Jono Jablonskio dėmesys stiliui
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REGINA KOŽENIAUSKIENĖ
Università di Vilnius
L’ATTENZIONE DI JONAS JABLONSKIS ALLO STILE
INTRODUZIONE
Nella prefazione alla stilistica della lingua lituana, Juozas Pikčilingis scrive: «Nel cercare di capire da chi convenga imparare lo stile, lo sguardo si rivolge anzitutto alle stesse fonti a cui si è ispirato Jonas Jablonskis» (Pikčilingis 1971: 3). Occorre aggiungere che lo sguardo dello stilista è rivolto non solo alle stesse fonti, ma soprattutto agli scritti di Jonas Jablonskis.
E in effetti, gli studi di stilistica di J. Pikčilingis sono ricchi di citazioni, esempi, correzioni e revisioni di J. Jablonskis. Gli scritti di J. Jablonskis furono per lui una vera scuola di stilistica pratica: «Come stilista, mi capita continuamente di tornare a lui e verificare se sto seguendo la strada giusta...» (Marčiulionytė 1991: 23).
J. Pikčilingis ha più volte riconosciuto il contributo di J. Jablonskis alla stilistica in conferenze, trasmissioni televisive, rubriche radiofoniche e interviste1. L’ultima volta lo ha onorato con l’articolo commemorativo «Che essa, la coscienza della lingua, continui a vivere» (Pikčilingis 1990: 5–6), dedicato al 130º anniversario della nascita del creatore della lingua comune.
Be J. Pikčilingio, apie J. Jablonskio pažiūras į stilių yra rašę Jonas Palionis (1959: 43–47), Arnoldas Piročkinas (1975: 4–11; 2000: 162–163), o apžvalginėje monografijos dalyje „Apie lingvistinės lietuvių stilistikos formavimąsi“ – Vaida Knabikaitė (2006: 50–63). Tačiau J. Jablonskio atliktų darbų mastas toks didelis, o stilistų tyrimai tokie fragmentiški ir epizodiški, kad jų laukia dar gana daug darbų. J. Jablonskio dėmesys stiliui atsiskleidžia įvairiais aspektais: 1) praktinės stilistikos, t. y. stiliaus kultūros; 2) minties logikos ir stiliaus santykio; 3) kalbos etikos, iš jos – ir etinės stilistikos. Kiekvienas iš jų galėtų būti medžiaga atskirai temai. Antra vertus, dėmesio nusipelno ir paties J. Jablonskio rašymo stilius, buvęs pavyzdžiu to meto rašytojams – ne tik literatams, bet ir laikraštininkams, vertėjams, recenzentams, vadovėlių autoriams. Iš minėtų aspektų straipsnyje paminėsiu tik vieną kitą ryškesnį kalbininko dėmesio stiliui ženklą. Pamė-
1 Apie tai yra sakęs interviu pats J. Pikčilingis (žr. Marčiulionytė 1991: 23).
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cercheremo di descrivere anche lo stile dello stesso J. Jablonskis (a quanto pare, in generale non se ne è ancora scritto).
Le interpretazioni di J. Jablonskis, ponderate logicamente e concise, di questa o quella espressione, e l’attenta polemica con gli scrittori inducono a ritenere che egli riconoscesse criteri non solo di correttezza e logicità linguistica, ma anche di eleganza stilistica, nonché principi generali dei requisiti dello stile. Al normatore della lingua comune stavano a cuore la correttezza e la purezza della lingua, ma anche la precisione, la chiarezza, la scorrevolezza, la vivacità e la concisione. Tutte le caratteristiche linguistiche menzionate da J. Jablonskis – scorrevole, chiara, ampiamente comprensibile, decorosa, possibile – sono anche caratteristiche generali di una lingua stilisticamente efficace.
L’atteggiamento di J. Jablonskis verso le correzioni stilistiche emerge da una o dall’altra osservazione o da un commento più ampio: «la correzione di una o dell’altra frase o parola estrapolata dal testo, senza il testo stesso, sembra avere ben poco valore per il lettore» (JablR IV 1935: 222); «Nei miei esempi linguistici raccolti vi sono parecchie parole [...] che qui, nello scritto in questione, sono semplicemente usate fuori posto. Quelle parole, di per sé, si usano nella lingua» (JablR IV 1935: 328); «a tal fine occorrerebbe conoscere nel modo migliore anche i dialetti dell’intera lingua parlata» (JablR IV 1935: 114). «Un autore che voglia essere compreso dal lettore, quando scrive il proprio testo deve sapere anche a chi si rivolge. Deve scrivere in modo accessibile alle persone poco istruite; scrivendo a una persona più istruita, può anche ricorrere a espressioni più complesse e ricercate...» (JablR V 1936: 37). Questi commenti possono essere intesi come una spiegazione dei fattori oggettivi dello stile: nella scelta, nell’uso o nella proposta di determinati mezzi linguistici e stilistici è importante tenere conto del contenuto dell’intero testo, del suo contesto e della situazione comunicativa, dell’ambito d’uso della lingua e del destinatario, della sua età e istruzione. Cfr. «Quando l’autore [Jonas Jablonskis] recensisce un manuale scolastico, naturalmente esprime spesso la propria opinione sulla sua adeguatezza anche dal punto di vista pedagogico...» (Balčikonis 1935: VII). Inoltre, J. Jablonskis riconosce che il redattore deve comprendere bene il pensiero dell’autore ed è importante che, correggendo il testo, non lo deformi. Queste osservazioni sono pertinenti anche per la scienza della stilistica linguistica dei nostri giorni.
CRITICA DEL PENSIERO ILLOGICO
J. Pikčilingis iniziò uno dei capitoli più ampi di Lietuvių kalbos stilistikos, «Requisiti generali di una lingua stilisticamente efficace», con la sottosezione «La cultura linguistica è cultura del pensiero», ossia con il pensiero logico, la chiarezza e la precisione linguistica quali fondamenti di un buon stile, basandosi essenzialmente sulle correzioni di J. Jablonskis e citando
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idee fondate sul suo pensiero critico. I contemporanei che conobbero J. Jablonskis sottolineano la sua ferrea logica: «Negli allievi prestava particolare attenzione allo sviluppo del ragionamento logico.» (Jokantas 1921: 541); «Naturalmente il suo atteggiamento era critico in ogni ambito, perché era un uomo dotato di grande logica, che aveva visto e riflettuto molto.» (Smetona 1930: 44).
