questo caso duplice – del sostantivo vates . Accanto al topos
della excusatio /dichiarazione di modestia e alla presenza di vates
(per la quale cfr. anche 4, 2: ad vatem vultus rettulit illa suos ; 6,
7-8, cit. supra , etc.), anche l’esordio in discorso diretto senza una
didascalia che lo introduca ( sic ego compare a seguire, al v. 171)
è un modulo incipitario: cfr. ad es. Tib. 1, 4, 1-6; Hor. epod. 5,
1-10, etc. È assai improbabile, benché non del tutto impossibile,
che vatibus sia da legare a licere piuttosto che a licet . L’espressione
occultos monitus… deorum può apparire enfatica – e non è forse
priva di qualche ironia – in relazione ad informazioni che richie -
devano, sì, uno sforzo di ricerca, ma che non potevano certo dirsi
«segrete» («secret promptings», Frazer; «geheime Weisungen»,
Bömer; «les avertissements secrets», Schilling): volendo attenuare
il contrasto, si potrebbe tradurre l’aggettivo con «reconditi» («hid -
den from the understanding, recondite» [ OLD 2 p. 1358, s.v. , 4];
parzialmente accostabile Lucr. 6, 382: indicia occultae divum per -
quirere mentis ). Per monitus… deorum cfr. met. 7, 600: notas veri
monitusque deorum ; Verg. Aen. 4, 282: attonitus tanto monitu
imperioque deorum , etc.; ma anche questo sostantivo non sembra
del tutto pertinente nel contesto, dal momento che si tratta qui di
insegnamenti e non di «ammonimenti» («de admonitionibus divi -
nis homini datis» [ ThlL VIII, 1422, 7]; è vero che a 1, 227 si legge
finierat monitus a proposito di Giano, ma in quel caso le parole del
dio avevano, se non altro, contenuto blandamente moraleggiante):
insieme all’aggettivo occultos e al sostantivo vatibus , anch’esso
contribuisce, dunque, a conferire alle parole del poeta un’enfasi
che si direbbe quasi affettata. Per l’intera espressione cfr. ancora
infra , 313-314n.: magna petis, nec quae monitu tibi discere nostro
255 255 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 256
/ fas sit (dove però sono, viceversa, gli dei a non poter insegnare:
habent fines numina nostra suos [314]).
168 ut certe fama licere putat
La presenza dell’avverbio certe e la ripetizione nella subordinata,
in poliptoto, del verbo della reggente ( licet… licere ) contribui -
scono a connotare il distico in senso enfatico. È vero che alcuni
interpreti danno all’avverbio valore restrittivo piuttosto che raffor -
zativo («jedenfalls», Bömer; «du moins», Schilling; ThlL III, 940,
72; e viceversa: «surely», Frazer), ma non sembra probabile, nel
contesto, l’espressione, da parte del poeta, di un dubbio che non
sia soltanto formale (come in si licet ) intorno alla legittimità del
proprio ruolo di interlocutore di esseri divini; per la movenza cfr.
inoltre Cic. Flacc. 59: si licuit … sicuti certe licuit (e si noti che nei
Fasti l’avverbio sembra usato altrove sempre in senso rafforzativo:
2, 374; 2, 401; 3, 47n.; 3, 351n.; 3, 833n.; 4, 3; 4, 725 e 727). In
generale per l’espressione, che varia ed espande il consueto ut fa -
ma est (5, 84; epist. 13, 57; ars 1, 258; Lucr. 5, 395; 5, 412; Verg.
Aen. 6, 14; Prop. 2, 6, 15, etc.), cfr. ad es. epist. 21, 235: nunc ut
vaga fama susurrat (anche Stat. Theb. 5, 474-475: certe stat fama
remotis / gentibus ). Per la iunctura di puto con certe (variamente
interpretabile: «certamente ritiene» oppure «ritiene con certezza»,
cioè «ritiene che certamente…»), Ib. 127: certe ego, quae voveo,
superos motura putabo (con puto incidentale anche trist. 1, 2, 69:
vos modo, quos certe nullo, puto, crimine laesi ); per fama… putat
Claud. 22, 56; Rut. Nam. 1, 232, etc.
169-170
Dopo la premessa contenuta nel distico precedente, e dopo un’ul -
teriore premessa tesa a spiegare il senso della domanda che sta
per formulare ( cum sis officiis… virilibus aptus ), nel pentametro
infine il poeta pone appunto a Marte quella che dovrebbe essere
la prima – ma che si rivelerà, alla fine, anche l’unica – domanda:
perché il dio della guerra sia celebrato durante la festa delle ma -
trone. Si noti che la spiegazione di fatti insoliti e curiosi era una
costante, più che dei Fasti ovidiani, degli Aitia callimachei (Loehr
1996, 118 nota 170); ma qui Ovidio sta cercando di dare una
spiegazione razionale e ingegnosa a quella che si ritiene sia una
semplice coincidenza di due ricorrenze differenti in una stessa
data del calendario: «an elaborate, disingenuous response to an
absurd aetiological question» (Miller 1992, 14; vd. anche, più
256 256 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 263
3, 7-8: non tu natus equo, non fortibus utilis armis, / bellica non
dextrae convenit hasta tuae ; Prop. 3, 9, 19: hic satus ad pacem,
hic castrensibus utilis armis ; Stat. Theb. 8, 179-180: quae saevis
utilis armis, / quae pacem magis hora velit? ; l’espressione varia
officiis… virilibus aptus di v. 169n. Per deus utilis (nella stessa
giacitura metrica) cfr. [Tib.] 3, 4, 19-20: menti deus utilis aegrae,
/ Somnus . Il verbo (in Ovidio soltanto ancora in rem. 110 e met. 7,
138) gioca forse sul doppio senso tra «sono invitato» (ad occupar -
mi di questo: OLD 2 p. 66, s.v. , 1d) e «sono invocato» (in quanto
dio: ThlL I, 894, 44-69).
174 et gressus in nova castra fero
Per gressus… fero (ma in senso concreto) cfr. 4, 488: hac gressus
ecqua puella tulit? ; epist. 16, 335: quaque feres gressus, adole -
bunt cinnama flammae ; met. 6, 275: mediam tulerat gressus re -
supina per urbem , etc.; non è, forse, indispensabile pensare, come
suggeriscono diversi interpreti (ad es. Bailey [92-93]; Heyworth
[117]), che il sostantivo alluda all’etimologia tradizionale dell’e -
piteto Gradivus con il quale il poeta si è appena rivolto a Marte
(169n.). L’immagine metaforica dei castra è molto frequente nella
letteratura latina, da Plauto fino agli autori cristiani (celebre, tra
tutti, Sen. epist. 2, 5: soleo enim et in aliena castra transire, non
tamquam transfuga, sed tamquam explorator ); in relazione, co -
me qui, all’attività poetica cfr. Prop. 4, 1, 135: at tu finge elegos,
fallax opus (haec tua castra!) ; in Ovidio ad es. am. 1, 9, 1: Militat
omnis amans, et habet sua castra Cupido , e i numerosi altri luo -
ghi elencati in ThlL III, 563, 48-55 (la iunctura con nova si legge
anche, ma in senso concreto, in Sil. 15, 499: hinc nova complerunt
haud tardo milite castra ). Nell’insieme la frase evoca evidente -
mente il linguaggio dell’epica (cfr. Verg. Aen. 11, 99: gressumque
in castra ferebat ; Homer. 711: ne facile oppressus gressum in sua
castra referret , etc.): «the diction employed by Mars as he opens
his speech contributes to the feeling that his conversion is incom -
plete: the very words in which he describes his move from arma to
studia pacis [...] belong to an epic rather than to an elegiac idiom»
(Hinds 1992a, 99).
175-176
Dopo aver dichiarato che si tratta per lui di un «campo nuovo»
(174n.), Marte aggiunge che comunque «non gli dispiace» occu -
parsi anche degli studia pacis (173n.), affinché Minerva «non pensi
263 263 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 264
di esserne capace solo lei»: l’allusione è a quanto il poeta aveva
detto nel proemio del libro, in particolare ai vv. 5-8nn.: ipse vides
manibus peragi fera bella Minervae … eqs.; ed è notevole che que -
sta sia, di fatto, l’ unica ragione esplicitamente fornita dal dio per
giustificare il proprio coinvolgimento nella realizzazione del poema.
