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Lietuvių „dativus cum infinitivo“ ir latvių infinityviniai santykiniai sakiniai

Axel Holvoet

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ACTA LINGUISTICA LITHUANICA LIETUVIŲ KALBOTYROS KLAUSIMAI XLII (2000) Axel HOLVOET Lietuvių kalbos institutas, Vilnius IL DATIVUS CUM INFINITIVO LITUANO E LE FRASI RELATIVE INFINITIVE LETTONI In questo articolo si esamina lo sviluppo di alcune costruzioni infinitive del lituano e del lettone, con particolare attenzione alla costruzione lituana dativus cum infinitivo e ai suoi corrispondenti genetici in lettone1. In lituano si usano due varianti della costruzione dativus cum infinitivo che esprimono la destinazione dell’oggetto: in un caso il dativo del sostantivo svolge la funzione di oggetto, per esempio nupirkau arklį laukams arti, nell’altro quella di soggetto, per esempio įpyliau pieno šuniukams užlakti (esempi tratti da Vytautas Ambrazas 1995). Tuttavia, queste varianti derivano da un’unica costruzione. Sembra che il dativus cum infinitivo sia sorto quando l’infinito era ancora una forma nominale, probabilmente il dativo di un nome d’azione [nomen actionis]2, e dunque lo si può descrivere come «un dativo di destinazione (fine) bivalente dipendente dal nucleo della frase» (Ambrazas 1995: 79). Pertanto, solo più tardi, quando l’infinito divenne una forma puramente verbale, poté instaurarsi un rapporto secondario tra l’infinito e il sostantivo, analogo a quello tra un predicato e il suo oggetto o soggetto dipendente. Oggi, venuto meno il carattere nominale originario dell’infinito, possiamo già parlare della funzione di oggetto o di soggetto che il sostantivo svolge rispetto all’infinito. Il mutamento di natura dell’infinito può creare le condizioni per un’ulteriore evoluzione della costruzione dativus cum infinitivo e, infine, per la sua scomparsa. È proprio un processo del genere che si è verificato nelle lingue slave, nelle quali il dativus cum infinitivo è attestato, ma non è più in uso da nessuna parte (Ambrazas 1995: 83 cita attestazioni nell’antico slavo ecclesiastico e nell’antico ceco, nonché la relativa bibliografia). In lettone si trovano corrispondenti soltanto per la seconda delle varianti menzionate: come fenomeno residuale è attestato il dativus cum infinitivo, in cui il dativo svolge la funzione di soggetto dell’infinito (cfr. Endzelīns 1951: 990): lai paliek galotnīte putniņiem uzmesties ‘che resti una cima su cui gli uccellini possano posarsi’. 1 L’autore ringrazia il prof. Vytautas Ambrazas, che ha gentilmente accettato di leggere e commentare la prima stesura di questo articolo. L’autore è il solo responsabile delle inesattezze e degli errori rimasti nell’articolo. 2 Cfr. Stang (1966: 447–448), Ambrazas (1995: 74–75). 105 A quanto pare, nella lingua lettone standard e nella maggior parte dei dialetti lettoni la prima variante con il dativo dell’oggetto non ha alcun corrispondente3. La frase menzionata è attestata anche con il pronome relativo kur prima della costruzione infinitiva (cfr. Endzėlins 1951: 990): lai paliek galotnīte, kur putnam uzmesties ‘affinché resti una cima su cui l’uccello possa posarsi | dove l’uccello possa posarsi’. In questo modo si forma una frase relativa infinitiva, un tipo sintattico molto caratteristico del lettone, ma quasi sconosciuto in lituano. Più precisamente, in lituano (come nelle lingue slave) si usa soltanto una sua variante, nella quale la frase relativa dipende dal soggetto formalmente non espresso di una frase esistenziale (per es., c’è | non c’è da mangiare) oppure dall’oggetto formalmente non espresso di una costruzione possessiva con il verbo avere (per es., ho | non ho da mangiare); su queste costruzioni, cfr. Ambrazas et al. 1994: 670. Troviamo corrispondenti di questa variante già nell’antico slavo ecclesiastico e nelle lingue slave moderne, cfr. sl. eccl. ant. ne