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La ruota degli esposti dell'Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo

Prinzivalli, Riccardo

Abstract

The study presents new acquisitions on the foundling wheel of the Ospedale Grande del Santo Spirito in Palermo and an unpublished sacristy washbasin characterised by the st. Bernardine monogram from the ancient church of the hospital. The history of the foundling hospital is reconstructed from its foundation to its closure. Furthermore, through the cross-referencing of documents and maps, the exact location of the chamber of the head nurse and the wheel is identified.

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133 - Papireto, IV (2025) ____________________________________________________ The foundling wheel of the Ospedale Grande del Santo Spirito in Palermo ____________________________________________________ Abstract: The study presents new acquisitions on the foundling wheel of the Ospedale Grande del Santo Spirito in Palermo and an unpublished sacristy washbasin characterised by the st. Bernardine monogram from the ancient church of the hospital. The history of the foundling hospital is reconstructed from its foundation to its closure. Furthermore, through the cross-referencing of documents and maps, the exact location of the chamber of the head nurse and the wheel is identified. Keywords: Ospedale Grande of Palermo; foundling wheel; franciscan penitents; orphanage; sacristy washbasin. ____________________________________________________ 1. Il lavabo da sacrestia proveniente dall’antica chiesa dell’Ospedale Grande All’interno del chiostro di Palazzo Sclafani, ex Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo dal 1431 al 1853, è stato rinvenuto tra alcuni resti lapidei un inedito lavabo da sacrestia caratterizzato dalle lettere IHS incise sul lato frontale con la H sormontata da una croce, un simbolo che identifica il movimento dell’Osservanza diffuso da san Bernadino da Siena nella prima metà del XV secolo1. Il lavabo è in marmo grigio Billiemi e ha una vasca rettangolare sagomata e modanata, oltre che IHS alla base dello stesso lato presenta le incisioni di due fiori stilizzati in corrispondenza di altrettanti fori per l’acqua [fig. 1]. Il profilo della vasca, il materiale utilizzato e lo stile delle incisioni suggeriscono una datazione da collocare nella seconda metà del XVI secolo, il simbolo venne introdotto in Sicilia da Matteo d’Agrigento nel 1425 e vedrà la sua massima diffusione nel Quattrocento, al passo con la predicazione itinerante francescana. La singolarità del lavabo da sacrestia consiste nella presenza del monogramma bernardiniano, sembrerebbe infatti il più antico manufatto con il simbolo di un ordine religioso rintracciato finora all’interno dell’ospedale. Il nesso con i francescani non La ruota degli esposti dell’Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo Riccardo Prinzivalli Accademia di Belle Arti di Palermo Papireto IV (2025) - pp. 133-139 ISSN 2974-668X DOI: 10.57661/papireto/0407 Received: 08/09/2025 Approved: 17/09/2025 Riccardo Prinzivalli, La ruota degli esposti dell’Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo 134 - Papireto, IV (2025) sembra casuale e si pone in continuità con studi recenti che hanno approfondito gli elementi iconografici e iconologici del Trionfo della Morte proveniente dal cortile dell’ospedale, stabilendo un legame tra la realizzazione dell’affresco e le opere del beato Matteo d’Agrigento, il frate compagno di san Bernardino da Siena e protagonista della riforma dell’Osservanza in Sicilia2. Vengono infatti raffigurati gli stessi abiti e gioielli vietati dai capitoli suntuari di Palermo pubblicati dal senato cittadino nel 1426 sotto l’impulso di Matteo d’Agrigento e condannati dalle predicazioni apocalittiche del frate contro l’usura e la vanità. Nel gruppo di personaggi sulla sinistra dell’affresco, tradizionalmente chiamati mendicanti, sono state inoltre identificate le figure di due penitenti francescane caratterizzate dal velo copricapo a strisce [fig. 2], si tratta di laiche volontarie che svolgevano all’interno degli ospedali medievali le loro opere di carità al servizio dei bambini abbandonati, probabilmente incaricate di gestire il brefotrofio, esprimendo così la dedizione rivolta agli esposti sin dalla fondazione dell’Ospedale Grande. 