Il Tramonto della democrazia italiana
Abstract
Mastropaolo, Alfio
Full text
Il tramonto della democrazia italiana Alfio MASTROPAOLO Università di Torino Working Paper n.108 Barcelona 1995
INTERROGATIVI PRELIMINARI La Prima Repubblica italiana è stata una Quarta Repubblica fortunata. Alla Quarta Repubblica l'hanno assimilata più volte. E non a torto. Più o meno lo stesso numero di partiti. Più o meno le stesse grandi divisioni sociali e una competizione politica altrettanto ideologizzazione. All'incirca gli stessi livelli d'ingovernabilità e d'instabilità ministeriale e la qualità non eccelsa del personale politico. Con una fondamentale differenza. Che la Prima Repubblica italiana è durata per quasi mezzo secolo e che le sue prestazioni sono state, a ben pensarci, tutt’altro che scadenti. Pochi altri paesi, e forse nessuno, hanno compiuto in un tempo tanto breve un passo tanto lungo. Certo, anche gli altri paesi europei sono profondamente mutati in questo dopoguerra, ma nessuno come e quanto l'Italia, che da paese agricolo e indiscutibilmente ritardato, confinato alla periferia del sistema capitalistico, ha saputo trasformarsi in membro a pieno titolo del selezionatissimo club delle sette potenze più industrializzate del mondo. Gli italiani non vivono nel migliore dei mondi possibili. Ragionando però in prospettiva comparata, è innegabile che l'Italia, nel bene e nel male, abbia saputo adeguarsi agli altri paesi sviluppati. Così come la società italiana è divenuta sì assai più differenziata, non diversamente dalle altre società postindustriali, ma anche più omogenea al suo interno, economicamente, ma anche sul piano culturale, su quello delle culture politiche. Nel Mezzogiorno, o meglio nella maggior parte di esso, non si è riusciti a innescare il circuito virtuoso dello sviluppo, ma i mutamenti sconvolgenti che vi si sono verificati hanno impressionantemente ridotto il divario con il Nord del paese. Infine, la società italiana non ha più molto senso rappresentarla in termini di classi, di conflitti di classe, d'identità e ideologie contrapposte, e pure la religione non può più ritenersi motivo grave di divisione. Antiche disuguaglianze permangono, e se ne sono anzi prodotte di nuove e di non meno gravi. Sta di fatto che settori della popolazione politicamente alienati, e bisognosi d'integrazione, non ne esistono più. A tutti i livelli, poche differenze insomma separano gli italiani dai loro vicini dell'Europa del centro e del nord. A tutto questo occorre affiancare la stabilità del quadro democratico, in un paese che con la democrazia di familiarità ne aveva pochissima. In Italia la democrazia si è radicata profondamente, laddove per democrazia s'intendano le libere elezioni, il pluralismo partitico, i diritti di cittadinanza. Non solo. Ma è stato possibile gestirvi democraticamente, ed in un lasso di tempo brevissimo, trasformazioni che altrove sono avvenute pagando costi di gran lunga più alti e che hanno richiesto un travaglio addirittura secolare. Ed inoltre, mentre si conquistava il benessere, sì è edificato un sistema di welfare, senz'altro scombinato, e dispendiosissimo, ma pur sempre in grado di fornire alcune prestazioni essenziali, consentendo una straordinaria espansione sia dei diritti politici e civili, sia di quelli sociali.
Benché debole e malmessa, la democrazia ha così funzionato per quasi mezzo secolo. Anzi: malgrado quasi unanimemente i suoi osservatori la ritenessero l'homme malade fra le democrazie europee, stando alle sue prestazioni, che sono quel che conta di più, la democrazia italiana si è sì dimostrata instabile, ma è riuscita pur tuttavia a mettere l'Italia al passo con gli altri paesi sviluppati. Salvo il fatto che alla fine di un così lungo e tormentato percorso, anziché registrarsi una definitiva convergenza con le altre nazioni d'Europa, si è viceversa verificata un'ulteriore divaricazione in termini di rendimento dei sistema politico-amministrativo e, ancor più, in termini di costume politico, fino a suscitare una crisi di regime, non violenta, ma non per questo meno sconvolgente, la quale ha colpito le istituzioni e i partiti ed è stata sanzionata da un duplice terremoto, giudiziario e elettorale, che vanta ben pochi precedenti, e anzi probabilmente nessuno, nel variegato panorama delle democrazie occidentali. La crisi di regime ha travolto gran parte delle forze politiche tradizionali, ed ha emarginato quelle che alla bufera sono riuscite a sopravvivere. Ha delegittimato una classe politica inusitatamente longeva e radicata nel paese. Ha revocato in dubbio la legittimità repubblicana, dato che non solo sono state messe in discussione le procedure elettorali e l’equilibrio fra i diversi poteri dello Stato, primi fra tutti esecutivo e legislativo, bensì anche i principi su cui la costituzione italiana, come tutte le costituzioni europee dei dopoguerra si fondava: ovvero lo Stato sociale di diritto e il party government. Soprattutto però la crisi di regime ha insediato alla guida del paese una maggioranza anomala come più non si potrebbe, intenzionata a cancellare dalla memoria del paese i valori in cui si era finora riconosciuto e che coagula tre componenti l'una più inquietante dell'altra: un vociante movimento che predica la secessione del nord e l'emarginazione del sud del paese, gli eredi diretti di un passato, quello fascista, che si sperava scomparso per sempre e soprattutto uno stucchevole instant-party televisivo creato da un grande imprenditore della comunicazione, cresciuto all'ombra dì Craxi e già membro della loggia P2, il quale non solo si é fatto beffe di un principio basilare come quello della separazione tra potere economico e potere politico, ma che si è anche disinvoltamente avvalso delle aziende di sua proprietà, trasformate in strumento di lotta politica, promuovendo a uomini di governo i suoi dipendenti -il tutto palesemente riutilizzando i rottami della lobby clientelar-assistenziale prosperata negli anni della decadenza della Prima Repubblica? Ovunque in Europa, dalla vittoria di Margaret Thatcher in poi, sono giunti al governo nell'ultimo quindicennio coalizioni di destra che hanno rappresentato una netta inversione di tendenza rispetto agli anni di espansione del welfare. E quando questo non è avvenuto si sono ridislocati a destra i partiti di sinistra. Ma l'Italia è certo un caso singolare. Non perché si delinei una svolta analoga, che sopraggiunge anzi in ritardo, ma per i modi con cui ad essa si perviene. Sui quali non solo gli italiani, ma tutti gli europei, sarebbe saggio puntassero la propria attenzione, per una volta rinunciando a derubricare a folklore un'anomalia che per molte ragioni non si giustifica più. Se il fascismo fu la tragedia di un paese arretrato, se le anomalie della Prima Repubblica si spiegano sempre con l'arretratezza, oggi l'arretratezza non è più una buona ragione per
spiegare i casi dell'Italia, che è ormai, per l'appunto, un paese moderno. Salvo che è un paese moderno incapace di vivere appieno la sua condizione. UNA DEMOCRAZIA A DUE TESTE Sin dagli esordi l'ideologia è stata la grande ariabile esplicativa dei caso italiano. Quali che fossero le ragioni profonde della sua presa -la drammaticità dei clevages che solcavano la società, ovvero un'inesorabile propensione ideologica della cultura politica nazionale, l'ideologizzazione dell'elettorato, quella delle forze politiche e della lotta politica, erano la ragione di fortissime tensioni centrifughe che agitavano il sistema dei partiti e che permanentemente destabilizzavano il governo del paese, pregiudicando il funzionamento delle istituzioni, a cominciare dall'esecutivo e dal parlamento. Vero è che i partiti di centro, prima fra tutti la Dc, detenevano la maggioranza dei seggi e dei voti e contrastavano tali tensioni. Ma la loro maggioranza era tutt’altro che indiscussa. Di conseguenza, altissimi erano i costi che venivano pagati, in termini d'instabilità governativa e d'incapacità di governare, per l'appunto, anche per l'impossibilità di realizzare un qualche avvicendamento possibile al guida del paese. Anzi, stando a qualcuno, laddove non si fosse invertita la tendenza, per l'Italia quello che si poteva prevedere era un destino infausto, simile a quello toccato a regimi che parecchio le somigliavano quali la Repubblica di Weimar e la Quarta Repubblica francese. A dire il vero, non tutti gli osservatori erano così pessimisti. L'Italia era sì una democrazia "bloccata" e dimezzata, ma il profondo radicamento subculturale in alcune aree dei paese e in alcuni settori della società dei due partiti maggiori serviva in qualche misura a stabilizzare la democrazia italiana. Inoltre, con il passare dei tempo, se non altro a livello di élites, era venuto maturando un orientamento più pragmatico. Specie dagli anni Sessanta in poi, le spinte centrifughe provocate dall'ideologia erano state contrastate da vigorose spinte convergenti che hanno considerevolmente attenuato le lacerazioni ideologiche che persistevano nella società e nella cultura politica. Anche per gli osservatori più benevoli, dunque, l'ideologia seguitava a produrre inconvenienti non da poco: a parte l'instabilità politica, non solo il rendimento del sistema restava largamente al di sotto delle necessità dei paese, ma la formula per limitare i danni altro non era che una reincarnazione del “trasformismo", che quale effetto secondario produceva un'anomala diffusione del patronage, dello spoil-system e della corruzione. L’unico efficace e duraturo rimedio per la democrazia italiana era dunque il superamento dell'ideologia e l'avvento, come in tutti gli altri paesi d'Europa, della politica postideologica. Se non che, a ben pensarci, sebbene nessuno possa negare inconvenienti dell'ideologia, le cose sono andate esattamente all'incontrario di come sarebbe stato
legittimo attendersi. Non appena le ideologie si sono esaurite l'anomalia italiana, ]ungi da ridursi, si è progressivamente accentuata, imboccando la china che l'ha portata all'attuale situazione, suscitando una divergenza, che appare oggi stridente come non mai. Ebbene, perché mai, c'è da domandarsi, un paese che ha raggiunto i risultati che ha raggiunto, che dato prova di tanta fantasia, e tanta capacità d'innovare, sostanzialmente azzerando il ritardo originario rispetto agli altri paesi d'Europa, che in partenza, ovverossia alla fine del conflitto, si trovavano in condizioni ben più favorevoli, quando era venuto alfine il momento di tirare il fiato, non ha saputo superare anche le proprie anomalie politiche, ma le ha anzi ulteriormente accentuate? È proprio vero che l'ideologia era l'insormontabile handicap di cui soffriva la democrazia italiana? Si può credibilmente sostenere che il senso di responsabilità delle élites politiche, o le loro machiavelliche astuzie, hanno considerevolemente attenuato l'azione divaricante dell'ideologia. Pur non contestando però il ruolo delle élites politiche, l'ipotesi che proveremo a sostenere è che per comprendere il caso italiano, il suo passato, ma anche il suo presente, occorre in realtà rovesciare radicalmente le interpretazioni classiche e argomentare che l'ideologia -paradossalmentenon divideva, ma univa. O meglio, che univa nello stesso momento in cui divideva, fornendo un rimedio, seppur provvisorio e parziale, ad una condizione politica indiscutibilmente arretrata a confronto con gli altri paesi d'Europa, che ai vapori della politica ideologica hanno cominciato a sottrarsi già dalla fine del secondo conflitto mondiale. L'ideologia, in altri termini, lungi dall'essere l'handicap che irrimediabilmente viziava la democrazia italiana, è stata piuttosto il suo straordinario segreto: e tutto sarebbe andato all'incontrario di quanto asserivano i suoi più autorevoli interpreti. Il successo della democrazia italiana sarebbe dipeso proprio dalla peculiare e distorta dialettica tra le forze politiche. Incentrata su un radicale dualismo ideologico, quello che opponeva democristiani e comunisti, un partito pro e un altro anti-sistema, quella dialettica era un formidabile fattore strutturante e tiri decisivo elemento di mediazione e ricomposizione tra privato e pubblico, fra particolare e generale, fra individuale e collettivo. Non a caso, venuta meno l'ideologia la democrazia italiana è entrata in recessione: una logorante e drammatica recessione politica -la cui data d'inizio la nostra ipotesi interpretativa consente di collocare a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottantache le classi dirigenti, politiche e non, non hanno saputo né interpretare, né tantomeno controllare, e che ha alla fine provocato il collasso. Inatteso, ma forse non dei tutto imprevedibile, se non nelle forme che ha assunto, e, in ogni caso, tale da rendere legittimo il dubbio che l'Italia possa ancora riprendersi. O che il suo destino sia quello di esser trascinata assai lontano dall'Europa, costringendo la sua democrazia a subire qualche amputazione vistosa, o qualche pericolosa torsione. La democrazia italiana era indiscutibilmente anomala. Se si ragiona in termini di cleavages, le democrazie sviluppate si sono fondate sulla “conciliazione degli opposti":
per opposti intendendo quelli che sono stati i due protagonisti della storia europeo-occidentale degli ultimi centocinquant’anni, classi imprenditoriali e movimento operaio, i quali, dimostrandosi assai meno incompatibili di quanto il marxismo non pretendesse, hanno in genere concluso fra loro, benché implicitamente, un vero e proprio "contratto sociale" e hanno o convissuto, mediante governi di grande coalizione tra le loro rappresentanze partitiche, o, più frequentemente si sono avvicendati al potere, alternando politiche orientate eminentemente all'accumulazione e politiche redistributive. L’originalità italiana risiede nel fatto che gli equilibri politico-sociali fino a tempi assai recenti si sono imperniati sulla pura e semplice "convivenza tra gli opposti", politicamente impersonati dal Pci e dalla Dc. Quest’ultima non era un partito “borghese” in senso proprio, ma, in origine almeno, era partito confessionale, che recitava però più che passabilmente anche la parte di partito borghese-moderato, dotato, come tutti i grandi partiti di questo genere, di una vasta base popolare. Tanto in ogni caso bastava a giustapporre due sottosistemi di solidarietà e d'interessi, due universi simbolici e di valori, due principi di legittimità alternativi tra loro, le cui radici in ultima istanza affondavano nella mancata ricomposizione dei principale cleavage che ha diviso le società sviluppate, il quale, nella particolare situazione determinatasi nel dopoguerra, aveva finito in larga misura per coincidere con il cleavage religioso tipico dei paesi cattolici. L'aver rinunciato a combattersi in campo aperto, l'aver deliberatamente scongiurato il pericolo della guerra civile, elaborando, a partire dalla Costituzione, un sofisticato sistema di regole di convivenza, non ha comportato fra democristiani e comunisti una contestuale rinuncia a contrastarsi. Anzi, la rappresentazione reciproca come universi rivali e incompatibili, corazzati d'ideologia, è stata per i due partiti maggiori il fondamento ultimo della legittimità dell'uno e dell'altro, che non casualmente fino all'ultimo hanno seguitato a ribadire la propria diversità e a supporre che non vi fosse riconciliazione possibile se non nell'estinzione, seppur pacifica, dell'avversario. Ciò non toglie che, malgrado nessuno allora lo capisse, l'antitesi su cui si basava la democrazia italiana, era il suo vero segreto e, innanzitutto, un cruciale "riduttore di complessità": quel che ha garantito un livello mediocre, ma tutto sommato accettabile, di stabilità (e di efficacia), anche se evocando costantemente il rischio di una deflagrazione distruttiva. Applicando una metafora architettonica, il sistema politico italiano ha adottato il principio dell'arco, la cui stabilità dipende dal bilanciamento di spinte contrapposte. Quella di un partito costantemente preoccupatosi di comporre il conflitto sociale, ed eventualmente di reprimerlo, e quella di un partito che il conflitto l'ha invece suscitato e attizzato, ma anche controllato e governato. Orbene, per quanto alternative fossero le spinte in questione, dal combinato disposto di “partito/Stato" su un versante, e di "partito/movimento" sull'altro, è risultato un regime, mostruoso magari, ma che è non di meno riuscito a sopportare carichi non meno elevati di quelli sorretti da altri, che hanno adottato un principio ben diverso come quello dell'architrave: in virtù del quale l'autorità dello Stato, e delle pubbliche istituzioni, è congiuntamente sostenuta da due pilastri,
