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UNIVERSIDAD DE SEVILLA FACULTAD DE FILOLOGIA DEPARTAMENTO DE FILOLOGIAS INTEGRADAS Titulo de doctorado Mujer, escrituras y comunicacion Titulo de la tesis Doctoral Donne e scienza: Trotula de Ruggiero e la Scuola Medica Salernitana Doctoranda Concetta Falivene Directoras de la tesis Dra. Mercedes Arriaga Florez Dra. Milagro Martin Clavijo Dr. Daniele Cerrato
2" " INDICE Introduzione p. 4 Capitolo Primo Donne e scienza p. 8 1,1 Donne e scienza, un difficile percorso p. 9 1.2 La scienza degli uomini: origine della discriminazione p. 46 1.3 Salerno e la sua Scuola medica: le origini p. 60 1.4 Monachesimo Occidentale e Scuola medica salernitana p. 82 1.5 I docenti della Scuola e le materie di insegnamento p. 99 Capitolo Secondo La Scuola medica salernitana p. 109 2.1 La chirurgia di Ruggiero p. 110 2.2 Tecniche utilizzate nella chirurgia salernitana ed esempi di terapie curative p.118 2.3 Salerno nel Basso Medioevo: letteratura medica p. 141 Appendice iconografica p. 172
3" " 2.4 La regola salernitana p. 183 Appendice iconografica Capitolo Terzo Le mulieres salernitanae e Trotula de’ Ruggiero p. 203 3.1 Salerno nel Medioevo e medicina al femminile p. 204 3.2 Le mulieres salernitanae p. 221 3.3 Trotula de’ Ruggiero p. 230 3.4 Dalle ricette di Trotula: una strada in salita p. 265 Conclusioni p. 281 Ringraziamenti p. 284 Bibliografia p. 285
4" " INTRODUZIONE La storia per abitudine non ha parlato molto della donna, in generale ha limitato il suo ruolo sociale nell’ambito delle faccende domestiche e la cura dei figli anche se è sempre stata presente nel mondo della scienza fin dalla preistoria. Le invenzioni, i lavori e le ricerche delle donne, hanno contribuito in gran misura allo sviluppo dell’umanità. I loro primi contributi furono le ricerche che svilupparono per la lavorazione del pane, la conservazione degli alimenti, la preparazione dei liquori, la trasformazione di fibre naturali in filo, la tintura dei tessuti e la produzione dei profumi. Nonostante la donna abbia sempre partecipato alla costruzione della scienza, ci sono pervenuti pochi dati intorno al suo lavoro perché la storia è stata scritta maggiormente da uomini. Nell’ambito specifico della scienza della salute, la presenza delle donne è sempre stata costante dal principio dell’umanità. Ricordiamo le figure mitologiche di Igea (la salute) e Panacea (rimedio per tutti i
5" " mali) figlie di Ascelpio, dio sanatore nel mondo greco-romano. Le donne furono guaritrici, ostetriche, infermiere e medico nonostante le difficoltà che dovettero attraversare, per molto tempo si dedicarono alla professione dell’ostetricia e a curare le malattie grazie alle loro conoscenze delle piante medicinali. Da Agnodice matrona pioniera e antecedente delle donne medico, queste dovettero lottare per diventare parte di quel mondo che sempre gli fu vietato nel corso della storia, sia dal punto di vista accademico che professionale. La storia dell’inserimento delle donne nella scienza è stata una storia di ignoranza, frustrazione, incomprensione e pregiudizio alla fine sconfitti grazie all’intelligenza e alla volontà di superare i limiti imposti da una cultura che per troppo tempo le ha relegate ai margini della società. La donna da sempre è stata coinvolta nella pratica della medicina, la professione di ostetrica che non prevedeva solo far nascere un bambino ma anche di preoccuparsi dei preparativi sociali propri della sua nascita, fu una delle prime professioni che le donne svolsero nell’ambito della medicina. L’ostetricia è un’occupazione femminile riconosciuta socialmente nell’era egiziana e anche nella Grecia di Ippocrate e Socrate. Nella storia sono state tante le figure femminili che hanno contribuito con il loro sapere, le loro capacità e la loro tenacia alla storia dell’umanità. Tra queste una figura che merita attenzione è Trotula de’ Ruggiero. Il presente lavoro si divide in tre capitoli nei quali si analizza il rapporto delle donne con la scienza in particolare con la medicina che per tanti secoli si credeva fosse di esclusivo dominio maschile, per dedurre quanto il loro ruolo sia stato incisivo nella società ed in particolare in quella salernitana del Medioevo. La scelta di questo argomento nasce dalla volontà di approfondire un aspetto non particolarmente studiato. Nel lavoro di ricerca mi sono avvalsa del supporto dei tradizionali repertori di ricerca ovvero ricerche presso biblioteche e archivi, analisi e interpretazione dei documenti, ricostruzione del quadro storico, con particolare riferimento alle donne e al loro rapporto con la scienza, in particolare con la medicina. Il primo capitolo ha come titolo Donne e scienza e sottolinea come il campo della ricerca scientifica sia sempre stato dominato dagli uomini, ma le donne poco a
6" " poco sono riuscite ad aprirsi la strada per venir fuori. Il punto di partenza è l’indagine sul contesto storico-culturale dal quale le donne venivano escluse, ad eccezione di quelle appartenenti ad una stirpe illustre che al solito avevano un cognome famoso, figlie e mogli di filosofi, favorite dalla sorte per censo e nobiltà di origini. Trotula, moglie di Giovanni Plateario, capostipite di una serie di medici salernitani si distinse in particolar modo nel settore della ginecologia. Le competenze delle donne nel campo dell’erboristeria facevano sì che queste venissero accusate di stregoneria: avere competenze, dunque, tout court, significava essere una strega, ma proprio queste “streghe” hanno scoperto erbe dal valore curativo, come la digitale, che ancora oggi è utilizzata per farmaci adibiti a curare le malattie del cuore o la belladonna utilizzata ancora oggi nella medicina omeopatica. Il Medioevo è stato il periodo più repressivo per la storia delle donne, un esempio lo fornisce proprio il “Malleus Maleficarum” in cui si dichiarava che ogni donna capace di guarire fosse una strega e per questo sarebbe stata messa al rogo. E’ inquietante pensare che se una donna aveva una conoscenza in più o superiore a quella che le veniva “concessa” questo poteva essere sufficiente per essere additata quale strega. Io credo che le donne abbiano avuto un ruolo molto importante, soprattutto nel campo medico, anche grazie alla loro sensibilità nell’interpretare e capire i fenomeni naturali. Le donne da sempre si sono occupate degli esseri più deboli come bambini o malati, e, inoltre, quando i gruppi sociali erano organizzati sulla divisione sessuale del lavoro, alla donna spettava la raccolta e la conservazione delle piante, per cui sono proprio loro ad aver dato naturalmente inizio all’erboristeria, la forma più antica di cura. Nel secondo capitolo farò un excursus sull’origine culturale della medicina e sulla Scuola medica salernitana che, nel corso dei secoli, è stata famosa in tutto il mondo per i suoi insegnamenti e la sua straordinaria esperienza medica. L’indagine sulle origini della Scuola medica salernitana ha messo in evidenza le molte incertezze e dubbi sulla sua nascita, tanto che sono varie e disparate le ipotesi formulate e, addirittura non mancano leggende intorno ad essa. Proprio a Salerno nasce la
7" " prima Scuola di chirurgia grazie all’intervento di Ruggiero che fu il primo a praticare la trapanazione del cranio e il cui trattato di chirurgia è stato la base per i manuali di chirurgia occidentali influenzandoli fino ai nostri tempi. Nel capitolo terzo, infine, si introduce la figura di Trotula de’ Ruggiero prima esponente femminile della Scuola medica salernitana. La realtà culturale salernitana era tanto aperta da offrire una naturale collocazione alla presenza e all’attività di un rilevante numero di donne: si tratta delle Mulieres salernitanae, le cui ricette e rimedi sono citati negli scritti della Scuola. Le donne che esercitano legittimamente l’attività di medico con abilità e competenza, rappresentano un fenomeno straordinario, soprattutto se si considera il periodo storico caratterizzato dall’ignoranza e da un certo oscurantismo, notevolmente ridimensionato alla luce degli studi della più recente storiografia, a causa dei quali il posto della donna nella società occupa una posizione secondaria se non marginale, in quanto vittima del pregiudizio e dei tabù generati troppo spesso da una ottusa moralità religiosa. Un certo mistero avvolge la figura di Trotula, forse anche questo ha suscitato il mio interesse e la mia curiosità; addirittura il suo nome è avvolto da mistero, il suo ritratto si è venuto precisando nel tempo. Trotula è descritta come una donna di nobili origini e di grande sapienza, tale da sfidare i migliori eruditi del tempo in tematiche scientifiche. Le sue idee erano innovatrici: considerava la prevenzione un aspetto importante della medicina, e nel tardo Medioevo, quando si parlava di disturbi e malattie femminili o di cosmesi non si poteva non fare riferimento a lei. In campo ginecologico, Trotula realizzò importanti scoperte e furono eccezionali le sue conoscenze. Io credo che il suo trattato “Sulle malattie delle donne” sia davvero uno studio eccezionale, anche perché, attraverso l’uso di un linguaggio molto chiaro, affronta per la prima volta in maniera esplicita tematiche sessuali senza alcun moralismo, e questo è davvero all’avanguardia per l’epoca in cui Trotula operava e viveva. Anche il “De ornatu mulierum” o “Trotula minor” è molto interessante: è un trattato di cosmesi in cui vengono forniti alle donne consigli per conservare e accrescere la propria bellezza e per curare le malattie della pelle.
8" " I rimedi da lei proposti dimostrano l’esigenza da parte delle donne di ricercare consigli per raggiungere un benessere generale. Durante il Medioevo la medicina resta l’unico sbocco per gli interessi scientifici delle donne. Con l’affermarsi delle Università nel XII e XIII secolo, in epoca prerinascimentale, la presenza delle donne medico si azzera, la professione medica è strutturata gerarchicamente, con in cima il medico maschio, anche perché i pregiudizi propri della forma mentis dell’epoca intralciavano l’ascesa professionale all’elemento femminile. L’esempio di Trotula, la cui fama è stata contestata per secoli, ci offre una visione dell’intensa attività quotidiana e delle qualità indiscutibili di queste donne che contribuirono al rinascimento medico che marcò la fine dell’oscurantismo in Europa. CAPITOLO PRIMO " !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!DONNE E SCIENZA!
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16" " non appaia in essa il nome di nessuna donna. E’ palese che dimenticate e zittite le donne sono state praticamente cancellate dalla storia, sembra quasi che non abbiano contribuito in nessun modo né alla scienza e né alla filosofia sebbene questa è una cosa che non potremmo mai sapere con sicurezza dal momento che non abbiamo testimonianze sulle loro vite e sui loro lavori. La storia del pensiero è stata riluttante nel mostrare i volti e le voci femminili, risulta che i racconti nei quali appare un segnale del pensiero femminile siano sempre narrazioni marginali che si inseriscono più che altro come aneddoti o appendici e che vengono considerati quasi come narrazioni stravaganti in quanto si tende a considerare le donne incapaci di occuparsi di questioni intellettuali. In tal modo le voci femminili del pensiero filosofico e scientifico appaiono, quando riescono ad apparire in modo tale da dare l’impressione di non avere alcuna importanza per lo storico generando la credenza che il pensiero e le idee che le donne hanno apportato in questi settori siano irrilevanti per la trattazione effettiva dei problemi che si vogliono risolvere in una determinata epoca. Ovviamente questo è un cattivo pregiudizio, infatti, la storia in questo modo ci offre una narrazione mutilata e incompleta questo sfortunatamente è stato il caso di tutte le figure femminili, ci si dovrebbe abituare ad ascoltare le loro voci e a vedere attraverso i loro occhi l’altra faccia della storia che ad oggi rimane in gran parte sconosciuta. Non ci sono dubbi che molte di queste donne abbiano contribuito con i loro lavori e le loro ricerche allo sviluppo e alla divulgazione delle dottrine filosofiche e scientifiche. Dobbiamo risalire all’antichità partendo dalla filosofia greca perché sarà attraverso queste donne che potremmo reincontrare una tradizione dimenticata. Questa storia non si muove partendo dall’identità ma dalla differenza, la stessa storia dimostra in quale modo le donne abbiano dato il loro contributo alla conoscenza e che il sapere ed il pensare non dipendono dal sesso. E’ importante reincontrarsi con questo passato per riscoprire attraverso la tradizione che è stata silenziata per poter ricostruire la tradizione del pensiero femminile attraverso le tracce che hanno lasciato queste filosofe. La storia del pensiero scientifico e filosofico ci dice che la storia ufficiale inizia in Grecia ed è a partire da qui, come sappiamo, si costituisce la tradizione occidentale. Sempre
17" " quando vogliamo raccontare la storia prendiamo come punto di partenza il pensiero greco che viene considerato un riferimento obbligato per imbatterci nella tradizione che più ci è affine. Così la storia del pensiero inizia in Grecia ma il nostro viaggio non dovrà iniziare dal percorso abituale ovvero partendo dalle grandi figure ma, al contrario dobbiamo focalizzare la nostra attenzione su quelle figure sfuocate che con o contro quelle così luminose e conosciute, iniziano ad intravedersi. La prima fonte da prendere in considerazione sarà il mito ma rivisto in un’ottica differente rispetto a quella ufficiale. Miti come quello di Atene, le Amazzoni, Penelope o Pandora, per nominare qualcuno, sono chiavi interessanti per decifrare il significato originale della saggezza femminile che cerca un precedente in un mondo che al principio sembra appartenere all’uomo. Pandora per esempio appare come colei che introduce il male nel mondo e non come inizio della conoscenza, sia nella Teogonia che nelle opere e i giorni Esiodo narra della creazione della prima donna9. Zeus per punire gli uomini a causa di Prometeo che aveva rubato il fuoco agli dei, decise di mandare loro una sventura: Pandora, la prima donna, il cui nome significava che ogni dio le aveva dato un dono: bellezza, fascino, grazia, abilità nei lavori femminili, ma carattere ingannevole. Quando Pandora giunse sulla terra, tutto cambiò, prima del suo arrivo gli uomini vivevano felici, immuni da malattie e fatiche, per portare il male agli uomini, Pandora usa la capacità di sedurre. Accanto al mito di Pandora poniamo quello di Eva nella versione ufficiale e diciamo negativa dell’interpretazione, entrambe le donne rappresentano praticamente la stupidità unita alla cattiveria tanto che per colpa loro, l’umanità è caduta in disgrazia. Lo stesso potremmo dire delle Amazzoni che come è noto, erano un popolo di guerriere presso le quali gli uomini erano ammessi solo in condizione di schiavi. Esse generavano figli unendosi con gli stranieri e tagliavano un seno alle figlie femmine affinché potessero guerreggiare meglio, maneggiando arco e lancia senza impaccio, da qui deriva il nome Amazzoni, a-mazos, senza seno. Il mito delle Amazzoni viene letto come rappresentazione mostruosa, fatta dai greci, di un mondo barbaro e selvaggio, """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 9"ARRIGHETTI"G.,"Il"misoginismo"di"Esiodo,"in"Misoginia"e"maschilismo,"Genova"1981,"p.24."
18" " opposto alla “cultura”: non a caso quindi composto da sole donne10 in loro si vede la disobbedienza alle regole e alle esigenze tradizionali della cultura e non una presa di posizione in cui la ribellione potrebbe essere considerata come un insegnamento nel senso che è possibile vivere ai margini cercando di essere promotori di una vita diversa rispetto a quella che esige il regime di una qualsiasi società. Le Amazzoni possono condurci quindi fino a questa periferia nella quale sono state collocate le donne che non vogliono sottomettersi alle norme ed oggi potrebbero rappresentare le guerriere del libero pensiero. E ancora Penelope, fedele e sottomessa che tessendo aspetta, in primo luogo, una donna doveva essere bella: la prima caratteristica sulla quale si sofferma costantemente Omero, quando presenta un personaggio femminile, è la bellezza, che la rende simile ad una dea11, doveva, poi, eccellere nei lavori domestici, e soprattutto doveva obbedire e Penelope obbedisce. La tela di Penelope potrebbe essere reinterpretata come il lavoro filosofico perché nel suo tessere e disfare si manifesta sempre l’opera incompiuta del pensiero. I greci videro in Penelope il modello della fedeltà coniugale e praticamente la condannarono ad un’attesa il cui centro era Ulisse; tuttavia è possibile parlare di una ribellione della donna e stabilire una via d’accesso che dimostri come il tessere equivalga al pensare. Le virtù che le donne dovevano avere non ne facevano certo delle protagoniste: tutt’altro. Le loro qualità erano tali da poter e dover essere utilizzate esclusivamente all’interno della limitata cerchia delle loro attribuzioni e del loro ruolo, senza minimamente proiettarsi nel mondo esterno. Una sola figura femminile ha un ruolo diverso: Atena, la donna che consiglia Ulisse e Telemaco in questioni tipicamente maschili, quali sono quelle legate al potere. Non a caso Atena è la dea nata dalla testa di Zeus, la dea parthenos, la vergine che rifiuta le nozze, e quindi non assume mai un ruolo femminile. La considerazione non sembra irrilevante: l’unica donna che esercita un’influenza costante e alla quale viene riconosciuto un ruolo di consigliera e protettrice non è una vera donna. Gli altri personaggi femminili quando non sono personaggi mitici sono in realtà immagini socialmente e """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 10"HARTOG"F.,"Le"miroir"d’Hèrodote.Essai"sur"la"reprèsentation"de"l’autre,"Paris"1980,"p."225." 11"Cfr."MONSACRE"H.,"Les"larmes"d’Achille."Les"hèros,"la"femme"et"la"souffrance"dans"la"poèsie" d’Homère,"Paris"1984."
19" " intellettualmente pallide e subordinate, escluse e nel migliore dei casi ignorate dal mondo maschile. Né consolatrice né consigliera, la donna omerica era solo lo strumento della riproduzione e della conservazione del gruppo familiare, facile alle lacrime prova anche questa della sua impotenza.12Bastano alcuni esempi per evidenziare come le donne della mitologia ci dimostrino che i modi di pensare non siano lineari o assoluti e che le loro strade sono tortuose e molteplici. Le voci mitiche possono aiutarci a reincontrare questa parte della tradizione che la storia ha lasciato nel dimenticatoio perché con la loro audacia e la loro ribellione sembrano puntare verso una forma di saggezza che non viene segnalata nella storia. E’ necessario ricostruire in frammenti che ci riportino alle fonti di una tradizione che includa e riconosca le donne. Nel momento in cui passiamo dal mito alla realtà, ci troviamo di fronte al nome di donne che decisero di intraprendere il cammino del mondo del pensiero e che ci possono offrire una nuova chiave di lettura rispetto al pensiero femminile. Non è possibile nominarle tutte ma fortunatamente la lista si fa sempre più amplia e, anche se le notizie che abbiamo non sono sempre abbondanti, ci permettono di tracciare un orizzonte storico-tematico che inizia con le pitagoriche e si conclude con Ipazia e le pensatrici della tarda antichità. Così oggi non è assurdo parlare della possibilità di una storia del pensiero femminile dell’antichità. Possiamo ricostruire il percorso di questa storia partendo dall’apparizione delle pitagoriche, donne che sotto gli auspici dello stesso Pitagora poterono imbattersi nell’avventura del pensiero. Gli studi propongono una grande lista di filosofe e scientifiche che si dedicarono allo studio della fisica, della matematica e che si occuparono di ricerca e scrittura allo stesso modo che gli uomini. Questa traiettoria del pensiero femminile che inizia con le pitagoriche passa poi a figure come Aspasia, promotrice di un circolo culturale che si avvalse della presenza di Socrate, Anassagora ed Erodoto e della figura mitico-storica di Diotima, alla quale Platone diede istruzioni per spiegare la sua teoria dell’Eros pertanto molti tendono a considerarla il prototipo della filosofia. Socrate, era particolarmente ben disposto verso le donna, e non si limitava a riconoscere astrattamente le loro capacità, ma ascoltava i loro consigli """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 12"MONSACRE"H.,"Op."cit.,"p.135."
20" " giungendo ad ammettere senza difficoltà che alcune di esse avevano saggezza superiore alla sua: come dice esplicitamente, in particolare, parlando di Aspasia, della quale è indispensabile tracciare un sia pur brevissimo profilo. Figlia di Axioco, nata a Mileto in Asia Minore, visse con Pericle fino a quando egli morì. Ma ciò che ci interessa è il rapporto di Aspasia con Socrate, secondo alcuni, infatti, Socrate avrebbe appreso da Aspasia il metodo cosiddetto “socratico”13. In effetti, sembra che Aspasia padroneggiasse con rara maestria la tecnica del discorso, diversa quindi dalle altre donne, era un’intellettuale, della quale ben quattro allievi di Socrate parlano nelle loro opere: Eschine di Spetto, Antistene, Senofonte e Platone, che nel Menesseno fa riferire da Socrate un discorso funebre che Aspasia avrebbe composto per i caduti della guerra corinzia14. Nel periodo ellenisticoromano figurano nomi come quello di Leonzia allieva di Epicuro che come Pitagora era favorevole all’istruzione delle donne. Anche i neoplatonici appoggiarono l’educazione filosofica delle donne, dentro questa tradizione compare in nome di Ipazia che è considerata la prima filosofa dell’Occidente attraverso la quale ci è possibile vedere in modo chiaro e tangibile a che altezza intellettiva poteva giungere una donna del IV sec quasi alla fine del mondo antico, quando si dimostrava tolleranza, libertà e buona disposizione di animo nell’accettare l’educazione delle donne. Ipazia matematica e filosofa, figlia del filosofo Teone, nel 415 fu vittima della violenza di una schiera di cristiani fanatici che dopo averle teso un agguato, la trascinarono nel tempio detto Cesario: la spogliarono delle vesti e con gusci di conchiglie la dilacerarono. Quando l’ebbero fatta a pezzi, portarono le membra nel luogo detto Cinarone e le distrussero col fuoco15. Accanto a questa donna eccezionale troviamo altre donne che ci permettono di tracciare un lieto fine nella traiettoria della filosofia e della scienza nella tarda antichità: Asclepigenia, Santa Catalina, tra le tante. La storia ci racconta che alcune donne dell’antichità non solo vollero sapere ma che in un modo o nell’altro raggiunsero il loro obiettivo: alcune poterono frequentare scuole e si convertirono in maestre, altre scrissero e affrontarono problemi filosofici e """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 13"Cfr."MONTUORI"M.,"Socrate."Fisiologi"di"un"mito,"Napoli"1974,"p."263." 14"DE"SANCTIS"G.,"Pericle,"Milano"1944,"p."188." 15""PASCAL"C.,"Figure"e"caratteri,"Padova,"Sandron"1902,"pp."183I184."
21" " scientifici, altre costruirono apparecchi per la realizzazione di esperimenti. Infine, la stessa storia che le ha relegate nel dimenticatoio e nel silenzio può ricordarle perché quando si sa ricercare a fondo la stessa storia fa presente l’assente. Tra queste si evidenziano tre donne che per la loro vita e le loro opere possono rappresentare bene e dare un’idea adeguata di ciò che significò in questo lontano passato intraprendere in cammino della scienza nonostante le proibizioni. Sono Aspasia, Diotima e Ipazia, ognuna di loro dimostra che il pensiero e la saggezza non sono prerogative maschili anche se la società alla quale appartengono abbia così disposto. Le figure di Aspasia ed Ipazia hanno in comune l’appartenenza alla realtà storica, in Ipazia praticamente si riflette tutta la saggezza femminile tanto è vero che viene considerata la prima scientifica e filosofa d’Occidente. Anche se la situazione storica di Ipazia è un’altra condivide con loro lo stesso modello culturale in cui le donne non hanno un accesso formale alla formazione intellettuale. Si dovrebbe raccontare la storia chissà in un altro modo, la storia tradizionale è stata abituata a non nominare le donne dimenticando che l’importante è ciò che si pensa e non il sesso di chi lo pensi pertanto nominare le donne significa restituire loro la presenza. Se pensiamo alla Grecia, Atene del V secolo a.C., fu la prima democrazia greca della storia. I cittadini avevano diritto al voto, a partecipare alla vita politica e alla gestione della Polis, ma quella società modello nell’aspetto politico e culturale, allo stesso tempo tollerava la misoginia. Per cittadino si intendeva solo “uomo nato ad Atene, di famiglia ateniese e libero” sebbene, in realtà, questa era una minoranza. Erano esclusi gli schiavi, i bambini, gli stranieri e, naturalmente, le donne alle quali non era permesso di partecipare alla vita pubblica16.E se le forme di esclusione di donne e schiavi erano giuridicamente diverse, non diversa era la giustificazione teorica di essa: La “natura”, che faceva donne e schiavi rispettivamente diversi dall’uomo-maschio e dall’uomo (essere umano) libero. Fu una diversità legata all’appartenenza sessuale, dunque, ciò che impedì alla donna di essere parte della polis (sempre che, ovviamente, ella fosse una donna libera).Il fatto che la vita delle donne """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 16""PUGLIESE"CARRATELLI"G.,"Dal"regno"miceneo"alla"polis,"in"Scritti"sul"mondo"antico,"Napoli" 1976,"p."135."
22" " dovesse essere finalizzata alla riproduzione poggiava su una solida tradizione plurisecolare, i greci avevano elaborato e tradotto in rigide norme consuetudinarie un’ideologia che organizzava la vita delle donne attorno alla centralità della loro funzione riproduttrice: ma, rispetto a quanto accadrà nei secoli successivi, con una sorta di elasticità che, nei secoli cosiddetti oscuri, aveva consentito loro una certa libertà di movimento, e il diritto di partecipare (nonostante l’esclusione dalla vita politica) quantomeno ad alcuni aspetti e momenti della vita sociale. Fu con la nascita della polis che le cose cambiarono, e si avviarono verso la strada che portò, in epoca classica, alla perdita di questa libertà e dei sia pur limitati diritti di partecipazione delle donne. Le occasioni di essere presenti, di vivere accanto agli uomini in alcuni momenti “esterni”, di vedere e conoscere persone e fatti anche al di fuori della cerchia familiare, a partire dal VII secolo cessarono praticamente di esistere, e le donne furono progressivamente confinate non solo negli angusti confini del ruolo domestico, ma anche materialmente, nelle mura della casa (o meglio di una parte di casa, il gineceo), ormai considerato il loro spazio. Una serie di leggi, infatti, lungi dal concedere maggiori libertà, limitò, a partire dal VII secolo, le poche libertà prima esistenti. I legislatori che diedero ai greci le prime norme scritte, si preoccuparono, in primo luogo, di regolare il comportamento sessuale femminile, mostrando così di considerare assolutamente imprescindibile per la vita della nascente città il rispetto di quella regola fondamentale che era l’organizzazione di un’ordinata riproduzione dei gruppi familiari, e quindi dei cittadini. E a provarlo basterebbe l’esame della legislazione di Draconte, il primo legislatore di Atene, una volta ritenuto personaggio leggendario, ma che oggi si tende, invece, a considerare come figura storica17. Tuttavia, alcune di queste donne non accettarono tale ingiusta discriminazione e in base alle loro possibilità lottarono per accedere ai campi professionali a loro vietati semplicemente per il fatto di non essere dotate di un pene. La pratica della medicina in quella società ateniese dell’antica Grecia era completamente vietata alle donne, Agnodice si convertì nella prima donna che con grande difficoltà riuscì ad esercitare la professione di ginecologa sebbene per poterlo fare dovette vestirsi da uomo per """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 17""CANTARELLA"E.,"Studi"sull’omicidio"in"diritto"greco"e"romano,"Milano."1976,"pp."84I85."
23" " ottenere migliori risultati rispetto ai suoi colleghi uomini. In quella società si credeva che la donna non pensasse con la testa bensì con l’utero e cioè quella che allora era chiamata ultima parte (hystèra), da lì quindi marcata da isterica. Questa tendenza al disprezzo per il femminile si rifletteva anche nella fisiologia femminile e ciò lo dimostra il fatto che non esistesse un termine scientifico per nominare le ovaie. Nei trattati si allude ad esse con la stessa parola utilizzata per i testicoli (orxis), in tal modo solo ricorrendo al contesto nel quale appariva il termine si poteva dedurre se si stava facendo riferimento ad un uomo o ad una donna. Nel IV sec. a.C., i greci avevano promulgato leggi che proibivano alle donne di studiare medicina e praticarla avrebbe condotto alla pena di morte. La pratica della medicina in quella Grecia era completamente fuori dalla portata delle donne che secondo le testimonianze di testi di filosofi come Platone o Aristotele, era considerata come un minore d’età e incluso come una brutta copia degli uomini. Inoltre, parlare di medicina in Grecia significa parlare del mito maschile di Apollo guaritore e di suo figlio Ascelpio o del sapiente centauro Chirone che conosceva tutto riguardo alle erbe curative. Tutti i professionisti della medicina erano di sesso maschile, tra questi si distingue la figura di Ippocrate considerato il padre della medicina e nessun esempio di donna. Agnodice si ribellò contro questa tirannia maschile, frammentarie sono le notizie che la riguardano ma è necessario ricostruire brevemente la sua biografia per comprendere il senso della sua vita e per stabilire la sua rilevanza e protagonismo nella storia della scienza partendo dal fatto che attualmente alcune studiose del tema hanno iniziato a considerarla come il primo medico professionale il cui principale merito fu essere stata allo stesso tempo la protagonista di una delle prime ribellioni femministe che nell’antica Grecia portarono a un cambio giuridico per quanto concerne la situazione professionale delle donne nel campo della medicina. Tenendo conto di questa affermazione iniziale, la figura di Agnodice acquisisce una rilevanza fondamentale poiché in lei è rappresentata l’origine femminile della scienza medica in due rami che precisamente si occuparono delle patologie femminili: la ginecologia e l’ostetricia. Così questo iniziale senso della vita di Agnodice veniva sostenuto dal fatto di aver conseguito il permesso di esercitare legalmente una
24" " professione che in un primo momento era vietata alle donne, protagonismo che ovviamente la pone a capo di un movimento trasgressivo che chissà pone le basi ad una delle lotte più universali e di grande durata che si possa registrare nella storia, la lotta che le donne di tutte le epoche hanno intrapreso per accedere all’esercizio di una professione scientifica che ancora oggi continua e che è il motivo di non poche riflessioni e dibattiti. Oggi siamo testimoni della “femminilizzazione” di tutte le professioni, inclusa la medicina, infatti, gli uomini hanno dominato tutte le attività e le professioni e la medicina non è stata un’eccezione. Alcuni interessanti esempi ci mostrano tale situazione, nella Scuola di medicina di Parigi c’è una medaglia che raffigura la prima donna medico il cui nome era Agnodice (350 a.C.) che voleva praticare la medicina ed in modo particolare la ginecologia. Per poter esercitare la sua professione decise di vestirsi da uomo, fu accusata dai suoi colleghi maschi di aver violentato due giovani donne e questo era un crimine che si pagava con la morte, l’unica prova che avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza era spogliarsi davanti alla Corte dimostrando così che essendo una donna non avrebbe potuto commettere questo crimine. Agnodice è una figura rilevante nella storia delle donne scientifiche in quanto rinuncia alla propria identità con sacrificio pur di poter esercitare la medicina. Se consideriamo che in seguito ad una lotta costante fu a partire dell’inizio del XX sec. che finalmente le donne riescono ad inserirsi nell’ambito professionale della scienza, la storia di Agnodice acquisisce significato ed effetto poiché lei sarebbe una delle prime ribelli ad alzare la voce ed a far valere il diritto di tutte le donne ad una istruzione formale. Agnodice con il suo atteggiamento, non solo violentò la società del suo tempo ma fu protagonista di una delle prime manifestazioni femminili, secondo Iginio18 queste donne ottennero l’abrogazione dell’antica legge che le proibiva di esercitare la medicina aprendo così legalmente la strada alle donne che volevano esercitare la professione di medico. La storia di Agnodice potrebbe sembrarci irreale in quanto sembra impossibile che una donna si potesse burlare di tutte le insidie misogine della sua epoca, il fatto è che storie simili si saranno ripetute innumerevoli volte pertanto le vite di alcune di esse """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 18"Cfr.""IGINIO,"Miti,"Milano,"Adelphi"Edizioni,"2000,"trad."Giulio"Guidorizzi."