imatъ česo ěsti, l. (nie) mają co jeść e simili. In lettone tali frasi relative possono determinare anche nomi, per es., Es paņēmu grāmatas, ko lasīt atpūtas laikā ‘Ho preso dei libri da leggere (| per leggere) durante il tempo libero’. Queste frasi relative infinitive differiscono dalle frasi relative semplici (nelle quali la funzione di predicato è svolta da una forma personale del verbo) perché esprimono non una condizione reale relativa all’oggetto indicato dal nome determinato (per es., Grāmatas, ko es lasu ‘I libri che leggo’), ma soltanto una possibilità relativa a tale oggetto, la sua destinazione (Grāmatas, ko lasīt ‘libri da leggere, libri che si possono leggere’). Poiché le frasi relative infinitive lettoni non hanno corrispondenti né in lituano né nelle lingue slave, si può supporre che siano innovazioni di questa lingua. È evidente che, dal punto di vista della funzione, sono molto vicine al dativo con infinito. Entrambe le costruzioni svolgono una funzione intermedia tra l’attributo e il complemento di fine. Vytautas Ambrazas scrive a proposito del dativo con infinito che questa costruzione svolge solo occasionalmente la pura funzione di attributo (per es., in frasi come Questa ascia per spaccare la legna si è del tutto spuntata), mentre di norma è «collegata al verbo e al nome o pronome da esso retto», per es., Ho portato dei pali per costruire la recinzione (Ambrazas 1995: 77), dunque la sua funzione è vicina a quella del complemento di fine. Le frasi relative infinitive lettoni, in quanto frasi relative (attributive), sono formalmente collegate a un nome, ma possono essere intese anche come frasi circostanziali, cfr.: paņēmu grāmatas, ko lasīt atpūtas laikā | paņēmu grāmatas, lai tās lasītu Secondo le informazioni fornite da Lidija Leikumos, costruzioni di dativus cum infinitivo con un dativo che svolge la funzione di oggetto si trovano anche nei dialetti latgalliani. Finché non saranno pubblicati dati sulla natura e sulla diffusione di questa costruzione nei dialetti latgalliani, sarà difficile valutarne l’importanza per l’interpretazione dello sviluppo della costruzione dativus cum infinitivo in lettone. 106 atpūtas laika. Le frasi relative infinitive lettoni appartengono al tipo di frasi che F. R. Palmer (Palmer 1986: 178–179) chiama «frasi relative di fine» (relative purpose clauses). In queste frasi, che occupano una posizione intermedia tra le frasi attributive (relative) e le frasi avverbiali finali, si usano forme verbali caratteristiche delle frasi avverbiali finali: spesso si tratta dell’infinito, ma si trovano anche il congiuntivo o costruzioni perifrastiche con valore ottativo4. Vi sono anche differenze tra il dativo con infinito e le frasi relative infinitive lettoni: nel primo caso il dativo può indicare soltanto l’agente o l’oggetto dell’azione, mentre nel secondo non vi sono restrizioni di questo tipo. Poiché le frasi relative infinitive dipendenti dal soggetto non espresso di una costruzione esistenziale (frasi del tipo c’è da mangiare) sono attestate in lituano e nelle lingue slave, è possibile che in lettone si siano diffuse ulteriormente e che abbiano cominciato a essere usate anche per determinare nomi. In questo caso, tuttavia, le frasi relative infinitive avrebbero dovuto prendere il posto di altre costruzioni più antiche, e sembra del tutto plausibile che abbiano cominciato a essere usate proprio al posto delle costruzioni infinitive. Nelle frasi relative infinitive lettoni il soggetto dell’azione all’infinito, se espresso formalmente, è sempre al dativo, come in qualsiasi altra frase infinitiva. Pertanto, il dativo con infinito viene sostituito dalla frase relativa infinitiva senza ulteriori cambiamenti morfosintattici: basta inserire un pronome o un avverbio relativo prima dell’infinito (galotnīte putnam uzmesties → galotnīte kur putnam uzmesties). Nei casi in cui il dativo svolge la