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ENRICO RAGUSA, GUIDA NATURALISTICA DELLA SICILIA

Altadonna, Giovanni

Abstract

Viene presentato un breve profilo di Enrico Ragusa per quanto attiene alla sua attività entomologicasul campo, ovvero la sua esplorazione naturalistica di vari ambienti e località siciliane,mediante l’esame dei suoi resoconti di escursioni entomologiche. In particolare, vengono brevementesintetizzati e commentati i seguenti articoli: Breve escursione entomologica fatta nelle Madoniee ne’ boschi di Caronia (1872); Escursioni fatte sul Monte Pellegrino presso Palermo (1873); Calendariocoleotterologico per Palermo e dintorni (1875); Due giorni di caccia entomologica sulle Madonie(1908). Ci si sofferma sullo stile di scrittura del tutto peculiare di Ragusa, insieme narrativo e descrittivo,ricco in espressioni enfatiche volte ad evidenziare il suo profondo legame con i luoghi da luiesplorati. Viene sottolineata l’importanza di questi scritti in ordine alla conoscenza non solo entomologica,ma anche storico-ambientale della Sicilia, alla luce dei mutamenti di matrice antropicaoccorsi negli ultimi decenni.

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Naturalista sicil., S. IV, XLIX (2), 2025, pp. 549-560 GIOVANNI ALTADONNA ENRICO RAGUSA, GUIDA NATURALISTICA DELLA SICILIA RIASSUNTO Viene presentato un breve profilo di Enrico Ragusa per quanto attiene alla sua attività entomologica sul campo, ovvero la sua esplorazione naturalistica di vari ambienti e località siciliane, mediante l’esame dei suoi resoconti di escursioni entomologiche. In particolare, vengono brevemente sintetizzati e commentati i seguenti articoli: Breve escursione entomologica fatta nelle Madonie e ne’ boschi di Caronia (1872); Escursioni fatte sul Monte Pellegrino presso Palermo (1873); Calendario coleotterologico per Palermo e dintorni (1875); Due giorni di caccia entomologica sulle Madonie (1908). Ci si sofferma sullo stile di scrittura del tutto peculiare di Ragusa, insieme narrativo e descrittivo, ricco in espressioni enfatiche volte ad evidenziare il suo profondo legame con i luoghi da lui esplorati. Viene sottolineata l’importanza di questi scritti in ordine alla conoscenza non solo entomologica, ma anche storico-ambientale della Sicilia, alla luce dei mutamenti di matrice antropica occorsi negli ultimi decenni. Parole chiave: Enrico Ragusa, Sicilia, escursioni, entomologia, ambiente. SUMMARY A brief description of the entomological activity in the field of Enrico Ragusa, i.e. his naturalistic exploration of various Sicilian environments and localities, is given, through the examination of his reports of entomological excursions. In particular, the following articles are briefly summarized and commented: Breve escursione entomologica fatta nelle Madonie e ne’ boschi di Caronia (1872); Escursioni fatte sul Monte Pellegrino presso Palermo (1873); Calendario coleotterologico per Palermo e dintorni (1875); Due giorni di caccia entomologica sulle Madonie (1908). The very peculiar writing style of Ragusa is underlined, being both narrative and descriptive, rich in emphatic expressions which aim to highlight his deep bond with the places he explored. The importance of these writings in order to improve the knowledge not only of insects, but also of the environmental history of Sicily, is emphasized in relation to the anthropogenic changes that have occurred in the last decades. Key words: Enrico Ragusa, Sicily, excursions, entomology, environment. DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.17531378 INTRODUZIONE Il panorama degli studi entomologici in Sicilia nella prima metà del XIX secolo era appannaggio prevalentemente di studiosi mitteleuropei. «Ma è veramente increscevole... il ricordare che gli stranieri vengono in folla in Sicilia per raccogliervi le più belle produzioni di cui noi stessi non conosciamo e non possediamo che una picciolissima parte», scrisse, non