Roma e le prime importazioni di alimenti ispanici trasportati in anfora
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GIORGIO RIZZO, VIOLETA MORENO MEGÍAS Roma e le prime importazioni di alimenti ispanici trasportati in anfora. STRABONE, L'ECONOMIA DELLA TURDETANIA E ROMA Un noto passo di Strabone, 1 che potrebbe riferirsi al periodo in cui Posidonio, una delle sue fonti, si trovò nella valle del Baetis e a Gades, all'inizio del I secolo a.C., restituisce l'immagine di un'economia della Turdetania, la regione che dal 27 a.C. costituì parte della provincia della Baetica, grosso modo corrispondente al settore meridionale della Spagna, già molto fiorente, in grado di alimentare esportazioni di generi alimentari – soprattutto grano, vino ed olio di ottima qualità, ma anche prodotti derivati dalla lavorazione del pesce - di notevole entità e varietà: nel testo di Strabone questi flussi verso il mercato di Roma e dell'Italia centro-meridionale sono materializzati dalle navi di grandi dimensioni in entrata nei porti di Dicearchia e Ostia. La documentazione della ceramica, e in particolare quella della anfore, che di seguito passeremo in rassegna per cercare conferma del quadro dinamico dell'economia della Turdetania tracciato da Strabone, non dà conto del ruolo fondamentale di uno dei protagonisti di questo commercio, il grano, certamente non a caso citato per primo nella lista dei prodotti esportati dalla Turdetania, ma che non lascia tracce leggibili dall'archeologia. Questa stessa documentazione non è nemmeno in grado di riflettere l'importanza che la ricchezza delle risorse minerarie delle regione assunse nell'innescare il meccanismo delle esportazioni dei prodotti alimentari trasportati in anfora, in un primo momento verso l'entroterra delle penisola e, in seguito, via mare: la prima fase della diffusione delle anfore dell' Hispania Ulterior è infatti certamente in relazione con l'esigenza di rifornire i distretti minerari più attivi a partire dalla fine del II secolo a.C. - Cartagena-Murcia e la Sierra Morena occidentale, e a partire dall'età augustea anche l'area di Riotinto - ma anche dei principali centri militari e civili, come Olisipo e Valentia. A metà circa del I secolo a. C. a questa distribuzione interna si accompagnano i primi fenomeni di esportazione transmarina alimentati, come si vedrà di seguito, anche dai crescenti bisogni della popolazione di Roma. 2 Se la situazione descritta da Strabone si riferisce all'epoca del soggiorno di Posidonio nella Turdetania e non all'età augustea, quando venne pubblicata per la prima volta la Geografia, probabilmente intorno al 7 a.C., essa non risulta confermata dai dati archeologici finora a nostra disposizione nel territorio italiano, i quali suggeriscono un quadro piuttosto diverso, in cui l'entità di tali flussi risulta drasticamente ridimensionata: prima dell'inizio dell'età augustea la documentazione delle anfore, che vedremo nel dettaglio di seguito, illustra una penetrazione nel mercato di Roma di prodotti alimentari ispanici trasportati in anfora ancora lontana dai livelli raggiunti a partire dall'età augustea e, soprattutto, dall'età giulio-claudia in poi, quando essi divennero di primaria importanza nella logistica degli approvvigionamenti dell'Urbe. La stessa impressione di contatti commerciali episodici e poco consolidati con l'Hispania in generale deriva anche dalla limitata presenza a Roma, come anche in altri centri mercato dell'Italia centrale tirrenica, della ceramica grigia ampuritana e, soprattutto dei kalathoi sovradipinti, solo raramente segnalati nei contesti tardo-repubblicani di Roma. 3 Tuttavia i dati sempre più dettagliati che le ricerche archeologiche in situ continuano a 1 Strabo, Geog. 3. 2. 6. Ἐξάγεται δ᾽ ἐκ τῆς Τουρδητανίας σῖτός τε καὶ οἶνος πολὺς καὶ ἔλαιον οὐ πολὺ μόνον ἀλλὰ καὶ κάλλιστον: καὶ κηρὸς δὲ καὶ μέλι καὶ πίττα ἐξάγεται καὶ κόκκος πολλὴ καὶ μίλτος οὐ χείρων τῆς Σινωπικῆς γῆς. Τά τε ναυπήγια συνιστᾶσιν αὐτόθιἐξ ἐπιχωρίας ὕλης, ἅλες τε ὀρυκτοὶ παρ᾽ αὐτοῖς εἰσι καὶ ποταμῶν ἁλμυρῶν ῥεύματα οὐκ ὀλίγα: οὐκ ὀλίγη δὲ οὐδὲ ἐκ τῶν ὄψων ταριχεία οὐκ ἔνθεν μόνον ἀλλὰ καὶ ἐκ τῆς ἄλλης τῆς ἐκτὸς στηλῶν παραλίας, οὐ χείρων τῆς Ποντικῆς […] τὴν δὲ ἀφθονίαν τῶν ἐκκομιζομένων ἐκ τῆς Τουρδητανίας ἐμφανίζει τὸ μέγεθος καὶ τὸ πλῆθος τῶν ναυκληρίων: ὁλκάδες γὰρ μέγισται παρὰ τούτων πλέουσιν εἰς Δικαιάρχειαν καὶ τὰ Ὤστια τῆς Ῥώμης ἐπίνειον: τὸ δὲ πλῆθος μικροῦ δεῖν ἐνάμιλλον τοῖς Λιβυκοῖς. Sulla descrizione straboniana dell'Iberia e sulle sue fonti: Lowe 2017. 2 García Vargas 2007; García Vargas e Bernal Casasola 2008. Sulle risorse minerarie della penisola iberica e sui relativi commerci: Domergue 1990. 3 Kalathoi-sombreros de copa con decorazioni sovradipinte, la forma più tipica della produzione della ceramica iberica dipinta, e ceramica grigia ampuritana sono sporadicamente attestati a Roma, nell'area della Meta sudans (dati inediti) e nella necropoli della Serenissima in contesti di fine II - prima metà del I secolo a.C. (Caspio et al. 2009,
