Disporre del passato: contributi della psicologia allo studio della memoria nella relazione sociale
Abstract
L’articolo propone alcune riflessioni sull’apporto che gli studi psicologici possono fornire agli storici che intendano operare a contatto diretto con i mutamenti della mentalità e delle appartenenze. Mettendo in dialogo contributi di psicologia cognitiva, di storia della psicologia e di epistemologia della storia, vengono ricostruite le dinamiche essenziali del processo mnestico, chiarendo le modalità attraverso cui la memoria intesse un rapporto di interdipendenza e di continua costruzione e ricostruzione con gli individui, i gruppi e la collettività più in generale.
Full text
Studies on the Value of Cultural Heritage 22 IL CAPITALE CULTURALE eum Rivista fondata da Massimo Montella
Giovani, studenti, public history
Francesco Rocchetti, Disporre del passato: contributi della psicologia allo studio della memoria nella relazione sociale / To dispose of the past: contributions of psychology to the study of memory in the social relationship «Il capitale culturale», n. 22, 2020, pp. 63-79 ISSN 2039-2362 (online); DOI: 10.13138/2039-2362/2510 Disporre del passato: contributi della psicologia allo studio della memoria nella relazione sociale * Francesco Rocchetti, Professore a contratto di Psicologia, Dipartimento di scienze politiche, della comunicazione e delle relazioni internazionali, Università di Macerata, Via Don Minzoni 22/A, 62100 Macerata, e-mail: [email protected]. Francesco Rocchetti Abstract L’articolo propone alcune riflessioni sull’apporto che gli studi psicologici possono fornire agli storici che intendano operare a contatto diretto con i mutamenti della mentalità e delle appartenenze. Mettendo in dialogo contributi di psicologia cognitiva, di storia della psicologia e di epistemologia della storia, vengono ricostruite le dinamiche essenziali del processo mnestico, chiarendo le modalità attraverso cui la memoria intesse un rapporto di interdipendenza e di continua costruzione e ricostruzione con gli individui, i gruppi e la collettività più in generale. The article proposes some reflections on contributions that psychological studies might provide to historians who intend to operate in direct contact with changes in mindset and self-belonging. By bringing together contributions from the cognitive psychology, the history of psychology and the epistemology of history, the essential dynamics of the memory process are reconstructed, clarifying the ways in which memory weaves a relationship of interdependence and continuous construction and reconstruction with individuals, groups and the community.
64 FRANCESCO ROCCHETTI 1. Introduzione Il tema del passato che si manifesta e agisce nel presente ha ampia trattazione da parte della riflessione filosofica e degli studi di epistemologia storica1. Nei più di duemila anni che intercorrono fra le articolate trattazioni del Filebo platonico2 e le riflessioni che aprono il secondo Novecento con la pubblicazione dell’Apologia della storia di Bloch3, la storia intreccia costantemente la sua evoluzione con la domanda sul comportamento umano e trova negli studi psicologici sulla memoria un interessante tassello per la comprensione di come il passato orienti l’azione individuale e collettiva: la funzione psichica della memoria è uno degli aspetti attraverso cui l’immaterialità degli eventi passati, che non sono più, produce effetti su ciò che materialmente è ora o sarà nel futuro. Di fatto, se anche dovessimo assumere la prospettiva secondo cui la storia è la scienza critica che ricostruisce il passato ribadendone la separazione dal presente4, essa tuttavia si confronta con la memoria sia attribuendo a questa la funzione di fonte, sia perché la storia stessa agisce nell’interazione sociale come uno dei fattori culturali che contribuiscono a costruire la memoria attraverso lo studio, le scelte istituzionali, l’azione dei media e la composizione della cornice entro cui si conferisce significato alle esperienze personali5. Approfondire la circolarità e l’«interdipendenza»6 di questo rapporto è di vitale importanza per chi si occupi di public history e in generale di storia. L’intento di questo articolo è di far emergere il complesso intreccio che la memoria intesse con gli individui, i gruppi e la collettività più in generale, riconoscendo il ruolo più o meno attivo dei soggetti nella costruzione e ricostruzione dei suoi contenuti. Lasciando sullo sfondo il dibattito sulla natura specifica della public history, tra la produzione partecipata della storia attraverso le memorie7, la fruizione pubblica della ricerca storica e la diffusione di prodotti storici concepiti fin dall’origine per essere divulgati8, in questo contributo si pone l’attenzione sull’apporto che gli studi psicologici possono dare alla professione dello storico che intenda operare a contatto diretto con i mutamenti della mentalità e delle appartenenze, nella consapevolezza della complessità del rapporto che l’essere umano ha con il proprio passato e con 1 Il panorama del dibattito attraverso i secoli è ricostruito in innumerevoli testi tra cui Burke 1992, Rizzacasa 1993, Gallerano 1999, D’Orsi 2002, De Luna 2004, Mustè 2005, Luzzatto 2010, Bonomo 2013, Ridolfi 2017. 2 Platone, Filebo, 33d-35. Cfr. Migliori 1993, pp. 199-206. 3 Bloch 1950. 4 Rossi Doria 1998, p. 13. 5 La persuasione a leggere un fatto in un determinato modo attraverso il suo inserimento in specifiche strutture di significato è definita in ambito psicologico framing. Cfr. Entman 1993, Scheufele 1999, Mazzara 2008, Catellani 2011. 6 Maier 1995, p. 36. 7 Ridolfi 2017, pp. 9-26. 8 Noiret 2009, p. 277.
