Apie įvairuojančius, naujus lietuvių kalbos reiškinius ir ne tik
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JOLANTA VASKELIENĖ
Università di Vilnius, Accademia di Šiauliai
ORCID id: orcid.org./0000-0002-8516-8608
AMBITI DI RICERCA: formazione delle parole, morfologia, linguistica testuale, stilistica, variazione.
DOI: doi.org/10.35321/bkalba.2023.96.11
SUI FENOMENI VARIABILI E NUOVI DELLA LINGUA LITUANA E NON SOLO
Recenzija: Rita Miliūnaitė. Įvairuojantys ir nauji lietuvių kalbos reiškiniai XXI a. pradžioje: sistematika ir pokyčių kryptys, monografija, Vilnius: Lietuvių kalbos institutas, 2022, 720 p. ISBN 978-609-411-322-2. Prieiga internete: https://doi.org/10.35321/e-pub.42.lietuviu-kalbos-pokyciai
Nel 2022 è stata pubblicata in formato elettronico la monografia di Rita Miliūnaitė Fenomeni variabili e nuovi della lingua lituana all’inizio del XXI secolo: sistematica e direzioni del cambiamento (Vilnius: Istituto della lingua lituana). La recensione è dedicata proprio alla presentazione e alla discussione di questa monografia1.
Per osservare come cambia la lingua e come varia, occorrono osservazioni a lungo termine e materiali empirici relativi a periodi diversi. L’autrice della monografia si interessa da molti anni alla variazione e alle varianti della lingua lituana; questa monografia costituisce quindi la prosecuzione di ricerche condotte con continuità. Con il lavoro qui presentato, R. Miliūnaitė si è proposta di rispondere a due domande fondamentali: «1) come sistematizzare ciò che varia e si rinnova? 2) che cosa e come cambia in modo più evidente nella lingua lituana all’inizio del XXI secolo?» (p. 21). Si può dire fin da subito che l’autrice è sostanzialmente riuscita a rispondere alle domande.
Questo volume di ampio respiro (720 pp.) soddisfa sotto ogni aspetto i requisiti previsti per le monografie. La struttura della monografia è ponderata e logica: comprende un’Introduzione, i cui quattro capitoli presentano nel dettaglio l’obiettivo e i compiti della ricerca, ne indicano la rilevanza e l’originalità, illustrano gli approcci teorici e metodologici e definiscono i principali mo-
1 Sebbene nel 2023 sia stata pubblicata una recensione di Erika Rimkutė dedicata a questa monografia, non ho resistito al desiderio di esprimere anche qualche mia considerazione.
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Le nozioni utilizzate nella monografia e tre parti suddivise in sezioni, sottosezioni e paragrafi più brevi. La prima parte della monografia (Creazione di una sistematica dei fenomeni linguistici variabili e nuovi) presenta in dettaglio le fonti dei dati, esamina i dati classificati, le peculiarità, le difficoltà, i principi e i criteri della loro classificazione, nonché la struttura, il valore e le possibilità di applicazione del Repertorio dei fenomeni linguistici variabili e nuovi (di seguito, il Repertorio). La seconda parte (Repertorio dei fenomeni linguistici variabili e nuovi e sua descrizione) è dedicata al Repertorio stesso. Questa parte è composta da quattro capitoli (2.1. Lessico; 2.2. Struttura delle parole; 2.3. Morfologia; 2.4. Sintassi), nei quali sono presentate le varianti dei rispettivi livelli e si discutono alcuni fenomeni linguistici variabili specifici. La terza parte (Dinamica della lingua standard e dei suoi fenomeni) è dedicata alla variabilità linguistica e alle direzioni del mutamento strutturale della lingua standard lituana; offre inoltre un ampio quadro delle lingue standard europee. La monografia si conclude con conclusioni dettagliate e correlate alla ricerca, una parola finale e gli elenchi delle fonti e della bibliografia. Nel volume sono particolarmente utili le figure e le tabelle, informative e illustrative: la monografia comprende in tutto 56 figure e 36 tabelle del Repertorio. (È vero, in alcuni punti è venuto da pensare che il materiale empirico classificato avrebbe potuto essere collocato in fondo al libro, in appendice, così che il lettore, non distratto da tabelle lunghe, potesse concentrarsi maggiormente sul testo e sulle spiegazioni.) La classificazione e l’analisi del materiale empirico raccolto si basano su considerazioni teoriche e fanno riferimento a letteratura pubblicata in varie lingue; il relativo elenco sarà utile ai lettori interessati a ricerche analoghe.