identificabili appunto nei partiti borghesi-moderati da una parte e in quelli pro-labour dal lato opposto. L'antitesi fondante che opponeva Dc e Pci divaricava sì l'elettorato e le élites, ma contestualmente produceva quanto meno due effetti. Da tiri lato, era un motivo di coagulo ed un calmiere, che ricomponeva interessi e solidarietà in due versanti e che assicurava la coesione interna dei partiti, stabilizzando l'elettorato. Dal lato opposto, l'asprezza della contrapposizione stimolava le élites politiche a trovare se non altro un modus vivendi. Forti delle loro armi ideologiche, i due sottosistemi costituiti da cattolici e comunisti non solo sono stati costretti, pena la distruzione reciproca, ad applicare le regole della democrazia pluralistica, ma anche a interiorizzare i valori e a socializzare ad essi gli italiani, imparando al contempo a convivere: tra ostentate incompatibilità, che sì sono fatte via via meno drastiche, e sottintese (ma non troppo) collusioni, che hanno rappresentato la più genuina e persistente "doppiezza" della politica italiana. Per di pìù, sul piano economico, l'una delle due parti ha anche favorito lo sviluppo, profittando della congiuntura internazionale favorevole, e l'altra, benché aderisse piuttosto a una concezione stagnazionista, non ha potuto ostacolarlo, nei fatti trasformando il suo potenziale di mobilitazione in un possente strumento di pressione affinché i benefici dello sviluppo venissero redistribuiti ed estesi. È cosí che quella che potremmo definire la democrazia "bicefala" ha consentito di ridurre, se non di guarire, gravi e radicatissimi vizi e carenze, taluni remoti, talaltri più recenti, cui si suoi far risalire l'anomalia italiana. L’Italia è sprovvista di una sedimentata tradizione statale, così come manca di una tradizione nazionale. E sfiducia nello Stato, particolarismo, municipalismo, familismo più o meno amorale sono tratti ritenuti distintivi della cultura e dei carattere degli italiani. L'Italia inoltre ha sofferto la frattura tra Chiesa e Stato e l'integrazione mancata del movimento operaio. Così come le sue classi dirigenti, non solo quelle partitiche, ma anche quelle economiche, erano intrinsecamente estranee alla cultura dei conflitto, o meglio della competizione regolata, tipica della tradizione liberale. La quale è stata sì coltivata amorevolmente da minoranze ristrette, che avevano il limite però di darne un'in terpretazione elitaria e dì non aver capito la sfida cui tale interpretazione veniva sottoposta dai processi di democratizzazione. Che codesti fossero onerosissimi vincoli è arduo negarlo. Se il passato pesa sempre, vi sono eredità più difficili da cancellare. Eppure, sebbene assai pochi vincoli siano stati sciolti, e pochi vizi corretti, parecchio ha fatto la democrazia “bicefala" per temperarli. Vero è che i due grandi partiti rivali erano impiantati più profondamente in due diverse aree dei paese. La Dc nel Triveneto. Il Pci nel centro Italia. Vero è che il referente sociale privilegiato per la Dc era il mondo contadino, insieme ai ceti medi, mentre al Pci si rivolgeva di preferenza la classe operaia. Non di meno, entrambi i partiti, classisti o interclassisti che fossero, erano partiti nazionali e nutrivano l'ambizione di penetrare fra tutte le classi sociali e, in buona misura, ambedue vi riuscivano, di riflesso attenuando la loro diversità originaria.
Quantunque si ami sostenerlo, l'homo democraticus nella sua versione italiana non si contraddistingue per alcunché di specifico e di originale. Si punta sovente a colpevolizzarlo, a ritenerlo la causa ultima di tutti i mali. Lo si accusa sovente di scarso civismo, di scarsa propensione alla solidarietà nazionale, di poco spirito patriottico, di mancanza di valori condivisi. La verità è che lungi dal ricercare le ragioni dei difetti della democrazia italiana nel "carattere degli italiani", in qualche remota tara ereditaria, assai più realistico sarebbe domandarsi cosa agli italiani abbiano offerto le istituzioni pubbliche e le classi dirigenti da molti secoli in qua, Repubblica compresa, per accattivarsi la fiducia dei cittadini e per convincerli a uscire dai loro particolarismi. Già, perché se gli italiani tendono a considerare lo Stato un'entità ad essi estranea e quindi uno spazio da privatizzare, tale estraneità è da sempre reciproca, dato che anche lo Stato hanno sempre faticato a identificarsi coi cittadini. Né meno antica è l'inadeguatezza delle pubbliche istituzioni, alle quali sono di sicuro mancati gli stimoli, esogeni per lo più, che hanno modellato i grandi Stati europei, e tale inadeguatezza ne ha da sempre ridotto la credibilità. Magari questo è accaduto perché nel passato del paese, in quello più remoto, ma anche in quello più recente, sono mancate rotture rivoluzionarie così traumatiche da sollecitare un cospicuo investimento nel rappresentare è nel porre lo Stato come ambito pubblico e neutro e come istanza superiore e unitaria. E senz'altro le élites, quelle politiche, quelle intellettuali, quelle economiche, le istituzioni pubbliche le hanno di norma strumentalizzate e asservite ai loro interessi immediati. Ebbene -ed è questo il motivo, forse fi maggiore, della tenuta e del successo della democrazia repubblicanaa questi limiti gravi hanno sopperito, benché senza risolverli, i due maggiori partiti. Per almeno un trentennio tali partiti, i quali, varrà ricordarlo, corrispondevano appieno alla categoria weberiana dei WeItanschaungsparteien, hanno fornito un discreto succedaneo della nazione e dello Stato: hanno strutturato la società, le hanno additato mete collettive e superiori e hanno ricomposto interessi diffusi, provandosi anche a colmare lo storico distacco fra cittadini e politica. Grazie alla loro capacità d'insediarsi in tutti gli strati sociali e su tutto il territorio, hanno addirittura surrogato le istituzioni pubbliche. Se la nazione insomma non c'era, se non c'era uno Stato, né c'erano élites, che potessero costruirli, facendo di necessità virtù, di Stati e di nazioni se ne sono improvvisati addirittura due, che si spartivano distinte aree d'influenza, ricomponendo altresì per la prima volta un sistema nazionale di rappresentanza lì dove era esistita solamente una selva impenetrabile di particolarismi della più varia natura e origine. Infine, le due escatologie contrapposte sono servite ad offrire alle élites, come alla massa dei cittadini, un peculiare ethos collettivo, dualistico e perciò deviante rispetto alla norma degli altri paesi europei, e non di meno alquanto efficace. La Dc, in verità, più che allo Stato-nazione moderno s'ispirava alla famiglia e insieme alla chiesa, sapientemente miscelando il paternalismo dei parroci, il municipalismo della zona "bianca" coi clientelismo dei notabili meridionali, parecchia colpa e ancor più perdono, chiusure bigotte, ma anche aperture e tolleranza dei
cattolicesimo democratico. Sul piano degli interessi, la Dc ha quindi puntato a identificarsi immediatamente con lo Stato, ad infiltrarne gli apparati, a monopolizzare le risorse mate di cui disponeva, nel complesso accreditandosi ufficialmente come garante sia dell'ordine sia della democrazia pluralista e dello sviluppo economico. Per giunta, forte dell'ideologia più flessibile che professava (la cui cura spettava alla chiesa), e dei suo interclassismo, ma anche della propria collocazione intermedia nello schieramento politico, dove sulla destra si erano opportunamente posizionati i nostalgici della dittatura, la Dc era un contenitore a tutt'uso. li centro, solitamente, è res nullius. Talora può apparire il juste milieu, ma, più sovente, è la "palude", è il luogo del trasformismo. Viceversa, rigettando l'alternativa tra socialismo e capitalismo all'insegna dei solidarismo cattolico, la Democrazia cristiana, malgrado i suoi gravissimi difetti e le sue insolubili ambiguità, il centro l'aveva bonificato e presidiato non senza coerenza e dignità. Coagulando l'opinione pubblica moderata e conservatrice, rappresentandone le istanze e combinandole con il solidarismo cattolico, la Dc aveva svuotato la destra e aveva presidiato il centro, assorbendone quindi contrasti, anche mediante la competizione fra le sue correnti, e scongiurato le lacerazioni che a Weimar e nella Quarta avevano caratterizzato quell'area, divenuta il tal modo elemento portante del regime democratico, donde essa nutriva l'ambizione, speculare a quella del Pci, di rappresentare realmente l'intera società italiana e di esaurire tutto lo spazio politico al proprio interno, dove erano sapientemente contemperati una sinistra, un centro e una destra. Quanto al Pci, esso invece, seppur inconsapevolmente, alla tradizione dello Stato moderno ci si è rifatto davvero. Innanzitutto educando i suoi militanti al sacrificio, alla dedizione totale alla causa, e creando dei "servitori del partito" lì dove di "servitori dello Stato" non se n'erano mai visti a sufficienza. In secondo luogo, assumendo la rappresentanza degli interessi delle masse popolari, ma proclamandosi al contempo porta (ore di valori universali e dell'interesse dell'intero paese. Il Pci, ha insistito sul conflitto di classe e ha dato voce, con inedita efficacia, alle masse popolari, le ha organizzate e ha anzi preteso di governarne monopolisticamente ogni forma di azione collettiva, in ciò individuando il proprio deterrente. Ma mai ha rinunciato a proporsi quale forza politica "nazionale". In buona sostanza, l'operazione che i due partiti maggiori hanno compiuto è stata quella di riconcettualizzare e di rappresentare la società italiana come una società "segmentata". Le società moderne solitamente si dividono lungo linee di classe, che presuppongono tanto conflitti, quanto interdipendenze. Di contro, per gli scienziati sociali, le società "segmentate" sono società multietniche, multilingue, multiconfessionali, in cui comparti separati, e tendenziamente autosufficienti, si giustappongono. Benché l'Italia, con tutte le sue divisioni, somigliasse più alla Francia e alla Repubblica Federale Tedesca che non al Belgio e all'Olanda, che sono tipiche società segmentate, nelle loro rappresentazioni della società in termini di appartenenze e identità alternative, i due partiti maggiori hanno inconsapevolmente adottato il
fondamentale principio d'organizzazione sociale, quando si è trattato di opporre l'appartenenza ad una stessa collettività nazionale alle ormai superate appartenenze ideologiche e alle vecchie subculture territoriali, l'insipienza delle élites ha conseguito l'effetto, in una società che lo sviluppo di per sé tendeva già a frammentare, di risvegliare l'eterna insofferenza, anzi l'ostilità, degli italiani per lo Stato e per ogni regola certa e troppo stringente, ancora una volta inducendoli a rinserrarsi in quei particolarismi, campanilismi e familismi cui democrazia "bicefala" era riuscita a suo modo a sottrarli. Che è poi la premessa della crisi di regime che ha agitato il primo scorcio degli anni Novanta, segnata soprattutto dal risveglio degli antichi e sciagurati demoni dei moderatismo nazionale, gli stessi che avevano trascinato l'Italia liberale nel baratro del fascismo e che la democrazia repubblicana aveva addormentato o, quantomeno, neutralizzati: a partire da un ceto imprenditoriale più incline all'assistenza che ai rischi dell'impresa e da una classe media perennemente in bilico fra arroganza e paura, nonché per troppa parte l'uno e l'altra privi di senso dello Stato e impermeabili ai valori e alle regole della democrazia di massa. LA GRANDE RECESSIONE POLITICA Due metà non sempre fanno un intero. E non necessariamente si ricava un intero da esse. Tanto più che assai labile, anche se persistente, era l'equilibrio su cui si è fondata la democrazia "bicefala", la quale però alla lunga si è caratterizzata assai più che per i suoi effetti perversi, per la sua incapacità di emendarsi e per la strenua resistenza opposta ad ogni forma d'innovazione -politica, istituzionale, culturale che fosse-, che le avrebbe forse impedito di decadere così com'è avvenuto negli anni Ottanta. Certo, dopo un tormentatissimo avvio, sconvolto dal terrorismo, da una pesante recessione economici e dall'inflazione a due cifre, lo scorso decennio è stato contrassegnati da elevati ritmi di crescita dell'economia, dal diffondersi dei benessere materiale e dei consumi "opulenti", dalla netta riduzione della conflittualità sociale, anzi dall'esaurirsi dei conflitto di classe e dalla deideologizzazione della lotta politica. A tutto questo non si può non contrapporre però la precaria divisione dei lavoro fra le istituzioni, il clamoroso deficit di capacità di governo, comprovato da mille indicatori tra cui spicca il disastro della finanza pubblica, nonché l'incontrollata volatilità elettorale, il crescere esponenziale delle pratiche spartitorie e della corruzione politica, la straordinaria capacità d'inquinamento da parte dei poteri occulti e di quelli criminali e l'incontenibile litigiosità tra i partiti, i cui rapporti reciproci sono stati radicalmente sconvolti, rinnegando solide abitudini e provando un collasso che ha avuto conseguenze gravissime. Quali sono le ragioni del degrado dapprima e poi del collasso, sancito dalle elezioni politiche dei 1992 e del 1994, e nell'esplodere delle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, che hanno coinvolto indistintamente tutti i settori della classe dirigente
