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A. Zangrandi, «L'altro Nievo. "Angelo di Bontà", lettere, versi», Venezia, Marsilio, 2024, 240 pp.

Della Corte, Gianluca

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Aura • 1 | 2025 • Recensioni • issn 3035-1944 • e-issn 2723-9527 • doi 10.5281/zenodo.17447732 a. zangrandi, l’altro nievo . angelo di bontà, lettere, versi , venezia, marsilio, 2024, 240 pp. 1. incontro con il libro qui recensito si rivela sin da subito interessante: non solo perché il titolo promette di indagare un Nievo inedito o meno noto, ma anche perché il dipinto che figura in copertina, lungi dall’essere mero ornamento, fornisce un primo spunto esegetico. Si tratta infatti di un particolare del Parlatorio delle monache di San Zaccaria, dove Francesco Guardi illustrò l’atmosfera di mondanità che si respirava negli educandati veneziani del diciottesimo secolo e di cui il primo capitolo di Angelo di bontà, intitolato Il parlatorio delle Serafine, sembra quasi una traduzione ecfrastica. Già uno dei primi acuti lettori dell’opera nieviana, scorrendo queste pagine, volò con la mente al quadro1, all’epoca ancora attribuito al maestro Pietro Longhi2. Dopodiché in molti hanno tentato il raffronto: se Marcella Gorra volle discostare la scrittura di Nievo, più lucida e mordace, dall’innocua pittura di genere3, circa un decennio dopo Sergio Romagnoli ritenne che proprio la lezione dei vedutisti veneziani avesse contribuito a liberare lo scrittore dalle convenzioni dell’idillio4. A questo accostamento non si è sottratta nemmeno Alessandra Zangrandi, che al primo romanzo di Nievo ha dedicato un’attenzione critica e filologica senza precedenti, utilizzando il dipinto di Guardi non tanto come fonte ma come documento storico utile ad attestare abitudini e pratiche del luogo e del secolo che lo scrittore intese raccontare. Sin dalla soglia, dunque, il libro di Zangrandi offre stimoli e sollecita interrogativi: ad esempio intorno alla cultura figurativa di Nievo, aspetto della sua formazione ancora poco o per niente esplorato dalla critica, che pure si rivela senza troppe difficoltà a chi sfogli l’epistolario e altri suoi scritti, dove affiora la sensibilità di uno sguardo educato alle belle arti, peraltro non del tutto inattesa se si considera il ruolo della scuola veneta nella storia della pittura. 1 Cfr. D. Mantovani , Il poeta soldato. Ippolito Nievo, 1831-1861: da documenti inediti, Milano, Treves, 1900, p. 132. 2 Cfr. A. Morassi , Guardi. Antonio e Francesco Guardi. Testo e cataloghi con 64 tavole a colori, vol. I, Venezia, Alfieri, 1973, pp. 161-168. 3 Cfr. M. Gorra , Nievo fra noi, Firenze, La Nuova Italia, 1970, pp. 112 e 265. 4 Cfr. S. Romagnoli , Spazio pittorico e spazio letterario da Parini a Gadda, in Storia d’Italia. Annali, vol. V, Il paesaggio, Torino, Einaudi, 1982, pp. 432-559: p. 488. L’ Gianluca Della Corte 174 2. L’altro Nievo è una raccolta di articoli già pubblicati in sedi diverse (alcuni dei quali si offrono ora in una versione con modifiche sostanziali) la cui convergenza testimonia la “lunga fedeltà” di Zangrandi a Nievo. Si tratta infatti di scritti non occasionali in dialogo tra loro, come dimostra la fitta presenza di raccordi anaforici e cataforici di vario tipo («come si è detto nel capitolo precedente»; «rimando al capitolo seguente»; «come ricordato nel capitolo 4», ecc.) che conferiscono una maggiore unità al libro. Il primo capitolo ripropone la corposa Introduzione che correda il volume di Angelo di bontà preparato per l’Edizione Nazionale, in cui, discutendo le ipotesi avanzate dalla critica, si opera una ricostruzione delle vicende redazionali del romanzo a partire dalle