funzione di oggetto, la differenza tra le due costruzioni è più marcata, poiché nella frase relativa infinitiva l’oggetto dell’infinito è espresso non al dativo, ma all’accusativo: Nopirku zirgu, ar ko laukus art. Le frasi relative infinitive lettoni devono essere un fenomeno piuttosto antico, poiché probabilmente sono celate anche nella struttura del debitivo attuale. Come è noto, il debitivo deriva da un tipo di frase complessa con una frase relativa, e il prefisso del debitivo jā- (in alcuni dialetti ju-, derivato dalla forma originaria dell’accusativo o dello strumentale *juo) è una traccia del pronome relativo. La costruzione lauks ir jāar deve essere sorta da 4 In latino qui si usava il congiuntivo, per es., Scribebat... orationes, quas alii dicerent ‘Scriveva discorsi perché altri li pronunciassero’ (Cicero, Brutus, cfr. Palmer 1986: 178). Nel lettone contemporaneo, nelle frasi relative di fine, accanto all’infinito si usa anche l’indicativo con la particella lai, spesso considerata un sostituto della terza persona dell’imperativo, per es., nolēma iecelt kasieri, kas lai to naudu uzglabātu (A. Deglavas) ‘decise di nominare un cassiere per custodire quel denaro’. La distribuzione dell’infinito e delle costruzioni con lai nelle frasi relative di fine lettoni non è stata studiata. 107 della struttura precedente *ir lauks juo art, dove *juo corrisponde al pronome relativo attuale kuo. È vero che nella lingua attuale il prefisso ją- viene aggiunto non alla forma dell’infinito (a eccezione della forma jabūt ‘bisogna essere’, che si basa proprio sull’infinito), bensì alla forma della 3ª persona del presente. Non tutti gli studiosi condividono l’idea avanzata da Prellwitz e Endzelīns secondo cui la forma della 3ª persona avrebbe qui preso il posto dell’infinito precedente. Mühlenbach (Mühlenbach 1907: 322) riteneva che fin dall’inizio il prefisso del debitivo fosse stato aggiunto alla forma della 3ª persona usata con valore impersonale, e interpretava man (ir) jubrauc come ‘у меня есть, на чем ездят’. Sembra che anche Fraenkel fosse incline a considerare la forma della 3ª persona come base originaria del debitivo, poiché accosta al debitivo lettone costruzioni dialettali lituane con la forma della 3ª persona al posto dell’infinito, come jam nebebus, kas ėda ‘er wird nichts mehr zu fressen haben, jam nebebus ko ėsti’ (Fraenkel 1928); da ciò si può dedurre che vi ravvisasse un legame genetico. Tuttavia, non è ancora stato dimostrato che le costruzioni dialettali lituane menzionate siano antiche. Fraenkel cita inoltre dai dialetti della regione di Vilnius la costruzione nėr kam ažtaria rūsičios žadėlios ‘nicht einer ist da, der... für mich Fürsprache einlegen könnte bei zornigen Worten’ (Fraenkel 1936); una costruzione simile è riportata anche nella «Grammatica della lingua lituana contemporanea»: Nėr kam turgun važiuoja (Ambrazas ir kt. 1994: 671). L’uso del dativo qui si comprende soltanto se si ammette che la forma della 3ª persona abbia preso il posto dell’infinito: nėra kam turgun važiuoti, nėra kam užtarti. La forma della 3ª persona si affermò qui probabilmente perché veniva usata in costruzioni in cui il pronome relativo indicava l’agente dell’azione, per es. nėra kas dirba ‘non est, qui laboret’ (cfr. Ambrazas ir kt. 1994: 671). Pertanto, le costruzioni lituane menzionate non sono una base sufficiente per respingere l’idea avanzata da Prellwitz ed Endzelīns, secondo cui il prefisso del debitivo jā- sarebbe stato inizialmente aggiunto all’infinito, anche se sembra che lo stesso Endzelīns abbia in seguito abbandonato la sua opinione precedente, probabilmente per influenza di Fraenkel (cfr. Endzelīns 1951: 885–886; l’autore qui non ripete la sua opinione precedente, ma cita invece le costruzioni tratte da Fraenkel dai dialetti lituani). Le ragioni della sostituzione dell’infinito del debitivo lettone con la forma della 3ª