Anche nelle opere d’arte, come diceva J. Jablonskis, nelle favole inventate, deve essere preservata la logica del contenuto del pensiero; le immagini devono essere convincenti, non allontanarsi dalla realtà. Qui vale la pena ricordare che aveva completato gli studi di filologia classica e studiato la retorica antica, nella quale si esalta una delle caratteristiche più importanti della lingua di un testo: la verità, la correttezza (lat. veritas), la verosimiglianza (lat. veri similis).
Avendo trovato nel libro di lettura un testo erroneo sulle api, il linguista spiega pazientemente che le api «non si riempiono “il pancino del proprio miele”, non versano nulla “attraverso il loro tubicino” e non distribuiscono nulla alle loro sorelline!... Parliamo anche ai bambini in modo diretto, ma scriviamo il manuale in modo che i bambini ci capiscano e che sia salutare per loro l’insegnamento che impartiamo» (JablR II 1933: 224). Come mostra questo esempio, la vigilanza del recensore, il suo pensiero logico e la ricerca della verità non si lasciano cullare dai vezzeggiativi (pancino, tubicino, sorelline). Trovando nello stesso libro la frase «l’aquila si fa il nido tra le querce», J. Jablonskis vi rileva ben due deviazioni e scrive che in un manuale scolastico non si può assolutamente dire così: uccelli del genere non intrecciano, ma «costruiscono o in qualche altro modo si fanno i nidi; inoltre, l’aquila si costruisce il nido soltanto in luoghi lontani, su alte rocce, dove, a quanto pare, non ci sono nemmeno querce» (JablR II 1933: 225).
Seguendo la tradizione di J. Jablonskis, J. Pikčilingis scrive: «prima di correggere stilisticamente una frase, bisogna verificarla in base ai requisiti del ragionamento logico, altrimenti tutta la “rifinitura” stilistica può risultare priva di senso» (Pikčilingis 1971: 36). Naturalmente, non è opportuno «forzare artificialmente ogni enunciato sul letto di Procuste della logica [...]. La lingua non sempre ama un eccesso di logicizzazione. Soprattutto là dove svolge una funzione di impatto emotivo» (ibid., 42), cioè nelle opere artistiche.
LA REVISIONE DEI TESTI LETTERARI
J. Jablonskis correggeva soprattutto gli errori linguistici dovuti all’influenza delle lingue slave (russo, polacco). In più di un articolo il linguista indica le cause oggettive di tali errori. Rivolgeva queste parole a Vincas Krėvė-Mickevičius, Juozas Tumas-Vaižgantas, Faustas Kirša e ad altri scrittori: gli scrittori lituani
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si sarebbero allontanati dalla lingua della propria gente perché avevano studiato in scuole russe, parlavano e scrivevano in russo o in polacco e si erano abituati a esprimere i propri pensieri con locuzioni della letteratura russa e, in alcuni casi, con fraseologia polacca. Più d’uno aveva vissuto e lavorato a lungo in Russia: «là aveva avuto anche occasione di dimenticare parecchio di quegli elementi estranei» (JablR IV 1935: 335). Correggendo una gran quantità di errori ortografici, di punteggiatura, grammaticali e lessicali (singole unità lessicali e sintagmi), il linguista affrontava anche questioni di peculiarità della lingua e di stile, senza tuttavia trattarle separatamente.
La peculiarità della lingua lituana, inseparabile dal senso della lingua materna e dello stile, emerge con particolare evidenza nella traduzione da una lingua straniera alla propria: «Il linguista potrebbe qui soffermare lo sguardo sullo stile di due nostri scrittori e considerare quanto tutta questa traduzione sia espressa, per quanto possibile, con parole e frasi della nostra lingua» (JablRR II 1959: 416), scrive J. Jablonskis a proposito della traduzione di Petras Vaičiūnas, riveduta da Krėvė. In un’altra recensione, parlando dell’opera di Skvorcov tradotta da B. Grigai ty tė Nuostabūs skruzdės gyvenimo atsitikimai, J. Jablonskis lamenta la mancanza di vivacità linguistica: il lettore, «avendo davanti a sé una “traduzione”, dovrebbe sentirsi del tutto a casa, alle prese con un testo destinato direttamente ai bambini lituani, alla nostra gente» (JablRR II 1959: 241–242). Voleva che la traduzione fosse un lavoro tale da «far onore al maestro» (JablRR II 1959: 292), perciò correggeva pazientemente ogni asperità della traduzione e ne migliorava lo stile. Teneva sempre presente anche il destinatario a cui la traduzione era rivolta. Per esempio, non condannava le parole internazionali o dialettali, ma diceva che bisognava saperle usare appropriatamente: «solo là dove non possiamo farne a meno» (JablR IV 1935: 144). «La traduttrice può prediligere o usare certe paroline del proprio dialetto, incomprensibili a molti, ma non dovrebbe comunque infilarle a forza in una traduzione destinata alla scuola: renderebbero più difficile la comprensione del testo» (JablRR II 1959: 243). In un’altra recensione scriveva in modo analogo, dal punto di vista stilistico, anche sull’uso delle parole internazionali: senza quelle «spine nocive», le frasi sarebbero state molto più chiare, comprensibili, vivaci, umane per gli alunni…
J. Jablonskis criticava un grave difetto dei testi tradotti: la traduzione letterale. Il linguista insegnava a tradurre il pensiero, non le parole; applicava questo principio soprattutto alla fraseologia. Lui stesso rendeva vari sintagmi con notevole inventiva e stile, ricorrendo a costruzioni lituane. Lo si può dedurre dal libretto russo di M. Bogdanov, da lui tradotto nel 1908, Visuomenės įnamiai. Eccone alcuni esempi: zabrošennaja dereuška – menkiausias kaimelis; kruglyj god – ištisi metai; mucha-babucha – muselė-pasiutėlė; durak-durakom – kaip koks vėpla; važnoje lico – didelis daiktas; suščij vzdor – tušti plepalai ecc. «In quelle traduzioni era davvero racchiusa tutta la scienza linguistica di J. Jablonskis [...]; la traduzione di espressioni fraseologiche e di
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sintagmi specifici dimostra la capacità del traduttore di comprendere lo spirito sia della lingua straniera sia della propria. Qui la traduzione letterale è ciò che più di tutto va evitato…» (Vasili auskaitė 1970: 154–155).
