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La città come luogo di esperienza del passato. Per una storia urbana a uso dei giovani

Bartolini, Francesco <Università di Macerata>

Abstract

La storia urbana è una risorsa importante per aiutare i giovani nella costruzione di un senso storico. In primo luogo, perché riesce a ben esemplificare le strette connessioni che esistono tra passato e presente. Poi, perché consente di sperimentare una pratica interdisciplinare di ricerca attraverso l’utilizzo di diverse metodologie e scale di analisi. Infine, perché favorisce un approccio globale allo studio del passato, evidenziando i limiti di una prospettiva eurocentrica. Questo articolo esamina alcune delle più recenti trasformazioni della Storia urbana allo scopo di misurarne le potenzialità pedagogiche nelle attività didattiche e divulgative rivolte alle generazioni più giovani.

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Studies on the Value of Cultural Heritage 22 IL CAPITALE CULTURALE eum Rivista fondata da Massimo Montella Giovani, studenti, public history Francesco Bartolini, La città come luogo di esperienza del passato. Per una storia urbana a uso dei giovani / The city as a place for the experience of the past: an urban history for young people «Il capitale culturale», n. 22, 2020, pp. 21-33 ISSN 2039-2362 (online); DOI: 10.13138/2039-2362/2346 La città come luogo di esperienza del passato. Per una storia urbana a uso dei giovani * Francesco Bartolini, Professore associato di Storia contemporanea, Dipartimento di Scienze della formazione, di beni culturali e del turismo, Università di Macerata, Piazzale L. Bertelli 1, 62100 Vallebona, Macerata, e-mail: [email protected]. Francesco Bartolini* Abstract La storia urbana è una risorsa importante per aiutare i giovani nella costruzione di un senso storico. In primo luogo, perché riesce a ben esemplificare le strette connessioni che esistono tra passato e presente. Poi, perché consente di sperimentare una pratica interdisciplinare di ricerca attraverso l’utilizzo di diverse metodologie e scale di analisi. Infine, perché favorisce un approccio globale allo studio del passato, evidenziando i limiti di una prospettiva eurocentrica. Questo articolo esamina alcune delle più recenti trasformazioni della Storia urbana allo scopo di misurarne le potenzialità pedagogiche nelle attività didattiche e divulgative rivolte alle generazioni più giovani. Urban history is an important resource to help young people develop a historical sense. Firstly, because it manages to exemplify well the close connections that exists between past and present. Then, because it allows to experiment with an interdisciplinary research practice through the use of different methodologies and analysis scales. Finally, because it favours a global approach in studying the past, highlighting the limits of an Eurocentric perspective. This article examines some of the most recent transformations in Urban History in order to evaluate their pedagogical potential in educational activities aimed at younger generations. 22 FRANCESCO BARTOLINI 1. Tra passato e presente Che la storia sia in difficoltà, lo dicono molti. Si parla sempre più spesso di crisi della storia o, più in generale, di dissoluzione di quel senso storico che avrebbe a lungo costituito uno dei pilastri della formazione culturale del cittadino1. Si evocano le conseguenze nefaste del capitalismo “flessibile”, del postmodernismo e della rivoluzione digitale, che avrebbero imposto un azzeramento della prospettiva temporale a vantaggio di un presente globale2. Oppure, in modo più sofisticato, si richiamano gli effetti di lungo periodo delle scoperte scientifiche novecentesche, dalla fisica alla biologia, che avrebbero progressivamente eroso i confini tra le categorie di spazio e tempo, stravolgendo le modalità di rappresentazione dell’esperienza3. In realtà, già in precedenza, anche all’interno di un contesto culturale pervaso di storicismo come quello