La democrazia d'opinione e l'autoreferenzialità dei media : Il punto di vista di Carlo Marletti
Abstract
Berrio, Jordi
Full text
En el present número monogràfic d’ANÀLISI, dedicat a l’opinió pública, hem volgut oferir, tant al món científic en general com al nostre propi en particular, les opinions de Carlo Marletti, eminent especialista europeu en temes de comunicació política, sobre algunes de les qüestions que són actualment rellevants. La teoria normativa desenvolupada, que tan influent ha estat en els àmbits universitaris, és judicada amb lucidesa per Carlo Marletti, que la situa en els contextos històrics i culturals en què va sorgir. D’altra banda, també comenta críticament la manera com el sistema polític actual utilitza les tècniques demoscòpiques. Marletti fa, doncs, l’esforç de situar el tema de l’opinió pública en el marc de les societats complexes actuals, cosa que el porta a considerar poc explicatives les distintes visions que se n’han fet només tenint en compte la primera etapa de la societat burgesa o, a tot estirar, la societat de masses. D’aquesta manera, podem dir que supera tant els enfocaments purament empírics, com els basats en posicions normatives, i es declara a favor d’una recerca exercida críticament, lluny de les deformacions administratives que pateix. Una recerca que cada vegada és més difícil que es pugui realitzar des de les universitats per falta de mitjans i per tant que, de manera més i més important, és a mans de les grans corporacions. Marletti deixa molt clara la participació dels mitjans de comunicació en la confecció i difusió dels temes objecte d’opinió, però descarta totalment una descripció conspirativa en l’ús d’aquests mitjans. Contràriament, ell fa èmfasi en les rutines que segueixen els professionals. Considera que els periodistes realitzen la seva tasca d’una manera que podríem considerar mecànica i, fins i tot, inconscient. Comptat i debatut, en una societat tan complexa com l’actual, el públic té nombroses possibilitats d’escapar al setge del qual pugui ser objecte per part dels mitjans de comunicació. D’acord amb això, els corrents d’opinió tenen un component d’indeterminació que sovint els fa aparèixer com els fenòmens climàtics. Marletti adopta una posició realista i crítica en el tractament d’un tema tan fugisser com és el de l’opinió pública. Parafrasejant-lo, direm que no hi ha Anàlisi 26, 2001 189-206 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Il punto di vista di Carlo Marletti Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 189
cap entitat social que es pugui identificar com a opinió pública, sinó que la formem tots nosaltres, persones reals, amb la nostra acció social. Carlo Marletti és professor de Sociologia a la Facultat de Ciència Política de la Universitat de Torí. Col·labora amb Filippo Barbano, Norberto Bobbio i Paolo Farneti en el Centro Studi Paolo Farneti d’aquesta universitat d’ençà de la seva fundació. Fou catedràtic extraordinari UNESCO a la Universitat Autònoma de Barcelona, durant el curs 1997-1998. Marletti ha desenvolupat una tasca reconeguda en el camp de la teoria social i de la sociologia política. Hem de destacar que ha dirigit nombroses investigacions sobre temes de reconeguda importància per al coneixement del paper que fan els mitjans de comunicació a Itàlia. Al costat de la seva tasca d’investigador, i, naturalment, en estreta relació, tenim el seu mestratge com a professor universitari. Fruit de la seva actuació com a investigador i com a docent, ha estat la publicació de nombrosos assaigs i recerques. D’entre les seves obres destacarem: L’informazione tematizzata (1982); Media e Politica (1984); Prima de Dopo. Tematizzazione e comunicazione politica (1985); Emancipazione e liberazione (1987); Fra sistematica e storia (1991); Extracomunitari. Dall’immaginario quotidiano al visuto del razzismo (1991), i Televisione e Islam. Immagini e stereotipi dell’Islam nella comunicazione italiana (1995). En tota la seva activitat com a investigador i docent destaca, ultra el seu pregon coneixement de l’obra dels sociòlegs antics i moderns, una sana tendència a agermanar la metodologia rigorosa en el camp purament teòric amb un pregon sentit de la vida real, que no dubtarem a qualificar de característic de la civilització llatina de tots els temps. És per això que ens proporciona una visió de l’opinió pública realista i funcional, que supera tant les posicions reduccionistes de l’empirisme anglosaxó, com les pures argumentacions racionalistes pròpies dels autors centreeuropeus. Hem de remarcar, també, la posició crítica que manté enfront de les tendències actuals favorables al neoliberalisme. Marletti lluita per restablir el paper preponderant de la universitat en la recerca científica. 190 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 190