persona non sono state finora spiegate. È possibile che le ragioni di tale sostituzione fossero simili a quelle che portarono all’inclusione della 3ª persona nelle costruzioni lituane menzionate, ma alcuni argomenti vi si oppongono. Come si è detto in precedenza, le costruzioni lituane nėra kam turgun važiuoja, nėra kam užtaria devono essere sorte per influenza di costruzioni in cui il pronome relativo indicava l’agente dell’azione (per es. nėra kas dirba), e tali costruzioni non potevano influire sullo sviluppo successivo del debitivo, poiché nessuna variante del debitivo è basata su di esse. In primo luogo, come mostrano le forme del prefisso (*juo, *jā), il debitivo deriva da costruzioni con accusativo, strumentale o genitivo nella proposizione relativa; qui non troviamo tracce del nominativo o del dativo (corrispondenti a forme simili nelle costruzioni lituane nėra kam užtarti / nėra kas užtaria). In secondo luogo, alla comparsa della particolare costruzione dialettale lituana jam nebebus, kas ėda potrebbe aver contribuito in lituano, ancora del tutto 108 vivo il fenomeno del nominativo dell’oggetto: l’uso del nominativo kas qui va probabilmente confrontato con costruzioni del tipo kas reikia daryti, kas buvo daryti (cfr. Ambrazas 1995: 91–93). Un simile nominativo dell’oggetto potrebbe essere comparso in proposizioni relative con l’infinito (nėra kas ėsti = nėra ką / ko ėsti), nelle quali in seguito fu introdotta la forma della 3ª persona (nėra kas ėda ‘nėra ko ėsti’). In lettone, una simile influenza del nominativo dell’oggetto sembra poco probabile. D’altra parte, si può sostenere con diversi argomenti che la base originaria del debitivo fosse proprio una proposizione relativa con l’infinito: 1) la forma relittuale jabūt5; 2) il fatto che ancora oggi in lettone si usano proposizioni relative infinitive, che possono essere direttamente collegate a quelle originarie, conservate in forma relittuale all’interno del debitivo, con la sola sostituzione della base del pronome relativo *yo- con la base pronominale *kʷo-; 3) il fatto che nelle proposizioni relative finali, cui appartengono le proposizioni relative qui discusse, è più tipico l’uso di forme verbali diverse dall’indicativo6; 4) il fatto che in alcuni casi proposizioni relative finali con l’infinito sono attestate sia in lituano sia nelle lingue slave. Se l’opinione di Prellwitz ed Endzelīns sulla costruzione infinitiva come base del debitivo lettone è corretta, si può ritenere che le proposizioni relative infinitive lettoni siano un fenomeno piuttosto antico, risalente a un periodo preistorico dello sviluppo di questa lingua. Lo indica l’uso arcaico, conservatosi come relitto all’interno del debitivo, della base pronominale *yo- con valore di pronome relativo, al posto della forma più tarda *kʷo-7. Tuttavia, probabilmente non esistevano ancora nella protolingua baltica: lì l’infinito 5 Potrebbero esistere altre forme relittuali di questo tipo, ma poiché nei testi antichi della lingua lettone vi sono molti errori morfologici, la loro interpretazione rimarrà controversa. Sono poco chiare, per esempio, le forme usate da Elger daudze man no jums iarunat und iatēsōt (Evangelia et epistolae 19r), se accanto troviamo anche mums nenek wairak iarunna (ibid. 12r, cfr. Evangelien und Episteln ins Lettische übersetzt von Georg Elger... Bd. 1. Texte, hrsg. von Kārlis Draviņš, Lund 1961). 