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TRA MATERIALE E IMMATERIALE Un dialogo interdisciplinare ATTI DEL CONVEGNO Perugia, 23 aprile 2024 a cura di Andrea Capaccioni Luca Gammaitoni A. Capaccioni, L. Gammaitoni (a cura di) Tra materiale e immateriale: un dialogo interdisciplinare Esemplare gratuito non destinato alla vendita www.ledizioni.it Che cosa significa oggi parlare di “materiale” e “immateriale”? Questo volume nasce dal convegno tenutosi a Perugia nel 2024, nell’ambito del progetto VITALITY, e raccoglie contributi di studiosi provenienti da ambiti scientifici e umanistici. L’obiettivo è esplorare il rapporto tra ciò che è tangibile e ciò che non lo è, in un’epoca segnata dalla transizione digitale e dalla datificazione della società, ma anche dall’incessante ricerca di nuovi materiali, dai nanostrutturati ai biomateriali. Il libro affronta questioni cruciali: dalla smaterializzazione delle attività umane alla creazione di gemelli digitali, dalle implicazioni etiche e sociali della tecnologia alle sfide della contaminazione dei saperi. Un percorso che va dagli atomi ai bit e ritorno, per comprendere come la dialettica tra materialità e immaterialità plasmi il nostro presente e il futuro della conoscenza. Un’opera che invita a superare le barriere tra discipline, per riscoprire il senso autentico dell’Universitas: coltivare la complessità, generare nuove prospettive e praticare l’arte del dialogo. Andrea Capaccioni è professore associato di Biblioteconomia e Bibliografia presso l’Università degli Studi di Perugia. Afferisce al Dipartimento di Lettere, dove insegna nei corsi di laurea triennale e magistrale, e ricopre attualmente la carica di presidente dell’Intercorso di Laurea in Beni e Attività Culturali. Autore di numerosi articoli scientifici e di alcune monografie di ambito biblioteconomico e bibliografico, negli ultimi anni si dedica all’insegnamento dell’Umanistica Digitale. Luca Gammaitoni è professore ordinario di Fisica presso l’Università degli Studi di Perugia, dove afferisce al Dipartimento di Fisica e Geologia e svolge attività di ricerca e insegnamento nell’ambito della fisica sperimentale. Direttore del NiPS Laboratory, è autore di numerosi lavori scientifici dedicati alla dinamica non-lineare, al rumore nei sistemi fisici e ai limiti energetici della computazione.
Tra materiale e immateriale Un dialogo interdisciplinare Atti del convegno Perugia, 23 aprile 2024 a cura di Andrea Capaccioni Luca Gammaitoni Ledizioni
Questo libro è stato finanziato con i fondi dell’ Unione Europea - NextGenerationEU, Missione 4, Componente 2, sotto il Ministero per l’Università e la Ricerca (MUR), Ecosistemi d’Innovazione Nazionali, grant ECS00000041 - VITALITY - CUP J97G22000170005. Unless otherwise stated, this work is released under a Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0), https://creativecommons.org/licenses/bysa/4.0/deed.it. 2025 Ledizioni LediPublishing Via Boselli 10, 20136 Milano – Italy www.ledizioni.it [email protected] Tra materiale e immateriale. Un dialogo interdisciplinare. Perugia, 23 aprile 2024, a cura di Andrea Capaccioni e Luca Gammaitoni. Prima edizione: dicembre 2025 ISBN cartaceo: 9791256005475 ISBN ePub: 9791256005482 ISBN PDF Open Access: 9791256006069 Progetto grafico: ufficio grafico Ledizioni Informazioni sul catalogo e sulle ristampe dell’editore: www.ledizioni.it
IndIce Tra materiale e immateriale. Un’introduzione 7 Andrea Capaccioni, Luca Gammaitoni Tra passato e futuro: il presente digitale, interdisciplinare ed europeo della ricerca sul patrimonio culturale 11 Sara Alimenti Il rivestimento architettonico tra materiale e immateriale 23 Paolo Belardi, Eliana Martinelli, Giovanna Ramaccini, Monica Battistoni, Camilla Sorignani Materiale e immateriale dalla specie microbica ai prodotti biotecnologici 37 Gianluigi Cardinali La sociologia visuale e gli archivi fotografici. Una prospettiva di analisi su immagini e società tra materiale e immateriale 53 Uliano Conti In margine alla dematerializzazione delle rappresentazioni cartografiche 67 Fabio Fatichenti, Gino Filippo Massetti Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei del patrimonio architettonico 79 Alessandro Di Michele, Luca Gammaitoni, Teresa Botrè, Federica Menegazzo, Michela Signoretto, Federico Cluni, Vittorio Gusella, Riccardo Liberotti Può il chimico materializzare l’immateriale? 95 Pier Luigi Gentili
Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali alla valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico culturale 105 Carla Binucci, Giulio Biondi, Emilio Di Giacomo, Walter Didimo, Alice Fortuni, Giuseppe Liotta, Alessandra Tappini Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue 123 Franco Lorenzi, Diana Peppoloni La storia dell’arte e l’attribuzionismo tra materialità e immaterialità 149 Giacomo Mengarelli Dalle parole solide e congelate alle parole disciolte e calde. Miti e metafore per l’educazione intergenerazionale 159 Marco Milella Creatività ed emozioni nella dialettica “sonora” tra materiale e immateriale 173 Roberto Passarella L’immaterialità nella materialità: riflessioni intorno a un’antropologia delle cose 189 Elisa Rondini