Quale è il tuo punto di vista sul dibattito relativo all’opinione pubblica e in particolare che cosa pensi della teoria normativa elaborata da Jürgen Habermas? L’opinione pubblica, ha scritto Judith Lazar (L’opinion publique, Sirey, Paris, 1995), è uno dei soggetti più controversi che vi siano nelle scienze sociali. Il dibattito contemporaneo su questo tema dura da molto tempo, almeno sin da quando Walter Lippmann pubblicò nel 1922 Public Opinion (Harcourt Brace, New York), un testo ormai considerato un classico. E’ un dibattito complesso, che attraversa più di una generazione di studiosi ed esperti; e prima di esprimere un giudizio su di esso mi sembra doveroso storicizzarne i momenti più importanti. Lippmann è stato tra i primi a dichiarare che l’opinione pubblica, come veniva concepita sino ad allora nella teoria democratica liberale, altro non era che un mito, un vero e proprio «fantasma» sociologico, fatto di molte teste e mai identificabile con qualcuna di esse in modo sicuro. Di questo mito gli editori dei giornali e le agenzie di stampa si appropriavano per i loro fini economici e politici. Non è un caso che Lippmann abbia aperto proprio negli Stati Uniti il dibattito su come l’opinione pubblica può essere condizionata e strumentalizzata. Nei paesi di tradizione anglosassone l’influenza del giornalismo e della stampa veniva considerata come un contrappeso democratico all’esercizio del potere, sin dalle origini del regime parlamentare, nel XVII secolo. Ma le dimensioni ipertrofiche che gli apparati delle comunicazioni di massa avevano ormai assunto negli Stati Uniti facevano capire che era in atto una mutazione genetica, un cambiamento profondo, tale da stravolgere la concezione sino allora corrente dell’opinione pubblica. Il merito di Lippmann fu di spostare il dibattito dal ruolo dell’opinione pubblica come contropotere al problema del controllo su di essa da parte di poteri oligarchici esterni. Oggi è forse venuto il momento di imprimere un’altra svolta al dibattito e di considerare l’opinione pubblica non soltanto come oggetto di controllo e manipolazione, ma anche come fattore di accrescimento dell’incertezza e della irresponsabilità sociale. Ma su questo punto tornerò più avanti. Venendo alla teoria normativa di Habermas, per discuterne adeguatamente credo sia opportuno prima di tutto inquadrarla nella tradizione tedesca degli studi sulla comunicazione di massa e riportarla alla congiuntura politica e sociale nella quale venne elaborata. Come ha spiegato Leon Bramson nel suo noto saggioThe Political Context of Sociology (Princeton University Press, Princeton, 1961), la tradizione tedesca degli studi sulla comunicazione ha sempre trattato l’opinione pubblica come coscienza di massa, facendone un’entità collettiva, qualcosa di simile allo spirito di un popolo, mentre la tradizione americana l’ha studiata come insieme variabile di atteggiamenti che si compongono e si scompongono a seconda delle congiunture. Elizabeth NoelleNeumann che ha tentato una ricostruzione filologica e storica del concetto (Die Schweigespirale: Oeffentliche Meinung-unsere soziale Haut, Munich und Zurich, 1980), sostiene che il termine tedesco Meinung non ha lo stesso significato del termine inglese opinion, derivato dal latino. Mentre quest’ultimo si La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26, 2001 191 Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 191
richiama al problema politico del consenso o del dissenso intorno ad una idea, il termine tedesco si richiama al problema gnoseologico della verità o non verità di una idea, e in base alla contrapposizione aristotelica tra Aletheia e Doxa considera le opinioni come idee discutibili, che hanno un valore inferiore alle idee vere. E’ insomma quello che nelle lingue neo latine si definisce come «opinabile». Tra gli autori di lingua tedesca che hanno affrontato il tema della manipolazione nel periodo fra le due guerre, ricorderò qui soltanto Karl Mannheim (Mensch und Gesellschaft im Zeitalter des Umbaus, Leida, 1935), la cui analisi degli usi simbolici della politica e delle conseguenze che il controllo dei mezzi di comunicazione può avere nella società di massa è da considerarsi tuttora attuale per molti aspetti. Ma il punto da sottolineare è che negli anni trenta il contesto nordamericano delle grandi metropoli con le loro folle solitarie era assai diverso, politicamente e storicamente, da quello mitteleuropeo della conquista delle masse popolari da parte della propaganda totalitaria. E ciò anche se un grande moralista come Adorno