ottocentesco, non mancava chi manifestasse riserve e perplessità sulla funzione della storia come strumento di orientamento nel presente4. Ma oggi è indubbio che questa sfiducia verso l’utilità della conoscenza del passato abbia acquisito una nuova fisionomia, assai seducente in relazione sia alle pratiche di esperienza quotidiana del mondo digitale sia alle più recenti innovazioni scientifiche5. Ovviamente, chi pensa che la storia resti una delle modalità irrinunciabili per osservare e comprendere la realtà, non può non avvertire un senso di allarme davanti a questa perdita di significato della conoscenza del passato. Soprattutto tra le generazioni più giovani, quelle più immerse nel presente digitale e prive di una precedente formazione in un mondo ancora per lo più analogico. È dunque senza dubbio urgente ricordare che rinunciare alla storia «vuol dire vivere ignari in uno spazio fittizio, proprio nel momento in cui i fenomeni di globalizzazione impongono panorami sconfinati alla coscienza e all’azione dei singoli e delle comunità»6. È tuttavia altrettanto necessario interrogarsi su quale storia possa assolvere al meglio a questo compito di riappropriazione della realtà, individuale 1 Emblematiche sono le riflessioni di Lynn Hunt sul declino della storia come disciplina fondamentale nei curricula scolastici e universitari negli Stati Uniti. Cfr. Hunt 2014, pp. 1-11. Per una recente analisi sull’impoverimento delle conoscenze storiche degli studenti italiani cfr. De Nicolò 2020, pp. 48-79. 2 Molto influente, al riguardo, è stata la ricerca di David Harvey che, già agli inizi degli anni ’90, sottolineava gli effetti culturali della “compressione spazio-temporale” determinata dalla nuova “accumulazione flessibile” del capitale. Cfr. Harvey 1997. 3 Su questi aspetti, inoltre, è particolarmente stimolante il recente invito delle neuroscienze a una riconsiderazione delle esperienze del tempo e dello spazio nella formazione della “mente culturale”. Cfr. Damasio 2018. 4 Cfr., ad esempio, le argomentazioni di Friedrich Nietzsche contro la «malattia storica»: Nietzsche 1991, p. 96. 5 Significative, al riguardo, alcune recenti riflessioni di Gilberto Corbellini, storico della medicina, che utilizza le neuroscienze come strumento di delegittimazione della capacità euristica degli storici. Cfr. Corbellini 2019. Per una replica di due storici e una controreplica dell’autore cfr. Caffiero, Pezzino, 2019. 6 Giardina et al. 2019. 23 LA CITTÀ COME LUOGO DI ESPERIENZA DEL PASSATO. PER UNA STORIA URBANA A USO DEI GIOVANI e sociale, in un contesto così diverso da quello ottocentesco e novecentesco, quando riuscì a imporsi una sorta di primato della cultura storica. Spinto al di fuori dei confini dello specialismo, lo storico è oggi chiamato in modo sempre più pressante a rispondere alle sollecitazioni di chi, pedagogista o educatore, vorrebbe una storia più funzionale ai bisogni delle comunità, meno irreggimentata in pratiche professionali di autolegittimazione scientifica, più capace di rivelare le potenzialità formative di un’appropriata conoscenza del passato7. Un insieme di sollecitazioni di natura diversa, talvolta confuse e fuorvianti agli occhi di chi pratica la storia come mestiere, che tuttavia potrebbero essere tradotte in un invito generale a enfatizzare il legame tra passato e presente, a rendere più evidenti le connessioni tra l’origine e l’attualità di un fenomeno, a insistere su quello che è il cardine stesso della epistemologia storica, ovvero la comprensione del passato in un contesto che è quello del presente. Potrebbe apparire allora come un paradosso che allo storico professionale sia talvolta rimproverata una disattenzione a questo nesso, una sorta d’inspiegabile silenzio sulla vocazione stessa della disciplina che, soprattutto agli occhi dei più giovani, resterebbe relegata in una dimensione lontana, quasi esotica. Credo che molte di queste critiche abbiano un fondamento, ma spesso siano influenzate anche da una rappresentazione