La Píanificazione Urbanistica come qualiflcazione urbana
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CIUDADES, 3 (1996) LA PIANIFICAZIONE URBANISTICA COME QUALIFICAZIONE URBANA. Giuseppe Campos Venuti * lo sono un architetto che da quaranta anni si occupa di urbanistica e da trentacinque anni se ne occupa in modo esclusivo, non avendo ph). disegnato neppure il progetto della mia casetta all'isola d'Elba. Eppure non ho mai smesso di sentire che la mia formazione originaria di architetto e stata decisiva per il mio lavoro di urbanista. Non ho mai dimenticato che in Italia 1 'urbanistica moderna e legata all'architettura e fortemente condizionata dai suoi compiti iniziali, che erano quelli di adeguare le citta storiche alle prime domande della trasformazione industriale, ph1 ancora che di programmarne la espansione oltre le mura rinascimentali. Né ho dimenticato che in Italia 1 'urbanistica contemporanea e nata nelle scuole di architettura e che il termine "urbanistica", con cui fu definitiva la nuova disciplina, era fortemente legato ad una citta considerata come insieme di architetture ed escludeva il territorio esterno alla ciua, la campagna; pensata quest'ultima come "non citta", cioe come il luogo dove le architetture mancano o, se esistono, sono 1 'eccezione in vece della regala. In Italia il piano urbanistico e stato obbligato con legge ad occuparsi di tutto il territorio comunale solo da mezzo secolo, perché prima non lo faceva di proposito. E comunque i piani urbanistici hanno cominciato ad occuparsi seriamente del territorio, da appena trenta anni: eppure noi non abbiamo cambiato il nome alla disciplina e, secando me, abbiamo fatto bene. Da qualche anno, poi, i piani * GIUSEPPE CAMPOS VENUTI, Arquitecto y Profesor del Politécnico de Milán, prestigioso Urbanista italiano de trayectoria amplia y reconocida internacionalmente, tanto por sus trabajos en planearniento, como por sus numerosas publicaciones, ligadas en los últimos años a la fundamentación de la que él denomina "urbanistica reformista». El presente texto corresponde a la conferencia pronunciada en la E.T.S. de Arquitectura de Valladolid, en octubre de 1995, dentro de las Jornadas "Planificar la ciudad, Proyectar la Arquitectura». 23
GrusEPPE CAMPOs VENUTI urbanístici hanno preso ad interessarsi si pa esaggio e poi an co ra di ambiente e infine -apertamente- di ecología. Ma io insisto che non dovremo cambiare que! nome, urbanística, co n cui chiamiamo ancora la disciplina che si e tanto -e giustarnentedilatata. Certamente so che in Francia ! 'u rbanística e nata dalle scuole di geografía, che in Germanía ha ri ce vuto un'impronta fondativa dagli ingegneri dello spazio, che nei pa es i di lingua inglese non si riesce a trovame facilmente il confine con il "regional planning". Ma so anche che in tutti questi paesi so no spesso gli architetti ad occuparsi di urbanística: e che questi architetti-urbanísti sono indotti sempre ph'l spesso a confrontarsi con un approccio scientifico sistemico, cioe multidisciplinare. Il che, spero, non faca perdere di vista ai nuovi urbanísti i fattori ereditari dell'architettura, sui quali innestare la capacita di dialogo con le piu nuove discipline. Queste mie convinzioní -di cui cercheró di spiegare le motivazioní- si sono, pero, dovute misurare in diversi momenti con la polernica discriminatoria di co lore che insistono a leggere l'architettura come antitesi dell'urbanística. Ma per la verita, mi e successo anche il contrario, cioe di dover criticare la tentata emarginazione dell'architettura, da parte di una interpretazione totalizzante dell'urbanística. lo sostengo, invece, che il rapporto fra architettura ed urbanística e un rapporto dialettico indispensabile, da sviluppare alla pari senza egemoníe e subalternita: e che lo stesso carattere dialettico deve mantenersi fra progetto e piano, ma anche fra forma e contenuto. Rifiutando, pero di considerare legati esclusivamente alla forma l 'architettura e il progetto, esattarnente come rifiuto di pensare all'urbanística e al piano condizionati soltanto dal contenuto. Ricordo che in Italia all'inizio degli anni Sessanta l'impegno per la riforma urbanística spinse per qualche tempo i suoi sostenitori a trascurare le problematiche morfologiche; sulle quali pero 1 'as