6 V. Ambrazas menziona inoltre costruzioni con il participio presente, che confronta correttamente con dativus cum infinitivo e con le costruzioni lettoni da cui ha avuto origine il debitivo: nebuvo kas bedirbęs, nėra kas valgą (cfr. Ambrazas 1990: 115–116). In generale, l’uso dei participi nelle proposizioni relative può essere considerato un fenomeno arcaico, ereditato dalla protolingua (cfr. Ambrazas 1989; 1990: 121–122); pertanto, a priori non sembra del tutto plausibile che i participi siano penetrati di recente nelle costruzioni menzionate, prendendo il posto dell’infinito. Sarebbe più ragionevole attendersi la sostituzione dei participi con altre forme che non una loro ulteriore diffusione. Tuttavia, il nominativo dell’oggetto nella costruzione participiale nėra kas valgo ‘non c’è nulla da mangiare’ è probabilmente da collegare all’uso originario dell’infinito al posto del participio successivo, poiché sarebbe difficile spiegarlo altrimenti se non come una traccia di nominativus cum infinitivo. Nei casi in cui il pronome relativo svolge la funzione di soggetto (nebuvo kas bedirbęs), l’uso del participio sembra un arcaismo. Quando la forma della 3ª persona fu introdotta al posto dei participi, un processo analogo potrebbe essersi verificato contemporaneamente anche nelle proposizioni relative infinitive. 7 Benché il rapporto reciproco tra la base del pronome relativo *yelo- e quella del pronome dimostrativo *i- nelle lingue baltiche non sia del tutto chiaro (cfr. Brugmann 1911: 331, 347–348, Stang 1966: 233–234), non vi è dubbio che l’uso relativo della base *ye/o- sia ereditato dalla protolingua; pertanto, il carattere arcaico dell’uso della base pronominale conservata nel debitivo non lascia dubbi. A. Rosinas (1975: 169) nega l’uso relativo del pronome jis, ji (che non distingue dal relativo *ye/o-) nella protolingua baltica, ma non tiene conto dell’origine del debitivo lettone. 109 molto probabilmente era ancora una forma di natura nominale. A testimoniare il carattere nominale originario dell’infinito è proprio il dativus cum infinitivo lituano. Il tipo strutturale menzionato *ir lauks juo art acquisì gradualmente una funzione modale: nella lingua attuale lauks ir jaur significa semplicemente «bisogna arare il campo». Tuttavia, in alcuni dialetti è rimasto in parte il significato originario di queste costruzioni; lo illustra la variante della frase menzionata in precedenza, con un debitivo usato al posto dell’infinito (cfr. Endzelīns 1901: 73 = 1971: 149–150): lai stāvēja virsūnīte putniņiem jāuzmetas. Labai įdomus yra Mühlenbacho (1907: 316–317) iš Vietalvos tarmės cituojami panašaus debityvo vartojimo pavyzdžiai. Šioje tarmėje įvyko dviejų debityvo variantų diferenciacija: vienas iš jų, su priešdėlio forma jā-, turi dabartinės latvių bendrinės kalbos debityvo modalinę funkciją: man nau jābrauc «non devo partire». La seconda variante, con la forma del prefisso ju-, ha conservato la funzione originaria di proposizione relativa infinitiva. Negli esempi citati da Mühlenbach, il prefisso ju- svolge la funzione di strumentale: man nau jābrauc «non ho un mezzo con cui viaggiare»; brāl’am nau zirga jūecē «mio fratello non ha un cavallo con cui erpicare»; ienas ūdeni jumazgājas «porta dell’acqua per lavarti»; būtu mums bijs pūlvers jušain «se avessimo avuto polvere da sparo con cui sparare». Anche la forma con prefisso corrisponde a questa funzione, poiché il prefisso ju-, abbreviato in posizione proclitica da *juo, può essere considerato un accusativo oppure uno strumentale (per la forma accusativa *juo, che corrisponde formalmente alla forma femminile lituana ją, cfr. Stang 1966: 437, Endzelīns 1951: 518). Tra gli esempi citati da Mühlenbach non ne troviamo alcuno in cui il prefisso ju- sia interpretabile come accusativo, forse perché l’accusativo dell’oggetto era stato sostituito dal genitivo, penetrato dalle costruzioni negative (per la generalizzazione della forma del prefisso jā-, cfr. l’articolo di Holvoet in corso di stampa). La variante con un pronome relativo in funzione di oggetto divenne anche la base del debitivo come costruzione modale: lo mostra anche l’esempio del dialetto di Vietalva man nau jābrauc «non devo partire». In questa variante il significato modale finì per soppiantare quello originario, ancora conservato nella costruzione dei testi lettoni antichi teems ne bij ja-ehd «non avevano nulla da