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Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana

Núñez Román, Francisco

Abstract

Il regno di Federico III rappresenta uno dei momenti di maggiore splendore culturale della Sicilia aragonese. Durante questo periodo, la corte siciliana gode della presenza di figure di spicco del Regno d’Aragona. L’influsso culturale, unito a quello politico, ebbe anche importanti conseguenze linguistiche, ancora riconoscibili nel grande numero di catalanismi presente nel dialetto siciliano odierno. Questo studio vuole mettere in risalto la presenza di un catalanismo morfosintattico, il perfet perifràstic, in una delle opere più importanti di questo periodo, la Istoria di Eneas di Angilu di Capua, prova questa dell’alto grado di «catalanizazzione» della corte siculoaragonesa, che raggiunge anche personaggi secondari all’interno della corte stessa come Angilu di Capua da Messina

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Quaderns d’Italià 14, 2009 101-113 Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana Francisco Núñez Román Universidad de Sevilla [email protected] Abstract Il regno di Federico III rappresenta uno dei momenti di maggiore splendore culturale della Sicilia aragonese. Durante questo periodo, la corte siciliana gode della presenza di figure di spicco del Regno d’Aragona. L’influsso culturale, unito a quello politico, ebbe anche importanti conseguenze linguistiche, ancora riconoscibili nel grande numero di catalanismi presente nel dialetto siciliano odierno. Questo studio vuole mettere in risalto la presenza di un catalanismo morfosintattico, il perfet perifràstic, in una delle opere più importanti di questo periodo, la Istoria di Eneas di Angilu di Capua, prova questa dell’alto grado di «catalanizazzione» della corte siculoaragonesa, che raggiunge anche personaggi secondari all’interno della corte stessa come Angilu di Capua da Messina. Parole chiave: catalano antico, siciliano antico, dialettologia, grammatica contrastiva, perfet perifràstic. Abstract The reign of Frederick III was one of the moments of greatest cultural growth within the Aragonese domination of Sicily. During this period, the Sicilian court enjoyed the presence of prominent figures from the Kingdom of Aragon. The cultural invasion, together with the political one, also had important linguistic consequences, which can be recognized in the vast number of Catalanisms in today’s Sicilian dialect. This study seeks to highlight the presence of morpho-syntactic Catalanism, the perfet perifràstic (periphrastic past), in one of the most important works of that epoch, Istoria di Eneas (the History story of Aneas) by Angilu di Capua. This work shows the high level of «Catalanization» within the Siculo-Aragonese court, which even touched secondary personages within the court itself such as Angilu di Capua da Messina. Key words: Ancient Catalan, Ancient Sicilian, Dialectology, Comparative Grammar, perfet perifràstic. 102 Quaderns d’Italià 14, 2009 Francisco Núñez Román 1. La Sicilia dopo il Vespro: l’arrivo della dinastia Aragonese e la cultura alla corte di Federico III (1296-1337) I Vespri siciliani (1282), spartiacque della storia medievale della Sicilia, segnano l’inizio, più ideale che reale, di un breve ma intenso periodo di autonomia nell’isola. I sentimenti d’indipendenza provati dalle diverse forze isolane si conclusero con l’espulsione degli Angioini dalla corte palermitana la cui conseguenza fu lo stabilirsi in Sicilia di una nuova casata regale: gli Aragonesi. Questi, dopo i primi e non facili tentativi di consolidazione fatti da Pietro III (fino al 1283), Alfonso III (1286-1291) e Giacomo II (1291-1295), riuscirono a consolidare, finalmente, il loro potere durante il lungo dominio di Federico III, il quale regnò nell’isola, non senza problemi, dal 1295 fino alla sua morte nel 1337. Si tratta dell’unico momento in cui la Sicilia «si presenta come una realtà nazionale materialmente e spiritualmente