25" " perdono la loro realtà storica. E’ probabile che questo accada con Agnodice, nel suo caso non è del tutto irragionevole pensare che potesse essere esistita realmente e che sostenuta per la sua posizione sociale e per il fatto che suo padre complice della strategia le assicurasse attraverso la ricchezza ed il potere l’avventura di studentessa. D’altra parte è anche ipotizzabile che è storicamente probabile che Agnodice sotto mentite spoglie studiasse ad Alessandria con Erofilo perché in questa epoca molte donne si avvicinarono alle scuole filosofiche e scientifiche mentre alcune lo fecero nascondendo la propria identità, altre potettero farlo apertamente, questo è il caso di Lastenia di Mantinea e Assiotea di Fliunte discepole di Platone. Alcune scuole mediche permettevano l’accesso alle donne anche se non sembra essere questo il caso della scuola di Erofilo; possiamo avere la certezza che fu con lui che Agnodice apprese la sua arte, sappiamo anche che fu uno dei primi anatomisti e che dobbiamo a lui, tra le altre cose, la distinzione tra cervello e cervelletto. Ma la cosa che più interessa in questo momento è che sappiamo che come medico Erofilo si occupò della ostetricia e si attribuisce a lui l’invenzione di un embriotomo per casi difficili. Si suppone che la testimonianza di Iginio non sembra sia frutto della sua immaginazione dal momento che ha al suo centro una testimonianza storica rilevante in relazione agli studi condotti da Agnodice e quest’ultima ci viene presentata effettivamente come ostetrica. Ma come dice la storia, esisteva ad Atene una legge che proibiva alle donne di praticare la medicina, è probabile che Agnodice nascosta dietro la sua falsa identità maschile ed esercitando abilmente la sua professione avesse raggiunto un buon numero di pazienti che si fidavano di lei e che avesse un successo tale da suscitare la gelosia dei suoi colleghi pertanto essi si riunirono ed iniziarono una sorta di campagna di diffamazione contro la stessa. Così l’invidia, le gelosie professionali o la meschinità di non accettare le capacità degli altri, di sentirsi svantaggiati di fronte a chi sembra essere migliore, li condussero ad accusare uno dei propri membri attraverso prove che risultarono completamente assurde. Si diffuse la voce che Agnodice, approfittando del suo status professionale seduceva e corrompeva le donne che si recavano da lei per farsi visitare, di fronte ad una tale accusa la ginecologa non poté far altro che difendersi pubblicamente
32" " vie del centro della città a spiegare pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone, Aristotele o qualcun altro dei filosofi>>25. Fu una scienziata multiforme, si occupò di fisica, chimica, meccanica e medicina anche se si distinse fondamentalmente in matematica ed astronomia. La testimonianza delle sue opere più importanti è giunta fino a noi: i tredici volumi dei commenti all’Aritmetica di Diofanto, gli otto volumi del Trattato sulle Coniche di Apollonio ed il Corpus astronomico, una raccolta da lei compilata di tavole astronomiche sui moti dei corpi celesti, sviluppò anche un apparecchio per la distillazione dell’acqua e un idrometro graduato di ottone per determinare la densità dei liquidi. E’ probabile che Ipazia studiasse nella scuola neoplatonica di Plutarco e sua figlia Asclepigenia ad Atene, il suo tipo di neoplatonismo era più tollerante ed era basato sulla matematica. Vi era una certa rivalità tra le scuole neoplatoniche di Alessandria ed Atene; la scuola di Atene dava importanza alla magia ed all’occulto, per i cristiani il platonico era una pericolosa eresia. E’ un fatto indiscutibile che Ipazia si inserisse nella vita politica di Alessandria, essendo pagana, sostenitrice del razionalismo scientifico greco e personaggio politico influente, si trovava in una situazione pericolosa in una città che diventava sempre più cristiana. Ipazia era il portavoce dell’aristocrazia cittadina presso i rappresentanti del governo centrale romano e in particolare presso Oreste, suo vecchio amico ed alunno, prefetto romano di Alessandria. << Tu hai sempre avuto potere. Possa tu averlo a lungo, e possa di questo potere fare buon uso>>, si legge in una lettera di raccomandazione che le indirizzò l’allievo Sinesio26. Proprio da questo potere locale prenderà le mosse la trasformazione delle classi dirigenti, avviata nelle sedi provinciali dal legittimarsi politico della Chiesa. Nel 412 d.C. Cirillo un cristiano fanatico, divenne patriarca di Alessandria e nacque una forte ostilità tra lui ed Oreste, poco tempo dopo aver assunto il potere Cirillo iniziò a perseguitare i giudei che cacciò dalla città ed in seguito nonostante l’opposizione di Oreste, mirò le sue attenzioni a liberare la città dai neoplatonici. Ignorando le motivazioni di Oreste, Ipazia scelse di non tradire i suoi ideali e non si convertì al """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 25""ALIC"M.,"cit.,"p.61." 26""SINESIO,"Opere,"Epistole,"operette."Inni,"a"cura"di"A."GARZYA,"Torino"1989,"ep."B"I,"p.230."
33" " cristianesimo. Dal V secolo la polis tardoantica e bizantina vedrà il vescovo, non più il filosofo farsi consigliere del rappresentante statale. Peter Brown sul caso di Ipazia ha formulato un sillogismo storico fin troppo immediato: se nella fase di trapasso dal paganesimo al cristianesimo il ruolo del filosofo e del vescovo vengono a sovrapporsi, che cosa fa il vescovo se non eliminare il filosofo?27 Forse fu l’invidia nel senso più personale e diretto a impossessarsi di Cirillo: la rivalità del vescovo per il filosofo ed anche certo la gelosa diffidenza del chierico per la donna di mondo; due categorie, queste, che nella storia hanno nutrito reciproci grandi amori e odi. Nell’anno 415 la vita di Ipazia finì in modo tragico, la sua uccisione secondo alcune fonti fu incredibilmente cruenta e selvaggia, scrive Damascio, << e mentre ancora un poco respirava le cavarono gli occhi>>28. Ipazia pagò con la morte il suo ruolo simbolico di saggezza e autorità femminile in un mondo nel quale la forza del cristianesimo era sempre maggiore e nel quale le donne non potevano parlare nelle assemblee e nei luoghi di culto e tantomeno insegnare nelle scuole. Da un lato fu eliminata, perché disturbava con la sua indipendenza, l’antagonismo fra due poteri, quello imperiale e quello ecclesiastico, che erano anche due uomini, il vescovo e il prefetto; dall’altro la nascente religione cristiana, a differenza di quella greco romana e di quella egizia, non rendeva pensabile ed accettabile una donna con le prerogative di Ipazia, libera di sé, non subordinata a partiti o fazioni, presente e parlante in luoghi pubblici, sapiente, maestra dotata di una parola autorevole per donne e uomini. Nella seconda metà del primo millennio e nei primi secoli del secondo, tanto nell’impero bizantino come nel mondo mussulmano, le donne furono libere di dedicarsi ai loro interessi scientifici. Inoltre, attraverso la diffusione dello stile di vita monastico, il Medioevo rese possibile alle donne di studiare e godere di una libertà intellettuale che secondo alcuni non si ripeterà fino ai nostri giorni. Durante il Medioevo figurano donne medico come Trotula appartenente alla famosa Scuola medica salernitana le cui opere furono considerate classiche fino al XVI """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 27"P.BROWN,"Il"filosofo"e"il"monaco:"due"scelte"tardoantiche,"in"Storia"di"Roma,"III/I,"Torino,"1993," pp."889I90.""" 28"ZINTZEN"C.,"Damascii"vitae"Isidori"reliquiae,"Bibliotheca"graeca"et"latina"I,"Hildesheim,"1967," p.81."
34" " sec. a proposito delle quali nel XIX se vi fu addirittura qualcuno che cercò di negare la loro provenienza ritenendo impossibile che una donna potesse aver scritto un’opera di questo tipo cercando di cancellare completamente dalla storia della medicina una presenza femminile così preziosa. Altra figura di rilievo appartenente a quest’epoca è Ildegarda di Bingen (1098-1179) farmacista rivoluzionaria, i cui studi influirono sul pensiero scientifico fino al Rinascimento e che ha percorso la scienza moderna definendo la guarigione come un processo globale che avviene su più livelli. Ritiene che ciò che ci può far guarire è presente già nel nostro corpo ma che le energie curative sono presenti nella natura.29 Ildegarda di Bingen badessa dell’omonimo monastero in Germania vissuta nel secolo XI, donna di vasta cultura ha lasciato scritti di medicina e di terapeutica dove riporta nozioni evidentemente dalla stessa applicate alla pratica. Nacque da una nobile famiglia a Rheinhessen nella regione renana e nel suo ottavo anno venne offerta a Dio. Nel monastero Ildegarda incontrò Jutta von Sponheim, dalla quale imparò a leggere il latino dei Salmi, ricevette il velo dalle mani del vescovo di Bamberga e quando la badessa Jutta morì nel 1136 le sorelle elessero Ildegarda al suo posto30 Qualche anno più tardi rese pubblico il suo dono profetico che fino ad allora le aveva procurato malesseri e timori più che gioie: compose allora Scivias (Conosci le vie) con l’aiuto del monaco Volmar suo amico e segretario e di una giovane monaca Riccarda amata da lei come una figlia, ma la sua prima confidenza la fece anni prima a Jutta che l’aveva poi trasmessa al monaco Volmar. Le opere visionarie relative alle apparizioni che Ildegarda dichiara di aver avuto in tre momenti della sua esistenza, compongono una trilogia teologica elaborata nel corso di circa trent’anni: Scivias (1141-1151), nel quale prevalgono i motivi della creazione, del peccato, della redenzione, della salvezza eterna, evidenziano un impegno nell’ambito teologico-didascalico; Liber Vitae Meritorum (1158-1163), la trattazione è imperniata sul tema della lotta tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana, tra il Vizio e la Virtù; """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 29"Cfr.""SOLMI"L.,"La"medicina"di"Santa"Ildegarda,"Milano,"Rizza,"1999;"CIRLOT"V.,"Vida"y"visiones"de" Hildegard"von"Bingen,"Ed."Siruela,"Madrid,"2001." 30"ALIC"M.,"cit."p..82."
35" " Liber Divinorm Operum (1163-1173), il fulcro è il sistema dei rapporti che lega il microcosmo al macrocosmo cioè l’uomo all’universo. Il libro della semplice medicina (o Physica), include un erbaio, un bestiario e un lapidario. In Physica31 sono trattate le scienze naturali e vengono descritte le proprietà curative delle erbe, alimenti e pietre alle quali attribuiva un effetto curativo sostenendo che le stesse possedessero l’energia diffusa nel Creato anticipando quella che oggi è chiamata cristalloterapia. Causae et curae è una specie di manuale di medicina pratica e farmacologia in cui descrive ampliamente la reciproca interrelazione e interazione tra l’uomo e il cosmo, in tal modo lo stato di salute o malattia dell’uno si ripercuote sull’altro,32 secondo Ildegarda non si hanno dolori alle articolazioni per il cambio del clima, ma che l’atmosfera, la luna e tutto il Creato influiscono e influenzano gli esseri umani. Questo libro descrive approssimativamente il funzionamento generale dell’organismo umano attraverso l’equilibrio di secrezioni interne le cui alterazioni provocano i vari disturbi. L’opera insiste sull’equilibrio, la moderazione e la temperanza quali necessità basilari per la vita e la felicità, spiega come si generano le malattie e come combatterle: non descrive solo la forma delle piante e dei rimedi ma illustra anche l’effetto che la sostanza produce quando entra in relazione con l’uomo distinguendo l’efficacia del rimedio in base al sesso, alla costituzione ed allo stato di salute o di malattia di chi lo riceve. La salute si regge anche sul benessere mentale, pensieri negativi e preoccupazioni possono condurci alle malattie e con questo anticipa la medicina olistica. La sua analisi è originale rispetto ai modelli antichi che dimostra di conoscere bene e saper trasformare, la teoria dei quattro temperamenti umorali diventa lo spunto per una descrizione dei tipi femminili. La donna sanguigna: Alcune donne tendono ad ingrassare, possiedono una carne morbida e piacevole e vene sottili. Il loro sangue è puro. Il loro colorito è chiaro, quasi bianco; sono """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 31"ALIC"M.,"cit."p.84." 32"Causae&et&curae,&ed."P.KAISER,"LEIPZIG",1903."
36" " amabili nel rapporto amoroso, sottilmente capaci nelle attività, ben controllate. Durante le mestruazioni perdono poco sangue e il loro grembo è adatto e capace nella gravidanza: sono fertili e in grado di accogliere il seme dell’uomo. Tuttavia non generano molti figli e se non hanno marito e figli si ammalano. Al contrario accanto al marito stanno bene e sono sane [...]. La collerica, in cui predomina la bile gialla è << di colorito pallido, atteggiamento prudente e benevolo. Gli uomini rispettano e temono donne di questo tipo […] e amano il loro modo di fare, anche se talvolta le evitano. La collerica infatti attira gli uomini, anche se non si affida completamente a loro. Nel matrimonio è casta e fedele e vive senza malattie e serena accanto al marito […]>>. La donna flemmatica, << ha aspetto severo e colore nerastro, è forte e capace, si intravede in lei qualcosa di mascolino. Le sue perdite mestruali sono regolari e poiché possiede vene grosse è molto fertile e genera molti figli. Attrae gli uomini perché è capace di tenerseli vicino, così da esserne amata. Ma se decide di vivere senza uomini non ne soffre molto, anche se il suo carattere diventa scontroso e difficile. Nei suoi rapporti amorosi ( a quanto dicono gli uomini) è lasciva e voluttuosa […]. 33 Nel suo complesso il Causae et Curae ci fornisce una testimonianza verosimile dell’esperienza pratica che Ildegarda poteva avere acquisito nell’orto dei semplici, e presenta uno schema ricorrente nei corpora medici, che affiancavano alle opere teoriche testi di consultazione pratica: una sistemazione che osserveremo nel corpus attribuito a Trotula de Ruggiero. Il raffronto tra queste due grandi medichesse, peraltro, non può sfuggire, se pensiamo che furono contemporanee, anche se hanno stigmatizzato realtà che appaiono diversissime tra loro. Trotula, la medichessa laica, empirica, autrice di opere di ampia diffusione, sembra ai nostri occhi portare la bandiera di un’emancipazione femminile più moderna, accettata e integrata nel mondo scientifico; Ildegarda è al contrario la ricercatrice ispirata, appartata, che studia la natura nelle stanze chiuse del suo ritiro al mondo, nel microcosmo dell’orto claustrale. Ma è anche la mistica, la donna toccata dal dono profetico, tanto più """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 33"BERTINI"F.,"Medioevo"al"femminile,"ed."LATERZA,"2005."p."154."
37" " vicina a quell’antico archetipo della guaritrice in cui la conoscenza botanica era solo ciò che emergeva in superficie di una capacità di risanare arcana e irrazionale. La coesistenza di queste due dimensioni è la cifra distintiva della medicina di Ildegarda: da una parte, la viva curiosità naturalistica dell’instancabile indagatrice delle cause; dall’altra, una biografia ricca di episodi di guarigione miracolosa. La santa eliminava il male fisico e spirituale attraverso la benedizione di gesti o parole, oppure ricorrendo alle virtù di erbe e pietre: i suoi miracoli avevano il sentore delle antiche consuetudini magiche pagane, rivisitate dal linguaggio della religione di Cristo. E’ sorprendente come le opere mediche di Ildegarda per lunghi secoli siano passate quasi del tutto inosservate, a discapito della complessità di filosofia e contenuto, e nonostante il grande interesse che oggi suscitano agli occhi del mondo. La riscoperta del pensiero di questa donna straordinaria infatti è attualmente oggetto di approfondimento sia da parte del mondo accademico che di tutti coloro che hanno riconosciuto nel suo universo culturale temi fortemente attuali. La sua visione della salute, in particolare, stupisce per la lucidità di un approccio che oggi definiamo olistico, e che stentiamo a ricordare a tempi così lontani. La malattia, in quest’ottica psicosomatica, si origina dalla rottura dell’equilibrio, e la sua causa va cercata nella psiche, nelle emozioni, in quel malessere del vivere che consuma l’energia vitale. Con stupore tra le pagine della santa incontriamo la depressione, male che erroneamente attribuiamo alla società contemporanea, vista con gli occhi di una donna del XII secolo. Anche questo male dello spirito vede nella ricerca interiore e nella comprensione di sé i soli presupposti alla guarigione. E’ bene inoltre soffermarsi su un fatto di non poco conto. L’elaborazione filosofica di Ildegarda sui temi della salute e della malattia era filtrata da un’esperienza dirette della sofferenza fisica, che attraverso la quotidiana convivenza con uno stato cagionevole del fisico l’ha accompagnata lungo la sua pur longeva vita. Nel 1148 a Treviri il pontefice Eugenio III lesse pubblicamente nella cattedrale l’opera Scivias non ancora completata, approvò gli scritti di Ildegarda e le chiese di scrivere tutto ciò che lo Spirito Santo le avrebbe dettato. La sua corrispondenza con sovrani, vescovi, imperatori, nobili, dame, si intensifica decide quindi di
38" " spostarsi e di fondare la nuova comunità del Rupertsberg di fronte a Bingen e luogo che diceva di esserle stato indicato in una visione. Nonostante le sue ricorrenti malattie dal 1158 al 1161 Ildegarda viaggia per tutta la regione del Reno e dopo una lunga e dolorosa malattia intraprende un ultimo viaggio in Svevia. Nel frattempo aveva composto persino un glossario: novecento termini accompagnati da un significato espresso in lingua germanica, fra i termini tedeschi molti sono nomi di erbe e piante si tratta quindi di un’opera connessa alla sua indagine medica mai abbandonata durante tutta la sua vita. La grande spiritualità di Ildegarda, la continua affermazione di un mondo sovrannaturale, la sua tensione emotiva non cancellano l’altro aspetto del personaggio: l’osservatrice della natura, la scienziata, il medico. Ildegarda non solo insegnò alle monache del suo monastero a dare valore al colore, alla luce, agli elementi essenziali nella vita, ma le insegnò anche a dar valore alla musica. Non tutti capivano l’importanza del colore, la luce e la musica nei riti liturgici molti prelati di Magonza proibirono la musica nel monastero e ciò spinse Ildegarda a scrivere una lettera nella quale esponeva una teologia della musica e giustificava l’importanza e la funzione speculativa dell’arte. Ildegarda si riferisce alla composizione musicale come a una cosa straordinaria, anche se non si sono conservati i testi di molte delle sue composizioni musicali si dispone di quelle che compose per l’Ordo virtutum cantata, che conclude la sua opera Scivias. Ildegarda fu un’autrice e compositrice creativa ed originale, indagò, sperimentò e questo fu uno spunto per la vita di molte altre donne. Come badessa di una comunità si impose per aver favorito all’interno del convento alcune concessioni ai vezzi femminili che furono certamente malviste dagli osservatori del tempo. Le consorelle venivano infatti incoraggiate ad esibire, nei giorni di festa, gioielli e altri ornamenti, più indicati per la vita secolare che per quella monacale. Con questa scelta intendeva sottolineare una gioiosa rivendicazione di femminilità per coloro che, spose di Cristo, avevano abbracciato la più pura delle unioni spirituali: era il suo modo di ribadire l’allontanamento da quell’antico rituale di negazione e annullamento della femminilità ritenuto parte integrante della scelta del convento. Uno degli aspetti più originali del suo pensiero è proprio la riflessione sulla
39" " sessualità femminile, fondamentale per mettere a punto un concetto completo di salute della donna. L’indagine medica sull’anatomia e le patologie specificamente femminili aveva prodotto una lunga tradizione di testi dedicati alle malattie e ai disturbi dell’apparato riproduttivo, riflesso di un approccio che dal punto di vista maschile riportava l’interesse per la donna al suo ruolo “strumentale”, cioè quello riproduttivo. Ildegarda è invece attenta ad indagare il fondamento e il senso delle cose. La funzione sessuale rimane per lei al centro della vita di ogni donna, essendo effettivamente il fulcro della sua identità sociale, nel segnare i passaggi importanti dell’esistenza. La sua novità riguarda la proposta di un’indagine profonda e di una decisiva rivalutazione del ruolo femminile all’interno della coppia, che pone la donna su un piano di parità e assoluta compartecipazione. Sul piano fisico esprime gli stessi significati attraverso un corpo dedito alle funzioni della maternità, spesso idealizzata, così come il matrimonio, che ne è la premessa, e l’unione spirituale, oltre che fisica, con il compagno. Anche il piacere dell’atto sessuale rientra in questa visione un po’ mistica, certamente poetica, di Ildegarda, modernissima rispetto al suo tempo, ma che coinvolge e legittima pienamente la partecipazione gioiosa della donna, aspetto che certamente doveva aver rivestito poco interesse nelle riflessioni di filosofi e medici maschi. Il piacere della donna è simile al sole, che teneramente, lievemente e costantemente pervade del suo calore la terra, affinché dia frutto, perché, se vi si riversasse sempre con asprezza, danneggerebbe i frutti più che giovarvi. Così, il piacere della donna è tenero e lieve, ma con assiduo calore, per poter concepire e generare la prole, poiché, se restasse costantemente nel fervore del piacere, non sarebbe adatta al concepimento e al parto. Quando, infatti, nella donna insorge il piacere, è più lieve che nell’uomo, dal momento che il fuoco non arde in lei come nell’uomo.34 """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 34""CALEF"F.,"(a"cura"di),"Cause"e"Cure"delle"infermità,"Palermo,"1997,"p."130."
40" " In questa visione trova pieno rispetto la peculiarità specifica femminile anche nella dimensione erotica, laddove il piacere dell’uomo è invece descritto con l’immagine della tempesta, e i suoi lombi sono una fucina arroventata da un fuoco proveniente dal midollo. La dimensione del corpo non è demonizzata o svilita, come nella visione prevalente nel Medioevo, bensì degna e meritevole di tutte le necessarie attenzioni, in quanto complementare alla sfera dell’anima. Solo in comunione anima, corpo e mente rendono davvero completo l’essere umano, consentendogli di esprimere la bellezza della creazione. Leggendo le parole di Ildegarda, per una volta appare lontana quell’immagine, moltiplicata dall’autorevolezza di tanta letteratura cristiana, della femmina lasciva e tentatrice, dominata dal vizio della lssuria. Il sec. XII e buona parte del XIII sono secoli di espansione di movimenti sociali soprattutto di donne e sono anche i secoli più prolifici della mistica femminile e dell’impronta educativa che hanno lasciato della quale Ildegarda sarebbe una tra le più rilevanti esponenti. Morì a Rupertsberg nell’anno 1179. Le donne che hanno effettivamente brillato nel medioevo, in un periodo cioè di oscurantismo e di pregiudizio, sono state le dottoresse salernitane, perché Salerno, in tutta Europa, è stata la sola città in cui alle donne era consentito l’esercizio della professione medica. Infatti nell’arco di tempo che va dall’XI al XIV sec. assistiamo alla presenza di medichesse salernitane liberamente accettate nell’organizzazione sanitaria e tenute in grande considerazione dai colleghi contemporanei. La medichessa più famosa è Trotula, di cui purtroppo non abbiamo una documentazione originale diretta, ma siamo in possesso di una ricchezza di testimonianze che la vogliono abile e dotta operatrice, specialmente nel campo dell’ostetricia, della ginecologia, della pediatria e della cosmetologia. Tale testimonianza fa sì che la medicina ginecologica sia stata fino alle soglie dell’età moderna una gloria tutta salernitana. Non solo Trotula ma molte altre donne si sono distinte a Salerno, insegnando e redigendo manuali ad uso degli studenti ricchi di conoscenze ed approfondimenti. Basti citare: Abella Salernitana, Mercuriade, Rebecca Guarna, Francesca Romana, Costanza Calenda. Queste
41" " donne non solo si sono interessate di medicina, ma anche di chirurgia conseguendo l’apposita licenza medicandi vulneribus et aposthematibus. Purtroppo dopo la luminosa parentesi salernitana si apre un lungo periodo di silenzio sulla donna come operatrice professionale nel campo della salute. La deleteria caccia alle streghe che infuria in un momento tragico per la fede religiosa emargina le donne da ogni attività terapeutica. Trascorrono così in un penoso anonimato il XXI, XVII e XIII sec., in cui al massimo è possibile registrare qualche caso sporadico come quello di Anna Morandi Mazzolini (1716-1774), assurta alla cattedra di anatomia dell’Università di Bologna nel XVII sec per la sua abilità nelle preparazioni anatomiche, specie nel campo dell’ostetricia o quello di Luisa Bourgeais Boursier, levatrice reale francese, donna di grande cultura, che lascia addirittura un libro di evidente levatura scientifica: 0bservationes diverses sur la sterilitè (1626). Bisognerà arrivare alla metà del XIX sec.per assistere finalmente, nella libera America, alla prima laurea ufficiale in medicina. Essa onora Elisabetta Blackwell (1821-1910), che consegue il diploma presso il Geneva College of Medicine di New York nel 1849. Il suo accesso alla facoltà comunque non è stato facile. Respinta dalle Scuole più prestigiose, disprezzata dalla gente, che ritiene aver intrapreso una carriera sconveniente per una donna, riesce ad entrare nel Geneva Institute solo perché accettata in un referendum promosso dal Preside tra gli iscritti alla Scuola, colleghi che la tratteranno per tutto il corso degli studi con cortesia e rispetto, appoggiandola quando rifiuterà di allontanarsi dalle lezioni di anatomia dell’apparato genitale maschile. Ma, pur laureata, il suo inserimento come medico nella società sarà penoso e disagevole, perché incontrerà gente preconcetta a ogni innovazione, tanto che dovrà poi perfezionarsi in ostetricia a Parigi e non senza difficoltà. Dopo una serie di viaggi all’estero per perfezionare il suo bagaglio di conoscenze, tornerà a New York, dove si prenderà la soddisfazione di fondare una Clinica: il Dispensary for poor Women and Children. Successivamente a Londra salirà alla cattedra di ginecologia nella locale Medicine School for Women. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento saranno ancora poche le donne addottorate in medicina. Tra queste l’americana
48" " rimase in vigore nei secoli successivi e fu il soggetto di commentari che stabilivano le regole sulla contaminazione da parte delle donne durante il ciclo mestruale, la periodica << impurità >> femminile fu un ulteriore motivo per la loro esclusione da funzioni religiose nel tempio. La convinzione che le donne una volta al mese possano contaminare, a causa di un processo naturale che non si può controllare, contribuisce all’opinione secondo la quale la donna è per natura inferiore all’uomo. Su testi medici e scientifici greci e romani il ciclo mestruale viene descritto come un evento misterioso pericoloso e contaminante, negli scritti del Corpus Ippocratico che risale per la maggior parte alla Grecia del IV secolo a.C., i medici descrissero le mestruazioni come sangue che potrebbe entrare in circolazione per tutto il corpo e che, arrivando ai polmoni, potrebbe causare consunzione39. Il Corpus tendeva a dare per scontato che la mestruazione fosse controllata dalla luna e che tutte le donne avessero il ciclo nello stesso periodo del mese, una credenza perpetuata da Aristotele. Al sangue mestruale venivano attribuiti tutti i tipi di poteri soprannaturali, Plinio il Vecchio, studioso romano di storia naturale del I secolo d.C., perpetuò le credenze popolari sul flusso mestruale, alcune delle quali rimasero vive per secoli in Europa. La persistenza di tali credenze di fronte a molte prove del contrario riuscì a denigrare definitivamente i processi naturali e gli organi che appartenevano alle donne40. I greci e i romani che scrissero testi di scienza e medicina presero a modello il maschio e videro nella femmina una variante inferiore. La concezione di Aristotele che è stata alla base dell’ideologia della differenza di genere per duemila anni, vede il sesso femminile come una deformità imperfetto, mentre considera pienamente realizzato quello maschile. Il femminile è considerato materia passiva, inerte dal punto di vista procreativo, il maschile è invece principio dinamico; il cielo e il sole sono generatori e padri, la terra è femmina e madre. La concezione aristotelica è stata poi sostituita dall’ideologia binaria del sesso supportata dalla biologia. In Grecia e a Roma il simbolo dell’organo maschile eretto era di buon augurio e spesso veniva collocato all’interno delle """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" " "
49" " case mentre il simbolo dei genitali femminili serviva per identificare i bordelli. Negli scritti di Aristotele e nel Corpus Ippocratico la donna è vista quasi esclusivamente nel suo ruolo riproduttivo ed il suo contributo nella riproduzione generalmente viene considerato meno importante di quello dell’uomo41. Le opinioni secondo le quali gli uomini erano i principali responsabili nel concepimento spesso furono collegate da autori antichi all’idea dell’inferiorità innata delle donne42. Platone cominciò la sezione dedicata all’ << utero vagante>> spiegando che gli uomini furono creati per primi e che le donne erano la progenie degli uomini, una femmina era tale per la sua incapacità a produrre sperma. La teoria dell’utero vagante fu descritta per la prima volta da Ippocrate di Cos (460377 a.C.) il quale parla di una sindrome che colpisce solo le donne la cui causa risiede nell’utero (in greco “hysteron”), il sangue che vi ristagna produce sostanze tossiche che risalgono per le vie digerenti e si diffondono in tutto l’organismo fino al cervello43. Secondo Ippocrate l’utero è incline ad ammalarsi perché a differenza dell’uomo che possiede un corpo caldo e secco, quello della donna è freddo ed umido, predisposto alla putrefazione degli umori soprattutto se viene privato degli effetti benefici che derivano dal coito e dalla procreazione che, allargando i canali femminili favoriscono la pulizia del corpo; quindi l’utero se non è appagato inizia a vagare nell’organismo causando vari tipi di disturbi quali: tremori, sensazione di soffocamento, ansia e a volte anche paralisi e convulsioni. Essendo valutate meno degli uomini, le donne avevano un tasso di sopravvivenza all’età adulta inferiore a quello degli uomini, raramente i neonati venivano uccisi apertamente, piuttosto venivano abbandonati nella speranza che qualcuno potesse salvarli. Abbiamo prove dell’abbandono delle femmine come pratica abituale che risalgono alla legge delle Dodici Tavole, che imponeva a un padre di allevare tutti """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 41""Sulla"ginecologia"antica"e"la"rappresentazione"del"femminile,"cfr.,"VIDALINAQUET"P.,"Esclavage" et" gynècocratie" dans" la" tradition," le" mythe," l’utopie," in" VIDALINAQUET," Recherches," sur" les" structures"sociales"dans"l’antiquitè"classique,"Paris,"1970,"pp."63I80;"CAMPESE"S.IGASTALDI"S.,"La" donna"e"i"filosofi:"archeologia"di"un’immagine"culturale,"Bologna,"1977;"DUBOIS"P.,"Il"corpo"come" metafora."Rappresentazioni"della"donna"nella"Grecia"antica,"Trad."It."RomaIBari,"1990." 42""KING"H.,"Once"upon"a"Text."Hysteria"from"Hippocrates,"in"King,"Hippocrates’"Woman."Reading" the"Female"Body"in"Ancient"Greece,"LondonI"New"York,"1998,"pp."205I246." 43""BELTRAMETTI"A.,"Immagini"della"donna,"maschere"del"logos,"in"SETTI"S."(a"cura"di),"I"Greci." Storia,"cultura,"arte,"società,"II,"2,"Torino,"1997,"pp."897I"935."
50" " i figli maschi ma solo una femmina. Le donne che in queste culture riuscirono ad arrivare all’età adulta si trovarono di fronte a un sistema di valori e istituzioni, che dava per scontato il loro agire solo all’interno dei ruoli consentiti di figlia, madre, moglie; l’identità della donna veniva definita dalla famiglia all’interno della quale le veniva garantito sostegno e protezione e d’altra parte le leggi premiavano un suo atteggiamento dipendente e subordinato. Le donne erano escluse da tutte le attività che si svolgevano al di fuori della famiglia e che le stesse culture antiche tenevano in alta considerazione. Nella cultura greca classica il maschio era identificato con la ragione, l’ordine e la civiltà; la donna con la natura, l’emozione e il caos. Sebbene alcuni drammaturghi e commediografi greci hanno creato personaggi femminili sensibili e potenti, l’idea che la donna potesse provare ad assumere ruoli maschili veniva considerata ridicola. La cultura romana mostrò la stessa disapprovazione nei confronti delle donne che assumevano ruoli maschili, nell’Eneide, Enea diventa un eroe e un degno fondatore della città di Roma anche per aver resistito alle seduzioni di Didone potente regina straniera e, per aver scelto invece la docile e obbediente Lavinia che diventa sua moglie, la quale è convenientemente silenziosa, nella maniera imposta alle donne greche e romane. Nella cultura ebraica la donna, a causa del suo sesso, è esclusa dallo studio della Torà e del Talmud44, obbligo religioso essenziale per gli uomini ebrei, la funzione della donna era badare alla casa obbedendo le leggi ebraiche e tramandare ai figli le pratiche tradizionali. Anche in casa una donna ebrea era subordinata al dominio del maschio nel campo religioso, infatti, le veniva consentito solo di accendere le candele il sabato e proibito di dire le preghiere di benedizione del pane da lei cotto o del vino da lei versato. In queste culture in cui erano escluse dai poteri pubblici che erano riservati agli uomini, le donne avevano proprie funzioni e ruoli, sempre definite rispetto all’uomo venivano classificate in primo luogo, secondo la loro attività sessuale e fin dai primi documenti scritti vi è una distinzione a questo proposito tra donne buone e cattive. Una figlia buona era una figlia casta, una volta persa la verginità diventava o una moglie, cioè una donna sessualmente attiva buona, in quanto aveva rapporti sessuali con un solo uomo, o una prostituta, """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 44""COHEN"A.,"Il"Talmud,"Trad."Alfredo"Toaff,"Laterza,"Bari"1999."