A J. Jablonskis sembravano da correggere persino alcuni fraseologismi ormai affermatisi: laužyti rankas: laužydama rankas (= grąžydama rankas) sako... (JablR IV 1935: 327), iš proto išeiti (= iš galvos išeiti) (JablL 1985: 28, 29). Nella Skirgaila di Krėvė gli diede fastidio il fraseologismo Skirgailojeturėti omenyje (= turėti galvoj, akivaizdoj): «Hai in mente quel tedesco?» (JablR IV 1935: 327). I fraseologismi laužyti rankas, iš proto išeiti, turėti omenyje, sebbene in effetti siano calchi, si trovano sia nel folklore sia nelle opere dei migliori scrittori2. Di norma, infatti, nei fraseologismi non si correggono gli elementi stranieri, neppure le parole non del tutto comprensibili, né si interviene sulla sintassi scorretta. J. Jablonskis, invece, correggeva anche aspetti di questo tipo. Per esempio, come osserva A. Piročkinas (2000: 153), nel rivedere Vaižgantas, J. Jablonskis modificò il sintagma viso svieto pirkl ys in viso pasaulio pirklį.
Testo di Vaižgantas
Testo corretto da J. Jablonskis
Non frinsero nemmeno i grilli. Tepl aveno quella grande falena nera. Abituati a vedere che un qualunque lavoro fa vibrare le onde dell’aria e produce un suono, quel bebalsis plav enimas delle grandi ali, kai anche una mosca, volando nell’aria, zvembia, accresceva ancora di più l’orrore del silenzio e suscitava ancor più l’immaginazione dei bambini, trasportandola nel mondo degli spettri che comincia qui, intorno al tumulo di Valiulis; attraverso di esso si entra in quel regno incantato dove gli spiriti giacciono immobili, vivi o morti. E dove, anche quando corrono, non sai se abbiano uno scopo o no, se calpestino il suolo con gyvom ar negyvom kojom; con ali vygais o prive di vita, volteggiano nell’aria come quella falena gedulo.»
Non frinsero nemmeno i grilli. Una falena nera tepleveno con le grandi ali. Quel bebalsiškas jo plevenimas — abituati a vedere e a sentire che qualsiasi azione fa vibrare le onde dell’aria e produce un suono, kaip anche una mosca, volando nell’aria, zvimbia — accresceva ancora di più l’orrore del silenzio e sollevava ancor più l’immaginazione dei bambini verso il mondo degli spettri, che comincia qui intorno al tumulo di Valiulis: attraverso di esso si entra in quel regno incantato dove gli spiriti giacciono immobili, vivi o morti, e dove, anche quando corrono, non sai se abbiano uno scopo o no; con gyvomis ar negyvomis kojomis calpestano il suolo; con ali gyvais o senza vita volano nell’aria come quella falena gedulio. (JablRR II 1959: 403)
2 Pavyzdžiui, Frazeologijos žodynas (FŽ 2001: 570) teikia tokius laužyti rankas (reikšme „labai sielvartauti“) pavyzdžius: Taip nelaužyk sau rankų, kaip beržo šakas kad laužo užrūstintas vėjas Mair. Tik Zubrys vienas netylėjo, baltas rankas laužė Krėv. Laužo baltas rankeles jau-nopi martelė ir gailias ašaras lieja Vien. Labiausiai verkė jauna mergelė po sodą vaikščiodama, rankeles laužydama Tvr. Motina rankas laužė, o vaiko jau nėr Grv.
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A questo punto sarebbe utile dare uno sguardo al tentativo di J. Jablonskis di correggere il testo di Vaižgantas. Alcune frasi di Vaižgantas da lui revisionate sono già state discusse da J. Palionis, A. Piročkinas e V. Knabikaitė; qui presento dunque un brano del testo di Vaižgantas non ancora analizzato. L’individualità e l’originalità di questo scrittore furono riconosciute anche dallo stesso J. Jablonskis: «Si distingue dagli altri anche per il suo stile» (JablRR II 1959: 399).
Si vede che persino dopo gli interventi piuttosto cauti di J. Jablonskis sul testo sono scomparsi i parallelismi anaforici di Vaižgantas: all’inizio delle frasi, nečiRškė / teplav(en)o; non sono rimaste le care forme dialettali teplaveno, plavenimas3. Anche la scelta dei sinonimi desta perplessità. Per esempio, la parola di Vaižgantas lakioja è più delicata, più poetica (quando si parla del mondo di fantasmi leggeri, eterei, creati dall’immaginazione); probabilmente si adatta meglio del neutro skraido. Inoltre, lakioja, trisillabo, chiude ritmicamente meglio la fine dell’intero paragrafo rispetto a skraido, bisillabo. L’espressione oru skraido non sembrerebbe adatta per scrivere del «falco del lutto», che bebalsis plavena, perché dopo la correzione si ode ormai l’allitterazione rumorosa dei suoni r, r (oru skraido). Anche la punteggiatura corretta (alla quale J. Jablonskis dedicava la massima attenzione) cambia l’intonazione della frase. Per esempio, modificando l’ordine delle parole (kur guli nejuda, gyvos ar negyvos, dv asios) ed eliminando il punto interrogativo, scompare il dilemma intrigante: kur dvasios guli nejuda: gyvos ar negyvos? Ciò che più intriga il lettore, ciò che gli toglie il fiato (gyvos ar negyvos?), Vaižgantas lo colloca, con piena ragione, alla fine della frase, mantenendo così più a lungo la curiosità del lettore; qui il punto interrogativo è davvero necessario: è «simbolo dell’espressione e della rappresentazione di dubbi, di varie riflessioni tormentose [...], di pensieri enigmatici» (Abaravičius 2002: 168). Nel testo revisionato, in questo caso, scompare il mistero delle fantasticherie di Vaižgantas, l’efficacia persuasiva del racconto estetico.
Sono stati corretti lessico, sintassi e morfologia, ordine delle parole, ortografia e punteggiatura, certamente non solo per ragioni di correttezza: J. Jablonskis mirava, a quanto pare, a una maggiore chiarezza, fluidità e vivacità del pensiero. Le correzioni furono poche e timide; tuttavia, come mostra questo brano non breve del testo di Vaižgantas, l’intervento di J. Jablonskis modificò il modo di esprimersi dello scrittore. «Lo stile è l’insieme dei mezzi espressivi caratteristici di un autore e la loro ricorrenza; è il modo di trasmettere pensieri e sentimenti, che emerge nella scelta delle parole, nel loro uso e nelle peculiarità del loro collegamento in frasi.» (Pikčilingis 1971a: 6).