sostenne che negli Stati Uniti la violenza e la pervasività sociale della pubblicità era soltanto l’altra faccia della violenza della propaganda nazista che manipolava la coscienza di massa. Secondo il suo punto di vista, la Germania totalitaria di Hitler e gli Stati Uniti democratici di Roosevelt sarebbero stati praticamente uguali. Una equazione difficile da accettare, per chiunque consideri il ruolo importante e per certi aspetti decisivo che Hollywood e l’industria dello spettacolo nordamericano ebbero nella propaganda antifascista e nella mobilitazione bellica. E oltre a ciò, si deve ricordare che nel dopoguerra molti registi e attori progressisti furono vittime del maccartismo (A. Barbato, Come si manipola l’informazione. Il maccartismo e il ruolo dei media, Editori Riuniti, Roma, 1996). Del resto, lo stesso Habermas che pure, in continuità con la scuola francofortese e nel contesto della critica del neocapitalismo, aveva ripreso il tema della manipolazione dei media all’inizio dei suoi studi, ha alquanto attenuato e sfumato la radicalità del pensiero catastrofista di Adorno. Quando egli scriveva la sua tesi di dottorato, che avrebbe poi pubblicato con il titolo Strukturwandel der Oeffentlichkeit (Luchterhand Verlag, Neuwiel, 1962), in Europa la televisione era ancora ai primi passi. Basterebbe questo, mi pare, a farci capire che rifarsi oggi a questo testo, a quarant’anni di distanza da quando fu pubblicato, per criticare sociologicamente un sistema come quello dei media, in rapida e continua trasformazione, sia poco incisivo. Ciò non significa per altro sminuire il merito storico di Habermas e l’influenza intellettuale che la sua opera ha avuto su più di una generazione di studiosi. Per capirlo, bisogna tenere conto del clima politico che si viveva allora in Germania, e dello scontro fra tendenze autoritarie e coscienza democratica. I dati mostrano che in quegli stessi anni era in atto nella Repubblica Federale Tedesca un preoccupante fenomeno di concentrazione, che portò in breve alla creazione dell’impero editoriale di Axel Caesar Springer, un «monopolio intoccabile» , come allora venne definito, che basava la propria influenza su tabloid popolari molto diffusi, come Welt e Bild, che intervenivano pesantemente nei 192 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 192
conflitti sociali, come avvenne in occasione dello sciopero dei metalmeccanici nel 1963. E’ stata la fase in cui lo scenario della Repubblica Federale era dominato dalla politica conservatrice e reazionaria di Franz Joseph Strauss, orientata ad un anticomunismo viscerale, che portò in certi momenti alla sospensione di alcune libertà costituzionali (Giorgio Backhaus, Springer, la manipolazione delle masse, Einaudi, Torino, 1968). In queste circostanze, Habermas emerse fra gli intellettuali tedeschi come uno dei più autorevoli interpreti della coscienza democratica, un ruolo che egli ha conservato successivamente in tutti i più gravi momenti di crisi della Germania, dagli anni di piombo del terrorismo, sino al dibattito attuale sui rapporti fra diritto, politica e morale (Faktizitaet und Geltung, Surkamp Verlag, Frankfurt a.M., 1992). Oltre a ciò, va anche riconosciuto ad Habermas un significativo merito teorico: quello di aver introdotto negli studi sulla comunicazione il concetto di «sfera pubblica», che ha successivamente stimolato l’attenzione di molti altri autori, ed ha aperto nuove prospettive di analisi nella teoria e nella ricerca. Si tratta però di un concetto tanto suggestivo quanto impreciso: la sua connotazione oscilla fra quella propria della tradizione giuspubblicistica europea e in particolare tedesca, la rivalutazione compiuta da Hannah Arendt dell’idea classica di agorà come spazio di discussione e di confronto aperto a tutti i cittadini, e infine la concezione della sfera pubblica come mercato politico, nel senso attribuito da J. Schumpeter a questo concetto, poi rielaborato dai politologi nordamericani. Il merito teorico di Habermas si accompagna però ad un limite di prospettiva storica: dopo aver mostrato tutta l’importanza della sfera pubblica da lui definita «borghese», ed averne costruito l’idealtipo, Habermas nel suo libro del 1962 ne descriveva l’inevitabile degenerazione e ne preannunciava la fine ormai imminente nello scenario dello «Stato forte» e della crescente manipolazione del pubblico. In questa previsione fatta allora da Habermas l’elemento normativo si intreccia e si sovrappone all’elemento cognitivo; e la critica dell’esistente finisce per confondersi con la postulazione del divenire storico. In altre parole, un conto è delineare un idealtipo normativo, ossia un ideale di sfera pubblica libera