51" " cioè una donna sessualmente attiva cattiva, avendo rapporti con molti uomini; una tradizione ereditata per le donne europee è stata quella di essere giudicate buone, cattive o rispettabili, a seconda delle relazioni di tipo sessuale che avevano con gli uomini. Verginità e castità erano viste come connesse con l’obbedienza, addestrare una bambina ad essere obbediente soprattutto nei confronti del padre, avrebbe assicurato un suo comportamento corretto all’interno della famiglia prima come figlia vergine e poi come sposa e madre casta. Le leggi che istituzionalizzavano la subordinazione agli uomini crearono un modello di restrizioni per la futura cultura europea. Nella famiglia la donna aveva un’autorità di poco maggiore a quella di un bambino ed era sempre sottomessa al suo parente maschio più vicino, che esercitava la propria autorità sulla sua persona e sulla sua propria autorità, il matrimonio significava trasferire tale autorità da un maschio all’altro. La tutela delle donne da parte di un maschio tipica delle leggi di queste culture antiche veniva considerata il modo migliore per mantenere l’ordine in famiglia e nella società; la donna ideale subordinava il suo istinto, i suoi sentimenti e la sua capacità di giudizio al padre o al marito. Studiosi ebrei hanno evidenziato come fonte del Male, la disobbedienza di Eva nel mangiare dall’Albero della conoscenza. In queste culture la moglie ideale doveva essere fedele al marito, fertile e generatrice di figli sani, preferibilmente maschi, organizzare l’andamento dei lavori di casa o farli da sé. Vista sempre in relazione al marito, la sua vita avrebbe dovuto consistere nell’assistenza ai bisogni di lui, secondo queste culture, così come una figlia doveva essere vergine, la madre doveva essere casta.45 Come la perdita della verginità della figlia disonorava il padre, così l’infedeltà della moglie disonorava il marito, fedeltà ed esclusività non erano doveri che si applicavano al marito. Il dovere della moglie di generare figli legittimi rimase una delle sue funzioni più importanti, tutte queste culture consideravano la mancanza di prole una colpa delle donne, e consentivano al marito di divorziare a causa della presupposta infertilità della moglie. La donna sterile era una figura da compatire nelle culture che davano grande valore alla fertilità, e in Grecia, a Roma e in Israele ella si affidava all’aiuto divino: in Grecia """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 45""Cfr."BERTINI"F.,"Medioevo"al"femminile,"Laterza,"Bari,"1989."
52" " con preghiere e sacrifici alle divinità associate alla fertilità e in Israele implorando Dio di mandarle dei figli. Dal momento che la fertilità era associata con l’approvazione divina, la donna sterile era doppiamente denigrata e guardata con disprezzo. In aggiunta al dovere di essere fedele e di procreare, la moglie aveva la responsabilità di badare alla casa, queste culture tramandarono alla società europea il modello tradizionale della buona moglie che si prende cura dei bisogni primari della famiglia. La maggioranza delle donne lavorava la terra, una tradizione ereditata dalle donne europee era che esse ricevevano salari inferiori a quelli degli uomini quando lavoravano a pagamento, anche per lo stesso lavoro. Nelle città le donne esercitavano varie attività per guadagnare che con il tempo diventarono occupazioni femminili; vendevano stoffe, cibarie nei mercati e sulle strade, si offrivano in qualità di balie e facevano le levatrici. Nel corso dei secoli le donne europee partorivano in casa assistite in genere da altre donne e quindi la presenza di una levatrice esperta era apprezzata; i medici erano chiamati solo in casi di emergenza o per assistere alle nascite nelle famiglie più ricche. Queste culture antiche tramandarono una rilevante quantità di letteratura misogina che diventò parte di un elemento importante dell’eredità culturale europea. La misoginia, cioè l’odio per le donne, fu presente nella letteratura romana ma anche in scritti greci ed ebraici. Alle donne veniva data la colpa per la comparsa del male nel mondo e fu a loro attribuito il marchio della malvagità innata. La creazione della donna venne presentata come una punizione per l’uomo pertanto venne identificata come nemica degli uomini e della civiltà, fonte di malattie e di sventura, la donna fu paragonata a vari animali disprezzati, alla fine dell’ottavo secolo il poeta greco Esiodo scrisse un racconto della creazione con immagini che poi vennero utilizzate dalla cultura europea successiva. In esso l’uomo è creato per primo e vive felicemente fino a che, per punizione del furto del fuoco da parte di Prometeo, Zeus crea la prima donna Pandora che apre lo scrigno che conteneva gli affanni. Simile all’Eva biblica nella sua incapacità a mantenere l’obbedienza, Pandora è incolpata di tutti i mali del mondo. Scritti ebraici successivi, probabilmente di influenza greca, ebbero la tendenza a fare di Eva un personaggio dello stesso genere: una donna che cede alla tentazione e fa quello che Dio le ha
53" " proibito, cioè mangiare e persuadere Adamo a mangiare dall’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. La tradizione che vuole la donna colpevole e che anche la migliore delle donne sia inferiore all’uomo era ben radicata nel mondo antico. Nell’antico testamento compare la figura di Lilit, creata contemporaneamente ad Adamo per essere la sua prima moglie, prima della creazione di Eva, Lilit rifiutò di essere ubbidiente e lasciò Adamo. I greci crearono numerosi mostri femminili: Circe, che trasformava gli uomini in porci; Scilla, la ninfa trasformata in una roccia minacciosa che produceva teste di serpenti e di cani, Cariddi, il vortice mortale e le sirene che attiravano gli uomini alla morte con dolci canti. Esiodo racconta di Echidna, metà ragazza e metà serpente che da alla luce Cerbero il cane dell’Inferno, della Sfinge e di altri mostri che minacciano eroi maschili come Ercole e Giasone. Menziona anche le Furie, che puniscono senza pietà coloro che cadono in errore. Miti greci successivi produssero le Arpie, donne mostruose con serpenti per capelli, e il cui sguardo tramutava gli uomini in pietra. L’eroe delle leggende greche si muoveva tra un paesaggio affollato di mostri femminili che doveva sconfiggere e superare in furbizia se voleva sopravvivere. La misoginia non ha una controparte femminile nella cultura europea, gli stereotipi sulla natura maschile non sono stati scritti e non sono quindi diventati parte di una tradizione ereditata da generazioni successive. Le tradizioni che tendevano alla subordinazione della donna non furono onnipotenti; inoltre circostanze eccezionali consentirono a volte alle donne con un talento fuori dall’ordinario di raggiungere posizioni di rilievo in campi che abitualmente erano riservati agli uomini. Anche la vita, il talento ed i successi di Saffo e Cleopatra fanno parte delle tradizioni ereditate dalle donne europee. Secoli dopo la scomparsa di vecchi imperi e regni le donne si ispirarono a questi personaggi femminili. In queste culture il fato era femminile e il potere ultimo sulla vita e sulla morte, sul destino e la necessità era personificato da una donna o da un gruppo di tre donne. Associate con il tempo le Parche erano spesso raffigurate nell’atto di filare, tessere e tagliare i fili delle vite umane, trasformando così la tessitura, la più comune e ordinaria attività femminile in un simbolo di potere assoluto. Per i greci, le tre Parche erano Cloto (la filatrice), Lachesi (la
54" " fissatrice della sorte) e Atropo (l’irremovibile), che tagliava i fili della vita con le sue cesoie mortali. I romani veneravano la Fortuna, la dea portatrice di un buon destino, raffigurata quasi sempre come donna anche nella successiva iconografia europea. Anche la terra veniva associata al genere femminile che, nella personificazione della Madre Terra, continuò per secoli ad essere adorata e propiziata in riti greci, romani, celtici e germanici relativi all’agricoltura e alla fertilità. Le donne furono spesso considerate in possesso di un potere particolare durante questo tipo di cerimonie; in alcuni casi esse dovevano andare sui campi e in altri starne lontane, poteva essere versato sangue o potevano essere offerti sacrifici e, in rituali concernenti il sangue, le mestruazioni potevano essere considerate come una forza in grado di mettere in contatto le donne con le profonde sorgenti del potere: la terra, le stagioni, il tempo, la vita e la morte. Molti culti di dee richiedevano sacerdotesse e, come tali, le donne raggiungevano il più alto potere legittimo in Grecia e a Roma, precedentemente al primo secolo d.C., le donne spesso occupavano la posizione di sacerdotesse-magistrate, che combinava potere religioso e potere secolare. Soppresse dal cristianesimo, secondo cui solo gli uomini potevano essere sacerdoti, le potenti sacerdotesse scomparvero. In tempi di instabilità, un uomo intraprendente poteva cogliere l’opportunità per salire al potere e, se si presentavano le circostanze favorevoli, una donna poteva fare lo stesso. Al contrario degli uomini, che potevano governare da soli, le donne di famiglie reali avevano quasi sempre bisogno di un parente maschio con cui o a nome di cui governare. Non sempre queste reggenze sono sfociate in un governo femminile, ma il ruolo di reggente o una partecipazione al governo rendevano possibile ad una donna ambiziosa di prendere potere da sola. La più famosa di queste donne è Cleopatra VII (69-30 a.C.), l’ultima regina dell’Egitto indipendente che colse l’opportunità per ottenere il trono e per prevenire l’annessione del regno a Roma. Cleopatra creò una tradizione di potere femminile in Europa; le testimonianze storiche rivelano una donna e una sovrana energica e intelligente. Il potere di Cleopatra non si era basato solo sul suo linguaggio e sulla sua intelligenza, ma anche sulla ricchezza che il suo regno
55" " aveva da offrire. Inoltre non va dimenticato che tra i primi fondatori della scienza alchemica la tradizione ricorda proprio Cleopatra oltre che Maria l’Ebrea, e l’alchimia e l’ostetricia rappresentano i due campi per eccellenza del sapere aperti alle donne. Il fatto che le donne fossero rappresentate in modo minoritario, e che solo poche di esse abbiano lasciato traccia nei libri, è in linea con il percorso della storia della cultura femminile nel suo complesso. La condivisione del sapere alchemico nelle sue diverse forme, esattamente come accadde per quello medico ed erboristico, si consumò con grande probabilità in una dimensione sommersa, privata, lontana dalle scuole e indifferente alle fonti, ma fu certamente ricchissima e diffusa. In ogni modo la presenza femminile in questa antica arte è ben attestata dalla tradizione ufficiale, e sembra essere stata dominante fin dagli inizi. Nelle civiltà più remote il sapere chimico femminile era impiegato nell’industria cosmetica e profumiera che, prima in Mesopotamia, poi in Egitto e nella cultura ebraica, era spesso affidata a maestranze femminili. Questo illuminerebbe anche il fatto che le prime rudimentali attrezzature ad uso chimico sembrino in tutto e per tutto essere un’evoluzione degli utensili da cucina, con i quali certamente le donne avevano maggiore dimestichezza46. Nella Commedia di Dante Cleopatra è posta nella schiera dei lussuriosi47 “Cleoptràs lussuriosa”, che regnò in Egitto ai tempi di Cesare, e di questi, oltre che di Marco Antonio, fu amante. Su di lei la storia ha gettato ombre difficili da dissipare: i suoi vizi sono tutti femminili, tutti guidati dal timone delle passioni. Ed è ricordata come abile manipolatrice di erbe e spezie a fini cosmetici. Sarà perché la bellezza è la migliore testimone, ma i suoi consigli prodigati alle donne devono aver guidato generazioni di spose e matrone romane, a partire dell’utilizzo in cosmesi di quel latte d mandorle nel quale la regina usava immergersi per il suo bagno quotidiano. Cleopatra guidava al talento pratico che l’aveva guidata nel governo dello stato, una passione per la fitocosmesi che l’aveva spinta a realizzare un progetto che ai nostri occhi appare modernissimo e segno di grande emancipazione: la creazione di una vera e propria industria di """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 46"Cfr."KASSISIMON"G.,"“Women"in"chemistry”,"in"KASSISIMON"G.,"FARNES"P.,"Women"of"science:" righting"the"record,"Bloomington,"1990,"p."301." 47"Dante,"Inferno,"V,"v.63."
56" " profumi e cosmetici, che aveva fatto costruire in un luogo ricchissimo di materie prime utili, lungo le sponde del mar Morto, dei cui Sali già allora era ben conosciuto l’effetto benefico sulla salute della pelle. In questa industria la regina, con grande spirito imprenditoriale, aveva fatto organizzare tutte le fasi produttive, dalla raccolta alla trasformazione dei sali, affiancate dalla coltivazione e dalla raccolta delle erbe officinali, predisposte nei terreni adiacenti, utili al confezionamento di prodotti che venivano poi smerciati in tutta l’area mediterranea. Tra questi, anche profumi tra i più preziosi, come il celebre balsamo della Giudea e il costosissimo unguento reale, raffinato profumo ricavato dalla sinergia di 27 tra spezie e sostanze aromatiche. In altri periodi di transizione, quando un’economia instabile e le circostanze politiche consentirono l’accumulo di ricchezze in mani femminili, la conseguenza fu che la ricchezza consentiva alla donna di acquisire un’istruzione e, una donna colta poteva avere un influsso duraturo nel campo della poesia, della pittura e della filosofia. In un periodo in cui pochissimi erano istruiti, agiati o dediti alle arti, la memoria delle donne che lo furono diventò una delle tradizioni che diedero più potere alle donne europee. Imparare a leggere e a scrivere era un privilegio per le donne, nel mondo antico e poi per molti secoli ancora, il modo più facile per una donna di far parte del mondo della scienza e delle arti era di essere nata in una famiglia già specializzata in questi campi. Il termine dotto, sapiente, saggio è stato tramandato con una accezione maschile, se le donne hanno recuperato qualcosa lo hanno fatto per altra via: per esempio attraverso il mito di Atena-Minerva48, nata armata dal cervello di Zeus, protettrice delle arti e delle scienze che, insegna agli uomini a navigare, a filare e a tessere. L’esistenza di ruoli di genere nel nostro sistema androcentrico, rende complicato distinguere che similitudini e che differenze esistano tra uomini e donne in forma naturale. L’interpretazione sociale di essere donna o uomo ha dato ad ogni persona la sua funzione nel mondo ancor prima di nascere, per questo oggi diventa difficile discernere il biologico e il culturale. Dalla psicologia molti studi si sono concentrati sull’indagine di questa distinzione di ruoli per capire se ciò sia dovuto a differenti abilità innate o al """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 48"TERZAGHI"N.,"Miti"e"leggende"del"mondo"greco"romano,"D’Anna,"1986."
57" " contrario, se le disuguaglianze sociali abbiano creato queste differenze. Le spiegazioni per le differenze osservate tra uomini e donne, spesso ricorrono a due tipi di argomenti: quelli biologici (cioè che richiedono una spiegazione genetica, chimica, ormonale) e quelli sociali (che si basano sull’influenza degli ambienti familiari, culturali, etc.). Sia l’uno che l’altro sono continuamente utilizzati tanto per spiegare le capacità (competenze) quanto per discutere dei diversi atteggiamenti che si osservano in relazione alla scienza. Tra gli argomenti di natura biologica, uno degli organi più studiati è il cervello che è stato ed è ancora un organo sconosciuto, anche se si conoscono abbastanza i suoi elementi non si sa bene come funzioni nella sua totalità, ciò che sembra evidente è che per molti aspetti il cervello degli uomini sia diverso da quello delle donne. Gli studi sulle differenze biologiche del cervello degli uomini e delle donne, hanno messo in evidenza alcune differenze nell’elaborazione del linguaggio, nella capacità di orientamento o nell’interpretazione dei ricordi emozionali e, naturalmente, il comportamento sessuale, ma è anche ovvio che fino ad ora nessuno ha dimostrato che la donna per le sue peculiarità neuroanatomiche e psicologiche, sia incapace di raggiungere l’eccellenza in matematica, fisica o ingegneria.49 Come esempio si può citare il Premio Nobel della Medicina, Rita Levi Montalcini, eminente neurologa, che sul punto di compiere 100 anni fu ancora capace e mantenne viva l’illusione per la ricerca. Il cervello differisce in diverse regioni, da quelle più primitive relazionate con le funzioni basilari per la manutenzione della vita, a quelle più evolute, come la corteccia cerebrale associata al controllo delle funzioni superiori. L’emisfero sinistro controlla il linguaggio, la scrittura, il calcolo e la lettura, l’attività motoria del lato destro del corpo e le emozioni positive per questo viene denominato il “cervello analitico”. L’emisfero cerebrale destro controlla la comprensione, la musica e il disegno, la percezione spaziale e il riconoscimento delle emozioni negative. I maschi e le femmine della maggior parte delle specie animali differiscono, in modo particolare, nel loro comportamento sessuale, gli studi sul cervello sono stati utilizzati, fin dai tempi """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 49"Cfr.""LARA"C.,"El"segundo"escalon:"desequilibrios"de"genero"en"ciencia"y"tecnologia,"Arcibel" editores,"2006,"pp.158I162."
64" " organizzazione nel periodo anteriore all’intervento di Federico II. Per nessuno di essi la documentazione finora nota offre appigli sicuri, ma per tutti è possibile pervenire ad una ipotesi accettabile, se si inseriscono i pochi dati disponibili nel loro contesto storico, confrontandoli con quanto sappiamo di realtà più o meno vicine. Un primo problema sul quale urge fare chiarezza è di carattere istituzionale: una cosa è un movimento o un fenomeno culturale, un’altra la sua trasformazione in una situazione, come ad esempio una scuola, che richiede una sede, un programma di studio e la possibilità di rilasciare un titolo riconosciuto. Così non ci sono dubbi che nei secoli X-XI i medici di Salerno godessero di grande fama anche fuori d’Italia, ma altrettanto certo è che allora non esisteva né una vera e propria università con un insegnamento teorico organizzato e con il conferimento di lauree né una corporazione di medici. Per quei due secoli di storia salernitana abbiamo, infatti, una abbondante documentazione di tipo sia documentario sia letterario, nella quale un’istituzione come la Scuola medica non avrebbe potuto non lasciare traccia. Attraverso le carte notarili si può ricostruire in maniera assai dettagliata la topografia della città, l’ubicazione di chiese e monasteri, l’andamento delle strade e delle mura, il succedersi di pieni e di vuoti nell’impianto urbanistico, ma nelle tante descrizioni di confini di case e di orti mai si accenna a beni o ad edifici in qualche modo collegabili con la Scuola né tantomeno è dato di incontrare docenti o studenti tra i numerosi personaggi che prendono case in affitto o che ad altro titolo compaiono negli atti. E non vale dire che queste obiezioni verrebbero a cadere del tutto, se si ammettesse il carattere chiericale o monastico della Scuola, con conseguente sua ubicazione all’interno di un monastero o di una chiesa, perché in tal caso resterebbe da spiegare l’assenza di ogni riferimento ad essa in testi provenienti da quegli ambienti e nei quali non è concepibile che passasse sotto silenzio una realtà di tale importanza. Il pensiero va innanzitutto al Chronicon Salernitanum, opera di un monaco della fine del sec. X, in cui, come ha osservato Paolo Delogu57, la città si riflette come in uno specchio, con i suoi valori, le sue tradizioni e le forti tensioni che laceravano al pari delle altre città del tempo e che sfociavano in continui atti di violenza, il tutto in un """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 57"DELEGU"P.,"Mito"di"una"città"meridionale,"Napoli,"1972."
65" " contesto reso più drammatico dalle continue minacce dei Saraceni e di altri nemici esterni: di qui uccisioni, ferite, malattie e accidenti fisici di ogni genere, che avrebbero fornito continue occasioni per far riferimento alle istituzioni mediche cittadine, se esse fossero allora esistite, e questo specialmente se fossero state legate a quel mondo monastico, che aveva prodotto il Chronicon. Lo stesso vale per le testimonianze provenienti dagli ambienti ecclesiastici e in primo luogo per gli scritti dell’arcivescovo Alfano, prima monaco a Montecassino e poi Arcivescovo di Salerno, vissuto tra il 1015 e il 1085, grande amico di papa Gregorio VII e del principe salernitano Gisulfo II, il quale non solo godette fama di medico esperto, ma fu anche artefice di un ambizioso progetto, volto a recuperare sul piano religioso e culturale quel ruolo di centralità, che Salerno aveva avuto nei secoli precedenti come capitale del principato e che era andato perduto con la conquista normanna. In questo progetto si inseriva anche la sua produzione di carmi e di opere agiografiche relative ai santi che proteggevano la Chiesa salernitana, ma nei quali mai si fa riferimento ad una istituzione, come la Scuola medica, che il presule certamente non avrebbe mancato di inserire tra le glorie cittadine. L’unico accenno alla fama di Salerno come centro di medicina è l’ode a Guido, fratello di Gisulfo II, nella quale, rimpiangendo gli antichi fasti della città, Alfano ricorda che tum medicinali tantum florebat in arte: espressione che, come si vede, non contiene nessun riferimento a istituzioni di tipo scolastico. Alfano fu uno dei più rappresentativi esponenti della rinascita intellettuale dell’Italia Meridionale di cui Montecassino era il fulcro. I suoi trattati: “I quattro umori”, “Le pulsazioni”, “Alcuni problemi di medicina”, e le sue traduzioni dal greco, contribuirono alla formazione e alla crescita della Scuola medica salernitana. Il laico Garioponto che è l’autore di “Passionarius” (Trattato sulle malattie) in cinque libri, che attinse alle opere di Galeno e di altri medici greci, inserendo nella sua traduzione latina vocaboli di uso volgare, che dimostrano come il suo insegnamento fosse rivolto a laici che, poco esperti del latino, avevano bisogno della volgarizzazione dei termini più importanti, e l’arcivescovo Alfano, sono i rappresentanti della libertà e dell’apertura culturale di questo ambiente salernitano in cui i Greci e i Latini, Arabi ed Ebrei, monaci e laici,
66" " operarono fianco a fianco unendo le loro conoscenze58. Con Garioponto per la prima volta vediamo a Salerno che una donna ascende la cattedra per insegnarvi le discipline mediche: Trotula de Ruggiero, di cui egli fu maestro. Lo stesso vale per Romualdo Guarna, arcivescovo di Salerno dal 1153 al 1181, che godette fama di medico esperto e fu autore di una cronaca, nella quale della sua città si limita a dire, riferendosi all’assedio che vi pose Roberto il Guiscardo nel 1076, che fu medicinae artis diu famosam atque praecipuam, anche qui senza nessun riferimento diretto a una Scuola vera e propria; e siamo ormai alla fine del secolo XII. La Historia inventionis ac translationis et miracula Sanctae Trophimenae, è una di quelle fonti dei secoli X-XI che ci informano sul prestigio di cui godevano i medici salernitani. E’ opera di uno scrittore anonimo operante a Minori agli inizi del sec. X, il quale, parlando della devozione verso la santa, racconta un episodio che sarebbe accaduto nel periodo in cui Pulcari era prefetto di Amalfi, vale a dire all’incirca negli anni 867-878. Si tratta della storia di una giovane sposa, Teodonanda, che all’improvviso si ammala gravemente, riducendosi in poco tempo in fin di vita. Il marito ed i parenti decidono allora di portarla a Salerno per affidarla alle cure del grande archiatra Gerolamo, il quale però, dopo averla visitata e dopo aver consultato immensa volumina librorum, si dichiara impotente a salvare la giovane. Data la natura del testo, l’episodio non ha un fondamento storico sicuro, ma testimonia soltanto che agli inizi del sec. X agli abitanti della costa di Amalfi, ai quali si rivolgeva l’agiografo, appariva credibile che a Salerno ci fosse un archiatra famoso e che possedesse una gran quantità di libri. Che però egli fosse a capo di una scuola, non è detto esplicitamente né si accenna all’esistenza di altri medici da chiamare eventualmente per un consulto, ma è chiaro al contrario che a Salerno ci si recava soltanto per sentire il parere di Gerolamo. Quello che può dirsi con certezza è che agli inizi del sec. X (o alla fine del sec. XI) sulla costa di Amalfi si pensava che a Salerno fosse possibile avere cure più efficaci di quelle praticate dai medici del posto. La fama di cui Salerno godeva nel sec. X come rinomato centro di medicina giungeva fino in Francia ed è dimostrata da un altro testo narrativo, la cronaca dei vescovi di Verdun, scritta da """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 58"DE"RENZI"S.,"Collectio"Salernitana,"Napoli,"1852I59:"Vol.1,"pp."159I160."
67" " un anonimo verso la metà del sec. XI, il quale riporta la notizia del viaggio a Salerno, purtroppo senza risultati, del vescovo Adalberone (985-988), affetto da calcolosi renale e da altri malanni: notizia ripresa verso la fine del secolo dal cronista Ugo di Flavigny. Dall’insieme di queste testimonianze emerge che nel corso del sec. X Salerno, oltre ad essere una delle città più importanti dell’Italia meridionale dal punto di vista politico e religioso, era anche un centro dove dovevano circolare testi di medicina, ma dove soprattutto c’era una buona tradizione di pratica medica risalente certamente ad un periodo molto più antico, perché proprio il carattere pratico della medicina salernitana fa pensare ad una esperienza maturata lentamente nel corso del tempo e nel contesto di una realtà, quella di Salerno e dell’Italia meridionale dell’Alto Medioevo, che costituì il punto di incontro e di intersezione di mondi culturali diversi, ebraico, arabo, greco e latino: di qui la leggenda dei quattro fondatori della Scuola, Helinus, Adela, Pontus, Salernus. In questo periodo, che possiamo definire prescolastico, a Salerno non ci doveva essere un tipo di insegnamento diverso da quello che si impartiva in altre città più o meno importanti del mondo occidentale e che era collegato in un modo o nell’altro ad istituzioni ecclesiastiche, quali monasteri e cattedrali: insegnamento rivolto innanzitutto agli oblati dei monasteri e ai chierici destinati ai capitoli cattedrali, ma non di rado anche ad allievi esterni, giovani nobili o chierici attirati dalla fama di un maestro. Il livello di queste scuole non era generalmente alto e vi si insegnavano soprattutto le sette arti liberali, distinte tra arti del trivio (grammatica, dialettica e retorica) e del quadrivio (matematica, geometria, musica e astronomia), alle quali si aggiungeva, a coronamento degli studi, la teologia. Ad esse si affiancavano in alcune città italiane scuole laiche private, con un accentuato carattere professionale. E’ quanto avveniva, certamente già nel corso del sec. X, anche a Salerno nel campo della medicina, e con quegli alti e bassi, legati alla presenza di maestri più o meno celebrati, che si registravano dappertutto nelle scuole del tempo. Uno di essi potrebbe essere stato proprio il Gerolamo della leggenda di S. Trofimena, medico di corte e maestro di una scuola privata. Sarebbe da pensare allora non tanto ad una Scuola, quanto piuttosto ad
68" " una molteplicità di scuole, tenute dai medici di maggiore prestigio, come indurrebbero a credere alcune testimonianze di cronisti del sec. XII. La prima di queste testimonianze e quella del cronista inglese Orderico Vitale (1075-1143), il quale nella sua Historia ecclesiastica afferma che << in urbe Salernitana, ubi maximae medicorum scholae ab antiquo tempore habentur>> (a Salerno fin dall’antichità risiedono le più importanti scuole di medicina): quindi, scuole di medicina e non Scuola di medicina. Convergente con questa è la testimonianza dell’ebreo Beniamino di Tudela, il quale verso la metà del sec. XII intraprese un lungo viaggio per tutte le regioni ove si trovavano ebrei, partendo dalla Navarra e giungendo, attraverso la Francia e l’Italia, a Napoli. Da qui, dopo un giorno di viaggio, raggiunse Salerno, urbem medicorum scholis illustrem-. La peculiarità di Salerno rispetto ad altre città dell’Italia e dell’Europa potrebbe essere consistita, nella diffusione degli insegnamenti trasmessi da queste scuole private al di fuori dell’ambito strettamente professionale, configurandosi così le conoscenze mediche come una componente essenziale del bagaglio culturale di qualsiasi persona istruita, laico o chierico che fosse. 59Di origine forse laica, più probabilmente monastica, la Scuola di Medicina di Salerno compare in un momento impreciso del IX-X sec. Per affermarsi tra l’XI-XII come primo centro di insegnamento preuniversitario del mondo occidentale e quale manifestazione tra le più rilevanti dello spirito scientifico dell’epoca. E’ un’origine in parte leggendaria per riferimenti a fatti e situazioni di scarsa affidabilità documentaria, ma in gran parte autentica per richiami ad episodi reali, storicamente accertati, descritti da cronisti coevi. Certamente leggendaria la fondazione, attribuita ai quattro maestri di cui si è accennato e sostenuta nei De rebus salernitanis del 1685 da Antonio Mazza, priore dell’Almo Collegio nel XVII sec. anche se tale ipotesi fantasiosa sembra adombrare quel sincretismo culturale proprio degli orientamenti medici della Scuola. Leggendaria la venuta a Salerno di Enrico, principe tedesco, afflitto da una grave dermatite pustolosa e guarito per l’intervento miracoloso dell’apostolo Matteo, una storia raccontata da un trovatore del XIII sec., Hartman von der Aue, e ripresa nel secolo scorso dal poeta """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 59""KRISTELLER"P."O.,"Studi"sulla"Scuola"medica"salernitana,"Napoli,"1986."