Per sua stessa ammissione, J. Jablonskis non amava intervenire nello stile degli scrittori: «tendo a lasciare la questione dello stile agli scrittori stessi, – il più delle volte per me
3 Cfr. il testo di J. Balčikonis: Žmonės manė, kad ten gulbė plaveno sparnais (LKŽ X 118).
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pati stiliaus kalba terūpi“ (JablR V 1936: 72), tačiau, kaip matėme, net mažiausias žodžių tvarkos pakeitimas keičia rašytojo stilių. Štai, rodos, be reikalo pataisytos net ir daugiskaitos įnagininko galūnės gyvomis ar negyvomis kojomis, nes nebelieka šnekamojo stiliaus intonacijų: plg. gyvom ar negyvom kojom. Nekeliantis abejonių dalykas čia yra J. Jablonskio pastebėta teksto rinkėjų klaida: vygais / gyvais, gal dar nekliūva redaktoriaus prirašytas žodis žemę [mina], nors ir be jo mintis visiškai aiški, todėl belieka pritarti J. Palioniui, kad „[...] savaip perdirbdamas, perstilizuodamas atskirus Vaižganto sakinius, vietomis kiek nublandkino originalų „vaižgantišką“ stilių [...], šitoks tų sakinių pertvarkymas (dalyvinių ar padalyvinių lyčių įvedimas, kai kurių žodžių pakeitimas ir kt.) kiek modifikavo ir patį Vaižganto stilių: perstilizuotieji sakiniai jau nebe tokie glausti ir išraiškingi, jau nebe tokie „vaižgantiški“ (Palionis 1959: 46–47). Panaši ir A. Piročkino nuomonė: „Jablonskis labai rūpestingai ieškojo stilistiškai adekvačių norimai išreikšti minčiai, piešiamam vaizdui pakaitalų. Tačiau ne visada jam tai pavyko padaryti [...]. Apskritai reikėtų pasakyti, kad kiekvienas redaktoriaus įsikišimas į tokio rašytojo kaip Vaižgantas kalbą yra įsikišimas ir į stilių.“ (Piročkinas 2000: 162).
Che J. Jablonskis non fosse sempre sicuro delle correzioni apportate ai testi di alcuni letterati (per lo più traduzioni, non testi originali) è dimostrato anche dai commenti che le accompagnavano, sarebbe più adatto, mi pare, e così via. Consapevole di quanto sia difficile definire il confine tra appropriato / inappropriato, per esempio, nel caso delle correzioni al Skirgaila di Krėvė, scrive: «Se l’autore o qualcun altro non fosse davvero d’accordo con alcune mie correzioni di questo passo e volesse discuterne pubblicamente con me, potrei anche giustificare quelle correzioni oppure, se necessario, ritirarle o cedere in qualche punto e magari concordare con il mio “avversario”.» (JablRR II 1959: 312).
Ciò nonostante, non potremmo in alcun modo affermare che J. Jablonskis non abbia contribuito a migliorare lo stile degli scrittori. Anche se offesi e in disaccordo con le correzioni, gli scrittori erano spinti a discutere e a cercare la parola lituana più precisa, vivace e chiara, la costruzione sintattica lituana più adatta, a riflettere meglio e a prestare maggiore attenzione a cosa e a come scrivere.
Con cortesia e tatto, J. Jablonskis ricordava agli scrittori di accettare almeno le correzioni con cui concordavano; inoltre, con la sua lingua corretta e il suo stile impeccabile, disciplinava senza dubbio i letterati che amavano un’eccessiva libertà e scrivevano «senza alcun vincolo». Nelle parole del linguista, licentia poetica (JablR IV 1935: 304) non può sostituire le regole linguistiche neppure in poesia:
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«Consiglio al traduttore di mettersi finalmente a studiare seriamente anche la propria lingua: senza lingua non c’è letteratura...» (JablR IV 1935: 305). In Švietimo darbe (1924, n. 12), parlando della traduzione non particolarmente riuscita del Faust di Kirša (la Vitolio rauda di J. I. Kraševskis), J. Jablonskis ricava, con una domanda retorica, un’analogia degna della penna di uno stilista: «Concludendo la mia recensione, pongo una domanda al traduttore: come giudicherebbe il lavoro di un pittore da cui si vede che il pittore ignora e non si preoccupa di conoscere il significato dei colori nella pittura, il materiale dell’opera, la sua natura (forma)?» (JablR IV 1935: 305).
CORREZIONI DELLO STILE DEI GIORNALI
La lingua dei giornali dell’epoca era, si può dire, del tutto carente, piena di forestierismi, costrutti sintattici ricalcati alla lettera e formulazioni macchinose. J. Jablonskis si preoccupava anzitutto di correggere gli errori di logica, ortografia, punteggiatura e grammatica; menziona anche le traduzioni di locuzioni idiomatiche importate dalla Russia: Ecco un fatto in faccia (JablR II 1933: 364); fagli una domanda di sbieco (ivi); Taci, perché tu non c’entri per nulla (JablR V 1936: 63).
A proposito della lingua del quotidiano Lietuvos žinios, il linguista scriveva: «Mi sembra che si dovrebbe fare in modo che la lingua di tutti gli autori di uno stesso giornale sia uniforme, e che essi si distinguano gli uni dagli altri soltanto per lo stile.» (JablR IV 1935: 181). Dunque riconosceva la varietà stilistica non solo degli scrittori, ma anche dei giornalisti; tuttavia notava i difetti di stile, perché desiderava che la lingua dei giornali fosse «più uniforme, più bella, più corretta» (JablR IV 1935: 187), e che «i giornali e gli scrittori [...] facessero uso in futuro di queste osservazioni, n e l l a m i s u r a i n c u i l e c o n d i v i d o n o» (JablR IV 1935: 182). I commenti e le osservazioni di J. Jablonskis sui difetti dello stile dei giornali sono piuttosto acuti: «Nel quotidiano capita talvolta anche [...] c) di trovare formulazioni piuttosto lunghe, espresse, tra l’altro, in uno stile troppo elevato, non del tutto buono, non del tutto corretto (X, 1 e 2). Questo genere di “errori” non sarà del tutto comprensibile alla gente semplice – che dovrebbe essere la prima preoccupazione dello scrittore – e non sarà facile correggerli.» (JablR IV 1935: 181).