R. Miliūnaitė ha indubbiamente approfondito il fenomeno oggetto di studio, conosce le ricerche analoghe e, più in generale, sa come si sviluppano le lingue standard dei diversi paesi, quali situazioni si presentano, quali siano le specificità dell’evoluzione della lingua standard lituana e così via. Colpiscono le acute intuizioni dell’autrice, la sua versatilità e la capacità di studiare fenomeni linguistici di diversi livelli secondo prospettive differenti e da vari punti di vista. È apprezzabile che la monografia si possa leggere per intero oppure a sezioni, a seconda dei propri interessi e di ciò che si cerca, poiché le sue parti sono al tempo stesso interconnesse e relativamente autonome. Ciò vale soprattutto per la terza parte (Dinamica della lingua standard e dei suoi fenomeni): le riflessioni che vi sono presentate possono rivelarsi utili a lettori molto diversi. La monografia è scritta in stile scientifico, è ben strutturata e adeguatamente curata. L’ampio riassunto in inglese (tradotto da Vaida Kavaliauskaitė-Ožalinskienė) consente di far conoscere alla comunità internazionale i principali risultati e le intuizioni della ricerca.
È apprezzabile anche il fatto che la monografia stimoli a riflettere, analizzare e, talvolta, discutere. Condividerò alcune delle idee (o dei dubbi) che mi sono venuti.
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Sui titoli dei capitoli della monografia (2.2. Struttura delle parole e 2.3. Morfologia) e sul criterio di suddivisione. Alla struttura delle parole sono connesse sia la formazione delle parole sia la morfologia; tuttavia, la morfologia si occupa della composizione morfemica delle parole (individuando tutti i morfemi di una parola), mentre la formazione delle parole considera soltanto l’affisso derivazionale, cioè il mezzo con cui è stata formata una nuova parola (sull’oggetto della morfologia e sulle differenze tra analisi morfemica e derivazionale, cfr. Paulauskienė 1994: 10; LKE 2008: 359). Pertanto, tradizionalmente, per non confondere gli oggetti di studio di diverse discipline linguistiche, si distinguerebbero i capitoli sulla formazione delle parole e sulla morfologia. Perché il capitolo 2.2 di questa monografia si intitola non Formazione delle parole, ma Struttura delle parole è spiegato a p. 213:
In questa monografia il processo di formazione delle parole e la struttura derivazionale delle parole sono considerati dalla prospettiva della variabilità e del mutamento, tenendo presente l’obiettivo generale: sistematizzare i fenomeni linguistici variabili e nuovi (ĮNKR), soprattutto quelli legati ai cambiamenti delle norme della lingua standard lituana. L’oggetto della ricerca è dunque assai più ampio della sola formazione di nuove parole, poiché nella sistematica degli ĮNKR sono incluse anche le variazioni tradizionali (varianti di formazione delle parole in concorrenza nell’uso da più o meno tempo). Inoltre, dal punto di vista della variabilità (della formazione dei rapporti tra varianti), una parola contenente morfemi derivazionali può essere considerata non solo secondo gli approcci teorici alla formazione delle parole: le parole segmentabili morfemicamente possono essere trattate non soltanto come risultato della formazione delle parole, ma anche come varianti collegate dalla stessa accezione lessicale pur contenendo morfemi derivazionali diversi. Tutti questi fenomeni sono denominati complessivamente nella monografia fenomeni della struttura delle parole. Per esempio, in base al criterio formale adottato per individuare le variazioni, alcuni vocaboli di formazione mista nel Repertorio sono collocati tra le parole con prefissi variabili (prieškarinis, -ė: ikikarinis, -ė [ŽS prieš- 1]) oppure tra le parole con desinenze variabili (beprocentinis, -ė: beprocentis, -ė [ŽS –inis 1]). Per casi simili si è quindi scelto di parlare non di derivati prefissali o suffissali, né di composti ibridi, bensì di parole con affissi variabili.