senza un certo rammarico, ARADAS (1845). Il celebre zoologo catanese descriveva, nondimeno, una situazione che in pochi decenni sarebbe mutata: come ricorda SPARACIO (2022), infatti, la Sicilia dell’Ottocento «was not found unprepared to receive, assimilate and improve all the instances of the new scientific and naturalistic culture mostly coming from Europe». La vita e l’opera di Enrico Ragusa, nato a Palermo appena quattro anni dopo le parole di Aradas citate pocanzi, testimoniano quanto ciò sia vero in relazione allo sviluppo dell’entomologia nell’isola, per opera di entomologi siciliani, di cui egli seppe rappresentare ed essere il capofila. Obiettivo di questo contributo è fornire una breve presentazione della figura del Ragusa entomologo “da campo”, cercando di restituire al presente la sua voce e il suo entusiasmo di naturalista esploratore e raccoglitore quale emerge, a distanza di un secolo e mezzo, dai suoi suggestivi resoconti di prospezioni entomologiche. UNA “BREVE” ESCURSIONE ENTOMOLOGICA I resoconti di escursioni entomologiche di Ragusa si collocano nella prima fase della sua attività entomologica (1871-1875), e sono tutti pubblicati sul Bullettino della Società Entomologica Italiana, allora con sede a Firenze. Si tratta di quattro articoli, in cui vengono descritti itinerari di raccolte entomologiche condotte sulle Madonie e sui Nebrodi (RAGUSA, 1872), sul Monte Pellegrino (RAGUSA, 1873), nel circondario di Palermo (RAGUSA, 1875) e sull’isola di Pantelleria (RAGUSA, 1876). Circa quest’ultimo articolo rimando al contributo di LOCASCIO (2025, questo volume), soffermandomi in questa sede sui primi tre. In un altro scritto più tardo, Due giorni di caccia entomologica sulle Madonie (RAGUSA, 1908), si ritrova lo stesso entusiasmo vissuto da Ragusa tre decenni prima: esso, nel rievocare continuamente le escursioni del passato, costituisce a buon diritto una summa del Ragusa naturalista. Lo scritto “Breve escursione entomologica fatta sulle Madonie e ne’ boschi di Caronia” (RAGUSA, 1872) è uno dei primi articoli di Ragusa, pubblicato appena due anni dopo la sua iscrizione alla Società Entomologica Italiana. Lo 550 GIOVANNI ALTADONNNA scopo dell’articolo, come lo stesso autore dichiara nell’explicit, è quello di «servire d’invito a chi amerà visitare queste ricche e belle contrade, che tanto attirano per le loro rarità e novità» (RAGUSA, 1872: 380). La spedizione si svolge fra fine giugno e inizio luglio 1871 e comprende una settimana volta all’esplorazione delle Madonie, sopra Castelbuono, e due giorni dedicati alla visita dei boschi di Caronia, sui Nebrodi (allora noti, appunto, come “Caronie”). A ben vedere si trattò di un’escursione tutt’altro che “breve”, a dispetto del titolo. Le condizioni dell’epoca, che prevedevano un lungo viaggio in treno, poi in carrozza, poi a dorso di mulo o a piedi, rendevano impossibile un’escursione “breve” secondo gli standard attuali. D’altra parte, Ragusa poteva a buon diritto considerare “breve” la propria spedizione paragonandola ad altre, che duravano mesi o anni, condotte alla stessa epoca proprio in Sicilia: basti citare quella dell’entomologo francese Alexandre Louis Lefebvre del 1824, durata quasi un anno, o quella del boemo Johann Wilhelm Helfer del 1833, durata sei mesi (ROMANO, 2006). Benché giovanissimo, Ragusa mostra già di essere perfettamente inserito nel contesto imprenditoriale e scientifico mitteleuropeo, allorché scrive: «La sera del 29 giugno, vigilia della mia partenza, conobbi per fortuna il distintissimo lepidotterologo sig. Adolfo Kalchberg di Vienna. Saputo da me che partivo l’indomani alla volta di quei bei monti, ed entusiasmato dalle descrizioni che andavo facendogli, promise seguirmi; infatti l’indomani all’alba era già alla stazione ferroviaria ad aspettarmi.» (RAGUSA, 1872: 366). I due viaggiano dunque in treno da Palermo a Cerda, e da qui in carrozza postale fino a Cefalù, dove, prosegue