compatta».1 Infatti, è proprio durante questo periodo che Sicilia si può dire indipendente, in quanto aveva cancellato i legami con gli Angioini napoletani, e godeva di una certa autonomia rispetto a Barcellona, capitale del Regno aragonese. L’arrivo degli Aragonesi in Sicilia significò, peraltro, l’inizio di una breve ma fecondissima rinascita culturale, con caratteristiche completamente nuove rispetto all’anteriore tappa di splendore culturale della Sicilia, vale a dire, il regno del grande Federico II di Svevia (1198-1250). La situazione culturale della Sicilia tra Duecento e Trecento è abbastanza povera. Gli Angioini, impossessatisi dell’isola nel 1266, rompono ogni legame con la precedente tradizione sveva, caratterizzata dall’importante produzione poetica in volgare della Scuola Siciliana; si produce, pertanto, un ritorno al filone culturale francese. I primi anni del regno di Federico III non sono altro che la continuazione di questa tradizione; è nota la presenza alla corte di poeti provenzali, come Jofre de Foixà e perfino lo stesso Federico III scrive alcuni componimenti poetici in lingua d’oc, ma si tratta delle «ultime voci della poesia provenzale in Italia».2 L’altra tradizione culturale che s’innesta nella corte siculo-aragonese è quella in lingua catalana.3Con l’arrivo di Pietro III in Sicilia e soprattutto durante il regno di Giacomo II, si produce un cospicuo approdo di nobili e di clero dalla penisola iberica, che si unisce ai mercanti catalani già presenti nell’isola, provocando un nuovo riassetto nello stile di vita isolano. In questo senso, senza dubbio le presenze più importanti in Sicilia durante il primo 1. Gianfranco FOLENA (a cura di), La Istoria di Eneas vulgarizata per Angilu di Capua, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1956, p. XXII. 2. FOLENA, op. cit., p. XXIII. 3. Sui rapporti catalano-siciliani, cfr. Francesco GIUNTA, Aragoneses y catalanes en el Mediterráneo, Barcelona: Ariel, 1989; Salvatore BARTOLOTTA, «Interferencia catalano-siciliana en el reino de Aragón», en Milka VILLAYANDRE LLAMAZARES (a cura di), Actas del XXXV Simposio Internacional de la Sociedad Española de Lingüística, León: Universidad de León- Departamento de Filología Hispánica y Clásica. Publicación electrónica en: http://www3.unileon.es/dp/dfh/SEL/actas.htm. Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana Quaderns d’Italià 14, 2009 103 trentennio aragonese, tanto per la loro personalità quanto per le conseguenze politico-culturali del loro soggiorno, sono quelle del filosofo Raimondo Lullo, il riformatore francescano Arnaldo de Villabona o il cronista Ramon Muntaner. La corte di Federico III si configura, così, come una vera «corte catalana in Sicilia»,4con una cerchia aristocratica eminentemente catalana, al cui fianco si trovano alcuni elementi delle famiglie siciliane più rappresentative, come i Chiaramonte o i Ventimiglia. Proprio la continua presenza di questa aristocrazia locale, non sempre gradita alla dinastia aragonese, viste le continue lotte intestine, potette facilitare l’avvicinamento della corte alla cultura isolana durante la seconda metà del regno federiciano. Il risultato di questo nuovo elemento culturale non è più una lirica d’arte come quella dei poeti della Scuola di Federico II, ma una prosa didattica in volgare, volgarizzamenti di testi latini (e non), accanto alle prime attestazioni di volgare siciliano documentario e pratico: una nuova tradizione letteraria, lontana dalle esperienze sveve, ma assolutamente originale, in quan- to estranea alle influenze catalane e non ancora minacciata dalla supremazia toscana. Si produce, pertanto, una riorganizzazione del repertorio delle classi colte presenti alla corte durante il regno di Federico III. Se dopo i Vespri il latino continuava ad essere la lingua ufficiale della cancelleria e il catalano era usato ampiamente all’interno della corte —senza dimenticare l’uso schiettamente letterario del provenzale e le sicure conoscenze del greco a livello scolastico— intorno