Tra maTerIale e ImmaTerIale. Un’InTrodUzIone Andrea Capaccioni, Luca Gammaitoni Questo volume raccoglie gran parte dei contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno “Tra materiale e immateriale: un dialogo interdisciplinare” tenutosi il 23 aprile 2024 a Perugia, nell’ambito delle iniziative sviluppate dall’Università di Perugia durante il progetto VITALITY, in collaborazione con i Dipartimenti di Filosofia, scienze sociali, umane e della formazione, di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne e di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia. VITALITY è uno dei progetti finanziati dal Ministero dell’Università e della Ricerca nella cornice del programma “Ecosistemi d’Innovazione”, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in cui la responsabilità dell’Università degli Studi di Perugia, è stata specificatamente focalizzata sul tema dello studio dei materiali innovativi, con particolare riferimento ai nanomateriali (attività condotte nell’ambito dello Spoke 9) e ai biomateriali (attività riferite allo Spoke 10). Il convegno è stato pensato per offrire uno spazio di dialogo e riflessione sul modo in cui i concetti di materialità e immaterialità vengono interpretati e applicati nelle scienze e nelle discipline umanistiche. Sono lontani tempi in cui si era diffusa l’idea di una contrapposizione tra le “due culture”, così come immaginata da Charles Percy Snow (1905-1980), chimico di formazione e romanziere di vocazione, nel suo breve saggio The two cultures and the scientific revolution (Snow 1959). Quella presa di posizione finì per polarizzare il dibattito, suscitando non poche critiche. Qualche anno più tardi il fisico Fritjof Capra propose una visione alternativa, sostenendo che le scienze naturali non siano affatto separate dalle discipline umanistiche, ma che, al contrario, le influenzino profondamente e ne siano a loro volta influenzate (Capra, 1975). Le differenze, tuttavia, restano. Lo psicologo americano Jerome Kagan, nel presentare un aggiornato confronto tra le aree disciplinari, ha sostenuto che le discipline umanistiche si distinguono dalle scienze naturali e sociali per oggetto, metodo e finalità (Kagan, 2013). Gli umanisti si concentrano in particolare sulla condizione umana e sulle sue trasformazioni nel tempo,
Andrea Capaccioni, Luca Gammaitoni 8 analizzando diversi tipi di fonti come testi, opere d’arte e documenti storici. Ad essi è assegnato il compito di evidenziare le contraddizioni sociali o di affrontare questioni etiche. Gli umanisti tendono a privilegiare lo studio individuale e considerano la monografia una delle modalità più ambite per comunicare i risultati dell’attività scientifica. Tuttavia, il ricorso a questi prodotti della ricerca ha registrato una flessione nel tempo. Le differenze a cui abbiamo brevemente accennato non costituiscono un ostacolo, bensì una risorsa preziosa, poiché permettono di esplorare percorsi alternativi e di sviluppare prospettive inedite. In questa direzione si è mosso il nostro convegno con l’intento di riflettere sul rapporto tra materiale e immateriale, mettendo a confronto le ragioni dell’area scientifica e di quella umanistica, per comprendere i limiti e le potenzialità del processo che stiamo vivendo. Sempre più spesso la cosiddetta “transizione al digitale” sembra assumere il carattere di un processo di progressiva smaterializzazione. Eppure, mentre questo processo di smaterializzazione si compie quasi inesorabilmente sotto i nostri occhi, la ricerca scientifica sembra indicarci un’altra strada: quella della creazione di nuovi tipi di materiali, sempre più sofisticati e dotati di proprietà sorprendenti, come quelli nanostrutturati (si pensi al grafene) o quelli di origine biologica (come i tessuti artificiali). Il tema dei materiali, della loro scoperta, studio e utilizzo è un tema di importanza strategica per lo sviluppo della civiltà, fin dai suoi albori. La capacità di forgiare i metalli, costruendo utensili e armi, ha in molti casi finito con il determinare lo sviluppo e la supremazia di un popolo rispetto ad un altro. Il grande tema delle risorse naturali che ha determinato la politica coloniale a partire dal XVI secolo si iscrive dentro questo processo di ricerca e utilizzo di materiali sempre più utili. Con il passare del tempo, l’umanità ha imparato a conoscere le proprietà dei materiali esistenti, fino a indagarne la loro struttura microscopica, al fine di migliorare tali proprietà per adeguarle alle nostre esigenze. Questo ha progressivamente condotto ad immaginare materiali con caratteristiche non immediatamente disponibili in natura. Si pensi ad esempio all’impatto che hanno avuto le plastiche derivate dal petrolio, sullo sviluppo della società moderna. Chi lavora oggi nel settore dei materiali, ha spesso a che fare con il tentativo di immaginare, prima ancora che realizzare, materiali e dispositivi con speciali proprietà che possano svolgere compiti noti con maggior efficienza o addirittura, proporre nuove possibilità e suscitare nuove proprietà. Non c’è dubbio che i materiali innovativi giochino oggi un ruolo strategico nello sviluppo della nostra società, basti pensare ai semiconduttori, alla base della rivoluzione microelettronica e delle comunicazioni che ha avuto avvio negli anni Quaranta del secolo scorso, fino ai più recenti nanomateriali, come il grafene e ai biomateriali come le plastiche di natura vegetale, compatibili con un utilizzo responsabile dell’ambiente naturale.
