M. Borrelli, «Nell'officina del Verismo. La novellistica della "Rassegna Settimanale"», Napoli, Loffredo, 2023, 206 pp.
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Aura • 1 | 2025 • Recensioni • issn 3035-1944 • e-issn 2723-9527 • doi 10.5281/zenodo.17447742 m. borrelli, nell’officina del verismo. la novellistica della «rassegna settimanale» , napoli, loffredo, 2023, 206 pp. on il volume del 2023 Nell’officina del verismo. La novellistica della «Rassegna Settimanale» Marco Borrelli offre una panoramica dettagliata sulla storia editoriale e letteraria della «Rassegna Settimanale», rivista che diverrà poi determinante per la diffusione della novella verista. Nei tre capitoli che compongono il testo, l’autore registra non solo le vicende da cui prende vita la testata, ma analizza anche il contesto letterario e ideologico in cui essa si inserisce. Il saggio si chiude con lo studio dei novellieri della rivista come Matilde Serao, Renato Fucini, Mario Pratesi ed Emilio De Marchi, restituendo così un quadro completo di un laboratorio fondamentale per la nascita e lo sviluppo del verismo. Nel primo capitolo, Borrelli si concentra sulla nascita della rivista ricostruendo l’inizio del sodalizio tra Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino; a partire dal 1873 si assiste, infatti, al primo momento di collaborazione tra i due, con la fondazione della Società dei pranzi settimanali o Società degli amici, che rappresenta un importante primo tentativo di creare una rete di intellettuali con cui confrontarsi su temi politici e culturali. La «Rassegna Settimanale» nasce qualche anno più tardi, nel 1878, come strumento di rinnovamento politico e culturale, in aperta rottura con il moderatismo toscano e la Destra storica. Lo stratagemma adottato da Sonnino e Franchetti per dare l’impressione di un movimento collettivo e diffuso, anziché di una battaglia portata avanti da pochi individui noti, è degno di considerazione: i due, infatti, preferiscono adottare l’anonimato per gli articoli di carattere politico, economico e sociale e di non rendere palesi le loro opinioni personali. Secondo quanto mette in luce Borrelli, le iniziative di Sonnino e Franchetti risultano essere il frutto di una progettualità comune e continua che si consolida negli anni attraverso viaggi di studio, la creazione di una cassa comune per finanziare progetti e l’allargamento della loro cerchia culturale, per esempio con studiosi del calibro di Pasquale Villari. È proprio grazie a quest’ultima collaborazione, scrive Borrelli, che nel biennio 1875-76, «inizia a profilarsi l’ombra della “Rassegna Settimanale”» (p. 21); in particolare si nota come il nome di Villari compaia in tutti gli scritti dedicati a Machiavelli e Savonarola – e quindi riferiti a un momento politico passato –; ma si preferisce oscurarlo qualora ci si occupi di questioni relative alla politica contemporanea. Nel secondo capitolo vengono esaminate le origini della novella italiana moderna, la cui genesi è inserita nel quadro politico-ideologico post-unitario con puntuali riferimenti storici ed editoriali. Si sottolinea come la «Rassegna Settimanale» di Franchetti e Sonnino abbia costituito la struttura portante per lo sviluppo del verismo, partendo dall’eredità del Decameron di Boccaccio come punto di riferimento imprescindibile per la narrativa occidentale. L’autore segna un parallelismo tra l’evoluzione della novella italiana e quella americana, C
Raffaella F. Mazzei 180 evidenziando come negli Stati Uniti la short story si sia sviluppata grazie a scrittori come Washington Irving, Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne e Herman Melville. Dopo il successo del Rosso Malpelo di Verga, si assiste a un processo di “nazionalizzazione” della forma narrativa breve, che tuttavia si realizza pienamente solo con l’opera di Harold Orel nel XX secolo. Si dedica inoltre attenzione all’esame di opere verghiane come In piazza della Scala, e su come Verga abbia saputo rappresentare le contraddizioni sociali dell’epoca postunitaria. Prendendo a modello opere come Don Licciu Papa e Malaria – che Borrelli considera emblematiche per l’evoluzione artistica dello scrittore siciliano –, si dimostra come il verismo si caratterizzi per una forte componente politica che si legge soprattutto nella rappresentazione delle disuguaglianze sociali, figlie dell’emergente sistema capitalistico. Particolarmente significativo appare il concetto di “giustizia ironica” individuata come una cifra stilistica ricorrente nell’opera verghiana: infatti, attraverso questa tecnica narrativa, lo scrittore siciliano riesce a denunciare l’ipocrisia e la corruzione del mondo borghese senza ricorrere a