fornire sulla produzione betica dei generi alimentari ricordati da Strabone e sull'attività degli ateliers in cui venivano prodotte le anfore destinate al loro trasporto permettono di tracciare il quadro di un’economia effettivamente fiorente negli ultimi anni del I secolo a. C., in continuità con la situazione attestata nella penisola iberica durante tutta la tarda Età del Ferro e con i primi anni della dominazione romana. Oltre all’ampio successo commerciale delle anfore puniche nelle aree costiere (i tipi gaditani T-7.4.3.2 / T-7.4.3.3), si fa sempre più chiara l’esistenza di un repertorio vario e duraturo di forme preromane locali che, nel caso dell’area turdetana (le anfore Pellicer D), riescono a sopravvivere fino alla fine del I secolo a.C., coesistendo con le anfore di tipologia pienamente romana. 4 Queste ultime produzioni locali preromane non riescono però ad inserirsi nei nuovi circuiti commerciali che conducono in pochi anni le derrate sud-ispaniche verso la penisola italica, concentrandosi piuttosto su un mercato regionale e proiettandosi piuttosto verso l'area atlantica nel caso dell’area turdetana. 5 Ad ogni modo, la presenza commerciale di contingenti di popolazione italica prima ancora che le prime anfore betiche arrivino nella capitale è la prova del vivo interesse degli italici per le risorse del territorio che Strabone celebra nel suo celebre passo, 6 anche se in Italia e a Roma, come vedremo, la documentazione archeologica finora a disposizione non è in grado di documentare un'intensità di rapporti commerciali prima dell'inizio dell'età augustea, almeno limitatamente all'orizzonte dei prodotti alimentari trasportati in anfora. Testimonianze letterarie ed archeologiche tendono invece a entrare maggiormente in sintonia se si colloca la situazione illustrata dal passo straboniano nell'orizzonte cronologico della età augustea. Anche in questo caso, però, risulta diversa la gerarchia delle importazioni dei prodotti alimentari trasportati in anfora dall'Hispania: il primato assegnato da Strabone al vino e all'olio non trova corrispondenza nella documentazione archeologica finora disponibile, che al contrario descrive il primato delle anfore betiche da pesce sui contenitori vinari e oleari ispanici provenienti dalle stratigrafie urbane di età augustea (vedi fig. 6). Tuttavia le statistiche fornite dall'archeologia “di terra”, che illustrano una scarsa presenza delle anfore vinarie betiche e tarraconesi rispetto a quelle da pesce betiche, potrebbero non essere in grado di illustrare fedelmente la reale entità del vino tarraconese in arrivo sul mercato romano: l'archeologia subacquea ha da tempo documentato il commercio di vini tarraconesi trasportati in navi a dolia che raggiunsero anche i porti dell'Italia centrale. Questo tipo di commercio sembra legato quasi del tutto all'iniziativa ad una gens di Minturnae (Latina), quella dei Pirani, menzionata dai bolli sui dolia: è comunque impossibile quantificare il flusso di questo vino “sfuso”, di inferiore qualità rispetto a quello trasportato in anfora nelle stesse navi cisterna, ma se coglie nel segno l'ipotesi che solo che a partire dal 20 d.C. ca., a partire dalla seconda generazione della famiglia di Pirani, le navi cisterna furono impiegate per trasportate vino tarraconese nei carichi di ritorno diretti ai mercati dell'Italia centrale, 7 la gerarchia delle importazioni vinarie dall'Hispania costruita sui dati dell'archeologia terrestre attualmente disponibili per l'età tardo-repubblicana ed augustea potrebbe risultare pienamente attendibile. Inoltre negli ultimi anni le conoscenze sempre più approfondite delle più antiche tipologie anforiche di tradizione romana prodotte in Betica (tipi Ovoidi 1-10) e la loro progressiva identificazione nei repertori degli scavi italiani (Roma, Ostia Antica, Ventimiglia/Albintimilium) 486, tav. VI, n. 1-4). Sulla diffusione della ceramica iberica dipinta e della ceramica grigia ampuritana in Italia, che investe quasi esclusivamente il versante tirrenico della penisola, soprattutto quello centro-settentrionale: Conde 2005, tav. 3-4. Il quadro della diffusione dei kalathoi sovradipinti in Italia è stato recentemente arricchito dalla segnalazione di rinvenimenti a Cuneo, Milano e in Sicilia: Muscolino 2006; Casini and Tizzoni 2010; Collura 2013; Casini 2015. La diffusione mediterranea dei kalathoi è stata concordemente messa in relazione col processo di romanizzazione della penisola iberica, in grado di favorire la progressiva affermazione dei prodotti tipici ispanici sui mercati del Mediterraneo occidentale, e diverse ipotesi sono state formulate sul contenuto di tale vasellame: miele, frutta secca, porpora, salagioni di pesce della regione di Empúries, anche se non manca chi ritiene che essi fossero esportati unicamente per il carattere esotico della loro forma e decorazione e non in quanto contenitori di uno specifico contenuto (M. J. Conde). Analisi archeometriche realizzate sui frammenti rinvenuti a Milano sembrano avvalorare l'ipotesi che i kalathoi sovradipinti trasportassero miele: Casini et al. c.s. 4 García Vargas, De Almeida e González Cesteros 2011. 5 Ferrer Albelda e García Fernández 2008, 212. 6 García Vargas 2019. 7 Rice 2016, 279. Sulle navi a dolia: Dell’Amico e Pallarés 2005; Dell’Amico e Pallarés 2011; Heslin 2011.