agli anni venti del Trecento la situazione è completamente cambiata: il siciliano è entrato a formar parte del repertorio della classe dirigente, ma non come una possibilità in più, anzi, come lingua di prestigio e principale mezzo di comunicazione nella corte. Purtroppo, questa rinascita ha una vita ben corta, che va dal 1315, data della stesura del Libru di lu Dialagu di Sanctu Gregoriu di Giovanni Campulu di Messina,5al 1337, termine ante quem delle altre due opere fondamentali per l’unicità di questo periodo, il Valeriu Maximu translatatu in vulgar missinisi di Accursu di Cremona6e l’Istoria di Eneas di Angilu di Capua di Messina. 4. Nicola DEBLASI-Alberto VÀRVARO, «Il regno angoino. La Sicilia indipendente», in Alber- to ASOR ROSA (dir.), Letteratura Italiana. Storia e geografia. I: L’Età Medievale, Torino: Einaudi, 1988, p. 480. Cfr. Costanzo DIGIROLAMO-Gaetana Maria RINALDI-Salvatore Claudio SGROI, «La letteratura dialettale siciliana», in Lingua e dialetto nella tradizione letteraria italiana: Atti del Convegno di Salerno, 5-6 novembre 1993, Roma: Salerno, 1996, p. 359-393. 5. Salvatore SANTANGELO (a cura di), Libru di lu Dialagu di Sanctu Gregoriu traslatatu pir frati Ioanni Campulu de Messina, Palermo: Scuola Tipografica «Boccone del Povero», 1933. 6. Francesco Alfonso UGOLINI (a cura di), Valeriu Maximu translatatu in vulgar messinisi per Accursu di Cremona, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1967. Cfr. anche ID., «Un nuovo testo siciliano del Trecento: il Valeriu Maximu in “vulgar messini- si”», in Id., Scritti minori di storia e filologia italiana, Perugia: Università degli Studi di Perugia-Facoltà di Lettere e Filosofia, 1985 [1953], p. 255-277. 104 Quaderns d’Italià 14, 2009 Francisco Núñez Román La morte di Federico III mette fine a questo periodo di rifioritura culturale in Sicilia, dato che la corte, che n’è la principale promotrice, entra in una profonda crisi, provocata dalla recrudescenza delle lotte civili fra le varie famiglie aristocratiche siciliane: si tratta di una vera guerra civile che accompagnerà l’isola fino agli inizi dell’Età Moderna e la consolidazione definitiva dell’Età dei Viceré spagnoli. Poco si sa degli autori delle tre opere più importanti del trentennio federiciano. Non abbiamo nessun dato, oltre le testimonianze raccolte nelle loro opere, che ci permetta di conoscere la loro esperienza di vita. Il loro lavoro, ció nonostante, ci consente di ipotizzare la loro appartenenza a una cerchia cortigiana di second’ordine, arruolata in «un’attività ordinata intorno a una precisa tendenza culturale che fa capo alla corte siciliana»,7cioè, la cerchia di volgarizzatori di Federico III. Giovanni Campulu, autore della volgarizzamento del Dialogorum Libri di Gregorio Magno, è un frate minore francescano, possibilmente influenza- to dal riformatore Arnaldo de Villabona. La sua opera non è un volgarizzamento «passivo»,8ma contiene numerose modifiche, semplificazioni e spiegazioni per rendere più facile la sua lettura al pubblico femminile della corte, destinatario dell’opera e principalmente ignaro di latino. Per avvicinare uno dei testi più importanti della patristica cristiana, il Campulu utilizza i metodi propri della scolastica medievale, dimostrando di avere un certo livello culturale. Ben diversa è la provenienza culturale degli autori del Valeriu Maximu e dell’Istoria di Eneas, entrambi di professione maystru. Questo dato spiegherebbe la scelta classica delle loro opere, sebbene queste abbiano caratteristiche e finalità completamente diverse. Accursu di Cremona, professore «liberalium artium»9e la cui presenza come maestro a Palermo è documentata dal 1333 al 1337, è un personaggio di un certo livello culturale. La sua opera «conte- ni et adimustra multi bellissimi essempli di virtuti, li quali su multu utili a sapiri».10 Si presenta, quindi, con una chiara finalità pratica, e proprio per questo non è dedicata al re Federico III, ma a suo figlio Pietro, associato al trono dal 1321. Non dal latino, ma dal toscano, volgarizzò invece Angilu di Capua. La sua Istoria di Eneas traduce la Compilazione dell’Eneide scritta dal notaio fiorentino Andrea Lancia11 fra il 1314 e 1315, ma è evidente che l’autore siciliano ricorresse all’originale latino «con scarso frutto», secondo Folena,12 fatto che dimostrerebbe una minore padronanza del latino da parte del nostro autore e 7. FOLENA, op. cit., p. XVII. 8. DEBLASI-VÀRVARO, op. cit., p. 482. 