stereotipata della storia, o meglio da idee piuttosto obsolete sul lavoro degli storici, ben radicate però nel discorso pubblico. Nella mia esperienza didattica all’Università di Macerata, mi capita talvolta di accorgermi dello stupore degli studenti quando introduco temi o questioni legate alla storia di genere, alla world history, alla storia ambientale o alla storia delle culture materiali. Insegnando storia contemporanea in un corso di laurea in Scienze della formazione primaria e Storia urbana in un corso magistrale in Turismo in lingua inglese, lavoro con gruppi di studenti molto diversi tra loro per formazione e interessi: i primi, pressoché tutti italiani, hanno in gran parte studiato nei licei mentre i secondi, costituiti per metà da italiani e per l’altra metà da stranieri, provenienti per lo più da paesi dell’Europa orientale, dell’Asia e dell’Africa, hanno alle spalle percorsi di studio molto diversi, dall’economia alle lingue straniere, dai beni culturali alla sociologia. Eppure, nonostante queste grandi differenze culturali, noto spesso un simile atteggiamento nei confronti della storia. È come se dallo storico ci si attendesse ancora oggi che parlasse per lo più di guerre, rivoluzioni, stati, organizzazioni politiche, istituzioni giuridiche o economiche, all’interno di una periodizzazione che è quella, immutabile e immediatamente riconoscibile, appresa nei manuali scolastici. Un orizzonte di aspettativa ben definito, alimentato dalla tradizione storiografica centrata sullo stato nazionale, che tuttavia, almeno dalla metà del Novecento, risulta del tutto inadeguato rispetto ai molteplici ribaltamenti, 7 Negli ultimi anni, in Italia, molte di queste sollecitazioni sono emerse nei dibattiti intorno a due diverse questioni: la didattica per competenze e la public history. Sul primo aspetto cfr.: Pinotti 2018; Pentucci 2019. Sul secondo cfr.: Bertella Farnetti et al. 2017; Ridolfi 2017. 24 FRANCESCO BARTOLINI ripensamenti e aggiustamenti di una disciplina in perenne trasformazione, al pari di tutti gli altri saperi. Permane la sensazione che alla storia, a confronto con le scienze naturali, sia concessa una minore innovazione da parte di settori consistenti dell’opinione pubblica, prigionieri di una più o meno consapevole resistenza verso le sperimentazioni della ricerca. Questo scetticismo pregiudica, a mio giudizio, anche la possibilità di accrescere la curiosità verso il passato, soprattutto tra i più giovani. Senza contare che una storia immodificabile, come lo è il passato, costituirebbe la negazione più radicale del sapere storico. Uno dei possibili rimedi per uscire da questa impasse è quella di focalizzare l’attenzione su temi di analisi che ben si prestano a un approccio per così dire sperimentale. Tra questi ultimi uno dei più efficaci, a mio avviso, è la città, che costituisce un oggetto di studio particolarmente complesso e perfettamente funzionale allo scopo di evidenziare i rapporti tra passato e presente. Luogo fisico e allo stesso tempo immateriale, dove facilmente sono riconoscibili permanenze, stratificazioni, contatti e ibridazioni, la città può funzionare nella didattica e nella divulgazione come una suggestiva dimostrazione delle potenzialità dello studio storico pensato come una ricerca multidimensionale, disposta a utilizzare metodologie e concettualizzazioni provenienti da altre discipline, impegnata a scandire tempi e a costruire spazi in funzione delle questioni analizzate, capace di integrare materialità e rappresentazioni. Un oggetto, questo della città, che ben si presta inoltre a esemplificare gli andamenti turbolenti dell’evoluzione storica, tra fondazioni e distruzioni, ascese e declini, espansioni e contrazioni, sfidando qualsiasi concettualizzazione temporale troppo rigida, ispirata ai paradigmi della storia ciclica o della storia lineare. Così, «from the first creation of one ‘Babylon’ into an urbanized world ‘Babylonia’», è possibile ripercorrere i complessi tragitti dell’urbanizzazione