sembrano indicare anche la possibilità di precoci importazioni di olio e di vino che potrebbero aver aperto la strada per il posteriore commercio intensivo testimoniato solo a partire dall'età augustea. UNA NUOVA EPOCA DEGLI APPROVVIGIONAMENTI ALIMENTARI DELL'URBE Grazie agli ultimi contesti archeologici urbani scavati nella città di Roma è possibile fissare nell’età tardo-repubblicana il momento iniziale dell’arrivo di prodotti alimentari betici trasportati in anfora verso il mercato della capitale dell’Impero. La valutazione della reale portata di queste prime importazioni, però, rimane ancora in parte problematica poiché, come si vedrà di seguito, risultano ancora scarsi e talvolta poco significativi i contesti archeologici urbani databili tra la fine del II secolo a.C. e la metà di quello successivo, con l'unica eccezione di quello degli Horti Lamiani, per il quale è disponibile tuttavia solo una pubblicazione preliminare e sintetica dei dati di scavo. Tale difetto della documentazione rende difficile riconoscere con maggiore accuratezza la graduale diffusione dei prodotti alimentari dell'Hispania nel mercato di Roma. Allo stesso modo è ugualmente difficile comprendere in che misura i crescenti bisogni dell'Urbe e, più in generale, dei mercati dell'Italia tirrenica, stimolarono contemporaneamente in Betica la produzione di alimenti di largo consumo, dato il grado di conoscenza solo parziale della più antica fase produttiva degli ateliers adibiti alla produzione di anfore, molto meglio conosciuti per quanto riguarda la produzione più tarda, per esempio quella delle anfore olearie Dressel 20 e 23 o della produzione costiera di salsamenta gaditane. Malgrado ciò, la crescita progressiva delle anfore betiche a Roma sembra trovare corrispondenza nell'attività di proprietari terrieri con capacità e iniziativa sufficienti per proporsi come interpreti delle nuove opportunità economiche innescate dalle molteplici potenzialità di sfruttamento delle risorse agricole e della pesca della Turdetania. 8 Questi imprenditori erano inoltre a conoscenza delle esigenze del mercato di Roma grazie alle loro relazioni politiche con la capitale. Il modello di questa imprenditoria di Hispani perfettamente integrata nell'establishment del potere della capitale è incarnato nella figura di un eminente cittadino di Gades: L. Cornelius Balbus maior, praefectus fabrum di Cesare, in seguito anche suo amico e consigliere, primo tra i provinciali ad essere ammesso in senato, alla cui influenza e, probabilmente, ai cui interessi è possibile attribuire, almeno in parte, il progressivo successo dei prodotti alimentari dell’area punico-gaditana e turdetana sul mercato di Roma. 9 Comincia così per la Betica un periodo di organizzazione dello sfruttamento e commercializzazione del surplus agrario presumibilmente in relazione alla domanda dei nuovi mercati di esportazione: il fenomeno si riflette nella creazione di nuovi tipi di contenitori anforici standardizzati in ben definite tipologie durante la seconda metà del I secolo a.C. sulla base dell'imitazione di prototipi italici, alle cui spalle è possibile intravedere una nuova rete di officine e di vie di distribuzione. LE PIÙ ANTICHE ANFORE BETICHE A ROMA: LIMITI DELLA DOCUMENTAZIONE E DIFFICOLTÀ ESEGETICHE Le più antiche anfore di origine ispanica rinvenute a Roma provengono da contesti con materiali di provenienza geografica mista, talvolta poveri dal punto di vista quantitativo (Foro di Cesare), o anche da interventi archeologici di emergenza che non hanno ancora consentito un approfondito esame dei materiali, finora sinteticamente pubblicati in comunicazioni di carattere preliminare e privi, per quanto riguarda le anfore, di documentazione grafica o fotografica (Horti Lamiani). Altre segnalazioni di anfore betiche in circolazione tra la fine dell'età repubblicana e l'età augustea provengono da collezioni (anfore conservate nei magazzini dei Mercati di Traiano), da cui risulta impossibile risalire al contesto originario di provenienza, o, a livello di residui, da altri contesti urbani (area di stoccaggio presso la Porticus Aemilia). Naturalmente alcune di queste circostanze hanno reso particolarmente ardua l’identificazione dei più antichi tipi betici in circolazione a Roma, su cui, inoltre, l'attenzione degli specialisti si è concentrata solo da poco e che in alcuni casi sono stati messi a fuoco tipologicamente in studi estremamente recenti, talvolta successivi alle pubblicazioni dei contesti che illustreremo di seguito. 10 8 Lowe 2017, 75. 9 Remesal Rodríguez 2005, 470-1. Sul personaggio: des Boscs-Plateaux 1994. 10 De Almeida 2008; García Vargas, De Almeida e González Cesteros 2011; González Cesteros, García Vargas e De