sociazione degli urbanísti tomó presto ad organízzare un importante congresso nazionale. Qualcuno volle interpretare quel congresso come il risultato della sconfitta della riforma che si era verificata un anno prima; ma io continuo a pensare che, nella storia della cultura, sia fisiologica l'alternanza del pendolo, dall'interesse per i contenuti, all'interesse perle forme. E ra inevitabile -ad esempioche il Sessantotto, con i1 suo appassionato radicalismo, ma anche con il s uo giovaníle estremismo, preferisse !'urbanística all'architettura. E qualcuno aHora, per la verita, sostenne addirittura che la stessa urbanística era, in quanto tale, una scienza borghese e reazionaria. In generale pero, so tto accusa era no nel Sessantotto gli architetti, accusati in Italia di "professionísmo", cioe paradossalmente rimproverati, tutti indistintamente, per la di sc iplina che avevano scelto. Non si capiva che 1 'architettura non puó essere privata dei suoi contenuti e la si identifica va soltanto per il suo aspetto formale; e addirittura si confondeva la forma con il formalismo, che della forma e invece l'esasperazione patologica. Una teoria aberrante, che giungeva, infatti, alla conclusione insensata di combattere la stessa disciplina dell 'architettura. Nel corso degli anni Ottanta il pendolo delle vicende culturali e tornato a privilegiare l'interesse per l'architettura e a proporre !'ostracismo per !'urbanística. In tutta Europa, questo avviene mentre cade la spinta alla espansione urbana e cresce 24
CIUDADES, 3 (1996) l'esigenza di trasformare la citta dall'interno, nelle sue parti degradate socialmente, o invecchiate da punto di vista funzionale. Si tratta di condizioni oggetive e fisiologiche della vita urbana, perle quali, peró, l'aspetto formale del cambiarnento fmisce oggi purtroppo il piu delle vo lte per prevalece sulle questioni di contenuto. Non e difficile vedere che, molto spesso anche se non si puó dire sempre, la disputa culturale nasconde espliciti interessi economici: e che tali interessi economici coincidono generalmente con quelli della rendita urbana e della speculazione immobiliare, piuttosto che con quelli produttivi del profitto industriale delle imprese di costruzioni. E che, dunque, per comprendere il posto occupato dalle nuove forme architettoniche nella citta, bisogna anche studiare e comprendere i contenuti economici e funzionali di quelle architetture. In Italia, gli anni Ottanta sono stati devastati dalla corruzione e il sistema delle cosiddette Tangenti -cioe del prezzo della corruzione- e venuto in parte alla luce soltanto in questi anni Novanta. Ma se i processi de "Mani pulite" hanno colpito molto spesso gli appalti per le opere pubbliche, assai raramente e stato smascherato il sistema di varianti a ripetizione e di irregolarita abituali, che tanti guasti urbanistici e brutture architettoniche ha prodotto nelle citta italiane. Eppure i grandi progetti di architettura urbana sono stati usati in Italia in modo diffuso, per giustificare le varianti e le irregolarita: regalando ad un'area una cubatura doppia che all'a ltra, patteggiando una cessione di terreni per uso pubblico pari in un caso alla meta che in un altro caso, applicando contributi per le opere di urbanizzazione che carnbiavano di volta in vo lta. E quasi sempre, queste diversita di trattamento hanno avuto come giustificazione soltanto il progetto di una grande architettura urbana: la valutazione della quale si continuava ostinatamente a dare soltanto sul piano formale, rifiutando qualunque verifica dei contenuti. A me sembra, peró, che l'esperienza italiana sia una esperienza estrema; e non mi sento di generalizzarla ad altre nazioni d'Europa, alla Germania, alla Francia e alla stessa Spagna. Ció mi spinge a ripetere che, in qualche misura, l 'ultima oscillazione del pendolo dall'urbanistica all'architettura, presenta comunque anche aspetti fisiologici. Cosi almeno ho vissuto personalmente il dibattito spagnolo all'inizio degli anni Ottanta fra progetto e piano, identificato dal confronto fra Barcellona e Madrid. lo mi trovavo, non certo casualmente, dalla parte di Madrid, ma mi sono sentito sempre positivamente stimolato dalle sollecitazioni che venivano da Barcellona e che ho rielaborato successivamente nei miei lavori in Italia. Per