Una specialista di formazione delle parole trova questa scelta un po’ sconcertante (ma, a quanto pare, è un problema della recensora): le parole esaminate sono chiaramente derivati, perciò verrebbe da parlare non semplicemente di concorrenza o variazione tra parole segmentabili morfemicamente, bensì di concorrenza tra derivati (modi e tipi di formazione delle parole); inoltre, l’autrice della recensione parlerebbe anche di sinonimi derivazionali e varianti derivazionali2. Gli elementi delle coppie citate sono sinonimi derivazionali tipici: una coppia di sinonimi
2 I sinonimi derivazionali sono derivati con la stessa radice, appartenenti a tipi di formazione delle parole diversi e dotati di un significato lessicale simile (o identico), mentre le varianti derivazionali sono derivati con la stessa radice, appartenenti allo stesso tipo di formazione delle parole, con significato lessicale identico (o molto simile) e con qualche differenza secondaria nella formazione, per esempio derivati dello stesso prefisso che differiscono per la desinenza, composti formati dalle stesse parole di base che differiscono per la vocale di collegamento, ecc. (più ampiamente, Vaskelienė 2013).
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prieškarinis, –ė: ikikarinis, –ė è una coppia di derivati formati con un procedimento misto, mentre la coppia sinonimica beprocentinis, –ė e beprocentis, –ė è composta da un derivato formato con un procedimento misto e da un derivato. Perché il capitolo 2.2 non può intitolarsi Formazione delle parole, e perché la distinzione tra sinonimi derivazionali e varianti derivazionali non è rilevante per la ricerca, viene spiegato in dettaglio a p. 214:
Nella monografia, tuttavia, la distinzione tra varianti derivazionali e sinonimi derivazionali non è rilevante: entrambi possono rientrare nella variazione generale e sono denominati fenomeni di struttura morfemica variabile delle parole, o semplicemente fenomeni di struttura variabile delle parole. Rientrano quindi in questa categoria anche variazioni come garbanotuvas: garbanoklis (ND, consultato il 2021-12-15): in questo caso, le varianti della struttura delle parole esprimono il medesimo significato lessicale, «strumento per arricciare i capelli».
In effetti, i varianti intesi nel senso più ampio comprendono sia i sinonimi derivazionali sia le varianti derivazionali (R. Miliūnaitė aveva già scritto sulle nozioni di variante nella sua monografia del 20093). La monografia recensita adotta la nozione più ampia, come spiegato nella sottosezione 0.3.6 e come si vede anche nei capitoli specifici sulla struttura delle parole e sulla sintassi4. La scelta di denominare (e classificare) le parole variabili in base alle loro caratteristiche strutturali è spiegata molto chiaramente e messa in evidenza più avanti, nella stessa pagina: «Nell’identificare gli ĮNKR relativi alla struttura delle parole, la domanda pratica non è da quale parola e in che modo sia stata formata (su quale parola di base si fondi)?, bensì come è formata la parola e con che cosa è in concorrenza nell’uso?, quali differenze nei morfemi derivazionali (non necessariamente dell’ultimo livello) presentano le varianti in concorrenza?» Si veda inoltre p. 214: «La sezione sulla struttura delle parole del repertorio degli ĮNKR comprende dunque varianti di parole che differiscono per i morfemi derivazionali, ma che non necessariamente sono nate da un processo diretto di formazione delle parole, nonché varianti in cui l’elemento corrispondente (marcato) presenta un morfema derivazionale e per questo è generalmente codificato negativamente, mentre l’elemento principale della variazione può essere espresso anche con un mezzo di altro tipo (un sintagma o simili)». Naturalmente, lo stesso materiale empirico può essere (e viene) classificato e analizzato dai ricercatori secondo un determinato approccio-
3 Nella sua monografia presenta tre nozioni di variante: la più ristretta (identità della parola + identità del significato), quella prevalente (identità dell’unità linguistica + identità del significato) e la più ampia (identità del significato [funzione] dei fenomeni linguistici) (Miliūnaitė 2009: 140–147). Per inciso, secondo la recensora, la nozione più ristretta rientra in quella prevalente: dopotutto, anche la parola è un’unità linguistica.
4 A p. 392: «Nel Repertorio, la variabilità delle espressioni con cui si formano sintagmi, costruzioni e frasi sintattiche è intesa in senso ampio; sono quindi presentate non soltanto le cosiddette varianti sintattiche, cioè “costruzioni sintattiche con significato perfettamente identico” (Župerka 1983: 28). I gruppi di varianti comprendono anche sinonimi sintattici (cfr. Valiulytė 1998: 9–12) e altre unità sintattiche che differiscono per varie sfumature di significato e non sempre hanno la stessa composizione lessicale.»
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a un determinato aspetto. L’autrice della monografia è libera di scegliere come classificare i derivati. L’importante è che R. Miliūnaitė spieghi dettagliatamente la propria scelta e vi si attenga; al lettore non resta che accettare le regole del gioco proposte5.
