Il traduttore lamentoso : È impossibile tradurre Essere e tempo? (Existenz - Dasein - Vorhandenheit)
Abstract
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Full text
Resumen. El traductor insatisfecho. ¿Resulta imposible traducir Ser y tiempo? (Existenz, Dasein, Vorhandenheit) En primer lugar : ¿es posible y se puede traducir el término «Dasein», usado por Heidegger en Ser y tiempo? El autor sostiene que sí y defiende la traducción italiana de Pietro Chiodi (que, por otro lado, ha caído completamente en desuso), quien utiliza «esserci» (ser-ahí) como un equivalente perfecto de «Dasein». En segundo lugar: ¿es verdad que el alemán es un idioma intraducible? El autor sostiene que ésta es una afirmación insensata. Quien defienda esta afirmación no es digno de la propia lengua. Palabras clave: Existenz, Dasein, Vorhandenheit, Ser y tiempo. Abstract. The plaintive translator. It is impossible to translate Being and Time? (Existenz, Dasein, Vorhandenheit) First : Is it possible and suitable to translate the word «Dasein», used by Heidegger in Being and Time? The author thinks it is and defends the Italian translation by Pietro Chiodi (translation that, however, the author regards as out of date on the whole), who uses «esserci» (Being-there) as a perfect substitute for Dasein. Second: Is it true that German language is untranslatable? The author thinks it is a senseless statement. Who maintains that statement does not deserve to use his own language. Key words: Existenz, Dasein, Vorhandenheit, Being and Time. I. Esserci o non esserci? This is the question at-hand Come è noto, Sein und Zeit è un’analitica dell’esistenza. Ma, in tutte le lingue moderne occidentali più ricche di tradizione filosofica1, «esistenza» si dice, nell’ordine: lat. existentia, it. esistenza, sp. existencia, fr. existence, ingl. existence 1. Indichiamo, per brevità, soltanto latino <lat.>, italiano <it.>, spagnolo <sp.>, francese <fr.>, inglese <ingl.>, tedesco <ted.>. Enrahonar 34, 2002 59-71 Il traduttore lamentoso. È impossibile tradurre Essere e tempo? (Existenz - Dasein - Vorhandenheit) Alfredo Marini Università degli Studi di Milano. Dipartimento di Filosofia Via Festa del Perdono 7. I-20122 Milano Sumari I. Esserci o non esserci? This is the question at-hand II. Intraducibilità della lingua tedesca Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 59
e, infine, ted. Existenz! Assumiamo provvisoriamente questa parola come esemplare in un quadro inter-indoeuropeo. In tutte queste lingue, «esistenza» ha due significati principali, che sono stati originariamente isolati dalla cultura grammaticale, logica e filosofica greca nel modo che possiamo così schematizzare: 1. il <fatto> che è (gr. hoti esti, lat. quod est, ted. daß es ist) in quanto distinto da 2. che cos’è (gr. ti esti, lat. quid est, ted. was ist es / wie ist es). Questa distinzione separa l’esistenza dal suo senso, l’accadere da ciò che accade, opponendo così come due entità separate existentia ed essentia: Ma in realtà, quando diciamo «la nostra esistenza», noi aboliamo la separazione e ci riferiamo alla vita umana: sia alla sua specifica essenza e qualità, sia al suo destino e alla sua vicenda. In questo significato del termine non si pensa affatto al che in opposizione al che cosa (Daßsein vs Wassein) ma, in tutte le lingue indicate, si pensa insieme l’esistenza e l’essenza, e cioè il «fatto che» esistiamo «così e così, come» di fatto esistiamo, nella nostra vicenda personale e storica. E precisamente: come qualcosa il cui «Daßsein», è quello di essere il proprio hic et nunc secondo un Wassein che corrisponde alle modalità del nascere, del vivere e del morire o, insieme e reciprocamente, come un Wassein, una serie di modi forme e possibilità tipicamente «umane», che non sono un’immagine fantastica, ma hanno ogni volta e sempre nel proprio destino e nella propria storia il segno indelebile e la zavorra urzufällig di un «Daßsein». Orbene, questi due aspetti, sia nella loro distinzione come «existentia» ed «essentia», sia nella loro fusione, sono formulazioni latine fuse nella koine greco-latina ellenistico-romana, e trasmesse a tutte le lingue moderne sopra indicate. Dico alle «lingue» e