Ragusa, «ci riuscì di trovare due muli, però senza sella e bardati solamente alla siciliana, sui quali ci fu forza viaggiare sino a Castelbuono» (ibidem). L’arretratezza della Sicilia di fine Ottocento è enfatizzata dallo sguardo straniato di Kalchberg, il quale «non poteva abituarsi a quell’incomodo e strano modo di viaggiare, e me ne andava esprimendo la sua meraviglia, allorché la guida stanca pensò sedersi dietro al sig. Kalchberg, che fece buona faccia al giuoco, dicendomi: “Che cosa direbbe un mio patriotta vedendomi in questa guisa?”» (RAGUSA, 1872: 366-367). Ragusa non manca di ricordare che, prima di iniziare l’esplorazione delle Madonie, tappa obbligata per loro come per qualsiasi naturalista, siciliano o meno, che arrivasse a Castelbuono fosse «visitare il dottore Francesco Minà Palumbo, che tanto ha scritto intorno alla Storia Naturale della Sicilia: esso, con la solita affabilità e gentilezza, ci offrì di tutto e ci consigliò sull’itinerario da seguire durante il nostro breve soggiorno» (RAGUSA, 1872: 367). Fra le osservazioni entomologiche di Ragusa, il quale annota con meticolosità le specie incontrate nelle varie località (indicate di volta in volta con il toponimo locale), spiccano alcune note interessanti anche sotto il profilo dell’antropologia culturale. È il caso dell’aneddoto riguardante il gioco ver551 Enrico Ragusa, guida naturalistica della Sicilia 552 GIOVANNI ALTADONNNA nacolare del “Pisa Cantaru”, che ha come protagonista, suo malgrado, il coleottero Cerambicide Morimus asper. Ragusa riferisce che i contadini «lo prendono per le antenne, e gli mettono fra le gambe una chiave oppure una pietra, che l’insetto tiene sospesa in aria: da ciò il nome di Pesa Cantaro» (RAGUSA, 1872: 369), laddove il “cantaro”, come lo stesso Ragusa spiega in una nota a pie’ di pagina, «è un antico peso siciliano che equivale a 75 chilogrammi» (ibidem). È significativo osservare che tale testimonianza di un secolo e mezzo fa trova riscontri relativamente recenti: almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso questo curioso gioco contadino era diffuso anche nelle campagne del messinese, dove il nome “Pisacantari” è ancora correntemente usato per indicare Morimus asper o, per sineddoche, qualunque specie di Cerambicide di grosse dimensioni (ALTADONNA, 2012). Ragusa non si sofferma solo ad elencare le specie raccolte, ma descrive anche gli ambienti e i paesaggi, con uno stile narrativo del tutto peculiare che se da un lato non manca di ricordare la fatica e i sacrifici della spedizione, trasmette altresì l’immensa gioia del trovarsi immersi in siti montani che egli non esita a paragonare alle più note mete alpine: «Qui eravamo proprio sulle Alpi della Sicilia, sulle antiche Nebrodi, ed una vista incantevole ci rendeva estatici. Dal lato destro l’Etna dominava tutto, e dalla sua bianca punta, ricoperta di neve, s’innalzava una densa colonna di fumo. A noi dirimpetto sorgevano dal mare le maestose Isole Eolie, che dall’altura sembravano vicinissime. A sinistra stavano Cefalù, Termini, ed infine il golfo di Palermo e la Conca d’Oro. Restammo un pezzo, obliando tutto, ad ammirare quella scena stupenda, ed io guardando le Isole Eolie, pensavo alle ricchezze entomologiche che devono racchiudere, quando la voce del mio compagno mi tolse a sì dolci pensieri» (RAGUSA, 1872: 371). La raccolta delle specie più rare e interessanti è sottolineata con particolare enfasi da Ragusa; e non c’è ritrovamento forse più emozionante di quello dell’endemico Gnorimus decempunctatus, che egli descrive con particolare afflato: «Fortunatamente m’avvicinai ad un immenso faggio, che chi sa da quante centinaia d’anni giaceva al suolo. Toccandone la corteccia sentii che una parte n’era vuota: la ruppi, e mi si offrì allo sguardo una specie di detrito nerastro e granuloso. Scavando a piene mani in questa sostanza sempre di buono indizio per l’entomologo, vidi comparire la prima gamba, indi