non solo come pietrificazioni di rapporti sociali, pratiche culturali o ideologie politiche, ma anche come oggetti di discorsi pubblici e retoriche identitarie8. In questa prospettiva la città emerge come un esempio impareggiabile di storicità, soprattutto nel contesto europeo, e tanto più nell’area mediterranea dove, come è noto, molti centri sono stati fondati tra il 1.000 a.C. e il 500 d.C. Tuttavia, proprio in relazione alla costruzione di una immagine meno stereotipata della storia, occorre evitare di ridurre l’urbanizzazione a un fenomeno storico prevalentemente europeo. Tanto più che, come ricorda Jürgen Osterhammel, la città ha una matrice universale: It has been said that the state was a European invention, but that is not true of the city. Urban cultures arose independently on all continents, with the exception of North America and Australasia. […] The city as a physical form and a mode of social life is not a transplant from Europe. Although the “modern” city of European origin spread around the world, it encountered indigenous urban cultures that usually did not give way before it9. 8 Corfield 2013, p. 828. 9 Osterhammel 2014, p. 244. 25 LA CITTÀ COME LUOGO DI ESPERIENZA DEL PASSATO. PER UNA STORIA URBANA A USO DEI GIOVANI Questa consapevolezza sulla pluralità dei tragitti dell’urbanizzazione comporta inevitabilmente la necessità di riconnettere lo studio dei sistemi urbani alle diverse idee di città nate nei differenti contesti culturali. In tal senso, la questione delle origini delle città s’impone come un efficace esempio dell’urgenza di rimodellare i discorsi sulla storia al riparo da qualsiasi pregiudiziale eurocentrica. Inoltre, è difficile non concordare con Gyan Prakash sull’importanza di abbandonare qualsiasi idea sull’esistenza di città modello o di processi urbani paradigmatici, persino in relazione alle dinamiche omogeneizzanti della globalizzazione in età contemporanea. Neither nineteenth-century Paris nor early-twentieth-century Berlin can be regarded as models of the modern capitalist city. Capitalist relations have been global and uneven since inception, and colonialism, imperialism, and globalization have operated with dissimilar effects across and within different cities. Not only do Baghdad, Berlin, Mumbai, Dakar, London, Los Angeles, Johannesburg, Marseilles, Morelia, and Tokyo look very different from each other; each one appears internally differentiated. Imaginaries and the spaces of politics and everyday life diverge. This is not to make an argument for “multiple modernities” but to suggest that urban modernity, shaped by and shaping global historical forces, must be considered differentiated and discordant10. Ad accrescere questa funzione della città come laboratorio di esperienza storica contribuisce poi anche l’interesse suscitato negli ultimi decenni dall’impressionante accelerazione dell’urbanizzazione su scala planetaria. Basti pensare a come, agli inizi del ventunesimo secolo, pur tra dubbi e perplessità di alcuni studiosi, le statistiche delle Nazioni Unite siano arrivate a certificare il sorpasso della popolazione urbana su quella rurale, celebrandolo come un passaggio epocale nella storia dell’umanità11. Un traguardo, quest’ultimo, che ha suscitato però molti interrogativi sui caratteri dell’urbanizzazione contemporanea e, inevitabilmente, anche sull’interpretazione del suo passato. Non solo perché l’attuale moltiplicazione di slum e baraccopoli ai margini e negli interstizi delle megalopoli asiatiche, africane e latino-americane, costituirebbe una prova irrefutabile dei limiti intrinseci del discorso sulla modernizzazione delle città, ossia di quella rappresentazione dell’urbanizzazione come un processo univoco di evoluzione verso una crescente integrazione e razionalizzazione degli spazi urbani12. Ma anche perché pochi potrebbero dubitare che, nel corso degli ultimi due secoli, la presenza di uno spazio urbano fuori controllo, percepito come problematico e connotato da sue specifiche articolazioni (che variano dal 10 Prakash 2008, p. 15. Sulle “multiple modernities” cfr. Eisenstadt 2002. 