politica ed economica? La vera sorpresa sta nel fatto che, a dispetto da quanto da molti temuto, la democrazia repubblicana non l'hanno messa in crisi né l'ideologia, né i partiti antisistema. La divaricazione ideologica fra i partiti e nell'elettorato negli anni Ottanta si è significativamente raccorciata, senza che però l'opinione pubblica si ricomponesse davvero. Aveva assimilato alcuni valori comuni, sì era secolarizzata ed il suo grado di ideologizzazione non era ormai granché più elevato di quelli di altri paesi europei, ma ciò non ha impedito tuttavia né al sistema partitico di continuare a suddividersi, né ai maggior partiti di dimagrire sensibilmente, né a quelli minori di moltiplicarsi, frantumando come non mai lo spazio politico. Fondata sul principio dell'arco, la democrazia "bicefala" richiamava alla mente il difficile e delicato equilibrio delle cattedrali gotiche, dove d'ideologia erano fatti non solo gli archi, ma anche i pilastri e le volte a crociera. li punto è che non appena l'ideologia quale elemento di coagulo, come fattore di ricomposizione della società, s'è consumata, l'intero edificio che su di essa si reggeva ha preso a vacillare. Per la verità, l'ideologia in quell'edificio non era tutto. Lì dove non arrivava, e dove non arrivavano le identità collettive, la si era tosto affiancata e surrogata con lo spoil-system e con lo scambio politico. E fu in special modo la Dc, il cui collante per primo dimostrò la sua insufficienza, anche perché la gamma d'interessi che essa rappresentava prestissimo non fu più riducibile al solo mondo cattolico, che a quelle pratiche fece ricorso per prima. Così com'è indubbio che il Pci lo scambio politico l'abbia praticato assai meno, già sol perché gli era concesso di accedere unicamente ai governi locali e al più di esercitare un potere indiretto, seppur ragguardevole, a livello centrale. Sta di fatto che quando le trasformazioni della società l'ideologia l'hanno consumata dei tutto, unitamente all'antitesi che di li scaturiva, le élites, quelle politiche in primo luogo, non hanno saputo in alcun modo favorire un aggiornamento delle pubbliche istituzioni, dei partiti e dei personale politico congruente con esse suscitando di contro un drammatico processo dì disgregazione sociale e politica che è la causa prima della crisi di regime e dei poco invidiabile assetto che ne è scaturito. Lasciandosi cogliere largamente impreparata, la politica ha seguitato a replicare le sue routines, pur se con qualche variante, peggiorativa peraltro, assistendo impotente all'esaurirsi della costituzione "materiale" della democrazia "bicefala", di cui sono in tal modo scomparsi gli effetti indesiderati, ma virtuosi, di governo che essa consentiva, mentre ne sono, invece, sopravvissuti -aggravandosi ulteriormentegli effetti, indesiderati anch'essi, ma perversi che aveva prodotto. A sostituire il regime "bicefalo" non è stato un assetto bipolare, anche se pluripartitico, analogo a quelli di molte altre democrazie europee, né una progredita democrazia "maggioritaria" o "consensuale", ma solo una democrazia "acefala", destinata inesorabilmente al collasso. Al di là degli eventi, tuttavia, è nelle trasformazioni sociali, e della cultura politica,
ad essi sottese che occorre ricercare le ragioni ultime di tale decadimento. E qui il paradosso sta nel fatto che se quelle trasformazioni da un lato cancellavano i presupposti su cui quel regime si era fondato, dall'altra gli offrivano l'opportunità di cambiare, salvo provocarne il collasso allorché le forze politiche quell'opportunità sì sono rivelate incapaci di coglierla. Quel che sicuramente non è mancato è stato il tempo. La democrazia "bicefala" non è crollata dì un tratto, dato che le trasformazioni cui ci riferiamo avevano cominciato a delinearsi sin dalla fine degli anni Sessanta. Già allora l'Italia aveva rimontato gran parte del suo originario ritardo nei confronti dei maggiori paesi industriali e lo sviluppo vi aveva suscitato uno straordinario processo di disgregazione e disaggregazione, di differenziazione sodale e di secolarizzazione culturale e politica. La società italiana era stata in quegli anni definitivamente squassata dai processi migratori, dall'industrializzazione, dall'espodere dei consumi privati, dalla mobilità sociale sommata a quella sul territorio, dall'articolarsi della struttura sociale, dalla terziarizzazione e dal costituirsi di nuovi ceti, e via di seguito. A questo si aggiungano la scolarizzazione di massa, la diffusione di nuovi valori e modelli di vita e comportamento, individualistici e acquisitivi, che contribuivano anch'essi a erodere le ideologie e a scompaginare identità e aggregati di classe, vistosamente riducendo altresì l'interesse dei cittadini per la politica. La miscela scaturita da tali cambiamenti era indiscutibilmente esplosiva, e con puntualità essa esplose, seppur rovesciando repentinamente l'apatia politica cui la società appariva destinata in un inatteso quanto intenso moto di protesta collettiva e spontanea, che, sottraendosi ad ogni tutela partitica, coinvolse vasti settori sociali, in vario modo investiti dallo sviluppo e per lo più emarginati dalla trama degli scambi politici che i partiti di governo avevano ormai tessuto intorno a sé. Gli studenti e i lavoratori, le donne e talune categorie intellettuali, come gli insegnanti, gli abitanti delle degradate periferie urbane e i cattolici "di base" si trovarono così tutti a rivendicare nuovi diritti, civili, sociali, politici, ottenendo risultati senz'altro apprezzabili. Salvo che fu proprio la contestazione e la mobilitazione di massa, sub specie ideologiae, a rinviare e mascherare gli effetti della differenziazione e della secolarizzazione, i quali erano potenzialmente dirompenti sotto tutti i punti di vista. Lo erano per i partiti, rimasti ancora fermi alla formula dei partito "d'integrazione". Lo erano perle istituzioni, che erano state volutamente pensate per riprodurre le articolazioni del sociale, affidando agli organi rappresentativi e ai partiti stessi il compito di ricomporle. Lo erano per la società nel suo insieme, la cui identità, nel dopoguerra, s'era costituita giustapponendo le identità ideologicamente definite dai due partiti maggiori, in tal modo riuscendo ad ovviare, seppur in forma anomala, ma pur tuttavia efficace, al deficit d'identità che da sempre affliggeva il paese. La modernità era stata tumultuosamente raggiunta. I rischi che essa comportava furono però provvisoriamente contrastati da un'impetuosa ondata di lotte sociali e da una furiosa vampata ideologica, che scossero da cima a fondo la società, al cui interno
le nuove soggettività che da essa promanavano provvisoriamente si ricomposero nel vivo delle lotte stesse, alimentando l'utopia di una palingenesi, di una radicale "ridefinizione della politica" che elevava a valori collettivi antiautoritarismo, egualitarismo e partecipazione democratica e che riscopriva il marxismo, allora fruibile ancora quale ideologia antagonistica. La storia di quella mobilitazione collettiva è stata narrata troppe volte per doverla rievocare nuovamente. C'è da precisare semmai che a livello politico, fallito il disegno dei gruppi della sinistra, nuova ed extraparlamentare, di dar vita essi stessi a nuove forme di rappresentanza, furono il Pci e il sindacato che si trovarono ad essere per la mobilitazione collettiva il centro di gravitazione obbligato. Il movimento sindacale riuscì a capitalizzare credibilità recindendo il cordone ombelicale che aveva finora avvinto ai partiti le sue tre componenti. Inoltre, assorbiti una parte dei quadri che avevano guidato la prima ondata di protesta collettiva, non solo le organizzazioni sindacali seppero adeguare, grazie ai consigli di fabbrica e ai delegati, le proprie strutture ai ritmi e alle logiche della mobilitazione, e alle nuove forme di lotta che essa "inventava", ma seppero coagulare altresì, ed orientare politicamente, un movimento di gran lunga più vasto, che fuorusciva ormai dalle fabbriche. Certo, il sindacato dovette assecondare il radicalismo della contestazione. Ma in questo modo la sua legittimazione si rafforzò, in parallelo all'ampiarsi oltremisura della sua funzione: al di là delle rivendicazioni salariali e in tema di occupazione e di condizioni di lavoro, divenne esso il portavoce privilegiato della domanda di welfare che era esplosa nella società e che nella pratica sollevò questioni essenziali come quella delle pensioni, della casa, della sanità, della scuola, del fisco, dei trasporti. La parte recitata dal Pci in questo scenario fu non meno cruciale. La sua storia, la sua formula organizzativa e il suo rigore ideologico, non l'agevolavano. Gli precludevano anzi la possibilità d'identificarsi totalmente con la mobilitazione collettiva. Superato però il disorientamento iniziale, il Pci dette prova di notevole capacità di adattarsi e si prodigò nel generalizzare e nel rappresentare politicamente le istanze che i movimenti esprimevano, celate sotto i vapori dell'ideologia e che esso riuscì a trasformare in consenso elettorale a proprio vantaggio. Anche nel Pci resisteva parecchia ideologia, ma non difettava nemmeno il pragmatismo, che gli permetteva fra l'altro di valorizzare la sua estraneità, seppur negata da alcune frange estreme dei movimento collettivo, al sistema di potere costruito dalla Dc attorno a sé in decenni di governo. Sotto i vapori ideologici, e dietro le asprezze delle lotte sociali, quel che ad ogni modo s'intravedeva era una società più moderna, culturalmente non più divisa come un tempo, in un certo senso omogenea, anche se al tempo stesso più complessa e perciò più articolata, la quale, benché suggerisse dapprincipio un'ambiziosa quanto improbabile ipotesi di modernizzazione alternativa, avanzava in realtà rivendicazioni assai concrete: diritti civili in primo luogo, e quindi riforme redistributive, ma anche
politiche, ovvero più democrazia per un verso, nel quadro di una società meno sclerotizzata e più aperta, e una democrazia migliore, per un altro: ossia un'amministrazione più funzionale, in grado dì erogare ai cittadini prestazioni più adeguate. specie sul terreno dei welfare. Purtroppo, senza sottovalutare né lo Statuto dei lavoratori, né il divorzio, né le riforme democratiche che riguardarono il governo delle città, della scuola e della sanità, né anto meno il nuovo clima politico-culturale che si respirava (esemplare è la vicenda del Corriere della Sera di Ottone, il quale contraddicendo la sua storia divenne H punto di riferimento di un vasto fronte laico-progressista che aveva dismesso ogni pregiudiziale anticomunista), gran parte dell'energia innovatrice che si produsse in quella temperie venne malamente dissipata. Per parte loro i partiti di governo non seppero, o non vollero, spalleggiare risolutamente gli imprenditori, com'era accaduto dopo il maggio francese, opponendo alla protesta collettiva un disegno di modernizzazione conservatrice, che neutralizzasse il movimento soddisfacendo dall'alto, e paternalisticamente, alcune sue richieste. Né questi stessi partiti seppero agevolare l'adozione di nuove forme di regolazione concertata dei rapporti fra Stato, economia e società di marca neocorporativa, o corporatista, simili a quelle in vigore in molti altri paesì industriali. Alle confederazioni sindacali si concesse, questo è vero, un riconoscimento istituzionale e politico, che però mentre da un lato mirava a valorizzare la presenza al loro interno di componenti che si richiamavano a tutti i partiti del cosiddetto "arco costituzionale", e ai Pci innanzitutto, dal lato opposto serviva a compensare lo stesso Pci per la mancata ammissione fra ì partiti di governo. La supplenza sindacale non impedì tuttavia ai comunisti di accostarsi al governo grazie alla loro imponente crescita elettorale. Quel che ad essi al dunque mancò fu la determinazione necessaria sia per pretendere riconoscimenti meno parziali, sia per rappresentare almeno simbolicamente una qualche rottura. Con i governi di unità nazionale, i comunisti si appagarono di una compartecipazione "dall'esterno", al contempo dissanguandosi con gli estenuanti riti della mediazione parlamentare, mentre in un clamoroso fallimento si risolsero le innovazioni istituzionali originariamente escogitate per promuovere la partecipazione democratica. Inaugurate con l'attuzione delle regioni, con quelle rfForme s'immaginava sia di secondare la spinta "dal basso" dei movimenti collettivi, sia di rinnovare le istituzioni pubbliche, rompendo anzitutto il centralismo burocratico che le affliggeva e rendendole al contempo oltre che più responsive nei confonti dei cittadini, anche culturalmente più aperte, mediante la creazione di un'articoIata gerarchia di organismi rappresentativi che avrebbe dovuto trovare fi suo vertice nel parlamento (di cui si era teorizzata la "centralità" a spese dell'esecutivo). In realtà, sì finì in questo modo a disperdere per mille rivoli la pressione rivendicativa dei movimenti e ad offrire spazi di governo compensativi per un Pci elettoralmente in ascesa, sempre negandogli però l'accesso al
