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67 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Maria Pia Casalena DOI: 10.13128/SDD-25659 - CC BY 4.0 IT, 2018, Firenze University Press maria Pia caSalena Donne del Risorgimento e Public History nel 150° dell’Unità nazionale: appunti su un’inclusione irrisolta 1. Quale discorso I discorsi e le narrazioni pubbliche, extraccademiche o parallele ad iniziative accademiche in vario modo collegate, hanno fortemente accentuato, nei dodici e più mesi in cui si sono consumate le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, la lunga tenuta dell’esclusione delle italiane dalla sfera pubblica politica decisionale –in una parola, maschile– alla quale è bene rispondere con recuperi di azione muliebre dai silenzi della storia “ufficiale”.1 Si pone dunque, fin dal principio, un duplice problema. D’un canto, locali o sovralocali che siano state, le iniziative di cui riman1 Riportiamo qui quanto sopravvive, a quasi un decennio di distanza, di quelle parole d’ordine che hanno visto unanimi giornaliste e giornalisti, annunci istituzionali e kermesse latamente politiche: <https://www.lettera43.it/it/articoli/ cultura-e-spettacolo/2011/03/08/le-garibaldine/6884/>; <http://www.lastampa.it/2011/03/12/cultura/le-eroine-invisibili-bruna-bertoloe-il-risorgimento-alfemminile-bNko7m0IzhYIlnTwWeVBML/pagina.html>; <https://www.grandeoriente.it/19-aprile-2011-donne-del-risorgimento/>; <https://www.corriere.it/ unita-italia-150/recensioni/11_marzo_14/baroni-anita-colomba-giuseppa-altre_ c0e9be28-4e34-11e0-992a-dbfddd704513.shtml>; <http://www.beniculturali.it/ mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_ asset.html_1304799983.html>. Molte altre, ovviamente, le iniziative da menzionare: va però precisato che per imbattersi nel web in contenuti di storia delle donne nel Risorgimento (e comunque di storia delle donne in generale) tra i link superstiti in Google del 150°, bisogna arrivare a leggere la settima pagina dell’elenco e accontentarsi di nomi e titoli che erano già circolati abbondantemente all’epoca. I siti menzionati sono stati visitati nell’ottobre 2018.
68 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Donne del Risorgimento e Public History nel 150° dell’Unità nazionale gono delle tracce a distanza di un lustro abbondante sono debitrici, in misura patente, del complesso lavorio storiografico e di un dibattito, un arricchimento di fonti e metodologie, che si sono verificati in seno ad alcune comunità scientifiche del paese, sotto la guida di donne (ma con l’importante presenza di colleghi), in tempi ormai lontani, magari sollecitati da altri meno roboanti anniversari quale il Centocinquantesimo della “primavera dei popoli”.2 D’altro canto, però, le narrazioni in questione si pongono più spesso fuori o ai margini dalla pur necessaria divulgazione di risultati scientifici importanti e rilevanti anche sul piano internazionale. L’intento che sembrano sottintendere molte delle iniziative è quello di trasformare e arricchire la storia al maschile, ma ignorando o quasi le voci di una storia provvidenzialmente diventata altrettanto “ufficiale” e però fortemente femminile (e spesso, senza tema di svalutazione scientifica, femminista). Quelle che possiamo considerare le iniziative di Public History che hanno avuto maggiore visibilità nel corso dell’annus mirabilis hanno avuto in verità, come accennato all’inizio, un altro scopo che quello di rifondare la storia del Risorgimento o la storia nazionale. Le finalità, perlopiù, risiedevano invece in una rivendicazione indiscriminata di penalizzazione del ruolo femminile che si sarebbe prolungata dalla notte dei tempi terminando modestamente sulle ventuno costituenti del 1946. Dunque il Risorgimento perde ogni peculiarità come oggetto di rappresentazione pubblica, riducendosi ad una stazione della Via Crucis delle italiane di cui, in uno sforzo di contestualizzazione, basta ricordare le ferventi passioni, la disposizione al martirio e qualche grosso nome –garantito dai ricordi scolastici– coinvolto qua e là. Anche questa, comunque, è narrazione storica. Di più: è una delle narrazioni fermamente incentrate sul nodo della cittadinanza e della partecipazione “dal basso” che coinvolge pure molta stampa politica, non solo per quanto inerisce alla questione storico-femminile. In breve, anche le donne hanno fatto il Risorgimento, l’Unità –e poi, coll’accavallarsi dei Centenari– la Grande guerra, l’antifascismo e la Resistenza, la seconda guerra mondiale, il voto alle italiane è giunto sui banchi di scuola… ma sempre confinate nell’invisibilità, ridotte al silenzio, svalutate nei meriti, espulse dalle celebrazioni: e proprio il diritto di voto, in questa narrazione, si presenta più spesso 2 Cfr. ad esempio Simonetta Soldani, Donne della Nazione. Presenze femminili nell’Italia del Quarantotto, «Passato e Presente», 1999, n. 46, pp. 75-102.