9. Enzo MATTESINI, «Sicilia», in Luca SERIANNI-Pietro TRIFONE (a cura di), Storia della lingua italiana. 3: Le altre lingue, Torino: Einaudi, 1994, p. 411. 10. UGOLINI, Valeriu Maximu…, p. 9. 11. Andrea LANCIA, Compilazione della Eneide di Virgilio: fatta volgare in sul principio del secolo 14, Firenze: Stamperia sulle Logge del Grano, 1851 [1314-1315]. 12. FOLENA, op. cit., p. XXVII. Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana Quaderns d’Italià 14, 2009 105 lo collocherebbe in una soglia culturale inferiore rispetto ai suoi colleghi, Giovanni Campulu e Accursu di Cremona. Proprio la versione toscana spiega molti degli errori commessi da Angilu di Capua, in un’operazione che non può essere già denominata volgarizzamento ma «traduzione orizzontale», nel senso foleniano del termine.13 Rispetto all’originale toscano, la versione siciliana si caratterizza da una «ricerca costante e spesso ingenua di espressività»,14 ma ha il vantaggio di presentarsi come un riuscito esperimento di narrazione vivace, dalle caratteristiche popolaresche e aliena a qualsiasi ambizione pratica. Secondo la nostra opinione, potrebbe quindi essere considerato quasi il primo «romanzo» in volgare siciliano. La lingua di queste opere si caratterizza soprattutto per la sua «supramunicipalità»: l’incipiente produzione di testi in volgare è segnata da una «scripta fortemente latinizzata, normativa e unitaria, con scarsissima caratterizzazione locale»,15 che ha contribuito a fomentare il mito dell’uniformità del siciliano. In realtà, questo siciliano «unitario» sarebbe un fedele riflesso, secondo Vàrvaro, della pluralità e instabilità dei centri di prestigio nella Sicilia medioevale: al contrario di quanto succede nel Mezzogiorno peninsulare, dove Napoli ottiene il ruolo di centro politico e culturale del regno angioino; la Sicilia aragonese, una volta che Palermo perse la condizione di capitale diventando periferia dell’impero aragonese, non ha un nucleo capace di diffondere un determinato modello linguistico. Partendo dal presupposto che ciò sia certo, è pur vero che nei primi decenni del Trecento si può individuare almeno un importante centro, non solo commerciale ma anche culturale, in Sicilia, vale a dire, Messina, «il maggior centro di irradiazione culturale dell’isola».16 Proprio da Messina provengono gli autori delle tre opere principali del periodo federiciano, e in «vulgar missinisi» sembrano essere state composte, secondo testimonianza diretta dell’autore per il Valeriu Maximu e di Folena17 per l’Istoria di Eneas, il quale difende un «colorito originario» messinese praticamente «obliterato» nel manoscritto più antico. Il dato più importante che si può ricavare da tutta la produzione del periodo di Federico III è la rinascita di una consapevole tradizione letteraria in lingua siciliana, indipendente da qualsiasi tradizione anteriore ed indizio evidente 13. Cioè, traduzione «fra lingue di struttura simile e di forte affinità culturale come le romanze» che «assume spesso il carattere, più di traduzione, di trasposizione verbale con altissima percentuale di significati, lessemi e morfemi, comuni, e identità nelle strutture sintattiche, di trasmissione e metamorfosi continua, con interferenza massima e contrasti minimi». Cfr. Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino: Einaudi, 1994, p. 12-13. 14. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. XLVII. 15. Alberto VÀRVARO, «Siciliano antico, siciliano letterario, siciliano moderno», in Adriana QUATTORDIO MORESCHINI (a cura di), Tre milleni di storia linguistica della Sicilia. Atti del Convegno della Società Italiana di Glottologia (Palermo, 25-27 marzo 1983), Pisa: Giardini, 1984, p. 279. 