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Percorsi e networks, 6 OttocentoDuemila Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea Eloisa Betti, Carlo De Maria (a cura di) BraDypUS.net COMMUNICATING CULTURAL HERITAGE 2018 Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History
OttocentoDuemila, collana di studi storici e sul tempo presente dell’Associazione Clionet, diretta da Carlo De Maria Percorsi e networks, 6
In copertina: Giovanna Caleffi Berneri con le due figlie, Maria Luisa e Giliana (Firenze, 1922). Archivio Famiglia Berneri - Aurelio Chessa. Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia.
A cura di Eloisa Betti e Carlo De Maria Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History BraDypUS.net COMMUNICATING CULTURAL HERITAGE Roma 2018
Progetto grafico BraDypUS ISSN: 2284-4368 ISBN: 978-88-98392-87-2 Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0. 2018 BraDypUS Editore via Oderisi Da Gubbio, 254 00146 Roma CF e P.IVA 14142141002 http://bradypus.net http://books.bradypus.net [email protected] ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA E DELL'ETÀ CONTEMPORANEA DI FORLI-CESENA Volume promosso dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì-Cesena e da Clionet-Associazione di ricerca storica e promozione culturale.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History INDICE GENERALE Introduzione Eloisa Betti, Carlo De Maria 5 Parte prima: Vite globali Volontariato in armi, sovversivismo e radicalismo politico nella storia d’Italia: un approccio biografico Enrico Acciai 19 Vite globali e sindacalismo artistico internazionale. Futuristi in Europa negli anni Venti Maria Elena Versari 37 “Sorelle in un’altra terra”. Carmen Zanti tra internazionalismo, pace e diritti delle donne Rachele Ledda 53 Paolo Fortunati, uno statistico tra Est e Ovest Eloisa Betti, Giorgio Tassinari 67 Parte seconda: Biografie di famiglia Ascesa sociale, sviluppo industriale e dinamiche generazionali: il lungo Ottocento bolognese nelle biografie della famiglia Pizzardi Elena Musiani 83 La famiglia Fabbri e gli anni dell’esilio (1927-1935) Emanuela Minuto 95
Percorsi militanti e modelli di femminilità: la famiglia Berneri nel Novecento europeo Carlo De Maria 105 Parte terza: Biografie, Public History e Digital Humanities Scienza a due voci: biografie di scienziate Miriam Focaccia 129 Biografie sindacali. Storie di uomini e donne tra dimensione collettiva e percorsi individuali: un dizionario on line Debora Migliucci 143 Volti, parole e storie della Grande Guerra: un lavoro di comunità tra teatro, archivi e ricerca Daniel Degli Esposti 153 «Vorrei dire ai giovani»: la biografia di Gina Borellini in un docufilm Caterina Liotti 169 Parte quarta: Biografie e didattica della storia Biografie e didattica della storia tra antifascismo, Resistenza ed europeismo Federica Artali, Roberta Cairoli 179 Donne di provincia/donne senza storia: percorsi didattici attraverso un dizionario biografico Silvia Serini 189 Biografie, archivi scolastici e didattica laboratoriale: alcune proposte Alberto Gagliardo 197 Percorsi urbani e didattica della storia: l’intreccio di biografie e luoghi Elena Paoletti 207 Gli autori 221 Indice dei nomi 225
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 5-16 1. Il valore antidogmatico della biografia La varietà delle scelte individuali, dei percorsi di vita, delle contraddizioni personali, spesso non concorda con le grandi sintesi politiche e ideologiche. Per mettere a fuoco una biografia, per riuscire a inquadrarla efficacemente, bisogna saper cogliere le linee di tensione tra sfera pubblica e sfera privata; il terreno da indagare è proprio quello dei rapporti che – nel dipanarsi dei percorsi individuali – intercorrono tra affetti familiari, reti amicali e di genere e attività pubblica. In una quotidianità fatta di impegno civico e lavori di cura, politica e sentimenti, idee e passioni, entrano in gioco il peso delle culture familiari, delle tradizioni ereditate, di un radicamento in determinati luoghi (in una parola della continuità che misuriamo nella vita di ciascuno di noi), ma anche l’importanza delle partenze, delle svolte, dello scarto tra le generazioni, verso nuove esperienze e nuove autorappresentazioni sociali. Una forte attenzione verso le zone di confine tra privato e pubblico è stata espressa negli ultimi decenni dalla ricerca storica al femminile1. Questa parti1 Simonetta Soldani, L’incerto profilo degli studi di storia contemporanea, in A che punto è la storia delle donne in Italia, a cura di Anna Rossi Doria, Roma, Viella, 2003, pp. 63-80; Tiziana Noce, La storia politica delle donne in Italia. Un tentativo di ricostruzione, in Percorsi di storia politica delle donne, Annale dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 24-47. Sia Soldani che Noce mettono nel giusto rilievo il suggerimento metodologico formulato, all’inizio degli anni Novanta, da Mariuccia Salvati a orientare gli studi verso la «contrapposizione pubblico/privato» (cfr., ad esempio, Mariuccia Salvati, Introduzione a La sfera pubblica femminile. Percorsi di storia delle donne in età contemporanea, a cura di Dianella Gagliani e Mariuccia Salvati, Bologna, Clueb, 1992, pp. 9-16). Negli stessi anni, la Società italiana delle storiIntroduzione ELOISA BETTI, CARLO DE MARIA
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea6 colare sensibilità non può sorprendere quando si pensi che “fare la spola” tra famiglia e società corrisponde a una pratica tipicamente femminile: solitamente è nella vita delle donne, ben più che in quella degli uomini, che l’attività extradomestica si mescola e si intreccia con quella familiare2. Le fonti privilegiate sono gli archivi personali, i carteggi e gli epistolari, i diari e le memorie, insomma le cosiddette fonti “autonarrative”, quei documenti che riflettono in modo prioritario la decisione del soggetto di narrare di sé, con tutta la difficoltà interpretativa connessa al linguaggio familiare e privato, con i suoi passaggi impliciti e rimandi sottaciuti3. E qui la storiografia è arrivata con un certo ritardo, specie in Italia4. Fino a tutti gli anni Ottanta, infatti, le corrispondenze sono state argomento di discussione prevalentemente da parte della critica letteraria5, e in parte della sociologia, che aveva compreso come i carteggi privati potessero essere utili strumenti per lo studio dei rapporti familiari e della loro evoluzione6. Solo negli anni Novanta gli storici hanno cominciato a valutare, con attenzione e curiosità, l’importanza e l’interesse di queste fonti. Emergeva, così, il filone innovativo e stimolante dell’analisi dei reticoli familiari, amicali e di genere. L’importanza delle “reti informali”, ad esempio nel mondo dell’antifascismo in esilio. Proprio in quel contesto, fuori o ai margini dei partiti, si stagliava il ruolo fondamentale avuto dalle donne7. In generale, vale la pena insistere sulla valenza che le fonti di natura autobiografica e lo studio delle vite hanno assunto per un pieno riconoscimento del ruolo (politico, sociale, scientifico-culturale) delle che pubblicava il volume Discutendo di storia. Soggettività, ricerca, biografia, Torino, Rosenberg & Sellier, 1990, nel quale si veda soprattutto l’intervento di Paola Di Cori. 2 Cfr. Lucia Ferrante, Maura Palazzi, Gianna Pomata (a cura di), Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazione nella storia delle donne, Torino, Rosenberg & Sellier, 1988, p. 34 (la citazione è tratta dall’introduzione firmata dalle tre curatrici, pp. 7-56). 3 Cfr. Patrizia Gabrielli, Mondi di carta. Lettere, autobiografie, memorie, Siena, Protagon, 2000, p. 15. Della stessa autrice, si veda pure Biografie femminili e storia politica delle donne, in “Italia contemporanea”, 1995, n. 200, pp. 493-509. Si veda, inoltre, il volume collettaneo frutto del felice incontro tra ricercatrici, bibliotecarie e archiviste: Laura Guidi (a cura di), Scritture femminili e Storia, Napoli, Cliopress, 2004. 4 Cfr. Maria Luisa Betri, Daniela Maldini Chiarito (a cura di), “Dolce dono graditissimo”. La lettera privata dal Settecento al Novecento, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 7; Politica e affetti familiari. Lettere dei Rosselli ai Ferrero (1917-1943), a cura di Marina Calloni e Lorella Cedroni, premessa di Giulio Sapelli, Milano, Feltrinelli, 1997. 5 Si veda, ad esempio, “Quaderni di retorica e poetica”, 1985, n. 1. 6 Cfr. Marzio Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1984. 7 Cfr. Patrizia Gabrielli, Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell’emigrazione antifascista, Roma, Donzelli, 2004, p. 4. È significativo che questo volume sia nato da un intervento sulle lettere dei fuorusciti a un convegno promosso, ad Arezzo nel 2003, dall’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano. Si veda, anche, Sara Galli, Le tre sorelle Seidenfeld. Donne nell’emigrazione politica antifascista, Firenze, Giunti, 2005.
Eloisa Betti, Carlo De Maria, Introduzione 13 film documentario che è poi diventato un importante strumento di comunicazione storica verso le scuole e la cittadinanza. Un’operazione culturale che ha raggiunto importanti risultati sia per la riconosciuta qualità artistica del docufilm sia per la scelta di porre l’accento più che sulla dimensione politico-partitica (un riferimento ormai remoto per le nuove generazioni) sull’importanza, invece, dell’impegno personale e delle scelte individuali nei momenti più critici della storia. Nella quarta e ultima sessione, “Biografie e didattica della storia”, emerge con chiarezza come gli elementi essenziali della trasmissione culturale della conoscenza storica siano, accanto alle periodizzazioni e alle visioni d’insieme, le idee e le passioni, le sofferenze e le speranze, che muovono i suoi attori. Se è vero che gli avvenimenti politici ed economici costituiscono solitamente la spina dorsale dei manuali scolastici, a ben vedere il materiale di studio della storia sono le persone, gli uomini e le donne, considerate sia come singoli individui sia nel loro agire all’interno di aggregazioni più grandi. Da qui l’importanza delle biografie nell’insegnamento della storia, che deve essere intesa come una disciplina non cristallizzata nel nozionismo e nell’erudizione ma aperta e capace di una larga comprensione verso la pluralità dei percorsi esistenziali nel tempo e nello spazio. Il contributo di Federica Artali e Roberta Cairoli pone il problema di una storiografia essenzialmente modellata sugli adulti, scritta da adulti per adulti; caratteristica alla quale paradossalmente faticano a sfuggire anche i manuali scolastici. È necessario dunque mettere in campo uno sforzo teso a gettare un “ponte generazionale” per andare incontro a quello che i giovani sono oggi. In questo senso, scrivono le autrici, «l’utilizzo del racconto biografico nella didattica della storia ha il significato di restituire i corpi alla storia», in modo che nella «relazione didattica» entrino in gioco in modo più diretto «i destinatari e le destinatarie» con i loro corpi e i loro vissuti e si possa stabilire un confronto tra generi e generazioni. Un approccio che ha trovato concretezza in un recente volume su europeismo e antifascismo promosso dalla Federazione italiana associazioni partigiane (Fiap), di cui si mettono in evidenza le potenzialità come strumento di didattica della storia. Le biografie restituiscono il senso e il valore delle scelte e, dunque, quella dimensione di libertà responsabile che risiede nel poter decidere, almeno in qualche misura, del proprio destino e del proprio percorso personale; una difficile costruzione del sé che, seppur in misura diversa, può essere esercitata in ogni epoca e a ogni latitudine, e che risulta quindi sempre attuale. Silvia Serini ci restituisce una esperienza di lavoro su didattica e storia di genere a partire da un repertorio biografico dedicato al tema “donne di provincia/ donne senza storia”. Il tentativo di «dare un volto nuovo alla storia» si declina in questo caso secondo un approccio metodologico che l’autrice definisce di «storia sociale applicata alle donne», immergendo, cioè, il discorso prettamente di genere offerto dalla disamina biografica all’interno di una cornice storiografica
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea14 più complessiva, con la consapevolezza – tiene a precisare giustamente Serini – che «il contesto storico generale non può essere sintetizzato in una o più storie individuali, dal momento che le biografie, nonostante la loro ricchezza e la loro eterogeneità, sono in grado di restituirci solo una versione parziale, seppur preziosa, della realtà dei fatti». L’intervento di Alberto Gagliardo, dedicato agli archivi scolastici e alla didattica laboratoriale, torna opportunamente a riflettere sull’importanza della progettazione didattica, «al fine di predisporre contesti e strumenti tali da accrescere l’efficacia del risultato». In tale prospettiva il taglio biografico dato al laboratorio di storia, qui correttamente inteso come percorso guidato di ricerca, consente all’insegnante – attraverso un’accurata selezione di fonti archivistiche e storiografiche sulle quali richiamare l’attenzione degli alunni – di mettere al centro della trasmissione della conoscenza storica le ragioni soggettive, le passioni personali, «che meglio dialogano con le domande e i bisogni di giovani studenti»; e da queste muovere per portarli su un orizzonte più generale e scientificamente strutturato. L’autore porta esempi concreti e convincenti, alcuni dei quali realizzati nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro; una novità controversa che, secondo la meditata opinione di Gagliardo, «sfrondata dalla retorica aziendalista con cui è stata ammannita (e troppo spesso supinamente accettata) e al netto delle sue enormi velleità, può tuttavia diventare un efficace momento per una didattica alternativa». L’ultimo contributo del volume è firmato da Elena Paoletti ed è dedicato a percorsi e “trekking” urbani pensati per una didattica della storia capace di intrecciare luoghi e biografie. In un mondo sempre più globalizzato, la storia locale non può che divenire storia trans-locale, ovverosia, secondo le acute parole dell’autrice, «storia della complessità, dei rapporti di vicinanza/lontananza/comunicazione a livello nazionale e globale». Si tratta, cioè, di un confronto continuo di scale diverse, per affrontare il quale Paoletti propone in chiusura una preziosa rassegna di strumenti presenti sul web. In conclusione, grazie ai molteplici spunti che vengono dai contributi di questo volume, vogliamo osservare come ogni vita e ogni luogo da essa attraversato siano da interpretare come spazi aperti, la cui singolarità deriva da un processo continuo di relazioni personali e trans-locali «che mettono in gioco, che sfidano, gli stessi elementi identitari»20. Uno dei più grandi intellettuali del nostro Novecento, Piero Gobetti, grande ideatore e creatore di riviste, da lui intese come laboratori e “ponti” tra posizioni, sensibilità culturali e correnti politiche diverse, invitava i giovani della sua generazione a interrogarsi sulla propria autobiogra20 Preziose da questo punto di vista le osservazioni di De Vito, Verso una microstoria translocale (micro-spatial history), cit.
Eloisa Betti, Carlo De Maria, Introduzione 15 fia, sulla propria storia personale, come se si trovassero di fronte a «un problema» da interpretare e risolvere, a un percorso a cui dare senso e significato21. Parafrasando Gobetti siamo convinti che per uno storico riflettere in maniera problematica sulle biografie, sulla varietà e le contraddizioni interne alle diverse esistenze, possa essere garanzia di un approccio antidogmatico e plurale allo studio della storia, in grado di dare nuovo senso e dinamismo a questa disciplina, come grande avventura intellettuale. 21 Cfr. Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, Torino, Einaudi, 1995 (1ª ed. 1924), p. 4.
Parte prima: Vite globali
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 19-36 1. Premessa 16 maggio del 1937, Spagna. Quel giorno venne pubblicato il terzo numero della rivista “Il Garibaldino”, il foglio ufficiale della Brigata Garibaldi, l’unità italiana delle Brigate Internazionali. In seconda pagina campeggiava un pezzo firmato dal sergente Pietro Borghi. Borghi era nato in Toscana nel 1898 e, prima di diventare un convinto comunista (aveva infatti aderito al partito sin dal 1921) e antifascista, aveva servito come volontario nella Prima guerra mondiale. Durante quel conflitto Borghi era stato decorato con la Croce di guerra. Nell’autunno del 1936, nonostante i quasi quarant’anni e gli ultimi anni spesi in un precario esilio tra Francia e Svizzera, l’uomo era accorso in Spagna. Qui era stato tra i primi ad arruolarsi nelle Brigate Internazionali. Dopo la chiusura dell’esperienza spagnola, Borghi sarebbe prima stato internato nei campi francesi e avrebbe poi partecipato, a partire dall’autunno del 1943, alla resistenza italiana inquadrato nella Brigata Garibaldi Spartaco Lavagnini, attiva nella sua zona di origine1. L’articolo di Pietro Borghi su “Il Garibaldino” si intitolava Garibaldi visto da un garibaldino. «Garibaldi fu l’uomo popolare che incarnò il Risorgimento; fu il cavaliere dell’Umanità», scriveva Borghi che continuava dicendo che quello creato dall’Eroe dei due mondi era un movimento sociale di progresso. «Oggi noi garibaldini facciamo rivivere nella nostra gloriosa brigata le gesta eroiche del nostro Risorgimento, del suo eroe più puro: il movimento garibaldino oggi è la nostra 1 http://www.antifascistispagna.it/?page_id=758&ricerca=751 [Sito web consultato nel Dicembre del 2018]. Volontariato in armi, sovversivismo e radicalismo politico nella storia d’Italia: un approccio biografico ENRICO ACCIAI
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea20 vita, e perciò vogliamo che la vera storia del nostro eroe non sia dimenticata […]. Giuseppe Garibaldi oggi rivive nella gloriosa formazione della Brigata che porta il nome del grande eroe»2. Quest’articolo di Borghi è solo uno dei tanti esempi possibili: nel decennio compreso tra la lo scoppio della guerra civile spagnola (1936) e la conclusione della Seconda guerra mondiale (1945) decine di migliaia di antifascisti italiani decisero di prendere, spontaneamente, le armi. Non fu raro che questi volontari inserissero le loro vicende in una tradizione di lunga durata che traeva origine dalle lotte risorgimentali e che aveva nel garibaldinismo un elemento centrale. Nell’autunno del 1943 nei dintorni di Tirana, ad esempio, Mehmet Shehu convinse alcuni sbandati della Divisione “Firenze” ad aggregarsi alla resistenza albanese parlando loro sia della sua partecipazione alla guerra civile spagnola sia di quanto la famiglia Garibaldi si fosse storicamente battuta per l’indipendenza albanese3. In quegli stessi frangenti il comunista Anselmo Marabini, già garibaldino in gioventù nel 1897 in Grecia sotto il comando di Ricciotti Garibaldi, viveva a Mosca dove era un dirigente del Soccorso Rosso Internazionale. Tra il 1943 e il 1945 l’uomo avrebbe rivolto ai partigiani romagnoli numerosi appelli trasmessi da Radio Mosca. In questi Marabini faceva spesso riferimento alla tradizione garibaldina: «è giunto il momento», disse nel giugno del 1944, «in cui voi dovete moltiplicare i vostri sforzi per mostrarvi degni delle fulgide tradizioni patriottiche della nostra regione […]. Ricordate che sono di Romagna […] il colonnello Valzania, uno dei più prodi soldati del nostro Risorgimento [e] Amilcare Cipriani»4. Evidentemente il mito garibaldino, e in particolare una sua versione più radicale, era sopravvissuto sino agli anni delle resistenze europee. All’interno del variegato mondo antifascista questo mito, come dimostrato dal caso albanese appena citato, era ancora in grado (assieme a molti altri fattori) di contribuire a mobilitare volontari in armi. Questa valutazione rimanda a un tema più grande e complesso. Nel corso dell’ultimo decennio la storiografia europea si è finalmente dedicata a un’analisi più sistematica del fenomeno del volontariato in armi, grazie, soprattutto, a riflessioni che sono andate oltre i suoi momenti più emblematici: le lotte ottocentesche per le indipendenze nazionali (in particolare quella greca, quella polacca e quella italiana), il primo conflitto mondiale o la guerra civile spagnola5. 2 Garibaldi visto da un garibaldino, in “Il Garibaldino”, 16 maggio 1937, p. 2. 3 Enrico Acciai, Ieri in Spagna, oggi in Europa. Le rotte dei reduci italiani delle Brigate Internazionali in un continente in guerra (1936-1945), in Federica Bertagna e Federico Melotto (a cura di), Resistenza e guerra civile. Fonti, storie e memorie, Verona, Cierre, 2017, pp. 35-36. 4 Luigi Arbizzani, Appelli di Anselmo Marabini ai patrioti romagnoli durante la lotta di Liberazione (30 novembre 1943-16 aprile 1945), Imola, Galeati, 1969, pp. 8 e 13-14. 5 Cfr. Nir Arielli, From Byron to Bin Laden. A History of Foreign War Volunteers, Harvard, Harvard University Press, 2018; Nir Arielli e Bruce Collins (a cura di), Transnational soldiers. Foreign military
Enrico Acciai, Volontariato in armi 21 La storiografia si è però ancora raramente interessata alla dimensione di lungo periodo dei fenomeni di volontariato in armi, al persistere, cioè, tanto di tradizioni e di memorie da una generazione all’altra di combattenti, quanto di prassi. Un lungo periodo che era già stato sottolineato da Eva Cecchinato e da Mario Isnenghi in un intervento sui volontari risorgimentali italiani risalente a una decina di anni fa6. Come ricostruire queste persistenze e queste contaminazioni sul mediolungo periodo? Su quale periodo concentrarsi con più attenzione per individuare queste continuità rispetto alla lotta antifascista? Crediamo che il metodo più efficace sia quello biografico perché in grado di «testimoniare su vissuti individuali e collettivi dai confini mobili» e sulle persistenze (o sulle rotture)7. Centrarsi sulla dimensione biografica consente anche di riflettere sulla circolazione, sui network transnazionali e sui transfer culturali di cui si resero protagonisti alcuni reduci delle lotte risorgimentali8. In queste pagine si cercherà brevemente di dimostrare come, proprio attraverso il garibaldinismo e il riproporsi di momenti di volontariato in armi, vi fu un legame stretto tra la tradizione risorgimentale e quella genericamente internazionalista non solo sul piano della «trasmissione delle emozioni e delle suggestioni», ma anche, e soprattutto, su quello biografico e delle pratiche9. In tal senso ci sentiamo di fare preliminarmente nostra una considerazione di Maurizio Degl’Innocenti rispetto alla persistenza del garibaldinismo: «il mito si manifesta in relazione a un agente e ad un soggetto interessato, occupa uno spazio (territoriale, culturale, politico e sociale), mutevole in rapporto alla destinazione e alla rielaborazione funzionale»10. A livello strettamente cronologico ci pare invece che sia necessario soffermarsi, ed è quello che faremo in queste pagine, sui decenni compresi tra il compimento dell’unità italiana e i primi anni Ottanta dell’Ottocento, un periodo nel quale la contaminazione tra radicalismo politico e garibaldinismo ci pare ormai realizzata. enlistment in modern era, Basingstoke, Palgrave, 2012 e Christine Kruger e Sonja Levsen (a cura di), War volunteering in modern times. From the French Revolution to the Second World War, Basingstoke, Palgrave, 2011. 6 Eva Cecchinato e Mario Isnenghi, La nazione volontaria, in Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg (a cura di), Storia d’Italia, Annali: Il Risorgimento, Torino, Einaudi, 2007, p. 699. 7 Ivi, p. 716. 8 In questa direzione ci sembrano molto interessanti gli ultimi sviluppi legati alla storia dell’anarchismo: Constance Bantman e Bert Altena, Introduction: Problematizing Scales and Analysis in Network-Based Social Movements, in Costance Bantman e Bert Altena, Reassessing the Transnational Turn. Scales of Analysis in the Anarchist and Syndacalist Studies, New York, Routledge, 2015, pp. 3-22; e Carl Levy, Anarchism and cosmopolitanism, “Journal of Political Ideologies”, 16 (2011). 9 Maurzio Antonioli, Sentinelle perdute. Gli anarchici, la morte, la guerra, Pisa, BFS, 2009, pp. 16-17. 10 Maurizio Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento. Nazione, popolo, volontariato, associazione, Manduria, Lacaita, 2008, p. 17.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea22 Amilcare Cipriani (1843-1918) è il candidato ideale a diventare “l’agente” principale della nostra riflessione, colui che ci dimostrerà l’utilità dell’approccio biografico. Giovane volontario garibaldino, si avvicinò presto all’internazionalismo (fu tra i difensori della Comune parigina) e visse in continuo movimento, tra l’Europa e l’Africa settentrionale, buona parte della sua esistenza. Sul finire del secolo, nel 1897, sarebbe inoltre stato tra i principali protagonisti di una campagna garibaldina che avrebbe determinato le vicende successive del volontariato in camicia rossa. Nel 1912 Luigi Campolonghi, futuro esponente di primo piano dell’antifascismo in esilio, avrebbe dedicato un breve pamphlet alla sua figura: «Amilcare Cipriani appartiene a quella generazione che […] portava in cuore, con l’amore della patria, l’odio di tutte le oppressioni. Italiano combatte per l’unità del suo paese […]. Ma il Cipriani è anche socialista e rivoluzionario»11. Ricostruendo brevemente le vicende biografiche di Amilcare Cipriani fino agli anni Ottanta dell’Ottocento, cercheremo di individuare i nessi, le contaminazioni e le frizioni tra garibaldinismo e radicalismo politico nell’Europa di fine secolo. Prima di ripercorrere brevemente le vicende biografiche di Cipriani ci pare però utile riflettere in maniera più generale sulla sopravvivenza del garibaldinismo nell’Italia post-unitaria, un passaggio che riteniamo centrale per capire come sia stato possibile che questo sia sopravvissuto sino agli anni della lotta antifascista nelle forme cui abbiamo fatto riferimento in apertura. 2. Garibaldinismo e radicalismo politico nell’Italia post-unitaria Mi trovavo nella capitale della Siberia Orientale, a Irkutsk, al tempo della memorabile campagna di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Ebbene posso affermare che tutta la gente di Irkutsk, quasi senza eccezione, mercanti, artigiani, operai, persino i funzionari, prendevano appassionatamente le parti del liberatore contro il re delle due Sicilie, fedele alleato dello Zar […] Negli anni 1860-63, quando il mondo rurale russo era in profonda agitazione, i contadini della Grande e della Piccola Russia attendevano l’arrivo di Garibaldov12. 11 Luigi Campolonghi, Amilcare Cipriani. Una vita di avventure eroiche, Milano, Società Editoriale Italiana, 1912, pp. 41-42. 12 Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani: da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano, Rizzoli, 1969, p. 9.
Enrico Acciai, Volontariato in armi 29 la” un articolo nel quale ripercorreva quello che era successo nei mesi e negli anni precedenti: «Sorta l’Internazionale, caduta la Comune di Parigi, un novello spazio di luce rivoluzionaria venne a colpire e a scuotere l’esercito democratico, come ovunque, in Italia. I più si schierarono sotto questa nuova bandiera per combattere decisamente e radicalmente l’ingiustizia, il privilegio e sotto le sue varie forme, la schiavitù»48. Ceretti, come Musini del resto, non avrebbe mai smesso di sentirsi un vero garibaldino. Nella Francia del 1870-71 aveva preso le armi anche una nuova generazione di volontari in armi, che non aveva partecipato alle lotte risorgimentali. Questa era stata mossa tanto dalla volontà di legarsi alla versione più classica del canone garibaldino quanto da quella di accorrere in soccorso della democrazia francese, nuova incarnazione della Francia rivoluzionaria. «Noi eravamo in quel tempo», avrebbe poi ricordato Giuseppe Pollio, «una torma di studenti, di ragazzi quasi – io avevo all’ora 18 anni non compiuti – d’imberbi romantici inebriati dai ricordi della Rivoluzione […] e illusi di poter rinnovare sul serio le prodezze del 1792»49. I garibaldini più giovani, avrebbe ricordato Andrea Costa, «avevano la mente rivolta alle grandi idee, di redenzione, che la vasta società Internazionale propugnava; e se ne fecero assertori e divulgatori»50. Dopo gli eventi della Comune l’internazionalismo si diffuse a macchia d’olio in tutta Italia e per molti garibaldini si trattò di un cambio anche cromatico. Dopo il 1871 le camicie rosse lasciarono progressivamente il campo alle cravatte nere, rosso o rossonere svolazzanti sotto i cappelloni a larghe falde. Emerse così una nuova generazione di internazionalisti, che rimase però profondamente legata all’immagine e al mito di quella che li aveva preceduti. Nel 1875 il diciassettenne ferrarese Oreste Vaccari inviò un articolo al foglio “La Plebe” di Lodi. Il ragazzo si sentiva uno scapigliato erede di quelle generazioni che «avevano fatto le rivoluzioni del 1831 a Parigi, del marzo 1848 a Milano. [Che avevano combattuto] con Garibaldi in Aspromonte e a Mentana. E infine [che] il 18 marzo 1871 inalberarono a Parigi ed in tutto il mezzogiorno della Francia lo stendardo rosso della Comune»51. Per tutti gli anni Settanta il garibaldinismo rimase un elemento centrale del movimento internazionalista per un dato non banale, ma raramente sottolineato: le grandi capacità nella guerra per bande di chi aveva vestito la camicia rossa. Nell’estate del 1874 venne sventata un’insurrezione militare internaziona48 Verri, Celso Ceretti. Garibaldino mirandolese, cit., pp. 59-76. 49 Giuseppe Pollio, Garibaldi in Francia. Ricordi personali, Genova, Libera Editrice Moderna, 1912, p. 14. 50 Andrea Costa. Episodi e Ricordi, Milano, Sassu, 1910, p. 9. 51 Piero Brunello, Storie di anarchici e di spie. Polizia e politica nell’Italia liberale, Roma, Donzelli. 2009, p. 16.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea30 lista. Il commando delle tre colonne di volontari che avrebbero dovuto muovere su Bologna era stato affidato, non casualmente, a tre reduci garibaldini: Alfonso Leonesi, Teobaldo Buggini e Antonio Cornacchia52. Tre anni dopo in occasione della celebre insurrezione del Matese dell’aprile del 1877 fu un altro reduce garibaldino, Cesare Ceccarelli, ad essere impiegato sul campo dagli internazionalisti perché «vantava cognizione di cose militari»53. Aldo Romano ha scritto che il socialismo dei reduci garibaldini era spesso un «grande equivoco», perché «diceva mille cose e mille ne sottendeva»; pur essendo questo in parte vero, ci pare che sia qui necessario ribaltare il punto di vista54. Se è infatti fuorviante sostenere, o credere, che siano stati i reduci garibaldini a introdurre in Italia il socialismo, ci pare quanto meno necessario sottolineare come molti reduci si siano avvicinati al movimento socialista, rimanendo profondamente convinti della loro adesione al garibaldinismo. Nel marzo del 1879 Luigi Musini venne invitato a una cerimonia pubblica nel piccolo paese di Zibello, vicino Parma. Le autorità dovevano inaugurare una lapide dedicata a due giovani caduti nelle battaglie risorgimentali e volevano che un garibaldino di lungo corso intervenisse. Dopo i discorsi dei politici locali, la parola passò al reduce. Musini invece di parlare dal palco, preferì sistemarsi vicino al pubblico. «Parlo con voce vibrata e inneggiando al sacrificio dei martiri, e addimostrando come questa non era la patria che essi avevan sognata»; nel suo discorso, Musini invitò anche gli operai e i contadini presenti ad «alzarsi» e a ribellarsi contro i padroni. Le parole del reduce furono accolte con entusiasmo da una parte del pubblico e soprattutto dai più giovani, mentre suscitarono grande imbarazzo tra i rappresentati delle istituzioni e gli esponenti delle classi più abbienti: «i commenti sul mio discorso furono infiniti. Il popolo ne era entusiasta, e ne parlava come di una rivelazione […]. I ricchi ed i borghesi mantenevano un eloquente silenzio»55. 52 Marabini, Prime lotte socialiste, cit., p. 30. 53 Susanna Di Corato Tarchetti, Anarchici, governo, magistrati in Italia (1876-1892), Milano, Franco Angeli, 2009, p. 37. Si veda anche: Dizionario biografico degli anarchici italiani. Volume secondo I-Z, Pisa, BFS, 2003, pp. 364-365. 54 Aldo Romano, Storia del movimento socialista in Italia. L’egemonia borghese e la rivolta libertaria (1871-1882), Roma, Laterza, 1966, p. 143. 55 Musini, Da Garibaldi al socialismo, cit., pp. 181-183.