69 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Maria Pia Casalena come il primo e fondamentale diritto di cittadinanza, in una concezione che potrebbe sollevare –e in effetti ha sollevato– parecchie discussioni.3 La conoscenza storica “media”, indubbiamente, ne esce arricchita: i nomi di eroine e benefattrici si coniugano a quelli più famosi appresi a scuola e nei “vecchi” libri, già oggetto di divulgazione attraverso vari media, dai film in bianco e nero agli sceneggiati televisivi di cinquant’anni fa. Resta però da chiedersi se sia impossibile sfuggire alle trappole della semplificazione, della diluizione nella lunga durata irriflessa, della costruzione di una memoria per macchiette e figurine. Alcune manifestazioni di Public History, oramai disperse nel web nel cumulo di locandine, avvisi e rendiconti superstiti degli eventi e delle iniziative più varie, consentono di approdare all’ottimismo nella direzione di una costruzione della memoria che intercetti i portati più solidi del dibattito scientifico trasformandoli gradatamente in senso comune. E questo, per l’anniversario che nel campo più generale ha visto il trionfo in molte salse dell’Antirisorgimento, è già una grossa menzione di merito. Nei paragrafi seguenti faremo una panoramica di varie iniziative, cercando di distillare dal mare magnum le retoriche più efficaci e ricorrenti e quelle che –senza rinunciare all’accessibilità– hanno saputo portare la scienza nelle sale dell’evento e del monumento. 2. Un discorso facile in un contesto difficile Il peso che il discorso plurimo antirisorgimentale ha assunto nell’arco del Centocinquantenario dell’Unità non può essere sottovalutato nemmeno in questa sede. Esso ha avuto anzi proprio nella declinazione di genere una delle sue applicazioni “imitative” più eclatanti: ci riferiamo alla fortunata –almeno quanto a numeri– kermesse delle brigantesse.4 3 Il gap tra cittadinanza formale e cittadinanza sostanziale, che informa da alcuni anni molti studi, specie nelle scienze sociali, attorno all’Italia contemporanea, ha indubbiamente influito su un certo grado di disaffezione e di appannamento di fronte alle scansioni classiche delle “conquiste” politiche e civili delle italiane. Così, lo stesso anniversario del diritto di voto, incluso addirittura nell’esame di maturità, si è dovuto misurare con le polemiche più recenti attorno ai paradigmi storici della cittadinanza e con la concorrenza di tematiche più attuali che vanno dal soffitto di cristallo al gender pay gap. Cfr. ad esempio i saggi raccolti in Maria Antonietta Cocchiara, Donne, politica, istituzioni e società, Roma, Aracne, 2016. 4 Sullo zelo dei pubblicisti che denunciano il Risorgimento come incipit di tutti i mali dell’Italia contemporanea mi permetto di rinviare a Maria Pia Casale-
70 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Donne del Risorgimento e Public History nel 150° dell’Unità nazionale Le donne delle bande, le cui parabole ribellistiche e le cui traversie giudiziarie ebbero alla loro epoca epiloghi diversi, sono riaffiorate da qualche tempo nel seno della già abbondante pubblicistica partenopea incentrata, con mezzi scientifici scarsi o nulli, sull’esaltazione della “italianità” dei nemici dell’annessione provenienti dalle fila popolari.5 A partire dal 150° e ancora negli anni immediatamente successivi, alcuni studiosi e alcune studiose attivi nella stessa regione hanno saputo affiancare a trattazioni scientifiche rigorose quando non d’avanguardia alcune iniziative estremamente interessanti: si ricordano qui le manifestazioni della Società Napoletana di Storia Patria, sotto la direzione di una studiosa, Renata De Lorenzo, che hanno risposto punto su punto alle apologie di insorgenti e nostalgici filoborbonici; oppure, e più