9 Tra materiale e immateriale. Un’introduzione Eppure, questo ruolo preminente di ciò che è materiale non sarebbe, senza un altrettanto preminente ruolo di ciò che è immateriale. Un esempio paradigmatico è costituito dalla simulazione digitale. Ciò che oggi affianca e spesso precede la realizzazione di un nuovo materiale è la progettazione e la simulazione digitale di quel materiale o quel dispositivo. In questa direzione, è recentemente divenuto popolare un concetto che solo poco tempo addietro sarebbe stato impensabile. Il concetto di digital twin, il gemello digitale. Si tratta di una versione digitale dell’oggetto della nostra progettazione. Il punto estremo di questo processo è oggi indubbiamente rappresentato dal tentativo di creare, mediante le tecnologie dell’intelligenza artificiale, il gemello digitale dell’uomo. Questo processo di creazione ed utilizzo dei gemelli digitali, si inserisce senz’altro in un chiaro percorso di smaterializzazione di molte delle attività umane. Tale processo si fonda sull’invenzione e sviluppo del concetto di dato digitale e la conseguente datificazione di molte delle attività umane e della società stessa. Un processo non privo di potenzialità ma anche pieno di rischi per lo sviluppo stesso della nostra società. Pensate ai risvolti negativi della diffusione dei social media, al proliferare delle fake news fino alla possibilità di manipolazione della stessa vita democratica. Una possibile chiave di lettura di questa ampia fenomenologia passa indubbiamente attraverso il continuo rimando di ciò che è materiale a ciò che materiale non è. Dagli atomi ai bit e ritorno, in un “eterna ghirlanda brillante” come avrebbe detto Douglas Hofstadter in Gödel, Escher, Bach (Hofstadter, 1979). O, se se si vuole dalla leggerezza dei bit alla pesantezza degli atomi come ci avrebbe forse suggerito Italo Calvino (Calvino, 1988). Di questa apparente dicotomia abbiamo tentato di parlare nel convegno “Tra materiale e immateriale: un dialogo interdisciplinare”, mettendo insieme quelli di noi che sono al tempo stesso gli operai della fabbrica dei nuovi materiali e quelli che sono artefici della progressiva datificazione della nostra società. Mettendo insieme scienziati e umanisti, teorici e sperimentali. Questa è la fortuna di essere università. Di essere in un luogo che per antica vocazione coltiva la difficile arte dell’universalità. Universitas perché capace di abbracciare la diversità e la complessità che questa comporta. Questo convegno è stato una scommessa. Un azzardo che, siamo sicuri, non sarà passato inosservato a molti. Lo abbiamo fatto perchè siamo convinti che praticare la contaminazione dei saperi, anche al rischio di rimanere in superficie, sia molto meglio che restare nel solco sicuro di ciò che è già noto. Lo abbiamo fatto perchè è questo che ci rende veramente università. Le molte e diverse competenze che i nostri relatori oggi qui rappresentano sono il vero segno di un’università che non cessa di tenere fede alla propria missione, ovvero la creazione di nuova conoscenza. Che è molto più della trasmissione del sapere, molto più della creazione di tecnici esperti, molto più del diplomificio che certe esperienze pseudo accademiche oggi reclamizzano.
Sara Alimenti 16 sue applicazioni, ma anche a livello sociale, ambientale ed economico. È un Programma che intende mettere al centro delle attività di ricerca i risultati e le ricadute che ci si aspetta di ottenere in termini di miglioramento complessivo di stili di vita e benessere per il sistema europeo. Il secondo cluster, Culture, creativity & inclusive society, come gli altri cinque, tiene insieme in realtà diversi temi e settori di ricerca nell’intento di favorire al massimo il confronto per raggiungere gli obiettivi delineati in sede politico-istituzionale. Ed è il cluster che è stato consacrato in qualche modo alle Scienze Umane e Sociali (SSH), dopo il vivace dibattito che aveva accompagnato lo sviluppo del precedente programma quadro in relazione alla scarsezza di risorse destinate a queste aree di studio. Una delle criticità principali rilevate nel precedente programma era la funzione principalmente strumentale assegnata alle SSH, relegate spesso a un ruolo di facilitazione della diffusione e dello sfruttamento dei risultati ottenuti dalle ricerche delle scienze ‘dure’. Il dibattito ha consentito di portare all’attenzione dei gruppi di esperti che hanno lavorato alla predisposizione del nuovo Programma le istanze provenienti da settori di studio delle SSH e la richiesta di concedere uno spazio adeguato, dedicato e non solo strumentale alla ricerca in campo umanistico e sociale (Koenig, 2019). Dalla mediazione, è emerso un cluster che ha effettivamente aperto alcuni spazi dove se non altro, pur essendo racchiusi insieme problemi molto vasti e complessi, si trova comunque per la prima volta in modo compiuto il riferimento al potenziale della ricerca in ambito sociale e umanistico, a partire proprio dal lento e faticoso processo di integrazione europea e dal rafforzamento dei sistemi democratici. Infrastrutture e prospettive di ricerca A partire dalle previsioni generali, si delinea attraverso il Programma Horizon la proposta molto concreta di promuovere la creazione di un ecosistema europeo dell’innovazione orientato sulla cultura e la creatività, con al centro il patrimonio culturale, dove la trasformazione digitale del patrimonio è l’elemento fondante. Per sviluppare l’ecosistema il Programma predispone le risorse finanziarie per realizzare due iniziative molto ambiziose: la prima, punta alla costituzione di un cloud collaborativo europeo per il patrimonio culturale (“European Collaborative Cloud for Cultural Heritage” – ECCCH). Si tratta di un progetto che nasce a valle di un grande lavoro di indagine e analisi svolto per conto della Commissione da un gruppo di studiosi, esperti e professionisti del settore che ha consentito di mettere in luce i bisogni generali e specifici delle varie categorie rispetto alla transizione digitale del patrimonio culturale (European Commission, 2022b). Tra i problemi maggiori evidenziati nel Rapporto, a cui si tenterà di dare risposta, c’è la grande frammentarietà delle iniziative realizzate negli ultimi anni in tema di digitalizzazione del