Enrico Acciai, Volontariato in armi 31 3. Amilcare Cipriani: un garibaldino radicale esemplare Veniamo ora al profilo biografico di Amilcare Cipriani e alla sua utilità per leggere il rapporto tra garibaldinismo e radicalismo politico. Nato nel 1843 ad Anzio, Cirpriani era cresciuto a Rimini: venir su in un mondo contraddistinto dall’ostilità verso lo Stato pontificio avrebbe lasciato un marchio indelebile sul giovane56. L’ambiente familiare fece il resto, i genitori erano entrambi dei ferventi patrioti e formarsi in un contesto simile, nell’Italia di metà Ottocento, significava avere un’alta probabilità di finire a combattere per la nazione in fieri57. E così fu. Amilcare non era ancora quindicenne quando, nei primi mesi del 1859, scappò di casa per entrare nell’esercito piemontese58. Lo spirito ribelle lo portò poi a disertare dalle fila sabaude per raggiungere Garibaldi e i suoi in Sicilia. Finita la campagna dei Mille, il ragazzo fu amnistiato e reintegrato nell’esercito dove venne impiegato nella lotta contro il brigantaggio in Abruzzo59. Nell’agosto 1862, mentre era ancora soldato di leva, disertò una seconda volta60. Secondo lo stesso Cipriani, quella scelta nacque anche dal fitto rapporto epistolare che stava mantenendo con Mazzini («da lui fui spronato a continuare la via scelta»)61. Garibaldi, nel giro di poche settimane, era riuscito a radunare circa 4.000 volontari. La risposta dell’esercito italiano fu dura: Garibaldi, che rimase ferito, e i suoi furono intercettati in Calabria, sui monti dell’Aspromonte. Per Cipriani non fu facile sfuggire alla caccia all’uomo organizzata contro i volontari: dopo qualche settimana passata alla macchia Amilcare si imbarcò finalmente per la Grecia, insieme al fratello Camillo e ad altri sbandati62. Qui i due combatterono, brevemente, tra le fila degli oppositori del re Ottone. Percorsi come questo sintetizzano, nelle singole biografie e come abbiamo visto anche 56 Guglielmo Natalini, Amilcare Cipriani, la vita come rivoluzione, Firenze, Firenze Libri, 1987, pp. 13-14. 57 Emilie De Morsier, Amilcare Cipriani, les Romagnes et le peuple italien, Parigi, Libraire de la Revue Socialiste, 1893, pp. 16-17. 58 Loretta Masi, Amilcare Cipriani 1843-1918, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino, aa 1975-1976, p. 2. 59 Annibale Brizio, Amilcare Cipriani l’Eroe rivoluzionario, Milano, Officina Grafica Lombarda, 1913, p. 4. 60 Cenno biografico della sottoprefettura di Rimini, 28 gennaio 1898, in Archivio Centrale dello Stato (ACS), Casellario Politico Centrale (CPC), b. 1361, f. 107012 Amilcare Cipriani. 61 De Morsier, Amilcare Cipriani, cit., p. 26 e Lettera di Cipriani a Renzetti, 24 agosto 1882, in Biblioteca Civica Gambalunga di Rimini (BCGR), Fondo Renzetti (FR), Notizie su Amilcare Cipriani, busta 1bis “Lettere di Cipriani a Francolini”. 62 Campolonghi, Amilcare Cipriani, cit., p. 25.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea32 in precedenza, un chiaro passaggio dalla militanza dal campo risorgimentale a quello sovversivo. In Aspromonte era emersa, per la prima volta dopo l’unità, una versione più rivoltosa e rivoluzionaria del garibaldinismo che si scontrava frontalmente con il nuovo Stato italiano63. Nel variegato, e ancora confuso, mondo dell’estrema sinistra risorgimentale fu dopo quei fatti che si andò affermando un’immagine, alternativa a quella ufficiale, di un Garibaldi di opposizione. Gli ideali di libertà, di emancipazione e di solidarietà che avevano mosso i volontari garibaldini sino a allora si erano fondati su di una miscela per molti versi prepolitica ancorché pregna di valori politici e morali; valori che, in alcuni, cominciarono a evolvere verso una nuova declinazione sul piano sociale e che li portarono ad avvicinarsi al nascente movimento internazionalista. Dopo la conclusione della breve avventura greca, Amilcare, impossibilitato a rientrare in Italia, si trasferì ad Alessandria d’Egitto, dove trovò lavoro come magazziniere presso il Banco Deriveux64. Questa scelta non deve sorprendere: in Egitto, e in particolare ad Alessandria, avevano trovato rifugio rivoluzionari europei sin dagli anni Venti dell’Ottocento65. La città era considerata una meta sicura per gli esuli politici ed era anche ben connessa con il resto del Mediterraneo, e in particolare con l’Italia. Ad Alessandria, Cipriani non si limitò a lavorare. Durante quel suo primo soggiorno egiziano rimase in contatto con Mazzini, il quale lo spronò a fondare una società patriottica. Nell’estate del 1866 Cipriani organizzò una piccola legione di esuli italiani che raggiunse Garibaldi in Trentino66. Dall’Italia l’uomo non tornò in Egitto, passò invece sull’isola di Creta, dove in quei mesi era scoppiata un’insurrezione contro i turchi che sarebbe durata quasi due anni; furono circa 200 i volontari italiani che combatterono in questo conflitto67. Durante i mesi passati a Creta Cipriani conobbe il giovane biologo francese Gustave Flourens, anche lui volontario in terra ellenica68. Questo incontro, che sarebbe stato molto importante nelle successive vicende del Cipriani, ci testimonia un elemento che è stato raramente sottolineato rispetto al volontarismo in armi nell’Europa di quei decenni: l’esistenza di solidi network informali 63 Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Roma, Donzelli, 2007, pp. 84-85. 64 Campolonghi, Amilcare Cipriani, cit., p. 26. 65 Ilham Khuri-Makdisi, The Eastern Mediterranean and the Making of Global Radicalism, 18601914, Berkeley, University of California Press, 2010, pp. 114-115. 66 Natalini, Amilcare Cipriani, cit., p. 30. 67 Leonida Kallivretakis, I garibaldini nell’insurrezione cretese del 1866-1897, in Caterina Spetsieri Beschi e Enrica Lucarelli (a cura di), Risorgimento greco e filellenismo italiano: lotte, cultura, arte, Roma, Edizioni del Sole, 1986, pp. 172-174. 68 Cfr. Souvenirs d’un philhellène: Gustave Flourens et l’insurrection crétoise de 1866-1868, Lione, Imprimerie Alexandre Rey, 1893.
Enrico Acciai, Volontariato in armi 33 e transnazionali che erano il frutto più diretto della circolazione, spesso forzata, di volontari in armi69. Conclusa l’esperienza greca, Amilcare rientrò ad Alessandria d’Egitto, dove riottenne l’impiego che aveva lasciato pochi mesi prima. Si era nell’agosto del 1867. Solo un mese dopo l’uomo rimase però coinvolto in una rissa tra connazionali durante la quale rimasero uccisi un italiano, Alessandro Santini, e due egiziani70. Nonostante le rassicurazioni del suo avvocato (aveva agito per legittima difesa) Cipriani decise di scappare e dovette trovare una nuova località di esilio; fu così che il garibaldino, seguendo ancora i network degli esuli risorgimentali, arrivò a Londra. Qui fu inizialmente ospitato dal connazionale Vincenzo Melandri, un mazziniano che viveva nel quartiere di Soho e che, soprattutto, apparteneva a una precedente generazione di cospiratori risorgimentali, già attivi dagli anni Trenta dell’Ottocento71. Cipriani aveva avuto questo contatto da Mazzini, con il quale avrebbe collaborato durante i successivi tre anni passati a Londra («l’affezione di cui mi dava prova era addirittura paterna»); per mantenersi il giovane garibaldino trovò un impiego presso i fotografi italiani Leonida Caldesi e Adolfo Nathan72. A Londra, Cipriani entrò in contatto anche con Marx ed Engels; avrebbe ricordato anni dopo che sarebbe stata proprio la loro conoscenza, sommata a quella del russo Bakunin, a fare di lui quello che era (un «socialista ateo, rivoluzionario, comunista, internazionalista»)73. Nel 1870, dopo lo scoppio della guerra franco-prussiana e, soprattutto, dopo la proclamazione della Repubblica in Francia, Cipriani lasciò Londra per giungere a Parigi nei primi giorni di settembre. Qui l’uomo riallacciò i rapporti con l’amico Gustave Flourens e si arruolò volontario nella Guardia Nazionale74. Il 31 ottobre furono entrambi arrestati dalle autorità repubblicane per aver partecipato all’assalto del municipio di Parigi, una volta rilasciato il Cipriani organizzò una piccola legione (denominata Garibaldina) con la quale diede l’assalto alla prigione dove era imprigionato il Flourens75. Arruolatosi nuovamente nelle ul69 Cfr. Maurizio Isabella e Konstantina Zanou (a cura di), Mediterranean Diasporas. Politics and Ideas in the Long 19th Century, Londra, Bloomsbury, 2016. 70 Campolonghi, Amilcare Cipriani, cit., pp. 32-36. 71 Pietro di Paola, The Kinghts Errant of Anarchy. London and the Italian anarchist diaspora (18801917), Liverpool, Liverpool University Press, 2013, pp. 30-31. 72 Campolonghi, Amilcare Cipriani, cit., pp. 39-41. 73 Natalini, Amilcare Cipriani, cit., p. 41. 74 De Morsier, Amilcare Cipriani, cit., p. 30. 75 Campolonghi, Amilcare Cipriani, cit., pp. 46-47.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea34 time confuse fasi del conflitto, nel gennaio Cipriani si distinse per il coraggio dimostrato nel corso della battaglia di Montretout76. Con la nascita della Comune, il ruolo di Cipriani divenne di primaria importanza. L’uomo fu nominato colonnello nello stato maggiore della 20a legione; in quei frangenti il legame con Flourens si fece ancora più stretto77. Il 3 aprile i due parteciparono a un tentativo di sortita delle forze comunarde nella zona di Nanterre. Rimasti isolati dai loro uomini furono catturati dal nemico: Flourens fu giustiziato sul posto, mentre Cipriani fu tratto in arresto. L’uomo, dopo essere stato in un primo momento condannato a morte, si vide commutata la pena in extremis: il 21 gennaio del 1872 fu sancito che, come molti altri protagonisti della Comune, fosse deportato nella lontana Nuova Caledonia78. La partecipazione di Amilcare Cipriani alle vicende della Comune parigina, per quanto breve, fu altamente simbolica: per il resto della sua vita sarebbe stato ricordato come il “Colonnello della Comune”. Quelle vicende avrebbero inoltre creato un rapporto lungo e duraturo con l’estrema sinistra francese. Cipriani trascorse il resto del decennio in Nuova Caledonia. Negli anni passati lontano dall’Europa, anche per la forzata convivenza con i principali leader della Comune, l’uomo ebbe il modo di sviluppare definitivamente il proprio anarchismo: gli internazionalisti, scriveva a un amico nell’estate del 1877, portano «il gonfalone della libertà di tutti, per tutti e su tutti da settentrione a mezzogiorno e da oriente a occidente»79. Mantenne però un approccio chiaramente “garibaldino” alle questioni sociali; questo emerge, ad esempio, da una lettera scritta a Henri Rochefort nel dicembre 1880 nella quale sosteneva che la sua patria fosse «il mondo intero» e che sarebbe andato ovunque vi fosse stato «un despota da abbattere, un abuso da sopprimere, un oppresso da difendere; sempre pronto a combattere»80. Il 9 novembre 1880 più di diecimila persone si erano assiepate all’esterno della stazione parigina di Saint-Lavare. Quella folla si era radunata per accogliere il ritorno in patria di Louise Michel e di un gruppo di comunardi recentemente amnistiati. Tra chi rientrava c’era anche Amilcare Cipriani, che fu subito espulso dalla Francia. Prima di tornare in Italia, l’ex comunardo e ormai convinto internazionalista decise di passare in Svizzera per conoscere di persona Carlo Cafie76 Louise Michel, La Commune, Parigi, Stock Éditeur, 1898, pp. 93-96. 77 Les Hommes du jour, 15 maggio 1909. 78 De Morsier, Amilcare Cipriani, cit., p. 33. Sull’esperienza di Cipriani nella Comune si veda anche: Paul Ginisty, Amilcare Cipriani nella Comune, Firenze, Nerbini, 1879. 79 Masi, Amilcare Cipriani 1843-1918, cit., p. 130. 80 Masi, Amilcare Cipriani 1843-1918, cit., p. 137.
Enrico Acciai, Volontariato in armi 35 ro81. Si trattò di un incontro importante: i due avrebbero condiviso la necessità di tornare alle tattiche insurrezionali di tipo garibaldino, alla guerra per bande. Il Cipriani pubblicò in quei giorni, sulle pagine de “Il Grido del Popolo”, un manifesto intitolato Agli oppressi d’Italia nel quale auspicava una «protesta armata» che riunisse gli anarchici, i reduci garibaldini ancora all’opposizione e i mazziniani repubblicani. «La nostra risoluzione è presa», scriveva Cipriani, «e la venuta nostra sarà una protesta armata contro tutte le forme del dispotismo dinastico, aristocratico e capitalista»82. Amilcare Cipriani era ormai un rivoluzionario convinto che, nel solco della tradizione garibaldina, cercava una collaborazione più ampia possibile tra le diverse forze politiche. 4. Conclusione Qui lasciamo la biografia di Cipriani, senza entrare nelle interessantissime vicende che lo videro protagonista tra gli anni Ottante e Novanta83. Come ha rilevato Elizabeth Eisenstein nel suo lavoro su Filippo Buonarroti, fu nel corso del XIX secolo che emersero quelli che poi sarebbero stati chiamati i rivoluzionari di professione: uomini e donne che facevano della militanza nel campo rivoluzionario un tratto distintivo delle loro esistenze84. Si trattava di figure dai percorsi pienamente transnazionali, in grado di tessere relazioni e contatti in tutto il continente europeo e anche oltre, dei veri e propri militanti cosmopoliti le cui vicende, umane e politiche, andarono oltre il singolo Stato di appartenenza in un periodo in cui le nazioni si erano appena costruite e gli ideali internazionalisti si stavano diffondendo a macchia d’olio. Emerse così una generazione particolare, quella che visse da protagonista il passaggio dalle lotte per la nazione a quelle per degli ideali internazionalisti e che visse sulla propria pelle questo cambiamento di prospettiva. Amilcare Cipriani fu uno di questi; nel suo caso si trattò 81 Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani, cit., pp. 195-197. 82 Ivi, p. 198. 83 Una versione più complete della biografia di Amilcare Cipriani la si può trovare in: Enrico Acciai, Traditions of Armed Volunteering and Radical Politics in Southern Europe: a Biographical Approach to Garibaldinism, in “European History Quarterly”, n. 49, vol. 1, 2019. 84 Elizabeth L. Eisenstein, The First Professional Revolutionist: Filippo Michele Buonarroti (17611837), Cambridge, Harvard University Press, 1959, pp. 2-7.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea36 di diffondere una versione alternativa, radicale, rivoluzionaria e transnazionale dell’eredità garibaldina. Questo universo complesso e a volte contraddittorio può emergere chiaramente solo se si seguono le biografie dei suoi protagonisti. Proprio partendo da queste traiettorie possiamo forse meglio capire il pezzo scritto da Pietro Borghi nella primavera del 1937; come abbiamo visto in apertura, Borghi era nato nel 1898 e aveva partecipato come volontario alla Prima guerra mondiale, faceva cioè parte di una generazione che aveva vissuto sulla propria pelle la fine di una tradizione di volontariato in armi più identificabile con le lotte risorgimentali e l’emersione di un nuovo volontarismo in armi, strettamente legato alla lotta antifascista. Senza la generazione dei Cipriani, dei Musini e dei Ceretti, la storia del garibaldinismo sarebbe stata forse diversa e, con ogni probabilità, nel maggio del 1937 Pietro Borghi non avrebbe sentito la necessità di scrivere l’articolo Garibaldi visto da un garibaldino con cui abbiamo aperto.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 37-52 Nell’ambito degli studi sull’avanguardia storica, e sull’internazionalismo dell’avanguardia in particolare, la questione della biografia rimane un tema al tempo stesso centrale e metodologicamente problematico. Da un lato, gli studi dedicati ad eventi che hanno segnato il costituirsi di un discorso internazionale sul piano artistico e intellettuale si soffermano raramente sulle specificità delle storie dei partecipanti, limitandosi a riconoscerne l’identità nazionale e di gruppo. È il caso ad esempio dell’analisi dettagliata ed a oggi più completa dedicata al Congresso internazionale degli Artisti progressisti, che si svolse a Düsseldorf nel 1922. Qui, le posizioni ideologiche dei delegati vengono riportate alla loro identità di gruppo, limitando l’analisi alla caratterizzazione storico-artistica, senza entrare nel merito della specificità che tali posizioni assumevano sul piano politico nazionale e internazionale1. Su di un altro piano, permane invece il modello tradizionale della biografia artistica, che raramente riesce però a divincolarsi da modelli celebrativi2. E tuttavia soltanto riscoprendo il percorso individuale è possibile ristabilire un più ampio tessuto di raccordi non solo ideologici ma anche storici e sociologici di rilievo. Un caso significativo è offerto ad esempio dal percorso che 1 Konstruktivistische Internationale Schöpferische Arbeitsgemeinschaft, 1922-1927, Utopien für eine europäische Kultur: Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, (30. Mai bis 23. August 1992); Staatliche Galerie Moritzburg Halle, (3. September bis 15. November 1992), Stuttgart, Hatje, 1992. 2 Un esempio capace di andare al di là dei limiti del genere per l’importanza della ricerca d’archivio e per l’approfondimento delle dinamiche dell’avanguardia storica è offerto dalla biografia intellettuale di Naum Gabo ad opera di Martin Hammer e Christina Lodder, Constructing Modernity: The Life and Career of Naum Gabo. New Haven, CN, Yale University Press, 2000. Vite globali e sindacalismo artistico internazionale. Futuristi in Europa negli anni Venti MARIA ELENA VERSARI
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea38 porta il Futurismo a Berlino nel 1922, nella persona di un giovane drammaturgo siciliano, Ruggero Vasari3. 1. Dalla Sicilia all’Europa Centrale Nato a Messina nel 1898 da una famiglia della buona borghesia siciliana, a dieci anni Ruggero sopravvive al terremoto che distrugge quasi completamente la città dello Stretto e passa l’adolescenza portando avanti gli studi liceali in diverse città d’Italia. Riesce tuttavia a legarsi all’ambiente modernista e futurista messinese, che si sviluppa in quegli anni attorno alla figura di Guglielmo Jannelli e alla sua rivista “La Balza futurista”. Al termine della Grande Guerra, il giovane Vasari fonda insieme all’amico d’infanzia Francesco Carrozza il gruppo futurista di Santa Lucia del Mela, paese in cui la famiglia possiede diverse proprietà. Pur costituitosi dopo la sconfitta elettorale di Marinetti e dei futuristi alle elezioni del 1919, il gruppo luciese rimane compatto nel sostenere il programma di apertura verso le forze socialiste e di svecchiamento culturale proposto dai futuristi alle elezioni e professato in quegli anni da Mario Carli e dal periodico fiumano “La Testa di Ferro”. In occasione delle elezioni locali del 1920, i due organizzano una serata in cui Carrozza legge passi dal libro Democrazia Futurista di Marinetti, inneggianti al libero amore e allo «svaticanamento» dell’Italia, che gli valgono una denuncia da parte delle gerarchie ecclesiastiche locali. Qualche tempo dopo il gruppo, a capo di un nutrito numero di reduci, occupa spettacolarmente un terreno di proprietà comunale chiedendo, sempre secondo il programma politico messo a punto da Marinetti e Carli per le elezioni nazionali del 1919, la distribuzione delle terre incolte agli ex-combattenti. Il caso dei gruppi futuristi siciliani è degno di attenzione, se si considera che le elezioni nazionali non pongono fine all’attività politica in Sicilia. L’attività propagandistica rimane notevole anche nel corso del 1920, se prestiamo fede all’avvocato e uomo politico Pier Franco Buonocore che, in una lettera indirizzata all’editore Angelo Fortunato Formiggini, descrive Palermo in occasione del3 Su Vasari, cfr. almeno gli apparati (con biografia e bibliografia) della mia edizione delle sue opere drammatiche: Ruggero Vasari, L’Angoscia delle Macchine e altre sintesi futuriste, a cura di Maria Elena Versari, Palermo, Due Punti edizioni, 2009.
Maria Elena Versari, Vite globali e sindacalismo artistico internazionale 45 Discorso di Marinetti e presenza del Sottosegretario all’Istruzione Pubblica. Ci dicono che in Germania il Futurismo sia diventato l’arte ufficiale. Che anche in Italia ci si metta per questa via? Bei tempi i nostri19. Alla fine della mostra Prampolini può contare su tre vendite, due al collezionista Renato Fondi, e una al deputato socialista livornese Luigi Salvatori, che sarà poi tra i primi membri del partito comunista italiano nel 192120. Al modello di un associazionismo “dal basso” di stampo sindacalista si affianca nel frattempo un processo di interesse dall’alto, ad opere della Società delle Nazioni. Nel 1920, l’Unione delle associazioni internazionali, fondata nel 1907 e dal cui lavoro sarebbe nato nel 1924 l’Istituto internazionale della cooperazione intellettuale, poi trasformato nell’Unesco, propone una conferenza di studio per la creazione di una organizzazione internazionale per il lavoro intellettuale21. Nello stesso anno Paul Appel, rettore dell’università di Parigi, sottopone a Eric Drummond, segretario generale della Società delle Nazioni, un progetto di convenzione per l’istituzione di un organismo permanente per la collaborazione internazionale nelle questioni dell’insegnamento e nelle scienze, lettere e arti, redatto dal capo di gabinetto del ministro dell’istruzione francese. La conferenza generale dei rappresentanti dei paesi membri avrebbe potuto riunirsi una volta l’anno a Ginevra e avvalersi di un direttore generale e di personale internazionale attivo nell’organizzazione e monitoraggio dei rapporti relativi a educazione, ricerche scientifiche, libri e opere d’arte. È forse proprio in margine a questi dibattiti che si può comprendere l’idea di istituire una mostra internazionale d’arte moderna che apre a Ginevra nel dicembre del 1920 e che trova tra gli espositori molti degli artisti d’avanguardia dell’epoca. Come organizzatore per la sezione italiana, sintomaticamente, troviamo Enrico Prampolini. È interessante ricostruire come il giovane artista affiliato al Futurismo possa aver ottenuto un riconoscimento così prestigioso. Dal catalogo della mostra ginevrina leggiamo che il presidente del comitato italiano d’onore fu quello stesso Sottosegretario Rosadi che aveva assistito alla mostra 19 Note, in “Poesia ed Arte”, Verona, [numero non rintracciato], p. 53, Getty Research Institute, Papers of F.T. Marinetti and Benedetta Cappa, 920092, Libroni Slides, Box 42, vol. 2. 20 Per la questione, rimando al mio saggio Internazionalismo futurista. Sui rapporti internazionali del futurismo dopo il 1919, in Walter Pedullà (a cura di), Il futurismo nelle avanguardie. Atti del Convegno internazionale di Milano del 4-6 febbraio 2010, Roma, Ponte Sisto, 2010. 21 Maria Pia Bumbaca, Lo spirito e le idee. L’organizzazione della cooperazione intellettuale nella Società delle Nazioni, Tesi di Dottorato, Università di Roma La Sapienza, a.a. 2009/2010, p. 10. Accessibile online all’indirizzo: http://padis.uniroma1.it/bitstream/10805/2233/1/M.P.%2520Bumbaca ,%2520Lo%2520spirito%2520e%2520le%2520idee.%2520L%27organizzazione%2520della%2520co operazione%2520intellettuale%2520nella%2520Societ%25C3%25A0%2520delle%2520Nazioni.pdf [ultimo accesso 16 dicembre 2018].
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea46 del Novembergruppe organizzata da Prampolini qualche mese prima, mentre nel comitato d’onore figurano almeno due collezionisti vicini a Prampolini, Fondi e Ercole Pinzoli. In effetti, sembra che alcuni membri dell’ultimo governo Giolitti vedano con favore l’attività di Prampolini, forse anch’essi influenzati dalle vaghe informazioni relative all’alleanza tra artisti di avanguardia e forze socialiste che appaiono sui giornali. All’indomani del collasso dell’alleanza con Mussolini e dopo la débacle elettorale del 1919, dunque, la proclamata involuzione puramente artistica del movimento maschera non tanto e non solo un avvicinamento alle forze socialiste italiane, ma soprattutto la rivendicazione del modello degli «artisti al potere» che per un breve periodo Marinetti sembra forse intravedere – ma soprattutto sostiene pubblicamente di approvare – nelle notizie che trapelano dalla Russia. A tutto ciò si unisce un preciso sistema di alleanze con le istituzioni e i raggruppamenti, italiani e stranieri, che portano avanti un programma di internazionalizzazione sul piano artistico e culturale. È questo sistema di triangolazione tra attivismo artistico, addentellati politico-istituzionali e riferimenti extra-nazionali che caratterizza l’identità del movimento in questo periodo. Il Futurismo, che da sempre si era posto in un’ottica di ridefinizione della centralità dell’attivismo culturale come azione politica, diventa ancora più chiaramente qui il nucleo di un ripensamento del rapporto tra gruppo politico ed élite culturale. Le fazioni ideologiche e partitiche (Fascismo, Socialismo, Soviettismo...)22 non sono in quest’ottica elementi predeterminati e predeterminanti dell’azione politica ma semplicemente aggregazioni temporanee e funzionali tanto quanto il Futurismo stesso. Questo è un elemento capitale per comprendere lo sviluppo di una ideologia e azione propriamente politica di Marinetti, che indagini meramente interessate a vagliare una più o meno compiuta correlazione tra Futurismo e Fascismo non riescono a decifrare23. 22 Il riferimento è a Antonio Gramsci, Né fascismo, né liberalismo: soviettismo!, in “L’Unità”, 7 ottobre 1924. 23 Si veda, ad esempio, il recente contributo di Ernest Ialongo, Filippo Tommaso Marinetti. The Artist and His Politics, Madison, NJ, Fairleigh Dickinson University Press, 2015.