l’intiero e bellissimo Gnorimus decempunctatus. Il segnale era dato, e non abbandonai il tronco che dopo d’aver tirato fuori dal loro nascondiglio undici individui di questa eccellente specie siciliana, che la mia guida, il vecchio Peppe, giustamente chiamava Vellutini, giacché sembran proprio ricoperti d’un finissimo velluto, specialmente la varietà nera. E questo è quanto raccolsi nella Fossa di Luigi.» (RAGUSA, 1872: 371). Il resoconto di Ragusa è preziosissimo in ordine alla comprensione delle dinamiche delle popolazioni di specie oggi in declino, 553 Enrico Ragusa, guida naturalistica della Sicilia allorché egli fornisce precise indicazioni sull’abbondanza o sulla frequenza di taluna o talaltra specie che incontra. Egli ad esempio riferisce di aver trovato l’Agoliinus ragusae, Scarabeide afodiino endemico delle Madonie, «in tale quantità, che alzata la corteccia alquanto indurita che copriva lo sterco, potei senza fatica […], individuo per individuo, empirne diversi pugni, che gettavo alla rinfusa nello spirito.» (RAGUSA, 1872: 375). Notiamo come esso offra, tra l’altro, preziose testimonianze utili a ricostruire la storia dell’ambiente siciliano, descrivendo un mondo difficile da immaginare oggi, nel contesto di un sempre più drammatico riscaldamento globale. Significativa in tal senso è la presenza di nevai sulle Madonie ancora a inizio luglio; ciò permette a Ragusa, Kalchberg e alle loro guide di dissetarsi ricavando acqua dalla fusione della neve al sole, ancorché soffrendo per il lento stillicidio: «Sedemmo infine, e provammo le torture di Tantalo, giacché ogni goccia d’acqua che doveva scorrere dalla neve posta al sole, si faceva aspettare lungamente. A chi ha provato che cosa sia la vera sete in una giornata di luglio, queste mie righe faranno ricordare tutto quello che si soffre in quel momento» (ibidem). Dopo una settimana di esplorazione entomologica delle Madonie, salutato il compagno di viaggio Adolf Kalchberg di ritorno a Palermo, Ragusa prosegue la spedizione dirigendosi alla volta dei boschi di Caronia. Il tragitto ripropone le medesime difficoltà logistiche: da Castelbuono al litorale tirrenico, e da qui in carrozza postale fino a Santo Stefano di Camastra. Malgrado la scomodità del viaggio, Ragusa esalta la bellezza del paesaggio costiero: «La veduta da questa spiaggia, che si estende fin al Capo d’Orlando, è una delle più belle che abbia mai ammirato» (RAGUSA, 1872: 377). Giunto a Santo Stefano, prosegue Ragusa, «verso sera m’incamminai onde presentarmi al Sindaco ed altri Signori, pei quali avevo lettere di raccomandazione. Informatomi della sicurezza della strada, giacché a Palermo, come d’abitudine, mi si sconsigliava da tutti questa gita (a causa dicevano di alcune bande armate che si aggiravano per quei monti) mi si assicurò essere falsa la notizia; cosicché misi da parte una carta gentilmente segnata dal Generale Medici, colla quale, in caso di bisogno, potevo pigliare soldati o carabinieri per accompagnarmi; e munito d’altra lettera, ove ero raccomandato al Sindaco di Caronia, l’indomani partii sul solito mulo per questa» (RAGUSA, 1872: 378). Quanto scritto da Ragusa mostra da un lato uno spaccato delle condizioni di sicurezza nelle campagne siciliane negli anni successivi all’unità d’Italia, con persistenti fenomeni di brigantaggio e banditismo, e dall’altro le protezioni che un borghese, uno dei “galantuomini” (per usare il linguaggio dell’epoca) poteva ottenere, e vantare, in caso di bisogno. Ragusa è particolarmente entusiasta all’idea di esplorare i boschi di Caronia, «giacché», come egli stesso ricorda, «credo Lefebvre sia stato il solo che abbia visitato questi siti per lo stesso scopo» (ibidem). I boschi dei Nebrodi, che oggi come allora si estendono «coprendo montagne e toccando quasi il mare» (ibidem), non deludono le aspettative di Ragusa; egli descrive con vivacità la raccolta di fiaschi interi di coleotteri sui cardi nelle radure