175 nec piget incepti
La litote è espressione dell’atteggiamento sussiegoso assunto da
Marte come implicita reazione alla velata ‘provocazione’ dei vv.
5-8, e teso forse anche a compensare una almeno parziale inade -
guatezza ad affrontare un ambito (quello degli studia pacis ) non
soltanto estraneo, ma persino opposto a quello per lui abituale.
L’espressione deriva da Verg. Aen. 5, 678: piget incepti lucisque
(ma cfr. anche Liv. 26, 37, 6: ita pigebat inriti incepti ). Per la
contrapposizione tra piget e iuvat (qui naturalmente annullata
dalla negazione del primo termine) cfr. ars 3, 717-718: nunc
venisse piget… / nunc iuvat ; Stat. Theb. 3, 353-354: nec iussa
incuso pigetve / officii: iuvat isse … eqs.; Paul. Nol. epist. 8, 3 vs.
14: quem nunc velle iuvat, mox voluisse piget , etc. Il sostantivo si -
gnifica qui innanzitutto ‘progetto, proposito’ ( ThlL VII.1, 922, 34:
«i. q. conatus, propositum, coeptum sim.»; OLD 2 p. 949, s.v. , 1);
ma nel contesto di un esordio è certamente presente anche il senso
accessorio di ‘principio, inizio’ («das Beginnen», Bömer).
iuvat hac quoque parte morari
Anche questa espressione, come quella che compare nel primo
emistichio, è di origine virgiliana, dal momento che la iunctura si
legge già in Aen. 6, 487: iuvat usque morari ; cfr. però anche, con
significato più vicino a quello proprio dell’espressione nel verso in
esame, met. 7, 303: hac in parte moratur (e così ancora Liv. 5, 4,
8: invitus in hac parte orationis, Quirites, moror ; Quint. inst. 1 ,
3, 7: non morabor in parte hac ). Il verbo sembrerebbe alludere,
per contrasto, all’etimologia tradizionale dell’epiteto Gradivus dal
verbo gradior ( supra , 169-170n.): invece di «avanzare» risoluta -
mente alla battaglia, insomma, Marte «indugerebbe» qui, per una
volta, in attività pacifiche. Per quoque cfr. già 3, 8n.: invenies et
quod inermis agas .
176 hoc solam ne se posse Minerva putet
Trova qui aperta espressione la rivalità tra Marte e Minerva, che
nell’accenno del proemio del libro (5-8nn.) restava, invece, impli -
264 264 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 265
cita (e che culminerà nella beffa ordita ai danni del dio da Anna
Perenna ai vv. 675-696n.): solam sarà verosimilmente da intende -
re, di conseguenza, come «solo lei… tra noi due». Per l’espressione
– e, in parte, per il concetto – cfr. inoltre ad es. met. 13, 275-276:
ausum etiam Hectoreis solum concurrere telis / se putat ; Lucan. 5,
258: se… putat solum regnorum iniusta gravari .
177-178
Marte conclude la sua premessa esortando il poeta, cui si rivolge
con un pomposo epiteto di intonazione epicheggiante, Latinorum
vates operose dierum , che occupa l’esametro quasi per intero
(vd. su questo Merli 2000, 86: «confronti per il tono esibito e alto
dell’attacco […] di Marte saranno da ricercarsi, piuttosto che nella
precedente poesia etiologica, nell’urgenza didattica del dettato
lucreziano [...] e, soprattutto, in certi solenni luoghi dell’epica»),
a registrare mentalmente quanto sta per dirgli. Parole assai si -
mili a queste sono pronunciate da Giano all’inizio del suo primo
intervento in discorso diretto all’interno del poema: Disce metu
posito, vates operose dierum, / quod petis, et voces percipe mente
meas (1, 101-102). La somiglianza potrà essere ricondotta alla
blanda formularità che è talora propria dello stile dei Fasti (e che
raggiungerebbe, però, qui un picco improvviso e, nel complesso,
piuttosto isolato), ma ammette anche due diverse spiegazioni spe -
cifiche: nel contesto di una lettura diacronica, è possibile pensare
che Marte, nel cercare di calarsi il più possibile nella parte, a lui
poco congeniale, dell’informatore eziologico, non trovi di meglio
che ripetere quasi alla lettera una formula già impiegata da un suo
‘collega’ più esperto; oppure, laddove si creda alla possibilità che
l’intero primo libro, nella forma in cui lo leggiamo, sia il frutto di
una sostanziale riscrittura della prima redazione piuttosto che di
una revisione sostanzialmente episodica (vd. per l’ipotesi Ursini
2019b), diviene possibile ipotizzare viceversa che, nel riscrivere
il passo del primo libro, il poeta avesse già presente, avendolo
composto in precedenza, quello del terzo (come si è supposto in
relazione al ‘doppione’ narrativo costituito dall’episodio di Priapo
e Lotide nel primo libro [391-440] e da quello di Priapo e Vesta
nel sesto [319-348]: vd. soprattutto Fantham 1983, 201-209):
saremmo dunque qui di fronte a una di quelle ripetizioni di volta
in volta tematiche, narrative o – come in questo caso – letterali
tra il primo libro e i successivi cinque che sono da considerare,
con ogni verosimiglianza, altrettante spie dell’appartenenza delle
265 265 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 266
due porzioni di testo a due diverse fasi di scrittura (si noti che un
confronto ravvicinato tra il dettato dei due distici non consente di
giungere a conclusioni univoche sulla priorità dell’uno o dell’altro:
da un lato, ad esempio, Latinorum potrebbe essere un riempitivo
inserito per sostituire metu posito , dall’altro l’aggiunta dell’ablati -
vo assoluto potrebbe aver indotto il poeta ad abbreviare l’epiteto
originariamente ‘completo’). Nell’epiteto vates operose dierum ,
presente in entrambi i passi, è stato proposto, in ogni caso, di
scorgere un’allusione alle Opere e i giorni di Esiodo (per il titolo
latino vd. Serv. georg. 1 praef. : librum, quem appellavit ἔργα καὶ
ἡμέρας , id est opera et dies ), il prototipo della poesia didascalica
e, più specificamente, calendariale, esplicitamente chiamato in
causa, peraltro, nel proemio del sesto libro, ai vv. 13-14: ecce deas
vidi, non quas praeceptor arandi / viderat, Ascraeas cum seque -
retur oves (vd. in particolare Hardie 1991, 59: «Hesiodic allusion
is already in the words with which Janus addresses Ovid [...]. In
operosus the ‘work’, the subject-matter of Hesiod’s didactic po -
em, has been transformed into the πόνος of the Alexandrian poet;
the whole phrase acknowledges Callimachus through the latter’s
own poetic ancestor»; Barchiesi 1994, 43 e 221). Nell’allusione,
se è effettivamente tale, si può trovare una conferma del fatto che
nei Fasti Ovidio intenda proporsi non soltanto come un secondo
«Callimaco romano» dopo Properzio (cfr. Prop. 4, 1, 64: Umbria
Romani patria Callimachi ), ma anche come un secondo Esiodo
romano dopo Virgilio (cfr. Verg. georg. 2, 176: Ascraeum… cano
Romana per oppida carmen ).
177 Latinorum vates operose dierum
Versione più ampia dello stesso epiteto che si legge, nella mede -
sima giacitura metrica, a 1, 101 (cit. supra ), con l’aggiunta qui
di Latinorum a dierum (la iunctura non si legge altrove: vd. ThlL
V.1, 1059, 24), per la quale cfr. 2, 359: adde peregrinis cau -
sas, mea Musa, Latinas ; e 6, 21: o vates, Romani conditor anni .