e democratica, al quale dobbiamo ispirare la nostra azione, altro è fornire elementi di conoscenza relativi alle tendenze politiche future delle elites e delle masse. Habermas riesce bene nell’affrontare il primo aspetto ma fallisce nell’analisi del secondo. E ciò è tanto vero che successivamente Habermas ha attenuato il proprio giudizio ed ha finito per trattare la Oeffentlichkeit alla stregua di quello che Kant chiamava un «ideale regolativo», ossia un valore che deve orientare la nostra azione, anche se ben difficilmente ci si può approssimare ad esso in modo soddisfacente. Che cos’è infatti la teoria dell’agire comunicativo che Habermas ha delineato nei suoi anni maturi, se non una rielaborazione in termini di filosofia morale e di teoria politica del problema, abbandonando in gran parte ogni pretesa di analisi sociologica e politologica? Comunque, un’altro merito da riconoscere ad Habermas, è che con la svolta compiuta passando dalla critica storica della Oeffentlichkeit alla teoria dell’agire comunicativo, egli si è posto al di fuori della tradizione romantica tedesca, La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26, 2001 193 Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 193
che sostanzializzava l’opinione pubblica, facendone un soggetto reale e considerandola come una forma inferiore della coscienza collettiva. Egli ritorna invece alla fondamentale distinzione kantiana tra mezzi e fini, applicandola in modo originale alla fondazione dell’atto comunicativo e stabilendo il principio secondo cui nella comunicazione si deve partire dalla comprensione e dal rispetto verso i presupposti di valore ed i codici simbolici dell’Altro senza strumentalizzarlo, ossia trattandolo sempre come un soggetto dotato di ragione e mai come una cosa. La rilevanza filosofica di questa posizione, ispirata alla tolleranza ed al dialogo è tanto grande —specie in una società come la nostra che deve affrontare i processi di globalizzazione economica e di costruzione di una convivenza multiculturale— quanto invece è scarsa e pressoché nulla la sua utilità per l’analisi sociologica e politologica. Se si riconoscesse questo semplice stato delle cose, molte controversie accademiche e molte incomprensioni su Habermas si potrebbero sicuramente evitare. Quale funzione attribuisci dunque ai mezzi di comunicazione di massa e che cosa pensi del preteso studio «scientifico» degli atteggiamenti e delle opinioni? Restando sul piano dell’analisi sociologica e storica, ritenere che la funzione politica dei media sia fondamentalmente quella di portare al conformismo di massa e ad una crescente integrazione delle masse nello Stato autoritario, o Stato forte, è da considerarsi semplificatoria e sbagliata. Proprio qui, a mio avviso, sta il principale caput mortuum della scuola francofortese, nella quale Habermas va incluso solo per il suo periodo giovanile. Ciò che è accaduto storicamente nell’ultimo ventennio del secolo non è stato il rafforzamento dello Stato ma al contrario una colossale deregolamentazione, che ha portato allo sviluppo della competitività dei mercati e all’indebolimento delle istituzioni pubbliche. Tutto ciò ha permesso al neocapitalismo di rinnovarsi e vincere la sua competizione col socialismo burocratico e statalista, ponendo le premesse per i processi attuali di globalizzazione dell’economia. Questa strategia della deregolamentazione, sostenuta dai teorici della Scuola di Chicago, primo fra tutti Milton Friedman, e fatta propria dall’establishment tatcheriano e reaganiano, ha avuto non poche conseguenze perverse, tra cui la più rilevante è forse quella dell’abbassamento dei confini tra legalità e illegalità in molti settori della società civile, il che a sua volta ha portato a uno sviluppo senza precedenti della criminalità organizzata su scala mondiale, con l’espansione dei consumi di droga e dei mercati illegali, da quello della prostituzione a quello delle armi, fino al traffico di organi. E oltre a ciò, si è avuto un generale accrescimento delle diseguaglianze sociali all’interno delle società sviluppate, e una sempre maggiore distanza fra questi paesi e il sud del mondo, sempre più impoverito, in preda a guerre, epidemie e carestie. La strategia di deregolamentazione delle istituzioni e dei mercati che è stata giocata dalle elites conservatrici ha potuto servirsi dei media, ma nella maggior parte dei casi questo risultato è stato ottenuto senza bisogno di un controllo 194 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 194