2. La ruota degli esposti dell’Ospedale Grande Il 18 giugno del 1445 Alfonso V d’Aragona promulgò un bando con il quale ordinava di adibire a brefotrofio l’ultimo piano dell’ospedale e con un decreto proibì a tutti i cittadini di portare via gli esposti senza il consenso dei rettori. Anche re Giovanni II d’Aragona nel 1480 pubblicò capitoli specifici con le norme di asilo e di assistenza in favore dell’infanzia abbandonata. Il 18 dicembre 1524 papa Clemente VII emanava una scomunica alle madri infanticide compresi tutti coloro che abbandonavano i neonati nell’ospedale. Quando il fenomeno dell’esposizione raggiunse cifre incalcolabili, nel 1539 vennero creati nell’ospeFigura 1. Lavabo da sacrestia, marmo grigio di Billiemi, cm 40x85x35, Palermo, cortile di palazzo Sclafani, (seconda metà del XVI secolo); Figura 2. Maestro del Trionfo della Morte, Trionfo della Morte, affresco, Palermo, Galleria Regionale Palazzo Abatellis (c. 1446). Particolare penitenti. Frammenti - Modern art (15th-18th century) Papireto, IV (2025) - 135 dale un’area dedicata ai bambini abbandonati e un’istituzione che se ne occupasse, nominata Conservatorio di Santo Spirito, probabilmente in questo periodo venne istituita la ruota degli esposti. Il congegno si trovava in una finestra prospiciente la strada e consisteva in un cilindro ruotante di legno, cavo all’interno, provvisto del campanello col suo cordoncino, per dare il segnale quando venivano abbandonati i bambini. La nutrice faceva girare la ruota e raccoglieva il neonato, dopo aver appuntato l’ora lo consegnava alla nutrice maggiore che stilava un rapporto con la data, i panni indossati o qualche marca particolare, come una carta scritta o qualunque altro segno distintivo, ovvero una sacra immagine e tracce utili per la ricognizione della madre. Il bambino veniva vestito con i panni dell’ospedale, se era stato abbandonato nella notte e presentava segni di denutrizione veniva battezzato subito, nel caso contrario il rito si rimandava al giorno successivo ad apertura della chiesa, espletate quindi tutte le attività veniva portato nel baliato e consegnato a un’altra balia alla quale spettava il compito di allattarlo. Nel 1546 papa Paolo III concesse all’ospedale la licenza di costruire un fonte per battezzare gli esposti, nel documento si specifica che tale iniziativa aveva luogo perché sin dalla fondazione dell’ospedale i bambini venivano battezzati nella cattedrale, ma questi, solitamente abbandonati la notte, non potevano essere trasportati comodamente, così a volte accadeva che morissero durante il tragitto3. Lo storico Valerio Rosso intorno al 1590 riporta che nell’ospedale è presente una finestra dov’erano abbandonati i bambini e che il giorno successivo alla Pentecoste venivano messi in mostra nel chiostro, descrive poi la chiesa dell’ospedale nella quale gli esposti venivano battezzati e dove ogni venerdì una compagnia di penitenti si radunava per svolgere i loro riti devozionali come battersi la schiena con le discipline. Nel 1654 il reparto ubicato al terzo piano dell’ospedale chiamato Conservatorio di Santo Spirito veniva destinato ad accogliere le bambine dai sette anni fino alla maturità. Era gestito, con i fondi provenienti dalle eredità dei benefattori, da una superiora scelta tra le proiette anziane che educava le fanciulle al culto cristiano, ai lavori domestici, all’insegnamento della lingua italiana e dell’aritmetica4. Onofrio Mangananti riferisce nel Seicento che nel cortile dell’ospedale si vedeva un fonte dove si battezzavano i gettatelli e che questi, come gli altri che morivano, venivano registrati nell’archivio dell’ospedale con il sigillo dei rettori e dei governatori. Lo storico riporta che nell’ospedale si educavano più di 200 fanciulle e che i bambini erano affidati a circa 700 nutrici salariate con 4 tarì al mese, una cifra neanche sufficiente per i viveri, malgrado ciò, queste li nutrivano e rimandavano i propri parti. Quando le giovani arrivavano alla pubertà ed erano certificate vergini dalle