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STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI A cura di Elisa Bianco ed Elena Valentina Maiolini STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Bianco - Maiolini (a cura di) www.ledizioni.it Euro 32,00 Questo volume intende onorare la carriera di Gianmarco Gaspari, in occasione del compimento del suo settantesimo anno di età. In esso, studiosi di varie discipline, umanistiche e non solo, legati al Dipartimento di Scienze Umane e dell’Innovazione per il Territorio (DiSUIT) dell’Università dell’Insubria (Varese-Como), di spirito e carattere interdisciplinare – ove Gaspari ha tenuto a lungo la cattedra di Lingua e Letteratura Italiana –, si cimentano con temi, personaggi, e periodi legati agli ambiti di studio coltivati da Gaspari in decenni di operosa e appassionata carriera. Dalla Milano dei Lumi – su cui ha dato contributi decisivi – ad Alessandro Manzoni e alla letteratura lombarda contemporanea da Gadda a Sereni, Gaspari ha saputo far interloquire le discipline tra di loro, con rigore e maestria, offrendo un lungo e significativo magistero, in una disciplina fondamentale quale la letteratura italiana, e in un’area, quella lombarda, ma in modo particolare quella insubrica, ove tale letteratura ha donato frutti e fiori di prim’ordine, e non solo nel Novecento. Opere in versi e prosa che fanno parte ora del patrimonio culturale e intellettuale italiano, europeo, e si potrebbe ben dire internazionale, molti fatti oggetto di acute disamine e attente presentazioni da parte di Gianmarco Gaspari, in quasi cinquanta anni di attività scientifica e didattica.
Studi in onore di Gianmarco Gaspari A cura di Elisa Bianco ed Elena Valentina Maiolini Ledizioni
Volume pubblicato con il contributo dell’Università degli Studi dell’Insubria. Unless otherwise stated, this work is released under a Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0), https://creativecommons.org/licenses/bysa/4.0/deed.it. 2025 Ledizioni LediPublishing Via Antonio Boselli, 10 – 20136 Milano – Italy www.ledizioni.it [email protected] Studi in onore di Gianmarco Gaspari A cura di Elisa Bianco ed Elena Valentina Maiolini Prima edizione: ottobre 2025 ISBN cartaceo 9791256005048 ISBN eBook 9791256005291 ISBN PDF OA 9791256005307 Progetto grafico: ufficio grafico Ledizioni Informazioni sul catalogo e sulle ristampe dell’editore: www.ledizioni.it
Indice Per Gianmarco Gaspari: italianista e storico della Lombardia (e non solo) 9 Curriculum vitae di Gianmarco Gaspari 11 Giambattista Brocchi dantista e geologo veneto tra Settecento e Ottocento 13 di davide arecco Un componimento drammatico in ebraico e italiano di Shemuel Romanelli 25 di erica Baricci Piccolo viaggio nel mondo del libro insubre: la libreria antiquaria Spalavera tra città, laghi e montagne 37 di Federica Beretta e Paolo luca Bernardini The grace of insects. Friedrich Christian Lesser’s Insecto-theologia (1738) between cultural entomology and Christian Enlightenment 51 di Paolo l. Bernardini La limnologia dai primordi al presente 65 di roBerta Bettinetti e Ginevra Boldrocchi Preistoria delle raccolte di frammenti drammatici tra Settecento e Ottocento 73 di Francesco Paolo Bianchi
La baronessa e l’ammiraglio all’ombra di Lissa. Considerazioni a margine delle lettere di Wilhelm von Tegetthoff a Emma de’ Petrettini (1864-1870) 83 di elisa Bianco Come grida manzoniane. Esempi di costituzioni tardoimperiali contro il vagabondaggio e l’iniuria potentium 95 di Paola Biavaschi Tavolozza di fuoco. La pittura civile di Francesco Hayez attraverso metodi e tecniche 113 di valentina Brunello, cristina corti, elena lissoni e laura ramPazzi Sculture «di tanto grido»: altari e invenzioni di Giuseppe Rusnati da Roma alla Lombardia 133 di alessandra casati Morselli e don Lisander 145 di Gioele cristoFari Il tributo giacobino a Carlo Goldoni 155 di luca daris Manzoni, Il Cinque Maggio e lo stile profetico 163 di Giulio Facchetti Iconografia al femminile e lettura: alcune note per la Lombardia asburgica 171 di laura Facchin Dalla pittura di storia all’illustrazione dei Promessi Sposi: l’immagine del Seicento nel XIX secolo 189 di massimiliano Ferrario
Pratiche assistenziali e partecipazione civica nella Milano di fine Settecento (1780-1796) 203 di roBerta Grasselli Il podere di Manzoni 215 di elena valentina maiolini Tra Roma e Coutances. Mons. Claude-Louis Rousseau e la Curia romana all’indomani del Concordato (1802-1804) 225 di davy marGuerettaz Poesia e cosmologia in Dante e Leopardi 239 di Paolo musso Mediazione interculturale e formazione dell’insegnante di lingua 253 di Paolo nitti La riscrittura inedita del Dies irae di Giuseppe Giusti e un anonimo poeta satirico ligure 265 di rosanna Pozzi Samuel Butler e l’Insubria: natura, arte e dissenso tra le Alpi lombarde, piemontesi e ticinesi 271 di daniel russo Ontologia della macchina: Edgar Allan Poe e il Turco 283 di nicoletta saBadini I rapporti tra Mosca e Teheran tra attualità, guerre e trattati ottocenteschi 299 di Farian saBahi Rousseau a palazzo Giovio 309 di andrea sPiriti
Sulla struttura filosofica di amore e morte nella Commedia di Dante Alighieri 325 di erasmo silvio storace Anatomy of Greed: Science Unmasked in the Terrestrial Chrysipus 337 di valentina zolesio L’Unione Europea tra accentramento e politiche regionali 347 di FaBio zucca Contributori 357
Per Gianmarco Gaspari: italianista e storico della Lombardia (e non solo) Il primo novembre 2025 il professor Gianmarco Gaspari entra in quiescenza, dopo una lunga carriera accademica, nell’anno del compimento del suo settantesimo anno di età, secondo la normativa italiana vigente. In questi momenti alla malinconia si unisce, inevitabilmente, la soddisfazione nel vedere una carriera che felicemente si conclude: si conclude ma solo dal punto di vista del percorso professionale all’interno di un’istituzione, perché sicuramente l’entusiasmo e la curiosità di Marco continueranno, negli studi, così come siamo certi proseguirà la sua collaborazione con un Ateneo alla cui nascita e crescita, e vita in generale, egli ha contribuito significativamente. Un contributo che riguarda tutti e tre gli aspetti fondamentali, e costitutivi, dell’attività accademica: l’insegnamento, la ricerca, la “terza missione”, senza considerare naturalmente la partecipazione, ormai doverosa per ogni docente e ricercatore, all’attività amministrativa. In un breve curriculum di Marco pubblicato in questo volume sono riassunte le sue principali attività, in una carriera che si snoda per circa mezzo secolo: la prima pubblicazione riconosciuta è del 1979, una lettera fino ad allora inedita di Pietro Verri a F.B. de Felice, su Strumenti critici. Qui, un nutrito numero di studiose e studiosi legati all’Insubria e in particolare al Dipartimento di Scienze Umane e dell’Innovazione per il Territorio (DiSUIT) offre un tributo in forma di Festschrift, con una prevalenza di contributi sui secoli dei quali Marco è esperto assoluto: il Settecento e l’Ottocento. Ma non mancano studi di argomento più libero, a testimonianza, tra l’altro, della molteplicità dei campi umanistici (e non solo) coltivati presso l’Insubria, con risonanza nazionale e internazionale. Marco tocca nella sua lunga attività soprattutto due momenti cruciali della storia letteraria e intellettuale lombarda, che è, alla fine, europea, se non globale se vista in prospettiva. Il Settecento dei Lumi e l’Ottocento manzoniano, episodi fondamentali per la cultura italiana e europea, sono stati studiati attentamente da Marco. Che con una formazione di italianista ha saputo, tra l’altro, affrontare aspetti tecnici del riformismo illuminista, con l’edizione,
16 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI a novembre del 1811 Brocchi giunse a Napoli, il mese successivo salì sul Vesuvio per la sua prima ascensione vulcanologica, ripetuta l’anno dopo. Nel 1813, dopo avere visitato Marche e Romagna, arrivò in Liguria. Il risultato di quei viaggi scientifici fu l’opera che rimane uno dei capolavori di Brocchi, la Conchiologia fossile subappennina, libro cui arrise grande fama, in tutta Europa: a Parigi la lodò Cuvier, ma apprezzamenti non minori arrivarono a Brocchi dalla Gran Bretagna hannoveriana, e dai colleghi prussiani13. L’opera, in due volumi, conteneva importanti contributi alla paleontologia stratigrafica. Nel capitolo dal titolo Riflessioni sul perdimento delle specie, l’autore affrontava in anticipo su Playfair e su Lyell il problema della scomparsa di specie documentate nei fossili. Sul tema vi erano allora tre teorie in conflitto fra loro. I linneani, ormai spinti su posizioni di retroguardia, dall’avanzare di nuove interpretazioni in ambito naturalistico, affermavano che animali e piante si fossero semplicemente trasferiti altrove senza essere stati osservati. Cuvier e i francesi, invece, parlavano apertamente di estinzione delle specie, da attribuirsi a periodiche catastrofi naturali. Da parte sua, Lamarck – aprendo, qui, le porte all’evoluzionismo darwiniano ottocentesco – parlò correttamente di trasformazione ed adattamento dei fossili sino a giungere allo stadio odierno. Una teoria prossima, in Italia, all’attualismo arduiniano, ben noto a Brocchi. Quest’ultimo non sottoscrisse, peraltro, nessuna di quelle spiegazioni, preferendo sostenere che le specie potessero morire come gli individui di una morte naturale in basi a leggi scientifiche, da cui dipende, risultandone controllato, deterministicamente, ogni sviluppo nel corso di un arco temporale anche lungo. Un’ipotesi biologica che incontrò ampio consenso internazionale. In pressoché tutta Europa, nello specifico, furono lodate le nuove informazioni recate da Brocchi in merito ai fossili italiani. Come Amoretti, anche Brocchi amava viaggiare in maniera instancabile, consapevole che proprio da quella esperienza poteva venire ulteriore crescita e maturazione delle scienze naturali. Negli anni del Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, fu nuovamente a Roma, quindi in Toscana, Umbria e Lazio, fermandosi, nella città eterna, un anno e mezzo. Qui, iniziò a collaborare, assiduamente, alla Biblioteca italiana, il giornale scientifico e letterario fondato 13 Cfr. V. Giacomini, Giambattista Brocchi, in Dizionario biografico degli italiani, XIV, 1972, ad vocem. Il carteggio del Brocchi, che documenta tutte le sue relazioni con scienziati ed eruditi contemporanei, è conservato oggi nella Biblioteca Civica di Bassano del Grappa. Cfr. Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, LV, Olschki, Firenze, 1934, pp. 179-192.
17GIAMBATTISTA BROCCHI DANTISTA E GEOLOGO VENETO nel 1816 tra gli altri da Vincenzo Monti, cui trasmise vari saggi di argomento geologico, mineralogico, botanico, zoologico ed archeologico. Significativa fu, inoltre, l’altra sua collaborazione al Giornale arcadico romano. Quindi, tra il 1818 ed il 1821, nuovi ed importanti viaggi di studio: visitò Toscana, Abruzzo, Gran Sasso, Calabria, Sicilia14, Carnia, Gorizia. Si spinse quindi a esplorare le grotte di Adelsberg, già viste dal chimico genovese Cesare Niccolò Canefri – il Lavoisier della Repubblica ligure – insieme all’Imperatore Giuseppe II due decadi prima15. La grande avventura egiziana del 1822 gli venne proposta dal vicerè del Cairo Mohammed Alì. Si trattava di una spedizione scientifica e archeologica nelle zone dell’Alto Egitto, intrapresa allo scopo di ritrovare le antichissime miniere dei faraoni. Partito da Trieste, assieme al Pini, con tre esperti minerari elvetici e un fonditore italiano, passando per Ragusa in Dalmazia, Brocchi giunse ad Alessandria e sulle rive del Nilo. Inoltratosi nel deserto orientale, giunse ad Assuan e poi a Luxor tenendo un fitto e preciso diario giornaliero della sua spedizione16. Durante il viaggio di ritorno, transitò per la Siria, la Palestina e il Libano. Nella primavera del 1824 fu a Gerusalemme ed a Suez. L’anno dopo partì dal Cairo alla volta della Nubia. All’inizio dell’estate, giunse a Khartum, sostando a lungo nella città ed esplorandone tutti i dintorni. Sul finire dell’autunno era intenzionato a spingersi nel Sennar. La sua ultima lettera al fratello riporta la data del 26 aprile 1826: l’intenzione di Brocchi, gravato dalla stanchezza, era quella di fare, al più presto, 14 Le relazioni di Brocchi sulla formazione delle rocce, calcaree e vulcaniche, della Val di Noto, vennero da lui pubblicate sulla Biblioteca italiana (VII, 1822, ff. 53-67) degli amici Monti e Acerbi. 15 Cfr., in merito, Cesare Canefri e la cultura scientifica nell’Europa del Settecento, Atti del convegno, a cura di D. Arecco, A. Sisti, Centro Studi ‘In Novitate’, Novi Ligure (AL), 2004. 16 Il Giornale esteso in Egitto, nella Siria e nella Nubia da Gian Battista Brocchi vide la luce in cinque tomi a Bassano tra il 1841 e il 1845, con un atlante geografico illustrato di venti tavole, ricavato dalle carte manoscritte ricuperate nel 1828 e pubblicate malgrado la volontà testamentaria dell’autore stesso. Il mito dell’Egitto, beninteso, non è un frutto dell’età napoleonica. Entrato a fare parte della cultura europea, grazie all’opera degli ermetisti rinascimentali, passato attraverso la fantasiona produzione kircheriana di epoca barocca, aveva alimentato già durante il Settecento illuministico diverse e interessanti speculazioni, tanto nella Francia dei philosophes, quanto nella nostra penisola (ad esempio, in Piemonte, gli scritti di Giuseppe Bartoli).
18 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI ritorno in patria. Continuò comunque le osservazioni sul terreno – l’ultima che troviamo sul suo giornale data 17 settembre – sino alla morte, sei giorni più tardi. La notizia ufficiale di quest’ultima arrivò solo un anno dopo, grazie al console austriaco al Cairo, presto divulgata dai periodici scientifici italiani. Questi piansero tutti la perdita di uno scienziato dall’ingegno poliedrico e multiforme, attratto e dalle tecniche scientifiche di scavo ed analisi del territorio e dalla cultura storico-umanistica17. Brocchi fu un grande pratico e come tale contribuì, sia a fare della geologia una scienza a tutti gli effetti, sia a trasformare la storia naturale della tradizione (baconiana e linneana) in autentiche scienze della natura18. Nemico delle dispute teoriche, erudito lontano dal pedantismo, Brocchi visse in un’età in cui anche grazie a lui si iniziava a riconoscere in via definitiva che i fossili erano reliquie di organismi appartenenti ad epoche passate e a specie differenti dalle attuali. Egli elevò dunque a dignità scientifica la stratigrafia galileiana seicentesca, di Stenone e Borelli, operazione analoga a quella portata avanti tra XVIII e XIX secolo da Smith in Inghilterra e da Werner a Freiberg. Riguardo allo spinoso tema relativo all’estinzione delle specie, Brocchi reagiva inoltre al catastrofismo della scuola francese, ammettendo, al contrario, processi di estinzione lenta entro una vasta continuità naturale della vita del mondo. Nell’ambito delle interpretazioni geologiche19, lo scienziato veneto fu in principio un nettunista di scuola werneriana, allora peraltro seguitissima sul continente come a sud delle Alpi20. Era cioè convinto – almeno inizialmente – che il centro del nostro pianeta fosse freddo e che gli strati rocciosi si fossero, per sedimentazione, formati in mare (da qui, il nome di nettunismo). Secondo tale lettura, le eruzioni di tipo vulcanico sarebbero stati fenomeni, molto poco profondi, dovuti alla combustione di giacimenti di carbone, che avrebbero sciolto le pietre trasformandole in lava. Mentre Brocchi sottoscrisse in un primo momento tale teoria, già Scipione Breislak andava contrapponendo, in Italia, un aperto plutonismo, che si rifaceva alla Theory of the Earth dello scozzese James Hutton 17 Cfr. P.E. Visconti, Elogio di Gian Battista Brocchi, Ms., in Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Ferraioli, 950, ff. 125-129 (ff. 135-142: copie di lettere di Brocchi dal 1816 al 1825). 18 Cfr. W. Lepenies, La fine della storia naturale, il Mulino, Bologna, 1991. 19 Cfr. A. Hallam, Le grandi dispute della geologia, De Agostini, Novara, 1995. 20 OSGB, pp. 55-66.
19GIAMBATTISTA BROCCHI DANTISTA E GEOLOGO VENETO (1726-1797), secondo cui i vulcani, al contrario, sarebbero stati in diretta comunicazione con il nucleo centrale terrestre, caldo e in fusione. A parere di Hutton e Breislak, rocce come il basalto e il granito non avevano origine marina, giungendo – invece – in superficie, per intrusione, provocando sollevamenti del suolo. Nondimeno, da pratico fedele ai dati dell’esperienza diretta, e ai risultati acquisiti sul campo, studiando in dettaglio il terreno, Brocchi ebbe a ricredersi ed abbandonò l’iniziale nettunismo per aderire, proprio in seguito alle numerose prove raccolte, durante i suoi viaggi di esplorazione scientifica dei territori vulcanici peninsulari, alla dottrina plutonista. Anche le sue indagini metallurgiche e siderurgiche lo spinsero in questa direzione. Gli studi brocchiani sul ferro, in particolare, aprirono la strada alle ricerche compiute dal Mitscherlich, vent’anni dopo, ma più di ogni altra cosa prefigurarono lo sviluppo della chimica del silicio realizzato più tardi in Svezia da Berzelius21. Brocchi impostò di fatto quella che sarebbe stata la ricerca paleontologica dell’Ottocento italiano, di Issel e di altri, combinando scienze naturali e agronomia, geochimica e geofisica, scienze della Terra e mineralogia, con grande attenzione verso l’uso critico delle fonti (anche archeologiche). Gli strumenti scientifici e i viaggi di studio furono per lui ausilii primari ed essenziali al fine di comprendere davvero e da vicino le risorse e le modificazioni del suolo. Il terreno e il territorio – anche quello locale, da cui il suo marcato 21 Jons Jacob Berzelius (1779-1848), pochissimo studiato qui da noi, è stato il massimo chimico svedese del XIX secolo e uno dei maggiori di tutta l’Europa settentrionale. Rilevò elementi della tavola periodica – oltre al silicio: cerio, selenio e torio – e fu lui nel 1807 ad introdurre il termine di chimica organica, distinguendo i composti prodotti dal regno animale e vegetale da quelli invece di natura minerale. Nel 1813 Berzelius mutò altresì la scrittura delle formule chimiche con la introduzione di simboli letterali. Migliorò la sperimentazione di laboratorio, con nuovi strumenti e perfezionò in termini quantitativi la nomenclatura chimica lavoisieriana ereditata dal Settecento francese. Come Dalton nel Regno Unito, egli fu un seguace dell’atomismo, e al pari dei colleghi inglesi cercò di unificare la spiegazione dei fenomeni chimici e fisici entro una sola teoria scientifica. Membro dal 1837 della Reale Accademia svedese delle scienze, ne divenne in seguito il segretario perpetuo. Venne anche iniziato alla Massoneria, entrando nel 1805 nella Loggia St. Erik di Stoccolma. Inoltre fu Commendatore di gran croce dell’Ordine di Vasa e Cavaliere dell’Ordine della Stella polare. Cfr. I. Guareschi, Jons Jacob Berzelius e la sua opera scientifica, Utet, Torino, 1915.
20 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI interesse per la corografia, o geografia regionale – erano, agli occhi di Brocchi e dei tanti geologi ottocenteschi, veri e propri racconti, che lo scienziato aveva il compito di interpretare e insieme di collocare nel tempo. Il paleontologo e il naturalista avevano il dovere di raccontare, senza rinunciare ad una scrittura elegante ed affabulatoria, la storia della terra, sia con la maiuscola sia con la minuscola, ponendo al suolo le giuste e nuove domande, verificando sperimentalmente i risultati empirici ottenuti, prima di procedere alla formulazione di spiegazioni generali. La teorizzazione doveva sempre seguire e mai precedere la ricerca sul campo e l’analisi fattuale, comparando e datando i campioni di terreno, non senza esplorare in maniera dettagliata – anche da un punto di vista topografico – i processi naturalistici, ricostruendo e registrando in modo intensivo la documentazione opportuna e pertinente. Se pure non fu Brocchi a fondare materialmente la moderna ricerca geologica, assieme a Pini fu tra i primissimi, nella nostra penisola, a darle un metodo, una definizione scientifica, una direzione di sviluppo. Osservare dal vivo la natura – un qualcosa di dinamico, mai fisso – era la parola d’ordine di Brocchi e dei geologi del XIX secolo. Essi appartennero a quella ‘storia profonda’ che vede unite storia della Terra, archeologia, cultura scientifica e collezionismo naturalistico di antico regime, molte forme sociali del quale rimasero vive nel corso dell’Ottocento. A Brocchi e ai suoi colleghi, interessava ricostruire criticamente le forme e la configurazione del terreno, analizzandone e confrontandone, in termini rigorosi, i reperti, rifiutando distinzioni aprioristiche di spazio, scala e tempo, sino ad evidenziare meccanismi e dinamiche della vita naturale, con una visione d’insieme diacronica ed a largo raggio. Come detto, anche arte ed archeologia giocavano la loro parte, e non soltanto per un vezzo erudito, riconducibile al peraltro mai estinto gusto settecentesco, italiano e francese soprattutto, andato forgiandosi, tra Parigi e Venezia, dal XVI al XVIII secolo. Brocchi e Pini ne inserirono l’eredità culturale nel quadro di un preciso network sociale, quello del nascente e rimodellato accademismo scientifico ottocentesco, non senza influenze del nuovo clima romantico, negli spazi lombardo-veneti preconizzato come noto già da Foscolo. Al tempo di Brocchi, ed anche grazie a lui, come si diceva, la geologia divenne adulta e cessò di essere solo un termine, coniato la prima volta da Ulisse Aldrovandi, nel 1603, in associazione ai fossili, che già avevano attirato l’attenzione di Leonardo. Brocchi aveva, alle spalle, un intero secolo di studi, inaugurato dal newtoniano John Woodward (Naturalis Historia Telluris, 1714) e prosegui-
21GIAMBATTISTA BROCCHI DANTISTA E GEOLOGO VENETO to da Antonio Vallisneri (De’ corpi marini che su’ monti si trovano, 1714) e da Anton Lazzaro Moro (De’ crostacei e degli altri corpi marini, 1740, opera molto importante ed influente, anche all’estero, con due traduzioni tedesche tra il 1751 e il 1775). Altri contributi italiani di rilievo erano poi venuti dal veronese Giovanni Arduino (1714-1795) e dal naturalista e storico toscano Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783), erede del galileismo seicentesco e della tradizione scientifica facente capo all’Accademia del Cimento22, così come dal fondatore della micropaleontologia Ambrogio Soldani (1736-1808). Se, nel corso del XVIII secolo, ad occuparsi di una nascente geologia, erano state le due distinte figure professionali del naturalista e del tecnico minerario, in Brocchi ed Amoretti le troviamo unite. 22 Di formazione medico, Targioni Tozzetti fu uno dei primi storici della scienza – specialmente toscana e galileiana – non solo nelle terre granducali (qui assieme a Nelli), ma in tutto lo stivale. Fu impegnato attivamente in ricerche sul campo e si segnalò come la figura di punta del riformismo illuministico e della politica scientifica lorenesi. Custode a Firenze del Giardino botanico, erudito di vaglia, interessato in particolare a natura e storia della Toscana, organizzò di quest’ultima il rilevamento cartografico, occupandosi altresì di varie questioni di carattere economico-sociale e statistico. Tra di esse, misure per la prevenzione di danni agricoli e carestie – quella del 1764 fu emblematica e restò nella memoria di molti, specie nel Regno di Napoli – e lo studio della parassitologia vegetale, disciplina da lui direttamente fondata. I sei tomi delle sue Relazioni di viaggi per la Toscana, stampati fra il 1751 e il 1754, presentarono moltissime osservazioni di tipo mineralogico e geo-paleontologico. Targioni Tozzetti, oltre ad una davvero vasta biblioteca, possedeva d’altra parte una collezione privata di minerali tra le più estese di tutto il Settecento italiano. Suddivise i rilievi toscani in monti primari e colline secondarie. Una tassonomia che derivava dall’abate Moro, trasferita, dal piano genetico, a quello descrittivo. Lo strumento d’investigazione dei fenomeni naturali era, ovviamente, anche agli occhi di Targioni Tozzetti, l’esame diretto, da cui discendeva – in seconda battuta – la classificazione teorica secondo precise norme nomenclatorie. I monti primari degli spazi del Granducato erano connotati dalla presenza di filoni tortuosi, mentre le colline secondarie (di formazione, nel complesso, più recente) da strati orizzontali, in base alla terminologia stenoniana del secolo precedente. In Toscana, per lavorare a fianco di Targioni Tozzetti, come Sovrintendente alle miniere dei Lorena, giunse anche Arduino, giovane geologo ed agronomo, di formazione mineraria, reduce da un apprendistato in Tirolo ed a Schio, prima di ritornare, via Modena, a Vicenza e di pubblicare le Due lettere sopra varie osservazioni naturali (1760).
22 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Il corpo di conoscenze riguardo a scienze della Terra, chimica, mineralogia e stratigrafia – fondamentale anche per l’identificazione dei siti archeologici – unitamente alla paleontologia crebbe sensibilmente in pochi decenni in maniera esponenziale e decisiva. Basilare fu allora il sorgere di istituzioni specifiche e apposite per la preparazione in particolare dei tecnici minerari. La formazione professionale divenne un requisito primario in campo mineralogico e geologico. Se ne assunsero il compito le neonate accademie minerarie, prima delle quali fu la Bergakademie di Freiberg, creata nel 1765 dall’Elettore di Sassonia – area la cui vita economica dipendeva sin dal Medioevo dalle essenziali miniere d’argento – modello per quella dell’Impero asburgico (sorta nel 1770 a Schemnitz, nell’attuale Slovacchia), per quella prussiana di Berlino (voluta nel 1774 da Federico II, sovrano illuminista sempre attentissimo a scienze e tecniche utili), per la parigina Ecole Royale des Mines (1783, anno di nascita sempre in Francia dell’aerostatica) e per il Museo nazionale di storia naturale diretto nella capitale transalpina da Cuvier, dal 1793. Questi fu sempre sensibile, al pari di Brocchi, verso quanto poteva venire, alla paleontologia e geologia, dalle spedizioni scientifiche, in patria ed all’estero, assai valorizzate come noto anche da Napoleone. Inoltre, dal 1752, era attiva nella Torino dei Savoia la Scuola di mineralogia dell’Arsenale di Torino, ancora un secolo dopo punto di riferimento per quella britannica con sede a Londra23. Brocchi, da parte sua, fu la dimostrazione di come ancora in età napoleonica in Italia – analogo al suo, in quegli stessi anni, fu il caso di Fabbroni, in Toscana – le competenze del paleontologo andassero di pari passo con quelle dell’ispettore minerario. Per Brocchi, ogni seria ricerca geologica, zoologica e botanica andava condotta, rigorosamente, sul campo. Il suo teatro di azione, grazie ai viaggi scientifici, fu l’intera penisola italica. I suoi contributi sulle caratteristiche naturalistiche locali furono apprezzati, e in Italia e al di fuori dei nostri confini. Non solo. La salita da parte di Brocchi alle pendici del Vesuvio, nel dicembre del 1811, confermò anche l’interesse dei geologi e paleontologi italiani verso lo studio – iniziato, esplorando l’Etna, con il galileiano Giovanni Alfonso Borelli, oltre un secolo avanti (1669) – e della vulcanologia e della sismologia, in netto anticipo su Mercalli. Ancora oggi, la Biblioteca stori23 Cfr. l. Russo, E. Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia, Feltrinelli, Milano, 2010, pp. 257 e ss.; M.P. Crosland, L’affermazione della scienza moderna in Europa, il Mulino, Bologna, 1979, pp. 191 e ss.
23GIAMBATTISTA BROCCHI DANTISTA E GEOLOGO VENETO ca dell’Osservatorio vesuviano custodisce una nutrita raccolta di trattati italiani a stampa, dei secoli XVII-XVIII, dedicati a terremoti ed eruzioni vulcaniche. Tra quei libri compare la cronaca del periodo 1690-1730, redatta dallo storico e geologo Ignazio Sorrentino (1663-1737), in cui sono contenute interessanti osservazioni di sedimentologia dei prodotti vulcanici e su rocce vulcaniche locali, come il famoso ‘tufo campano’. Il culmine settecentesco di questo particolare tipo di produzione scientifica locale venne, nel 1751, dal benedettino Andrea Bina (1724-1792), ingegnere idraulico e studioso dei fenomeni elettrici, il cui Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti descrisse il funzionamento di un meccanismo – di sua invenzione – per registrare e misurare le scosse telluriche. Si trattava di un poderoso pendolo appuntito, che poteva lasciare segni sulla sabbia: dalla direzione ed ampiezza dei solchi tracciati, erano deducibili l’intensità e la direzione dei fenomeni tellurici. Di fatto si trattava di un sismografo a pendolo, costruito combinando la marcata attenzione dei geologi per la fabbricazione di strumenti scientifici – che, in tale caso, rimontava alla tradizione cinque-seicentesca di Baliani, Galileo, Stenone e Borelli – e l’uso di essi nel dominio delle scienze della Terra, la cui indagine era stata approcciata per la prima volta in termini meccanicistici da Agostino Scilla ne La vana speculazione disingannata dal senso (1670).
Un componimento drammatico in ebraico e italiano di Shemuel Romanelli di Erica Baricci Shemuel Romanelli poeta in ebraico e italiano nel quadro della poesia bilingue degli ebrei d’Italia Shemuel Romanelli fu uno scrittore, traduttore e viaggiatore inesauribile: nato a Mantova nel 1757, in seno alla comunità ebraica, fu lì che ricevette le basi della sua notevole istruzione, studiando nel locale Talmud Torah, sotto la direzione, probabilmente, del Rabbino Ya‘aqov Saraval1. Nel corso della sua vita ebbe occasione di risiedere non solo a Mantova, ma anche a Londra, in Marocco, in Olanda, a Berlino, Vienna, Trieste, Genova, in Francia e infine a Casale Monferrato, dove morì durante una cena, a cinquantasette anni appena compiuti2. Di questi numerosi luoghi di residenza, sappiamo dagli altrettanto numerosi scritti che produsse contestualmente: tramite riferimenti diretti dell’autore a fatti ed eventi della sua vita in corso (è il caso, specialmente, del suo capolavoro, il Massa’ ba-‘Arav3), 1 Saraval stesso fu autore sia in ebraico sia in italiano. Su Saraval e la sua “riforma” dell’istruzione a Mantova in relazione agli anni di formazione di Romanelli, si veda S. Romanelli, ברעב אשמ. Visioni d’Oriente. Itinerari di un ebreo italiano nel Marocco del Settecento, a cura di A. Salah, Giuntina, Firenze, 2006, pp. 12-14; cfr. inoltre P.L. Bernardini, Un ghetto al tramonto. Tre studi sull’ebraismo mantovano del Settecento, Mimesis, Milano, 2023, pp. 65-96. 2 Vd. S. Romanelli, ברעב אשמ. Visioni d’Oriente, cit., pp. 10-52. 3 Sul Massa’ ba-‘Arav (S. Romanelli, ברעב אשמ (Massa’ ba-‘Arav), Ḥevrat Ḥinukh Ne‘arim (םירענ ךוניח תרבח), Berlin, 1792) – il capolavoro di Romanelli: uno splendido carnet de voyage sugli anni (1786-1790) trascorsi in Marocco dall’autore – vi è un’ampia bibliografia. Dopo l’edizione di J. Schirmann (םירחבנ םיבתכ (Ketavim nivharim), Mossad Bialik, Yerushalayim, 1968), lo studio di Salah del 2006 (in S. Romanelli, ברעב. Visioni d’Oriente, cit., a cui si rimanda per una bibliografia dettagliata aggiornata a quell’anno, pp. 64-72)
32 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Discordia però desiste: si rende conto dell’inattuabilità dell’impresa, poiché Venere, anziché custodire gelosamente per sé il pomo, desidera donarlo alla sposa. Non c’è spazio per invidia e discordia, ma solo per la vittoria dell’amore tra Charlotte e Leopold. Nel finale, ambientato in un «palazzo illuminato», le Grazie stesse inghirlandano gli sposi e il pomo viene infine donato a Charlotte. Italiano Ebraico Venere. Ecco compiute alfin le brame nostre. Senza nimici al fianco Si rende il piacer franco: È l’aureo Pomo questo, queste le grazie sono; l’uno per fare il dono, l’altre per coronar la COPPIA altera. All’adunata schiera Senza più alcun ritardo Or gir si può, che ognuno, come il caso l’esige, è appieno adorno. (Romanelli, 1793, p. 53) Venere. Tutte le richieste del nostro cuore, ebbene, sono state ascoltate, ché senza oppositori la gioia è assicurata. Queste sono le Grazie, questo il pomo, questo il dono per una donna di valore. Saranno loro a incoronare gli amorosi con una splendida ghirlanda. Non indugiamo più, orsù, andiamo Incontro all’allegra adunata, tutti si riuniscano. (Romanelli, 1793, p. 54) La vicenda mitologica ha un risvolto allegorico: ognuna delle divinità in scena rappresenta una virtù o un vizio che può riscontrarsi nel matrimonio: la vittoria dell’amore “duraturo”, rappresentato da Imeneo, è un augurio da parte dell’autore alla giovane coppia, ma è anche un insegnamento morale destinato a tutto il pubblico. Linguaggio e stile La sfida linguistica e stilistica del duplice poemetto è uno dei suoi elementi di maggiore pregio. La prima parte, ambientata in un classicissimo locus amoenus e disseminata di graziosi quadretti bucolici (la divinità addormentata che pigramente si stiracchia al sorgere del sole, il cinguettio della «alata turba», l’immagine della operosa campagna che riprende la sua attività, etc.), è composta (per quanto riguarda la versione italiana) di suoni dolci e di un lessico semplice e nitido, che dimostrano, da parte dell’autore, una profonda conoscenza del linguaggio poetico arcadico e del melodramma: Romanelli fu, tra l’altro, traduttore in ebraico del Temistocle (con il titolo di Talmon) di Pietro Metastasio. Se dunque l’italiano attinge a un vastissimo repertorio di formule e tòpoi, l’ebraico ripropone il medesimo scenario bucolico tramite le proprie risorse linguistiche e i propri modelli stilistici. Anche qui, Romanelli sceglie di impiegare una sintassi piana e un linguag-
33UN COMPONIMENTO DRAMMATICO IN EBRAICO E ITALIANO gio ricercato ma non troppo ostico e, se arricchisce il dettato di qualche mirata citazione biblica, non lo trasforma mai in un mosaico di versetti (come in genere accade nella letteratura ebraica post-biblica), ma adatta ad hoc il vocabolario biblico: a rivelare una volta di più la sua padronanza assoluta della materia e della lingua. Notevole è la ricerca sottile di equivalenti ebraici adeguati all’ambientazione mitologica del componimento: un esempio particolarmente significativo è quel «Helel figlio dell’aurora» a cui si è fatto cenno (vd. n. 15). La Bibbia si attesta come maggiore, ma non esclusivo punto di riferimento per il lessico: Romanelli stesso segnala, nella “postfazione” che scrive in ebraico a fine libretto, che la sua fonte per i nomi delle divinità messe in scena nel poemetto ebraico è la traduzione in lingua sacra, ad opera di Shabbetay Marino, della versione italiana in ottava rima delle Metamorfosi di Ovidio (1561) di Giovanni Andrea dell’Anguillara18. Nella seconda parte del poemetto, dai toni funesti, anche il linguaggio si adegua al mutato cambio di scena. Entrambe le lingue – l’italiano e l’ebraico – vantano com’è noto una lunga storia di letteratura “infernale”19, accompagnata da un lessico ricchissimo per indicare i luoghi della geografia infera e le creature ctonie; e prima fonte, nonché comune punto di riferimento sull’argomento per entrambe le lingue è la Bibbia medesima. Si veda un breve passaggio da una battuta di Discordia, che vuole scatenare le Furie: Italiano Ebraico Disc. Furie d’averno! A che negli antri bui Chiuse ancor state? Chi vi pon mai freno? Scatenatevi ormai; dell’irate serpe l’orribil compagnia, intriso d’acro fiel l’amaro sugo dall’alito si spiri, che facciano per me vendetta atroce! (Romanelli, 1793, p. 45) Discordia. Oi abitanti del limo! Nell’antro del terrore chi vi tratterrà? In fretta scatenatevi, soffiate la furia del drago20 e il fiele dell’aspide, dal vostro spirito il veleno, dalla vostra bocca immondizia! (Romanelli, 1793, p. 46) 18 S. Romanelli, רשואמ רבח וא החנמה תולע (‘Alot ha-Minḥah o Ḥever me’usshar) – il pomo traslato ossia l’innesto felice, von Kurzbekischen Schriften, Wien, 1793, p. 56. 19 Si veda per esempio M. Zacuto, Hell Arrayed (Tofteh ‘arukh): A Seventeenth-Century Hebrew Poem on the Punishment of the Wicked in the Afterlife, ed. M. Andreatta, University Press, Toronto, 2023. 20 Il termine qui tradotto con “drago” in ebraico è tannin, nome di una creatura marina mostruosa, simile a un serpente, che viene ogni tan-
34 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Si noti, nel caso dell’italiano, anche l’asprezza dei suoni rispetto alla prima parte, caratterizzata dalla morbidezza e dalla fluidità di toni e linguaggio. Questo voluto adattamento della lingua all’argomento dovette essere sostenuto anche da un adeguato accompagnamento musicale. Non abbiamo però informazioni, al momento, su come fosse organizzata la recitazione del poemetto bilingue e la questione merita un approfondimento. Metrica Il poemetto in italiano alterna, come richiesto dal genere del melodramma, recitativi – caratterizzati da una combinazione variabile di settenari ed endecasillabi, con rime libere – e arie costituite di strofe brevi di settenari variamente rimati. Per quanto riguarda la metrica della parte ebraica, Romanelli dichiara nella sua “postfazione” di avere optato volutamente per versi (di dieci vocali l’uno) non rimati, affinché il pubblico non fosse “distratto” dalla musicalità a discapito dei contenuti21. Questo però è vero solo per i recitativi (anche nell’ebraico vi sono infatti sia recitativi sia arie), dal momento che le arie in ebraico presentano rime che, come nella parte italiana, sono variabili, in quanto pensate più che altro per rafforzare la musicalità di questi stacchi. Si veda l’aria, in italiano e in ebraico, conclusiva del poemetto: Italiano Ebraico Vezzose Dee Camene Del Pindo altier regine! Inghirlandate ‘l crine, scendete all’Austro suol. Più lucide, e serene Le porte d’oriente, sul carro risplendente aprono il varco al sol. (Romanelli, 1793, pp. 53, 60). Dai monti d’oriente alla città, sede potente, levatevi, preziosamente adornate, oggi, figlie della musica; Dalle porte della luce orientale, il sole, nell’abbondanza del dono nuziale, oggi brilla purezza, gioia e una magnifica serenità. (Romanelli, 1793, pp. 54-55). to menzionata nella Bibbia (soprattutto nei Profeti e nei Salmi) e che costituisce la traccia residuale di un mito cananaico. Il riferimento al tannin è una sofisticata scelta da parte di Romanelli di recupero, dal serbatoio linguistico e culturale della Bibbia, di un elemento mitologico equiparabile a quelli che nell’italiano derivano dalla mitologia classica. 21 S. Romanelli, רשואמ רבח וא החנמה תולע (‘Alot ha-Minḥah o Ḥever me’usshar), cit., p. 58.