lettere dell’autore. La puntuale individuazione delle fonti di cui Nievo si servì dà rilievo alle scelte diverse che il romanziere operò, per ragioni narrative e ideologiche, rispetto ai testi di partenza, nonché alla sua interpretazione dei fatti storici. La buona conoscenza della tradizione del romanzo storico – cui ha dedicato una monografia5 – offre a Zangrandi la possibilità di valutare la portata delle soluzioni nieviane e il loro scarto dalla narrativa precedente. Quanto ai rapporti con i Promessi sposi, che di questa tradizione rappresentavano la punta di diamante, la studiosa propone di leggere tre romanzi nieviani – Angelo di bontà, Il Conte Pecorajo, Le Confessioni d’un Italiano – nei termini di un progressivo affrancamento dal modello manzoniano e di una rapida evoluzione stilistica e ideologica, di là da una continuità di topoi e figure. Zangrandi dedica inoltre attenzione ai diversi personaggi del romanzo, facendo notare come Nievo costruisca con maggiore originalità i comprimari che non i protagonisti, modellati su stereotipi abusati dalla vecchia scuola: Morosina è infatti imparentata con le tante eroine angeliche forgiate da Guerrazzi, Grossi, Bazzoni e colleghi. Molte le note interessanti di Zangrandi, che è storica della lingua prima ancora che della letteratura, sullo stile e il lessico del romanzo: sugli aulicismi, ad esempio, che possono essere ritenuti tali dal lettore di oggi mentre a quello ottocentesco dovevano presentare il «carattere della medietà» (p. 43). Inoltre, se Pier Vincenzo Mengaldo ha visto nelle Confessioni, dove tutte le voci sono assorbite e riprodotte dalla voce del vecchio autobiografo, una ridotta mimesi linguistica, a parte qualche tratto individuante questo o quel personaggio6, Zangrandi ritiene che in Angelo di bontà Nievo realizzi un «approfondito lavoro di selezione interna sul linguaggio dei singoli personaggi» (p. 43): vi sarebbe insomma una consapevole variazione su più livelli (diafasico, diastratico, diatopico per scomodare i concetti di Coseriu e Mioni). Non si ha solo una specifica caratterizzazione linguistica per i vari personaggi, la cui loquela svolge un ruolo importante nel corredo di simboli e funzioni che essi incarnano, ma anche un cambio di registro da parte di uno stesso personaggio in base all’interlocutore: è il caso di Morosina, ad esempio, che modula il suo parlato a seconda che si rapporti col padre o con l’amato Celio. 5 Cfr. A. Zangrandi , Lingua e racconto nel romanzo storico italiano (1827-1838), Padova, Esedra, 2002. 6 P. V. Mengaldo , Studi su Ippolito Nievo. Lingua e narrazione, Padova, Esedra, 2011, pp. 243 ss. A. Zangrandi, L’altro Nievo. Angelo di Bontà , lettere, versi 175 Il secondo capitolo è scritto nel solco della maggiore tradizione della filologia d’autore, allusa sin dal titolo di un paragrafo (Come Nievo lavora sul testo) che riecheggia il titolo con cui Contini studioso di Ariosto inaugurava di fatto il metodo della critica delle varianti7. Del resto il debito riconosciuto da Zangrandi ai maestri è evidente anche in altri titoli, come i Due paragrafi sulle lettere di Nievo che ricordano i Due paragrafi sulla lingua di “Angelo di bontà” di Mengaldo: si tratta di un omaggio ma soprattutto di una dichiarazione di metodo e di stile. Descrivendo il «lavoro correttorio» di Nievo, Zangrandi ci fa entrare nel laboratorio dello scrittore con un confronto tra l’edizione a stampa (S) e l’autografo (A), che risultano abbastanza diversi tra di loro. Anche il solo autografo, in realtà, basterebbe a tenere occupati i filologi, in quanto risulta stratificato per interventi successivi che riguardano diversi livelli testuali senza tuttavia pregiudicare mai