levatrici, venivano confinate nel conservatorio, dov’erano provviste di tutto il necessario ed educate agli esercizi spirituali e temporali sotto la cura di dodici monache anziane “stesse zitelle del Conservatorio racchiuse, quali per non essersi volute casare sono restate sotto abito monacale alla cura di quelle della stessa carata e nascita e stesso infortunio di non aver conosciuto parenti, vengono compartite e amate”5. Le fanciulle venivano trattenute fino all’età nubile, in seguito l’ospedale assegnava loro una dote ricavata dal lavoro delle proiette anziane e dai lasciti testamentari che i benefattori legavano all’ospedale, finché non prendevano marito o l’abito monacale ed era proibito loro uscire per qualsiasi pretesto. Non tutte le esposte entravano nel conservatorio, le nutrici potevano infatti scegliere di non separarsi dopo l’allattamento e di chiedere l’assegnazione della bambina, soltanto dopo che i rettori e l’ospedaliere ne avessero verificato l’integrità e la buona reputazione, nonché le condizioni economiche sufficienti all’alimentazione e l’assenza di situazioni di rischio. In questo caso la bambina veniva consegnata con un atto pubblico e l’obbligo di pagare un legato per il futuro matrimonio, nullo nel caso avesse perso prima la verginità. Le madri affidatarie erano spesso senza figli e davano in dote i loro patrimoni, altre preferirono invece far sposare le fanciulle con i propri figli maschi. Mangananti riporta che il lunedì successivo alla Pentecoste veniva celebrata una messa solenne di fronte l’altare marmoreo nel cortile alla presenza del senato Riccardo Prinzivalli, La ruota degli esposti dell’Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo 136 - Papireto, IV (2025) cittadino, dei rettori, dell’ospedaliere e a volte dei viceré. I festeggiamenti coinvolgevano tutta la cittadinanza, venivano allestiti apparati sontuosi e un palco in cui le fanciulle che dimoravano nel conservatorio erano esibite con vesti nuove appositamente comprate dall’ospedale e con un velo sul viso. In questa occasione avveniva l’elezione di maritaggio nella quale l’ospedaliero aveva il compito di mettere in un bussolo una cifra in denaro a discrezione dei rettori estraendo a sorte il numero dell’eletta, con riguardo che fossero pervenuti i fondi per il matrimonio alle ragazze più grandi. Nei nuovi capitoli del 1725 veniva evidenziato il ruolo della direttrice del conservatorio, chiamata “maestra correttrice”, scelta tra le esposte adulte che avevano ricevuto l’abito di monaca laica. La maestra era preposta all’educazione religiosa e morale delle ragazze che le erano state affidate e doveva sorvegliare affinché nessun uomo, senza precisa necessità, di qualunque grado ecclesiastico e civile potesse entrare nel reclusorio senza il permesso dell’ospedaliere. I capitoli prevedevano infine che le fanciulle che avessero voluto prendere l’abito da monache bizzocche, non potevano superare il numero di dodici6. Nel 1751 fu istituita dal viceré Laviefuille la “Deputazione dei bambini projetti” e nel 1784 venne pubblicata la Raccolta di tutti i regolamenti finora dati dal governo intorno alla pia opera de bambini projetti, nella quale sono elencati i provvedimenti della deputazione attuati in Sicilia dal 1756 al 1783, con i relativi iter formativi, per la cura e la gestione dell’infanzia abbandonata, insieme a diverse preziose informazioni sulla ruota dell’Ospedale Grande7. Ogni città e qualsiasi ente obbligato a ricevere i bambini abbandonati doveva disporre di una ruota con campanello, della misura adeguata ad accogliere un neonato, posizionata in un punto comodo, ma non molto frequentato, corrispondente a una casa presidiata da una donna scelta dai giurati e dal parroco locale, posta al servizio della ruota di giorno e specialmente la notte. Il primo luglio del 1771 venne abolita la marchiatura permanente sulla pelle dei neonati per il riconoscimento come figli dello spedale, sostituendola con una funicella di seta o canapa al collo, chiusa alle due estremità con del piombo nel quale era impresso il sigillo della città, in maniera che non si potesse togliere e si evitassero frodi, come per esempio la sostituzione da parte delle