governo centrale, nonché a predisporre nuovi, anche se limitati, ambiti di spartizione partitica cui anche il Pci veniva ammesso. Benché comprensibile, nel caso di una forza politica ghettizzata, cotanta cautela rivelava però soprattutto una significativa carenza di cultura di governo e un'ancora incerta ricezione dei principi della democrazia competitiva. Non che i partiti dì governo tradizionali, al di là di qualche rara eccezione, ne possedessero granché di più. Ed è presumibile anche che, qualora avesse avuto accesso all'esecutivo, il Pci avrebbe saputo ovviare a tale carenza. Peraltro il Pci dette prova di notevole "senso dello Stato" e lealtà alle istituzioni quando si trattò di far fronte al terrorismo, così come più tardi quando s'è trattato di resistere alla sanguinosa offensiva della criminalità organizzata, con grande convinzione sostenendo l'azione repressiva della magistratura e delle forze dell'ordine. Ciò cui il Pci non seppe resistere, o cui resistette in maniera insufficiente, fu la concorrenza del clientelismo e della demagogia democristiani, tesi a contenere lo slittamento a sinistra, cui la stia eccessiva cautela gli consentì di fatto di opporre solo una forma di tutela demagogica degli interessi che rappresentava, limitandosi ad assecondare l'espansione del welfare, senza impedire tuttavia né l'erogazione delle sue prestazioni in chiave particolaristico-clientelare, che derubricava i diritti a favori, né una crescita esponenziale dei suoi costi. Fu così che le riforme mancate, o svuotate, finirono per esaltare gli aspetti più negativi dei cambiamenti sociali e culturali in atto, dissipando l'occasione che offrivano. Differenziazione sociale e secolarizzazione non fecero altro che corrodere definitivamente le due avverse ideologie e le corrispondenti identità, senza che ad esse si sostituisse nient'altro che i corporativismi più rabbiosi e la disgregazione pura e semplice. Se i partiti non seppero predisporre alcuna strategia modernizzante, non meno insufficiente fu l'azione di quelli che sono dì norma gli attori sociali decisivi in un paese avanzato. I sindacati fecero quel che potevano. Sospinti dai movimenti e non essendo in grado dì sottrarsi a tale spinta, provarono si a indirizzarla, senza che però nessuno li aiutasse. Quanto agli imprenditori, si guardarono bene dal sostenere con convinzione l'ipotesi di una modernizzazione dì segno moderato, oppure, in una prospettiva tutt'affatto diversa, di sollecitare la stipula di una accordo neocorporativo, che la legittimità capitalizzata dal movimento sindacale avrebbe forse reso possibile. Una volta di più il loro fu un comportamento di opportunistica collusione coi partiti di governo, pur se attento a non contrariare troppo il sindacato, esclusivamente però nella prospettiva strumentale di alleviare nell'immediato la conflittualità nelle fabbriche, mentre infine non mancarono settori imprenditoriali, per fortuna ristretti, che incoraggiassero la "strategia della tensione" e il terrore di destra. A complicare ulteriormente le cose ci si mise il dramma del terrorismo di sinistra. Dapprima esso coinvolse schegge "impazzite" del movimento di protesta, non alieno talvolta dal ricorrere alla violenza, e rimaste fedeli ad una concezione eversiva e
"rivoluzionaria" che il Pci aveva abbondantemente rinnegato nella pratica, ma non pienamente nel linguaggio. Più oltre -ormai è evidenteesso si lasciò strumentalizzare nel quadro di un assai torbido disegno che disponeva d'importanti sostegni sul piano internazionale, volto a scongiurare il pieno riconoscimento dei Pci quale di partito di governo. Obiettivo, questo, conseguito appieno, insieme a quello, gradito in special modo agli ambienti moderati e conservatori, di forzare quel partito a rinunciare all'azione di massa organizzata, a costo di colpire al tempo stesso mortalmente le identità collettive, che i processi di modernizzazione avevano già abbondantemente intaccate. RIFORME MANCATE Mediante la protesta collettiva la società differenziata e pluralistica aveva provato a ricomporsi da sé e in qualche misura ad escogitare essa stessa nuovi meccanismi di governo. La sinistra, politica e sindacale, l'aveva assecondata, convogliando la protesta verso il sistema politico e riproponendone i temi. Nel volgere di pochi anni, dopo che il sistema degli interessi s'era articolato, divenendo più competitivo e pluralistico a spese dei tradizionali interessi forti, dopo che s'erano prodotti straordinari cambiamenti, nel costume, nella cultura, nei valori, nelle stesse istituzioni, la pressione innovatrice venuta dalla società si spense. Non solo, ma se la società italiana era divenuta più moderna, nel frattempo aveva consumato il suo passato e ipotecato il suo futuro. Svaniti gli entusiasmi, restava una società disillusa, snervata dall'insinuante e demagogico clientelismo democristiano, nonché tormentata dai particolarismi più gretti, che erano proliferati per reazione, taluni, quelli di matrice localistica, riaffiorando da un lontano passato, talaltri sorti ex-novo, anche grazie all'apporto della sinistra, per la sua incapacità di rinunciare definitivamente ad un antagonismo ormai solo simbolico. Da una parte, assieme alle identità di classe, nell'incendio modo bruciarono etiche tradizionali dei lavoro e professionali e quel po' di cultura amministrativa che si era sedimentata a fatica nelle burocrazie pubbliche, infliggendo fra l'altro un colpo definitivo alla funzionalità dei servizi. Dal lato opposto, le componenti più forti e più protette della società, e più dotate di capacità contrattuale, ovvero le classi medie emergenti subivano un'impressionante involuzione corporativa e una loro specifica, pur se mascherata, crisi d'identità cui avrebbero cercato rimedio accogliendo con entusiasmo tanto l'offerta di leadership con grande prontezza avanzata da taluni segmenti in ascesa del ceto politico -e anzitutto dal Psi-, quanto l'invito liberatorio all'enrichisssez vous -anzi, al fate affari, consumate e esibiteche giungeva da questi stessi settori politici, assai più pronti della Dc e del Pci a captare gli umori che la società italiana secerne. Nelle mutazioni che tra fine anni Sessanta e anni Ottanta si sono registrate nella società italiana non v'era, in linea di principio, alcunché d'inedito, tranne il ritardo, ma anche l'impeto con cui si erano verificate. L'estinzione delle classi "generali" e delle
grandi identità collettive ad esse legate non è un fenomeno esclusivamente italiano. In tutte le democrazie sviluppate la struttura sociale s'è articolata e i confini fra le classi si sono slabbrati, così come la collocazione lavorativa degli individui è divenuta, in termini di stratificazione sociale, secondaria rispetto a quella nei circuiti della distribuzione e del consumo. Analogamente, l'affievolirsi delle disuguaglianze, di quelle più appariscenti se non altro, l'azione egualitaria e democratizzante -immaginaria quanto si voglia, ma non meno realedei consumi di massa e del welfare, hanno ovunque provocato il declino dell'azione collettiva, della partecipazione politica e della militanza, solo in parte compensate da nuove forme di partecipazione one issue, che sarà pure auto e non più eterodiretta e pertanto più consapevole e matura, ma la cui fondamentale caratteristica sta nel sottrarsi ad ogni forma durevole d'organizzazione politica. La devianza dell'Italia risiede nel fatto che, dopo esser state per quasi un decennio rinviate, le scadenze della differenziazione e della secolarizzazione, e quella dei loro effetti politici, si sono con puntualità ripresenta te negli anni Ottanta, cumulandosi, oltre che con gli strascichi e le disillusioni di un lungo e inquieto decennio, con una reazione inadeguata e carente come non mai del personale politico. La forza, e l'originalità, della democrazia "bicefala" erano consistite nella stia capacità d'incorporare, benché con parecchie controindicazioni, i contrasti ideologici e il conflitto di classe, i quali avevano per almeno trent'anni garantito un vigoroso impulso al cambiamento, in maniera peculiare ispirandosi agli altri modelli europei. In pari tempo, la protesta collettiva organizzata era riuscita a difendere, e ad allargare, in misura non piccola la democrazia. Viceversa, una volta esauritisi i conflitti di classe e quelli ideologici, il governo (sempre che abbia senso utilizzare tiri termine cosi impegnativo) dei particolarismi e dei cambiamento e è rimasto esclusivamente consegnato alle manovre speculative dei personale politico, alle intimidazioni, ai veti e alle più futili questioni di principio, alla demagogia a basso prezzo, all'allarmismo scomposto, alla politica-spettacolo, di recente scoperta, che si affiancarono a una crescita sfrenata dello scambio politico e del clientelismo. In apparenza codeste tecniche di governo ed il nuovo stile politico ad esse si accompagnava smorzavano le conseguenze politicamente più distruttive della secolarizzazione e della frammentazione degli interessi. In realtà, mentre condannavano il regime democratico ad un prolungato e logorante degrado, lungi dal costituire un rimedio alla crisi d'identità complessiva che si andava manifestando, ponevano semmai le premesse della crisi di legittimazione che è alfine precipitata all'inizio degli anni Novanta in una vera e propria crisi di regime, di cui non è possibile cogliere ancora tutte le implicazioni. È proprio vero però che non si offrivano alle classi dirigenti soluzioni alternative per ovviare al declino irreversibile della democrazia "bicefala"? Sul piano politico-istituzionale la prima via alternativa che si provò ad esplorare sin da metà anni Settanta, peraltro in continuità con l'ipotesi dei "compromesso storico"
e della "democrazia compiuta", fu quella di un accordo "neocorporativo". Non sempre la si batté con convinzione e soprattutto con la necessaria coerenza da una parte e dall'altra. Comunque, essa si rivelò impercorribile nel 1984, allorquando fatti l'accordo unitario circa il costo dei lavoro, cui il governo ribatté coi decreto sulla scala mobile del 14 febbraio di quell'anno, mentre a stia volta il Pci reagì avviando le procedure per un referendum che abrogasse quel decreto: referendum, il quale ebbe invece l'effetto di dimostrare una volta per tutte a chi si rifiutava di accorgersene che mobilitazione e identità sì erano consumate, azzerando di fatto la possibilità d'investire tali risorse nella stipula di un durevole patto "neocorporativo", che consentisse una fuoruscita "europea" dal travaglio dì quegli anni. In realtà, il movimento operaio aveva smobilitato già tra l'emergenza terroristica e la "marcia dei 40 mila" di Torino, senza ottenere alcuna compensazione politica, mentre la ristrutturazione produttiva ne aveva profondamente modificato, frantumato e ristretto la base. Se non che in questo modo veniva profondamente incrinato uno dei più preziosi ingranaggi della democrazia italiana. Lo si sarebbe potuto evitare? E impossibile dirlo. Certo si è che negli anni successivi, la "classe" lavoratrice è stata integrata, dal welfare e dei consumi, dal benessere di cui beneficiavano strati sempre più vasti della popolazione, mentre è stato in particolare ridimensionato il ruolo politico dei movimento sindacale, non senza confermare però una delle più singolari varianti del caso italiano nel panorama delle grandi democrazie europee, ovvero l'esclusione dei partito che voleva rappresentare i lavoratori e che più li rappresentava. Ancor più rilevante e persistente è stata la seconda grande ipotesi "politica" degli anni Ottanta: quella di un'incisiva revisione delle tecnologie politiche e istituzionali tale da adeguare lo Stato repubblicano alle altre democrazie sviluppate. Tale revisione la suggeriva anzitutto l'ormai visibile tramonto della democrazia "bicefala", che impediva ai partiti di seguitare a svolgere quel ruolo di supplenza nei confronti dello Stato e delle istituzioni che avevano svolto finora. A questo si aggiungano da un lato il manifesto fallimento delle riforme "democratiche" del decennio precedente, che erano state ridotte a null'altro che un devastante processo d'"inflazione d'autorità", dall'altro le trasformazioni strutturali e culturali che la società italiana aveva subito: anche laddove non si fosse manifestato il declino delle due forze politiche maggiori, quella italiana era orinai una società più complessa, caratterizzata da una impressionante disseminazione degli interessi, nonché da una netta caduta dell'interesse dei cittadini per la politica, che ridefiniva ruolo e funzionamento dei partiti di massa, si sarebbe senz'altro giovata di un incisivo processo di rigerarchizzazione istituzionale che valorizzasse, e stabilizzasse, l'esecutivo rispetto al parlamento e ai partiti. Ebbene, senza attribuire effetti miracolosi al restauro delle istituzioni, come impropriamente si è fatto. è fuor di dubbio che un'inversione di trend fosse alfine opportuna, vuoi per ripristinare l'autorità dello Stato, ormai disintegrata e dispersa per ogni dove e privatizzata da questa e da quella "arciconfraternità del potere", vuoi per contenere gli effetti, ormai nitidamente percepibili, dopo un provvisorio rinvio, della modernizzazione e della complessiva crisi d'identità che l'accompagnava. In particolare,
visto che di Stato in Italia ve ne era sempre stato pochissimo, la riforma in questione, restituendo funzionalità e credibilità alle istituzioni, poteva offrire l'opportunità, una volta entrato in crisi il dualismo che a tale carenza aveva alla bell'e meglio supplito, per restituire i partiti al loro ruolo, senza tuttavia rinnegarlo, e per accreditare di contro lo Stato quale principio fondamentale d'integrazione e organizzazione sociale. Per intanto, già a breve termine, l'adozione di un nuovo regime elettorale avrebbe contribuito a semplificare il sistema partitico, ma anche a bilanciare l'esaurirsi delle identità collettive e la rottura dei allineamenti politici tradizionali, contrastando la volatilità elettorale e sollecitando gli interessi a riaggregarsi. Del pari, la verticalizzazione e la rigerarchizzazione delle istituzioni, rivedendo incisivamente la divisione dei lavoro tra esecutivo, parlamento e partiti, avrebbero come altrove permesso tino snellimento e uno sveltimento dei processi decisionali, filtrando e imbrigliando le spinte centrifughe provenienti dal sistema degli interessi. A cavaliere fra anni Settanta e anni Ottanta, questa strada si provò effettivamente a percorrerla. I socialisti avanzarono la proposta di eleggere a suffragio diretto il presidente della Repubblica, onde creare una autorità sottratta a ipoteteche partitiche. Più cautamente Dc e Pci suggerirono una riforma dei sistema elettorale che avrebbe voluto promuovere l'aggregazione di due schieramenti alternativi mediante l'attribuzione di un premio di maggioranza, sperando di riutilizzare così quanto restava vitale, e allora non era poco, della vecchia democrazia "bicefala". Né va dimenticato l'imponente e pregevole lavoro di ricognizione e elaborazione effettuato dalla commissione parlamentare presieduta dall'onorevole Bozzi. Se non che, se i motivi dei fallimento dell'ipotesi di un accordo "neocorporativo" li si rintraccia agevolmente nel ridursi della capacità contrattuale delle organizzazioni sindacali, che sì è verificato ovunque in Europa, per ragioni dì ordine strutturale, che in gran parte prescindono dalle strategie degli attori, per ben altri motivi l'ipotesi di riformare le istituzioni è fallita negli Ottanta, e ha avuto successo solo all'inizio del decennio successivo, allorché una serie di avventurosi colpi di mano referendari ha forzato le resistenze del parlamento e dei partiti a rivedere la legislazione elettorale, a partire da essa producendo un assetto quanto meno discutibile vuoi sotto il profilo della funzionalità, vuoi sotto quello della democraticità. La società e la pubblica opinione erano da tempo mature per accettare di buon grado un sostanzioso e coraggioso restauro dell'architettura disegnata in sede di assemblea costituente e modellatasi in decenni dì vita democratica. E non è infatti dalla società che sono venuti gli ostacoli che hanno impedito a tale restauro di realizzarsi, ma sono semmai da additare le gravi responsabilità degli attori politici. Assodata l'inesistenza di soluzioni in grado di offrire costi e benefici uguali per tutti, i partiti sì sono per lungo tempo bloccati reciprocamente, preferendo non decidere, in ciò manifestando tutta la loro miopia e inadeguatezza, culturale in primo luogo.