16. MATTESINI, op. cit., p. 410. 17. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. LVIII. 106 Quaderns d’Italià 14, 2009 Francisco Núñez Román della ricchezza intellettuale isolana, che «pur non giungendo ad espressioni compiute né decisive sul piano letterario né su quello filosofico, è affascinante, non inferiore forse a quella dei centri culturali più avanzati».18 2. Un catalanismo morfo-sintattico nell’Istoria di Eneas I due manoscritti che ci hanno tramandato l’Istoria di Eneas hanno origini e caratteristiche linguistiche molto diverse. Il manoscritto più antico (A),19 un codice trecentesco proveniente dalla Catalogna, sembra riflettere una lingua con tratti propri dell’occidente isolano e molto vicina «all’usus palermitano della cerchia chiaramontese».20 Si tratta di un siciliano scarsamente toscanizzato con forti tratti latineggianti. Il manoscritto quattrocentesco (B),21 invece, probabilmente una copia messinese di A, presenta una lingua molto toscanizzata con evidenti residui siciliani, d’origine messinese, che potrebbe già considerarsi «una tarda e ibrida koiné siciliana toscaneggiante con significative tracce cancelleresche interregionali».22 Proprio nell’Istoria di Eneas troviamo una costruzione perifrastica particolare. Si tratta di 11 esempi di andari a+infinitivo che non si adeguano a nessuno dei valori tipici della costruzione del siciliano antico, vale a dire, non possono essere considerati infinitivi finali né hanno un valore perifrastico di intenzionalità. Questa struttura si ripete in entrambi i manoscritti, sia in A che in B, e non traduce nessuna forma particolare né della versione toscana né dell’originale latino.23 Infatti, la perifrasi può corrispondere sia ad un presente, un passato remoto oppure ad un gerundio nella versione toscana, mentre nell’originale latino appaiono anche il participio presente e perfino un participio passato. In 5 casi non ci sono corrispondenze fra l’Istoria e i testi in toscano e latino, ma è un’innovazione propria dell’autore siciliano (cfr. Tabella 1). Dato che si tratta di una perifrasi totalmente assente nella produzione siciliana coeva e nel siciliano moderno, è d’obbligo porsi la seguente domanda: Quale è l’origine e il significato di questa costruzione nel nostro testo? La risposta a questo quesito arriva da oltremare, esattamente dalla Catalogna. 18. Francesco BRUNI, «La cultura e la prosa volgare nel ‘300 e ‘400», in Storia della Sicilia. vol. IV, Palermo: Società Editrice Storia di Napoli, del Mezzogiorno Continentale e della Sicilia, 1980, p. 211. 19. Palermo. Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, cod. XII. A. 11 20. FOLENA, op. cit., p. XL. 21. Palermo. Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, cod. XII A. 6 22. FOLENA, op. cit., p. XLI. 23. VIRGILIO, Eneide. Introduzione e traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1999.24. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. 37. Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana Quaderns d’Italià 14, 2009 107 2.1. La «questione» del Perfet Perifràstic catalano La perifrasi dell’Istoria di Eneas ci ricorda una perifrasi, parliamo del perfet perifràstic, che sopravvive oggi soltanto in due lingue romanze, in catalano e nella lingua d’oc: anar+infinitivo (cfr. cat.mod.: L’any passat vaig témer molt per la teva salut «L’anno scorso temei molto per la tua salute»). Questa perifrasi ha oggi un chiaro valore perfettivo, in quanto esprime «l’anterioritat a Tabella 1. Istoria di Eneas Compilazione Eneide Ma Turnu, lu quali era inbuscatu intru li boski, videndu zo abandunau lu locu duvi era, et vinendu in mezu lu campu si vay ad ascuntrari cu Eneas.30 Queste cose vedendo Turno, li aspri boschi abbandona, e, siccome venne al campu, il padre Enea incontro apparve.31 Ille furens (et saeva Iovis sic numina poscunt) / Deserit obsessos collis, nemora