65 DISPORRE DEL PASSATO: CONTRIBUTI DELLA PSICOLOGIA ALLO STUDIO DELLA MEMORIA NELLA RELAZIONE SOCIALE la progettazione del proprio futuro: le occasioni di reciproca permeabilità fra questi ambiti di ricerca infatti sono ancora rari e di scarsa diffusione, per cui è utile esplicitare alcuni punti di raccordo finora poco esplorati. Seguendo un’esposizione che parte dall’individuo fino a giungere al suo superamento nella dimensione collettiva, si fa uso degli studi della psicologia cognitiva, ossia di quell’approccio che definiamo interessato a indagare l’elaborazione delle informazioni da parte della mente, per passare poi ad approfondire il contributo di quella parte della psicologia che maggiormente guarda al ruolo della cultura e della relazione sociale nello studio dei comportamenti, cercando di tenere in tensione fra di loro queste ricerche al fine di far emergere il complesso intreccio che sottende ogni azione fondata sulla memoria o orientata dalla storia e la fecondità degli studi psicologici letti con la lente degli storici. Quando parliamo di memoria, infatti, parliamo della capacità di richiamare alla mente dei dati, ma anche della base conoscitiva che orienta l’adattamento e che partecipa alla ricerca e costruzione di significato dell’ambiente in cui viviamo9: questo dirsi molteplice della memoria, di cui danno conto l’evoluzione della psicologia e i conflitti epistemologici che la caratterizzano, contribuisce a cogliere l’articolata relazione che si costruisce fra passato, presente e futuro e conduce dentro il difficile lavoro dello storico che agisca nella società. 2. La memoria e l’individuo La memoria opera sia come strumento per il recupero, più o meno consapevole, di informazioni o di procedure, sia come presupposto per la percezione di continuità del Sé nel tempo. Il recupero alla coscienza di fatti, eventi o significati in modo da poter essere comunicati con proposizioni è definito più propriamente memoria dichiarativa ed è distinta dalla memoria procedurale10, che governa invece il saper fare, acquisito in modo esplicito (ossia consapevole) e che per lo più rimane implicito, ossia richiamato senza che ce ne rendiamo conto. Benché ai fini di questa trattazione risultino di maggiore importanza le azioni di codifica e di recupero delle informazioni che possono essere rese in forma dichiarativa, non devono essere trascurati ai fini dello studio delle culture materiali e dei beni culturali immateriali la memoria procedurale e gli script, intesi come sequenze attese di azioni11, che da soli meriterebbero un approfondimento per le loro applicazioni nell’ambito della riflessione antropologica e per la documentazione del patrimonio delle culture umane. Essi infatti veicolano informazioni sociali e rivestono un notevole ruolo nella 9 Leone 1996, pp. 91-93. 10 Cohen, Squire 1980. 11 Schank, Abelson 1977.