In particolare è possibile rilevare incongruenze cronologiche tra alcune identificazioni proposte e le cronologie delle stesse anfore ricostruite sulla base delle evidenze archeologiche degli ateliers betici da cui provengono. La figura 1 rappresenta alcuni contesti tardo-repubblicani e augustei che hanno restituito anfore betiche prodotte nel valle del Guadalquivir: le cronologie proposte per la loro produzione nell’area di origine sono state incrociate con le datazioni dei contesti da cui provengono. 11 Dal confronto delle due serie di dati risulta la presenza di tipi in produzione in un periodo molto precedente alla datazione del contesto, evidentemente residui, ma anche di tipi segnalati in contesti datati in un periodo precedente all’inizio della loro produzione nella Betica, un’incongruenza che se non deriva da un difetto della classificazione, potrebbe consentire nuove riflessioni sulle cronologie finora stabilite. È tuttavia più probabile che tali incongruenze derivino dalla difficoltà intrinseca di riconoscere le prime produzioni ovoidi di tipologia romana della Betica, come anche dalla convinzione che le Haltern 70 fossero prodotte e commercializzate anche prima della metà del I secolo a.C.: è, quest'ultima, un'ipotesi innescata dalla segnalazione del tipo nel relitto della Madrague de Giens, ma che è stata recentemente discussa criticamente. 12 Fino a pochi anni fa, le prime importazioni ispaniche in Italia erano riconosciute nella presenza del tipo Lomba do Canho 67/Ovoide 1 del Guadalquivir, attestato ad Ostia nel terzo quarto del I secolo a.C. nella Casa del Portico. 13 Stando alla nuova documentazione archeologica, però, il primato spetterebbe alle anfore Haltern 70 e Dressel 12, in quanto presenti in un contesto di Roma, quello degli Horti Lamiani, datato tra l'81 e il 50 a.C. Tuttavia, allo stato attuale della ricerca, risulta piuttosto improbabile ammettere la presenza di Haltern 70 del valle del Guadalquivir a Roma in un orizzonte cronologico così alto, dato che queste anfore cominciano ad essere segnalate dentro e fuori la loro zona di produzione solo a partire dalla metà circa del secolo o verso il 30 a.C. 14 Questa differenza tra la cronologia delle anfore e quella dei contesti di provenienza, che vale anche per la Dressel 12 (una produzione iniziata nel terzo quarto del I secolo a.C.), suggerisce la possibilità di una diversa classificazione di questi materiali, avvalorata anche dall'analisi autoptica, che ne ha rivelato la diversità dagli esemplari canonici e le affinità morfologiche con il tipo immediatamente precedente: in questi frammenti attribuiti alla Haltern 70 potrebbero dunque essere riconosciute delle Ovoidi 4, in circolazione dal 70 a.C. e facilmente confondibili con le Haltern 70, che da esse direttamente derivano; analogamente nei frammenti attribuiti alle Dressel 12 potrebbero essere identificate le anfore Ovoidi 5, forse destinate al trasporto dell'olio e del vino. 15 Il caso delle Haltern 70 e delle Dressel 12 degli Horti Lamiani, dunque, impone la necessità di una parziale rilettura critica delle identificazioni delle anfore betiche proposte in passato nelle pubblicazioni: soprattutto a livello di frammenti, come di regola avviene nel caso delle testimonianze provenienti dai contesti urbani di scavo, le produzioni betiche tardo-repubblicane sono difficili da riconoscere, soprattutto perché sono talvolta effettivamente poco differenziate dalla generazione successiva di contenitori. Anche nel caso dei materiali del Foro di Cesare è stato dunque possibile riconoscere un’anfora Ovoide 1 del Guadalquivir inizialmente pubblicata come una Dressel 21-22, insieme ad altre Haltern 70. 16 La presenza di Ovoidi 1, in circolazione tra la fine del primo terzo e gli ultimi decenni del I secolo, 17 è già ben conosciuta in Italia, dai contenitori della Casa del Portico di Ostia a quelli Almeida 2018. 11 Roma. Horti Lamiani, pozzo e cisterna del Foro di Cesare, Gianicolo: Ferrandes 2014; Bertoldi e Ceci 2013, fig. 17; Zampini 2010, Ferrandes 2008. Ostia Antica. Casa del Portico, Binario Morto, La Longarina 1 e 2: van der Werff 1986; Olcese et al. 2017, 202; Hesnard 1980; Rivello 2002; Contino et al. c.s. Albintimilium (Ventimiglia): Lamboglia 1955. 12 García Vargas, De Almeida e González Cesteros 2011, 219 13 Molina Vidal 2001. In alcuni frammenti di incerta identificazione della Casa del Portico devono forse essere riconosciute anfore Dressel 7-11 di produzione betica: Rizzo 2018b, 235, nota 45. 14 García Vargas, De Almeida e González Cesteros 2011, 293; González Cesteros, García Vargas e De Almeida 2018, 91, 223. 15 González Cesteros, García Vargas e De Almeida 2018, 92. Ringrazio A. Ferrandes per avermi mostrato i frammenti attribuiti alle Haltern 70 degli Horti Lamiani. 16 Rizzo 2018a, 172, fig. 3a. 17 González Cesteros, García Vargas e De Almeida 2018, 90.