precisamente sulle brigantesse, la manifestazione in costume organizzata dalle dottorande in Studi storici dell’Università di Salerno, del resto uno dei vivai del rinnovamento della ricerca sul crollo delle Due Sicilie che si sta producendo specie tra accademici e studiosi meridionali. Se nei libri degli scrittori neoborbonici le brigantesse aspirano, di fronte a largo pubblico, all’etichetta di “autentiche Italiane”, in queste repliche nutrite di acquisizioni scientifiche e documentarie, le stesse risultano non meno straordinariamente interessanti, ma soprattutto per quanto attiene al trattamento impari delle corti di giustizia degli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo. Di quella manifestazione ha parlato anche Carmine Pinto, studioso particolarmente impegnato contro gli pseudo-revisionisti, e coordinatore di quelle stesse dottorande, in una trasmissione della radio pubblica.6 na, Controstorie del Risorgimento: dal locale al nazionale, «Memoria e Ricerca», 2012, n. 40, pp. 63-82. Nel link che diamo qui, le donne delle bande vengono additate agli studenti delle scuole come esempio ulteriore del fatto che “anche” le donne hanno fatto la Storia: <https://nonsolocultura.studenti.it/le-pi-famose-brigantesse-dellastoria-169801.html#steps_0>. Anche questo contenuto risale ai mesi delle celebrazioni dell’Unità nazionale. 5 Cfr. ad esempio il titolo apripista: Valentino Romano, Brigantesse: donne guerrigliere contro la conquista del Sud (1860-1870), Napoli, Controcorrente, 2007 o il più “distaccato” Giordano Bruno Guerri, Il bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud, Milano, A. Mondadori, 2011. 6 <https://www.raiplayradio.it/audio/2018/09/WIKIRADIO---La-guerra-ai-briganti-938c5298-c950-48b4-9439-fa215306679a.html>. Di Renata De Lorenzo cfr. Borbonia Felix (Roma, Salerno, 2013), rigoroso contrappunto alle nostalgie neoborboniche e filo-brigantesche, che ha determinato tra l’altro il risentimento degli autori di quella corrente, autori di titoli come Filomena Pennacchio: la brigantessa ritrovata (di Andrea Massaro, Avellino, Il Papavero, 2014). Da segnalare, tra i risultati di questa intraprendenza scientifica e comunicativa, la tesi di dottorato discussa
71 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Maria Pia Casalena Andando più nel generale, l’intera messe di celebrazioni si è svolta in un clima disposto più alla polemica e all’astensione che all’unanimismo e alla partecipazione. E se questo clima, determinato dalle difficilissime congiunture politico-economiche nazionali, ha rappresentato secondo molti la prima differenza rispetto ai fulgori del Centenario del ’61,7 esso ha condizionato anche la rappresentazione pubblica della storia delle italiane, particolarmente ma non solo quella di età risorgimentale. Il Risorgimento stesso, dopo un lungo appannamento storiografico e mediatico, ha rivissuto col 2011 una stagione di protagonismo. La svolta “culturale” intervenuta già da un decennio negli orientamenti scientifici si è rivelata sicuramente feconda pure nel settore della narrazione pubblica, con una sensibilità nuova per i ruoli di genere, le separazioni degli spazi, la considerazione del patriottismo italico. Quella storiografia avrebbe molte altre cose da dire, ma non tutte si sono riversate nella pratica divulgativa e nella costruzione dei discorsi per “non addetti”. Fatto sta che sicuramente dobbiamo a quella –non affatto conclusa– stagione di studi la ritrovata vitalità del Risorgimento in primis, e delle donne nel Risorgimento subito dopo. A ben vedere, la rappresentazione e la messinscena, per quanto concerne il nostro soggetto, erano già ben avviate prima del 2011. Ha cominciato la RAI con le sue fiction –tra tutte, La Contessa di Castiglione, Il generale dei briganti, L’ultimo Papa Re– che intendevano, dal 2006 e oltre il 2011,8 rinverdire i fasti di celebri narrazioni televisive dell’età di Bernabei o addirittura del “neorealismo rosa”. Prima che il film di Mario Martone intervenisse a porre dubbi e dilemmi, dalle narrazioni correnti emergevano solo, senza tema di a Salerno presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Salerno, a.a. 2016/2017 da Maria Cristina Ingenito, Processo ai briganti, che analizza anche processi e traversie di donne delle bande. 