gli eletti negli organismi rappresentativi hanno espropriato delle responsabilità più propriamente politiche le dirigenze dei partiti, i cui terminali periferici hanno a loro volta conquistato ampi margini di autonomia, specie in fatto di reclutamento dei personale elettivo. Nella loro versione italiana i partiti postclassisti costituiscono invece un ibrido che si segnala per la sua perversa anomalia. Le classi sono svanite, così come si sono esaurite ideologie e identità. E anche i partiti italiani hanno adottato comportamenti da mercato politico. L'inconveniente è che l'ipertrofia della mediazione politica, e l'ossessione del ceto politico di costituirsi un autonomo retroterra economico, si sono risolte nell'anacronistica sopravvivenza di macchine ciclopiche e costosississime, che misuravano la propria efficacia esclusivamente in base alla loro capacità d'impadronirsi di pezzi non solo di Stato, ma anche di società. Il paradosso stavolta è che mentre il gigantismo degli apparati confermava in apparenza un altro tradizionale stereotipo della politica italiana, quello della "partitocrazia", i fatti provvedevano a smentirlo. Più che i partiti come attori collettivi organizzati, in uno scenario politico in cui lo scambio politico e il clientelismo favorivano un'involuzione individualistica della pratica politica, dove a contare era il singolo operatore politico, il quale a sua volta intrecciava, con altri singoli operatori, spesso affiliati ad altri partiti, oscuri rapporti di comparaggio in tal modo ricomponendo un fitto reticolo di cordate trasversali, che di fatto restringevano l'esistenza dei partiti alle sole consultazioni elettorali. Prontissime a connettersi capillarmente al sistema dei interessi, e ad impossessarsi di pezzi di Stato e di enti pubblici, tali cordate inoltre servivano tanto a propiziare in un contesto assai viscoso la mobilità ascendente dei politici "in carriera", quanto a prevenire il dissenso e ad agevolare gli accordi lottizzatori, con l'effetto com'è ovvio di ampliare a dismisura l'arca della politica "illegale". Le indagini giudiziarie hanno pubblicamente rivelato solo di recente quel che in realtà già tutti sapevano. I partiti erano le arterie della politica corrotta e tutto s'è comprato, e tutto s'è venduto, in politica nello scorso decennio. Tra i partiti di maggioranza, ma anche con la sinistra d'opposizione, una significativa parte della quale, benché respinta ai margini, faute de mieux ha fatto commercio della stia passività. Anzi: in un contesto politico ed elettorale destabilizzato, in cui il radicamento sociale dei partiti s'era giocoforza allentato, dove l'ideologia non era più né risorsa, né remora morale, il più efficace collante dei sistema partitico, oltre che l'elemento omologante dei costume politico da Nord a Sud, erano divenute le connessioni improprie fra interessi e politica, corruzione e concussione, nonché le trarne che hanno messo in contatto la politica con spietate organizzazioni criminali e con sinistri poteri occulti. Il ragionamento si applica in special modo ai partiti di governo, quelli che più direttamente erano partecipi dello spoil-system. Per parte sua la sinistra, o meglio ancora il Pci, a maggior ragione una volta divenuto Pds, non ha saputo far di meglio
(mentre il sindacato si burocratizzava irrimediabilmente) che smobilitare le sue strutture territoriali e rinnegare il proprio radicamento sociale. La crescente apatia, il tramonto delle identità e lo stesso arretramento politico e elettorale della sinistra avevano inaridito l'humus su cui quelle strutture avevano prosperato. È certo però che la progressiva smobilitazione dei partito, preservando tuttavia l'apparato, ad altro non è valsa che a render sempre meno dissimile il personale politico comunista da quello espresso dalle altre forze politiche. Anche il profilo dei ceto politico è profondamente mutato negli anni Ottanta. Le vecchie figure del politico d'apparato e del politico, ideologizzato, cresciuti nelle sezioni di partito, nelle organizzazioni collaterali, nelle parrocchie, si sono estinte, e si sono al loro posto diffusi i "faccendieri" e i "politici d'affari", esterni agli apparati di partito ed esclusi dalle istituzioni rappresentative, ma che hanno invece operato attivamente quali intermediari coi nei ranghi della politica e a loro volta si sono preoccupate di reclutare anch'esse sistema delle imprese, che delle aziende pubbliche intermediari specializzati. Il secondo aspetto da sottolineare è la volgarità e l'arroganza di tale nuovo ceto politico. Mentre la vecchia dirigenza politica della democrazia "bicefala", vincolata dall'ideologia, si curava se non altro di dissimulare i suoi comportamenti effettivi, la nuova dirigenza ha imposto uno stile politico assolutamente diverso: tracotante, rapace, chiassoso e d'inconsueta volgarità, con tutte le intemperanze tipiche dei parvenus. Avrà pure aiutato la spettacolarizzazione della politica. Ma l'immagine delle visite di Stato con codazzi più adatti ad un grand prix automobilistico, le ville esotiche, il lusso esibito senza infingimenti, la disinvoltura con cui è stata praticata la spartizione, hanno decisamente sconvolto vecchie e tenaci abitudini della politica italiana, abituata a uno stile ipocrita magari, ma certamente dimesso e cauto. A questo si aggiungano ancora l'effetto d'imitazione che il nuovo stile politico ha provocato. La nuova classe media che ha imperversato negli anni Ottanta era di sicuro predisposta: ma non v'è dubbio che il ceto politico non sia stato secondo a nessuno nell'additare arrivismo, volgarità ed arroganza quali nuovi modelli di comportamento a tutta la società. Eppure, a dispetto di tanti sforzi e di tante distorsioni, il ceto politico non è stato in grado di liberarsi né dalle pastoie dello scambio politico, né da una condizione di congenita insicurezza, precarietà e lentezza decisionale. Vuoi come rappresentanti, vuoi come decisori, i politici, si sono rigorosamente limitati ad una mediazione statica tra domande e interessi sociali, di cui l'enorme crescita della spesa e del debito pubblico in Italia è forse la conferma più efficace. Sistematicamente e opportunisticamente hanno puntato o a differire o a schivare le scelte, o ancora a selezionare quelle meno costose, o più redditizie, in termini di consenso. Resta da domandarsi come abbiano vissuto gli italiani un simile rapporto con la politica, che chiaramente non ha avuto origine negli anni Ottanta, ma che in quegli anni si è deteriorato come non mai. Effetti d'imitazione a parte, l'impressione nel complesso
è che la politica abbia trasformato lo scambio politico, che nasceva quale rapporto negoziale, fondato sulla convenienza reciproca, in una trama di complicità. Che qualcosa di malsano vi fosse nella forma che avevano assunto i vincoli di rappresentanza, nell'abnorme dilatazione delle macchine politiche, nell'utilizzo impudicamente disinvolto del pubblico denaro da parte dei personale politico, e nella sua ostentata prepotenza, è alquanto difficile che gli italiani non lo comprendessero. Ciò non toglie che nel decennio due elettori su tre abbiano preferito i partiti di maggioranza, mentre al contempo si registrava un sensibile ravvicinamento a tali partiti della maggior forza politica d'opposizione. In realtà, è grazie al welfare clientelarmente dosato e agli ingenti trasferimenti a favore delle famiglie, sostenendone il reddito e garantendone la capacità di consumo, che si è mantenuto il consenso, ovviamente appesantendo a dismisura le pubbliche finanze, salvo poi collocare presso le famiglie medesime i titoli di detto debito e offrir loro l'opportunità di lucrarne gli elevatissimi interessi. Quando non si offrivano ulteriori vantaggi attraverso l'evasione e l'elusione fiscale. Il rapporto fra lo Stato e le imprese, che hanno anch'esse beneficiato d'ingenti trasferimenti diretti, ha funzionato in termini non troppo diversi. Si ha un bel dire che le imprese si sono avvantaggiate dei non governo, dell'incapacità dell'autorità politica di regolare dal centro l'economia. Lo stato attuale dell'industria italiana è la prova di come l'assenza per un decennio di una politica industriale e di rigoroso sostegno alle regioni sottosviluppate, che sul momento corrispondeva magari alle aspettative degli imprenditori, nei tempi medi si sia rivelata esiziale. Quegli imprenditori che alla fine dei ciclo si sono messi a denunciare a gran voce lo sfacelo dei "sistema Italia", avrebbero potuto pretendere prima comportamenti politici diversi. Con la complicità di tutti, negli anni Ottanta l'Italia ha così rinunciato ad essere un paese industriale, di buon grado accettando che la sua base produttiva si restringesse. Anche qui non è il caso di fornire dei dati. Conviene ricordare semmai come una volta fiaccate le organizzazioni sindacali, gli imprenditori, piccoli, medi o grandi che fossero, confermando una delle più tenaci anomalie nazionali, hanno preferito impiegare le loro migliori energie nel negoziare coi ceto politico nazionale e locale, più sovente all'oscuro che alla luce dei sole, accettando che le loro sorti dipendessero dalla compiacenza di questo o quel partito, di questa o quella corrente. La congiuntura internazionale propizia ha occultato questa involuzione. Coerentemente con la sua storia, negli anni Ottanta il mondo imprenditoriale, anziché rivendicare servizi pubblici più adeguati, un'amministrazione più efficiente, regole severe che disciplinassero il mercato e una lungimirante politica della formazione e della ricerca, ha puntato ad accaparrarsi anch'esso, nelle più varie forme, una quota imponente di pubbliche risorse particolaristicamente distribuite, a danno del pubblico bilancio, dei cittadini, dei consumatori, degli azionisti minori delle aziende, spesso perpetrando l'estrema beffa d'investire una quota cospicua delle risorse così accumulate non nelle attività produttive, ma nei titoli del debito pubblico.