di Albintimilium; probabilmente Roma costituì uno dei mercati preferenziali di queste anfore. Allo stesso modo nel contesto tardo-augusteo delle falde del Gianicolo, a Roma, proprio in virtù della morfologia delle caratteristiche anse scanalate nell'anfora attribuita al tipo Oberaden 73 - in realtà il n. 83 della tipologia di Oberaden - deve essere piuttosto riconosciuto il tipo Ovoide 6, una produzione principalmente betica, destinata al trasporto dell'olio e in circolazione tra il secondo terzo del I secolo e il 20 a.C. ca. 18 (vedi fig. 4.3). Entrambi i tipi non sono rari in territorio italico, e soprattutto a Roma e ad Ostia. A Roma le Oberaden 83 sono segnalate, a livello di residuo, nelle aree di stoccaggio della Porticus Aemilia, presso il Testaccio 19 , e tra le anfore conservate nei depositi dei Mercati di Traiano, dove è anche conservato un esemplare intero di Ovoide 6; inoltre ad Ostia le Oberaden 83 sono presenti negli allestimenti augustei della Longarina, dove sono segnalate anche le Ovoidi 6 (La Longarina 2). 20 Infine altre “Oberaden 73”, cioè Oberaden 83, sono nuovamente segnalate insieme ad anfore Haltern 70 e Dressel 20 tra il materiale di reimpiego del santuario di Diana a Nemi (Roma). 21 Anche se alcune delle testimonianze passate in rassegna sono costituite da residui o provengono da collezioni, esse sembrano suggerire la trama di un commercio già non del tutto episodico, che doveva coinvolgere consapevolmente Roma e risponderne alle sempre maggiori richieste, sebbene non in maniera così rilevante come documentato in età augustea e, ancora più, a partire dall'età giulio-claudia. La scarsità e l'esiguità di contesti finora a disposizione per la tarda età repubblicana, nonché la medesima natura residuale e decontestualizzata di alcune di queste testimonianze non consentono la possibilità di valutare con precisione la gradualità del fenomeno delle importazioni che esse presuppongono almeno fino all'inizio dell'età augustea, quando queste aumentano considerevolmente. Difficoltà di altra natura, infine, ci impediscono di riconoscere con certezza i generi alimentari trasportati nei vettori ovoidi betici tardo-repubblicani: solamente per le anfore Ovoidi 6 della valle del Guadalquivir è stato ipotizzato, con un buon margine di sicurezza, un contenuto oleario, mentre per quanto concerne le Ovoidi 4 è stata avanzata l'ipotesi di un contenuto a base dei prodotti derivati dalla lavorazione dell'uva o il vino, ma solo sulla base della “parentela tipologica” con le successive Haltern 70, sulle quali si è sviluppata negli anni una lunga querelle proprio intorno al problema del contenuto: prodotti derivati dalla lavorazione dell'uva – defrutum, sapa, mulsum e vino - ma anche derivati dalla lavorazione del pesce (muria) e olive. 22 ANFORE ISPANICHE E MERCATO DI ROMA: I CONTESTI E LE STATISTICHE Nel corso di un recente bilancio delle derrate alimentari prodotte in Hispania e trasportate in anfora a Roma è stato rilevato come esse si comportino diversamente nel corso del tempo. 23 (Fig. 2). In linea generale, le tendenze di un commercio che vede un rilevante ingresso nel mercato di prodotti ispanici derivati dalla lavorazione del pesce e, in subordine, di vino e olio solo in età augustea trova sostanziale conferma nella documentazione di Ostia, uno dei suoi porti. Negli allestimenti augustei delle anfore delle strutture di drenaggio di La Longarina 1 e 2 e della ruota idraulica di Binario Morto si registra una considerevole presenza delle anfore da pesce betiche (rispettivamente circa il 30 e il 15% del totale delle anfore rinvenute), ma a differenza di quanto avviene a Roma, prevalgono leggermente le anfore vinarie tarraconesi Pascual 1 sulle anfore vinarie betiche. 24 Le produzioni ispaniche compaiono per la prima volta nel mercato di Roma in un contesto degli Horti Lamiani (81-50 a.C.), dove viene segnalata la presenza delle Haltern 70 (in realtà Ovoidi 4?) e delle anfore da pesce betiche Dressel 12 (forse Ovoidi 5?), che insieme raggiungono l'8% del totale del totale dei frammenti diagnostici. 25 Stando alla documentazione attualmente a disposizione, solo in età augustea le importazioni delle 18 González Cesteros, García Vargas e De Almeida 2018, 92-3. 19 Contino et al. c.s. 20 Hesnard 1980, tav. 6, fig. 1-3; Contino et al. c.s. 21 Diosono e Romagnoli 2014, 490. 22 Rizzo 2014a, 205-6. 23 Rizzo 2018a. 24 Rizzo 2018b, 234-7, fig. 5. 25 Ferrandes 2014.
derrate alimentari trasportate in anfora dalla Betica e dalla Tarraconese raggiungono un'entità di una certa rilevanza: successivamente le anfore olearie betiche sono estremamente diffuse a partire dai contesti di età tardo-neroniana fino a quelli formatisi in età traianea, dopo i quali esse decrescono bruscamente fino alla fine del II secolo, per azzerarsi quasi all'inizio di quello successivo. Per quanto concerne le anfore da pesce betiche, anch'esse raggiungono percentuali molto elevate nei contesti tardo-neroniani, ma l'andamento dei loro indici di attestazione disegna una curva sinusoidale che si intreccia con quella delle anfore da pesce lusitane fino all'età severiana. In seguito, tra la fine del II e l'inizio del IV secolo, la presenza delle anfore ispaniche da pesce risulta grosso modo dimezzata rispetto a quella registrata nei contesti di età severiana, quando ancora le anfore betiche e lusitane da pesce toccano complessivamente una percentuale molto vicina al 100% delle anfore da pesce individuate. Le motivazioni della progressiva affermazione delle anfore da pesce, olearie e, in subordine, vinarie sul mercato dell'Urbe sono probabilmente da cercare nell'interazione tra il dinamismo produttivo e l'intraprendenza delle classi dirigenti spagnole, tra la ricchezza delle risorse agricole, minerarie e della pesca della Hispania, generante disponibilità di eccedenze di olio, salse di pesce e vino da destinare all'esportazione, e l'incremento demografico della popolazione di Roma, comportante a sua volta l'aumento esponenziale della richiesta di questi generi alimentari e, parallelamente, l'affermazione di una politica di soddisfazione delle esigenze della stessa plebe da parte delle personalità che si contesero il controllo dello stato prima dell'avvento di Augusto. 