17 Tra passato e futuro: il presente digitale, interdisciplinare ed europeo patrimonio a tutti i livelli. Il Collaborative Cloud è un’infrastruttura di ricerca che consentirà la collaborazione transdisciplinare e su larga scala tra specialisti che si occupano del patrimonio culturale da diversi punti di vista e a vario titolo, non solo gli studiosi, ma anche il vasto universo dei professionisti e in futuro il pubblico allargato. Si prevede che questa infrastruttura possa migliorare la cooperazione tra le istituzioni, gli enti di ricerca e le reti di conservazione del patrimonio culturale europeo anche sostenendo l’acquisizione, la gestione e la cura con un’alta qualità dei beni digitalizzati e nativi digitali. L’infrastruttura fornirà tecnologie all’avanguardia per la digitalizzazione di manufatti, la ricerca sulle opere e soprattutto per la gestione dei dati, tutti elementi che si spera potranno far progredire in modo significativo le conoscenze aggiungendo la nuova dimensione digitale alle azioni di conservazione, alla tutela, al restauro e alla fruizione dei beni culturali. Il percorso di gestazione di questa infrastruttura sarà probabilmente complesso, anche perché il Programma ha predisposto un cammino suddiviso in vari step che integreranno via via, nel tempo, nuovi attori i quali dovranno in qualche modo coordinarsi tra loro. La prima fase, attualmente in corso, ha assegnato le risorse per la realizzazione del Cloud Collaborativo (ECCCH) al Progetto ECHOES e le prime tranche di finanziamento a progetti di ricerca che inizieranno ad operare al suo interno5. Nei prossimi mesi, saranno assegnate risorse altrettanto significative ad altri circa 10 progetti di ricerca che, coordinandosi con il Progetto ECHOES e le altre attività in corso, avranno il compito di sviluppare metodologie e strumenti per operare all’interno dell’ECCCH e favorire quell’ampio utilizzo dell’infrastruttura per tutte le azioni che riguardano il patrimonio culturale che la Commissione si attende. Una seconda iniziativa, altrettanto importante, riguarda l’attivazione di “European Partnership”, un partenariato europeo dedicato a questa area di ricerca e che si chiamerà: “Resiliente Cultural Heritage”. Le “European Partnerships” sono iniziative di vasta portata supportate dal Programma Horizon Europe attraverso le quali l’Unione Europea, le autorità nazionali e/o il settore privato si impegnano congiuntamente a sostenere lo sviluppo e l’attuazione di un programma di attività di ricerca e innovazione in risposta ad alcune delle sfide più complesse per l’Europa, identificate in linea alle priorità politiche e alle correlate strategie adottate dall’UE. L’obiettivo del partenariato “Resiliente Cultural Heritage” è duplice: da un lato, si propone di rafforzare i mezzi di conservazione del patrimonio culturale europeo; dall’altro, di contribuire alla neutralità climatica, portando avanti ricerche applicate su tecniche e materiali tradizionali, ma anche nuovi per fornire soluzioni innovative di vario tipo, ad esempio per la costruzione di modelli di 5 Il Progetto ECHOES ha l’obiettivo di creare l’European Collaborative Cloud for Cultural Heritage (ECCCH), Cfr. https://www.echoes-eccch.eu
Sara Alimenti 18 gestione del rischio, per i sistemi di valutazione e le strategie di mitigazione ad essi collegati, per una conservazione anche economicamente più efficace del patrimonio culturale con particolare riferimento ai cambiamenti climatici e ai rischi correlati. Il focus di questo partenariato è quindi complesso, sosterrà la ricerca e l’innovazione sul patrimonio culturale e contribuirà al “Green Deal” europeo proponendo di tradurre i risultati scientifici in nuove politiche per la resilienza e la sostenibilità in vari settori. Elementi centrali sono la conservazione e la cura del patrimonio culturale in relazione al cambiamento climatico, ma anche alle altre calamità naturali e antropiche, potenziando la connessione tra i bisogni evidenziati dai ricercatori che operano nei due settori. Il futuro della ricerca sul patrimonio culturale tra elementi di forza e potenziali criticità Per concludere vorrei soffermarmi brevemente sul tema dell’interdisciplinarietà, un aspetto che in parte è già stato affrontato, sul quale ritengo però opportuno spendere qualche altra osservazione, anche perché centrale nell’ambito del contesto che ospita questo contributo. Il Programma Horizon, nel Secondo Pilastro in particolare, spinge la comunità scientifica alla realizzazione di ricerche interdisciplinari, motivando tale orientamento alla luce della complessità dei problemi (sfide globali) posti al centro del Pilastro, che presuppongono un’ampiezza di vedute e prospettive chiaramente non confinabili all’interno di un solo ambito disciplinare. Sul tema dell’interdisciplinarietà, in sede europea, proprio nell’ambito dei lavori preparatori, di sviluppo e soprattutto di valutazione delle attività dei vari programmi quadro, il dibattito negli ultimi anni è stato molto acceso. Mi riferisco qui evidentemente alle sedi tecnicoistituzionali, dove si lavora per sostenere la realizzazione dei programmi e quindi per attuare le linee delle politiche della ricerca. Questi ambienti hanno recepito e in parte anche rinnovato un confronto che nel contesto scientificoculturale e accademico occidentale è ben presente dalla prima metà del XX secolo, dagli anni ‘30, e che dagli anni ‘60 è vivacissimo (Conesa, Lacour, 2013). Al di là dei richiami, però, l’invito alla interdisciplinarietà apre nel quadro stesso delle politiche europee della ricerca, e quindi dei loro strumenti attuativi, una serie di questioni rilevanti, a partire da quelle di natura semantica (interdisciplinarietà oppure multidisciplinarietà, o transdisciplinarietà, o ancora pluridisciplinarietà?) che poi in sede internazionale si accavallano e sovrappongono alle questioni linguistiche e alle relative tradizioni scientificoculturali. Per non parlare dei problemi ben più ampi e sostanziali che riguardano la dimensione teorica ed epistemica dell’interdisciplinarietà, gli aspetti metodologici e gli strumenti di ricerca. Ci sono poi questioni molto più concrete, che hanno ricadute importanti sugli attori della ricerca: pensiamo al tema della valutazione della ricerca, della collocazione delle pubblicazioni