35UN COMPONIMENTO DRAMMATICO IN EBRAICO E ITALIANO Un dettaglio degno di nota: quando nell’ebraico si dice “levatevi”, questa parola suona qommenà ed è quasi omofono di camene (le dee): non sembra trattarsi di un caso, bensì di una voluta ricerca di consonanza tra lingue. Una volta di più, Romanelli non solo ci dimostra la sua maestria come poeta bilingue, ma anche la sua sottile, continua ricerca di un “innesto felice” tra i due idiomi alla base della sua identità: attitudine che, come s’è visto, vanta una lunga e fruttuosa storia presso gli ebrei d’Italia.
Piccolo viaggio nel mondo del libro insubre: la libreria antiquaria Spalavera tra città, laghi e montagne di Federica Beretta e Paolo Luca Bernardini Il mondo insubre riserva sempre numerose sorprese. Anche per quel che riguarda il mondo, o potremmo dire, l’universo, la galassia dei libri. Quel mondo che ha visto e vede Gianmarco Gaspari da mezzo secolo protagonista, con la sua ininterrotta attività di storico della letteratura e critico, di organizzatore di mostre, di docente attento, di anima viva dell’italianistica – e non solo di quella – all’Università dell’Insubria, nata nel 1998, e dunque una tra le più recenti università italiane, almeno escludendo quelle telematiche e/o private. Lo scopo di questo intervento è presentare una di queste realtà, la libreria Spalavera. Ma prima di farlo, conviene, sia pur brevemente, anteporre qualche notazione generale. Il mondo del libro è sempre stato vivacissimo, in Lombardia, forse da prima, addirittura, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Ovvero, dal tempo dei manoscritti, e delle edizioni su matrice fissa. Cospicua fu anche poi la produzione di incunaboli in terra lombarda, difficile da quantificare precisamente, ma in ogni caso significativa sia per quel che riguarda il panorama italiano, sia per quello europeo: a titolo di esempio, una delle principali se non la maggiore biblioteca lombarda, per quel che riguarda i fondi antichi, la Biblioteca Nazionale Braidense, contiene 2306 incunaboli (una piccola ma significativa porzione del milione circa di incunaboli sopravvissuti, secondo le stime di Cristina Dondi), di cui ben 350 (ovvero il 15% ca.) stampati a Milano, da sempre centro di editoria “maggiore” – non ostante la preponderanza di Venezia per gran parte della prima età moderna, e anche di Napoli – fino ad oggi: la maggior concentrazione editoriale per quel che riguarda l’Italia ha il proprio centro a Milano, e occorrerebbe forse chiederci se vi sia altro luogo al mondo, o quantomeno in Europa, ove si trovi una simile concentrazione di case editrici, grandi e piccole,
38 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI alcune di immensa portata e fatturato (da Mondadori a Adelphi), altre piccole e appena nate (Palingenia, per citarne una tra le tante, raffinatissima anche nelle grafiche), altre ancora concentrate sul mercato universitario (da Mimesis a Ledizioni, da Franco Angeli a Guerini, per citarne solo alcune, ovviamente). L’importanza sia della produzione, sia del collezionismo librario è notevole: si pensi, proprio per tornare alla Braidense, che la maggior parte degli incunaboli ivi custoditi appartengono ai fondi costitutivi della biblioteca di Brera, ovvero al fondo privato di Carlo Pertusati, e a quello dei Gesuiti, con altri notevolissimi fondi confluiti successivamente con la “secolarizzazione” dei beni ecclesiastici attuata a più fasi, da Giuseppe II a Napoleone, nell’arco del lungo passaggio al Nuovo dall’Antico Regime, e poi proseguita in età risorgimentale e post-unitaria. Il mondo del libro lombardo, dunque, è esso stesso un vero universo, dalle origini fino ad oggi. Per cui, nell’ambito della storia del libro e dell’editoria, che è branca particolare ma essenziale nel quadro della disciplina della Storia moderna1, si dovrebbe forse, come peraltro è stato fatto, studiare la Lombardia per settori “geo-editoriali” per dir così: Milano, certo, al centro e del tutto preponderante. Realtà poi accademiche – e soprattutto Pavia, ovviamente, per secoli l’unica università lombarda –, e relativamente marginali (in alcuni periodi, non in età gonzaghesca), come Mantova, centro però di un’editoria particolarissima, quella ebraica (Mantova, ovviamente, e il mantovano) e anche di quella peculiare legata ai Gonzaga, ovvero ad una delle corti rinascimentali maggiori per quel che riguarda – anche – la produzione del libro. Il mondo del libro però non è solo legato alla produzione intellettuale, all’ingegno, e a quella cartacea (o, ora, digitale), ma si congiunge con tutta una serie di altre dimensioni, incluso il collezionismo e la vendita diretta, ovvero la dimensione delle librerie, per citarne solo alcune. Si lega, infatti, anche, tra l’altro, al mecenatismo, ed è singolare che Milano conti tantissime figure di industriali, di uomini attivi nel sistema bancario e finanziario, che appena potevano si inseriva1 Interessante notare che proprio quest’anno una delle maggiori studiose al mondo di incunaboli, Cristina Dondi, in origine medievista, è stata chiamata da Oxford alla cattedra di Storia moderna della Sapienza, presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne. Tra le opere della studiosa, vd. l’importantissima curatela, Printing R-Evolution and Society 1450-1500. Fifty Years that Changed Europe, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2020 (testo disponible al sito: https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/libri/978-88-6969-333-5/. Accesso agosto 2025).
39PICCOLO VIAGGIO NEL MONDO DEL LIBRO INSUBRE no nell’industria culturale e del libro, da Adriano Olivetti a Raffaele Mattioli, per citarne solo alcuni, in un novero davvero assai alto, anche per un Paese (una parte del Paese) dall’anima industriale almeno da metà Ottocento, se non da prima2. Mentre figure – magari controverse, ma che non possono venir ignorate – hanno dato significativo e costante impulso al collezionismo librario, costituendo anche biblioteche (la Biblioteca di via Senato, nata nel 1997 poi divenuta fondazione) che vanno ad affiancarsi a quelle già esistenti, o in programmazione nella grandiosa capitale europea che è ormai (da tempo) la città della Madonnina. Per il 2026, forse, dovrebbe realizzarsi il superbo – giustamente tale – progetto della BEIC, Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, di cui si parla da oltre un decennio. Nel contesto del triangolo determinato da Mantova, Pavia e Milano, il mondo insubre (almeno quello “italiano”) non ha avuto, né poteva avere, una storia editoriale paragonabile, anche se la sua relativa decentralizzazione non ha impedito mai la partecipazione alla cultura lombarda, anche attraverso l’editoria, certamente in tono minore ma non minimo. Per questo il mondo insubre – che ricordiamo alla fine comprende anche, tecnicamente, realtà non lombarde, ovvero svizzere e piemontesi – attraversa con una certa dignità sia la produzione libraria, sia tutte le altre fasi della filiera: dal mondo dell’ingegno a quello della produzione della carta, per così dire, fino all’ultimo passaggio della filiera, ovvero le librerie, i luoghi che per secoli sono stati deputati (con tante variazioni: dal colportage e la vendita porta a porta e nei mercati appositi dei libri, fino all’innovazione recente della vendita “online”) alla vendita del libro al cliente ultimo, il lettore. Non solo alla vendita, ma anche alla pubblicità, in loco, del “prodotto”. Dunque, il mondo insubre non solo presenta realtà collegate al libro moderno – e anche realtà interessanti dal punto di vista della loro conformazione commerciale, come la rete UBIK – ma anche realtà, ben note a livello nazionale ed internazionale, che hanno come base il libro antico. Forse la più nota, a Como, è la libreria Maspero. Mentre in altri luoghi insubri – magari meno importanti e più periferici – sono attive realtà ben note: a Gattico, ad esempio, vi è Primigenia, lo studio bibliografico di Andrea Oioli. A Varese occorre almeno ricordare Luca Piatti, e Roberto Canesi, titolari di due importan2 Tra l’altro a Mattioli e al suo legame solidissimo col mondo della cultura e dell’editoria è dedicato ora E. Grazioli, Raffaele Mattioli. Oltre la banca, Luni, Milano, 2025.
40 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI tissime librerie antiquarie, e con esperienza sia a Milano, sia a Pavia. Dal momento che l’Insubria comprende anche il Ticino, uno sguardo ancorché rapido al mondo del libro nella Svizzera italiana, o nell’Italia svizzera, come si può dire (dipende dalle prospettive), non può che riportarci all’importanza fondamentale dell’editoria, in lingua italiana e non solo, in quei cantoni. Si pensi solo al ruolo fondamentale della tipografia di Capolago nel contesto del Risorgimento italiano – sebbene vi fosse stata una fondamentale rinascita, e consolidamento della produzione libraria nel mondo lombardo e milanese soprattutto, come ci ha raccontato un Maestro della storiografia italiana quale Marino Berengo (1928-2000) in un libro tuttora fondamentale3. Lugano, il Ticino, ovvero l’Insubria “svizzera” sono stati anch’essi patria di eccellenti collezionisti di libri. La gustosa – davvero, letteralmente – storia di uno di essi, il maggiore, Giuseppe Martini, ce la racconta Davide Illarietti, giornalista del “Corriere del Ticino”, in un articolo dedicato proprio alla libreria Spalavera: C’è una storia che circola tra i librai antiquari. Dopo la morte di Giuseppe Martini, nel 1944, diversi avventurieri giunsero a Lugano da ogni dove per mettere le mani sul tesoro lasciato dal più grande bibliofilo italiano del ‘900, emigrato da Lucca a New York e poi sul Ceresio, dove aveva aperto uno studio bibliografico in via Canova. Ma a guardia dei preziosi volumi c’era una vedova temibile e intrattabile. Uno dopo l’altro i pretendenti desistettero, finché venne il turno del milanese Carlo Alberto Chiesa. Quello che oggi è considerato l’erede «spirituale» di Martini riuscì ad addomesticare la vedova: non con una grande somma, ma promettendole una fornitura a vita di salmone da una salumeria di via Nassa. La vedova cedette. Così la fiabesca biblioteca di Martini lasciò Lugano per sempre4. Una storia davvero singolare. Spesso il libraio – per riprendere il filo del nostro discorso – non vende soltanto i libri, per dirla così, brutalmente. Egli è organizzatore culturale, centro individuale di riferimento per numerose persone, diffusore in proprio di cultura, anche attraverso la classi3 M. Berengo, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Einaudi, Torino, 1980 (poi FrancoAngeli, Milano, 2012). Da segnalare che una Fondazione scientifica a suo nome e a nome della sua compagna Renata Segre è stata in questo 2025 inaugurata presso Ca’ Foscari, dove Berengo, nativo di Venezia, insegnò per gran parte della sua lunga carriera. 4 D. Illarietti, “Cacciatori di biblioteche”, Corriere del Ticino, 26 marzo 2023 (testo disponibile al sito: https://www.cdt.ch/news/cacciatori-di-biblioteche-312150. Accesso agosto 2025).
41PICCOLO VIAGGIO NEL MONDO DEL LIBRO INSUBRE ficazione dei libri antichi intesa per la vendita; e anche gestore, in vari casi, di spazi “incantati” ove gli amanti del libro trovano una propria oasi, un proprio rifugio, sia che intendano semplicemente acquistare, sia che desiderino contemplare la bellezza del libro antico, oggetto che esercita in molti – forse, sempre in più persone, anche giovani – una singolare malia, uno charm davvero unico; sia finalmente che si siedano pacifici a gustarsi qualche pagina in assoluta tranquillità, tra spiriti affini e pareti onuste di carte stampate e rilegate. In questo articolo – che si inserisce in un volume in onore di un grande amante dei libri – intendiamo parlare di una bella, relativamente recente realtà insubre, la Libreria Spalavera (in calce all’articolo quattro immagini della sede principale di Pallanza, in via Ruga, nel pieno centro storico del paese lacustre). Si tratta di un vero e proprio progetto culturale, che presenta caratteri davvero innovati nel mondo spesso troppo riposato del mercato librario in generale. Non si tratta – come in altri casi nel territorio insubre – di un libraio-editore, o editore-libraio che dir si voglia (come il noto Dominioni, con sede a Lipomo vicino a Como, attivo dal 1984) – ma di una libreria nata dall’iniziativa di due giovani (e questo è motivo di interesse di per sé, per quel che riguarda il mondo del libro), Filippo Terzi e Marco Tosi. Poi, il progetto si ricollega ad un importante recupero urbano, in una località turisticamente centrale, ovvero Pallanza, perla – tra le molte – del lago Maggiore. Dopo gli esordi, nel 2014, è avvenuto a seguire il recupero di un antico caffè, situato proprio nel bellissimo centro antico della località. Un locale vasto, arredato in gran parte in stile liberty, cui si aggiunge un luminoso lucernario e un vecchio forno, che si trova nel seminterrato, luogo ove aveva sede la pasticceria del caffè. Da savarin e babà, da caffè e the, dunque a libri antichi e moderni. Non solo antiquariato, ma soprattutto modernariato, con migliaia e migliaia di volumi. Interessanti e più recenti gli sviluppi dell’attività, montani e urbani al contempo. D’estate, a quota 1200 metri, in un luogo storico della Prima guerra mondiale, il monte Spalavera, in piena Insubria, dunque – parte della c.d. linea Cadorna – nei pressi di Colle, il titolare insieme al collega Marco – ora unico a gestire questa attività – organizza letture e scambi/vendite di libri, insieme a prodotti locali, marmellate, vini, formaggi, salumi. In un luogo molto carino e ben noto agli escursionisti. Vi è infatti una passeggiata, con lieve dislivello, che porta da Colle allo Spalavera lungo la dorsale meridionale: tra trincee ancora visibili, boschi di faggi, e rododendri.
48 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI gnifica conoscere l’antico e l’usato. È una visione limitata, ne sono consapevole, ma non posso che vederla così. I libri nuovi per me (quasi) non esistono. L’ebook potrà servire a milioni di persone e sarei anche favorevole al loro uso per chi legge la serie completa del bestseller del momento, la tecnologia ha un grande potenziale ecologico. Ma nessuna intelligenza artificiale può sostituire, per esempio, un corsivo corpo 8 su carta Pescia impresso nelle Officine di Valdonega. Fig. 1 - La libreria: interno.
49PICCOLO VIAGGIO NEL MONDO DEL LIBRO INSUBRE Fig. 2 - La libreria: interno. Fig. 3 - La libreria: interno.
50 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 4 - Frontespizio della prima edizione del romanzo di Rupert Croft-Cooke Cosmopolis (Dial Press Inc., NewYork, 1933).
The grace of insects. Friedrich Christian Lesser’s Insecto-theologia (1738) between cultural entomology and Christian Enlightenment di Paolo L. Bernardini For V.Z., in recognition of her contribution to this subject matter F.C. Lesser: Baroque spirit in the age of the Enlightenment In the history of “cultural entomology” – an umbrella category that includes political, theological, cultural, literary and philosophical uses and abuses of insects since time immemorial, but with a major emphasis from the Renaissance to Positivism1 – Lesser’s Insecto-theologia stands out for several reasons. Contrary to many of his contemporaries, Friedrich Christian Lesser (1692-1754) – a Protestant pastor and polyhistor in the school of Leibniz and Wolff, object of a major comprehensive study2 – did not publish an immense number of works. At least, if we compare him to other German theologians of the same age, including C.M. Pfaff – who, like Lesser, was a son of another pastor –and to several other Protestant theologians in an age which saw a huge, unprecedented number of such an intellectual race. While his output was limited, his European fame was quite substantial. His three main works, on insects, shells, and stones respectively, in their relations to Providence and divine design, amply circulated in Europe, and 1 B.W. Ogilvie, Nature’s Bible: Insects in European Art, Science, and Religion from the Renaissance to the Enlightenment (forthcoming); V. Zolesio, Entomologia politica nel Settecento, da Mandeville a Lesser, Ph.Diss., unpublished, University of Insubria, 2024. Tutor: Prof. Dr. Paolo L. Bernardini. Forthcoming as book in 2026. 2 S. Rein, Friedrich Christian Lesser (1692-1754): Pastor, Physicotheologe und Polyhistor, Friedrich-Lesser-Stiftung, Nordhausen, 1993.
52 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI were known to the large and growing public of savants, and passionate of natural theology and nature in general. His most famous work was certainly the one on insects, although it was not his best. We deal with it in this essay. If the theology of insects was his most famous work, it was by far less gigantic and spectacular than his previous work, on stones. This marvelous book, published for the first time in 1735, and in a revised edition in 1751, is now a gem for bibliophiles. Published in Hamburg by C.W. Brandt, Lithotheologie, das ist: Natürliche Historie und geistliche Betrachtung derer Steine, it is a massive encyclopedia of physico-theology of almost 1500 pages, with some splendid illustrations, even enhanced in the second edition. The work was blessed by an introduction written almost in articulo mortis by Johann Albert Fabricius (1668-1736), the great erudite, classical scholar and historian active in Hamburg, whose various works span several areas of learning, including historiography (he wrote also a long and detailed history of Hamburg, among many other works in historiography, theology, classics). Lesser’s constant fascination with nature, its inner and divine harmony, and its fundamental, theological and practical relations with mankind, brought him to write another book, on shells and other sea animals, which once again met with good success, and once again surpasses the one on insects for size and quality; also because Lesser described in detail many collections of shells belonging to German noblemen, what was left of the Wunderkammer of the previous century. The book was published in Leipzig, in 1744, by Michael Blochberger, and contained engravings by such artists as Bruehl and Sysang, among the most popular at that time, when the German print industry finally regained its European standing after the destructions of the Thirty Years War (as the great German historian Bernhard Fabian pointed out decades ago, and in several of his magisterial writings). À propos of book history. A short sketch of Lesser’s literary output, life and personality must include a work of his often forgotten, given the prominence of his physico-theological books. Namely, his detailed history of print, Typographia Iubilans, Das ist: Kurtzgefaßte Historie Der Buchdruckerey, published in Leipzig, once again by Blochberger, in 1740. Finally, Lesser was also interested in the history of coins and coinage, a topic on which he published Besondere Müntzen, with the same Leipzig publisher, in 1739. It is a very peculiar work, for it deals with commemorative, privately forged coins, especially those produced on occasions by acade-
53THE GRACE OF INSECTS mies, learned institutions, universities. He was himself a collector of coins, among other objects. Insecto-theologia . History of a book While per se not an innovative and original work, and not even among the best produced by the German erudite and theologian, Insecto-theology met with a noteworthy European success. Cultural entomology enjoyed its momentum in the 18th century, while – as Lesser recognizes in the work – it was the 17th century which paved the way to the scientific study of insects, aided by the invention of modern microscope (and Hooke is quoted in the work, of course)3. Even before, the massive investigation of Ulisse Aldrovandi, who died in 1605, laid the foundation of modern entomology, while offering ample space for the cultural-philosophical interpretation of the “social insect” as model for human society(ies), from bees to ants, to name just the most relevant to the discourse on human societies. In the late 16th century entomology began to emerge, even in Hapsburg Spain, with the curious work by Luis Méndez de Torres, whose work on the “queen bee”, which he re-named «mistress of the swarm» was published in 1586, just two years before the Queen Bee par excellence, Elisabeth I, smashed the “Invincible Armada” once for all, in a battle in which a “swarm” of little, agile vessels destroyed bulky Spanish ships: little bees against hulky hornets. It was done by professional scientists, like Réaumur, and most intensely by the ideal model, and master, of Lesser, Jan Swammerdam (1637-1680), whose engagement with theology in his scientific work brought him on the verge of spiritual collapse. As it is well known, Swammerdam died, at the age of 43, without seeing his masterpiece published. It took decades before Bybel der natuure was made public: in 1737 thanks to the Leiden professor Herman Boerhaave4. Just one year later, Lesser published, quite timely, his own work, attempting to place Swammerdam within the framework of physico-theology, while trying to popularize the Dutch scientist, making his ideas available to a greater audience, by means of a plain German and fluent style. 3 See for a general discussion of the theme, C. Wilson, The Invisible World: Early Modern Philosophy and the Invention of the Microscope, Princeton University Press, Princeton, 1997. 4 E.G. Ruestow, The Microscope in the Dutch Republic: The Shaping of Discovery, Cambridge University Press, New York, 1996.
54 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI After his publication in 1738, Insecto-theologia was republished twice in Germany, in new editions, in 1740 and 1758 respectively. Based on the second edition (1740), a French translation came out in 1742. The French edition was reprinted in 1745. The first printing took place in La Haye, Jean Swart was its publisher. The elegant, though plain German original was enriched by extensive notes by Pierre Lyonnet. It was the hand of Lyonnet that made the work so popular in France. Lyonnet (1706-1789) was a great collector of shells (hence, possibly, his interest in Lesser) and possessed skills as an engraver with skills as an entomologist. He had money and time enough to enable him to travel in Europe and amass great collections also in other arts (he owned inter alia one painting of Vermeer, “Woman reading a letter”, now at the Rijksmuseum). With an active life as translator and agent of the Dutch government, Lyonnet cut a notable figure among the men of the Enlightenment, by far more famous and mundane than a provincial Protestant pastor of remote Halberstadt. Lyonnet, was accused of “making up” the details of the parts of the insects in his graphic work, in order to sell more in a market in which the passion for shells (from “conchology” to “conchylomania”)5 was almost matched by “insectomania”, even though to collect insects, “pinning” and framing them, was possibly less rewarding and more difficult. Lyonnet – in spite of the failure of his massive work on the chenille (Traité anatomique de la chenille qui ronge le bois de saule, Rey, La Haye, 1762) – had a certain success as a scientist. Contrary to Lesser, who described the perfection of the world of insects within a divine framework, where mysterious elements were well present albeit not overwhelming, Lyonnet put much more emphasis on the idea of a “code of nature” still to be entirely de-codified, in order to reveal the entire precision and power of God’s design. This was not an unremarkable shift of perspective with respect to Lesser. His idea was that of comparing the patterns and texture of nature, as reproduced in insects, to a painting of the Dutch school (including Vermeer?), full of beauty, wealth but also complexity, all elements to be properly understood and “caught: this with the aim of better understanding the complexity of the mind and of the relevant designs envisaged by God. It comes as no surprise, therefore, that the book of Lesser was brought out of the 5 M.A. Bass, A. Goldgar, H. Grootenboer, C. Swan et. al., Conchophilia: Shells, Art, and Curiosity in Early Modern Europe, Princeton University Press, Princeton, 2021.
55THE GRACE OF INSECTS relative darkness of Germany and the German language by a wellknown figure as Lyonnet (fellow of the Royal Society from 1748) to be launched in the rich 18th-century “République des Lettres” of French-reading Europe. With such a notable signature, the book made his way to the Italian market too, with its translation and publication by Remondini. The Bassano publisher was one of the biggest in Italy, based in Venice, and able to catch the novelties of the European market with celerity and acumen. The book, in two volumes, came out in 1751, with the same two engravings, folded, present in the French edition of 1745 (the second French edition, published in Paris). We did not explore the reception of this book in Italy, even though it was published in a period of dense entomological productions, which included works of synthesis such as E.L. Geoffroy, Histoire abrégée des insects, that came out in Paris in two volumes, beautifully illustrated with 22 tables, in 1764. Finally, the editorial success of Insecto-theologia reached Great Britain, with a translation that came out as late as 1799. The work, published in Edinburgh, but also in London, was adorned by a single engraving, of sheer geometrical content (the fine geometrical structure of the beehive in its main components). In the anonymous “advertisement”, at the very beginning of this dense volume, the publisher aims at praising the early, original British tradition of physico-theology, mentioning the two first champions of this discipline, or rather, theological branch (well in the spirit of Newton, fundamentally a theologian), William Derham (16571735), and John Ray (1627-1705), whose Wisdom of God Manifested in the Works of Creation (1691), was a real, quite popular “manifest”, of physico-theology, in an Anglican garb. It is worth noting that while Derham was interested mainly in the cosmos, Ray wrote, even if marginally in a massive production, also on insects (in the year of his death, he wrote Method and History of Insects, translated into Latin in 1710). British entomology made huge progresses in the 18th century, especially in its second half. The first society devoted to the study of insects was founded in 1745 (the Royal Entomological Society was created in 1833). The advancement of lay, secular science and the old perspective of natural theology, met in England – it is worth remembering – when two authors belonging one to the lay school, the other to a religious-oriented one, wrote together the fundamental work of entomology for the 19th century. William Kirby and William Spence’s Introduction to Entomology,
56 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI which came out first in 1815 (an enterprise that lasted until 1856, three years before the publication of Darwin’s seminal work), reflects the ambivalence between the perspectives of an economist and lay intellectual, Spence, and those held by Kirby, Tory High Churchman. “Radical anatomists” and “natural theologians” will fight one another well after Darwin, and possibly until now6. Harmony and divine balance of the environment. The modernity of Lesser There are several reasons why a work that seems to belong to the remote past of Leibniz’s optimism, amply reflected in the German school of natural theology, amply ridiculed by Voltaire, and vilified (on good grounds? I very much doubt about) by scientists from Darwin to Hawking, well until now, should be re-read and re-appraised. Lesser was not a bright mind nor a tormented spirit like Swammerdam, let alone a pure scientist such as Redi, Vallisneri, Malpighi, or even the late-Renaissance genius of entomology, Alma Mater Studiorum Professor Aldrovandi. He was a compiler, and, to a large extent, a popularizer. We will cite his work from the English edition (1799), well aware that it was quite a different text from the German original (1738), both for the notes by Lyonnet, and for errors in the translation, conducted, like it was the case with the Italian edition, on the French translation that made this work so popular (from now on I-T: page number). First of all, Lesser, as a Lutheran theologian, was both occasionally critical of the Roman superstition (giving credit inter alia to the legend according to which pope Adrian IV, a glutton and cruel personality, died for having swallowed a fly – Adrian IV was the only British pope in history, and much discussed), and more often critical of the radical, atheistic Enlightenment. As in the case of several opponents of the esprit fort, more than once Lesser reverses the argument of reason, stressing the fact that the good use of reason is proper to Christians, rather than to atheists. Reason, a supreme attribute of God, is dispensed among humans as a reflection of divine wisdom. «When mankind neglects to make a good use of reason, and give themselves to vain and chimerical speculation, there is nothing in 6 J.F.M. Clark, “History from the Ground Up: Bugs, Political Economy, and God in Kirby and Spence’s Introduction to Entomology (1815– 1856)”, ISIS, 97, 1, 2006, pp. 28-55; S.W. Fischer, M.E. Meuti, “Contributions of Entomology to Natural Theology from the Late 17th to the Early 19th Century”, American Entomologist, 64, 4, Winter 2018, pp. 242-250.
57THE GRACE OF INSECTS nature that they may not pervert into a source of delusion» (I-T, p. 253). Insects do not possess the faculty of reason: hence they lack free will; at the same time, they use instinct, which operates always for the best, the conservation of the species and their well-being as individuals. Lesser therefore places mankind above nature; however, he perfectly sees that only a balanced way to treat nature – in general and not only with reference to insects – is to respect it, in all possible ways. If some imbalance occasionally occurs, as it happens, remedies must be found in nature itself. This is of extraordinary modernity: nature corrects nature, as in the case of the natural remedy against invasion of insects: to give but one example: «it is customary to extirpate worms from the intestine by various sorts of bitter herbs…» (I-T, p. 249). The concept of “natural remedy” is of paramount importance in the age of the Enlightenment, when non-natural remedies began to be used, praised, invented. This marks an epochal choice in medicine, but also in dealing with the potential devastation brought about by insects, using nature against itself. While I am concluding this essay – late July 2025 – the news spread, among the scientific community, that a team of scientists (UC San Diego, Berkeley, JHU, Sao Paulo) has demonstrated that by altering the genes of the mosquitos, it is possible to render them unable to spread malaria, thus saving hundreds of thousands of lives worldwide7. Lesser conceived of a harmonic world, without ignoring or not mentioning the dark side of the world of insects, in as much as they can be harmful, even lethal to the fields and households, to other insects and animals, and to a larger extent to mankind. All is within divine design, Providence, easy to be understood with a correct use of reason. The final chapter of this lengthy work – as it was to be expected from a theologian, was about the prodigies related to the insects in the Holy Script. Once again, a warning against the abuse of nature by mankind, and the possibility, always open, that God could use insects (along with all nature) against mankind to punish them for their sins, or even for their abuses on nature herself. Insecto-theologia is an encyclopedia, pretty much in a Baroque garb, of all was at that time available about insects, full of learning, 7 S. Donato, Sergio, “Un interruttore genetico nelle zanzare per fermare la malaria: la ricerca verso l’azzeramento delle 600.000 vittime annue”, Digital Day.it, 25 July 2025 (full text available on: https://www. dday.it/redazione/53832/un-interruttore-genetico-nelle-zanzare-per-fermare-la-malaria-la-ricerca-verso-lazzeramento-delle-600000-vittime-annue?utm_source=firefox-newtab-it-it. Access 26 July 2025).
La limnologia dai primordi al presente di Roberta Bettinetti e Ginevra Boldrocchi La limnologia, termine che deriva dal greco λίμνη (límne), cioè “acqua stagnante”, e λόγος (logos), ovvero “studio”, si configura come una disciplina scientifica autonoma, dedicata all’analisi delle acque interne quali laghi, fiumi e bacini idrografici. Sebbene le sue radici siano antiche, è tra il 1750 e il 1850 che essa si afferma realmente come campo di studio indipendente. In questo periodo, infatti, si osserva un forte sviluppo culturale, scientifico e politico che porta a un interesse sempre maggiore verso le acque interne, passando da semplici osservazioni empiriche a un metodo più rigoroso e sistematico1. Da parte dei diversi Stati, una vera politica della scienza coordinata dall’alto porta a mettere in atto indagini limnologiche serie e rigorose. La limnologia si occupa di esaminare il sistema bacino-lago (Fig. 1), studiando le relazioni tra le sue componenti fisiche, chimiche, idrologiche e biologiche. Questo include la forma del bacino lacustre, le proprietà fisiche e chimiche dell’acqua, oltre alle forme di vita che vi abitano. In particolare, grande attenzione viene dedicata ai microorganismi, come batteri e organismi microscopici, vegetali e animali, che insieme costituiscono il plancton. Questi piccoli esseri sono trasportati passivamente dall’acqua e non riescono a contrastare le correnti o le onde; si adattano quindi a vivere nella colonna d’acqua, senza depositarsi sul fondo, potendo spostarsi su scala ridotta, sia in orizzontale, sia in verticale. In ambito limnologico viene anche studiata la vegetazione che cresce lungo le rive e la fauna ittica presente sia in zona litorale sia in zona pelagica. Gli studi limnologici analizzano il flusso di materia ed energia all’interno del lago, tenendo conto dell’apporto di luce solare e delle condizioni climatiche. In generale, si ipotizza che queste variabili tendano a un equilibrio nel tempo, sebbene tale stato possa essere alterato da attività umane, come lo scarico di nutrienti o di 1 R.G. Wetzel, Limnology: Lake and River Ecosystems, Academic Press, San Diego, 2001.
66 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI sostanze inquinanti, e – più recentemente – dai cambiamenti climatici, che influenzano i flussi idrici e la stratificazione termica delle acque stesse. Come ogni organismo vivente, anche un lago evolve, nel corso del tempo. Il suo invecchiamento comporta cambiamenti, che modificano sia la qualità, sia le densità delle comunità biologiche. La sequenza tipica di questo processo va dall’oligotrofia, ovvero lo stadio giovanile caratterizzato da acque limpide e a bassa produttività, alla mesotrofia, ovvero la fase matura in cui le acque sono più verdi, per la presenza di alghe microscopiche in sospensione e la trasparenza diminuisce, fino all’eutrofia, condizione che indica un lago in prossimità della fine del suo ciclo vitale. Un lago eutrofico naturale si trova in una fase di senescenza, con accumulo di sedimenti, riduzione della profondità, aumento della concentrazione di nutrienti e crescita algale intensa, che porta a un ciclo più rapido di riciclo dei nutrienti e a un ambiente con una alta produttività negli strati più superficiali della colonna d’acqua. Il processo di invecchiamento conduce alla trasformazione del lago in altri tipi di ecosistemi quali paludi, torbiere ed infine ambienti terrestri. Tuttavia, questo percorso può essere accelerato dall’inquinamento causato dall’uomo, come l’immissione massiccia di nutrienti o materiale organico che stimolano una proliferazione eccessiva di alghe. In questi casi, la produzione algale aumenta notevolmente, rendendo l’acqua molto torbida e riducendo la trasparenza a pochi centimetri. Tutte queste conoscenze, tutto questo sapere, tutta questa scienza sono figlie della storia. Della scienza, in questo caso: storicamente significativo, infatti, è che gli studi di limnologia siano nati di fatto fra la metà del XVIII secolo e la metà circa del successivo, ossia quando biologia e geologia andarono autonomizzandosi ed acquisendo un preciso e proprio statuto scientifico-metodologico in senso moderno. Dal punto di vista culturale, il periodo tra il XVIII e il XIX secolo in Europa è dominato, come noto, da tre grandi correnti: l’Illuminismo (che riprende e sviluppa la così detta Rivoluzione scientifica seicentesca), il Neoclassicismo e il Romanticismo. L’Illuminismo, sino alla fine del XVIII secolo, promuove la ragione, la scienza sperimentale e lo sviluppo del sapere in area soprattutto accademica, mettendo in discussione le vecchie autorità e valorizzando l’educazione e la diffusione del sapere. In Italia, figure come Cesare Beccaria e Vittorio Alfieri incarnano questo spirito2. Nella 2 Storia della limnologia in Italia, a cura di A. Pasquini, P. Viaroli, Edi-
67LA LIMNOLOGIA DAI PRIMORDI AL PRESENTE seconda metà del XVIII secolo, si afferma il Neoclassicismo (anche per mano in Lombardia di un agronomo, il ligure di nascita Carlo Amoretti), che si ispira ai modelli antichi e privilegia ordine e armonia; in Italia sono protagonisti Alfieri e Ugo Foscolo3. Infine, tra XVIII e XIX secolo, prende piede il Romanticismo, che enfatizza emozione, natura e soggettività, e in Italia si lega ai moti risorgimentali, con autori come Manzoni e Leopardi4. Questi mutamenti culturali hanno influenzato anche il modo di osservare e interpretare la natura da parte della nuova scienza5. In questo scenario, il metodo scientifico basato sull’osservazione e sulla sperimentazione si afferma come lo strumento essenziale per lo studio della natura6. La Rivoluzione Industriale, che ha avuto innegabili impatti negativi sull’ambiente, ha contribuito al contempo ad aumentare la consapevolezza sull’importanza di gestire le risorse naturali, comprese le acque dolci7. Tra i primi studiosi ad esplorare gli ecosistemi acquatici c’è Antonie van Leeuwenhoek, anatomista olandese che nel XVII secolo utilizzò il microscopio per scoprire la microfauna acquatica8. Nel XVIII secolo, Stephen Hales – padre della sistematica vegetale – si concentrò poi sulla chimica delle acque e sui processi biologici, ponendo le basi per uno studio quantitativo9. Alle loro spalle vi erano gli studi sui bacini idrici di Luigi Ferdinando Marsili, nella Bologna del primo Illuminismo cattolico italiano. Nel XIX secolo, naturalisti come Louis Agassiz approfondiscono il rapporto tra la storia geologica dei laghi glaciali e le caratteristiche degli ecosistemi lacustri10, mentre Robert Jameson promuove un approccio che integra geologia e biologia11. zioni Universitarie, Parma, 2011. 3 Ibidem. 4 Ibidem. 5 R.G. Wetzel, Limnology, cit. 6 J. Kalff, Limnology: Inland Water Ecosystems. Prentice Hall, Upper Saddle River, NJ, 2002. 7 B. Moss, Ecology of Fresh Waters: A View for the Twenty-First Century, Wiley-Blackwell, Oxford, 20104. 8 R.G. Wetzel, Limnology, cit. 9 G.E. Hutchinson, A Treatise on Limnology, Wiley, New York, 1957. 10 L. Agassiz, Études sur les glaciers, aux frais de l’auteur, Neuchâtel, 1839. 11 R.G. Wetzel, Limnology, cit.