Operosus è usato in riferimento ad un artista in ars 3, 219: quae
nunc nomen habent operosi signa Myronis ; a «Minerva», nel senso
dell’arte della tessitura ( ThlL IX.2, 699, 9-10) o della stessa dea
( OLD 2 p. 1378, s.v. , 1), in Hor. carm. 3, 12, 4-5: operosae… /
Minervae studium . All’aggettivo dà grande rilievo, sulla scorta
del confronto da un lato con Hor. carm. 4, 2, 31-32: operosa… /
carmina fingo , dall’altro con Ov. ars 1, 29: usus opus movet hoc:
vati parete perito , Newlands 1992, 36: «the narrator of the Fasti is
266 266 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 267
not the vates peritus , the slick dispenser of widely varied personal
knowledge. He is not versed in the field of religion as the praecep -
tor , the teacher of love, was in the erotic field. He does not have a
vast fund of knowledge or experience on which to draw, for he is
not omniscient in his field as the teacher of the Ars claims to be».
177-178 disce… / quod petis
Come si è visto, questa frase si legge identica a 1, 101; i due verbi
si trovano associati anche a 3, 313-314n.: magna petis, nec quae
monitu tibi discere nostro / fas sit . L’imperativo disce è frequente
nei Fasti nelle parole che gli informatori divini rivolgono al poeta o
che quest’ultimo rivolge al lettore (1, 101; 1, 133; 2, 584; 3, 436;
6, 639; discite a 4, 140; 4, 145); cfr. già Prop. 4, 8, 1: Disce quid
Esquilias hac nocte fugarit aquosas , dove è la prima parola di un’e -
legia di argomento almeno in parte eziologico; e ancora, in contesto
marcatamente didascalico, Hor. epist. 1, 17, 3: disce, docendus
adhuc quae censet amiculus . Marte pronuncia ben tre volte nel suo
discorso diretto le parole quod petis (ancora a 3, 198 e, con lo stesso
senso che hanno qui, a 3, 250; cfr. inoltre 1, 102; 1, 378; 5, 251).
178 et memori pectore dicta nota
Variazione della frase dallo stesso senso che si legge a 1, 102:
et voces percipe mente meas . All’ablativo memori pectore viene
dato in genere valore locale («on memory’s tablets», Frazer; «in
gedächtnistreuem Herzen», Bömer; «dans ta mémoire», Schilling),
come – con ogni verosimiglianza – in epist. 13, 66: signatum me -
mori pectore nomen habe ; Pont. 2, 10, 52: istic me memori pectore
semper habe , ma non è forse da escludere del tutto che esso possa
avere invece senso strumentale, come ad es. in Catull. 64, 123:
immemori discedens pectore ; Hor. sat. 2, 4, 90: quamvis memori
referas mihi pectore cuncta (cfr. anche Pont. 3, 4, 18: est aliquid
memori visa notare manu ); la iunctura ritorna poi in Marziale
(6, 25, 4; 6, 85, 9), Giovenale (11, 28) e nei poeti tardoantichi.
Per dicta nota , con il verbo usato nel senso specifico di «to take a
mental note of […], give heed to, mark, note» ( OLD 2 p. 1313, s.v. ,
12), cfr. invece 5, 10: silent aliae, dictaque mente notant ; met. 13,
787-788: auribus hausi / talia dicta meis auditaque verba notavi ,
etc.; in generale per l’espressione anche met. 9, 778: memori…
animo tua iussa notavi ; 14, 813: nam memoro memorique animo
pia verba notavi .
267 267 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 268
179-230
Terminata la breve premessa (173-178), Marte prende a narrare le
vicende del ratto delle Sabine e del loro successivo intervento, teso
a scongiurare la guerra tra i loro padri e i loro mariti: il racconto,
come si apprenderà alla fine dello stesso (229-230n.), fornisce l’e -
ziologia – o, meglio, una delle possibili eziologie – dei Matronalia ,
rispondendo così alla domanda formulata dal poeta ai vv. 167-170
(Marte ripropone così, di fatto, lo stesso modulo adottato da Ovidio
nel brano di apertura, quello cioè di avviare la narrazione di una
vicenda il cui legame con l’argomento in discussione viene svelato
solo alla fine: vd. su questo supra , 1-10n.; e ancora infra , 179-
180n.). Dopo un’introduzione sulla Roma del tempo di Romolo
(179-186) e un racconto relativamente sintetico delle vicende che
vanno dalla decisione di rapire le donne sabine allo scoppio delle
ostilità (187-202), la narrazione si focalizza sulla scelta delle don -
ne, guidate da Ersilia, di porre fine alla guerra (203-214) e sul loro
frapporsi sul campo di battaglia tra le schiere rispettivamente dei
padri e dei mariti, impedendo così il combattimento (215-228).
È da notare che Marte riprende il racconto grosso modo da dove
Ovidio lo aveva interrotto, con la fondazione di Roma e la dedica
del primo mese dell’anno a Marte narrate ai vv. 69-78, nella sezio -
ne di apertura del libro, suggerendo così, anche da questo punto di
vista, la continuità tra i due passi (dopo che all’inizio del secondo
Marte ha indirettamente risposto alle parole che il poeta gli aveva
rivolto all’inizio del primo: supra , 167-178n.).
Per una rassegna sistematica delle testimonianze sul ratto delle
Sabine e la guerra romano-sabina vd. in generale i testi raccolti e
commentati in Carandini 2010; per l’intervento pacificatore delle
donne le altre fonti principali sono però, più specificamente, Liv.
1, 13, 1-4; Dion. Hal. 2, 45-46 (in cui Ersilia guida un’ambasceria
di donne a chiedere la pace agli stessi Sabini, come negli Annales
di Gneo Gellio citati da Aulo Gellio [Gell. 13, 23, 13 = Gell. hist.
15 HRR I 2 , p. 152]); e Plut. Rom. 19. La versione ovidiana presen-
ta, tuttavia, tratti peculiari, che emergono piuttosto chiaramente
dal confronto con le altre.
In Livio, innanzitutto, Ersilia non svolge un ruolo particolare
e l’iniziativa viene attribuita genericamente alle Sabinae mulie -
res (un intervento pacificatore della moglie di Romolo ha sì luogo,
ma in una fase precedente del conflitto, dopo le vittorie di Romolo
contro i Ceninesi e gli Antemnati: duplici... victoria ovantem
Romulum Hersilia coniunx precibus raptarum fatigata orat, ut
268 268 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 269
parentibus earum det veniam et in civitatem accipiat; ita rem coa-
lescere concordia posse. Facile impetratum [1, 11, 2]); inoltre nel
racconto dello storico le donne, dopo essersi interposte tra le schie -
re dei combattenti, rivolgono loro un breve discorso: un particola-
re assente nella versione ovidiana. Forse più significativo è il fatto
che in Livio l’interposizione delle donne – che peraltro non viene
preparata da una riunione e sembrerebbe quindi essere un gesto
spontaneo e non, come in Ovidio, premeditato – avvenga nel pie -
no svolgimento della battaglia (cfr. 1, 13, 1-2: Tum Sabinae mu-
lieres, quarum ex iniuria bellum ortum erat, crinibus passis scissa-
que veste, victo malis muliebri pavore, ausae se inter tela volantia
inferre, ex transverso impetu facto dirimere infestas acies, dirimere
iras, hinc patres hinc viros orantes, ne se sanguine nefando soceri
generique respergerent, ne parricidio macularent partus suos, ne -
potum illi, hi liberum progeniem ), mentre nel passo dei Fasti l’ini-
ziativa delle Sabine precede, e quindi di fatto impedisce, lo scoppio
delle ostilità (215-218: iam steterant acies ferro mortique paratae,
/ iam lituus pugnae signa daturus er at, / cum raptae veniunt in -
ter patresque virosque, / inque sinu natos, pignora cara, tenent );
la differenza, valorizzata già da Richard Heinze (vd. infra ), è an -
cor più notevole alla luce delle numerose reminiscenze del model-
lo liviano presenti nel testo di Ovidio: il discorso esortativo che qui
Ersilia rivolge alle altre donne ai vv. 207-212 rielabora, ad esem -
pio, motivi propri della preghiera che nella versione dello stori -
co (1, 13, 3) viene rivolta dalle stesse donne ai loro padri e mariti
(ma si tratta soltanto del caso più vistoso: per le altre coincidenze
vd. infra , passim ).