diretto, semplicemente giovandosi delle routine dei mezzi d’informazione e sfruttando la media logic stessa, ossia l’insieme di quei requisiti di semplificazione, di sensazionalismo e di spettacolarizzazione degli eventi e dei temi, che i media per loro natura sono inclini a seguire. In questa fase la funzione sociale dei media è stata quella di aumentare la differenzione sociale, non l’integrazione. Oggi più che «massificare» essi creano le «folle solitarie», come aveva ben intuito David Riesman. Le conseguenze perverse prodotte dai media sono il dissolvimento delle identità sociali, la perdita della memoria storica, la diffusione dell’allarmismo e delle paure collettive nei confronti degli stranieri. Più che «apparati ideologici di Stato», al servizio di un progetto autoritario, come li definiva Louis Althusser negli anni settanta, i grandi media come la televisione, la radio e la stampa, sono agenzie in cui l’organizzazione del lavoro è fortemente condizionata dalla automaticità e dalla casualità delle routine, per cui finiscono spesso per agire in termini di irresponsabilità sociale. Chi conosce bene le modalità di funzionamento dei media può approfittarne per i propri scopi. E’ questo il terreno su cui avviene attualmente la manipolazione dei media da parte di elites dirigenti, di potenti lobbies e interessi organizzati. Si dirà che in fondo quelle che io contrappongo altro non sono che le due facce di una stessa moneta, due dimensioni complementari dell’alienazione sociale complessiva. Ma non è così: la concezione dei media come apparato ideologico avente la funzione di integrare le masse nei regimi autoritari del tardo capitalismo, così come l’hanno formulata i teorici francofortesi, è un punto di vista «epocale», che non lascia alcuno spazio a chi vuole modificare la media logic e rimanda soltanto ad un’antropologia radicale e all’escatologia rivoluzionaria, senza indicarne i percorsi e le tappe. Viceversa, la concezione dei media come apparati che agiscono sovente in modo irresponsabile e sono dominati da routine organizzative di cui non possono fare a meno (Mauro Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano, 1985), consente di interagire con i professionisti della comunicazione, di confrontarsi con essi e di operare insieme ai migliori fra di loro per una diversa strutturazione delle pratiche comunicative. Ciò è molto importante nella fase attuale di globalizzazione, considerati i rischi e i pericoli che essa comporta, in primo luogo quelli della concentrazione transnazionale dell’industria della comunicazione nelle mani di corporazioni oligarchiche. Da questo punto di vista, anche l’opposizione tra ricerca amministrativa e sociologia critica mi pare inadeguata alla fase che stiamo attraversando. Abbiamo bisogno di capire meglio come funzionano i media, come si sviluppano i cicli tematici, qual’è l’impatto degli eventi rispetto ai temi e più in generale come l’opinione pubblica si forma e quale impatto può avere sulle elite dirigenti e sui processi di decisione politica. Abbiamo bisogno cioè di ricerche che producano un valore aggiunto conoscitivo su questi problemi e siano delle buone ricerche, capaci di rispondere criticamente ad interrogativi di fondo sulla democrazia e la società civile. Al contrario, gran parte della ricerca che oggi si fa nelle nostre università nel campo delle scienze sociali è una ricerca di routine, La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26, 2001 195 Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 195
a volte accademica e astratta, poco utile per capire il mondo in cui viviamo. Il rischio di una ricerca strumentalizzata dalle grandi corporations certo esiste, basti pensare al caso dell’ex commissario europeo Bangemann, che meriterebbe uno studio a sé. Ma dobbiamo tener conto che anche nel campo della ricerca è in atto un processo di differenziazione. Ormai le grandi corporations sono in grado di fare a meno delle università; esse dispongono di laboratori e di equipes di specialisti che nessuna università potrebbe finanziare. Tranne qualche potente università americana che può permettersi di trattare da pari a pari con le grandi corporations, i ricercatori universitari e gli intellettuali —ossia gli specialisti pubblici— sono tagliati fuori da questo tipo di ricerca. Quindi il problema da affrontare oggi non è solo quello dell’autonomia universitaria dalle pressioni del mercato, ma anche quello del rapporto fra università e società civile. Tra i nodi da sciogliere, certo uno dei più importanti è quello dell’autofinanziamento della ricerca universitaria, che rischia di rimanere sempre più sterile e isolata. In particolare, un caso da discutere è quello dei sondaggi d’opinione. A questo proposito, nel dibattito attuale viene spesso richiamato, per sostenerlo o per confutarlo, il punto di vista espresso agli inizi