aspera linquit. / Vix e conspectu exierat campumque tenebat, / Cum pater Aeneas, saltus ingressus apertos, / Exsuperatque iugum silvaque evadit opaca.32 Ma veramenti, comu nui stavamu in killa ripa, subitamente vaynu a xindiri da killi munti, a modu di api, una maynera di auchelli, et misirusi dananti di nui et prindianu li vidandi ki nui maniavamu in killa cosa et killa cosa ki tuccavanu, mantinenti era intussicata.27 Ma subitamenti le’Arpíe, de’ monti, dinanzi ci sono, e con istridi isbattono le ale, rapiscono le vivande e col toccamento ogni cosa appuzzano.28 At subitae hottifico lapsu de montibus adsunt / Harpyiae et magnisquatiunt clangoris alas / Diripiuntque dapes contactuque omnia foedant / immundo […].29 Undi ipsi adunandosi tucti di nui, vaysi a llivari contra di nui killu miseru taglamentu […]24 Ma noi siamo abattuti co l’arme de’ nostri istessi gittate di sopra: levasi il miserissimo tagliamento;25 Hic primun ex alto delubri culmine telis / Nostrorum obruimur oriturque miserrima caedes, / Armorun facie et Graiarum errore iubarum.26 24. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. 37. 25. LANCIA, op. cit., p. 19. 26. VIRGILIO, op. cit., p. 62. 27. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. 52. 28. LANCIA, op. cit., p. 31. 29. VIRGILIO, op. cit., p. 95-96. 30. FOLENA, La Istoria di Eneas…, p. 204. 31. LANCIA, op. cit., p. 118. 32. VIRGILIO, op. cit., p. 474. 108 Quaderns d’Italià 14, 2009 Francisco Núñez Román tota acció» e manifesta «una actuació passada que començà, que continuà i que està terminada».33 Nonostante il netto significato della perifrasi odierna, la «questione» del perfet perifrastic ha più di un secolo di vita, da quando Meyer Lübke presenta la prima ipotesi sulla sua origine. Secondo questo autore, l’origine del perfet perifrastic catalano si trova nel significato incoativo della perifrasi: […] mais, tandis qu’en français celle-ci se développe dans le sens du futur et que par conséquent ce qui n’est pas terminé est regardée comme n’existant encore en aucune façon, au contraire en catalan une action dont on met le début particulièrement en relief, est représentée par celui qui parle comme postérieure au moment où il le fait.34 Montoliu,35 senza respingere completamente l’ipotesi di Meyer Lübke, aggiunge un altro elemento da considerare, vale a dire, la questione morfologica: la perifrasi anar+infinitivo, più semplice ed unitaria, sostituì le forme del perfetto latino, troppo complicate sopratutto per l’esistenza in questa lingua del cosiddetto perfetto forte, favorita da fattori come l’analogia della prima e seconda persona plurale del presente e del perfetto del verbo anar (anam, anats), l’esistenza di una doppia forma di presente (semplice —cant— e perifrastica —vau cantar—) o l’uso molto spesso accanto a forme di presente storico e forme di perfetto nei testi narrativi. Proprio il suo uso quasi esclusivo in determinate sequenze testuali in catalano antico accanto a tempi narrativi (presente storico, passato remoto) è il 33. Germá COLON, «El perfet perifràstic català “va + infinitiu”», in ID., La llengua catalana en els seus textos, vol. II, Barcelona: Curial, 1978, p. 125. La «questione» è stata lungamente discussa. Cfr, fra altri, Henry MENDELOFF, «The Catalan Periphrastic Perfect Reconsidered», Romanistisches Jahrbuch, 19, 1968, p. 319-326; Robert LAFONT, «Reflexions sobre lo perfach perifrastic amb anar en catalen e en occitan», Estudis Romànics: Estudis di lingüística i de filologia catalanes, 12, 1970 [1963-1968], p. 271-277; Ángel LÓPEZ GARCÍA, «El pretérito perifrástico catalán y la teoría de las perífrasis románicas», in Homenaje a Samuel Gili Gaya (In Memoriam), Barcelona: Bibliograf, 1979, p. 129-137; Antoni M. BADIA I MARGARIT, Gramàtica històrica catalana, Barcelona: Tres i Quatre, 1981; Manuel PÉREZ SALDANYA, Del llatí al català. Morfosintaxi verbal històrica, València: Universitat de València, 1998; Enric VALLDUVÍ, «Sobre el Perfet Perifràstic del català», in Actes del cinquè Col·loqui