Maria Elena Versari, Vite globali e sindacalismo artistico internazionale 47 3. Alleanze transnazionali e sostegno istituzionale Al suo arrivo a Berlino nel 1922, Vasari riorganizza la mostra d’arte moderna italiana (Esposizione italiana d’Arte d’Avanguardia) che il futurista Enrico Prampolini aveva portato prima a Ginevra nel gennaio del 1921 e poi a Praga nell’autunno del 1921 sotto gli auspici del governo italiano. Nella capitale tedesca, l’esposizione si tramuta in un’impresa più specificamente futurista, nonostante il fatto che il finanziamento di parte di questa iniziativa rimanga ancorato alle alleanze nazionali stabilite da Prampolini già in Italia. Notevole, in proposito, è il legame dell’iniziativa berlinese con l’azione dell’Istituto per la Propaganda della Cultura italiana, fondato nel 1921 da Angelo Fortunato Formiggini24. “Die Grosse Futuristische Kunstausstellung” (La grande mostra d’arte futurista) si apre sotto l’egida di Vasari nel marzo 1922 al Graphische Kabinett, l’elegante galleria di Israel Ber Neumann sul Kurfürstendamm, il principale boulevard berlinese. Oltre agli artisti italiani esposti a Praga, Vasari presenta anche un gruppo di pittori stranieri: il tedesco Alexander Mohr e i giapponesi Nagano e Murayama e la “russa” (in realtà lettone, essendo nata a Riga) Vera Steiner, poi più nota come Vera Idelson, che espone un ritratto astratto intitolato Compenetrazione degli Io del poeta Vasari. In concomitanza con la mostra, Vasari si stabilisce a Charlottenburg, nel quartiere degli artisti, ed apre una galleria privata, in cui espone alcune delle opere della mostra presso il Kabinett Neumann. Rimangono infatti a Berlino le opere di Boccioni, Prampolini, Pannaggi, Dottori, Marasco, Governato, Depero, ovvero le opere veramente futuriste della “Grosse Futuristische Ausstellung”. Questa privat-galerie, o “Casa internazionale degli Artisti”, come viene pubblicizzata in Italia, si ispira al modello della berlinese Dom Iskusstv (Casa dell’arte), che funge da sede di confronto tra le differenti istanze dell’identità artistica russa nella capitale tedesca. Tuttavia, a differenza del circolo russo, spesso sede di dibattiti e scontri tra gli intellettuali dell’emigrantskaja, quello di Vasari rimane, almeno in un primo 24 Per un’analisi delle vicende politiche che caratterizzarono queste mostre e delle differenze tra le opere esposte nelle diverse sedi, rimando ai miei lavori: Maria Elena Versari, International Futurism Goes National: The Ambivalent Identity of a National/International Avant-Garde, in Nation Style Modernism: CIHA [Comité international d’histoire de l’art] Conference Papers 1., a cura di Jacek Purchla e Wolf Tegethoff, Cracovia, Międzynarodowe Centrum Kultury Kraków - Monaco di Baviera, Zentralinstitut für Kunstgeschichte, 2006, pp. 171-184; The Central European Avant-Garde of the 1920s: The Battleground for Futurist Identity?, in Local Strategies-International Ambitions. Modern Art and Central Europe, 1918-1968, Papers from the International Conference, Prague, 11-14 June 2003, a cura di Vojtech Lahoda, Prague, The Institute of Art History, Academy of Sciences of the Czech Republic - New York University in Prague, 2006, pp. 103-110; e il già citato contributo Internazionalismo futurista. Sui rapporti internazionali del futurismo dopo il 1919.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea48 momento, strettamente connesso all’identità futurista. Caso unico nella storia delle avanguardie e dell’arte moderna in genere, assistiamo alla creazione da parte di un movimento artistico di una propria succursale all’estero. In maggio, Vasari fa uscire il primo numero del mensile “Der Futurismus” stampato a Berlino in tedesco, che si aggiunge ai due fascicoli del movimento diffusi entrambi da Milano: “Il Futurismo”, redatto in italiano, e “Le Futurisme”, in francese. Un fatto finora poco noto chiarisce ancora una volta il portato delle alleanze che i futuristi avevano istituito con gli ambienti romani: la casa d’edizione del periodico di Vasari è indicata come Leonardo Verlag, un riferimento esplicito alla Fondazione Leonardo per la Cultura italiana, la nuova denominazione dell’istituto fondato da Formiggini25. La tiratura del periodico è altissima per l’epoca: tra i 5.000 e i 6.000 esemplari per numero, distribuite dal Giappone alla Repubblica Argentina. Per offrire un raffronto, si consideri che la tiratura del famoso “Das Kunstblatt”, edito dal gallerista Paul Westheim, è nello stesso periodo di 2.500 esemplari, mentre “Der Querschnitt”, della influente galleria Flechtheim, esce in 3.000 esemplari. Collaborano al periodico numerosi artisti italiani insieme a diversi membri dell’avanguardia internazionale riunita a Berlino, tra cui il famoso critico russo Viktor Schklovsky e lo scultore tedesco Rudolf Belling, che firma nell’ultimo numero un saggio sul rapporto tra plastica e spazio. Seguendo un modello già ampiamente utilizzato da editori d’arte e galleristi, Vasari finanzia la pubblicazione del periodico attraverso la vendita di due serie di “Futuristische Postkarten”, dedicate ad artisti italiani e stranieri. Nell’ottobre 1922, Vasari rielabora gli stessi principi di ecumenismo che avevano caratterizzato i documenti concepiti per le elezioni del 1920. Pubblica in tedesco, su “Der Futurismus”, un saggio edito all’inizio dell’anno nel periodico siciliano “La Balza”: Il Futurismo non è una scuola, è una trincea di fuoco, un nuovo modo di vedere il mondo, una nuova legge per amare la vita, una bandiera per la gioventù, per la forza, per l’originalità ad ogni costo, una catena di acciaio contro i sognatori utopisti che sono soliti allungare il collo [per vedere quello che non c’è], una carica di dinamite per tutte le venerabili rovine. Il Futurismo è l’araldo di una sensibilità artistica internazionale, precede sempre la lenta sensibilità delle masse ed è perciò spesso incompreso e trattato con ostilità dalla maggioranza, che non può comprendere le sue incredibili e stimolanti scoperte, la violenza delle sue espressioni polemiche e le sue visioni temerarie ed edificanti26. 25 Sulla lotta tra Formiggini e Giovanni Gentile in merito alla Leonardo, cfr. Angelo Fortunato Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo, Roma, Formiggini, 1923. 26 “Der Futurismus”, n. 5-6, October 1922, p. 1.
Maria Elena Versari, Vite globali e sindacalismo artistico internazionale 49 Definito da Marinetti un «salotto-polveriera futurista»27, la Casa internazionale degli Artisti di Vasari a Berlino, con il disparato gruppo di artisti che raccoglie, diviene un luogo sintomatico per l’analisi delle effettive dinamiche storiche dell’internazionalismo. Vale la pena dunque, in chiusura, vagliare l’effettiva portata dell’iniziativa internazionalista di Vasari a Berlino. 4. Zone di influenza e politica dell’esilio Nell’azione di Vasari, il Futurismo perde una precisa identità nazionale e mantiene una sua presenza in Europa come rappresentante proprio di quell’attivismo artistico internazionale che negli anni Venti viene progressivamente meno. Si tratta però di un internazionalismo che a Berlino nei primi anni Venti deve fare i conti con l’irreversibile portata di divisione creata dalla Rivoluzione russa. Non è un caso allora che attorno a Vasari e alla sua galleria si riuniscano soprattutto artisti provenienti dai paesi baltici, e in particolare artisti rifugiati in Germania che non condividono la contemporanea sovietizzazione e russificazione delle loro nazioni. Gli storici dell’arte hanno identificato la frattura ideologica che emerse nella primavera di quell’anno al congresso degli Artisti progressisti di Düsseldorf, nato proprio con l’idea di creare infine il tanto agognato sindacato artistico internazionale. Il congresso sancì invece la fine proprio di quel modello internazionalista di stampo sindacalista che aveva caratterizzato il primo dopoguerra in favore di un preteso nuovo stile collettivo sostenuto dai Costruttivisti. Si tratta della posizione di El Lissitzky, che era stato mandato in Occidente dal governo sovietico per organizzare la prima mostra d’arte russa rivoluzionaria, e del suo collega Hans Richter, che salì sul palco e dichiarò la fine dell’arte individualista e “borghese”: Voi partite dall’idea che dovremmo scegliere mostre, giornali e congressi come organi della nostra riorganizzazione sociale; ma noi siamo già così avanti che possiamo lavorare e progredire collettivamente. Allora smettiamo di barcamenarci tra una società che non ha bisogno di noi e una che non esiste ancora, qui e ora, e costruiamo piuttosto il mondo di oggi. 27 «Caro Vasari, Ti mando la fotografia per il tuo salotto-polveriera futurista»; lettera di F.T. Marinetti a Ruggero Vasari, 26 aprile 1922, cit. in Dario Tomasello, Oltre il futurismo: percorsi delle avanguardie in Sicilia, Roma, Bulzoni, 2000, p. 182.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea50 Se la posizione dei costruttivisti è stata studiata ampiamente dagli storici dell’arte, nessuno spazio è stato dato finora al valore politico delle loro prese di posizione. Spetta invece proprio a tre artisti ai margini, legati alla galleria berlinese di Vasari, spiegare cosa significasse «costruire il mondo di oggi» e «lavorare collettivamente» in un’Europa già divisa in zone di influenza politica. Quando Ivan Puni, russo anche lui, ma ben lontano dalle posizioni ufficiali di El Lissitzky, e i lettoni Karlis Zale e Arnolds Dzirkal si rivolgono ai colleghi a Düsseldorf, lo fanno per sostenere: Le arti visive devono funzionare come una macchina. Così come una macchina è organizzata sulla base di ritmi funzionali, così l’arte deve essere organizzata secondo un ritmo estetico non meno funzionale. Ma noi siamo contro ogni definizione dell’arte radicale come ‘arte collettiva’. Sostenere una tale definizione equivale a confondere pensiero e sentimento, è come descrivere la medicina come un’attività ‘borghese’ e la scienza e la filosofia come settori degli affari sociali28. Nello scenario in continuo movimento delle alleanze artistiche a Berlino, la galleria di Vasari diviene allora una succursale di fronda della Dom Issuskv russa, che riunisce tra i suoi membri (con esiti altamente polemici) gli esiliati della Russia “bianca” e gli intellettuali appena inviati dal governo sovietico. Gli equilibri si infrangono pubblicamente il 3 novembre 1922 quando Puni in una conferenza pubblica alla Dom si scaglia contro l’accusa di individualismo (“borghese”) che Lissitzky e i Costruttivisti hanno portato contro l’arte di Vassily Kandinsky. «Radicale» ma non certo «collettiva», il tipo di arte proposto dalla fronda riunita attorno a Vasari rivela i limiti di una celebrazione utopica dell’internazionalismo avanguardista centro-europeo, spesso ripetuto acriticamente dagli storici dell’arte. In un articolo apparso su “Der Futurismus” in quelle stesse settimane, Karlis Zale si riferisce esplicitamente alla sorte della propria patria baltica quando scrive: «Io non sono Miljukow né Lloyd George. Trovate la mia firma in fondo a questa pagina. Quindi nessuno mi verrà mai a chiedere se una Lettonia indipendente sia qualcosa di necessario»29. La disillusa presa di posizione di Zale riassume non solo la condizione dell’esiliato ma lo scacco di una intera generazione che aveva visto nell’internazionalizzazione una soluzione ai limiti della politica nazionale e all’impotenza degli intellettuali al suo interno. «Il Futurismo non è un partito: è una bandiera attorno alla quale si raccolgono accomunati in un audace ideale ardente tutte le 28 Gruppe Synthès [Ivan Puni, Karlis Zale, Arnolds Dzirkal], Proklamation der Gruppe von Künstlern über Fragen, die der Beurteilung des Kongresses nicht unterliegen, in “De Stijl”, vol. 5, n. 4, aprile 1922, p. 53. Il nome di Zale appare generalmente in tedesco come Karl Zalit. 29 Anonimo [ma Karlis Zale], Charakterköpfe futuristische Künstler. 6. Karl Zalit, in “Der Futurismus”, n. 5-6, ottobre 1922, p. 4.
Maria Elena Versari, Vite globali e sindacalismo artistico internazionale 51 forze giovani del mondo»30, avevano sostenuto Vasari e i futuristi siciliani. Ma è analizzando l’incrocio delle biografie individuali e i loro necessari addentellati con istituzioni nazionali e sovranazionali che si rivela, da un lato, il persistere dell’identità nazionale in ogni discorso pur volenterosamente sovra-nazionale e, dall’altro, la portata profonda della frattura ideologica che la Rivoluzione russa ha creato in Europa. Questo sostrato marginale e privato dell’avanguardia internazionale, che scopriamo attorno al futurista Vasari a Berlino, ci permette allora di rivedere in termini più cauti i giudizi che hanno finora caratterizzato l’avanguardia negli anni Venti. 30 Biglietto Cosa è il Futurismo?, Getty Research Institute, Papers of F.T. Marinetti and Benedetta Cappa, 920092, Libroni Slides, Box 45, vol 2.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 53-66 Premessa Il percorso di vita di Carmen Zanti, sebbene non dissimile dalla biografia di altre militanti della sua generazione, ha il potere di gettare una luce inedita sulla storia politica delle donne italiane nel secondo dopoguerra. Racchiude infatti al suo interno una matrice transnazionale insolita e il più delle volte trascurata dalla storiografia italiana che tradizionalmente ha prediletto una narrazione della militanza politica delle donne della sinistra italiana, nella determinata cornice temporale tra la ricostruzione e la guerra fredda, all’interno dei rassicuranti confini nazionali, dei partiti e delle organizzazioni di massa1. Si tratta di una generazione di donne cresciute, spesso proprio nate, sotto il fascismo e per questo motivo lacunosa è la sperimentazione di un ruolo rilevante e attivo all’interno della società italiana, non solo politicamente parlando2. In molti casi, nella faglia tra 1 Si citano tra gli altri: Maria Casalini, Le donne della sinistra (1944-1948), Roma, Carocci, 2005. Patrizia Gabrielli, La pace e la mimosa. L’Unione donne italiane e la costruzione politica della memoria (1944-1955), Roma, Donzelli, 2005; Paola Gaiotti De Biase, La donna nella vita sociale e politica della Repubblica 1945-1948, Milano, Vangelista, 1979; Perry Willson, Italiane. Biografia del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 2011. 2 Nonostante vi siano ormai numerosi studi che affrontano l’impegno delle donne antifasciste e in esilio. Si veda Sara Galli, Le tre sorelle Seidenfeld, Firenze, Giunti, 2005; Patrizia Gabrielli, Fenicotteri in volo. Donne comuniste nel Ventennio fascista, Roma, Carocci, 1999. “Sorelle in un’altra terra”. Carmen Zanti tra internazionalismo, pace e diritti delle donne RACHELE LEDDA
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea54 la lotta di Liberazione e le fondamenta della Repubblica, queste donne iniziano il loro «apprendistato della politica»3. Una delle problematiche ricorrenti della ricerca nell’ambito della storia delle donne è la difficoltà di reperire fondi archivistici che riguardino le singole figure femminili che hanno composto le strutture politiche che ci si appresta a studiare4. Il caso di Zanti è emblematico anche da questo punto di vista: come è possibile che una figura di rilievo a livello nazionale, e anche internazionale, non abbia lasciato in deposito carte per un archivio futuro? Nel caso particolare potremmo immaginare che questo rispecchi anche il carattere di questa figura, che traspare dalle testimonianze di chi l’ha conosciuta: un carattere schivo, accompagnato dalla convinzione di star compiendo un dovere e non imprese eccezionali5. Questo atteggiamento sembra essere rivolto sia alle attività che ella compie durante la Resistenza, sia all’indomani della Liberazione, quando la militanza politica nel Pci e nell’Udi diventa il suo lavoro. Il presente contributo indaga un periodo specifico della vita di Carmen Zanti, gli anni compresi tra il 1950 e il 1963, nei quali ricopre un ruolo di rilievo all’interno della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (Fdif). Le fonti utilizzate, in assenza di un fondo personale, provengono dall’Archivio Centrale dell’Udi di Roma, dall’Archivio del Pci conservato alla Fondazione Gramsci di Roma, e in misura minore dalla raccolta documentale su e di Carmen Zanti, non ancora inventariata e conservata presso il Centro Culturale Multiplo di Cavriago in provincia di Reggio Emilia. 3 Miriam Mafai, L’apprendistato della politica. Le donne italiane nel dopoguerra, Roma, Editori Riuniti, 1979. 4 Sull’importanza degli archivi nella storia delle donne si rimanda a Sara Staffieri, Ferdinanda Vigliani, Memorie disperse, memorie salvate. Quando gli archivi parlano di donne, Torino, Edizioni Seb 27, 2015. 5 Paola Nava, Maria Grazia Ruggerini, Carmen Zanti. Una biografia femminile, Cavriago, Comune di Cavriago, 1987, p 7.
Rachele Ledda, “Sorelle in un'altra terra”. Carmen Zanti tra internazionalismo, pace e diritti delle donne 61 necessità di uno sviluppo della Fdif come organismo unitario delle donne, sia attraverso un suo allargamento della sua base, sia attraverso la collaborazione con le altre forze femminili organizzate28. Infatti, tra le aderenti di questa grande realtà oltre alle organizzazioni femminili dei paesi socialisti, vi sono solamente i gruppi femminili di sinistra dei paesi capitalistici ed ex coloniali. Nei paesi capitalistici, eccezione fatta per l’Italia e la Francia, le adesioni alla Fdif riguardano organizzazioni con scarsa base di massa. Riferendosi solo alle forze politiche organizzate, e non alle singole personalità, l’unico raggruppamento non comunista presente nella Fdif è dato dalle socialiste italiane presenti nell’Udi. Per altro nell’ambito del Partito socialista era già stata più volte avanzata la richiesta che l’Udi uscisse dalla federazione. A ciò si aggiunge una situazione di isolamento pressoché totale delle altre organizzazioni femminili internazionali e dagli organismi dell’Onu da cui nel 1954 la Fdif viene espulsa traendo come pretesto il fatto che essa non si occupa di specifici problemi femminili29. Le italiane in particolare riscontrano una grossa miopia da parte della Federazione nel sottovalutare il carattere rivoluzionario che la questione femminile assume e del grande potere di attrazione che esercitano le conquiste delle donne nei paesi socialisti sia nei paesi a capitalismo avanzato sia nei paesi liberatisi dal colonialismo30. Al Congresso mondiale delle donne a Mosca nel giugno 1963 il dissenso delle delegate italiane si fa fragoroso, la crisi è tanto forte da determinare l’uscita dell’Udi come organizzazione affiliata dalla Federazione e quindi la decisione di non fare più parte degli organismi dirigenti31. In questo quadro dunque il lavoro di Carmen Zanti è estremamente delicato poiché si trova da un lato a rivestire un incarico istituzionale all’interno della Fdif e dall’altro lato rimane una dirigente dell’Unione donne italiane, continua a rappresentarla alla Federazione e con il resto della dirigenza dell’Udi è concorde sulla linea da adottare a Berlino; ovvero la necessità di riformare la Federazione in un senso più unitario; ponendo la questione femminile al centro della sua azione «parlando un linguaggio comune alle donne di ogni condizione sociale, di ogni condizione politica, di ogni nazione e continente, superando ogni divisione». L’Udi infatti chiede alla Fdif di riunire raggruppamenti femminili di diverso orientamento politico e di accordare più spazio alla questione femminile che a 28 Archivio Fondazione Gramsci (d’ora in avanti AFG), Fondo Pci, microfilm 502 p. 1752. 29 La Fdif ottiene lo stutus consultivo B all’Onu e in particolare all’Ecosoc fino al 1954, quando viene espulsa a votazione con l’accusa di non occuparsi di specifici problemi femminili. Lo riacquista nel 1967. 30 AFG, Fondo Pci, microfilm 502, p. 1752. 31 Per ricostruire la vicenda del congresso delle donne di Mosca del 1963 si è fatto riferimento ai documenti dell’Udi, Cfr. ACudi, AC, b. 94 f. 807; cfr. Michetti, Repetto, Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, cit. p. 317 e seguenti.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea62 loro avviso assume nella attività della Federazione un «carattere episodico»32. Un altro fattore da tener presente, che rende ancor di più complicato il ruolo di Zanti, è la posizione del Pci, con il quale l’Udi vive in quegli anni un rapporto complesso, in equilibrio tra il desiderio di mantenersi un’organizzazione unitaria e la posizione del Partito comunista che fin dalla sua nascita considera l’Udi una sua «cinghia di trasmissione»33. Possiamo quindi sostenere che Carmen viva una sorta triplice militanza, ma il ruolo in seno alla Fdif lo compie sempre portando avanti la linea dell’Udi che condivide, credendo dunque che le donne negli anni della guerra fredda, debbano essere mobilitate riguardo ai loro problemi immediati, alla loro specificità femminile, e solo successivamente spingerle nella direzione della lotta per il disarmo e in difesa della pace o sulle grandi questioni di politica internazionale come invece vuole la dirigenza della Fdif. Il punto fermo dell’Udi è mantenere la propria indipendenza, quello di avere «un orientamento nuovo anche nell’organizzazione internazionale [ovvero] che un’organizzazione femminile non deve prendere posizione e formulare giudizi propri dei partiti politici»34. Questa posizione emerge chiaramente in molte lettere che la segretaria generale invia alle compagne dell’Udi in Italia: «si deve realizzare l’unità delle donne partendo dalle loro preoccupazioni immediate per portarle ad una azione concreta nella lotta generale della pace»35. Il ruolo centrale di Carmen, che vive in quegli anni il fermento delle discussioni all’interno dell’Udi sull’emancipazione femminile e sulla necessità di liberare la Fdif dal controllo dell’Urss in particolare dopo i fatti del 1956, è quello di farsi ambasciatrice alla Federazione di istanze nuove, di partire dalle donne, dalla loro emancipazione. Questa posizione all’interno della Fdif, come ricorda Rodano, è considerata comunque «troppo avanzata rispetto al resto del movimento femminile internazionale. La parola emancipazione […] non veniva compresa, era fonte di frequenti discussioni e vi si contrapponeva il temine diritti»36. Proprio durante il periodo berlinese Carmen Zanti ricopre di fatto anche il ruolo di ponte tra la Fdif e le organizzazioni del – come veniva chiamato allora – Terzo Mondo. Le si aprono così le porte di tutti i continenti e con garbo e intelligenza tenta di spostare la discussione dell’emancipazione dal locale al contesto 32 Considerazioni e proposte dell’Unione donne italiane in preparazione del V congresso della Fdif, ACudi, AC, b. 93 f. 793. 33 Patrizia Gabrielli, La pace e la mimosa. L’Unione donne italiane e la costruzione politica della memoria (1944-1955), Roma, Donzelli, 2005, p. 27. 34 Marisa Rodano, Memorie di una che c’era. Una storia dell’Udi, Milano, Il Saggiatore, 2010, p. 95. 35 Lettera di Carmen Zanti a Maria Maddalena Rossi, ACudi, AT Dnm, b. 11 f. 51. 36 Rodano, Memorie di una che c’era, cit, p. 87.
Rachele Ledda, “Sorelle in un'altra terra”. Carmen Zanti tra internazionalismo, pace e diritti delle donne 63 globale. I viaggi che intraprende per conto della Fdif sono lunghi e le mete spesso lontane. Fuori dall’Europa Carmen raggiunge tra gli altri la Cina, il Vietnam, la Guinea, il Ghana e il Mali37. L’incontro con l’“altra” non è sempre facile, ma nel ricordo delle compagne lei sa porsi sempre con rispetto, ottimismo e senza alcun giudizio: «quante volte Carmen passava con loro ore ed ore, con donne di ogni colore della pelle, di tante lingue, di diverse religioni, con credenze di tribù, sul lavoro delle donne, sulla maternità, sul matrimonio, sulla famiglia»38. Non è certo facile mediare tra questi mondi così diversi, tra donne che vivono in paesi non industrializzati, in contesti assoggettati ancora al colonialismo oppure affrontare società dove vigono ancora leggi tribali e tradizioni spesso oppressive per le donne, apparendo lontana da quella visione paternalista spesso inconsapevolmente introiettata dai suoi coevi europei. Possiamo notarlo quando tratta della poligamia nel suo diario africano, pubblicato sul giornale ufficiale della Fdif, “Femmes du Monde Entier”: «Forse è difficile per una donna europea capire perché uno stato democratico come la Guinea tolleri la poligamia: ma come si può giudicare dall’esterno? Come si può giudicare che cosa è giusto e cosa sbagliato in un paese senza possedere una conoscenza della sua struttura?»39. Carmen critica spesso le associazioni femminili dei paesi ex-coloniali affiliate alla Fdif, accusate di una «politica paternalista nei loro confronti»40, mentre le numerose lettere che riceve anche a molta distanza di anni dalle compagne di tutto il mondo testimoniano l’affetto e la stima che la segretaria generale ha conquistato in questi suoi viaggi. Nel ricordo di Gisella Floreanini si può intravedere non solo la mancanza di provincialismo che le attribuiscono le compagne e che le vale quella prestigiosa carica, ma anche l’ottimismo e la fiducia verso l’altra differenti da sé: Quante volte parlando del movimento africano le dissi: Ma qui di emancipazione femminile non si parla! E lei, a rispondermi; non te la prendere; anche per noi la partecipazione alla Resistenza è stata un liberarsi da quella che è anche la condizione di subordinazione famigliare, senza che ci rendessimo conto che in questa nostra autonoma partecipazione maturavano in noi e nel movimento le condizioni per la liberazione 37 Le notizie dei viaggi che compie Carmen Zanti per conto della Fdif si possono reperire dagli articoli che ella stessa scrive per la pubblicazione periodica della Federazione, “Femmes du Monde entier”, e dai documenti dell’Archivio Centrale dell’Udi. Cfr., anche, Commissione Femminile del Pci (a cura di), Carmen Zanti. Da Reggio Emilia al Ghana per la pace e l’emancipazione della donna, Reggio Emilia, Tecnostampa, 1980. 38 Ricordo di Gisella Floreanini, CCM. 39 Carmen Zanti, Le demain a commencé, “Femmes du Monde entier”, n. 8, 1961, p. 7. 40 Rodano, Memorie di una che c’era, cit., p. 87.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea64 della donna. […] L’emancipazione diventa un lavoro politico, vedrai quando il loro paese avrà raggiunto l’indipendenza41. La lucidità con cui Carmen Zanti affronta i problemi delle donne del mondo è espressa chiaramente nei suoi numerosi articoli su “Femmes du monde entier”42. Il quarto congresso della Federazione Democratica Internazionale delle donne avrà inizio a Vienna alla presenza di centinaia di delegate da tutti i continenti. Sarà un’espressione entusiastica dei desideri profondi e delle aspirazioni delle donne di tutti i paesi del mondo in continuo cambiamento. […] Milioni di donne che in alcuni paesi erano escluse dalla vita politica e che non avevano diritti hanno contribuito a questi grandi cambiamenti. […] Esse danno il loro contributo per creare la ricchezza nel loro paese e prendono parte alle lotte che determinano la storia dei loro popoli43. Il rapporto che instaura con le donne di altri paesi non è solamente politico, ma quello che la lega è un rapporto intimo di condivisione e solidarietà, un rapporto di “sorelle in un’altra terra”44. Nel racconto della madre, che vive quell’esperienza con lei per 5 anni, emerge una relazione autentica: «Venivano tante donne a mangiare lì con noi, le russe, le africane, le cinesi, passavano tutte di lì»45. La vita di Carmen nella Germania dell’Est è però molto difficile, per il troppo lavoro e per le continue frizioni tra la dirigenza dell’Udi e quella della Fdif. Gli ultimi anni che passa a Berlino sono segnati da lunghe riunioni, rese ancora più difficili dalla differenza linguistica e culturale, oltre che di impostazione politica46. Marisa Rodano la ricorda come una persona salda, che è riuscita a mediare grazie al suo essere «comunista vecchio stampo […] in situazioni molto difficili difendeva fino in fondo le nostre posizioni, tra l’altro accettando una posizione che […] tendeva a ridurre il suo ruolo; passando da gruppo aderente a gruppo associato perdevamo la posizione preminente di segretaria generale»47. Carmen Zanti si trova a tutti gli effetti in una posizione scomoda, come emerge da un memorandum che la dirigenza dell’Udi manda al Pci alla vigilia della riunione del Consiglio Direttivo della Fdif, previsto a Berlino dal 7 all’11 dicembre 1962. Il rapporto, re41 Ricordo di Gisella Floreanini, CCM. 42 Per la convenienza del lettore ho preferito tradurre in italiano dal francese l’articolo di Carmen Zanti. 43 Carmen Zanti, La détermination des femmes à assurer un monde de paix et de progrès, in “Femmes du monde entier”, n. 5, 1958, pp. 5-8, p. 5. 44 Espressione usata spesso nelle lettere che intercorrono tra le aderenti alla Fdif. 45 Nava, Ruggerini, Carmen Zanti. Una biografia femminile, cit., p. 104. 46 Nava, Ruggerini, Carmen Zanti. Una biografia femminile, cit., p. 86 e seguenti 47 Ivi, p. 105.
