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Le donne nell'immigrazione in Campania

De Filippo, Elena; Pugliese, Enrico

Abstract

Nelle recenti migrazioni nei paesi del Sud Europa la componente femminile presenta un carattere, una centralità e una visibilità sociale prima sconosciute. Anche in Campania le donne immigrate hanno rappresentato l'anello primario della catena migratoria. Per alcune comunità esse rappresentano oltre l'80% della presenza, in altre tuttavia sono meno del 20%. Si tratta della componente più visibile dai dati ufficiali essendo la meno irregolare. Le donne immigrate sono rappresentate come una realtà omogenea e privilegiata dell'immigrazione. Tuttavia la loro condizione è ben lontana da questa immagine ed esse vivono perlopiù segregate tra le mura domestiche delle famiglie dove svolgono servizi.

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ITALIA Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 54 Riassunto Nelle recenti migrazioni nei paesi del Sud Europa la componente femminile presenta un carattere, una centralità e una visibilità sociale prima sconosciute. Anche in Campania le donne immigrate hanno rappresentato l’anello primario della catena migratoria. Per alcune comunità esse rappresentano oltre l’80% della presenza, in altre tuttavia sono meno del 20%. Si tratta della componente più visibile dai dati ufficiali essendo la meno irregolare. Le donne immigrate sono rappresentate come una realtà omogenea e privilegiata dell’immigrazione. Tuttavia la loro condizione è ben lontana da questa immagine ed esse vivono perlopiù segregate tra le mura domestiche delle famiglie dove svolgono servizi. Parole chiavi:Campania, Napoli, donne immigrate, lavoro domestico. Abstract. Women in migration into Campania In the recent migrations towards southern European countries the female component of flows shows a character, a centrality, and a social visibility before unknown. Also in the region of Campania immigrant women have represented the main element of the migration chain. For certain communities they represent more than 80% of the presence, in others, however they are less than 20%. Female migrants are the most evident component of the offical data, therefore, being less irregular than men. Immigrant women are often represented as an homogeneous and privileged reality of the immigration. However, their real condition is far form this image, they live mostly segregated inside the domestic walls of the families for which they complete their domestic chores. Key words: Campania, Naples, immigrant women, domestic chores. Papers. 60, 200055-66 Le donne nell’immigrazione in Campania Elena de Filippo DEDALUS. Centro Direzionale Isola G8. 80143 Napoli [email protected] Enrico Pugliese Università degli Studi di Napoli Federico II. Dipartimento di Sociologia Vico Monte della Pietà, 1. 80138 Napoli Sommario Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 55 1. Premessa 2. L’immigrazione femminile in Campania 3. La collocazione delle donne nel mercato del lavoro e nella società 1. Premessa L’immigrazione italiana —così come quella diretta verso gli altri paesi della sponda nord del Mediterraneo— presenta delle caratteristiche nuove rispetto a quelle delle grandi migrazioni intraeuropee dei decenni compresi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Queste caratteristiche sono innanzitutto il riflesso delle trasformazioni generali del contesto economico internazionale all’interno del quale avvengono i nuovi spostamenti migratori. Mentre le migrazioni dei decenni scorsi erano trainati dalla domanda di lavoro industriale, le nuove avvengono in quadro di de-industrializzazione e di aumento della domanda di lavoro nel settore dei servizi, soprattutto dei servizi alle persone. L’occupazione stabile e alle dipendenze prevalentemente nel settore industriale caratterizzava il modello di sviluppo fordista all’epoca di quelle migrazioni intraeuropee, la precarietà occupazionale e una più generale riduzione delle stabilità caratterizzano le nuove immigrazioni costituite prevalentemente da lavoratori provenienti da paesi del Terzo Mondo. Infine —e questo riguarda in particolare la regione in esame— l’immigrazione si registra sia in aree con tassi di disoccupazione modesti sia in regioni a elevati livelli di disoccupazione. Ciò avviene in tutti i paesi dell’Europa mediterranea ed è un fenomeno dei processi di