Nei brevi periodi si correggevano soprattutto gli errori linguistici e le formulazioni poco chiare. Per esempio, J. Jablonskis correggeva in una lingua comprensibile, come era solito dire, periodi illogici come: A causa delle condizioni politiche, molti insegnanti dovettero abbandonare l’insegnamento; L’assemblea degli insegnanti si chiuse: A causa delle
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circostanze, condizioni, molti insegnanti dovettero smettere di insegnare; L’assemblea degli insegnanti si sciolse, terminò (JablR IV 1935: 177). A quanto pare, si correggeva soltanto la lingua e non si era ancora passati alle questioni di stile; tuttavia, per ogni parola inappropriata J. Jablonskis propone almeno due equivalenti corretti (circostanze e condizioni; si chiuse e terminò), tra i quali l’autore può scegliere quello più preciso e adatto.
Nei periodi più lunghi trovati nei giornali, oltre agli aspetti linguistici, si correggeva anche lo stile:
Periodi di Lietuvos žinios
Periodi corretti
1. Che cosa vediamo oggi? Non vediamo forse le spalle incurvate sotto il peso del lavoro? Non vediamo forse la lotta per i diritti e il saldo sostegno a chi li ha già conquistati ?
1. Che cosa vediamo oggi? Non vediamo forse il raddrizzarsi delle spalle incurvate e affaticate? Non vediamo forse la lotta per i diritti e la salda difesa di chi li ha già conquistati?
2. Abbiamo un organismo che, con un’ala gigantesca, si è esteso attraverso l’oceano Atlantico; l’altra seconda è in Oriente continuamente perseguitata (JablR IV 1935: 177).
2. Abbiamo un organismo che, con un’ala gigantesca, si è esteso attraverso l’oceano Atlantico; con la seconda viene in Oriente continuamente, senza sosta, incessantemente sollevata, sommersa (?).
I periodi dell’autore del giornale sono scorretti, e perciò il loro significato non è chiaro. Il primo periodo rielaborato da J. Jablonskis è diventato più scorrevole grazie alla correzione dell’ordine delle parole e alla corrispondenza delle forme grammaticali alla fine delle domande retoriche: raddrizzarsi / difendere. Nel secondo periodo, al posto di continuamente ha proposto diversi sinonimi corretti – continuamente, senza sosta, incessantemente – e, al posto della parola del tutto oscura «bėginamą», sollevata, sommersa (?). Il punto interrogativo indica che anche J. Jablonskis nutriva qualche dubbio su questa correzione; inoltre, forse lasciava spazio alla scelta dell’autore. Il linguista si limitava per lo più a suggerire una parola che, a suo giudizio, fosse più corretta e migliore, ne proponeva diverse e ammetteva con tolleranza di non aver ancora esaurito tutte le ricchezze della lingua e dello stile: «Questi pensieri si possono, naturalmente, esprimere anche in altro modo; basta preoccuparsi che siano sempre formulati secondo le regole della lingua parlata dalla gente.» (JablRR II 1959: 210).
Le correzioni di Jonas Jablonskis furono un grande sostegno per gli operatori della stampa dell’epoca; non meno influente fu il suo esempio personale: non era soltanto redattore di giornali, ma anche autore attivo di articoli e recensioni caratterizzati da uno stile personale e raffinato. «Come potrebbero i collaboratori imparare a scrivere in modo comprensibile per il giornale, se il giornale stesso non offre loro un buon esempio con la propria lingua e con l’intera organizzazione del proprio lavoro?» (JablR IV 1935: 186).
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SULLO STILE PARTICOLARE DI JONAS JABLONSKIS
J. Balčikonis scrive che, nel raccogliere tutti gli scritti di Jonas Jablonskis, composti «nell’arco di quasi mezzo secolo», talvolta sotto pseudonimo e spesso persino senza alcuna firma, non fu particolarmente difficile stabilire che cosa fosse opera sua: «[n]on potevano esserci grossi errori, perché la sua lingua si distingue da quella degli altri scrittori non solo per la correttezza, ma anche per lo stile particolare (corsivo mio. – R. K.) (Balčikonis 1932: VII). Eppure, fino a oggi, nella linguistica lituana non sembra essere stato discusso in modo concreto che cosa renda particolare il suo stile.
In effetti, valutando i testi di J. Jablonskis dal punto di vista stilistico, colpiscono non solo la correttezza, la logicità e la chiarezza della sua lingua, ma anche la fluidità, le frequenti domande retoriche che inducono a riflettere e i periodi, in particolare, prediletti dall’autore. Il contemporaneo del linguista Motiejus Gustaitis definiva il periodo «la pienezza, o compiutezza, dello stile».
Ascoltiamo i periodi compiuti di J. Jablonskis, formulati con domande retoriche: periodi ritmici. Infatti, «per verificare se una frase è euritmica, dobbiamo leggerla ad alta voce» (Pikčilingis 1971: 255). Nella retorica classica, il periodo era un modello ideale di costruzione della frase sotto il profilo semantico, ritmico e intonativo. J. Jablonskis apprese l’arte di costruire periodi, mentre studiava filologia classica all’Università di Mosca, come si può supporre e percepire chiaramente, dai discorsi e dalle lettere di Cicerone. I periodi di J. Jablonskis hanno la sonorità della lingua parlata4, e sentiamo l’ondeggiare ritmico della frase, espresso con «frasi rotonde, disposte con arte» (Gustaitis 1923: 77). E davvero, la viva catena del pensiero logico sembra compiere un giro: diventa del tutto chiara solo quando l’inizio del pensiero del periodo si ricongiunge infine alla fine e, come con un unico slancio, esprime un complesso articolato di idee:
Io stesso, è vero, uso la parola «guerra», ma la uso soltanto perché l’ho sentita nella lingua della gente — nei canti e nel dizionario di Juška, nella lingua della gente della Prussia — quella «guerra»; altro non so. (JablRR II 1959: 111)
Esaminiamo più diffusamente un periodo più lungo:
Resta da rispondere a un’altra domanda: il manuale in questione è adatto alle esigenze della nostra scuola primaria, per il secondo anno scolastico? Invece di rispondere a questa delicata domanda, per il momento osserverò che è già ora che i nostri insegnanti comincino davvero a preoccuparsi affinché la scuola libera della nostra nazione
4 Felicija Bortkevičienė su Lietuvos žinios (1930 02 25) scriveva che «sulle labbra di Jablonskis la lingua lituana suonava come la musica più bella».