nutrici dei bambini morti con altri vivi per non perdere il salario. Nell’aprile del 1775 fu stabilito l’obbligo del parto cesareo e dell’estrazione del feto dalle donne morte incinta per la somministrazione del battesimo, l’operazione veniva eseguita anche sulle gestanti vive da donne sane, istruite e formate per sei mesi da un chirurgo, dovevano essere in grado di proferire la formula del battesimo e nel caso di pericolo del nascituro somministrarlo con una siringa di canna. Anche quando il bambino nato appariva morto, questo non doveva essere inumato finché non fossero stati provati prima tutti i rimedi prescritti per riportarlo in vita, in ogni caso veniva prima battezzato e poi praticata la respirazione bocca a bocca, oppure gli venivano succhiati i capezzoli e la testa, solleticati i piedi con un pennello, irrorati i corpicini con l’acqua fredda. Erano previsti in alcuni casi l’inalazione dei fumi della placenta bruciata, del tabacco o l’inserimento nell’ano della zampa di una gallina viva, ripetendo le cure anche per diverse ore, visto che molti effettivamente si rianimavano nonostante sembrassero deceduti. Nel caso dei bambini nati con gravissime malformazioni, detti “mostri”, si era obbligati comunque a presentarli al parroco affinché decidesse se i bambini erano capaci o meno di ricevere il battesimo. Le levatrici che procuravano aborti e somministravano veleni per salvare la vita e l’onore delle partorienti, impedendo il battesimo del feto, seppure nello stato embrionale, erano soggette alla pena di morte e alla scomunica. Spesso le nutrici erano prive di mezzi e assumevamo questa mansione per sopravvivere, trascurando l’alimentazione e il vestiario dei neonati che morivano di freddo e malnutrizione, per questo i deputati disposero l’aumento del salario e la fornitura di pannolini e fasce alle nutrici anziché di somme in denaro, al fine di evitare raggiri e dissuaderle dall’utilizzare panni sudici e vecchi. Il 31 marzo 1783 il viceré Domenico Caracciolo dispose che nell’Ospedale Grande fossero chiuse la porta riaper- Frammenti - Modern art (15th-18th century) Papireto, IV (2025) - 137 ta accanto la ruota dei projetti e il finestrone della casa dove abitava la nutrice maggiore, perché trovandosi in un punto di passaggio metteva in soggezione quanti avessero voluto abbandonare i neonati nella ruota per la paura di essere scoperti, un provvedimento già stabilito nel 1765 ma rimasto inattuato, dal quale apprendiamo che la ruota e la casa della nutrice maggiore si trovavano in corrispondenza del piano del palazzo reale. Nel 1785 venne aggiunto nel volume, già dato alle stampe, un provvedimento del 29 gennaio dello stesso anno nel quale il viceré Caracciolo ordinò di cambiare il sito della ruota dal piano del regio palazzo a quello dietro l’arco dell’ospedale, in corrispondenza del giardino dell’infermeria dei frati cappuccini, di fronte la via dei Biscottari. Il provvedimento venne subito attuato e si cominciò a usare liberamente la nuova ruota, collocata in un punto comodo, ma non molto frequentato, come disposto dai nuovi regolamenti, nonostante l’area dietro l’arco dell’ospedale fosse un luogo malfamato, visto che in quegli anni “metteva i brividi al sentirlo solo nominare”8. Nel 1813 la deputazione venne soppressa e tre anni dopo fu ristabilita con l’emanazione di un nuovo regolamento, pressoché simile al precedente9. In una planimetria dell’Ospedale Grande di Palermo disegnata nel 1825 [fig. 3] si può notare che l’ingresso principale si trovava sulla piazza del palazzo reale, la ruota e la casa della nutrice maggiore sono indicate nella legenda al n. 16, dietro l’arco dell’ospedale, l’angolo con l’attuale via Matteo Sclafani, di fronte via dei Biscottari, dov’era stata trasferita con il provvedimento del 1785. Quando l’ospedale è stato successivamente convertito in caserma in questa parte della facciata erano presenti due finestre [fig. 4], sotto queste si vede oggi un finestrone più volte rimaneggiato e sembra questo il punto in cui fu situata la nuova ruota [fig. 5]. Al n. 2 della pianta è indicata invece la camera della nutrice maggiore accanto la porta principale sul piano del palazzo reale, un indizio dell’antica