68 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI In Europa, particolare attenzione è stata dedicata ai laghi dell’area alpina, come il Lago di Costanza e il Lago di Ginevra12. In Italia, l’approccio è stato più frammentario, ma comunque si sono iniziati a studiare laghi importanti come il Garda, il Maggiore e il Como13. Il Lago di Como, in particolare, ha attirato l’attenzione di naturalisti locali già nel XVIII e XIX secolo; tra i primi a studiarlo vi è il botanico Giovanni Battista Balbis, grande naturalista del Regno di Sardegna ed allievo del linneano piemontese Carlo Allioni, che si è dedicato alla caratterizzazione della flora lacustre, contribuendo a una prima conoscenza della biodiversità vegetale del lago14. Nel corso del XIX secolo, istituzioni scientifiche come l’Accademia delle Scienze di Milano promuovono ricerche di tipo geologico e faunistico del lago, anche se con strumenti ancora limitati15. A Milano, a metà del Settecento, già si era distinto il barnabita newtoniano Paolo Frisi, matematico e cosmografo, ma altresì autore di studi e ricerche su idrologia e canalizzazione delle acque. In Italia, la limnologia di questo periodo non è ancora espressamente una disciplina strutturata, ma alcuni studiosi si sono distinti per i loro contributi pionieristici. Giovanni Battista Brocchi, geologo e naturalista veneto vissuto tra Sette e Ottocento, studiò la geologia dei bacini lacustri italiani ed i sedimenti, mentre il Balbis approfondì la flora acquatica16. Antonio Vallisneri, vissuto poco prima (era nato nel 1730), è considerato uno dei padri della scienza naturalistica italiana grazie ai suoi studi sulla zoologia delle acque dolci17. Anche Paolo Savi si interessò agli ambienti lacustri, contribuendo allo studio degli ecosistemi naturali italiani18. Questi pionieri, pur senza un approccio sistematico come ciò che si svilupperà successivamente, posero le basi per la limnologia italiana, sia pure in maniera talora indiretta. Il prosieguo dello sviluppo della limnologia Dopo la metà del XIX secolo, la limnologia si espanse notevolmente grazie a nuove scoperte, a progressi tecnologici e all’opera di scienziati di rilievo. La nascita di istituti di ricerca dedicati e la 12 Ibidem. 13 Storia della limnologia in Italia, cit. 14 Ibidem. 15 Ibidem. 16 Ibidem. 17 R.G. Wetzel, Limnology, cit. 18 Storia della limnologia in Italia, cit.
69LA LIMNOLOGIA DAI PRIMORDI AL PRESENTE diffusione di approcci interdisciplinari favorirono uno studio più approfondito degli ecosistemi lacustri. Un ruolo centrale fu svolto dall’Europa centrale e settentrionale, dove laghi come il Lago di Costanza (Bodensee) e il Lago di Ginevra divennero veri e propri “laboratori naturali”. Il naturalista e limnologo svizzero François-Alphonse Forel è riconosciuto come il padre della limnologia moderna: negli anni Ottanta del XIX secolo condusse studi pionieristici sul Lago di Ginevra, analizzando con rigore fisica, chimica e biologia dell’ambiente lacustre19. Fu lui a introdurre il termine “limnologia” per indicare lo studio integrato dei laghi20. In Germania, Adolf Remane e August Thienemann furono figure fondamentali nel XX secolo: Remane si distinse per gli studi sulla fauna bentonica e per i principi di biogeografia acquatica, mentre Thienemann fondò nel 1922 la Limnologische Gesellschaft e promosse ricerche sullo zooplancton e la successione ecologica nei laghi21. Negli Stati Uniti, a partire dal 1930, G. Evelyn Hutchinson applicò concetti ecologici moderni alla limnologia, integrando studi su nutrienti, produttività primaria e dinamiche degli ecosistemi lacustri, trasformando questa disciplina in una scienza quantitativa e teorica22. In Italia, lo sviluppo della limnologia fu più lento, ma non mancarono contributi importanti. Nel XX secolo, studiosi come Renato Bianchi e Giuseppe Ramazzotti approfondirono lo studio della flora e della fauna lacustre italiana, con particolare attenzione ai laghi prealpini e alpini. L’Istituto Italiano di Idrobiologia (ora CNR IRSA di Verbania Pallanza), fondato da Giovanni P. Magrini, Pietro Pavesi, Giovanni De Agostini, Marco De Marchi e Rina Monti, diede vita a una scuola limnologica che si affermò a livello mondiale grazie a ricercatori come Edgardo Baldi, Vittorio Tonolli e Livia Pirocchi Tonolli23. Ad oggi l’Istituto di ricerca di Verbania rappresenta un punto di riferimento internazionale per gli studi limnologici e scienziati da tutto il mondo lo frequentano assiduamente per continui aggiornamenti e studi. 19 F.-A. Forel, Le Léman: Monographie Limnologique, F. Rouge, Lausanne, 1892. 20 R.G. Wetzel, Limnology, cit. 21 J. Kalff, Limnology, cit. 22 G.E. Hutchinson, A Treatise on Limnology, cit. 23 Storia della limnologia in Italia, cit.
70 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Parallelamente, la limnologia si è arricchita di nuovi ambiti di ricerca, dalla limnologia chimica, che studia i cicli biogeochimici di azoto, fosforo e carbonio, alla limnologia fisica, che analizza la stratificazione termica e la dinamica delle acque. L’introduzione di tecnologie come il sonar per mappare i fondali e di modelli matematici per simulare i processi ecologici ha portato ad ulteriori progressi24. Nel corso del Novecento, la limnologia si è consolidata come una disciplina interdisciplinare fondamentale per affrontare le sfide ambientali legate all’inquinamento, all’eutrofizzazione e alla gestione sostenibile delle risorse idriche. La creazione di reti internazionali di ricerca, come l’International Association of Theoretical and Applied Limnology (SIL), ha favorito la collaborazione globale tra studiosi25. Il progresso della limnologia dal 1750 fino al XX secolo è stato segnato dall’attività di esimi scienziati illuminati come François-Alphonse Forel in Svizzera, Adolf Remane e August Thienemann in Germania, G. Evelyn Hutchinson negli Stati Uniti, oltre che da numerosi studiosi italiani. L’evoluzione delle metodologie di ricerca e la crescente interdisciplinarità hanno permesso nel tempo di comprendere con maggior profondità i complessi processi che regolano gli ecosistemi lacustri, facendo della limnologia una scienza sempre più centrale per la tutela dell’ambiente26. Conclusioni Se è nata e si è sviluppata l’odierna limnologia, ciò è avvenuto nel tempo. La storia della scienza dà ragione anche di essa. All’origine degli studi attuali di idrologia, oceanografia dei laghi, idrobiologia, biologia marina e paleolimnologia, stanno studi scientifici in gran parte precedenti, che hanno dato avvio ad un percorso culminato nel presente. Impossibile al riguardo non richiamare in causa figure del nostro Settecento, quali il già citato Marsili (che nel biennio 1724-1725 fece importanti ricerche sperimentali sulle caratteristiche morfologiche, fisiche e biologiche del Lago di Garda), nonché Lazzaro Spallanzani (che studiò i Laghi di Averno e Agnano) ed Alessandro Volta (il quale nel 1804 fu nominato Magistrato delle acque e studiò le caratteristiche termiche delle acque del Lago di 24 B. Moss, Ecology of Fresh Waters, cit. 25 R.G. Wetzel, Limnology, cit. 26 Ibidem; J. Kalff, Limnology, cit.; B. Moss, Ecology of Fresh Waters, cit.
71LA LIMNOLOGIA DAI PRIMORDI AL PRESENTE Como). Sono loro i veri padri storici della odierna scienza limnologica. Fig. 1 - Ecosistema lacustre e principali componenti biotiche: organismi viventi come piante acquatiche, fitoplancton, zooplancton e pesci. Disegno di R. Bettinetti.
Preistoria delle raccolte di frammenti drammatici tra Settecento e Ottocento di Francesco Paolo Bianchi 1. I decenni a cavallo tra Sette e Ottocento sono un punto di svolta per gli studi di antichistica: l’immatricolazione senza precedenti di F.A. Wolf come philologiae studiosus all’Università di Göttingen (8 Aprile 1777) è il preludio alla stagione eroica della Altertumswissenschaft del diciannovesimo secolo1. In questa nuova fase, i testi di tradizione indiretta assurgono per la prima volta a dignità autonoma: non sommersi nei loro Zitatträger come sola parte del corpo delle opere che li contengono, privi di autonomia, ma pietre angolari della rinnovata visione dell’antichità classica come un belebtes Ganze2. Già al giro di boa della pubblicazione dei Prolegomena ad Homerum (Halis Saxonum 1795), Wolf dichiarava apertamente l’importanza delle opere per noi perdute (p. XIII: «tenor rerum tantis iacturis interruptus, quoad fieri potuit, integrandus es et iunctis deperditorum operum notitiis egregii corporis compages restituenda»), ma è soprattutto nella Darstellung der Alterthumswissenschaft (1807) che ricorre la formulazione più incisiva: 1 Su Wolf e la fondazione della Altertumswissenschaft, v. G. Ugolini, Friedrich August Wolf e la nascita dell’Altertumswissenschaft, in Storia della filologia classica, a cura di D. Lanza e G. Ugolini, Carocci, Roma, 2016, pp. 71-107 (in part. pp. 73-74 sull’immatricolazione a Göttingen). 2 Il nesso è di Wolf, originariamente integrato nella sintassi tedesca della frase, v. F.A. Wolf, Darstellung der Alterthumswissenschaft nach Begriff, Umfang, Zweck und Wert, Museum der Alterthums-Wissenschaft. Herausgegeben von. F.A. Wolf und Ph. Buttmann, Erster Band, Berlin, 1807 (ristampa anastatica, mit einem Nachwort von J. Irmscher, Weinheim 1986). Lo scritto è pubblicato anche in F.A. Wolf, Kleine Schriften in lateinischer und deutscher Sprache. Herausgegeben durch G. Bernhardy, I. Scripta latina, II. Deutsche Aufsätze, Halle, 1869 (Nachdruck Olms, Hildesheim-Zürich-New York, 2003), pp. 808-895. Ne esiste una traduzione italiana a cura di S. Cerasuolo, Esposizione della scienza dell’antichità secondo concetto, estensione, scopo e valore, Bibliopolis, Napoli, 1999).
80 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI qui et maiores et minores de ea libros scribunt agunt nobiscum quasi cum pueris; reponunt recoctam milies cramben de Scriptoribus, quorum opera supersunt; quorum perierunt, de his altum silentium, quamquam sine horum cognitione, nullo in doctrinarum genere, origo, progressus, perfectio, id est Historia, neque adeo ipsorum superstitum laudes et merita intellequi queant19. Nelle prime righe della prefazione di uno migliori prodotti dell’antichistica ottocentesca, le Menandri et Philemonis reliquiae (Berolini 1823), A. Meineke richiamava lo scusarsi «timidius» dei precedenti editori per il lavoro intrapreso, oramai desueto («nostra aetate tanto minus mihi faciundum arbitror») e, con significativa incisività, sottolineava che in suo luogo e con maggior frutto lo spazio a disposizione sarebbe stato utilizzato per definire i criteri dell’edizione; analogamente A.F. Naeke, nel lavorare sui frammenti di Callimaco e in antitesi alla posizione di Ernesti (v. supra): «multum olim operae in Callimachi fragmentis posui, et nunc quoque neque quod in fragmentis, neque quod in Callimachi fragmentis posuerim, poenitet. Illud quidem nostris temporibus haud eget excusatione»20. 7. Su questa linea, l’Ottocento è la stagione delle grandi raccolte di frammenti che, secondo una impressionistica immagine di A. Grafton, hanno accompagnato di qui in avanti la storia degli studi come le rivoluzioni la storia mondiale21. Un processo laborioso e lungo, una «unermeßliche Mühe»22 che risponde a un cambiamento storico-culturale, il cui anelito all’unità complessiva – «weil das Leben, um dessen Verständnis wir ringen, eine Einheit ist, ist unsere Wissenschaft eine Einheit» scriveva ancora Wilamowi19 D.A. Wyttenbach, Bibliotheca critica, apud Petrum den Hengst, Amstelodami, 1808, vol. III, p. 48. 20 A. Naeke, “Dissertatio critica qua Tzetzae ad Hesiodum locus restituitur et Callimachus aliquoties illustratur, emendatur, suppletur”, Annales Universitatis Borussicae Rhenanae, 1821, p. 405 (= Opuscula Philologica, vol. I, Impensis Ed. Weberi, Bonnae, 1842, p. 62). 21 A. Grafton, Fragmenta Historicorum Graecorum: fragments of some lost enterprises, in Collecting Fragments. Fragmente Sammeln, cit., pp. 124-125. 22 Così F.R. Ritschl a proposito del suo lavoro sui frammenti plautini, che avrebbero dovuto far parte dell’edizione del commediografo romano (l’ed. giunse solo fino alla Bacaria), v. O. Ribbeck, Friedrich Wilhelm Ritschl, vol. II, Teubner, Lepizig, 1881, p. 431 n. 3.
81PREISTORIA DELLE RACCOLTE DI FRAMMENTI DRAMMATICI tz nel 192123 – mette al centro il recupero di tutto un patrimonio progressivamente marginalizzato per effetto della tradizione24. Da questo momento in avanti, la preistoria delle raccolte di frammenti diventa storia e assume presto e inevitabilmente i tratti di una Quellenforschung, necessaria a ricostruire il percorso che ha portato a noi ogni frustolo; come ha scritto, in sintesi, G. Most: In the Renaissance, collecting fragments partly at least responded to exigencies of publishing [...], making avalaible more distinguished and attractive authors rather than recalcitrant and obscure ones. With Bentley, the search for fragments and the reconstruction of lost works became systematic; but it was only in the early 19th century, with the schools of Welcker and Boeckh, that this industry really came into its own25. 23 U. von Wilamowitz-Moellendorff, Geschichte der Philologie, Teubner, Leipzig, 1921, p. 1. 24 Per questo nuovo indirizzo della filologia ottocentesca, vd. A. Grafton. “Polyhistor into Philolog. Notes on the Transformation of German Classical Scholarship, 1780-1850”, Histories of the Universities, 3, 1983, pp. 159-192. 25 G.W. Most, Preface, in Collecting Fragments. Fragmente Sammeln, cit. n. 9, p. VIII.
La baronessa e l’ammiraglio all’ombra di Lissa. Considerazioni a margine delle lettere di Wilhelm von Tegetthoff a Emma de’ Petrettini (1864-1870) di Elisa Bianco È venuta col rombo del tifone pel Mar Mediterraneo, più fiera che l’astro su la spalla d’Orione, più colorata che la messaggera della Celeste. E al grido “Issa! Issa!„ già tutta l’aria è sola una bandiera. Emerge dalle sacre acque di Lissa un capo e dalla bocca esangue scaglia “Ricòrdati! Ricòrdati!” e s’abissa. E il Mar Mediterraneo, che vaglia le stirpi alla potenza ed alla gloria, in ogni flutto freme la battaglia. Gabriele D’Annunzio, Merope (1912), “La canzone d’Oltremare”, vv. 55-66 Per motivi a noi per ora non noti, la traduzione italiana delle lettere che l’ammiraglio Tegetthoff (1827-1871) – il trionfatore di Lissa – inviò all’amica padovana Emma de’ Petrettini (1828-1918) non vide mai la luce. Rimane anche ignoto il nome del traduttore, verosimilmente un ufficiale della Regia Marina, che completò il lavoro di traduzione – sulla base dell’edizione tedesca e non degli originali – a Parenzo, nel giugno 1935, quando i rapporti italiani con l’Austria e soprattutto con la Germania nazista, che stava sempre più minacciosamente allungando il proprio sguardo rapace su Vienna, si stavano avviando ad una normalizzazione. La sua traduzione, fedele al testo tedesco, che riproduce interamente, non è corredata da alcuna integrazione e/o nota di propria mano, se
84 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI non una breve premessa, che riportiamo qui per intero, per meglio comprendere le ragioni di tale impresa traduttiva, destinata a rimanere ignota, e inedita, a lungo: Parenzo, Giugno 1933. XIII°. Le generazioni prebelliche di Trieste e dell’Istria, che in seguito alla battaglia di Lissa dovettero attendere dal 1866 sino al 1918 l’agognata annessione della loro Regione alla Gran Madre Italia, consideravano la figura dell’ammiraglio Tegetthoff alla stregua dei Radetzky, dei Haynan, dei Gyulai, e dei simili servitori della tirannide. La lettura del presente opuscolo di lettere fu per il suo traduttore una rivelazione. La figura dell’ammiraglio gli si delinea quale quella di un vero marinaio, rude e simpatico, utilissimo alle mene tortuose della camarilla militarista di Vienna e alla vuota boria degli arciduchi e dei loro cortigiani, sereno e dignitoso nel giudicare i suoi avversari di guerra ed infelice per l’ingratitudine dimostratagli dai suoi padroni, che neppure intervennero ai suoi funerali! Sopite ora le secolari ostilità tra il popolo d’Italia e l’Austria, non più imperiale, mentre si parla di restituire alla città di Graz il monumento di Tegetthoff che sorgeva a Pola e che fu trasportato a Venezia qual preda di guerra, questo libretto non sarà forse inopportuno1. 1 Purtroppo, abbiamo a disposizione solo le lettere dell’ammiraglio, e non quelle della Petrettini. Esse sono conservate nell’originale presso lo Haus-, Hofund Staatsarchiv di Vienna: Briefe Wilhelm von Tegetthoffs an Baronin Emma von Lutteroth, Nr. 1 bis Nr. 43 vom 25.05.1864 bis 3.06.1870; Signatur: AT-OeStA/KA NL 213 (B). Da notare che il fondo Tegetthoff conservato a Vienna è vastissimo, e ancora largamente inesplorato. Tali lettere sono state pubblicate tutte in originale, con piccolissimi tagli (le formule di circostanza, ecc.) nel 1926: Tegetthoffs Briefe an seine Freundin: mit einem Bild Tegetthoffs und einer schrifttreuen Nachbildung aus seinem letzen Briefe, a cura di Heinz Steinrück, Osterreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst, Wien-Leipzig, 1926, e tale edizione forma la base per la traduzione italiana inedita conservata presso l’Ufficio Storico della Marina Militare Italiana (Lettere Tegetthoff, senza indicazione di serie). Il primo ad attirare l’attenzione sull’epistolario in anni recenti è stato Alessandro Marzo Magno su Il Gazzettino, 19 luglio 2020 (Se il risultato fu inaspettatamente buono per noi, non lo si deve ascrivere a me); quest’articolo ha attirato l’interesse del prof. Paolo L. Bernardini (che qui ringrazio per avermi messo sulle tracce di questo tema), che su questo argomento diede, tra l’altro, una tesi di laurea triennale in Scienze della Mediazione interlinguistica e interculturale (Università degli Studi dell’Insubria, a.a. 2020/2021: L’ammiraglio Tegetthoff: un grande stratega, un amico, candidata Carlotta Colombo). Sul tema Bernardini ha scritto anche un breve intervento: “Due cuori e una battaglia. Emma, Wilhelm, e l’ombra di Lissa”, Miglioverde, 28 luglio 2020 (testo disponibile al sito: https://www.miglioverde.eu/due-cuori-e-una-battaglia-emma-wilhelm-e-
85LA BARONESSA E L’AMMIRAGLIO ALL’OMBRA DI LISSA In effetti, il monumento di cui qui parla l’anonimo traduttore venne trasportato finalmente a Graz, dall’Arsenale di Venezia dove si trovava smontato, alla fine del 1935. Aveva avuto una vita avventurosa, come del resto lo straordinario personaggio che rappresenta. Costruito nel 1877 per celebrare l’undicesimo anniversario della battaglia di Lissa, il monumento era caduto nelle mani italiane durante la conquista di Pola nella Prima guerra mondiale, mentre gran parte degli edifici intorno, compresa la Specola, l’osservatorio astronomico, erano stati bombardati. L’ammiraglio Cagni nel 1919 intendeva trasportarlo a Roma come bottino di guerra, ma la cosa non si concretizzò e il grosso monumento marmoreo rimase in pezzi per lunghi anni presso l’Arsenale di Venezia. Venne ceduto in ottobre, trasportato a Graz, rimontato e inaugurato il primo dicembre 1935. Questo nostro documento ci indica, pertanto, che già nel giugno 1933, se non prima, si parlava di un suo ritorno in Austria. Il libro che avrebbe dovuto essere pubblicato si collocava, dunque, nel quadro dell’ampio riavvicinamento, anche culturale, tra Austria ora repubblica e Italia fascista dopo i primi difficili anni del Dopoguerra, mentre già era nell’aria – e da tempo – l’Anschluss, all’inizio osteggiato da Mussolini (Fig. 1). Indubbiamente, si tratta di un documento molto interessante, e anche importante nella controversa questione della gestione e degli esiti della battaglia di Lissa, tuttora non definita. Ma non si tratta solo di storia militare. In realtà, le lettere illuminano prima di tutto due notevolissime personalità (ma soprattutto quella dell’ammiraglio) del mondo mitteleuropeo in anni cruciali, dal 1864 al 1870, dalla Terza Guerra d’Indipendenza all’annessione di Roma, e il relativo completamento del processo di unificazione. Purtroppo, come si può intuire e come rende noto il curatore dell’edizione tedesca Heinz Steinrück, mancano moltissime lettere, anche dello stesso ammiraglio, andate perdute o distrutte dall’ufficiale stesso, e, dunque, le 44 superstiti sono solo una parte, che possiamo pensare relativamente esigua, dello scambio, fortunosamente sopravvissute ad una serie di distruzioni, occasionali o volontarie. Naturalmente, non potremo mai stabilire se tra i due vi fosse qualcosa di più di un’amicizia, in fondo erano quasi coetanei, l’ammiraglio era nato nel 1827, la baronessa nel 1828. Ma è pur vero che Emma lombra-di-lissa/, accesso luglio 2025). L’edizione della traduzione italiana è in corso di preparazione. Ringrazio, infine, l’ammiraglio Roberto Domini, presidente del CESMAR, che ci ha fatto pervenire copia del dattiloscritto della traduzione conservata a Roma, auspicandone la pubblicazione, e mantenendo un vivo interesse per il tema.
86 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI quando acquista casa in Egitto invita l’ammiraglio a trasferirsi lì, dove effettivamente avrebbe svolto un ruolo politico-militare di primo piano, e, successivamente, dopo la morte prematura, nel 1871, ad appena 43 anni, del suo corrispondente, passerà molto tempo in Stiria. Nessun indizio di una concreta relazione amorosa traspare però da queste lettere, che sono interessanti per altri motivi. Innanzi tutto per il fatto che costituiscono una delle tante fonti riguardo sia all’alto ufficiale austriaco sia alla battaglia di Lissa, ma anche perché documentano la carriera diplomatica, più che militare, di Tegetthoff dopo Lissa, impegnato in costanti viaggi, soprattutto nelle Americhe: meno di cinque anni intensissimi, quasi sempre a bordo2. La storiografia italiana ha ripreso di recente ad interessarsi a quella che a prima vista potrebbe leggersi come una Caporetto sul mare, ma che è ben altro di una semplice sconfitta, riflettendo piuttosto sul mare la situazione complicata, per nulla lineare, che si svolgeva a terra, con due governi nemici che non sembravano interessati a sovvenzionare le proprie flotte, come se apparentemente la questione si stesse giocando altrove, e con altri interessi in gioco. Dopo la vera battaglia decisiva, Sadowa, Lissa appare quasi superflua. La sconfitta austriaca di Sadowa, del 3 luglio (Custoza aveva avuto luogo il 24 giugno) di fatto apre al riavvicinamento nei confronti della Prussia, ormai definitiva vincitrice, nel senso della prossima stesura dell’armistizio (tre settimane dopo, pochi giorni dopo Lissa), e del riavvicinamento delle potenze, che prelude all’inclusione dell’Italia nella Triplice, firmata però molto più tardi, nel 1882, e destinata a rivelarsi alleanza fallimentare già ben prima del 23 maggio 1915. Inoltre, il patto segreto di Vienna del 12 giugno (dodici giorni prima di Custoza) contemplava il passaggio delle province venete all’Austria solo dopo la loro cessione alla Francia. Custoza e Lissa furono gli altari dove si versò sangue inutile, solo per favorire una cessione diretta al Regno d’Italia, senza l’odiosa mediazione di Napoleone III? La creazione dell’Impero austro-ungarico, del 1867, sposta decisamente in ambito continentale gli interessi austriaci, mentre l’unificazione tedesca operata da Bismarck dopo la vittoria sulla Francia, nel 1870, lasciò molti, compreso l’ammiraglio, come si vede anche da queste lettere, delusi: perché non includere anche 2 Abbondante naturalmente la letteratura sull’ammiraglio, anche se i due lavori monografici principali sono abbastanza datati: U. Schöndorfer, Wilhelm von Tegetthoff, Berglandverlag, Wien, 1958 e P. Handel-Mazzetti, H. H. Sokol, Wilhelm von Tegetthoff. Ein großer Österreicher, Oberösterreicher Landesverlag, Linz, 1952.
87LA BARONESSA E L’AMMIRAGLIO ALL’OMBRA DI LISSA l’Austria nel II Reich, e costringerla invece a mantenere la precaria unione federativa con l’Ungheria, che poneva fine in modo indecoroso (per molti) all’Impero austriaco, debole erede del glorioso Sacro Romano Impero terminato nel 1806? Che senso aveva davvero dopo Sadowa combattere ancora? C’era ancora veramente bisogno di tenersi i possedimenti adriatici, ad eccezione di Trieste? E Trieste non era ormai centro di interessi commerciali anche prussiani? Si è trattato, forse, di una messa in scena, orchestrata insieme alla Prussia di due governi ormai avviati alla pace? La battaglia di Lissa ci sembra ancora in parte da spiegare e da studiare in tutto il suo lascito3 (Fig. 2). Ma soprattutto bisogna chiedersi quale fosse il peso non tanto austriaco quanto prussiano, come si accennava sopra, negli interessi commerciali triestini. La questione della presenza tedesca nella Trieste austriaca è stata ampiamente trattata, e i risultati mostrano bene come vi fossero elementi anseatici, francofortesi, prussiani naturalmente, oltre a numerosi altri sempre appartenenti al mondo protestante, che si stavano inserendo con successo nella vita economica nelle primissime fasi della rivoluzione industriale italiana (alquanto tardiva) che vede Trieste protagonista per molteplici aspetti4. Il marito della baronessa, Hermann von Lutteroth 3 Per quanto la letteratura su di essa è vastissima: mentre stendevo il presente contributo è uscito il volume di G. de Frè, Ferro, legno e acqua salata. L’ammiraglio Tegetthoff a Lissa, Il Mulino, Bologna, 2025. Per quel che riguarda l’ammiraglio Persano, comandante della flotta italiana, si veda N. Perrone, Il processo all’agente segreto di Cavour. L’ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018, insieme alla lunga recensione di L. Terzi, “L’agente segreto di Cavour”, in La Nostra Storia, blog di Dino Messina, 30 ottobre 2018 (testo disponibile al sito: https://lanostrastoria.corriere.it/?r=5&s=persano, accesso giugno 2025). Per quel che riguarda una visione dal punto di vista del venetismo della battaglia, non priva di spunti interessanti sulla vexata quaestio della presenza veneta nella flotta austriaca (Tegetthoff si era formato a Venezia, e parlava veneto), vd. E. Beggiato, Lissa (1866). L’ultima vittoria della Serenissima, Il Cerchio, Verona, 2012. Ancora fondamentale G. Scotti, Lissa 1866. La grande battaglia per l’Adriatico, LINT Editoriale, Trieste, 2004. Vastissima ovviamente anche la letteratura in lingua tedesca. 4 Vd. P. Dorsi, “Stranieri in patria. La parabola del gruppo minoritario tedesco nella Trieste austriaca”, Clio: rivista trimestrale di studi storici, 37, 1, 2001, pp. 5-58; A. Millo, Trieste, 1830-70: From Cosmopolitanism to the Nation, in Different Paths to the Nation: Regional and National Identities in Central Europe and Italy, 1830-70, ed. by L. Cole, Palgrave, London,
88 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI (nobilitato nel 1852), console generale prussiano a Trieste (18081890), di venti anni più anziano di lei, era un banchiere protestante nativo della Turingia, che aveva iniziato la propria attività nella città anseatica di Brema. Gli interessi misti austro-prussiani erano forti a Trieste, evidentemente, mentre sorgevano grosse imprese commerciali insieme e sempre più decisamente dopo il 1848 – quando il Lombardo-Veneto, ma soprattutto il Veneto, comincia ad essere un grave peso per l’Impero – al forte movimento irredentistico italiano. Queste lettere, dunque, possono fornire un documento in più per capire le dinamiche della battaglia, pur non cambiando le conoscenze che ne abbiamo. Sono invece di grande interesse per la descrizione delle missioni dell’ammiraglio, inviso a molti notabili in patria per le pressioni che faceva per la Marina Imperiale – la questione del disprezzo per le marine militari nelle potenze continentali, inclusa la Francia di Napoleone, è tema perenne nell’Ottocento, che vedeva ormai il Mediterraneo, ma non solo quello, anche gli Oceani, nelle mani inglesi, mentre l’Italia aveva ben capito la sua importanza, soprattutto dopo Lissa, anche se non vi dedicò le forze economiche e i convincimenti politici necessari – e per la sua forte personalità. Qui in appendice ne abbiamo scelta, tra le 44 sopravvissute, una molto interessante dagli Stati Uniti. Missioni delicate, che includevano anche il trasporto della salma del povero Massimiliano I, imperatore del Messico dal 1864 fino alla sua fucilazione da parte dei repubblicani il 19 giugno 1867. Tradito dai francesi e dagli statunitensi, venne abbandonato ad un destino tristissimo, una delle pagine più oscure della storia imperiale austriaca ormai avviata a rapida decadenza. In ultimo, una breve nota sulla destinataria. Se abbondante è la letteratura sull’ammiraglio – nonostante si sia spento giovane, a soli 43 anni – Emma, benché sia vissuta molto più a lungo, non ha ancora avuto il biografo che meriterebbe. Ne abbiamo, però, uno 2007, pp. 13-43; M. Cattaruzza, Il primato dell’economia: l’egemonia del ceto mercantile (1814–60), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi: Il Friuli-Venezia Giulia, a cura di R. Finzi, C. Magris and G. Miccoli, t. I, Einaudi, Torino, 2002, pp. 149-79; A. Millo, Il capitalismo triestino e l’impero, in Storia economica e sociale di Trieste, vol. II: La città dei traffici 1719–1918, a cura di R. Finzi, L. Panariti and G. Panjek, Lint, Trieste, 2003, pp. 125-42. Soprattutto, per il discorso che ci interessa, vd. M. Rieder, “Cosmopoliti sull’Adriatico: Mercanti e industriali tedeschi a Venezia e a Trieste”, Qualestoria: rivista di storia contemporanea, 38, 1, 2010, pp. 99-134.
89LA BARONESSA E L’AMMIRAGLIO ALL’OMBRA DI LISSA splendido ritratto, opera del celebre ritrattista austriaco Friedrich von Amerling, che la ritrae in giovinezza, sognante, al piano terra del Museo Revoltella di Trieste, l’istituzione alla quale l’anziana baronessa donò una ricchissima collezione di opere. Figlia di un noto e controverso rettore dell’Università di Padova di origine corfiota, di una famiglia assai notabile, Giovanni (1783-1845)5, morto in carcere accusato di essersi impadronito di libri dell’università (ma forse le ragioni erano diverse), filologo e storico, Emma, grazie alla sua bellezza e intelligenza, e alla conoscenza del tedesco, fece un matrimonio eccellente e visse sempre negli agi della posizione. Ma fu donna di mondo, capace di acquistare dimore in Egitto e in Stiria, di muoversi a proprio agio in Europa dopo la morte del marito, avvenuta nel 1890. Come si sa, la vittoria di Lissa fu accolta con immenso giubilo a Trieste, almeno da parte delle autorità ufficiali. Emma fece in modo che tutti gli ufficiali delle venticinque navi imperial-regie ricevessero nelle proprie cabine un omaggio floreale6. Non stupisce dunque tanto il silenzio gelido calato su di lei dopo la sua scomparsa. Appendice Tra le 44 lettere che compongono la raccolta, ne riportiamo qui in appendice una sola, che riguarda il soggiorno nord-americano di Tegetthoff, quella da Charleston (South Carolina), del 26-27 febbraio 1867, dove si dà un quadro degli Stati Uniti, all’indomani del5 Vd. la voce sul Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 82, 2015) di G. Piras: significative le sue posizioni filo-austriache, che certo non lo fecero troppo amare in alcuni ambienti patriottici patavini. Come scrive Piras: “Tenne una prima lezione di letteratura greca e latina a Padova nel 1818 (la prolusione in Prose, 1840, pp. 1-34: interessante l’impostazione della trattazione della storia della letteratura per generi; il discorso si chiude con l’esortazione a tenersi lontani dalle lotte civili e fratricide e a essere «sudditi buoni»). Fu nominato professore ordinario di filologia latina e greca presso lo Studio filosofico-matematico dell’Università di Padova nel 1820. Nello stesso anno tenne la prolusione accademica dell’Università: un paragone tra Omero e Dante in cui avvicinava i due autori anche nel desiderio di ricomporre i dissidi tra popolazioni della stessa nazione, insistendo per Dante, con evidente allusione filoaustriaca, sul ruolo pacificatore sovranazionale dell’impero germanico”. 6 Vd. A. Filippuzzi, “La fortezza di Palmanova e il castello di San Giusto”, Il Barbacian, 31, 1, 1994, pp. 5-8 (testo disponibile al sito: https:// www.extramuros.it/barbacian/1994%201%20L.pdf, accesso luglio 2025).