d’Estudis Catalans a Nord-America, Montserrat: Abadía de Montserrat, 1998, p. 85-98; Hans-Ingo RADATZ, «La perífrasis vado + infinitivo en castellano, francés y catalán: por la misma senda - pero a paso distinto», in Claus D. PUSCH-Andreas WESCH (a cura di), Verbalperiphrasen im Katalanischen und anderen romanischen Sprachen im Lichte aktueller Grammatiktheorien. Akten des 18. Deutschen Katalistentags (München 7-10 Oktober 2001), Hamburg: Buske, 2003, p. 61-75; Ulrich DETGES, «How Cognitive is Grammaticalization? The History of the Catalan Perfet Perifràstic», in Olga FISCHER-Muriel NORDE-Harry PERRIDON (a cura di), Up and down the cline - The nature of grammaticalization, Amsterdam: John Benjamins, 2004, p. 211-227. 34. Wilhelm MEYER LÜBKE, Grammaire des langues romanes. III: Syntaxe. Géneve-Marseille: Slatkine-Laffitte, 1974 [1906], p. 357. 35. Manuel de MONTOLIU, «Notes sobre el perfet perifràstic català», Estudis Romànics: Llengua i Literatura, 1, 1916-1917, p. 72-83. Tracce del perfet perifràstic catalano nell’Istoria di Eneas siciliana Quaderns d’Italià 14, 2009 109 punto di partenza dal quale Germá Colon propone una soluzione definitiva sull’origine del perfet perifrastic.36 Dopo aver analizzato la costruzione in circa un centinaio di testi catalani dalle origini fino al secolo XV, riesce a individuare il percorso attraverso il quale la perifrasi diventa una forma perfettiva. Il primo passo di questo itinerario è l’uso di anar+infinitivo in contesti carichi di affettività e tensione, per indicare che qualcosa d’imprevedibile sta per succedere. Questo uso è denominato efecte de relleu: (1) E nós, veent açò e que no s’i podia dar altre consell, acordam que anàssem a València, e cavalcam, per tal car en altra manera tots quants eren ab nós anaven en condició de morir, E, el poble de Murvedre axí avolotat, entorn.III. míllia persones ab armes, van-se emparar de nós, e a manera de pres no·ns lexaren tro que fom al Puig.37 All’origine di questo uso si evidenzia il passaggio metaforico dal significato di movimento proprio di anar all’idea di impulso, spontaneità. Il risultato è una presentificació dell’azione, oppure una proiezione dell’azione a un primo piano. (2) Lo castor sí és una bístia qui hi ha un membre lo qual és de gran virtut, los quals membres són kis seus genitius. E con aquest castor és cassat per los cassadors, e·ls cans lo aconseguexen, ne coneix la rahó per què ell és cassat, va’s pendre los genitius ab les dents, e arranque’ls-se, e gital’ls en terra. E·l cassador pren los genitius per què ell lo cassa, e lexa anar lo castor.38 Da questo momento, il suo uso accanto a forme del presente storico favorisce la perdita delle forme perfettive (anà ferir, anist rispondre), molto usate in testi dei secoli XIII e XIV, e la loro sostituzione con forme di presente storico ma con valore di passato: (3) Quant cels de la host ho viuren, meseren mans a cridar: —A armes cavalers! Que·ls cavalers del castel se’n van!—. E el rey, qui assò hac entès, va pendre ses armes, e muntà a caval e comensà a córrer aprés d’éls, e no foren pus de ·xx· cavalers ab él, que·les altres no eren tantost aparelats.39 La costruzione diventa così una risorsa stilistica molto usata in testi epici e ha un certo carattere popolare.40 Quando possiamo parlare, allora, di perifrasi perfettiva? Secondo Colon,41 intorno al 1330 la costruzione sembra già abba- 36. Cfr. COLON, op. cit., p. 119-130 y Germá COLON, «Sobre el perfet perifràstic «vado+infinitiu» en català, en provençal i en francès», in ID., La llengua catalana en els seus textos. vol. II, Barcelona: Curial, 1978, p. 131-174. 37. Epistolari di Pere III (1398). COLON, El perfet perifràstic…, p. 125-126. 38. Appel, Prov. Chrest. §125. COLON, El perfet perifràstic…, p. 128. 39. Desclot, II, p. 43.6. COLON, Sobre el perfet perifràstic…, p. 134. 40. Ferrán SOLDEVILA, «L’ús del pretèrit periràstic en la Crònica de Muntaner», Estudis Romànics, 12, 1963-1968, p. 267-270. 41. COLON, Sobre el perfet perifràstic…, p. 169.