Tuttavia, anche leggendo di alcune varianti concrete che si distinguono per determinate caratteristiche strutturali, non è risultato chiaro come distinguere alcune parole. Nella tabella 26, accanto alla parola debiurokratizuoti, la nota 183 («Questa e alcune altre neoconiazioni inserite nella colonna dei nuovi derivati (a eccezione, innanzitutto, di quelle che hanno una radice lituana) possono anche essere prestiti, ma il contesto in cui sono usate (cfr. ND) indica una maggiore probabilità che si tratti di una nuova formazione o di un calco») non contribuisce molto a chiarire la questione: bisogna semplicemente fidarsi del giudizio dell’autrice, secondo cui, per esempio, hiperintensyvus, -i è un nuovo prestito, mentre hiperjautrus, -i è un nuovo derivato o un calco (nel libro si legge darinys / vertinys), che antiinfl iacinis è un prestito, mentre antipabėgėliškas, -a, antiria ušinis, -ė sono derivati o calchi, che koaferistas, -ė è un prestito, mentre kokūryba, kopriklausomas, -a sono derivati o calchi, e così via. Nella monografia, a quanto pare, sono considerati derivati soltanto i vocaboli basati su parole lituane. Ma spesso è difficile stabilire se una parola sia stata presa in prestito con gli affissi oppure sia stata già formata nella nostra lingua. Non si può infatti escludere che, per esempio, antiinfl iacinis, -ė sia il prodotto di una formazione mista (derivato da infliacija con anti- e -inis, -ė)6. Inoltre, mi è venuto da chiedermi: se l’aspetto più importante è la struttura delle parole, cioè i morfemi che le compongono, era davvero necessario tentare di distinguere i nuovi prestiti dai derivati e dai calchi (anche in quest’ultimo caso, come si vede, ci si cautela, perché spesso la distinzione tra derivato e calco è soggettiva)?
La tabella 26 della monografia è intitolata Inventario dei prefissi internazionali <...>; la sua prima colonna è intitolata Prefissi internazionali, benché nella nota 181 si spieghi che vi sono inclusi sia prefissi sia primi elementi di composti. Alcuni elementi di origine straniera sono trattati in modo diverso (a volte come prefissi, altre come elementi di composti); per esempio, nella tabella 26 eks-, hiper-, infra-, intra-, mega- e altri, nel Dizionario delle parole internazionali (TŽŽ), sono indicati come elementi di composti (TŽŽ 2013: 207, 330, 353, 362, 518). L’autrice della monografia spiega che cosa considera prefissi: «Nella monografia si segue la concezione secondo cui tra i prefissi internazionali rientrano quelli che non si basano su una parola usata autonomamente nella lingua (non sono associati a una radice), ma indicano soltanto una determinata modificazione del significato della parola base nelle direzioni dell’aumento–diminuzione,
5 Forse, avendo scelto la denominazione struttura delle parole, sarebbe stato opportuno spiegare anche il rapporto con la morfologia: che cosa viene lasciato alla morfologia e che cosa, e per quale motivo, viene separato e trattato nella sezione sulla struttura delle parole.
6 Domande analoghe sono sorte anche osservando alcuni esempi presentati nelle tabelle 29 e 30.
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di eliminazione–aggiunta, innalzamento–abbassamento di status e così via» (p. 233). Tuttavia, sarebbe più consueto e preciso chiamare tutti i morfemi elencati nella tabella prefissi e primi elementi di composti (cioè scrivere Inventario dei prefissi internazionali e dei primi elementi dei composti <...>), tanto più che nello stesso punto della monografia (p. 233) si osserva che alcune parole che l’autrice considera prefissi sono usate anche come parole autonome: «Certo, ci sono anche eccezioni: per esempio, sia il già menzionato vice-, sia gli elementi eks-, super-, ultra- si lessicalizzano e talvolta, negli stili informali, vengono usati come parole autonome». Un’altra questione è se sia corretto riunire nello stesso gruppo veri prefissi e primi elementi di composti, ma questa è la scelta dell’autrice. Cfr. il termine più ampio baigmuo, usato nella sezione 2.2.2 (Parole con desinenze variabili): forse sarebbe stato opportuno intitolare la sezione 2.2.1 non Parole con prefissi variabili, bensì Parole con elementi iniziali variabili, includendovi sia prefissi sia elementi di composti? Inoltre, è difficile capire in che cosa alcuni elementi elencati nella tabella 26 differiscano dall’elemento del composto kripto- presentato nella tabella 28 («primo elemento di parole composte, che indica la segretezza del concetto espresso dal secondo elemento, per esempio kriptografija», TŽŽ 2013: 455). La tabella 26 non riporta tutte le varianti dei prefissi. Per esempio, nel TŽŽ (2013: 61, 64) sono indicati come varianti archi- e arki- (nella tabella archi- non è riportato): evidentemente, le parole che contengono queste varianti semplicemente non comparivano nelle fonti esaminate. La nota 181 afferma che alcuni morfemi presentati nella tabella (cis-, supra-, mal-, mis-) non compaiono né nel TŽŽ né nella Grammatica della lingua lituana contemporanea (DLKG 2005). A quanto pare, sono considerati prefissi proprio in virtù della peculiare concezione dei prefissi menzionata sopra.