degli anni settanta da Pierre Bourdieu, il quale ha affermato categoricamente che «l’opinione pubblica non esiste» (in Les Temps Modernes, n. 318, janvier 1973). Anche qui, è necessario storicizzare: quello di Bourdieu era uno scritto d’occasione, un intervento a una conferenza del 1971, che è poi diventato quasi una sorta di slogan, che oggi viene citato anche da tanti che non l’hanno letto. In esso, Bourdieu prendeva di mira soprattutto l’uso politico dei sondaggi e la concezione dell’opinione pubblica che è implicita in quest’uso. Riletto a distanza di quasi trent’anni, l’intervento di Bourdieu assume un valore quasi profetico, se si pensa a quanto esteso sia oggi in tutte le democrazie il ricorso ai sondaggi, ed a quanti pericoli di manipolazione politica esso comporti. Non si deve però dimenticare la situazione politica francese nel momento in cui questo testo di Bourdieu è stato scritto. Tale situazione era caratterizzata dalla fine della fase carismatica impersonata da De Gaulle e dal suo ritiro dalla scena politica, causato dalla contestazione del ‘68. Dopo De Gaulle, i suoi successori si trovarono nella necessità di confrontarsi con i requisiti propri delle democrazie presidenzialistiche, delle quali la Francia rappresentava il solo caso in Europa. E tali requisiti comportavano appunto un ricorso frequente ai sondaggi come metodo per stabilire la popolarità dei leader nelle diverse congiunture politiche. Il valore polemico dell’affermazione di Bourdieu va riportato a questa congiuntura, ed alle ricerche che egli stava allora compiendo, sulla trasmissione dell’eredità culturale attraverso le istituzioni scolastiche, come fattore di diseguaglianza sociale. La critica metodologica e politica dei sondaggi da lui abbozzata nel suo scritto, resta fondamentale anche oggi; ma affermare puramente e semplicemente che «l’opinione pubblica non esiste» crea confusione. Che cos’è l’opinione pubblica? Bisogna preliminarmente essere d’accordo su che cosa intendiamo con questo termine, altrimenti si finisce per parlare di cose diverse. In questo modo otteniamo soltanto il risultato di 196 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 196
bloccare la ricerca universitaria, che è la ricerca pubblica senza per questo scoraggiare la proliferazione dei sondaggi di agenzie private e il loro uso politico. In che modo allora proponi di definire l’opinione pubblica e che cosa pensi della cosiddetta «democrazia d’opinione»? Insisto a dire che nelle scienze sociali le questioni puramente definitorie vanno subordinate alla ricerca, e sia chiaro che sto parlando della ricerca criticamente orientata, quale è possibile fare nelle università. Soltanto facendo delle ricerche che abbiano un senso storico e politico, e che non siano indagini di routine, rinchiuse entro la cerchia del dato e prive di ogni respiro interpretativo, noi possiamo far progredire la teoria sociale e approfondire la nostra conoscenza dei fenomeni. E’ attraverso la conoscenza derivante dalla ricerca che possiamo far compiere un «salto evolutivo» alle questioni definitorie, sciogliendone i veri nodi senza attardarci su aspetti formali e senza coinvolgerci in discussioni accademiche astratte. Ma detto questo, è anche evidente che ci servono alcuni chiarimenti preliminari circa il problema che stiamo trattando. Mi pare che quando si parla di «opinione pubblica» bisogna distinguere almeno due aspetti fondamentali. Il primo è di carattere per così dire sociologico, ossia: che attore sociale e politico è l’opinione pubblica? Il secondo attiene invece al dibattito politico ed alla teoria democratica, ossia: quale autonomia ha l’opinione pubblica nella nostra società, in cui è grande l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa, e quale impatto essa può avere sulle decisioni politiche? E’ bene discutere separatamente questi due problemi, perché la loro sovrapposizione conduce facilmente a incomprensioni. Circa il primo problema, il tentativo di riassumere sommariamente il dibattito contemporaneo che ho fatto in precedenza dovrebbe essere servito almeno a chiarire un punto, ossia la mancanza di fondamento sociologico di qualsiasi teoria sostanziale dell’opinione pubblica e cioè di ogni teoria che interpreta l’opinione pubblica come volontà del popolo sovrano, o come coscienza di massa. Quello che voglio dire è che non esiste alcun «soggetto collettivo» unitario che possiamo identificare senza riserve con questo termine. Pertanto, chiunque pretenda di fare appello e parlare in nome dell’opinione pubblica, della gente, del popolo e così via, sta cercando di manipolarci e si autopropone come rappresentante politico della maggioranza senza aver avuto alcuna