collocazione della ruota citata nei regolamenti, di cui oggi non rimane traccia a causa dei restauri della facciata. Gaspare Palermo nei primi dell’Ottocento descrive il piano dell’ospedale nel quale sono presenti le camere con le culle dei bambini esposti nella ruota e quelle per le nutrici che dovevano allattarli, il reparto aveva la sovraintendenza delle proiette anziane vestite da religiose che vigilavano affinché i bambini stessero bene e le nutrici facessero il loro dovere. In altre camere erano ricoverate le partorienti povere o che non potevano rendere pubblico Figura 3. Planimetria dell'Ospedale Grande di Palermo (1825). © MIC, Biblioteca Nazionale di Napoli; Figura 4. Fotografia di palazzo Sclafani, particolare facciata orientale (ultimo quarto del sec. XIX). © ICCD. Riccardo Prinzivalli, La ruota degli esposti dell’Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo 138 - Papireto, IV (2025) il parto, alle quali l’ospedale procurava la levatrice, i panni e tutto ciò che fosse necessario. Una parte di queste risiedeva nell’educandato al terzo piano mentre altre dal 1790 si trasferirono nel Real albergo dei poveri per lavorare al setificio10. Il ramo della proiezione era a carico dell’ospedale che assegnava alle fanciulle una dote per il matrimonio sovvenzionata dalla Real Lotteria, successivamente fu posta a carico del governo cittadino. Nella città di Palermo, al 1 gennaio 1824 si rileva la presenza di 163.266 abitanti, il numero delle nascite fu di 3.361 maschi e 3.197 femmine, per un totale di 6.558 bambini. I fanciulli trovati nella ruota e affidati alle balie dell’ospedale furono 597, di questi ne morirono 429, ovvero 72 per ogni 10011. Il conservatorio rimase nell’Ospedale Grande fino al 1826, quando le esposte furono trasferite in un’altra struttura fondata in quegli anni dal re Francesco I nei locali dell’antico ospedale di San Bartolomeo e denominata Conservatorio di Santo Spirito12. Nell’agosto del 1872 venne presentata al consiglio provinciale di Palermo una relazione della “Commissione incaricata di proporre le riforme necessarie nell’Istituto de’ Trovatelli” composta da Andrea Spinelli, Nicolò Schirò, Gaetano La Loggia, Mariano Pantaleo e Luigi Sampolo13. L’istituto si era stabilito nel complesso del Conservatorio di Santo Spirito e dal 1864 aveva lo scopo di accogliere gli esposti esclusivamente attraverso la ruota ed era proibita qualsiasi altra provenienza, esso accoglieva i bambini fino all’età di sette anni. Gli stessi venivano successivamente trasferiti all’Ospizio di beneficenza per imparare un mestiere, le bambine erano invece trattenute fino alla maggiore età, ricevevano l’istruzione elementare e apprendevano i “lavori donneschi”14. La commissione adottò all’unanimità l’abolizione della ruota, proponendo un termine di tre anni per la dismissione, periodo nel quale sarebbe stato attivato un ufficio per la consegna palese dei trovatelli mentre la ruota sarebbe rimasta temporaneamente al suo posto per l’abbandono clandestino, così da consentire alla popolazione di conformarsi gradualmente alle nuove disposizioni. Durante i tre anni l’istituto degli esposti avrebbe accolto i bambini abbandonati o illegittimi privi di sussistenza, le persone obbligate a dichiarare le nascite agli uffici dello stato civile furono autorizzate a presentare i neonati illegittimi e a tenersi in incognito. Alle balie esterne vennero somministrati pannolini, fasce e assegnata una paga mensile di 12 lire i primi otto mesi di vita, 8 lire per gli altri sette mesi di allattamento e 3 lire fino ai sette anni, alle balie interne venne aumentata la paga a 10 lire al mese. Tra tutte venivano estratte a sorte dalla sovraintendenza della Casa dei trovatelli Figura 5. Area del prospetto di palazzo Sclafani in cui era collocata la nuova ruota. Frammenti - Modern art (15th-18th century) Papireto, IV (2025) - 139 1 Si ringrazia il dott. Giacomo d’Andrea per la segnalazione. 2 Riccardo Prinzivalli, Il Trionfo della Morte di Palermo e il beato Matteo d’Agrigento, in “Mediaeval Sophia” E-Review annuale dell’Officina di Studi Medievali, XXV (2023), pp. 107-121. 