delle quercete: «A me d’innanzi stendevasi un immenso prato d’altissimi Cardi, che coi loro magnifici azzurri fiori facevano di quel luogo il più bel mare che si possa immaginare. […] Ero confuso fra tanto bene, ed indeciso ammiravo abbagliato e convulso la ricchezza di quel sito selvaggio» (RAGUSA, 1872: 378-379). Al termine della seconda giornata nei boschi di Caronia, Ragusa ripensa all’esperienza appena trascorsa, sospirando per quei luoghi meravigliosi da cui si accinge a partire, non potendo prevedere se e quando vi avrebbe fatto ritorno. «Malinconico lasciai l’indomani quel sito, e non potevo allontanare lo sguardo dai boschi da me non visitati, e dentro le cui solitudini chi sa quali e quante meraviglie si nascondono. […] Fatto ritorno a Santo Stefano presi un posto sul battello a vapore, che giusto partiva alla volta di Palermo. Seduto sul ponte, volgevo lo sguardo ora alle Madonie, ora alle Caronie, a quei monti così belli, sui quali avevo passato ore sì beate; ed ero mesto d’abbandonare quei siti, che scomparivano lentamente, impicciolendosi e perdendosi nell’infinito» (RAGUSA, 1872: 380). Pianificare e condurre un’escursione entomologica su Madonie e Caronie nella seconda metà dell’Ottocento rappresentava una sfida logistica tale da non poter essere ripetuta frequentemente. Le parole di Ragusa, nell’esprimere il rimpianto per i luoghi non visitati e la tristezza di abbandonare quelli attraversati con retino e fiaschetti di etanolo, trasmettono un sentimento ben noto anche al naturalista di oggi che – pur in condizioni molto diverse, e per molti versi più agevoli, rispetto a quelle di un secolo e mezzo fa – fatica a voltarsi al ritorno da un’escursione, per il timore che la nostalgia per i luoghi da cui si allontana prevalga sulla gioia dell’esserci stato. “IL PIÙ BEL PROMONTORIO DEL MONDO” Se Madonie e Caronie rappresentavano mete occasionali, altre località più vicine a Palermo erano tappe ricorrenti delle escursioni entomologiche di Ragusa. Monte Pellegrino è una di queste. Ammirato da Goethe come «il più bel promontorio del mondo», la cui «bella forma è al di sopra di ogni descrizione» (GOETHE, 2015: 19, 25), esso è una delle mete “classiche” dell’entomologo palermitano, che nel 1873 fornisce un elenco dei coleotteri raccolti in tale località, correlato da un’introduzione nella quale, al pari di Goethe un secolo prima, Ragusa ne descrive il profilo inconfondibile, la natura geologi554 GIOVANNI ALTADONNNA ca calcarea e l’ambiente pressoché privo di vegetazione arborea (che oggi risulta modificato da rimboschimenti, peraltro frequentemente percorsi da incendi estivi), senza dimenticare il celebre aneddoto sul ritrovamento delle presunte ossa di Santa Rosalia: «In una caverna del monte nel 1664 si trovarono alcune ossa che si dice appartenessero a Santa Rosalia, figlia del Duca Sinibaldo, che si era rifugiata in quel sito per devozione. La loro presenza dicesi che liberò la città della peste che allora infieriva, e da quel tempo Santa Rosalia prese il posto di Santa Cristina e divenne la patrona di Palermo. I devoti andavano tutti a visitare la sacra grotta, e vi si fece una strada che conduce al sito, ove oggi sorge una cappella. Ogni anno migliaja di persone vanno a visitare la grotta, ma il vero scopo è per i più di passare allegramente una giornata.» (RAGUSA, 1873: 170-171). Dopodiché si sofferma, ovviamente, sulla biodiversità entomologica che vi si trova: «Il lusso entomologico di questo sito è grande, e vi si trova delizia tale che il non ritornarvi sarebbe un peccato. Niente di più pittoresco! È tanto irregolare che non si può vedere tutto d’ un sol colpo d’ occhio; c’è da scegliere e da visitare, e vi si trova sempre una località che non avevate ancora osservata. Tutti i mesi sono buoni per cacciarvi, ed in tutte le stagioni vi si trova buona ricompensa alle durate fatiche. Dalle falde del monte in su non c’è pietra che non nasconda un coleottero, ed