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di libri di testo di scienze linguistiche davvero validi, destinati all’educazione dei bambini, ne sarebbero presto usciti: ne abbiamo urgente bisogno, se vogliamo parlare seriamente del futuro della nostra scuola, della nostra nazione, se ci stanno a cuore la scuola, la nostra giovane generazione, la vita e la felicità della terra dei padri... (JablR II 1933: 91)
La frase è ritmica e vivace, con un inizio — una domanda retorica — e una conclusione — una risposta chiara, formulata mediante membri coordinati della frase. È una frase periodica, ricca di enumerazioni di unità intonative, ripetizioni di membri di lunghezza simile e gradazioni. La prima parte del periodo è più pacata, misurata, enunciativa (è ormai tempo [...] di occuparsi). L’unico aspetto da rilevare in questa parte del periodo è che forse l’ordine delle parole andrebbe corretto nel membro subordinato eccessivamente lungo (affinché la scuola della nostra nazione libera ottenga presto libri di testo di scienze linguistiche davvero validi...). La seconda parte del periodo, che segue i due punti (ne abbiamo urgente bisogno), giustifica e argomenta perché siano necessari buoni libri di testo; cresce emotivamente, si intensifica, è molto ritmica, scandita da pause significative e composta da membri subordinati coordinati di lunghezza simile:
ne abbiamo urgente bisogno, se vogliamo parlare seriamente del futuro della nostra scuola, della nostra nazione, se ci stanno a cuore la scuola, la nostra giovane generazione, la vita e la felicità della terra dei padri...
J. Jablonskis definisce metaforicamente la giovane generazione lituana vita e felicità della terra dei padri.... Né il linguaggio metaforico né quello allegorico (che è, beninteso, sempre chiaro, logico e non oscuro) gli sono estranei. Ecco come J. Jablonskis scrive su Lietuvos žinios (1914, n. 111) della lingua materna (l’idea che la lingua materna sia «l’ultima fortezza della Lituania» l’aveva letta sullo stesso quotidiano e non rimase5 indifferente a quell’idea). Condividendo il pensiero dell’autore, lo sviluppò con eleganza in un periodo:
Un pensiero splendido, bellissimo! Se non ce ne prenderemo cura adesso, se non ci renderemo conto subito che stiamo facendo male, abbattendo quella fortezza, in seguito, col passare del tempo, sarà molto difficile riparare i danni causati alla grande fortezza. (JablR IV 1935: 182)
5 J. Pikčilingis taip pat šią mintį yra plėtojęs (žr. Marčiulionytė 1991: 24), kalbėdamas apie gimtojo žodžio bičiulių draugiją „Aidija“: „Mano mintis buvo, kad reikia traukti pavyzdžiu, reikia žodžio, kalbos švenčių. Juk, anot V. Hamilttono, „žodis – tai pilis gimtojoji žemė“, tad kiekvienas turim būti atsakingas už tos pilies tvirtumą.“
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M. Gustaitis scrive in Stilistikoje: «Oltre alle regole della grammatica e della sintassi, il periodo richiede necessariamente altre due condizioni: una i n t e r i o r e, o logica, che si manifesta in una rigorosa unità del pensiero, e una e s t e r i o r e — stilistica — che esige uno sviluppo pieno e scorrevole del pensiero». (Gustaitis 1923: 78). J. Jablonskis, specialista di grammatica e soprattutto di sintassi, soddisfa perfettamente entrambe le condizioni enunciate da M. Gustaitis.
Sottolineando costantemente che «gli scrittori devono cominciare a preoccuparsi personalmente affinché la nostra lingua scritta sia a) facile, bella, chiara, ampiamente comprensibile e b) corretta (deve seguire le regole della lingua parlata dalla gente, dai lettori)» (JablR IV 1935: 144), J. Jablonskis, con la correttezza della propria lingua e il suo stile semplice e scorrevole, diede un buon esempio a tutti gli intellettuali lituani che scrivevano:
Se al critico non dicono nulla in proposito alcuni miei appunti di sintassi [...], non gli dirà almeno qualcosa il fatto che quella lingua «servile» è ampiamente usata anche dai lettoni usciti dal «lievito della servitù» e dai loro editori tedeschi, e che la usavano anche i grandi eroi e guerrieri romani (C. J. Caesar...), nonché gli oppressori, i vessatori e gli educatori di altri popoli?
Egregio Piletis! La «lingua narrativa» non è un residuo della servitù. La servitù non c’entra! Se non comprendiamo questa lingua, se non la usiamo dove occorre, la colpa è soltanto della nostra stessa ignoranza della nostra lingua e del disprezzo per le leggi della lingua parlata... Siamo almeno sinceri. (JablRR II 1959: 100)
Riconoscendo che J. Jablonskis scriveva in una lingua particolarmente corretta, chiara e pura, e basandoci sulla classificazione degli stili di M. Gustaitis6, dobbiamo dire (come dimostrano anche gli esempi citati) che il linguista conosceva bene i requisiti dello stile «serio», «periodico», «elegante», «semplice», «elevato», «scherzoso» e di altri stili. J. Jablonskis aveva un’ottima sensibilità per capire quando scrivere in un determinato stile: quando fosse adatto uno stile semplice, pacato e misurato (così scriveva sulle questioni di scienze linguistiche) e quando uno solenne e sublime (per esempio, così celebrò l’uscita di Vilniaus žinios nell’articolo «La nostra festa e la nostra preoccupazione» (JablR I 1932: 73). In effetti, talvolta, soprattutto nelle risposte agli avversari, il pensiero di J. Jablonskis brillava per una sottile arguzia, nello stile scherzoso, secondo M. Gustaitis
6 M. Gustaičio Stilistikoje (1923) skiriamos devynios stiliaus rūšys: I. Atskilasis, periodingasis ir mišrasis; II. Paprastasis, dailusis ir vidutinis; III. Liaudies ir meningi liaudiškas; IV. Lietuviškasis ir nelietuviškasis; V. Plast ingasis ir abstraktinis; VI. Rimtasis, juokaujamasis ir aukštasis; VII. Bendrinis ir individinis; VIII. Laiškinis; IX. Nau joviškieji. Toks alogiškas stilių skirstymas ne vienu pagrindu šiandien, be abejo, kelia tam tikrų abejonių, bet J. Jablonskio amžininkas M. Gustaitis nurodo ir lietuviškojo stiliaus pavyzdį: „Idėm lietuviškajam kalbos stiliui pakraipą davė Jablonskis“ (Gustaitis 1923: 201).
