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Osservazioni sul problema dell'enunciato in Sein und Zeit

Lazzari, Riccardo

Abstract

El parágrafo 33 de Ser y tiempo conduce a la disolución de la concepción tradicional del juicio como núcleo fundamental de la lógica, mostrando como el juicio -en cuanto juicio apofántico- se asienta en una condición antepredicativa preliminar de tipo hermenéutico y pragmático. Sin embargo, en Ser y tiempo sigue sin resolverse el problema de un análisis específico sobre la naturaleza de las proposiciones acerca del ser del Dasein, proposiciones que son completamente distintas de las que se realizan en torno a los entes a la vista considerados en el mencionado parágrafo 33.

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Resumen El parágrafo 33 de Ser y tiempo conduce a la disolución de la concepción tradicional del juicio como núcleo fundamental de la lógica, mostrando como el juicio —en cuanto juicio apofántico— se asienta en una condición antepredicativa preliminar de tipo hermenéutico y pragmático. Sin embargo, en Ser y tiempo sigue sin resolverse el problema de un análisis específico sobre la naturaleza de las proposiciones acerca del ser del Dasein, proposiciones que son completamente distintas de las que se realizan en torno a los entes a la vista considerados en el mencionado parágrafo 33. Palabras clave: enunciado, logos, adaequatio, apophansis, verdad antepredicativa, Ser y tiempo. Abstract. Observations on the problem of proposition in Being and Time In the § 33 paragraph of Being and Time Heidegger leads to a dissolution of the traditional view of the judgement as the basic core of the logic, and points out that it, as apophantic proposition, results from a preliminary antepredicative —that is, hermeneutical and pragmatic— condition. Neverthless in Being and Time Heidegger leaves unsolved the problem of a specific inquiry upon the nature of propositions about the Being of Being-there, propositions that are quite distinct from the ones about the present-at-hand beings, considered in the § 33. Key words: proposition, logos, adeaquatio, apophansis, antepredicative truth, Being and Time. I. Fra i temi centrali di Essere e tempo, che si sono imposti da diversi decenni all’attenzione degli interpreti e lettori e che hanno suscitato un ampio dibattito anche al di là dell’interesse per la Seinsfrage, vanno annoverate indubbiamente le riflessioni di Heidegger sul «comprendere» (Verstehen) e la «spiegazione» (Auslegung), condotte nei §§ 31-32 dell’opera del 19271. Non meno rilevante, soprattutto se guardato alla luce di quella rimessa in questione del concetto tradizionale di logica che Heidegger aveva già avviato in precedenti lezioni, e 1. Cfr. M. HEIDEGGER (198415), Sein und Zeit, Tübingen: Niemeyer, p. 148 ss. (d’ora in poi: SuZ). Enrahonar 34, 2002 117-124 Osservazioni sul problema dell’enunciato in Sein und Zeit Riccardo Lazzari Università degli Studi di Milano. Dipartimento di Filosofia Via Festa del Perdono 7. I-20122 Milano Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 117 in particolare in quelle del WS 1925-262, è il § 33 sull’«enunciato» (Aussage) come modo derivato della spiegazione. Qui egli conduce fino a un punto di non ritorno quella discussione sul problema del giudizio, che aveva largamente caratterizzato gli orientamenti della logica e della teoria della conoscenza nei primi decenni del ’900 in Germania e alla quale aveva rivolto inizialmente la sua attenzione lo stesso Heidegger. Al centro del problema della logica, così come egli lo aveva accostato al tempo della dissertazione di dottorato (1913) e della tesi di docenza (1915), troviamo infatti da un lato la teoria del giudizio e del suo rapporto tanto con la struttura grammaticale della proposizione quanto col processo psichico del pensiero, dall’altro il problema delle categorie (da «inserire», a sua volta, in quello del giudizio). Secondo una impostazione che sarà ribaltata in seguito, il