In Dionigi di Alicarnasso una donna chiamata Ersilia svolge sì,
come in Ovidio, un ruolo da protagonista nel prendere l’iniziativa
di portare la pace tra i belligeranti, ma non si tratta della moglie di
Romolo: «quella che propose questo parere alle donne si chiamava
Ersilia, ed era di una stirpe non ignobile tra i Sabini. Alcuni dico -
no che costei fosse stata rapita con le altre fanciulle quando già era
sposata, pensando che fosse una vergine; altri […] dicono che re -
stò di sua volontà con la figlia – infatti anche sua figlia, l’unica che
aveva, era stata rapita» (2, 45, 2 [trad. L. Argentieri]). La versio -
ne, infine, di Plutarco, che al pari di Dionigi considera Ersilia l’u -
nica delle Sabine rapite ad essere già sposata al momento del rat -
to (14, 7), è sostanzialmente analoga a quella liviana, per cui l’in -
terposizione delle donne non viene precedentemente preparata; è
un’iniziativa collettiva e non ispirata da Ersilia (sebbene sia lei a
269 269 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 270
parlare a nome di tutte; avviene nel pieno svolgimento della batta -
glia (sia pure in un momento di pausa dei combattimenti): «si vi -
dero infatti le figlie dei Sabini rapite slanciarsi da ogni parte tra le
armi e i cadaveri, urlando e piangendo, come se fossero possedute
da un dio; andare verso i loro mariti e i padri, alcune portando fra
le braccia i figlioletti, altre con le chiome sciolte davanti al viso; ma
tutte invocare con le parole più tenere ora i Sabini ora i Romani»
(19, 2 [trad. C. Ampolo]); e comprende un discorso – in questo ca -
so più ampio – rivolto dalle donne ai loro padri e mariti (19, 4-7).
Naturalmente l’episodio era narrato in diverse altre fonti, per
noi perdute (rassegna e discussione in La Penna 1994, 123-129),
tra le quali – oltre agli annalisti – Catone, Varrone e lo stesso
Ennio, non soltanto negli Annales , ma quasi certamente anche nel -
la praetexta intitolata Sabinae (sulla quale vd. Manuwald 2001,
172-179; cfr. in particolare Enn. scaen. 370-371 V. 2 : cum spolia
generis detraxeritis / quam inscriptionem dabitis? , dove sarà da
vedere un frammento del discorso rivolto dalle donne rapite ai loro
padri). D’altra parte un racconto assai vicino a quello che si legge
in Ovidio – ma con l’inserimento di un discorso delle donne, come
in Livio e in Plutarco – si ritrova poi in Cassio Dione, in un passo
che vale la pena di citare per esteso, con l’omissione appunto del
discorso diretto, per le notevoli somiglianze con il brano in esame:
«Ersilia e le altre donne consanguinee, avendoli osservati schierati
gli uni contro gli altri, corsero giù dal Palatino con i bambini – in -
fatti ne erano ormai nati alcuni –, ed essendosi improvvisamente
slanciate verso la metà del campo dissero e fecero molte cose degne
di compassione. Rivolgendosi ora agli uni, ora agli altri, dissero:
[…]. Dicevano queste cose, e stracciatesi i mantelli e denudati i se -
ni e i ventri, alcune si slanciavano sulle loro spade, altre gettavano
loro in braccio anche i bambini, tanto che quelli, che le ascoltava -
no e le vedevano, scoppiarono a piangere, cessarono la lotta e così
come stavano andarono insieme a trattare nel luogo che per questo
motivo fu chiamato Comizio» (1, fr. 5, 5-7; trad. L. Argentieri).
In mancanza delle versioni perdute, tra le quali è possibile vi
fosse una fonte comune a Ovidio e a Cassio Dione, è difficile di -
re quanto della versione ovidiana sia da attribuire esclusivamen -
te ad essa; colpisce, in ogni caso, che l’intervento delle donne sia
esplicitamente collocato prima dello scoppio della battaglia, e an -
cor più che in tutto il brano non vengano descritti, neppure per
brevi cenni, i numerosi scontri militari, diffusamente narrati da
Livio e Plutarco, che precedono quella che avrebbe dovuto esse -
270 270 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 271
re la battaglia decisiva, quasi ad evocare implicitamente uno sce-
nario alternativo nel quale la guerra non sarebbe stata combattu-
ta affatto. Tale approccio elusivo alla materia bellica appare coe-
rente con l’assunto programmatico (1, 13: Caesaris arma canant
alii ) espresso nel proemio del primo libro; vd. su questo Barchiesi
1994, 10: «i Fasti sono il poema augusteo che più compiutamen -
te costruisce e motiva la propria estraneità e avversione rispetto
agli arma . [...] Le occasioni in cui l’uso delle armi sembra inevi -
tabile [...] sono spesso sottoposte a un processo di attesa e frustra-
zione. […] Quando poi il ratto delle Sabine mobilita arma ed eser-
citi l’un contro l’altro armati, saranno le donne e i bimbi inermi a
vincere la battaglia, impedendo la strage fratricida». Per una va -
lorizzazione del ruolo delle Sabine, di contro a quello di Romolo e
Marte, nella fondazione di Roma vd. inoltre Wise 2017, 144-159;
per un’analisi, in particolare, della figura di Ersilia nei Fasti e nel -
le Metamorfosi come emblema della resistenza femminile al con -
trollo maschile Callier 2015, 101-151.
Viene da chiedersi se lo spunto per questa possibile innova -
zione non possa essere venuto al poeta dall’episodio degli Orazi e
dei Curiazi, che è narrato da Livio pochi capitoli più avanti e nel
quale si parla appunto di una guerra preparata, ma poi in realtà
non combattuta; né mancherebbero, a sostenere l’ipotesi, riscon -
tri puntuali (cfr. Liv. 1, 23, 1: bellum utrimque summa ope para -
batur, civili simillimum bello, prope inter parentes natosque , con
fast. 3, 202: tum primum generis intulit arma socer , e 3, 217: in -
ter patresque virosque ; Liv. 1, 23, 6: postquam instructi utrimque
stabant, cum paucis procerum in medium duces procedunt , con
fast. 3, 215-220: iam steterant acies ferro mortique paratae / .../
cum raptae veniunt... ut medium campi scissis tetigere capillis...
eqs.). Altri possibili modelli sono messi in luce da Merli 2000, 189
nota 51: oltre alla praetexta di Ennio, la scena delle Fenicie di
Euripide nella quale Giocasta si interpone tra le schiere dei com -
battenti prima dell’inizio della battaglia, e l’episodio di Coriolano
(Liv. 2, 40, 1-12; Dion. Hal. 8, 39-54; Plut. Mor . 318F-319A [=
de fort. Rom. 5]; Cor. 33-38, etc.), «confrontabile in relazione sia
al motivo centrale delle donne che impediscono la guerra che a
singoli dettagli narrativi (come la preparazione dell’intervento
tramite un’assemblea e il ruolo che i figli piccoli hanno nello sce -
nario patetico che frena l’intervento delle armi)» e accostato pro -
prio a quello delle Sabine nel racconto di Dionigi (8, 40, 4) e di
Plutarco ( Cor. 33, 3).
271 271 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 272
Sull’episodio dei Fasti si soffermava Richard Heinze nel celebre
saggio sulla «narrazione elegiaca» di Ovidio: «mentre la Vulgata,
che seguono Livio e Plutarco, fa sì che le donne si gettino in mezzo
agli eserciti combattenti […], Ovidio rinuncia alla scena patetico-
eroica; evita soprattutto di raccontare una battaglia, facendo svol -
gere il corteo delle donne mentre gli eserciti stanno l’uno di fronte
all’altro e attendono il segnale per l’attacco. Rinuncia anche a far
parlare le donne, come invece accade in Livio e Plutarco […]: è
più commovente del più commovente discorso il momento in cui i
bambini, che qui giocano il ruolo principale, stendono le braccine
verso i loro genitori, e chiamano il nonno; alla fine, l’aspro Sabino
culla il nipote sullo scudo: questo è un tratto di genere molto sen -
timentale, che si addice squisitamente all’elegia» (Heinze 2010,
31 ≈ 1960, 335-336); si vedano però anche le riserve espresse
da Bömer nell’introduzione al commento (I, 45), sulla scorta del
confronto con la narrazione del ratto delle Sabine nell’ Ars ama -
toria (1, 101-134), che mostrerebbe «noch stärkere Betonung
des Spielerischen und des Erotischen, größere Subjektivität des
Dichters [...], stärkere Bagatellisierung des Militärischen, wäh -
rend in den Fasten immerhin politische Notwendigkeit und Kampf
wenigstens angedeutet werden» (e a ciò risponderebbe anche
l’«inconfondibile» dizione epica propria di espressioni come intu -
muere [201], stant acies [209] e steterant acies ferro mortique pa-
ratae [215]). Un’attenta analisi del racconto ovidiano ha offerto,
più di recente, Landolfi 2008/2009.