non solo alle «culture» filosofiche e scientifiche in senso specialistico. Le lingue sono sedimentazioni assai più vaste e durature dei linguaggi e delle culture. Possiamo considerare le strutture concettuali profondamente calate nella linguisticità delle singole lingue come degli archetipi capaci di condizionare a priori, e perfino di generare terminologie diverse in tutti i linguaggi della cultura (da quello filosofico a quello commerciale). Il problema della traduzione tra lingue affini e storicamente incatenate (come quelle indicate!) non è e non deve essere soltanto quello di trovare equivalenti immediati, superficiali e «impressionistici» nella prassi attuale di un modo di lettura e di un tipo di pubblico. Si deve invece, sia pure soltanto implicitamente, rendere omaggio in un solo e concreto atto traduttivo ai vivi e ai morti, ai prossimi e ai remoti, nello spazio, nel tempo e nella specificità riconosciuta di un determinato linguaggio presente in lingue diverse e praticato tra popoli affini per diverso grado o accomunati in varia misura da scambi culturali consolidati. Ciò significa anche, che la buona traduzione di un testo non è mai «inventata», né dispone di una rosa di possibilità molto ampia tra cui il fantasioso interprete possa scegliere come meglio gli aggrada, ma offre possibilità di scel60 Enrahonar 34, 2002 Alfredo Marini Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 60
ta piuttosto ristrette e rigorose, che possono attingere simultaneamente a diversi comparti o livelli di uso linguistico attuale o sedimentato. Ancora diverso (ma non troppo!) è il caso di lingue reciprocamente estranee come sarebbe a noi il giapponese), nelle quali l’accomunamento può presentarsi storicamente in fasi più o meno iniziali e pertanto provvisoriamente, per usare un termine del linguaggio economico, in forme di «scambio ineguale». La responsabilità culturale non è meno grave e profonda della responsabilità filosofica. Come la responsabilità filosofica consiste nel rendersi conto (e nel render conto!) delle operazioni che compiamo mentre filosofiamo, così la responsabilità del tradurre comporta la massima umiltà e rispetto per lo spessore materno e passivo (ma straordinariamente fecondo) della lingua storica. Che, dunque, non è sempre e solo la «lingua d’uso» o il «linguaggio d’uso», ma che deve sempre pretendere di entrare a farne parte. «Entrare nell’uso» (entrare a far parte della lingua o del linguaggio d’uso): ecco il problema dei cosiddetti «neologismi», che in senso lato non sono solo lessicali, ma riguardano anche le forme stilistiche, sintattiche, morfologiche; e non sono solo prestiti o calchi da lingue straniere, ma anche estensioni da linguaggi diversi della stessa lingua, o riproposizione di forme arcaiche e desuete. Il problema delle coniazioni «nuove», a qualsiasi livello, è quello della creatività del linguaggio, che confina ed è quasi l’altra faccia, dell’arte di modificare e aggiornare le istituzioni. Questa è una «bilateralità» che va praticata costantemente! La traduzione del termine Existenz usato in Essere e tempo non dovrà tener conto solo di queste distinzioni ed equivalenze, ma anche di un’altra circostanza decisiva. Come ricordavo sopra, il termine esistenza ha nelle nostre lingue (sia di ascendenza latina che germanica) un duplice significato, che potremmo anche indicare come a) quello di «vita umana» e b) quello di «pura esistenza» (bloßes <da>-sein). Ma in tedesco (come spesso accade anche in inglese, dove alle radici latine si affiancano sinonimi di radice germanica), accanto ad Existenz abbiamo Dasein, che corrispondono rispettivamente ai termini it. «esistenza» ed «esserci», i quali traducono esattamente tutte le differenze, e anche le ambiguità heideggeriane, tra Existenz e Dasein. Una fortuna che, secondo Vezin2(e io non ho veri argomenti per confutarne la tesi) non toccherebbe in sorte alla lingua francese. Io posso solo sospettare che vi sia un’affinità segreta tra tedesco e italiano, mentre in questo caso il francese mi resterebbe inattingibile (cosa mai vorrà dire «être-là»? Forse «esserlà»? — non oso supporlo). Devo credere a Vezin quando discute con dotta eleganza per cinque pagine (ibid. 520-26) dell’inadeguatezza di «être-là» a tradurre Dasein, e devo concordare con lui quando finisce citando la frase di una lettera a Beaufret (23.XI.1945) in cui Heidegger afferma: «Da-sein signifie pour moi […] être-le-là». E Vezin giudica rettamente: non è, questa frase di Heidegger, Il traduttore lamentoso Enrahonar 34, 2002 61 2. Un brillante studioso francese di filosofia tedesca, il quale, dopo aver vagliato traduzioni parziali in francese che coprono circa 40 anni di letture francesi di quest’opera, nella presentazione delle note alla sua traduzione francese di Sein und Zeit (Paris: Gallimard, 1986, p. 515 s.) ha dichiarato intraducibile il termine Dasein. Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 61
la traduction inésperée che, in Francia si poteva desiderare, la miraculeuse solution d’un traduction passe-partout! Qui Heidegger non traduce ma spiega, la sua è una paraphrase explicative! Eppure, trovo qui una sfumatura che a Vezin sembra sfuggire: in quella frase, Heidegger non spiega il senso di Dasein, ma neppure il senso che attribuisce a Dasein! Heidegger si limita a introdurre il senso transitivo di «Sein» e questa, sì, è una chiave universale per la comprensione del suo pensiero sull’essere. Questo senso ritorna in Dasein come un caso particolare. Perciò non è neppure intonata l’osservazione successiva: «[…] jamais être-le-là n’atteindra l’insurpassable simplicité de Dasein». Quale semplicità? Dasein non comporta, neppure in tedesco e neppure in Essere e tempo, sempre e di per sé quel senso transitivo di «-sein»: solo l’interpretazione e la concettualizzazione ontologica glie lo impongono. Ma questa è un’operazione che il senso performativo di Essere e tempo ci insegna a fare ogni volta in proprio, con i termini corrispondenti nelle nostre singole lingue! Dasein, anche in Essere e tempo,significa proprio être-là: e se non è un’espressione «qui ne donne aucune idée» (Vezin, 521) —o, come dice Rivera a proposito di ser ante los ojos (M.H., Ser y tiempo, Santiago de Chile, p. 462), «que no nos habla»— essa non significa certo di per sé tutto quello che Heidegger e fa dire. Del resto, tutto il lessico della metafisica è quello che è ma, proprio per questo e proprio lì, esso viene seduta stante reinterpretato e riproposto nell’orizzonte della domanda ontologica! Se non lo traduciamo coi limiti del suo significato corrente, non permettiamo di registrare la sua trasformazione ermeneutica e distruggiamo per principio tutta l’operazione onto-logica di Heidegger (anche quella che prosegue «dopo» Sein und Zeit). Niente paura, dunque, se il «là» sembra «ontico»! Giacché, come nel Discorso della Montagna gli ultimi saranno i primi, proprio perché è ontico esso può diventare ontologico! In effetti, il nostro it. «ci», che come il ted. «da» deriva da un pronome dimostrativo indoeuropeo (e così pure il fr. là, l’it. là e lo sp. allá vengono dal lat. illac, dove la «c» perduta era determinante!) può assumere le tre forme della Befindlichkeit, del Verstehen e della Rede. L’esser-ci èil proprio «ci» («ahí», «là», «there») in queste tre forme. In Essere e tempo (§.9), il termine Existenz viene proposto nel senso di essentia del Dasein, mentre quest’ultimo termine (che designa la specifica existentia di quell’ente che io via via già sono), viene ad assumere il carattere di indicazione formale (formale Anzeige) riferita a una vasta gamma, organica e sistematica, di esistenziali (Existentialien) raccolti a) sotto il titolo fenomenologico di «essere-nel-mondo», b) sotto il titolo ontologico di «cura» e infine, c) sotto il titolo ermeneutico di «temporalità» (Zeitlichkeit). Il problema di esprimere in un solo termine tutte queste «titolazioni» simultanee è lo stesso problema che l’Autore ha affrontato in tedesco: infatti, neppure la lingua tedesca offre come tale, già fatto, questo plesso semantico! Se vogliamo imparare qualcosa da Heidegger non dobbiamo cancellare questo compito ma, da bravi scolaretti, «dobbiamo fare il compito». 62 Enrahonar 34, 2002 Alfredo Marini Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 62