Rachele Ledda, “Sorelle in un'altra terra”. Carmen Zanti tra internazionalismo, pace e diritti delle donne 65 datto per segnalare alla direzione del Partito le criticità da affrontare, contiene la richiesta che «su tali questione alcuni compagni dirigenti del nostro partito avessero uno scambio di opinioni con il Partito Comunista dell’Urss e altri partiti fratelli»48. Secondo le donne dell’Udi infatti la Fdif in questi anni «patisce una situazione non chiara circa la sua base d’azione. Si determina così una ristrettezza delle iniziative che per lunghi periodi di tempo si riducono a prese di posizione determinate da contingenze politiche internazionali o di singoli paesi»49. Con queste premesse le delegate italiane si presentano al Congresso mondiale delle donne a Mosca nel giugno 1963 ed in particolare alla riunione del Bureau poche ore prima dell’apertura ufficiale. Il Bureau diventa ben presto un campo di battaglia. Il rapporto sui diritti della donna, affidato all’Italia, viene adottato con una maggioranza schiacciante. Votano contro Giappone, Cina e Indonesia. La delegazione cinese afferma, in una violenta dichiarazione di voto, che quel rapporto rappresenta il tentativo di «imporre al movimento internazionale la linea di un partito riformista che allontana le donne dalla lotta antimperialista»50. La delegazione italiana invece vota contro il rapporto di Giappone sulla pace e quello di Cuba sull’infanzia, in quanto non rispondenti alle finalità della Fdif51. Per evitare un dissenso aperto durante il congresso, il Bureau a maggioranza decide di accettare i rapporti leggermente modificati, ma l’Italia non accetta e decide di manifestare platealmente la propria posizione. Durante il Congresso, all’inizio della lettura di uno dei due rapporti, la delegazione italiana che conta una settantina di donne, si alza e abbandona la sala52. L’evento ha un’eco fortissima sia a Mosca che in Italia. Dopo questa simbolica e forte presa di posizione, le donne comuniste della delegazione italiana si incontrano con alcuni dirigenti del Pcus. Esse vengono rimproverate per il comportamento avuto: accogliere i rapporti di Giappone e Cuba sarebbe stato utile per isolare i cinesi che avevano votato contro53. Le delegate comuniste fanno presente in quella sede la necessità di tenere unitario il movimento femminile di massa, sia in Italia che sul piano internazionale, ma la secca risposta Pcus è lapidaria: avendo, il Pci conquistato un milione di voti in più ed essendo i socialisti in crisi, avrebbe avuto maggiori possibilità di imporre il suo punto di vista di partito54. 48 AFG, Fondo Pci, microfilm 502, p. 1752. 49 AFG, Fondo Pci, microfilm 502, p. 1752. 50 AFG, Fondo Pci, microfilm 502, p. 1754. 51 AFG, Fondo Pci, microfilm 493, p. 0890. 52 Michetti, Repetto, Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, cit., p. 318. 53 AFG, Fondo Pci, microfilm 493, p 895. 54 AFG, Fondo Pci, microfilm 493, p. 895.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea66 Ciò dimostra ancora una volta quanto fosse difficile per le donne portare avanti con i compagni di partito italiani e con quelli sovietici una qualsiasi riflessione sulla funzione delle organizzazioni di massa e la loro politica autonoma e unitaria55. Grazie a questo episodio, si testimonia come fosse radicata l’idea che la Fdif fosse uno strumento nelle mani dell’Unione sovietica. Al ritorno in patria le donne dell’Udi si trovano travolte da richieste di chiarimenti da più parti affinché spiegassero la loro reazione così vistosa. Le delegate dell’Udi, compresa Carmen Zanti, tengono quindi una conferenza stampa a Roma durante la quale insistono sulla ferma intenzione a non cedere alle richieste di nessun paese di utilizzare la federazione come strumento per qualsiasi contesa internazionale: «Una federazione democratica di associazioni femminili nazionali deve collocarsi al di sopra di ogni divisione ideologica o politica, deve esprimere la volontà e le istanze di tutte le donne»56. La posizione di Carmen è tutt’altro che semplice, dai ricordi delle compagne durante la conferenza stampa appare distrutta, con la voce spezzata, di fatto con quell’episodio mette fine al suo ruolo di segretaria generale, dimettendosi compie un «coraggioso atto politico che Carmen compì perché convinta che l’Udi portava a noi italiane, la linea politica di una svolta nella lotta di liberazione e emancipazione femminile […] come donna era consapevole che [quella riunione] non rispondeva alle esigenze delle donne di tutto il mondo»57. L’anno successivo infatti il Consiglio Nazionale dell’Udi vota e approva l’uscita ufficiale dalla Fdif come organizzazione associata, per passare a organizzazione amica; perdendo quindi la possibilità di avere una delegata nella dirigenza58. Dopo questa esperienza la dimensione internazionale di Carmen Zanti si riduce. Negli anni 1963-1976 è deputata e successivamente senatrice. Muore a Reggio Emilia nel 1979. 55 Michetti, Repetto, Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, cit., p. 319. 56 ACudi, AT Dnm, b. 33, f. 170. 57 Ricordo di Gisella Floreanini in Nava, Ruggerini, Carmen Zanti. Una biografia femminile, cit., p. 109. 58 ACudi, AT Dnm, b. 33, f. 170.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 67-80 Pare a me che, entrando in quest’ordine d’idee, uno statistico non deve costruire modelli per una indeterminata utilizzazione, così che conti solo la grammatica interna dei modelli. Uno statistico è tale, a mio avviso, e può essere legittimata una sua distinta collocazione, solo se il modello è costruito sulla base di ipotesi di lavoro che orientano la ricerca sostanziale e corrisponde alla esigenza di impostare e di verificare una ricerca o un piano di ricerche. Lo statistico, cioè, non è un costruttore di modelli in sé e per sé: è un ricercatore in settori del reale che ai fini delle sue ricerche predispone il modello o i modelli1. 1. Paolo Fortunati: uno statistico tra teoria e prassi Come per molte donne e molti uomini della sua generazione, la Seconda guerra mondiale e la lotta contro il nazifascismo rappresentarono lo snodo drammatico principale della vita di Paolo Fortunati Attivo nelle organizzazioni universitarie e culturali del partito fascista negli anni Trenta, dal Gruppo universitario fascista di Padova all’Istituto di cultura fascista di Palermo, aderì all’organizzazione ancora 1 Paolo Fortunati, Lo statistico marxista e la ricerca economica, in “Statistica”, 1975, n. 2, pp. 343-344. Paolo Fortunati, uno statistico tra Est e Ovest ELOISA BETTI, GIORGIO TASSINARI
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea68 clandestina del Partito comunista italiano dopo il suo trasferimento a Bologna (1940), scelta che condizionò in modo determinante la sua esistenza successiva2. Sarebbe tuttavia errato interpretare la cesura della Seconda guerra mondiale come una discontinuità assoluta nella biografia di Fortunati. Se lo fu dal punto di vista del suo impegno politico, dal punto di vista scientifico si mosse sostanzialmente lungo la stessa orbita. L’impostazione teorica di Fortunati, come cercheremo di documentare nelle prossime pagine e come già messo in luce da studiosi come Jean-Guy Prevost e Giovanni Favero3, mostra elementi di forte continuità, sia nel periodo fascista in cui si avvicinò alle teorie corporative che in quello repubblicano dove fu influenzato da quelle marxiste. Fortunati nacque nel 1906, nel piccolo comune friulano di Talmassons, dai maestri elementari Ettore ed Elda Battistella. Le condizioni economiche della famiglia peggiorarono dopo che il padre, divenuto segretario comunale, fu arrestato come sovversivo nel 1923. Fortunati riuscì a mantenersi agli studi, svolgendo numerosi lavori, laureandosi in giurisprudenza presso l’Università di Padova nel 1927. Lì, frequentò i corsi di Marcello Boldrini, Marco Fanno e Gaetano Pietra, redigendo una tesi di laurea in demografia sotto la direzione di Pietra e Corrado Gini. Il percorso scientifico di Paolo Fortunati si snoda nell’arco di oltre mezzo secolo, dal suo primo incarico nel 1928 come assistente incaricato all’Istituto di Statistica dell’Università di Padova, agli ultimi che lo videro Direttore dell’Istituto di Statistica (1941-1976) e Preside della Facoltà di economia e commercio dell’Università di Bologna (1973-80). Tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta, il percorso accademico di Fortunati si svolse tra le università di Padova (1928-30 e 1933-34) e Ferrara (1930-34), toccando Palermo nella seconda metà del decennio (1936-40). Nel 1940 si trasferì all’Università di Bologna, dove proseguì la sua attività ininterrottamente fino alla morte (1980)4. Particolarmente rilevanti per il suo percorso scientifico furono gli anni ferraresi, durante i quali entrò in contatto con intellettuali e sindacalisti vicini a Nello Quilici e Italo Balbo. Già collaboratore della rivista “Nuovi problemi di politica, storia ed economia”, diretta da Quilici, fu redattore capo del “Supplemento statistico ai Nuovi problemi di politica, storia ed economia” dal 1935 al 1940, rivista realizzata sotto gli auspici delle Università di Padova e Ferrara. Con la morte di 2 Guido Melis, Fortunati Paolo, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, v. 49, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1997, ad vocem. 3 Jean-Guy Prévost, Technocracy and Totalitarianism: Paolo Fortunati from Corporative to Marxist Statistics, in Jaci Eisenberg, Davide Rodogno (a cura di), Ideas and Identities: A Festschrift for Andre Liebich, Berna, Peter Lang, 2014, pp. 63-82; Giovanni Favero, A reciprocal legitimation: Corrado Gini and statistics in fascist Italyin “Management & Organizational History”, 2017, n.3, pp. 261-284. 4 Paolo Fortunati, in Archivio storico Università di Bologna, Annuario 1978-80, pp. 292-93.
Eloisa Betti, Giorgio Tassinari, Paolo Fortunati, uno statistico tra Est e Ovest 69 Quilici, avvenuta nel 1940 in un incidente aereo a Tobruk, cessò anche la pubblicazione di “Nuovi problemi di politica, storia ed economia”, da lui diretta. Fortunati, nel frattempo trasferitosi a Bologna, nel 1941 decise di trasformare il “Supplemento statistico” in una rivista scientifica autonoma, che intitolò “Statistica” e diresse fino alla morte. Incardinata nell’Istituto di statistica dell’Università di Bologna, “Statistica” ebbe un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero statistico ed economico italiano, nonché nel promuovere la circolazione transnazionale delle idee tra Est e Ovest. La rivista fu donata da Fortunati all’ateneo felsineo nel 1976, oggi è organo del Dipartimento di Scienze Statistiche. La transizione al comunismo nella biografia di Fortunati si verificò all’inizio degli anni Quaranta, quando egli portò alle estreme conseguenze le riflessioni critiche sul regime fasciste maturate negli anni precedenti. Tale “conversione”, come lo stesso Fortunati ebbe modo di definirla, fu mediata dai contatti con Giacomo Perticone, i colloqui con Alfredo De Polzer e la scoperta di intellettuali come Piero Gobetti e Antonio Labriola. A quest’ultimo intitolò il gruppo antifascista da lui fondato, al quale aderirono intellettuali di diverso orientamento (cattolico, repubblicano, socialista) e che diede vita all’edizione clandestina della rivista “Tempi nuovi” (1944-45)5. Nella prima metà degli anni Quaranta, all’attività politico-resistenziale Fortunati accompagnò un’intensa attività scientifica e organizzativa nell’Università di Bologna. Oltre alla già richiamata rivista “Statistica”, che continuò a uscire con continuità nonostante il conflitto, lo statistico è ritenuto il fondatore dell’Istituto di Statistica dell’Università, trasferitosi addirittura a casa sua tra il 1943 e il 19446. Nell’immediato dopoguerra, Fortunati continuò a dirigere l’Istituto di Statistica, entrando a far parte anche Consiglio di Amministrazione dell’Università come rappresentante del Comune di Bologna. Nel 1954, promosse la costituzione del Centro meccanografico dell’Istituto di Statistica che, nel marzo 1960, si dotò del primo elaboratore elettronico Gamma ET. Ciò valse all’Istituto di Statistica numerose e importanti collaborazioni7: con grandi aziende come la Sabiem, altre Università (Padova, Firenze), altri Istituti dell’Università di Bologna, lo stesso Comune di Bologna, che si doterà di un proprio centro meccanografico solo nel 19688. La sua azione in questo campo fu così incisiva che servì come vicepresidente dell’Associazione Italiana per il Calcolo Automatico dal 1961 al 1967. 5 Melis, Fortunati Paolo, cit. 6 Ibidem. 7 Notiziario, in “Statistica”, 1963, n. 2, pp. 126-128. 8 Oscar Gaspari, I servizi demografici comunali a Bologna e a Roma nella seconda metà del ‘900, in “Le Carte e la Storia”, 2013, n. 2, p. 128.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea70 Oltre all’attività prestata all’università felsinea e all’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, di cui fu Presidente dal 1974 al 1977, Fortunati ricoprì numerose altre cariche scientifiche di rilievo sia in Italia che a livello internazionale. Fu membro del Consiglio superiore di Statistica (1948-1954) e della Società Italiana di Statistica, di cui fu successivamente presidente (1966-1980). Tra le sue affiliazioni internazionali, meritano di essere richiamate quelle all’Istituto internazionale di Statistica, all’Association Internationale de Statisticiens Municipaux, all’Union Internationale pur l’étude scientifique de la population, all’American Statistical Association e all’American Economic Association9. Per Fortunati l’attività scientifica e quella politica costituivano una globalità non scindibile10. Nel secondo dopoguerra, lo statistico divenne una delle personalità politiche più influenti della Federazione bolognese del Partito comunista, fu membro del rispettivo Comitato federale e fece parte della giunta di Giuseppe Dozza, prima come assessore alla statistica e ai tributi (1946-1956), in seguito come consigliere comunale (1956-1964)11. Fortunati ricoprì un ruolo di rilievo anche nella politica nazionale, come esponente del Senato della Repubblica, di cui fece parte continuativamente dal 1948 al 1972. Membro della Commissione Finanze dello stesso, ne fu anche Vice-Presidente (1968-72). Secondo Fortunati, la riflessione politica indirizzava quella scientifica e sulla base della ricerca scientifica venivano costruiti gli strumenti conoscitivi che orientavano l’azione politica. Non può dunque stupire che proprio l’Istituto di statistica da lui fondato abbia costituito una sorta di think-tank del cosiddetto “riformismo emiliano”12. Non solo Fortunati ma anche alcuni dei suoi allievi, in primis Athos Bellettini e Luciano Bergonzini, agli studi sulle condizioni sociali, lavorative e abitative della popolazione bolognese ed emiliano-romagnola abbinarono incarichi politico-amministrativi13. 9 Paolo Fortunati, in Archivio storico Università di Bologna, cit. 10 Ignazio Drudi, Paolo Fortunati: lo statistico della disuguaglianza, in “Induzioni”, 2017, n. 55, pp. 121-124. 11 Sul suo ruolo di amministratore si veda, anche: Politica e statistica a Bologna nel secondo dopoguerra: due generazioni di statistici in Consiglio comunale. Prime ipotesi di ricerca, in Silvio Adorno, Giovanni Cristina, Arianna Rotondo (a cura di), Atti del VI Congresso AISU. Visibile e invisibile. Percepire la città tra descrizioni e omissioni, Scrimm, Catania, 2014 pp. 1423-1433. 12 Franco Piro, Comunisti al potere: economia, società e sistema politico in Emilia-Romagna. 194565. Introduzione alla ricerca, Venezia, Marsilio, 1983. 13 Su Athos Bellettini si rimanda a Franco Tassinari, Eugenio Sonnino, Lorenzo Del Panta, Athos Bellettini. Demografo, storico e primo presidente della Sides, in “Popolazione e storia”, 2007, n.2, pp. 67-86; su Luciano Bergonzini a: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Istituto Regionale “Ferruccio Parri” per la storia del movimento di liberazione e dell’età contemporanea, Università degli Studi di Bologna, Ricordo di Luciano Bergonzini, Bologna, Moderna, 2001.
Eloisa Betti, Giorgio Tassinari, Paolo Fortunati, uno statistico tra Est e Ovest 77 Dobb, lo statistico, economista e sociologo francese Alfred Sauvy, il sociologo marxista Ralph Milliband35. La visita a Bologna di un personaggio del calibro di Oskar Lange che, oltre ad essere professore all’Università di Varsavia e membro dell’Istituto internazionale di Statistica, all’epoca ricopriva la carica di Vice-Presidente del Consiglio di Stato della Polonia, fu organizzata nei minimi dettagli, con il supporto dell’Associazione italiana per i rapporti culturali con la Polonia che aveva sede a Roma36. Il programma del viaggio evidenzia che Lange fu ricevuto dal sindaco di Bologna Giuseppe Dozza e dal Rettore dell’Università, Felice Battaglia, visitando l’Istituto di Statistica e il rispettivo Centro meccanografico. Della sua visita furono informati anche il Preside della Facoltà di Economia e Commercio Walter Bigiavi e il Direttore dell’Istituto di Economia, Raffaele Maggi, che intervennero con ogni probabilità alla sua lezione37. Lange concentrò il suo intervento su “Il ruolo della matematica nella pianificazione economica”, mettendo in luce gli aspetti metodologici e scientifici della pianificazione economica, con un’attenzione alla funzione conoscitiva della matematica e al ruolo del calcolo elettronico nel favorire l’interdipendenza del piano, l’impostazione di piani alternativi e l’ottimizzazione del piano stesso. Aspetto particolarmente caro a Fortunati, e ripreso dalla rivista “Statistica” nel dare notizia della visita dello statistico polacco, fu il «ruolo della cibernetica anche ai fini della organizzazione centralizzata e decentralizzata, nella impostazione e nello sviluppo logico-matematico di “catene” di decisioni in cui sia consentito e implicito un continuo adattamento al variare delle condizioni reali interne o esterne al piano»38. La lezione di Lange venne pubblicata in francese, lingua originaria dell’intervento, sulle pagine di “Statistica” nell’estate del 196339. Il testo di Lange anticipò la pubblicazione di una serie di contributi scientifici sul tema della programmazione economica, in parte tradotti in italiano e in parte pubblicati in lingua inglese, che trovarono spazio sulle pagine di “Statistica” nel 1964. Nel piano originario figuravano studiosi afferenti a università dell’Europa occidentale (Austria, Belgio, Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera), della penisola scandinava (Svezia, Norvegia), del continente asiatico (India, Indonesia, Paki35 Ibidem. 36 Programma definitivo, s.l., s.d., in Carteggio Fortunati, b. 17, fasc. “Corrispondenza Prof. Greniewsky-Prof. Lange”. 37 Ibidem. 38 Notiziario, in “Statistica”, 1963, n. 2, pp. 126-128. 39 Oskar Lange, Il ruolo della matematica nella pianificazione economica, in “Statistica”, 1963, n. 3.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea78 stan), africano (Etiopia, Egitto, Gana), dei paesi del socialismo reale (Ungheria, Polonia, URSS, DDR, Cina, Yugoslavia)40. L’attività editoriale promossa da Fortunati si inseriva in un clima politico a livello nazionale, caratterizzato da un’intensa discussione sulla programmazione economica, dopo l’istituzione della Commissione nazionale per la programmazione economica nel 1962 e la pubblicazione nel 1963 della memoria degli economisti Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini41 e del Rapporto Saraceno42. Nel luglio 1967, in occasione dell’approvazione del programma economico nazionale per il quinquennio 1966-70, lo stesso Fortunati tenne al Senato un articolato discorso sul tema della programmazione43. Lo statistico traeva «una prima valutazione negativa dalla programmazione e dal programma proposti al Parlamento e al Paese»44, esplicitando come fine ultimo della programmazione un «processo storico di riforma-rinnovamento della società»45. Quest’ultimo, secondo Fortunati, era raggiungibile solo se si fosse creata una «interdipendenza continua tra espansione democratica e nuova dimensione sociale dell’assetto economico»46, nella quale la piena occupazione rimaneva un obiettivo prioritario. Tra i precedenti della programmazione, oltre ai riferimenti espliciti alle pratiche keynesiane e alle politiche rooseveltiane, veniva menzionata espressamente proprio l’esperienza dei paesi socialisti. L’interesse di Fortunati per il tema della pianificazione/programmazione e il confronto con gli studi sull’economia sovietica era emerso già in precedenza, come testimonia la documentazione sul Centro di studio sull’economia sovietica di Roma rinvenuta nello stesso Carteggio Fortunati47. Il Bollettino periodico del Centro, a cui l’Istituto di Statistica era abbonato, promuoveva un lavoro di traduzione di scritti sui problemi teorici e pratici della pianificazione in URSS. Né mancarono i contatti diretti, favoriti dallo stesso Fortunati che, in occasione 40 Gyorgy Cukor, Sulla metodologia delle previsioni economiche, in “Statistica”, 1964, n. 1. 41 Giorgio Fuà, Paolo Sylos Labini, Idee per la programmazione economica, Bari, Laterza, 1963. 42 Pasquale Saraceno, L’Italia verso la piena occupazione, Milano, Feltrinelli, 1963. 43 Paolo Fortunati, La logica della programmazione nel nostro tempo, Roma, Eredi G. Bardi, 1967, estratto da: Senato della Repubblica, IV Legislatura, Discussioni, seduta del 6 luglio 1967, pp. 3561735629. 44 Ivi, p. 35619. 45 Ivi, p. 35621. 46 Ibidem. 47 Lettera inviata da Paolo Fortunati a Centro di studio sull’economia sovietica (Bologna, 13 novembre 1961), in Carteggio Fortunati, b. 6, fasc. “Enti privati fino al 1976”.
Eloisa Betti, Giorgio Tassinari, Paolo Fortunati, uno statistico tra Est e Ovest 79 della visita di un gruppo di economisti sovietici in Italia, li accolse all’Istituto di Statistica nel maggio del 196048. Tra il 1961 e il 1962, lo statistico tentò, inoltre, di promuovere scambi regolari tra la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna e istituti universitari sovietici, per realizzare corsi di perfezionamento, cicli seminariali, scambi di docenti. Il progetto di Fortunati, che sottolineava nella corrispondenza con i diplomatici sovietici di stanza in Italia, l’assoluta novità dello scambio proposto «caso unico nei paesi occidentali»49, si arenò. Nonostante il beneplacito delle autorità accademiche bolognesi, il coinvolgimento dell’Associazione Italia-URSS e una lettera allo stesso Togliatti50, alla richiesta di Fortunati non venne mai data risposta da parte della diplomazia sovietica. Nel 1967, tuttavia, fu realizzato il primo scambio culturale tra l’Università di Bologna e la School of Economics dell’Università di Praga, con il coinvolgimento della Czecoslovak Union of Youth of Prague51. Nel 1969, poi, venne erogata dal Ministero degli Affari Esteri una borsa di studio per un soggiorno all’Istituto di Statistica di un assistente della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Praga52. Lo stesso Fortunati avrebbe dovuto recarsi in Polonia, invitato dal Rettore dell’Università di Varsavia per tenere un ciclo di conferenze in svariate città, tra cui Cracovia, Wroclav, Katowice, Sopot nell’aprile 1964. La corrispondenza non contiene documentazione del viaggio, ma evidenzia l’interesse di Fortunati ad effettuare lo scambio e la contrarietà di Umberto Terracini che richiamava Fortunati al suo impegno politico in Senato, in un periodo particolarmente delicato della storia politica italiana53. Nello stesso anno, nel volume realizzato in onore di Oskar Lange apparve la traduzione inglese del saggio Ricerche sulle misure di diseguaglianza e di 48 Lettera inviata da Lisa Foa a Paolo Fortunati (Roma, 29 giugno 1960), Carteggio Fortunati, b. 6, fasc. “Enti privati fino al 1976”. 49 Lettera inviata da Paolo Fortunati a Paolo Alatri – Associazione Italia-Urss (3 agosto 1961), in Carteggio Fortunati, b. 3, fasc. “Ambasciate varie”. 50 Lettera inviata da Paolo Fortunati a Palmiro Togliatti (19 febbraio 1962), in Carteggio Fortunati, b. 3, fasc. “Ambasciate varie”. 51 Lettera inviata da Paolo Fortunati a Bohumil Pala (5 giugno 1967), Carteggio Fortunati, b. 6, fasc. “Enti privati fino al 1976”. 52 Lettera inviata da Paolo Fortunati a Ambasciata d’Italia (Bologna, 17 settembre 1969), in Carteggio Fortunati, b. 3, fasc. “Ambasciate varie”. 53 Lettera inviata da Umberto Terracini a Paolo Fortunati (Roma, 18 novembre 1963), in Carteggio Fortunati, b. 17, fasc. “Corrispondenza Prof. Greniewsky, Prof. Lange”.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea80 concentrazione, poi ripubblicato sulla rivista “Statistica” l’anno successivo54. Lo scritto sistematizzava alcuni aspetti della riflessione di Fortunati affrontati nel precedente paragrafo, inquadrandoli nel più ampio contesto internazionale con particolare riferimento alla critica dell’econometria dello stesso Lange55. Il carattere globale del profilo di Fortunati, oltre che dall’appartenenza alle società scientifiche internazionali, emerge a chiare lettere proprio dalla circolazione dei suoi scritti. Altri suoi articoli furono tradotti in tedesco, grazie agli scambi instaurati con la DDR e il professor Burkhard Felix56. Ulteriori contatti legano Fortunati a Santiago del Cile, la cui Università chiese la possibilità di ricevere alcuni scritti dello statistico57. L’attivismo scientifico-culturale di Fortunati sul piano internazionale, reso possibile dalla collaborazione dell’intero gruppo di studiosi che si raccoglieva attorno all’Istituto di Statistica, rese la rivista “Statistica” nota a livello globale e la stessa favorì lo scambio scientifico tra accademie di paesi contrapposti nell’equilibrio bipolare della guerra fredda. La biografia di Fortunati e le relazioni internazionali dell’Università di Bologna da lui favorite costituiscono un ulteriore esempio della permeabilità della cortina di ferro agli scambi scientifico-culturali58, della possibilità di effettuare scambi ma anche delle possibili ritrosie nel favorire questi ultimi a livello centrale. 54 Fortunati, Ricerche sulle misure di diseguaglianza e di concentrazione, cit.; Paolo Fortunati, Researches on the Measures of Inequality and Concentration, in On Political Economy and Econometrics. Essay in Honor of Oskar Lange, Varsavia, Pwn-Polish Scientific Publisher, 1964. 55 Oskar Lange, Introduzione alla econometria, Torino, Bollati Boringhieri, 1963. 56 Carteggio Fortunati, b. 5 “Bi-Bu”, fasc. “Prof. Felix Burkhardt”. 57 Dattiloscritto, s.d., s.l., in Carteggio Fortunati, b. 6, fasc. “Enti privati fino al 1976”. 58 Si veda, ad esempio: Patrick Babiracki et al., Cold War Crossings: International Travel and Exchange across the Soviet Bloc, 1940s-1960s, College Station, Texas A&M University Press, 2014.
Parte seconda: Biografie di famiglia
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 83-94 Terminato il pranzo la signora Permaneder fece deporre solennemente sul tavolo la veneranda cartella coi documenti di famiglia, e come prologo della festa si ripassarono tutte le date memorabili della vita del fondatore della ditta, Johann Buddenbrok, trisavolo del piccolo Hanno. Con gravità religiosa Tony rilesse quando egli aveva avuto la scarlattina e quando il vaiolo […]. Non ancora soddisfatta, risalì fino al secolo sedicesimo, al primo Buddenbrok di cui si aveva notizia, e quello che era stato consigliere a Grabau, e al sarto di Rostock, che s’era acquistato «una larga agiatezza» – queste parole erano sottolineate – e aveva procreato una quantità di figli vivi e morti […]. Che Uomo straordinario – esclamò Tony, e passò a rileggere vecchie lettere strappate e ingiallite, e poesie d’occasione…1 Il celebre romanzo di Thomas Mann è certo una storia di famiglia, ma soprattutto quella di un declino e del progressivo dissolversi di un patrimonio. Uno schema che sembra applicarsi anche alla storia della famiglia Pizzardi di Bologna, la cui vicenda rientra nell’arco temporale di un “lungo XIX secolo” e in un territorio limitato all’area padana2. Una biografia famigliare che le carte di archivio permettono di ricostruire in massima parte nei tratti economici di costituzione di un patrimonio fondato sulla proprietà terriera e sulle prime forme industriali 1 Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, Torino, Einaudi, 1987, p. 351. 2 Sulla storia della famiglia Pizzardi, cfr. Biblioteca de “L’Archiginnasio”, serie III, n. 10, Famiglia e potere a Bologna nel lungo Ottocento. Le carte della famiglia Pizzardi, con scritti di Cristina Bersani, Patrizia Busi, Elena Musiani, Bologna 2011; Elena Musiani, Notabili bolognesi dalla Restaurazione alla fine dell’Ottocento: i Pizzardi, in Nobili e borghesi nel tramonto dello Stato Pontificio, a cura di Giacomina Nenci, in “Roma Moderna e Contemporanea”, anno XVI, 2008, fasc. 1, gennaio-giugno, pp. 161-181 e della stessa autrice Les Pizzardi de Bologne: la construction d’un patrimoine foncier aristocratique, de l’occupation napoléonienne au Risorgimento, “Cahiers NESR – Nouvelle Société des Etudes sur la Restauration”, n. XIV (2015). Ascesa sociale, sviluppo industriale e dinamiche generazionali: il lungo Ottocento bolognese nelle biografie della famiglia Pizzardi ELENA MUSIANI
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea84 legate alla meccanica. Una trama che si chiude all’alba del XX secolo con la morte dell’ultimo rappresentante della famiglia, Carlo Alberto, il quale, privo di eredi, scelse di donare tutto il suo patrimonio all’Amministrazione centrale degli Ospedali di Bologna. Una parabola discendente che potrebbe essere analizzata anche attraverso le dinamiche generazionali, riprendendo un dibattito storiografico aperto alla fine del XIX secolo da Auguste Comte, che per primo ascrisse la successione e il rinnovamento delle generazioni nella visione lineare del progresso sociale e dell’evoluzione dello spirito umano3. Senza voler sostenere l’idea che il senso della storia si sviluppa nella successione delle generazioni – teoria già confutata dalla scuola delle Annales – è indubbio che un approccio critico che tenga presente questo aspetto possa rivelare alcuni tratti caratteristici, in particolare nell’analisi di una biografia famigliare, dove i tratti economici rivestono una dimensione di primo piano, come nel caso dei Pizzardi di Bologna. Del resto, nel quadro della storia economica, un tentativo di analizzare la cronologia della rivoluzione industriale e più in generale l’indebolimento della crescita inglese alla fine del XIX secolo ha proposto un modello di sviluppo in fasi successive4. Una teoria che individuava uno stadio fondatore legato al fenomeno di ascensione sociale da parte di una generazione di imprenditori, una “minoranza creativa” in grado di introdurre innovazioni anche rompendo un equilibrio stabile e assicurarsi rendite derivanti da innovazioni tecnologiche. L’epoca Mid-Victorian, gli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento, vedeva poi lo sviluppo di un nuovo gruppo sociale di industriali e finanzieri orientato all’esportazione, contemporaneo all’apice della crescita economica dell’Inghilterra. La fase del declino, compresa tra il 1873 e il 1896, veniva collegata, oltre a fattori determinati dall’emergere di nuovi attori internazionali e dall’obsolescenza dei macchinari, anche a scelte sbagliate della classe imprenditoriale. Una nuova generazione legata a una cultura non più competitiva classe media le cui aspirazioni finivano per coincidere con i valori dell’aristocrazia: una vita di agi, di rendite e di carriere pubbliche, che non permetteva più quelle scelte “coraggiose” che avevano consentito alle generazioni “fondatrici” di cogliere in pieno il momento di evoluzione. Questo schema interpretativo è stato applicato anche alla Francia, in particolare nell’analisi della borghesia di Rouen proposta da Jean-Pierre Chaline5. Un lavoro che mostra l’evoluzione di una classe che da forme quasi ar3 Auguste Comte, Cours de philosophie positive, Paris, Scheleicher, 1880. 4 Cfr. Peter Mathias (a cura di), The Cambridge economic History of Europe, vol. VII The industrial Economies: Capital, Labour and Enterprise, part. I, Britain, France, Germany, and Scandinavia, Cambridge, Cambridge University Press, 1978. 5 Jean-Pierre Chaline, Les Bourgeois de Rouen. Une élite urbaine au XIXe siècle, Paris, Presses de la Fondation Nationales de Sciences Politiques, 1982.