11 Per un approccio critico cfr. Brenner, Schmid 2014. 12 Su questi temi la letteratura scientifica è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi due decenni. Mi limito a citare alcune pubblicazioni che, a mio giudizio, evidenziano gli aspetti più rilevanti del dibattito: Prakash 2002; Roy, AlSayyad 2004; Davis 2006; Robinson 2006; Gilbert 2007; Roy 2011; Fischer et al. 2014. 26 FRANCESCO BARTOLINI “tugurio” alla “baracca”, alla “costruzione abusiva”, al “quartiere illegale”), sia stato un fattore intrinseco allo sviluppo urbano in tutto il mondo. È allora inevitabile che constatare la presenza di questa cosiddetta “informalità” sollevi dubbi sull’idea stessa di “modernità”, soprattutto in relazione alla capacità interpretativa di quest’ultima categoria di dar conto della persistenza e della pervasività di dinamiche economiche, sociali e culturali che sfuggono al controllo delle istituzioni pubbliche. 2. Definire la città Nel contesto didattico o divulgativo la coesistenza di molteplici e contraddittori modelli di urbanizzazione nel mondo contemporaneo ripropone l’urgenza di definire cosa sia una “città”. Una vecchia questione, quest’ultima, risalente alle origini stesse dell’urbanizzazione, che trovò in Europa le sue prime significative problematizzazioni già all’interno della cultura greca e romana. Basti pensare a come Pausania, nel II secolo d.C., legasse l’idea di “città” alla presenza di edifici pubblici, teatri, terme e stadi13. Nella riflessione degli storici, ovviamente, il problema della definizione assume una speciale rilevanza soprattutto nell’analisi dei primi insediamenti permanenti, quelli che sorgono all’indomani della diffusione dell’agricoltura, luoghi di aggregazione di popolazioni sedentarie a cui peraltro può risultare problematico riconoscere una natura urbana. Al riguardo, ebbe a lungo una notevole influenza un articolo di Vere Gordon Childe, The Urban Revolution, pubblicato nel 1950, che presentava una sorta di decalogo per definire un insediamento urbano: i principali requisiti sarebbero stati l’estensione dell’area costruita, la densità demografica, la divisione del lavoro, la complessità della struttura sociale, il funzionamento di una organizzazione politica ed economica, la presenza di attività culturali e di edifici pubblici monumentali14. Una definizione ideal-tipica della città che, nella sua essenzialità, è riuscita a mantenere una sua validità interpretativa almeno fino agli anni ’60 del Novecento. Proprio allora però, davanti alle trasformazioni morfologiche delle grandi metropoli, s’impose la necessità di ridefinire teoricamente i caratteri essenziali della città. Lewis Mumford, per esempio, cominciò a leggere la dissoluzione della forma urbana come un segno della fine di un’esperienza storica. Girate in aeroplano su Londra, Buenos Aires, Chicago o Sydney o esaminate attentamente la città servendovi di una mappa o di una pianta urbana. Qual è la forma della città e come si definisce? L’involucro originario è completamente scomparso; la netta distinzione tra città e campagna non esiste più. Quando l’occhio si punta verso la lontana periferia, non riesce 13 Cfr. Osborne, Wallace-Hadrill 2013, p. 49. 14 Cfr.: Gordon Childe 1950; Smith 2009. 27 LA CITTÀ COME LUOGO DI ESPERIENZA DEL PASSATO. PER UNA STORIA URBANA A USO DEI GIOVANI più a cogliere forme precise, se non quelle create dalla natura, ma contempla invece una massa informe e continua, qui gonfia di edifici, là interrotta da una macchia verde o da un nastro di asfalto. L’informità del tutto si riflette nella singola parte, e le parti più piccole quanto più sono vicine al centro tanto meno di regola appaiono distinguibili. Non essendo riuscita a dividere i suoi cromosomi sociali e a frazionarli in nuove cellule, ognuna dotata di una porzione dell’eredità originaria, la città continua a crescere inorganicamente, e anzi cancerosamente, con