96 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a’ renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l’esecuzione dell’ordine. Ma, nell’anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori un’altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l’altre ordinazioni, prescrive: Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d’un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell’anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell’anno 1598, informato, con non poco dispiacere dell’animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d’essere aiutati dai capi e fautori loro,.... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s’usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà
97COME GRIDA MANZONIANE fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perchè la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Né fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c’era de’ bravi tuttavia. La breve riflessione che voglio proporre ha inizio con la lunga citazione riportata supra del primo capitolo dei Promessi Sposi, nella quale si trova una descrizione ironica ed efficace del fallimento dei provvedimenti spagnolo-lombardi in ordine ai cosiddetti “bravi”, delinquenti che agivano sotto la protezione di potenti e che compivano nel territorio lombardo delitti e prepotenze, coperti da una diffusa impunità che permetteva loro di non cadere nelle maglie della giustizia. Alessandro Manzoni dedica all’inutile susseguirsi delle grida l’incipit del suo romanzo: non sono, quindi, un argomento qualsiasi, ma una sorta di manifesto dell’inefficacia della giustizia umana secentesca (e non solo)1, posto a capo della 1 Gli studi su questi temi di Gianmarco Gaspari, che con questo volume vogliamo onorare per la profondità delle ricerche scientifiche,
98 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI notissima vicenda che ne è exemplum fulgido2. Per il giusromanista è spontaneo il raffronto tra l’inutilità e ripetitività delle grida citate dall’autore dei Promessi Sposi e fenomeni molto simili che si riscontrano anche nelle costituzioni imperiali romane tardoantiche. Gli esempi sarebbero molteplici, ma ci soffermiamo solamente e molto brevemente su quelli che in qualche modo sanzionano comportamenti messi in atto da figure simili ai celebri “bravacci”. Il Codice Teodosiano, emanato da Teodosio II nel 438 d.C., è, come noto, una raccolta di costituzioni imperiali riguardanti tutti i rami del diritto: esso non ci è stato tramandato nella sua interezza, ma solo frammentariamente grazie a manoscritti diversi, e in particolare, tramite il Breviarium Alaricianum3 di epoca visigota e risalente al 506 d.C. Quando i testi legislativi provengono da quest’ultimo, sono spesso corredati da una nota esplicativa, detta interpretatio, un commento breve e a volte anche innovativo scritto tra V e VI secolo d.C. per offrire un’interpretazione del dettato giuridico che, dopo il tramonto della pars Occidentis e il declino dell’arte giuridica, poteva risultare poco comprensibile. Il testo del Codex Theodosianus che si consulta oggi è, quindi, il frutto della ricostruzione operata da Theodor Mommsen sulla base delle fonti giunte fino a noi: per questo motivo, i sedici libri appaiono lacunosi e numerosi sono gli aspetti relativi alla struttura della fonte ancora dubbi. Il Codex è sostanzialmente una raccolta di costituzioni emanate, in larga misura, da imperatori precedenti a Teodosio II; numerosi sono per esempio i provvedimenti più antichi, addirittura costantiniani, ivi conservati, ragion per cui è aperto il dibattito sul tipo di modifiche, tagli o glossemi operati dai compilatori teodosiani sulle leggi: per renderli attuali, probabilmente alcuni saranno state ridotti, altri fusi, altri spezzati e inseriti in titoli o libri differenti, altri ancora, a causa della loro importanza per più di una materia, riproposti in titoli diversi del il Magistero e il ruolo fondativo dell’Università degli Studi dell’Insubria, rappresentano il fulcro della sua attività di ricerca e spaziano dall’epoca dei Lumi alle opere di Alessandro Manzoni. Tra le varie sfaccettature, non manca l’interesse per l’àmbito del diritto nella sua componente storica da Beccaria a Manzoni. Vd. G. Gaspari, «Dove mai si va a ficcare il diritto»: legge e lettere tra Sette e Ottocento, in Con felice esattezza: economia e diritto fra lingua e letteratura, a cura di I. Domenighetti, Casagrande, Bellinzona, 1998, pp. 199-231. 2 G. Gaspari, “Il romanzo tra narrazione e storia: aggiornamenti sul caso Manzoni”, Critica letteraria, 4, 2018, pp. 703-715. 3 Breviarium Alaricianum o Lex Romana Wisigothorum.
99COME GRIDA MANZONIANE Codice quasi o completamente nella stessa forma (è forse questa la ragione delle cosiddette costituzioni geminate)4. Nota è l’asperità del linguaggio del Codex, spesso ambiguo nella forma, macchinoso nell’esposizione del pensiero e caratterizzato dalle costruzioni linguistiche proprie del ridondante linguaggio burocratico tardoimperiale, tanto che il Codice Teodosiano spicca per la sua difficoltà interpretativa e per la presenza di hapax spesso di non facile traduzione. Accattonaggio e vagabondaggio nella legislazione di epoca ambrosiana Per partire dal tema del vagabondaggio cui più “grida” fanno riferimento in relazione all’abbandono del lavoro, può essere considerato esempio emblematico, anche se non appartiene a un gruppo di provvedimenti ripetitivi, la costituzione conservata nel quattordicesimo libro del Codice Teodosiano C.Th.14.18.1, unica della rubrica De mendicantibus non invalidis e datata al 382 d.C. Nella costituzione, in merito alla datazione e al destinatario della quale non sono stati sollevati dubbi, viene affrontato il problema della mendicità a Roma, nel caso in cui essa fosse esercitata da parte di soggetti in salute e abili al lavoro. C.Th. 14.18.1: Imppp. Gratianus, Valentinianus Et Theodosius AAA. ad Severum Praefectus Urbi. Cunctis adfatim, quos in publicum quaestum incepta mendicitas vocabit, inspectis exploretur in singulis et integritas corporum et robur annorum, adque ea inertibus et absque ulla debilitate miserandis necessitas inferatur, ut eorum quidem, quos tenet condicio servilis, proditor studiosus et diligens dominium consequatur, eorum vero, quos natalium sola libertas prosequatur, colonatu perpetuo fulciatur quisquis huiusmodi lenitudinem prodiderit ac probaverit, salva dominis actione in eos, qui vel latebram forte fugitivis vel mendicitatis subeundae consilium praestiterunt. Dat. XII Kal. Iul. Patavi Antonio Et Syagrio Conss. (382 d.C.) C.Th. 14.18.1 è stata oggetto di approfondimento da parte di numerosi storici e giusromanisti5: questo provvedimento, emanato a 4 Sugli aspetti strutturali del Codice Teodosiano, da ultimo la raccolta di scritti di G. Bassanelli Sommariva, Indagini sul Teodosiano, Editoriale scientifica, Napoli, 2024, passim. 5 M.G. Bianchini, La lunga fortuna di una lex di Graziano, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, vol. V, Maggioli, Rimini, 1983, p. 283, nota opportunamente che l’attribuzione della lex a Valentiniano II non è accettabile, poiché l’undicenne Augustus non svolgeva un’attiva politica legislativa. S. Mazzarino, Aspetti sociali del Quarto secolo. Ricerche
100 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Padova e risalente al giugno del 382, è indirizzato al praefectus urbi Severus6 e pone il problema dei mendicanti che chiedono pubblicamente la carità, pur non essendo invalidi; per tale ragione, non è corretto considerarla una costituzione che mira a colpire l’eccessiva presenza di mendicanti nell’urbs, quanto piuttosto il prodotto dell’insofferenza nei confronti di coloro che chiedevano la carità pur senza giustificato motivo e avendo palesemente abbandonato un ruolo attivo nella società, fuggendo da ogni radicamento. La legge è molto severa e dettagliata, prevedendo, per riuscire a distinguere la tipologia dei mendìci, che venga verificata la loro integrità e la loro forza fisica relativamente anche all’età, per destinare coloro che fossero in grado di svolgere un lavoro prevalentemente all’attività agricola. Nel caso in cui tale verifica porti alla conclusione che la vita di mendicità di un determinato soggetto sia determinata non da un problema legato alla disabilità o a una grave debilitazione fisica, ma dalla semplice pigrizia, viene seguita di storia tardo-romana, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1951, p. 242; J. Gaudemet, Le partage législatif dans le seconde moitié du IVème siècle, in Studi in Onore di Pietro De Francisci, Giuffré, Milano, 1956, p. 319; J. Rougé, “À propos des mendiants au IVème siècle: Étude de quelque textes”, Cahiers d’histoire, 20, 1975, p. 342; E. Patlagean, Pauvreté économique et pauvreté sociale à Bysance (IV-VII siècles), Mouton, Paris-La Haye, 1977, pp. 25 ss.; M.G. Bianchini, La lunga fortuna di una lex di Graziano, cit., pp. 281 ss.: sulla base delle subscriptiones delle costituzioni pervenuteci, ascrivibili a Graziano ed emanate tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 382, emerge che l’imperatore si trovava in viaggio alla volta del Danubio, dal momento che il 5 luglio emanò a Viminacium CTh. 12.1.89. È, quindi, probabile che, dopo aver fatto tappa a Brescia, ove fu emanata il 10 maggio CTh. 12.12.9, il 20 giugno si trovasse effettivamente a Padova, ove è stata data CTh. 14.18.1. Per quanto riguarda 14.6.4, anche se non vi è indicazione del luogo di emanazione, sappiamo che Graziano si trovava a Milano il tre aprile (data in cui inviò sempre a Severo CTh. 7.18.6), quindi è probabile che anche quel provvedimento sia stato emanato a Mediolanum. Anche Paola Bianchi tratta il tema nel suo recentissimo volume P. Bianchi, La ricchezza e la povertà. Imperatori e Padri della Chiesa tra Il IV e il VI sec. D.C., Satura, Napoli, 2025, pp. 167 ss. 6 In merito alla particolarmente complessa interpretazione dell’identità dei consoli e delle più alte cariche del 382, cerca di fare chiarezza un mio contributo di carattere eminentemente prosopografico: P. Biavaschi, Summae fastigiae sedis. L’inganno dell’omonimia: indagine prosopografica sugli amministratori del 382 d.C., in Ius hominum causa constitutum: studi in onore di Antonio Palma, a cura di F. Fasolino, Giappichelli, Torino, 2022, vol. I, pp. 239 ss.
101COME GRIDA MANZONIANE una doppia strada a seconda della condizione personale del soggetto in questione: se si tratta di uno schiavo, sarà destinato a divenire di proprietà di colui che lo ha accusato; se invece è un uomo libero, diventerà colono al servizio di chi abbia provato la sua indolenza. Per concludere, il provvedimento prevede che rimanga salvo il diritto di azione dei proprietari originali contro coloro che abbiano aiutato gli schiavi fugitivi o li abbiano istigati all’accattonaggio7. Le modalità sanzionatorie sono rivelatrici dello scopo della costituzione, che è appunto il ritorno al lavoro agricolo dei soggetti che cercavano di sfuggire alla dura vita della campagna. Al contrario le grida citate da Alessandro Manzoni, pur inasprendo vieppiù le pene, prediligevano l’esilio e, in caso di renitenza, «la corda e il tormento». Anche se i bravi «essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno», i provvedimenti non prevedono un ritorno forzoso all’occupazione precedente, bensì piuttosto l’allontanamento, la tortura, la pena di morte: lo Stato abdica rispetto alla finalità concreta prevista più di mille anni prima, poiché probabilmente percepisce l’irrealizzabilità della stessa nella situazione attuale: si ricordi che la similitudine tra “bravi” e i mendìci della costituzione termina laddove inizia la collaborazione tra i primi e qualche «cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri». Un fenomeno quest’ultimo, tuttavia, anch’esso non del tutto avulso dalla società tardoantica, come si vedrà nelle prossime costituzioni esaminate. Già il giurista cinquecentesco ginevrino Gothofredus8, poi ripreso convintamente da Biondo Biondi9, ritenne che la costituzione fosse stata ispirata dal pensiero di Ambrogio, il quale si dichiarò nelle sue opere profondamente contrario alla mendicità non motivata da serie ragioni di disabilità o da indigenza assoluta10: in 7 M.G. Bianchini, La lunga fortuna di una lex di Graziano, cit., pp. 283 s.; C. Corbo, Paupertas: la legislazione tardo antica (IV-V sec. d.C.), Satura, Napoli, 2006, pp. 197 ss.; Ead., In tema di mendicitas, due testimonianze giuridiche (CTh.14.18.1; Nov. Iust. 80.4-5) in Reduzzi Merola, F. (a cura di), Dipendenza ed emarginazione nel mondo antico e moderno, Atti del XXXIII Convegno Internazionale G.I.R.E.A. in memoria di Franco Salerno, Presses Universitaires de Franche-Conté, Roma, 2012, p. 473 ss. 8 I. Gothofredus, Codex Theodosianus cum perpetuis commentariis, vol. II, sumptibus Maur. Georgii Weidmanni, Lipsiae, 1736-45, p. 285. 9 B. Biondi, Il diritto romano cristiano, vol. II, Giuffrè, Milano, 1952, p. 185. 10 L’impostazione ambrosiana confligge, come nota Paola Bianchi
102 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI particolare un passo, seppur posteriore cronologicamente, del De officiis ambrosiano esprime chiaramente la posizione del vescovo di Milano11; anche se l’opera12 fu composta qualche anno dopo rispetto al 382 d.C., le idee di Ambrogio erano già radicate in lui, pubblicamente condivise e, considerato il suo ruolo politico apicale - fu anche tutore spirituale di Graziano e poi di Valentiniano II - punto di riferimento per la cancelleria di Graziano. ambr. De off. 1.16.76: Debere esse liberalitatis modum ne fiat inutilis largitas; sobrietas tenenda est, maxime sacerdotibus ut non pro iactantia sed pro iustitia dispenset…veniunt validi veniunt nullam causam nisi vagandi habentes et volut subsidiis evacuare pauperum. La costituzione, rimasta in vigore molto a lungo mostra chiaramente la volontà di arginare la fuga dalle campagne e dal lavoro, frequente in tempo di crisi economica e morale. Tale fenomeno si inquadra in un àmbito molto più ampio di problemi sociali, di cui le costituzioni che analizzeremo tra poco sono un altro esempio patente, mostrando un clima che per alcuni aspetti si ritrova anche in altri contesti storici, caratterizzati da uno scarsa capacità di controllo da parte delle autorità centrali e di un ampliamento del potere dei signori locali, una struttura che anticipa specificità medioevali che persistono ben oltre il Medioevo in taluni contesti territoriali. I defensores civitatum : un’occasione mancata Per l’omogeneità di contenuto, per la presenza di termini di cui è doverosa un’attenta interpretazione, per la necessità di prendere in considerazione con accuratezza il dato cronologico, il luogo di emanazione e il destinatario, tre costituzioni presenti nel ventinovesimo titolo del primo libro del Codice Teodosiano, De defensoribus civitatum, offrono interessanti spunti di riflessione e curiose (P. Bianchi, La ricchezza e la povertà, cit., pp. 171 ss.), con la presa di posizione di altri padri della Chiesa. 11 Ambr. De off. 1.16, 76: «Debere esse liberalitatis modum ne fiat inutilis largitas; sobrietas tenenda est, maxime sacerdotibus ut non pro iactantia sed pro iustitia dispenset…veniunt validi veniunt nullam causam nisi vagandi habentes et volut subsidiis evacuare pauperum». 12 Il De officiis o De officiis ministrorum ambrosiano venne composto intorno al 390 d.C. I.J. Davidson, “Ambrose’s De officiis and the Intellectual Climate of the Late Fourth Century”, Vigiliae Christianae, 49, 4, 1995, pp. 313 ss.
103COME GRIDA MANZONIANE occasioni di confronto. Il primo libro del Codex è caratterizzato dalla presenza di provvedimenti che trattano temi relativi alle fonti giuridiche e alle cariche amministrative13 e che offrono un ricco quadro dei funzionari imperiali e delle loro competenze. I provvedimenti, inoltre, gettano luce sui principali problemi in merito ai conflitti di competenza tra le cariche amministrative e sulle crescenti piaghe della corruzione e degli abusi perpetrati da coloro che occupavano posizioni di potere sia a livello pubblico, sia privato. Ancor prima di Costantino, forse addirittura in epoca dioclezianea, di fronte al crescere delle richieste di un aiuto all’autorità imperiale nei confronti delle palesi ingiustizie che si andavano moltiplicando, vennero probabilmente inviati degli incaricati in appoggio alle classi sociali più fragili14. Valentiniano I, nel 368 d.C.15, in una nota costituzione, C.Th.1.29.4 istituiva la carica del patronus, chiamato, dalla fine del IV secolo, defensor civitatis16, il 13 J.F. Matthews, Laying down the Law. A Study of the Theodosian Code, Yale University Press, New Haven-London, 2000, pp. 101 ss. 14 A. Frakes, Contra Potentium Iniurias: The Defensor Civitatis and the Late Roman Justice, C.H. Beck, München, 2001, pp. 15 ss.; sembra d’accordo P. Caputo, “Recensione a Frakes, Contra potentium iniuriam (2001)”, SDHI, 69, 2003, p. 707. 15 La questione della data è stata trattata, nell’ambito degli studi dell’Accademia Romanistica Costantiniana, da F. Pergami, La difesa delle frontiere dell’impero nell’attività normativa imperiale, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, vol. XXII, Esi, Napoli, 2017, pp. 491 ss.; si segnala, inoltre anche il recente M. Miglietta, Note minime sull’origine storica e sull’“attualità” del defensor civitatis, in Antologia giuridica romanistica ed antiquaria, a cura di L. Gagliardi, vol. 2, Giuffré, Milano, 2018, p. 197. 16 Degno di nota il fatto, sottolineato, tra gli altri, da A. Frakes, “Some Hidden Defensores Civitatum in the Res Gestae of Ammianus Marcellinus”, ZSS, 109, 1992, pp. 526 ss., che, mentre il termine usato da Valentiniano I per l’istituzione della carica era patronus, dalla fine del IV secolo si utilizzò, in sua sostituzione, la parola defensor (C.Th.1.29.3; C.Th.1.29.6; C.Th.1.29.7; C.Th.1.29.8). Per F. Mannino, Ricerche sul defensor civitatis, Giuffré, Milano, 1984, p. 81 ss., tale differente denominazione potrebbe forse indicare che esistevano già dei defensores in Occidente, prima del provvedimento di Valentiniano I (C.Th.1.29.1 del 368). Per una interessante comparazione tra funzioni e competenze del tribuno della plebe e di quelle del defensor civitatis, degno di nota il recente lavoro di A. Trisciuoglio, “Comparación entre el tribuno de la plebe y el defensor civitatis. A propósito de la prisón preventiva”, RIDROM-Revista Internacional de Derecho Romano, 1, 29, 2022, pp. 336 ss.
104 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI quale avrebbe dovuto mettere un argine all’iniuria potentium, tuttavia, nel giro di pochi anni, si dovette sentire la necessità di un ritorno sul tema a causa dei fallimentari esiti della legge citata. Una decina sono le costituzioni del ventennio17 375-395 d.C., conservate in diversi libri del Codex Theodosianus, che regolamentano le funzioni del defensor civitatis, a testimonianza della progressiva definizione delle sue competenze e del suo ruolo; tuttavia, quelle conservate nel titolo esplicitamente dedicato a questa figura (De defensoribus civitatum), C.Th.1.29.6, C.Th.1.29.7, C.Th.1.29.8, tutte presenti nel Breviarium, sono quelle di carattere più generale, presentando non tanto un dettagliato elenco delle competenze, quanto lo scopo principale dell’istituto e un quadro apparentemente attendibile della situazione sociale contemporanea. La breve C.Th.1.29.6 è cronologicamente la prima delle tre: fu emanata il 25 gennaio del 387 d.C. e inviata al prefetto del pretorio dell’Illirico e dell’Italia Eusignius18. C.Th.1.29.6 (= BREV.1.10.1) De defensoribus civitatum: Imppp. Valentinianus, Theodosius Et Arcadius Aaa. Eusignio Praefecto Praetorio. Hi potissimum constituantur defensores, quos decretis elegerint civitates. Quod si quis ad locum defensionis ambitione pervenerit, confestim eum sinceritas 17 Ricordiamo: C.Th.1.29.6; C.Th.1.29.7; C.Th.1.29.8; C.Th.3.11.1; C.Th.5.14.33, C.Th.7.1.12; C.Th.11.7.12; C.Th.11.1.19; C.Th.12.6.23. 18 La costituzione, emanata nella parte occidentale dell’Impero da Valentiniano II, presenta qualche problema di datazione: dai manoscritti risulterebbe che essa risale al 387 d.C., dal momento che viene esplicitamente indicato l’anno successivo al consolato (post consolatum) di Onorio ed Euodius, i quali ricoprirono la carica di consules nel 386. Mentre la più parte degli autori, tra cui Mommsen nella sua edizione critica del Codex, O. Seeck, Regesten der Kaiser und Päpste für die Jahre 311 bis 476 N. CHR. Vorarbeit zu einer Prosopographie der Christlichen Kaiserzeit, J.B. Metzler, Stuttgart, 1919 (rist. Minerva, Frankfurt/Main, 1984), p. 279, e la prosopografia del tardo Impero romano, PLRE, Flavius Eusignius, vol. I, pp. 309 s., concorda con i manoscritti, Krüger avanza la possibilità di anticipare la datazione al 386. Sulla scorta dello studioso tedesco, il Pharr (The Theodosian Code and Novels and Sirmondian Constitutions. A translation with Commentary, Glossary, and Bibliography, rist. Greenwood, New York, 1969, p. 33) considera la data di emanazione incerta. Anche se lo studio prosopografico non può venire in aiuto dal momento che il destinatario, Eusignius, fu prefetto del pretorio d’Italia e dell’Illirico sia nel 386 sia nel 387, non si vedono ragioni per non datare la costituzione, seguendo i manoscritti, al 387 d.C. (così anche A.H.M Jones, Il tardo Impero romano, Il saggiatore, Milano, 1974, vol. II, p. 973).
105COME GRIDA MANZONIANE tua reiectum quinque libras auri fisci utilitatibus cogat inferre. Dat. Viii Kal. Feb. P.C. Honorii N.P. Et Euodii V. C. Interpretatio. Hi instituantur civitatum defensores, quos consensus civium et subscriptio universorum elegisse cognoscitur. Quod si qui defensorum ad hanc rem cupiditate propria, non interveniente decreto pervenisse probabitur, pro hac praesumptione quinque libras auri fisco inferre cogatur. Il provvedimento non è secondario: fino ad allora, con tutta probabilità, i defensores civitatum erano stati incaricati direttamente dal potere centrale, in persona del prefetto del pretorio, e inviati con il compito di controllo e difesa dei ceti meno influenti nelle civitates; essi erano, quindi, rappresentanti dell’autorità imperiale a livello locale; avevano, inoltre, la forza di monitorare e, in un certo senso, controllare eventuali attività prevaricatrici di esponenti delle classi elevate delle zone periferiche dell’impero. La costituzione in oggetto pone fine a questo procedimento di nomina e stabilisce che siano le civitates stesse, tramite decreta, a eleggere i loro defensores. Alcuni autori, ingannati dall’interpretatio visigotica, che parlava di consensus civium, avevano sostenuto che doveva trattarsi di un’elezione compiuta dal consesso di tutti i cittadini, ma quest’interpretazione ad oggi sembra ben poco verisimile, dal momento che pare assodato che in quell’epoca, ormai, non vi fossero più assemblee che prevedessero l’intervento della totalità o di un consesso allargato di cittadini; per tale ragione si ritiene, a mio avviso correttamente, che la legge faccia riferimento alle curie cittadine19. Nel provvedimento rimane, tuttavia, un potere di controllo al prefetto del pretorio, il quale, se si fosse accorto che il defensor era giunto alla carica in questione ambitione, ossia per cupidigia per19 Tema rilevante è stato costituito, appunto, dalla determinazione di chi emanasse tali decreta: É. Chénon, “Étude historique sur le defensor civitatis”, NRD, 13, 1889, pp. 321 ss., credeva che fosse tutta la cittadinanza ad eleggere il defensor e sosteneva la sua idea basandosi sulle parole dell’Interpretatio: hi instituantur civitatum defensores, quos consensus civium et subscriptio universorum elegisse cognoscitur. La maggioranza degli autori successivi, però, (A.H.M Jones, Il tardo impero romano, cit., p. 973, O. Seeck, Defensor civitatis, in PWRE, IV.2, J.B. Metzler, Stuttgart, 1901, coll. 2365-2371, F. Mannino, Ricerche sul defensor civitatis, cit., pp. 81 ss., F. De Martino, Storia della costituzione romana, vol. V, Jovene, Napoli, 1975, p. 504) attribuendo scarsa importanza all’affermazione dell’Interpretatio, è di diverso parere, ritenendo che la scelta del defensor civitatis fosse stata attribuita alle curie cittadine. E tale sembra la possibilità più verosimile.
112 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI In ogni caso, nonostante l’energico richiamo che esprimono, questi provvedimenti legislativi dovettero cadere ripetutamente nel vuoto, dal momento che, anche negli anni successivi, questo tipo di costituzioni si susseguirono come le citate grida manzoniane, tanto frequenti, quanto inutili. Brevi considerazioni conclusive Analizzando le tre costituzioni esaminate, risalenti all’ultimo ventennio del IV secolo, si possono comunque trarre brevi conclusioni che riguardano in generale la figura del defensor civitatis, creata per far fronte attivamente alle prepotenze e soverchierie dei “signorotti” locali. C.Th.1.29.6 è occidentale, C.Th.1.29.8 orientale, C.Th.1.29.7 riguarda l’Egitto: tutte e tre i provvedimenti trattano del ruolo e delle funzioni del defensor in relazione ai suoi compiti originari di protettore delle classi meno potenti. I testi sono laconici, forse massimati dai compilatori, ma espressamente orientati al tentativo di ricondurre la figura dei defensores al dettato originario quale era in prima battuta quando si trattava di un funzionario espressione del potere centrale. Quest’ultimo, pur cogliendo i pericoli e i danni che possono colpire realtà territoriali periferiche in cui si poteva diffondere violenza e malversazione, non interviene su quella che è la radice del male: la trasformazione del defensor in un funzionario di nomina locale da parte delle curie, con competenze sempre maggiori in campo fiscale, amministrativo e addirittura giudiziario. La stessa inefficacia dei provvedimenti nei confronti dei latrones alle dipendenze di potentiores locali caratterizza le grida aventi ad oggetto i “bravi” e i loro protettori, di cui si fa beffe Alessandro Manzoni nell’apertura dei Promessi Sposi: non si tratta di cadere nel pericoloso quanto suggestivo trabocchetto dei corsi e ricorsi storici, ma di cogliere i tratti ricorrenti di un fenomeno sociale che percorse la storia europea dagli albori del Medioevo fino alla sua coda alle soglie dell’età moderna.
Tavolozza di fuoco. La pittura civile di Francesco Hayez attraverso metodi e tecniche di Valentina Brunello, Cristina Corti, Elena Lissoni e Laura Rampazzi Hayez pittore della nazione «La grande causa politica sbarra ancora, in Italia, l’Arte al suo passaggio […]. Perché l’Arte del Popolo, della Nazione Italiana possa esistere, bisogna che la Nazione sia. Oggi non vi sono che artisti, come non vi sono che martiri […]. Ma questi uomini sono i Precursori della Pittura Nazionale, come quei martiri sono i precursori della Nazione […], Hayez è alla loro testa». Con queste parole sulle pagine della «London and Westminster Review» Giuseppe Mazzini consacrava Hayez «pittore della Nazione» nel 18411. Era quello il punto di arrivo di una riflessione sull’«indole storica e civile della pittura 1 G. Mazzini, La pittura moderna in Italia (1841), in Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, Galeati, Imola, 1915, XXI, pp. 291-293. Per una bibliografia completa ed esaustiva sull’autore e sulle opere citate si rimanda agli studi fondamentali di F. Mazzocca: Hayez, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Accademia, Pinacoteca, Biblioteca di Brera, novembre 1983 - febbraio 1984), a cura di M.C. Gozzoli, F. Mazzocca, Electa, Milano, 1983; F. Mazzocca, Francesco Hayez. Catalogo ragionato, Motta, Milano, 1994; Francesco Hayez, catalogo della mostra (Milano, Gallerie d’Italia, Piazza Scala, 7 novembre 2015-21 febbraio 2016), a cura di F. Mazzocca, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2015. Per una riflessione sulla tecnica adottata dall’artista si rimanda a La tavolozza di Francesco Hayez. Storia, conservazione e scienza, intr. di F. Mazzocca, a cura di E. Lissoni, L. Rampazzi, Scalpendi, Milano, 2015 e E. Lissoni, Nato pittore, in Hayez. L’officina del pittore romantico, catalogo della mostra (Torino, Gam-Galleria d’arte moderna e contemporanea), a cura di F. Mazzocca, E. Lissoni, 24 Ore Cultura, Milano, 2023, pp. 33-45.
114 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI e della scultura» avviata fin dal 1829 dal famoso poligrafo pavese Defendente Sacchi, leader della pubblicistica progressista, che per primo aveva collegato apertamente la rivoluzione romantica di Pelagio Palagi e di Hayez a un intento ideologico – democratico – coniando la definizione di «pittura civile». All’artefice del Pietro Rossi (Milano, Pinacoteca di Brera) e del perduto Carmagnola, manifesti del Romanticismo in pittura, Sacchi riconobbe il merito di aver saputo rappresentare «avvenimenti trascorsi» che «offr[issero] il carattere storico associato al sentire contemporaneo del secolo nostro», un impegno che sul versante formale si tradusse in «un bello moderno italiano», fondato sul vero e contrapposto al bello ideale della tradizione classicista2. Proprio Sacchi fu il primo a sottolineare il significato simbolico delle scelte iconografiche di Hayez, offrendone una decifrazione in chiave ideologica, riconoscendo nei temi tratti dal Medioevo italiano inequivocabili rimandi alla situazione politica nazionale e al desiderio di riscatto. Quando fu presentata all’esposizione di Brera del 1829, la grande tela del Pietro l’Eremita era apparsa in tutta la forza del suo messaggio politico senza ambiguità, come una sorta di chiamata alle armi. Il valore simbolico del colore assunse un ruolo di primo piano ne I due Apostoli Giacomo e Filippo, in cui si potevano riconoscere i fratelli patrioti Giacomo e Filippo Ciani, ammantati dei colori del tricolore. Altrettanto fondamentale fu l’uso del colore nel suo capolavoro il Bacio (Milano, Pinacoteca di Brera), dove la stupenda veste turchina della protagonista e il risvolto bianco delle maniche, insieme alla calzamaglia rossa e all’abito verde dell’amato, evocano l’unione tra la bandiera italiana e quella francese, a suggerire il ruolo decisivo svolto dalla Francia per il raggiungimento dell’indipendenza italiana. Ma la creazione di un linguaggio pittorico nazionale, ovvero un linguaggio in cui l’Italia potesse riconoscersi, richiedeva necessariamente una riflessione che, oltre alla scelta dei temi e dei soggetti, investisse il metodo di lavoro, la tecnica e i materiali della pittura. All’inizio degli anni venti dell’Ottocento alla sostenutezza e alla calcolatissima previsione grafica neoclassica Hayez aveva contrapposto la violenza del gesto pittorico, le sperimentazioni, l’audacia, persino le scorrettezze del dirompente linguaggio della pittura romantica, di quella che Sacchi definiva «civile», che 2 D. Sacchi, Un provinciale a Milano. Visita allo studio di Hayez, in Id., Miscellanea di Lettere ed Arti, dalla tipografia Bizzoni, Pavia, 1830.
115TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ richiedeva di reinterpretare le istanze del presente attraverso un modo nuovo imposto dai temi nazionali. Nel consacrarlo «Pittore della Nazione» Giuseppe Mazzini dimostrava di aver compreso anche questo aspetto, ponendo l’accento sullo stile, sulla tecnica originale, sull’indole stessa dell’artista: «egli dipinge rapido e sicuro qualche schizzo, che non si cura neanche di conservare, gli basta per mettersi all’opera: non ha l’abitudine di preparare un impasto generale di colori, per ripassar su di esso con altri sfumati diversamente; cambia, a ogni colpo di pennello, le sue tinte sulla tavolozza»3. Un modus operandi confermato, oltre che dalle opere non condotte a termine – Sant’Ambrogio ricusa l’entrata nel Tempio all’imperatore Teodosio o la replica della seconda versione del Pietro Rossi4 (Milano, Accademia di Brera) –, anche dalle indagini scientifiche che il laboratorio di Chimica analitica dei Beni Culturali dell’Università degli Studi dell’Insubria ha condotto su di un nucleo di dipinti, grazie alla disponibilità dei proprietari, istituzioni museali (Musei Civici d’Arte e Storia di Brescia, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) e collezionisti privati5. In questa sede si rende conto dei risultati delle indagini, contribuendo a definire ulteriormente materiali e tecniche impiegate dall’artista nella creazione del proprio linguaggio pittorico. 3 G. Mazzini, La pittura moderna…, cit., pp. 245-332. 4 Francesco Hayez. Pietro Rossi nel castello di Pontremoli, a cura di F. Mazzocca, V. Ferrari, P. Lapi, Cimorelli, Milano, 2025. 5 La campagna di analisi risale al 2015 nell’ambito del progetto «La tavolozza di Hayez. Riflessioni intorno alla materia dell’arte ottocentesca», finanziato da Regione Lombardia e Unione Europea con i fondi del POR Lombardia Ob. 2 FSE 2007/2013. Si discutono qui i risultati inediti, non confluiti nella pubblicazione E. Lissoni, L. Rampazzi, La tavolozza…, cit. Le opere qui analizzate sono I due Apostoli Giacomo e Filippo, 1825-1827, olio su tavola, 76x56 cm, courtesy Benappi; Pietro l’Eremita che cavalcando una bianca mula col Crocifisso in mano, e scorrendo le città e le borgate predica la prima Crociata, 1826-1829, olio su tela, 210x280 cm, collezione privata; Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria, 1826-1831, olio su tela, 201x290 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo; Ciociara, 1842, olio su tela, 140x103 cm, collezione privata; Giacobbe, incontrandosi con Esaù, e inchinandosi a lui sette volte, gli mostra il gregge e i cammelli che gli aveva mandato in dono e gli presenta nello stesso tempo la propria moglie e i propri figli, 1844, olio su tela, 208x300 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo; I Vespri siciliani, 1844-1846, olio su tela, 225x300 cm, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
116 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Metodi di diagnostica Per la campagna di analisi sono state utilizzate la spettroscopia infrarossa in riflessione esterna e una delle cosiddette tecniche di immagine, la riflettografia infrarossa6. I metodi non sono invasivi, ovvero l’indagine delle superfici pittoriche più rappresentative avviene senza contatto con la superficie, senza intaccare la preziosità e l’unicità delle tele. La riflettografia infrarossa permette di vedere il disegno nascosto sotto la pittura e i ripensamenti dell’artista, grazie alla trasparenza di alcuni materiali alla radiazione infrarossa. La spettroscopia infrarossa in riflessione esterna identifica i composti molecolari sulla superficie irraggiando un’area di pochi millimetri quadrati con una radiazione infrarossa e registrando la componente riflessa. La ricerca dell’identità dei materiali pittorici presenti è stata possibile grazie a una banca dati di pigmenti di riferimento, analizzati con le stesse tecniche utilizzate per i quadri. I riferimenti sono stati scelti in base ad approfondite ricerche storico artistiche nei trattati e nelle fonti di riferimento del periodo di attività di Francesco Hayez. Oltre ai pigmenti tradizionali, in uso dall’antichità al Settecento – come le ocre, il cinabro, il blu di Prussia e la biacca7 – è stato quindi analizzato un secondo nucleo di pigmenti introdotti nell’Ottocento, tra cui il blu oltremare sintetico e il blu di cobalto. Sono stati considerati anche i leganti comunemente impiegati nella pittura, come gli oli siccativi (ad esempio olio di lino, di noce o di papavero), le colle di origine animale, l’uovo o combinazioni di questi materiali. È importante che tali sostanze vengano sottoposte a un processo di invecchiamento controllato, in modo da si6 Per le analisi di immagine è stata utilizzata una fotocamera digitale con rivelatore CCD, dotata di un filtro passa-alto da 850 nm. La lampada impiegata per l’illuminazione è di tipo alogeno, da 1000 W. Le analisi di spettroscopia infrarossa in riflessione esterna sono state eseguite con uno spettrometro Bruker Alpha equipaggiato con modulo per la riflessione totale esterna. Gli spettri sono stati raccolti nell’intervallo 7500375 cm-1, con una risoluzione di 4 cm-1, accumulando 200 scansioni per ogni area di analisi. 7 R. J. Gettens, G. L. Stout, Painting materials. A short Encyclopaedia, Dover Publications, New York, 1966; N. Eastaugh, V. Walsh, T. Chaplin, R. Siddall, Pigment compendium. A dictionary and optical microscopy of historical pigments, Taylor and Francis, Oxford, 2008; La fabbrica dei colori. Pigmenti e coloranti nella pittura e nella tintoria, a cura di S. Rinaldi, Bagatto Libri, Roma, 1995.
117TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ mulare il naturale deterioramento che avviene nel tempo. Questo permette di ottenere segnali molecolari più realistici, simili a quelli che si troverebbero effettivamente nello strato pittorico, poiché i materiali originali subiscono alterazioni. Il degrado, infatti, può causare la modifica o la scomparsa dei segnali associati a specifici gruppi funzionali nelle molecole. Nell’ambito delle analisi qui presentate, sono stati realizzati campioni di leganti utilizzando materie prime nella forma più pura possibile, e si è fatto riferimento a studi scientifici che analizzano il comportamento di leganti invecchiati. «Il suo disegno non è mai muto»8 Perfettamente corrispondente all’immagine del genio romantico, il metodo di lavoro di Hayez ha sempre continuato a esercitare un grande fascino presso la critica, che ne registrava puntualmente la particolarità: «Ben molte volte accadeva di vedere nello studio di lui tele anche di vaste dimensioni, immuni di ogni segno grafico, con una testa dipinta di tutto punto in qualche parte di quel mare di bianco, senz’altra traccia talvolta che un filo onde era fermato il punto prospettico della futura composizione»9. A impressionare, in particolare, era il fatto che «dopo qualche schizzo senza moltiplicare gli studi, le prove [Hayez] pinge[sse] alla prima i suoi quadri», apparentemente senza disegno preparatorio, ma adottando una stesura di getto e un modo di procedere basato sull’estro del momento, che risaliva alla grande tradizione veneta, nel segno di Tiziano. Già nel 1809, sulla via di Roma, a Firenze, in visita allo studio di Pietro Benvenuti, di fronte alla grande tela con La morte di Priamo (1811, Firenze, Palazzo Corsini), in corso d’esecuzione, ma perfettamente condotta a chiaroscuro in tutti i dettagli, il pittore non aveva nascosto la propria insofferenza10. Una testimonianza che conferma un metodo di lavoro che si distaccava dalla pratica neoclassica del cartone e si orientava verso l’impiego di un disegno 8 «Le opere dell’Hayez nascono da una sofferta ricerca. Il suo disegno non è mai muto» G. Nicodemi, Francesco Hayez, Ceschina, Milano, 1962. 9 G. Mongeri, Francesco Hayez. Reminiscenze d’arte, in Id., Esposizione retrospettiva di alcune opere del defunto Professore di Pittura Francesco Hayez nel Palazzo di Brera, catalogo della mostra (Milano, Palazzo di Brera, 1883), edizione ufficiale del Comitato, Milano, 1883, p. 16. 10 F. Hayez, Le mie memorie, ed. critica a cura di F. Mazzocca, E. Lissoni, E. Sala, Scheiwiller-Accademia di Brera, Milano, 2025, p. 56.
118 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI preparatorio più libero e sciolto, nel quale i contorni delle figure sono spesso corretti con continui ripensamenti nelle stesure pittoriche11. Una prassi descritta puntualmente nelle Memorie – «con un tratto di pennello, spesso volte ho cancellato il lavoro anche di più giorni, e specialmente nel gran quadro della Sete dei Crociati mi determinai di cancellare affatto circa quindici o sedici figure grandi al vero e rifarle totalmente diverse»12. Le dichiarazioni dell’artista trovano conferma nelle analisi condotte tramite tecniche di immagine, che hanno messo in luce un modo di procedere molto articolato, con soluzioni che vanno dall’impiego di un disegno preparatorio condotto a linee sottili a un tracciato di pochi tratti rapidi a grafite, alternati ad altri eseguiti con il pennello, come nelle linee guida relative alle mani e ai piedi degli Apostoli Giacomo e Filippo (Fig. 1). Sono stati identificati alcuni ripensamenti del pittore durante la realizzazione delle opere. Nella Fig. 2, ad esempio, si può osservare un dettaglio dei volti della donna oltraggiata e dell’uomo che la sostiene, tratti dal dipinto I Vespri siciliani. Qui si notano modifiche nella forma del cappello. Inoltre, sullo sfondo, dietro la coppia in primo piano, emergono tracce di disegni sottostanti. La Fig. 3 mostra un ripensamento sotto le gambe dell’uomo al centro dello stesso dipinto. La Fig. 4 presenta un’immagine in infrarosso dello sfondo del dipinto Pietro l’Eremita, affiancata alla corrispondente immagine nel visibile: si notano chiaramente alcune variazioni nella conformazione delle montagne. Infine, la Fig. 5, riferita all’Incontro di Giacobbe ed Esaù, mostra in luce infrarossa un dettaglio della carovana. Si distinguono ombre tra le figure sullo sfondo, probabilmente riconducibili a personaggi abbozzati e successivamente ricoperti. Nella stessa opera sono stati riconsiderati alcuni aspetti relativi al personaggio di Rachele. Nelle immagini si può notare, ad esempio, il disegno originale della posizione del bambino in braccio alla madre e delle mani della donna visibile sotto lo strato pittorico (Fig. 6). Tavolozza di fuoco Nei primi decenni dell’Ottocento, mentre si diffondono rapida11 G. Mongeri, in Catalogo della Esposizione retrospettiva di alcune opere del defunto Professore di Pittura Francesco Hayez, Milano, 1883, p. 10. 12 F. Hayez, Le mie memorie, cit., p. 132.
119TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ mente i nuovi colori industriali – dal 1825 a Milano verrà introdotto il blu di cobalto, quindi a Venezia il giallo di cadmio, gli arancioni e i gialli di cromo – si assiste al recupero delle tecniche antiche, riscoperte e rilanciate anche attraverso la ristampa dei trattati. Alla pubblicazione nel 1813 del Saggio analitico chimico sopra i colori minerali di Lorenzo Marcucci, avrebbe risposto nel 1821 Giuseppe Tambroni, già console a Roma e sostenitore di Hayez, con la prima fondamentale edizione a stampa del Libro dell’arte di Cennino Cennini13, il più antico testo italiano sulle pratiche artistiche medievali. Un tale recupero – che sul piano stilistico ben corrispondeva alla riscoperta della pittura dei primitivi italiani – si inscriveva in una più vasta riflessione sulla stabilità dei materiali della pittura. Hayez avrebbe selezionato i propri pigmenti tra quelli della tradizione – il preziosissimo blu oltremare del celebre Bacio (Milano, Pinacoteca di Brera) o il rosso cinabro dell’Ecce Homo (Lovere, Accademia Tadini)14 – per ottenere sempre la massima brillantezza dalla propria tavolozza, in linea con le esigenze espressive delle diverse stagioni creative: da quella «di fuoco«15 dei primi grandi capolavori romantici, ai sofisticati richiami al Settecento veneto delle opere più sperimentali degli anni quaranta, fino alla sontuosità cromatica degli Ultimi momenti del doge Marin Faliero del 1867 (Milano, Pinacoteca di Brera). Infatti, come avrebbe ricordato Pietro Estense Selvatico, alle prese con la riforma dell’Accademia di Venezia: «molti dei dipinti moderni appaiono oscurati e ingialliti perché i pittori dipingono con colori spacciati dai trafficanti sen13 Di Cennino Cennini trattato della pittura: messo in luce la prima volta con annotazioni dal cavaliere Giuseppe Tambroni…, co’ torchi di Paolo Salviucci, Roma 1821 e nell’ed. critica C. Cennini, Il libro dell’arte, a cura di F. Frezzato, Neri Pozza, Vicenza, 2009. Sulla fortuna della trattatistica antica nell’Ottocento si rimanda a S. Bordini, Le fonti sulle tecniche, in Effetto luce. Materiali, tecnica, conservazione della pittura italiana dell’Ottocento, Atti del Convegno (Firenze, 12-13 novembre 2008), Edifir, Firenze, 2009, pp. 99-107. 14 Per considerazioni più estese su colori e pigmenti si rimanda a E. Lissoni, P. Aquilini, La tecnica di Francesco Hayez, cit., pp. 42-47 e a L. Rampazzi, Riflessi in un occhio d’oro. Francesco Hayez tra chimica e pittura, in La tavolozza…, cit., con bibliografia precedente, e L. Rampazzi, V. Brunello, C. Corti, E. Lissoni, “Non-invasive techniques for revealing the palette of the Romantic painter Francesco Hayez”, Spectrochimica Acta A, 176, 2017, pp. 142-154. 15 F. Pezzi, “Esposizione in Brera. Dipinti dell’Hayez”, La Gazzetta di Milano, 260, 17 settembre 1827, pp. 1029-1032.
120 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI za darsi troppa cura di sapere come tali colori siano composti»16. Un ulteriore cambiamento rilevante avvenne intorno al 1840, con l’invenzione dei tubetti in stagno contenenti preparazioni già pronte di pigmento e olio di lino, innovazione che modificò radicalmente il modo di dipingere. Di fatto, solo in rarissimi casi il pittore ricorrerà ai nuovi colori prodotti dall’industria chimica, scelti esclusivamente tra quelli già sperimentati nella resa e nella stabilità, come il blu di Prussia e quello di cobalto, e dagli anni cinquanta il verde di cromo. Resta ancora da indagare se Hayez macinasse i pigmenti da sé, come suggerisce la presenza di un «tavolo di noce alto 0,71 largo 0,73 per 0,45 con pietra di porfido e suo macinatoio, per macinare i colori» tra gli oggetti del suo studio donati all’Accademia di Brera17. La tonalità rosso terroso osservata nelle opere La Ciociara e L’incontro di Giacobbe ed Esaù hanno prodotto spettri con un segnale a 3695 cm⁻¹, indicativo della caolinite, Al₂Si₂O₅(OH)₄, un minerale associato ai pigmenti della famiglia delle ocre perché normalmente presente come impurità18. L’ocra rossa, composta da Fe₂O₃·nH₂O, è tra i pigmenti già utilizzati nella pittura preistorica. Nel caso delle campiture rosse dei I Vespri siciliani, il debole picco a 380 cm⁻¹ ha suggerito la presenza di minio (Pb₃O₄). I segnali della caolinite suggeriscono anche la presenza di ocra gialla, nelle campiture color giallo de I Vespri siciliani, La Ciociara e L’incontro di Giacobbe ed Esaù. Tale pigmento, costituito da FeO(OH) e usato anch’esso fin dalla preistoria, è affiancato sulla tavolozza da altri gialli. Gli spettri indicano, infatti, l’uso del giallo di Napoli, cioè antimoniato di piombo Pb₃(SbO₄)₂, nel Pietro l’Eremita, I due Apostoli Giacomo e Filippo, in Pietro l’Eremita e ne La Ciociara. Il pigmento, usato in epoca antica, era stato recuperato nel XVIII secolo. Lo spettro registrato su un’area dorata di Pietro l’Eremita mostra un insieme di bande corrispondenti a un ulteriore pigmento giallo, ovvero il giallo di piombo-stagno di tipo I (stan16 P. Estense Selvatico, Storia estetico-critica delle arti del disegno, co’ Tipi di Pietro Naratovich, Venezia, 1856, p. 76. Per una riflessione più estesa si rimanda a A. Auf der Heyde, Fonti, pentimenti e montaggio finale del Pittore storico, in Pietro Selvatico Estense, Sull’educazione del pittore storico odierno italiano. Pensieri, [Padova: coi tipi del Seminario, 1842], Edizioni della Normale, Pisa, 2007, pp. 547-579. 17 Appendice, in F. Hayez, Le mie memorie, a cura di C. Carotti, con discorso di Visconti Venosta E., R. Accademia di Belle Arti in Milano, Milano, 1890, p. 184. 18 N. Eastaugh, Pigment Compendium..., cit.
121TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ nato di piombo, Pb₂SnO₄), noto anche come giallorino e citato per la prima volta da Cennino Cennini19. In alcune campiture gialle de La Ciociara e L’incontro di Giacobbe ed Esaù si è osservata inoltre la presenza della barite (BaSO₄). Il composto, naturale o artificiale, è in uso a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, soprattutto come carica minerale di pigmenti diffusi come la biacca, forse per ridurne il costo. Accanto a queste tonalità calde, le indagini scientifiche hanno messo in luce anche la presenza di pigmenti freddi, come i verdi e i blu. Il blu di Prussia (Fe₄(Fe[CN]6)₃, creato nel 1704 da Diesbach) è stato chiaramente riconosciuto ne I Vespri siciliani, grazie al segnale intorno a 2100 cm⁻¹ del triplo legame CN. Il composto ha contribuito a rendere anche le ombre in campiture rosse e a ottenere le tonalità verdi. Nelle campiture verdi analizzate ne La Ciociara è stato mescolato con il giallo di Napoli, come ne I due Apostoli Giacomo e Filippo e in Pietro l’Eremita. Altrove, ad esempio in un’altra area di Pietro l’Eremita e ne I Vespri siciliani, è stato invece rilevato il blu di cobalto (CoAl₂O₄, creato da Leithner nel 1775), grazie alle bande di assorbimento intorno a 665 cm⁻¹ e sopra 6000 cm⁻¹. Il nero, elemento fondamentale nella costruzione dei contrasti, è stato analizzato in varie opere. Gli spettri de I Vespri siciliani, I profughi di Parga e La Ciociara hanno mostrato la banda attorno a 2015 cm⁻¹ che potrebbe riferirsi al nero d’ossa, un pigmento ottenuto fin dalla preistoria scaldando ad alte temperature le ossa animali, piuttosto che al nero d’avorio, come sta emergendo da studi in corso20. Il composto è stato anche utilizzato per rendere le tonalità di marrone, come ne I due Apostoli Giacomo e Filippo, e per tratteggiare le ombre nelle campiture rosse, per esempio ne L’incontro di Giacobbe ed Esaù, e gialle, come in Pietro l’Eremita. Il nero di origine animale è stato usato anche per modulare la tonalità del blu di Prussia, come ne I profughi di Parga (Fig. 7). Consapevole che la saturazione dei pigmenti scuri in olio è solo parziale, per ottenere un nero intenso e profondo è probabile che Hayez sia ricorso allo stratagemma di aggiungere un ‘olio cotto’ o una resina vegetale21, come siccativo, per consolidare il film pit19 C. Cennini, Il libro..., cit. 20 Il laboratorio di Chimica analitica dei Beni Culturali dell’Università degli Studi dell’Insubria ha avviato i primi esperimenti per distinguere i due pigmenti dalle composizioni molto simili. 21 P. Bensi, La tecnica pittorica nei dipinti su tela di Francesco Hayez, in Le tecniche pittoriche dell’Ottocento in Friuli e a Trieste, Forum, Udine, 2010, p. 95.
128 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 4 - Pietro l’Eremita che cavalcando una bianca mula col Crocifisso in mano, e scorrendo le città e le borgate predica la prima Crociata, 1826-1829, olio su tela, 210x280 cm, collezione privata: immagine nel visibile (in alto) e dettaglio all’infrarosso (in basso).
129TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ Fig. 5 - Giacobbe, incontrandosi con Esaù, e inchinandosi a lui sette volte, gli mostra il gregge e i cammelli che gli aveva mandato in dono e gli presenta nello stesso tempo la propria moglie e i propri figli, 1844, olio su tela, 208x300 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo: immagine nel visibile (in alto e in basso a sinistra) e dettaglio all’infrarosso (in basso a destra).
130 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 6 - Giacobbe, incontrandosi con Esaù, cit.: immagini nel visibile (in alto e in basso a sinistra) e dettagli all’infrarosso (in alto e in basso a destra).
131TAVOLOZZA DI FUOCO. LA PITTURA CIVILE DI FRANCESCO HAYEZ Fig. 7 - Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria, 1826-1831, olio su tela, 201x290 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo: immagini nel visibile.
Sculture «di tanto grido»: altari e invenzioni di Giuseppe Rusnati da Roma alla Lombardia di Alessandra Casati Un episodio rilevante nella produzione scultorea del gallaratese Giuseppe Rusnati rimane senza ombra di dubbio l’altare maggiore del Santuario del Sacro Monte di Varese (Fig.1)1. L’opera, secondo i documenti, fu compiuta nella struttura a edicola entro il 1685, mentre le parti scolpite si datano entro il 1692, quando lo scultore richiese il pagamento2. L’altare fu progettato * Il titolo di questo intervento parafrasa un’espressione, riferita a Giuseppe Rusnati, contenuta nei documenti relativi alle sculture dell’arco d’ingresso alla via sacra del Sacro Monte sopra Varese (vedi qui nota 4). In questa occasione vogliamo spostare l’attenzione dalla fama dello scultore alla novità delle invenzioni che egli adottò nella progettazione di altari e nelle sculture che li decoravano, in cui fece confluire spunti e suggestioni provenienti dal suo soggiorno a Roma. 1 Al gallaratese si devono le sculture e tutti i rilievi decorativi con pedoni e teste angeliche inserite nei basamenti. Gli unici due angeli non di sua mano sono quelli posti sui gradini dell’altare. Per la forma delle teste entro i basamenti, Rusnati ripropone soluzioni analoghe anche nell’altare maggiore del Duomo di Lodi, dove per altro fornisce anche i modelli per i bronzi. Nel caso lodigiano, oltre ai due Angeli adoranti in precedenza già attribuiti a Rusnati da S. Zanuso (La scultura del Seicento a Milano, Fondazione Federico Zeri, Bologna, 2024, p. 324), si possono aggiungere al catalogo del nostro scultore anche le teste angeliche che decorano i cantonali dell’altare e del tempietto ed i due piccoli angeli sopra il tempietto (A. Casati, Precisazioni sull’attività pavese di Giuseppe Rusnati: l’altare maggiore del Carmine di Pavia (e una proposta per l’altare del duomo di Lodi), in Laboratorio. Nuove ricerche sulla storia dell’arte a Pavia e in Certosa, a cura di P.L. Mulas, Scalpendi, Milano, 2024, pp. 117-125, in part. p. 125). 2 L’opera fu commissionata dai conti Jacopo Simonetta e Anna Monti tra il 1660 e il 1662, ma fu ultimata nell’architettura solo nel 1685. Cfr. S. Colombo, Il Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, Nicolini Editore, Gavirate, 2004, p. 128.
134 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI per contenere la Madonna lignea trecentesca ed esporla alla venerazione e si colloca a conclusione del percorso del Sacro Monte, costituendo il quindicesimo Mistero del Rosario, ovvero l’Incoronazione della Vergine. Per esporre il simulacro mariano Rusnati mise in opera un «trionfo di angeli […] ingegnoso scherzo di nuvole e puttini»3, raffigurati questi ultimi nell’atto di sorreggere la Vergine. È proprio questo elemento, centrale nella struttura dell’altare, che consente di fare alcune riflessioni sui modelli che possono aver ispirato lo scultore, il quale aveva un forte legame con il Santuario in quanto due delle sue figlie erano state accolte nella comunità delle Romite ambrosiane che abitano il monastero4. In questo contributo ci si propone di rintracciare i modelli che guidarono Rusnati nella realizzazione del trionfo di angeli, vero e proprio pezzo di bravura, tra i vertici della sua produzione, dove gli angeli si impastano alle nuvole in un gioco di pieni e di vuoti dall’equilibrio apparentemente precario. Questa ardita composizione trova sostegno nella figura dell’angelo centrale il quale, come un novello Atlante, regge le nubi, strizzando l’occhio alla statuaria antica. Nella ricerca delle fonti di Rusnati è opportuno partire dalla sua formazione, che per molti scultori della sua e della precedente generazione avvenne inizialmente in patria – nel suo caso prima con Antonio Albertini (Albertino) e poi con Dionigi Bussola – per poi essere completata con un soggiorno a Roma presso la bottega dello scultore intelvese Ercole Ferrata. È noto grazie alla testimonianza di Filippo Baldinucci che, in occasione del suo apprendistato romano, Rusnati «modellò tutte le opere del maestro sparse per la città di Roma […] ma tutte le bozzetti e i modelli del suo studio e oggi nella scultura fa figura di gran maestro nella città di Milano»5. 3 D. Bigiogero, Le glorie della gran Vergine al Sagro Monte sopra Varese Diocesi di Milano. Origine e progresso della devozione, monisterio, e fabbrica delle Sante cappelle, Milano, Paolo Antonio Montano, 1698 [1732], citato in S. Colombo, Le sculture dei Sacri Monti sopra Varese, Nicolini Editore, Gavirate, 2002, p. 188). Al Sacro Monte si conserva un modelletto ligneo, che conosco solo tramite fotografia, che sembra una copia ad uso devozionale. Colombo vi riconosce un modello preparatorio, che sarebbe stato però più verosimilmente in creta, com’era prassi per Rusnati (ivi, p. 190). 4 F. Baini, “Il testamento di Giuseppe Rusnati. Riflessioni e scoperte”, Arte Cristiana, XCVII, 851, 2009, pp. 146-157, in part. pp. 147, 154, 157). Al Sacro Monte di Varese realizzò anche le sculture dell’arco all’ingresso della via sacra. S. Colombo, Per la storia della Fabbrica del Santissimo Rosario, in La Storia di Varese, II, Insubria University Press, Varese, 2011, pp. 65-66. 5 F. Baldinucci, Notizie dei professori del disegno da Cimabue in qua,
135SCULTURE «DI TANTO GRIDO» Di questo periodo romano, che si svolse a più riprese negli anni Settanta del Seicento (dal 1671 al ’73 e tra il ’73 e il ’75)6, abbiamo solo questa notizia nella letteratura artistica, ma non rimane nessuna evidenza materiale. Forse per compensare questo vuoto, a Rusnati era stato ricondotto, e poi sottratto, un taccuino di disegni conservato a Lipsia (Lipsia, Museum der bildenden Künste, Renzi 6)7, nel quale sono riprodotte molte sculture di Ferrata e non solo, visibili nelle chiese romane, ma anche alcuni modelletti lignei che oggi, per una serie di vicissitudini, sono conservati al Museo Diocesano di Arte Sacra di Scaria Intelvi8. L’anonimo disegnatore poteva aver copiato e studiato queste opere solo nello studio dell’intelvese, dove sono attestate grazie ad un accurato inventario, e pertanto si era pensato di attribuire il taccuino di Lipsia ad un maestro che ebbe l’occasione di soggiornare presso Ferrata, come appunto aveva fatto Rusnati. Tuttavia, disegni sicuramente di mano di Rusnati non sono noti e ciò compromette la possibilità di un’attribuzione sicura, anche se è ipotesi tutt’altro che improbabile che egli possa aver prodotto dei disegni per fermare su carta quanto aveva osservato nel suo soggiorno romano per poi utilizzarli come modelli una volta rientrato in Lombardia. Dell’importanza del suo apprendistato romano e di quanto esso abbia potuto influire sulla sua produzione successiva sono dimostrazione le sue opere9, che si rifanno ad un bagaglio di riferimenti del Barocco romano che comprendono temi e modelli provenienti da opere non solo di Ferrata, ma anche di Alessandro Algardi, di Melchiorre Cafà ed altri maestri10. Un’interessante notizia che ci dà conferma di quanto egli tenesse in considerazione la sua formazione romana è contenuta nell’inventario che correda il suo testaFirenze, 1773, XVIII, p. 176. 6 A. Casati, Scultura lignea e policroma, cit., p. 206, nota 38. 7 La prima segnalazione si deve a Jennifer Montagu, “The Graphic work of Melchiorre Cafe”, Paragone, XXXV, 413, 1984, pp. 50-61. 8 Da ultimo vd. A. Casati, Il dono alla Patria. Ercole Ferrata, il Crocifisso eburneo di Pellio Intelvi e la tradizione ferratesca in Lombardia, ETS, Pisa, 2020, pp. 109-130, dove è pubblicato per esteso l’inventario della casa e dello studio (Archivio di Stato di Roma, 30 notai capitolini, uff. 19, vol. 382, 16 luglio 1686, notaio G.F. Senepa, cc. 97r-139v). 9 Sulla formazione romana vd. anche R. Dose, “La formazione romana di Giuseppe Rusnati”, Arte Lombarda, 116, 1996, pp. 28-39. 10 Il Cristo morto in Sant’Antonio Abate a Milano sembra memore della Santa Rosa da Lima di Melchiorre Cafà (Lima, San Domenico). Vd. A. Casati, Il dono alla patria, cit., pp. 89-91.
136 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI mento. In esso si ritrova una lista che censisce i cosiddetti «Modelli di Roma»11, dove ad esempio è segnalato «Un ritratto di una femmina con in mano la cornucopia», che può essere una derivazione dalla Liberalità di Algardi, che Rusnati avrebbe poi ripreso nella Provvidenza della cappella di San Gaetano Thieno nella chiesa di Sant’Antonio abate a Milano. Per i «modelli di Roma» lo scultore aveva previsto che, se gli eredi non avessero avuto necessità di venderli, essi venissero donati all’Accademia Ambrosiana, di cui egli era stato anche Principe, dove avrebbero costituito un repertorio di riferimento per la formazione delle giovani generazioni di scultori lombardi, così come lo erano stati per lui. Egli si voleva candidare a divulgatore della civiltà artistica del Barocco romano, anche incoraggiando altri lombardi a stabilirsi a Roma, come fece con il suo allievo Camillo Rusconi12. Tra le opere del catalogo dello scultore che rinviano a modelli del Barocco romano, vi è inoltre l’altare maggiore della chiesa dell’Assunta di Gallarate, in seguito traslato in una cappella laterale della nuova chiesa, altare che cronologicamente si situa tra il 1697 e il 1700 circa13. Sopra la mensa Rusnati collocò un sarcofago da cui 11 Per l’inventario completo e un’analisi degli inventari vd. A. Casati, “Il viaggio delle forme Migrazione di maestri e modelli nella scultura barocca tra Roma e la Lombardia”, Ricerche di S/Confine, IV, 1, 2013, pp. 215-249, testo disponibile al sito <www.ricerchedisconfine.info>, accesso agosto 2025. Il testamento (Archivio di Stato di Milano, Atti dei notai di Milano, not. G. B. Soliva, 39028), datato 16 maggio 1713, è invece segnalato e in parte trascritto da Baini (2009, pp. 156-157). Da questo documento emerge che Rusnati voleva che i suoi modelli, bozzetti e gessi, compresi «quelli di Roma», andassero, se gli eredi non volevano venderli, all’Accademia di San Luca di Milano della quale fu principe tra il 1700 e il 1701, sull’esempio forse del gesto compiuto da Ferrata con il preciso intento di formare le generazioni successive. Dal testamento si evince che i modelli dovevano essere visti e studiati e questa era la loro primaria funzione anche se gli eredi avevano la facoltà di poter tenere in casa le opere ed eventualmente liquidarle sul mercato: «Voglio, che detti infrascritti eredi […] che abbisognare dei miei modelli di scultura o pure d’essi modelli quella volta non se ne volessero servire per qualche loro sodisfazione tenendoli in casa e dandoli facoltà anche di venderli [F. Baini, “Il testamento di Giuseppe Rusnati…”, cit., p. 157 legge invece «renderli»], altrimenti che questi li diano all’Accademia di San Luca per comodità de giovani studiosi». 12 L. Pascoli, Vitte de’ pittori, scultori ed architetti moderni, Roma, 1730, I, p. 260. 13 Vd. S. Coppa, “Per Giuseppe Rusnati”, Arte Lombarda, 40, 1974, pp.
137SCULTURE «DI TANTO GRIDO» esce la figura della Vergine Assunta, una soluzione di grande teatralità che egli avrebbe riproposto anche nella cappella XV (o del Paradiso) al Sacro Monte-Calvario di Domodossola (1704). Si tratta di uno dei suoi ultimi lavori in cui lo stile del maestro si distingue più per la teatralità barocca e meno per la qualità del modellato, come spesso avviene in quest’ultima fase della sua produzione14. Nell’altare di Gallarate il sarcofago dal coperchio dischiuso rimanda, seppure con meno tridimensionalità, a quello del sepolcro del cardinal Lorenzo Imperiali in San’Agostino a Roma (1674), messo in opera da Domenico Guidi, che, come Ferrata, era stato collaboratore di Algardi, oppure a quello della tomba di di Giulio del Corno nella Chiesa dei SS. Nomi di Gesù e Maria, sempre a Roma, realizzato dallo stesso Ferrata con Francesco Aprile (post 1662)15. Inoltre, se è vero che la Madonna di Rusnati ricorda nell’iconografia l’Assunta di Domenico Parodi in Santa Maria di Castello a Genova, il trionfo di angeli che sorreggono la Vergine trova maggiori affinità nell’atteggiamento di quelli realizzati da Melchiorre Cafà per l’altare di Santa Maria in Campitelli, dove sono colti nell’atto di sorreggere in volo il tempietto con colonne tortili sotto cui è collocata l’immagine venerata. Questi angeli discendono dai progetti di Gian Lorenzo Bernini per quelli della cappella della Madonna del Voto a Siena, a cui lavorò anche Ferrata, e per quelli del tabernacolo di San Pietro (vd. disegno OP-18467, Ermitage, San Pietroburgo), un modello poi ripreso anche da Ercole Raggi a Milano nel tabernacolo di Santa Maria della Vittoria sicuramente noto a Rusnati. Alla luce di queste dinamiche, è possibile postulare che anche per l’altare di Santa Maria del Monte sopra Varese, Rusnati abbia voluto riprendere una specifica tipologia di altare, cosiddetta “a tabernacolo”16, diffusa nella Roma seicentesca, in cui gli angeli 130-146. 14 Basti fare un confronto tra la cappella di Domodossola con quella dei Miracoli al Sepolcro di Francesco del Sacro Monte di Orta. In quest’ultima tutto è studiato nei minimi dettagli, dalle proporzioni delle figure alle anatomie, dai corredi vestimentiari alla teatralità delle scene, sicuramente molto lontane dalle opere lasciate a Domodossola (cappella X, IX, XV, databili al biennio 1702-1703). Forse questo dà conto anche di un deterioramento dello stato di salute dello scultore che delegava a collaboratori l’esecuzione delle opere e che per sè riservava la sola progettazione. 15 Vd. O. Ferrari, S. Papaldo, Le sculture del Seicento a Roma, Ugo Bozzi, Firenze, 1999, p. 110). 16 Sul tema dell’altare a tabernacolo, sulla sua genesi e la sua diffusione sul territorio della penisola vd. A. Casati, “In cimborio novo”. Altari a
144 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 4 - Atlante Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Fig. 5 - La Dignità, in C. Ripa, Iconologia, 1603.
Morselli e don Lisander di Gioele Cristofari La vita è il paragone delle parole […]. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi)1 Nelle pagine del Dizionario dietetico, alla voce «cappone», così scriveva Guido Morselli della pietanza forse più manzoniana nell’immaginario gastronomico nazionale: «Specialità altre volte di gran fama, presso fattori e prebendati buongustai, oggi quasi ignota alle nostre tavole frettolose, trascurate e “sintetiche”»2. Nessun accenno esplicito, certo; ma tra quei «prebendati buongustai» è facile intravedere la figura sottile dell’Azzecca-garbugli, cui sono destinati i ben noti capponi di Renzo. Compulsando le carte di appunti che Morselli conservava all’interno di una delle sue copie dei Promessi sposi, tra l’altro, si trova una nota a proposito dei «particolari gastronomici» del romanzo, con tanto di rimandi ai capitoli «XXIV (pag. 447)» e «VI (115)»3: non all’incontro con il leguleio lecchese, dunque, ma all’episodio della magra cena in casa di Tonio, a base di polenta (anch’essa voce del Dizionario), e alla meno celebre comparsa di un altro cappone manzoniano, quello offerto a Lucia dalla servitrice dell’Innominato. Difficile sostenere che Morselli abbia messo l’anziana donna, che assiste Lucia durante la sua permanen1 Il passo, copiato sulle pagine bianche che concludono una delle edizioni del romanzo oggi nel Fondo Morselli della Biblioteca Civica di Varese (A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di E. Pistelli, Sansoni, Firenze, 1926), è tolto dal capitolo XXII, alla p. 279 di quel volume. 2 G. Morselli, Dizionario dietetico, a cura di E.V. Maiolini, Ronzani, Dueville, 2025, p. 106. 3 L’edizione da cui tolgo l’inserto, e a cui fanno riferimento i rimandi del possessore, è A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di P. Bellezza, Cogliati, Milano, 1930. Rimando al seguito per una più precisa descrizione dei materiali manzoniani nella biblioteca di Morselli, ma approfitto fin d’ora di questa nota per ringraziare il personale della Biblioteca Civica di Varese, che mi ha assistito cordialmente nella consultazione, ed Elena Valentina Maiolini, che me ne ha proposto la pubblicazione in questa sede.
146 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI za al castello, tra i «prebendati» di cui sopra; altrettanto improvvido, tuttavia, rinunciare all’ipotesi di una pur tenue memoria del terzo capitolo dei Promessi sposi nel Dizionario, soltanto perché le carte non la attestano chiaramente. L’esempio dietetico precedente dovrebbe mettere in luce fin da subito le potenzialità e i rischi sottesi nello studio dei materiali manzoniani nella biblioteca di Morselli alla ricerca di tracce intertestuali precise. Attualmente conservata nell’omonimo Fondo della Biblioteca Civica di Varese per volontà testamentaria del suo proprietario («volontà d’archivio», la si potrebbe dire, quasi fiduciosa aspettazione della fama solo postuma)4, essa pone problemi tali, e contiene tali ricchezze, che in un manuale di studi sui fondi librari degli scrittori costituirebbe senz’altro un modello esemplare5. Non tanto, è bene precisarlo, per la sua estensione, visti i poco più di millecinquecento titoli che la compongono6, quanto per la massa di postille, annotazioni, evidenziazioni e sottolineature che ne corredano i testi7, e per i moltissimi inserti che i volumi contenevano, perlopiù ritagli di giornale o carte di appunti (come quella sui «particolari gastronomici» nei Promessi sposi), e persino lettere, in qualche caso8. Di più, buona parte dei volumi è datata, quasi a costituire una cronologia virtuale del Morselli lettore. Per 4 Desumo l’utile categoria dal titolo di un recente volume di atti (Volontà d’archivio. L’autore, le carte, l’opera, a cura di P. Italia, M. Zanardo, Viella, Roma, 2023), avvertendo però, come fanno le curatrici nell’introduzione, che essa è stata elaborata per la prima volta da Simone Albonico e Niccolò Scaffai nel 2015, nel corso di un convegno all’Université de Lausanne (L’autore e il suo archivio). 5 Manuale tutto ancora da scrivere, al quale però sono state poste solide basi qualche anno fa da Franco Tomasi (Biblioteche d’autore, in Il testo letterario, a cura di E. Russo, Carocci, Roma, 2020, pp. 37-51). 6 Inventariati nel volumetto adespoto Il fondo Morselli (a cura della Biblioteca Civica di Varese, La Tipotecnica, San Vittore Olona, 1984), risultato del lavoro di Michela Tabacchi, che «ha materialmente ordinato e catalogato il Fondo» (ivi, p. 5). 7 Intendendo per postille vere e proprie i commentari al testo, più o meno estesi, e per annotazioni i vari rinvii interni, le note bibliografiche, le date. Più pedantesca potrebbe apparire la differenza tra evidenziazioni (a margine del testo) e sottolineature (in interlinea), che pure è necessaria, perché in più casi le prime, più ampie, contengono le seconde. 8 Le lettere del Fondo sono state oggetto di una meritoria pubblicazione: G. Morselli, Lettere ritrovate, a cura di L. Terziroli, NEM, Varese, 2009.
147MORSELLI E DON LISANDER ovvie ragioni, dunque, il Fondo varesino ha recentemente goduto di crescenti attenzioni da parte degli studiosi, che se ne sono serviti specialmente per una feconda Quellenforschung intertestuale condotta sulle pagine dei romanzi morselliani: se negli anni Ottanta l’intervento di Pietro Macchione, che descriveva i materiali conservati, rimase isolato9, gli ultimi quindici anni hanno visto susseguirsi il contributo di Linda Terziroli sulle memorie del Fuoco di Gabriele d’Annunzio10, gli estesi lavori di Fabio Pierangeli sui volumi teologici di Morselli, su Honoré de Balzac e specialmente su Dante11, e quelli recentissimi di Alberto Comparini (sulle fonti di Un dramma borghese e Dissipatio H.G.)12 e di Elena Valentina Maiolini (che ha rinvenuto chiari echi del Notturno dannunziano in Un dramma borghese)13. Sono invece ancora inesplorate, mi pare, le pagine di un romanzo che, stando alle note del Diario di Morselli, fu fondamentale nella sua formazione di lettore: appunto I promessi sposi di Alessandro Manzoni14, che in una nota del 20 ottobre 1947 lo scrittore sostene9 P. Macchione, “Il fondo Guido Morselli alla Biblioteca Civica di Varese”, Storia in Lombardia, V, 1, 1986, pp. 157-186. 10 L. Terziroli, “Uomini e amori: epifania de Il fuoco”, Rivista di Studi Italiani, XXVII, 2, 2009, pp. 116-137. 11 F. Pierangeli, “Le parole degli altri. Due libri religiosi nella biblioteca di Guido Morselli”, Parole rubate, 6, 2012, pp. 123-135; Id., Nota a margine: Balzac nella biblioteca di Guido Morselli, in Più l’amore è grande più si chiede di soffrire. Riflessioni sulla Grande Guerra e altri saggi. Quaderni in Limine, 11, a cura di B. Mencarini, Nuova Cultura, Roma, 2015, pp. 168-185; Id., Dante a margine e le interrogazioni di Guido Morselli, Mimesis, Milano-Udine, 2022. 12 A. Comparini, “Montaigne, Weininger e la filosofia dei corpi. Un dramma borghese di Guido Morselli”, La Modernità letteraria, 15, 2024, pp. 83-99, e Id., “Il nostro, «è il peggiore di tutti i mondi possibili». «Dissipatio H.G.» di Guido Morselli”, La Rassegna della Letteratura italiana, CXXVIII, 1, 2024, pp. 42-63. 13 E.V. Maiolini, “L’efficacia delle immagini secondo Morselli. Primi appunti sulla stesura e la fonte dannunziana di Un dramma borghese”, Expressio, 8, 2024, pp. 135-144, ed Ead., “Notturno a Lugano. L’effetto d’Annunzio nel sistema Morselli”, Archivio d’Annunzio, 11, 2024, pp. 113-133. 14 Sul Manzoni di Morselli segnalo il contributo di Maria Panetta, dedicato ai rapporti tra le Osservazioni della morale cattolica e il saggio morselliano Fede e critica (“Morselli e Manzoni. Note a margine sulla morale cattolica”, In limine. Quaderni letterature viaggi teatri. Guido Morselli, a cura di A. Gaudio, F. Pierangeli, 2012, pp. 73-84).