segmentazione che rappresentano l’altra faccia dei processi di internazionalizzazione del mercato del lavoro. In tutto questo —soprattutto, ma non solo, in rapporto alla modificazione della domanda di lavoro e lo sviluppo delle attività di servizi— le donne svolgono un ruolo nuovo all’interno dei movimenti migratori «Giovani, maschi, lavoratori, celibi o comunque non accompagnati dal coniuge: questi sono i tratti essenziali dei milioni di emigranti che nel dopoguerra hanno lasciato le regioni rurali e densamente popolate del Bacino mediterraneo per i paesi dell’Europa industriale»1così Emilio Reyneri commentava i tratti caratteristici dell’emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta. Anche ora i primi a emigrare sono i giovani; è cambiato invece il peso della componente femminile. Nello schema ricostruito da Böhning sull’evoluzione dei processi migratori negli anni del dopoguerra la donna compariva solo in uno stadio di maturazione dei flussi, e soprattutto a seguito del marito, e raramente mai essa diventava parte della popolazione attiva2. Il protagonista delle migrazioni internazionali degli anni Cinquanta e Sessanta —secondo la letteratura classica sulle migrazioni— era senza dubbio l’uomo. E anche nell’esperienza italiana delle migrazione all’estero, la presenza femminile era complessivamente più modesta: le donne solitamente sono rimaste nel paese di origine accudendo ai figli e ad occuparsi di forme agricoltura di sussistenza. Comunque, anche quando sono emigrate, esse lo hanno fatto in generale al seguito dei maschi di famiglia (del marito o del padre): l’esperienza migratoria è avvenuta alle dipendenze o per ricongiungimento. 56 Papers 60, 2000 Elena de Filippo; Enrico Pugliese 1. E. REYNERI, La catena migratoria, Bologna, Il Mulino, 1983, p. 36. 2. R.W. BÖHNING, Studies in International Labour Migration, McMillan, London, 1984. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 56 Nelle recenti migrazioni nei paesi del Sud Europa la componente femminile presenta un carattere, una centralità e una visibilità sociale prima sconosciute. In Italia negli settanta, insieme ai tunisini addetti alla pesca e all’agricoltura in Sicilia, le donne impegnate nel lavoro domestico hanno caratterizzato in tutte le aree metropolitane di Italia, Napoli compresa, la componente più evidente della immigrazione. Giovanna Vicarelli commenta che «le immigrate sembrano assumere nuove posizioni rispetto ai percorsi migratori, alle scelte di espatrio, alle modalità di inserimento nella società d’arrivo, anche e soprattutto rispetto alla collocazione tra la propria cultura e quella in trasformazione nei paesi ospiti»3. In alcuni casi la donna costituisce cioè l’anello primario della catena migratoria o comunque parte attiva nel mercato del lavoro e nel processo decisionale del progetto migratorio. E ciò, seppur con differenze, è valido anche per le componenti musulmane dell’immigrazione. Alcune autrici sottolineano che non si tratta solo di fatti nuovi, ma anche di una nuova attenzione dei ricercatori alla questione. In altri termini già in passato l’autonomia delle donne nelle scelte migratorie sarebbe stata significativa, ma meno visibile. Non si tratterebbe perciò solo di un ruolo diverso svolto dalle donne immigrate, ma anche di un approccio nuovo —a partire dagli anni Settanta— negli studi sulle migrazioni internazionali, anche come conseguenza dello sviluppo dei women’s studies. M. Boyd nota infatti che «Sino a tempi recenti, numerose ricerche nord-americane ed europee si concentravano da una parte sulla popolazione immigrata maschile, dall’altra sulla popolazione immigrata totale, senza distinzioni di sesso. Queste analisi degli immigrati e delle loro famiglie presentavano sovente tre caratteristiche: 1) esse ignoravano i considerevoli flussi migratori femminili; 2) spesso esse presumevano che immigrati equivalesse a di sesso maschile e famiglie a donne e figli a carico, ignorando in tal modo le attività economiche delle donne immigrate; e/o 3) generalizzavano implicitamente i risultati concernenti l’adattamento degli uomini o delle popolazioni totali, estendendoli anche alle donne»4. In ogni caso una presenza nuova e più significativa delle donne nelle nuove migrazioni internazionali è evidente. Il primo indicatore di questo cambiamento e la diversa —nel senso di una più consistente— partecipazione al mercato del lavoro. Uno degli elementi di novità è ad esempio —come misero in luce diverse ricerche condotte all’inizio della immigrazione italiana— il fatto che i primi flussi ad arrivare sono stati composti prevalentemente di donne e ciò risulta particolarmente vero per alcune comunità nazionali. Si pensi ad esempio alle donne eritree arrivate in Italia alla fine degli anni Sessanta per sostenere la guerra civile in patria. In questo caso si trattava di donne sole che emigravano per motivi politici o economici e che lasciavano la famiglia nel Le donne nell’immigrazione in Campania Papers 60, 2000 57 3. Cfr. G. VICARELLI (a cura di), Mani invisibili, Ediesse, Roma, 1994, p. 26. 