Elena Musiani, Ascesa sociale, sviluppo industriale e dinamiche generazionali 85 tigianali riuscì a creare ricchezze considerabili, progressivamente abbandonate dalla terza generazione che preferì all’industria le professioni liberali6. Si tratta di uno schema generale che è stato anche contestato in sede storiografica, ma che resta comunque seducente, in particolare se declinato in termini di generazioni politiche, come nel caso degli studi di Jean-François Sirinelli sulle “generazione intellettuali” focalizzato sulle élites.7 I tratti politici diventano allora tratti generazionali e le generazioni sono determinate in questo caso non dalle scelte economiche, ma dal posizionamento politico. I Pizzardi: origini di una biografia famigliare È dunque possibile leggere la storia della famiglia Pizzardi in chiave di dinamiche generazionali? Le prime tracce della storia della famiglia si ritrovano nella pianura bolognese: il capostipite, Bartolomeo, lavorava come fattore presso la “casa Fioravanti”. Ma più ancora fu negli “anni francesi”, quando i Pizzardi divennero fornitori dell’Armée d’Italie, e poi con la vendita dei beni nazionali, che cominciò l’acquisto di terre nei territori tra Bologna e Ferrara e si posero le basi del patrimonio fondiario. Nella prima metà del XIX secolo spettò poi ai figli di Francesco, Camillo (17781854) e Gaetano (1780-1858), continuare l’acquisizione di terreni nella pianura padana tra Bologna e Ferrara. Si trattava di terreni prevalentemente a semina di frumento e canapa, colture primarie della pianura bolognese8 e di riso, di più recente introduzione. Il bolognese era una regione primariamente agricola, che aveva conosciuto forme di produzione industriale in età moderna, in particolare tra i secoli XII e XV, incentrate sulle due colture principali, la seta e la canapa. L’industria serica, fiorente fra XV e XVII secolo, già alla fine del XVIII secolo cominciò la sua decadenza, derivata principalmente dal periodo di instabilità causato dalla rivolu6 Cfr. anche Nicolas Stoskopf, Les Hatt, une dynastie de brasseurs strasbourgeois de 1664 aux années 1980, Pontarlier, Editions du Belvédère, 2018. 7 Jean-François Sirinelli, Génération intellectuelle. Khagneux et normaliens dans l’entre deuxguerre, Paris, Librairie Arthème Fayard, 1988. 8 Renato Zangheri, La proprietà terriera e le origini del Risorgimento nel bolognese, Bologna, Zanichelli, 1961. Umberto Marcelli, La crisi economica e sociale a Bologna e le prime vendite dei beni ecclesiastici (1797-1800), in Atti e “Memorie della Deputazione di Storia patria per le province di Romagna”, n.s., V, 1953-1954, pp. 115-153.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea86 zione francese e dalle successive guerre napoleoniche, che determinarono un calo delle esportazioni. A ciò si aggiunse la crescente concorrenza straniera, in particolare di Francia e Svizzera, dove si era sviluppata una produzione di veli meno costosa9. Il quadro economico bolognese della prima metà dell’Ottocento si presentava con un forte frazionamento dell’attività produttiva e un mercato limitato all’area locale. La città e il suo territorio mantennero, almeno per tutta la prima metà del XIX secolo, un carattere prevalentemente agricolo. Fu tuttavia in questo secolo che vennero gettandosi le basi di un moderno sviluppo economico di tipo industriale, fondato principalmente sull’alimentazione e la meccanica, che rimase pressoché immutato almeno fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.10 In questo contesto la famiglia Pizzardi andò costituendo il suo patrimonio. Illustrissimo Signore, Essendosi da me manifestato a Nostro Signore il desiderio di vostra signoria illustrissima, e della sua famiglia di ottenere la grazia che il comune di Castagnolo Maggiore posto nella provincia di Bologna, ed eretto ultimamente in Governo venga designato con altra denominazione, sostituendole in vece quella di Castel Maggiore, la Santità Sua avendo presente che la di lei famiglia a proprie spese ha eretto nella detta Comune de’ grandiosi edifici, attivati stabilimenti d’industria di modo che può dirsi che per opera sua Castagnolo Maggiore quasi dal nulla è divenuta una delle prime Comuni della provincia Bolognese: valutando ch’essa va pure disponendo egualmente a tutto suo conto i locali occorrenti alla residenza del Governatore, all’abitazione de’ pubblici impiegati, alle carceri: e richiamandosi altresì alla memoria le vistose somme di denaro dalla di lei famiglia impiegata nella penuria de’ grani, e granaglie dell’anno scorso per soccorrere i poveri con generi di sussistenza, con sussidi, e con somministrazioni di lavori, si è benignamente degnata di secondare i di Lei desideri, e della sua famiglia cambiando alla comune di Castagnolo Maggiore questa denominazione nell’altra di Castel Maggiore, ed ha ordinato che così venga essa descritta nel riparto de’ Governi che andrà a ristamparsi, e così sia chiamata fino da ora11. Il desiderio espresso nel 1818 da Camillo Pizzardi di cambiare il nome di «Castagnolo» in «Castel Maggiore» riassumeva i progressi compiuti sui possedimenti 9 Cfr. Luigi Dal Pane, Economia e società a Bologna nell’età del Risorgimento, Bologna, Compositori, 1999 (1a ed. 1969) e Odoardo Rombaldi, Manifatture e commercio nell’età napoleonica e della Restaurazione, in Storia dell’Emilia Romagna, a cura di Aldo Berselli, Bologna, University Press, 1980. Cfr. anche Bologna in età contemporanea 1796-1914, a cura di Aldo Berselli e Angelo Varni, Storia di Bologna, vol. 4, Bologna, BUP, 2010. 10 Elena Musiani, Il modello industriale bolognese: una metamorfosi dalla tradizione agricola all’industria meccanica, in La Ruota e l’Incudine. La memoria dell’Industria Meccanica bolognese in Certosa, a cura di Antonio Campigotto e Roberto Martorelli, Bologna, Minerva, 2016, pp. 11-47. 11 Cfr. Lettera del cardinale Ercole Consalvi a Camillo Pizzardi relativa a Castel Maggiore, 3 giugno 1818, in Dal Pane, Economia e società, cit., p. 704.
Elena Musiani, Ascesa sociale, sviluppo industriale e dinamiche generazionali 93 Si può quasi affermare che questi ultimi discendenti simboleggino tutte le contraddizioni della società in trasformazione di fine XIX secolo ed evidenzino al tempo stesso la fase discendente della biografia familiare. Camillo, di cui si ritrova il nome in numerose associazioni e Società di mutuo soccorso della città, rappresenta il perfetto notabile ottocentesco, interessato principalmente alle attività “di svago”: la pittura e la musica. Dall’Indicatore generale della città di Bologna, per gli anni 1880-1881 compariva in qualità di «Presidente del Club Alpino, del Domino Club, del Consorzio di Beneficenza, della Società di mutuo soccorso dei barbieri e parrucchieri e membro della Commissione Direttiva del Liceo Musicale»29. Tra tutte queste attività quella che sicuramente maggiormente interessò Camillo fu la musica e questa sua passione lo portò a fondare il 1° agosto del 1879 la Società del Quartetto allo scopo di «promuovere e diffondere il culto della buona musica con privati e pubblici concerti»30. Francesco al contrario, sembra incarnare l’emblema del nobile viaggiatore: desideroso di conoscere paesi nuovi, visse tra Bologna, Parigi e Montecarlo e si dedicò ai cavalli, al gioco ed alla caccia. Inseguendo queste passioni si imbarcò nell’ottobre del 1877 su un battello della Compagnia delle Indie Orientali alla volta dell’India31. Francesco morì, quasi a suggellare una vita ‘dissoluta’, nella sua residenza di Ville Radieuse a Montecarlo il 6 novembre 1919. Carlo Alberto, l’unico destinato a continuare l’impegno economico e politico del padre, proseguì la gestione di quella che era ormai divenuta una moderna azienda agricola, ma non seppe cogliere, forse perché egli stesso uomo dell’Ottocento, gli avvenuti cambiamenti in una stagione storica e politica nuova in cui i rapporti politici, economici e sociali stavano completamente mutando. Continuò infatti a gestire la tenuta agricola come un rappresentante del padronato agrario, senza cedere alle richieste dei braccianti e incontrandone spesso l’opposizione. Al momento della morte (avvenuta senza la nascita di eredi) Carlo Alberto lasciò un’eredità valutata attorno ai 18 milioni di lire, che donò interamente, sulla scia della tradizione filantropica della famiglia, all’amministrazione degli Ospedali di Bologna. Dieci minuti prima delle 13 di ieri (10 dicembre 1922) si è spento il più grande benefattore dei poveri e degli infermi della nostra città: il marchese Carlo Alberto Pizzardi. […] Tutti a Bologna ricordano come il Pizzardi con rogito Angeletti del 4 novembre 1919 29 Dall’Indicatore generale della Città di Bologna, Bologna, Luca Monti,1880-1881. 30 Società del Quartetto in Bologna. I primi cento concerti: 1879-1896, Bologna, Società cooperativa Azzoguidi, 1897, con un saggio di Corrado Ricci dal titolo: Bologna musicale e la Società del quartetto. 31 Cfr. Da Bologna all’India. Il viaggio del Signor Marchese Francesco Pizzardi (1877-1878), a cura di Angelo Varni, Bologna, Bononia University Press, 2006.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea94 donasse allo Spedale Maggiore i suoi beni immobili nei comuni di Bentivoglio, San Giorgio di Piano e San Pietro in Casale, allo scopo che fosse eretto un nuovo ospedale per acuti, con separato riparto per tubercolosi32. Una storia, quella dei Pizzardi, che si chiude con l’estinzione dei membri della famiglia, ma con un patrimonio ancora notevole. Il declino dunque non va inteso tanto in senso economico quanto piuttosto nell’incapacità di aprirsi alla modernità, ad accettare i mutamenti nei rapporti sociali non più élitari e rispondenti ai comportamenti paternalistici tipici del mondo ottocentesco, una società che implicava nuovi rapporti e nuovi modi di produzione. Carlo Alberto potrebbe essere identificato dunque non tanto con una generazione, quanto con una classe sociale, quella dei proprietari terrieri aristocratici, dai tratti gattopardeschi, legati al proprio tempo e dagli atteggiamenti prevalentemente paternalistici, incapaci di cogliere i mutamenti economici e sociali di fine secolo, segnati dall’emergere della lotta sociale e dall’apparire di nuove forze politiche33. Significativa la scelta testamentaria di essere sepolto al cimitero di Bologna in una tomba comune:34 Morto che io sia sarà data sepoltura cristiana al mio cadavere nel cimitero del comune o della parrocchia ove accadrà la mia morte, in campo aperto, come ai poveri si dà. Non funerali, non fiori, non accompagnamenti, e dispensati voglio tutti quanti anche i parenti, i benevoli, gli stipendiati, i legatari, e coloro che credono di avere ricevuto qualche beneficio, pensassero di dovere accompagnare la mia salma in chiesa o in sepoltura. Nessun distintivo e nemmeno il nome si ponga sulla mia tomba volendo, lo confermo, essere trattato come il più povero fra i poveri35. 32 La morte del marchese Pizzardi, in “Il Resto del Carlino della sera”, 11 dicembre 1922. 33 Alberto Mario Banti, Note sulla nobiltà nell’Italia dell’Ottocento, in “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali”, 19, 1994, pp. 13-27 e Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996. 34 In realtà la salma venne in seguito traslata all’Ospedale Bellaria dove si trova a tutt’oggi. 35 ASBo, Archivio notarile e distrettuale di Bologna, Copia dellascheda testamentaria olografa del sig. marchese Carlo Alberto Pizzardi, notaio Gaetano Angeletti, 12 dicembre 1922, vol. 359, n. 2427.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 95-104 1. Premessa La famiglia Fabbri ha rappresentato uno dei nuclei più significati dell’anarchismo novecentesco. Luigi Fabbri fu uno dei leader della stagione aurea del movimento anarchico italiano e internazionale che coincise grosso modo con il periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima guerra mondiale. A quel tempo l’anarchismo si connotava per il profondo radicamento nell’universo popolare anche in virtù della capacità dei suoi esponenti di spicco di interpretare meglio di altri i linguaggi e gli immaginari propri di quello stesso universo. Se l’amico Pietro Gori fu probabilmente insuperato campione di un’oralità “emotiva” travolgente, Fabbri si distinse invece per il vastissimo e multiforme impegno nella parola scritta1. Collaborò con le principali testate anarchiche italiane e 1 Per quanto concerne l’oralità “emotiva” di Pietro Gori e i differenti registri comunicativi di Luigi Fabbri, cfr. Maurizio Antonioli, Pietro Gori, il cavaliere errante dell’anarchia. Studi e testi, Pisa, Bfs, 1995; Id., Pietro Gori. La nascita del mito, in Maurizio Antonioli, Franco Bertolucci, Roberto Giulianelli (a cura di), Nostra patria è il mondo intero. Pietro Gori nel movimento operaio e libertario italiano e internazionale, Pisa, Bfs, 2012; pp. 19-33; Marco Manfredi, Una cultura politica fortemente emotiva. L’anarchismo italiano all’inizio del Novecento, in Penelope Morris, Francesco Ricatti, Mark Seymour (a cura di), Politica ed emozioni nella storia d’Italia dal 1848 a oggi, Roma, Viella, 2011, pp. 89-111; Id., Emozioni, cultura popolare e transnazionalismo. Le origini della cultura anarchica in Italia (1890-1914), Milano, Mondadori, 2017; Emanuela Minuto, Pietro Gori’s Anarchism: Politics and Spectacle (1895-1900), in “International Review of Social History”, issue 62 (2017), pp. 425-450. Le attività di Fabbri sono state ricostruite principalmente dalla figlia Luce, da Roberto Giulianelli e dai collaboratori della Biblioteca Franco Serantini di Pisa. In questo senso, cfr. Luce Fabbri, Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero, Pisa, Bfs, 1996; Luigi Fabbri. Epistolario ai corrispondenti italiani ed esteri (1900-1935), a cura di Roberto Giulianelli, Pisa, Bfs, 2005; Luigi Fabbri: studi e documenti sull’anarchismo tra Otto e Novecento, a cura di Roberto Giulianelli, Pisa, Bfs, 2005; Maurizio AnLa famiglia Fabbri e gli anni dell’esilio (1927-1935) EMANUELA MINUTO
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea96 internazionali, concepì libri ed editò giornali, riviste, opuscoli e volumi. Nell’enorme produzione dell’epoca, un posto rilevante è rivestito dalle riflessioni sulla donna e la famiglia “nuove”. Il leader anarchico fu autore dei volumi Lettere ad una donna sull’anarchia e Generazione cosciente: appunti sul neomalthusianesimo, che raccolgono considerazioni disseminate tra il 1903 e il 1913 in articoli e interventi vari. L’impegno di Luigi su questi temi risulta uno dei maggiori sforzi elaborativi nel campo dell’anarchismo classico con riverberi extranazionali di lunga durata2. In ben altra stagione, ossia a partire dalla metà degli anni Trenta, e nel lontano contesto dell’Uruguay, la figlia di Luigi, Luce, divenne un’esponente di primo piano dell’anarchismo internazionale3. Nel 1935, Luce sostituì il padre nella direzione della rivista “Studi sociali” fondata da entrambi cinque anni prima all’arrivo in Uruguay. Alla guida del periodico, la giovane anarchica visse e fu interprete del declino finale dell’anarchismo classico a vocazione classista e rivoluzionaria che si consumò nella guerra civile spagnola. Nel secondo dopoguerra, Luce appartenne a quel ristretto circuito di donne figlie di anarchici sparse tra Europa, Stati Uniti e America del sud che rivestirono un ruolo da protagoniste nell’anarchismo post-classico caratterizzato da un impegno culturale ed educativo incentrato sulla ricerca di forme di autonomia e di libertà soggettive e comunitarie alternative/resistenti rispetto alla società di massa post-conflitto4. L’inizio nel 1935 di una parabola autonoma di organizzatrice culturale nell’ambito del fragile perimetro internazionale delle riviste anarchiche ha sullo sfondo una formazione sentimentale, culturale e politica giunta a maturazione negli anni della rottura dell’unità familiare e della parziale ricomposizione che corrispondono al periodo compreso tra la fine del 1926 e la morte del padre. In seguito all’introduzione delle leggi fascistissime e al rifiuto di giurare fedeltà al tonioli e Roberto Giulianelli (a cura di), Da Fabriano a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista, Pisa, Bfs, 2006; Santi Fedele, Luigi Fabbri. Un libertario contro il bolscevismo e il fascismo, Pisa, Bfs, 2006. 2 In merito al dibattito sul neo-malthusianesimo e al ruolo svolto da Luigi Fabbri all’interno di esso, cfr. Eduard Masjuan, Neo-malthusianesimo e anarchia in Italia: un capitolo della storia dell’ecologismo dei poveri?, in “Meridiana”, n. 44 (2002), pp. 195-221; Eduard Masjuan and Joan Martinez-Alier, “Conscious procreation”: neo-malthusianism in Southern Europe and Latina America in around 1900, 23/2004 – UHE/UAB – 17.06.2004, pp. 1-46, http://www.h-economica.uab.es/papers/ wps/2004/2004_03.pdf. 3 Per quanto concerne i circuiti e le attività degli esiliati anarchici nella regione del Rio della Plata, cfr. Marìa Migueláñez Martínez, Atlantic Circulation of Italian Anarchist Exiles: Militants and Propaganda between Europe and Río de la Plata (1022-1939), in “Zapruder”, vol. 1 (2014), http:// zapruderworld.org/journal/archive/volume-1/atlantic-circulation-of-italian-anarchist-exiles-militants-and-propaganda-between-europe-and-rio-de-la-plata-1922-1939/. 4 Per alcune fondamentali notizie biografiche, cfr. Fabbri, Luigi Fabbri, cit.; Margareth Rago, Tra la storia e la libertà. Luce Fabbri e l’anarchismo contemporaneo, Milano, Zero in condotta, 2008.
Emanuela Minuto, La famiglia Fabbri e gli anni dell'esilio (1927-1935) 97 regime, nel 1926 Luigi Fabbri fuoriuscì dall’Italia per non farvi più ritorno. Come per molti altri, l’inizio dell’esilio significò la separazione dal nucleo familiare a cui seguì un processo di ricongiungimento in tempi differenti, ma solo con le figure femminili; il figlio Vero rimase in Italia. A pochi mesi dalla partenza, fu raggiunto a Parigi dalla moglie Bianca; mentre la figlia si recò in Francia solo al principio del 19295. Al momento della divisione da entrambi i genitori, Luce aveva poco più diciotto anni, era iscritta all’Università di Bologna e per due anni visse a casa del socialista Enrico Bassi e della fidanzata. Nei suoi ricordi, come in quelli di molte altre famiglie antifasciste disgregate, l’unico conforto dell’epoca fu la corrispondenza6. L’archivio personale di Luce, depositato presso l’International Institute of Social History di Amsterdam, rivela in effetti che lo scambio epistolare tra familiari fu densissimo. È attraverso l’interno domestico e privato dipanato in queste lettere che emergono dinamiche, relazioni e modelli parentali-filiali, generazionali e di genere che forniscono una chiave imprescindibile per la lettura e la comprensione della dimensione pubblica di padre e figlia, una dimensione fortemente intrecciata sin dall’arrivo nel 1929 in Uruguay. Al contempo, è sempre nelle pieghe della scrittura privata intrattenuta tra il 1929 e il 1935 da Luce e da Luigi con amici e compagni sparsi tra due continenti che si colgono in maniera prevalente altre tessere essenziali delle sfere menzionate. 2. Padre e figlia: una comunione spirituale? Poco dopo la morte del padre, Luce scrisse a Max Nettlau, “l’Erodoto dell’anarchia”, una lettera che custodisce alcuni elementi centrali relativi al modo di autorappresentarsi e di rappresentare il suo universo familiare e l’impegno politico. Dopo tre mesi di malattia, gli scriveva: 5 Per quanto concerne le migrazioni delle famiglie antifasciste e il ruolo delle donne nel fuoriuscitismo si ricordano qui solo alcune ricerche sensibili all’approccio di genere: Giovanni De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Torino, Bollati Boringhieri, 1995; Patrizia Gabrielli, Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell’emigrazione antifascista, Roma, Donzelli, 2004; Id., Tempio di virilità. L’antifascismo, il genere, la storia, Milano, Franco Angeli, 2008; Emanuela Miniati, Migranti antifasciste in Francia. Famiglia e soggettività tra cambiamento e continuità, in “Genesis”, XIII, 2014, pp. 67-83. 6 Si veda ad esempio Fabbri, Luigi Fabbri, cit., p. 168
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea98 Vorrei fare uscire un numero di “Studi Sociali”. È il modo per continuare una lunga comunione spirituale con mio padre che è cominciata con la mia nascita e che non posso interrompere ora. C’era una forza in lui, fatta di ragione e di fede, che si è spezzata nella materia del suo corpo, ma che non può spegnersi, perché resta viva in quello che ha scritto e in quello che ha detto nella sua opera incompiuta. È per questo che sono d’accordo con voi sulla necessità di continuare la pubblicazione della rivista [….]. So che non potrò rispondere alle aspettative dei compagni […]. Non posso svolgere l’enorme attività di mio padre. Mi sembra di non essere uscita – in questo campo – dall’apprendistato […]. Abbiamo ricevuto, in questi tre mesi, innumerevoli testimonianze di fraterna solidarietà nel dolore; ma ce ne sono state ben poche che mi hanno toccata come la vostra lettera, perché voi siete uno di quelli che mi hanno detto che l’unico modo di sollevarsi contro il destino è l’azione. Sono molto debole per questo onere benefico, ma mia madre mi aiuterà in molte cose7. La lettera condensa evidentemente alcuni topoi della narrazione tradizionale, sopravvissuta, come noto, magari in forme diverse, ben oltre questa generazione di scrittrici e intellettuali militanti. La scrittura si muove infatti tra il principio paterno, la simbiosi, la figura profonda del maestro-guida, l’approvazione, il riconoscimento, la custodia e la missione ausiliaria del materno8. Questi aspetti non mancarono di avere una immediata proiezione pubblica congiuntamente però alla propensione a riprodurre immagini relazionali ugualitarie tra padre e figli. Lungo queste linee si attestano il primo numero di “Studi Sociali” espressamente diretto da lei, in particolare l’articolo dedicato al padre dal titolo L’educatore, la biografia a puntate di Luigi confezionata da Luce per la rivista tra il 1939 e il 1946 e poi ancora quella uscita nel 19949. Il ritratto intimo e quello divulgativo del tempo del lutto restituiscono in misura importante il perimetro entro cui si mosse Luce dal 1927 al 1935, sebbene non esauriscano un vissuto individuale più complesso. Nella cornice di un tipico familismo antifascista10, la nota dominante delle corrispondenze che fanno riferimento a lei è la tensione militante che sul piano della produzione culturale conobbe tre momenti centrali: la tesi di laurea a Bologna (1928), il libro di poesie 7 Originale in francese (traduzione mia) conservata in Instituut voor Sociale Geschiedenis, Amsterdam (d’ora in avanti IISG), Max Nettlau Papers, busta 398, Luce Fabbri a Max Nettlau, Montévidéo, 26 settembre 1935. 8 A titolo esemplificativo si ricorda qui solo Annamaria Lamarra, Padri e figlie: una liaison dangereuse , in “La camera blu”, n. 4, 2008, pp. 22-31. 9 Luce Fabbri, L’educatore, in “Studi Sociali”, 20 novembre 1935; Id., Appunti sulla vita di Luigi Fabbri, ivi, 29 luglio 1939; Id., Appunti sulla vita di Luigi Fabbri, ivi, 15 febbraio 1941; Id. Appunti sulla vita di Luigi Fabbri, ivi. 31 luglio 1941; Id. Appunti per una vita di Luigi Fabbri, ivi, 31 maggio 1946; Id., Luigi Fabbri, cit., p. 13, 15, 73, 80, 117, 138, 152. 10 Cfr. De Luna, Donne in oggetto, cit., p. 178.
Emanuela Minuto, La famiglia Fabbri e gli anni dell'esilio (1927-1935) 99 I canti dell’attesa (1932) e il saggio Camisas negras (1934), entrambi usciti in Uruguay. Dalla partenza dei genitori, la vita di Luce a Bologna fu quasi interamente assorbita dagli studi universitari in lettere in una sorta di corsa contro il tempo per chiudere il più presto possibile e raggiungerli. Il febbrile sforzo in questo senso è narrato in missive destinate a entrambi i genitori, ma quasi tutte indirizzate al solo padre, in cui lo spazio preponderante è occupato dai problemi relativi alla tesi. Per la laurea, Luce scelse di lavorare sul geografo anarchico Élisée Reclus. L’ex comunardo, icona dell’anarchismo internazionale, era stato non a caso a lungo al centro delle riflessioni del padre che, dai primi del Novecento, ai suoi scritti aveva riservato ampissimo spazio editoriale e alcune pubblicazioni11. La preparazione della tesi avvenne sotto la guida a distanza di Luigi che fornì gran parte del materiale e delle indicazioni bibliografiche in un clima di complici tentativi di deviare l’attenzione della sorveglianza sulla corrispondenza12. Se scelta e preparazione avvennero in nome del padre, nell’elaborato finale e nella discussione convivono meccanismi di identificazione, atti di fede filiale e politica e assunzione autonoma di rischi e responsabilità. La prima metà della tesi rappresenta una ricostruzione della biografia politica di Reclus secondo coordinate destinate a farne un idealtipo di “apostolo” della libertà sovrapponibile alla figura sublimata di Luigi. Il profilo di Reclus è tratteggiato con i contorni di un Cristo socialista che si muove tra vicissitudini personali, azione, esilio e prigione senza cedimenti13. Nel contesto di una città simbolo della violenza e dello squadrismo fascista, il lavoro costituì una notevole sfida politica ulteriormente accentuata, in sede di discussione, dalla scelta di non fare il saluto fascista. Tutto sommato la conclusione fu quasi indolore sul piano della reazione esterna. Almeno secondo quanto narrato da lei stessa, non ottenne la lode in virtù di quella scelta che, peraltro, provocò una crepa nell’astratta costruzione giovanile di un’integrità granitica. La sera della discussione (29 ottobre 1928) scrisse ai genitori: «ho avuto molta paura; non credevo neanch’io di essere così vigliacca»14. 11 Cfr., per esempio, Luigi Fabbri, Epistolario, cit., lettera di Luigi Fabbri ad Augustin Hamon, 6 gennaio 1904, p. 32; lettera di Luigi Fabbri a Joseph Ishill, 26 dicembre 1923, p. 124; lettera di Luigi Fabbri a Diego Abad de Santillán, 16 agosto 1925, p. 130; Luigi Fabbri a Max Nettlau, 17 aprile 1926, p. 132. Si veda, poi, in particolare Federico Ferretti, Reading Reclus between Italy and South America: translations of geography and anarchism in the work of Luce and Luigi Fabbri, in “Journal of Historical Geography”, 53 (3), 2016, pp. 75-85. 12 In questo senso risultano particolarmente preziose le lettere conservate in IISG, Archives Luce Fabbri, f. 139, Copies of letters from Luigi Fabbri to his daughter Luce Fabbri. 1927-1928 and n.d. 13 Ivi, Public Life, Writings, f. 180, dattiloscritto della tesi dal titolo L’opera geografica di Eliseo Reclus, pp. 3-45. 14 Ivi, Luigi Fabbri Papers, Correspondance, f. 6, Luce Fabbri a Luigi Fabbri e Bianca Sbriccoli, 29 ottobre 1928.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea100 All’arrivo in Uruguay nel 1929, lo studio di Reclus fu impiegato per la confezione di alcuni articoli di esordio nei giornali la “Protesta” di Buenos Aires, “L’Imparcial” di Montevideo e “La Capital” di Rosario15. L’editore del primo periodico, l’anarco-sindacalista Abad de Santillán, fu uno dei principali appoggi della famiglia Fabbri e “Studi Sociali” iniziò a uscire nel marzo 1930 a Buenos Aires grazie al sostegno de “La Protesta”16. Nel primo numero della rivista dei Fabbri, Luce debuttò con un pezzo su Reclus, a cui seguirono pochi altri articoli su argomenti differenti17. Sul piano pubblicistico, in realtà, il momento più importante del triennio successivo all’approdo in America del sud fu rappresentato dai Canti dell’attesa. Si tratta di una raccolta di poesie che tramite i numerosi motivi dell’esilio rinnovava il fortunatissimo e ben noto genere risorgimentale divenuto poi uno dei capisaldi della propaganda anarchica a partire da fine Ottocento18. In questo senso, Luce si disponeva lungo una linea di discendenza iniziata o quasi da Pietro Gori e proseguita dalla sua epigona Virgilia D’Andrea, adottandone lo stile e in parte la figurazione retorica. Tra slanci carducciani, i componimenti riprendono per molti aspetti alcuni canoni del discorso romantico-risorgimentale riadattandoli all’Italia dell’esilio antifascista. Luce installò al centro di molti versi politici la famiglia e la patria “esiliata”, finendo per costruire una costellazione allegorica a tratti tradizionale. La madre della famiglia antifascista risulta una figura tanto onnipresente quanto costretta nel mero ruolo di sofferente consolatrice. Fin dal titolo è esemplare in questo senso la poesia Mamma, dammi la mano!... Al contempo, nel padre concentrava gli attributi di virilità – rettitudine, coraggio, sacrificio ecc. – propri del modello maschile dominante di militanza. Un vero campo di tensione però si manifesta rispetto alla sfera personale di giovane donna militante e figlia di un simbolo. Come testimonia la lirica Noi giovani, Luce s’immergeva in una dimensione generazionale dell’impegno che i codici sociali e politici riservavano ai giovani uomini. Nel canto, proiettava se stessa nel campo della incontenibile passione volontaristica, della febbre dell’azione, della lotta. Tuttavia, non sono poche allo stesso tempo le poesie intrise di una fragilità emotiva “urlata” e disperata che normalmente non trovava cittadinanza nel modello del maschio combattente né in quello della rivoluzionaria coltivato da giovani donne militanti antifasciste e lasciato intravvedere nella dedica del 15 Gli articoli di Luce sono conservati ivi, Printed articles, ff. 227-230. 16 Fabbri, Luigi Fabbri, cit., p. 182-186. 17 Lucia Ferrari, L’opera geografica di Eliseo Reclus, in “Studi Sociali”, 16 marzo 1930. 18 In merito ai Canti dell’attesa e alla poetica dell’esilio ha scritto Margareth Rago in un senso un poco diverso, Cartographie d’une anarchiste: Luce Fabbri et l’expérience de l’exil, in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, 2 (2005), pp. 55-64.