179-180
Per rispondere alla domanda posta dal poeta ( dic mihi matronae
cur tua festa colant [170n.]), Marte inizia a raccontare una storia,
che a sua volta prende le mosse da una descrizione della Roma del
tempo di Romolo, città «piccola», ma che portava in sé la «speran -
za» della Roma attuale ( spes… huius ). La narrazione è introdotta
dalla frase si prima velis elementa referre (che si presta peraltro
a più di un’interpretazione: vd. infra ), senza che venga quindi
esplicitato il legame del racconto seguente con la risposta alla do -
manda del poeta: il fatto che l’intero racconto (179-230) sia teso a
fornire una delle possibili spiegazioni eziologiche dei Matronalia è
rivelato, di fatto, soltanto nell’ultimo distico (229-230n.: inde † di -
em quae prima † meas celebrare Kalendas / Oebaliae matres non
leve munus habent ), in modo parzialmente accostabile a quanto
272 272 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 279
185 in stipula
Il giaciglio di paglia è un altro elemento topico nella descrizione
della modestia delle origini; cfr. soprattutto, anche per l’espressio -
ne assai simile, 1, 205-206: nec pudor in stipula placidam cepisse
quietem / et fenum capiti supposuisse fuit (vd. anche supra , 184n.:
de canna straminibusque domum , con i luoghi ivi citati); inoltre
Sil. 13, 814-815: culmi… e stramine fultum / pressit laeta torum
(sc. Hersilia ). In diverso contesto, cfr. ad es. epist. 5, 15-16: saepe
super stramen fenoque iacentibus alto / defensa est humili cana
pruina casa .
placidi capiebat munera somni
Appare ormai abbandonata dagli editori la variante carpebat del
codice D , stampata in passato, tra gli altri, da Heinsius, Burman
e Merkel; ma l’importanza del manoscritto in questione è stata
radicalmente ridimensionata nelle edizioni più recenti (vd. ad es.
quanto scrivono Wormell e Courtney nella Praefatio [ xiii]). La
perifrasi è tipicamente ovidiana; cfr. 1, 205, cit. supra ; 6, 331:
Vesta iacet placidamque capit secura quietem ; anche però Ciris
343: placidam tenebris captare quietem . L’aggett ivo placidus è
anch’esso frequente in Ovidio in riferimento al sonno; cfr. ad es.
2, 635: ubi suadebit placidos nox umida somnos ; 4, 549: noctis
erat medium placidique silentia somni ; rem. 575-576: placidum
puerilis imago / destituit somnum ; met. 6, 489: placido dantur
sua corpora somno , etc.; e già Enn. ann. 2 Sk.: somno leni pla -
cidoque revinctus . Per l’espressione, e in particolare per la clau -
sola, cfr. inoltre Ser. med. 981: placidi caelestia munera somni ;
e Auson. 422, 4 p. 379 P.: tranquilla obscuri carpebant munera
somni ; per i munera del sonno anche Sil. 6, 96-97: sopor sua
munera tandem / applicat et mitem fundit per membra quietem
(e, per il concetto, Verg. Aen. 2, 268-269: tempus erat quo prima
quies mortalibus aegris / incipit et dono divum gratissima serpit ).
186 et tamen ex illo venit in astra toro
Per l’espressione, di ascendenza virgiliana ( Aen. 3, 158; 7, 99;
7, 272 [ in astra ]; ecl. 5, 51-52; Aen. 9, 641 [ ad astra ], su cui
vd. Otto, p. 43, nr. 197; Tosi, p. 750, nr. 1684) ma non priva
di occorrenze in Orazio ( sat. 2, 7, 29: tollis ad astra ; carm. 4, 2,
23: educit in astra ) e Properzio (3, 18, 34: cessit in astra ), cfr. 2,
478, cit. supra ; 3, 414n.: in astra tulit ; 3, 808n.: venit in astra ;
Pont. 2, 9, 62: lucida Pieria tendis in astra via , etc., di volta
279 279 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 280
in volta in relazione al conseguimento della gloria (cfr. anche
met. 15, 875-876: super alta perennis / astra ferar ) o in modo
più letterale, come verosimilmente qui (vd. supra ), al catasteri -
smo o all’apoteosi. Il complemento di moto a luogo in astra è in
contrasto, sì, con quello di moto da luogo ad esso contiguo ( ex
illo… toro , dove nel dimostrativo sarà da scorgere una sfumatu -
ra enfatica), ma anche, a distanza, con quello di stato in luogo
( in stipula ) con il quale si apre il distico, che risulta in tal modo
quasi perfettamente incorniciato dai due membri dell’antitesi ( in
stipula… in astra [ toro ]): antitesi che a sua volta viene ad essere
così fortemente (e doppiamente) rilevata.
187-188
Terminata la sezione introduttiva sulla Roma del tempo di Romolo
(179-186), che serve da ambientazione dell’episodio, inizia ora
il racconto vero e proprio (187-230) del ratto delle Sabine (187-
202) e, soprattutto, dell’opera di pacificazione svolta da queste
ultime al fine di porre termine al conflitto tra i loro suoceri e i loro
mariti (203-228): racconto culminante con la prima delle possibili
eziologie dei Matronalia (229-230). In generale sull’episodio vd.
supra , 179-230n. In questo primo distico – e, più nel dettaglio,
in quelli immediatamente seguenti (187-196) – sono esposte le
premesse del ratto: sebbene i Romani avessero ormai acquistato
una certa fama, tuttavia erano privi di mogli, per le ragioni che
saranno spiegate subito dopo, ai vv. 189-192, vale a dire per il
disprezzo nutrito dai «ricchi» popoli vicini per gli ancora «poveri»
Romani. Si tratta della spiegazione del ratto che si legge anche in
Livio (1, 9, 1-5: iam res Romana adeo erat valida ut cuilibet fini -
timarum civitatum bello par esset; sed penuria mulierum hominis
aetatem duratura magnitudo erat, quippe quibus nec domi spes
prolis nec cum finitimis conubia essent … eqs.), mentre sia Dionigi
di Alicarnasso (2, 31, 1) sia Plutarco ( Rom. 14, 1-2), pur esponen -
do diverse ipotesi, ritengono più verosimile che Romolo mirasse sin
dall’inizio, con il rapimento delle loro donne, a un’alleanza o persi -
no a una fusione con i Sabini. Il passo dei Fasti è posto a confronto
con quello dell’ Ars amatoria (1, 101-134) da Merli 2000, 191:
«Rispetto all’ ars , il tono complessivo è […] più serio e sostenuto, le
potenzialità maliziose insite nella vicenda non vengono accentuate
e la scrittura presenta elementi non riconducibili all’elegia d’amore
soltanto». Dal punto di vista formale e strutturale, si noti ancora
che, se da un lato ha qui inizio, come si è detto, la parte propria -
280 280 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 281
mente narrativa del brano ( iamque… ; cfr. poi iamque ad intro -
durre anche la seconda parte, al v. 203), dall’altro continua in un
certo senso, in questi primi cinque distici, la descrizione del conte -
sto nel quale l’episodio si colloca: prosegue, infatti, senza soluzione
di continuità la sequenza degli imperfetti, che viene interrotta solo
all’inizio del v. 197 ( indolui ), quando all’avvio dell’azione vera e
propria corrisponde il passaggio al perfetto e al presente narrativo
(così anche nella seconda parte nella transizione dal primo distico
[203-204] a quelli successivi [205-228]).