7 Cfr. l’intervista a Giuliano Amato condotta da Alberto De Bernardi: Senza futuro è difficile avere un passato, «Storicamente», 2011, n. 7: <https://storicamente. org/giuliano_amato_150>. Sul 150° cfr. tra gli altri i numeri monografici delle riviste «Ricerche storiche», 2012, n. 2; «Storicamente», 2011, n. 7; «Ventunesimo secolo», 2011, n. 29; «Il Risorgimento», 2015, nn.1-2. 8 La Contessa di Castiglione, diretta da Josée Dayan e interpretata da Francesca Dellera, è andata in onda su RAI 1 nel dicembre del 2006. Il generale dei briganti, incentrata sulla vita di Carmine Crocco, è andata in onda –con strascico di polemiche neoborboniche– nella primavera del 2012 su RAI 1. L’unica delle tre miniserie che abbia goduto di qualche replica anche a distanza dalle congiunture celebrative è L’ultimo Papa-Re (regia di Luca Manfredi), trasmessa per la prima volta nel 2013 a conclusione del “ciclo risorgimentale” di RaiFiction, priva di chiaroscuri o dilemmi, basata sul gigantismo attoriale di Gigi Proietti.
72 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Donne del Risorgimento e Public History nel 150° dell’Unità nazionale svalutazione, macchiette prive di qualsivoglia spessore tanto storico quanto narrativo. Poi venne la Cristina di Belgiojoso di Noi credevamo, con annessa –e non voluta– riscoperta della letteratura prima critica e poi revisionista.9 Ma la vena amara della pellicola è bastata come pretesto al rilancio di ben differenti attacchi contro il Risorgimento. L’anno 2011 può essere fatto cominciare, per quanto ci riguarda, dall’annuncio del volume collettivo Donne del Risorgimento rilanciato dal sito della casa editrice il Mulino. Un’operazione che si collocava tra le prime in quel nesso tormentato che abbiamo individuato all’inizio: rinnovare/arricchire la memoria e le rappresentazioni storiche pubbliche; fare a meno del discorso scientifico: in quel volume non figuravano storiche di professione, bensì le più visibili componenti del gruppo Controparola fondato da Dacia Maraini: con la Maraini stessa, Elena Doni, Claudia Galimberti, Maria Grosso, Lia Levi, M. Serena Palieri, Loredana Rotondo, Francesca Sancin, Mirella Serri, Federica Tagliaventi, Chiara Valentini.10 Un gruppo rivelatosi fecondo di riscritture della storia nazionale al femminile, dato che a Donne del Risorgimento hanno fatto seguito, solo fino ad ora, Donne della Grande Guerra, Donne della Repubblica, Donne del Sessantotto.11 9 Da notare che lo studio più aggiornato e completo sulla principessa Barbiano di Belgiojoso, apparso in anni recenti, è stato un po’ pubblicizzato nella penisola dalla comunità degli specialisti, ma non è mai stato tradotto in italiano, cfr. Karoline Rӧrig, Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Geschichtsschreibung und Politik im Risorgimento, Bonn, Karoline Rӧrig, 2013. Punto di congiunzione felice tra metodologie e divulgazione appariva il precedente lavoro condotto dall’autrice assieme a Mariachiara Fugazza, La prima donna d’Italia. Cristina di Belgiojoso tra politica e giornalismo, Milano, FrancoAngeli, 2010. 