esempio: la necessita di restituire spazio alla componente morfologica anche nel piano urbanistico, che l 'aveva per troppi anni sacrificata; oppure il bisogno di ridurre la rigidita general e delle scelte urbanistiche e di introdurre nei piani larghi spazi di elasticita regolata; o ancora 1' esigenza di affidare nei tessuti urbani la nascita di nuove centralita, non soltanto a particolari funzioni, ma anche -e talvolta specialmente- a determinate forme. Chiunque voglia esarninare il rapporto fra urbanistica e architettura negli ultirni quindici anni, dovra riconoscere, comunque, una forte e diffusa prevalenza della seconda sulla prima. Ma questa prevalenza non ha certarnente migliorato la qualita 25
GIUSEPPE CAMPOS VENUTI urbana delle citta nei paesi sviluppati; cosi come la qualita urbana n on era migliorata nel precedente periodo, in cui c'era stata prevalenza dell'urbanistica sull'architettura. Da questa valutazione io ricavo la conferma della mia ipotesi iniziale. E cioe che la qualita delle citta e di tutto un territorio, non e dovuta alla prevalenza della cultura architettonica su quella urbanistica o viceversa; ma e dovuta alla qualita delle forme e dei contenuti che prevale in entrambe le discipline, al di la della vera o apparente prevalenza dell'una sull'altra. E che, anzi, la migliore qualita urbana e stimolata dall 'esistenza. di un concreto rapporto dialettico fra l' architettura e 1 'urbanistica. Durante la generazione urbanistica della espansione delle citta e forse a maggior ragione durante la successiva generazione della trasformazione urbana, la mancanza di rapporto dialettico fra architettura e urbanistica, fra progetto e piano, ma anche fra forme e contenuti in generale, ha prodotto disastrosi risultati sulle citta europee; tanto pit1 gravi, quanto piú questa dialettica e mancata. L'urbanistica e l'architettura razionaliste si sono scontrate con l'impianto culturale ottocentesco per guidare la seconda grande espansione urbana; e tutte le volte che il razionalismo ha fallito, il rapporto fra contenuti e forme era debole o assente. Nella pratica, ma anche nella teoria: a cominciare dalla grande, sacrosanta battaglia razionalista contro i tuguri, dove le demolizioni necessarie per l 'igiene urbana diventano il Plan Voisin parigino di Le Corbusier, che propone la distruzione della citta, la salvezza di pochi monumenti e la ricostruzione di isolati grattacieli nel verde. La salvaguardia dei centri storici, illoro risanamento architettonico, la difesa dei ceti sociali deboli e 1' ostilita contro la total e terziarizzazione dei centri storici, e stata la tesi che i riformisti hanno contrapposto alla estremistica utopia corbusieriana. Ma abbiamo dovuto spiegare -in primo luogo a noi stessi, che eravamo tutti razionalisti per nascitache la forma storica della citta andava protetta e restaurata per il suo incancellabile contenuto culturale: che la distruzione delle architetture storiche suggerita dai razionalisti, era sol tanto l 'esasperazione delle distruzioni ottocentesche patrocinate dagli urbanisti accademici; e che, infme, el contenuto delle distruzioni e delle successive ricostruzioni, era principalmente rappresentato dagli interessi della rendita urbana. In questo caso si puó dire che la dicotomia fra forme e contenuti e stata sostanzialmente superata nel dibattito culturale; e che proprio per questo -al di la delle frequenti manomissioni nella praticala teoria della salvaguardia morfologica dei centri storici e prevalsa in Europa. Ma ancora una volta, in questo caso, gli insuccessi sono rappresentati dalle fratture fra contenuti e forme: cioe da tutti quei casi -e sono la maggioranzain cui alla difesa delle architetture, non ha corrisposto una difesa contro la terziarizzazione prevalente dei centri storici, contro nuovi contenuti funzionali e immobiliari che sono in profondo contrasto con le forme delle architetture conservate. Non sarebbe difficile, passando dai centri storici a ll e espansioni periferiche, scegliere il caso degli squallidi quartieri sorti ai margini di una qualunque citta europea: ricordando la totale frattura fra contenuti e forme, la monofunzionalita e l'emarginazione sociale implicite dei piani urbanistici, che le progettazioni spesso ambiziose fmgevano di riscattare senza naturalmente riuscirci. 26