delega dimostrabile da essa. Basti pensare all’emergere di forme di neopopulismo quale quella di Haider in Austria, di Le Pen in Francia o di Bossi in Italia, per avere chiara tutta l’importanza di questo punto. Il concetto sostanziale di opinione pubblica, anche quando sia di derivazione illuministica e razionalistica, deve comunque venire abbandonato senza rimpianti nello stesso cimitero teorico dove già riposano altri supposti soggetti collettivi di derivazione romantica ed hegeliana, come l’anima del popolo, o Wolkgeist. Per altro ciò non significa affatto che «l’opinione pubblica non esiste». Al contrario dovremmo dire che l’opinione pubblica siamo noi, gli attori sociali La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26, 2001 197 Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 197
collettive. Mauro Wolf ricordava in proposito una vecchia indagine sulla notiziabilità, divenuta ormai classica. Intervistati sul perché non abbiano pubblicato una certa notizia, i direttori di giornale affermano di solito che lo hanno fatto perché essa «non interessava al pubblico». Ma continuando ad interrogarli si scopre poi che ciò che conta veramente per ciascuno di essi è il giudizio degli altri direttori di giornale concorrenti. Tutti i quotidiani vivono, come si sa, nella continua paura del «buco», più ancora che nella ricerca dello scoop. Ciò che conta per loro è pubblicare quelle notizie che gli altri quotidiani giudicano importanti, perché è di esse che si parlerà l’indomani. E questo fa si che i giornali si assomiglino sempre più spesso fra di loro. Tra i fattori strutturali che possono portare i media all’autoreferenzialità, forse il più importante è costituito dalla articolazione duale del clima d’opinione. Questo problema, che è stato affrontato per la prima volta da NoelleNeumann, nella mia interpretazione va riportato a quello classico del two step flow of communication . Vi è sempre una fascia d’opinione più esposta ai media e più attenta e interessata all’informazione sugli eventi e alla discussione dei temi che formano l’agenda politica. Questa fascia è costituita da coloro che leggono più di un quotidiano e che ascoltano più frequentemente radio e televisione, oltre ad acquistare settimanali ed a seguire pubblicazioni specializzate. Non si tratta di persone qualunque, ma di soggetti sociali che per la posizione in cui sono collocati nel loro lavoro o per lo status che hanno, debbono necessariamente essere più informati. Compongono questa fascia politici, manager, professionisti e tenici con responsabilità pubbliche, dirigenti collocati a vari livelli nelle istituzioni, intellettuali, sindacalisti, attivisti, e così via, sino ai cosiddetti leader informali d’opinione. E naturalmente, ne fanno parte in primo luogo i giornalisti stessi. E’ in un certo modo inevitabile che i media si rivolgano prima di tutto a questa fascia più ristretta di soggetti interessati che non alla massa dei cittadini la cui attenzione è sporadica e intermittente; e che nella fascia più attenta e più ristretta di pubblico finiscano per venir scelti come interlocutori coloro che fanno parte della cerchia più interna e sono più spesso in contatto con i giornalisti, ossia i politici , i manager o i sindacalisti più in vista, oltre ad alcuni pochi intellettuali di moda. La maggior parte delle volte è per loro e non per il pubblico che il prodotto informativo viene confezionato. Si dichiara di voler parlare all’opinione pubblica tutta quanta, ma in realtà è soltanto a una cerchia piuttosto ristretta di essa che ci si rivolge e con cui si interagisce comunicativamente. L’articolazione duale del clima d’opinione è un fenomeno di differenziazione strutturale del flusso di comunicazione. Essa si manifesta in quanto gli eventi ed i temi che attraggono l’attenzione al primo livello —quello della fascia ristretta di cui si è detto prima— non sono necessariamente gli stessi che interessano al secondo livello d’opinione, quello che comprende la maggior parte dei cittadini. Avviene anzi abbastanza di frequente che, al contrario, fra questi due livelli vi sia una completa distonia, uno iato che quanto più è profondo tanto più produce autoreferenzialità. Normalmente il fenomeno è vissuto in modo passivo dalla maggioranza della popolazione, che non legge i 204 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 204