giudizio costituisce per il giovane Heidegger la «cellula», l’«elemento originario della logica», «la sua struttura originaria», «ciò che in senso proprio può essere chiamato vero»3. Nelle sue prime ricerche Heidegger forniva anche le linee di una teoria non psicologistica e meta-grammaticale del giudizio, imperniata sulle nozioni del contenuto logico del giudizio come «senso» e della sua forma di effettualità come «valere», nella quale confluivano numerosi motivi mediati dalle recenti teorie di Rickert, di Lask e dalle Ricerche logiche di Husserl. La recente pubblicazione del carteggio di Heidegger con Rickert e di una sua conferenza del 1915 sul tema Frage und Urteil4, documentano ancora quanto fosse centrale per le prime indagini di Heidegger il nesso che stringeva, nelle sottili analisi rickertiane, il problema dell’oggetto della conoscenza e il problema del giudizio. Di quel dibattito di un quindicennio prima, nonché degli autori e delle posizioni teoriche passate allora in rassegna e discusse da Heidegger, si conservano solo poche tracce in Essere e tempo. Nel § 7b, discutendo del concetto di logos, Heidegger precisa che il suo significato fondamentale (quello di «parlare» [Rede], o più esattamente di «far palese ciò di cui nel parlare “si fa parola”») rimane oscurato se si traduce semplicemente questo termine con «enunciato» nel senso di giudizio, e soprattutto «se si intende giudizio nell’accezione introdotta da qualche odierna “teoria del giudizio”» (SuZ, p. 32). Heidegger si riferisce a ogni teoria che concepisce il giudizio come «un “collegare” o un “prendere posizione” (riconoscere–rifiutare)», avendo implicitamente di mira la filosofia di Rickert, che egli aveva già ampiamente discusso e criticato nelle sue prime lezioni friburghesi del 19195; ma trattando della 118 Enrahonar 34, 2002 Riccardo Lazzari 2. Cfr. M. HEIDEGGER (1976), Logik. Die Frage nach der Wahrheit, in id., Gesamtausgabe, vol. 21, Frankfurt am Main: hrsg. von W. Biemel, V. Klostermann (l’edizione della Gesamtausgabe sarà d’ora in poi cit. con la sigla GA, seguita dal numero del volume e dall’anno di pubblicazione). 3. M. HEIDEGGER, Frühe Schriften, in GA 1 (1978), hrsg. von Fr.-W. von Herrmann, Frankfurt am Main: V. Klostermann, p. 64 e 268. 4. Ora pubblicata in M. HEIDEGGER/H. RICKERT (2002), Briefe 1912 bis 1933 und andere Dokumente, hrsg. von A. Denker, Frankfurt am Main: V. Klostermann, p. 80-90. 5. Cfr. la Vorlesung del SS 1919 intitolata Phänomenologie und transzendentale Wertphilosophie, in M. HEIDEGGER, Zur Bestimmung der Philosophie, in GA 56/57 (1987), hrsg. von B. Heimbüchel, Frankfurt am Main: V. Klosterman, p. 119-203. Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 118 struttura «sintetica» del logos come apophansis («di-mostrante far vedere» [aufweisendes Sehenlassen]: SuZ, p. 33), egli si distanzia più in generale da tutta la comprensione moderna, post-cartesiana, del problema della conoscenza, per la quale il giudizio connette e collega rappresentazioni, donde nascerebbe il problema di come esse, in quanto fatti «interni», processi psichici, concordino con l’«esterno» fisico. Nel contesto del § 7b, Heidegger precisa inoltre – polemizzando ancora a distanza con Rickert, che nel suo Gegenstand der Erkenntnis (1892) riduceva la conoscenza al giudizio – come la «verità di giudizio» costituisca «un fenomeno di verità a fondazione plurima» (SuZ, p. 34). Benché qui Heidegger si richiami senza ulteriori approfondimenti alla concezione greca, per cui «vero» nel senso primario, e anche più originariamente del logos, è lo schietto percepire della aisthesis e del noein, egli presuppone non meno una interpretazione non convenzionale di Aristotele (fondata soprattutto su Met.IX, 10) che una ripresa della concezione husserliana della verità come identificazione di intenzione vuota e di intuizione diretta, per mostrare così come la verità dell’enunciato riposi originariamente in una verità dell’intuizione, secondo quella linea d’indagine