Si noti che la relazione tradizionale (aristotelica!), per cui l’essentia deve esser compresa non in sé ma in base alla sua existentia, viene esplicitamente conservata da Heidegger e addirittura duplicata simmetricamente nei due termini: ciò che cambia è solo il carattere «fenomenologico» dell’existentia e dell’essentia. Questa e quella vengono ora «descritte» in modo nuovo! Il contenuto semantico di existentia e di essentia, nel senso tradizionale era, fenomenologicamente, toto cœlo diverso da quello dell’ente in questione sotto i titoli «Dasein» e «Wesen». Come forma delle forme in cui siamo il nostro «ci» (cura), Existenz è ora il senso del Dasein, ma anche il Dasein non è più quello di prima: non è più cosa-oggetto, ma «interesse per il proprio essere», autoreferenzialità, riflessione (Zeitlichkeit). Existentia e Dasein significavano la stessa cosa. Non appena sorge la domanda sul senso di essere, essi significano bensì ancora la stessa cosa, ma il senso di questa cosa è ora mutato: mentre prima l’uomo era un ente speciale nel mondo degli enti, ora gli enti sono momenti particolari nel mondo dell’uomo. L’interesse per il proprio essere ha capovolto il senso dell’essere. Nell’uomo e nel suo mondo —in quanto l’uomo è essere-nelmondo— l’existentia non si può più separare, neppure fenomenologicamente (e non solo per una sorta di «dover essere» come in tutta la tradizione) dall’essentia ed è ora questo nuovo nesso tra Existenz e Dasein a chiamarsi «cura». Nell’uomo e nel suo mondo, sia le «cose» che le loro «idee» o concetti sono ora ridotti alla «stessa cosa». Ma la collocazione di questa «cosa» è mutata perché fa parte di una dimensione temporalmente «costruita» all’interno della prassi umana, una dimensione che si chiama «tecnica». Per indicare la scoperta nuova del senso antico e moderno di termini tradizionali come «ente», «cosa», «oggetto», «Seiendes», «Ding», «Sache», «Gegenstand», «Stück», etc.) viene allora introdotto quello di Vorhandenheit, che io traduco: «esser-sottomano» («vedi anche»: it. (Chiodi): «semplice presenza»; sp. (Gaos): «ante los ojos»; sp. (Rivera): «estar-ahí»; ingl.(Maquerrie/Robinson): «present at hand»; ingl. (Stambaugh): «objectiv presence»). Perché questo stacco netto di Vorhandenheit da Existenz e da Dasein? Innanzittutto, perché va sottolineato che un uomo è un uomo! è un uomo! Per sapere se un uomo è in casa, o no, si chiede: «Ist Herr Heidegger da?», per sapere se una scatoletta è disponibile in un cassetto, si chiede: «Ist die Dose vorhanden»? Qualche volta si potrebbe dire anche: «Ist die Dose da?» Ma in nessun caso, se non ironicamente, si direbbe: «Ist Herr Heidegger vorhanden?» Ma, in secondo luogo, se Heidegger usa una coppia di termini che contiene la radice «hand-», con la quale si allude chiaramente alla distinzione postromantica e postidealistica tra «la mano» e «l’occhio», tra il «Be-griff costruito» e l’«Anschauung fluente-vivente» (si vedano, per es. il conte Yorck von Wartenburg e la fenomenologia husserliana!) —perché mai il traduttore non dovrà cercare di rendere il senso etimologico (che in questo caso è carico di un senso storico-culturale)? Il problema non è più che una parola «ci parli», «ci dica qualcosa» (che spesso è qualcosa di risaputo!). Deve dirci la cosa giusta, e magari la cosa inaudita. Perciò noi traduciamo, non solo grazie alla nostra fortuna specificamente italiana, Vorhanden/Zuhanden = «sottomano»/«allamano». Il traduttore lamentoso Enrahonar 34, 2002 63 Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 63
Spiace trovare, nelle nostre lingue occidentali, Vorhanden tradotto come segue: —in it. (Chiodi): «semplicemente presente» – <zuhanden = «utilizzabile»>; —in sp. (Gaos): «ante-los ojos» – <zuhanden = «a la mano»>, (Rivera): «estarahí» (che, oltrettutto, si confonde col da = «ahí» di Da-sein!?), in alternativa con: «meramente presente» – <zuhanden = «a la mano»>; —in fr. (Vezin): «là-devant» – <zuhanden = «utilisable»>; —in ingl. (Maqu./Robins.): «present (nce)-at-hand» – <mentre zuhanden = «ready-to-hand»>, (Stambaugh): «objective presence» (che si confonde con la traduzione di Anwesen e Gegenwart) – <mentre Zuhanden/heit = athand/handiness>. Ciò induce un penoso sentimento di solitudine. Ma allora mi chiedo: perché usare il termine «present/presence» (Chiodi, Maquarrie/Robinson, Rivera, Stambaugh), per tradurre anche la radice «hand» (che vistosamente si riferisce a tutt’altra tradizione!), quando la radice di «presente» è inflazionata dalla necessità di tradurre Anwesen e Gegenwart? Sono problemi pratici, tecnici. Ma solo un filosofo se li può porre e risolvere, un non-filosofo se li pone sì, ma li ingarbuglia. E, überhaupt: l’opera si intitola Essere e tempo. L’Autore sa di cosa parla quando parla del tempo. Là dove l’Autore evita di usare il termine «presente» trovo temerario che il traduttore, troppo presumendo della propria filosofia, ce lo infili di suo. Se l’Autore parla di parole storicamente date, non è il caso di trovargli un equivalente senza fare le operazioni corrispondenti! In una città istriana ho letto all’angolo di una via «J. Zeleny» (era la traduzione di «via Giuseppe Verdi»!). Anche il traduttore giapponese deve capire che qui non si tratta di tradurre soltanto dei presunti «equivalenti semantici» nella propria lingua, ma insieme, di illustrare delle «euro-parole», tratte da una «euro-tradizione»: la traduzione giapponese dovrà tradurre virtualmente l’intiero lessico occidentale. A noi basta riconoscerlo dentro il Kometenschweif semantico di una parola tedesca. In terzo luogo: una delle due o tre chiavi che Heidegger adopera per la riforma del lessico filosofico è proprio lo svolgimento tridimensionale dell’appiattimento ontologico sul modello della moderna Weltthesis naturalizzante che affianca la cosa e l’idea: la radice «hand-» vuole sottolineare che si tratta di un processo pragmatico-tecnico-scientifico, connesso alla creazione moderna di una prassi socio-culturale derivante dalla scienza galileiana, e che va a finire nel problema della tecnica. Perché una traduzione intereuropea deve cancellare questo riferimento? Questo riferimento è proprio quello che più interesserà il traduttore giapponese! Aiutiamolo a servirsi anche delle nostre traduzioni inter-indoeuropee! Ma torniamo al Dasein. Fin dai corsi friburghesi, e in concomitanza col suo sforzo di caratterizzare il fenomeno della «vita cristiana» (Paolo, Agostino, Lutero, Pascal, Kierkegaard, fino ai teologhi contemporanei Barth e Bultmann, coi quali Heidegger evita notoriamente, per varie ragioni, di entrare in una discussione diretta), Heidegger cerca di definire una concezione della «vita 64 Enrahonar 34, 2002 Alfredo Marini Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 64
umana» —insomma: un’antropologia!—, sufficientemente «fondamentale» da raccogliere in sé tutte le possibili ontologie regionali e mondane del tipo previsto nei progetti «enciclopedici» vitalistici di Dilthey e di Simmel, in quello natorpiano della ragione soggettiva, in quello cassireriano delle forme simboliche, in quello rickertiano dei valori e, in fine, nella Weltontologie fenomenologica proposta da Husserl con le sue Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica. Il Leitmotiv propriamente filosofico di questa ricerca è tuttavia nell’integrazione del criticismo kantiano con l’autocoscienza romantica (la «deduzione trascendentale», che non è apodittico-dimostrativa, può esser considerata una forma iniziale di analisi descrittiva di tipo schlegeliano!), e del concetto neoromantico-diltheyano con quello fenomenologico-husserliano di Selbstbesinnung. In questa fase, e per questo aspetto della sua impresa ontologica, Heidegger si sentirà vicino a Karl Jaspers, benché lo sappia del tutto estraneo a sé per il modo e l’ampiezza inaudita del proprio porre la domanda circa il senso dell’essere come tale. Nell’ordine di questa istanza antropologica (ottimamente risultante nell’italiano «esser-ci»), e per Hedegger preliminare alla domanda circa il senso dell’essere come tale, emerge attraverso approssimazioni analitico-fenomenologiche (la Selbstgenügsamkeit della vita, la Ruinanz, la Reluzenz, la Bekümmerung come caratteristica essenziale del vivere umano, ecc.) il concetto di «cura» <Sorge> come essere dell’esserci. Vezin ci rifà la storia del termine «Dasein»: ma se fu usato per tradurre existentia, e in particolare l’esistenza di Dio, nelle Meditazioni metafisiche del 1641 o nel saggio kantiano del 1763, quello era solo il problema medievale del «Daßsein»: se qualcosa c’è, allora Dio c’è e l’universo si regge (un regno <reich, reichen; rex, reggere> che sia di questo mondo <cfr. l’evangelico «Il suo regno non è di questo mondo»! etc.