187 iamque loco maius nomen Romanus habebat
È da segnalare la scelta di alcuni editori, tra i quali in particola -
re Merkel (ma solo nella prima edizione), di stampare il secondo
emistichio con un diverso ordo verborum , attestato in alcuni
codici: Romanus nomen habebat . La frase può essere intesa in
due sensi distinti (sebbene il concetto sia, di fatto, lo stesso):
«avevano una fama superiore alle dimensioni del loro territorio»
(«un renom supérieur à l’étendue du lieu», Schilling) oppure,
più concretamente, «una fama che si estendeva oltre i confini del
loro territorio» («a name that reached beyond his city», Frazer);
a sostegno della prima ipotesi si potrebbe forse citare Sil. 4, 130:
maius Carthagine nomen . Ad inizio di distico iamque , qui come
poi al v. 203, introduce la narrazione degli eventi esposti nei distici
rispettivamente seguenti (cfr. il luogo parallelo di Livio [1, 9, 1-5]
cit. supra : iam res Romana adeo erat valida … eqs.; e già supra ,
71-72n.: iam, modo quae fuerant silvae pecorumque recessus, /
urbs erat ); per la correlazione con nec nel pentametro cfr. 5, 534:
iamque decem menses, et puer ortus erat , e gli altri luoghi citati
in ThlL VII.1, 109, 81-110, 6. Romanus è senz’altro un singola -
re collettivo; si noti però che poco più avanti lo stesso vocabolo
significa, al contrario, «un Romano» ( infra , 196n.). Per nomen…
habebat cfr. già supra , 66n.: pudet in paucis nomen habere casis ;
in generale per l’espressione anche rem. 389-390: magnum iam
nomen habemus; / maius erit, tantum, quo pede coepit, eat .
188 nec coniunx illi nec socer ullus erat
Nella congiunzione sarà da vedere una sfumatura avversativa
(«eppure»): cfr. sed nel passo parallelo di Livio (1, 9, 1-5) cit.
supra . Si noti che Marte menziona qui le «mogli» e i «suoceri»
(i due sostantivi si trovano insieme in uno stesso verso anche in
met. 5, 152-153: hac pro parte socer frustra pius et nova coniunx
281 281 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 282
/ cum genetrice favent ), e non i «figli», la cui mancanza doveva
essere, naturalmente, altrettanto – se non più – importante (cfr.
ancora Livio: sed penuria mulierum hominis aetatem duratura
magnitudo erat [1, 9, 1]): così anche nel prosieguo del brano
l’accento batte sull’indignazione suscitata in Marte dallo ‘snobi -
smo’ dei popoli vicini e non sull’effettiva necessità di garantire
alla città appena fondata un futuro a lungo termine. La menzione
ricorrente dei rapporti di parentela, contrapposti gli uni agli altri,
scandisce poi l’intera seconda parte del racconto ( tum primum
generis intulit arma socer [202]; hinc coniunx, hinc pater arma
tenet [210]; quaerendum est viduae fieri malitis an orbae [211];
inter patresque virosque [217]; dant soceri generis accipiuntque
manus [226]). La correlazione nec… nec è già nel luogo parallelo
di Livio: nec domi spes prolis nec cum finitimis conubia essent , ed
è possibile che Ovidio stia esprimendo, con molte meno parole,
grosso modo lo stesso concetto ( coniunx ≈ domi spes prolis ; socer
≈ cum finitimis conubia ).
189-190
È introdotta ora la motivazione che spiega quanto Marte ha ap -
pena affermato: i Romani non avevano mogli (né suoceri) perché
i «ricchi» popoli vicini li disprezzavano in quanto «poveri» e non
credevano che Romolo fosse davvero il figlio di Marte (per i dubbi
avanzati in proposito già dagli storici antichi vd. supra , 11-40n.).
Quest’ultimo concetto è quasi una excusatio non petita da parte
del dio, tesa evidentemente a lasciar intendere che, se invece lo
avessero saputo, di certo non avrebbero rifiutato di dare in spose
ai Romani le loro donne; e si noti come Marte non accenni, nean -
che nei distici seguenti, al fatto, ritenuto evidentemente imbaraz -
zante, che Romolo aveva fatto ricorso, per popolare la città appe -
na fondata, all’istituto dell’ asylum (vd. anche infra , 429-448n.):
circostanza che sarebbe stata, di per sé, sufficiente a giustificare
la riluttanza degli altri popoli a legarsi a loro. Nel resoconto di
Livio – che Ovidio sembra tenere presente – il disprezzo dei popo -
li confinanti si concretizza nel rifiuto, appunto, sprezzante oppo -
sto alle richieste di alleanza e di matrimonio avanzate dallo stesso
Romolo; cfr. Liv. 1, 9, 2-5: tum ex consilio patrum Romulus
legatos circa vicinas gentes misit qui societatem conubiumque
novo populo peterent: urbes quoque, ut cetera, ex infimo nasci;
dein, quas sua virtus ac di iuvent, magnas opes sibi magnumque
nomen facere; satis scire, origini Romanae et deos adfuisse et
282 282 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 283
non defuturam virtutem; proinde ne gravarentur homines cum
hominibus sanguinem ac genus miscere. Nusquam benigne le -
gatio audita est: adeo simul spernebant, simul tantam in medio
crescentem molem sibi ac posteris suis metuebant. Ac plerisque
rogitantibus dimissi ecquod feminis quoque asylum aperuissent;
id enim demum compar conubium fore (si noti che in Ovidio man -
ca stranamente il motivo, presente in Livio, del timore suscitato
nei popoli vicini dalla possibile ascesa di Roma, che pure avrebbe
potuto essere congeniale al narratore: un’altra traccia della na -
tura ‘elegiaca’ del Marte dei Fasti ?). Nella versione di Dionigi di
Alicarnasso (2, 30, 2), invece, più genericamente Romolo consta -
ta che «le città non si sarebbero unite volentieri a loro che si erano
stabiliti da poco, non si distinguevano per ricchezze e non aveva -
no compiuto alcuna opera gloriosa» (trad. L. Argentieri), mentre
in Plutarco ( Rom. 14, 2) si legge che Romolo «vide che la città si
era subito riempita di stranieri, e che solo pochi di loro avevano
moglie, mentre la maggior parte – un miscuglio di gente priva di
mezzi e di origine oscura – era disprezzata e non era in grado di
restare unita saldamente» (trad. C. Ampolo).
189 spernebant generos inopes
Per l’espressione cfr. 2, 657: conveniunt celebrantque dapes vici -
nia simplex ; è, con ogni verosimiglianza, il frutto di una banalizza-
zione il singolare spernebat , che è attestato dai codici del ramo Z e
che si trova sporadicamente in alcune delle edizioni più antiche (e
ora in quella di Pighi). La frase sembra risentire direttamente del
modello liviano, nel quale si legge la stessa voce verbale ( sperne -
bant ); cfr. anche, per inopes (e per nomen di v. 187), magnas opes
sibi magnumque nomen facere in Livio (1, 9, 3). È verosimilmente
reminiscente, invece, del passo in esame Sil. 13, 812-813: hirsutos
cum sperneret olim / gens vicina procos . La iunctura tra il verbo e
il sostantivo si trova anche in Hor. epod. 6, 13: qualis Lycambae
spretus infido gener .
vicinia dives
Il sostantivo, a indicare collettivamente (e per metonimia) «the
people of the neighbourhood, neighbours» ( OLD 2 p. 2265, s.v. , 2;
cfr. ancora Liv. 1, 9, 2: circa vicinas gentes ), può essere soggetto
di un verbo sia singolare sia plurale (vd. supra per la variante
spernebat ). Per l’opposizione tra inopes e dives (si noti il paralle -
lismo tra le due iuncturae di sostantivo e aggettivo) cfr. già Hor.
283 283 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 284
sat. 2, 1, 59: dives, inops, Romae, seu fors ita iusserit, exsul ; inol-
tre, ad es., Claud. 19, 44: te nunc inopem dives amare negat , etc.
190 et male credebar sanguinis auctor ego
Per male credere in questo senso (quasi ‘non credere’; cfr. Serv.