la continua decomposizione dei vecchi tessuti e lo sviluppo eccessivo dei nuovi15. Oltre trenta anni dopo, una delle maggiori celebrità mondiali dell’architettura e dell’urbanistica, Rem Koolhaas, arrivò a teorizzare l’avvento della «Generic City», «the city without history», come la fine di una idea stessa di tradizione urbana. Throughout the history of humankind – to start a paragraph the American way – cities have grown through a process of consolidation. Changes are made on the spot. Things are improved. Cultures flourish, decay, revive, disappear, are sacked, invaded, humiliated, raped, triumph, are reborn, have golden ages, fall suddenly silent – all on the same site. That is why archaeology is a profession of digging: it exposes layer after layer of civilization (i.e. city). The Generic City, like a sketch which is never elaborated, is not improved but abandoned. The idea of layering, intensification, completion are alien to it: it has no layers. Its next layer takes place somewhere else, either next door – that can be a size of a country – or even elsewhere altogether. The archaeologue (=archaeology with more interpretation) of the 20th century needs unlimited plane tickets, not a shovel16. Oggi sono numerosi coloro che parlano di “sprawl metropolitano”, “città diffusa” o, come Pierre Donadieu, di una nuova «città emergente», esito di una radicale riconfigurazione del rapporto tra città e campagna che, anche in questo caso, segnerebbe una cesura con la modernità. La città emergente non è il risultato di un progetto basato su modelli preesistenti; essa si oppone alla “vecchia città” che si fa forte di un ordine prestabilito, una costruzione geometrica, un desiderio di armonia e di unità. Non nasce dal desiderio di una forma precisa, che supporta spazi densamente popolati, distinti dai territori rurali deserti. Anzi, oltrepassando i confini che le assegnano amministratori locali e tecnici della pianificazione, essa organizza il territorio in base al tempo ridotto degli spostamenti fra luoghi di lavoro, abitazioni, divertimenti, servizi commerciali, medici e scolastici; è la creazione di cittadini liberi delle loro scelte e dei loro movimenti, che ignorano i limiti comunali e sono in grado di valutare il loro interesse in funzione dei luoghi di destinazione. La nuova città nasce dalle pratiche cittadine, ignora gli spazi di potere, crea le sue facciate e i suoi retri, e non si lascia chiudere né da mura fortificate né da fasce verdi17. In sintonia con questo bisogno di rivisitazione interpretativa, Neil Brenner e Christian Schmid invitano, sulla scia di Henri Lefebvre, ad abbandonare 15 Mumford 1977, pp. 672-673. 16 Koolhaas 1998, p. 1263. 17 Donadieu 2013, pp. 67-68. eum edizioni università di macerata JOURNAL OF THE DIVISION OF CULTURAL HERITAGE Department of Education, Cultural Heritage and Tourism University of Macerata Direttore / Editor in-chief Pietro Petraroia Co-direttori / Co-editors Tommy D. Andersson, University of Gothenburg, Svezia Elio Borgonovi, Università Bocconi di Milano Rosanna Cioffi, Seconda Università di Napoli Stefano Della Torre, Politecnico di Milano Michela di Macco, Università di Roma “La Sapienza” Daniele Manacorda, Università degli Studi di Roma Tre Serge Noiret, European University Institute Tonino Pencarelli, Università di Urbino "Carlo Bo" Angelo R. Pupino, Università degli Studi di Napoli L'Orientale Girolamo Sciullo, Università di Bologna Texts by Giuliana Altea, Francesco Bartolini, Elisa Bernard, Giuseppe Buonaccorso, Francesco Capone, Giuseppe Capriotti, Eliana Carrara, Mirco Carrattieri, Mara Cerquetti, Michele Dantini, Pierluigi Feliciati, Angela Maria La Delfa, Rita Pamela Ladogana, Luciana Lazzeretti, Sonia Merli, Enrico Nicosia, Silvia Notarfonso, Stefania Oliva, Caterina Paparello, Claudio Pavone, Sabina Pavone, Pietro Petraroia, Alessandra Petrucci, Francesco Rocchetti, Daniele Sacco, Gaia Salvatori http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult/index ISSN 2039-2362