A ben pensarci, c'è qualcosa che richiama alla mente l'estorsione nel rapporto che s'è instaurato negli anni ottanta tra cittadini e ceto politico: gli estortori sì intimidiscono , e taglieggiano gli estorti, ma contestualmente li rassicurano e proteggono, onde assicurarsene la complicità. Solo per gli interessi più forti questo ragionamento merita d'essere attenuato, dato che assai difficilmente si attaglia loro la parte della vittima, che pure hanno provato a recitare al cospetto dei magistrati di Tangentopoli. SVOLTA A DESTRA Come negare che quelli che stiamo vivendo siano tempi di destra, ovvero tempi in cui quasi tutto congiura contro i valori e i temi propri della sinistra, che sono, varrà ricordarlo, uguaglianza e solidarietà? Dacché Margaret Thatcher giunse al governo in Gran Bretagna, con un programma fortemente innovatore rispetto al prudente conservatorismo del suo partito, in tutt'Europa si è manifestata una deriva verso destra fortissima, simmetrica rispetto alla deriva verso sinistra che aveva caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta una volta raggiunta la piena occupazione. Molle le ragioni per cui le società europee hanno perso interesse per i temi tradizionali della sinistra, e si sono rivolgelte ai partiti dì destra, i quali si sono rinnovati riscoprendo individualismo, mercato e concorrenza. Tra di esse spicca la riscossa politica dei settori della società più avvantaggiati e più protetti, e in particolare di significativi settori delle classi medie, che hanno ripreso l'iniziativa. Fino agli anni '70 la ragione dei successo dei partiti socialisti in Europa, ma anche di quello (più contenuto) delle sinistre italiane, era stato il riposizionarsi a sinistra dei ceti medi dipendenti, interessati alle prestazioni dello Stato sociale, che avevano trascinato seco altri settori d'elettorato: da quelli interessati all'orientamento più liberal della sinistra in fatto di diritti civili, a quelli desiderosi di rompere la cappa della guerra fredda, fino agli ambienti imprenditoriali che non solo consideravano il welfare uno straordinario ammortizzatore sociale, i cui costi erano addossati dallo Stato, e quindi alla collettività nel suo insieme, ma che confidavano anche nelle opportunità offerte da una gestione contrattata delle relazioni industriali. Da circa un decennio questo è finito e nella pubblica opinione s'è registrato uno smottamento in controtendenza rispetto a quello di dieci anni innanzi e imperniato sul rigetto dei welfare, squassato a sua volta dalle aspettative irrefrenabili dei suoi beneficiari, dalla sua strumentalizzazione all'interno del ciclo elettorale e dall'irrefrenabile lievitazione di costi. Mentre le trasformazioni della struttura economica e l'espansione del terziario riducevano il potenziale di mobilitazione collettiva dei lavoratori dipendenti, maturava una volontà di rivincita in chi s'era sentito penalizzato dai grandi accordi "neocorporativi" e in chi aveva malvolentieri subìto la preminenza delle organizzazioni sindacali, insieme alla perdita di status che ne derivava.
In realtà, se le sinistre al governo si sono dimostrate incapaci di coniugare i costi dello Stato sociale con lo sviluppo, una volta giunta al governo le destre non hanno fatto granché di meglio. Hanno tagliato le spese, quelle dei welfare, o ne ha arrestato la crescita. Hanno privatizzato. Hanno rivalutato il mercato, a lungo oscurato dalla teoria e dalla pratica del keynesimo. Anzi l'hanno elevato a mito, proponendo una concezione darwiniana dei sociale, dove è più che legittimo che la competizione di mercato selezioni i migliori, ovvero i più intraprendenti, a scapito (lei più deboli e dei meno capaci. Talora le destre hanno fatto anche ricorso (Falkland, unificazione tedesca) a vecchi espedienti come l'orgoglio nazionale, ma ad aiutarle a governare, finché è durata, è stata la ripresa economica degli anni '80. Quel che è singolare che una volta che la crescita s'è fermata, malgrado l'incapacità delle destre di rilanciarla, il pendolo non è tornato indietro, ma, respinto con ogni probabilità dal vuoto di proposta delle sinistre, è subentrata la paura. La deindustrializzazione e la caduta strutturale dell'occupazione, ma anche il collasso del vecchio equilibrio dualistico su cui s'era retto il sistema internazionale, l'incontenibile ondata migratoria dal Terzo mondo, preludio forse di una nuova temutissima ondata che potrebbe sopraggiungere dall'Est, la crescente insicurezza dei grandi agglomerati urbani, sono i moventi decisivi che hanno accentuato e incattivito la deriva a destra, trascinando stavolta anche ampi set tori del lavoro dipendente, inoculandole i germi del razzismo e dell'intolleranza. Che anche l'Italia potesse percorrere la medesima parabola, paura e incattivimento compresi, era largamente prevedibile. Né c'era da scandalizzarsene più dì tanto. Le premesse affinché l'elettorato si spostasse e un suo segmento, varcando il confine tra sinistra e destra, determinasse una svolta politica, c'erano tutte. Se non che nell'oscillazione dei pendolo vi è stato qualcosa di patologico. L'avanzata della sinistra non s'era a suo tempo risolta in alternativa, né in un organico programma redistributivo, ma s'era combinata col vecchio clientelismo Dc, producendo in misura cospicua demagogia, corporativismi arrabbiati e intrallazzi consociativi. Analogamente, la voglia di destra ha a lungo incontrato enormi difficoltà a trovar sfogo. Se in quasi tutt'Europa, modesti smottamenti elettorali sono bastati a ricacciare le sinistre all'opposizione, in Italia l'architettura istituzionale a suo tempo disegnata dai costituenti e in special modo la proporzionale hanno viceversa smorzato e deviato, insieme alle tenacissime inerzie del sistema partitico, i mutamenti d'umore dell'elettorato. C'è dunque un altro modo -complementare e non alternativoper leggere gli anni Ottanta e soprattutto gli esiti della crisi di regime con cui si è concluso il decennio e con cui si è aperto quello successivo: sull'irrisolta crisi d'identità imputabile al tracollo della democrazia "bicefala", si è immediatamente innestata un'oscura voglia di destra, rimasta anch'essa inevasa, che non poteva non condizionare pesantemente la vita politica e sociale del paese. Non che dal sistema dei partiti non sia giunta un'offerta di destra che provasse a incontrarsi con la domanda di destra che la società veniva esprimendo. Anzi, l'offerta di
destra è stata perfino sovrabbondante, ma inadeguata, tale sì da rafforzare la domanda, ma non da soddisfarla se non in maniera insufficiente e distorta. In particolare, se per un verso culturalmente si favoriva uno slittamento a destra della pubblica opinione, per un altro nella pratica di governo tale svolta, che pure c'era, restava approssimativa e caricaturale. li tentativo più rimarchevole in questo senso è stato quello compiuto dal Partito socialista di Craxi, il quale, avendo ben inteso i mutamenti della pubblica opinione, ma anche l'urgenza di aggiornare le procedure e lo stile di governo del paese, con il suo nuovo corso sì ha provato a dar voce alla domanda di destra e alle smanie che l'accompagnavano -voglia d'autorità, voglia d'ordine, voglia d'istituzioni meno inclini a mediare, e un desiderio intenso di resa dei conti con la sinistrama l'ha fatto in forma ambigua e insufficiente. Che il Psi di Craxi una svolta a destra la volesse fermamente è fuor di dubbio. Così com'è fuor di dubbio che stato soprattutto Craxi a traghettare da sinistra a destra una quota consistente di elettorato. A Craxi sono mancato però la cultura e gli strumenti per praticare dal governo una rigorosa politica di destra. Ha provato a crearseli, con il famoso "decisionismo" craxiano, ma anche con un conato di nazionalismo spettacolare, mostrando i muscoli a Reagan a Sigonella, coi mito di Garibaldi e con bizzarre proposte come quella delle piazze d'Italia, con la favola dell'Italia quinta potenza industriale e con un goffo tentativo perfino di riciclaggio del Msi. Craxi si è inoltre posto in aperta e accanita competizione col Pci, accusandolo di non aver tuttora superato i suoi trascorsi stalinisti, né di aver rescisso i legami con Mosca e ha discettato d'equità, per non parlare né di giustizia, né d'uguaglianza. Salvo, nel constatare il proprio fallimento, mettersi a far destra nel modo consueto all'Italia: ghettizzando la sinistra e facendo concorrenza alla Dc sul terreno del clientelismo, della corruzione, della divisione delle spoglie, dove l'allievo ha superato il maestro, il quale ha dovuto faticare moltissimo per non farsi emarginare. Il craxismo ha però fatto destra anche in altre forme. Non tanto iscrivendo la riforma delle istituzioni sull'agenda politica, bensì declinandola in termini dichiaratamente di destra e soprattutto convincendo quei settori moderati e conservatori della pubblica opinione che la Dc aveva pur con qualche sforzo mantenuto all'interno del quadro costituzionale, della possibilità non solo di aggiornare la costituzione, ma di stravolgerla, adottando un'impostazione alternativa, che fatalmente avrebbe portato a rinnegare il compromesso sociale e politico su cui la costituzione, e la sua applicazione, si erano finora fondate. Non solo, ma Craxi ha anche scoperto la personalizzazione della politica. Certo anche nel Pci l'immagine di Togliatti e di Berlinguer avevano condizionato quella dei partito. La differenza per il Psi è che si può invece parlare di vera e propria sostituzione. Accantonata l'ideologia, assieme ai programmi, all'insegna del pragmatismo, ridimensionata l'organizzazione, la figura del leader è divenuta il punto di riferimento essenziale, a scapito anche delle norme statutarie che non prevedevano l'acclamazione
quale procedura di elezione del segretario. In realtà, Craxi non è stato il solo ad andare a destra negli anni Ottanta. Del medesimo segno (anche se democraticamente assai meno eterodosso) è il tentativo compiuto più o meno negli stessi anni dalla Dc, non dalla sua ala moderata, ma, paradossalmente, dalla sua sinistra interna, dopo l'avvento di De Mita alla segreteria, il quale fu lui a formulare l'ultimo grande disegno politico per conto dei suo partito: quello di aggredire finalmente il vincolo delle clientele e di trasformare la Dc, sul modello della Cdu, in un partito moderato in grado di alternarsi al potere con la sinistra. Quel tentativo fallì per parecchie ragioni. Prima fra tutte per l'incompatibilità fra il moderatismo nazionale con la modernità e la democrazia. Ribellandosi al tentativo di De Mita (più tardi sprofondato ingloriosamente tra i fanghi dell'Irpinia e i compromessi con Cava e Andreotti, per garantirsi un avvenire politico) di avviare una rigorosa politica di risanamento, auspice Andreatta, furono soprattutto le clientele meridionali e non che inflissero alla Dc alle elezioni del 1982 una severa sconfitta, tanto più che Craxi offriva loro una nuova sponda assai rassicurante. L'individualismo era stato riscoperto, ma era quello dei consumi, assai più che quello dei mercato, la cui rivalutazione, tutta ideologica, sarebbe giunta solo più tardi e non nella forma rigorosa, impegnativa, ed ovviamente impopolare, che Andreatta proponeva. Sospinta in avanti da De Mita, la Dc così si ritrasse, decidendo il proprio destino, d'ora in avanti segnato dalle intimidazioni di Craxi e dalla mediocri mediazioni di Andreotti e dei suoi amici. Avrebbe mantenuto il potere ancora per qualche tempo, ma non aveva ormai più futuro. Rinunciando ad ogni strategia, per la più grigia delle tattiche. gettava essa stessa le premesse della crisi di legittimazione che l'avrebbe travolta. Il ciclo politico di Craxi si era aperto nel 1976, quando inopinatamente era stato eletto segretario di un partito in agonia. L'uomo non era privo d'intuito e di capacità imprenditive e si era mosso inizialmente con coraggio, restituendo a nuova vita un partito agonizzante. Dismessa ogni subalternità nei confronti sia del Pci sia della Dc, galvanizzati militanti e quadri, di cui aveva sollecitato l'orgoglio di partito, aveva condotto il Psi alla vittoria, ampliando di un terzo la stia clientela elettorale, seppur a seguito di una sua profonda mutazione sociologica. Da una parte i quadri erano stati svecchiati, valorizzando i più intrapredenti, ma anche i più pronti ad adeguarsi ai voleri dei leader e dei suoi pretoriani; dall'altra il Psi aveva definitivamente allentato i rapporti con l'elettorato operaio e contadino, con la piccola borghesia impiegatizia, con le categorie intellettuali e s'era volutamente aperto ai ceti medi emergenti, alle nuove categorie dei terziario e anche alle clientele meridionali, tenacemente disputate alla Dc. Craxi aveva altresì rivelato l'esaurimento della democrazia bicefala e aveva concepito un disegno di rinnovamento della democrazia italiana discutibile, ma non privo di respiro. In compenso, non ha saputo attuare in alcun modo quel disegno. Dal 1982 al 1986 aveva strappato si alla Dc la guida dei governo per un lunghissimo
quadriennio e garantito una stagione di stabilità senza precedenti. Ma quella che dopo le elezioni del 1986 si lasciava alle spalle, e che gli si schiudeva dinnanzi, proponendolo quale eponimo della più squallida stagione politica della Repubblica, era un'Italia devastata sul piano dei debito pubblico, dilaniata dalle clientele, logorata dai particolarismi e moralmente impoverita come non mai. Per la verità, la parabola politica di Craxi si sarebbe definitivamente conclusa con la débacle elettorale dei 1992 e con la mancata elezione alla presidenza della Repubblica, nonché con le numerose incriminazioni da parte dei magistrati. Ma si trattava della sua vicenda personale. Un nuovo ciclo politico per il paese si era aperto già nel 1986 e lo segnava non tanto l'accordo stipulato fra Craxi e correnti più moderate della Dc quanto il maturare di quella crisi di regime destinata in pochi anni a travolgere quella che ormai sempre più di frequente veniva chiamata la Prima Repubblica: una crisi nella quale confluivano -e questo permette di comprenderne gli esitiben tre crisi diverse, l'una più grave dell'altra: la crisi d'identità che il tramonto della democrazia "bicefala" s'era lasciata alle spalle, la crisi di distribuzione esasperata dalla voglia di destra dalle forze politiche tradizionali non erano riuscite ad evadere ed una profonda crisi di legittimità alimentata dall'inefficienza dei servizi, dal dissesto della finanza pubblica, ma anche dalla corruzione ormai endemica e dalle palesi collusioni tra politica e organizzazioni criminali. Per molti versi l'Italia a destra c'è andata davvero negli anni Ottanta, non pochi sacrifici consumando sugli altari dei mercato e della deregulatíon, a seguito soprattutto della severa sconfitta subita dalla classe operaia e dagli attori politici che la rappresentavano, consentendo ad esempio ai redditi da capitale di crescere assai più di quelli da lavoro dipendente. La voglia di destra l'hanno però essenzialmente distolta l'espansione economica e dei consumi, l'esplosione della finanza, l'allargamento del terziario, nonché i consueti espedienti con cui si è sempre catturato il consenso in Italia: l'assistenzialismo, la concessione di privilegi e provvidenze a questo e a quello, l'evasione fiscale, i pingui dividendi di un mostruoso debito pubblico garantiti a chi. acquistava i buoni del Tesoro. UN NUOVO BLOCCO SOCIALE Chi si augurava una nitida e decisa svolta a destra non ha pertanto avuto modo d'accorgersene, né tantomeno ha colto i vantaggi che sperava di trarne: né il ripristino dell'autorità, né il ridimensionamento dei welfare, né la riduzione del carico fiscale, né la deregulation del mercato del lavoro. Tanto più che, a fine decennio, alla voglia di destra s'è aggiunta la paura, in parte non diversa da quella che si è manifestatasi in tutt'Europa, per la disoccupazione in aumento, per l'immigrazione incontrollata, per la criminalità dilagante, ma attizzata ulteriormente dall'improvvisa, constatazione dei disastro della finanza pubblica e dei conti da saldare.