mangiare» (Bibbia di Glück, Marco VIII.1, cfr. Mühlenbach 1907: 319). Conservò il suo significato originario la variante attestata nel dialetto di Vietalva con il pronome allo strumentale, successivamente trasformatosi nel prefisso *juo- > ju-. È proprio questa variante che si può confrontare con la variante lituana del dativus cum infinitivo, il cui dativo esprime 110 l’oggetto del verbo. Poiché qui il prefisso *juo- > ju- è uno strumentale e non un accusativo dell’oggetto, la posizione dell’oggetto presso questo debitivo adnominale resta libera e può essere occupata da un sostantivo all’accusativo: panām kač pavadu zirgu jusapin «prendi almeno una redine per impastoiare il cavallo» lett. pasimk nors pavadį arkliui supančioti. Panašų pavyzdį (iš dainos teksto) cituoja Endzelynas (1901: 73 =1971: 149; 1951: 973) iš kitų tarmių (čia apibendrinta priešdėlio forma jā-): devu savu kamelinu ruožu dārzu jāecē liet. daviau savo arklei rožių sodui akėti; lai stāv [nauda]... guovi jānopeŗk liet. tegu būna pinigų karvei nusipirkti. Debitivi simili con il prefisso jā- con valore strumentale sono attestati anche nei testi dell’antico lettone, come, ad esempio, nelle «Evangelia et Epistolae» di Elger: vnd kad tems ne by iamākla, abbems pedewwe «non avendo essi di che pagare, condonò a entrambi il debito» (64v = Lc 7, 42). Sembra del tutto plausibile che proprio le costruzioni con il pronome relativo allo strumentale fossero inizialmente una delle principali varianti delle proposizioni relative infinitive; ciò spiega la loro grammaticalizzazione, ossia la comparsa di una forma grammaticale di carattere particolarmente agglutinante, dovuta alla fusione del pronome con il verbo. Questo tipo è probabilmente connesso al dativus cum infinitivo lituano come suo corrispondente genetico. Entrambe le costruzioni derivano da costruzioni proto-linguistiche con l’infinito avente valore finale (di destinazione), che in lettone furono modificate mediante l’inserimento del pronome relativo allo strumentale. Alla costruzione lituana con infinito di puro scopo (senza soggetto né oggetto) corrisponde nel dialetto di Vietalva un debitivo senza oggetto con il prefisso ju-: il fratello non ha un cavallo da arare = *brāl’am nav zirga juo ecēt > brāl’am nau zirga juecē. La costruzione infinitiva proto-linguistica fu qui sostituita mediante l’inserimento del pronome relativo; come nelle costruzioni con un sostantivo che svolge la funzione di soggetto dell’infinito, non occorreva apportare altre modifiche. All’infinito lituano con un dativo in funzione di oggetto corrisponde la variante del debitivo ju- di Vietalva con l’oggetto all’accusativo: prendi una redine per impastoiare il cavallo = *paņem pavadu zirgu juo sapīt > paņem pavadu zirgu jusapin. Qui non era necessario soltanto inserire il pronome, ma anche cambiare il caso, poiché il sostantivo era diventato l’oggetto dell’infinito della proposizione relativa. È evidente che l’assenza in lettone di costruzioni con dativus cum infinitivo e oggetto al dativo va ricondotta proprio a questo processo; resta solo da chiarire in quale fase del processo sia stato introdotto l’accusativo dell’oggetto. Vi sono due possibilità: 1) l’accusativo dell’oggetto fu introdotto nelle proposizioni relative infinitive e solo 111 in seguito le frasi relative infinitive soppiantarono l’antico dativus cum infinitivo (in questo caso, il rapporto tra la comparsa delle frasi relative infinitive e la scomparsa del dativus cum infinitivo sarebbe indiretto); oppure 2) il pronome relativo fu inserito direttamente nella costruzione dativus cum infinitivo, e solo in seguito il dativo fu sostituito dall’accusativo. A favore di quest’ultima ipotesi depone soprattutto la posizione del pronome inserito: nelle costruzioni con un oggetto, il pronome avrebbe potuto fondersi con il verbo con ogni probabilità soltanto se l’ordine originario delle parole