69" " americano Longfellow. Ed ancora leggendaria è la presunta presenza in città intorno al 1100 di Roberto, Duca di Normandia, venuto per essere guarito da un’ulcera al braccio causatagli da una freccia avvelenata in Terrasanta durante la prima Crociata e al cui nome, si vuole, sia stato dedicato il Regimen Sanitatis. Siamo il secoli bui, la scienza isterilisce e la medicina accusa francamente l’impoverirsi della ricerca originale e l’abbandono dell’atteggiamento razionale, sopravvive di compendi di quanto hanno scritto i predecessori e di quanto resta di essi. Le guerre, le pestilenze, le carestie non conoscono sosta; allignano la superstizione, la magia, l’ignoranza; gli uomini migliori impegnano il meglio delle loro risorse intellettuali in pratiche ascetiche e attività spirituali. La ricerca della salute è spostata dal corpo verso l’anima, fervono le opere assistenziali, il medico sopravvive impantanato in verità dogmatiche. In tale contesto arido, infecondo, senza stimoli, ecco apparire la Scuola di Salerno come una sciabola di luce, che penetra nel tempio oscuro dell’ignoranza, lo vivifica e lo rinvigorisce. Essa emerge, concentrando l’attenzione del medico sulla concretezza professionale, sul realismo clinico e sulla semplicità terapeutica. Salerno non è un centro di ricerca scientifica o di speculazioni biologiche; è un luogo dove si ritrovano, accomunati in prodigiosa coincidenza, dei professionisti avveduti e diligenti, degli operatori seri, pratici, eclettici, acuti nella diagnosi e sobri nella terapia, che raccolgono l’eredità del passato e la utilizzano al capezzale del malato dopo averla vagliata alla luce della personale esperienza. Non va dimenticato che Salerno gode di un’impronta internazionale legata alla sua centralità nel Mediterraneo; i rapporti sempre più frequenti e prolungati con i paesi rivieraschi e con il mondo arabo le consentono contatti stretti e proficui con culture diverse. Pellegrini e crociati, provenienti dalla Terrasanta o in transito verso di essa, sono presenze quotidiane: lo attesta non a caso la cosiddetta Cappella dei crociati nel Duomo, oggi cappella di Gregorio VII, ove sostano a pregare e a ricevere la benedizione prima della partenza per l’Oriente ovvero di ritorno dalle spedizioni militari, per ringraziare l’apostolo sulla via del rientro in patria. Lo comprovano per altro i contatti mercantili assicurati dalla vicina marineria di Amalfi nonché la presenza di un porto (molo Manfredi) e di una fiera, istituita dallo stesso Manfredi
70" " nel 1260, che le consentono relazioni con popoli diversi e con altre esperienze; lo dimostra il commercio delle droghe, delle piante medicinali esotiche e comunque una non trascurabile ricchezza, che favorisce l’arricchimento culturale e una certa supremazia intellettuale. Si è cercato di semplificare la storia della medicina salernitana suddividendola in periodi variamente identificati. La più semplice di queste classificazioni è quella che distingue una fase delle origini; IX-X sec., una fase dell’apogeo, XI-XIII sec. e una fase della decadenza, XIV-XIX sec. Se l’aspetto organizzativo del primo periodo della Scuola è di chiara impronta cenobico ospedaliera, e i medici sono in prevalenza monaci o clerici, ciò è dovuto all’influenza culturale della vicina abbazia di Montecassino, epicentro di prima grandezza dell’attività scientifica e letteraria altomedievale e promotrice, sull’esempio di S. Basilio in Oriente, delle prime istituzioni ospedaliere, delle infermerie monastiche e delle farmacie conventuali. Tali istituzioni sono gestite da monaci, i monaci infirmarii, che provvedono alla cura dei malati e alla coltivazione delle piante medicinali negli orti claustrali, gli orti dei semplici. E già alla fine del VIII sec. è presente a Salerno un monastero benedettino, fondato dal principe Grimoaldo (787-805), cui si aggrega nell’820 un ospedale, l’ospedale di S. Massimo, allestito dall’arciprete Adelmo. I medici di questa epoca sono di solito poco più di un nome, di una citazione; gli stessi Petrocello e Garioponto, medici e clerici, estensori di sinossi di medicina presalernitana, cioè di conoscenze in atto durante l’alto medioevo, che vanno sotto il rispettivo nome di Practica e di Passionarium, sono autori di scarso rilievo e di modesta consistenza storica. I personaggi di spicco invece compaiono nell’XII sec. e, primo tra gli altri, è Costantino Africano (1015?- 1087), attivo proprio nell’abbazia di Montecassino durante il decennio 1077-1087, uomo che forse più degli altri merita benemerenza per aver fatto grande Salerno. Pur non essendo medico e non avendo mai praticato una visita in vita sua, Costantino resta un esponente primario della medicina salernitana. Originario di Cartagine (per cui detto Africano), ha viaggiato molto nei paesi orientali, raggiungendo Alessandria e Bagdad e acquisendo una non comune padronanza dell’arabo, del siriaco, dell’ebraico e del greco, oltre che una profonda conoscenza della cultura islamica. Giunto a Salerno ormai in età
71" " avanzata, è accolto con riguardo e onori da Roberto il Guiscardo, divenuto da poco principe di Salerno, che lo nomina suo consigliere, ma dopo una breve permanenza a palazzo, Costantino preferisce abbandonare gli agi e il fasto di una città opulenta, e ritirarsi nella quiete operosa di Montecassino. Indossato il saio di umile fraticello, vi trascorre gli ultimi anni, i più fecondi della sua vita, spendendoli in una poderosa opera di traduzione in latino di testi medici dell’antichità classica portati con se dall’Oriente in versione araba, utilizzando allo scopo le sue non comuni doti di interprete della lingua islamica e non trascurando di inserire nelle traduzioni i propri convincimenti personali. Sono circa un centinaio gli scritti di questo Autore, di cui pregevoli il Pantegni, una rielaborazione di medicina araba e il Viaticum, un manuale di consigli medici per il viaggiatore. Per merito di Costantino la Scuola di Salerno ha la fortuna di impossessarsi in anteprima di un bagaglio di conoscenze fino allora assolutamente ignorato in Occidente e, attraverso le acquisizioni della medicina araba, l’occasione di riscoprire molte cognizioni della medicina greca antica, di cui gli arabi sono detentori per aver traslato e commentato i testi degli autori classici scoperti nelle biblioteche requisite durante la loro inarrestabile espansione. I codici di Costantino, quindi, salvati e tradotti, sono riconsegnati da Salerno all’umanità, penetrano nei centri del sapere europei, diventano strumenti di una comune cultura, fondamenti di un unico progresso intellettuale, di un’antica civiltà. Altra figura di non scarso rilievo è Alfano (10151085), arcivescovo di Salerno dal 1058, poeta e medico esperto, una stella di prima grandezza nel mondo culturale salernitano, tanto da essere definito precursore del Rinascimento. E’ lui il medico che cura Desiderio di Montecassino tra le mura del monastero di S. Benedetto, di cui nel 1057 diverrà l’abate; è lui che convince Roberto ad erigere il Duomo ad esaltazione e gloria del principe e della cristianità; è, infine, lui che riceve il pontefice Gregorio VII, esule a Salerno e lo accoglie morente fra le sue braccia. Ma soprattutto Alfano è un umanista. In una misteriosa missione a Costantinopoli con Gisulfo II, ultimo principe longobardo, riesce ad assicurarsi una discreta quantità di codici greci, di cui alcuni di medicina, dei quali curerà la traduzione. E’ probabile che tra questi testi si trovi anche una copia de La natura
72" " dell’uomo di Nemesio di Emesa, da cui ne trarrà la nota versione latina. Altre autorevoli sue monografie sono: I quattro umori e I polsi, in cui tratta argomenti dibattuti ai suoi tempi. Allo stesso periodo appartiene Trotula de Ruggiero, forse la donna più famosa, più misteriosa e più discussa del panorama medico salernitano, l’unica che riesce a tener testa a quel citato Rodolfo Malacorona, uomo di grande erudizione, che ama sfidare nelle proprie sedi in dispute concettuali i migliori sapienti dell’epoca e che … nella città di Salerno, ove erano le migliori scuole di medici sin dai tempi più antichi, eccetto una certa sapiente signora, non trovò alcun altro che avesse potuto stargli al paragone 60. Medichessa, infermiera, ostetrica non si sa, comunque di nobile famiglia, Trotula da sempre impersona la capacità, l’ingegno e l’emancipazione femminile, il modello della donna operatrice professionale e medico, la sua riscossa prorompente, esaltante, persuasiva e spesso vincente sul piano creativo e della sfida intellettuale. L’opera fondamentale attribuitale sulle malattie delle donne, De mulieribus passionibus, ha avuto nel passato un’incredibile fortuna. Un’appassionata ricerca della Boggi Cavallo la ritiene non un’opera autografa, ma un assemblaggio di testi tratti dagli insegnamenti e dal pensiero di Trotula, probabilmente raccolti e trascritti dai suoi allievi. Trotula rappresenta la prima figura femminile di una felice serie di medichesse medievali, che fioriscono a Salerno per originale ed ignota prerogativa e che almeno fino al sec. XV rappresentano una sfida ad un’occupazione da sempre e dovunque riservata agli uomini. Nonostante le limitazioni, almeno fino alla seconda metà del XV sec., uomini e donne possono frequentare con pari opportunità gli insegnamenti di medicina senza problemi di natura giuridica e la donna, a dirla come la Boggi Cavallo “… condivide eventi e gesta degli uomini, partecipa alle loro battaglie, esercita l’arte sanitaria come medico e come operatrice di salute”61. Basta ricordare Abella Salernitana, Rebecca Guarna, Costanza Calenda, solo per citare """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 60""CHIBNALL"M.,"The"ecclesiastical"history"of"Orderic"Vitalis,"6"Vol."Oxford,"Claredon"Press,"1969I 1980,"Vol."II,"pp.28I76." 61"BOGGI"CAVALLO"P.,"Donne"e"medichesse"a"Salerno:"Trotula"de’"Ruggiero,"Rass.Stor.Sal.VI,1989," p.18."
73" " le più famose. Bisognerà attendere la fine del XIX sec. per assistere di nuovo al conferimento di una laurea in medicina ad un’esponente del sesso femminile. Un cenno infine a un altro medico di questo periodo, Nicolò salernitano, un personaggio del tutto oscuro sotto il profilo biografico, ma pur tuttavia ricordato per il suo celeberrimo Antidotario, un trattato di fitoterapia apprezzato e consultato da generazioni di studenti, medici e farmacisti fino al XVIII sec. per le sue ricette terapeutiche ancora inserite in tempi recenti nelle farmacopee di mezza Europa. Sul finire del sec. XI, proprio quando la medicina monastica è al massimo della fioritura e del consenso, una serie di inviti, di richiami, di censure da parte delle autorità ecclesiastiche per una più ortodossa interpretazione della Regola benedettina, soprattutto rivolti a privilegiare le attività spirituali sugli slanci solidaristici, interviene a moderare l’attività sanitaria dei religiosi. Tanto perché nel tempo l’interpretazione sempre più estensiva della necessità di assistere l’umanità sofferente, ha creato un progressivo allontanamento dei monaci dai conventi, agevolando tentazioni di guadagno e di peccato e inducendo comportamenti non sempre compatibili con la Regola claustrale. Sicché in una serie di Concili promossi da Innocenzo II, Alessandro III e Innocenzo III vengono decretati divieti sempre più tassativi per i religiosi a praticare l’attività sanitaria. Nel giro di un secolo, tra l’XI e il XII, si assiste a un graduale ritorno dei monaci nei monasteri, all’abbandono della medicina da parte di costoro, allo svuotamento delle infermerie conventuali aperte ai soli confratelli, al progressivo passaggio dell’arte sanitaria nelle mani dei laici la cui formazione professionale tanto deve alla secolare esperienza dei predecessori ecclesiastici e ai loro insegnamenti, che dalle infermerie monastiche, dagli orti claustrali, dagli ospedali benedettini passano nelle dimore dei nuovi maestri, nelle istituzioni sanitarie laicizzate, nelle privatae scholae, nelle sedi dell’Almo Collegio Medico Salernitano. Massima espressione del nuovo consolidamento istituzionale sono due grandi famiglie di medici, i Cofone e i Plateari. Dei primi si conosce un Cofone senior ed uno junior; quest’ultimo lumen et magister del XII sec., autore di un’Ars medendi, compendio di un ben più vasto trattato di terapeutica, e di una famosa Anathomia porci, prima
80" " e correggere i testi di medicina; l’anello d’oro al dito medio della mano destra, segno dell’eminenza del rango; la corona d’alloro sul capo, espressione del merito distinto; il bacio della pace e dell’appartenenza sulla guancia ed infine la paterna benedizione. Si suole far coincidere l’apogeo della medicina salernitana con il periodo che va dall’XI al XIII sec. Ed è questo infatti il periodo in cui Salerno esprime la sua migliore e più autentica tradizione classica. Con le traduzioni scientifiche di Costantino è assurta a prima divulgatrice in assoluto di un sapere antico, dimenticato, raccolto dagli arabi e riportato alla luce a Montecassino. E’ il suo momento magico: unico centro di insegnamento della medicina continentale in epoca preuniversitaria, prestigioso, autorevole, emblematico in un’Europa ancora rozza, immatura e sotto tanti aspetti impreparata. Ma già sul finire del XIII sec.compaiono i primi segni della decadenza, che sarà lunga e tormentosa, ravvivata di tanto in tanto da qualche personaggio di spicco, ma segnata ormai a un inarrestabile tramonto. Le cause di tale declino sono molteplici e non tutte opportunamente analizzate e poste nella giusta luce. Ne possiamo segnalare qualcuna: • Le Costituzioni Melfitane di Federico II, che, pur valorizzando la medicina di Salerno, finiscono per agevolare lo sviluppo dello Studium napoletano, creando un antagonismo secolare, che influirà negativamente sull’università arechiana; • la graduale perdita dell’indirizzo pragmatico, che tanto l’ha distinta e resa grande; • il mancato rinnovamento scientifico in un’Europa in ascesa culturale e la cristallizzazione in tematiche dottrinarie divenute obsolete e intrise di influssi arabistici e magico-alchemici, che mal si conciliano con la scientificità della medicina; • la perdita dell’egemonia scientifica, man mano che sorgono e si affermano le altre Università con conseguente scadimento del credito e della considerazione in precedenza posseduti;
81" " • Parigi, Bologna e Padova sono diventati i nuovi centri del sapere e quindi meta dei pellegrinaggi giovanili alla ricerca di conoscenza. Nel 1252 re Corrado tenta di trasferire a Salerno l’ateneo napoletano, ma è un esperimento fugace, in quanto il suo successore Manfredi nel 1258 ripristina l’Università a Napoli, pur consentendo a Salerno il rilascio delle lauree in medicina. Nel 1277 Carlo I d’Angiò con il pretesto che a Salerno si diplomino molti giovani scarsamente qualificati, ordina che le licenze vengano rilasciate previo il consenso del re. Solo nel 1280 la Scuola medica, pur essendo divenuta tale con la promulgazione delle leggi federiciane nel 1231, viene esplicitamente e ufficialmente riconosciuta con l’emanazione dello specifico ordinamento da parte di Carlo I. Nel 1359 Giovanna I restituisce all’Ateneo salernitano la propria autonomia, consentendole la facoltà di rilasciare diplomi senza l’avallo del re e licenze da valere su tutto il territorio del regno. Nel 1430 Giovanna II concede a Napoli un proprio Collegio medico autonomo, che favorisce il libero accesso degli studenti ai corsi di medicina partenopei e il conseguimento della laurea presso questa Università. Nel XIV sec. insegna a Salerno Matteo Silvatico, botanico e farmacologo insigne oltre che medico, che con i suoi studi di fitoterapia dà nuovo impulso e vigore allo Studio salernitano, anche se di breve durata. Il XV sec. trascorre anonimo; l’attività scientifica del Collegio medico risulta praticamente assente. Un certo risveglio dall’oscuro grigiore si verifica nel XVI sec.per merito dell’attivo mecenatismo di Ferrante Sanseverino, un rinnovato fervore che scuote la Facoltà, animata da valenti studiosi come Francesco Alfano, Paolo Grisignano e Michele Vicinanza, che le fanno rivivere, almeno in parte, l’antico splendore, protrattosi anche nel secolo successivo. A testimonianza di questa breve rinascita si segnalano in città le lauree di due illustri luminari: il clinico Giorgio Baglivi e il chirurgo Marco Aurelio Severino. Durante il sec. XVIII si assiste di nuovo a un deplorevole isterilimento di pensiero; si vivacchia di dottrine superate e non più consone ai tempi, laddove in tutta Europa la medicina brilla di idee e di originali apporti scientifici. Una serie di liti e di contese con altre Università e soprattutto l’eterna conflittualità con l’Ateneo napoletano ne accelerano inesorabilmente il declino. Si distingue tra
82" " l’altro una lunga e penosa diatriba con il Protomedicato, l’ufficio sanitario di controllo in materia di sanità pubblica e di igiene, a cui Carlo V aveva dato amplissime facoltà, ingenerando una rotta di collisione con le prerogative del Collegio medico e minando conseguentemente il prestigio di quest’ultimo. Negli ultimi decenni del XVIII sec. la Scuola appare una modesta istituzione locale, esclusa dai movimenti scientifici d’avanguardia, che ritrovano in Napoli il loro riferimento naturale. Sopravvive unicamente in forza della residua reputazione del suo passato, che per altro non è più sufficiente a tutelarla dall’incessante degrado culturale in cui si dibatte, un decadimento reso ancora più manifesto nei confronti del dirompente sviluppo espresso dagli altri centri universitari. In tale panorama inerte la soppressione è annunciata e la chiusura puntualmente giunge nel novembre 1811, per decreto di Gioacchino Murat, quasi nell’indifferenza generale. Rimarranno alcune cattedre nei locali dell’attuale Convitto Nazionale, ma saranno abolite definitivamente nel 1860 con l’avvento del Regno d’Italia.
83" " 1.4 Monachesimo Occidentale e Scuola Medica Salernitana Il lungo periodo storico, che segue la caduta dell’Impero romano d’ Occidente (476) e sostanzia l’alto Medioevo, è raffigurato comunemente come un’epoca tristissima di miseria e di decadimento, incupita dall’imperversare di epidemie ricorrenti, che impoveriscono l’esistenza e accrescono pesantemente il disagio sociale. Tra le epidemie che devastarono l’Italia meridionale, riportate dagli storici ricordiamo quella del 543, la “peste di Giustiniano” (peste bubbonica), ma successivamente ve ne furono altre a ondate nel 565, 582 e 590 per tutto il V secolo. Il Mezzogiorno fu funestato ancora una volta tra il 745 e il 747 con migliaia di morti. Nell’856 comparve la cosiddetta “peste anginosa” (perché colpiva la gola) altrettanto micidiale e poi ancora altre epidemie sempre altamente letali nel 1013, nel 1016, nel 1022 e ancora nel 109364. Terribili carestie, guerre senza sosta, assedi e saccheggi devastanti illuminano di luce sinistra questi secoli. Con il crollo dell’organizzazione civile romana viene meno tutto un sistema di conoscenze, le scuole mediche scompaiono, le biblioteche sono distrutte, le istituzioni stesse si trasformano in organismi sterili e marginali, la ricerca scientifica si arresta. Il grande bagaglio culturale scientifico costruito dal mondo antico è demolito e disperso dalle ondate barbariche che invadono la penisola, lasciando solo rare tracce di un passato illustre, fortunosamente scampate e salvate dal naufragio generale65. Nel quarto secolo la decadenza della medicina è completa; il bagaglio culturale si riduce a compendi scarni di antichi testi dimenticati, a libretti di divulgazione popolare, a ingenue raccolte di stravaganze superstiziose66. Con l’abbassamento generale della cultura, provocato dalla calata dei barbari, chiudono le scuole pubbliche e rovina l’istruzione laica. Una fortunata espressione di Dupuy riassume il declino: << il fuoco sacro dell’età classica non ha più per emblema che la pallida luce della cappella dei monasteri>>67. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 64""Cfr."MC"NEILL"H.W.,"La"peste"nella"storia."Epidemie,"morbi"e"contagio"dall’antichità"all’età" contemporanea,"Einaudi,"Torino,"1981." 65"FIRPO"L.,"La"medicina"medievale,"UTET,"Torino"1972,"pp."8I9." 66"COSMACINI"G.,"L’arte"lunga"storia"della"medicina"dall’antichità"a"oggi."Laterza,"RomaIBari"1997" pp.99I100." 67"FAUVET"J.,"Le"tappe"della"medicina,"Garzanti,"Milano,"1955,"p.41."
84" " In tale clima emerge un uomo nuovo, l’uomo medievale che pur non disdegnando la civiltà del passato, è proteso verso l’affermazione di quei nuovi valori e di quei nuovi obiettivi sociali e spirituali dettati dal Cristianesimo. Interessante e suggestiva è l’ipotesi psicanalitica avanzata da Premuda sull’uomo medievale: << L’uomo medievale si presenta all’osservatore attuale come in una struttura cristallizzata. Dal punto di vista dell’atteggiamento mentale, della posizione sociale, filosofica, etica e scientifica si è trovato nello stato di chi ha già scelto e di conseguenza non ha nulla da scegliere (la scelta è rappresentata dalla struttura medievale rigidamente gerarchica sotto ogni aspetto, una scelta già fatta, in cui dal primo, Imperatore, Papa o autorità scientifica fino all’ultimo elemento della scala gerarchica tutti sono parte integrante di un tutto integrato e unitario) >>68. Per l’uomo medievale la terra e i suoi beni sono svalutati e quindi anche le gerarchie sociali che sono state fondate intorno a questi beni. Tutti gli uomini della terra non sono che pellegrini affratellati da una comune fede e dall’amore scambievole che Dio ha comandato, distaccati dal mondo e ripiegati su se stessi in una lunga meditazione con la loro vita interiore. Esaltazione dell’ascetismo quindi, della vita contemplativa, ma anche comprensione e difesa di un’umanità smarrita attraverso nuovi comportamenti e nuovi modelli di vita69. Questa continua meditazione dell’oltretomba con conseguente promozione dell’ascesi provoca però anche l’indifferenza per la cultura, per la civiltà del passato e le sue testimonianze. Ma il Medioevo è anche un susseguirsi di eventi dolorosi, torbidi e oscuri, su cui cade fertile la parola di speranza del messaggio cristiano, lo slancio solidaristico di chi crede nel soprannaturale e nell’aiuto celeste ed è soprattutto il debole, l’indifeso, l’emarginato l’oggetto di particolari premure e di affettuoso riguardo70. Sono generalmente persone al bando della società, diversi, ripudiati e respinti dalle organizzazioni comunitarie, maltrattati, insomma un condensato della """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 68"PREMUDA"L.,"Storia"della"medicina,"CEDAM,"Padova,"1960,"p.98." 69"Cfr."PENCO"G.,"Storia"del"monachesimo"in"Italia"dalle"origini"alla"fine"del"Medioevo,"Roma," 1961."" 70"Cfr."MOLLAT"M.,"I"poveri"del"Medioevo,"Laterza,"RomaIBari"1982;"GEREMEK"B.,"La"pietà"e"la" forca."Storia"della"miseria"e"della"carità"in"Europa,"Laterza,"RomaIBari,"1986."
85" " sofferenza umana. In tanta sofferenza, aggravata dalla miseria e dai disagi fisici e morali, si fa strada la parola di speranza del Vangelo, che interviene a dare conforto e sollievo agli umili. << La sofferenza è Grazia >> dice Pazzini71 << è purificazione, per cui l’emarginato e ancor più il malato è un prediletto del Signore >>, non un peccatore che deve espiare la sua pena. Il Cristianesimo porta quindi un messaggio nuovo, che si oppone alle convinzioni dei primitivi, che attribuivano la malattia a un demone o a una divinità adirata. Per la civiltà grecoromana la morte era la fine di tutti i piaceri dello spirito e del corpo. Per i Cristiani la morte è la liberazione dell’anima, che ormai privata del legame della carne può rientrare definitivamente in seno alla Chiesa trionfante. Tutti gli uomini, nobili o plebei, ricchi o poveri sono fratelli in Cristo e la carità cristiana obbliga ad aiutare i fratelli più deboli, gli emarginati, i malati, la medicina non è che il prolungamento della carità. La dottrina cristiana eleva il valore della vita umana e, nell’ottica della solidarietà, della fratellanza, dell’uguaglianza di fronte a Dio, la rende degna di essere vissuta. Sostiene Cassiodoro citato da Penso72 che, pur essendo la medicina creata da Dio, non sono i medici, ma è dio che risana. È Dio che concede la vita. Infatti, rivolgendosi ai medici, avverte: “Omne quod facitis in verbo aut in opera, in nomine Domine Iesu facite, gratiam agentes Deo et Patre per ipsum”, cioè << Tutto quello che fate in parole o in azioni, lo fate in nome del Signore Gesù e per esso distribuite le grazie in nome di dio e del Padre >>73. Sono presupposti fondamentali attraverso i quali il Cristianesimo diviene principio informatore e fattore chiave della riorganizzazione di una vita sociale e politica profondamente sconvolta. Con questa impostazione etico religiosa infatti vengono a realizzarsi una serie di iniziative rivolte alla promozione della catarsi spirituale, dell’elevazione intellettuale e delle opere di carità, queste ultime peraltro concretizzate nell’esigenza morale di soccorrere i deboli74. La più aderente """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 71"PAZZINI"A.,"Storia"della"medicina,"SEL,"Milano,"1947,"vol."I,"pp."323I328." 72"PENSO"G.,"Medicina"medievale,"Ciba"Geigy,"Milano,"p.8." 73"Cfr."DELUMEAU"J.,"Rassicurare"e"proteggere."Devozione,"intercessione,"misericordia"nel"rito"e" nel"culto"dell’Europa"medievale"e"moderna."Rizzoli,"Milano,"1992." 74"AGRIMI"J.,"CRISCIANI"C.,"Carità"e"assistenza"nella"civiltà"cristiana"medievale,"in"Storia"del" pensiero"medico"occidentale."Antichità"e"Medioevo"a"cura"di"Grmek"M.D.,"Laterza,"RomaIBari," 1993,"pp.217I259.""
86" " interpretazione di questo bisogno solidaristico del mondo occidentale è posta in atto dai Benedettini, ortodossi seguaci della convinzione che l’uomo vada curato nello spirito e nel corpo, un ideale monastico che l’ordine riesce a realizzare con l’ausilio agli infermi, ai poveri e ai pellegrini. E sono proprio la pace e la serenità dei chiostri le premesse per il sorgere e l’affermarsi della medicina monastica, chiostri che rappresentano la sede più adatta per l’esercizio della carità cristiana, all’interno dei quali l’ammalato può sentirsi sicuro e accudito e non considerarsi un pericoloso reietto per la società. Nell’anno 529 S. Benedetto lascia Subiaco, sua prima esperienza cenobitica, e si ritira a Montecassino, dove fonda una nuova comunità religiosa. Nasce così il monastero, che raccoglie i primi adepti fuggitivi dalle insidie dei tempi. Ma l’abbazia non ha vita facile, distrutta prima dai Longobardi nel 581 e poi dai Saraceni nell’833, è ricostruita, diventando esempio di fervore intellettuale e di operosità in tutto il mondo cristiano. San Benedetto muore nel 547, dopo aver scritto la celebre Regola conventuale, un insieme di norme atte a regolamentare la vita del monastero, ancora oggi un monumento di organizzazione, preso a modello da tutte le comunità cenobitiche costituitesi in epoca successiva. Famoso resta il precetto: ora et labora, interpretato forse troppo un profilo sociale, ma inteso soprattutto per servire la meditazione e la preghiera75. In tale impeto di fraternità e di amore l’assistenza sanitaria ne viene ristorata, acquistando l’ammalato una nuova configurazione, ove per la prima volta si sancisce espressamente il dovere per la comunità di assistere chiunque si trovi in stato di bisogno e soprattutto di malattia come se fosse lo stesso Cristo. Requisiti primari di un monastero benedettino sono la scelta del luogo dove dovrà sorgere il cenobio, che deve essere appartato e tranquillo, protetto da solide mura, la presenza attorno ad esso di aree coltivabili tali da assicurare l’autosufficienza, nel senso di garantire quanto possa occorrere alla comunità senza creare la necessità di uscire fuori dal convento. Ogni abbazia prevede nell’ambito dell’orto (viridarium) un’area adibita alla coltivazione delle piante medicinali. In prossimità dell’ingresso, separato, più o meno lontano dal convento è l’hospitium ovvero il luogo di accoglienza dei malati, dei pellegrini, degli indigenti, con il """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 75"Cfr."DE"ROSA"G.,"Storia"medievale,"Minerva,"Roma,"1971."
87" " passar del tempo l’hospitium si converte gradualmente in infermeria, destinata prevalentemente all’accettazione e alla cura degli infermi. Essa è costituita da locali di degenza e di refezione oltre che da vari servizi necessari all’attività sanitaria (farmacia, medicheria, corsia di degenza, ripostigli, ecc.). Le infermerie nascono inizialmente per i bisogni dei confratelli ammalati e la stessa Regola fa riferimento a loro, ma sarà una fase molto breve per il rapido espandersi della richiesta di assistenza da parte delle comunità laiche all’esterno del monastero. Responsabile dell’infermeria è il monachus infirmarius, che provvede all’assistenza e alla cura dei malati aiutato da qualche servente scelto tra i novizi. L’infermeria rappresenta un settore di delicata importanza nell’ambiente del monastero, tanto da essere dotata di una propria autonomia e per la quale è previsto uno specifico regolamento, che disciplina l’accettazione, i ritmi della giornata e la dimissione del paziente. Questi, all’ingresso, viene visitato direttamente dall’abate, che valuta l’effettivo bisogno di accoglienza e di cure e dà all’infirmario le opportune disposizioni. Costui lo prende in consegna, segue il decorso dello stato morboso, applica il trattamento farmacologico e, se necessario, lo sorveglia giorno e notte. La terapia claustrale è basata sull’uso sapiente delle piante medicinali coltivate nell’orto adiacente, di queste erbe si raccolgono le parti più utili alla composizione dei farmaci: le foglie, le radici, i semi e con essi si preparano pozioni, tisane, unguenti, che sono conservati nell’armarium pigmentariorum, da dove vengono tratti al bisogno. I degenti, prima di lasciare l’hospitium, devono fare il bagno, lavare i propri indumenti e le stoviglie e, se religiosi, riprendere gradualmente le proprie attività all’interno del convento. Per le spese di assistenza l’abate atttinge ad uno specifico appannaggio: l’honor infermeriae. In un’epoca in cui non esiste una sanità pubblica e quella privata è meno che modesta, è facile immaginare la turba di malati e di poveri aggirarsi intorno ai monasteri e agli hospitia conventuali. Ogni monastero ha i suoi monaci infirmari destinati all’assistenza dei malati, che, forniti di un adeguato bagaglio di
88" " conoscenze mediche si prodigano in un premuroso ed efficace adempimento del loro compito nei riguardi dei confratelli e degli stranieri di passaggio. Sono poche ed elementari le nozioni di anatomia, fisiologia, patologia e terapia possedute da questi operatori, ma che legate a un sano e logico buon senso, a un sagace realismo clinico, a un’arguta e naturale intelligenza, a una lunga esperienza, a un maturo rapporto medico paziente, riescono ad essere utili, sufficienti ed affidabili. La loro presenza è tale, relativamente al patrimonio culturale dell’epoca, che, pur non essendo in possesso di un titolo di studio ufficiale sono chiamati medicus o physicus anche in documenti scritti dell’archivio benedettino. Nello scriptorium di Montecassino si leggono e si trascrivono opere di Galeno e di Ippocrate76. Gli infirmari cassinesi sono in possesso di un notevole bagaglio culturale medico, a ciò si aggiunga la lunga esperienza con i malati, la dimestichezza con le piante, la manualità nella preparazione dei rimedi, che ne fanno personaggi di ragguardevole competenza. Manca loro solo il titolo ufficiale di medicus per coronarne la professionalità ed infatti sono comunemente appellati con tale qualifica. A Montecassino, come nelle altre abbazie benedettine, sono essi tra le mura conventuali a stilare i manuali delle piante medicinali e relative virtù specifiche e le tecniche di coltivazione: i cosiddetti herbari sanitatis o hortuli, veri vademecum di fitoterapia. E’ intuitivo quindi il contributo della medicina monastica nell’evoluzione storica dell’arte salutare, un’influenza significativa e tanto più degna di apprezzamento quanto più l’epoca è desolatamente depressa sotto il profilo scientifico77. Tante tecniche chirurgiche sono cadute nell’oblio, perché scomparsi gli operatori, non c’è stato trasferimento agli allievi, né data l’epoca e la forma mentis, sussistono tentativi di ricerca sperimentale sulle proprietà e sull’uso delle piante medicinali, né, infine, i metodi presuppongono un’applicazione scientifica. Molto spesso il risultato terapeutico è interpretato come fenomeno soprannaturale sotteso a procedimenti rituali fideistici e irrazionali intentati piuttosto che ai """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 76"LOWE"E.A.,"The"Beneventan"Script,"Oxford"Press,"p.18." 77"FIRPO"L.,"La"medicina"medievale,"op."cit."p.61."
89" " contenuti logici insiti nel processo biologico. Ciò nonostante, considerato il vuoto intellettuale venutosi a creare e il prevalere dell’ignoranza e della superstizione nelle masse popolari, alcune abbazie diventano celebri per la perizia medica di alcuni confratelli, rinomate per la bontà dei loro orti e i monaci medici assurgono a chiara fama per l’abilità con cui esercitano la pratica dell’erboristeria. E infatti a Siviglia il vescovo Isidoro fonda una scuola di medicina; molti scritti anonimi del periodo medievale sono monastici. Tanti erbari, lapidari e bestiari sono opera di monaci, né mancano donne tra esse Ildegarda, badessa di Bingen, che scrive un trattato di physica, nutrita opera di scienza naturale con implicazioni di medicina e terapeutica. La preparazione e l’abilità di questi religiosi rendono inevitabile la richiesta della loro opera anche al di fuori del convento e, anche per loro merito, fuori dalle mura monastiche vengono costruiti i primi ospedali, gestiti dagli stessi monaci o unitamente a privati, ma sempre alle dipendenze delle abbazie78. Ed è in questo periodo (tra il IX e il XII-XIII sec.), che attorno ai monasteri si aprono i primi ospizi, i posti di ristoro, le medicherie, che vengono allestite su terreni acquistati dagli abati in prossimità delle istituzioni religiose proprio per la creazione di opere sociali. Queste strutture sono per lo più erette in posizione isolata, ma favorevole, lungo le vie di comunicazione, adiacenti agli orti conventuali e con annesse officine di fitomanipolazione per consentire ai monaci la coltivazione, raccolta ed essiccazione delle erbe salutari e quindi la preparazione di formulazioni medicinali. Vale la pena ricordare che delle piante a scopo medicinale viene utilizzata ogni loro parte: le radici (radici, rizomi e bulbi), il fusto con i rami e i ramoscelli, la corteccia, che avvolge lo stele, le foglie e le fronde, il fiore con le sue parti (ricettacolo, calice, sepali, petali e stimmi) e le infiorescenze, i semi. Le preparazioni fitogaleniche allestite dai frati e ancora oggi in uso erano: gli infusi, (il metodo più antico), ottenuti versando l’acqua calda sulla droga impiegata o ponendo la droga nell’acqua calda; i decotti, preparati mantenendo per un tempo stabilito la droga in acqua bollente e facendo decantare; gli estratti acquosi, le tinture, i vini medicamentosi, gli oli aromatici, ottenuti """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 78"CASTIGLIONI"A.,"Storia"della"medicina,"Milano,"Mondadori,"1948,"p.263."