66 FRANCESCO ROCCHETTI comprensione reciproca fra culture diverse12, basti pensare ai comportamenti a tavola, ai balli tradizionali, ai protocolli di cerimonie religiose e civili, alle ritualità magiche tramandate nella cultura popolare o, più semplicemente, agli articolati movimenti delle mani e all’indescrivibile dosaggio della forza che caratterizzano i lavori artigiani o che si mettono in campo quando si impasta o si cucina13. In quest’ottica anche una reazione inaspettata e inconsueta può essere letta come traccia della storia di un individuo: la giustificazione che viene addotta dallo stesso soggetto a tale azione ci conduce inoltre verso i processi di semantizzazione messi in campo per dare un senso a quanto vissuto, fornendo informazioni sulla cultura di appartenenza14. La spiegazione di alcuni comportamenti attraverso il racconto di violenze o di momenti drammatici, come quelli ad esempio conseguenti a esperienze di guerra o a prassi educative pervasive, ci mostrano come la memoria può divenire fonte perfino indiretta della relazione dell’uomo con il suo passato. Estendendo l’applicazione dello stesso concetto, anche i comportamenti attesi in ambito politico, il rifiuto o l’accettazione di alcune condotte da parte delle forze dell’ordine o di esponenti politici, ci raccontano l’acquisizione di valori e prassi da parte dei cittadini: praticare nei comportamenti quotidiani l’uguaglianza, il rispetto, l’integrazione sono cosa diversa dal richiamare alla mente i contenuti concettuali degli stessi e sono una testimonianza notevole di memoria non necessariamente esplicita15. Le manifestazioni di disagio verso le forze dell’ordine, ad esempio, che può esprimere chi è vissuto in regimi autoritari e ne ha subìto la repressione sono un racconto implicito ricco di informazioni. Tornando alla nostra capacità di immagazzinare e, soprattutto, di recuperare informazioni, in modo implicito (ossia generato da una situazione fortuita di rievocazione) o esplicito (attraverso una domanda esterna prodotta dall’individuo per una necessità), essa è legata al processo di codifica delle stesse informazioni. Tutte le forme di conoscenza sono stoccate in memoria, ma devono essere attivate e recuperate per diventare disponibili nella memoria di lavoro, influenzando l’elaborazione d’informazioni in un determinato contesto, come quello della formazione di un’impressione16: nel meccanismo che sottende tutta la psicologia cognitiva, ossia quello della mente che elabora un input per produrre un output, la modalità attraverso cui elaboriamo le informazioni al momento dell’acquisizione, organizzandole e relazionandole fra di loro, influenza tutte le operazioni successive e quindi anche quelle della restituzione delle stesse. La riproposizione alla coscienza dei contenuti avviene inoltre anche 12 Leone 2013, pp. 228-240. 13 In questo ambito notevoli sono gli studi di biologia applicata condotti da Cerasa 2017 e 2020 in relazione alle disabilità. 14 Leone 2013, pp. 224 e 230. 15 Alcuni studi in questa direzione rispetto ai valori costituzionali e identitari sono in Fermani et al. 2018, Pojaghi 2012, Rocchetti, Pojaghi 2011. 16 Andrighetto, Riva 2020.
67 DISPORRE DEL PASSATO: CONTRIBUTI DELLA PSICOLOGIA ALLO STUDIO DELLA MEMORIA NELLA RELAZIONE SOCIALE in funzione degli stimoli, ossia degli indizi di cui possiamo fruire: essa può essere un vero e proprio recupero, in cui viene riprodotta l’informazione, o un riconoscimento, in cui prendiamo coscienza che siamo già stati in contatto con quel dato. Benché alcuni studi basati sulle neuro-immagini abbiano mostrato come nella codifica e nel recupero entrino in gioco parti diverse del cervello17, questi processi sono correlati e intrinsecamente legati non solo all’esperienza sensoriale del momento in cui avviene quanto impresso nella memoria, ma anche all’universo di significati di cui siamo portatori in quel momento attraverso la nostra cultura di appartenenza e, conseguentemente, a quell’incontro tra individuo e collettività in cui non è facile scindere cosa dell’individuo sia prodotto collettivo e cosa, al contrario, del collettivo sia prodotto individuale18. Gli ancoraggi temporali che la mente umana costruisce hanno forti relazioni con la costruzione di senso del nostro percorso di vita, con le nostre esperienze, identità e appartenenze mutevoli: in una produzione pubblica di