3 Angela Mazzè, L’edilizia sanitaria a Palermo dal XVI al XIX secolo: l’ospedale Grande e Nuovo, Palermo 1992, pp. 6869; Daniela Santoro, Decoro della città, rifugio dei poveri. L’Ospedale Grande del Santo Spirito di Palermo (XV secolo), Roma 2024, p. 75-79. 4 A. Mazzè, L’edilizia sanitaria a Palermo, cit., pp. 245246 . 5 Ivi, p. 294. 6 Ivi, p. 104. 7 Raccolta di tutti i regolamenti finora dati dal governo intorno alla pia opera de bambini Projetti in Sicilia, Palermo 1784. 8 Giuseppe Buttà, I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli, vol. 3, Napoli 1877, p. 296. 9 Lucia Barbera, Enti e soggetti “terzi” a salvaguardia dell’infanzia abbandonata: prime note su Sicilia e Veneto nel XIX secolo, in “Acta Histriae”, letnik 21, številka 3 (2013), p. 219. 10 Gaspare Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere tutte le magnificenze della città di Palermo, vol. 3, Palermo 1816. p 315. Note 11 Bullettino universale delle scienze e dell’industria, tomo II, Venezia 1835, p. 98. 12 Gioacchino Di Marzo, Opere storiche inedite sulla città di Palermo ed altre città siciliane, vol. 1, Palermo 1872, p. 160. 13 Atti del consiglio provinciale di Palermo sessioni straordinaria ed ordinaria dell’anno 1872, Palermo 1872. 14 Isidoro La Lumia, Palermo il suo passato, il suo presente, i suoi monumenti, Palermo 1875, p. 115. 15 Il Filangieri rivista giuridica italiana: repertorio generale annate 1876-1892, Milano 1894, p. 342. 16 Giornale di batteriologia e immunologia: annali dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino, vol. 31, Torino 1943, p. 407. 17 Rita Cedrini, La ruota degli esposti: un percorso di ricerca tra storia e attualità, in Rosa Rao - Pierluigi Contino, (edd.), I figli della ruota, Atti del convegno nazionale, Palazzo Chiaramonte-Steri, Palermo 6 dicembre 2005, Palermo 2005, p. 79. 18 Si ringrazia la prof.ssa Rita Cedrini per il prezioso aiuto. le balie che si erano distinte per il buon allevamento dei bambini e venivano distribuiti 100 premi da 20 lire per ciascuna. Fu prevista l’istituzione di un ufficio sanitario per le visite e la cura degli esposti, per vigilare sulla selezione e gestione delle balie interne ed esterne, sovraintendere allo svezzamento dei fanciulli, alla vaccinazione e all’igiene. Il reclusorio annesso alla Casa del Santo Spirito fu soppresso e le trovatelle orfane, senza balia e inadatte al lavoro per qualsiasi ragione, vennero dislocate all’Albergo dei poveri, al Deposito di mendicità e all’Istituto delle artigianelle. Il Consiglio di Stato dispose in un parere del 18 agosto del 1875 adottato dal comune di Adrano che le ruote degli esposti si potessero sopprimere senza che i relativi provvedimenti delle province fossero soggetti al sindacato del governo e che dovendosi procedere alla graduale chiusura delle ruote, a partire da qualsiasi luogo, il comune non potesse ricorrere nel caso si cominciasse dal sopprimere la ruota in esso esistente15. Si tratta dunque del primo centro catanese nel quale venne chiusa la ruota, la città italiana che diede inizio alla soppressione fu invece Ferrara nel 1867, sino alla completa abolizione sul territorio nazionale con il Regolamento generale per il servizio d’assistenza agli Esposti emanato dal governo Mussolini nel 1923, mentre a Palermo la ruota rimase attiva fino al 190016. Le cronache ancora oggi denunciano casi di abbandono o soppressione di bambini indesiderati, non sono state superate le barbarie del passato, nonostante i traguardi scientifici e le conquiste sociali. Anche i periodi più bui della storia hanno comunque trasmesso modelli positivi che hanno consentito ai popoli di ridefinire la propria cultura e garantire i diritti umani17. L’indagine di fonti disponibili come la rappresentazione delle penitenti francescane nel Trionfo della Morte di Palermo, forse la più significativa testimonianza dell’antico legame dell’Ospedale Grande con la cura dei bisognosi, permette quindi di comprendere, a partire dai più piccoli, quando la pietas e il rispetto della vita entrarono a far parte dei costumi della città grazie a un sistema attivo di politiche e istituti che oggi chiamiamo welfare state18. Contribution subjected to double-blind peer review process by one reviewer and plagiarism check with positive outcome.