CIUDADES, 3 (1996) Preferisco, invece, parlare di un caso positivo, che conosco da vicino, quello della crescita periferica di Bologna negli anni Sessanta e Settanta: una periferia di qualita, in cui urbanistica e architettura hanno ben dialogato, ottenendo buoni risultati complessivi. Ma dove la sottovalutazione di importanti questioni formali, ha nascosto la difficolta ad affrontare le corrispondenti questioni di contenuto e ha prodotto difetti di qualita urbana, che soltanto dopo sono stati compresi. A Bologna si erano fatte negli anni Sessanta delle scelte corrette di strategia urbanistica: quelle di usare le leggi aHora vigenti per acquisire da parte del Comune numerosi terreni agricoli destinati all'espansione, in modo da dirigere concretamente tutta l'operazione della crescita urbana. 1 terreni acquisiti erano quelli piu vicini al centro della citta e sono stati utilizzati per le abitazioni pubbliche, per quelle delle cooperative e per quelle degli operatori privati che accettavano di calmierare i prezzi di vendita e di affitto: alle operazioni irnmobiliari ph1 ricche, sono cosi rimasti soltanto i terreni piu esterni, rovesciando di conseguenza il tradizionale sistema di emarginazione sociale. Ricardo sempre che Allan Jacobs, di cui conoscete il piano di San Francisco, dopo aver visitato queste periferie, le defmi "an incredible mixture", proprio per il ribaltamento sociale che hanno deterrninato nella citta. La proprieta pubblica transitoria dei terreni periferici, realizzata all'inizio degli · anni Sessanta, espropriando o acquistando a basso costo, ha permesso anche di sopprimere a Bolonga i prezzi pagati alla rendita urbana: cosi la densita dei quartieri ha mantenuto limiti ragionevoli, mentre i servizi collettivi ed il verde hanno avuto larghissimo spazio. Anzi, a proposito di forma, si puó dire che l'aspetto formale piu evidente di tutta la periferia bolognese di quegli anni, e rappresentato dalla grande abbondanza di verde, che avvolge completamente abitazioni, servizi e strade. E proprio a questo punto, paradossalmente, cominciano gli aspetti negativi della vicenda. Infatti le scelte di morfologia urbana fatte per questa espansione sono quelle tipiche della tradizione razionalista: edifici sufficientemente distanziati, irnmersi nel verde, allontanati dalle strade, attribuendo irnplicitamente queste ultime tutte al traffico automobilistico. L'anatema contra la "rue corridor" pesa evidentemente ancora, a Bologna negli anni Sessanta: gli edifici di abitazione si allontanano da tutte le strade e perdono cosi l'uso del piano terra per i negozi e le botteghe artigiane, mentre questi ultimi si concentrano tutti nell'edificio del centro commerciale privato, contrapposto a quello del centro sociale e amministrativo pubblico. Soltanto a cose fatte ci cominciarnmo ad accorgere dell'errore commesso e di quanto questo errare avesse ridotta la qualita urbana delle periferie bolognesi, che per molti aspetti -almeno per !'Italia- e assai notevole. La citta degli anni Cinquanta, aveva edifici ad alta densita, pochi servizi e niente verde, una citta dunque altamente congestionata; ma lungo le sue strade piene di negozi, conviveva l'eccesivo traffico delle auto con un densissimo traffico dei pedoni, che dava a tutto il quartiere un aspetto di grande vitalita. Passando alla citta degli anni Sessanta e Settanta questa vitalita scompare, le strade sono usate per le auto e i pedoni vi passano, ma non le usano: 1 'uso commerciale e sociale della strada e scomparso, resta soltanto quello funzionale del traffico, ma la sua vitalita e diventata quasi patologica. Abbiamo sbagliato, no perché 27