In alcuni punti, leggendo della relazione tra membri variabili, sono sorti dei dubbi. Per esempio, nella tabella 13 («fenomeni normativi non confondibili, con sfumature di significato o di funzione») è riportato l’esempio kupiškietis ↔ kupiškėnas. Tuttavia, nel Dizionario della lingua lituana contemporanea DLKŽ₈, kupiškietis, -ė e kupiškėnas, -ė hanno lo stesso significato: «abitante della città o del distretto di Kupiškis» (sono dunque sinonimi derivazionali). Nel Dizionario della lingua lituana standard (BLKŽ), la parola kupiškietis, -ė è spiegata come «persona che vive a Kupiškis o nei dintorni, oppure originaria del luogo», mentre kupiškėnas, -ė è definita «1. persona che vive nei dintorni di Kupiškis o originaria del luogo» e «2. parlante del dialetto di Kupiškis del dialetto dell’altopiano orientale». Pertanto, tanto secondo il DLKŽ quanto secondo il BLKŽ, kupiškietis, -ė e kupiškėnas, -ė, usato nel suo primo significato, non presentano differenze semantiche7; il loro alternarsi in questo significato
7 A meno che l’autrice non abbia individuato qualche differenza funzionale.
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è possibile. Ne consegue che i derivati dalla stessa radice kupiškietis, -ė e kupiškenas, -ė sono adatti a illustrare l’affermazione riportata nella tabella 13 solo se si considera la parola in tutte le sue accezioni (come, a quanto pare, è stato fatto).
Questa affermazione ha suscitato qualche riflessione: «La definizione precisata delle varianti lessicali potrebbe dunque essere la seguente: si tratta di parole con radici diverse, aventi lo stesso significato lessicale» (p. 133). Senza mettere in discussione quanto affermato nella nota 100 nel Kalbotyros terminų žodyno (Gaivenis, Keinys 1990) a proposito della radice, e riconoscendo che essa è indubbiamente importante, occorre dire che l’elemento forse più importante non è la radice in sé, bensì il prodotto finale. Se si riconosce che i derivati sono unità lessicali autonome, la loro distinzione dal lessico appare artificiosa (quindi anche i derivati dalla stessa radice e con lo stesso significato sono varianti lessicali [in senso ampio], per esempio i già citati kupiškenas, -ė e kupiškietis, -ė). Naturalmente, le unità lessicali hanno origini diverse, come si accenna anche a p. 134: «La natura stessa delle unità lessicali che costituiscono le variazioni è diversa». Tuttavia, sarebbe stato opportuno illustrare più approfonditamente la scelta di considerare varianti lessicali soltanto parole con radici diverse (con un rimando alla trattazione delle parole concorrenti dalla stessa radice).
Sulla categoria del lavoro. A p. 269 si legge: «La terminazione -akas (-iakas) [ŽS -akas/skol., žarg., ŽS -iakas/skol., žarg.] è abbastanza frequente nei derivati lituani, nei nomi di persone caratterizzate da una qualità nominale o verbale <...>». L’unico degli esempi qui riportati laižiakas («il leccarsi», cioè baciarsi appassionatamente) deriva da un verbo. Ma non è il nome di una persona caratterizzata da una qualità verbale, bensì un nome d’azione, seppure concretizzatosi.
Talvolta è difficile capire se si stia parlando di prestiti o di formazione, di un suffisso derivativo o di una terminazione. Per esempio, a p. 264 si parla della terminazione -abilus, -i, ma subito dopo si parla di suffisso: «Il significato derivativo generale di questo suffisso è “capace di fare (o in grado di avere) ciò che è espresso dalla parola base”. L’adattamento di tali prestiti in lituano e la loro concorrenza con mezzi espressivi alternativi sono diversi». Per inciso, di norma si parla del significato derivativo dei derivati (non dei prestiti).