26 In questo quadro complessivo spicca anche il fenomeno illustrato da due contesti dell'area del Foro di Cesare e delle falde del colle Gianicolo risalenti all'età augustea, in cui compaiono per la prima volta in gran quantità le anfore provenienti dalle province, tra le quali proprio le anfore betiche risultano le più diffuse (figg. 3-4). Nel primo caso si tratta degli strati di riempimento di un pozzo sigillato in occasione dell'inaugurazione del Foro di Cesare da parte di Ottaviano nel 29 a.C. 27 Dalle falde del Gianicolo, invece, proviene una serie di contenitori integri o quasi (43), selezionati per forma ed impiegati in una sostruzione per un terrazzamento e su cui successivamente vennero gettati strati di riporto di terreno e frammenti ceramici per migliorarne il drenaggio: in questo caso le anfore vennero in parte selezionate e i contesti, datati nella tarda età augustea, non sono molto abbondanti. 28 In entrambi i contesti un quarto delle anfore olearie è costituto dalle anfore betiche, poco meno i contenitori betici da pesce, mentre molto meno frequenti risultano e le anfore vinarie betiche e tarraconesi: i criteri di selezione del materiale e la parziale limitatezza quantitativa della documentazione a disposizione rendeva comunque auspicabile la verifica dei dati statistici su un ulteriore banco di prova. La recentissima pubblicazione di un'altra serie di contesti indaganti nell'ambito degli scavi realizzati alle pendici del Palatino, nell'area della domus Publica 29 (vedi fig. 3), ha finalmente fornito una documentazione in grado di risarcire le limitazioni quantitative e qualitative di quella finora a disposizione, consentendoci la possibilità di osservare il fenomeno su una base documentaria più ampia ed affidabile. Tra i contesti illustrati nella pubblicazione ne sono stati selezionati due particolarmente significativi per la quantità di materiali rinvenuti e per la loro particolare natura, legati alla costruzione e vita di due horrea sorti nell'area della domus Publica. Si tratta del materiale restituito dagli strati della prima fase dell'Horreum II, datati nella media età augustea, e di una sorta di immondezzaio scavato nell'area di un altro horreum formatosi durante la tarda età augustea: nell'interpretazione degli archeologi quest'ultimo insieme di materiali è del tutto privo di residui, e sarebbe quindi in grado di documentare direttamente il panorama degli alimenti trasportati in anfora all'epoca di formazione del contesto. Nella fig. 5 sono sintetizzate le percentuali delle anfore ispaniche in tutti i contesti augustei presi in 26 Rizzo 2018a, 177-8. 27 Zampini 2010. Nel pozzo sono stati individuati diversi strati di riempimento riferibili ad una prima fase, datata al secondo quarto del I secolo a.C., ed alla successiva fase dei primi anni dell'età augustea, da dove proviene la maggior parte dei materiali raccolti (240 fr.). 28 Ferrandes 2008, 249. Sono 43 le anfore intere o quasi; 122 i frammenti di anfore dagli strati di riporto. 29 Carandini et al. 2017.
considerazione, e le statistiche sono state elaborate sulla base del totale complessivo delle anfore identificate nei contesti del Foro di Cesare, delle falde del Gianicolo e della domus Publica: dopo le anfore italiche, le anfore ispaniche sono le più frequentemente attestate, con una percentuale del 18,16 %. Nella fig. 6, invece, gli stessi contesti sono stati scaglionati secondo la loro cronologia, e le statistiche sono state calcolate in relazione al totale delle anfore vinarie, olearie e da pesce individuate all'interno dei contesti ante 29 a.C. (Foro di Cesare), della media età augustea (Horreum II) e della tarda età augustea (falde del Gianicolo, horreum della domus Publica). Le statistiche indicano piuttosto chiaramente che il primato della presenza delle produzioni provinciali sul mercato romano è assicurato alle anfore ispaniche soprattutto dalle anfore da pesce, che nei contesti della media e tarda età augustea raggiungono indici elevatissimi, compresi tra il 76 e l'88%; già nel contesto più antico, comunque, esse sono più della metà delle anfore da pesce complessivamente rinvenute. Le anfore olearie betiche risultano presenti con indici sensibilmente inferiori (50% e 30 % circa delle anfore olearie), ma comunque notevoli; va inoltre sottolineato che nei contesti augustei le anfore olearie sono molto meno attestate delle anfore vinarie e da pesce. Risultano meno frequenti, infine, le anfore vinarie betiche (percentuali comprese tra l'1 e il 10%) e con indici ancora meno rilevanti le anfore vinarie tarraconesi. La documentazione esaminata sembra dunque indicare la tendenza ad un progressivo aumento delle anfore vinarie e olearie nel corso dell'età augustea: nel contesto più antico del Foro di Cesare le anfore vinarie tarraconesi e betiche e le anfore olearie betiche risultano presenti con indici quasi irrilevanti o risultano assenti, ma esse tendono ad aumentare, anche considerevolmente, nel contesto della media età augustea della domus Publica. Tuttavia non bisogna incorrere nell'errore di interpretare meccanicamente la documentazione passata in rassegna, sovrapponendo la datazione dei contesti archeologici a quella dei fenomeni produttivi e commerciali sottesi dalla presenza dei reperti contestualmente raccolti: di regola i materiali archeologici fanno il loro ingresso nei contesti in cui vengono rinvenuti come scarti, ovvero alla fine di un periodo di uso e talvolta riuso, proprio come nel caso delle anfore, che può essere anche piuttosto lungo. In ogni contesto, dunque, il materiale che possiamo considerare effettivamente contemporaneo all'epoca della sua formazione è sempre in minima quantità. Così, in quest'ottica, nel contesto chiuso nel 29 a.C. si riflettono tendenze di mercato precedenti l'età augustea, ma lo stesso succede negli strati della media e tarda età augustea che illustrano di conseguenza orientamenti già probabilmente attivi nel corso della prima parte del principato di Augusto. ANFORE ISPANICHE, COMMERCI MEDITERRANEI E IL VENTRE DI ROMA L'età augustea è un periodo di importanza fondamentale nella storia delle importazioni delle derrate alimentari trasportate in anfora sul mercato di Roma non solo perchè illustra nuove tendenze del mercato in materia di approvvigionamento di vino, olio e pesce, ma anche perchè riflette una generale intensificazione del mercato delle derrate alimentari trasportate in anfora. Nella fig. 7 vengono infatti riassunte le statistiche ricavate dal rapporto tra anfore e altri materiali ceramici ricavate da una serie di contesti campione datati complessivamente tra gli ultimi decenni del III secolo secolo a.C. e l'età augustea. Già nel 2009 R. Volpe, sulla base della documentazione allora a disposizione, aveva attirato l'attenzione sulla scarsa rilevanza statistica delle anfore nei contesti urbani di età repubblicana (percentuali comprese entro il 7,6% del totale dei materiali ceramici). 