Emanuela Minuto, La famiglia Fabbri e gli anni dell'esilio (1927-1935) 101 libro19. La raccolta si apriva infatti con l’iscrizione: «A mio padre, l’amico mio, il mio compagno nello studio e nella battaglia», in cui si fondono gli elementi tipici di una tensione egualitaria. L’aspirazione paritaria peraltro connotava anche un padre che aveva dedicato non poche pagine all’educazione dei figli alla libertà responsabile, all’autonomia, al rispetto e all’uguaglianza di genere e generazionale. Tuttavia, la propensione egualitaria convisse con l’esercizio di un ruolo di maestro-guidaprotettore all’interno comunque di un percorso formativo e professionale della figlia contraddistinto da tratti singolari anche nel contesto dell’antifascismo anarchico. Sotto il profilo qui considerato della produzione culturale di Luce, se Luigi fece ben più che accompagnare il percorso di scrittura della tesi, una volta usciti I canti divenne il regista della circolazione del testo nella rete internazionale dell’editoria antifascista libertaria, socialista e repubblicana20. Peraltro, attraverso contatti personali, la stessa Luce ottenne buona visibilità in Argentina e in Uruguay. Non pochi associarono la giovane poetessa a Virgilia D’Andrea, che non mancò di esprimere una profonda ammirazione per Luce21; molti formularono in privato e in pubblico il massimo apprezzamento per le poesie più aderenti al canone della donna fragile e dolorosa, finendo non di rado per trasformare la stessa Luce nell’incarnazione dell’antica figura. Fresca del successo dei Canti, Luce si cimentò in un’impresa assai differente. Nel settembre del 1933, tenne in Argentina, a Rosario di Santa Fe, un ciclo di conferenze sul fascismo presso l’Istituto di Studi Superiori. Sotto il profilo della progettazione, l’appuntamento presenta non poche analogie con quanto emerso in relazione alla tesi. Luigi fu uno dei più acuti e precoci studiosi del fenomeno fascista, come rilevato anni fa da Marco Palla. Nel 1922 aveva dato alle stampe la fortunata monografia La controrivoluzione preventiva commissionata da Ro19 Per Mamma, dammi la mano!... e Noi giovani, cfr. rispettivamente Luce Fabbri, I Canti dell’attesa, Montevideo, M.O. Bertani Editore, 1932, pp. 34-35 e pp. 13-14. 20 In merito al sostegno di Luigi Fabbri alla circolazione del volume, si vedano Luigi Fabbri a Raffaele Schiavina, 31 agosto 1932, Luigi Fabbri a Luigi Bertoni, 22 settembre 1932, Luigi Fabbri a Carlo Frigerio, 22 settembre 1932, Luigi Fabbri a Giuseppe Tosca, 29 settembre 1932, Luigi Fabbri a Ilario Bettolo, 28 novembre 1932, Luigi Fabbri ad Antonino Napolitano, 28 novembre 1932, Luigi Fabbri a Carlo Frigerio 28 novembre 1932. Rispettivamente in Fabbri, Epistolario, cit., pp. 378-379, p. 382, pp. 384-385, pp. 389-391, p. 392, Per quanto concerne le lettere di commento ai Canti dell’attesa, cfr. IISG, Archives Luce Fabbri, Correspondance chronologically arranged. 1924, ff. 42 e 43. Per le recensioni e le riproduzioni di alcune poesie in diverse riviste, cfr. ivi, Printed articles and Reviews, f. 228. Il volumetto e le poesie vennero tra l’altro segnalate da “l’esilio”, il periodico antifascista pubblicato a Parigi (15-31 gennaio 1933); “L’Avanti” (19 novembre 1932); “Il Risveglio anarchico” di Ginevra (14 gennaio 1933). 21 Particolarmente bella in questo senso è la lettera inviata da Libero Battistelli a Luce Fabbri, 12 ottobre 1932, in IISG, Archives Luce Fabbri, Correspondance, chronologically arranged, f. 1, s.f. 1932.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea102 dolfo Mondolfo che fu poi assai vicino a Luce negli anni universitari22. Successivamente, continuò a mostrare una costante lucidità d’analisi distante da una sensibilità meramente giornalistica. Nel 1933, bloccato da una pesante malattia, Luigi procurò a Luce materiale bibliografico, schema di lavoro e densi appunti per le conferenze che costituirono poi l’ossatura del libro Camisas Negras pubblicato l’anno dopo e confezionato ad uso della propaganda in America del sud23. Per la monografia che sviluppava i temi delle conferenze, Luigi attivò nuovamente la sua rete per garantire diffusione e buona accoglienza del libro. Come la raccolta di poesie, il testo fu recensito ampiamente in Uruguay e in Argentina così come nei circuiti statunitensi ed europei e Luigi sollecitò gli amici a sostenere una versione in italiano24. Lo sforzo in questa direzione fu una delle sue ultime fatiche schiacciato com’era dalla malattia e da un pessimismo malinconico che costituisce una delle note dominanti di tutta la corrispondenza del tempo dell’esilio. Scoramento, nostalgia, angoscia penetrano ovunque nell’ordito della scrittura destinata a parenti e amici/compagni più o meno vicini, mostrando l’assenza di qualunque affezione al cliché dell’eroe dalla tempra eccezionale. Non poche volte Luce fu investita dal grumo di sofferenze del padre eppure nelle prove letterarie del tempo elevò rigidi confini tra dimensione privata e immagine pubblica. All’ombra del mito dell’eroico fuoriuscito costruito nei Canti si collocava un padre che, al tempo della separazione, le aveva scritto passaggi dove la disperazione si era spinta fino a un esplicito sovvertimento dei tradizionali ruoli parentali-filiali, ma non di quelli di genere dominanti: Io – scriveva Luigi – non ho altra ricchezza che il passato… che è morto! Anche un po’ d’avvenire m’appartiene, certamente; ma su questo io non mi faccio troppe illusioni, anzi nessuna […] Devi perdonarmi queste malinconie: sono un modo di sfogarsi, e di stare forse un po’ meglio dopo. Certo, per me è una gran consolazione aver qui mamma; senza di lei mi pare che morirei, tanto la vita mi sembrerebbe diaccia [….]. Adesso ci mancate voi due al nostro cuore […] è qualche cosa di esasperante. Eppoi, tu sai, io non riesco a racchiudermi nel mio egoismo, e soffro tanto per una infinità di cose, anche lontane da me […]. Ma scusami, Lucetta cara, queste malinconie […]. Cara figliuola mia, 22 Marco Palla, Luigi Fabbri e la controrivoluzione preventiva, in Antonioli e Giulianelli, Da Fabriano a Montevideo, cit., pp. 135-150. 23 Luce Fabbri, Camisas Negras, Ediciones Nervio, Buenos Aires, 1935. Per quanto riguarda l’attività di Luigi a favore della figlia, cfr. IISG, Archives Luce Fabbri, Writings. Books, f. 182. 24 In merito al tentativo di Luigi di promuovere Camisas Negras, cfr. per esempio Luigi Fabbri a Ilario Bettolo, 13 giugno 1934, in Fabbri, Epistolario, cit., pp. 378-379. Per le molte recensioni di Camisas Negras, cfr. IISG, Archives Luce Fabbri, Reviews, f. 230.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 109 Il diciannovesimo secolo cominciò a inserire la donna, senza riguardi, nel processo della produzione mercantile. Tutti i teorici concordavano sul punto che la femminilità specifica era minacciata, e che tratti virili si sarebbero necessariamente manifestati in essa con l’andar del tempo14. Più precisamente, Berneri aveva vissuto la Prima guerra mondiale, che aveva «disgregato la famiglia, togliendo ad essa i mariti, i fratelli, i padri e cacciando le donne nelle officine, sui tramvai, nelle strade»15. Se «la donna operaia» non era ancora giunta a svolgere mestieri come il macchinista ferroviario, il muratore o il fabbro, aveva comunque fatto un massiccio ingresso nelle industrie belliche, compiendovi «lavori che fino a ieri erano propri degli uomini». Del resto, le innovazioni tecnologiche consentivano ora di limitare «l’impiego della forza muscolare», che a lungo aveva precluso alle donne «l’entrata nelle officine»16. Berneri rifletteva sulle donne immerse nella «vita industriale», su quella che definiva «industrializzazione della donna»17. La sua avversione nei confronti del lavoro «extra domestico» si applicava, soprattutto, alla «donna operaia»18. Era questa figura il principale oggetto del suo discorso; non le «laureate», le «artiste», le donne che «si emancipano con una professione libera». Queste ultime avevano «la via dell’emancipazione asfaltata e l’automobile per giunta», con la sicurezza di «cuscini pronti per ogni caduta». Parole, le sue, dalle quali emerge, per la verità, una concezione astratta e semplificata dell’emancipazione attraverso le professioni e le arti, nel complesso poco convincente. 14 Walter Benjamin, Parco centrale, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi, 1995, pp. 131-144 (p. 135). 15 C.B., La tribuna della donna. Mode e costumi, in “Umanità Nova” (Roma), a. II, n. 99, 5 agosto 1921, p. 3. 16 C.B., La donna e il lavoro, in “Umanità Nova” (Milano, poi Roma), a. II, n. 60, 11 marzo 1921, p. 5. A distanza di tempo, Berneri scriveva a proposito del periodo bellico: «Gran parte delle operaie impiegate nella produzione delle armi e delle munizioni sono ritornate al lavoro di origine oppure alle occupazioni domestiche. Tale periodo, però, è notevole in quanto attrasse nell’orbita della produzione metallurgica e chimica un numero enorme di donne, delle quali non poche rimasero occupate in questo genere di lavori» (Camillo Berneri, L’invasione della donna nelle industrie, in “La Tempra”, Parigi, a. II, n. 11, 20 novembre 1926, pp. 245-246, p. 245). Da notare che, nell’articolo La donna e il lavoro del 1921, la contrarietà nei confronti del «lavoro extra-famigliare» delle donne era argomentata anche con il fatto che esse andavano a contendere «il guadagno all’uomo». Successivamente, questo motivo passò decisamente in secondo piano, fino a scomparire. 17 Berneri, L’emancipazione della donna, cit., p. 64; C.B., La famiglia anarchica. La funzione educativa della famiglia (Seguito), cit., p. 21. 18 Cfr. Berneri, L’emancipazione della donna, cit., pp. 69-70. Talvolta, accomunate alla «donna operaia», si trovano altre figure: «commesse di negozio», «telefoniste», «dattilografe», «sartine»… (si veda, ad esempio, C. Berneri, La donna operaia, in “Pensiero e Volontà”, Roma, a. III, n. 10, 15 giugno 1926, pp. 223-226, p. 224).
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea110 In ogni caso, il destino che lo preoccupava era quello della «ragazza che va all’officina a sfiorire e a perdere un po’ della sua onestà, se non tutta»19. Perché – continuava Berneri – se «l’applicazione della propria potenzialità produttiva [ai] vari rami della vita economica ha contribuito ad emancipare la donna dalla soggezione maschile, a crearle una certa indipendenza economica e morale», per questo non si può dire, comunque, «che l’emancipazione della donna sia effettuata nell’officina»20. Era sbagliato fare come «certi socialisti» che tenevano presente soltanto il problema dell’emancipazione dalla famiglia e dai pregiudizi21. Il caso più interessante era quello dei «comunisti autoritari», che procedevano «marxisticamente» anche nei riguardi dell’emancipazione femminile. La «casalinga» era per loro «equivalente all’artigiano» e, come quest’ultimo, responsabile di perpetuare «l’individualismo politico ed economico». Al «focolare domestico» (ovvero alla «bottega dell’artigiano») essi opponevano quindi «l’officina moderna», dove poteva forgiarsi «l’ordine nuovo». La funzione domestica della casalinga sarebbe stata, in qualche modo, rimpiazzata «dalla cucina comune di quell’Hotel-caserma» che avrebbe rappresentato l’unità abitativa dello «Stato industrial-comunista»22. Polemicamente, Berneri portava qui all’estremo alcune caratteristiche della letteratura marxista-leninista, spesso propensa a marginalizzare i temi del privato, dell’intimità e della famiglia e a porre l’accento, invece, sulla collettività, la lotta di classe e la conquista del potere politico23. Non si trattava, naturalmente, «di far ritornare la donna a filare la lana e a stare chiusa tutto il giorno in casa», ma si trattava di vedere se «la donna» trovasse «nel lavoro extrafamiliare la propria libertà, il proprio benessere, il proprio 19 Berneri, L’emancipazione della donna, cit., pp. 68-69. «Mi rivolgo al pubblico che non legge libri in biblioteca e non compera libri che costano più di dieci lire» (p. 5). Solo in un articolo del 1927, Berneri si soffermò sulla condizione delle professioniste e delle studiose, scrivendo: «Contro l’entrata della donna nel campo degli alti studi e dell’esercizio delle professioni c’è tutta una barriera di interessi. La crisi economica dei ceti medi fa sì che i professionisti temano fortemente la concorrenza delle donne. Ma anche quando non sono in gioco le tendenze monopolistiche maschili, la donna trova ostacoli. E uno dei maggiori è il diffuso pregiudizio che tutte le donne siano intellettualmente inferiori all’uomo» (Camillo Berneri, Opinioni e superstizioni. L’intelligenza della donna, in “Germinal”, Chicago, a. II, n. 5, 1 aprile 1927, p. 3). 20 Berneri, L’emancipazione della donna, cit., p. 72. Si veda, anche: C.B., L’operaia e la fisiologia e psicometria del lavoro, in “Germinal” (Chicago), 1 gennaio 1930, p. 4. 21 Cfr. Berneri, L’emancipazione della donna, cit., p. 73. 22 Berneri, La donna operaia, cit., p. 223. «Strano», notò Berneri, «che anche fra molti anarchici si faccia strada l’idea dell’industrializzazione della donna». Altrove, scrisse: «La nostra critica alla morale borghese non deve giungere ad un annullamento di quei valori morali che sono eterni nella loro essenza» (Camillo Berneri, Pagine polemiche. L’inconsistenza dell’immoralismo, in “Pagine libertarie”, Milano, a. II, n. 7, 30 maggio 1922, pp. 212-214, p. 214). 23 Cfr. Degl’Innocenti, Lo Stato, la società civile, l’individuo e la famiglia tra I e II Internazionale, cit., pp. 11-25; Paul Ginsborg, Le politiche della famiglia nell’Europa del Novecento, in “Passato e Presente”, 2002, n. 57, pp. 41-72.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 111 miglioramento fisico, la propria elevazione morale, o, non piuttosto, una schiavitù peggiore di quella domestica»24. E alla «donna operaia» avveniva proprio questo25. Secondo Berneri, infatti, «le attuali condizioni del lavoro» non potevano assicurare all’operaia «né la sanità psichica né la fisica». Egli rimaneva dunque convinto che fosse «cinico accademismo» quello che indicava «alla donna di oggi come una diritta piana e soleggiata via di emancipazione quella che mena all’officina»26. Siamo giunti sulla soglia di un altro tema di Camillo Berneri: la riflessione sul macchinismo. Qui basterà dire che, ai suoi occhi, la condizione operaia era una condizione di oppressione. Egli parlava di «schiavitù fordista»; e ricollegava ad essa anche la produzione «sovietica». Il quadro poteva realmente mutare solo grazie a una trasformazione tecnica, che permettesse di conciliare l’«automatismo» e la «specializzazione» con «la possibilità di evitare le atrofie psichiche proprie della divisione del lavoro organizzata con criteri unilateralmente economici»27. Mi limito, in questa sede, a notare come siano evidenti le affinità con la coeva riflessione di Simone Weil28. I due non si conobbero: si trattò di una convergenza di percorsi indipendenti. Tornando al «problema dell’emancipazione della donna», Berneri concludeva con la sicurezza di aver richiamato l’attenzione del lettore sulla molteplicità degli aspetti in gioco. In fondo, ogni caso individuale era diverso dall’altro: «Non c’è la donna che vuole emanciparsi, ma ci sono delle donne che vogliono emanciparsi. Ed ognuna deve cominciare da se stessa l’opera di liberazione»29. L’improvvisa apertura di questo passaggio, verso una pluralità di destini individuali, non è pienamente sostenuta dal complesso del suo discorso. Nelle stesse pagine, egli delineava un percorso uniforme di emancipazione, che prevedeva la liberazione, da una parte, dalla «schiavitù domestica» (le «condizioni antiche, patriarcali»), dall’altra, dalla schiavitù del «lavoro extrafamigliare» (la «donna operaia»), sempre in vista – in definitiva – di un ruolo che fosse, essenzialmente, di madre30. La maternità come «segno di dignità» e «missione»31, scriveva, mo24 Berneri, L’emancipazione della donna, cit., p. 73. 25 Cfr. Berneri, La donna operaia, cit., p. 223. 26 Ivi, p. 226. 27 Le citazioni sono tratte da un testo del 1936, Il lavoro attraente, sul quale si veda De Maria, Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, cit., p. 179 e sgg. 28 Simone Weil, La condizione operaia, Milano, Comunità, 1965. 29 Berneri, L’emancipazione della donna, cit., pp. 74-75. 30 Cfr. ivi, pp. 72-73, 77-78. 31 Cfr. ivi, p. 50.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea112 strando consonanze rilevanti con la concezione cattolica del ruolo della donna. In questo modo, Berneri finiva per voler uniformare quella molteplicità di percorsi individuali a cui aveva appena accennato. Il teorizzare di Berneri conobbe, indubbiamente, delle oscillazioni. A questo proposito, vale la pena tornare a parole già citate: «La donna viene corrotta, viene minorata, viene uccisa ancora fanciulla dalla fabbrica, dal laboratorio, dal negozio». È interessante notare il riferimento a una corruzione dei costumi. In un’altra pagina, lo stesso Berneri declinò (arditamente) il verbo “imputtanire”32. Arrivò, poi, a prefigurare – sotto la scorta di Proudhon – un bivio per la «donna del popolo»: «o madre di famiglia o prostituta»33. Siamo, evidentemente, a un limite estremo del discorso di Berneri. Ed è significativo il fatto che egli inquadrasse questa riflessione sui costumi femminili parlando di «lebbra di modernità»34. Si tratta di temi che nella pubblicistica dell’epoca erano usati in maniera ricorrente contro il lavoro femminile e si può ipotizzare che l’alternativa moglie-madre/ prostituta nasconda una suggestione esercitata dalla prostituta come figura della città moderna, e dei suoi labirinti. Su questo punto, Walter Benjamin scrisse: «Nella forma che la prostituzione ha assunto nelle grandi città, la donna appare non solo come merce, ma in senso stretto come articolo di massa»35. Berneri sembrava commettere un «errore storico» che si era proposto di evitare: quello di «giudicare della moralità di un popolo» facendosi suggestionare da certi aspetti dei «grandi centri urbani». Perché era sbagliato, secondo le sue stesse parole, «giudicare, oggi, la Francia attraverso Parigi», così come «l’Italia attraverso i vicoli di Napoli» o «la Germania attraverso i clubs dei pederasti berlinesi, e via di seguito»36. Comunque, al di là di queste considerazioni, l’atteggiamento conservatore e caratterizzato da pedagogismo che abbiamo visto assumere, fino ad ora, da Berneri verso la «donna del popolo» dev’essere interpretato (e ridimensionato) anche alla luce di un testo rimasto inedito all’epoca, la Costituzione libertaria abbozzata nel 193537. Un testo dal quale emerge la parte più “emancipatoria” di tutto il suo pensiero. Mi riferisco, in particolare, alle norme riguardanti il matrimonio, il divorzio, l’aborto e il diritto al voto. Leggiamole qui di seguito: 32 Cfr. ivi, p. 11. 33 Cfr. ivi, p. 51; Berneri, La donna operaia, cit., p. 223. 34 Cfr. Berneri, L’emancipazione della donna, cit., p. 7. 35 Benjamin, Parco centrale, cit., p. 142. Nelle metropoli, lo sfondo nel quale si muove la prostituta è «spesso la strada». 36 Cfr. Berneri, Pagine polemiche. L’inconsistenza dell’immoralismo, cit., p. 214. 37 Sulla Costituzione della Federazione Italiana Comuni Socialisti – (F.I.C.S.), si veda De Maria, Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, cit., p. 164n.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 113 Art. 43 – Il matrimonio interessa la F.I.C.S. [Federazione italiana comuni socialisti] soltanto quando una coppia convivente genera il primo nato; si intende per matrimonio la denuncia fatta da due conviventi di sesso opposto della nascita di un bambino, da essi riconosciuto, all’ufficio demografico del Comune. Il divorzio, per mutuo consenso o a richiesta di uno dei coniugi, è la denuncia, fatta a quello stesso ufficio, della separazione effettuata o prossima. Art. 48 – L’aborto e la sterilizzazione non sono delitti, ma debbono essere praticati da esperti. Ogni cittadino ha diritto alla sterilizzazione se affetto da malattia ereditabile ed ogni cittadina ha diritto all’aborto entro i due mesi dalla gravidanza. L’art. 48 fa parte di un paragrafo intitolato Questione sessuale, nel quale leggiamo anche (art. 50): «Non vi è reato sessuale quando non vi sia violenza effettuata o minacciata». Altri due articoli della Costituzione federalista meritano, qui, almeno un cenno: l’art. 38 che riconosce alle donne «i medesimi diritti elettorali» degli uomini (il riferimento è, in primo luogo, all’elezione dei Consigli comunali, dai quali derivavano gli altri livelli di rappresentanza dello «Stato libertario»: provinciale, regionale e nazionale) e l’art. 41 che ammette le donne a tutti gli impieghi e cariche pubbliche38. Si legga con attenzione l’art. 43 (davvero atipico): «Il matrimonio interessa la F.I.C.S. soltanto quando una coppia convivente genera il primo nato»… Non significa che il matrimonio prima non esista, ma semplicemente che la legislazione statale non interviene. Del resto, è stato osservato, «i rapporti familiari, più che di leggi, sono materia di costumi, e pertanto oggetto di consuetudini, particolarmente sensibili a concezioni morali e religiose»39. Proprio a proposito di morale e religione, Berneri prevedeva (art. 23) che gli «ordinamenti comunali» garantissero sia la «libertà di coscienza» che il «diritto di professare e praticare liberamente qualsiasi religione». Il progetto libertario di Berneri – come confermano i suoi testi più conservatori – non mirava alla svalutazione del matrimonio e della famiglia, a favore, magari, dell’«avvento graduale del libero amore e del figlio di Stato»40. La Costituzione del 1935 si preoccupava, piuttosto, di salvaguardare l’autonomia materiale e spirituale dei cittadini, opponendosi alla concezione etica dello Stato 38 L’art. 41 si pone in linea con una legge italiana del 1919 che aveva già ammesso le donne alle libere professioni e alla maggior parte dei pubblici impieghi (cfr. Paolo Ungari, Storia del diritto di famiglia in Italia. 1796-1975, nuova edizione a cura di Francesca Sofia, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 182). Mentre, per quanto riguarda l’art. 43, conviene notare che l’opposizione al divorzio era un punto fermo del governo Mussolini e che, in precedenza, tra il 1873 e il 1920, una decina di progetti di legge su questo tema non avevano avuto fortuna in Parlamento (cfr., ivi, pp. 186-187, 208). 39 Sono parole di G. Vismara (1956), riprese da Ungari, ivi, p. 38. 40 Citiamo il programma con cui il partito di Marinetti, nel settembre 1918, si presentò alle elezioni. In tale programma, ha notato Paolo Ungari, «par di sentire più che una eco delle prime riforme del nuovo regime sovietico» (cfr. ivi, p. 209).