96" " la sua versione arabizzata. Secondo Pietro Diacono, monaco cassinese e redattore di una Cronica, Costantino fu: monachus omnibus philosophicis studios pienissime eruditus91. Nato a Cartagine intorno al 1019, si racconta di lui come di un infaticabile viaggiatore del mondo conosciuto, dall’Egitto all’Etiopia, dalla Siria alla Persia fino addirittura alla lontana India. I ripetuti contatti con esperienze e culture diverse gli consentono un discreto apprendimento delle lingue parlate, dal greco all’arabo, dal siriaco al latino, sulla cui padronanza riesce a costruire una solida istruzione specie per quanto riguarda i grandi temi della medicina, verso i quali matura una decisa inclinazione. Dopo una consolidata frequenza di alcune prestigiose sedi intellettuali del mondo islamico come Bagdad e Alessandria, rientra a Cartagine per fondarvi un centro scientifico. Ma l’iniziativa non ha buon esito e Costantino deve lasciare la città e dirigersi verso l’Italia, raggiungendo Salerno, all’epoca rinomata per traffici e opulenza, sede di medici valenti e di affermata professionalità. Vi giunge intorno al 1076 in un momento di grande confusione (Gisulfo II è appena caduto e Roberto il Guiscardo si è insediato nel palazzo che già fu di Arechi), ma la permanenza in città è breve, comunque quanto basta per entrare in contatto con le personalità più dotate della capitale, da Roberto all’arcivescovo Alfano, ai dotti della Scuola medica. Dopo circa un anno di soggiorno, convinto da Alfano, raggiunge Montecassino, dove favorito dal mecenatismo dell’abate Desiderio, fautore entusiasta delle iniziative intellettuali, indossa il saio dell’umile fraticello, dedicandosi con energia ad un grande lavoro di traduzione dall’arabo in latino di numerose opere scientifiche in gran parte di medicina. La singolarità di quest’uomo nell’ambito della medicina di Salerno non emerge quindi da una qualsivoglia attività professionale esercitata da costui, ma dalla sua inestimabile e indiscussa fatica di riesumazione di insegnamenti perduti. Dei testi medici più significativi tradotti dall’arabo in latino si ricordano il Viaticum di Al Gazzar e il Pantegni di Alì al Abbas, due opere di grande contenuto innovativo per le informazioni e le dottrine contenutevi. I contenuti innovativi di questo nuovo sapere rendono la capitale normanna cittadella di una cultura aggiornata, impreziosita da un’ignorata scienza greco- """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 91"BLOCH"M.,"Montecassino"in"the"Middle"Age,"Roma,"1986,"p.127."
97" " araba, che la lancia su novelli approcci teoretici e su diversi percorsi terapeutici, rendendola centro intellettuale capofila nella variegata civiltà europea. La svolta costantiniana, in altri termini, fa della Salerno del XII-XIII sec. un polo di attrazione per maestri e allievi d’oltralpe e di diffusione di scritti e idee ai tanti centri di sapere sparsi per l’Europa. I rapporti sempre più frequenti e prolungati degli occidentali con il mondo arabo (residenza in territori assoggettati, contatti mercantili, pellegrinaggi in Terrasanta, spedizioni militari…) consentono lo studio di questa civiltà culturalmente ellenizzata, se ne ritraducono i testi in latino, quei testi già traslati dagli Arabi nella loro lingua; sicché molti tasselli del patrimonio classico vengono ricomposti, molte opere perdute sono ritrovate. L’arrivo a Salerno di una ricca raccolta di traduzioni arabo latine determina un ammodernamento del bagaglio filosofico scientifico, che si ripercuote sull’organizzazione degli studi medici, in cui ora entrano di diritto i commenti di Galeno agli Aforismi e ai Pronostici di Ippocrate, il Pantegni di Alì Abbas, il Viaticum di Al Gazzar e i trattati di Isacco il Giudeo. Sono testi che fanno la loro comparsa per la prima volta nel piano di studi della Scuola di Salerno per diffondersi successivamente nelle università europee sotto il nome di Articella che era un’antologia di testi in uso presso le scuole di medicina come testi curriculari. In conclusione Costantino con il suo zelo, la sua diligenza e la sua cultura offre un materiale inestimabile e necessario per dare il via a quel Rinascimento scientifico92 che vede la sua culla proprio nella Scuola di Salerno. Sul cadere dell’XI secolo intanto la medicina monastica è all’apogeo. Ma proprio la sua fortunata ascesa crea e consolida una nutrita assistenza extramurale. Le infermerie claustrali non sono più l’unico polo di accoglienza sanitaria, perché i monaci, nell’interpretazione sempre più estensiva dell’umana solidarietà verso la collettività sofferente, si allontanano sempre più frequentemente dai conventi, a volte per giorni e giorni, per andare a soccorrere l’ammalato. Tale fenomeno, anche se l’arte sanitaria praticata dai frati incontra consensi a favore tra la gente comune, diviene peraltro sempre meno compatibile con la Regola claustrale, """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 92"Cfr."HASKINS"C."H.,"La"Rinascita"del"XII"secolo,"Il"Mulino,"Bologna,"1982."
98" " rivelandosi soprattutto un cespite di guadagno e di peccato, perché sempre più spesso è dato assistere a comportamenti poco in linea con l’abito monastico. Nello stesso tempo sorgono ospedali al di fuori del monastero retti da monaci, che, pur dipendendo formalmente dall’abate, in pratica sono svincolati dalla rigida normativa religiosa. Secondo una interpretazione di Agrimi e Crisciani93 ai primordi della propria attività il monaco individuava nella malattia un oggetto di intervento caritatevole, in quanto la carità è il vincolo d’amore che istituisce un legame filiale e paterno tra Dio e gli uomini e di fratellanza tra gli uomini di fede, il che è in sintonia con la predicazione del Vangelo. In conclusione, fin quando perdura la medicina monastica, il malato supporta pazientemente le sue sofferenze confidando in Dio, salvatore della sua anima94. Con il passar del tempo, il soccorrere e il curare richiedono una sempre maggiore competenza, una perizia sempre più qualificata; il monaco finisce con il diventare più medico e meno religioso, nel senso che l’impegno del trattamento terapeutico lo rendono sempre meno attento alle cure spirituali e agli studi teologici cui dovrebbe primieramente essere rivolto. Infatti, mentre nei primi tempi l’opera del monaco medico è soprattutto limitata a un’attività non propriamente scientifica, ma più congenialmente religiosa, concentrandosi su preghiere, apposizione delle mani, unzioni con olio santo, in epoca successiva, anche per naturale evoluzione delle procedure, il suo operato diviene più propriamente medico con impiego di erbe salutari, manipolazioni di piante, modalità di somministrazione e dosaggi, quindi l’intervento rispetto ai primordi è più naturalistico, biologico, farmacologico. La medicina quindi, nata nei chiostri, si va laicizzando, i monaci non solo prestano consulti ai malati e ai bisognosi, ma si recano al loro domicilio, offrendo assistenza lungo tutto il periodo dello stato di malattia95. Dopo una lunga resistenza, i monaci rientrano nei ranghi, riadeguandosi alle loro più specifiche e doverose funzioni, nel giro di un secolo e mezzo circa assistiamo a questo ritorno nei monasteri, graduale ma progressivo; la medicina è abbandonata, le infermerie si svuotano, riservate ai soli """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 93"AGRIMI"J."I"CRISCIANI"C.,"Malato,"medico"e"medicina"nel"Medioevo,"Torino,"1980." 94"Cfr."PAZZINI"A.,"Storia"della"medicina,"op."cit.,"pp.251I262." 95"BUSACCHI"V.,"Storia"della"medicina,"Cappelli,"1951,"p.137."
99" " confratelli, l’arte sanitaria passa lentamente nelle mani dei laici. Contemporaneamente lo stesso concetto di assistenza va perdendo significato di obbligo di carità verso il prossimo, per confluire in una istituzione pubblica, quella dell’ospedale medievale, dove sono apprestate cure condotte con pari esperienza e competenza, meno compassionevoli e più professionali. Ma un altro evento, in un certo senso rivoluzionario, viene a favorire questa trasformazione ed è l’emanazione del decreto di Ruggero II, re delle due Sicilie, in cui si prescrive l’obbligo del possesso di un’autorizzazione regia per esercitare la professione medica. Tale decreto, confluito poi nelle “Costituzioni” di Melfi di Federico II, dispone che per esercitare l’arte della medicina, bisogna sottoporsi preventivamente a un esame davanti a funzionari regi. Tale decisione sembra sia originata dall’amara constatazione di una diffusa cattiva pratica dei monaci medico e altri religiosi, la cui maggioranza si rivela una massa di incapaci e ignoranti con scarse acquisizioni farmacologiche. Quindi, se da una parte sono presenti a Salerno valenti medici che fanno onore alla città, meritandole fama e riconoscimenti anche da paesi lontani, di converso sussiste un vasto gruppo di ciarlatani, guaritori e medicastri anche di estrazione ecclesiastica, che lascia molto a desiderare sui risultati delle loro pratiche. Questi, spesso, girovagando per villaggi e per piazze, magnificando le loro cure miracolose, citando aforismi a sproposito e richiedendo inopportunamente ausili teurgici. Quindi l’intervento di Federico II96viene a ribadire per il medico non solo l’obbligo al possesso di un’autorizzazione all’esercizio professionale, ma l’obbligo, per ottenerlo, ad essere sottoposto ad un esame davanti a una commissione di maestri salernitani, tenuti a testimoniare con adeguate certificazioni la preparazione almeno sufficiente del candidato. A tanto va aggiunto inoltre anche un attestato di fedeltà al re, rilasciato dai suoi vicari, che l’avranno esaminato in merito. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 96"Cfr."MORPURGO"P.,"L’intervento"legislativo"di"Federico"II"in"Filosofia"della"natura"nella"Schola" Salernitana"del"sec."XII,"Cluebb,"Bologna,"1990."
100" " Solo quindi dopo un esame ad hoc, condotto ai sensi della disposizione regia, l’aspirante medico può ottenere l’abilitazione alla pratica (licentia medicandi). La regolamentazione apportata all’esercizio dell’arte sanitaria da parte di Ruggero e di Federico II viene a ristorare e a dare rinnovata dignità e prestigio alla medicina salernitana, sfrondandola di elementi poco qualificanti e consentendo la rinascita e la crescita di medici dotati di competenza e professionalità.
101" " 1.5 I docenti della Scuola e le materie di insegnamento L’insegnamento della medicina a Salerno, nel medioevo, sia pure in forma rudimentale, era esercitato da privati docenti, cui veniva dato l’appellativo di medici. Nata la Scuola, non poteva mancare l’opera concorde di questi maestri, associati dal comune interesse e dal vivo desiderio di darle maggiore incremento e dignità, onde a poco a poco divenne centro di dottrina e diffusione dell’arte medica. I documenti, sopravvissuti ci rivelano che in quell’antica epoca fosse molto scarso il numero dei medici e questi, avviati all’arte salutare per tradizione di famiglia, e completate le loro conoscenze con l’interpretazione degli antichi testi ad essi pervenuti, ne rendevano partecipi quelli che, avidi di apprendere i dogmi della medicina, si recavano a Salerno.97 Infatti la tradizione del sapere medico in alcune famiglie perdurò per varie generazioni, specialmente nel patriziato salernitano, che divenne geloso custode di questo patrimonio. Il tempo portò con sé notevoli trasformazioni nell’arte, e denominazioni diverse a chi le esercitava. La parola magister, come mezzo di distinzione di quelli che si dedicavano all’insegnamento o all’esercizio della medicina, fu assunto un po’ tardi. Leone Ostiense chiamò Alfano prudentissimus ac nobilissimus clericus, non magister; Trotula de Ruggiero, egualmente, fu solo sapiens matrona. Nel XII secolo troviamo Magister Bartholomaeus, Magister Matthaeus Platearius, Magister Ferrarius, e un numero notevole di cultori dell’arte medica distinti con la qualifica di clericus et medicus. Nel secolo successivo il titolo di clericus scompare definitivamente, mentre la qualifica di magister si accompagna a quella di phisicus, oppure di medicus. Solo più tardi appare il doctor in phisica e quello in artium el medicinae doctor, e alcune volte il titolo di magister è accompagnato dalla qualifica di cirurgicus, oppure in medicinali scientia profesor. La Schola era un istituto a sé, una organizzazione indipendente, costituita di insegnanti distinti per i loro speciali meriti e di essa aveva la responsabilità morale e la tutela il Praeses, ma solo nella qualità di decano. Quando fu creato il Priore come suprema dignità del Collegio, l’anzianità fu titolo di merito. La Scuola di Salerno fin dall’antichità può enumerare insigni Maestri, """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 97""DEL"GAIZO"M.,"Documenti"inediti"della"Scuola"medica"salernitana,"Napoli,"1888."
102" " alcuni dei quali furono tenuti in grande considerazione da diversi regnanti e onorati di privilegi e favori. Le dottrine mediche, diffuse da Garioponto e dai suoi contemporanei, non si estinsero con essi; altri maestri seguirono le loro orme e furono degni successori. Nella seconda metà del XII secolo tre illustri maestri costituiscono principalmente un pregevole ornamento della Scuola: maestro Salerno, Matteo Plateario junior, e Musandino. Maestro Salerno fu tenuto in gran pregio dai suoi contemporanei per la sua dottrina, notevoli sono le sue Tabulae Salernitanae, in cui riunì i semplici secondo la loro virtù, facilitando ai medici la pratica applicazione su di essi. Il Compendium, altra sua opera, completa le Tabulae, e forma con esse un vero trattato di terapia generale e di preparazione dei farmaci98. Il Giacosa gli attribuisce anche il trattato Catholica che egli ritiene sia rimasto incompleto e ignoto ai suoi contemporanei99. Matteo Plateario junior appartevneva ad una famiglia che già aveva dato alla Scuola insigni cultori dell’arte medica, ed egli degnamente ne continuò la tradizione. Le sue Glosse all’Antidotario di Nicolò il Preposito costituiscono, per i tempi in cui egli fiorì, un trattato non privo d’interesse scientifico. In esse il Plateario espone la dottrina dei semplici, secondo i principii galenici, descrive molte piante precedentemente ignorate, e dà utili cognizioni intorno alla provenienza e alla sofisticazione di vari prodotti medicinali. Musandino è il celebre maestro e decano della Scuola che Egidio di Corbeil eleva agli onori della gloria. Egli è il Praeses, la somma autorità di quei dotti, destinati a divulgare i dogmi della medicina, di cui facevano parte altri luminari del sapere: Matteo Salomone, innalzato alla cattedra nell’Università di Montpelier; Ursone, celebre per il suo trattato De Urinis; Maestro Mauro, il medico aulico, richiesto dai ricchi, stimato per la dottrina, e per la sua fortuna, e tenuto in conto per le sue opere. Una eminente figura di prelato, degno di stare accanto all’Arcivescovo Alfano, fu Romualdo II di Guarna, che, esperto in tutte le discipline, ebbe una speciale predilezione per l’arte medica. Di lui si ricorda che per ben due volte fu chiamato """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 98"DE"RENZI"S.,"op."cit.,"p.311." 99"GIACOSA"P.,"Magistri"Salernitani"nondum"editi,"Torino,"Bocca,"1901,"p.71."
103" " al capezzale di Guglielmo I, Re di Sicilia, suo nipote; ma mentre una prima volta lo sottrasse alla morte, una seconda volta non riuscì a debellare il male, perché questi non volle sottoporsi ad alcuna cura100. Un altro maestro tenuto in grandissima reputazione dalla Regina Giovanna II fu Antonio Solimena che fiorì alla fine del XIV secolo. Come il De Renzi afferma, il Solimena si distinse per la sua fedeltà, per la dottrina e per le grandi prove di sapere da lui date, per tali meriti fu elevato all’alto ufficio di Maestro Razionale della Magna Curia col soldo annuo di sessanta once d’oro101. Alcuni maestri ebbero una parte importantissima negli avvenimenti politici del loro tempo. Emerge fra tutti Giovanni da Procida, figura nobilissima di patriota e di scienziato. A quest’uomo, che ha onorato la città con il prestigio e l’acume di cui si distinse, furono intestati in epoca ormai remota una strada, una scuola e un ospedale. Poco si conosce sulla vita di questo personaggio prima del 1250 per l’esiguità delle fonti e la carenza di citazioni102. Si ritiene comunque che, laureatosi presso la Scuola Patria, abbia nella stessa insegnato, distinguendosi per capacità professionale, tanto da essere prescelto da Federico II nella rosa dei suoi medici personali e dei suoi amici. Ed è probabile che proprio alla corte federiciana si siano consolidati i suoi convincimenti politici filoimperiali e quindi la fedeltà all’imperatore, la solidarietà alla sua lotta. E’ probabile che proprio durante il regno di Federico II abbia espresso il meglio della sua attività professionale e della sua dedizione al sovrano. Il suo periodo di cattedratico universitario dovrebbe cadere tra il 1228 e il 1231, in un’epoca cioè in cui, pur avendo Federico II già istituito l’Università di Napoli, l’insegnamento della medicina a Salerno è ancora fiorente e la facoltà conserva ancora il privilegio di laurea e di abilitazione professionale. Giovanni serve l’imperatore come medico personale con estrema dignità e dedizione tanto che sono ricordate alcune ricette con le quali lo avrebbe curato nei momenti di malattia, non solo, ma avendogli lo stesso sovrano affidato la propria vita e salute, è riprova della sua dottrina e della sua lealtà. Con la morte """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 100"DE"RENZI"S.,"op,"cit."p.321." 101"DE"RENZI"S.,"op."cit.,"p.424." 102"Cfr.""BUSCEMI"P.,"La"vita"di"Giovanni"da"Procida,"Palermo,"1859."
104" " di Federico II si parlerà sempre meno di Giovanni medico, mentre emergerà nettamente la personalità dell’uomo politico. Molte opere di maestri salernitani andarono perdute; quelle che rimangono mostrano quanta fosse la loro saggezza e la loro esperienza. Di solito gli antichi maestri, si decidevano a scrivere le loro opere, in seguito alle sollecitazioni dei loro scolari, desiderosi di avere sotto mano la materia, che era stato argomento delle loro letture. Ai maestri di Salerno spetta il grande merito di aver dettato per prima le norme che il medico deve seguire, quando egli si trova presso il letto dell’ammalato. Esse costituiscono un documento preziosissimo, da cui si rileva quanta importanza quei maestri attribuissero alla nobile missione del medico, e quale fosse il loro spirito di osservazione e la profonda conoscenza del cuore umano. Ecco quanto la Scuola scrive: Intervento del medico presso l’ammalato << O medico, quando sarai chiamato presso l’ammalato, aiutalo in nome del Signore e cogli stessi sentimenti ti accompagni l’Angelo che fu guida a Tobia. Informati prima da quanto tempo è malato e quale male accusa e, quando sarai alla sua presenza, apparisca che tu ignori le sue sofferenze. Osservando l’orina e il polso non potrai conoscere la natura del male, tuttavia preoccupati che l’ammalato abbia fiducia in te e ti stimi custode della sua salute. Sia pure a tua conoscenza se egli abbia confessato le sue colpe al sacerdote e, se non l’avrà fatto, assicurati che subito lo farà. Presso l’infermo non ti mostrerai né superbo, né avido di danaro, ma umile e saluterai egualmente con modestia e, quando siedi, invita gli altri a sedere. Se ti offrono qualche bevanda, tra una parola e l’altra, loda la bellezza del sito, la disposizione della casa, vanta la liberalità della famiglia. Osserva il polso dell’ammalato, ma non sii tratto in inganno dalle numerose pulsazioni, dovute alla letizia per il tuo arrivo, o, se egli è avaro, alla preoccupazione per il compenso che ti dovrà corrispondere. Aspetta che si sia calmato e bada che non si ponga a giacere sul lato della mano che osservi, né essa sia troppo aperta o chiusa. Fino a cento ascolterai le pulsazioni, perché tu possa comprenderne la natura e perché gli
105" " astanti, dopo l’aspettativa, accoglieranno con più piacere il tuo giudizio. Ordina poi che ti sia portata l’orina, perché l’ammalato si convinca che non il polso soltanto, ma anche l’esame dell’orina riesca a farti conoscere il suo male. Dell’orina guarderai il colore, la sostanza, la qualità e il contenuto e poi, coll’aiuto di Dio, prometterai la salute dell’ammalato. Lontano da lui, darai ad intendere ai familiari che non è facile combattere il male, perché, se l’infermo guarirà, sarà ascritto a tuo merito e lode, se morrà essi attesteranno che da principio avevi disperato della sua salute. Bada inoltre di non guardare con occhio cupido né la moglie né la figlia, né la serva perché, così facendo, il tuo animo resta turbato e si può modificare il volere di Dio, tuo cooperatore>>.103 La confessione era uno degli obblighi morali, a cui l’ammalato si doveva sottoporre, e i maestri ritenevano loro dovere di consigliare alla famiglia che l’ammalato chiedesse anche il conforto del sacerdote, quando il male si presentava con una certa gravità. E ora osserviamo il maestro del tempo antico nel suo abbigliamento, si recava alla Scuola, circondato da una schiera di giovani, una lunga cappa nera copriva la sua persona, un cappuccio nero proteggeva la sua testa, un paio di guanti fino al gomito. Suo compagno indivisibile era un vecchio codice di medicina, che gli serviva per l’abituale lettura. Era così il maestro che troviamo nelle miniature di Pietro da Eboli. I medici, per distinzione della loro classe, e perché godessero la dovuta stima e reputazione, ebbero molta cura nel vestire così come si rileva dai Precetti: << Il medico sia sempre benevolo e con abito pulito; luccichi nelle sue dita splendido anello. Se può, abbia per sé un cavallo di pregio, e anche le sue guarnizioni siano belle e decorose. Con nitida veste riuscirai ad essere più gradito, una splendida veste ti procurerà parecchi benefici, un abito vile ti procaccerà una vile ricompensa. Poiché un medico povero riceve vili doni>>104. L’affermazione della Scuola, che un abito vile procaccia al medico una vile ricompensa, farebbe pensare che nei loro cuori vi fosse avidità del danaro. Alcuni versi del << Regimen >> lo confermerebbero nel capitolo che ha per titolo: """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 103"DE"RENZI"S.,"Collectio"Salernitana,"Vol."2°,"p.74." 104"REGIMEN"SANITATIS,"p."565."
112" " 2.1 La chirurgia di Ruggiero Parlare di tardo medioevo nell’ambito della storia della medicina e della chirurgia in particolare significa evidenziare innanzitutto l’impossibilità di delimitazione culturale in una cronologia conchiusa, perché sono molti gli elementi, che lo aggrovigliano alle epoche precedenti, troppi i fenomeni intellettuali, politici e sociali, che pur illuminandolo, non possono considerarsi né iniziati né esauriti in esso, ma che, già presenti in epoche anteriori, in esso ritrovano quell’impulso per una fioritura successiva. Siamo di fronte a una situazione che si può definire di medioevo scientifico, inteso come crogiolo di pensiero, di slanci, che non rappresentano più il sapere medievale, ma non sono ancora rinascita, ma in cui lievitano riflessi di classicità e germi di nuovi tempi. Si avverte una forma mentis nuova, che su una stratificazione di convinzioni meramente medievali, sembra ribollire di nuovi fermenti, protesa alla ricerca di indirizzi destinati ad imprimere un’evoluzione all’umana civiltà. Sostiene Pierre Brunet: << Gli storici moderni sono concordi nel sottolineare quanto siano indeterminati i confini di questo periodo lungo dieci secoli, che la tradizione chiama Medioevo. Per fondata che sia la distinzione di un Alto Medioevo, non elimina tutte le difficoltà. Non si può infatti sostenere che le nozioni di rinascita del sec. XII e di rinascita carolingia introducano una limitazione cronologica più agevole per lo storico, pur essendo noi oggi ben lontani dal considerare questa lunga tappa della civiltà come un semplice periodo di attesa e di gestazione del Rinascimento>> e aggiunge: << La storia della scienza pure presenta una fase di transizione tra pensiero antico e scienza moderna; sussiste comunque una continuità un po’ caotica, ma indiscutibile, pur nell’apparente diversità delle tendenze e dei tentativi >>112. Ed è proprio in questi primi secoli dopo il Mille che si assiste ad un amalgamarsi di culture, in cui slanci esoterici derivati dal gusto per l’alchimia, la magia, l’astrologia si mescolano a dottrine filosofiche d’avanguardia e ad atteggiamenti empirici, convivendo in un contesto sconvolgente con sane investigazioni scientifiche, anche se ancora imbrigliate da ostilità religiose113. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 112""BRUNET"P.,"La"Scienza"nel"Medioevo,"Laterza""Bari,"1976,"pp."101I102." 113""PAZZINI"A.,"Storia"della"medicina,"op."cit.,"pp."436I444."
113" " In questi secoli in Europa e in Italia è operante una chirurgia deleteria, artigianale, condotta da empirici, che favorendo il discredito e lo scetticismo sull’arte, ne hanno agevolato in gran parte il distacco dalla medicina. Infatti, una chirurgia come istituzione, preposta alla cura operatoria del malato, è praticamente assente sulla scena scientifica114. L’organizzazione sanitaria è insufficiente a soddisfare le esigenze di un intervento chirurgico e il bagaglio tecnico è povero sia come apporto di conoscenze strumentali sia come tecnica operatoria vera e propria. Quelle poche cognizioni empiriche di tecnica, così modeste nei presupposti teorici e nel razionale e così ammantate di ritualità magico esoteriche, restano nelle mani di operatori del tutto estranei alla medicina, trasmesse rigidamente nell’ambito delle poche famiglie che ne detengono la conoscenza. Il medico professionista d’altronde, una volta terminato il corso di studi e di apprendistato, resta praticamente al margine della scienza a causa del mancato rinnovarsi dell’informazione e dell’aggiornamento professionale, impossibilitato dalla rarità di testi scritti e dalla lentezza che grava sulla diffusione delle nuove acquisizioni scientifiche. Inoltre non esiste ancora l’istituto di un corso di studi regolare, si una laurea ufficiale, di un controllo statale sulla professione, modernamente inteso anche per la scarsezza di un personale qualificato. Sussiste una situazione di anarchia, che consente il pullulare di “praticoni”. Che si fanno passare per chirurghi, ma non sono altro che medicatori di ferite, incisori di ascessi, la cui opera non ha nulla a che vedere con gli insegnamenti di patologia e di terapia dettati da Ippocrate e Galeno, il Pazzini afferma: << Imparavano il mestiere alla bottega di un maestro e, quando a loro volta si erano impossessati della tecnica, aprivano le botteghe con l’insegna di tre bacili o con quella del bastone a bande spirali rosse e bianche >>115. Nonostante questa situazione alquanto scoraggiante, sussistono, anche se in una fase di profondi dissensi culturali, movimenti di ricerca scientifica e mentre l’esercizio pratico della chirurgia va ricomparendo attraverso l’operosità di qualche Scuola, ci si accorge che a Salerno la tradizione classica non è mai """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 114""Cfr."PAZZINI"A.,"op."cit.,"vol."I,"pp."507I512." 115""Ibid.,"pp."507I"512."
114" " tramontata e con essa la pratica della chirurgia che resta in mano ai chirurgi, anche se l’intervento manuale è limitato a trattamenti parietali semplici e l’attività operatoria è racchiusa in modesti apporti116. A Salerno si studiano nuovi codici attraverso l’opera mediatrice di Costantino tra medicina araba e medicina classica, si persegue l’indirizzo pratico e sostanziale delle scuole bizantine. Con Roberto il Guiscardo, Ruggiero II, Guglielmo I il Malo, Guglielmo II il Buono, il Regno normanno concretizza una fusione di civiltà diverse, che assimila e integra in una reciproca e pacifica convivenza117. Questo determina le premesse per un ordinato sviluppo economico e intellettuale e la maturazione di scambi, esperienze, tecniche. L’attività dei normanni riguardo la promozione intellettuale, che tra l’altro è favorita da numerose traduzioni in latino dal greco del sapere scientifico, e ulteriormente sostenuta sotto il regno degli Svevi i quali, mostrano un notevole interesse per la cultura, amano circondarsi dei migliori letterati uomini di scienza del tempo, tanto che la corte di Palermo diventa crogiolo di fervore intellettuale con apporti scientifici originali, che danno un nuovo impulso alle scuole meridionali. Nel Meridione si assiste a un raffinato centro di cultura, che si impone all’attenzione europea, venendosi a realizzare un felice punto di incontro tra occidente cristiano e oriente islamico. Ed è proprio tale politica che permette alla chirurgia di rientrare nelle scienze, la toglie dalle mani dei praticoni, assegnandola d’obbligo all’ordinamento scientifico dell’Università. In questo modo, si ottengono due risultati: la conservazione di una chirurgia tradizionale che affonda le proprie radici nel pensiero e nell’opera della latinità; la preservazione della sua dignità scientifica. Sussiste infatti a Salerno un esercizio chirurgico condotto da medici, in cui si opera seguendo un indirizzo essenzialmente pratico ed il richiamo di Ruggiero ne è solida testimonianza. Le notizie assegnate a Ruggero dalla storia e dalla tradizione sono poche e frammentarie. Vissuto negli anni a cavallo tra il XII e il XIII e nato nella nobile famiglia dei Frugardo, di spicco a Salerno nell’ XI secolo e al cui casato si vuole """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 116""DE"RENZI"S.,"Storia"documentata"della"Scuola"medica"Salernitana,"op."cit."pp."345I"350." 117""CARAVALE"M.,"Il"regno"normanno"in"Sicilia,"Giuffrè,"Milano,"1966."
115" " appartenga la stessa Trotula. La sua vita è nebulosa come lo è anche la pubblicazione del trattato che lo ha reso famoso: la Chirurgia o Compendium chirurgiae o Practica chirurgiae o Rogerina, possiede una tormentata collocazione cronologica. L’opera vede la luce in un periodo che va dal 1180 al 1230, si vuole che la stesura del trattato sia stata effettuata da un suo allievo: Guido d’Arezzo, medico e professore di logica. La Chirurgia di Ruggero è opera di rara reperibilità sia come codice che come edizione a stampa. Della sua produzione si ricorda una Practica medicinae, un excursus di medicina pratica, redatto secondo le acquisizioni dell’epoca e il cui manoscritto si conserva nella Biblioteca Nazionale di Parigi, nonché un Tractatus Rogerii de secretis naturae, il Secretus liber, la Quaestio de practica e i Commentaria Rogerii in antidotarium Nicolai. E’ possibile tratteggiare la personalità di Ruggero attraverso la descrizione delle sue vicende cliniche, il contributo che Ruggero da alla chirurgia salernitana e per essa al progresso di tutta la chirurgia è di estrema importanza. Il Tabanelli sostiene: << Ruggero nella chiarezza delle affermazioni, nella logica del ragionamento, appare, seppur in modo primitivo, un grande scrittore di cose di chirurgia. Egli nobilita l’arte, che, decaduta rispetto alle conoscenze degli antichi, era divenuta nella sua epoca patrimonio di empirici; la dota di un’autorità e personalità propria, la codifica e le dona un profondo e serio contenuto >>118. Ruggero rappresenta la figura più emblematica della autoctona chirurgia salernitana, è il raccoglitore di quanto di meglio vi sia stato al suo tempo intorno alla pratica di questa disciplina e di più valido circa le tecniche operatorie. Nelle sue dichiarazioni si riallaccia ai concetti della medicina della tarda latinità ed in particolare a Paolo d’Egina, che nacque nell’omonima isola e visse nel VII secolo, prevalentemente ad Alessandria. Scrisse una Epitome sulla medicina in sette libri, di cui il VI sulla chirurgia e che fu il più apprezzato e tradotto dagli arabi. L’opera è un compendio di testi medici dell’antichità classica, di cui il VI è un riepilogo delle conoscenze di chirurgia del mondo grecoromano. Gli arabi tradussero il lavoro di Paolo nel IX secolo e se ne servirono come modello di riferimento per gli operatori islamici, specie per """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 118""TABANELLI"M.,"La"chirurgia"italiana"nell’alto"Medioevo,"Olschki,"Firenze,"1965,"p."100."