A p. 376 si legge: «Si cerca di distinguere sul piano della classificazione le varianti della forma grammaticale delle parole dalle varianti derivazionali, che emergono nell’uso quando si formano parole con lo stesso significato mediante diversi mezzi derivativi; cfr.: pakampis: pakampė, potemė: potemės, aiškiaregis: aiškiaregys». È vero, tutti gli esempi riportati sono varianti derivazionali, ma poiché nelle opere di linguistica sono spesso confusi con i sinonimi derivazionali, sarebbe stato utile precisare che i derivati di ciascuna coppia appartengono allo stesso tipo di formazione
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(con i prefissi pa-, po- e i composti formati da un aggettivo e un verbo), ma differiscono per i mezzi derivativi secondari, ossia le desinenze.
Ancora qualche dettaglio. Il termine più usato è priešdėlis, ma talvolta si usa anche prefiksas, per esempio a p. 321: «Cfr. i prestiti adattati: 1) con prefisso internazionale: egocentriškas, -a ← ego- + -centriškas, -a (in inglese egocentric <...>)»; non è chiaro se i due termini si distinguano in qualche modo o siano usati come sinonimi. Nella nota 183 si parla di vediniai, mentre nella tabella si usa il termine più ampio darinio. La bibliografia è ampia, ma in alcuni casi, per esempio nella trattazione delle espressioni fraseologiche, si sarebbe potuto citare anche il contributo di Rūta Marcinkevičienė (2001), dedicato alla fraseologia tradizionale e alle combinazioni di parole cristallizzate.
Le riflessioni e le osservazioni espresse in questa recensione non sminuiscono in alcun modo l’enorme lavoro svolto dall’autrice. La monografia di R. Miliūnaitė, Įvairuojantys ir nauji lietuvių kalbos reiškiniai XXI a. pradžioje: sistematika ir pokyčių kryptys, sarà una delle opere fondamentali sulla lingua lituana contemporanea. Non vi è dubbio che studiosi impegnati nella ricerca dei diversi livelli linguistici, della variabilità, delle norme, delle varietà linguistiche e di altri aspetti, nonché i professionisti interessati a specifiche varianti del lituano, alle loro cause, alla loro concorrenza e alla loro valutazione, si avvarranno delle riflessioni teoriche, dell’abbondante materiale empirico e del Repertorio presentati nella monografia. Questo libro sarà dunque utile a lessicologi e morfologi, specialisti di formazione delle parole e sintassi, normatori, redattori, traduttori e altri lettori; potrà inoltre essere impiegato con creatività come manuale di studio. La monografia potrebbe risultare più difficile da comprendere per chi non è specialista di linguistica, ma ci si può augurare che le riflessioni in essa contenute raggiungano anche il grande pubblico, poiché sono proprio i suoi membri a creare le varianti. Non resta che condividere l’affermazione dell’autrice secondo cui quest’opera (in particolare il Repertorio) è «una condizione necessaria e un punto di partenza per ulteriori ricerche sulla variabilità della lingua standard. In altri termini, il Repertorio è indispensabile per studiare i cambiamenti e le tendenze dell’uso» (p. 11). In fondo al libro (nella Parola conclusiva) sono indicate anche le linee guida per le ricerche future. In conclusione, si può affermare che questa monografia di R. Miliūnaitė garantisce senza dubbio la possibilità di proseguire le ricerche.
BIBLIOGRAFIA E FONTI
BLKŽ – Dizionario della lingua lituana standard (in corso di redazione), red. capo D. Liutkevičienė, Vilnius: Istituto della lingua lituana. Disponibile online: https://ekalba.lt/bendrinės-lietuvių-kalbos-žodynas.
DLKG 2005: Dabartinės lietuvių kalbos gramatika, red. V. Ambrazas. 4-as patais. leidimas, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas.
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DLKŽ8e 2021: Dizionario della lingua lituana contemporanea, red. capo S. Keinys, 8ª edizione riveduta e ampliata (versione elettronica), Vilnius: Istituto della lingua lituana. Disponibile online: https://ekalba.lt/dabartines-lietuviu-kalbos-zodynas.
LKE 2008: Lietuvių kalbos enciklopedija, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas.
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Ricevuto il 10/08/2023
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