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea114 (la legge dello Stato è legge morale), e reagiva nel suo complesso all’impianto totalitario dato alla società civile dal fascismo. Negli stessi anni in cui Berneri scriveva, i teorici del regime erano impegnati a delineare i contorni della nuova famiglia fascista41, completamente permeabile allo Stato e informata dalla sua azione normativa. 2. Tra pubblico e privato: corrispondenze familiari e percorsi militanti Anche nel “caso” dei Berneri, perché il tema della famiglia – fin qui affrontato a livello teorico – acquisti concretezza e quotidianità è necessario riferirsi al carteggio privato. Proprio nel contesto della famiglia, il dialogo tra Camillo e le sue due figlie, Maria Luisa e Giliana, nate rispettivamente nel 1918 e nel 1919, presenta dei frammenti per noi interessanti. Tra di loro si stabilì un confronto continuo a proposito di cultura, religione e politica. Tra le due ragazze, a impegnarsi più a fondo all’interno del movimento anarchico fu la maggiore, Maria Luisa, che si affacciò con piena coscienza alla vita pubblica intorno alla metà degli anni Trenta, mentre frequentava il Lycée Victor Hugo di Parigi; anni drammatici per l’Europa, nei quali imparò immediatamente a prendere posizione e a interrogarsi sul destino dell’umanità. Accanto all’epistolario con il padre, la fonte sicuramente più corposa per ripercorrere gli anni di formazione di Maria Luisa Berneri (o meglio, Marie Louise, secondo la versione francese da lei stessa adottata nel successivo lavoro di giornalista e militante) è sicuramente la cospicua corrispondenza con il quasi coetaneo Vernon Richards. Un appassionato e denso epistolario, che inizia nell’ottobre 193242. Vernon (il nome di battesimo era Vero Recchioni) abitava a Londra e aveva conosciuto Maria Luisa l’anno precedente, grazie al padre, l’anarchico romagnolo Emidio Recchioni, da oltre trent’anni residente in Inghilterra, ma stabilmente in contatto con i fuorusciti anarchici in Francia e soprattutto con coloro che, 41 Un dibattito per il quale si veda Victoria de Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 1993, p. 115 e sgg. 42 La corrispondenza di Maria Luisa Berneri con Vernon Richards è conservata nel Fondo Richards dell’Archivio Famiglia Berneri - Aurelio Chessa, a Reggio Emilia. Da questo nucleo documentario sono tratte le missive che seguono.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 115 come Camillo Berneri, erano particolarmente determinati a colpire, anche con azioni individuali, Mussolini e il regime fascista. I due giovani si scrivevano alternando il francese e l’italiano. Anche grazie all’impulso di Vernon, Marie Louise stava cominciando allora a studiare l’inglese43. La giovane Berneri aveva appena quattordici anni, ma l’ambiente del fuoriuscitismo italiano compariva già tra le righe delle sue missive. Il primo cenno è del novembre 1932, quando raccontava a Vernon di aver partecipato con i genitori a una lotteria a favore delle vittime politiche44. L’impegno culturale e politico di Marie Louise crebbe col tempo. All’inizio del 1934, inviava a Vernon un articolo pubblicato dal periodico anarchico italo-americano “L’Adunata dei Refrattari”, di cui suo padre era collaboratore abituale. Si trattava di un toccante ricordo di Cesare Agostinelli, un vecchio militante anarchico morto letteralmente di fame ad Ancona, nell’aprile precedente. La città «rossa», che nel 1898 si era sollevata sotto l’impulso del «socialismo anarchico» di Errico Malatesta, aveva lasciato morire un ottantenne da sempre impegnato nel movimento di emancipazione. Era uno degli ultimi compagni della prima ora (apparteneva alla generazione di Malatesta, Cafiero e Costa) e la sua morte provava, una volta di più, l’estrema solitudine degli antifascisti45. I temi della solitudine e della morte contribuirono probabilmente a spingere Maria Luisa, quello stesso anno, a interrogare il padre su alcune questioni inerenti la religione. In una lettera del dicembre 1934, ad esempio, Camillo rispondeva a una domanda della figlia in merito al suo peculiare orientamento religioso. Non era semplice dare una spiegazione, in quanto la religiosità di Camillo era molto sfumata. Egli si opponeva tanto al teismo, quanto all’ateismo, che giudicava di «una presunzione enorme». Preferiva piuttosto parlare di agnosticismo: gli sembrava «il solo modo di essere razionale»46. A Maria Luisa, in particolare, rispondeva così: «Je n’ai pas un systhème théologique, mais des idées qui se rattachent tout à fait au panthéisme»47. Berneri era passato, insieme alla sua famiglia, attraverso gli anni dell’esilio, durante i quali proprio la consapevolezza della tensione insanabile tra pensiero e azione, tra ordine concettuale e realtà, tra il proprio essere ideale e se stessi, era stata la premessa della sua scoperta religiosa. Nel 1929, aveva scritto alla moglie: «Quante volte sarei stato ancor più 43 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Montreuil, 24.10.1932, in ABC, FVR. 44 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Montreuil, 1.11.1932, ivi. 45 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 28.1.1934, ivi. 46 Sulla scoperta religiosa di Camillo Berneri, si veda De Maria, Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, cit., pp. 121-123. 47 Lettera di Camillo Berneri a Maria Luisa Berneri, prigione di Fresnes (Francia), 30 dicembre 1934, in ABC, documento non inventariato.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea116 debole nella carne o nello spirito, se a me stesso non avessi opposto il mio uomo ideale. Questo anteporre, questo sovrapporre noi a noi, è religione. E Dio non scende in noi, allora, ma si accresce in noi»48. Nel 1935, nel frangente di un nuovo provvedimento di espulsione emanato dalle autorità francesi ai danni di Camillo in ragione della sua attività politica, Maria Luisa si impegnò in prima persona nell’organizzazione di conferenze pubbliche a favore del diritto d’asilo per i rifugiati politici49. La situazione in Francia era disastrosa per la disoccupazione e per le espulsioni che infittivano. In quel delicato frangente Vernon Richards e la sua famiglia offrirono a Berneri la possibilità di riparare in Inghilterra. Questo dava l’occasione a Maria Luisa per un ritratto emotivo di suo padre: Ho detto al papà che volevi interessarti per lui, se voleva andare in Inghilterra. Andare a Londra… il suo viso è diventato tutto sorridente, i suoi occhi brillavano come quelli di un bambino quando gli si dice che andrà in treno. Era tutto contento, ha detto: «È proprio gentile Vero, è gentile e ringrazialo tanto». Sembrava tutto fiero che tu avessi fatto questa proposta. Delle volte trovo che il papà è proprio come un bambino. Chissà se lo capirò mai… Qualche minuto dopo era tutto furibondo pensando a quello che accade con l’Abissinia. Tutti sono dei cretini, non ci capisco un bel niente, gli operai dovrebbero fare questo e questo ecc. ecc.50 La primavera precedente Marie Louise aveva conseguito la maturità (Baccalauréat). In giugno sostenne esami di francese, fisica, matematica e lingue straniere (e in luglio avrebbe potuto annunciare a Vernon di essere stata promossa, «bachelière»),51 ma in quel periodo si dava anche da fare per raccogliere soldi a favore di Gino Lucetti, che stava scontando trent’anni di reclusione per l’attentato a Mussolini del 1926, e ringraziava Richards che aveva inviato il suo contributo. Rispondendo a una battuta del fidanzato sul suo attivismo politico scriveva: «Penso che se vuole una donna può essere tanto indipendente quanto un uomo, può essere anche utile, solamente penso che una donna soffra di più perché è più sensibile»52. Tra il giugno e il luglio 1935, davanti alle scelte su come orientare il suo percorso universitario, cominciò a precisarsi nella Berneri la passione per gli studi psico-pedagogici e l’intervento educativo. «Vorrei avere una scuola. Sono sicura che non si può arrivare a qualche cosa che grazie all’educazione. Fare degli at48 Camillo Berneri a Giovanna Caleffi Berneri, s.l., [agosto 1929], in ABC, documento non inventariato. 49 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 15.11.1935 e 21.11.1935, in ABC, FVR. 50 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 12.12.1935, ivi. 51 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 1.4.1935 e 12.7.1935, ivi. 52 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Sciotot, 17.4.1935, ivi.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 117 tentati, sollevare una folla, è molto bello… ma credo che non sia efficace, bisogna prima che il popolo sia educato. Anche se ammazzassero Mussolini in Italia [non cambierebbe molto]… è verso i bambini, i giovani che bisogna portare lo sforzo»53. Marie Louise non pensava a una scuola tradizionale, «dove si viene per 5 o 6 ore al giorno», ma avrebbe voluto creare un «vero ambiente», una comunità educativa. A distanza di pochi giorni tornava sull’argomento, e i problemi pedagogici la portarono ad accennare una riflessione sul rapporto tra utopia e realtà: Non so se sia perché “invecchio” ma divento molto indulgente per gli altri, mi sembra che non essendo sicuri di essere noi nel vero, non abbiamo il diritto di distruggere quello che fanno. Vedo la lotta sotto la forma di concorrenza. Quando vedranno che la nostra scuola è superiore alle loro verranno da noi. È molto lunga, lo so, questa strada, ma quando si prende una scorciatoia si rischia di perdersi o di arrivare a un altro cammino54. Fin da quei primi passi, il suo modo di concepire l’anarchismo era alieno da visioni astrattamente rivoluzionarie e si può dire, invece, che fosse legato a un impegno per l’ampliamento progressivo di sfere di azione libere. Si sentiva, qui, l’influsso dell’anarchismo di Malatesta, uno dei maestri del padre, più attento al lavoro organizzativo, educativo e propagandistico che non a violente spallate o a repentini gesti dimostrativi. Ma nelle posizioni espresse da Marie Louise c’era qualcosa di più: la si potrebbe definire una spontanea affinità – sicuramente favorita dalla corrispondenza con Vernon Richards – con le tendenze del movimento socialista e anarchico inglese, dove era stato sempre vivo l’impegno per lo sviluppo del mutualismo e di associazioni volontarie, di forme di decentramento sociale e politico e di reti di relazioni autogestite improntate a uno spirito cooperativo55. Altrettanto importante fu il contatto quotidiano con gli ambienti del sindacalismo rivoluzionario francese, soprattutto per quanto riguardava l’elaborazione pedagogica d’avanguardia. Marie Louise stava crescendo in una Europa segnata dal trionfo delle pedagogie di tipo utopistico-totalitario, quelle del fascismo, del nazismo e del comunismo, caratterizzate dal progetto di costruire un «uomo nuovo» interprete ed esecutore della volontà di regime. E tuttavia, negli stessi anni, poteva trovare in Francia sperimentazioni di segno opposto, caratterizzate in senso democratico dall’impegno a connettere libertà ed educazione, autonomia e formazione. 53 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 28.6.1935, ivi. 54 Maria Luisa Berneri a Vernon Richards, Paris, 1.7.1935, ivi. 55 Cfr. Colin Ward, La pratica della libertà. Anarchia come organizzazione, Milano, Elèuthera, 1996 [1973]. Importante era l’influenza ancora esercitata dal lascito ideale del socialismo di Robert Owen (1771-1858), cfr. Martin Buber, Sentieri in utopia. Sulla comunità, a cura di Donatella Di Cesare, Genova, Marietti, 2009.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea118 Successivamente alla Prima guerra mondiale, infatti, si era rafforzata a Marsiglia e a Parigi l’esperienza della rivista «Ecole émancipée», vicina alle posizioni del sindacalismo rivoluzionario, alla quale aveva collaborato tra gli altri il pedagogista Célestin Freinet. Per reazione all’immane carneficina del 1914-18, furono numerosi gli insegnanti che si avvicinarono a posizioni pacifiste, libertarie e anticapitaliste, riflettendo sui mezzi per promuovere una pedagogia popolare che permettesse di costruire una società più giusta e umana. Il sindacalismo rivoluzionario francese, del resto, aveva una tradizione di impegno pedagogico e sperimentazione educativa che risaliva agli anni precedenti il 1914, soprattutto grazie all’insegnamento di Sébastien Faure. Quella nuova leva di educatori e maestri francesi guardava anche alle molte esperienze che tra anni Venti e Trenta si stavano sviluppando in Svizzera (Adolphe Ferrière), in Belgio (Ovide Decroly) e negli Stati Uniti (John Dewey). Nel 1937, durante il Fronte popolare, sarebbero nati in Francia i CEMEA (Centres d’entraînement aux méthodes d’éducation active), che avrebbero avuto un ruolo importante nel secondo dopoguerra alimentando all’interno degli ambienti laici, socialisti e anarchici, in Italia come in Francia, l’impegno per l’intervento pedagogico e l’azione educativa, con la speranza di suscitare un processo di alfabetizzazione democratica dei cittadini e dunque la costruzione di una società migliore56. Alla metà degli anni Trenta, però, lo scenario europeo si faceva sempre più fosco, soprattutto agli occhi degli esuli italiani. Nel 1935 l’Italia attaccò l’Etiopia e, proprio con la guerra in Africa orientale, il regime iniziò una mobilitazione senza sosta degli apparati militari e civili che avrebbe portato, in pochi anni, il paese fino alla catastrofe della Seconda guerra mondiale. Le conquiste imperiali del fascismo sembravano annichilire l’opposizione dei fuorusciti, rendendo ancor più difficile di quanto già non fosse la loro vita. L’esilio della famiglia Berneri continuava a essere accompagnato dallo stillicidio di decreti di espulsione e brevi permessi di soggiorno che riguardavano Camillo. I segnali di sconfitta per l’antifascismo in esilio si moltiplicavano di settimana in settimana. La morte in Russia del repubblicano Pietro Montasini, che era stato in contattato con Berneri a Parigi prima di avvicinarsi al «fronte unico» social-comunista, e la condanna del socialista Fernando De Rosa, grande amico di Camillo, processato e imprigionato in Spagna dopo aver partecipato a un tentativo insurrezionale, venivano commentate con sconforto da Marie Louise che cercava sostegno nella corrispondenza con Vernon: 56 Goffredo Fofi, Eretici degli anni Cinquanta, in Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra. Atti della giornata di studi. Reggio Emilia, 22 novembre 2008, a cura di Fiamma Chessa, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Archivio Famiglia Berneri - Aurelio Chessa, 2012, pp. 17-27; Carlo De Maria, Lavoro di comunità e ricostruzione civile in Italia. Margherita Zoebeli e il Centro educativo italo-svizzero di Rimini, Roma, Viella, 2015.
Carlo De Maria, Percorsi militanti e modelli di femminilità 125 sivo radicarsi dell’impegno culturale e politico; una nuova dimensione pubblica che scaturisce inizialmente dalla difesa della memoria del marito82. Giovanna lavorava «12 e 14 ore per giorno» e le rimaneva sempre molta corrispondenza da sbrigare83. «Ho tanto lavoro!», questa esclamazione tornava spesso nella corrispondenza di quei mesi e così la motivava ai suoi interlocutori: «Lavoro per il pane quotidiano e lavoro per riordinare gli scritti di Camillo. Quest’ultimo [impegno] è quello che m’interessa di più, perché mi dà l’illusione ch’egli viva ancora»84. Nella primavera 1938 usciva, a cura del Comitato Camillo Berneri, l’antologia Pensieri e battaglie, con una bellissima prefazione di Emma Goldman, che era stata vicina a Berneri negli ultimi mesi a Barcellona85. Acutamente, Goldman leggeva la storia d’Europa di quegli anni attraverso la tragedia dei rifugiati politici, vero e proprio simbolo del Novecento, in grado di riassumere tutte le ombre che avvolgevano il vecchio continente. Un «tragico fato» al quale non erano sfuggiti Camillo Berneri e la sua famiglia, come molti di quelli che non avevano voluto «piegarsi agli ordini dei dittatori o diventare complici dei loro delitti»86. In realtà, gli amici del Comitato Berneri di Parigi avevano insistito con Giovanna perché fosse proprio lei a scrivere la prefazione di Pensieri e battaglie, ma — come confessò più tardi — non si sentì «all’altezza di farla, pur desiderandola di tutto cuore». Non aveva mai scritto, fino ad allora, sulla stampa anarchica e, anzi, ricordava che quando discutendo con Camillo esponevo idee che gli sembravano interessanti e lui mi diceva: perché non le scrivi, mi pareva che la cosa fosse tanto assurda. Camillo aveva a cura di Carlo De Maria, prefazione di Giampietro Berti, nota conclusiva di Goffredo Fofi, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Archivio Famiglia Berneri - Aurelio Chessa, 2010, pp. 8-9. 82 Cfr. lettera di Giovanna Caleffi Berneri a Carlo Frigerio, Parigi, 24.12.1937, in ABC, FGB, Epistolario, cassetta II, ora in Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti, cit., pp. 19-21. 83 Lettera di Giovanna Caleffi Berneri a Domenico Olivieri-Sgattoni, [Parigi], 26.1.1938, in ABC, FGB, Epistolario, cassetta III, ora in Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti, cit., pp. 22-23. 84 Lettera di Giovanna Caleffi Berneri a Domenico Olivieri-Sgattoni, [Parigi], 25.10.1937, in ABC, FGB, Epistolario, cassetta III, ora in Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti, cit., pp. 15-17. 85 Si vedano le lettere di ringraziamento, per l’invio del volume, di Francesco Volterra (Nancy, 1.6.1938), Gaetano Salvemini (Parigi, 10.6.1938) e Angelo Tasca (Parigi, 12.6.1938), in ABC, FGB, Epistolario, ora in Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti, cit., pp. 26-29. 86 Emma Goldman, prefazione a Camillo Berneri, Pensieri e battaglie, Parigi, Comitato Camillo Berneri, 1938, p. 15. Sulla Goldman si vedano gli studi di Bruna Bianchi: Negazione dei diritti civili, deportazione ed esilio negli scritti e nei discorsi pubblici di Emma Goldman (1917-1934), in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, 2008, n. 8; Il pensiero anarcofemminista di Emma Goldman, prefazione a Emma Goldman, Femminismo e anarchia, Pisa, BFS, 2009, pp. 5-24.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea126 una facilità grande per scrivere, ed io avrei, con fatica, detto male quello che lui sapeva dire con tanta efficacia87. Nel giugno 1938, dopo aver ricevuto e letto Pensieri e battaglie, Gaetano Salvemini delineava, attraverso il destino di Berneri – e mostrando una sensibilità culturale analoga a quella di Emma Goldman –, i contorni di un’intera epoca: Ho letto con commozione profonda il libro di Camillo, appena l’ho ricevuto. Mi è parso di rivedermelo innanzi. [...]. Che un uomo come quello abbia potuto essere assassinato in quel malvagio modo, è concepibile solo in un mondo che è sceso all’ultimo gradino della barbarie88. In seguito all’occupazione della Francia da parte dell’esercito tedesco, Giovanna venne arrestata a Parigi nell’ottobre 1940. Deportata in Germania (febbraio 1941), fu infine consegnata alle autorità italiane e condotta al carcere di Reggio Emilia, sua provincia di origine (luglio 1941). La detenzione si tramutò in un anno di confino, da scontare a Lacedonia in Irpinia. Nel dopoguerra, nonostante un altro terribile lutto, la morte di Maria Luisa nel 194989, il suo impegno politico si dispiegò in modo compiuto. Nel periodo 1946-1962, Giovanna fu, nel complesso, la principale animatrice della rivista anarchica “Volontà”, una esperienza editoriale e politico-culturale capace di attirare l’attenzione e la collaborazione di molte delle correnti anticonformiste italiane ed europee, agitando i temi del federalismo, della critica degli apparati, dell’emancipazione femminile, della pedagogia d’avanguardia e dei metodi educativi90. Il suo percorso biografico, attraverso il quale è possibile allargare lo sguardo a tutta una galassia di piccoli gruppi anarchici, liberalsocialisti, liberali radicali, fu capace di traghettare nell’Italia del secondo dopoguerra i temi, le intuizioni e i problemi irrisolti di una tradizione ereticale e libertaria mai del tutto spenta nonostante le mille sconfitte. 87 Caleffi Berneri, Note autobiografiche indirizzate a Ugo Fedeli, cit. 88 Gaetano Salvemini a Giovanna Caleffi Berneri, Paris, 10.6.[1938], in ABC, FGB, Epistolario, cassetta XX, ora in Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti, cit., pp. 27-28. 89 Fortemente indebolita da un parto che si era concluso con la morte della sua bambina (dicembre 1948), Maria Luisa morì poco dopo a Londra, nell’aprile 1949, a 31 anni, a causa di una polmonite improvvisamente aggravatasi perché trascurata dai medici. La prematura scomparsa di Maria Luisa colpì duramente, una volta di più, sia la madre Giovanna che la sorella Giliana. 90 A questo proposito, si veda Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti: dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), cit.
Parte terza: Biografie, Public History e Digital Humanities
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 129-142 1. Introduzione Il sito web Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento (htpp://scienzaa2voci.unibo.it) è stato tra i primi esempi realizzati di dizionario biografico on line1. Nato nell’ambito di un accordo di programma del 2003 tra l’Università di Bologna e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), la sua origine si inserisce all’interno di un più ampio progetto dal titolo Donne, università e istituzioni scientifiche dal Settecento al Novecento che un gruppo di storiche e storici della scienza del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione di Bologna ha portato avanti sin dal 1999 con modalità e iniziative diverse, ma aventi tutte per oggetto il ruolo svolto dalle donne nel progresso e nella diffusione delle conoscenze scientifiche2. 1 Oltre al sito, si vedano i due volumi: Miriam Focaccia (a cura di), Dizionario biografico delle scienziate italiane (secoli XVIII-XX), Vol. I Architette, chimiche, fisiche, dottoresse, Bologna, Pendragon, 2012, e Sandra Linguerri (a cura di), Dizionario biografico delle scienziate italiane (secoli XVIII-XX), Vol. II, Matematiche, astronome, naturaliste, Bologna, Pendragon, 2012. Per la bibliografia relativa alle scienziate citate nel presente saggio, si rimanda dunque principalmente alle bibliografie dei lavori succitati. 2 Fra le varie iniziative intraprese su questi temi negli ultimi anni si ricordano cicli di conferenze, rassegne cinematografiche e rappresentazioni teatrali; la partecipazione a festival e convegni in cui è stato presentato il sito on line Scienza a due voci; e la pubblicazione dei seguenti volumi: Raffaella Simili (a cura di), Scienza a due voci, Firenze, Olschki, 2006; Valeria Paola Babini, Raffaella Simili (a cura di), More than pupils. Italian women in science of the turn of the 20th century, Firenze, Olschki, 2007; Raffaella Simili, Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945), Bologna, Pendragon, 2010; Sandra Linguerri, Un matematico un po’ speciale. Vito Volterra e le sue allieve, Bologna, Pendragon, 2010. Scienza a due voci: biografie di scienziate MIRIAM FOCACCIA
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea130 L’obiettivo che il gruppo di ricerca ha perseguito attraverso questo sito è stato quello di ricostruire le tracce dell’apporto delle donne allo sviluppo della scienza, al fine di ricostruire una storia della cultura scientifica corretta e completa, attraverso la paziente e meticolosa raccolta di dati biografici e notizie sulla loro formazione intellettuale. Volendo altresì diffondere non solo presso una platea specializzata, bensì più vasta ed eterogenea, il senso dell’impresa femminile nel mondo della scienza, si è cercato di utilizzare un linguaggio il più possibile chiaro ed attraente, capace di comunicare a vari tipi di pubblico contemporaneamente. La messa in rete ha poi consentito un approccio innovativo alla consultazione delle fonti e una circolazione delle conoscenze non solo tra gli addetti ai lavori, con il vantaggio di promuovere una capillare divulgazione di temi di notevole interesse scientifico. Il primo lavoro è stato pertanto quello di rintracciare, ricostruire, segnalare e quindi valorizzare il contributo di queste protagoniste alla costruzione e promozione del sapere scientifico, intendendo con ciò colmare lacune o omissioni ancora esistenti, tanto dal punto di vista dei contenuti, quanto dell’immagine della scienza e principalmente dei suoi attori. I criteri adottati nel corso della ricerca e nella raccolta dei nominativi si sono ovviamente modulati secondo i secoli presi in considerazione. Per il Settecento e l’Ottocento abbiamo considerato e quindi incluso anche le traduttrici dei più celebri testi scientifici, le femmes savantes, le accademiche. Tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, abbiamo incluso le collaboratrici, le allieve, le divulgatrici, e, a partire dagli anni Venti e Trenta del Novecento, anche le professoresse e le professioniste. D’altronde, occorre tenere ben presente che, in Italia, è solo nel tardo Ottocento che si ha l’apertura al mondo femminile dell’istruzione superiore e delle università, non dappertutto e non nello stesso modo. Ad oggi il sito contiene circa 1.300 nominativi di donne scienziate e per 120 di questi è stato possibile realizzare schede biografiche più ampie e circostanziate (“biografie dettagliate”), ognuna puntualmente firmata dall’autore3. Ogni biografia dettagliata si compone di tre parti: “Famosa per” dove, sinteticamente, si riferiscono e si riportano i meriti e i risultati scientifici della scienziata in oggetto; “Profilo biografico”, ove se ne racconta la storia, personale e di formazione scientifica; “Cosa dicono di lei”, che raccoglie alcune testimonianze e commenti sulla loro produzione scientifica, così come sulla loro personalità pubblica e sulla loro vita privata. A questi si aggiunge la sezione “Scritti”, nella quale sono state riportate le opere della protagonista, e “Fonti bibliografiche”, con la letteratura critica. È presente inoltre un’iconografia di riferimento, “Galleria”, con ritratti, frontespizi di 3 Ogni biografia firmata rappresenta dunque un prodotto di ricerca originale, mentre il sito è protetto da copyright dell’Università di Bologna.
Miriam Focaccia, Scienza a due voci: biografie di scienziate 131 opere, luoghi nei quali le scienziate hanno operato (istituti, laboratori, ospedali), ritratti dei loro maestri e collaboratori, immagini di vita quotidiana. All’interno del sito è possibile effettuare una tipologia di ricerca multiforme: per nome, per luoghi, per secoli di riferimento, per aree disciplinari, ma anche per temi d’interesse particolari. Quest’ultima utilizzando alcuni tags, ovvero delle specificazioni significative, selezionando i quali si possono creare dei sottoinsiemi all’interno di ricerche più ampie. Così, per esempio, il tag “Premio Nobel” è un omaggio a Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Fisiologia e Medicina nel 1986. Scegliendo “Docente universitario”, si selezionano le donne che, a vario titolo, hanno perseguito una carriera accademica. In totale risultano 59 schede. Fra queste troviamo Rina Monti (1871-1937), laureatasi in scienze naturali a Pavia nel 1892, che fu la prima donna a salire su una cattedra universitaria del Regno d’Italia nel 1907, quella di Zoologia e anatomia comparata dell’Università di Sassari. Tra “Allieva e/o collaboratrice” troviamo quelle donne che si sono laureate e hanno collaborato con maestri d’avanguardia. Sotto la classificazione “Laureata”, è presente, tra le altre, Elena Cornaro Piscopia, prima donna a conseguire la laurea, quella in Filosofia preso l’Università di Padova, il 25 giugno 1678. In “Impegno civile e/o politico” troviamo una trentina di nomi: la maggior parte sono donne medico, attive soprattutto fra Otto e Novecento. Fra queste la prima laureata in medicina, che non fu Maria Montessori, come spesso si dice, bensì Ernestina Paper, originaria di Odessa, che si laureò a Firenze nel 1877. Abbiamo pure introdotto il tag “Perseguitata politica”, per ricordare quelle donne, prevalentemente universitarie, che furono cacciate dal loro posto di lavoro a seguito delle leggi razziali del 1938. 2. Le origini degli women’s studies nel panorama degli studi sulla scienza e la tecnica Fu già alla fine dell’Ottocento, e precisamente nel 1897, che venne pubblicato il primo dizionario totalmente dedicato alle donne scienziate: Les femmes dans la science del matematico Alphonse Rebière4. Questo testo, in cui vengono ricordate ben 617 scienziate, di cui 58 italiane, benché includesse anche donne che per la verità alla scienza si erano avvicinate solo in maniera marginale, come “amatrici” o semplici curiose, tuttavia è un esempio della nuova sensibilità che si stava 4 Alphonse Rebière, Les femmes dans la science, Paris, Libraire Nony & C., 1897.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea132 affermando su questo argomento da parte di alcuni intellettuali; sensibilità per la verità non da tutti condivisa, anzi fortemente osteggiata da altri, quali Paolo Mantegazza o Gino Loria che sulle capacità intellettuali delle donne ponevano forti riserve, se non veri e propri limiti di natura fisica e fisiologica. Quello di Loria è tra i giudizi più drastici, severi e grossolani sulle donne ricercatrici tout court e, in particolare, sulle matematiche: in una conferenza del 1901, dal titolo Donne matematiche5, criticava aspramente i criteri a suo parere troppo larghi e flessibili utilizzati dal Rebière nella compilazione della sua opera e così stendeva a sua volta un elenco di matematiche ed astronome che, dall’antichità alla fine dell’Ottocento, contava 17 scienziate, alle quali poi assegnava un ruolo subalterno, poiché, a suo giudizio, si erano limitate a lavorare sotto l’imprescindibile direzione e la tutela di un padre, un fratello, un marito o un maestro. Insomma, una figura maschile, senza cogliere che il maggior ostacolo che le donne dovevano affrontare per poter esercitare in maniera autonoma la propria intellettualità, stava proprio nella quasi totale impossibilità di poter esercitare l’attitudine allo studio al di fuori di canali che non passassero attraverso un contesto familiare disponibile e benevolo6. Per fortuna vi erano altresì rinomati maestri che non ebbero riserve ad accogliere studentesse e che spronarono e appoggiarono le proprie allieve, seguendone i successi e sponsorizzandone la carriera. Tra questi, basti citare i matematici Vito Volterra e Giuseppe Peano, i fisici Pietro Blaserna e Orso Mario Corbino, il naturalista Giovanni Battista Grassi, il Premio Nobel per la Medicina Camillo Golgi, l’anatomista Giuseppe Levi. Fu a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, grazie innanzitutto agli studi pazienti e meticolosi di Margaret Rossitier, che è emerso un numero sempre maggiore di studentesse e ricercatrici americane dagli archivi e dalle biblioteche dei college, dei laboratori e dei dipartimenti, donne attive già nei primi decenni dell’Ottocento. Da allora si sono moltiplicati gli women’s studies, venendo così il ruolo delle donne ad occupare una posizione di tutto rispetto nel panorama degli studi sulla scienza e la tecnica. Per quanto riguarda più in particolare i dizionari, benché nel corso dell’Ottocento e del Novecento siano apparsi diversi tentativi di glossari dedicati, insieme agli uomini, anche alle donne scienziate, fu però solo nel 1986, con la pubblicazione di Women in Science: Antiquity Through the Nineteenth Century: A Biographical Dictionary with Annotated Bibliography, a cura di Marylin Bailey Ogilvie, che apparve un vero e proprio dizionario biografico specificatamente 5 Gino Loria, Donne matematiche, in «Memorie della R. Accademia virgiliana di Mantova», 1901; ora in Gino Loria, Scritti, conferenze, discorsi sulla storia delle matematiche, Padova, Cedam, 1937, pp. 463-65. 6 Sandra Linguerri, Introduzione, in Id. (a cura di) Dizionario biografico delle scienziate italiane (secoli XVIII-XX), cit., pp. 11-24.