>; ecco una Welt che deriva da Walten!). Ma se invece non c’è nulla, e non possiamo dimostrare che ci sia alcunché? Allora crolla il potere temporale e l’ordine «politico» dell’universo mondo. Problema serio, maniera di porlo che oggi (nel tempo della nostra anche pratica responsabilità per il tutto!) ci fa sorridere. Heidegger prende i suoi termini non solo dalla tradizione teologico-metafisica, ma anche dal linguaggio comune. E Dasein è anche il nostro esserci quotidiano, quello dell’«inquietum cor meum», quello (citato da Vezin) di vita quotidiana nella formula positivista «Kampf ums Dasein» (struggle for life) (p. 520). Senonché Heidegger ha dato a questo termine «une signification entièrement neuve, une signification révolutionnaire!», ed è per questo che, se lo traduciamo in francese, con «là-être», esso non dà alcuna idea! (Vezin, cit. p. 521). Lasciando Dasein non-tradotto, Vezin ha l’aria di voler decretare un degno «monumento» alla grandezza di Heidegger. Ora, Heidegger, che era uomo umile e superbo nella e della sua umiltà, non ha dato a un termine un significato «rivoluzionario». Riformatore è piuttosto il pensiero di Heidegger, che riesamina alla luce di un’antropologia nuova (nuova solo perché gravida di una domanda sul senso dell’essere sempre rinnovata), il senso del lessico filosofico europeo, tutto quanto! Forse, per la gloire (et ad Il traduttore lamentoso Enrahonar 34, 2002 65 Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 65
maiorem) Vezin avrebbe anche potuto lasciare in tedesco tutte le parole che compongono Sein und Zeit. II. Intraducibilità della lingua tedesca? Che il tedesco sia una lingua intraducibile, è un leggendario e snobistico pregiudizio euro-occidentale, messo in circolazione (per opposte ragioni) da parte neolatina e da parte anglosassone. Con, ciò si è forse realizzato uno di quei fatali «accerchiamenti» (abbracci negativi) della Germania che tanti lutti hanno recato all’Europa e all’Occidente! I neolatini non tollerano i radicali germanici, gli anglosassoni non tollerano la sintassi latineggiante. La verità è che, in Occidente, il tedesco è una lingua assolutamente straordinaria, diversa da tutte le altre lingue «germaniche», costruita nei millenni attraverso forti e variabili convivenze lungo il limes imperiale romano-cristiano, e negli ultimi secoli attraverso ricorrenti dosi di unificazione forzosa, burocratico-amministrativa e pedagogicoclericale, fino al colpo congiunto di Gutenberg e Lutero che ne hanno determinato la popolarità, e consolidato lo stile ne varietur. Come gran parte delle lingue germaniche, la lingua inglese, con la sua semplicità morfologica e sintattica e la sua pronunciata permeabilità lessicale, mantiene forse i tratti più caratteristici delle parlate germaniche originarie, mentre lo hochdeutsch dipende in modo massiccio da una civilizzazione diretta e costante esercitata in Germania dal modello romano, fino all’alto Medioevo, da quello romanzo e umanistico, poi. Ancor più marcata è la fedeltà della cultura tedesca alle terminologie filosofiche e teologiche tradizionali, sì che l’esperienza più comune, scavando nell’etimologia delle parole tedesche, è quella di scoprire calchi e imprestiti (in senso lato: Lehnbildungen) dal latino, dall’italiano e dal francese. In questo senso si può dire che lo hochdeutsch è una lingua romanza con lessico prevalentemente germanico, che contiene intieri «linguaggi» (per esempio, quello filosofico!) che sono più romanzi che germanici (la stessa parola Philosophie utilizza, come l’ingl. e il fr., la trascrizione latina del phi greco). E in questo senso, si può anzi aggiungere che la responsabilità storica per il linguaggio filosofico in lingua tedesca comporta un’importante componente di responsabilità per il linguaggio e per la tradizione filosofica occidentale tout court, sentita in Germania come cosa propria. La qualità specifica di tale responsabilità consiste però nel fatto che (a parte la mistica