GrusEPPE CAMPOs VENUTI abbiamo ridotto la densita e aumentato servizi e verde, ma perché non abbiamo saputo distinguere le strade residenziali da quelle del grande traffico: mantenendo nelle primer il tradizionale rapporto fra edifici, negozi e passeggio dei pedoni, che rappresenta la vita capillare dei quartieri. Allora no avevamo ancora capito pienamente che la monofunzionalita, cioe una delle principali scelte di contenuto urbanistico, era un grave errore: che le abitazioni andavano mescolate ai negozi e alle botteghe artigiane e al terziario diffuso d~lle professioni e che soltanto cosi si combatteva concretamente quella malformazione della citta, che chiamiamo "quartiere dormitorio". Abbiamo risolto positivamente il contenuto immobiliare che riduce il peso negativo della rendita urbana e ne abbiamo approfittato, ma non quello funzionale che garantisce la piena vitalita dei quartieri. Perché abbiamo dimenticato il rapporto che e' e fra quel contenuto e la forma della strada residenziale-commerciale, con gli edifici affiancati pieni di abitazioni, di uffici e di negozi, che puó non essere piu un "corridoio", ma deve restare un'arteria vitale, garanzia preziosa di qualita urbana. L'esempio non sospetto, mi consente anche di sottolineare l 'i mpossibilita di ricercare le responsabilita di questo errore strategico, nella forma piuttosto che nel contenuto, nel progetto piuttosto che nel piano, nell'architettura piuttosto che nell 'urbanistica. Si e sbagliato ad abbandonare una forma, la strada con edifici affiancati -chiamatela pure strada corridoio se preferite- e a scegliere un'altra forma, la strada residenziale che corre immersa nel verde, lontana dagli edifici. E si e sbagliato a non capire che dietro a questa forma vi erano i contenuti di un quartiere monofunzionale; e che il contenuto immobiliare risolto abbattendo la rendita urbana, consentiva non solo di ridurre la densita abitativa e d'aumentare i servizi e il verde, ma anche di conservare il valore sociale e commerciale delle strade residenziali, senza trasformarle necessariamente in un corridoio. Cercheró di sviluppare il mio ragionamento tenendomi, per quanto e possibile, lontano dalla polemica come ho fatto fmo adesso, anche affrontando la situazione che si e creata con la terza generazione urbanistica, quella della trasformazione della citta. Quanto meno continuando a sviluppare una tesi che non risponde "occhio per occhio" ai sostenitori dell'egemonia dell'architettura sull'urbanistica, i quali vogliono azzerare i valori del piano e dei contenuti; una tesi che ritiene questa disputa di basso valore culturale, suggerendo piuttosto la ricerca dei vantaggi che puó produrre il dialogo fra le due discipline, la cooperazione fra il progetto e il piano, 1 'interazione costante fra forme e contenuti. Desidero ripetere che considero oggettivo il processo di trasformazione urbana -caratterizzante, appunto, la terza generazione del dopoguerra, dopo la Ricostruzione e 1 'Espansione- e che ritengo comprensibile 1 'interesse accentuato che la trasformazione induce verso le problematiche formali. Perché con la trasformazione le operazioni piu significative nella citta, sono quelle che tendono a sostituire parti di citta gia costruite; e che, dunque, devono confrontare la nuova forma proposta con la vecchia. Vorrei, pero, so ttolineare il fatto che l'attuale dibattito sulla cultura urbana, riflette il piu generale dibattito imperante nelle culture occidentali sull'importanza 28
CIUDADES, 3 (1996) prevalente dell'immagine, dell'apparire rispetto all'essere. Personalmente, pur accettando consapevolmente di dovermi misurare sempre ph1 spesso con il problema dell'apparenza, continuo a pensare che questa non possa essere separata dalla sostanza. So bene che oggi -in Italia e credo anche in Spagna-, personaggi e problemi ignorati dalla televisione e come se non esistessero; pero so anche che la guerra o la fame nel mondo, il Nord ed il Sud, i ricchi ed i poveri, le crisi economiche e quelle ecologiche, nonché i disastri urbanistici ed ambientali nelle citta e nel territorio, esistono anche se la televisione non li mostra o li mostra in modo sbagliato. E quindi, credo, che anche per le trasformazioni urbane s ia sbagliato non confrontare insieme forme e contenuti. Per fare di nuovo un esempio, ricordo un 'altra esperienza positiva bolognese: nella quale una trasformazione negativa della citta e stata evitata, part en do da motivazioni pr evalentemente di contenuto, ma arrivando a conclusioni di alto valore formale. Nei primi anni del Novecento in molte citta italiane, subito fuori dai centri storici, si sono sviluppati "quartieri giardino": edifici destinati alla borghesia, da due a quattro appartamenti, con due o tre piani, circondati da un giardino alberato di media dimensione, insomma dei quartieri di grande qualita urbana. A Bologna due di questi quartieri erano sorti ad est e ad ovest