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sullo stile. Come racconta il medico Viktoras Vaičiūnas, anche gravemente malato e semiparalizzato, J. Jablonskis sapeva scherzare ed era sempre di buon umore. «Con la sua schiettezza e il suo sano umorismo [...] conquistava ben presto tutti.» (Lukėnaitė-Griciuvienė 2009: 39).
Negli scritti di J. Jablonskis abbondano gli esempi di stile scherzoso. Nel commentare il manuale di Kazys Bizauskas, che tratta argomenti elevati di letteratura e stilistica, e nel criticare il modo di esprimersi eccessivamente complesso dell’autore e la confusione dei termini stilistici, scrive con una certa ironia: «Per noi, povera gente semplice, è davvero difficile afferrare queste differenze inafferrabili.» (JablR II 1933: 181).
Avendo riscontrato nella lingua delle poesie inserite nel manuale di J. Palukaitis Žiburėlis numerose carenze, costruzioni sintattiche scorrette ed espressioni tradotte letteralmente dal russo, J. Jablonskis scrive con grande finezza: «Nella lingua delle persone “non ispirate”, le espressioni segnalate potrebbero forse essere sostituite anche da parole di questo tipo...» (JablR IV 1935: 219). Dopo le correzioni aggiunge tuttavia che «[n]on dovremmo permettere neppure alle poesie di allontanarsi troppo dalla lingua della gente!» (JablR IV 1935: 220).
Quando il severo oppositore del linguista, Druskius7, in un articolo esclamò con enfasi e nervosismo: «Morirò e non dimenticherò gli articoli maledetti dalla scienza di Rygiškių Jonas, [...] mi si sono impressi così profondamente nella memoria!», J. Jablonskis rispose con la sua consueta serenità d’animo, scherzando e, come gli era abituale, con uno stile fluido e periodico: «Pregherei l’autore dell’articolo di avere compassione del “venerabile linguista” nell’“ora della morte”; che dimentichi quel suo peccato o soltanto “invenzione” e lo perdoni: allora ci saranno, certo, cose più importanti da avere nella mente e davanti agli occhi al momento di morire.» (JablR IV 1935: 172). Così il «peccatore cacciatore di pulci», con uno stile che richiama le intonazioni delle preghiere, chiede umilmente perdono a Druskius, mortalmente offeso.
Valutando lo stile di J. Jablonskis alla luce della concezione odierna degli stili funzionali, si può dire in sintesi che i suoi articoli sulle questioni linguistiche sono scritti in uno stile scientifico divulgativo, con chiarezza, obiettività e tatto. Anche A. Piročkinas scrive: «A quanto pare, anche le altre correzioni erano simili. Tutto veniva detto con grande tatto, dolcezza e cordialità.» (Piročkinas 1978: 75). Persino di fronte alle critiche e alle ingiurie più dure, che furono numerose e persino categoriche, per esempio: «I correttori di stile non richiesti sono del tutto inutili agli scrittori e ai poeti di oggi» (JablR V 1936: 66); «pur non avendo la minima idea dello stile» (JablR V 1936: 62); «hanno ucciso per lungo tempo il libro lituano» (JablR V 1936:
7 Druskius – Adomas Jakštas (vero nome Aleksandras Dambrauskas).
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61) e altre simili, J. Jablonskis era capace di reagire con misura, lucidità e fermezza, rispondendo sempre alle accuse in modo logico, argomentato e articolato.
J. Jablonskis scriveva gli articoli su questioni sociali, culturali e dell’istruzione, destinati per lo più ai giornali, in stile giornalistico, coniugando il linguaggio intellettuale che gli era caratteristico con moderati mezzi espressivi (come mostrano gli esempi linguistici citati, sapeva esprimersi non soltanto in modo corretto e logico, ma anche con partecipazione emotiva, vivacità ed eloquenza).
Rispondendo talvolta agli oppositori con uno stile scherzoso, J. Jablonskis smentì definitivamente la caratterizzazione attribuitagli da alcuni scrittori, secondo la quale sarebbe stato soltanto un grammatico arido, un dogmatico della Suvalkija, ignaro delle sottigliezze dello stile.
LE ORIGINI DELLA STILISTICA ETICA
In Lituania gli studi sulla stilistica etica sono appena agli inizi. Lo stilista K. Župerka scrive: «Sarebbe opportuno passare in rassegna i lavori dei nostri linguisti in cui si esaminano gli aspetti dell’etica linguistica; ne risulterebbe un quadro della linguistica etica lituana, dal quale sarebbe poi più facile delineare la stilistica etica.» (Župerka 2005: 28)8.
Anche dagli scritti di J. Jablonskis è emersa una tale quantità di esempi di etica linguistica da fornire materiale sufficiente per una relazione a sé stante9. Ne citerò almeno un paio, pertinenti al tema di questo articolo, in cui il linguista richiama l’attenzione sull’espressione stilistica, valutando la lingua dell’autore del testo (del traduttore, dell’opponente) da una prospettiva di stilistica etica.
Il linguista ha criticato la seguente espressione: in Tracia, in Bulgaria, gli abitanti sono quasi 500 mila teste (JablR IV 1935: 131). In stilistica, questa figura retorica, in cui una parte del corpo (in questo caso, la testa) sostituisce l’intera persona, si chiama sineddoche, o pars pro toto. Nel parlato o nelle opere letterarie simili sineddochi sono del tutto appropriate: Guarda dalla finestra: solo teste (nel senso di «molte persone»). Ebbene, la frase in questione aveva colpito J. Jablonskis perché,
8Sulla stilistica etica si veda anche Koženiauskienė R. La funzione del lessico colloquiale e gergale nel discorso pubblico del giornalista. – Kalbos kultūra, 2009, 82, 126–137.
9L’etica linguistica di J. Jablonskis è trattata più ampiamente dall’autrice dell’articolo nella relazione «Cultura retorica: l’importanza della continuità della tradizione (i principi dell’etica linguistica di J. Jablonskis)», presentata il 3 dicembre 2010 alla conferenza scientifica internazionale «Le sfide della dinamica del mondo contemporaneo per le discipline umanistiche», organizzata dalla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università M. Romeris; della stilistica etica si scrive qui per la prima volta.