anche quelle che fanno corona al piè della così detta Scala, alzandole mettono sotto gli occhi del naturalista una bella esposizione di bestioline svariatissime per forme e per colori.» (RAGUSA, 1873: 171). Ragusa è meticoloso nell’indicare le principali specie di coleotteri che si trovano in ogni angolo del promontorio, con riferimenti puntuali ad ogni luogo che si incontra salendo verso la cima. Talvolta egli approfondisce un singolo biotopo; sempre mantenendo la sua abituale commistione fra acutezza osservativa e abilità narrativa: «Dal piano, ove è una specie di laghetto, alla statua della Santa, è il vero Eldorado, che si riconosce subito guardando le simpatiche pietre che da tempo giacciono al suolo, tutte coperte di piante parasite (sic!) ed erbette setose. Alzandole e visitandone il disotto, vi si trova una vera repubblica di coleotteri, tutti affaccendati a scappare, o a fìngersi morti! Come 1’occhio è soddisfatto, vedendo i mille colori e la purezza delle forme che caratterizzano i generi e le specie!» (RAGUSA, 1873: 172). Oggi periodi del genere, ricchi di enfasi ed esclamazioni di meraviglia, non troverebbero spazio in un articolo scientifico (che richiede necessariamente uno stile impersonale e distaccato), ma trasmettono lo spirito del tempo e anche la passione del giovane Ragusa, che non perde occasione di manifestare l’amore per la propria terra emozionandosi di fronte allo spettacolo di paesaggi e natura che essa offre: «Eccoci però sulla cima del monte. Come non ammirare nel lontano orizzonte la estinta vulcanicità dell’isola d’ Ustica? Come non volgere almeno uno sguardo verso il superbo golfo di Palermo, con la sua Conca d’ oro? I boschi d’ 555 Enrico Ragusa, guida naturalistica della Sicilia aranci e di limoni, le trasparenti onde marine solcate da leggiere barchette peschereccie sull’ onde lontane, e le navi con le bianche vele e le variopinte bandiere, veleggianti all’estremo orizzonte! Il tutto lontano lontano e tranquillo, che vi fa gustare vie più la solitudine ove vi trovate tra le gioje di tanta passione, sotto un cielo d’ un azzurro fitto, che si cambia in fosco o in verde pomo, incontrandosi con le tinte arancione del tramonto. L’auretta vi porta un gratissimo odore di fiori e di erbette fresche, e solo si ode il grido selvaggio di qualche uccello di rapina, o il suono argentino delle lontane campane che vi ricordano le ore, accompagnate dalla monotona ma piacevole cornamusa del pecorajo, il quale non di rado vi domanda a che cosa posson servire quelle bestioline che egli forse non ha mai ammirato e che vi vede raccogliere con premura febbrile! Questa felicità calma e pura, questa vita solitaria e serena, questi giorni passati così presto, vorrei decantarli e dipingerli per farli amare come io l’amo; ma sento che nol posso!» (RAGUSA, 1873: 172-173). La conclusione del resoconto è una sintesi felice del Ragusa “entomologo” e del Ragusa “imprenditore alberghiero”: «A me basta per ora di aver fatto conoscere ai miei colleghi un sito che egregiamente corrisponde ai nostri desideri; un luogo cioè dove non si resta mai a mani vuote, e dove la realtà non è molto inferiore all’ ideale. Tutto vi invita ad andarvi, l’aria trasparente, la splendida natura, l’aspetto di questa campagna in gioja, le ridenti prospettive, l’odore delle piante e dei fiori, e l’abbondanza di quelle creaturine che hanno tanta occulta potenza sull’animo degli appassionati cultori dell’entomologia. E poi qui libero è il respiro, la mente serena, 1’animo tranquillamente raccolto e pur scevro di cure e con dolcezza pensoso. Sensibilmente si prova la virtù vivificante dell’aria, il cibo nutre e non grava, il moto torna facile e gradito, la stanchezza non prostra, dolce è il riposo. V’è in quei luoghi una influenza che ravviva l’animo, suscita un’onesta fidanza di salute e vigoria e ridona o accresce il brio della gioventù» (RAGUSA, 1873: 173) All’istanza scientifica si unisce, senza