148 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI va di rileggere «quasi ogni anno»15. Il Fondo della Biblioteca Civica di Varese ne conserva quattro edizioni, cui ne va aggiunta una degli Sposi promessi, con le seguenti segnature: MOR 47 = I promessi sposi, a cura di E. Pistelli, Sansoni, Firenze, 1926. MOR 133 = I promessi sposi, a cura di P. Bellezza, Cogliati, Milano, 1930. MOR 171-173 = I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni con illustrazioni tratte dalla storia lombarda del secolo XVII di Cesare Cantù, Vincenzio Batelli e figli, Firenze, 1834-1835, 3 voll. MOR 397 = I promessi sposi. Con uno studio di Niccolò Tommaseo, Istituto Editoriale Italiano, Milano, s. d. [ma 1925]. MOR 1568 = Gli sposi promessi. Per la prima volta pubblicati nella loro integrità di sull’autografo di Giuseppe Lesca, Perrella, Napoli, 1917. Di queste, le più interessanti sono le prime due, entrambe sottolineate e postillate dal proprietario, quelle curate da Ermenegildo Pistelli per Sansoni e da Paolo Bellezza per Cogliati. Nessun intervento invece sugli Sposi promessi, sui Promessi sposi dell’Istituto Editoriale Italiano e, soprattutto, sull’edizione fiorentina (pirata) di Vincenzio Batelli e figli, che nell’annotazione del Diario al passo dell’ottobre 1947 è invece indicata come quella «più annotata e densa di appunti manoscritti»16. (Trovarvi postille e interventi di Morselli, del resto, avrebbe stupito piuttosto che il contrario: per quanto «dilettante», un bibliofilo e filologo come il Nostro difficilmente avrebbe preso appunti su un’edizione ottocentesca, e altrettanto difficilmente avrebbe letto «quasi ogni anno» il romanzo manzoniano nel testo della Ventisettana)17. Per di più, non c’è traccia cospicua delle numerose riletture annuali vantate dal Morselli memorialista: MOR 47 è l’unico a presentare due date, una 15 G. Morselli, Diario, prefazione di G. Pontiggia, testo e note di V. Fortichiari, Adelphi, Milano 1988, p. 119. 16 G. Morselli, Diario, cit., p. 119 n. 17 Sul «dilettantismo» di Morselli, tra i molti esempi possibili, si può vedere l’incipit di una famosa nota del Diario (3 settembre 1944): «Specialismo e dilettantismo sono i due mali di cui soffre la cultura moderna. Ma io sarei incline a considerare più grave il primo, giacché il secondo ha tutta l’aria di essere soltanto una conseguenza di quello, o una reazione a quello» (ivi, pp. 82-83; l’intera nota confluisce poi in G. Morselli, Realismo e fantasia. Dialoghi, Fratelli Bocca, Milano, 1947, pp. 165-167).
149MORSELLI E DON LISANDER al «22.10.47» e dunque contemporanea alla nota del Diario, in corrispondenza dell’incontro tra Lucia e Renzo nel capitolo XXXVI (p. 480), l’altra posteriore, del «2.2.50», nel capitolo XII (p. 155). Se quella del 1947 già era una rilettura, insomma, potrebbe mancare dal Fondo almeno una copia dei Promessi sposi, magari scolastica, che certo avrebbe costituito oggi un prezioso oggetto di studio. Gli interventi del proprietario sulle due edizioni del 1926 e del 1930, comunque, danno qualche risultato notevole. Intanto, i commenti di Pistelli e Bellezza sembrano porsi in concorrenza agli occhi di Morselli: se pure tra i Giudizi della critica che precedono il secondo è evidenziato quello positivo di Giovanni Melodia («È di gran lunga la migliore edizione che finora si abbia dei Promessi Sposi, e sarà, se si può dire, definitiva», p. senza numerazione), tra le note del capitolo XVI, che spiegano i comportamenti di Renzo in fuga da Milano, si trova invece l’osservazione «meglio il Pistelli» (p. 309). Del resto, e come in altri casi, la lettura morselliana di Manzoni sembra spesso guidata da vero e proprio scrupolo filologico, e tra le postille non mancano i rimandi eruditi ad altre opere18, benché in MOR 47 il lettore evidenzi in rosso l’ammonimento crociano del commentatore, a leggere «senza occuparti di “fonti”» (p. 276 n). Né manca la politica: nonostante le simpatie di Pistelli per il fascismo, del resto, e la mortificante epigrafe di Benito Mussolini al suo volume19, il presbitero lucchese aveva distribuito qua e là qualche stoccata al regime, che Morselli non si fece sfuggire20. Quanto alla 18 Mi limito a segnalarne uno, nell’edizione Bellezza, per cui accanto alla parola «massaio» Morselli annota dell’uso boccacciano del termine in «Deca. V, 9 in fine» (p. 31). 19 «Il Manzoni scolpì nel suo libro eterne parole di speranza e di conforto per tutti; e vi chiuse tutta la tragedia e la commedia umana, sentite con forte coscienza morale» (MOR 47, p. non numerata). 20 Evidenziato, nell’Introduzione: «I due principii d’un rinnovamento, pei quali soltanto potrà essere non vana e non effimera l’attuazione o la prova di nuove istituzioni politiche e sociali, sono enunciati tutt’e due nei Promessi Sposi con parola incisiva per bocca di Federigo. E sono: – “Non c’è giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio”. – Nessuna formula democratica del passato, socialista di ieri, fascista o libertaria dell’avvenire, ha toccato né potrà toccare questa altezza» (MOR 47, p. XX). O nelle note al capitolo XIX, accanto a una conclusione un po’ forzosa di Pistelli («È un nuovo quadro di que’ governi, tirannici sì, ma insieme così deboli, che ognuno doveva provvedere a’ suoi casi da sé. C’è anche la spiegazione del “fascismo”, nei Promessi Sposi!»), la semplice postilla: «?» (MOR 47, p. 249).
150 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI riflessione sul marxismo, che nell’ottobre del 1947 della rilettura covava senz’altro tra le carte del giovane lettore21, si affaccia nel margine superiore di un passo sul Renzo rivoltoso citato da Pistelli nella sua Introduzione («Aveva così poco da lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in qualunque maniera»), in cui Morselli annota: «Genesi eterna del socialismo!» (MOR 47, p. XX)22. Solo glosse un po’ pedantesche alle glosse altrui, dunque, e qualche azzardata attualizzazione politica del testo? Le sottolineature e le evidenziazioni di Morselli, al contrario, testimoniano di tutt’altro. Naturalmente, è impossibile ricondurre a una ragione sola interventi operati di certo in più fasi, e per di più su un capolavoro tanto ampio come I promessi sposi. Risulta però abbastanza chiaramente, intanto, l’interesse del lettore per gli usi linguistici manzoniani, magari per quelli caratterizzati da costruzioni a vario titolo marcate: «E, e, e, anche costui è una testa» (MOR 47, p. 17); «scoprir paese» (MOR 47, p. 207); «così terribile alla pietà» (MOR 47, p. 283); «o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio» (MOR 133, p. 54, evidenziato e sottolineato); «Tocca a voi a dirci» (MOR 133, p. 171). Gli interventi sulla più lavorata delle due edizioni, MOR 47, sembrano tra l’altro indicare un particolare studio dell’aggettivazione manzoniana: «con un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto» (p. 18, evidenziato e in parte sottolineato); «quella modestia un po’ guerriera delle contadine» (p. 30); «un atto di tenerezza mesta e rabbiosa» (p. 30); «quella svisceratezza servile» (p. 278); «angustiosa» (p. 280); «pastore sonnolento» (p. 289); «povero vescovo» (p. 289) «i galantuomini del ne quid nimis» (p. 282, copiato nelle carte bianche finali non numerate). Quanto a MOR 133, Morselli se ne servì quale vero e proprio serbatoio di lessemi e sintagmi manzoniani23, come dimostrano alcuni degli inserti con21 È del 5 novembre la stesura degli Appunti sul marxismo, ora in G. Morselli, La felicità non è un lusso, a cura di V. Fortichiari, Adelphi, Milano 1994, pp. 48-61. 22 Mi pare rimandi agli interessi marxisti anche la doppia sottolineatura nel capitolo I, «classi» e «ceti» (MOR 47, pp. 14-15), chiara segnalazione della mancata opposizione terminologica in Manzoni. 23 La stessa nota sui «particolari gastronomici», del resto, conclude un elenco lessicale, e prende probabilmente spunto dall’ultima registrazione, quella del termine «spranghetta» («senso di pesantezza che dà il troppo vino bevuto»).
151MORSELLI E DON LISANDER servati al suo interno, costituiti da carte sciolte di appunti vari sul romanzo24. Documenti certo preziosi, questi, delle abitudini del Morselli lettore; ma che sono destinati a deludere se proiettati sui romanzi dello scrittore, alla ricerca di tessere intertestuali. Se non vi furono riletture successive al 1950, del resto, è improbabile che il lavoro condotto sui Promessi sposi sia poi stato messo a frutto a livello di microtesto dieci anni dopo, quando con Un dramma borghese si aprì la stagione della narrativa morselliana maggiore. La funzione Promessi sposi sul sistema della scrittura di Morselli agisce probabilmente ad altro livello, meno esposto ma più profondo. In un contributo di una decina di anni fa, dedicato al Morselli scrittore di aforismi, Gianmarco Gaspari ipotizzava che la tendenza morselliana alla maxime e alla brevitas concettose, mediata certo da comuni modelli francesi, fosse «da collegarsi al magistero manzoniano»25. Le più estese delle sottolineature e delle evidenziazioni di Morselli a MOR 47, in effetti, sembrano confermare proprio quell’ipotesi. Eccone l’elenco, tra l’Introduzione di Pistelli, le sue note e il testo di Manzoni: Ma dalla fede in Dio alla rassegnazione passiva lunga è la via, anzi non c’è via affatto, se, come pare, Dante e il Mazzini non furono né atei né «rassegnati». (Introduzione, p. XVIII) Noi non intendiamo di dar giudizi; ci basta d’aver dei fatti da raccontare. (p. 71) I signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po’ del matto. (p. 139) […] e ci son forse ancora di quelli che pensano che le spese di quel genere, e sto per dire tutte le spese, siano la migliore e più utile elemosina. (p. 281) 24 Entrambe le edizioni, per la verità, presentavano inserti al momento della morte di Morselli. Quelli di MOR 47, tuttavia, sono solo ritagli di giornale (presenti anche in MOR 133), con notizie su Manzoni e sui Promessi sposi. 25 G. Gaspari, «Lasciando stare il paradosso». Appunti su Morselli scrittore di aforismi, in Guido Morselli. Un Gattopardo del Nord, a cura di L. Terziroli, S. Raffo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016, pp. 166-178: 167 (poi, aggiornato, in Id., “Lasciando stare il paradosso”. Morselli e la tentazione dell’aforisma, in Id., Il mito della «Scuola di Milano». Studi sulla tradizione letteraria lombarda, Cesati, Firenze, 2018, pp. 429-436).
152 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI […] anzi si scusava a tutto potere dall’ingerirvisi ricercato: discrezione e ritegno non comune, come ognuno sa, negli uomini zelatori del bene, qual era Federigo. (p. 283) […] perché gli uomini, generalmente parlando, quando l’indegnazione non si possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono affatto in sé quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. (p. 321) [il bene,] al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee […]. (p. 326) Manzoni ha scritto altrove: «S’immagini qualunque sentimento di perfezione: esso si trova nel Vangelo; si sublimino i desidèri dell’anima la più pura delle passioni personali fino al sommo ideale del bello morale: essi non oltrepasseranno la regione del Vangelo». (p. 339 n) […] i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme d’un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo. (p. 354)26 Cui si potrebbe aggiungere la citazione, copiata sulle pagine conclusive e completa di rimando («pag. 279»), di un’altra bella massima manzoniana, «La vita è il paragone delle parole […]»: altra attestazione, quest’ultima, di una comune «fiducia nella parola», manzoniana e morselliana, già implicita nell’impiego dell’aforisma come saldo «strumento conoscitivo»27. Con questo, la questione dell’eredità di Manzoni e del suo capolavoro nella scrittura narrativa di Morselli è tutt’altro che appianata. Di certo, nel clima culturale degli anni Sessanta e della questione del romanzo, I promessi sposi fornivano l’esempio autorevole di una «esposizione ordinata e sistematica di fatti» ben ancorata al «vero positivo» (espressioni evidenziate e sottolineate più volte nella copia delle Prose di Manzoni conservata nel Fondo)28; di una fiducia nella forma, insomma, che fa il paio con quella nella parola. Quanto ai materiali della biblioteca, se limitano nel tempo le riletture che Morselli fece dei Promessi sposi, e se le tessere manzoniane che emergono negli interventi del lettore non sembrano 26 Non così avviene in MOR 133, in cui pure è ancora sottolineata la citazione «I signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po’ del matto» (p. 209). 27 G. Gaspari, «Lasciando stare il paradosso», cit., p. 178. 28 A. Manzoni, Del romanzo storico, in Id., Prose, 2 voll., Salani, Firenze, 1930-1931, vol. I, pp. 337, 341 e 355. La lettura dovrebbe risalire al «12.3.73» indicato a p. 355.
153MORSELLI E DON LISANDER incastonarsi poi tra le carte dei suoi romanzi, l’attenzione per gli aforismi in quelle pagine sembra sottintendere l’importanza di Manzoni come modello non solo di scrittura, ma anche teorico, persino morale. Accostandosi al suo magistero, è bene sottolinearlo, il lettore Morselli dimostrava comunque tutt’altro che reverenza per il monumento, e manteneva invece una sana dose di ironia. Come in una postilla al capitolo XXXV, là dove, quando l’incontro di Renzo con padre Cristoforo dilaziona ulteriormente il ricongiungimento con Lucia, il lettore commentava spazientito: «li coppi, don Lisander!» (MOR 133, p. 704).
256 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI zioniste, che concepivano la diversità etnica come una minaccia all’integrità sociale. Sulla base di queste teorie, l’apprendimento formale si sarebbe dovuto basare sulla cultura dominante, erodendo e cancellando i tratti delle culture minoritarie. Tale atteggiamento, oggi ampiamente superato, rimane latente nella tradizione scolastica italiana a livello di indicazioni ministeriali e di produzione di manuali, spesso poco attenti alla dimensione sociolinguistica e alle migrazioni. Nella bozza delle Nuove Indicazioni per il curricolo - Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, si legge, a tal proposito, l’acquisizione della lingua italiana per gli alunni di origine straniera è di fondamentale importanza per il loro successo scolastico e per l’integrazione nella comunità scolastica e sociale. Dunque essi devono poter far propria tale conoscenza, ed è molto importante che raggiungano l’obiettivo, nonostante le difficoltà inevitabili: è assolutamente evidente che l’integrazione passa in primo luogo dal poter parlare italiano, e dal piacere di farlo16 e, più avanti, solo l’Occidente conosce la Storia […]. Nella scuola primaria sembra poi necessario che l’insegnamento abbia al centro le origini della civiltà occidentale, su cui si fonda anche la nostra storia nazionale e la nostra identità, sia al fine di far maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di cittadino, sia – vista la sempre maggiore presenza di giovani provenienti da altre culture – al fine di favorire l’integrazione di questi ultimi, integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere. Anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo17. Alla luce di queste considerazioni, la multiculturalità è concepita evidentemente come problema, che deve avere come esito necessario il - Formatori interculturali di lingua italiana per stranieri, diretto da Gianmarco Gaspari fino al 2025. 16 Cfr. https://www.mim.gov.it/documents/20182/8952594/Indicazioni+nazionali+2025.pdf/593dfc49-bcdc-ffbb-747a-5c368b4bac01?version=1.0&t=1749622399405 (ultimo accesso 01 agosto 2025). 17 Ivi.
257MEDIAZIONE INTERCULTURALE E FORMAZIONE DELL’INSEGNANTE DI LINGUA ripristino di una condizione il più possibile simile a quella iniziale, monoculturale, attraverso l’assorbimento e la convergenza in un’unica cultura dominante oppure per mezzo della demarcazione di netti confini tra più culture che, malgrado la coesistenza territoriale, continuano a svilupparsi in modo indipendente le une dalle altre18. Il superamento di questo tipo di considerazioni emerge, in assetto contraddittorio, sempre all’interno delle Nuove Indicazioni, quando si parla di intercultura, in riferimento alla musica o alle lingue straniere, sostenendo che occorre: sensibilizzare gli studenti all’importanza dell’interculturalità e della comprensione reciproca tra i popoli, contribuendo a sviluppare empatia, rispetto e capacità di interazione e mediazione verso individui e contesti di cultura altra19. La mediazione interculturale, pertanto, «sottolinea l’apertura verso l’altra cultura e le potenzialità di ibridazione culturale»20, attivando la competenza interculturale. La definizione di competenza interculturale è stata proposta nella seconda metà del secolo scorso come un insieme di abilità per interagire con individui di diversa lingua e cultura: «complex of abilities needed to perform effectively and appropriately when interacting with others who are linguistically and culturally different from oneself»21. Quasi tutte le definizioni di competenza interculturale convergono nell’identificazione di una competenza multifattoriale, caratterizzata dall’intersezione di competenze trasversali e di altre specifiche: an emerging consensus around what constitutes intercultural competence, which is most often viewed as a set of cognitive, affective, and behavioral skills and characteristics that support effective and appropriate interaction in a variety of cultural contexts22. 18 T. Grange Sergi, La dimensione interculturale nelle pratiche educative, cit., p. 36. 19 Ivi. 20 La mediazione linguistico-culturale: una prospettiva interazionista, a cura di L. Gavioli, Guerra, Perugia, 2009, p. 12. 21 A. E. Fantini, A. Tirmizi, Exploring and assessing intercultural competence, Federation EIL, Brattleboro, 2006, p. 12. 22 J. M. Bennett, Transformative training: Designing programs for culture learning, in Contemporary leadership and intercultural competence: Understanding and utilizing cultural diversity to build successful organizations, a cura di M.A. Moodian, Sage, Thousand Oaks (CA), 2008, p. 97.
258 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Anche il panorama accademico nazionale ha accolto e tradotto efficacemente la definizione e, a questo proposito, Portera definisce la competenza interculturale come «l’insieme di caratteristiche, competenze, attitudini e abilità atte a gestire con profitto relazioni con persone linguisticamente e culturalmente differenti»23. Esaminando in maniera approfondita la parola “intercultura”, ci si accorge facilmente che si tratta di un composto costituito dal prefisso {-inter}, che segnala il riferimento semantico a un’azione o a un sostantivo che, rispettivamente, indicano l’esistenza di un movimento (mettere insieme, connettere, creare legami) e, in ogni caso, di un cambiamento nei rapporti tra soggetti e parti; o di uno stato (stare insieme per comunicare, oppure, trovarsi nel mezzo)24. Tuttavia, al di là del piano definitorio, certamente imprescindibile per chiarire il fenomeno che si sta indagando, l’intercultura presuppone la disponibilità al cambiamento e l’incontro con l’altro, con la diversità rispetto al proprio micromondo e contesto, infatti, per incontrare l’alterità occorre essere pronti a cambiare; non possiamo comunicare e metterci in relazione con le differenze semplicemente restando noi stessi. La possibilità della convivenza richiede qualche capacità e volontà di incontrare l’altro, e ha una profonda implicazione morale: la necessità di mantenere e di perdere, di misurarsi con le paure e le resistenze, ma anche di trascendere le nostre identità già date25. L’incontro con l’altro, attraverso una dinamica di mediazione, costituisce un processo interazionale relativo a un contesto, in cui si determina uno spazio terzo, co-costruito a livello di pratica sociale26. Tale considerazione, in effetti, è significativa per il contesto scolastico italiano. 23 A. Portera, Competenze interculturali per la società complessa, in Competenze interculturali, a cura di A. Portera, FrancoAngeli, Milano, 2013, pp. 134-144: 144. 24 D. Demetrio, Facciamo il punto. L’educazione interculturale al bivio, in Didattica interculturale, a cura di D. Demetrio, G. Favaro, FrancoAngeli, Milano, 204, pp. 14-16: 15. 25 A. Melucci, Culture in gioco, Il Saggiatore, Milano, 2000, p. 51. 26 S. Machetti, R. Siebetcheu, Che cos’è la mediazione linguistico-culturale, il Mulino, Bologna, 2017, p. 20.
259MEDIAZIONE INTERCULTURALE E FORMAZIONE DELL’INSEGNANTE DI LINGUA La formazione dell’insegnante di lingua Come si è accennato in precedenza, la competenza interculturale include aspetti cognitivi, abilità linguistiche e sociali, motivazione e attitudini positive in un duplice senso (individuale/sociale), nonché un livello meta-riflessivo e meta-strategico che regola il processo e lo implementa presumibilmente ad infinitum27. Il presupposto indispensabile per sviluppare la competenza interculturale, pertanto, è rappresentato dalla capacità di dialogare in un ambiente accogliente e tollerante: la chiave di volta diviene la necessità di fondare e istituire un dialogo, accordi, intese, confini tra persone con differenti retroterra culturali, facendo in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi: dal momento che la non conoscenza del pensiero dell’Altro, da sempre, scava fossati, aggrava pregiudizi e stereotipi, alimenta i conflitti sotterranei28. Purtroppo, non è sufficiente il contatto diretto con individui di altre lingue e culture affinché si sviluppi la mediazione interculturale, ma occorre sviluppare negli ambienti formativi una competenza interculturale per fare in modo che le culture dialoghino efficacemente e in maniera produttiva. Più nello specifico, le strategie per sviluppare la competenza interculturale riguardano in primo luogo la conoscenza delle differenze e delle analogie rispetto alle altre culture e, in secondo luogo, la promozione della tolleranza e del dialogo, oltre alla capacità di alienarsi rispetto a una concezione etnocentrica imperante nella società occidentale29. In relazione alla formazione del personale docente, per quanto concerne lo sviluppo della competenza interculturale, occorre citare il CARAP e il Volume Complementare. Il CARAP (Framework of Reference for Pluralistic Approaches to Languages and Cultures)30, sviluppato dal Centre Européen pour les Langues Vivantes (ECML) sotto l’acronimo ECML/CELV, è un quadro di riferimento progettato per promuovere approcci plurilingui e interculturali nell’educazione linguistica. Si tratta di un progetto dell’ECML (2008-2011), a partire dai risultati del progetto ALC (Across Languages and Cultu27 S. De Angelis, Competenze interculturali in ambienti di apprendimento. Modelli teorici e percorsi informali, Aracne, Roma, 2011, p. 52. 28 D. Demetrio, G. Favaro, Immigrazione e pedagogia interculturale, La Nuova Italia, Firenze, 1992, p. 30. 29 J. M. Bennett, Transformative training, cit. 30 Rif. https://carap.ecml.at/en/ (ultimo accesso 01 agosto 2025).
260 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI res), ed è stato concepito come uno strumento per insegnanti, formatori e autori di manuali. Il quadro offre un approccio sistemico e coerente che supera la didattica monolingue e monoculturale, promuovendo un’educazione linguistica integrata. Sempre a livello europeo, il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (QCERL), fin dalle prime edizioni, si è concentrato sul plurilinguismo, soprattutto in relazione ai fattori identitari. Nel 2020 è stato pubblicato dal Consiglio d’Europa un aggiornamento del QCERL, denominato Volume Complementare (VC)31, e la proposta contiene numerosi riferimenti al plurilinguismo e alla mediazione linguistica. Inoltre, il VC rappresenta un aggiornamento significativo che amplifica il quadro metodologico originario del 2001, senza modificarne le linee fondamentali; le innovazioni introdotte mirano a soddisfare le esigenze emerse nel panorama educativo e socioculturale contemporaneo, integrando alcuni nuovi descrittori ed […] evidenziando alcune aree innovative del QCER per le quali non erano state fornite scale di descrittori nell’edizione del 2001, ma che sono diventate sempre più rilevanti negli ultimi vent’anni, in particolare la mediazione e la competenza plurilingue / pluriculturale32. Infine, un ultimo documento che è opportuno menzionare è la Guida per lo sviluppo e l’attuazione di curricoli per una educazione plurilingue e interculturale33. Si tratta di un contributo pubblicato nella rivista Italiano LinguaDue, nella traduzione italiana autorizzata dal Consiglio d’Europa, che propone una riflessione ampia e articolata sul ruolo della scuola come spazio di mediazione linguistica, culturale e sociale, in un contesto europeo sempre più caratterizzato da mobilità, diversità e pluralismo. Alla luce di questi documenti, la mediazione interculturale configura un processo articolato che richiede attenzione e competenze specifiche per permettere una comunicazione realmente efficace tra persone appartenenti a lingue e culture diverse, soprattutto nei contesti scolastici34. Si tratta, da parte del personale docente, di 31 Consiglio d’Europa, QCER VC - Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue: Apprendimento, Insegnamento, Valutazione. Volume Complementare, trad. it. di E. Lugarini, M. Barsi, Italiano LinguaDue, 12, 2, 2020, URL: https://doi.org/10.13130/2037-3597/15120. 32 Ivi, p. 20. 33 Cfr. https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/ view/8261 (ultimo accesso 01 agosto 2025). 34 P. Nitti, “Lo sviluppo della competenza interculturale”, Scuola e
261MEDIAZIONE INTERCULTURALE E FORMAZIONE DELL’INSEGNANTE DI LINGUA saper progettare percorsi, a partire da un’accurata analisi del contesto, volta a individuare i soggetti coinvolti e a comprenderne i bisogni comunicativi e culturali. In effetti, per attivare percorsi interculturali è fondamentale valutare le possibili barriere, che possono essere di natura linguistica, sociale o culturale, al fine di registrare correttamente le informazioni del gruppo classe. Una volta definito il contesto, si passa alla fase di preparazione e pianificazione, raccogliendo accuratamente tutte le informazioni necessarie sul tema della mediazione, che può riguardare ambiti differenti come quello sanitario, legale o educativo, e stabilendo gli obiettivi dell’intervento. Così, accanto alla dimensione linguistica, la mediazione interculturale riveste un ruolo altrettanto centrale, implicando la capacità di spiegare e gestire le differenze culturali, prevenire possibili fraintendimenti legati a gesti, espressioni o abitudini diverse e favorire la reciproca comprensione. Tali condizioni permettono, quindi, di costruire un ponte tra sistemi differenti di credenze, promuovendo il rispetto dei valori universali di convivenza e trattando in modo scientifico, a livello di intervento didattico, gli aspetti culturali. Non di rado, durante un processo di mediazione, emergono emozioni forti o conflitti. L’insegnante deve quindi essere in grado di mantenere un atteggiamento neutrale e imparziale, gestire eventuali conflitti, creando un clima di fiducia e rispetto reciproco, essenziale per promuovere la competenza interculturale. Infine, la fase di valutazione permette di verificare che i messaggi siano stati effettivamente compresi e di riepilogare le informazioni chiave emerse durante l’intervento, individuando gli eventuali miglioramenti da apportare per il futuro. Seguire queste fasi permette di costruire in classe un processo di mediazione solido, capace di garantire una comunicazione più fluida e rispettosa e di promuovere la comprensione tra culture diverse35. A scuola, le strategie, di cui si è accennato sopra, dovrebbero riguardare un piano comparativo ampio, aperto e orientato al confronto tra diversi sistemi culturali. Ad esempio, per l’insegnamento delle lingue, sfruttare le premesse metodologiche della linguistica comparativa può risultare efficace per lo sviluppo della competenza interculturale, perché si permette a un gruppo classe di confrontare diverse lingue sul piano strutturale e culturale in modo oggetDidattica, 8, 2021, pp. 43-44. 35 P. Nitti, Insegnare italiano nella classe plurilingue, cit.
262 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI tivo, includendo anche la propria lingua materna nel novero degli elementi da analizzare e confrontare. In questo modo, la lingua materna diviene una lingua tra le molte prese in esame e perde la dimensione di lingua per eccellenza, accostandosi parallelamente alle altre. Si recupera così la funzione sociale della lingua, ovvero «la varietà degli usi discorsivi delle frasi del linguaggio naturale: affermazioni, ordini, domande, minacce, ecc.»36. Lo sviluppo della competenza interculturale, inoltre, facilita l’attivazione dell’intercomprensione, ovvero della capacità di farsi capire parlando la propria lingua e di capire una lingua diversa da quella parlata come lingua materna. In effetti, questo processo si attiva spontaneamente e in maniera del tutto inconsapevole nel momento in cui, all’interno di una situazione comunicativa, interagiscono due parlanti con lingue vicine sul piano della parentela. La questione, per quanto concerne la ricerca accademica, è ben attestata all’interno della letteratura scientifica per mezzo di etichette differenti, ciascuna rivolta in modo specifico a uno o più aspetti che ne qualificano la resa: “comprensione multilingue”, “comprensione reciproca”, “mutua comprensione”, “intercomunicazione”, “comprensione incrociata”, “comprensione plurilingue”37. La brevissima rassegna di sintagmi dimostra quanto la competenza interculturale e l’intercomprensione siano visceralmente connesse e, soprattutto, quanto quest’ultima sia inserita nella prima e ne costituisca un’efficace manifestazione. In aggiunta a quanto detto, lo sviluppo della competenza interculturale identifica primariamente un aspetto valoriale, riguardando un obiettivo saliente della linguistica educativa orientato verso un approccio pedagogico e politico (i due termini sono strettamente interconnessi) che consenta di tenere in considerazione al tempo stesso le differenze culturali, contenendone però gli eccessi ‘culturalisti’, e l’uguaglianza e l’equità sociale, limitandone gli eccessi di universalismo omologante38. 36 C. Bianchi, Pragmatica del linguaggio, Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 55. 37 Tost Planet in Le lingue romanze. Una guida per l’intercomprensione, a cura di A. Benucci, Utet, Torino, 2005, p. 16. 38 M. Tarozzi, Dall’intercultura alla giustizia sociale, FrancoAngeli, Milano, 2015, p. 12.
263MEDIAZIONE INTERCULTURALE E FORMAZIONE DELL’INSEGNANTE DI LINGUA In sintesi, la formazione del personale docente in merito allo sviluppo della competenza interculturale rappresenta una conquista che consentirà «all’insegnante di operare scelte didattiche pertinenti per lo sviluppo della persona e per la crescita del cittadino»39. 39 T. Grange Sergi, La dimensione interculturale nelle pratiche educative, cit., p. 39.
La riscrittura inedita del Dies irae di Giuseppe Giusti e un anonimo poeta satirico ligure di Rosanna Pozzi Nell’archivio della Chiesa Parrocchiale di Campo Ligure, piccolo borgo situato al centro della Valle Stura, in Liguria, a pochi chilometri da Genova, è conservato un foglio satirico, datato 17 luglio 1892 e diffuso tra la popolazione il giorno successivo alle elezioni amministrative di quell’anno. Il foglio satirico, intitolato «LA FRUSTA»1 e sottotitolato con Numero Unico - Organo degli acciarini campesi, è costituito da quattro pagine in formato 30x42 cm, in carta di cellulosa dell’epoca, stampato dall’allora fiorente e attiva Tipografia Giuseppe Fiorito, ed è caratterizzato da parole al vetriolo, scritte per colpire ferocemente la consorteria guidata da Angelo Serafino Rossi (1861-1893), sindaco uscente del paese ligure. Costui aveva continuato la politica del padre, Angelo Napoleone Rossi (18361883), finalizzata al controllo amministrativo, sociale ed economico del paese, con la collaborazione di tutta la sua famiglia, affiliata al gruppo della Loggia Capitolare Massonica “Il Trionfo Ligure”, alla quale aderivano tutti i Maggiorenti del paese2. La Consorteria economica dei Rossi era avversata da una buona parte della popolazione, a causa del suo dispotico potere accentratore e dello sfruttamento perpetrato ai danni della popolazione locale, utilizzata come forza lavoro a basso costo, bambini compresi, nelle tessiture e tintorie locali. Gli avversari della Banda Grossa, soprannome del gruppo Rossi, erano guidati da Santo Cosmelli, detto “Azzarìn”, ed erano soprannominati con l’appellativo di Banda Piccola, tra le cui fila capeggiava la famiglia del cav. Attilio Gibelli, proprietario di uno stabilimento tessile a Campo Ligure, come racconta e documenta con dettaglio di particolari e documenti alla mano 1 Collocazione: APCL (Archivio Parrocchia di Campo Ligure), Faldone 9. Giornali e Riviste. 2 P. Bottero, Storia di Campo Ligure nel Secolo XIX. Dal 1861 al 1900. Da Campofreddo a Campo Ligure, Galata, Genova, 2009, vol. II, p. 58.
272 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI In questo contesto, Alps and Sanctuaries si presenta come una vera e propria “contro-mappa” del sacro e del sapere. Se la letteratura vittoriana dominante esalta il sublime alpino alla maniera di Wordsworth o Ruskin, Butler adotta uno sguardo ironico e disincantato, più vicino all’umanesimo laico di Montaigne che alla mistica romantica4. Il suo viaggiare non è ricerca dell’assoluto, ma contemplazione della misura: i suoi santuari non sono tappe di pellegrinaggi alla ricerca spasmodica della redenzione, ma rifugi in cui recuperare una quiete intellettuale. L’obiettivo di questo saggio è esplorare Alps and Sanctuaries come opera di dissidenza culturale, in cui l’Insubria alpina diventa uno spazio liminale: geografico, spirituale e politico. Attraverso un’analisi del testo e del contesto, il saggio intende mostrare come Butler utilizzi il paesaggio alpino non solo come soggetto letterario, ma come costruzione etica e filosofica. Verranno affrontati, in particolare, i seguenti assi tematici: il profilo ideologico e biografico dell’autore; la funzione simbolica delle Alpi insubri; il rapporto tra viaggio, ironia e spiritualità laica; infine, la formulazione implicita di un’etica del paesaggio, intesa come alternativa al potere centralizzato della religione e della scienza ufficiale5. In un’epoca in cui il viaggio europeo era sovente declinato secondo paradigmi coloniali o estetizzanti, Butler offre una voce dissonante, marginale ma lucida, che invita a riconsiderare il ruolo dello scrittore come pellegrino critico e il paesaggio come spazio di resistenza culturale6. È in questa chiave che si propone la lettura di Alps and Sanctuaries: non solo come diario di viaggio, ma come mappa di una libertà interiore scritta tra le valli, le cappelle e i sentieri dell’area insubre. Pubblicato nel 1881, Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino si colloca in una fase centrale della produzione di Samuel Butler, tra Life and Habit (1878) e Unconscious Memory (1880), due opere che segnano il suo distacco dall’evoluzionismo darwiniano e il suo avvicinamento a una filosofia della memoria e 4 C. Ounoughi, “Butler, la marche et l’éthique du paysage. Lecture de Alps and Sanctuaries”, Caliban: French Journal of English Studies, 60, 2018, pp. 1-11: 5. 5 Cfr. J. Paradis, Samuel Butler: Victorian against the grain, University of Toronto Press, Toronto, 2007, p. 19; C.E. Turbil, “The reception of Lamarckism in late Victorian Britain: Butler and Hering”, History and Philosophy of the Life Sciences, 35, 12, 2013, pp. 57-73: 61. 6 R. Walton, Victorian Travel and the Ironies of Empire, Oxford University Press, Oxford, 2023, p. 88.
273SAMUEL BUTLER E L’INSUBRIA dell’habitus. Si tratta di un momento di riflessione e di transizione, in cui Butler si rivolge a forme letterarie più leggere e narrative, ma non meno dense di implicazioni ideologiche. Alps and Sanctuaries nasce anche da una necessità personale: quella di ricercare, attraverso il paesaggio alpino, un orizzonte alternativo rispetto alla società inglese, alla religione istituzionale e alla scienza ufficiale. Non a caso, la sua stesura coincide con una fase di ritiro volontario dal dibattito pubblico e di viaggi frequenti nel nord Italia, documentati in lettere e schizzi in seguito integrati nel volume7. Il libro è costruito come un diario di viaggio a episodi, ricco di osservazioni artistiche, riflessioni filosofiche e descrizioni paesaggistiche, accompagnate da illustrazioni realizzate dallo stesso Butler. Il testo si apre con il viaggio verso Susa e la valle della Dora Riparia, per poi attraversare la Valsesia, il Biellese, il Verbano e le valli del Canton Ticino. Butler visita santuari mariani, Sacri Monti e cappelle alpine, soffermandosi tanto sulla qualità dell’arte quanto sulla disposizione topografica dei luoghi. Ma Alps and Sanctuaries è anche un libro sul modo di guardare: Butler non costruisce itinerari precisi né propone giudizi definitivi. Ogni osservazione è filtrata dalla lente dell’ironia e della soggettività, e l’autore alterna descrizioni architettoniche a digressioni filosofiche, aneddoti autobiografici8 a parodie della guida turistica vittoriana9. Butler e il dissenso vittoriano Per comprendere il valore simbolico e filosofico delle Alpi insubri nel pensiero di Butler, è necessario collocare Alps and Sanctuaries all’interno della più ampia traiettoria biografica e ideologica dell’autore. Nato in una famiglia clericale e destinato inizialmente al ministero anglicano, Butler sviluppa ben presto un atteggiamento critico verso l’ortodossia religiosa e i codici morali vittoriani. L’interruzione dei suoi studi teologici e la decisione di trasferirsi in Nuova Zelanda rappresentano le prime tappe di una vita marcata 7 «I had no guidebook; I did not want one. I only wanted to go where I should find old frescoes and a simple people» (S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 11); J. Paradis, Samuel Butler, cit., pp. 18-22. 8 In alcuni capitoli, Butler si lascia andare a ricordi personali e giudizi umoristici: «I was reminded of the young curates in England who are always wondering why nobody listens to them» (S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 88). 9 C. Ounoughi, “Butler, la marche et l’éthique du paysage. Lecture de Alps and Sanctuaries”, cit., pp. 4-7.