30 In seguito sono stati pubblicati alcuni contesti, come quello degli Horti Lamiani, o come quelli di alcune località del suburbio orientale di Roma (Città dello Sport, Torre Spaccata e Ponte di Nona), 31 in cui le anfore toccano indici più elevati rispetto alla media di quelli presi in 30 Volpe 2009, 379, tab. 3. 31 Città dello Sport, Torre Spaccata, fase 1-2; Ponte di Nona: Bertoldi 2011, tab. 1,7,8,19. Foro Transitorio: Morselli e Tortorici 1989, 268-69 (A1307). Aqua Marcia: Volpe 1996, 101-18 (periodo 2). Auditorium: Carandini, D’Alessio e Di Giuseppe 2006, 272-79. Horti Lamiani: Ferrandes 2014, fig. 4. Foro di Cesare: Zampini 2010, 321-2, nota 4. Area della domus Publica: Carandini et al. 2017, 530, fig. 1; 491, fig. 1 (att. 8); 503, fig. 7 (att. 9).
considerazione da R. Volpe: anche così, tuttavia, la linea che descrive la media esponenziale di tutte le percentuali delle anfore rispetto agli altri reperti ceramici segna un progressivo innalzamento che culmina proprio in corrispondenza dei contesti datati in età augustea. Ancora una volta la documentazione ceramica sembra illustrare fenomeni di natura economica che spesso esulano dal campo di osservazione delle fonti letterarie e che talvolta sembrano ricevere riscontro e acquisire maggiore attendibilità attraverso il confronto con la storia evenemenziale o con circostanze di altra natura, e anche in questo caso è possibile tentare di ricostruire una rete di fenomeni alla luce delle quali la tendenza illustrata nella fig. 7 sembra ulteriormente confermata. Innanzitutto l'aumento del numero di anfore nelle stratigrafie urbane tra tarda età repubblicana ed augustea sembra rimandare ad una intensificazione del commercio marittimo di generi trasportati in anfora, che a sua volta trova corrispondenza nel rapido e progressivo aumento di relitti documentato proprio tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. dalle statistiche aggiornate da A. Wilson; 32 tale intensificazione degli scambi marittimi, a sua volta, fu certamente in parte favorita in parte dalla pax terra marique parta assicurata da Augusto anche dopo aver scongiurato il pericolo dei pirati. 33 Sempre in età augustea, inoltre, raggiunge il culmine una serie di fenomeni che determinarono un notevole miglioramento del tenore di vita della plebe urbana e, di conseguenza, un netto aumento della richiesta di beni ed alimenti. A partire dalla metà circa del I secolo a.C. essa beneficia di ripetute distribuzioni di grano e di elargizioni di denaro, che segnano l'abbandono di una prospettiva di vita legata unicamente alla sopravvivenza, favoriscono l'incremento demografico e lo sviluppo di una dieta più varia in cui entrano a far parte sempre di più il vino l'olio e soprattutto l'obsonium, il complemento del pane, che probabilmente iniziò ad essere sempre di più costituito dalle salse o dai derivati della lavorazione del pesce. 34 Al popolo dei Latini fu a lungo estraneo il gusto per i prodotti derivati dal pesce, che si affermò lentamente a Roma per contatto con il mondo ellenistico: all'origine fu il riflesso della luxuria, che a partire dal II secolo a.C. determinò, stando alle fonti storiche, le prime importazioni dal Ponto di pregiatissimi e costosissimi prodotti derivati dalla lavorazione del pesce (Diod. Sic. 37, 3, 3, 5; Polyb. 31, 5). 35 Tale circostanza trova conferma anche nel panorama delle tipologie anforiche restituite dalle stratigrafie romane inquadrabili negli ultimi due secoli della Repubblica, in cui le anfore da pesce risultano in netta minoranza, se non del tutto assenti, rispetto alle anfore vinarie ed olearie. 36 Anche sul versante della geografia degli impianti di trasformazione del pescato si ricava l'impressione di una produzione locale del Lazio incapace di sostenere le incalzanti richieste della popolazione di Roma. Sebbene in Italia centrale (Etruria e Lazio) si sia sviluppato un artigianato della produzione delle conserve di pesce, stando alla documentazione attualmente a disposizione esso prese il via solo a partire dall'età augustea, e probabilmente non è un caso che le anfore ispaniche complessivamente più attestate nei contesti romani databili tra l'età augustea e l'età severiana siano proprio quelle destinate a trasportare derivati dalla lavorazione del pesce: questi vennero prodotti solo in limitata quantità nelle coste laziali, dove il fenomeno dello sfruttamento delle risorse alieutiche e della produzione di derivati, materializzati nei pots a garum destinati principalmente al trasporto di allec e salagioni, fu probabilmente di scarsa entità e si concentrò nei primi due secoli dell'impero (fig. 8). 37 32 Wilson 2011, 35, fig. 2.4. 33 Res gestae Divi Augusti 13, 25: mare pacavi a praedonibus. Il testo si riferisce alla sconfitta di Sesto Pompeo nella battaglia di Nauloco (36 a.C.). 34 Tchernia 2011, 165-6. L'obsonium è talvolta esplicitamente identificato con il pesce: Varro, Rust. 3.17.7; Apul., Apol. 27. L'esame del complesso di tituli picti conservati sulle anfore ispaniche del deposito romano di Castro Pretorio (50 d.C. ca.) ha rilevato la maggiore frequenza di menzioni di salse di pesce - soprattutto hallec, muria, liquamen – rispetto alle salagioni: Lagóstena Barrios 2009, 299. 35 Rizzo 2014b, 557; Botte 2017, 162-3. 36 Si tratta delle anfore di tradizione punica van der Werff 1 (Horti Lamiani): Ferrandes 2014, 363. Nello stesso contesto sono attestati anche frammenti di Dressel 1C : il dibattito sulle Dressel 1C prodotte a Cosa risulta ancora aperto, ma non sembrano ancora sussistere argomentazioni inoppugnabili per dimostrarne il contenuto a base di salse di pesce: Botte 2017, 129-54. 37 Djaoui, Piquès e Botte 2014; Botte 2017, 155-61.