Aen. 4, 8: «male» enim plerumque «non», plerumque «minus» sig-
nificat ) cfr. ad es. met. 12, 115: ante actis veluti male crederet ;
l’espressione ricorre anche, ma con senso diverso (‘far male a cre -
dere’), a 2, 225: male creditis hosti . Per la iunctura , già virgiliana
( Aen. 7, 49: tu sanguinis ultimus auctor ), sanguinis auctor vd.
supra , 98n.: sanguinis auctori tempora prima dedit . Si noti che
la volontà di dimostrare di essere figlio di Marte è quasi un’osses -
sione per il Romolo dei Fasti (cfr. 73-74n.: arbiter armorum , de
cuius sanguine natus / credor et, ut credar, pignora multa dabo ),
curiosamente simile, nell’espressione, a quella di Fetonte per la
propria discendenza dal Sole (cfr. met. 2, 38-39: pignora da, ge -
nitor, per quae tua vera propago / credar ; e 2, 90-91: scilicet ut
nostro genitum te sanguine credas, / pignora certa petis? ); ma la
preoccupazione di Romolo di non essere creduto è qui condivisa
e fatta propria – al contrario di quanto avviene nell’episodio delle
Metamorfosi – anche da suo padre.
191-192
Vengono ora precisate le ragioni del disprezzo riservato dai po -
poli vicini agli abitanti della nuova città, che non erano soltanto
«privi di mezzi» ( inopes [189]), ma erano stati, per di più, dei
semplici pastori fino a poco tempo prima e tuttora non possede -
vano che «pochi iugeri di terreno incolto» (e dunque: non solo
«poca» terra, ma anche «incolta»). Si noti come il disprezzo, in
particolare, per la vita che Romolo e Remo avevano condotto
prima della fondazione di Roma trovi rispondenza nel sentimen -
to di vergogna provato dagli stessi gemelli dopo aver appreso la
propria origine divina: ut genus audierunt, animos pater editus
auget / et pudet in paucis nomen habere casis ( supra , 65-66n.;
cfr. qui in stabulis habitasse ).
191 in stabulis habitasse
Agli infiniti perfetti habitasse e pavisse è da conservare il valore
di passato: l’esametro si riferisce infatti al periodo precedente la
fondazione della città, il pentametro ( iugera… pauca tenere ) alla
situazione attuale. Il sostantivo (per il quale cfr. Liv. 1, 4, 7: ab eo
284 284 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 285
[sc. Faustolo ] ad stabula Larentiae uxori educandos datos ) indica
qui precisamente gli «ovili», nei quali Romolo e Remo «avevano
abitato» insieme alle pecore (sembra comunque che il termine po -
tesse indicare anche le dimore dei pastori: OLD 2 p. 1999, s.v. , 1:
«app. also accommodating shepherds»).
et oves pavisse nocebat
Per la iunctura cfr. 1, 204: pascebat… suas ipse senator oves ;
Pont. 1, 8, 52: ipse velim baculo pascere nixus oves , etc. L’effetto
di ripetizione fonetica prodotto dalla sequenza dei due infiniti per -
fetti (collocati entrambi a fine frase e dopo cesura: con riecheggia-
mento, quindi, anche ritmico) potrebbe essere teso ad esprimere
l’insofferenza del narratore Marte per quei ‘luoghi comuni’, che
Romolo e la sua gente si trovavano a dover, appunto, ripetutamen -
te ascoltare. Per la costruzione di noceo con l’infinito cfr. ad es.
met. 1, 662: nocet esse deum ; 9, 478: nocet esse sororem , etc.
192 iugeraque inculti pauca tenere soli
L’espressione riecheggia certamente e rovescia, cambiando di se -
gno i due aggettivi, Tib. 1, 1, 2: et t eneat culti iugera multa soli
(ripreso da Ovidio anche in Pont. 4, 9, 86: et teneat glacies iugera
multa freti ; ma qui ci potrebbe essere non soltanto reminiscenza
verbale, ma forse anche allusione al motivo tibulliano della con -
trapposizione tra ricchezza e povertà); cfr. inoltre am. 3, 15, 11-
12: Sulmonis aquosi / moenia, quae campi iugera pauca tenent ,
etc. I «pochi iugeri» sono, invece, verosimilmente reminiscenti di
Verg. georg. 4, 127-128: Corycium vidisse senem, cui pauca relicti
/ iugera ruris erant , mentre il verso ovidiano è a sua volta richia -
mato da Mart. 1, 116, 2: culti iugera pulchra [v.l. pauca ] soli ; e 6,
16, 2: iugera sepositi pauca tuere soli (cfr. anche Eleg. in Maecen.
1, 34: pauca… pomosi iugera certa soli , etc.). L’aggettivo ricorre
nei Fasti in contesti simili; cfr. 1, 243-244: hic, ubi nunc Roma est,
incaedua silva virebat, / tantaque res paucis pascua bubus erat ;
3, 66n.: in paucis… casis ; 5, 93-94: hic, ubi nunc Roma est, orbis
caput, arbor et herbae / et paucae pecudes et casa rara fuit .
193-194
Dopo due distici nei quali Marte spiega le ragioni per le quali gli
altri popoli rifiutavano di unirsi in matrimonio ai Romani (189-
192), il dio lascia ora, in questo distico e nel successivo, libero
sfogo all’indignazione suscitata in lui da un simile affronto: in -
285 285 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 286
dignazione che spiega a sua volta la scelta di indurre suo figlio a
risolvere la situazione con le armi (197-198: indolui patriamque
dedi tibi, Romule, mentem… eqs.). In particolare, a indignare
Marte è il fatto che nessuna donna voglia sposare un Romano
(196), sebbene il diritto ad accoppiarsi e a procreare non venga
negato neanche agli uccelli e agli animali feroci (193), ai serpenti
(194) e ai popoli più remoti (195). Nel loro insieme i due distici
costituiscono una variazione del brano sullo stesso tema presente
nell’ Ars amatoria (2, 481-488): ales habet, quod amet; cum quo
sua gaudia iungat, / invenit in media femina piscis aqua; / cerva
parem sequitur, serpens serpente tenetur, / haeret adulterio cum
cane nexa canis … eqs., ripreso anche – con altro senso – in met. 9,
731-734: nec vaccam vaccae, nec equas amor urit equarum: / urit
oves aries, sequitur sua femina cervum. / Sic et aves coeunt, inter -
que animalia cuncta / femina femineo conrepta cupidine nulla est
(cfr. anche, per il motivo, met. 10, 324-328; fast. 4, 97-106; e già
Lucr. 4, 1197-1206; Verg. georg. 3, 242-265, etc.).
193 cum pare quaeque suo coeunt
L’espressione torna altre due volte, con lo stesso senso, nei Fasti ,
a 3, 526n.: accumbit cum pare quisque sua ; e 4, 98: docuit iungi
cum pare quemque sua (cfr. anche ars 2, 483, cit. supra ); qui
però, coerentemente con il contesto del brano, il soggetto è al fem -
minile e il complemento indiretto al maschile, mentre non occorre
forse pensare che il testo ovidiano sia qui reminiscente, per con -
trasto, di Liv. 1, 9, 5: id enim demum compar conubium fore (vd.
supra , 189-190n.). Anche la scelta del verbo coeo , usato senz’altro
nel senso di «to have sexual intercourse» ( OLD 2 p. 375, s.v. , 2), è
funzionale al contesto, dal momento che, come si legge subito dopo
nel pentametro, scopo dell’unione ricercata dai Romani era anche
quello di poter procreare (cfr. ancora 4, 99-100: quid genus omne
creat volucrum, nisi blanda voluptas? / Nec coeant pecudes, si levis
absit amor ); si noti anche la blanda figura etimologica prodotta
dall’uso congiunto del verbo e della preposizione cum .
volucresque feraeque
L’espressione è lucreziana; cfr. Lucr. 2, 343-344: feraeque / et
variae volucres ; 3, 880: volucres… feraeque ; 4, 1197: volucres ar -
menta feraeque (anche qui in contesto erotico-riproduttivo); e già
Pacuv. trag. 198-199 R. 2 : ferae / volucresque ; in Ovidio ad es. met.
7, 185: homines volucresque ferasque ; 10, 143-144: in… ferarum
286 286 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 287
/ concilio medius turba volucrumque sedebat . Per la clausola cfr.
invece, oltre a met. 7, 185, Lucan. 3, 223; 10, 158; Stat. Theb. 7,
404; silv. 5, 4, 3. La collocazione dei due sostantivi al termine del
verso e della frase, così come quella di anguis quasi alla fine del
pentametro, è verosimilmente enfatica (quasi a voler implicita -
mente dire: « persino gli uccelli e le fiere»).