116" " quanto riguardava la chirurgia. Tra questi, a consultarlo e a riproporlo nella pratica, fu soprattutto il più grande dei chirurghi musulmani: Albucasi, vissuto a Cordova intorno al 1000119. Ispiratore di Ruggero è dunque Paolo d’Egina, medico e chirurgo bizantino, codificatore e aggiornatore di tutte le conoscenze chirurgiche dell’antichità, le sue acquisizioni rappresentano infatti il fondamento della chirurgia salernitana e i suoi insegnamenti si avvertono nell’opera di Ruggero. Le osservazioni registrate dall’Egineta sono note a Salerno sin dal X secolo e ciò perché la sua opera scritta in greco, è stata tradotta in latino dai monaci di Montecassino120. Attraverso gli scambi culturali con i conventi benedettini attestati a Salerno intorno al 1000 le conoscenze di chirurgia segnalate da Paolo d’Egina sono recepite dalla Scuola, che fa di essa materia di studio. Sul cadere del X secolo e i primi dell’XI fiorisce a Cordova un altro illustre maestro della chirurgia di origine araba: Albucasi, una prestigiosa figura della presenza araba in Spagna. Egli scrive una poderosa enciclopedia medica in 30 libri: Kitab at Tasrif, la Raccolta di cui il 30° tratta di chirurgia o meglio di tecnica chirurgica. Albucasi fu tra i più abili e sapienti esponenti della medicina araba in Occidente, per suo merito la chirurgia, caduta in grande discredito, venne riabilitata. Il suo merito sta nell’aver riprodotto nel testo i ferri chirurgici, sì che oggi noi li conosciamo nella forma originale121. Sia Albucasi che Ruggiero hanno dunque un Maestro comune: Paolo d’Egina, grande nome della chirurgia bizantina, senza conoscersi quindi, questi due uomini di scienza hanno raccolto il loro sapere o meglio i fondamenti del loro sapere da una fonte comune, da cui hanno tratto spunti dottrinari e pratici, che hanno svolto sotto cieli diversi autonomamente secondo diversa impostazione intellettuale e la diversa esperienza. Questa disgressione era necessaria per comprendere l’ideale concatenazione di pensiero tra Ruggero e i suoi predecessori. Certamente la pratica quotidiana con il malato e soprattutto con gli studenti sono lo stimolo alla """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 119""Cfr.,"ALBUCASI,"La"Chirurgia"(a"cura"di"M.S."ELSHEIKH),"Malesci,"Firenze,"1992." 120"Cfr.,"LAWN"B.,"I"Quesiti"Salernitani,"Di"Mauro,"1969." 121""Cfr.,"TABANELLI"M.,"Albucasis:"un"chirurgo"arabo"dell’alto"Medioevo."La"sua"epoca,"la"sua"vita," le"sue"opere,"Olschki,"Firenze,"1961."
117" " redazione dell’opera, rivolta essenzialmente a delucidare la linea di condotta più agevole e razionale per eliminare le cause prime dei processi morbosi e, ove non possibile, gli effetti e non soltanto con l’atto chirurgico in se stesso, ma sulla scorta di una vasta conoscenza farmacologica desunta dagli erbari. La pubblicazione di opere chirurgiche rappresenta nei secoli XII e XIII una vera rarità, il bisogno di un’attività didattica di chirurgia con testi scritti da poter adottare ufficialmente a livello di insegnamento universitario è testimoniato anche dall’inesistenza e dalle pressioni della classe medica e dei circoli culturali dell’epoca, che ritengono altamente qualificante e preziosa l’esperienza scritta di una scuola al vertice della fama. Asserisce infatti Ruggero nel prologo di essere stato convinto a fissare per iscritto le tecniche chirurgiche solitamente adottate dalle premurose insistenze di molti colleghi e uomini di cultura. Quindi l’impulso alla stesura delle prime opere di chirurgia sorge proprio per venire incontro ai desideri dei colleghi, per illustrarne gli insegnamenti oltre che per esporre l’attività pratica di tanti altri uomini valenti, per un bisogno cioè sostanzialmente didattico. La Rogerina e la Rolandina (opera del suo discepolo Rolando), sono infatti gli unici testi di chirurgia studiati nel XIII secolo. Il manuale sembra mirare per lo più alla formazione dell’allievo attraverso l’esposizione di uno schema terapeutico generale orientato sulle situazioni cliniche più frequenti, certamente la trattazione evidenzia limiti e lacune inevitabili: si è sempre in un periodo che faticosamente sta uscendo da una lunga fase di oscurantismo scientifico o meglio ancora si stasi della ricerca. Il testo appare essenzialmente un libro di traumatologia, essendo la maggioranza delle lesioni descritte una patologia da causa violenta. Esse sono illustrate con la terminologia scientifica dell’epoca, l’opera si apre con un prologo ed è divisa in quattro parti, a loro volta distinte in capitoli, che riguardano specificamente singoli quadri morbosi con relativi trattamenti. Il prologo, esplicita i motivi che hanno indotto la compilazione del manoscritto e cioè l’esortazione di colleghi e di amici a documentare per i contemporanei e per i posteri lo stato dell’arte: la prima parte descrive in 44 capitoli le affezioni della testa e del viso, comprese quelle degli occhi, delle orecchie, delle labbra e delle mascelle;
118" " la seconda in 16 capitoli tratta delle malattie del collo e della gola; la terza a sua volta in 50 capitoli comprende le malattie del tronco; la quarta parte infine in 17 capitoli espone le malattie degli arti inferiori e alcuni temi di carattere generale. Ogni processo morboso, dopo una sintetica valutazione del quadro clinico, è analizzato sotto il profilo terapeutico, la descrizione dell’atto operatorio è sempre supportata da una ricca farmacopea topica. Naturalmente siamo di fronte a una chirurgia parietale, esterna: si è in un periodo in cui l’anestesiologia è poco più che embrionale e l’antisepsi è pressoché ignota. Ogni capitolo inizia con un titolo, che nel palesare l’oggetto dell’informazione, cioè la malattia, pone in risalto la finalità didattica del lavoro, secondo uno schema esplicativo che possa essere comprensibile da parte del discente. L’indirizzo è interamente ippocratico galenico attraverso la centralità dello squilibrio dei quattro umori (sangue, flegma, bile rossa, bile nera). La cura è ricca e complessa sotto il profilo farmacologico; tiene conto delle forze dell’infermo, della qualità della malattia e della diversificazione stagionale dei dosaggi terapeutici. Il salasso e i purganti sono consigliati con moderazione, la dieta, laddove opportuna, è suggerita leggera e ristorativa. Nei postumi di alcuni accidenti traumatici degli arti è consigliato l’esercizio riabilitativo nella convinzione che il danno d’organo sia soprattutto danno funzionale. Si tiene conto anche dell’influenza astrale, in particolare della luna sulla genesi e sul decorso delle malattie. Complessivamente l’esercizio della chirurgia è fondato sullo studio del processo morboso condotto sulla scorta della observatio et ratio e con corretta interpretazione dei fenomeni clinici. Degne di essere sottolineate alcune tecniche chirurgiche sia per modernità di esecuzione che per l’audacia e l’originalità dell’intervento come la preparazione del campo operatorio nella traumatologia del cranio, dove con un sottilissimo panno di lino, introdotto con una penna, si separa il cranio dalla dura madre, al fine di rendere meno rischiosa la manovra. Altrettanto interessante è l’esplorazione digitale delle ferite della testa per la ricerca di una frattura cranica. Ruggero dopo secoli di oscurità, per la sua epoca rappresenta l’operatore di una chirurgia d’avanguardia, che deve ritessere una metodologia, una esperienza
119" " tecnica, la cui trasmissione pratica, si è interrotta, dimenticata. Solo i suoi ignoti maestri hanno cominciato a ridarle vigore e dignità scientifica, non a caso questi ultimi lo sollecitano a riscrivere su questo grande palinsesto medievale quegli insegnamenti dispersi e obsoleti, che faticosamente si vanno rintracciando e ristrutturando alla luce di una rinnovata esperienza.
120" " 2.2 Tecniche utilizzate nella Chirurgia Salernitana ed esempi di terapie curative L’Italia nel XII sec. era divenuta centro del movimento d’Europa, le Crociate avevano posto i Cristiani in continue relazioni fra loro, e l’Europa con l’Asia. I Crociati si imbarcavano sulle nostre coste depositando ogni tesoro di arti e di scienze. Gli Ebrei industriosi e scaltri si mischiavano con tutti ed esercitavano ogni mestiere che li avesse potuti arricchire. Le lesioni e le malattie, effetti delle guerre, dei viaggi, della mal agiatezza, dei diversi tipi di clima, percuotevano quelle miriadi, le quali iniziavano disastrose peregrinazioni per togliere i Luoghi Santi agli infedeli. Era forte dunque la necessità di medici e soprattutto di chirurghi, i quali spesso erano provvisti di unguenti raccolti a Damasco o in altre città dell’Asia minore. Questa operosità, questa intraprendenza formava il patrimonio dei chirurghi, i quali accoglievano i nuovi metodi, i nuovi strumenti, i nuovi farmaci; e così l’Italia, e in primo luogo Salerno, in quei tempi formava il centro della vita e del vigore dei popoli occidentali. Dopo secoli di incontrastato dominio della medicina monastica in Italia122, una vera scuola di chirurgia compare nella seconda metà del XII sec. a Salerno. La chirurgia, come tutte le branche dell’arte salutare, cominciava a Salerno con le cognizioni e dottrine proprie di quella Scuola, si vedrà allora che il progresso serbato dalla medicina in generale, si può applicare esattamente alla storia della chirurgia in Salerno e nella intera Italia. A dimostrare questo corso ascendente della chirurgia è opportuno citare la testimonianza di uno scrittore sincrono, dei primordii della chirurgia risorgente, questi è Guido di Chauliac, fiorito nel XIV sec., è ricordato come magister physicus e chirurgo, attivo a Montpellier, a Bologna, a Parigi e a Lione. Fu chiamato nel 1362 ad Avignone quale archiatra di Clemente VI e riconfermato successivamente da Innocenzo VI e Urbano V. Questi con la semplicità e la franchezza dei suoi tempi determina alcuni punti storici che riguardano """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 122"Cfr."a"proposito"della"medicina"monastica"e"dei"giudizi"sulla"sua"portata:"BERNABEO"R.," Elementi"di"storia"della"medicina,"Padova,"1993,"pp."153I154;"LAIN"ENTRALGO"P.,"Il"medico"e"il" malato,"Bologna,"1999,"p.48;"ARMOCIDA"G.ZANOBIO"B.,"Storia"della"medicina,"Milano,"2002,"pp." 53I54;"PENCO"G.,"TROLESE"F.G.,"Monastica"ed"umanistica,"scritti"in"onore"di"Gregorio"Penco,"S." Maria"al"Monte,"2003,"pp."734I735."
121" " quell’epoca tanto poco studiata. Dopo aver brevemente ricordati i Greci e gli Arabi, passa alla chirurgia dei suoi tempi, ed in ciò non sa indicare altri che Italiani ponendo davanti a tutti Ruggiero, Rolando ed i quattro Maestri, comunemente identificati in Arcimatteo, Ferrario, Plateario e Petrocello, qui Libros speciales de chirurgia eviderunt, et mulla empirica eis miscuerunt; e poiché Ruggiero fu sicuramente della Scuola salernitana ed egli stesso salernitano, infatti, i quattro maestri di quella scuola si occuparono di commentarlo, e Rolando non fece altro che trascrivere l’opera di Ruggiero, come egli stesso confessa, per tali ragioni i primordii della chirurgia moderna vennero da Salerno. Guido di Chauliac fin dal 1363, esprime abbastanza chiaramente i tre passaggi della chirurgia italiana che corrispondono a tre passaggi della scienza in generale. Essa fu prima latina, poi arabo-greca ed infine eclettica ed italiana. Inoltre parlando poi delle sette chirurgiche scientifico pratiche dominanti a quei tempi ne descrive tre come dominanti e tutte italiane. La prima era di Ruggiero, di Rolando e dei quattro maestri, che curavano le ferite e gli ascessi con gli ammollienti; la seconda di Bruno e di Teodorico che li curavano coi disseccanti e col vino; e la terza di Guglielmo da Saliceto e di Lanfranco, che volendo tenere una via di mezzo, usavano dolci unguenti. Così Ruggiero e la sua Scuola rappresentano la chirurgia indigena, Bruno ed i suoi seguaci la chirurgia greco-araba, e Guglielmo di Saliceto e Lanfranco i primi passi nella chirurgia italiana eclettica, che progredendo nel XIV e XV sec., giunse nel XVI a quella massima perfezione che potevano permettere i tempi. La Scuola di Salerno non fece altro che ridurre a forma scritta la chirurgia pratica esercitata per tradizione e Ruggiero non volle fare altro che abbracciare tutta la chirurgia. Il suo nome appartiene ad una famiglia distinta di Salerno, la quale fin dall’ XII sec., ed anche prima era citata nei diplomi della città, della stessa famiglia è Trotula de Ruggiero, e posteriormente un gran numero di medici salernitani di quel cognome. Ruggiero è fedele alla distribuzione perfettamente anatomica delle malattie non allontanandosi minimamente dagli usi di tutti i Maestri salernitani, egli ha inteso scrivere una formale istituzione di malattie chirurgiche. Bisogna tener presente che gli Arabi presero le basi delle loro dottrine e delle loro pratiche da Galeno e
128" " ippocratico galeniche, le sole che si conoscessero, tinte solo più tardi di coloritura arabistica? Ed ecco perché nei suggerimenti tecnici profusi nel manuale rogerino ritroviamo unicamente richiami a manualità grecoromane e bizantine (Paolo d’Egina)127. Il taglio a croce. La trapanazione cranica, il tipo di sutura, la medicazione, gli accorgimenti clinici e procedurali consigliati negli interventi, la ricerca della guarigione delle ferite per seconda intenzione o per suppurazione sono tutti concetti che rintracciamo nei grandi Autori del passato e che Ruggiero ragguagliandoci ripropone, informandoci così che non tutto è andato distrutto o dimenticato nel corso dei secoli bui, ma che la tenue fiammella del sapere residuo è stata fortunatamente trasmessa senza interruzione alle generazioni successive. Ruggiero è il continuatore di una tradizione che riesce a risvegliare a una nuova vita intellettuale; è un uomo di scienza e come tale attento osservatore delle proprie esperienze, da cui trae nuovi suggerimenti e nuove linee di condotta. Non a caso parla in proprio, riporta giudizi personali tratti dalla attività quotidiana e dà consigli che si distaccano dalle convinzioni correnti. Gran parte della vita intellettuale dell’alto medioevo è concentrata all’interno dei monasteri e certamente non v’è stato progresso scientifico, ma altrettanto certamente non sono mancate intelligenze laiche che abbiano sostenuto la continuità della tradizione classica. Non le conosciamo, perché non hanno lasciato nulla di scritto o perché quel poco annotato è andato distrutto, ma è da credere che dato il regresso dell’epoca, anche scrivere era difficile, perché grave ne era la carenza degli strumenti: probabilmente chi poteva usufruirne era un religioso e quindi con interessi prettamente spirituali, chi invece coltivava inclinazioni scientifiche, era privo delle risorse necessarie per documentare il suo sapere data l’impossibilità di accedervi: lo trasmetteva allora a viva voce a chi aveva voglia di apprendere. Di tanto Ruggiero è una testimonianza, la documentazione di un retaggio illustre giunto dal lontano passato e pronto per il riesame e per il perfezionamento, che non mancherà di realizzarsi con la grande rinascita della chirurgia, che lo seguirà di lì a poco orientata a nuovi traguardi e a nuove conquiste tecnologiche. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 127""DE"RENZI"S.,"op."cit."PP.358I359."
129" " La lettura di testo medici medievali offre spesso il riscontro di trattamenti terapeutici decisamente insoliti e sorprendenti per la nostra mentalità scientifica, sì da essere relegati nel migliore dei casi nell’ambito di pure stravaganze empiriche impregnate di magismo. Tale giudizio però non tiene conto delle tante felici intuizioni che illuminarono i nostri predecessori, i quali, pur carenti delle sofisticate metodologie, di cui oggi si dispone, seppero comunque, essere degli abili osservatori. Anche se non riuscirono a spiegare correttamente i meccanismi biochimici e farmacodinamici sottesi alle loro cure, seppero apprezzarne i risultati e proporne positivamente l’applicazione. Oggi, prima di ripudiare i oro presidi medicamentosi come fantastici e privi di reale efficacia terapeutica, sarebbe opportuno tentare di spiegarne l’adozione attraverso l’approfondimento delle motivazioni legate al loro effettivo beneficio, seguendo un ragionamento moderno alla luce delle odierne acquisizioni. Percorrendo tale procedura, forse tante “astruserie” potrebbero non apparire più così irrazionali, ma solo l’applicazione pratica di metodiche conseguenti a un’attenta e prolungata osservazione di fatti implicanti effetti salutari sull’organismo umano; in sintesi l’attuazione corretta della sempre valida observatio et ratio. Il medico medievale certamente non aveva nozione del perché e del come quel dato farmaco agisse (cercava sempre di spiegarselo con la non sempre esaustiva teoria degli umori), ma sapeva che, giudiziosamente utilizzato, non avrebbe deluso le sue aspettative e di tanto si accontentava. Tale premessa cade a proposito del discorso sulla rigenerazione tessutale, sui suoi primi tentativi terapeutici e sull’evoluzione del fenomeno. Il processo di rigenerazione è una legge biologica generale per la quale una perdita di sostanza negli animali e nelle piante è seguita dalla ricostruzione delle parti perdute. La capacità di rigenerare è massima negli invertebrati, come ad esempio gli anfibi, ma va riducendosi man mano che si risale lungo la scala zoologica verso forme animali superiori, con notevoli variazioni secondo la specie animale e, nella stessa specie, secondo il tessuto interessato. Tale prerogativa è riscontrabile in parte anche presso gli embrioni di mammiferi e quindi nell’uomo, ma scompare presto già prima della nascita. Il fenomeno è attualmente al centro di investigazioni da parte degli studiosi, intese a riconoscerne i meccanismi messi in
130" " atto dalla natura e a riprodurli negli esseri umani, ottenere spettacolari guarigioni con completa restitutio ad integrum specialmente nei gravi traumatismi con amputazioni è una delle grandi sfide della biologia contemporanea128. Le prime osservazioni intorno al processo rigenerativo non sono certo recenti, affondano le radici in un lontano passato, le riscontriamo infatti, degne di interesse, nei chirurghi della Scuola di Salerno. Ruggiero ce ne richiama l’attenzione a proposito delle ferite della regione cervicale. Infatti nell’occorrenza di una lesione longitudinale o trasversale dello sternocleidomastoideo, il muscolo del collo che si evidenzia durante i movimenti di rotazione della testa, suggerisce l’applicazione di un tritato di lombrichi sulla sede del trauma quale medicamento efficace nel processo di consolidamento e rigenerazione delle parti lese. Il lombrico, Lumbricus terretris, è un verme della famiglia degli Anellidi, il quale, al contrario dei mammiferi, che in caso di perdita di una parte corporea mirano a sigillare la ferita con la cicatrizzazione, avvia subito un processo di totale ricostruzione della parte distrutta. Secondo le più recenti acquisizioni il lombrico, come tutti gli anellidi e gli esseri animali capaci di processi rigenerativi, quali i rettili e gli anfibi, se sezionato in due o più frammenti, avvia nelle parti tranciate un processo di riparazione sostenuto da una particolare metamorfosi fibrillare e da una categoria di elementi cellulari, chiamati “fibroblasti”. Il fibroblasto è una giovane cellula partecipante alla costituzione della sostanza fondamentale presente nello spazio intercellulare del tessuto connettivo. Questi, si liberano degli ancoraggi cellulari, che li trattengono nelle zone di deposito per accorrere sul luogo dell’amputazione, dove si moltiplicano, sdifferenziandosi in cellule embrionali in grado di dare una risposta rigenerativa completa e ottimale e quindi di avviare la strutturazione di un nuovo individuo. Tutto ciò avviene secondo un programma genetico generale precostituito nell’organismo animale, che si avvale peraltro della presenza di fattori di crescita operanti nella sede della lesione. Dopo le osservazioni e l’applicazione terapeutica del tritato di lombrichi suggerita e condotta dai due chirurghi di scuola salernitana, Ruggiero e Rolando, cade un """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 128""Tra"le"numerose"pubblicazioni"in"merito,"esaustive:"TAONIS"P."A.,"Limb"Regeneration," Cambridge"University"Press"1996;"STOCUM"D."L.,"Regenerative"Biology"and"Medicine,"Cambridge" Academic"Press"2006."
131" " lungo periodo di silenzio su tale metodica, che anzi sembra essere stata del tutto trascurata dalle successive Scuole. Una rinnovata attenzione sulla rigenerazione tessutale la ritroviamo solo alcuni secoli dopo, e precisamente nel XVIII, nelle annotazioni di Lazzaro Spallanzani (1729-1799), naturalista e microscopista, figura centrale nella storia dell’evoluzione delle scienze biologiche129. Dopo un altro lungo periodo di oblio ritorna il lombrico e la rigenerazione al centro degli studi. Sul cadere del XIX sec. le ricerche riprendono con Darwin (1809-1882) che, nel corso delle sue tante ricognizioni scientifiche trova anche il tempo per dedicare una disamina sul comportamento dei lombrichi e quindi sulla loro capacità rigenerativa. La chirurgia salernitana, impersonata da Ruggiero e rielaborata da Rolando, si presenta nella storia sotto le vesti di buona e nobile chirurgia di tradizione frutto di metodologie tecniche ancorate all’antica medicina operatoria latina. Di queste metodologie chirurgiche, di cui Ruggiero e Rolando sono gli ultimi eredi, purtroppo non abbiamo una documentazione a loro anteriore, evidentemente perdutasi nel corso dei secoli bui altomedievali o forse mai riportata per iscritto, in quanto tecniche per le quali bastava l’osservazione e l’applicazione manuale. L’impiego di una poltiglia di lombrichi nel trattamento di adesione delle lesioni muscolari e dei tronchi nervosi rientra molto probabilmente in un patrimonio di procedure scientifiche ereditato da Ruggiero attraverso gli insegnamenti del suo anonimo Maestro, uomo di indubbio ed elevato sapere, visto il rispetto con cui lo cita. Nella storia della medicina tale metodo terapeutico è segnalato, prima ed unica volta, dai chirurghi della Scuola di Salerno, che nei loro trattati ne premurano l’uso. L’applicazione però, non più ripresa dagli autori posteriori, improvvisamente scompare in un immotivato silenzio. E’ attendibile comunque l’ipotesi che nel tritato di lombrichi possano essere presenti delle sostanze nutritizie ovvero dei fattori di crescita, che intervengono nel consolidamento dei tessuti lacerati, recisi o danneggiati, accelerandone il processo riparativo o addirittura favorendone un iniziale fenomeno rigenerativo. In conclusione, la serie di studi che va arricchendo oggi il campo della biologia cellulare a proposito dei processi rigenerativi, è rivolta soprattutto a ricerche """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 129""Cfr."ROSTAND"J.,"Les"origines"de"la"biologie"experimentale"et"l’Abbe"Spallanzani,"Paris,"1957."
132" " sperimentali su animali dotati di proprietà ricostruttive dei propri tessuti (rettili, anfibi, salamandre), ma non si hanno notizie di indagini condotte sui lombrichi. Sarebbe interessante se queste potessero essere orientate anche sugli anellidi, allo scopo di verificare sia eventuali elementi utili agli obiettivi dell’investigazione scientifica in corso, sia la veridicità e quindi le possibilità e i limiti dell’antico metodo terapeutico applicato dai chirurghi salernitani nel consolidamento delle ferite. * Riproduzione di strumenti chirurgici utilizzati dai Medici della Scuola Salernitana
133" "
134" " *Foto scattate presso il Museo virtuale della Scuola Medica Salernitana di Salerno. Per quanto riguarda le terapie curative è interessante il capitolo della Practica brevis di Giovanni Plateario130 nel quale si parla dell’asma (De asmate). Il termine <<asma>> deriva dal percorso linguistico di due voci greche: atmòs, che significa: soffio, respiro e aeìdo: canto, un’espressione che richiama efficacemente il segno acustico più evidente della condizione asmatica e cioè il sibilo espiratorio, legato alla riduzione del calibro bronchiale da spasmo della muscolatura liscia per presenza di catarro. Dall’innesto delle due voci deriva il lemma greco: asthma. Con Ippocrate e con i dogmatici post ippocratici il termine asthma entra definitivamente nella letteratura medica, pur conservando il duplice significato di tachipnea e dispnea. La respirazione affannosa dell’insufficienza respiratoria, caratterizzata da una difficoltà dell’aria ad entrare ed ad uscire dalle vie aeree per ostruzione delle stesse è qualificata come asthma, ma con asthma è designato anche l’aumento della frequenza respiratoria conseguente a uno sforzo131.L’argomento è tratto dal De aegritudinum curatione132 un trattato che riporta ampi passi della Practica Per il medico salernitano l’asma si identifica sostanzialmente con la dispnea, cioè con la difficoltà di respirare, e in questa affermazione non si discosta poi tanto dai nostri trattati di patologia medica, laddove ritroviamo i termini di “asma bronchiale” e “asma cardiaco” ambedue caratterizzati dalla dispnea.Plateario opera innanzitutto una distinzione della manifestazione asmatica, identificandola in una forma “secca” ed una “umida”. L’asma secca è caratterizzata da un effetto costrittivo toracico ed è generata dalla difficoltà del polmone ad espandersi e retrarsi liberamente: """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 130"DE"RENZI"S.,"Storia"documentata…"cit."pp."240I244." 131""STERPELLONE"L.,"Asma"bronchiale:"una"storia,"La"Spezia,"1991." 132""DE"RENZI"S.,"Collectio"Salernitana,"p."211."
135" " “Fit autem principaliter duobus ex causis, ex siccitate et humiditate.Ex siccitate nimirum coartante non potest pulmo libere dilatari vel costringi, et inde sequitur asma”133 L’Autore passa a una suddivisione dell’asma in senso clinico, differenziandola in tre ulteriori varietà. La prima, designata con il nome di sansugium, è caratterizzata da una difficoltà inspiratoria, che richiama suggestivamente il meccanismo di suzione della sanguisuga, da cui il nome. La seconda varietà si qualifica nel momento in cui l’eccesso di umore si raccoglie all’interno dell’albero bronchiale, impedendo la normale retrazione polmonare. Tale forma è chiamata anhelatio, in quanto sottolinea la difficoltà espiratoria: “Quandoquidem humor abundat interius, scilicet in fistulis ipsius pulmonis, cuius interpositione pulmo non potest libere constringi, ad hoc ninirum, ut fiat expiratio, oportet ipsum constringi et tunc est secunda species que dicitur hanelitus, quia laborans in hac specie, laborant in hanelando”134 In questo caso il malato, ravvisato nell’aspetto costituzionale di individuo gracile, è scosso da una tosse secca, estenuante, la sua lingua e la gola sono asciutte, ha febbre, sete e rifiuta il cibo. Infine, una terza varietà di dispnea: l’orthopnea (da orthos: diritto e pneo: respiro), allorché la difficoltà respiratoria è totale, sia inche espiratoria. E’ la classica manifestazione dell’insufficienza respiratoria conclamata, non infrequentemente aggravata da una concomitante insufficienza cardiaca. In conclusione si distinguono due varietà di sindrome asmatica: la secca e la umida, mentre sotto l’aspetto clinico se ne riconoscono tre: il sansugium, allorché la dispnea è prevalentemente inspiratoria, l’anhelatio, se questa è prevalentemente espiratoria, l’orthopnea, se la dispnea è inspiratoria ed espiratoria. Sul piano terapeutico l’attenzione di Plateario è rivolta ala sedazione della tosse, trattamento che varia. Se infatti la tosse è da raffreddamento, consiglia abbondanti e accurate unzioni di olio laurino sul petto ed è noto come l’olio di lauro (laurus nobilis), estratto dalle foglie o dalle drupe """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 133"Ibid."p.211." 134""Ibid."
136" " della pianta mediante bollitura, spremitura e colatura, possegga alcuni principi attivi quali il cineolo e il linololo, che, assorbiti attraverso la cute e in parte eliminati attraverso la superficie respiratoria, espletano a livello bronchiale un’azione antisettica e secretolitica, tale da indurre una fluidificazione del catarro con conseguente e agevole eliminazione. Dopo le unzioni consiglia ancora l’accurata copertura del paziente, l’applicazione sul petto di una spugna imbevuta di olio d’oliva e trattenuta a lungo, in modo da consentire la sudorazione e quindi l’eliminazione della materia peccans.Tanto perché il calore, oltre a una intrinseca azione risolvente, come detto in precedenza, esercita un effetto emolliente sulle secrezioni bronchiali, facilitandone il distacco e l’espulsione con la tosse. Sono suggerite inoltre bevande di vin cotto o di piante medicamentose come il pulegio, il cumino e il calamento, eventualmente tritate e polverizzate, mescolate a farina d’orzo o di frumento e sciolte in acqua bollente. “Vinum decoctum pulegii, cimini, calamenti, detur in potu. In aqua decocta cimini et pulegii vel calamenti fiant pultes cum farina ordei vel frumenti, dentur et hoc cito solvitur”135 Il vin cotto, per l’elevata concentrazione di zuccheri contenuti nel liquido, fortemente ipertonici, esercita un richiamo di acqua nelle secrezioni bronchiali, rendendole fluide. Il pulegio o meglio la menta romana o mentuccia (Mentha pulegium) contiene un olio essenziale, provvisto di una blanda azione miolitica e astringente a livello bronchiale, da cui una broncodilatazione; lo stesso dicasi del cumino (Cuminum cyminum) e della calaminta (Calaminta officinalis). Nella tosse o asma da secchezza sono consigliati il diagraganto (il termine è riferito alla gomma adragante, una mucillagine che essuda dalla corteccia di varie specie di astragalo, piante originarie dal Medio Oriente. La voce deriva dal greco: tragàkantha, ed è una pianta impiegata in medicina sotto forma di elettuario al miele. L’adragante, come tutte le mucillagini possiede un’azione protettiva ed emolliente, attraverso la quale rafforza la difesa della mucosa bronchiale verso stimoli ed insulti esterni, attenua la sensibilità dolorifica, esercitando in definitiva un effetto lenitivo), il diapenidio (i” penniti” sono caramelle di zucchero, ma """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 135""Ibid."
137" " anche di farina d’orzo edulcorata, per sedare la tosse), o degli elettuari ( preparazioni farmaceutiche molli con forte presenza di zucchero o miele) in grado di restituire la normale umidità alla mucosa respiratoria, ed inoltre altri rimedi che consistono in tisane di farina d’orzo, di amido di grano, di frumento con burro non salato, bevande calde con gomma adragante, arabica o liquirizia da trattenere in bocca o da bere, tali medicamenti vengono enumerati nel capitolo De raucedine136. Ed ancora pillole confezionate con amido, adragante, gomma arabica e malva (Malva silvestris, è una malvacea ricca di mucillagini, usata come decotto di foglie ha un’azione emolliente) da tener sotto la lingua, nonché caramelle di zucchero ed altro, tutti rimedi ad azione astringente e mucolitica. L’Autore peraltro ricorda che tale forma morbosa può complicarsi con manifestazioni articolari, che se persistono a lungo, diventano incurabili. Per quanto riguarda la tosse da umidità e soprattutto da eccesso di umori defluenti dal capo e persistenti all’interno dell’albero bronchiale, la cura consigliata è la seguente: elettuari di diacalamento, diapenidio,diairis(giglio giallo che ha un’azione mucolitica): “ Effugiunt una diayris tussis et asthma, et simul cedit si dyspnia frigida laedit”137 diaprassio (droga estratta dalle foglie e dalle sommità fiorite del Marrubium vulgare,i cui principi attivi sono la marrrubina un olio etereo e una saponina acida che gli conferisce un’attività espettorante), diatrispipereon, cioè formulazioni dolcificate a base di nepitella, acoro, marrubio, pepe, nonché unzioni del petto con dialtea e arrogon (dal greco: arègo essere utile, è un unguento ad azione lenitiva).Altra gomma consigliata è la gomma ammoniaca con le stesse proprietà dell’adragante e dell’arabica, magari somministrate nel vino o con un uovo fresco. Ulteriore suggerimento l’impiego di crespelle di foglie di centrigallo tritate, unite a tuorlo d’uovo e cotte nel grasso. Le crispelle erano una sorta di focaccine dall’aspetto ricciuto (crispus =ricciuto), preparate con uovo, farina, grasso e quelle parti della pianta contenenti il principio attivo. Il centrigallo è la salvia (Salvia officinalis), pianta erbacea aromatica, usata in cucina come condimento. Fu detta anche “erba sacra”, perché ritenuta provvista """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 136""DE"RENZI"S.,"Coll."Sal.,"vol.,"2,"pp."205I206. " 137""REGIMEN"SANITATIS,"p.237."