274 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI dal rifiuto delle convenzioni dominanti. Il ritorno in Inghilterra lo vede impegnato in una produzione letteraria e saggistica che attraversa tematiche teologiche, evoluzionistiche e artistiche, spesso con toni ironici e provocatori10. La pubblicazione di Erewhon nel 1872, seguita da The Fair Haven (1873) e Life and Habit (1878), segna un progressivo allontanamento dall’establishment intellettuale britannico. Butler si pone come pensatore eretico non solo nei confronti della religione, ma anche della scienza ufficiale e del darwinismo ortodosso. La sua concezione dell’evoluzione, influenzata da Lamarck e da una visione psicologico-artistica dell’adattamento, gli procura l’ostracismo di buona parte dell’accademia vittoriana11. È in questo contesto che Alps and Sanctuaries assume una funzione particolare: non si tratta di una semplice evasione paesaggistica, ma di una riformulazione della ricerca di senso fuori dalle strutture ideologiche dominanti. La scelta di ambientare il libro in un territorio geograficamente periferico ma culturalmente ricco come le Alpi tra Italia e Svizzera riflette il desiderio di Butler di sottrarsi ai centri del potere simbolico europeo. I santuari alpini descritti nel libro, spesso trascurati o considerati minori dalla storiografia artistica ufficiale, diventano emblema di un’estetica alternativa, radicata nel quotidiano e nella devozione popolare. Come ha osservato Gillott12, Butler tende a valorizzare ciò che è marginale, resistente, artigianale, in opposizione all’arte monumentalizzata e accademica. In tal senso, Alps and Sanctuaries si inserisce a pieno titolo nella produzione dissidente dell’autore, costituendone l’espressione più lirica e meditativa. Il dissenso di Butler non si esprime unicamente in termini di contenuto, ma anche attraverso la forma. Il testo si presenta come una commistione di generi: diario, saggio, bozzetto artistico e pamphlet filosofico. Tale ibridazione, lontana dalla chiarezza classificatoria della prosa scientifica o narrativa, riflette la volontà dell’autore di scardinare i codici espressivi dominanti. Come ha notato Robinson13, Butler non cerca mai una forma definitiva; anzi, la sua 10 J. Paradis, Samuel Butler, cit., pp. 3-5. 11 C.E. Turbil, “The reception of Lamarckism in late Victorian Britain: Butler and Hering”, cit., pp. 18-22. 12 D. Gillott, Samuel Butler, cit., p. 101. 13 R. Robinson, “Samuel Butler, 1835-1902”, Kōtare: New Zealand Notes & Queries, 7, 2, 2008, pp. 65-78: 23.
275SAMUEL BUTLER E L’INSUBRIA scrittura procede per allusioni, ironie e rovesciamenti14, mettendo in crisi la stessa idea di autorità testuale. In definitiva, Alps and Sanctuaries rappresenta una tappa essenziale nella costruzione del pensiero critico di Samuel Butler. Le Alpi lombardo-piemontesi e ticinesi non sono solo uno sfondo pittoresco: sono lo spazio dove l’autore proietta la possibilità di una visione etica e culturale altra, autonoma e decentralizzata. In questo paesaggio di pietra, arte e silenzio, Butler riconosce non solo una bellezza diversa, ma anche un modello di resistenza morale e intellettuale alle pretese totalizzanti della cultura vittoriana. Le Alpi come rifugio Le montagne che si estendono tra Piemonte, Lombardia e Canton Ticino assumono in Alps and Sanctuaries un ruolo peculiare e stratificato: sono al tempo stesso scenario fisico, spazio interiore, e orizzonte etico. Samuel Butler non sceglie casualmente questo angolo di confine per le sue peregrinazioni letterarie; al contrario, questa area gli offre una geografia liminale, ideale per disinnescare le logiche binarie del pensiero vittoriano: natura/cultura, centro/ periferia, sacro/profano. Le descrizioni che Butler dedica a piccoli santuari di montagna, come quelli di Oropa, Varallo o del Sacro Monte di Varese, vanno ben oltre la semplice osservazione etnografica. Questi luoghi di culto popolare sono osservati con uno sguardo ironico ma partecipe, quasi che l’autore cercasse in questi una forma residuale di sacralità umana, non mediata né dalla teologia né dalla scienza. Come ha osservato De Mambro Santos15, Butler sembra voler recuperare nei gesti rituali e nei simboli di questi luoghi una religione incarnata, fatta di mani e pietre, opposta all’astrazione teologica dei dogmi. Il rifugio alpino diventa allora un’alternativa concreta alla violenza simbolica del mondo inglese: non soltanto un altrove geografico, ma un ethos differente, una prassi estetico-morale basata sul silenzio, sull’artigianato e sulla persistenza. In questo senso, la scelta di insistere su zone montane spesso ignorate dalle guide ufficiali dell’epoca, quali la Valsesia, l’Ossola o le valli ticinesi, rivela 14 D. Gillott (Samuel Butler, cit., p. 143) osserva come lo stile di Butler consista più nel suggerire che nell’affermare, rivelando un uso consapevole dell’ambiguità retorica. 15 M. De Mambro Santos, Samuel Butler: la science, l’évolution, l’art, Classiques Garnier, Paris, 2016, p. 64.
276 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI un’intenzione precisa: far emergere una geografia alternativa della bellezza e del senso. Come ha notato Loewald16, l’interesse di Butler per questa località è proporzionale al suo disinteresse per la monumentalità, per l’arte celebrativa e per i centri canonici della cultura europea. A ciò si aggiunge la particolare attenzione dell’autore per le interazioni tra paesaggio naturale e architettura devozionale. L’incastro fra montagna e santuario, tra asperità geologica e segni antropici, assume in Alps and Sanctuaries una funzione poetica e semiotica. In più occasioni, Butler sottolinea come questi luoghi non siano stati costruiti per stupire, ma per risuonare con il ritmo della vita rurale e della fatica. «The charm of these chapels», scrive Butler, «lies in their being made to fit the people – not the people made to fit the chapels»17. È questa aderenza al quotidiano, al concreto, che gli consente di leggere nei santuari insubrici non solo segni di fede, ma anche manifestazioni di una cultura dell’equilibrio e della resilienza18, che sfugge sia alla modernità urbana che al misticismo estetizzante. Inoltre, la scelta di viaggiare a piedi e lentamente rafforza la dimensione contemplativa del rapporto tra autore e paesaggio. Come afferma Ounoughi19, Butler costruisce una pedagogia dello sguardo attraverso il cammino: vedere richiede fatica, soste, disorientamento. L’atto del salire, in modo sia metaforico sia fisico, diventa un esercizio di disobbedienza epistemologica contro l’immagine fissa e totalizzante del paesaggio turistico. Infine, le Alpi italosvizzere offrono a Butler un palcoscenico per una forma peculiare di resistenza umanistica. Non vi è nulla di eroico o sublime nel suo modo di rappresentarle; al contrario, le sue pagine sono percorse da un tono umile, antieroico, in cui la grandezza non è mai separata dalla vulnerabilità. In questa visione, la montagna non è una vetta da conquistare ma una compagna da ascoltare, un soggetto dotato di profondità morale e narrativa. In tal senso, Alps and Sanctuaries può essere letto come un esercizio 16 H.A. Loewald, On the therapeutic action of psycho-analysis, International Journal of Psycho-Analysis, 41, 1960, 16-33: 97. 17 S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 142. 18 Butler interpreta le architetture religiose come atti di resistenza culturale: «The people who built these things knew little of aesthetics, but much of life» (S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 135). 19 C. Ounoughi, “Butler, la marche et l’éthique du paysage. Lecture de Alps and Sanctuaries”, cit., pp. 88-89.
277SAMUEL BUTLER E L’INSUBRIA etico di prossimità, e l’Insubria come un’utopia concreta, fragile e silenziosa, costruita contro ogni egemonia. Viaggio, ironia e spiritualità laica Uno degli aspetti più originali di Alps and Sanctuaries è il tono disincantato, ironico, spesso giocoso, con cui Butler affronta un genere letterario, quello del viaggio, che nel tardo Ottocento tendeva a idealizzare l’esperienza alpina come epifania estetica o come atto di conquista. In aperta opposizione alla retorica sublime dei viaggiatori romantici e all’etica virile degli esploratori britannici, Butler costruisce un percorso narrativo intimo, esitante, volutamente marginale. Il suo è un viaggiare senza eroismi, in cui il percorso è più importante della meta, e l’attenzione si concentra su ciò che è in genere ignorato: le abitudini dei contadini, le storie locali, i dettagli architettonici minori. In questo senso, Alps and Sanctuaries è anche una riflessione implicita sulla soggettività del vedere e sulla possibilità di decostruire lo sguardo turistico dominante20. L’ironia, lungi dall’essere uno strumento decorativo, diventa in Butler una forma di resistenza epistemologica. In più passaggi del testo, il narratore adotta un tono volutamente eccentrico, contrapponendosi alle aspettative del lettore vittoriano medio, scrive infatti «One should never be quite serious, when dealing with matters of art or religion»21. Questa affermazione22 racchiude in sé il cuore del pensiero butleriano: l’ironia non come negazione della verità, ma come suo filtro necessario, non come distacco, ma come forma di umiltà intellettuale. Come ha notato Robinson, Butler «rarely argues directly, preferring a ‘counterpoint’ technique—letting opposing ideas play off each other without resolving them»23. L’ironia, dunque, gli permette di mantenere aperto il senso, di evitare la dogmaticità, persino quando affronta temi spirituali. Tale atteggiamento si riflette anche nella forma narrativa del libro. I capitoli di Alps and Sanctuaries non seguono una progressione lineare, bensì si dispongono secondo una logica episodica, quasi impressionistica, che rifiuta la struttura del viaggio come impresa. La scrittura è punteggiata da digressioni, aneddoti, commenti mo20 R. Walton, Victorian Travel…, cit., p. 88. 21 S. Butler, Alps and Sanctuaries…, cit., p. 37. 22 Questa frase è spesso citata come sintesi dell’etica ironica butleriana, in contrapposizione allo spirito dogmatico della cultura vittoriana (R. Robinson, “Samuel Butler, 1835-1902”, cit., p. 23). 23 Ibidem.
278 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI rali e persino disegni, che contribuiscono a creare un ritmo mentale più che topografico. La spiritualità laica che ne emerge è fatta di attenzione al presente, di rispetto per la vita ordinaria e di valorizzazione dell’imperfezione. Come scrive Butler a proposito del Sacro Monte di Varallo: «There is a devout but cheerful piety in these people which shames our gloomier methods of devotion»24. Anche la religione, dunque, viene reinterpretata non come struttura trascendente, ma come prassi quotidiana, corporea e contestuale. In questa prospettiva, il cammino di Butler attraverso le Alpi può essere letto come un esercizio spirituale senza dogmi, un itinerario etico basato sull’ascolto e sull’attenzione. L’incontro con l’arte popolare, con l’architettura spontanea e con la devozione semplice dei luoghi visitati contribuisce alla costruzione di una forma di fede svincolata da ogni dottrina: una fede nella misura, nella bellezza accessibile, nella continuità tra uomo e paesaggio. Non si tratta di una negazione del sacro, ma di una sua rifondazione su basi umane e ironiche. Come ha osservato Paradis, Butler «replaces transcendence with transparency; he finds in the contours of the land the conditions for moral insight»25. L’intero impianto dell’opera, in questo senso, si propone come una forma letteraria di spiritualità laica: una che non si proclama tale, ma che si insinua tra le pieghe delle narrazioni, degli incontri e dei silenzi. L’ironia, il viaggio e la lentezza diventano strumenti di una nuova interiorità, modellata sui contorni reali del territorio alpino: non un paesaggio da plasmare e dominare, ma un paesaggio che finisce per formare lo stesso Butler. La costruzione di un’etica del paesaggio In Alps and Sanctuaries, il paesaggio alpino non è semplicemente oggetto di contemplazione estetica, ma diventa progressivamente il luogo di una riflessione etica e antropologica. Le Alpi, con la loro alternanza di valli chiuse, santuari incastonati nella roccia e architetture popolari, costituiscono per Butler un laboratorio naturale di convivenza tra l’uomo e il suo ambiente. In questi spazi apparentemente marginali, l’autore individua una forma di equilibrio tra natura e cultura, una misura che rifugge tanto dalla brutalità dell’industrialismo quanto dalla spettacolarizzazione estetica del sublime romantico. Come scrive Gillott, «Butler sees in these local 24 S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 148. 25 J. Paradis, Samuel Butler, cit., p. 35.
279SAMUEL BUTLER E L’INSUBRIA expressions of art and belief not a residue of the past, but a vital alternative to the ideologies of progress and domination»26. L’etica del paesaggio proposta da Butler si fonda sulla prossimità e sull’aderenza. Non vi è alcuna pretesa di universalità né aspirazione all’assoluto: ciò che conta è l’adeguarsi delle forme al contesto, la capacità degli esseri umani di abitare il mondo in maniera discreta. Questo atteggiamento si riflette nell’ammirazione per le architetture popolari, costruite non per imporsi ma per accompagnare il terreno, e per l’arte devozionale dei Sacri Monti, che non insegue la perfezione formale, ma la narrazione vissuta della fede. In questo senso, le Alpi descritte da Butler diventano il modello di una convivenza organica tra spazio, tempo e memoria. Come osserva Symcox, «the devotional architecture of the Sacro Monte of Varallo expresses not a theological abstraction but a lived and theatricalized relationship between the people and their faith»27. L’elemento chiave di questa proposta etica è la resistenza alla monumentalità. A differenza di quanto accade nelle grandi città europee, dove l’architettura sacra tende a cristallizzare un’autorità teologica o politica, i santuari alpini celebrati da Butler sono opere minori, integrate nel paesaggio, legate ai ritmi agricoli e climatici. Sono luoghi in cui la spiritualità si radica nella fatica e nella ciclicità della vita montana, e dove la bellezza non è mai separata dall’utilità. Tale visione contrasta radicalmente con il modello vittoriano, in cui l’arte diventa strumento di affermazione morale o estetica. L’arte che Butler valorizza, invece, è umile, funzionale, artigianale e, proprio per questo, autenticamente umana. Inoltre, Butler sembra suggerire che vi sia un’etica dello sguardo, una responsabilità nell’atto stesso di osservare. Lo sguardo deve essere disposto a rallentare, a soffermarsi, a lasciarsi istruire dal luogo piuttosto che sovrapporgli una griglia interpretativa. In questo senso, il paesaggio insubre non è solo contenuto visivo, ma metodo conoscitivo: è guardando come si cammina, sostando dove si prega, che si apprende una diversa gerarchia dei valori. Come scrive Butler in uno dei passaggi più significativi dell’opera: «We see things not as they are, but as we have been trained to see them – and it is well that we should sometimes untrain ourselves»28. L’at26 D. Gillott, Samuel Butler, cit., p. 101. 27 J. Symcox, “Painting Theology: The Sacri Monti and the Theatrical Body”, cit., p. 77. 28 S. Butler, Alps and Sanctuaries, cit., p. 215.
280 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI to del vedere diventa allora un gesto etico, una pratica di disapprendimento. Così, attraverso il suo viaggio insubre, Butler elabora un’idea di paesaggio che non è mai neutra né decorativa, ma intrinsecamente morale. La montagna, i santuari, i sentieri, le valli: tutto contribuisce a costruire una narrazione alternativa dell’umano, fondata sull’ascolto, sulla misura, sull’incompletezza. In questa narrazione, l’Insubria alpina diventa uno spazio etico: non un rifugio utopico, ma un terreno reale in cui praticare una diversa idea di civiltà. Conclusioni Alps and Sanctuaries non è soltanto una raccolta di impressioni di viaggio, né un semplice tentativo di evasione da una realtà sociale e culturale avvertita come opprimente. L’opera di Samuel Butler rappresenta, in realtà, una forma complessa e stratificata di scrittura filosofica, in cui il paesaggio alpino dell’Insubria diventa matrice etica, dispositivo estetico e strumento di dissenso. Attraverso una prosa ironica, episodica e apparentemente leggera, Butler mette in discussione le categorie dominanti del pensiero vittoriano: l’autorità religiosa, l’estetica monumentale, il progresso lineare e la verità come dogma. Le Alpi che egli attraversa non sono le cime grandiose della retorica romantica o i territori del sublime codificato: sono spazi vivi, imperfetti, abitati da un’umanità che resiste senza clamore. In questi luoghi, Butler scopre una spiritualità laica, fatta di gesti quotidiani e architetture minori, che rifugge tanto l’astrazione teologica quanto il razionalismo tecnico. I santuari, i sentieri, le valli e i villaggi diventano così tessere di un mosaico alternativo, capace di raccontare un’idea di civiltà non fondata sul dominio ma sulla prossimità. In questo senso, l’opera butleriana costruisce una sorta di cartografia morale della modernità: una mappa in cui lo spazio marginale non è esclusione, ma fondamento; in cui l’ironia non è disimpegno, ma metodo critico; in cui il viaggio non è conquista, ma esercizio di ascolto. In tal modo, Alps and Sanctuaries si rivela un testo insolitamente attuale, capace di interrogare anche il nostro presente sulla possibilità di una relazione più umana con lo spazio, con l’arte e con la fede. Il territorio insubre, con la sua posizione di confine e la sua ricca stratificazione culturale, fornisce il terreno ideale per questa riflessione. Non è un caso, dunque, che sia proprio in questi paesaggi
281SAMUEL BUTLER E L’INSUBRIA remoti che Butler riesca a comporre non soltanto un diario di viaggio, ma una vera e propria etica dello sguardo. Una filosofia del paesaggio priva di sistema, ma non di rigore; leggera nei toni, ma radicale nelle implicazioni. È una filosofia che non proclama verità, ma le sussurra; che non impone gerarchie, ma ascolta la voce delle cose umili. Butler ci invita a riaddestrare lo sguardo, a scorgere nel marginale ciò che la modernità ci ha insegnato a ignorare: la dignità della vita modesta, il potere del silenzio, la profondità dei luoghi senza potere.
288 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI che avrebbe oscurato tutto quello che il mondo aveva visto fino ad allora»; in effetti nel 1770 la Corte assiste strabiliata alla prima esibizione del Turco, un automa meccanico capace di giocare e vincere al gioco degli scacchi. Il successo è tale che il Turco e il suo geniale inventore visiteranno con una trionfale tournée tutte le capitali d’Europa fino alla corte di Caterina di Russia, battendo regolarmente tutti gli avversari, famosi scacchisti, nobili e teste coronate, come Giorgio III, Napoleone e Federico II di Prussia. Una curiosa caratteristica del Turco era, come si è detto, la sua voce; la macchina poteva infatti parlare e annunciare lo scacco. Questa inquietante capacità non dovrebbe sorprendere perché von Kempelen era ossessionato dal desiderio di creare una macchina parlante, che perfezionasse i dispositivi per riprodurre suoni noti fin dall’antichità, dagli uccellini zufolanti di Erone, ai sufflatores, alle teste parlanti di Gerberto di Aurillac, Alberto Magno e Ruggero Bacone. Le sue ricerche nel campo della fonetica e della riproduzione dei suoni, durate più di vent’anni, lo porteranno pubblicare nel 1791 un trattato sulla costruzione di una macchina acustica-meccanica in grado di pronunciare suoni, sillabe e parole3; il dispositivo prevedeva un mantice per simulare il fiato, una scatola di legno per la trachea, una canna risonante per la vibrazione delle corde vocali, una serie di accessori per variare la configurazione dell’apparato simulando i diversi modi di articolazione. Purtroppo, le sue ricerche ventennali in questo campo saranno quasi dimenticate e von Kempelen passerà alla storia per il Turco, realizzato in soli sei mesi (e ne capiremo la ragione). L’automa verrà poi comperato nel 1805 da Johann Nepomuk Maelzel per l’astronomica cifra di 30 mila franchi. Maelzel, l’inventore del metronomo, diventerà famoso in tutta Europa anche per il panharmonicon, un automa alimentato da un mantice, dotato di cilindri per memorizzare note e capace di riprodurre il suono di vari strumenti musicali, che lo porterà ad una collaborazione musicale-ingegneristica, a tratti conflittuale, con Ludwig van Beethoven. Il Turco ricomincia le sue trionfali tournées in Europa, viene venduto al principe Eugenio di Beauharnais, ricomprato da Maelzel e finalmente approda a New York accompagnato da una famiglia meccanica che comprende un trombettista, il panharmonicon, dei funamboli, degli uccellini cantori e la cosiddetta Conflagration of 3 W. Von Kempelen, Mechanismus Der Menschlichen Sprache Nebst Beschreibung Seiner Sprechenden Maschine, Degen, Wien, 1791.
289ONTOLOGIA DELLA MACCHINA Moscow, cioè un diorama semovente di Mosca corredato da musica e colpi di cannone. Ma, dopo anni di rinnovati trionfi per tutto il Nord America, la notorietà del Turco stava svanendo, e nel 1850, con la morte di Maelzel, la macchina venne dimenticata nel Museo Cinese di Filadelfia. Fu lì che, nel 1854, il Turco, distrutto in un incendio, uscì definitivamente dalle scene per entrare nel mito. Il clamore suscitato dal Turco farà sì che l’interesse per automi giocatori di scacchi non si spenga, anzi. Appare nel 1797 un automa creato da Giuseppe Morosi per il duca di Toscana Ferdinando III d’AsburgoLorena e nel 1827 l’American Chessplayer di Daniel Walker. Seguì una copia del Turco chiamato Ajeeb, costruito dall’inglese Charles Arthur Hooper del 1865 e distrutto anch’esso in un incendio nel 1929. Come il suo predecessore, fu presentato come un miracolo meccanico ma era mosso da un forte giocatore nascosto al suo interno. Nel 1876 l’alsaziano Godfrey Charles Gumpel creò Mephisto, un diavolo a grandezza umana vestito di rosso seduto davanti ad un tavolo, così da rendere impossibile la presenza di un operatore internamente. Infatti, a differenza di precedenti automi, veniva manovrato, tramite un collegamento elettromeccanico, da un giocatore situato in una stanza vicina. Mephisto fu il primo automa a vincere un torneo di scacchi. Perfino Charles Babbage (1791-1871), matematico inglese considerato il padre del computer, fu tanto affascinato dal Turco da scrivere nel 1864 il primo algoritmo per giocare a scacchi. Nel 1912 Leonardo Torres y Quevedo (1852-1936) realizza il primo vero automa scacchistico El Ajedrecista, in grado di giocare e vincere il finale di partite re-torre contro re, che debuttò con successo all’Esposizione Universale a Parigi due anni dopo. La macchina utilizzava elettromagneti sotto la scacchiera per identificare le posizioni dei pezzi, un braccio meccanico per muoverli e un fonografo per annunciare lo scacco al re. Era inoltre in grado di segnalare se l’avversario umano giocava una mossa illegale. Edgar Allan Poe versus Alan Turing Il Turco era veramente una macchina pensante, capace di giocare (e vincere) al gioco più difficile e affascinante, gli scacchi? O nascondeva, come il Canard di Vaucanson, un magnifico inganno? A queste domande cercherà di dar risposta il famoso scrittore Edgar Allan Poe, che al Giocatore di Scacchi di Maelzel (come viene chiamato il Turco all’epoca) dedicherà uno studio che è, a mio pa-
290 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI rere, ancora oggi di grandissimo interesse4. Poe è – a mia conoscenza – il primo autore che analizzi i possibili limiti di una macchina, basandosi sulle sue caratteristiche intrinseche, cioè sulla sua natura ontologica. Non discute di ciò che macchine semplici o complicate, possono o potrebbero fare, come moltissimi autori prima di lui (da Erone a Ruggero Bacone, a Bernardino Baldi, solo per citarne alcuni), ma di ciò che una macchina, per la sua natura di macchina, non può fare. Come vedremo, la discussione sui limiti della macchina sarà centrale nel Novecento per lo sviluppo dell’Informatica. L’ipotesi che l’automa, nonostante fosse apparentemente pieno di ingranaggi, potesse nascondere al suo interno un eccellente giocatore, forse un nano o giovanissimo, era già stata avanzata da molti; in alternativa, si era ipotizzato l’uso di potenti magneti o trucchi di vario genere. L’autore britannico Philip Thicknesse scrive in un opuscolo del 1784: «Che un’automazione possa essere fatta per muovere correttamente gli scacchi, come un giocatore combattivo, in conseguenza della mossa precedente di uno sconosciuto, che si impegna a giocarci contro, è assolutamente impossibile». Nel 1789, Joseph Friedrich Freiherr zu Racknitz pubblica un libro intitolato Über den Schachspieler des Herrn von Kempelen und dessen Nachbildung, proponendo che un uomo si nascondesse nella parte posteriore del cassetto inferiore dell’armadio, per poi spostarsi nella parte principale del cassone sul quale era posizionato il Turco. Anche Jean Robert-Houdin, nelle sue memorie del 1859, sostenne che von Kempelen avrebbe sfruttato le doti scacchistiche di un soldato polacco, tal Worousky, le cui gambe erano state mutilate da una palla di cannone. Edgar Allan Poe non era quindi stato il primo ad esaminare criticamente l’automa, concludendo correttamente che si tratta di un falso automa, ma, come già detto, è il primo a rifiutare decisamente la possibilità che il Turco sia una pura macchina, con varie argomentazioni, più o meno stringenti. In primo luogo, abbiamo una analisi della struttura fisica, potremmo dire dell’hardware dell’automa. Poe ci dà infatti una accuratissima descrizione della macchina e del rigido protocollo che governa lo spettacolo illusionistico (di questo evidentemente si tratta), messo in scena da von Kempelen prima e Maelzel poi: 4 Lo studio compare come E.A. Poe, “Maelzel’s Chess-Player”, Southern Literary Messenger, April 1836, 2, pp. 318-326. Osserviamo, invece, che Von Kempelen and his discovery è un racconto di Poe pubblicato per la prima volta su The Flag of Our Union il 14 aprile del 1849, ma non tratta affatto del Turco.
291ONTOLOGIA DELLA MACCHINA apertura e chiusura di sportelli, illuminazione di recessi interni apparentemente ingombri di ingranaggi, trasmissione all’automa delle mosse, movimenti dell’automa. Come altri prima di lui, Poe conclude che un trucco è almeno possibile, cioè che un umano potrebbe benissimo essere nascosto nella macchina nonostante tutta la pantomima di Maelzel e spostarsi all’interno della stessa grazie a pannelli semovibili, eludendo così il controllo degli astanti. Interessante però osservare che, secondo Poe, la sola possibilità di avere un giocatore nascosto nella macchina, pur sollevando legittimi sospetti, non è però sufficiente; occorrerebbe anche dimostrare che la macchina non potrebbe giocare senza un giocatore al suo interno. Abbiamo poi argomentazioni di natura psicologica e comportamentale: alcuni manierismi di Maelzel sarebbero attuati con il proposito di confondere e illudere gli astanti; i movimenti dell’automa (roteare gli occhi, scuotere la testa) non avvengono nei momenti di difficoltà, ma, al contrario, quando la sua mossa è ovvia, proprio perché l’uomo al suo interno non si deve concentrare sulla partita, ma può dedicarsi all’artificio; l’aspetto e i movimenti della macchina sono volutamente poco raffinati, proprio per rafforzare l’idea che essa sia un semplice meccanismo. Anche la presenza di specchi all’interno della macchina, che ne moltiplicano illusoriamente gli ingranaggi, non servirebbe affatto in una pura macchina: «the inventor, so far from wishing its mechanism to appear complex, and using deception for the purpose of giving it this appearance, would have been especially desirous of convincing those who witnessed his exhibition, of the simplicity of the means by which results so wonderful were brought about». Infine, Maelzel si rifiuta di rispondere direttamente alla domanda se l’automa è o non è una pura macchina e la ragione non può che essere che: «consciuosness of its not being a pure machine, is the reason of his silence – his actions cannot implicate him in a falsehood – his words may». L’analisi di Edgar Allan Poe non si limita però ad osservare che un trucco è possibile, ma cerca di dimostrare che l’automa di Maelzel è un falso automa. Una macchina pura (come la definisce Poe) deve avere certe caratteristiche e quindi dei limiti di natura ontologica che l’automa di Maelzel non rispetta, di conseguenza non può essere una macchina. Esaminiamo le caratteristiche che Poe attribuisce ad una macchina pura.
292 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Determinismo: Arithmetical or algebraical calculations are, from their very nature, fixed and determinate. Certain data being given, certain results necessarily and inevitably follow. These results have dependence upon nothing, and are influenced by nothing but the data originally given. And the question to be solved proceeds, or should proceed, to its final determination, by a succession of unerring steps liable to no change, and subject to no modification. This being the case, we can without difficulty conceive the possibility of so arranging a piece of mechanism, that upon starting it in accordance with the data of the question to be solved, it should continue its movements regularly, progressively, and undeviatingly towards the required solution, since these movements, however complex, are never imagined to be otherwise than finite and determinate. But the case is widely different with the Chess-Player. With him there is no determinate progression. No one move in chess necessarily follows upon any one other. From no particular disposition of the men at one period of a game can we predicate their disposition at a different period. Let us place the first move in a game of chess, in juxta-position with the data of an algebraical question, and their great difference will be immediately perceived. From the latter — from the data — the second step of the question, dependent thereupon, inevitably follows. It is modelled by the data. It must be thus and not otherwise. But from the first move in the game of chess no especial second move follows of necessity. In the algebraical question, as it proceeds towards solution, the certainty of its operations remains altogether unimpaired. [...] But in proportion to the progress made in a game of chess, is the uncertainty of each ensuing move. A few moves having been made, no step is certain. [...] There is then no analogy whatever between the operations of the Chess-Player, and those of the calculating machine of Mr. Babbage, and if we choose to call the former a pure machine we must be prepared to admit that it is, beyond all comparison, the most wonderful of the inventions of mankind. Regolarità delle mosse: The moves of the Turk are not made at regular intervals of time, but accommodate themselves to the moves of the antagonist — although this point (of regularity) so important in all kinds of mechanical contrivance, might have been readily brought about by limiting the time allowed for the moves of the antagonist. For example, if this limit were three minutes, the moves of the Automaton might be made at any given intervals longer than three minutes. The fact then of irregularity, when regularity might have been so easily attained, goes to prove that regularity is unimportant to the action of the Automaton — in other words, that the Automaton is not a pure machine. Algoritmo e strategia di vittoria: The Automaton does not invariably win the game. Were the machine
293ONTOLOGIA DELLA MACCHINA a pure machine this would not be the case — it would always win. The principle being discovered by which a machine can be made to play a game of chess, an extension of the same principle would enable it to win a game — a farther extension would enable it to win all games — that is, to beat any possible game of an antagonist. A little consideration will convince any one that the difficulty of making a machine beat all games, is not in the least degree greater, as regards the principle of the operations necessary, than that of making it beat a single game. If then we regard the Chess-Player as a machine, we must suppose, (what is highly improbable), that its inventor preferred leaving it incomplete to perfecting it — a supposition rendered still more absurd, when we reflect that the leaving it incomplete would afford an argument against the possibility of its being a pure machine — the very argument we now adduce. La domanda alla quale cerca di dare risposta non è quindi se Il Turco sia o meno un falso automa, ma la domanda molto più profonda: può una macchina giocare a scacchi, dimostrando così di poter svolgere compiti che richiedono intelligenza? Chiaramente, se la risposta a questa domanda fosse negativa, allora il Turco sarebbe un falso; non vale però il viceversa, infatti anche se il Turco era effettivamente un falso automa oggi un computer batte al gioco degli scacchi qualsiasi umano. Quasi un secolo dopo la questione viene discussa in modo ancora più generale in due articoli di Alan Turing diventati pietre miliari dell’Informatica e dell’Intelligenza Artificiale. Nel primo, dal titolo Intelligent machinery, del 1948, Turing pone così la questione: The possible ways in which machinery might be made to show intelligent behaviour are discussed. [...] I propose to investigate the question as to whether it is possible for machinery to show intelligent behaviour. It is usually assumed without argument that it is not possible. Common catch phrases such as ‘acting like a machine’, ‘purely mechanical behaviour’ reveal this common attitude. [...] We are then faced with the problem of finding suitable branches of thought for the machine to exercise its powers in. The following fields appear to me to have advantages: (i) Various games, e.g., chess, noughts and crosses, bridge, poker (ii) The learning of languages (iii) Translation of languages (iv) Cryptography (v) Mathematics. Of these (i), (iv), and to a lesser extent (iii) and (v) are good in that they require little contact with the outside world. For instance in order that the machine should be able to play chess its only organs need be ‘eyes’ capable of distinguishing the various positions on a specially made board, and means for announcing its own moves.
294 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Notiamo che il gioco (e gli scacchi in particolare) sono tra le attività intelligenti che la macchina dovrebbe saper svolgere. Nell’articolo Turing affronta anche temi ancora oggi attualissimi, come la descrizione di vari tipi di macchine, organizzate o non organizzate, automodificantesi, rapporto uomo-macchina, proponendo perfino di educare una macchina attraverso un processo di apprendimento così come si educa un neonato. Nel secondo articolo, Computing Machinery and Intelligence5, Turing riaffronta la questione, proponendo il famosissimo Imitation Game: I propose to consider the question, “Can machines think?”. This should begin with definitions of the meaning of the terms “machine” and “think”. [...] Instead of attempting such a definition I shall replace the question by another, which is closely related to it and is expressed in relatively unambiguous words. The new form of the problem can be described in terms of a game which we call “the imitation game.” It is played with three people, a man (A), a woman (B), and an interrogator (C) who may be of either sex. The interrogator stays in a room apart front the other two. The object of the game for the interrogator is to determine which of the other two is the man and which is the woman. [...] We now ask the question, “What will happen when a machine takes the part of A in this game?” Will the interrogator decide wrongly as often when the game is played like this as he does when the game is played between a man and a woman? These questions replace our original, “Can machines think?” [...] It will simplify matters for the reader if I explain first my own beliefs in the matter. Consider first the more accurate form of the question. I believe that in about fifty years’ time it will be possible to programme computers, with a storage capacity of about 109, to make them play the imitation game so well that an average interrogator will not have more than 70 per cent chance of making the right identification after five minutes of questioning. The original question, “Can machines think?” I believe to be too meaningless to deserve discussion. La discussione sulla capacità di calcolo di una macchina, e dei possibili limiti alla soluzione di problemi matematici, era nata in ambito logico-matematico ai primi del Novecento, in seguito alla questione posta da David Hilbert, tra i più eminenti logici e matematici del secolo, sull’esistenza o meno di problemi non algoritmicamente risolubili. Hilbert non dubitava affatto della possibilità di risolvere in modo algoritmico ogni questione matematica, e la famosissima frase «Wir müssen wissen – wir werden wissen» 5 A.M. Turing, “Computing Machinery and Intelligence”, Mind, 49, 1950, pp. 433-460.