4. M. BOYD, «Donne migranti e politiche di integrazione», in Presidenza del Consiglio dei Ministri, Atti della Conferenza Internazionale sulle Migrazioni, Roma, marzo 1991, p. 619. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 57 paese di origine, e frequentemente anche i propri figli. I risparmi e le rimesse di queste donne hanno sostenuto lotte di liberazione di popoli o mantenuto intere famiglie nel paese di origine. Come documentano molte indagini nella quasi totalità dei casi il canale era rappresentato dalla Chiesa cattolica (per le donne che venivano ad esempio da Capo Verde, Filippine, Sri Lanka, Polonia) o da legami storici tra i due paesi (Somalia, Eritrea). Il mondo delle donne immigrate è comunque molto articolato e fattori di natura culturale assumono un peso rilevante nei processi migratori e in quelli di inserimento nella realtà locale. Le donne che hanno sperimento l’emigrazione da sole sono state l’elemento più caratterizzante della prima fase dell’immigrazione nel nostro paese. In alcuni casi esse hanno rappresentato il canale di ingresso, che solitamente è avvenuto in una fase temporale successiva, per altri componenti della stessa comunità ed in primo luogo per i mariti. Questo caso riguarda, oltre che —come si è detto— le donne eritree, le capoverdiane, le filippine. Come si nota si tratta di donne che provengono da paesi di religione cattolica e questo fattore —religioso culturale— spiega secondo molti alcuni tratti di questo modello. Frequentemente si tratta di migrazioni di medio e lungo periodo. Tuttavia recentemente ci sono stati dei flussi caratterizzati da brevi permanenze nel paese di emigrazione, tali da poter essere considerate per certi versi stagionali. È questo il caso delle donne polacche in Italia5. Il secondo modello migratorio tipico di alcune comunità è quello rappresentato dal caso dell’emigrazione della donna insieme all’uomo sia esso marito o fratello. In alcuni casi ad emigrare sono interi nuclei familiari. Emigrazione di coppie riguarda alcune comunità asiatiche in Italia, ma anche di centroafricani. Infine ritroviamo il modello che presenta caratteristiche più comuni con le migrazioni tradizionali, benché non possa essere ricondotto rigidamente a quegli schemi. Si tratta delle donne a seguito degli uomini, giunte solitamente per ricongiungimento familiare dopo l’esperienza maturata dai coniugi. Questo modello è diffuso tra i maghrebini. Tuttavia anche in questo caso la donna raramente rimane al di fuori del mercato del lavoro. La composizione di genere varia significativamente da comunità a comunità tanto che in tutti i paesi ritroviamo gruppi nazionali composti per il 90% da donne (come ad esempio le capoverdiane) gruppi all’interno dei quali le donne sono assolutamente preponderanti (come nel caso dei somali e dei polacchi) e comunità composte quasi esclusivamente da uomini (come i senegalesi). 2. L’immigrazione femminile in Campania Entriamo ora più direttamente in merito alla problematica della immigrazione femminile in Campania partendo dalle caratteristiche generali della immigrazione in questa regione. 58 Papers 60, 2000 Elena de Filippo; Enrico Pugliese 5. Cfr. G. VICARELLI (a cura di), Mani invisibili, op. cit. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 58 Nel corso degli ultimi venti anni l’immigrazione straniera in Campania ha via via assunto caratteristiche diverse e i mutamenti talvolta sono stati estremamente rapidi, in ciò riflettendo l’operato di una molteplicità di fattori economici, politici e sociali interni ed esterni al nostro paese. La presenza straniera in Campania si è modificata sia in termini quantitativi che per le caratteristiche dei modelli migratori emergenti. Infatti sono mutati i gruppi etnici e nazionali, il loro peso in termini numerici, la loro composizione per classi di età, sesso, titolo di studio, oltre che per caratteristiche sociali, economiche e relazionali. Nel complesso la presenza di immigrati nella regione può essere stimata tra le 60 e le 70 mila unità, circa il 5% sul totale degli stranieri presenti sul territorio nazionale, con una concentrazione massima, come è ovvio, a Napoli e provincia. Dalla lettura dei dati ufficiali infatti emerge una presenza di 67 mila di stranieri6, provenienti nel 90% dei casi da paesi extracomunitari e, più precisamente (75% dei casi), da paesi extracomunitari poveri. Infatti al primo posto tra le comunità straniere troviamo quella statunitense con oltre 10 mila presenze, cui si sommano i cittadini comunitari per un totale di circa 17 mila stranieri. Riassumendo quindi gli immigrati stranieri in senso stretto presenti nella regione con regolare permesso di soggiorno sono circa 50 mila. A questi vanno ovviamente aggiunti tutti coloro, che sprovvisti di permesso di soggiorno, hanno fatto domanda di regolarizzazione nel 19987. Essendo tuttora in corso la regolarizzazione non è possibile avere dati precisi in proposito, le prenotazioni nella regione risultano essere oltre ventimila, ma —come è notomolti immigrati hanno ottenuto più di una prenotazione per la scarsa chiarezza sulle procedure per la regolarizzazione soprattutto nella prima fase. Altro fattore da tenere presente quando si cerca di contare gli immigrati a partire dai dati ufficiali è la mobilità interna al paese (come è stato dimostrato proprio a seguito delle precedenti regolarizzazioni), o la stagionalità di fatto per alcuni Nord africani. I frequenti movimenti in entrata e in uscita confermano, anche negli anni Novanta, la caratterizzazione della regione come area di transito8oltre che di insediamento stabile. La relativa facilità con cui un immigrato può vivere, trovare casa o un lavoro (seppur) precario, e le difficoltà che riscontra per un reale inserimento —soprattutto per i nuclei familiari— spiegano gli arrivi dei lavoratori immigrati in quest’area, ma allo stesso tempo anche le loro partenze9. Le comunità più numerose risultano essere quelle nord africane con circa 15 mila presenze nella regione. Tra queste, negli ultimi anni è aumentata signiLe donne nell’immigrazione in Campania Papers 60, 2000 59 6. I dati ufficuali si riferiscono a dati del Ministero dell’Interno relativi all’insieme dei permessi di soggiorno rilasciati al 31/12/97. 7. Cfr. Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16/10/98 sulla programmazione dei flussi per l’anno 1998. 8. Sulla caratterizzazione della Campania come area di transito, cfr. F. CALVANESE, E. PUGLIESE, (a cura di), La presenza straniera in Italia: il caso della Campania, F. Angeli, Milano, 1990. 9. E. PUGLIESE (a cura di), Gli immigrati extra-comunitari in Campania. Inserimento lavorativo ed entità della presenza regolare ed irregolare, rapporto di ricerca, Regione Campania, maggio 1996. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 59 ficativamente la presenza di algerini. Si tratta di comunità prevalentemente maschili e distribuite su tutto il territorio regionale, con maggiori concentrazioni nella provincia di Caserta e nei comuni vesuviani. Negli ultimi anni i ricongiungimenti familiari hanno riguardato la componente più stabile di tali comunità, soprattutto del Marocco. Flussi migratori dal continente asiatico sono aumentati in maniera costante negli ultimi dieci anni, soprattutto di Srilankesi e, in misura minore, di Filippini, entrambi concentrati nei centri urbani ed in primo luogo nella città di Napoli. Ad oggi la comunità srilankese conta circa 5 mila presenze (nel 90% dei casi presenti a Napoli), e quasi 3 mila Filippini. Significativa è la crescita in questi ultimi anni di Cinesi, attualmente circa 1.500, occupati perlopiù in piccole fabbriche tessili della provincia di Napoli ricalcando almeno in parte il modello dell’ethnic business10. Altre comunità asiatiche, soprattutto nelle aree periferiche, sono quella indiana e pakistana con circa un migliaio di presenze. Circa 10 mila sono anche gli immigrati provenienti dai paesi dell’Est Europa, ed in primo luogo polacchi, albanesi, ucraini e persone provenienti da paesi dell’ex Iugoslavia. La loro presenza sul territorio regionale vede alcune concentrazioni nelle aree periferiche e rurali della provincia di Caserta e in