144" " indebolimento delle forze: termina sui quarant’anni. Le succede la vecchiaia, fredda e secca, in cui il corpo comincia a declinare ed a perdere vigore, senza tuttavia perdere le proprie capacità: dura fino ai cinquantacinque/sessant’anni. Le succede la decrepitezza con l’adunarsi del flegma, umore freddo e umido, in cui si evidenzia il declinare delle forze. Così Ioannizio (XI sec.) fissa i tempi storici della vita degli individui, ai quali Bartolomeo di Salerno aggiunge, nel XII secolo, la memoria delle << sei cose naturali>> (aria, cibo, bevanda, sonno, veglia e sazietà) senza le quali il corpo umano non riesce a mantenersi in vita, dove resta fondamentale l’intervento della dieta come fattore regolarizzante: Dietae species, et qualis in morbis. Debilitat tenuis, virtutes grossa vigorat; Grossa diaeta chymos auget, tenuisque minorat; Ergo prolixis in morbis grossa paretur; In peracutarum causis tenuis varietur; A primis detur tenuissima propter acuta; Uberius relinque primo postque minora, Si morbi longi fuerint humoribus orbi; Hanc addo metam: tenuem non esse diaetam146 . Varietà della dieta e quale dieta conviene nelle malattie Una tenue dieta debilita le forze, le rinvigorisce se è abbondante; il vitto abbondante aumenta il chimo, lo diminuisce se è scarso; sia perciò dato abbondante cibo, se la malattia è lunga; nelle malattie peracute sia varia la tenuità dell’alimento; da prima per l’acutezza del male la dieta sia molto tenue; concedi prima più abbondante cibo e poi diminuiscilo; """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 146""REGIMEN"SANITATIS,"cit.,"pp.400I402."
145" " se la malattia è lunga e priva di umori, questa norma aggiungo: non sia tenue la dieta. Per quanto la Scuola affermi che l’alimento, se tenue, debilita l’organismo, e lo rinvigorisce, se abbondante, tuttavia non bisogna dimenticare il suo consiglio di usare moderazione, tanto nel cibo, quanto nelle bevande, né trascurare l’insegnamento di Ippocrate. L’equilibrio che bisogna raggiungere si regge su di un triplice fondamento: umori, cibi, parti. Da questa filosofia medica del XII secolo procede un’acuta definizione della complexio del corpo. Tenendo conto di presenze come quelle di Ruggero Bacone (1220-1298), di Arnaldo da Villanova (1240-1311) è possibile spiegare punti importanti della letteratura medica salernitana tipica del tardo Duecento fino a tutto il XV secolo. Così quella complexio prefigurata dalla Scuola Medica non rimane estranea nelle successive sistemazioni testuali dovute soprattutto ad Arnaldo da Villanova, il cui genio di scienziato e d’indagatore dei processi di natura, lo propone come uno dei padri della scienza moderna, espressione primissima del mondo alchemico tardomedievale. Oltre che medico di Bonifacio VIII, Arnaldo è autore di due trattati di eccezionale interesse medico come il De conservanda iuventute e il De vita philosophorum in cui sono esaminate le più complesse questioni legate al mantenimento del corpo dopo la morte fino alla suggestiva teoria della stellificatio corporis per la quale diventa momento essenziale quello della fusione dell’oro, cioè la teoria dell’oro potabile147. Quando Arnaldo compie questi studi si trova a Napoli, dove si dedica anche alla sistemazione delle tradizioni dei Regimina Sanitatis salernitani confluiti poi nei versi del Flos Medicinae, segno di grandezze analitiche, sperimentali e tecniche ormai collaudate nella pratica medica salernitana. Tra le opere a lui attribuite si trova un trattato di medicina pratica intitolato Breviarium practicae diviso in quattro libri, dei quali i due primi trattano di tutte le malattie del corpo umano distribuite per ordine anatomico; il terzo parla delle """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 147""Cfr."MCVAUGH"M."R.,"Arnald"of"Villanova,"in"Dictionaty"of"Scientific"Biography,"I,"pp."289I291."
146" " malattie delle donne, e di quelle prodotte dai veleni; e l’ultimo delle febbri148. Per valutare il clima intellettuale di questo periodo al quale s’intreccia la tradizione dei testi salernitani è necessario comprendere quale rapporto leghi il progetto intellettuale di Federico II, il ruolo di Salerno, le fasi di una società pensante in completa trasformazione. Federico non ama l’ozio o i facili divertimenti, ma cerca diversioni intellettuali; egli predilige la colta allegria dei giovani studenti e degli studiosi che fanno la spesa al mercato nella Napoli del tempo, colori di gesti e abitanti dove si rispecchia il progressivo mutare di una stagione mentale che riceve dal progetto culturale di Federico un’aria nuova. Perché Federico ama proprio l’aria pura, la ama a tal punto da dedicare a questo tema il quarantottesimo titulus delle Constitutiones. La salubrità dell’aria è un dono di Dio e a noi spetta conservarla secondo procedimenti precisi: si eviti di lasciare a macerare il lino o la canapa all’aperto. E i corpi dei defunti siano sepolti ben profondamente, almeno quant’è lunga la metà d’una canna; se non basta, ci sono i mari e i fiumi che tutto portano via…L’aria è un bene prezioso, come la salute, e chi si dedica a curare il prossimo deve condurre studi rigorosi: praticare la logica per tre anni almeno e studiare medicina per cinque anni avendo esperienze dirette di chirurgia. Dopo, il futuro medico sosterrà un impegnativo esame secondo le norme dettate dalla Magna Curia e, infine, potrà accedere alla licenza di medico. Così preparato, questo medico visiterà i malati almeno due volte al giorno e, se l ‘infermo lo richiede, una volta anche di notte. Egli non sarà troppo esoso nella richiesta di danaro, non dovrà fare imbrogli mettendosi d’accordo con farmacisti che confezionano le medicine, né deve avere il medico uno studio fisso dove ricevere i clienti più ricchi stabilendo l’entità del compenso ancor prima della visita. Occorre che il preparatore dei farmaci lo faccia a proprie spese secondo le norme dettate dalle disposizioni di Federico, e questi medicamenti non potranno essere conservati più a lungo di un anno. E’ necessario, inoltre, che ogni medico conosca bene le opere di Ippocrate e di Galeno, e chi esercita la pratica della chirurgia deve provare di saperla eseguire offrendo periodicamente un saggio delle sue capacità di fronte a un collegio di """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 148""DE"RENZI"S.,"Storia"documentata,"cit."pp.537I540."
147" " medici che valuterà le conoscenze di anatomia dimostrate dal candidato. Affermato questo nel quarantaseiesimo titulus del terzo libro delle Constitutiones, Federico aveva già fermato la sua attenzione sul grave dispendium et irrecuperabile damum che possono derivare ex imperitia medicorum, al punto che nessuno deve presumere di definirsi << medico>> se prima non lo ha dimostrato in presenza del Collegio degli archiatri di Salerno, avendo da quelli un attestato scritto da esibire all’imperatore in persona o ad un suo rappresentante; chi non si attiene a questo comportamento merita un anno di carcere e subirà la confisca dei beni. Quando Federico II emana queste disposizioni sono ormai trascorsi sette anni dall’Atto di Fondazione dell’Università di Napoli. La Napoli del 1224 è un’autentica creatura di Federico, ma sullo sfondo di questa identità c’è un persistente riferimento al modello degli antichi. Federico sa che nell’alto e centrale Medioevo Napoli e Salerno hanno avuto un ruolo eccezionale per la cultura del Mediterraneo: Napoli come frontiera di latinità e grecità, testimoniata dalle scuole di traduttori funzionanti fino alla Costa d’Amalfi; Salerno, arricchita dal primato di essere intersezione fra Longobardi e Normanni, fra Papato e monachesimo, di essere la prima Scuola Medica dell’Europa medievale, dalla fine dell’VIII secolo, e dove nell’XI secolo le due personalità di Alfano I e di Costantino Africano hanno reso possibile quell’escalation internazionalista in cui agiscono, accanto alla tradizione cassinese, recuperi arabi e indoeuropei la cui portata appare ancora da chiarire, specialmente nelle sue fasi più alte situabili negli anni fra la fine del X secolo a tutto l’XI. La Napoli di Federico II vista in questa prospettiva diventa stazione d’arrivo di una evoluzione intellettuale cominciata molti decenni prima, ancor prima della venuta dei Normanni in Italia, accanto ai primi scambi di presenze nella società monastica cassinese che tanto influenzò la vita e la cultura della Campania medievale. Né è un caso che Arnaldo da Villanova, attivo a Napoli nei primi dieci anni del XIV secolo ed insegnante presso lo Studium, sia il sistematore della lunga tradizione dei Regimina sanitatis che da Salerno passano dentro la cultura scientifica federiciana e si fissano nell’opera critico-esegetica del dotto medico Bonifacio VIII. Fra queste due
148" " estremità, Salerno e Arnaldo di Villanova, sta la stagione federiciana con le sue ascendenze e i suoi esiti, entrata in contatto con queste due dottrine, arricchendole e dando ad esse ulteriori applicazioni. L’apertura dello Studium di Napoli data al 9 settembre 1224; si tratta di uno studium, perché l’universitas allude ad una collettività, ad un gruppo di individui organizzati in un quadro sociale preciso seppur eterogeneo. Nei testi federiciani il concetto di universitas denota questa collettività di docenti e discenti che, insieme, vivono un’esperienza culturale comune; non quindi un’università nel senso della struttura, ma un’università definita come totalità d’intenti. Nell’idea di Federico, si vuole rafforzare la vocazione scientifica di un’istituzione che sia espressione degli interessi, della curiosità dell’imperatore così colto e così sensibile ad ogni trattatistica scientifica o medico-naturalistica che, secondo l’ambiguo racconto di Salimbene de Adam, l’avrebbe portato all’eccesso di sacrificare cavie umane per osservare i processi digestivi, le conseguenze della fatica e del riposo dopo il pasto. Alla pratica della dissezione dei corpi Salimbene de Adam fa risalire infatti una delle sperimentali crudeltà di Federico: durante un pranzo l’imperatore dispone di dar da mangiare a due uomini mandandone poi uno a dormire e l’altro a caccia; dopo li fa squartare per sapere chi avesse digerito meglio. A detta dei medici aveva digerito meglio quello che era andato a dormire. E non a caso si deve a Federico l’istituzione, presso la Scuola Medica di Salerno, della prima cattedra di anatomia, con possibilità per gli studenti di effettuare autopsie su cadaveri umani, mentre queste erano ancora vietate a Bologna. Nella Scuola di Salerno, fin dalla metà del XII secolo, si applica un duplice criterio didattico: l’insegnamento della logica affianca quello della medicina che, d’altro canto, resta la philosophia secunda secondo l’espressione di Isidoro di Siviglia (Etymologiae, IV,13)149; le opere sono l’Articella di Musandino e del suo maestro Bartolomeo, l’Articella di maestro Mauro ed altre <<articelle>> che compendiano gli Aforismi e i Prognostici d’Ippocrate e il Tegni di Galeno; in più vanno menzionato il trattato di Teofilo De urinis e il Liber Pulsuum di Filarete. Il riordino degli studi medici promossi da """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 149"Cfr."CAFFARO"A.,"FALANGA"G.,"Isidoro"di"Siviglia,"Arte"e"tecnica"nelle"Etimologie,"Salerno,"2009;" VALASTRO"CANALE"A.,"(a"cura"di)"Isidoro"di"Siviglia."Etimologie"o"origini,"Torino,"2004,"IIII."
149" " Federico II, tuttavia, ripristina la lettura integrale delle opere di Ippocrate e di Galeno. Negli anni 1278/80 si situa, per iniziativa di Carlo I d’Angiò, la grande diffusione del De regimine acutorum di Ippocrate, del Viaticum dell’arabo Ibn-al-Dschazzar e delle Dietae universales, il Liber urinae e il Liber febrium, trittico dovuto all’ebreo Ishap-ibn-Sulaiman al-Israili. Carlo d’Angiò arricchisce di nuove traduzioni la dotazione libraria della Scuola Medica, a questa impresa di trasmissione testuale partecipa, nei primi anni del Trecento, un archiatra salernitano, Matteo Scillato, che dedica a Roberto d’Angiò, un Liber cibalis seu medicinalis pandectarum. Ciò conferma, tra l’altro, la continuità delle trattazioni dedicate alla fitoterapia ed all’erboristeria, che almeno tre secoli prima già erano stati contributi distintivi della letteratura medica salernitana sul modello dell’eredità di Discoride. Lo Studium Salerni, vede piena attuazione negli Atti di Federico, di Manfredi nel 1258, di Carlo d’ Angiò nel 1277 allorché la Scuola medica è considerata Universitas scholarium. Nel 1280 abbiamo il primo regolare statuto della Scuola, riconosciuta in veste di Studium generale di medicina da Carlo d’Angiò, mentre i primi riferimenti a stipendi pubblici previsti dal Regno per i professori risalgono a 1307, passati poi a carico della città di Salerno nel 1338. Nel 1359, infine, la regina Giovanna abroga la norma federiciana secondo la quale era prevista una regia licentia per l’esercizio della professione del medico, dopo essere stati esaminati dai maestri di Salerno. Alfonso d’Aragona completa quest’opera istituzionale quando, nel 1442, autorizza la formazione di una struttura corporativa di medici in Salerno, il Collegium doctorum facente capo ad un Priore, avente diritto di conferire lauree in medicina e filosofia senza la ratifica regia del decreto. Al Collegium appartengono anche molti dei medici insegnanti dello Studium; le caratteristiche ed i compiti dei due organi sono differenti: lo Studium è diretta continuità della Scuola Medica antica e altomedievale, ha suoi docenti e suoi studenti; il Collegium svolge un ruolo più aperto, ospita studenti provenienti da altre Università europee che vogliano conseguire la laurea a Salerno; è necessario tuttavia provare una organizzata conoscenza del Tegni di
150" " Galeno e dell’opera di Ippocrate (Aforismi in particolare). I medici salernitani dal secondo Duecento in poi non sembrano eguagliare l’eccellenza di XI e prima metà del XII secolo sintetizzata dai nomi di Alfano I, Costantino Africano150, di Giovanni Plateario e discendenti, di Giovanni Afflacio e discendenti, Mauro, Urso di Calabrio, Cofone. Il Tractatus de urinis di Mauro va certamente considerato al vertice di questa scrittura scientifica, alla quale si rivolge tuto il sapere urologico fino al XIII secolo e oltre. Accanto alla tradizione uroscopica, va ricordata una più difficile branca dell’indagine medica, l’anatomia. Merito primissimo della Scuola di Salerno è di aver prodotto un testo come l’Anatomia porci, dell’ultimo XI secolo è dovuto a Cofone il giovane ed è un testo la cui diffusione si estende a tutto il Cinquecento e dove si rintracciano provenienze di trattati bizantini del primo VIII secolo. L’analisi delle urine è uno dei fondamentali tests diagnostici della Scuola che registra colore, quantità, sedimenti e concrezioni, arrivando a classificare i differenti tipi di urina presenti nelle differenti affezioni urologiche e non. Seguendo l’eredità dei trattati De urinis di Cornelio Celso e Galeno, mettendo a frutto le conoscenze in argomento provenienti dalla cultura araba, i medici salernitani fondano una vera e propria tradizione di studi che trova nei nomi di Alfano I, Giovanni Plateario, Giovanni Afflacio, ma soprattutto in Mauro, Maestro Urso di Calabria ed Egidio di Corbeil i massimi esponenti di questo settore delle conoscenze mediche151.Urso di Calabria è molto apprezzato per la sua capacità di risolvere casi di calcolosi renale, il suo ruolo è rilevante anche perché egli utilizza nel suo De urinis le acquisizioni della filosofia naturale di Aristotele. Venuto dopo Mauro e Urso, Egidio de Corbeil diventa la cinghia di trasmissione, fino a tutto il XVIII secolo, del sapere uroscopico salernitano che si impone nella cultura medica europea tardo e postmedievale. Egidio arricchisce la casistica patologica fino ad arrivare a classificare ben venti tipi di urina, il cui colore è visto in rapporto a diverse malattie. Ad esempio, l’urina tendente al rosso implica sofferenze epatiche, quando è verde assicura la """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 150""AGRIMI"J.,"LISCIANI"C.,"Edocere"medicos."Medicina"scolastica"nei"secoli"XIIIIXV,"Guerrini"e" Associati,"Milano,"1988." 151"REGIMEN"SANITATIS,"cit."p.376."
151" " presenza di un ittero, quando appare gialla e molto densa provoca un forte interessamento renale con formazione di cristalli. Che cosa si deve osservare nell’orina Nell’orina si osservi se è torbida o limpida, densa o fluida, la schiuma, il colore, l’odore, il contenuto152. Particolare attenzione in queste analisi Mauro dedica a quelli che egli definisce <<gli strati>> dell’urina, ognuno dei quali viene riferito ad una precisa zona del corpo umano. Se l’urina appare torbida nello strato superiore del sedimento, la malattia interessa il capo; se è torbida nel secondo strato, parti colpite diventano il cuore e i polmoni; il terzo strato allude ad affezioni intestinali; mentre un quarto strato intorbidito dall’urina, concretatasi per pesantezza e densità, implica una precisa malattia genitale o alla vescica. Mauro torna sull’argomento anche nelle Regulae urinarum che, con gli studi sulla flebotomia e sui decorsi febbrili, formano un autentico corpus urologico salernitano. Delle regioni dell’orina Il primo ciclo dell’orina con la regione animale è concorde; il circolo, che cinge la regione spirituale e da ogni parte a questa è contiguo, a ragione dirai secondo; se esso è intorbidato, gli organi vitali soffrono per il cattivo umore, ma se molte bollicine lo circondano, è indizio della dannosa ortopnea, o della dispnea e dell’asma. Se la terza regione è più densa e torbida, il superfluo umore preme i sofferenti organi nutritivi, per cui il ventre duole, si gonfia e soffre fastidi. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 152""Ibidem,"p."369."
152" " La regione profonda dell’orina, che si chiama quarta, se per caso in sé tiene umori aggomitolati e col chimo è misto un sedimento, gli organi generativi sono molestati; e, se si hanno sofferenze per stranguria, nefrite o pietra, allora sappi che i circoli non sono egualmente fluidi; se l’orina alla sommità è più fluida, è indizio che il corpo è disposto alla perniciosa tisi, qualora per lungo tempo il fegato e la milza siano induriti e la regione dell’orina sia concorde a quella simile del corpo153. Si deve ai medici attivi fra la metà dell’XI secolo fino a tutto il XII, se il tema urologico-uroscopico s’impone con una incredibile varietà di testi e contributi. Cito di seguito quelli la cui tradizione manoscritta è sicuramente di origine salernitana: -De modo medendi, di Cofone il vecchio -De urinis et earumdem significationibus -Anatomia porci di Cofone -De urinis di un allievo di Cofone -Liber urinarum (o Regulae urinarum) di Giovanni Afflacio - Tractatus urinarum di Bartolomeo da Salerno -Regulae urinarum di Giovanni Plateario -De urinis di Matteo d’Episcopo -Regulae urinarum di Mauro. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 153""Ibidem,"pp."369I371."
153" " Il dato più interessante comune a tutti i testi citati è che l’urologia salernitana non riguarda soltanto la casistica maschile: lo spazio dedicato alla matrix femminile è equipollente per importanza e ruolo sociale, visto l’immediato riferimento alla generazione e alla continuità della specie. In quest’attenzione tutta medievale per il perpetuarsi delle linee familiari il ruolo dell’urologia/nefrologia femminile acquista estrema rilevanza, tanto che nell’opera di Cofone è riservata grande attenzione alla struttura della matrix grazie alla quale è possibile non far disperdere lo sperma e iniziare quel processo di gestazione del feto descritto come un autentico dono fornito dalla natura alla sessualità della donna. L’orina della vergine e della pregnante E’ diafana l’orina della vergine, torbida in chi di colpa si è macchiata, e notevoli segni portano gli organi genitali; nel primo, secondo e terzo mese, l’orina della pregnante è chiara con bianco sedimento e minuta nebula; l’orina appare limpida dal quarto mese, quando il feto è già vitale. I mestrui macchiano la chiara orina, che si colora di sangue; limpida nebulosa si osserva nella pregnante, dopo il terzo mese154. Sul modello dell’Anatomia porci le parti solide del corpo, definite membra, sono classificate secondo le prerogative che assegna loro la fisiologia. Abbiamo, così, membra animali, attive nei casi di sensazione e di movimenti, e membra spirituali che consentono la circolazione della forza attiva della vitalità; membra naturali, infine, comprendono gli agenti della nutrizione e della procreazione. Nella Demostratio anatomica grande ruolo è riservato ai genitali proprio per la loro facoltà generatrice; questo spiega perché la natura li abbia dotati di protezioni particolari, quali lo scroto e i vestiboli esterni, mentre penis e matrix hanno un ruolo subordinato, strettamente dipendente dalla circolazione sanguigna che, nella dottrina di Cofone, influenza la loro efficienza. Rimanendo nell’ambito del magistero di Cofone, il Liber de urinis et earumdem """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 154""Ibid.,"p."389."
256" " ciò, la donna abbia frequenti rapporti sessuali e concepirà. Ma se il concepimento è ostacolato da un difetto del marito, il fenomeno potrebbe provenire da una mancanza d’energia che spinga il seme o da umidità non regolare dello sperma o da mancanza di calore, il sintomo è l’assenza di desiderio sessuale. A questi soggetti bisognerà allora ungere le reni con arrogone. Oppure prendi semi di ruca o d’euforbio, riduci il tutto in polvere fine, mescola con olio di donnola e con olio di menta e ungi i reni. Se poi proviene da mancanza d’energia, il sintomo è che l’uomo prova desiderio, ma non raggiunge l’erezione. In questi casi giova un unguento che produca molta energia. Se, infine, proviene da un difetto dello sperma, il sintomo è che l’uomo ne emette poco o niente. Per provi rimedio, si userà allora tutto ciò che aumenta e produce lo sperma, come le cipolle, la pastinaca e simili. Trotula indica anche la tecnica per riconoscere se l’infertilità è da attribuire alla donna o al maschio: Prendi due vasi ed in ciascuno poni della crusca, e in uno un poco di urina di lei e nell’altro un poco di urina di lui; lascia decantare per una decina di giorni. Se la sterilità dipende dalla donna, nel suo recipiente troverai molti vermi e l’orina sarà maleodorante. Avrai analoghi indizi se dipende dall'uomo. Ma se non vedrai questi sintomi in nessuno dei due recipienti, allora non si può diagnosticare la sterilità né per l’una né per l’altro. E’ questo il caso in cui gioveranno i rimedi per concepire. E se si vuol concepire un maschio, l’uomo prenda utero e vulva di lepre, le faccia essiccare e, dopo averle ridotte in polvere, le stemperi in vino e beva il tutto. La donna faccia lo stesso con dei testicoli di lepre, si congiunga col marito alla fine delle mestruazioni e concepirà un maschio. Un altro accorgimento è questo. Si prendano fegato e testicoli di un piccolo porco, che sia stato partorito da solo, li si faccia essiccare, li si riduca in polvere e li si dia mescolati a un liquido da bere all’uomo o alla donna che non possono procreare ed essi concepiranno. Se la donna vuole rimanere incinta, prenda testicoli di maiale o di cinghiale, li faccia essiccare, li riduca in polvere, li beva con vino dopo le mestruazioni, abbia poi rapporti sessuali e concepirà. Galeno dice che le
257" " donne nella vulva angusta e dall’utero stretto non devono avere rapporti sessuali, perché altrimenti rischierebbero la vita. Ma poiché non tutte riescono ad astenersene, bisogna aiutarle. Se, quindi, una donna non osa concepire per questo pericolo di morte, porti sulla pelle un utero di capra che non abbia mai partorito. Esiste anche una pietra detta Galgates che, se portata al collo o messa in bocca, impedisce il concepimento. Oppure si prenda una donnola maschio, gli si strappi i testicoli e lo si lasci vivo. La donna dovrà portare questi testicoli nel seno, avvolti in pelle d’oca o in un’altra pelle, e non concepirà. Se poi durante il parto si sono avute difficoltà e, per timore della morte, non si vuol concepire, si mettano in un sacchetto di pelle da portare in seno granelli di catapulzia e d’orzo, tanti quanti saranno gli anni per cui si vuol rimanere sterili. E se si vuol rimanere sterili per sempre, se ne metta una manciata. Considerava in medicina fondamentale la prevenzione e l’accurata anamnesi, al fine d’individuare la giusta terapia ed evitare l’intervento chirurgico, spesso erroneamente prospettato o attuato, dai suoi colleghi maschi, come si evidenzia dalla lettura del passo seguente231: Poiché, infatti, si doveva praticare un’incisione a una ragazza che, appunto per un gonfiore del genere, minacciava una lacerazione, Trotula, dopo averla visitata, rimase assai stupita. La fece venire a casa sua, per conoscere in luogo appartato la causa del dolore. Dopo aver constatato che questo dolore non derivava da una rottura o da un ingrossamento dell’utero, ma dal gonfiore, le fece preparare un bagno dove erano state cotte malva e parietaria, ve la fece entrare e trattò quelle parti ammorbidendole più volte e con delicatezza. Fece rimanere a lungo la ragazza nel bagno e, una volta uscitane, le confezionò un impasto di succo di tasso barbasso, rapistro e farina d’orzo e lo applicò ben caldo, per porre fine al malanno. Più tardi le fece ripetere il bagno e la paziente guarì. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 231""BOGGI"CAVALLO"P.,"cit."pp.34I35."
258" " Il De passionibus mulierum ante, in et post partum, l’opera più importante di Trotula, è un vero e proprio manuale di ostetricia, ginecologia e puericultura, il primo trattato sistematico di ginecologia attribuibile ad una donna, in cui i rimedi e le prescrizioni, talvolta molto semplici o semplicistici addirittura, riguardavano le malattie delle donne ed aspetti squisitamente femminili come il ciclo mensile, la gravidanza, il parto, i rischi del parto, l’allattamento, le difficoltà del concepimento, i disturbi fisiologici, le malattie dell’utero, l’isteria, ma che offriva consigli e suggerimenti su malesseri anche degli uomini, come il vomito, le malattie della pelle e persino i morsi di serpente. Trotula, in osservanza dell’insegnamento del padre della medicina antica Ippocrate, dedicava attenzione alle afflizioni delle donne, si adoperava sempre per il giovamento del corpo, penetrando nei loro più intimi segreti, procurando, con garbo e discrezione, di offrire un rimedio per ogni tipo di disturbo che le affliggesse, senza pregiudizi e preconcetti, senza scandalizzarsi su comportamenti che avrebbero disturbato la morale del tempo. Quando si tratta, ad esempio, di aiutare le donne che hanno avuto rapporti sessuali prima del matrimonio a farsi passare per vergini, Trotula suggerisce una serie di rimedi, presenti sia nel De ornatu mulierum che, nell’opera maggiore, nel brano che si riporta. Un astringente per la vagina perché la donna sia trovata vergine: Prendi degli albumi di uova e mischiali con l’acqua di cottura di pulegio ed erbe calde simili; lava bene con questa mistura calda la vagina, poi bagnaci dei pannolini nuovi di lino e ponili nella vagina, ripetendo l’operazione tre o quattro volte al giorno; allorquando la donna deve urinare, togli e rimetti il pannolino. Un altro rimedio. Prendi la corteccia appena ricresciuta di un leccio, tritala e scioglila in acqua piovana; inzuppa un panno di lino e ponilo nella vagina. Togli prima del coito. Oppure, poni nella vagina polvere di natron o di rovo: ha una alta capacità astringente. E’ da evitare il sistema che usano alcune meretrici, sporche e corrotte, che
259" " vogliono passare per più che vergini: inseriscono nella vagina polvere di vetro; ma sono imprudenti, perché rendono se stesse sanguinolente e piagano il pene. Un altro sistema che, per risultare più efficace, va praticato la notte prima del matrimonio: la donna ponga delle sanguisughe nella vagina, badando che non penetrino troppo a fondo; verrà fuori del sangue che si trasformerà in grumi, e così l’uomo sarà ingannato dallo spargimento di sangue. Un altro esempio della modernità della concezione di Trotula sulla salute e il benessere delle donne, è quello in cui spiega come apportare sollievo ai problemi delle vergini o delle vedove private della regolare attività sessuale: Ci sono donne cui non sono consentiti rapporti sessuali, vuoi perché hanno fatto voto di castità, vuoi perché sono legate dalla condizione religiosa, vuoi perché sono rimaste vedove. A certune, infatti, non è consentito di cambiare condizione e poiché, pur desiderando il rapporto sessuale, non lo praticano, sono soggette a gravi infermità. Per esse dunque si provveda in questo modo: prendi del cotone imbevuto di olio di muschio o di menta e applicalo nella vulva. Nel caso che tu non disponga di quest’olio, prendi della trifora magna e scioglila in un po’ di vino caldo e applicalo sulla vulva con un batuffolo di cotone o di lana. Questo infatti è un buon calmante e smorza il desiderio sessuale placando dolore e prurito. Un ultimo esempio della laicità del pensiero di Trotula è costituito dai suggerimenti sui metodi anticoncezionali, che sembrano più magici che scientifici ma che comunque attestano l’attenzione al punto di vista della donna, senza pregiudizi, a salvaguardia della regolare vita sessuale della coppia, segnala i contraccettivi, mediante i quali prevenire la gravidanza, senza turbare la regolare armonia della coppia. Pratica della contraccezione, nelle sue molteplici formule, consigliata anche alle donne che hanno vissuto un parto difficile, ai fini della programmazione familiare. Si tratta di pratiche contraccettive a medio e lungo termine, o anche definitive. Il coitus interruptus e l’aborto non sono tra queste: il planning familiare non si realizza, evidentemente, a spese della sessualità vissuta
260" " pienamente da entrambi i partners, o peggio, attraverso la violenza sulla donna. Si tratta di rimedi ingenui come procurare di rendere il meno possibile pervia la vagina, mediante insufflazioni di erbe ridotte in polvere e cotte. Rimedi e basi teoriche da giudicare privi di fondamento; ma quel che conta cogliere, qui, è lo sfondo che produce questi insegnamenti, la maniera di considerare, cioè, la donna e l’uomo nel loro rapporto, rispetto alla pratica della sessualità. Comprensiva dell’universo femminile, Trotula era dotata di approfondite conoscenze, sicuramente maggiori di quelle maschili, sulla fisiologia della donna (ad esempio aveva ben identificato i segni della gravidanza incipiente relazionandola alla cessazione del fluxus matricis e alla duritio subita mammarum, l’ingrossamento e l’indurimento delle mammelle) e ciò non stupisce dal momento che, in misoginia scientifica, nel generale clima del “sesso debole”, che faceva considerare le donne inferiori anche per la diversa anatomia e fisiologia, la maggior parte dei medici non le visitava approfonditamente (nemmeno aveva accesso alla stanza del travaglio né presenziava al parto, considerato “affare di donne”). Trotula parla dei rimedi per il controllo delle nascite e riflette sulla sessualità femminile. In Trotula parla la vita dei due sessi; il linguaggio di Trotula è scientifico quale poteva essere in un tempo in cui la scienza continuava la vita, anche nel linguaggio, non esoterico, non esclusivo, ma per tutti e da tutti comprensibile e fruibile. Tale da tradire la fondamentale appartenenza dell’esperienza sessuale all’esperienza del vivere nel suo complesso. E risulta che la sessualità, la scelta sessuale, può venire inibita e negata esclusivamente dalla scelta individuale, non dalla norma collettiva, imperativa e colpevolizzante, come si ricava dall’attenzione rivolta da Trotula a quelle donne che, vedove, monache o perché hanno fatto voto, non vogliono cambiare la propria condizione e che tuttavia potrebbero andare incontro a sofferenze per l’astinenza alla quale si sono votate. Per Trotula uno dei massimi problemi della sessuologia clinica e medica, è la frigidità, attributo definitivamente femminile, e che si presenta variamente, nella
261" " donna, fino a essere teorizzato come fuga dalla femminilità, ma non appartiene solo alla donna. Nella trattazione delle patologie derivanti dall’eccessiva magrezza e dall’eccessiva grassezza, Trotula descrive i rimedi, per la donna e per l’uomo: saranno allora bagni in acqua di mare, addolcita con ginepro, nepitella, menta, lamiola, assenzio, artemisia, issopo e altre erbe calde; saranno bagni di vapore, ma gli stessi rimedi per la donna come per l’uomo. Certe donne sono grasse, ai limiti dell’idropisia, e certe altre magre, ma le une come le altre inadatte a concepire. Bisogna, comunque, soccorrerle in modo diverso. Se la donna è ricca di umori e grassa, le si farà un bagno in acqua di mare. Per raddolcire quest’acqua, però, si aggiungano ginepro, nepitella, menta, laureola, assenzio, artemisia, issopo e simili erbe calde. Si trattenga in questo bagno sino a una sufficiente sudorazione. Poi si metta, per cautela, a letto e si copra bene. E se si desidererà del cibo, le si diano germogli di rose novelle. Le si dia pure del buon cibo, caldo, molto nutriente e del vino schietto, ma quest’ultimo con moderazione. Faccia il bagno indicato tre o quattro volte al giorno, e così pure nei giorni successivi. Il terzo giorno faccia quel suffumigio profumato che è stato descritto prima. Questa cura la possono seguire anche gli uomini frigidi, ma, invece del suffumigio, si somministrino cibi caldi e nutrienti. Se, invece, la donna è grassa e quasi idropica, si stemperi sterco di vacca con dell’ottimo vino, lo si spalmi e, così unta, la si faccia entrare in un bagno di vapore sino al collo. Il bagno dovrà trarre calore da un fuoco di sambuco e d’ebbio. Durante questo trattamento, bisognerà emettere molto sudore e rimanere nel bagno finché non ci si sia quasi purgate attraverso le parti basse. La sostanza emessa sarà verdognola. Dopo aver sudato abbastanza, ci si lavi con acqua del bagno precedente e ci si metta subito a letto. Bisogna far così due, tre, quattro volte alla settimana e ci si ritroverà dimagrite. Ci si nutra bene e si beva dell’ottimo vino. In questo modo sarà possibile far dimagrire anche gli uomini grassi. La vita sessuale non appare disturbata o disturbabile da altro che da guasti che non la intaccano nella sua realtà. Potranno darsi sofferenze che la disturbano, e Trotula si occupa di esse e tratta del gonfiore della vulva nella donna: “Succede che la
262" " vulva si gonfi dopo il coito. In questo caso, la donna segga in acqua dove siano state cotte malva, altea e menta. Oppure prendi una menta pulicaria e foglie di lauro e falle bollire in acqua. Sedutasi sopra, la donna dovrà fare il suffumigio così preparato”232, si occupa ancora del gonfiore del glande e dei testicoli dell’uomo, tratta della pesantezza dell’alito, dei disturbi della minzione, dei calcoli renali. Siamo alla nascita della scientia sexualis, in un’epoca in cui il sesso è ancora appartenente all’ars erotica, nella quale sesso e verità coincidono.<< Nell’arte erotica la verità è estratta dal piacere stesso, considerato come pratica e raccolto come esperienza; non è in relazione ad una legge assoluta del lecito e del proibito, non è affatto facendo riferimento ad un criterio di utilità che il piacere viene preso in considerazione; ma, è innanzitutto rispetto a se stesso che deve essere riconosciuto come piacere, dunque secondo la sua intensità, la sua durata, le sue riverberazioni nel corpo e nell’anima. Meglio ancora: questo sapere deve essere riversato successivamente nella pratica sessuale stessa, per agire su di essa come dall’interno ed amplificarne gli effetti. Così si costituisce un sapere che deve restare segreto, per la necessità di mantenerlo nel massimo riserbo, poiché, secondo la tradizione, perderebbe la sua efficacia e la sua virtù ad essere divulgato [...], padronanza assoluta del corpo, godimento unico, dimenticanza del tempo e dei suoi limiti, elisir di lunga vita, esilio della morte e delle sue minacce>> scrive Foucault233 in La volontà di sapere. Il regime culturale che tollera un’ars erotica è, contestualmente quello che consente la padronanza assoluta del corpo, non ancora espropriato, né diviso. Un corpo in larga parte ancora traduttore di codici, che la scienza medica non ha ancora del tutto svuotato, il corpo, della donna e dell’uomo. E in particolare per la donna il corpo non svuotato, non estraniato, non è ancora il luogo del demoniaco e del proibito. L’ultima parte del De mulieribus passionibus viene dedicata da Trotula alle cure di questo corpo. Il De ornatu mulierum è un trattato breve, che raccoglie quello che la tradizione araba, """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 232""Cfr."BOGGI"CAVALLO"P.,"cit."p.40." 233""FOUCAULT"M.,"La"volontè"de"savoir,"Paris"1976;"trad."it.,"Milano,1979,p.53."