tedesca) il linguaggio filosofico tradizionale non fu mai usato in Germania in modo spontaneo ed evolutivo, ma sempre in piena responsabilità culturale, storica e scientifica: la responsabilità a cui ci costringe la necessità della verifica e della coscienziosità traduttiva. La traduzione è in Germania più che altrove la forma originaria, la culla stessa della lingua e della cultura letteraria in generale («letteraria» in senso proprio, filosofica, teologica, musicale, ecc.). È per questa ragione che Fichte, nelle Reden an die deutsche Nation, afferma che i Tedeschi conoscono le altre lingue europee meglio di chi le parla, anche se poi sbaglia quando sostiene, per converso, che i Tedeschi parlano in 66 Enrahonar 34, 2002 Alfredo Marini Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 66
piena spontaneità la loro lingua come una lingua originaria, pura, incontaminata e coincidente con l’esperienza viva, immediata e primaria della vita stessa, una lingua che non scherza, che forse è addirittura priva di esprit e magari di humor, ma che in compenso dice sempre la verità! Sbaglia… —dico— a meno di non conferire anche a termini come «spontaneità», «esperienza», «immediatezza», «verità», un senso nuovo. Del resto, un dato di esperienza umana e, in particolare, l’immediatezza del parlare non è «immediata» nello stesso senso della percezione di un sasso. Così si può dire che un eccesso di autocoscienza linguistica (l’essenza stessa del tradurre!) sembra accompagnare la storia della lingua tedesca e conferire, in essa, un senso sistematicamente più ampio e profondo alle parole del lessico latino, comunque acquisito. Questo doppio senso germanico sullo sfondo della struttura latina si deposita non visto sul fondo del lessico altotedesco per saltar fuori come un diavoletto tirolese di carnevale (Krampus!) quando si tenta una traduzione radicale. Voglio aggiungere, in questa breve nota, una altrettanto breve riflessione sulle tesi di François Vezin. Già la traduzione inglese di Maquerrie e Robinson aveva lasciato non tradotto il termine Dasein, con tutti gli svantaggi del caso: usare da un lato Da-sein e dall’altro, per tradurre il «Da», ricorrere a un’espressione supplementare «the There»3! Ma qui non si fa un’umile e coscienziosa scelta di necessità (come spesso nella vecchia traduzione inglese, tanto accurata e preziosa, anche se simile a un commento a pie’ di pagina) bensì si tenta una «dimostrazione» retoricamente assai impegnata, apparentemente desiderosa di convincere tutto il mondo della propria inevitabilità. Proprio questa circostanza trasforma quella scelta legittima in una questione del tutto diversa. E, innanzittutto, in una questione. Alla quale si è giocoforza invitati a rispondere. Ma per rispondere bisogna pensare a fondo la circostanza. Ed è così che ho dovuto constatare come questa scelta, per quanto legittima, sia tanto sgradevole che dover ammettere che sia, in generale, quella giusta (non solo per l’it., ma anche per il fr., l’ingl. e lo sp. —perché anche Rivera l’accoglie!)… ebbene, lo confesso, mi spiacerebbe. Grazie Gaos, per aver tradotto Dasein con «ser ahí»! Per la lingua italiana il problema non esiste. La tesi di fondo di Vezin, comunque argomentata e arricchita di gustose citazioni da pittori e letterati francesi, consiste nel trarre dalla constatazione che il francese non è il tedesco la conclusione, che ogni traduzione non può Il traduttore lamentoso Enrahonar 34, 2002 67 3. A proposito di Dasein le traduzioni esistenti sono, a mio parere, spesso poco soddisfacenti: coloro che scelgono di non tradurre Dasein sono poi costretti a tradurre «da» con un altro termine, facendo perdere tutto il senso e la concreta percezione dell’operazione heideggeriana di scavo sulla terminologia tedesco-europea. Abbiamo infatti: Gaos/Chiodi: «ser ahí»/«esser-ci»/, dove si può dire: essere il proprio «ci» / ser su ‘ahí’; il «ci» dell’essere / el ‘ahí del ser; etc.; sp. (Rivera): «Dasein» + «Da» = «ahí»; fr. (Vezin): «Dasein/in alternativa a: «là-être» + «Da» = «là»; ingl. (Maqu./Robins): «Dasein» + «Da» = «the There»; (Stambough): «Dasein» + «Da» = «the There». Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:56 Página 67