che Heidegger aveva sviluppato nelle lezioni del 1925-26 sulla Logica e i cui risultati sono ancora riconoscibili nei §§ 33 e 44a e b dell’opera del ’27. Sia in quelle precedenti lezioni in maniera più argomentata, sia in Essere e tempo in maniera più allusiva, Heidegger si rifà proprio all’«autorità» dei nomi di Husserl e di Aristotele per criticare la concezione secondo cui il «luogo» originario della verità è il giudizio – concezione attribuita a torto ad Aristotele e rimasta alla base anche degli sviluppi odierni della «teoria della conoscenza» (Rickert stesso, a parere di Heidegger, non farebbe dei passi decisivi al di là della vulgata lectio della dottrina aristotelica della verità: cfr. GA 56/57, p. 183 s.). Heidegger si sofferma poi ad analizzare il carattere derivato dell’enunciato – per il quale esso non costituisce una struttura logica autosufficiente e originaria – nel § 33 di Essere e tempo, che prepara la critica del concetto tradizionale di verità svolta poi nel § 44, dove sono messe in discussione tanto la tesi del giudizio come «luogo» della verità, quanto la tesi secondo cui quest’ultima consiste nella adaequatio del giudizio con il suo oggetto, e si contesta la loro paternità aristotelica. Nel § 33 Heidegger prende anche le distanze – sebbene per brevi cenni – dalla «teoria del “giudizio” oggi predominante, orientata sul fenomeno del “valere”» (SuZ, p. 155). L’unico riferimento esplicito di Heidegger è a Hermann Lotze, la cui Logica del 1874 costituisce, com’è noto, il punto d’origine della nozione stessa di Geltung, intesa come «un “fenomeno originario” non ulteriormente riducibile» (ibid.). Denunciando la problematicità e la mancanza di chiarezza dal punto di vista ontologico delle caratterizzazioni che sono state tentate di questo fenomeno – i cui significati oscillano fra quelli di maniera d’essere dell’ideale, di obbiettività e di obbligatorietà –, Heidegger intende «liquidare» un presupposto fondamentale sia delle teorie del giudizio collegate alla rinascita della filosofia kantiana, sia alcune implicazioni della stessa critica husserliana dello psicologismo nel vol. I delle Logische Untersuchungen. Heidegger ritiene infatti che la separazione fra «il giudicare Osservazioni sul problema dell’enunciato in Sein und Zeit Enrahonar 34, 2002 119 Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 119 come processo psichico reale e il giudicato come contenuto ideale» significa non solo una «separazione non ontologicamente chiarita tra reale e ideale», ma ripropone anche ad un livello di complicazione ulteriore l’antica dottrina della verità come adaequatio – dottrina che Heidegger, richiamandosi a Brentano e polemizzando con «la teoria neokantiana della conoscenza del sec. XIX» (SuZ, p. 215-17), ritiene non superata, ma presupposta dallo stesso criticismo kantiano. Elemento centrale della critica di Heidegger alla concezione della adaequatio consiste nella riconduzione della verità dell’enunciato alla sua dimensione apofantica, cioè al suo «esser-svelante» (SuZ, p. 218), di cui poi si mostra il radicamento nel fenomeno dell’essere-nel-mondo e nel ci dell’esserci, donde risulta che «le radici della verità enunciativa risalgono fino alla schiusura del comprendere» (SuZ, p. 223). Non mi soffermerò qui tanto sul percorso per il quale Heidegger, partendo nel § 44 dal tradizionale concetto di verità, perviene attraverso una esibizione dei suoi presupposti ontologici ad una interpretazione del fenomeno originario della verità (nel senso di quella «schiusura» [Erschlossenheit] dell’esserci in cui si fondano tutti i criteri e i modi derivati di verità), quanto cercherò piuttosto di mostrare, richiamandomi soprattutto al § 33, che egli conduce a dissoluzione la concezione del giudizio come nucleo originario e fondamentale della logica, per il fatto di metterne in luce il carattere derivato da una condizione preliminare e antepredicativa più originaria. II. Tutta la riflessione che Heidegger conduce nel § 33 