10 Donne del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011. Eloquente la quarta pubblicata sul sito della casa editrice, che sembra non tener affatto conto dei prodotti scientifici e biografici accumulatisi in sede storiografica: «Quando si parla del Risorgimento le donne dove sono? La memoria di quelle, non poche, che lo animarono è pressoché cancellata. Quattordici profili narrativi restituiscono la vicenda biografica e l’azione politica di altrettante donne, da Colomba Antonietti a Clara Maffei, da Sara Nathan ad Anita Garibaldi, dalla nobile Cristina Trivulzio di Belgiojoso a Peppa “la cannoniera”, da Enrichetta Caracciolo ad Antonietta De Pace. Lavandaie e giornaliste, aristocratiche e massaie, italiane e straniere: cogliamo in queste “donne del Risorgimento” anche una comune disposizione in senso protofemminista, che le portò volta a volta a impegnarsi in battaglie sociali, a lottare contro la prostituzione, a prendere le armi vestite da uomini, accanto agli uomini». 11 Marta Boneschi, Paola Cioni, Elena Doni, Claudia Galimberti, Lia Levi, Maria Serena Palieri, Cristiana di San Marzano, Francesca Sancin, Mirella Serri, Federica Tagliaventi, Simona Tagliaventi, Donne nella Grande Guerra, Bologna, il Mulino, 2014; Paola Cioni, Eliana Di Caro, Elena Doni, Claudia Galimberti, Lia Levi, Maria Serena Palieri, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Federica Tagliaventi, Chiara Valentini, Donne della Repubblica, Bologna, il Mulino, 2017;
73 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Maria Pia Casalena Beninteso, qualunque curvatura divulgativa della storia delle donne dovrebbe giungere benvenuta in principio, date le persistenti asperità sul piano istituzionale e di riconoscimento accademico e politico. Se poi leggiamo il nome di Mirella Serri, docente di Letteratura italiana e firma della stampa nazionale che con la storia, a tutti i suoi livelli, ha fatto e fa molto su varie testate; o se ricordiamo le narrazioni a sfondo storico –Marianna Ucria su tutte– di Dacia Maraini; se consideriamo infine salutare il piglio esplicitamente femminista dell’impresa, le ragioni per accogliere con sollievo quel volume (e quelli che hanno fatto seguito) di sicuro non mancano. Però un discorso si deve intavolare subito: mancano le storiche in un libro dedicato ad un periodo storico, come detto, profondamente rivisitato –anche con contrasti interni– dalla comunità scientifica. Un’assenza forse addirittura voluta, data la destinazione ad amplissimo raggio del volume, ammesso nella collezione “Storica Paperbacks” spesso destinata a testi d’uso degli studenti del superiore. Come scrive Elena Doni, si tratta ancora di sottrarre dall’invisibilità (stavolta per i grandi numeri) e di denunciare la mancata concessione, nel 1861, del primo diritto: il diritto di voto. «Grande più che non si crederebbe fu il numero delle donne uccise», scrisse dopo le Cinque Giornate di Milano Carlo Cattaneo, una delle voci più alte del Risorgimento, ricordando i caduti di quella sommossa antiaustriaca e registrando i loro mestieri. Tra le donne c’erano levatrici, ricamatrici, modiste e «tra quelle che si dicono alla rinfusa cucitrici, alcune giovinette». Ecco dunque sfatati in poche righe due luoghi comuni della storia del Risorgimento: che le donne che presero parte ai movimenti per l’indipendenza e l’Unità d’Italia fossero un’esigua minoranza e che appartenessero alle classi privilegiate. Certo, le donne che imbracciarono le armi furono meno numerose degli uomini: ma senz’altro significativo fu il numero di quelle che rischiarono la vita, o la prigione, partecipando all’organizzazione dei complotti, portando messaggi (a memoria, o celati tra le vesti o nei capelli), nascondendo fuggiaschi e feriti, offrendo denaro, quando ne avevano. Le biografie riportano anche storie di straorPaola Cioni, Eliana Di Caro, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, Donne del Sessantotto, Bologna, il Mulino, 2018.