l’individuazione dell’ultima volontà dell’autore. Tra i dati che emergono dall’analisi dei continui aggiustamenti si segnala la «ricerca di una più intensa espressività» lessicale (p. 57); il proposito di condensare nel primo capitolo tutti gli elementi della trama; una progressiva riduzione dell’invadenza dell’autore, realizzata ad esempio mediante l’espunzione delle apostrofi ai lettori (p. 67); ecc. Gli interventi di Nievo sono dunque molteplici, e vanno dagli allungamenti, volti ad arricchire il profilo caratteriale di un personaggio, agli abbreviamenti, che tradiscono il desiderio di una maggiore concentrazione narrativa. Uscendo dalla selva delle varianti, tuttavia, la filologa assicura che le nuove redazioni sono «sempre migliorative» (p. 59). Un simile studio aiuta a sfatare definitivamente il mito critico dell’impulsività della scrittura nieviana, la cui velocità e abbondanza va piuttosto ricondotta a ingegno, passione e dedizione dell’autore, capace di lavorare anche dieci ore di fila al giorno8. Il terzo capitolo è dedicato all’epistolario nieviano, che la studiosa ritiene non solo un serbatoio di dati utili alla ricostruzione della biografia dell’autore ma anche un insieme di informazioni intorno a «usi e consuetudini della borghesia italiana di metà Ottocento» (p. 79). Zangrandi pone l’accento sull’immagine che il prolifico estensore di lettere offre di sé ai suoi corrispondenti, sulla tendenza pressoché costante a trasfigurarsi in personaggio alla stregua delle creature finzionali che popolano i suoi romanzi: «anche quando parla di sé, Nievo si proietta sulla propria immagine come altro da sé» (p. 88). E se gli autoritratti fisici si hanno solo in casi eccezionali, abbondano quelli morali e intellettuali, costruiti attraverso due modalità espositive: narrativa e argomentativa. Un dato che non sorprende, anzi conferma l’appartenenza dell’autore a una tradizione ideologico-estetica, ben viva nel primo Ottocento e difesa dalle voci autorevoli di Mazzini, Selvatico, Tenca, che tende a privilegiare l’intérieur rispetto all’extérieur. 7 G. Contini , Come lavorava l’Ariosto, in Id ., Esercizî di lettura sopra autori contemporanei, con un’appendice su testi non contemporanei, Torino, Einaudi, 1974, pp. 232-241. 8 Si vedano almeno le lettere 151, 198, 214, 346 in I. Nievo , Lettere, a cura di M. Gorra, Milano, Mondadori, 1981. Gianluca Della Corte 176 Dallo studio del folto epistolario nieviano, che Mengaldo ha definito uno dei «più belli e godibili, e più ricchi, della nostra letteratura»9, Zangrandi rileva una serie di tendenze che interessano chiunque si occupi di Nievo: attenuazione dei confini tra narrazione e descrizione, spiccata preferenza per il linguaggio figurato, attitudine a narrativizzare il proprio vissuto e frequenti virate verso altri generi, come quello odeporico e quello romanzesco, a sua volta declinato nei vari sottogeneri (storico, borghese, ecc.). A conferma dell’indole proteiforme dell’autore e del suo desiderio di sperimentare, la studiosa fa notare come nel primo biennio degli anni Cinquanta Nievo provasse a raccontare il suo rapporto con Matilde Ferrari in ben tre occasioni (nelle lettere alla stessa Matilde, in quelle all’amico Attilio Magri e nell’Antiafrodisiaco) a cui corrispondono tre diverse voci, modalità espositive e versioni della storia d’amore. Nel quarto capitolo si riporta notizia di 27 epistole recentemente emerse e quindi non comprese nell’edizione del 1981 delle Lettere a cura di Marcella Gorra. Zangrandi trascrive e commenta le 7 da lei scoperte, con l’auspicio e quasi la convinzione di altri futuri ritrovamenti. I suoi, che la studiosa ascrive a «fortuna» (p. 105) ma, vale la