di Sein und Zeit ha come implicita premessa la riconduzione delle diverse teorie del giudizio a quel luogo originario di provenienza costituito dalla dottrina aristotelica del logos apophantikós, del parlare che ha la forma dell’enunciato. Propedeutica a questa riconduzione della logica alla sua matrice aristotelica era l’analisi del logos svolta nelle lezioni marburghesi del WS 1924-25 (in riferimento soprattutto ad alcuni luoghi testuali del Sofista platonico: 261 c–263 d)6, che portava da un lato a riscoprire la sua generale funzione «delotica» – quella cioè di «far palese» (Offenbarmachen, gr. deloun) –, dall’altro a evidenziare il carattere per cui il logos è sempre intenzionalmente logos tinós, cioè parlare su e di qualcosa. Attraverso poi un confronto serrato (peraltro già impostato fin dalla prima Vorlesung marburghese del WS 1923-24)7con i testi in cui Aristotele tematizzava il logos, nelle lezioni sulla Logica del WS 1925-26 Heidegger giunge a mettere a fuoco la specifica funzione «apofantica» di quel logos che è suscettibile di essere vero o falso, secondo la nota definizione del De interpretatione (4, 17 a 1-3), presa per lo più a conferma della concezione tradizionale che limita la verità alla proposizione, ma da cui si evince invece che «la proposizione è definita con un riferimento alla verità e non viceversa» (GA 21, p. 129). In base dunque a questi elementi interpretativi, risulta che non ogni legein – per 120 Enrahonar 34, 2002 Riccardo Lazzari 6. Cfr. M. HEIDEGGER, Platon: Sophistes, in GA 19 (1992), hrsg. von I. Schüssler, Frankfurt am Main: V. Klostermann. In particolare p. 581-606. 7. Cfr. M. HEIDEGGER, Einführung in die phänomenologische Forschung, in GA 17 (1994), hrsg. von Fr.–W. von Herrmann, Frankfurt am Main: V. Klostermann. In particolare p. 13-41. Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 120 quanto sempre manifestativo, come può esserlo anche il pregare, secondo quel carattere “significativo” (semantikós) che Aristotele attribuiva al parlare in generale – rende palese nella stessa maniera del logos apophantikós. Rimane sottinteso, in queste distinzioni, che vi è una dimensione delotica del logos che non si esaurisce nella dimensione apofantica del parlare enunciativo, così come vi è un significare primario che non possiede ancora la struttura proposizionale dell’enunciato. Ma qual è più esattamente la struttura apofantica del logos come enunciato, che Aristotele presentava attraverso una serie di alternative: collegare/separare (synthesis/diairesis), essere-svelante/essere-velante (nel senso originario dell’alternativa vero/falso, alethés/pseudos), affermazione/negazione (kataphasis/apophasis)? La struttura dell’enunciato viene presentata da Heidegger nel § 33 di Essere e tempo come quella dell’«in quanto apofantico»: in base ad essa ogni enunciato consiste nell’asserire qualcosa di qualcosa, per cui qualcosa (ad es. il «martello») viene determinato in quanto qualcosa (ad es. in quanto «pesante»). Ma se in ciò si rende chiaro il fatto che un enunciato consiste sempre nella determinazione predicativa di un soggetto su cui esso verte (come quando si dice «il martello è pesante», oppure «la lavagna è nera»), tuttavia, argomenta Heidegger, questa articolazione è possibile solo perché, in primo luogo, l’enunciato è apophansis, cioè un «far vedere un ente a partire da quell’ente stesso» (SuZ, p. 154). Sia nel suo significato di «predicazione», sia ancora in quello di «comunicazione» («enunciazione esterna»), l’Aussage è dunque, primariamente, «di-mostrazione» (Aufzeigung). Ma che cosa propriamente l’enunciato fa vedere, ovvero di-mostra? Torniamo agli esempi di Heidegger. Un enunciato del tipo «il martello è pesante» o «la lavagna è nera» fa vedere l’ente stesso, e non una mera rappresentazione o uno stato psichico di chi pronuncia l’enunciato; ma lo fa vedere in modo tale che l’ente fatto oggetto dell’enunciato subisce una peculiare strutturazione: esso viene infatti svelato come una «cosa» (il martello, la lavagna) di cui si predica una certa proprietà (l’essere pesante, l’essere nera), attraverso la quale viene determinato l’ente stesso. Orbene, l’ente «sotto-mano» (das Vorhandene) che funge da soggetto della proposizione, cioè il «su-cui» dell’enunciato di-mostrante, era innanzi già incontrato e compreso dalla «circospezione procurante» (besorgende Umsicht) come il «con-cui alla-mano dell’aver-a-che-fare» (SuZ, p. 157 s.). In altri termini, se prima l’ente «alla-mano» (das Zuhandene) veniva esperito nei suoi molteplici rapporti di rimando all’interno di una «totalità di opportunità» (Bewandtnisganzheit), ora invece esso viene per così dire estrapolato da questa totalità per diventare il soggetto di una proposizione ed essere determinato predicativamente; solo così, precisa Heidegger, «si apre l’accesso alle cosiddette proprietà» – solo quando viene svelato l’ente sotto-mano velando l’ente alla-mano, cioè nel passaggio dalla «circospezione» alla «in-spezione» (Hin-sicht), dal piano della «spiegazione circospettiva» a quello del «puro ispettivo di-mostrare» (SuZ, p. 158) in cui si attua l’enunciato. In quanto predicazione, dunque, l’enunciato è una esplicitazione ed esibizione della coappartenenza delle molteplici determinazioni di un ente già dato e palese (il martello come pesante, la lavagna nel suo Osservazioni sul problema dell’enunciato in Sein und Zeit Enrahonar 34, 2002 121 Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 121 esser nera); esso collega e separa – è cioè synthesis e diairesis –, nella misura in cui asserisce qualcosa di qualcosa. Ora Heidegger evidenzia come il fenomeno del «qualcosa in quanto qualcosa» non si esaurisce nella modalità di collegare e separare propria dell’enunciato, ma trae origine da un fenomeno preliminare, che egli denomina «in quanto esistenzial-ermeneutico» (ibid.) e che attribuisce alla «spiegazione» come elaborazione delle possibilità progettate nel comprendere, di cui costituisce la specifica struttura espressiva di carattere antepredicativo. Riguardo all’analisi, qui soltanto abbozzata, dell’enunciato come derivato – anzi: «estremo derivato» (SuZ, p. 160) – della spiegazione, mi limiterò solo ad alcuni rilievi. In primo luogo va sottolineato come Heidegger, introducendo il concetto di un «in quanto» che precede l’enunciato, miri a relativizzare l’opposizione tradizionale fra intuizione e pensiero discorsivo. Vi è infatti un’articolazione espressiva che appartiene già alla stessa «schietta visione antepredicativa» (SuZ, p. 149): quest’ultima può vedere l’ente alla-mano in quanto martello o lavagna, solo perché reca in sé il carattere espresso di molteplici rapporti pragmatici di rimando, quali sono articolati nella spiegazione circospettiva, e svela così l’ente considerato a partire da una certa «opportunità» (per es. del martellare, dello scrivere). Anche la più semplice percezione, lungi dal costituire un fenomeno immediato, possiede la struttura del qualcosa in quanto qualcosa, per la quale l’ente considerato è già posto in un significato anteriormente al pronunciamento di un enunciato tematico su di esso. Vi è dunque un significare primario che si compie come un genuino «avere-a-chefare» con l’ente alla-mano nel mondo circostante, così come vi è un genuino «in quanto» che appartiene alla struttura ermeneutica dell’esserci (cfr. GA 21, p. 150). Il correlato linguistico dell’in quanto della originaria spiegazione circospettiva non è formulabile in un giudizio copulativo – secondo la forma della proposizione enunciativa categorica del tipo S èP, dove inavvertitamente si presuppone il senso per cui S, il subjectum, ha la proprietà P –, ma assume piuttosto la forma: «serve a...» (SuZ, p. 149). Heidegger sembra anzi sottintendere che il compimento originario della spiegazione non consiste in una enunciazione esplicita, ma (nel caso del martello) in «un circospettivoprocurante rifiuto o sostituzione dell’arnese inadatto, “senza inutili parole”» (SuZ, p. 