giudizi morali espliciti, lasciando che siano i fatti stessi e l’interazione tra i personaggi a rivelare le contraddizioni del sistema sociale. Grazie all’approccio metodologico di Borrelli – che si distingue per la capacità di coniugare l’analisi stilistica a quella sociologica –, si apportano contributi originali agli studi verghiani, capaci di illuminare aspetti finora trascurati dell’opera dello scrittore siciliano e su come le scelte formali di Verga rispondano sempre a precise esigenze espressive legate alla rappresentazione della realtà contemporanea. Il terzo capitolo comprende una rassegna di altri novellieri. Inizialmente, viene delineato un profilo biografico in cui si valorizzano i primi contatti tra autori e rivista. Si ricostruisce, ad esempio, la collaborazione di Matilde Serao con la «Rassegna Settimanale», nel 1881, quando era già un’affermata giornalista; di cui è inoltre analizzato il passaggio dai suoi bozzetti iniziali, come quelli raccolti in Dal vero, alle novelle pubblicate sulla rivista, tra cui Errori del sentimento (racconto vero), Apparenze, La leggenda del mare di Napoli, Spassatiempo e Un segreto. Ogni racconto presenta un diverso uso dei punti di vista, toni e registri: dalla riflessione sull’ambiguità dei sentimenti alla denuncia sociale, per giungere ad atmosfere fiabesche e liriche. In seguito, l’indagine si orienta sul ruolo centrale di Renato Fucini nella «Rassegna Settimanale», ove pubblica dodici racconti poi confluiti in Le veglie di Neri (1882). Nato come poeta vernacolare, Fucini si afferma come novelliere “su commissione” grazie all’inchiesta Napoli a occhio nudo: lettere ad un amico, che segna il passaggio al racconto breve. Viene messo in risalto come il suo stile bozzettistico, ricco di oralità e comicità, si accompagni talvolta a toni più lirici e impegnati, come in Lo Spaccapietre. Accusato in passato di semplicismo e compiacenza verso il pubblico borghese, Fucini è stato recentemente rivalutato, anche grazie all’elogio di Verga per la sua «abilità innata per la rappresentazione bozzettistica» (p. 175). Mario Pratesi è presentato come un autore che, pur relegato ai margini della scena letteraria e a lungo identificato come un intellettuale di “provincia”, mostra una sorprendente modernità narrativa. È ricostruita la genesi e i temi sociali del racconto Un corvo tra i selvaggi, pubblicato sulla «Rassegna Settimanale», dove il corvo diventa simbolo degli
M. Borrelli, Nell’officina del Verismo. La novellistica della «Rassegna Settimanale» 181 emarginati e la critica si rivolge all’ipocrisia borghese. Nell’analisi di Borrelli emerge con chiarezza la finezza linguistica di Pratesi, capace di differenziare il registro tra le classi sociali, e ne valorizza la coscienza storica. Nel Il dottor Febo, edito sulla «Rassegna Settimanale» col titolo Quaresima e carnevale, ad esempio, si valorizza, secondo Borrelli, la forza di una narrazione attenta al disagio urbano e al nuovo proletariato cittadino, che permette di inserire Pratesi in un percorso verso la modernità letteraria (p. 183). Ultimo, ma non per importanza, Emilio De Marchi, riletto alla luce del suo impegno sociale e della sua adesione, seppur breve, al progetto editoriale della «Rassegna Settimanale». Attraverso i racconti pubblicati sulla rivista – Un povero cane, Carliseppe della Coronata e Scaramucce – si denuncia, con stile vivido e partecipe, il dramma delle disuguaglianze sociali e l’indifferenza della classe dirigente. Il cappello del prete, spesso considerato antesignano del romanzo giallo italiano, si configura per Borrelli come un “romanzo d’esperimento” in cui De Marchi tenta di coniugare successo popolare e tensione etica. Grazie alla ricerca di studiosi come Gorra, Branca e Spinazzola, secondo l’autore, si può notare come nella scrittura di De Marchi convivano il registro morale e la sperimentazione narrativa, in un dialogo tra letteratura di genere e aspirazioni pedagogiche. Dunque, il volume di Marco Borrelli colma un vuoto negli studi della narrativa postunitaria offrendo una lettura ampia e articolata di autori spesso relegati ai margini storiografici e restituendo ai lettori, e agli studiosi, un quadro completo che supera le vecchie letture critiche. Nel volume, l’analisi filologica e l’interesse per le trasformazioni editoriali, sociali e culturali del secondo Ottocento dialogano armoniosamente. Inoltre, a opinione di chi scrive, il punto di forza dell’analisi di Borrelli è il non limitarsi a un semplice lavoro di recupero, ma proporre un nuovo paradigma interpretativo, volto a valorizzare la complessità di un periodo segnato da contraddizioni, sperimentazioni e tensioni letterarie. Raffaella F. Mazzei