quella di Napoli. Si tratta perlopiù, nel caso di Albanesi, Iugoslavi e Ucraini di interi nuclei familiari. Dall’America latina provengono circa 6 mila immigrati, in prevalenza donne, concentrate nei centri urbani. I paesi di provenienza sono Santo Domingo e Brasile, e in misura minore Perù e Colombia. Il quadro della presenza che emerge dalla lettura dei dati delle fonti statistiche ed amministrative è però ancora insufficiente rispetto alla reale composizione della presenza di lavoratori immigrati e delle loro famiglie nella regione sia in termini numerici che nella sua articolazione. Infatti, come si sa, la situazione è molto più complessa non soltanto perché vi sono immigrati che continuano ad entrare in Italia sia clandestinamente sia regolarmente, ma anche per la ricaduta nella clandestinità di quote significative di immigrati. Si tratta, in quest’ultimo caso, di quelle persone che per motivi burocratici, per mancanza di adeguate informazioni non riescono a rinnovare il permesso di soggiorno pur essendo oramai stabilmente residenti in Italia. E ciò riguarda sia gli uomini che le donne. Significativi elementi emergono dall’analisi dell’articolazione territoriale del fenomeno. Pur all’interno di un continuo processo di cambiamento generale, si è registrata la permanenza (anzi il consolidamento) di una significativa caratteristica e, cioè, una netta differenza tra immigrazione urbana e quella periferico-rurale, causata, sostanzialmente, dalle diverse opportunità di inserimento nel mercato del lavoro. Ancora oggi, infatti, nelle città (e in primo luogo a Napoli) si concentra la componente meno problematica dell’immigrazione che, 60 Papers 60, 2000 Elena de Filippo; Enrico Pugliese 10. Sull’ethnic business, cfr. tra gli altri G. AMBROSO, E. MINGIONE, «Diversità etnico-culturale e progetti migratori», in G. MOTTURA (a cura di), L’arcipelago immigrazione. Caratteristiche e modelli migratori dei lavoratori stranieri in Italia, Ediesse, Roma, 1992. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 60 proprio per questo, a differenza di altre aree periferiche e rurali non ha mai creato emergenze sociali, per quanto i problemi di insediamento siano molteplici. Le diverse offerte di lavoro tra città e periferia hanno determinato tipologie diverse di presenze straniere, sia in termini di gruppi nazionali presenti, sia nell’aprire diversificate problematiche, aspettative e progetti migratori11. In città una componente significativa degli immigrati è impegnata nel lavoro domestico o di assistentato di vario genere presso le famiglie, infatti a Napoli quasi il 70% degli immigrati è occupato in tali attività12. Tale ambito di inserimento lavorativo produce un’ampia presenza delle comunità asiatiche (Filippina, Srilankese) e della componente femminile; ed anche alcune tipiche problematiche rispetto all’inserimento territoriale e sociale. Per i lavoratori e le lavoratrici che vivono presso il datore di lavoro si registra ad esempio uno scambio non «paritario»: il datore di lavoro svolge un ruolo di filtro tra immigrato servizi e istituzioni; in cambio, spesso, chiede al lavoratore o lavoratrice prestazioni di lavoro straordinarie non pagate o sottopagate. Per quelli che prestano il loro servizio «a ore» si presentano, invece, difficoltà legate all’inserimento abitativo, tipiche, per altro, anche di altri gruppi nazionali. Nelle aree periferiche e rurali della regione la maggior parte degli inserimenti lavorativi si hanno in due specifici settori: il terziario dequalificato, caratterizzato da forme precarie e temporanee, a volte anche giornaliere, dei rapporti di lavoro; il lavoro stagionale e/o precario nel settore agricolo. Questa situazione occupazionale determina un diverso quadro, rispetto alle aree urbane, sia in termini di nazionalità presenti che di caratteristiche delle presenze straniere, e in primo luogo un maggiore insediamento dei gruppi nazionali del Nord Africa e dell’Africa Nord Occidentale, e negli ultimi anni di quelli dell’Europa dell’est (albanesi, ex Iugoslavi). Diverse sono anche le problematiche quali, ad esempio, l’incertezza esasperata delle condizioni di diritto e di status giuridico legati alla precarietà e alla forma quasi sempre «in nero» delle prestazioni lavorative. Infine nelle aree rurali e periferiche si concentra una maggiore presenza della componente irregolare. Gli immigrati maggiormente concentrati nelle aree