storia, intesa come partecipata, occorre pertanto fare attenzione al ruolo avuto dalla codifica nei soggetti che ricostruiscano un’esperienza personale. Comprendere i meccanismi di codifica porta a chi si occupi di public history un doppio vantaggio: da una parte rende meno sfumanti i limiti della ricostruzione oggettiva di eventi da parte dei testimoni, dall’altra permette ai divulgatori di storia di ragionare in modo consapevole su quali strumenti lavorare al fine di costruire prodotti memorizzabili. Un primo elemento che entra in gioco al momento della codifica è il contesto, ma anche lo stato fisico o emotivo in cui ci si trova. Alcuni studi hanno dimostrato come si ricorda di più se l’operazione di recupero dell’informazione avviene nel contesto19 o nello stato personale20 in cui è avvenuta la codifica. Allo stesso modo, se la codifica è avvenuta attraverso un’elaborazione del significato o per un’associazione fisica, l’informazione sarà meglio richiamata alla mente se sollecitata dallo stesso tipo di elaborazione21. In tutti questi casi non vi è comunque una condizione di passività, anzi, tanto più un’informazione viene elaborata e approfondita, tanto più risulterà solido il suo ricordo22. Nel processo di memorizzazione infine, come ha mostrato Underwood23, riprendendo gli studi di Ebbinghaus del 188524, possono agire delle interferenze ossia delle distorsioni del processo di codifica o di recupero, a seconda che intervengano su quanto ancora da memorizzare, che viene ostacolato da ciò che si conosce già, oppure su quanto memorizzato in precedenza, sovrapponendogli nuovi ricordi. 17 Habib et al. 2003. 18 Leone 1996. 19 Tulving, Thomson 1973; Robin et al. 2019. 20 Carter, Cassaday 1998. 21 Hamilton, Rajaram 2001. 22 Lockhart, Craik 1990. 23 Underwood 1949. 24 Ebbinghaus 1975.
68 FRANCESCO ROCCHETTI L’attendibilità dei ricordi pertanto mostra una certa natura indisciplinata agli occhi degli storici25, ma è un complesso intreccio tra contesti di codifica e recupero, attività implicite della memoria, profondità dell’elaborazione e informazioni assunte successivamente a quanto accaduto, confronto con altri testimoni, desiderabilità sociale, formulazione delle domande a riguardo26. Quanto conserviamo nella memoria non sono semplici dati che si riferiscono a episodi specifici (memoria episodica), ma anche contenuti che apprendiamo attraverso categorizzazioni e generalizzazioni che vanno a costituire reti di concetti, ossia veri e propri universi di significati che ci permettono la produzione e la comprensione del linguaggio e l’orientamento nel contesto sociale in cui ci troviamo (memoria semantica)27. È in particolare su questo ultimo tipo di memoria che agisce la storia nella sua specifica forma narrativa, prodotta anche nella sfera pubblica attraverso gli strumenti che le istituzioni scelgono al fine di corroborare identità o giustificare il presente: musei, monumentalizzazioni, feste nazionali, cerimonie, odonomastica, giornate commemorative28. 3. La memoria e la relazione con gli altri Come abbiamo detto, fra gli elementi che maggiormente organizzano la nostra memoria ci sono le conoscenze pregresse: gli apprendimenti e il contesto culturale sono quindi attivi nella costruzione di ricordi. I termini della questione sono stati ben delineati da Leone, che in Italia più di altri ha sviscerato, con metodo storico e attraverso una genealogia delle idee, le sfumature entro cui si sviluppa il problema29. Già negli anni Trenta Bartlett nota come gli esseri umani forzino dentro la propria cultura qualsiasi cosa apprendano, riorganizzando quanto non appartiene alle loro consuete esperienze attraverso concetti e linguaggi che sono invece familiari30. Il processo di ricostruzione attraverso cui viene riprodotto il passato è quindi soggetto a molteplici distorsioni e il ricordo di una nozione è cosa diversa dal ricordo di una esperienza autobiografica31. Studi recenti hanno anche mostrato come da un punto di vista fisiologico il ricordo autobiografico ha una sua peculiarità che consiste nel richiedere l’attivazione contemporanea di diverse aree del cervello che cooperano tra di loro32. 25 Pavone 1995. 26 Loftus 2019. 27 Tulving 1972. 28 Cfr. Pomian 1990, Ridolfi 2003, Rocchetti 2009, Dragoni 2011, Pentucci 2012. 29 Leone 1996. 30 Bartlett 1974. 31 Leone 2001, pp. 111-123; Adamo 2014. 32 Daselaar et al. 2008.