74 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Donne del Risorgimento e Public History nel 150° dell’Unità nazionale dinario coraggio e audacia: nel 1828, quando nel Cilento scoppia una rivolta promossa dalla Carboneria, Serafina Apicella, moglie di un congiurato fuggito in Francia, è arrestata, torturata con pece bollente, calata in un pozzo perché confessi: resisterà; condannata a venticinque anni, riuscirà a fuggire dopo qualche tempo e a raggiungere il marito. Nel 1848 a Messina, Rosa Donato, tosatrice di cani, riesce a impadronirsi di un vecchio cannone e a spingerlo per le vie della città, per impiegarlo contro l’esercito borbonico. Morirà nell’incendio delle polveri alle quali aveva dato fuoco per non consegnare l’arma al momento della resa. La principessa Cristina di Belgiojoso rischiava la vita ogni giorno per curare i feriti della Repubblica romana sotto il cannoneggiamento dei francesi. Donne del Nord, del Centro, del Sud, cittadine e contadine, cameriere e principesse presero parte attiva alla nascita dell’Italia. Ci vollero quasi cento anni perché alle italiane venisse concesso di votare.12 Ora, è indubbio che in quei capitoli siano stati riversati molta della conoscenza e molto del metodo maturati da storiche di professione in oltre un decennio di lavoro. Di più, dato il profilo delle autrici, si può individuare una particolare attenzione al linguaggio, calibrato al punto giusto tra rigore ed evocazione. Le eroine del volume sono di più di quelle che nel terreno scientifico hanno vissuto una stagione di salvataggio dalla “invisibilità”. Gli ego-documenti disponibili, abbondano. Ma il nerbo del volume, letto in sé e come incipit di una serie, risiede in un discorso non solo rivendicativo e militante, ma che pure sembra tendere una lunga campata di momenti pressoché tutti uguali di discriminazione, al di là delle specificità congiunturali della storia nazionale. Così, l’approccio femminista connaturato a qualunque narrazione si impegna a sottrarre le “subalterne” dalla “invisibilità”, anche in ambito strettamente scientifico, finendo per trasformarsi in un conato di controdiscorso che di fatto contribuisce, a nostro avviso, più a depauperare che ad arricchire la storia del Risorgimento, intesa come patrimonio pubblico. La galleria delle eroine è genere affatto familiare alla libreria italiana, di cui si sono nutriti tutti i regimi politici a partire da Napoleone I, e sempre questo genere trasforma la storia in memoria imponendo una gerarchia di rilevanze che possono risultare del tutto inappropriate al periodo 12 <http://www.treccani.it/enciclopedia/le-donne-del-risorgimento_(IlLibro-dell%27Anno)/>.
75 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Maria Pia Casalena storico. Allora non possiamo più considerare Donne del Risorgimento come un libro in sé autonomo, bensì come il programmatico avvio di un discorso assai più ampio sulla cittadinanza nel Belpaese, nel quale –storicamente parlando– le figure femminili strappano alcune “quote rosa” che non sempre vanno oltre il livello della curiosità da esposizione. Un discorso diametralmente opposto va riferito al lavoro curato da Laura Guidi, docente di Storia delle donne all’Università di Napoli Federico II. Il Risorgimento invisibile è opera al contempo squisitamente scientifica e efficacemente divulgativa.13 Libro architettato in modo funzionale ad una fruizione a più livelli, esso deriva dal lunghissimo progetto di ricerca avviato dalla stessa Guidi presso l’Ateneo napoletano: un ipertesto open access, con contenuti di varia natura tutti rigorosamente passati al vaglio della coerenza discorsiva. Né galleria di benemerite, né distribuzione di “quote rosa”, questo lavoro e il libro in esame –uscito a cura dell’Amministrazione Comunale– operano al contempo l’agognata riscrittura della storia e la messa in circolazione nel senso comune e nella memoria –non solo meridionale– di rappresentazioni di intrecci organici conflittuali necessari di azione e pensiero femminili e maschili. Saggi di sintesi, materiale iconografico, schede biografiche, chicche d’archivio, investigazione delle scritture private: non manca alcunché, in questo caso, all’efficacia di un’operazione di Storia Pubblica che rispecchia tutte le caratteristiche portanti del prodotto scientifico. Non di quelli privilegiati dalle valutazioni a vario livello, ma un prodotto che anche solo a una prima lettura dispiega il portato di una intensa riflessione scientifica, metodologica e narrativa. Qui le eroine del Risorgimento si trovano davvero… nel Risorgimento, vale a dire in un contesto storico, un segmento di storia nazionale, preciso e ben individuato, con una indubbia sovrabbondanza di senso sul piano femminista, ma senza in nulla cedere all’analogia disinvolta. Tanto più significativo, il lavoro coordinato e diretto da Laura Guidi, in quanto proprio il contesto partenopeo si è rivelato –in quello stesso torno di mesi– tra i più polemici (col Nord leghista e con l’oltranzismo cattolico) nei confronti di quanti studiano il Risorgimento senza scadere in lamentazioni retoriche e presentiste sui margini ristretti del movimento nazionale. Nella città che nel 2011 ha visto il disvela13 Cfr. <https://www.storiadigitale.it/il-risorgimento-invisibile/> e Laura Guidi (a cura di), Risorgimento invisibile: patriote del Mezzogiorno d’Italia, Napoli, Comune di Napoli, 2011.