non urbane sono lavoratori e loro familiari provenenti dai paesi dell’Africa Occidentale, quasi 10 mila. Si tratta in prevalenza di Senegalesi, Nigeriani, Avoriani, Ghanesi, Burkinabè. Questi ultimi hanno visto aumentare in maniera significativa le loro presenze a partire dalla prima metà degli anni Novanta. Gli immigrati dell’Africa Occidentale sono concentrati tra la provincia di Napoli e quella di caserta e sono occupati in tutte le attività precarie e senza tutela nel terziario dequalifiLe donne nell’immigrazione in Campania Papers 60, 2000 61 11. Cfr. E. DE FILIPPO, A. MORNIROLI, «L’immigrazione extra-comunitaria nel contesto socioeconomico campano» relazione al seminario di studi «Diritti di cittadinanza e politiche dell’immigrazione nell’Unione Europea» organizzato dalla Caritas – Delegazione Regionale della Campania e Rise Coordinamento Campano. Caserta, 5 e 6 dicembre 1997. 12. Tale stima è riportata nel volume a cura di Enrico PUGLIESE, Gli immigrati extra-comunitari in Campania. Inserimento lavorativo ed entità della presenza regolare ed irregolare, rapporto di ricerca, dattiloscritto, Napoli, maggio 1996. Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 61 cato («tuttofare» in garage, autolavaggi, depositi, ecc.), in edilizia, e in misura minore in piccole e piccolissime imprese manifatturiere. Infine circa 4 mila sono gli immigrati provenienti da altri paesi africani, in prevalenza Capoverdiani (circa 1500), Somali (circa 1200) Eritrei ed Etiopi (circa 300). Quanto alla distribuzione territoriale dai dati emerge che il 65% della presenza si concentra nella provincia di Napoli, il 23% in quella di Caserta, circa il 10% in quella di Salerno, il rimanente in quelle di Benevento e Avellino. Per quel che riguarda la presenza all’interno dei territori provinciali, va ribadito in primo luogo che i capoluoghi di provincia sono interessati in prevalenza da componenti relativamente più regolari e stabili di immigrati occupati nei servizi presso famiglie, provenienti da Filippine, Sri Lanka, Capo Verde, S. Domingo, ecc.. Nella sola città di Napoli si concentra circa il 25-30% della presenza della regione. Le aree di maggiore concentrazione sono poi i comuni vesuviani nella provincia di Napoli interessati perlopiù da maghrebini e immigrati dell’est Europa, nonché dagli ultimi arrivi di cinesi; i comuni della provincia di Caserta compresi tra Marciasise, Maddaloni e Capua con una presenza di Senegalesi, Albanesi e Marocchini, e in misura minore immigrati da altri paesi dell’Est (Polacchi, Macedoni, ecc.); vi è poi una presenza massiccia di Nord Africani e immigrati dall’Africa Occidentale (Nigeriani, Ghanesi, Avoriani, Burkinabè, ecc.) nei comuni dell’Aversano confinanti con la provincia di Napoli (Giugliano, ecc.). Infine tra Licola e Mondragone, sempre in provincia di Caserta, la presenza di immigrati dell’Africa Occidentale (Ghanesi, Nigeriani, Tanzaniani, ecc.) e Marocchini —molto significativa nei primi anni Novanta— è andata diminuendo. Le donne rappresentano circa il 47% della presenza straniera nella regione; tale percentuale aumenta significativamente nella provincia di Napoli dove raggiunge il 55%, e supera il 60% nella città di Napoli. Come è noto, la presenza femminile dell’immigrazione, è per l’insieme delle sue caratteristiche la componente meno sotto stimata dell’immigrazione, benché la meno visibile da un punto di vista sociale. 3. La collocazione delle donne nel mercato del lavoro e nella società Come si è detto, uno degli aspetti che caratterizza l’immigrazione negli anni recenti è la componente femminile e l’evoluzione del suo inserimento nel tessuto sociale ed economico della regione. Le donne immigrate hanno avuto un ruolo importante nelle strategie di integrazione delle comunità straniere presenti sul territorio. Le attività lavorative che coinvolgono la quasi totalità delle donne immigrate sono, ancora oggi, quelle legate ai servizi domestici. Più in generale si può affermare che il lavoro domestico, o di assistentato di base e compagnia, presso le famiglie, rappresenta il settore di inserimento lavorativo quasi il 90% dell’immigrazione femminile presente in Campania. Prima di entrare nel merito delle specifiche problematiche legate a questo tipo di attività, pare utile aprire una parentesi più generale su questo tema. La 62 Papers 60, 2000 Elena de Filippo; Enrico Pugliese Papers 60 053-066 29/6/00 11:26 Página 62