del centro storico, adiacenti alle antiche mura demolite: talvolta con gradevoli architetture liberty, ma spesso con architetture "manieriste" di pregio assai minore. Nel boom delle costruzioni d eg li anni Sessanta questi quartieri sono sta ti distrutti in quasi in tutte le citta italiane e sostituiti da edifici con densita tre o quattro volte superiore, eliminando naturalmente anche le alberature ormai grandi. Ma a Bo logna il rifiuto a seguire la corrente e stato inizialmente dettato dalla volonta di evitare nuove pesanti formazioni di rendite differenziali; e insieme dall 'intenzione di impedire che nuovi carichi urbanistici congestionanti fossero collocati ai margini del centro storico, stringendolo in una morsa di cemento. E questo obiettivo e stato effettivamente raggiunto: ma co n il tempo ci siamo resi conto di aver realizzato una grande conquista formale. No n tanto perla difesa delle singole architetture, quanto per la conservazione di un vasto tessuto urbano, di grande valore intrinseco e ormai rara presenza in Italia di una forma urbanistica quasi scomparsa. L'attenzione alle tipologie architettoniche, ma anche alle tipoligie urbane, rappresenta del resto un recente approfondimento della ricerca in Italia, 1 dimostrando sul piano dell'analisi scientifica, l'impossibilita di praticare una frattura fra l'urbanistica e l'ar chitettura. Sempre restando nell'ambito della trasformazione urbana, vorrei citare un'altra esperienza bolognese, purtroppo gravemente negativa quest'ultima e riguardante l'attualita. Allo scopo di ricordare i pessirni risultati che si ottengono si usano pretesti formalistici per nascondere contenuti che non si vogliono confessare: con cattivi esiti 1 "Composizione architettorúca e tipología edilizia", di Gianfranco Carúggia, tradotto in castigliano e in corso de stampa. Celeste Ediciones, S.A. Madrid, 1995. 29
GIUSEPPE CAMPOS VENUTI perla forma, come per il contenuto. Un'altra vicenda della trasformazione urbana, compromessa dall'uso distorto della dialettica forma-contenuto. Anche in Italia tema centrale della terza generazione urbanística e quello delle cosiddette "aree dismesse", cioe di quelle aree che ospitano industrie, carceri, mattatoi o altri edifici invecchiati e abbandonati e che -trovandosi nel vivo dei tessuti urbaníattendono, giustamente, una nuova utilizzazione. Fra queste aree sono numerase quelle ferroviarie, che la proprietaria societa statale vuole valorizzare per contribuire al fmanziarniento del Treno ad Alta Velocita. Obiettivo lecito, ma non quando la valorizzacione viene prodotta con l'introduzione di insediamenti di altissima densita, in zone della citta gia oggi fm troppo congestionate. A questa discutibile proposta non e sfuggita Bologna, dove le Ferrovie Statali con la costruzione del TA V vogliono realizzare una nuova grande stazione, ma vogliono anche valorizzare le proprie aree assai vicine al centro storico della citta. Si tratta di aree di cui il Comune da oltre trenta anni rifiuta l'edificazione, applicando pianí regolatori coerenti con la nota politica bolognese di decentramento urbanístico. 11 progetti delle stazioni del TAV in Italia sono stati tutti affidati a grandi architetti e quello di Bologna e toccato al catalano Ricardo Bofill, discusso, ma indubbiamente famoso progettista di fama internazionale. Alle esigenze di valorizzacione immobiliare delle Ferrovie Statali, il Comune di Bologna non ha pero avuto il coraggio di contrapporre la sua politica di decentramento urbanístico; rinunciando a porre limiti e condizioni ad un progetto delle Ferrovie, che propone di edificare volurni pari ad un quinto di tutti quelli attualmente previsti dal piano regolatore vigente. Per giustificare 1 'operazione, Bofill ha proposto di completare la circonvallazione urbana del vecchio piano bolognese dell.889, un'arteria a tracciato esagonale, che ovviamente attraverserebbe zone assai centrali della citta e la cui forma e destinata so ltanto a giustificare la densa costruzione delle aree ferroviarie da valorizzare. Un disegno formalistico, perché evidente solo sulla carta, che sara molto difficile da percepire percorrendo la linea spezzata della nuova arteria e la cui esigua sezione da completare non riuscira neppure a smaltire il traffico generato dalle nuove