pena sottolinearlo, sono frutto di un lavoro lodevolissimo, si sono verificati nella Biblioteca Labronica “Francesco Domenico Guerrazzi” di Livorno e nella Biblioteca degli Intronati di Siena. Nella prima sono stati rinvenuti tre fascicoli con autografi prima ignoti di testi in parte editi e in parte inediti conservati presso la collezione Bastogi, tra cui – per limitarci ai testi del tutto inediti – una lettera senza data né destinatario in cui Nievo chiede di ottenere la parte che gli spetta per la vendita delle 200 copie delle Lucciole; un Dialogo della Chimica colla Natura Umana (rispetto al quale segnaliamo una piccola svista riconducibile all’usus scribendi dell’editrice, che per due volte scioglie la preposizione articolata del titolo in «con la»: p. 132 e p. 133) e una lettera inviata a Paride Suzzara Verdi, cui Nievo accludeva il detto Dialogo e altri suoi scritti che conosciamo già nella versione a stampa, da Zangrandi collazionata con gli autografi di sua scoperta. Nella Biblioteca degli Intronati di Siena, invece, sono state trovate quattro lettere, tre delle quali appartenenti al fondo Bacci e una al fondo Porri. Le prime tre erano state già edite in un volume di lettere risorgimentali di non agevole consultazione: l’assenza dell’indice dei nomi ne ha infatti impedito l’intercettazione da parte dei più accorti nievisti. Si tratta di una lettera a Carlo Tenca del 17 agosto 1852, alla quale è accluso il testo autografo in bella copia del carme Il Crepuscolo; una lettera a Vincenzo De Castro sulle vicende del processo per l’Avvocatino; una lettera a Cesare Calabi del 12 maggio 1858; un biglietto di condoglianze a destinatario non specificato, che Zangrandi individua nel marchese Girolamo di Colloredo, in lutto per la morte del padre. Il Dialogo della Chimica colla natura Umana, che forma un «dittico» con quello già noto Dialogo della filosofia con un nuovo stampo d’avaro, conferma l’influenza delle Operette morali sulla prosa nieviana, intorno alla quale alcuni critici si erano già espressi con 9 P. V. Mengaldo , L’epistolario di Nievo: un’analisi linguistica, Bologna, il Mulino, 1987, p. 10. A. Zangrandi, L’altro Nievo. Angelo di Bontà , lettere, versi 177 convinzione10, e porta Zangrandi a individuare nel leopardismo uno degli alimenti essenziali della scrittura degli ultimi anni di Nievo. Nel quinto capitolo, dunque, la studiosa si occupa di valorizzare criticamente il recupero degli autografi dei due dialoghi, scritti sul finire del 1857, riflettendo sui temi con cui Nievo si andava confrontando a ridosso della stesura delle Confessioni. Le considerazioni con cui Zangrandi integra le sue analisi filologiche sono molto interessanti perché, prestando attenzione alle lettere accompagnatorie, la studiosa pone in luce il fatto che forse Nievo stava progettando una raccolta di prose umoristiche se non proprio di dialoghi. Di qui una breve incursione nella ricezione delle Operette morali: emerge la sensazione che il tributo pagato a Leopardi da Ciampolini, Mamiani, De Sanctis fosse più di nome che di fatto; mentre a Nievo è riconosciuto lo straordinario merito di aver compreso il valore e l’originalità della raccolta, di cui assunse la struttura dei dialoghi e una serie di altri elementi. Nell’agosto del 1852 Nievo inviava il suo primo componimento poetico a Carlo Tenca perché lo pubblicasse sul «Crepuscolo»: furono presto deluse le speranze del giovane, che perciò si accontentò di destinarlo a una sede di ben più ridotta circolazione, ovvero all’opuscolo Per le Fauste Nozze Cantoni – De-Moll (C). Grazie alle trouvailles di Zangrandi, possiamo ora leggere il testo che Nievo inviò a Tenca, insieme a una riverentissima