soluzione di continuità, la verve dell’albergatore che promuove, anche a fini turistici, la propria regione. E questa è una testimonianza ulteriore della complessa e vivacissima personalità di Ragusa. UN CALENDARIO A USO DELL’ENTOMOLOGO Sempre ai dintorni di Palermo è dedicato il “Calendario coleotterologico per Palermo e dintorni” (RAGUSA, 1875), un articolo peculiare in cui Ragusa elenca giorno dopo giorno, mese per mese, i coleotteri che è possibile trovare in varie località del comprensorio palermitano (Mondello, Foro Italico, Parco della Favorita, Monte Pellegrino, Ficarazzi, Navurra presso Altavilla 556 GIOVANNI ALTADONNNA Milicia, Ficuzza…). Ciò al preciso scopo di «rendere più facile la esplorazione al coleotterologo che percorrendo la Sicilia verrà a Palermo: la speranza una sola, è che verrà gradito» (RAGUSA, 1875: 303). Ragusa, al pari di Alfred Russel Wallace1(ed è interessante osservare lo stesso atteggiamento di naturalista “da campo” in due uomini che pure provenivano da contesti geografici e sociali piuttosto distanti) lamenta infatti che: «Pur troppo, spesso accade di cercare inutilmente quello che altri, più fortunati, raccolsero in altri tempi abbondantemente, e che ora, per la mancanza precisa della data o della località, più non si ritrova» (ibidem). Ragusa annota con attenzione i periodi meno favorevoli (come marzo) e quelli più propizi (come gennaio e aprile) per le raccolte entomologiche, non lesinando osservazioni ecologiche che anche qui, come nel caso del resoconto dell’escursione sulle Madonie e Caronie (RAGUSA, 1872), presentano l’immagine di una Sicilia ben più ricca di precipitazioni rispetto a quanto osserviamo oggi, ovvero un’isola insospettabilmente “verde” (come ricordato, fra gli altri, anche dalla naturalista francese Jeannette Villepreux Power: cfr. LAMANTIA & MASSA, 2012) e in cui il ciclo delle stagioni era inequivocabilmente marcato, pur nella variabilità delle condizioni meteorologiche da un anno all’altro: «Quando nel Febbraio il tempo è bello ed il sole riscalda già le nostre campagne, allora si trovano molte specie che in altri anni, quando il tempo è freddo, non appariscono che nel Marzo e anche nell’Aprile» (RAGUSA, 1875: 305). Non solo il clima, ma anche la ricchezza delle biocenosi appare, al lettore di oggi, una visione onirica: «È una vera festa il potere nell’Aprile fare delle escursioni nelle vicinanze di Palermo, la natura è tanto bella e ricca, come può desiderarla e sognarla un entomologo; i più ricchi tappeti di verzura offrono migliaia di insetti all’occhio, ed alla retina, indispensabile, per poter snidare dalle erbuccie tutto quel mondo di gemme che vi si asconde» (RAGUSA, 1875: 306). Le trasformazioni di origine antropica dei territori contermini alla città di Palermo, prima fra tutte l’urbanizzazione, hanno pesantemente compromesso le popolazioni di insetti delle località elencate da Ragusa. È il caso specialmente di molte zone umide costiere, come i laghetti retrodunali di Mondello (cfr. ROMANO, 2006 e SPARACIO, 2025, questo volume). Pertanto, in molti casi le sue segnalazioni rivestono purtroppo valore storico; di fondamentale importanza, perciò, nel valutare l’impatto antropico sulla biodiversità nel corso dei secoli. 557 Enrico Ragusa, guida naturalistica della Sicilia 1Nell’articolo del 1852 su Le scimmie dell’Amazzonia, Wallace scrisse «Per questa incertezza sull’area di distribuzione e per l’ulteriore confusione creata dallo scambio di specie affini provenienti da regioni molto distanti, è quasi impossibile trovare un animale al quale si possano assegnare su una mappa i suoi precisi limiti geografici. Dall’esatta determinazione dell’area di distribuzione di un animale dipende la risoluzione di una serie di interrogativi di grande interesse» (citato in FOCHER, 2006: 52-53). Gli “interrogativi di grande interesse” sono quelli che avrebbero portato alla scoperta del fenomeno della speciazione allopatrica.