157). Sarebbe fuorviante attribuire qui a Heidegger la tesi di una prelinguisticità della spiegazione come tale, che contrasterebbe oltretutto con la concezione che al «comprendere» (Verstehen) e al «trovarsi» (Befindlichkeit) è cooriginaria la Rede, il «parlare» come articolazione significante della comprensibilità dell’essere-nel-mondo e come fondamento del linguaggio verbale; è vero piuttosto che egli intende affermare il carattere antepredicativo della spiegazione: se pronunciata, infatti, quest’ultima non assume direttamente la forma di un enunciato teorico, ma di altre modalità espressive, del tipo «troppo pesante», «qua l’altro martello!»; anche un enunciato del tipo «il martello è troppo pesante» (SuZ, p. 157) non mira in primo luogo a predicare una proprietà della cosa, ma si mantiene all’interno di un eseguire e di un avere-a-chefare. Per questa impostazione – che rifiuta di ridurre le diverse forme del parlare 122 Enrahonar 34, 2002 Riccardo Lazzari Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 122 alla forma della proposizione categorica e che indica il compito di una «liberazione della grammatica dalla logica» (SuZ, p. 165) – l’analisi di Heidegger sembra a tratti vicina a certe formulazioni della «seconda maniera» di Wittgenstein, per il quale alla domanda «quanti tipi di proposizioni ci sono?» occorre rispondere che ne esistono di innumerevoli, così come innumerevoli sono i «giuochi» del linguaggio quotidiano, in quanto fanno parte di diverse «attività» e «forme di vita»8. Dal canto suo Heidegger allude – senza però sviluppare adeguatamente questo aspetto – a tutta una gamma di possibilità intermedie che dalla «spiegazione ancora interamente occultata nel comprendere procurante» conducono fino all’estremo caso opposto di un «enunciato teorico su un ente sotto-mano» (SuZ, p. 158): dagli enunciati su eventi del mondo circostante alle descrizioni di enti alla-mano, dai resoconti su situazioni alla registrazione di uno «stato di fatto», dalla descrizione di una situazione obbiettiva alla narrazione dell’accaduto. Fra la dimensione ermeneutica della spiegazione e quella apofantica dell’enunciato Heidegger non stabilisce dunque uno stacco netto, una cesura radicale, opponendo in termini irriducibili l’ermeneutica alla logica, ma ammette dei gradi intermedi, ovvero una serie di passaggi da una dimensione all’altra. Vi sono dunque le premesse in Heidegger per un’indagine di quell’ambito «logico» che si apre tra la generale funzione delotica del logos e la sua funzione apofantica e che forma l’argomento di una «logica ermeneutica», nel senso che questo termine assume nelle indagini di Georg Misch e Hans Lipps. Ma l’intento prioritario di Heidegger non è tanto quello di estendere l’ambito del «logico» oltre la sfera della predicazione e della pura discorsività, quanto piuttosto quello di mettere in luce le implicazioni ontologiche e il radicamento temporale della logica apofantica – di quella logica, cioè, che ha svolto un ruolo-guida nella problematica tradizionale dell’essere, e il cui «fondamento inespresso» è costituito da una «determinata temporalità, orientata primariamente sul presentare» (GA 21, p. 414 s.). L’enunciare stesso è infatti una determinata possibilità del «puro presentare»: quella dello «svelare la presenzialità di un ente sotto-mano» (ibid.). La «logica» dell’enunciato, fondata in un’ontologia dell’ente sotto-mano, non solo ha preso il sopravvento all’interno della teoria del logos in generale, ma – proprio perché nell’enunciato viene ad espressione un significato dell’essere, quello dell’«è» della copula, inestricabilmente connesso agli altri significati molteplici dell’essere9– ha finito per acquisire un’importanza centrale per tutta la storia della domanda intorno all’essere dell’ente. Benché il logos dell’enunciazione non determini una relazione primaria e originaria con l’ente, e non possa dunque costituire il punto di partenza per riproporre il problema dell’essere, tuttavia è ancora una volta la forma classica Osservazioni sul problema dell’enunciato in Sein und Zeit Enrahonar 34, 2002 123 8. Cfr. L. WITTGENSTEIN (1953), Philosophische Untersuchungen, ed. by Anscombe & R. Rhees, Oxford: Blackwell, § 23. 