edificazioni. Purtroppo i grattacieli gia presentati da Bofill per la stazione hanno ancor piu attirato il dibattito dei cittadini sugli aspetti formali dell'operazione: e allora si discute se i grattacieli possono sorgere ad un chilometro dalle torri medievali, o se l'architettura deve essere post-moderna o funzionalista e cosi via. E sono invece emarginate le preoccupazioni di coloro che ritengono assai pericolosa la ripresa dell'accentramento urbanístico e chiedono una severa analisi preventiva della congestione e dell 'inquinamento provocato dalla colossale operazione: e che, siccome l'intervento capovolge l'intera strategia del piano regolatore vigente, sostengono che non e lecito approvarla con una variante, ma e necessario un nuovo piano regolatore per sancire 1 'inversione di rotta di una trentennale politica urbanística. Sembra, insomma, che anche a Bologna si scelga la strada disastrosa prevalsa a Milano durante la "deregulation urbanística" degli anni Ottanta. A Milano non una, 30
CIUDADES, 3 ( 1996) ma oltre cento varianti servirono a capovolgere un piano invecchiato, senza adottare apertamente la nuova strategia urbanistica: attribuendo con le varianti alle aree di trasformazione, quasi venti milioni di metri cubi di nuova edificazione in gran parte terziaria, spesso con pochi servizi e verde e con elevate densitit, ma sempre con criteri urbanistici di volta in volta diversi. Con la copertura di progetti di architettura dagli autori prestigiosi e a favore di non meno famose proprietit: la Montedison e 1 'Alfa Romeo, la Pirelli e le Ferro vi e Statali e perfmo il Comune di Milano che, coperto addirittura da un concorso internazionale, ha cosi reso edificabile 1 'ultima area interna della cittit che il vecchio piano regolatore destinava a verde. Operazioni tutte che utilizzano l'architettura e l'importanza della forma in modo strurnentale, compromettendone il valore e la stessa legittimitit; rischiando di produrre in futuro, alla nuova oscillazione del pendolo, ostracismi patologici di segno contrario a quello attuale, messo in atto control! 'urbanistica, il piano, il contenuto. Dopo aver ricordato alcune vicende negative, la mia natura mi spinge a concludere citando un'esperienza personale positiva, impegnata questa a cercare percorsi possibili nel difficile dialogo fra architettura ed urbanistica. Ricorderó allora il tentativo in atto a Roma, da parte del giovane sindaco Rutelli; eletto direttamente dai cittadini a capo di uno schieramento di centro-sinistra, sulla base di un coraggioso e innovativo programma di qualificazione urbana. Quel programma, gia in corso di attuazione, sta applicando una politica di piano e di regole, ma rifiuta ogni degenerazione burocratica e inutilmente vincolistica; sta formulando uno schema direttore metropolitano, ma insieme ne precisa le direttive urbanistiche comunali; e contemporaneamente ha scelto di anticipare i progetti urbani di maggiore importanza, utilizzando apertamente anche un approccio formale ed architettonico. Si e detto che l'operazione tentata a Roma non e un piano, ma una "macchina": per intendere che sono gia state fissate le strategia metropolitana, ma che qu este sono in corso di approfondimento senza rinunciare a portare avanti il piano comunale e che quest'ultimo e in corso d'avanzamento pur anticipando la progettazione delle principali architetture urbane. Una operazione che rifiuta il tradizionale processo a cascata, della pianificazione per fasi successive affidate ad istituzioni di diverso ordine e grado: e tenta invece un processo che vuole coinvo l gere contemporaneamente diverse entitit pubbliche e che impiega contemporaneamente gli strurnenti disciplinan dell'urbanistica, dell'ambientalis mo e dell'architettura. Si tratta di una scommessa politica rischiosa e assai difficile, ma anche di una esperienza culturale avvincente, alla quale son felice di poter partecipare. Non posso immaginare quali saranno i risultati dell'operazione romana, ma indubbiamente essa ha fra i suoi pr esupposti essenziali il dialogo sistematico fra contenuti e forme, fra piano e progetto, fra urbanistica e architettura. E dara, comunque, un contributo positivo al superamento di una frattura culturale che ha prodotto tanti gravi danni alla cittit, al territorio e all 'ambiente. 31