Miriam Focaccia, Scienza a due voci: biografie di scienziate 133 dedicato alle scienziate, nel quale comparivano 186 nominativi. Nella riedizione ampliata ed estesa pure agli altri paesi, uscita nel 2000 e in collaborazione con Joy Harvey, su circa 2500 voci, 79 sono dedicate a italiane7. Basti pensare che nei primi 16 volumi del Dictionary of Scientific Biography, curato da Charles G. Gillispie tra il 1970 e il 1980, figurano solo 25 scienziate che, con la pubblicazione del Supplement II, saliranno a 35!8 Da allora, sono apparsi dizionari dedicati sia a donne celebri, sia a donne scienziato; lavori concentrati su di una particolare epoca storica, alcuni molto più generali; altri facenti riferimento ad una peculiare area geografica o culturale, altri ancora relativi a specifici settori disciplinari quali la matematica, la fisica, la botanica, le scienze biologiche, ecc. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, vanno segnalati i dizionari curati da Sara Sesti e Liliana Moro; Clara Silvia Roero ed Erika Luciano; Giuseppina Tripodi e Rita Levi Montalcini, Miriam Focaccia e Sandra Linguerri9. Oltre che opera di valorizzazione del contributo femminile alla scienza, liberata dal difetto di prospettiva per cui è stata spesso considerata più degna di trattazione aneddotica che non di informazione storica, la ricostruzione delle biografie intellettuali e dei percorsi formativi delle donne si è inoltre rivelata un’occasione per chiarire o approfondire contesti storici significativi. Parlare di donne e scienza spesso significa raccontare storie di sforzi e fatiche, di obbiettivi centrati con grande determinazione da queste vere e proprie “belle menti”: don7 Marilyn Ogilvie, Joy Harvey (a cura di) The Biographical Dictionary of Women in Science. Pioneering Lives from Ancient Times to the Mid-20th Century, New York-London, Routledge, 2000. 8 Si veda: Sandra Tugnoli, La presenza femminile nei dizionari di storia della scienza, in Simili (a cura di) Scienza a due voci, cit., pp. 279-306. 9 Liliana Moro, Sara Sesti, Donne di scienza: 55 biografie dall’antichità al duemila, Milano, Centro Pristem-Università Bocconi, 2002; Clara Silvia Roero, Erika Luciano, Numeri, atomi e alambicchi: donne e scienza in Piemonte dal 1840 al 1960, Torino, Centro di studi e documentazione pensiero femminile, 2008; Rita Levi Montalcini, Giuseppina Tripodi, Le tue antenate: donne pioniere nella società e nella scienza dall’antichità ai giorni nostri, Roma, Gallucci, 2008; Sara Sesti, Scienziate nel tempo: 65 biografie, Milano, LUD, 2008. Oltre ai testi citati in nota d’apertura, si rimanda altresì a: Marta Cavazza, “Dottrici” e lettrici dell’Università di Bologna nel Settecento, in “Annali di storia delle università italiane”, 1997, I, pp. 109-125; Sandra Tugnoli, A proposito delle donne nella scienza, Bologna, Clueb, 2003; Raffaella Simili, In punta di penna. Donne di scienza e di cultura fra cosmopolitismo e intimità meridionale, in La scienza nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008, pp. 27-89; Paola Govoni, «Donne in un mondo senza donne». Le studentesse delle facoltà scientifiche in Italia, 1877-2005, in “Quaderni Storici”, 2009, 130, 1, pp. 213-248; Paola Mosconi Bernardini, Luigia Favalli, Jessica Maffei (a cura di), Domina Doctrix. Pioniere della cultura e del sociale nell’Università di Pavia, Como-Pavia, Ibis, 2011; Raffaella Simili, Le donne nella comunità scientifica, prima e dopo l’Unità, in Scienziati italiani e Unità d’Italia, Roma, Aracne, 2012, pp. 29-59; Paola Govoni, The Power of Weak Competitors: Women Scholars, “Popular Science”, and the Building of a Scientific Community in Italy, 1860s1930, in “Science in Context”, 2013, 26, 3, pp. 505536; Miriam Focaccia, Da Maria Bakunin a Rita-Levi Montalcini: sognando la parità, in Novant’anni di CNR. 1923-2013, “Scienza & Società”, 2013, 15/16, pp. 55-63.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea134 ne, dalle intelligenze brillanti e dalle personalità ricche ed eterogenee. Da tale contesto, stimolante, è nata l’esigenza di un nuovo dizionario biografico delle scienziate italiane che comprendesse vari ambiti disciplinari e che prendesse avvio da un’epoca, il Settecento, a partire dalla quale alcune donne iniziarono ad essere maggiormente consapevoli del proprio ruolo non solo entro la società, ma anche all’interno della Repubblica delle lettere. 3. Il Settecento Fu proprio nel corso del Settecento che l’Italia conobbe le prime donne scienziate, vere e proprie pioniere che, come ha messo in evidenza Paula Findlen, avevano cominciato a «popolare la scienza»10, anzitutto come interlocutrici privilegiate di trattati scientifici, a partire dagli Entretiens sur la pluralité des mondes di Bernard Le Bovier de Fontenelle, al Newtonianesimo per le dame di Francesco Algarotti del 173711. Al di là di Elena Cornaro Piscopia (1646-1684), laureata in filosofia, prima donna ad ottenere questo riconoscimento nel 1678 presso l’Università di Padova, fu a partire dal XVIII secolo che si assistette a profonde trasformazioni che investirono i tradizionali modelli comportamentali dell’universo femminile. Così come stava accadendo in Francia con Madame Du Châtelet, musa di Voltaire e traduttrice dei Principia di Newton, oltre che corrispondente, fra gli altri, di Maupertuis, Euler e Bernoulli, alcune donne, provenienti per lo più da famiglie aristocratiche e dotate di notevole cultura, iniziarono a ribellarsi ai ruoli subalterni in cui le aveva relegate la struttura patriarcale della società dell’epoca, conquistando così nuove posizioni sul piano dell’istruzione e dell’educazione scientifica12. Fu grazie a questi stimoli che, per esempio, i circoli intellettuali del Napoletano si arricchirono di personaggi quali Eleonora Barbapiccola (1702-?), la “bella cartesiana” traduttrice dei Principia Philosophiae di Cartesio; Maria Angela Ardinghelli (1730-1825), che tradusse le opere del fisico Stephen Hales; Faustina Pi10 Paula Findlen, Translating the New Science: Women and the Circulation of Knowledge in Enlightenment Italy, “Configurations”, 1995, 3, 2, p. 168. 11 Bernard Le Bovier de Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes par l’autheur des Dialogues des morts, Amsterdam, Mortier, 1687; Francesco Algarotti, Il Newtonianismo per le dame, ovvero dialoghi sopra la luce e i colori, Napoli 1737. 12 Si rinvia a: Judith P. Zinsser, Julie Candler Hayes (a cura di), Emilie Du Châtelet: rewriting Enlightenment philosophy and science, Oxford, Voltaire Foundation, 2006; Simili, In punta di penna, cit.
Miriam Focaccia, Scienza a due voci: biografie di scienziate 141 di Giò Ponti, collaborando alla redazione di note riviste specialistiche del settore. Nel 1943 terminò gli studi Anna Ferrieri Castelli (1920-2006), esperta di nuovi materiali artificiali e plastici e coordinatrice, per oltre un decennio, della linea di produzione di Kartell; Franca Helg (1920-1989), «la gran dama dell’architettura italiana», si laureò nel 1945 sempre al Politecnico di Milano. Fino a Gae Aulenti (1927-2012), architetto, ma anche designer e scenografa, laureatasi nel 1954 ancora al Politecnico milanese, uno dei personaggi più prestigiosi del panorama culturale internazionale24. Altro personaggio prestigioso e noto a livello internazionale è stata Margherita Hack (1922-2013), prima donna a dirigere un Osservatorio astronomico in Italia, che approdò a Trieste nel 1964 allorquando vinse il concorso per la cattedra di Astronomia. Iscritta alla facoltà di Fisica di Firenze, entrò in contatto con il direttore dell’Osservatorio di Arcetri, Giorgio Abetti, dove nel 1945 si laureò con una tesi sulle proprietà di una classe di stelle variabili. L’anno successivo ottenne una borsa di studio presso l’Istituto fiorentino di Ottica, poco dopo un posto per aiuto astronomo ad Arcetri. Nel 1950 divenne assistente alla cattedra di Astronomia; quattro anni più tardi conseguì la libera docenza. Intanto era solita trascorrere lunghi periodi di studio e ricerca all’Osservatorio di Merate e negli Stati Uniti. Gli anni triestini furono anni di lavoro intenso, di soggiorni all’estero, di pubblicazioni internazionali di alto livello scientifico, ma anche di divulgazione della scienza, oltre che di impegno politico e civile. Dal 1980 iniziò il suo impegno per la realizzazione di un istituto di astronomia che, nel 1985, si trasformerà nel Dipartimento da lei diretto fino al 1990 e poi ancora dal 1994 al 1997, quando lasciò l’attività di ricerca, continuando comunque la sua opera di divulgatrice. Una vita intensa quella di Margherita, sempre in prima linea e pronta a dare battaglia per la scienza o per un obiettivo sociale o politico. 7. Conclusione La storia delle numerose scienziate italiane delle quali, attraverso il sito web Scienza a due voci, si sono ripercorse le vicende scientifiche, e che in questo breve saggio, per ovvi motivi, non è stato possibile ricordare tutte, è una storia di 24 Per queste figure di architette, si rinvia alle relative voci a cura di Miriam Focaccia in Scienza a due voci (http://scienzaa2voci.unibo.it) e in Miriam Focaccia (a cura di), Dizionario biografico delle scienziate italiane (secoli XVIII-XX), Vol. I Architette, chimiche, fisiche, dottoresse, cit. e alla rispettiva bibliografia.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea142 sforzi e fatiche, di primati raggiunti e di eccezionali competenze, costantemente sviluppate da queste vere e proprie protagoniste della scienza italiana. Dalla lettura di queste storie e dalla presa di coscienza della presenza di queste figure eccezionali, l’augurio è che le donne possano essere sempre più numerose tra i ricercatori e gli studiosi impegnati nei più svariati ambiti della ricerca nazionale, e che le “figlie di Minerva” possano arrivare a quella parità che non perdono la speranza e la pazienza di raggiungere. L’esempio di contemporanee che oggi ricoprono ruoli di prestigio in svariati ambiti scientifici, da Ilaria Capua, nota per i suoi studi sull’aviaria, a Elena Cattaneo, al cui nomesono legate importanti scoperte sulla còrea di Huntington, sino a Fabiola Gianotti, prima donna a dirigere il CERN, ci fa ben sperare che possa essere presto infranto quel “soffitto di cristallo” di cui oggi tanto si sente parlare: quella «sottile, trasparente ma robustissima barriera che si frappone tra le donne e i poteri di vertice. Una barriera che le donne possono vedere, sfiorare, ma mai sfondare»25. 25 Rossella Palomba, Sognando parità: occupazione e lavoro, maternità, sesso e potere, povertà e violenza: le pari opportunità, se non ora quando? Un’inchiesta di Rossella Palomba, Milano, Ponte delle Grazie, 2013, p. 27.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History a cura di Eloisa Betti, Carlo De Maria Roma (BraDypUS) 2018 ISBN 978-88-98392-87-2 p. 143-152 Biografie sindacali. Storie di uomini e donne tra dimensione collettiva e percorsi individuali: un dizionario on line DEBORA MIGLIUCCI 1. Il progetto in sintesi Il progetto Biografie sindacali è stato elaborato dall’Archivio del Lavoro (Archivio storico della Cgil di Milano) con lo scopo di costruire un portale delle biografie dei sindacalisti e delle sindacaliste che hanno militato nella Camera del lavoro di Milano nei suoi primi novant’anni, ovvero tra il 1891 e il 1981. L’arco cronologico è delimitato per la data iniziale dalla fondazione della Camera del lavoro di Milano e per quella finale dalla riforma organizzativa intercorsa nelle strutture della Cgil e che ha portato alla trasformazione delle Camere del lavoro provinciali in territoriali. Il censimento per gli anni restanti fino al 2018 verrà proposto solo sotto forma di elenchi delle segreterie, dei direttivi, e delle strutture organizzative, senza le corrispondenti biografie, ancora troppo parziali vista la permanenza in attività di molti dei protagonisti. Abbiamo iniziato questo percorso di scavo e conoscenza delle classi dirigenti della Camera del lavoro milanese (per poi allargare il campo alle categorie e quindi alle strutture verticali), per assolvere al bisogno di ridare una dimensione individuale alla militanza collettiva e costruire una prosopopea della Cgil di Milano. Questo approccio rientra in una tradizione consolidata pure a livello internazionale, quella dei dizionari biografici dei movimenti operai e socialisti, che oggi in Italia conosce una rinnovata fortuna1. 1 È stato sottolineato come l’interesse per la biografia in ambito storico aumenti in corrispondenza di momenti di crisi politica e delle istituzioni, nel tentativo di ritrovare nella dimensione individuale degli “agenti” storici, le motivazioni e la dimensione di senso venuta meno altrove. Cfr. Alceo Riosa,
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea144 Il dizionario è da considerarsi uno strumento preliminare e indispensabile per la conoscenza degli uomini e delle donne che hanno costruito la rappresentanza del lavoro e ne hanno fatto la storia; per verificare gli elementi di continuità e di cambiamento nell’organizzazione, nella cultura del lavoro e nella mentalità del movimento dei lavoratori; per approfondire le radici e l’evoluzione della rappresentanza del lavoro a Milano. La ricerca ci permette inoltre di valorizzare l’ingente patrimonio archivistico e bibliografico conservato presso l’Archivio del Lavoro, composto da fonti documentali, stampa, fotografie e testimonianze, che costituiranno il corpus centrale della ricerca. È altresì un’occasione per raccogliere altre fonti indispensabili per futuri lavori di approfondimento e ricostruzione storica. Le fasi – non consequenziali ma sovente sovrapposte – che ci permetteranno di costruire il dizionario on line e di diffonderne i contenuti possono essere schematicamente ricondotte a: A. Censimento dei sindacalisti e delle sindacaliste milanesi B. Costruzione di un sito internet “vetrina” per diffondere le finalità del progetto C. Progettazione e compilazione di un data base D. Costruzione di un portale definivo con link interni e approfondimenti (ad esempio glossari, indici, ricerca a campi incrociati, dati disaggregati per sesso) E. Scrittura delle voci con il coinvolgimento della “comunità sindacale” e della cittadinanza. 2. Un problema di definizione: chi è un/a sindacalista? Nel progetto milanese fin dalla sua impostazione si è individuato il genere come strumento di analisi storica fondamentale per riconsegnare alla Camera del lavoro una parte della sua storia, di includere chi è stato escluso, di raccontare le vite di quelle militanti sindacali che tra il 1891 e il 1981 rappresentarono i lavoratori e le lavoratrici milanesi. Non solo, le loro azioni e le loro parole, sebbeBiografia e storiografia, Milano, Franco Angeli, 1983; Felicia Giagnotti, Storie individuali e movimenti collettivi. I dizionari biografici del movimento operaio, Milano, Franco Angeli, 1988. Sulla storia del movimento operaio tra le operazioni più recenti volte a realizzare repertori biografici on line si segnalano l’Archivio Biografico del Movimento Operaio (ABMO), promosso nel 2012 dall’Istituto Sergio Motosi di Genova, dall’Istituto di Studi sul Capitalismo, e il progetto Profili biografici di sindacaliste in Emilia-Romagna, avviato a Bologna nel 2013 dalla Fondazione Argentina Altobelli.
Debora Migliucci, Biografie sindacali 145 ne arrivati a noi con estrema difficoltà per la reticenza delle fonti, hanno posto temi, innescato lotte e innovato strumenti organizzativi e di rappresentanza su cui oggi non è inutile riflettere. Questi temi hanno portato ad un primo importante nodo metodologico volto a individuare i criteri per scegliere chi inserire nel censimento e la scelta è stata quella di privilegiare una rilevazione ampia che comprendesse oltre agli eletti e alle elette negli organismi statutari, i/le responsabili degli uffici, le impiegate2. Tale decisione nasce dalla considerazione del lavoro militante svolto, soprattutto in passato, dall’apparato impiegatizio e che nel gergo sindacale veniva definito “tecnico” per separarlo da quello “politico” percepito come più importante. Per di più l’elusione delle figure “impiegatizie” avrebbe creato uno squilibrio a danno della componente femminile – spesso occupata in mansioni di ufficio per effetto della divisione sessuata dei compiti – perpetrando una discriminazione, nel riconoscimento del ruolo “politico”, che ha sempre consegnato le donne alla sfera del “non definito”, del “poco cosciente”, condannandole all’invisibilità. Abbiamo quindi adottato una definizione di “sindacalista” ampia e stratificata che va dalla conferenziera dei primi del Novecento alla dirigente sindacale, includendo tutte quelle figure di impiegate, addette, dattilografe che non trovano definizione nel panorama delle gerarchie3. 3. La “vetrina pubblica” del progetto La visibilità del progetto è affidata principalmente al web, attraverso la pagina Facebook e il sito internet. Il sito www.biografiesindacali.it è al momento ospitato sulla piattaforma Google e serve come vetrina nella prima fase del progetto, per far conoscere il brand “biografiesindacali”, per coinvolgere e ingaggiare nel lavoro di censimento e di ricostruzione biografica la comunità sindacale e la cittadinanza. Si tratta di una versione provvisoria del dizionario online che sarà modificato e collegato al data base non appena lo stato di avanzamento lo permetterà. 2 I criteri sono stati elaborati dal Comitato scientifico dell’Archivio del Lavoro composto da Maurizio Antonioli, Ivano Granata, Primo Ferrari, Fiorella Imprenti, Debora Migliucci, allargato a Gianni Bombaci e Carlo Ghezzi, due sindacalisti di grande esperienza. 3 Cfr. Introduzione, in Debora Migliucci, Fiorella Imprenti (a cura di), Sebben che siamo donne. Per una storia delle sindacaliste della Cgil di Milano (1891-1981), Milano, Unicopli, 2018.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea146 La gestione del sito prevede: una “redazione scientifica” incaricata di controllare la forma e la sostanza delle voci prima della loro pubblicazione; una “redazione web” che ha il compito di costruire il portale, caricare le voci, controllare le incongruenze e individuare i collegamenti; un “pool di ricercatori/trici”, per la ricerca e la stesura delle biografie, un tecnico informatico che si occupa della programmazione. Abbiamo inoltre inaugurato un “Seminario permanente di studio sul data base” che è condotto sulla base di audizioni di ricercatori ed enti culturali che hanno già costruito e implementato un database per orientarsi sul modello più funzionale; e su incontri di discussione tra i ricercatori coinvolti nella scrittura delle voci per confrontarsi sui campi necessari che saranno alla base non solo della scrittura delle schede biografiche ma soprattutto della possibilità di condurre una ricerca incrociata sui campi. Si è deciso di dare un’indicazione di lunghezza massima di circa 5.000 battute, mantenendo una certa elasticità nel caso di particolare importanza o notorietà del biografato/a; l’unica istruzione precisa è di concentrarsi, per le figure più note, sull’attività sindacale tralasciando nozioni più generali o scontate. Per i personaggi “minori” la scheda biografica si limiterà alla segnalazione del compito svolto in un dato arco cronologico. 4. Public History e Digital Humanities Per scelta, da alcuni anni, abbiamo investito molto su pratiche di divulgazione storica, sostanziata ovviamente da un’attività di ricerca scientificamente rigorosa. La pratica di Public History non significa per noi semplicemente divulgare, quanto piuttosto costruire un percorso condiviso con lo scopo di individuare continuità e cesure nella narrazione della storia della Cgil, decostruire o eventualmente confermare luoghi comuni, e restituire complessità alla storia sindacale. Questo progetto è nato come Digital Humanities per rendere più accessibile la storia del sindacato e dei suoi protagonisti attraverso le tecnologie digitali (senza abbandonare del tutto gli strumenti di diffusione più tradizionali) e coinvolgere la comunità di riferimento, ovvero sindacalisti/e e lavoratori/trici. È un progetto che mira a promuovere partecipazione, coesione sociale e la ridefinizione o la riscoperta di un’identità. Inoltre vuole essere una risposta al senso di estraneità e di mancanza di autorevolezza di un corpo intermedio importante e strutturato.
Debora Migliucci, Biografie sindacali 147 Non ci precludiamo la possibilità di stampare alcune raccolte tematiche di voci biografiche4, ma crediamo che le potenzialità della rete rendano più efficiente la diffusione del nostro lavoro di ricerca, il dialogo e lo scambio con pubblici diversi. Inoltre la creazione di un data base con accesso autorizzato e chiavi di ricerca avanzate ci permetterà sia di includere più “autori” nella raccolta e nell’inserimento dei dati necessari alla costruzione di biografie sia di selezionare quali informazioni e quali voci rendere immediatamente pubbliche e fruibili sul web. Lo strumento digitale ci permette nel contempo di utilizzare lo stretto rapporto che si viene a creare tra l’attività di ricerca e la sua pubblicazione per comunicare i “vuoti” da riempiere nelle vite dei sindacalisti censiti e per selezionare le informazioni da rendere pubbliche sul sito. 5. Pubblici diversi, “prodotti diversi” Una delle peculiarità della pratica di Public History risiede proprio l’intercettazione di pubblici differenti: studenti, “popolo della rete”, studiosi, sindacalisti, curiosi. Abbiamo quindi predisposto, di volta in volta, senza un disegno precostituito all’origine, diversi “prodotti” da affiancare al sito internet che rispondono alle esigenze di comunicare il progetto, ingaggiare nuovi soggetti, condividere l’avanzamento dei lavori e infine promuovere ricerche indipendenti. Abbiamo stampato una prima serie di dieci “Segnalibri biografici” per far conoscere il progetto innanzitutto ai militanti durante i congressi della Cgil e, in secondo luogo, alle reti di soggetti culturali che operano in ambito milanese (si veda come esempio la rete di milanoattraverso.it). I segnalibri prevedono un fronte con la fotografia del/la biografato/a e il nominativo e un retro completo di una breve biografia, del rimando al sito www.biografiesindacali.it e dei loghi del soggetto promotore, Archivio del Lavoro, e dei partners, Cgil Milano e Milanoattraverso. Nel selezionare i soggetti per i segnalibri abbiamo seguito i medesimi criteri di impostazione del censimento, ovvero l’attenzione all’ottica di genere – 6 uomini e 4 donne – e l’appartenenza a differenti livelli dell’organizzazione sindacale – segreteri/e, funzionari/e e responsabili di settore. 4 Ibidem.
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea148 Abbiamo, poi, inaugurato ad ottobre di quest’anno una rubrica settimanale sulla pagina Facebook dell’Archivio del Lavoro dal titolo #biografiesindacali che dà pubblicità alle nuove voci inserite, rimanda al sito ed è corredata da brevi filmati biografici. Stiamo inoltre svolgendo dei seminari tematici con gruppi di sindacalisti/e per illustrare le modalità del progetto, per raccontare la storia della Cgil attraverso le vite dei suoi dirigenti/militanti e raccogliere volontari per l’attività di censimento e di scrittura di nuove voci. Il risvolto didattico di “Biografiesindacali” ha delle potenzialità ancora inespresse sia per la formazione dei giovani sindacalisti, sia per i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori. La narrazione della storia attraverso le biografie ci permetterà infatti di intrecciare le storie individuali con la vicenda collettiva e di creare una maggiore empatia tra i protagonisti di allora e i sindacalisti o gli studenti di oggi5. 6. Resistenza, antifascismo e impegno: la prima generazione dopo la guerra Nel ricostruire la storia della Cgil di Milano attraverso le vite dei suoi aderenti si possono tratte alcune – seppur ancora parziali – indicazioni circa il profilo del/ la sindacalista dell’immediato dopoguerra, ovvero della classe dei nati a cavallo tra Otto e Novecento. Il tratto comune è identificabile nell’adesione all’antifascismo, nella partecipazione a vari livelli alla Resistenza e nell’impegno politico e sindacale che nasce come opposizione al regime e alla guerra. Uomini e donne costretti alla clandestinità, a volte all’esilio, a seguito delle leggi fascistissime, che mantennero vivo l’ideale sindacale durante il ventennio e lo impressero nella vita politica e legislativa della Repubblica. Tuttavia, anche all’interno di una generazione accomunata dall’impegno e dalla ribellione alle ingiustizie, non possiamo parlare di corpus omogeneo di militanti e a uno sguardo analitico, nel paragone tra le differenti vicende personali, emergono importanti differenze dovute alla provenienza sociale, all’appartenenza politica e alla differenza di genere, tutte caratteristiche che influenzarono inevitabilmente il “percorso sindacale”. 5 Sul rapporto tra storia e biografia si veda Sabina Loriga, La piccola x. Dalla Biografia alla storia, Palermo, Sellerio, 2012. Sull’utilizzo della narrazione biografica come strumento utile alla didattica si veda Fiorella Imprenti, Oppositori, in Carlo De Maria (a cura di), Fascismo e società italiana. Temi e parole-chiave, Bologna, Bradypus, 2016, pp. 245-254.
Debora Migliucci, Biografie sindacali 149 Giuseppe Alberganti e Italo Busetto provenivano da estrazioni sociali e geografiche differenti, furono accomunati dall’aver partecipato alla Resistenza in prima linea, dall’aver assunto incarichi di direzione della Camera del Lavoro di Milano e dall’aver abbandonato abbastanza presto la carriera sindacale con percorsi differenti, influenzati senz’altro dal carattere ma pure da differenti ambizioni sociali. Alberganti nacque a Stradella (Pv) nel 1898 da una famiglia di socialisti. Ferroviere e antifascista fin dagli esordi del Partito nazionale fascista, emigrò clandestinamente in Francia nel 1930. Partecipò alla Guerra di Spagna nelle fila delle Brigate Internazionali. Noto col nome di battaglia “Cristallo” fu arrestato e processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e confinato a Ventotene. Partecipò all’insurrezione di Milano il 25 aprile 1945, e fu il primo Segretario responsabile della Camera del Lavoro di Milano dopo la Liberazione. Dal 1948 al 1958 fu Segretario della Federazione milanese del Pci. Avvicinatosi al movimento studentesco diventò Presidente del Movimento dei lavoratori per il socialismo. Morì a Milano nel 1980. Busetto nacque a Napoli nel 1915 da una famiglia di intellettuali. Assunto alla Banca Commerciale Italiana iniziò in quel contesto a svolgere attività antifascista. Nel 1943 si iscrisse al Partito comunista clandestino. Fu l’ideatore delle SAP (Squadre d’azione patriottica) e diresse l’insurrezione di Milano nell’aprile 1945. Fu segretario della Camera del Lavoro di Milano dal 1947 al 1958, ma concluso il mandato sindacale tornò a lavorare in banca. Morì a Milano nel 1985. Tra le donne, una delle sindacaliste più significative, fu senz’altro Stella Vecchio, spesso ricordata solo per la sua attività di opposizione al regime. Nata a Milano nel 1921 da una famiglia antifascista, si iscrisse nel 1943 al Partito comunista clandestino e partecipò attivamente alla Resistenza nei Gruppi di difesa della donna. Il 24 aprile 1945 portò assieme a Gina Galeotti Bianchi, l’ordine dell’insurrezione che diede il via alla Liberazione di Milano. Nel dopoguerra fu eletta prima segretaria dell’Udi di Milano e deputata al Parlamento italiano. Nel 1958 fu la prima donna a ricoprire l’incarico di “segretario” a della Camera del Lavoro di Milano. Nel 1961 divenne segretaria del Sindacato provinciale dell’Abbigliamento (Fila Cgil). Nel 1973 fondò il Comitato Spagna Libera, a sostegno dei perseguitati dal regime franchista e il ricostituito Comitato Italia-Vietnam. Nel 2009 ricevette dal sindaco di Milano l’Ambrogino d’oro. Alla sua morte avvenuta a Milano nel 2011 fu iscritta nel Famedio tra i milanesi illustri. Un’altra sindacalista presente al Famedio fu Giuseppina Re, nata a Pieve Porto Morrone (Pv) nel 1913 da una famiglia socialista. Attiva nei Gruppi di difesa della donna, fu responsabile femminile della Federbraccianti e della Camera del Lavoro di Milano. Fu una delle prime donne ad essere eletta al Parlamento nel 1948 e successivamente dal 1958 al 1972. Dal 1948 al 1953 diresse la scuola femminile del Partito comunista “Anita Garibaldi”. Nonostante l’alto profilo politico non en-
Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea150 trò mai in una segreteria confederale o di categoria. Tornata all’attività sindacale alla conclusione dell’ultimo mandato parlamentare, fu tra i fondatori del Sunia, il sindacato degli inquilini. Morì a Cinisello Balsamo nel 2007. È curioso notare che dei cinque sindacalisti della Camera del Lavoro di Milano iscritti al famedio tre sono donne, ma non vengono mai ricordate nelle genealogie sindacali6. Le sindacaliste incontrarono fin da subito maggiori difficoltà nell’accesso a un percorso sindacale ascendente e continuativo. Molte abbandonavano la militanza dopo il parto, solo le più tenaci e inserite nel tessuto politico interrompevano qualche anno per poi riprendere l’attività. Pesava molto sui loro destini la percezione ancora radicata delle donne come poco inclini ad assumere incarichi di responsabilità e politici, percezione che di fatto le escludeva in prima battuta dalla selezione per gli organismi dirigenti e difficilmente le metteva in condizione di crescere professionalmente e di venire valorizzate come leader sindacali. Questa discriminazione è ben evidente dai numeri del censimento che vede tra i militanti affiliati alla Camera del Lavoro di Milano (1891-1981) una presenza quasi paritaria di entrambi i sessi (uomini sono il 53% e le donne il 47%), ma una presenza contenuta di donne nelle posizioni apicali (tra il 14 e il 20%). 7. Per concludere: potenzialità e criticità del progetto Il progetto Biografie sindacali è pensato per essere sviluppato in un lasso di tempo piuttosto lungo che va dai tre ai cinque anni, è iniziato a gennaio 2018 e a un anno di lavoro non è possibile fare un bilancio esaustivo ma solo intravedere potenzialità e criticità. Nell’ambito della Public History, le capacità di questo progetto di coinvolgimento della comunità sindacale sono state evidenti fin dal primo lancio attraverso la rubrica Facebook e i segnalibri. Il post #biografiesindacali ha una visibilità ben superiore ai followers della nostra pagina e le condivisioni travalicano l’ambito provinciale e regionale. I seminari tematici che abbiamo promosso hanno incontrato grande interesse e ci hanno permesso di avere delle collaborazioni volontarie per la fase del censimento dei militanti delle categorie. Le potenzialità didattiche e formative, come già ricordato, non sono ancora state sfruttate sistematicamente. 6 I cinque sindacalisti sono Carlo Dell’Avalle, Giuseppe Alberganti, Stella Vecchio, Onorina Brambilla e Giuseppina Re.