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evidentemente, lo aveva infastidito il fatto che si contassero le persone a teste, come il bestiame (esempi dal parlato: D’inverno, tra vacche e giovenche, ci saranno otto capi da pulire Sml; Scambiamo una vacca con un’altra, testa per testa Ml)10. Sebbene la frase criticata, come le altre, sia stata estrapolata dal contesto, da alcune frasi si può dedurre che si trattasse di un articolo del quotidiano Viltis sul censimento della popolazione, dunque di un testo informativo e non letterario; perciò il linguista proponeva di sostituirla con un’espressione neutra: In Tracia, in Bulgaria, ci sono quasi 500 mila persone, oppure quasi 500 mila abitanti.
J. Jablonskis percepiva con finezza le sfumature etiche e stilistiche delle parole. Il linguista ha criticato pubblicamente l’espressione non etica del lituano Povilas Žaldokas, figlio di Apolinaras, contenente la parola rioglinti: Fratelli lituani, non stiamo a guardare e non lasciamo che i polacchi rioglinti (!) una firma polacca a Vilnius, capitale della Lituania, presso la Porta dell’Aurora, accanto all’immagine della Madre di Dio! Anche senza contesto, rioglinti è chiaramente una parola spregiativa, che significa «mettere o posare in modo sgraziato, camminare goffamente, trascinarsi». In questo testo si vede quanto sia irrispettosa nei confronti delle persone di lingua polacca in Lituania. J. Jablonskis scrive: «Se si fosse parlato di una firma lituana, il figlio di Apolinaras, naturalmente, avrebbe potuto fare a meno anche della parola “rioglinti”.» (JablR I 1933: 102).
Gli esempi esaminati mostrano che il Patriarca della Lingua11 era una persona di grande cultura, che comprendeva bene gli aspetti della stilistica e, tra questi, quelli della stilistica etica.
CONCLUSIONI GENERALI
Correggendo gli errori linguistici, Jonas Jablonskis contribuì al tempo stesso a definire i criteri per la normazione stilistica della lingua comune. Ciò conferma soltanto l’idea che lingua e stile siano inseparabili, che non vi sia cultura dello stile senza cultura del pensiero e della lingua e che, senza la lingua, non vi sia letteratura.
Nel valutare la lingua e lo stile di un’opera, J. Jablonskis rivolgeva anzitutto l’attenzione alla logica del contenuto del pensiero e biasimava immagini inventate, eccessivamente lontane dalla realtà. La sua mente logica non accettava simili «ornamenti» stilistici, in contrasto con la logica del pensiero.
10 Nella lingua parlata una simile espressione è possibile anche a proposito delle persone: Sette teste in famiglia (in sette) – tutti hanno bisogno di mangiare e vestirsi Sml. I nobili avevano le teste registrate a proprio nome (avevano persone, servi della gleba) Grśl. (LKŽ III 79).
11 Taip savo interviu Joną Jablonskį pavadino J. Pikčilingis (žr. Marčiulionytė 1991: 24).
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Nella revisione delle opere letterarie originali o tradotte, J. Jablonskis affrontava con particolare sensibilità le questioni di stilistica, affermando che non erano del tutto chiare neppure a lui e riconoscendo agli scrittori il diritto alla varietà stilistica. Anche quando non condividevano alcune correzioni, gli scrittori dovevano discutere, polemizzare, cercare la verità e riflettere meglio su che cosa e come scrivere. La costante attenzione di J. Jablonskis alla lingua e allo stile degli scrittori (letterati, giornalisti, autori di manuali) diede buoni risultati: la lingua lituana diventava più uniforme, corretta, viva e scorrevole.
Valutando lo stile di J. Jablonskis secondo la prospettiva degli stili funzionali odierni, si può dire che i suoi articoli sulle questioni linguistiche sono scritti in uno stile scientifico divulgativo, con chiarezza, obiettività e tatto. Il linguista sapeva reagire alle accuse degli oppositori con moderazione, lucidità, logica e argomentazioni. J. Jablonskis scriveva gli articoli sui temi sociali, culturali e dell’istruzione, perlopiù destinati ai giornali, in stile pubblicistico, nel quale il linguaggio intellettuale a lui caratteristico si combina con misurati mezzi espressivi stilistici.
Gli esempi esaminati mostrano che Jonas Jablonskis conosceva bene non solo la lingua, ma anche la stilistica. Con le sue correzioni e spiegazioni linguistiche e stilistiche, con la capacità di scrivere in modo corretto, logico e chiaro e con uno stile scorrevole, semplice e persuasivo, il linguista attirava gli altri con il suo esempio concreto.
In sintesi, si può affermare che l’attenzione di Jonas Jablonskis allo stile, manifestatasi sotto diversi aspetti, influenzò sia gli scrittori sia i ricercatori di stilistica e apportò un contributo particolarmente importante alla stilistica pratica.
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Gauta 2010 10 29
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JONAS JABLONSKIS’ CONCERN ABOUT THE LANGUAGE STYLE
Summary
When editing literary texts of other writers, Jonas Jablonskis gave a particular attention to stylistics matters. Although he admitted that certain stylistic issues remained unclear to him, he did recognize the writers’ right to stylistic variation. J. Jablonskis’ constant attention to the written word of writers, newspaper reporters, textbook authors yielded good results: the Lithuanian language was becoming more standardized, correct and expressive.
From the modern perspective of functional styles, the style of J. Jablonskis could be described as popular science writing—his articles on language are written in clear, objective and non-biased language. His responses to opponents are moderate, sensible, logical and argumentative. J. Jablonskis’ articles on social, cultural and educational issues (mostly for the newspapers) are written in the publicistic style which combines the intellectual discourse with moderately expressive stylistic means. Some of his texts are written in witty humourous style which denies the opinion that he was a conservative and dogmatic grammarian insensitive to stylistic subtlety.
It is possible to conclude that the distinctive features of Jonas Jablonskis’ style are an exceptionally correct usage of Lithuanian, transparent and logical expression of ideas as well as easiness in writing and ability to formulate ideas in fluently flowing syntactical periods, showing his fondness for rhetorical questions that focus the reader’s attention and encourage him to think.
REGINA KOŽENIAUSKIENĖ
Vilniaus universitetas
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R. KOŽENIAUSKIENĖ. Jono Jablonskio dėmesys stiliui
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