lettera accompagnatoria, dove il poco più che ventenne Ippolito si dimostrava desideroso di conoscere le eventuali dritte che l’autorevole critico avesse voluto elargirgli, firmandosi suo «sincero ammiratore e devotissimo Servo» (p. 118). Nel sesto capitolo Zangrandi informa che del poema, non confluito in nessuna delle quattro raccolte nieviane di versi, finora conoscevamo la versione a stampa e due autografi in brutta copia conservati presso la Biblioteca “Vincenzo Joppi” di Udine: uno, mutilo, contiene una versione più lunga di due strofe intitolata L’Umanità (M), mentre l’altro trasmette un ampio polimetro all’interno del quale si trova il carme con un titolo ancora diverso, La fede nell’umanità (S). L’autografo senese di recente rinvenimento invece si intitola Il Crepuscolo (A), come la rivista nella quale Nievo sperava fosse pubblicato. La prima versione sarebbe dunque M, mentre la più recente probabilmente S. Il libro di Zangrandi si chiude sul Nievo meno fortunato, forse il meno felice. Sta di fatto però che Nievo nasce poeta e scriverà versi fino al 1859: a partire dai puerilia dedicati al nonno materno sino ai componimenti che raccontano la campagna garibaldina. Questo settimo e ultimo capitolo si articola in più parti: un primo inquadramento dell’attività poetica di Nievo è seguito dalla descrizione dettagliata delle quattro raccolte; vi sono poi paragrafi dedicati alle singole strutture testuali (sonetto, canzoni libere, ballate romantiche) adoperate dallo scrittore e al suo rapporto con altri poeti di primo e medio Ottocento; infine una sezione finale offre delle tavole e schemi che indicizzano i generi metrici e i tipi di verso impiegati da Nievo, nonché il numero delle loro occorrenze in ciascuna delle sue raccolte. 10 Cfr. U. M. Olivieri , Introduzione, in I. Nievo , Opere, t. II, Milano-Napoli, Ricciardi, 2015, pp. ILXI: p. XXXI et passim. Gianluca Della Corte 178 La scrupolosa analisi delle forme strofiche permette a Zangrandi di avanzare ipotesi fondate sui modelli nieviani: da Giusti, nelle Lucciole però definitivamente accantonato, ad autori quali Foscolo e Cesarotti. La studiosa si concentra specialmente sui due astri del primo Ottocento: Leopardi presterebbe forme e anche contenuti, impiegati però molto liberamente, mentre Manzoni è presenza più ridotta, sebbene non manchino alcuni evidenti prelievi, come quelli dall’Adelchi. Per poi passare ad alcuni contemporanei – come Prati, Fusinato – con i quali Nievo condivide gli schemi strofici delle canzonette settecentesche mentre è l’unico a far uso della canzone leopardiana. 3. L’altro Nievo è la convalida di uno dei principi della critica letteraria, che possiamo trovare condensato nelle parole di Enrico Malato, secondo cui «ecdotica ed ermeneutica vanno intese non come momenti separati e successivi o alternativi all’operazione filologica ma come due aspetti reciprocamente integrati di una sola operazione, due facce inseparabili della stessa medaglia»11. L’interrogazione di un testo non solo nella sua versione ultima ma anche nella sua tormentata gestazione può offrire dati significativi che senz’altro illuminano l’esegesi e aiutano a individuare, con l’evidenza di cancellature, correzioni e aggiustamenti vari, le esigenze formali dell’autore e l’orizzonte estetico cui guardava. I meriti di questo libro, che riporta alla luce pagine della letteratura finora ignote, restituendo spessore e complessità a un autore ancora da scoprire, sono dunque molteplici e indiscutibili. Gianluca Della Corte Università di Siena – Université Libre de Bruxelles 11 E. Malato , Lo fedele consiglio de la ragione. Studi e ricerche di letteratura italiana, Roma, Salerno, 1989, p. 530.