19 Tra passato e futuro: il presente digitale, interdisciplinare ed europeo interdisciplinari, delle norme di revisione dei contribuiti, fino ad arrivare al tema probabilmente più rilevante in questa fase storica che riguarda le opportunità di carriera dei ricercatori che ‘praticano’ l’interdisciplinarietà. A margine di queste considerazioni, vorrei terminare con alcune brevissime osservazioni: la prima, è che l’invito alla interdisciplinarietà, giustamente reiterato in sede europea, per non essere generico e retorico, andrebbe accompagnato da una strategia concreta per individuare e risolvere le sue criticità, a partire da quelle concrete poc’anzi richiamate. Ritengo infatti che proprio la sede europea, quella tecnico-istituzionale dei programmi quadro per la ricerca, potrebbe forse essere il luogo di mediazione adatto per aprire un confronto allargato anche alla comunità scientifico-accademica nel quale iniziare ad affrontare quei problemi che la toccano così da vicino e che continuano a generare tensioni. La seconda, è che lo stesso invito alla interdisciplinarietà dovrebbe essere accompagnato da una riflessione profonda sulle trasformazioni epistemologiche che sono state prodotte proprio dall’avvento delle politiche europee in materia di ricerca e innovazione. Fanno da sfondo a questa osservazione i brevi richiami al Grand Challenges Approach delle politiche europee della ricerca all’impostazione mission oriented del Programma Horizon Europe fatti sopra. Il tema è naturalmente complesso e richiederebbe di essere affrontato in modo disteso. Senza poter entrare qui nel merito delle questioni, l’auspicio è che anche in questo ambito si apra al più presto un dibattito e si realizzi una collaborazione reale tra competenze e punti di vista differenti nell’intento perlomeno di individuare quelli che sono i nodi cruciali del problema. Un ultimo aspetto che vorrei mettere a fuoco in relazione agli inviti all’interdisciplinarietà in sede europea riguarda un’evidente asimmetria: le SSH non hanno avuto in passato, e stentano tutt’ora ad avere un ruolo paritetico rispetto alle scienze definite ‘dure’ o ‘naturali’ o ‘esatte’. Ritengo che questa asimmetria non sia stata prodotta, ma sicuramente sia stata aumentata dall’approccio mission-oriented a cui abbiamo più volte fatto riferimento, poiché ha contribuito a posizionare le SSH ad un livello differente, ancillare nei confronti della scienza ‘con la maiuscola’. In sede europea si è tentato talvolta di assegnare un ruolo preciso delle SSH e chiesto loro di contribuire alle sfide globali con il compito – limitato e limitante – di facilitare il rapporto tra il mondo della ricerca, o per meglio dire tra gli esiti della ricerca e il fattore umano e sociale. Le scienze umane e sociali sono state relegate, perdendo pertanto come sistema le opportunità date in termini di innovazione da un coinvolgimento dei ricercatori già nelle fasi iniziali, di definizione dei problemi di ricerca. Anche in questo caso, si stagliano sullo sfondo problemi di natura teorica ed epistemica che qui non possono essere affrontati correttamente. D’altro canto, proprio all’interno delle SSH il dibattito teorico sul tema/ problema dell’interdisciplinarietà è vivace– basterà ricordare, a titolo di
Sara Alimenti 20 esempio, l’esperienza dell’Ecole des Annales – e da tempo ha investito sia il livello epistemico, sia quello metodologico e strumentale, sia quelli più concreti richiamati sopra. Sostenere, e dare sostanza al richiamo all’interdisciplinarietà, aprendo percorsi di ricerca che coinvolgono i diversi saperi e li chiamano a contribuire in relazione al problema di ricerca è un processo certamente difficoltoso e di lunga durata. In questa sfida, però, proprio il settore di ricerca sulla trasformazione digitale del patrimonio culturale potrebbe aprire prospettive interessanti, perché offre un terreno di sperimentazione particolare e inedito, proprio in relazione all’oggetto delle ricerche. Come stanno mostrando le Digital Humanities, mettendo al centro il processo di trasformazione digitale del patrimonio culturale nella sua accezione ampia e sfaccettata, si potrebbero riuscire a combinare, certo non senza sforzo, teorie, concetti, strumenti e metodi propri di diverse discipline. Ma allargando lo sguardo, forse, sarà sul terreno più ampio della transizione digitale – come su quello delle questioni ambientali – che si giocherà da qui ai prossimi anni la partita decisiva per lo sviluppo di progetti di ricerca realmente interdisciplinari e quindi innovativi. Bibliografia Conesa, M., Lacour, P-Y. (2013). Discours et pratiques de l’interdisciplinarité. Parigi: Michel Houdiard. Domenella, C. (2023). “Human Enhancement and the Post-human subject to the test of DH. How digital technologies are transforming us”. Umanistica Digitale, 7(15), 1–23. https://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/15571. European Commission: Directorate-General for Research and Innovation and Mazzucato, M. (2018). Mission-oriented research & innovation in the European Union – A problem-solving approach to fuel innovation-led growth. Publications Office. https://data.europa.eu/doi/10.2777/360325. European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture. (2019). European framework for action on cultural heritage. Publications Office. https://data.europa.eu/doi/10.2766/949707. European Commission. (2022a). European Declaration on Digital Rights and Principles. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=OJ:JOC_2023 _023_R_0001. European Commission: Directorate-General for Research and Innovation, Brunet, P., De Luca, L., Hyvönen, E., Joffres, A. et al. (2022b). Report on a European collaborative cloud for cultural heritage – Ex – ante impact assessment. Publications Office of the European Union. https://data.europa.eu/doi/10.2777/64014. European Commission: Directorate-General for Research and Innovation. (2024). Horizon Europe strategic plan 2025-2027, p. 6. Publications Office of the European Union. https://data.europa.eu/doi/10.2777/092911.
21 Tra passato e futuro: il presente digitale, interdisciplinare ed europeo Koenig, T. (2019). “SSH-Impact Pathways And SSH-Integration in EU Research Framework Programmes”. IHS Working Paper 5. Vienna: Institute for Advanced Studies. https://www.econstor.eu/bitstream/10419/195959/1/ihs-working-pap er-2019-5.pdf. Lund (2009). The Lund Declaration Europe must focus on the grand challenges of our time. Rosselli Del Turco, R. (2017). “Introduzione”. Umanistica Digitale, 1(1). https:// doi.org/10.6092/issn.2532-8816/7247. Svensson, P. (2016). Big Digital Humanities: Imagining a Meeting Place for the Humanities and the Digital. University of Michigan Press. https://doi. org/10.2307/j.ctv65sx0t.