9. Cfr. la Vorlesung heideggeriana del SS 1927 intitolato Die Grundprobleme der Phänomenologie, in GA 24 (1975), hrsg. von Fr.-W. Von Herrmann, Frankfurt am Main: V. Klostermann, p. 252 ss. Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 123 dell’enunciato – il giudizio predicativo come riferimento privilegiato della logica apofantica –, a mantenere un valore esemplare nelle analisi di Heidegger quando cerca di risalire al significato originario del logos come apophansis, come far vedere l’ente nel suo essere svelato. In questa «fedeltà» alla apofantica aristotelica e al modello predicativo e copulativo del giudizio che ne è alla base, egli rimane vicino a Husserl, che (in Formale und transzendentale Logik, del ’29, e nella postuma Erfahrung und Urteil) moveva da questo stesso modello per chiarire l’origine del giudizio nell’esperienza antepredicativa, nella prospettiva di una «genealogia» della logica in generale. Diversamente che nella dissertazione del 1913 intitolata Die Lehre vom Urteil im Psychologismus, Heidegger non si rivolge nel § 33 di Sein und Zeit ad esplorare anche quelle forme proposizionali che non si lasciano ricondurre facilmente alla formula elementare «soggetto-copula-predicato», come è il caso dei giudizi esistenziali e, intrecciati a questi ultimi, degli impersonali, cioè di quei giudizi in cui si dice che «qualcosa accade», nel senso di un «irrompere improvviso» (GA 1, p. 184), e che si prestano a peculiari impieghi nella scrittura heideggeriana. Ma soprattutto Heidegger non si sofferma tematicamente sulla natura specifica di quelle enunciazioni intorno all’essere dell’esserci, che egli peraltro distingue dagli enunciati mondani sulle cose sotto-mano e alle quali attribuisce il carattere della «indicazione ermeneutica» (GA 21, p. 410), riformulando così (in un importante passaggio conclusivo delle lezioni sulla Logica del 1925-26) la concezione della formale Anzeige dei primi corsi friburghesi. Come egli mette in luce, se tutte le enunciazioni sull’essere dell’esserci, sul tempo e sulla temporalità, tendono inevitabilmente, in quanto «proposizioni pronunciate», ad assumere la forma di enunciati mondani, tuttavia il loro senso enunciativo primario non è quello di rinviare a cose o proprietà sotto-mano, ma consiste nell’indicazione di un hermeneuein: esse vanno cioè intese come «indizi del possibile comprendere e della possibile afferrabilità, accessibile in tale comprendere, delle strutture dell’esserci» (ibid.). L’«in quanto» di questi enunciati, possiamo chiederci, è dunque apofantico alla stessa maniera di quello di un enunciato sul mondo circostante o di una proposizione teorica sulle proprietà di un ente sotto-mano? Vi è una indizio importante del fatto che Heidegger intendesse la soluzione del problema dell’enunciato disegnata nel § 33 di Sein und Zeit come soltanto provvisoria. Nel § 65 sulla temporalità come senso ontologico della cura egli scrive: «La temporalità non “è” affatto un ente. Essa non è, ma si temporalizza»; e aggiunge: «Perché noi, nonostante ciò, non possiamo fare a meno di dire: “la temporalità ‘è’ – il senso della cura”, “la temporalità ‘è’ – determinata in questo e in quel modo”, può esser reso comprensibile solo in base alla chiarita idea dell’essere e dell’“è” in quanto tale» (SuZ, p. 328). In che misura il problema qui indicato si trasmetta, al di là del palese rimando alla terza sezione (non pubblicata) di Sein und Zeit su «Tempo ed essere», alla intera meditazione di Heidegger sul linguaggio e sull’essere successiva all’opera del ’27, resta una prospettiva di indagine ancora aperta, di cui in queste pagine abbiamo delineato solo alcuni presupposti. 124 Enrahonar 34, 2002 Riccardo Lazzari Enrahonar 34 001-136 1/2/03 11:58 Página 124