giornali o li legge poco e si aspetta poco da loro, facendo attenzione solo a certi casi di cronaca e di costume evidenziati nei telegioranli, e disinteressandosi quasi completamente delle notizie politiche. Altre volte invece, lo scarto fra i due livelli dell’opinione pubblica è vissuto conflittualmente, e ciò fa calare la credibilità e l’autorevolezza delle fonti d’informazione. E infine, vi è in terzo luogo la possibilità di una fusione tra l’uno e l’altro livello, quello ristretto e quello allargato, che però si verifica soltanto nei momenti di emergenza e di crisi che coinvolgono tutta una collettività. Anche se viene perlopiù vissuta passivamente, come dicevamo, e dà luogo solo in casi particolari a reazioni di protesta esplosive, l’autoreferenzialità dei media è uno dei mali che possono far degenerare la qualità della democrazia, in quanto rendono un sistema poco capace di apprendere dall’esterno e lo portano a involversi e a rinchiudersi in se stesso. Come i personaggi di un celebre film di Bunuel, l’Angelo Sterminatore, giornalisti e politici autoreferenziali dicono in continuazione di voler uscire all’aperto, di stare per prendere provvedimenti importanti, di essere intenzionati a cambiare le cose che non vanno, ma finiscono poi per starsene fra di loro e parlare soltanto gli uni con gli altri, come se la soglia che li separa dal mondo, tanto invisibile quanto solida, fosse una soglia incantata. E quanto più l’autoreferenzialità dei media cresce, tanto più aumenta l’incontrollabilità dell’opinione pubblica e si moltiplicano i circuiti della comunicazione informale, le voci, i rumori, i mercati neri delle notizie, l’inquinamento comunicativo della società complessa. E’ una sorta di cerchio magico quello che si viene a stabilire tra autoreferenzialità dei media e incontrollabilità dell’opinione pubblica, che porta alla fine all’accrescimento della irresponsabilità sociale complessiva. Come spezzare il cerchio? dove trovare il cane nero che come nel Faust roda un angolo del pentagramma? La risposta critica che possono fornire gli intellettuali è solamente parziale, ed è quella di proporre dei modelli di tematizzazione, in base ai quali dialogare con i professionisti della comunicazione maggiormente sensibili ai rischi che abbiamo esposto e più disponibili di altri a cercare di cambiare le routine organizzative dei media. E naturalmente compito degli intellettuali che studiano questi problemi è di combattere a loro volta l’autoreferenzialità degli ambienti accademici e le routine didattiche e scientifiche che li condizionano, per fornire dei kit conoscitivi, completi di dati e di categorie interpretative, che aumentino la consapevolezza degli ambienti professionali. E’ poco, ma comunque non è facile farlo. Quanto alle nuove tecnologie, la lunghezza ormai raggiunta da questa intervista è già tale che non mi è possibile entrare in merito a questo problema adeguatamente. Dirò solo poche cose, rinviando ad un’altra occasione un intervento più completo. In primo luogo, mi pare evidente che la sempre maggiore diffusione della rete, e la crescita ormai quasi esponenziale degli internauti anche in Europa, è destinata a moltiplicare l’incontrollabilità delle reazioni collettive ed a rendere ancor più mobile e mutevole quel fenomeno che chiamiamo «opinione pubblica». Personalmente non credo che la computerizzazione dell’economia e delle relazioni sociali porti a forme maggiori di controllo; al conLa democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26, 2001 205 Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 205
trario essa aumenterà la spontaneità del sociale. Ma contemporaneamente aumenterà anche l’informalità della comunicazione, con tutti i rischi degenerativi che essa comporta: si pensi ai siti dei pedofili, a quelli neonazisti, ai terroristi che insegnano a fabbricare bombe, all’uso dell’informatica fatto dalla mafia e dalle organizzazioni criminali che operano su scala internazionale, oltre alle mille e mille insidie che si nascondono nelle pieghe della rete. E tuttavia, malgrado questi rischi, dobbiamo considerare che Internet significa anche più libertà, maggiore interazione, maggiore conoscenza socialmente incorporata, dunque maggiori possibilità di accesso alla sfera dei diritti civili e politici, più diffusa trasparenza, più chances di modificare le routine che condizionano il lavoro e la vita sociale. E soprattutto, come mostra il movimento di Seattle, le nuove tecnologie offrono canali assai più efficaci che in passato per la mobilitazione politica. Anche qui però gli intellettuali, di fronte ai nuovi movimenti politici che possono emergere tramite la rete, hanno innanzitutto il dovere di offrire dei modelli critici di tematizzazione. Come ricorda Weber, la sentinella sulle mura dice: fa buio per adesso, la notte non è ancora passata. Tornate a chiedere un’altra volta. Jordi Berrio 206 Anàlisi 26, 2001 La democrazia d’opinione e l’autoreferenzialità dei media Anàlisi 26 001-260 7/4/2001 11:40 Página 206