Come stupirsi che il contraccolpo sia stato micidiale? Tale, e così profondo, è stato lo scempio, come stupirsi che a lungo andare perfino chi di esso aveva ampiamente profittato abbia deciso di dissociarsi? A suo tempo l'allargamento e il rafforzamento dei weIfare era stato sostenuto da un vasto blocco sociale imperniato sui lavoratori dipendenti, ma anche sulla grande impresa. Di contro, la diffidenza di altre categorie sociali, come i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, i piccoli e medi imprenditori, i commercianti e gli artigiani, la democrazia "bicefala" nella sua ultima e più perfetta versione, quella in citi l'ostilità irriducibile sera trasformata in convivenza pacifica, si era riuscita ad attenuarla soprattutto grazie all'impunità fiscale loro concessa, che abbatteva per esse i costi dello Stato sociale. Ebbene, la novità degli anni Ottanta non è tanto l'esaurirsi dei vecchio blocco pro-welfare, dato che questo è avvenuto in tutt'Europa, quanto il fatto che un nuovo blocco anti-welfare si sia coagulato contro i partiti mettendo in discussione non solo lo Stato sociale, ma l'intero regime democratico. Il vecchio blocco sera formato grazie alla mediazione dei partiti. li nuovo blocco l'ha viceversa rifiutata. Formato da chi ha sempre diffidato dei welfare, e con ostilità considerato i suoi effetti egualitari, nonché il ruolo che avevano assunto le organizzazioni sindacali e i partiti d'opposizione, tale blocco non solo si è rapidamente avvantaggiato dei venir meno dalle antiche appartenenze ideologiche, ma è stato altresì modellato dalla diffusa delusione per l'offerta di rappresentanza che i partiti hanno saputo offrirgli. li che spiega perché il nuovo blocco sociale abbia perversamente miscelato la polemica antipartitica con il tenace antistatalismo proprio della tradizione italiana, la quale da sempre ritiene lo Stato o uno scomodo ingombro o una preda da disputarsi, o le due cose al tempo stesso. Ma procediamo con ordine: perché se la crisi di distribuzione è stata movente essenziale della crisi di regime, che ne ha non poco condizionato andamento ed esiti (provvisori), e se risolutivo è stato il costituirsi di un nuovo blocco sociale contro i partiti e contro lo Stato, chi ha innescato la crisi di regime sono coloro che hanno sollevato la "questione morale" e quanti, all'interno delle forze politiche tradizionali, sinceramente talora, ma strumentalmente più spesso, ne hanno fatto tema di battaglia politica. Anche questo, con ogni probabilità, è un effetto del vuoto lasciato dalle ideologie. Da un lato il giudizio "politico" sui comportamenti degli attori politici ha perso all'improvviso i propri parametri di riferimento, suscitando di riflesso una pronta rivalutazione di quelli più propriamente morali. Dal lato opposto sulla scena sono apparsi attori politici, o aspiranti tali, i quali hanno per l'appunto capitalizzato, consenso profittando del disagio dei pubblico e dei venir meno dei suoi vecchi parametri di riferimento, nonché dell'opera di sensibilizzazione condotta da una parte della magistratura. La democratizzazione degli accessi all'ordine giudiziario, anch'esso investito dal rinnovato clima culturale degli anni Settanta, e la conseguente maggior propensione dei giudici ad avvalersi dell'autonomia loro garantita dalla costituzione, sono all'origine delle
prime grandi indagini sulla corruzione e sulla mafia, le quali hanno mobilitato via via un ristretto, ma qualificato schieramento, non riducibile alle appartenenze politiche tradizionali, che includeva intellettuali, professionisti, imprenditori: tutte categorie non ricacciate ai margini perla loro affiliazione politica, o per la loro collocazione sociale, bensì penalizzate dal modo in cui la politica corrotta ha distorto le gerarchie sociali e portate perciò a riscoprire criteri come merito, professionalità e competenza, assieme al mercato e al profitto imprenditoriale. Servitori dello Stato come Falcone e Borsellino, imprenditori come Libero Grassi, sono i martiri di codesta rivolta, che ha peraltro visto in prima fila un segmento cospicuo di mondo cattolica in rivolta contro la Dc. Ciò che va tuttavia rilevato è che la "questione morale" è divenuta un tema politicamente pagante solo allorché l'hanno fatto proprio le forze politiche d'opposizione e, ancor di più, taluni settori marginali del personale politico di maggioranza, i quali però, con il sostegno dei media, l'hanno utilizzato non tanto per movimentare il fronte elettorale, quanto per riscrivere le regole del gioco e per promuovere in tal modo un ricambio alla guida del paese, impedito dalle vecchie regole, a fine di agevolare la propria mobilità verticale all'interno del sistema politico. Già in molti avevano concepito il disegno di riscrivere le regole a loro vantaggio. A perseguirlo con successo è stato però il movimento referendario, il quale, in un contesto ormai eccitato dal lungo dibattito sulle riforme istituzionali, che aveva ampiamente predisposto la pubblica opinione ad accogliere favorevolmente sia una revisione in senso maggioritario della legge elettorale, sia l'elezione diretta dei sindaci e dei capo dell'esecutivo, evocando la "questione morale", ha impropriamente fatto uso dell'istituto dei referendum, che da abrogativo si è trasformato di fitto in referendum propositivo. Va da sé che la pretesa di demandare agli elettori il delicatissimo compito di riscrivere la legislazione elettorale, via referendum, era demagogica e rischiosissima. Chi può negare la facile manipolabilità dell'elettorato, che è stato sconsideratamente sollecitato, a parole per spezzare le inerzie dei sistema partitico, nei fatti per promuovere un ricambio di personale politico, che con le vecchie regole non si riusciva a realizzare? E come nascondere che il parlamento ha generato un mostro quando la pressione della pubblica opinione, artatamente enfatizzata, lo ha costretto ad approvare una nuova legge elettorale "dettata" dagli elettori? Nessuno nega che l'indignazione della pubblica opinione fosse tale che solamente un eccesso di responsabilità avrebbe potuto convincere gli attori politici che disperatamente cercavano di farsi largo tra le maglie di un regime sclerotico e corrotto a non approfittarne. Quel che stupisce -vai la pena sottolinearlo nuovamenteche così pochi abbiano valutato i rischi inerenti ad un utilizzo tanto spregiudicato dei a clava referendaria e che nessuno si sia curato di attenuarli, aggiornando in particolare le norme che regolano la revisione costituzionale. In uno scenario politico segnato dallo smottamento verso destra della pubblica opinione, che in molti mirassero a rivedere anche i principi su cui la costituzione si
personale politico. Sul piano elettorale, la vittoria della nuova destra ha riportato l'Italia agli anni Venti, allorché i partiti popolari, d'estrazione socialista e cattolica non superavano la metà dei suffragi. Sul piano dello stile politico alla guida dei paese si è invece insediata un'aggregazione che anziché somigliare agli schieramenti moderato-conservatori d'Europa, che evoca piuttosto il fascismo, seppur declinato in maniera assai diversa. Il fascismo la politica la ridefiniva radicalmente popolando l'immaginario di un paese contadino e industrialmente arretrato di campagne fertili e opifici laboriosi, ma soprattutto di pretese e toni da grande potenza, di gloriose intraprese coloniali, d'imperi alfine restaurati e quant'altro. Ebbene, la recente "rivoluzione" elettorale e il successo di Berlusconi agli italiani propongono un'involuzione del medesimo segno, ma con una variante sostanziale: l'impiego di tecnologie di gran lunga più sofisticate, che rendono superflua ogni procedura totalitaria di controllo della pubblica opinione, e le liturgie e l'indottrinamento di massa del fascismo, ma che pur tuttavia proiettano il cittadino telespettatore e consumatore in una dimensione onirica, la quale stavolta coincide con l'edulcorato universo delle soap operas, delle pubblicità televisive o delle grandi competizioni sportive, fino ad additare direttamente quale nuova leadershíp i beniamini dei telespettatori o dei tifosi e addirittura i beati possidentes, i quali oggi, senza infingimenti né ipocrisie, li governano dalle loro sfarzose ville di Sardegna o dal ponte delle loro imbarcazioni da diporto. I miti si aggiornano. Quelli fascisti erano miti di potenza. Quelli berlusconiani sono miti di ricchezza, di lusso e di facile successo. In mezzo, a far da parentesi, stanno le ideologie della democrazia repubblicana, poi degenerate in frenetici scambi politici. Per fortuna del berlusconismo manipolazione televisiva e tecniche di sondaggio né scandalizzano la comunità internazionale, né suscitano troppo gravi reazioni all'interno, poiché consentono di salvaguardare le libertà democratiche e il pluralismo partitico, fermo restando però l'obbiettivo: che è quello di sterilizzare ogni possibile fonte di conflitto, di disciplinare la società, illudendola d'esser autonoma, di ridurre al minimo le comunicazione "dal basso" verso l'empireo della politica, le cui gerarchie sono state ricondotte a sovrapporsi con quelle dell'impresa e degli affari, peraltro contraddicendo l'essenza stessa della democrazia, la quale sta nel predisporre un potere alternativo e concorrenziale a quello economico. Orfana dei partiti-chiesa, che per quarant'anni erano stati i suoi fondamentali punti di riferimento politico, la società italiana ha subito passivamente l'impatto delle grandi trasformazioni sociali e culturali che l'hanno investita. Che i partiti-chiesa fossero condannati è fuor di dubbio. Né ha senso rimpiangerli, giacché, pur volendolo, sarebbe impossibile resuscitarli. Se non che, l'incapacità della democrazia italiana di escogitare un'alternativa, colmando il vuoto d'identità che quei partiti s'erano lasciati alle spalle, rischia di vanificare gli effetti dello sviluppo economico e dei superamento dei conflitti che avevano fin qui diviso la società. Non solo, ma è al contempo fortissimo il rischio
che tale fallimento possa porre anche termine alla parentesi democratica della Prima Repubblica. Non necessariamente la democrazia post-ideologica segna un arretramento rispetto ad altri modelli di democrazia, né fatalmente comporta la rinuncia allo Stato sociale e alle ambizioni emancipative che hanno connotato la democrazia dei partiti ideologici. È una democrazia più fredda, più prosaica, ma anche più matura, che si fonda sulla "libertà negativa", sul diritto di ciascuno a gestire senza interferenze i propri spazi di autonomia. Malgrado i suoi limiti, anche questa può essere una democrazia accettabile, sempre che si tuteli davvero la libertà "negativa" di tutti, e non solo quella di alcuni, e che si proteggano le fasce più svantaggiate della popolazione. Ciò vuol dire che se la società complessa, forte anche del venir meno delle fratture dei passato, postula una revisione delle tecnologie politico-istituzìonali ed un qualche ridimensionamento della democrazia "in entrata", ovvero della rappresentatività dei sistema politico, occorre preoccuparsi se non altro di ottenere un corrispondente accrescimento della democrazia "in uscita", ovvero dell'efficacia e dell'efficienza delle istituzioni, senza per ciò rinunciare a quei diritti "sociali" che sono stati la fondamentale conquista della democrazia novecentesca. Le ricette altrove escogitate non sono né perfette, né irreversibili, né di per sè sufficienti. La peggiore di tutte resta però quella applicata in Italia, la quale ha prodotto, al termine del ciclo politico degli anni Ottanta, un'avventurosa e goffa delegittimazione dei regime democratico, che ha messo a rischio il suo futuro. Le due forze politiche rivali su cui si era fondata la Prima Repubblica si erano a lungo bilanciate e integrate, consentendo, pur con pesanti effetti perversi, democrazia e sviluppo. Se non che, a lungo andare, i partiti, protagonisti o comprimari che fossero, e il ceto politico, lungi dal rimuovere gli effetti perversi, lì hanno esaltati, suscitando essi stessi la "crisi di regime" che li ha travolti: una crisi che va immediatamente attribuita agli elevatissimi costi della politica illegale, del clientelismo e dell'assistenzialismo di massa, alla testarda incapacità delle forze politiche di fuoruscire dal ruolo che si erano rispettivamente assegnate, ma anche alle loro improvvide iniziative in materia di riforma delle istituzioni, che non solo sono precipitate in una revisione del sistema elettorale tanto affrettata, quanto discutibile, ma che sono state altresì accompagnate da un radicale stravolgimento dei modello di democrazia proposto ai cittadini. li repentino collasso dei partiti di centro, della Dc e del Psi in primo luogo, trascinati dalla magistratura sul banco degli imputati, ha fatto il resto. Ovvero ha allargato il varco creato dalle crisi degli anni Ottanta -da quella d'identità, da quella di distribuzione e da quella di legittimazione-, in cui già sera incuneata la Lega, e attraverso cui il 27-28 marzo 1994 s'è materializzata Forza Italia, che ha a stia volta coinvolto nel suo successo i post-fascisti di Alleanza Nazionale. Anche Forza Italia -né poteva accadere altrimentiè un paradosso. Giacché è riuscita a spacciare per nuovo, rispondendo alla voglia di novità della pubblica opinioneuno dei più spregiudicati profittatori del vecchio regime e un nuovo personale