194 atque aliquam de qua procreet anguis habet
La frase insiste sul ‘diritto’ di ogni essere vivente di sesso maschi -
le ad «avere» una compagna con la quale «procreare», facendo
dunque pendant con l’esametro, nel quale era evocato viceversa il
‘dovere’ delle femmine ad «accoppiarsi» con i loro simili. Questa è
l’unica occorrenza del verbo procreo in tutto il corpus delle opere
ovidiane. La menzione congiunta di «fiere», «uccelli» e «serpenti»
si incontra ad es. in met. 11, 21: innumeras volucres anguesque
agmenque ferarum ; e 11, 639: fit fera, fit volucris, fit longo corpore
serpens ; ma qui la sequenza volucres… ferae… anguis è tesa, con
ogni verosimiglianza, a configurare una climax . Per la necessità
di avere una discendenza come scopo del ratto delle Sabine cfr.,
oltre a Liv. 1, 9, 1 (cit. supra , 189-190n.), anche fast. 2, 431-434:
« quid mihi » clamabat « prodest rapuisse Sabinas » / Romulus…
/ « si mea non vires, sed bellum iniuria fecit? / Utilius fuerat non
habuisse nurus ».
195-196
Dopo il paragone con il mondo animale nel distico precedente, ora
Marte prosegue affermando, con pari indignazione, che anche ai
«popoli più remoti» è data l’opportunità di unirsi in matrimonio
(ma vd. subito infra per il senso esatto dell’espressione), mentre
non si trovava una sola donna che fosse disposta a sposare «un
Romano» (ma la contrapposizione è anche, più in generale, con
quanto il dio ha affermato in precedenza: a suo figlio e al suo
popolo viene negato, insomma, ciò che è concesso ‘persino’ agli
animali e ai popoli più remoti). Viene da chiedersi se non possa
essere implicita una qualche ironia nel fatto che Marte, famoso co -
me amante più che come marito esemplare, si lamenti che nessuna
donna voglia sposare suo figlio. Per il diritto di connubio che si
concedeva ai popoli confinanti cfr. quanto si legge poco più avanti
nel resoconto liviano (4, 3, 4): conubium petimus, quod finitimis
externisque dari solet .
287 287 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
F AS T OR VM LIBER III 288
195 extremis dantur conubia gentibus
La variante externis del codice D e di altri testimoni minori (ne -
anche segnalata in apparato, ad es., dagli editori teubneriani o da
Schilling) è stampata ora isolatamente da Heyworth, sulla scorta
del confronto con Verg. Aen. 6, 94; 7, 98 e altri luoghi del poema
virgiliano nei quali si parla di externi generi : «O. thus sets up a
humorous contrast between the local Romulus and the immigrant
Aeneas – offered a wife as soon as he arrives in Latium» (120). Si
può aggiungere che lo scambio tra i due termini è avvenuto anche
a met. 2, 254; trist. 3, 3, 13; 3, 14, 11; Pont. 1, 3, 49 (vd. ThlL
V.2, 1997, 2-4); e che in difesa di externis si può citare ancora
Liv. 4, 3, 4: conubium… quod finitumis externisque dari solet –
ma forse extremis , inteso come iperbole, rimane, nel complesso,
più pertinente nel contesto immediato del distico; per i Sabini,
inoltre, i Romani erano effettivamente externi (cfr. Orat. imp.
Claud. [ CIL XIII, 1668] I, 11: Numa… ex Sabinis veniens, vicinus
quidem, sed tunc externus ), e dunque con externis il pa radosso
qui ricercato da Marte risulterebbe, di fatto, notevolmente smus -
sato. Per extremis… gentibus , dove il superlativo ha valore evi -
dentemente dispregiativo («subest notio fastus contemptionisque
[…], sc. cum is, qui a Roma longissime absit, a cultu quoque et
humanitate alienissimus iudicetur» [ ThlL V.2, 2000, 60-62]), cfr.
Prop. 1, 1, 29: ferte per extremas gentis et ferte per undas ; Manil.
1, 227: sera… in extremis quatiuntur gentibus aera ; Cic. Verr. II
5, 166: apud ignotos, apud barbaros, apud homines in extremis
atque ultimis gentibus positos ; anche ad es. trist. 3, 3, 13: lassus in
extremis iaceo populisque locisque . Appare preferibile, per il senso
generale del passo, considerare il nesso un dativo (così, in genere,
gli interpreti), ma non è escluso che possa essere, in alternativa,
un ablativo («tra i popoli più estremi»). Per conubium dare cfr.
Culex 247: dedit conubia mortis ; Stat. silv. 3, 4, 54: plena dederat
conubia dextra , etc.; il sostantivo si legge ben quattro volte nel
resoconto di Livio (1, 9, 1: nec cum finitimis conubia essent ; 1, 9,
2: qui societatem conubiumque novo populo peterent ; 1, 9, 5: id
enim demum compar conubium fore ; 1, 9, 14: patrum id superbia
factum qui conubium finitimis negassent ).
195-196 at quae / Romano vellet nubere
Si noti la collocazione notevolmente rilevata di Romano , dopo
enjambement e ad inizio di verso, dunque in parallelismo – non
a caso – con extremis , ad amplificare ulteriormente la contrappo -
288 288 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
COMMENTO 295
mai altrove in poesia augustea, dove l’unica occorrenza non ovi -
diana di intumesco (che in Ovidio conta 12 occorrenze in tutto) è,
con significato letterale, Hor. epod. 16, 52: neque intumescit alta
viperis humus .
et quos dolor attigit idem
L’espressione – per la quale cfr. L iv. 1, 10, 2: Caeninenses
Crustuminique et Antemnates erant, ad quos eius iniuriae pars
pertinebat – allude alle altre città coinvolte nella vicenda oltre a
Curi. Il sostantivo dolor , che richiama indolui di 197n., è inteso
da alcuni alla lettera, in riferimento dunque al sentimento prova -
to dai popoli che avevano subito il ratto («allen, die der gleiche
Schmerz traf», Bömer; «chez tous ceux qui furent frappés par le
même chagrin», Schilling), da altri come metonimia per la causa,
cioè il ratto stesso («all who suffered the same wrong», Frazer);
il termine può avere, comunque, anche il senso più specifico di
«ira, indignatio» ( ThlL V.1, 1841, 25-1842, 39), come ad es. in
Liv. 1, 40, 4: iniuriae dolor… eos stimulabat . Ad ogni modo in
questione è qui certamente l’onta del ratto, ma l’espressione po -
trebbe anche presupporre implicitamente la preoccupazione più
generale delle città vicine per la crescita del potere di Roma (cfr.
Dion. Hal. 2, 32, 2: «le prime città a muovergli guerra furono
Cenina, Antemne e Crustumerio, portando come pretesto il rapi -
mento delle donne e il fatto che non avevano ottenuto giustizia al
riguardo, ma in realtà perché erano preoccupate dalla fondazio -
ne e dalla crescita di Roma, che in breve era diventata popolosa,
e non volevano stare a veder nascere un male vicino e dannoso
per tutti», trad. L. Argentieri). Per la iunctura cfr. Cic. fin. 3 ,
5, 16: ante, quam voluptas aut dolor attigerit ; Tusc. 3, 25, 59
(= carm. frg. 42, 1-2 Bl.): mortalis nemo est quem non attingat
dolor morbusque , etc.
202 tum primum generis intulit arma socer
Con la significativa eccezione di Bömer (156-157), la critica ri -
tiene in modo pressoché unanime che la frase intenda presentare
lo scontro tra Romani e Sabini, già apparentati gli uni agli altri,
come ‘scena originaria’ delle guerre civili e in particolare del con -
flitto tra Cesare e Pompeo (dal momento che quest’ultimo aveva
sposato la figlia del primo, Giulia minore; cfr. Verg. Aen. 6, 830-
831: aggeribus socer Alpinis atque arce Monoeci / descendens,
gener adversis instructus Eois ): le parole tum primum non espri -
295 295 03/12/24 11:06 03/12/24 11:06
[Document text truncated for crawler view.]