263" " greca e latina aveva espresso in termini di cura della bellezza della donna; alle conoscenze letterarie, Trotula aggiunge la cultura popolare salernitana dell’estetica, fondata su una competenza straordinaria delle erbe officinali che venivano coltivate nei giardini dei monasteri ma anche in quelli privati, e la grande esperienza che aveva fatto nella sua vita professionale: ed ecco che abbiamo il primo trattato organico di cosmesi della cultura antica. L’interesse per questo tema non rappresenta per Trotula un aspetto secondario o frivolo della ricerca: la cura della bellezza di una donna ha a che fare con la filosofia della natura cui si ispira la sua arte medica: la bellezza è il segno di un corpo sano, dell’armonia con se stessi e con l’universo. E’ un testo che tratta di cosmesi della donna, una sorta di vademecum al femminile che senza mezzi termini propone la donna in maniera non velata e falsamente pudica al mondo bigotto, chiuso e maschilista dell’epoca. Per tali intuizioni l’opera spazia dalle ricette per curare la pelle, all’arte di tingere i propri capelli, dal metodo di sbiancamento dei denti, al sistema di rimuovere le borse dagli occhi, dal trucco delle labbra a quello degli occhi. Non mancano riferimenti all’igiene del corpo, alle problematiche ginecologiche; tra i tanti rimedi colpisce il sistema di eliminare il cattivo odore della bocca in uso presso le donne saracene, consigliando di tenere sotto la lingua un medicamento ricavato dalle foglie di alloro e un po’ di muschio. Trotula raccomanda alle donne di tenerlo sotto la lingua giorno e notte, soprattutto in previsione di rapporti sessuali. Questo semplice rimedio per l’alito cattivo che qui propongo, l’ho visto prescrivere spesso da una saracena che veniva dalla Sicilia, e molte persone ne hanno tratto beneficio. Prendi qualche foglia di alloro e un poco di muschio, impastane una pallina e trattienila sotto la lingua prima che chi ti stia vicino percepisca il cattivo odore. Si può tenere sotto la lingua di giorno e anche di notte, soprattutto se la donna preveda di dover fare l’amore.
264" " In materia di cosmesi alle donne salernitane si affiancano le donne saracene, questa dunque è la conferma che la Scuola salernitana è aperta e disponibile ad accogliere qualsiasi esperienza innovatrice. I rimedi da lei proposti confermano l’esigenza da parte delle donne di aiuto e consigli per raggiungere un benessere generale. Alcuni di questi consigli sono singolarmente suggestivi, dedica una sezione alla cura dei capelli dando indicazioni su ogni tipo di tintura e sul modo di combattere la calvizie, di fortificare i capelli e renderli ondulati, lunghi, morbidi e sottili: Ecco un unguento per far diventare i capelli biondi: prendi il cuore della corteccia di sambuco, fiori di ginestra e di zafferano e tuorlo d’uovo; falli cuocere in acqua raccogline la schiuma che viene a galla e ungine i capelli. Ed eccone un altro per schiarirli: chiudi il maggior numero possibile di api in una pentola vuota, scottale sul fuoco, impasta con olio e ungi i capelli con questo preparato. Ma lo stesso risultato puoi ottenere triturando degli anemoni e mescolandoli con latte di capra […]. Se poi una donna desidera avere i capelli lunghi e neri, prenda una lucertola verde e, dopo averle mozzato testa e coda, la cuocia in olio comune e si unga la testa con quest’olio, che rende i capelli lunghi e neri. Ai capelli vengono dedicate cure particolari dalle donne e dagli uomini che vivevano a Salerno nel secolo XI. Il colore, la morbidezza, la luminosità è accuratamente realizzata attraverso ricette di tinture, di lavande profumate che ne garantiscono la bellezza, la docilità per ogni acconciatura, la durata della tintura. Ma la crescita regolare e la salute dei capelli è curata mediante l’attenzione posta all’eliminazione dei parassiti del capello, l’igiene affidata a frequenti docce, con le più diverse lozioni, per infoltire, per arricciare, per favorire la crescita, per renderli lisci e morbidi. Ma per tutti questi fini è preliminare usare e molto dei bagni e dei bagni turchi, ricorrendo a stufe, tegole, coperte di lana, per sudare e depurarsi. LA CURA DEI CAPELLI:
265" " Dopo il bagno, la donna si prenda cura dei suoi capelli; li lavi innanzitutto con una liscivia così preparata: si prendano cenere di tralci di vite, pula di orzo, un bastoncino di liquirizia che darà lucentezza ai capelli, e pane porcino, si faccia bollire il tutto e poi si filtri con un vaso bucherellato. La donna si lavi i capelli con la lavanda ottenuta e li lasci asciugare da soli: avrà chioma bionda e luminosa. Quando poi si debba pettinare ed acconciare i capelli, prepari questa polvere. Si prendano petali secchi di rosa, chiodi di garofano, noce moscata, semi di cardamomo, radice di galanga e si pestino insieme fino a ridurli in polvere: se ne conservi una parte ed il resto sarà sciolto in acqua di rose. Con la lavanda così ottenuta la donna si asperga i capelli e li acconci con un pettine immerso nella stessa acqua, così che maggiormente profumino; inoltre si faccia delle scriminature, e vi sparga la polvere messa da parte: profumerà a lungo mirabilmente. Per avere i capelli gradevolmente profumati, le nobildonne vi celano dentro frammenti di muschio, oppure fiori di garofano, o anche ambedue, usando l’accortezza che non siano visibili. Anche il velo col quale le donne nobili cingono la testa può nascondere fiori di garofano, muschio, o anche polvere di noce moscata o altre essenze profumate. Il corpo e il piacere del corpo, il corpo e la sua bellezza, il corpo e la vita con esso, sono i valori culturali che sottendono la fatica di Trotula di dettare una pratica e i rimedi che lo servano, lo aiutino, lo migliorino, lo salvaguardino dalle insidie del tempo che scorre, della natura che lo ferisce, degli eventi della vita quotidiana che lo affaticano, un corpo attraverso il quale vivere e comunicare. Il corpo, come il viso, merita di essere privo di peli superflui, e molte sono le creme che possono a tal fine prepararsi: dopo, però, un bagno, e possibilmente nell’acqua di crusca, contribuirà a restituire freschezza e benessere alla pelle affaticata. Le cure del corpo, che sono finalizzate alla sua salute, saranno completamente da
272" " di un manuale destinato ad essere consultato da mani per lo più femminili? Emerge da questo trattato un’organizzazione spicciola dei temi che sembra pensata per l’urgenza della consultazione, per la funzionalità dell’uso quotidiano. Non si può escludere la possibilità che la fama di questa medichessa, magari corroborata dall’edizione di un manuale di larga utilizzazione presso le ostetriche salernitane, sia alla base di una scorretta attribuzione di altre opere di medicina femminile che non appartenevano a lei, ma che le vennero riconosciute allo scopo di corroborarne la validità sfruttando la fama del personaggio, proponendo alle donne la prospettiva di una donna. La consapevolezza dell’importanza di un punto di vista femminile in certe questioni emerge anche dalle parole di un autore francese del XIII secolo, il quale, citando Trotula come filosofa, loda l’autorevolezza dei suoi insegnamenti, attraverso i quali “svela una parte della natura delle donne”. La sua superiorità, al di là del luogo comune che la vede, in quanto donna, maggiormente ricettiva alle confidenze femminili, è in realtà tutta racchiusa in un’affermazione quasi banale della sua evidenza: Una parte [della natura femminile] può svelarla come la provava in sé.234 “LIBRO SULLE MALATTIE DELLE DONNE” Sulla ritenzione del mestruo. Sono giovevoli alla donna tutte le sostanze diuretiche come finocchio, spigonardo, sedano selvatico, cumino, cicuta velenosa, carvi, prezzemolo, e simili cose. Tutte queste erbe, prese insieme o singolarmente, sono utili quando cotte nel vino o bevute con il miele. """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 234""THOMASSET"C."A.,"Placide"et"Timéo,"cit."pp."133I134."Cfr."BERTINI"F.,"Trotula"il"medico,"cit.," p.110."
273" " L’artemisia è anche ottima quando mescolata con queste erbe: tapsia, sermontana, salvia, origano, cumino, cicuta velenosa, sabina, melissa, puleggio, aneto, betonica, anice, santoreggia, levistico, che siano presenti tutte insieme o che ve ne siano solo alcune, cotte in acqua. E fa che un sacchetto sia riempito con lana finemente cardata nella forma di un cuscino e lascia che sia imbevuto in quest’acqua e posto caldo sul ventre. Fa in modo che sia fatto di frequente. Allo stesso modo, una polvere eccellente per provocare il mestruo: prendi acoro falso, cicuta maggiore, castoreo, artemisia, santonico, mirra, centaurea, salvia. Fanne preparare una polvere e che le sia data da bere una dramma con dell’acqua nella quale siano state cotte sabina e mirra, e lascia che ne beva mentre fa un bagno. Sull’impedimento a concepire. Se la donna desidera concepire un maschio, fa che il marito prenda la matrice e la vagina di una lepre e che la faccia seccare, e che ne mescoli la polvere con vino e che ne beva. Similmente, fa sì che la donna faccia la stessa cosa con i testicoli di una lepre e, alla fine del suo mestruo, fa che giaccia con suo marito e così concepirà un maschio. Una comprovata procedura per rimanere incinta. Se una donna desidera restare incinta, prendi i testicoli di un maiale maschio non castrato o di un cinghiale, falli seccare e fanne una polvere, e lascia che ne beva con del vino dopo la purgazione del mestruo. Lascia poi che coabiti con il marito ed essa concepirà. Sulla difficoltà del parto. E’ utile ad una donna partoriente con difficoltà che faccia un bagno nell’acqua in cui siano stati cotti altea, fieno greco, semi di lino e orzo. Fa che i lati del suo corpo, il ventre, i fianchi e la vagina siano spalmati con olio di viole o olio di
274" " rose. Fa che sia massaggiata con essi vigorosamente e che oxizaccara235le sia data in una bevanda assieme a polvere di menta e assenzio, e che gliene sia somministrata un’oncia. Fai in modo che sia fatta starnutire con polvere d’incenso infilata nel naso. E che la donna sia condotta a passo lento a passeggio per la casa. Emorragia post partum. Per arrestare il flusso emorragico della vagina subito dopo il parto, prendi dell’argilla, stemperala con aceto e fanne un impiastro per il fegato, sul lato destro. Man mano il flusso del sangue diminuirà fino a fermarsi e la paziente sarà salva. Della ventosità. La ventosità è causata dall’aria che, entrata attraverso la vagina, si raccoglie nella parte destra o sinistra dell’utero, provocando dolore e gonfiore. Prepara per la paziente un bagno con infuso di malva e parietaria, falla immergere e massaggia dolcemente le sue parti dolenti. Quando sarà uscita dal bagno, prepara un impiastro di tasso barbasso, rapa selvatica e farina d’orzo, e applicalo caldo, per distruggere la ventosità. Il giorno seguente, dopo il secondo bagno, ella guarirà completamente. Per espellere il feto morto. Se il bambino è morto, trita ruta, artemisia, assenzio e pepe nero, che metterai nel vino e somministrerai alla puerpera. Così il feto verrà fuori in poco tempo. “SUI TRATTAMENTI PER LE DONNE” """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 235""Composto"medicinale"a"base"di"zucchero,"succo"di"melagrana"e"aceto"bolliti"insieme." Generalmente"indicato"per"le"problematiche"dello"stomaco"e"in"caso"di"febbri"acute."
275" " Sul rendere roseo il viso. Per rendere roseo il viso, prendi la radice di brionia rossa e bianca, mondala e tagliala finemente, e falla seccare. In seguito, riducila in polvere e mescolala con acqua di rose, e per mezzo del cotone e con un panno di lino molto fine ungiamo il volto e vi induciamo così il rossore. Per la donna che ha una carnagione bianca di natura, le facciamo un colore roseo se manca di rossore, così che con un tipo di biancore finto o dissimulato un colore rosso apparirà come fosse naturale. Sulle lentiggini del viso. Per le lentiggini del viso che si presentano per accidente, prendi la radice di bistorta e riducila in polvere, e ossi di seppia e incenso, e con tutte queste cose componi una polvere. E mescola con un poco d’acqua e poi, sfregando, spalmala sulle mani al mattino, sfregandole con acqua di rose o acqua di crusca e con briciole di pane fino a che non avrai rimosso [le lentiggini]. Sul dolore delle mammelle. Per il dolore delle mammelle provocato dal latte, dovremo stemperare argilla con aceto e farne un impiastro; questo allevia il dolore e riduce il latte: Prima però dovremo fomentare la parte con acqua calda. Sulle lesioni delle mammelle. Vi sono delle donne che presentano lesioni alle mammelle. Per questo prepariamo un maturativo per mezzo di altea e camomilla mezzana, assenzio artemisia e grasso animale, e quando il capo [della lesione] compare, trita insieme delle nocciole e applicavele. E se non si lacera fa che venga aperta con una lancetta, e spremila un poco all’inizio per timore che a causa di una improvvisa evacuazione
276" " essa non peggiori, e ogni giorno applica due o tre volte un pezzo di filaccia spalmata di tuorlo d’uovo. Sul sudore maleodorante. Vi sono donne che hanno un sudore che puzza oltre maniera. Per costoro prepariamo un panno intinto nel vino nel quale siano state fatte bollire delle foglie di mirtillo, sia l’erba sia i mirtilli stessi. Come è naturale, solo una donna, che ne condivide la medesima natura, può penetrare completamente, con partecipata sensibilità, quelli che gli uomini ancora definivano “i segreti” femminili: la parte di quel complesso mistero che l’approccio medico razionale maschile non era ancora riuscito ad abbracciare fino in fondo. “SULLA COSMETICA DELLE DONNE” Se una donna vuole avere capelli neri e lunghi, prenda un ramarro, lo privi della testa e della coda e lo lasci cuocere nell’olio; con questo olio si tinga la testa, ed avrà capelli neri e lunghi. Se invece desideri avere capelli soffici, lisci e sottili, lavai spesso con acqua calda nella quale siano stati sciolti polvere di natron e di semi di veccia. Quando però pettinerà i capelli, fa in modo che abbia questa polvere. Prendi rose secche, chiodi di garofano, noce moscata, crescione d’acqua e galanga maggiore. Lascia che tutti questi, una volta ridotti in polvere, vengano mescolati con acqua di rose. Con quest’acqua vi spruzzi i capelli e li pettini con un pettine imbevuto nella stessa acqua, così che avranno un profumo migliore. E falle fare delle scriminature tra i capelli e che vi sparga la polvere summenzionata, e profumerà mirabilmente.
277" " Per far ricrescere i capelli quando vorrai. Prendi del pane di orzo con tutta la crosta e tostalo, tritalo e pestalo insieme con sale e grasso di orso. Ungi la testa con questo unguento ed i capelli cresceranno. Ancora un preparato per avere i capelli biondi. Si polverizzino radici e fusto di cavolo, e vi si mescolino raschiatura di bosco e polvere di avorio: avrai una polvere di giallo puro, con la quale otterrai una liscivia che rende i capelli biondi. Contro gli acari che corrodono i capelli. Prendi fiori di mirto, di ginestra e di gallitrico. Falli cuocere nell’aceto fino a che questo non si consumi. Ne uscirà un unguento efficace per frizionare l’estremità dei capelli e distruggere gli acari. Per ottenere lo stesso scopo di eliminare gli acari: riduci in polvere i lupini amari e falli bollire in aceto, e con tale preparato friziona i capelli tra le mani. Vedrai che questo procedimento ucciderà ed eliminerà gli acari. LA CURA DEL VISO Le signore salernitane usano, per rendere roseo il viso, questo preparato: mettono nel miele radice fresca di brionia, nota come zucca selvatica, e se ne spalmano il viso, ottenendo un incanto mirabile. Per sbiancare il viso. Immergi delle uova intere in aceto fortissimo e tienicele fino a quando il guscio non diventi come la pellicola interna, poi aggiungi della senape bianca e quattro once di zenzero e pesta tutto insieme. Con questo composto spalma frequentemente il viso. Per rendere fine e morbida la pelle del viso. Pesta accuratamente frutti di malva, oppure della brionia, mescola con miele bianco e lascia bollire per due ore; alla fine della cottura aggiungi polvere di canfora, borace, salgemma e rimesta a lungo con una spatola; conserva per l’uso. Nel corso della settimana la donna si lavi il viso a giorni alterni in acqua
278" " calda con crusca, e la domenica si unga con questa pomata. Inoltre, cuoci in acqua canfora e radice di giglio e aggiungi grasso fresco di maiale; mescola il tutto con acqua di rose e il preparato è già pronto all’uso. E’ certo che la fama di Trotula ha superato la sua evidenza storica. Lo dimostra la sua presenza nella dimensione letteraria, che l’ha consegnata al mondo popolare preservando, specie nei paesi anglosassoni, la sua natura benefica di curatrice e di protettrice del mondo dei bambini. Eccola comparire in una filastrocca dove, attraverso versi cadenzati e brevi, viene depositata a beneficio delle generazioni a venire la memoria del suo nome, assimilato a quello della figura folklorica di Dame Trot, una tata rassicurante amica dell’infanzia, inseparabile dal suo gatto: Dame Trot and her cat Led a peaceable life, When they were not troubled With other folks’ strife. When Dame had her dinner, Pussy would wait. And was sure to receive A nice piece from her plate.236 Madama Trotta e il suo gatto conducevano una vita pacifica quando non erano turbati dalle rogne altrui. Mentre Madama cenava il gattino aspettava; """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 236""Cfr."TUTTLE"E."F.,"“The"Trotula"and"Old"Dame"Trot:"a"note"on"the"Lady"of"Salerno”,"in"Bulletin" of"the"History"of"Medicine,"50"(1976),"pp."61I72."
279" " era certo di ricevere un boccone gustoso dal suo piatto. Ma è già nel XII secolo, quando la notorietà dei suoi scritti cominciava a diffondersi, che il suo nome compare addirittura in un passo dei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, all’interno del racconto The Wife of Bath. Qui la presenza del nome di Trotula ci sorprende come un’apparizione inaspettata, perché trova posto all’interno di una lista eterogenea per provenienza e ispirazione di stimati letterari o filosofi notoriamente misogini; sono le letture predilette del marito della protagonista, una raccolta di opinioni autorevoli contro il matrimonio e sulla propensione femminile al male. Come si spiega la presenza di Trotula, unico nome femminile insieme a quello di Eloisa? La sfortunata amante di Abelardo aveva effettivamente lasciato nei suoi scritto parole contrarie al matrimonio, meritando a suo modo un posto nella lista di questa bizzarra antologia antifemminista. Trotula rimane invece una citazione oscura, priva di nesso, a meno che non sia da connettersi alla cattiva fama della cosmesi, che infarcisce i suoi scritti, da sempre ritenuta un’arte subdola in mano alla donna per mistificare le doti naturali della bellezza.237 Quel che è certo è che Trotula venne considerata l’autorevole capostipite di una lunga lista di presenze femminili, all’interno della Scuola salernitana, che dal XII alle soglie del XIV secolo si avvicendarono nell’insegnamento e nella pratica della medicina, divenendo note come mulieres salernitanae. La prima generazione, se così possiamo dire, di queste curatrici, è per lo più anonima, e deve la sua fama ai riferimenti generici contenuti nel Commentarium super tabulas Salerni di Bernardo di Provenza, che le nomina come terapeute e preparatrici di cosmetici per le nobildonne della città, sebbene il suo giudizio non sempre renda merito alla sapienza di queste medichesse, venditrici, a suo dire, di un sapere dilettantesco e superficiale. E’ solo nei due secoli successivi, tuttavia, che alcune di esse sarebbero riuscite a """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 237""Cfr."il"saggio"di"BERTINI"F.,"“Trotula"il"medico”,"cit."
280" " guadagnarsi l’onore della notorietà dei loro nomi e delle loro opere. Si tratta di Abella, Rebecca Guarna, Francesca Romana, Mercuriade, e infine Costanza Calenda. Certamente non è mancato chi ha cercato di screditare la fama di questo sorprendente circolo sapienziale, riportando la questione nei termini di un sano punto di vista maschile. Le mulieres, forse non le autrici sopra citate, ma certamente quelle levatrici che praticavano non solo a Salerno, ma in tutto il territorio campano, traendo giovamento dalla popolarità della scuola medica, furono tacciate di praticare una medicina intrisa di superstizione e magia, affiancando la scienza di Ippocrate e Galeno con gli incantamenti di oscure formule magiche. Questo non deve stupirci eccessivamente, in un’epoca che cominciava appena ad alzare la testa da secoli in cui i residui della speculazione greca si mescolavano comunemente con le radici fortissime della superstizione popolare, prima pagana e poi rivisitata dal cristianesimo, nelle sembianze di una medicina magica. Nelle opere di Trotula la presenza di questa dimensione si fa largo tra le ragioni dello sforzo teorico, imponendo la forza di una tradizione ancora toppo radicata per essere debellata dalla luce della scienza. Il rito si impone laddove la medicina è più debole, come accade dall’ineluttabilità di un destino schiacciante, come per il parto, o per la sopravvivenza del neonato. Ecco i consigli di Trotula per evitare gravidanze indesiderate: Sulle donne che non desiderano concepire. Se una donna non desidera concepire, lascia che porti a contatto con la sua nuda carne la matrice di una capra che non abbia mai avuto prole. Si rinviene inoltre una certa pietra [chiamata] “giaietto”, che se è portata indosso alla donna, o anche solo assaggiata impedisce il concepimento. In un’altra maniera, prendi una donnola maschio e fa che i suoi testicoli le siano asportati e che, ancora viva, sia lasciata libera. Fa sì che la donna porti questi testicoli sul petto e che siano annodati nella pelle d’oca o in altra pelle, e lei concepirà. Se la donna è stata malamente lacerata
281" " durante il parto e, in seguito, per paura di morire, non desidera più concepire, lascia che ponga nella placenta tanti semi di catapuzia o di orzo nel numero degli anni per i quali desidera restare sterile. E qualora desiderasse restare sterile per sempre, fa che ve ne metta un’intera manciata.238 Una magia da contatto attivata con l’uso di talismani, il potere delle pietre e la simbologia dei numeri hanno qui soppiantato completamente le forme della speculazione medica razionalistica. Per scongiurare i pericoli del parto, si consigliava di cingere la donna con una pelle di serpente dalla quale il rettile fosse fuoriuscito.239 Ma è in un paragrafo dei Trattamenti per le donne che il testo riporta esplicitamente, il termine “incantesimo” (carmen), richiamando con forza le ragioni dei detrattori delle mulieres e della ciarlataneria ostetrica. Il potere della parola si riversa in uno dei momenti più significativi della nascita, il taglio del cordone ombelicale, quel gesto che consegna il nuovo nato al mondo e alle sue gravi minacce. Un peccato veniale quello dell’incantesimo, se pensiamo alle scarne aspettative di vita che aveva un neonato nel Medioevo: Sul tagliare il cordone ombelicale. Una volta che il cordone ombelicale del bambino sia stato tagliato, dovrai dire quanto segue, tenendo il moncone steso per lungo: “Gesù Cristo è morto, egli fu trafitto dalla lancia, e non si diede pensiero per alcun linimento o per il suo dolore o per alcun unguento”. Prima però fa un nodo al cordone ombelicale, e in seguito, dopo aver pronunciato questo incantesimo, avvolgilo con una corda di uno strumento musicale che sia pizzicato o suonato con un archetto o qualche altro strumento musicale. E se [il bambino] sente dolore, per nove giorni dagli da """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 238""Trotula"de"Ruggiero,"Libro"sulle"malattie"delle"donne,"84I87."Cfr."GREEN,"cit.,"pp."163I165." 239""Ibidem,"p."171."
288" " Proprio per questo motivo credo sia possibile poter superare oggi, alla luce della più recente storiografia, l’interpretazione restrittiva e fortemente limitativa fino ad ora tramandata, di un Medioevo oscuro e immobile, completamente chiuso ad ogni tipo di esperienza femminile. Di certo le donne si sono affermate con difficoltà ma è davvero straordinario riscoprire biografie eccellenti, come quella di Trotula de Ruggiero, che testimoniano la vitalità e la volontà di affermazione del mondo femminile. A questo si aggiunge poi la sorprendente modernità dell’esperienza di vita e di studio di queste donne il cui messaggio ancora oggi può raccontare qualcosa ed essere percepito in sintonia con il nostro tempo. Credo che il lavoro abbia pienamente dimostrato che il superamento del limite imposto alla categoria femminile in questo momento storico sia avvenuto, non a caso, proprio nel campo della scienza e della medicina che pure con grande difficoltà si affermava e lottava contro le imposizioni e i limiti della Chiesa. In particolar modo nel campo della scienza e della medicina, le donne si sono affermate anche rischiando l’accusa di stregoneria come ho evidenziato in un paragrafo dedicato proprio al rapporto tra le donne e la stregoneria, nel quale ho messo in evidenza come, solo per il fatto di essere donne e magari avere qualsiasi segno sul corpo, ad esempio un neo, o possedere conoscenze nel campo dell’erboristeria e abilità nel curare e guarire attraverso l’uso di tali erbe, faceva ricadere su di loro l’accusa di stregoneria. Nonostante quindi questa grande ombra, le donne sono andate avanti ottenendo risultati importanti grazie alla loro straordinaria intelligenza e sensibilità. Purtroppo molte di esse hanno pagato con la loro vita, ma è bastata l’esperienza di una sola donna a poterle rivalutare e a offrire l’esempio e lo stimolo per poter continuare in questo cammino di difficile (ancora oggi) affermazione. L’analisi da me affrontata dei trattati di Trotula de’ Ruggiero ne ha messo in luce tutta la modernità e la portata fortemente innovativa per quegli anni. Il Trattato “Sulle malattie delle donne” ne è forse l’esempio più calzante. Trotula affronta tematiche sessuali in maniera molto esplicita, così assolutamente inusuale se si considera il tempo in cui è vissuta, prestava molta attenzione alle afflizioni
289" " delle donne. Si adoperava per il benessere del corpo penetrando nei loro segreti più intimi cercando, con la massima discrezione, di offrire un rimedio per qualsiasi tipo di disturbo le affliggesse, senza preconcetti e pregiudizi. Non si scandalizzava di fronte a problemi che invece avrebbero disturbato la morale del tempo e ciò è dimostrato nel capitolo “De virginitate restituendo sophistice”, come restituire ingannevolmente la verginità, in cui suggerisce diversi metodi grazie ai quali una donna non più vergine può ingannare il suo uomo, simulando uno spargimento di sangue al momento della presunta deflorazione (immaginiamo l’impatto che poteva avere in quel tempo la proposta di un metodo per poter “ritrovare” la verginità!). Ho sottolineato l’importanza della prevenzione nella pratica medica di Trotula, l’attenzione alla contraccezione femminile, alla sterilità, ma anche a una delle esperienze più importanti per la donna quale quella del parto che viene descritto minuziosamente e viene messo in evidenza il ruolo dell’ostetrica e delle altre donne che la condurranno attraverso la casa senza che i presenti la guardino in volto rispettando il suo travaglio e il suo pudore. Con particolare orgoglio personale ho affrontato la trattazione della Scuola medica salernitana in cui Trotula ha operato con grande successo. Proprio nella Scuola di Salerno, infatti, si è assistito ad un fenomeno unico, a dir poco straordinario nel campo della medicina del Basso Medioevo e cioè la presenza di donne che saranno poi chiamate dai loro colleghi “Mulieres salernitanae” le quali esercitarono legittimamente l’attività medico chirurgica con abilità e competenze pari a quelle dei loro colleghi maschi. Ho messo in evidenza l’eccezionalità di questa Scuola ancora oggi conosciuta e studiata in tutto il mondo e sono felice di poter dire che finalmente, proprio a Salerno dopo molti secoli, la Scuola medica finalmente rivive nella facoltà di Medicina dell’Università. Proprio Salerno tra l’altro ospita ancora intatti gli splendidi giardini della Minerva con tutte le loro erbe che sono alla base della medicina galenica.
290" " Credo di poter concludere sottolineando l’importanza del contributo fondamentale offerto alla scienza dall’intelligenza femminile espressa dal territorio salernitano, che in pieno Rinascimento vedrà sorgere anche il famigerato ermetismo meridionale le cui radici sono certo da ricercare proprio negli anni e nelle personalità analizzate in questo lavoro. Ringraziamenti
291" " A conclusione di questo percorso mi sta molto a cuore ringraziare sentitamente la Chiar.ma Prof.ssa Mercedes Arriaga Flores per aver seguito con grande competenza, cura e dedizione il progetto di ricerca “Donne e scienza: Trotula de Ruggiero e la Scuola medica salernitana”, dandomi la possibilità di portare a termine un’esperienza altamente formativa professionalmente e umanamente. Ringrazio, altresì, per la gentile consulenza la Chiar.ma Prof.ssa Milagro Martin Clavijo, correlatrice di questo lavoro. Ringrazio, infine tutti i docenti del corso di Dottorato Mujer, escrituras y comunicacion per i preziosi contributi offerti. Concetta Falivene
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