Alle anfore da pesce seguono, nelle statistiche dei contesti augustei, le anfore vinarie e le anfore olearie betiche. I fenomeni sopra descritti generarono evidentemente anche un notevole incremento delle richieste di vino e olio, cui presumibilmente fino a quel momento fecero fronte in gran parte le produzioni del suburbio romano trasportate nella città in contenitori che non lasciano traccia archeologica (botti, otri o cullei in pelle). 38 Non sappiamo se e in quale misura i dati statistici passati in rassegna debbano essere integrati dalla documentazione ancora sepolta nei livelli iniziali del Monte Testaccio, il terminal privilegiato dell'olio betico in arrivo nella capitale dell'impero, che iniziò a formarsi proprio in età augustea e i cui livelli iniziali non sono ancora stati raggiunti, ma i ritrovamenti di anfore ovoidi di contenuto oleario nello stesso quartiere (Ovoidi 6), certamente in relazione con le strutture di stoccaggio (Nuovo Mercato di Testaccio), potrebbero essere l'indizio di una fase precoce del commercio dell'olio betico. Sono scarsamente rilevanti, infine, gli apporti rappresentati dalle anfore betiche vinarie Haltern 70, ed è addirittura quasi irrilevante la presenza del vino della Tarraconese, secondo una tendenza che sarà sistematicamente rispettata anche nelle epoche successive. Le ultime ricerche archeologiche nel territorio di Roma stanno dunque aprendo le possibilità di una nuova e proficua fase di studio della storia degli approvvigionamenti urbani di generi alimentari trasportati in anfora in un'epoca, quella compresa tra la tarda età repubblicana e il principato di Augusto, fino a poco tempo fa quasi del tutto nell'ombra: in questo quadro le importazioni dalla Betica assumono un ruolo economico progressivamente crescente, ma su cui la documentazione in esame non riesce ancora a fare pienamente luce, che culmina nel corso dell'età augustea, quando le testimonianze delle anfore vinarie, olearie e, soprattutto, da pesce betiche sono di entità decisamente rilevante. Nell'ambito di questo nuovo scenario, infine, è necessario tenere conto dei progressi fatti dalle ricerche sul campo nelle aree di produzione delle anfore betiche, senza i quali è impossibile leggere correttamente le testimonianze talvolta tipologicamente ambigue restituite dagli scavi archeologici di Roma: è dunque auspicabile che in futuro gli specialisti che si occuperanno dell'analisi dei contesti romani tardo-repubblicani riescano finalmente a documentarli nel dettaglio, anche con l'ausilio di un adeguato apparato illustrativo, tenendo conto delle più recenti tipologie delle anfore della Hispania Ulterior. Didascalie delle figure Figura 1. Confronto tra le cronologie delle anfore betiche e la datazione dei contesti tardorepubblicani ed augustei di provenienza. Roma, Horti Lamiani; 2: Ostia Antica, Casa del Portico, strato 3 C; 3: Albintimilium, strato VI A2, VI A1; 4: Ostia Antica, Binario Morto; 5: Roma, pozzo del Foro di Cesare; 6: Roma, cisterna del Foro di Cesare; 7-8: Ostia Antica, La Longarina 1 e 2; 9: Roma, Gianicolo (disegno di V. Moreno Megías). Figura 2. Roma. Percentuali di attestazione delle anfore ispaniche, distinte per provenienza e contenuti, all'interno dei periodi considerati (Rizzo 2018a, fig. 2). Figura 3. Roma. Le anfore attestate in contesti dell'età augustea. Figura 4. Roma, anfore ispaniche dai contesti tardo-augustei alle falde del Gianicolo. 1: Haltern 70. 2: Pascual 1. 3: Ovoide 6. 4: Dressel 7-11 (Rizzo 2018a, fig. 3, b, d, e, f). Figura 5. Roma, età augustea. Percentuali delle anfore distinte per provenienza (disegno di G. Rizzo). Figura 6. Roma, età augustea. Percentuali delle anfore ispaniche, distinte per contenuto e provenienza all'interno dei singoli contesti (disegno di G. Rizzo). 38 Volpe 2009, 380-1; sulla stessa linea: Panella 2010, 69-70, che ipotizza arrivi di vino anche dalla valle del Tevere, dell'Aniene e dai Colli Albani.