era *panem pavadu zirgu juo sapīt, e non *panem pavadu juo zirgu sapīt. Se l’ordine delle parole attestato negli esempi sopra menzionati non è casuale e l’oggetto (zirgu, ruožu dārzu, guovi) si trovava sempre prima del complesso formato dal pronome e dall’infinito, allora l’oggetto dell’infinito nella fase successiva inizialmente non doveva essere un oggetto, bensì dipendeva dallo stesso sostantivo al quale, prima dell’inserimento del pronome, era direttamente legato anche l’infinito (come dativo di fine o destinazione). In tal caso, esso potrebbe aver acquisito la sua forma di caso attuale (l’accusativo) soltanto in seguito, con la comparsa della frase relativa infinitiva, mentre la sua forma di caso originaria doveva essere diversa: con ogni probabilità era il dativo. Ciò significa che la costruzione panem pavadu zirgu jusapin potrebbe derivare direttamente dalla costruzione dativus cum infinitivo. Il fatto che entrambe le varianti del dativus cum infinitivo dovessero esistere già nella protolingua baltica e che in seguito, in lettone, siano state sostituite da altre costruzioni è, alla luce dei dati del lituano e delle lingue slave, a priori plausibile. Sembra che anche i dati della stessa lingua lettone consentano di rintracciare le tracce di questa costruzione nello sviluppo delle costruzioni infinitive lettoni. Ricevuto il 25.05.1999 LITERATŪRA A m b r a z a s V. 1989: Baltic languages and the reconstruction of the Indo-European complex sentence. – General Linguistics 29, 52–59. A m b r a z a s V. 1990: Sravnitel’nyj sintaksis pričastij baltijskich jazykov / Vergleichende Syntax der baltischen Sprachen, Vilnius: Mokslas. A m b r a z a s V. 1995: Lietuvių kalbos bendraties konstrukcijų raida. – Lietuvių kalbotyros klausi- mai 33, 74–109. A m b r a z a s V. ir kt. 1994: Dabartinės lietuvių kalbos gramatika, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidykla. 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Of the two varieties attested in Lithuanian, with the dative as subject of the infinitive (įpyliau pieno šuniukams užlaki ‘I poured out some milk for the dogs to lap’) and with the dative as its object (nupirkau arklių laukams arti ‘I bought a horse to plough the fields with’) only the former is vestigially attested in Latvian. In the paper an attempt is made to bring this fact in connection with the development of non-finite relative clauses in Latvian. In Lithuanian (as in Slavonic) the occurrence of such clauses is restricted to but a few types, and in Latvian their scope was probably extended as relative pronouns were inserted in constructions with infinitives expressing purpose. In reconstructing this process, evidence may be drawn from some dialectal varieties of the debitive, which, in a fossilised shape, represents an original non-finite relative clause type with the relative pronominal stem *ye/o-. In the dialect of Vietalva an adnominal variety of the debitive with the prefix ju- (an original instrumental) is attested, in which an object may occur (paņam kač pavadu zirgu jusapin ‘take with you a lead to shackle the horse with’). This seems to correspond exactly to the Lithuanian dativus cum infinitivo with the dative as an object (pasimk pavadį arkliui supančioti), not only functionally, but also genetically. Though the original dative was replaced with an accusative as the original infinitival construction developed into an infinitival relative clause, a direct connection with the dativus cum infinitivo is suggested, among other things, by word order, as the incorporation of the relative pronoun into the verbal forms (*juo sapīt > jusapin) suggests an original word order *paņem pavadu zirgu juo sapīt, where the second noun, before being reinterpreted as an object in the relative clause, must have been in adnominal position, and must therefore have been in the dative rather than in the accusative. 113