69 DISPORRE DEL PASSATO: CONTRIBUTI DELLA PSICOLOGIA ALLO STUDIO DELLA MEMORIA NELLA RELAZIONE SOCIALE Ciò che più ci interessa del lavoro di Bartlett è l’aver individuato come la memoria non agisca semplicemente quale luogo di accumulo d’informazioni, quanto piuttosto come ambiente di continua ricostruzione e riscrittura del passato in funzione delle esigenze del presente33. La prospettiva adottata da Bartlett sposta l’attenzione dal destino del dato al destino della percezione34, ossia non è interessata tanto all’accuratezza di quello che viene ricordato, quanto alle cause della manipolazione, giungendo a comprendere che la trasformazione attiva compiuta sul ricordo ha una funzione adattiva: essa è legata agli appetiti, agli istinti, agli interessi e ideali del singolo soggetto, in pratica all’emozione che si vive e alla motivazione che spinge a ricordare35. Per Bartlett insomma gli umani trasformano il ricordo, non se ne rendono conto e si procurano anche un senso di piacere per aver ben ricordato36. Per fini di adattamento, di desiderabilità sociale in termini di convenzioni di narrazione e di contenuti, le lacune vengono colmate e le incongruenze vengono aggiustate: in Bartlett l’individuo interagisce con altri individui e insieme essi costruiscono una memoria condivisa e convenzionale. Questo impianto di analisi ci mostra su quali basi è possibile adottare un retroterra complesso per leggere alcuni studi, anche recenti, sulla costruzione della memoria autobiografica fin dall’infanzia37. A partire dai due anni e mezzo negli esseri umani si corroborano i ricordi delle cose accadute. Nel narrare questi ricordi, se riceviamo attenzione, aumenta la possibilità che vengano raccontati ancora e quindi se ne ottiene un consolidamento, così come il ricordo si arricchisce di particolari e interpretazioni in base ai feed back che riceviamo da chi ascolta, anche in termini emotivi38. Si viene strutturando così nel tempo l’identità (historical self)39 e la memoria come facoltà che garantisce la continuità delle proprie esperienze. Emerge cioè, anche negli studi centrati sull’individuo, come la cultura in cui agiamo sia attiva nel produrre memorie condivise, già nella selezione di cosa ricordare e quali emozioni associare a tali ricordi in base all’approvazione e al riconoscimento ricevuto dagli altri: all’evento si affianca il significato, la memoria episodica (che garantisce la nostra percezione di continuità nel tempo) si modella nell’intreccio con quella semantica che, nel raccogliere l’insieme di tutte le conoscenze necessarie all’orientamento nel contesto di vita, permette la comprensione del linguaggio e dei concetti che possono essere verbalizzati. In questo senso la memoria semantica è un prodotto collettivo e mostra il superamento del problema della memoria come fatto individuale per approdare in modo più marcato a una lettura collettiva del nostro ricordare. 33 Bartlett 1974, pp. 265-266. 34 Leone 1996, p. 98. 35 Bartlett 1974, pp. 276-277. 36 Leone 1996, pp. 98-101. 37 Fivush 2019. 38 Haden et al. 2001. 39 Nelson 1996, pp. 152-182; Bonomo 2013, p. 28.
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eum edizioni università di macerata JOURNAL OF THE DIVISION OF CULTURAL HERITAGE Department of Education, Cultural Heritage and Tourism University of Macerata Direttore / Editor in-chief Pietro Petraroia Co-direttori / Co-editors Tommy D. Andersson, University of Gothenburg, Svezia Elio Borgonovi, Università Bocconi di Milano Rosanna Cioffi, Seconda Università di Napoli Stefano Della Torre, Politecnico di Milano Michela di Macco, Università di Roma “La Sapienza” Daniele Manacorda, Università degli Studi di Roma Tre Serge Noiret, European University Institute Tonino Pencarelli, Università di Urbino "Carlo Bo" Angelo R. Pupino, Università degli Studi di Napoli L'Orientale Girolamo Sciullo, Università di Bologna Texts by Giuliana Altea, Francesco Bartolini, Elisa Bernard, Giuseppe Buonaccorso, Francesco Capone, Giuseppe Capriotti, Eliana Carrara, Mirco Carrattieri, Mara Cerquetti, Michele Dantini, Pierluigi Feliciati, Angela Maria La Delfa, Rita Pamela Ladogana, Luciana Lazzeretti, Sonia Merli, Enrico Nicosia, Silvia Notarfonso, Stefania Oliva, Caterina Paparello, Claudio Pavone, Sabina Pavone, Pietro Petraroia, Alessandra Petrucci, Francesco Rocchetti, Daniele Sacco, Gaia Salvatori http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult/index ISSN 2039-2362