Il rIvesTImenTo archITeTTonIco Tra maTerIale e ImmaTerIale Paolo Belardi*, Eliana Martinelli*, Giovanna Ramaccini*, Monica Battistoni*, Camilla Sorignani*1 Il tema del rivestimento architettonico può essere indagato tenendo in considerazione e interpretando il suo duplice carattere: da un lato, componente propria del manufatto architettonico, diretta espressione della spazialità interna; dall’altro, elemento linguistico autonomo, che si costituisce come involucro. Difatti, il tema del rivestimento in facciata continua ad assumere interessanti declinazioni, anche nell’ambito degli interventi sul costruito, contribuendo alla definizione dell’immagine urbana (Lynch, 1964). Analizzando il modo in cui il tema del rivestimento è stato interpretato e declinato nel corso della storia, è possibile individuare due casi estremi (Capuano, 1995). Un primo caso è quello in cui il rivestimento risulta fortemente connotato dal punto di vista materico, spesso ricorrendo all’utilizzo di materiali tradizionali, tipici del contesto in cui si interviene; un secondo caso è quello in cui il rivestimento viene concepito come una componente effimera, portando allo sviluppo di un linguaggio architettonico in cui il rapporto tra interno/esterno e la relazione pianta/prospetto si presentano discontinui e contrastanti (Venturi, 1980). Nondimeno, nel panorama dell’architettura contemporanea il progetto dell’involucro diventa un campo di incontro interdisciplinare e di ibridazione dei linguaggi come il design, la grafica e la comunicazione multimediale. La superficie può assumere il ruolo di filtro e diaframma capace di generare una ambiguità visiva e di significato nelle relazioni tra le parti. Da qui il rapporto tra materiale e immateriale, contenuto e contenitore, pieno e vuoto. Dopo una prima fase di approfondimento incentrato sui temi sopra descritti, ulteriormente chiariti attraverso il ricorso a casi studio opportunamente selezionati, il presente contributo si focalizza sulla presentazione di due esperienze progettuali e di ricerca volte a esemplificare il rapporto strutturarivestimento tra componente materica e componente effimera. *1 Università degli Studi di Perugia, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale
Belardi, Martinelli, Ramaccini, Battistoni, Sorignani 24 In principio fu il rivestimento L’architetto ha il compito di creare uno spazio caldo, accogliente. Caldi accoglienti sono i tappeti. Egli decide di conseguenza di stendere un tappeto sul pavimento e di appenderne quattro alle pareti. Ma non si può costruire una casa con i tappeti. I tappeti, che li si tengano stesi sul pavimento o appesi alle pareti, richiedono una struttura che li mantenga nella giusta posizione. Inventare questa struttura è il secondo compito dell’architetto. (Loos, 1982, p. 79) Nella storia dell’architettura ricorre da sempre l’alternarsi di due pensieri dicotomici relativi al rapporto tra facciata e organismo strutturale. Se il primo proclama la verità strutturale, il secondo si fonda sul principio del rivestimento e concepisce l’involucro architettonico con una sua autonomia costruttiva e formale rispetto al resto dell’edificio. Sebbene l’atto del rivestire rappresenti l’ultima fase nel procedimento costruttivo, esso alberga nel pensiero compositivo dell’architetto sin dal principio. Il rivestimento architettonico, nella duplice veste di caratteristica costruttivo-materica dell’architettura e di sua delimitazione spaziale immateriale, è ciò che definisce il carattere, la Stimmung in termini heideggeriani, di ciò che si sta costruendo, ovvero quell’immagine dello spazio che precede i problemi statici o funzionali. Questo concetto viene chiarificato da Adolf Loos, differenziandosi dall’idea della capanna primitiva come origine dell’architettura teorizzato e sostenuta dal trattatista MarcAntoine Laugier (1987). In particolare, nel 1898 Loos asserisce «In principio vi fu il rivestimento», evidenziando come la casa primigenia fosse associata a un’idea di riparo in cui la definizione dello spazio era demandata all’uso di tappeti sorretti da un telaio (Rykwert, 1998, p. 20) (Fig. 1). L’idea che l’architettura non sia una conseguenza della struttura ma la risposta all’esigenza di realizzare spazi adatti ai bisogni umani nasce dalle argomentazioni sviluppate da Gottfried Semper (1851). Non è un caso, infatti, come ricorda l’architetto a sostegno della sua teoria, che nella lingua tedesca le parole “parete” (Wand) e “veste” (Gewand), condividano la stessa radice etimologica, a differenza della parola “muro” (Mauer) rafforzando così l’origine tessile dell’architettura (Marras, 1993; Collotti, 2002). Come dimostra l’analisi etimologica condotta nella lingua tedesca, la parete rappresenta un elemento di chiusura verticale, di delimitazione spaziale e di protezione dagli agenti atmosferici esterni e come un abito, oltre alla funzione di protezione del corpo umano, esprime anche, in termini vitruviani, il decorum. D’altra parte, il muro appartiene alla categoria del terrapieno poiché si compone per sovrapposizioni di elementi o strati. La struttura, infatti, si ottiene attraverso la gerarchizzazione di elementi finiti (pilastro-trave-pilastro), mentre il rivestimento, essendo strettamente legato all’arte tessile, lavora sull’intreccio di fibre vegetali (Marras, 1993). Inoltre, in
25 Il rivestimento architettonico tra materiale e immateriale maniera analoga, nella lingua italiana le parole “abito” e “abitare” derivano entrambe dal vocabolo latino habito, frequentativo di habeo, il quale significa “avere consuetudine”, esplicitando il sentimento condiviso di appropriazione tanto di uno spazio quanto di un indumento. Pertanto, nel binomio strutturarivestimento, tanto quanto nel conseguente binomio muro-parete, si racchiude il rapporto simbiotico ma altrettanto conflittuale che le due componenti detengono nel campo della composizione architettonica. In particolare, quanto detto in precedenza mette in luce la capacità innata del rivestimento di indirizzare le scelte strutturali e plasmare le prime forme abitative secondo chiari riferimenti simbolici. Il contrasto tra struttura figurativa e struttura costruttiva si inasprisce, infatti, se considerato in termini di “costruzione tecnica” e “costruzione simbolica”. Secondo Adolf Loos, le ragioni della “costruzione simbolica” sono sempre anteposte alle “necessità statiche e costruttive” poiché «la logica della composizione, il suo bisogno di equilibrio, di simmetria, non s’accorda necessariamente con la logica della struttura, la quale inoltre non è nemmeno la logica del raziocinio» (Focillon, 1990, p. 16). Figura 1. La capanna caraibica nella Grande Esposizione del 1851, da Semper, G., Der Stil in den technischen und tektonischen Künsten, 1863
Belardi, Martinelli, Ramaccini, Battistoni, Sorignani 32 Figura 5. Paolo Belardi, Simone Bori, Filippo Ferro, Matteo Scoccia, Chiesa delle Macerie, stato attuale (in alto); tessitura muraria ricomposta (al centro); simulazione infografica (in basso). Rivestimento immateriale: Church in progress2 Il progetto Church in progress (Belardi 2023), che prevede una struttura cantieristica funzionale al restauro del Santuario di Maria Santissima Assunta in Rasina (eretto a cavallo del XVI secolo su progetto di Francesco di Giorgio Martini, rimasto privo di copertura in conseguenza di un crollo della volta centrale verificatosi alla fine del XX secolo, ma danneggiato definitivamente dal sisma del 9 marzo 2023), elegge l’opera provvisionale tanto a pretesto 2 Il progetto della Church in progress è stato redatto nel 2022 da un’équipe interna al Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia costituita da Paolo Belardi, Sara Aglietti e Alessandro Moriconi. Il progetto è stato presentato nell’ambito della mostra Atlas Proarch (Mantova, Polo Territoriale del Politecnico di Milano, 2024).