295ONTOLOGIA DELLA MACCHINA (“dobbiamo conoscere – conosceremo”) è incisa sulla sua tomba in Göttingen. Ma le certezze di Hilbert vennero sgretolate dal lavoro di logici come Kurt Gödel, con il suo famosissimo Teorema di Incompletezza, e Alan Turing, con la sua profonda analisi del concetto di algoritmo. La parola algoritmo, che deriva dal nome del matematico, astronomo e geografo persiano Al-Khwaritzmi (780-850 d.C. ca.), conosciuto come il padre dell’algebra, indica un procedimento finito per risolvere un problema di natura qualsiasi, attraverso l’esecuzione di istruzioni eseguibili da un umano o da una macchina. Algoritmi e macchine per il calcolo numerico, per misurare aree, distanze e tempi, per uscire da un labirinto ecc., sono noti fin dall’antichità e la cosa non sorprende, dato che il pensiero algoritmico è connaturato all’uomo (e anche ad animali), è il nostro modo di vivere e connaturarci alla realtà. Ricordiamo, per esempio, l’algoritmo di Euclide per il calcolo del massimo comun divisore tra due numeri interi, il Crivello di Eratostene e le soluzioni a problemi posti da Fibonacci nel suo Liber Abaci. Ma una definizione matematicamente precisa di algoritmo/procedura non si avrà, appunto, fino al Novecento, con il modello formale proposto da Turing nel 1936, che va oggi sotto il nome di Macchina di Turing. La formalizzazione data da Turing permise di caratterizzare una classe di funzioni o problemi meccanicamente calcolabili e contemporaneamente di dimostrare l’esistenza di problemi non risolubili nel modello stesso, rispondendo così negativamente alla questione posta da Hilbert. Tutti i modelli di calcolo realistici proposti negli stessi anni e fino ad oggi da vari autori (A. Church, S. Kleene, J. Von Neumann...) sono stati però dimostrati al più equivalenti ad una Macchina di Turing, potendo risolvere la stessa classe di problemi; è quindi largamente accettata, anche se con recenti critiche, la cosiddetta Tesi di Church-Turing, che afferma che ogni problema “intuitivamente” calcolabile è effettivamente calcolabile su macchina di Turing, che diventa così la pietra di paragone per ogni modello di computazione. La Teoria della Calcolabilità e la recente Teoria della Complessità costituiscono le fondamenta teoriche dell’informatica e della Intelligenza Artificiale, con una precisa definizione di concetti come algoritmo, macchina e dei limiti del calcolo automatico. Possiamo quindi oggi ragionevolmente identificare «la pura macchina» di Poe con una Macchina di Turing e osservare che le tre obiezioni ontologiche sopra riportate non reggono alla luce di tale identificazione.
296 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Per prima cosa, il modello di Turing prevede una variante non deterministica (equivalente), dove appunto in ogni istante la macchina può scegliere tra varie mosse future, determinando così una computazione non lineare, ma descrivibile attraverso un albero di scelte; un algoritmo non deterministico potrebbe essere fisicamente eseguito da una macchina deterministica con backtracking, cioè capace di ritornare a punti di scelta precedenti per effettuare eventualmente mosse diverse (come farebbe un umano nel percorrere un labirinto) utilizzando anche varie euristiche per eliminare scelte poco promettenti, oppure attraverso una macchina con parallelismo illimitato. Inoltre, anche una macchina deterministica può apparire non deterministica, capace di scelte, a un osservatore esterno. Per esempio, nel gioco degli scacchi, una macchina che giocasse contro avversari differenti potrebbe eseguire mosse diverse anche nella stessa configurazione della scacchiera, utilizzando euristiche basate sull’analisi della loro diversa strategia di gioco. Purtroppo, per varie classi problemi, teoricamente risolubili in tempi accettabili su modelli non deterministici, non è ad oggi (e forse mai, resta il più importante problema aperto in informatica) pensabile una soluzione in tempi ragionevoli su macchina deterministica. La seconda obiezione verrebbe riformulata oggi dicendo che una macchina è sempre dotata di un clock, che ne determina il cambio di stato (e quindi eventuali mosse) a tempi regolari. Anche qui, l’obiezione non regge, sia perché esistono modelli di circuiti asincroni, cioè senza clock, sia perché sono oggi largamente utilizzati sistemi reattivi, come il sistema di controllo di un aereo, che apparentemente reagiscono ad eventi derivanti da un ambiente esterno quando questi si verificano. Evidentemente il clock esiste ancora, ma la macchina “resta in attesa” senza effettuare mosse visibili, ma controllando lo stato dei suoi sensori, finché un evento – che potrebbe essere la mossa del giocatore avversario – non si verifichi cambiando lo stato dei sensori stessi. Solo allora la macchina reagisce compiendo una azione. Nei sistemi reattivi, i dati necessari per l’esecuzione dell’algoritmo non vengono quindi caricati nella macchina all’inizio della computazione, come in una Macchina di Turing tradizionale, ma possono essere recepiti dalla macchina durante la computazione stessa. Infine, la Teoria della Complessità di calcolo ci insegna che un algoritmo di soluzione di un problema potrebbe richiedere tempi non accettabili (cioè esponenziali nella dimensione dei dati) per arrivare alla soluzione; esistono quindi problemi che sono teorica-
297ONTOLOGIA DELLA MACCHINA mente risolubili, ma non lo sono effettivamente, e proprio il gioco degli scacchi ne è un esempio. La Teoria dei Giochi, fondata dai matematici John von Neumann e Oskar Morgenstern, permette di analizzare giochi ad informazione completa come gli scacchi, dove due avversari debbono prendere decisioni e sviluppare strategie tenendo conto che l’altro giocatore, che ha le stesse informazioni, cercherà di contrastarle. Von Neumann dimostrò che alcuni giochi, come il Nim, ammettono strategie di vittoria, per altri tale strategia non esiste o è impossibile da applicare in pratica. Negli scacchi, la partita perfetta implica appunto lo sviluppo di un albero di gioco smisurato, in pratica impossibile da elaborare anche con i computer più potenti; per avere una idea della complessità del gioco, dopo che entrambi i giocatori hanno mosso 5 volte, ci sono 69.352.859.712.417 possibili partite che si possono sviluppare. Nel 1950, il matematico Claude Shannon diede nell’articolo “Programming a Computer for Playing Chess” una stima della complessità degli scacchi al fine di dimostrare come un algoritmo basato su ricerca esaustiva nell’affrontare un problema scacchistico fosse impraticabile. Per concludere, dunque, certamente Poe ha ragione: l’automa di von Kempelen è un falso. Peccato che le argomentazioni “ontologiche” di Poe siano sbagliate, proprio perché Poe, come Cartesio, come de La Mettrie, come altri prima e dopo di lui (Hilbert, per esempio) non conosce veramente, matematicamente, ontologicamente cosa sia una macchina, la sua natura e quindi i suoi eventuali limiti. Che Poe avesse torto d’altronde è oggi evidente, dato che gli attuali programmi per giocare a scacchi sono in grado di battere qualsiasi giocatore umano, e quindi una macchina può certamente giocare a scacchi. Una data indimenticabile è il 10 febbraio 1996, quando il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov iniziò un match contro Deep Blue, un computer della IBM creato esclusivamente per giocare a scacchi. La partita inaugurale si concluse con una vittoria della macchina: per la prima volta un campione del mondo veniva sconfitto in una sfida con tempi regolari da torneo. Eppure, l’analisi di Poe sulla macchina pura e suoi limiti intrinseci è, a mio parere, ancora estremamente interessante nella discussione attuale sull’Intelligenza Artificiale.
304 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI stero degli Affari Esteri; a nome della Persia, Abbas-Mirza e Mirza Abul-Khasan-khan. Per i persiani il trattato comportava la perdita del Caucaso – il territorio dove oggi vi sono Armenia, Georgia e Azerbaigian – e fu una capitolazione. Le uniche concessione all’Iran furono il riconoscimento di Abbas Mirza come erede al trono e il ritiro delle truppe russe dall’Azerbaigian in seguito al pagamento di una prima parte del debito16. Per Mosca fu un momento di espansione imperiale: la Russia occidentalizzata, «petrina», si sentiva all’avanguardia nei confronti di un’Asia percepita come arretrata. Per gli azerbaigiani, l’inserimento nell’impero russo avvenne in modo relativamente pacifico, anche se nell’ambito di un rapporto di tipo coloniale. Inoltre, in epoca romantica l’occupazione del Caucaso diede ai russi un piccolo ma suggestivo Oriente domestico. Per armeni e georgiani, dopo secoli nell’impero persiano, e quindi in un contesto musulmano, la conquista russa del Caucaso diede loro «sicurezza, sviluppo materiale e culturale, rafforzamento nazionale»17. Gli inglesi furono coinvolti nelle negoziazioni, e il loro intervento fu apprezzato da entrambe le parti18. Per i paesi coinvolti, il trattato di Turkmanchay fu importante quanto il Congresso di Vienna per l’Europa. A differenza del Congresso di Vienna, i confini delineati dal trattato tra Persia e Russia sono però tuttora gli stessi19. Nelle negoziazioni ebbe un impatto significativo il diplomatico russo Alexander Griboyedov, che aveva già trascorso cinque anni in Persia. Editò i verbali della conferenza e riuscì ad apportare alcune importanti specifiche al testo del trattato, preparato a San Pietroburgo, in particolare per quanto riguarda le condizioni di migrazione e l’amnistia per gli abitanti delle regioni di frontiera. Lo scrittore e diplomatico russo Griboyedov Nato a Mosca il 4 gennaio 1795, Alexander Sergeevič Griboyedov (in russo: Александр Сергеевич Грибоедов) è stato un importante scrittore, diplomatico e compositore russo del XIX secolo. La sua famiglia era originaria della Polonia e, insediandosi in Russia prima del XVI secolo, aveva cambiato il nome da Gribovsky in 16 L. Kelly, Diplomacy and Murder in Tehran. Alexander Griboyedov and Imperial Russia’s Mission to the Shah of Persia, I.B. Tauris, Londra, 2002, p. 159. 17 A. Ferrari, Russia. Storia di un impero euroasiatico, cit., p. 205. 18 L. Kelly, Diplomacy and Murder in Tehran, cit., p. 160. 19 Ivi, p. 3.
305I RAPPORTI TRA MOSCA E TEHERAN Griboyedov. Si tratta di una figura complessa che unisce il mondo della letteratura, della diplomazia e della politica. La sua opera principale resta un caposaldo della cultura russa, nonché una critica profonda all’ipocrisia della società del suo tempo. A questo personaggio Laurence Kelly ha dedicato la monografia Diplomacy and Murder in Tehran. Alexander Griboyedov and Imperial Russia’s Mission to the Shah of Persia da cui sono tratte le informazioni dei prossimi paragrafi. Griboyedov è ricordato soprattutto per la sua commedia satirica in versi Горе от ума (Gore ot uma), tradotta in italiano come Che disgrazia essere intelligenti! o Che guaio l’ingegno!. Pubblicata nel 1824, è una delle opere più celebri della letteratura russa del XIX secolo, nonché una di quelle maggiormente rappresentate nei teatri in Russia20. Questo commedia critica la società aristocratica russa, opponendo le idee progressiste dell’autore all’ipocrisia, al servilismo e all’arretratezza dell’élite zarista. Il protagonista si chiama Chatskij e incarna l’intellettuale liberale del tempo, isolato in una società che non è pronta al cambiamento. Griboyedov era effettivamente critico nei confronti di una certa aristocrazia russa, e infatti simpatizzò – pur senza conseguenze di rilievo – per la rivolta decabrista, così chiamata perché l’azione dei rivoltosi si svolse a dicembre (dekabr’ in russo) del 1825. In seguito alla morte prematura dello zar Alessandro I nel novembre 1825, si pose il problema della successione: «In assenza di figli del sovrano defunto, il successore avrebbe dovuto essere Costantino, fratello di Alessandro I, che però decise di rinunciare a causa di un matrimonio morganatico. La successione toccò allora all’altro fratello, Nicola»21. La ribellione doveva aver luogo il giorno del giuramento di fedeltà dei militari, ma si rivelò male organizzata e i rivoltosi furono deportati in Siberia. Pur fallendo, la rivolta decabrista rappresenta una pagina rilevante della storia russa, in quanto è considerata un primo passo verso la rivoluzione del 191722. Facendo un passo indietro nella vita di Griboyedov, a fronte delle difficoltà economiche della madre, degli scarsi guadagni come intellettuale e della vita dispendiosa che conduceva, nella prima20 A.S. Griboyedov, Che disgrazia l’ingegno!, trad. di F. Verdinois, Carabba, Lanciano, 1925; Che disgrazia essere intelligenti!, trad. di L. Savoj, Formiggini, Roma-Genova, 1932; L’ingegno, che guaio!, trad. di M. Caratozzolo, Marchese, Grumo Nevano, 2017; D.P. Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, Milano, 1995, pp. 99-103. 21 A. Ferrari, Russia. Storia di un impero euroasiatico, cit., p. 160. 22 Ivi, p. 161.
306 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI vera del 1817 decise di intraprendere la carriera diplomatica. Un impiego presso il ministero degli Esteri di Mosca gli avrebbe infatti fornito il salario necessario a far fronte alle proprie spese. La sua domanda fu accettata il 9 giugno di quello stesso anno. Con lui, intraprese la carriera diplomatica anche Alexander Pushkin, che a quel tempo aveva diciotto anni23. La solida formazione di Griboyedov fu apprezzata dai suoi superiori, che gli consigliarono di diventare uno specialista di Asia e lo indirizzarono perciò all’Università di San Pietroburgo affinché studiasse con l’obiettivo di farne un traduttore24. A mandare a monte i programmi fu il duello partie carré a cui Griboyedov prese parte, suo malgrado. Al centro della lite tra giovani ufficiali vi era la diciottenne Avdotiya Istomina, la ballerina principale di San Pietroburgo resa celebre nel romanzo Eugenio Onegin di Pushkin. Nei due anni precedenti era stata l’amante del giovane conte Vassily Sheremet’yev ma lo aveva lasciato e, tempo dopo, si era intrattenuta con il conte Alexander Zavadovsky con cui Griboyedov condivideva l’appartamento. Sheremet’yev chiese a Griboyedov di fargli da secondo, e in quel duello Sheremet’yev perse la vita. In Russia, come altrove, i duelli erano però reato. Griboyedov non fu punito, probabilmente grazie all’intervento dello zar, ma era evidente che sarebbe stato mandato in missione all’estero25. Griboyedov lavorò come diplomatico per l’impero russo in diverse zone del Caucaso e in Persia. Nel 1828 contribuì alla stipula del trattato di Turkmanchay che – come già accennato – pose fine alla guerra russo-persiana e assegnò alla Russia i territori persiani nel Caucaso. Avendo già trascorso alcuni anni in Persia e quindi conoscendone la lingua, Griboyedov giocò un ruolo cruciale nelle negoziazioni. Collaborò direttamente alla stesura delle clausole più delicate, tra cui il diritto di protezione e rimpatrio per i cristiani armeni che vivevano in Persia e volevano trasferirsi nei nuovi territori annessi alla Russia; l’immunità diplomatica per i rappresentanti russi e le restrizioni agli attacchi contro i convertiti o fuggitivi. Sebbene il contenuto di queste clausole non avesse a che vedere con questioni territoriali o economiche quanto piuttosto umanitarie, furono percepite dai persiani come un’umiliazione naziona23 L. Kelly, Diplomacy and Murder in Tehran, cit., p. 33. 24 Ivi, p. 34. 25 Ivi, pp. 35-39.
307I RAPPORTI TRA MOSCA E TEHERAN le e una minaccia alla sovranità religiosa e politica26. Dopo la firma del trattato, Griboyedov fu nominato ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell’impero russo in Persia. Nel 1828 si trasferì a Teheran per rappresentare gli interessi russi e vigilare sull’applicazione del trattato. Una delle sue azioni più controverse fu l’accoglienza e protezione di due donne armene del serraglio del principe persiano e di alcuni armeni convertiti al cristianesimo che volevano emigrare in Russia27. Questo gesto fu visto dai persiani come un grave affronto alla religione islamica e all’autorità reale. In particolare, a scatenare la rabbia fu il fatto che le due donne erano state accompagnate al bagno pubblico, un evento che – nella cultura islamica – preannuncia le nozze. Alimentato dal clero sciita e dalla corte persiana, il malcontento culminò in un attacco all’ambasciata russa a Teheran il 30 gennaio 1829, da parte della folla inferocita. I soldati persiani che avrebbero dovuto proteggere la sede diplomatica si eclissarono. I soldati russi erano sul tetto dell’ambasciata quando a uno di loro, a cui era stato fatto espresso divieto di sparare, sfuggì un colpo di pistola che uccise un sedicenne tra la folla. Il corpo del ragazzo fu portato in moschea, dove i mullah lanciarono una jihad (guerra santa) contro la missione russa28. Durante l’assalto quarantaquattro membri della missione russa a Teheran furono uccisi. Griboyedov morì l’11 febbraio 1829. Orribilmente mutilato, il suo corpo fu trasferito nella chiesa armena fuori Teheran e poi restituito alle autorità russe. È sepolto nella chiesa di Re Davide il Profeta a Tbilisi. Per scongiurare un’ulteriore guerra con Mosca, le autorità della dinastia cagiara inviarono un’ambasciata di scuse allo zar Nicola I, accompagnata da ricchi doni29. Kelly dedica la prima appendice del suo volume all’umi26 In merito al ruolo del clero sciita al tempo della dinastia cagiara cfr. H. Algar, Religion and State in Iran 1785-1906: The Role of the Ulama in the Qajar Period, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1969. 27 L. Kelly, Diplomacy and Murder in Tehran, cit., p. 213. 28 Ivi, p. 191. 29 G. Bournoutian, “ḴOSROW MIRZĀ QĀJĀR,” Encyclopædia Iranica, online edition, 2015, http://www.iranicaonline.org/articles/khosrow-mirza (accesso settembre 2025). Cfr. F. Melville, Khosrow Mirza’s Mission to St. Petersburg in 1829, in Iranian-Russian Encounters: Empires and Revolutions Since 1800, a cura di S. Cronin, Routledge, London-New York, 2012; G.A. Bournoutian, From Tabriz to St. Petersburg: Iran’s Mission of Apology to Russia in 1829, Costa Mesa, 2014. Cfr. il diario di viaggio della delegazione persiana a Mosca: Mirzā Moṣṭafā Afšār, Safar-nāma-ye Ḵosrow Mirzā ba Pe-
308 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI liazione inflitta ai persiani dal trattato di Turkmanchay e cita gli storici russi attivi durante la Guerra fredda, secondo cui i britannici cercarono vendetta nei confronti dei russi, e in particolare di Griboyedov che aveva rafforzato la posizione russa in Persia30. La drammatica morte del diplomatico russo ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica in Russia, diventando simbolo del sacrificio per la patria. La tragedia mise anche in luce la fragilità delle relazioni tra imperi con religioni e culture profondamente diverse, specialmente quando la diplomazia interferisce con temi religiosi e sociali31. terzburḡ, Mohammad Golbon, Teheran, 1970. 30 L. Kelly, Diplomacy and Murder in Tehran, cit., pp. 205-222. Per farsi un’idea della politica britannica in Medio Oriente cfr. M. Yapp, Strategies of British India: Britain, Iran and Afghanistan, 1798-1850, Clarendon, Oxford, 1980. 31 Un caso simile si verificò nel 1924, quando, eccitata dai dervisci, la folla persiana fece letteralmente a pezzi il console americano Robert Whitney Imbrie (23 aprile 1883-18 luglio 1924), che fotografava il mausoleo di un santo sciita. Cfr. M.P. Zirinsky, “Blood, Power, and Hypocrisy: The Murder of Robert Imbrie and American Relations with Pahlavi Iran, 1924”, International Journal of Middle East Studies 18, 3, 1986, pp. 275-292; T. De Skowroński, Alla corte dello Scià. Il mio viaggio in Persia in occasione dell’incoronazione di Reza Shah Pahlavi, Ibis, Pavia-Como, 2025, p. 85. Vedi anche www.robertimbrie.com.
Rousseau a palazzo Giovio di Andrea Spiriti Nel 1774 il ventiseienne “giovin signore” Giovanni Battista Giovio1 poneva termine al suo lungo periodo formativo per dedicarsi in modo diretto alla gestione sì del vasto patrimonio familiare2, ma inteso anzitutto come codificazione dinastica della gloria Giovio. Così si spiegano i lavori alla villa di Verzago, e la riacquisizione di quelle del Grumello nel 1775 e del Balbianello nel 1777; ma soprattutto la residenza stabile nel palazzo comasco3, idealizzato come domus avita e oggetto di un’ampia campagna di riqualificazione figurativa, iniziata non a caso nell’anno giubilare 1775 (dunque con una logica simbolica di ripresa, di ricostruzione ab imis fundamentis) e in perfetto parallelo con la creazione della propria famiglia: nel 1780 il matrimonio con Chiara Parravicini e poi la nascita dei figli e la loro attenta e diretta educazione. Non mi occuperò in questa sede dei tre ambienti nodali (sala dei fasti gioviani, sala dei miti, sala della musica) al primo piano, coi cicli pittorici di Carlo Innocenzo Carloni, Giovanni Battista Rodriguez e Giuseppe Romanelli e scultorei di Stefano Salterio, se non per sottolinearne le componenti metodologiche: il forte classicismo, scontato per un intellettuale del Settecento ma letto come compatibile con il tempo presente, come premessa allegorica e anzitutto etica per un uomo profondamente cristiano e non 1 Più che un omaggio, questo contributo vuole essere il parziale pagamento di un debito nei confronti del festeggiato, del molto che mi ha insegnato sul Settecento nelle nostre conversazioni, con quella non chalance che dimostra la sua profonda competenza di tale mondo. 2 Fondamentale A. Mita Ferraro, Il diritto e il rovescio. Giambattista Giovio (1748-1814). Un europeo di provincia nel secolo dei lumi, il Mulino, Bologna, 2018. 3 Per le scelte iconografiche, A. Spiriti, L’immagine del palazzo: scelte iconografiche e iconologiche di Giovanni Battista Giovio, in La vita culturale e politica a Como tra Rivoluzione, Restaurazione e Risorgimento, Atti del convegno (Como 2006), a cura di G. La Rosa, IUP, Varese, 2008, pp. 123-156; vedi ora A. Mita Ferraro, Il diritto, cit., part. pp. 72-79.
310 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI a caso parente di un pontefice per molti versi conservatore quale Clemente XIII Rezzonico; l’esaltazione, nella storia familiare, di Benedetto e Paolo Giovio, con ciò significando da un lato la dialettica fra spiccata identità locale e respiro europeo; dall’altro il senso vivo della storia, sia essa precipitata nelle epigrafi raccolte con criteri “moderni” dal primo o nelle effigi collezionate nel leggendario Musaeum del secondo, ormai modello secolare per le grandi raccolte, dall’Ambrosiana di Milano agli Uffizi di Firenze. E tuttavia proprio la distruzione del Museo, ormai avvenuta, e la conservazione solo parziale della raccolta implicavano la necessità di uno spazio familiare nuovo dove esaltare l’antico; o meglio, della rilettura del vecchio palazzo medioevale, cui si aggiungevano nuclei già Lucini, al quale la stirpe faceva simbolico ritorno. La stessa scelta di architetti e artisti è significativa: se la ristrutturazione è guidata da Antonio Nolfi, Antonio Donegana e Michele Silva – dunque la tipica tradizione lacuale, esperta sul piano ingegneristico che risultava indispensabile per unire e aggiornare corpi di fabbrica differenti – il coordinamento pittorico spetta a Giovanni Battista Rodriguez, allievo del grande Carlo Innocenzo Carloni di Scaria e quindi espressione di una cultura sempre lacuale ma di respiro europeo e raffinata interprete di quel rococò che gli artisti dei laghi avevano inventato alcuni decenni prima4. Ma la sala della musica vede nel 1776 il quadraturismo di Giuseppe Coduri Vignola, ossia l’espressione matura di quell’indiscusso primato emiliano che il Giovio aveva potuto ammirare durante il soggiorno parmense e ormai da due secoli costituiva un paradigma di respiro europeo; e su questo torneremo. Tuttavia, la rigorosa e un po’ fredda impostazione del Coduri doveva risultare interessante ma non del tutto soddisfacente per il nostro, che si rivolge ad un artista notevole quanto malnoto: Ignazio Brambilla5, l’autore dei due ambienti nell’ala meridionale del piano nobile ai quali dedicheremo attenzione. Anzitutto, la cronologia: la data tradizionale 1775 pare troppo alta perché coincide con l’inizio dei lavori edili, destinati per almeno un anno alla supremazia nelle operazioni palaziali e in effetti documentati; se poi pensiamo che Coduri è attivo nel 1776 e che l’ala meridionale è l’ultima ad essere affrontata, propongo un 1778 che poi motiveremo con l’iconografia. Gli ambienti, va subito detto, sono unificati da 4 Vedi ora A. Spiriti, “La nascita del rococò: dati e considerazioni”, Valori Tattili, 16, 2020, ed. 2021, pp. 57-68. 5 Di fatto inesistente la bibliografia.
311ROUSSEAU A PALAZZO GIOVIO un quadraturismo ruinistico classicheggiante che pone un problema preliminare. Certo, il ruinismo era ben noto da metà Seicento nello Stato di Milano6, con il paradigma di palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno dal 1663 e la grande regìa di Giovanni Ghisolfi, poi proseguito nelle residenze consortili fra le quali non si può non evocare, anche per il protagonismo del committente nobile, il Vitaliano VI Borromeo Arese che recita fra le finte rovine di Cartagine a palazzo Biumi in Biumo Inferiore di Varese, finto quadro del Ghisolfi7. Ma nella logica di secondo Settecento era inevitabile che questa abile dialettica fra linguaggio classico e percezione della sua caducità, del suo stato di rudere, con tutte le conseguenze del caso in tema di sic transit gloria mundi da Scipione Emiliano al cristianesimo, si aprisse per un verso alla bizzarria rocaille, a colto capriccio nel dettaglio; e per un altro condividesse una vena elegiaca da Country Churchyard, ossia ormai preromantica. È in fondo l’inizio del mondo dominato da Melchiorre Cesarotti, col suo spaziare da Omero a Ossian; ma Giovio, come vedremo, rilegge il tutto in una logica propria. Il primo ambiente (Figg. 1-2), ma l’ordine è relativo e solo di comodità descrittiva, è un salone scandito alle pareti da rovine a monocromo violetto (e già questa scelta di prevalenza del tema sulla cromia risulta significativo) ripartire in riquadri, con alla base un semplice zoccolo e, a legame, con la volta ribassata, un fregio alla greca scandito da trionfetti dorati a scudo e intreccio e campito da busti a ritratto mediani e angolari, mentre sulla volta monocroma domina, pure con cornice a greca, un solo ritratto, indicato come quello di Jean-Jacques Rousseau (Fig. 6). Le due immagini mediane sono quelle di Gaio Giulio Cesare (Fig. 3) e di Niccolò Machiavelli (Fig. 4); di quelle angolari, sopravvivono Fénelon (François de Savignac de la Mothe-Fénelon) e probabilmente Montesquieu (Fig. 5a-b). I ruderi hanno la consueta sequenza di ponti, muri sbrecciati, torri, semicoperti dalla vegetazione; ma, a parte un idealizzato tempio di Saturno del Foro romano, è interessante – e alternativa rispetto all’altro ambiente, che ne è privo – la frequenza di rimandi a torri e 6 A. Spiriti, Quadraturismo romanista nello Stato di Milano nel secondo Seicento: Giovanni Ghisolfi e la consorteria Arese, in Realtà e illusione nell’architettura dipinta. Quadraturismo e grande decorazione nella pittura di età barocca, Atti del convegno internazionale (Lucca 2005), a cura di F. Farneti, S. Bertocci, Alinea, Firenze, 2006, pp. 223-232. 7 S. Monferrini, Vitaliano Borromeo’s Academy of the Isola Bella, in Gardens and academies in early modern Italy and beyond, a cura di D. Ribouillault, Leiden, Boston, 2025, pp. 350-375, con bibliografia.
312 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI mura medioevali o addirittura sforzesche. Anche qui, i precedenti non mancano, a cominciare dal castello neomedioevale nella sala 46 a Cesano per giungere ai precoci settecentismi del castello Visconti a Brignano Gera d’Adda8, ma è interessante il fatto che ci troviamo all’inizio di quella Gothic Era nella quale il termine stesso subirà una stratificazione semantica – divenendo “gotico” nel senso di “orrifico” – e che condurrà, a fine Sette e inizio Ottocento, a realizzazioni edilizie (tipo villa Borromeo a Viggiù o villa Traversi Tittoni a Desio) che a loro volta spalancheranno la strada al Gothic Revival fra architettura e restauro. E non a caso adopero i termini inglesi, giacché in quel mondo, al quale con sempre maggiore frequenza i lombardi guardavano, non di rinascita si tratta ma di continuità che dal dodicesimo giunge fino al ventesimo secolo. Interessante, a Como, la continuità ideale, nel senso che una generica evocazione medioevaleggiante sfocia senza soluzioni fino al mondo visconteo e sforzesco, a loro volta letti in serie e quindi almeno sino alla svolta di fine secolo, diciamo sino alla prima caduta del Moro nel 1499; ossia leggendo come “ancora medioevo” tutto il Quattrocento umanistico e rinascimentale. Nel salone un altro elemento interessante, specie per un intellettuale che, chiamandosi Giovio, non poteva non conoscere il potere del ritratto, è l’abbinamento delle rovine coi tondi. La visione moralistica di un’antichità ridotta a rudere segna la forza e il limite del classicismo settecentesco: da un lato la permanenza di un mito costitutivo della stessa identità euromediterranea, ma dall’altro la consapevolezza ormai plurisecolare della sua finitezza storica, del suo essere un evento capitale ma del passato: quella lucidità che aveva portato già nel Trecento alle grandi operazioni parallele (e di diversa fortuna) della filologia di Petrarca e di Boccaccio con le loro premesse padovane9 versus le Storie di San Silvestro di Maso di Banco per la cappella Bardi di Vermio in Santa Croce a Firenze10, ossia all’Umanesimo. Ma qui un senso nuovo del rudere, che non a 8 B. Bolandrini, Alcune considerazioni sulle ultime opere di Mattia Bortoloni e sulla diffusione del rococò in Palazzo Visconti a Brignano Gera d’Adda, in Il rococò: nascita di un linguaggio artistico, Atti del convegno (Brignano Gera d’Adda 2008), a cura di A. Spiriti, B. Bolandrini, Comune di Brignano Gera d’Adda, Brignano Gera d’Adda 2010, pp. 25-36. 9 Un ricordo commosso al magistero di Giuseppe Billanovich. 10 Bibliografia in F. Fedeli, “Il patronato Bardi nella basilica di Santa Croce a Firenze: nuove considerazioni sulla cappella dei Confessori”, Bollettino d’arte, s. 7, 101, 32, 2016, pp. 9-24.
313ROUSSEAU A PALAZZO GIOVIO caso stava spopolando nelle trasformazioni all’inglese dei giardini di tutta Europa, attingeva la sua malinconia dall’Elegy written in a Country Churchyard di Thomas Gray: scritta nel 1750, edita nel 1751 (e si ricordi quanto il ceto colto lombardo stesse divenendo anglofilo) e tradotta da Cesarotti nel 1772; e anche in pittura si viene attestando un gusto ruinistico che a Como sfiora le Carceri piranesiane (edite nel 1750)11, a Varese è più svagato nel suo gusto pienamente rococò nell’ultima fase (1765-1770 ca.) del ciclo di villa Recalcati realizzato da Giovanni Battista Ronchelli da Castello Cabiaglio12. La questione, allora, è il legame o meno di queste rovine con i personaggi evocati nei tondi. Cesare può avere, come sempre, più valenze: dal 1746 il feudo imperiale di Milano (e Como era fra le città più ricche di ricordi ghibellini) era tornato stabilmente al Kaiser austriaco, e questo aveva dato origine ad una ideologia resa ancora più necessaria col delicato passaggio, nel 1740, a Maria Teresa (si pensi al ciclo continuista di palazzo Natta)13; l’ambivalenza dell’eredità politica (il distruttore della repubblica o il fondatore dell’impero?) rende conto di quanto complicato potesse essere il lascito classico; la coesistenza del militare, del politico e dello scrittore ha un fascino particolare per Giovio che sta elaborando una propria visione di civil service che si giocherà negli anni; Cesare è poi il fondatore di quel nesso fra Italia e Gallia/Francia che perdura nei personaggi successivi; e il rifondatore di Como. Niccolò Machiavelli gode, specie per il De Principatibus, una fama che spazia dall’esaltazione alla riprovazione moralistica più estreme. Certo, è prestissimo nel 1778 per il Machiavelli patriota che occuperà la visione risorgimentale; ma forse non lo è del tutto per quella, che poi diverrà alfieriana e foscoliana, dell’ironico che esalta il principe per rivelarne le nefandezze. D’altro canto, nel 1740 la pubblicazione dell’Anti-Machiavel di Federico II di Prussia aveva provocato 11 Si vedano ora i contributi in Piranesi. Utopia come architettura, a cura di P. Bertoncini Sabatini, L. Ficacci, Pisa University Press, Pisa, 2024. 12 A. Spiriti, Da Ronchelli a Ferrario: per una definizione critica del Magattismo, in Pietro Antonio Magatti 1691-1767, catalogo della mostra (Varese 2001), a cura di S. Coppa, A. Bernardini, Silvana, Cinisello Balsamo, 2001, pp. 87-93; per l’artista vedi ora L. Facchin, Pittura e scultura nel XVIII secolo: Baroffio, Ronchelli e i Buzzi di Viggiù, in La Chiesa di Sant’Antonio Abate alla Motta di Varese, Fantigrafica, Cremona, 2023, pp. 43-63. 13 A. Spiriti, “Como asburgica: iconografia e iconologia di tre cicli figurativi”, Iconographica. Studies in the History of Images, XVIII, 2019, pp. 110-122.
320 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI doppio fascino del quadraturismo ruinistico e della insopprimibile vocazione gioviana per il ritratto. Per rendersi conto di quanto la seriazione di lungo periodo esaminata non possa essere ridotta a meri parametri classicisti, abbiamo il confronto con una delle committenze più prestigiose ed aggiornate in Como, oltre che vicina al distrutto Museo Gioviano: villa Odescalchi all’Olmo22, che Simone Cantoni realizza dal 1782 al 1796 su resti di quella che proprio Giovio identifica come la villa suburbana di Caninio Rufo. Il corpo centrale (già ultimato nel 1789) è campito dai clipei marmorei di Francesco Carabelli che rappresentano sì una serie di intellettuali, ma tutti greci fra sesto e quinto secolo: Platone, Solone, Talete, Socrate e Pitagora. Si noti peraltro come tutti i citati (tranne il milesio, ma qui vale l’idea dell’imprenditore agricolo accorto) siano attivi nella vita pubblica delle loro città o nella teorizzazione del governo ideale; e quindi mantengano quel nesso tra filosofia e politica che li apparenta al nostro caso e ne rileva l’assoluta tempestività. Fig. 1 - Como, Palazzo Giovio. Veduta della prima sala delle rovine. 22 N. Ossanna Cavadini, Villa Olmo, Electa, Milano, 2002.
321ROUSSEAU A PALAZZO GIOVIO Fig. 2 - I. Brambilla, particolare ruinistico. Fig. 3 - G. Mametti (?), Giulio Cesare, prima sala delle rovine.
322 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 4 - G. Mametti (?), Machiavelli, prima sala delle rovine. Fig. 5a-b. G. Mametti (?), Fénelon e Montesquieu (?), prima sala delle rovine.
323ROUSSEAU A PALAZZO GIOVIO Fig. 6 - G. Mametti (?), Rousseau, prima sala delle rovine. Fig. 7 - I. Brambilla, particolare, seconda sala delle rovine.
324 STUDI IN ONORE DI GIANMARCO GASPARI Fig. 8 - I. Brambilla, particolare, seconda sala delle rovine.
Sulla struttura filosofica di amore e morte nella Commedia di Dante Alighieri di Erasmo Silvio Storace L’opera di Dante Alighieri, pur inscritta entro un orizzonte teologico, si offre anzitutto come una vera e propria fenomenologia dell’umano, più che come un trattato sistematico di dottrina cristiana. A differenza della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, che rappresenta uno dei vertici della teologia scolastica del XIII secolo1, la Commedia – sebbene costruita come viaggio nell’aldilà cristiano – mette in scena l’uomo nella totalità delle sue manifestazioni, piuttosto che Dio nella sua trascendenza. La distanza tra Dante e Tommaso non è soltanto cronologica, ma anche prospettica: laddove l’Aquinate ordina gerarchicamente l’intero scibile umano verso la visio Dei, Dante, pur culminando la propria opera nella contemplazione della divinità, riserva a essa uno spazio ridottissimo, consumato nei versi finali del Paradiso (XXXIII), dove la visione beatifica è affidata più all’analogia poetica che alla definizione teologica2. In tal senso, la Commedia va letta come una grande fenomenologia della condizione umana, in cui l’autore si confronta con l’intero spettro delle emozioni, delle passioni, dei vizi e delle virtù. Si tratta quasi di una vasta indagine psicologica ante litteram, che anticipa una riflessione sull’interiorità e sulla complessità dell’animo umano. Non è un caso che si possa considerare Dante come il primo, o quantomeno uno dei primi, pensatori umanisti: nella sua opera, il centro gravitazionale non è più Dio in quanto tale, ma l’uomo nella sua vicenda morale, razionale e affettiva3. In tal senso, la Commedia può essere intesa come il manifesto poetico di un 1 T. d’Aquino, Summa Theologiae, a cura di Tito S. Centi, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2000, vol. I, Prologus. 2 D. Alighieri, Paradiso, XXXIII, vv. 115-145, in Commedia, a cura di A.M. Chiavacci Leonardi, 3 voll., Mondadori, Milano, 1994, vol. III, pp. 1445-1448. 3 E. Garin, L’umanesimo italiano, Laterza, Roma-Bari, 2008, pp. 15-18.
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