politico reclutato a piene mani tra i suoi collaboratori e dipendenti, nonché tra le file della nuova imprenditoria cresciuta negli anni Ottanta e di una società civile italianamente intrisa di politica. La grande industria, quella delle cinque-sei grandi famiglie, non se n'era accorta. Ma mentre estorceva al ceto politico sostegni d'ogni sorta, la base imprenditoriale del paese si allargava. Considerati a lungo marginali, piccoli e medi imprenditori si moltiplicavano e prosperavano, anch'essi al riparo del ceto politico. Qualcuno è cresciuto più di altri e magari superava le grandi famiglie, che per snobismo lo escludevano dai loro salotti, ed è il caso di Berlusconi, il quale deve la posizione di predominio acquisita nel settore dei media al più che benevolo appoggio dell'onorevole Craxi. Fatto sta che questo nuovo mondo imprenditoriale, che si è in lui riconosciuto, si è alla fine deciso a ritirare la delega al ceto politico e ha reclamato una posizione di preminenza nel governo del paese. E visto che i partiti tradizionali erano allo stremo, senza por tempo in mezzo, ne ha profittato. L'idea di dar vita a Forza Italia Berlusconi l'ha con ogni probabilità ricavata dal tentativo di Perrot alle elezioni Usa nel 1990. Il successo lo deve, oltre che alle risorse finanziarie che è stato in grado d'investire, anche dalle risorse organizzative offertegli dal suo vasto impero imprenditoriale, che gli ha permesso oltre che di accreditarsi quale imprenditore di successo, in un contesto culturalmente così propizio ai temi dei mercato e dell'impresa, anche di mutuare, per applicarle alla politica, le più sofisticate tecniche di marketing, alla prova dei fatti risultate assai più confacenti al nuovo regime elettorale che non quelle dei suoi competitori. Sollevando i temi che gli erano più graditi, sottolineando i suoi successi d'imprenditore, Berlusconi ha persuaso il blocco sociale anti-welfare a schierarsi con lui. Gli ha promesso la deregulation, la riduzione dei carico fiscale e la ritirata dello Stato a favore dei mercato: un mercato -coerentemente dei resto con la stia storia personaleanarchico e sregolato, nel pieno rispetto della tradizione nazionale, e quindi al tempo stesso intriso di politica. E soprattutto a tale blocco Berlusconi ha garantito anche un retroterra di massa, non solo attraverso il ragguardevolissimo potenziale di persuasione televisiva di cui dispone, ma grazie anche ai suoi toni rassicuranti, alla capacità di schiudere rosei orizzonti futuri, alla demagogica promessa di un milione di posti di lavoro. Così Berlusconi ha allargato verso il basso della scala sociale, verso i disoccupati e gli stati sociale più deboli, la clientela elettorale di Forza Italia, contrapponendosi all'approccio tutto regolativo della sinistra, che non solo ha la responsabilità di aver messo in ombra i temi che tradizionalmente le erano propri, primo fra tutti il lavoro, ma anche quella di aver condotto una campagna elettorale assai poco allettante, tutta incentrata sul rigore e sulla promessa di nuovi sacrifici, nella convizione che la quasi sicura disastrosa frana dei vecchio centro gli schiudesse uno sterminato territorio da conquistare senza troppa fatica. Da ultimo, Berlusconi ha perfezionato l'offerta proponendo una sapiente miscela
di tutte le soluzioni politiche prospettate negli anni Ottanta: dalla departitizzazione della democrazia all'esaltazione dell'autonomia del sociale e del primato del mercato sullo Stato, dal personalismo leaderista al localismo. seppur depurato degli estremismi della Lega, fino alla riscoperta, stavolta in chiave calcistica, dell'orgoglio nazionale. Per nulla preoccupati dalle sue implicazione, né delle inquietanti commistioni fra politica e affari, né dalla sostanziale atrofia della politica che essa prevede, gli elettori hanno entusiasticamente aderito a codesta proposta, logorati com'erano dall'impotenza della politica degli anni Ottanta e ampiamente predisposti dal "fai da te" democratico elaborato dal movimento referendario e strumentalmente amplificato dalla nuova destra che si veniva aggreagando alle sue spalle. Ma gli elettori non si sono preoccupati neppure dei riciclaggio dei postfascisti, rimasti tali al di là d'ogni superficiale e affrettato maquillage già sol perché l'ideologia era l'unico fattore di coagulo di cui disponevano per mantenere cui rigorosamente erano vietati gli accessi alle risorse pubbliche. D'altra parte, lo statalismo dei Msi non è più di tanto in contrasto con l'antistatalisillo del blocco sociale anti-welfare. Occorre infatti ben distinguere lo statalismo rigoroso proprio della grande tradizione europea occidentale (oggi incarnato da Carlo Azeglio Ciampi, ultimo erede della Destra storica, ovvero di un filone minoritario nella destra nostrana ed inviso a gran parte di essa) dalle pulsioni forcaiole, dalla domanda di ordine, di una classe media frustrata e rancorosa da sempre incarnata dal Msi nel Mezzogiorno, dove non v'era stata guerra civile e dove pertanto meno ha pesato la sua tragica memoria. In aggiunta, nel Mezzogiorno il Msi ha seguitato a cogliere i frutti dei ribellismo di matrice plebea, che da sempre ha saputo eccitare, e che già in passato gli aveva permesso di ottenere significativa udienza tra gli strati più svantaggiati della popolazione meridionale. Tocca naturalmente vedere se codesta nuova maggioranza sia destinata a consolidarsi, oppure a spezzarsi prima o poi. E se sia destinata per sempre a comportarsi come ha fatto finora, combinando tracotanza e toni intimidatori con litigi e spartizioni ancor più protervi di quelli che hanno contrassegnato l'ultima stagione della Prima Repubblica, oppure se una volta assestatasi, sia disponibile ad adeguarsi ai modello di rappresentanza e di governo vigenti nelle altre democrazie avanzate. Contro quest'ultima ipotesi militano sconfortanti inerzie culturali e di mentalità, che sembrano ancora impedire ai politici italiani di comportarsi come loro colleghi britannici, tedeschi e francesi. Mentre per ora l'unico segnale di assestamento riguarda l'elettorato, dove il seguito conquistato da Berlusconi pare in procinto di trasformarsi in opinione di destra, che non ha più pudore di esse tale. Come interpretare altrimenti il favore di cui la maggioranza tuttora gode nei sondaggi malgrado i mille e gravi infortuni in cui è caduta? In effetti, se fino a ieri una parte consistente degli elettori sembrava confidare personalmente in Berlusconi, oggi, che la destra è stata rilegittimata, forse ciò che essa assai semplicemente vuole è un governo di destra. Che non necessariamente ha da essere un governo illiberale, nelle aspettative degli elettori -che anzi tale eventualità paventano-, ma che tale rischia di essere ahimè, perché in buona misura illiberale è
l'offerta di destra attualmente disponibile sul mercato elettorale. Non è una destra paragonabile a quelle francesi o inglesi, quella che oggi si propone agli italiani. Benché inopportunamente sottovalutata, giusto perché scarsamente visibile ed elettoralmente irrilevante, è una destra che giunge in realtà da lontano, avendo seguito un percorso talora sotterraneo e talora viceversa alla luce dei sole, e che per giunta dispone di strumenti possenti per affermarsi. Allo scoperto correva il percorso della destra neofascista, salvo interrarsi di quando in quando, per alimentare una ricca vena terroristica. Tutta sotterranea, viceversa, è la destra dei servizi, dei generale De Lorenzo, della P2, forte di autorevoli complicità internazionali, la quale però mentre per un verso si affannava ad imbastire ambiziosi disegni golpisti, sognando lo Stato forte, per un altro si contentava di mestare nel torbido, anch'essa tessendo trame terroristiche. Infine, c'è una terza destra, sotterranea anch'essa, che ha fatto da amalgama tra le prime due -oltre che con la criminalità organizzatache è quella della P2, cui in prima persona si riallaccia Silvio Berlusconi, adepto di quella loggia segreta, la quale già negli anni Settanta concepì un progetto di riforma in chiave presidenziale che vagamente s'ispirava al gollismo. Sì può avanzare l'ipotesi che le destre sotterranee abbiano ordito un complotto contro la democrazia repubblicana, profittando delle crisi che la travagliavano? Difficile dirlo. La democrazia italiana ha avuto avversari accaniti, tenaci e spregiudicati ed è verosimile anche che qualche trama oscura sia stata tessuta in questo frangenti. L'unica certezza è che Berlusconi s'è assunto il compito di federare tutte le destre palesi, assicurando loro il sostegno di un altra destra ancora: ovvero l'elettorato moderato-conservatore che fino a ieri era stato intercettato dalla Dc, dai partiti minori di centro e negli anni Ottanta dal Partito socialista. Qualcuno rammenta le maggioranze "silenziose" che nei primi anni Settanta rumorosamente manifestavano per le vie di Milano contro gli operai e gli studenti e avevano guardato anche al Msi con qualche interesse, e che la Dc era riuscita a riconquistare evocando lo spettro di una vittoria delle sinistre? Ebbene, in silenzio, anche a spese della sinistra, cui ha sottratto una parte di audience fra gli strati più deboli, specie fra gli occupati a rischio, quella fascia d'elettorato si è estesa e si è per di più incattivita. Avviato dal Psi, il riciclaggio l'ha perfezionato la Lega, che ha allargato verso il basso l'antica maggioranza silenziosa e ormai si appresta a consegnarla a Forza Italia e ad AN. Decisivo è stato però il contributo della stessa sinistra, incapace d'intendere quali mutamenti fossero in atto nella società e nella pubblica opinione e che ha scioccamente assecondato gli umori di destra che circolavano nella società così come nella sfera politica. Berlusconi è sopraggiunto quando il più era orinai stato fatto, di suo mettendoci, insieme alle tecniche di marketing più aggiornate, una robusta dose di populismo. Il composto però, già lo si vede, è altamente instabile: al di là della persistente
condizione di disorientamento degli elettori, i tratti palesemente illiberali e antidemocratici di molte componenti della nuova maggioranza (non solo di quella postfascista) possono magari convivere con gli istinti predatori di altre. Ma la dirigenza della Lega, preoccupata di venir sopraffatta da Forza Italia, appare alquanto restia ad accettare senza resistenze la versione di democrazia che Berlusconi e Fini propongono. Premesso però che è lecito dubitare della sintonia a questo riguardo fra dirigenza ed elettorato leghisti, resta il fatto che né le tensioni che agitano la nuova maggioranza, né la sua indiscutibile goffaggine bastano a rassicurare circa il futuro. La realtà è che dieci anni di martellante e qualunquistica campagna contro la democrazia dei partiti, avallata paradossalmente dai partiti stessi, sommandosi ad una legge elettorale che in alcun modo tiene conto della storia italiana, hanno cancellato uno degli elementi essenziali della costituzione materiale della Prima Repubblica, ovvero la divisione dell'opinione pubblica moderata cui aveva provveduto la Dc. La quale aveva attratto a sé parte di quest'opinione pubblica, drasticamente discriminando gli eredi dei fascismo. Non che nessuno abbia mai immaginato una qualche tentativo di ralliement fra tutte le destre. Questa è stata anzi la strategia prevalente nel Msi per tutto il cinquantennio. E la medesima ipotesi è balenata talora anche nel mondo cattolico: valga per tutti l'"operazione Sturzo" alle amministrative romane dei 1952. Ben sapendo però quanto poco e quanto affrettatamente, e quanto superficialmente soprattutto, il paese avesse chiuso i propri conti con il fascismo, De Gasperi aveva allora con decisione respinto ogni pressione d'Oltretevere, definitivamente insediando la Dc al centro dell'arco partitico, mentre la sinistra a sua volta si assumeva la parte dei contrappeso, grazie al monopolio della piazza che essa deteneva. Ebbene, come non temere che una volta costretti a scegliere fra una possibile vittoria elettorale della sinistra e il ricongiungimento con la destra estrema, pur dì scongiurarla, l'opinione moderata potesse scegliere la seconda soluzione? E come non temere adesso che la nuova maggioranza, che peraltro ha già chiaramente dimostrato di voler appropriarsi dei sistema radiotelevisivo, delle imprese pubbliche e delle amministrazioni statali (non risparmiando neppure un santuario che perfino il fascismo aveva rispettato come la Banca d'Italia), non progetti una rapida eutanasia del pluralismo partitico, magari senza negarlo apertamente? li formale pluripartitismo messicano offre un esempio eccellente di come il pluralismo passa esser ridotto a pura forma, priva di contenuti. Tenuti a bada per tanto tempo, i demoni del moderatismo nazionale sono così ricomparsi, rinvigoriti dalle nuove tecniche di persuasione televisiva e privi di freni e di contrappesi, ché tali non sono né le regole istituzionali, né le esauste forze politiche che ad essi si oppongono. Mezzo secolo di libertà democratiche, questo è vero, non è facile da rimuovere, specie in una società complessa com'è quella italiana. E fortissimi sono i vincoli che legano ormai l'Italia all'Europa democratica. Non mancano tuttavia le ragioni per temere che, una volta ridestati, quei demoni provochino serissimi danni.