33 Il rivestimento architettonico tra materiale e immateriale conoscitivo quanto a icona comunicativa: una vera e propria teca archetipica, strutturata da un castello di ponteggi in tubi Innocenti solcati da un sistema di passerelle sospese che, inglobando le preesistenze murarie, evoca la complessità spaziale del Biosphére Environment Museum (1967) di Richard Buckminster Fuller e avvolta da una pelle i-Mesh in fibra di vetro che, in virtù della trasparenza garantita dal pattern Morellet, ripropone l’ambiguità del rapporto presenza/assenza che contrassegna la Basilica di Siponto (2016) di Edoardo Tresoldi. Una lunga sequenza di rampe pedonali, appese alla struttura reticolare spaziale, consente l’osservazione ravvicinata di particolari costruttivi e di componenti ornamentali altrimenti impercettibili, mentre una passerella trasversale in quota, suggellando in modo spettacolare il percorso dei visitatori, consente la vista zenitale dell’aula sottostante così come aggredita dalla vegetazione spontanea (Fig. 6). Figura 6. Paolo Belardi, Sara Aglietti, Alessandro Moriconi, Church in progress, stato attuale (in alto a sinistra); texture di progetto (in alto a destra); simulazione infografica (in basso).
Belardi, Martinelli, Ramaccini, Battistoni, Sorignani 34 Considerazioni conclusive L’uso diffuso, soprattutto in epoca contemporanea, della pratica dell’ambiguità costruttiva ha evidenziato una sorta di pregiudizio rispetto al quale il rivestimento è spesso associato all’aggiunto, all’inessenziale, al superfluo, poiché riferito a caratteri meramente estetici. Eppure, l’atto del rivestire, come dimostrato nell’excursus teorico sino a qui presentato, è fortemente connesso all’atto del comporre poiché capace di coniugare figurazione e tecnica costruttiva con le ragioni originarie dell’architettura. Infatti, come dimostrano i due progetti sperimentali sopra descritti, anche nei casi in cui il rivestimento assume un carattere autonomo rispetto alla struttura, tanto nella declinazione materica quanto in quella effimera, diventa espressione della visione progettuale e custode dei principi architettonici ad esso sottesi. Pertanto, si può affermare che «In principio è allora l’idea: se nella costruzione dello spazio interno il rivestimento diventa il guscio, custodia dell’uomo privato, nella dimensione pubblica si coniuga con il carattere e con la rappresentazione dell’idea, nella costruzione della città» (Marras, 1993, p. 148). Bibliografia Belardi, P. (2020a). Learning from Norcia la Chiesa delle Macerie. Foligno: Il Formichiere. Belardi, P. (2020b). “Norcia, La chiesa delle macerie”. In Anfione e Zeto, 30, 258261. Belardi, P. (2023). “Church in progress. Costruire intorno all’esistente”. In SEED Design actions for future 02, 160-167. Soveria Mannelli: Rubbettino Editore. Capuano, A. (1995). Iconologia della facciata nell’architettura italiana. La ricerca teorico-compositiva dal trattato di Vitruvio alla manualistica razionale. Tarquinia: Gangemi Editore. Collotti, F. (2002). Appunti per una teoria dell’architettura, Milano: Quart Edizioni Lucerna. Focillon, H. (1943). Vie des Formes suivi de Eloge de la maine. Parigi: Presses Universitaires de France. Trad. it. Bettini, S. (1990). Vita delle forme seguito da Elogio della mano. Torino: Einaudi. Herzog e de Meuron 2000-2006 (2006). In El Croquis, Madrid, 129/130. Laugier, M.A., Ugo V. a c. di. (1987). Saggio sull’architettura. Milano: Aesthetica. Loos, A. (1982). Parole nel vuoto. Milano: Biblioteca Adelphi. Lynch, K. (1964). L’immagine della città. Venezia: Marsilio. Marras, G. (1993). Rivestimento. In Dizionario critico illustrato delle voci più utili all’architetto, a c. di L. Semerani, 145-151. Faenza: Faenza Editrice.
35 Il rivestimento architettonico tra materiale e immateriale Rykwert, J. (1998). L’architettura è tutta nella superficie. Semper e il principio del rivestimento. In “Rassegna”, Anno XX, n.73 -1998/I, pp. 20-29. Semper, G. (1851). Die vier Elemente der Baukunst. Braunschweig: Vieweg. Venturi, R. (1980). Complessità e contraddizioni nell’architettura. Bari: Dedalo.
maTerIale e ImmaTerIale dalla specIe mIcrobIca aI prodoTTI bIoTecnologIcI Gianluigi Cardinali Delirio o realtà? Un giovane ornitologo tedesco perseguitato dalla febbre Dengue tracanna whisky per continuare a lavorare nel caldo torrido delle isole Salomone. Ogni tanto tira fuori il binocolo, quello che gli aveva regalato la mamma il giorno del suo esame di maturità, l’Abitur, e osserva uccelli. Era il suo lavoro, osservare, riconoscere, e identificare uccelli. E soprattutto sperare che la fortuna si ricordasse di lui e lo facesse incappare in una nuova specie di uccello da consegnare per sempre alla storia con una descrizione tassonomica in piena regola. Fra il delirio e la realtà si chiedeva cosa fosse una nuova specie, ma soprattutto cosa sia in genere la specie. Da quando Darwin aveva scritto il suo libro, quasi settanta anni prima, si era fatta strada l’idea di una specie non fosse fissa come diceva Linneo, ma che evolvesse. Era ormai accertato il potere della selezione naturale come motore dell’origine delle specie. Eppure, come nascesse una specie e -soprattuttocosa fosse una specie biologica era ancora un bel problema. Darwin stesso ci aveva quasi messo una pietra sopra, con una lettera all’amico Hooker il giorno della Vigilia di Natale del 1865 in cui scrive che ogni biologo sa grossomodo cosa sia una specie, quando però si comincia a parlarne non ci si raccapezza più. Insomma, definire la specie è definire l’indefinibile. Eppure, ci doveva essere un modo per risolvere la questione. Intanto, fra un accesso di febbre e l’altro si rese conto che gli abitanti delle isole identificavano con 136 nomi propri e diversi le 137 specie che lui aveva identificato con tutto il suo armamentario scientifico e tecnico (Mayr, 1963, p. 17). Per il giovane Ernst Mayr questa coincidenza significava che la sua cognizione di specie, forte di tutto l’apparato zoologico europeo, coincideva con quella di un popolo che aveva una struttura culturale tutta diversa dalla sua. Questa sua osservazione doveva essere molto più di una mera coincidenza e poteva essere spiegato dal fatto che la specie non è una sovrastruttura culturale, ma qualcosa di reale. Si fece strada una prima certezza che avrebbe sorretto il giovane Ernst Mayr fino alla sua morte a 101 anni.
Gianluigi Cardinali 38 Di fatto la questione andava ben al di là degli uccelli delle isole Salomone, era cominciato da tempo in ambito filosofico per investire poi ogni aspetto della conoscenza fra cui, a suo tempo, la biologia con la questione della specie. Realtà o nudo concetto? Materiale o immateriale? Per il momento, mi rifiuto di parlare, per quanto riguarda generi e specie, se essi sussistano o se siano nudi e isolati concetti puri; e, se sussistono, se siano materiali o immateriali; o se siano separati o incorporati negli oggetti sensibili, ed altri argomenti correlati. Questo tipo di problema è uno dei più profondi che vi siano, e richiede indagini più ampie. Così scriveva nel 269 d.C. Porfirio un filosofo di origine siriaca che si era dovuto spostare dalla Grecia in Sicilia a capo Lilibeo su ordine del medico per guarire da quella che sembrerebbe una qualche forma di depressione. Per riprendersi, ci vorranno due anni. Nel frattempo, scrisse L’Isagoghe (Εἰσαγωγή), ossia l’introduzione al libro “Le Categorie” di Aristotele, che fu un vero best seller per lo studio della logica per tutto il Medioevo. In molti colgono in questa nota l’avvio della lunga disputa filosofica sugli universali (quaestio de universalibus) che infiammò tutto il Medioevo e che anche ora ha le sue ricadute nel pensiero contemporaneo, come vedremo in seguito. Se cercate il termine “universale” nell’enciclopedia Treccani trovate: “Dal lat. universalis (der. di universus «tutto intero»). Ciò che è comune a più realtà individue, per es., la (o le) proprietà che definiscono una classe particolare di individui, un genere o una specie.” L’universale è anche definito come una “categoria del pensiero” o un “termine generale” (Florenskij, 2020, p. 13). A suo tempo, Aristotele aveva distinto le sostanze prime, ovvero gli enti elementari, dalle sostanze seconde, suddivise in specie e generi. Tanto per capirci, questo tavolo su cui sto scrivendo è una sostanza prima e appartiene alla specie dei tavoli e al genere degli arredi. Quindi l’universale è in qualche modo un raggruppamento. Secondo il nostro linguaggio contemporaneo potrebbe essere anche definito come un insieme di elementi che abbiano alcuni termini importanti in comune. Era evidente che gli universali esistono se non altro come parti del linguaggio e che sono elementi essenziali della logica, ma le questioni poste da Porfirio riguardavano le due contrapposizioni sulla loro realtà e sulla loro materialità e finirono per dividere il mondo filosofico in due scuole di pensiero contrapposte: il realismo e il nominalismo, ciascuna poi distinta nella forma rigorosa e in quella moderata. Il realismo rigoroso è la tesi per cui gli universali sono entità metafisiche, esterne agli enti (oggetti e fenomeni) di cui costituiscono la vera natura. Tale tesi deriva direttamente dalla dottrina Platonica e l’essenza esterna agli enti che li sostanzia dall’esterno è l’idea (eidos). Attraverso i secoli, tale dottrina ebbe nel medioevo il suo maggior sostenitore in Guglielmo di Champeaux, maestro di
39 Materiale e immateriale dalla specie microbica ai prodotti biotecnologici quell’Abelardo, che troveremo altrove. La versione più moderata del realismo, di origine Aristotelica, sostiene che la vera natura, la morfè sta nella materia degli oggetti. Tommaso di Aquino con Alberto Magno fu il più importante sostenitore di questa tesi nel Medioevo, anche se poi riuscì a formulare una tesi che poteva comunque mettere d’accordo realisti e nominalisti. Nel campo del nominalismo troviamo Roscellino di Compiègne che non solo negava che gli universali fossero reali, ma anche che non erano assolutamente conoscibili e utilizzabili. Sempre nominalisti, ma più moderati, Pietro Abelardo e Guglielmo Ockham negavano che gli universali esistessero e informassero gli enti visibili, anche se ne ammettevano la conoscibilità e l’utilità nel linguaggio e nella logica. Infatti, gli universali corrispondono a molti dei sostantivi comuni, che rappresentano una parte essenziale di tutte le lingue. Facciamo un esperimento molto semplice. La frase “a tavola, ho pelato una mela con il coltello”, senza l’uso linguistico degli universali diventerebbe: “a ** ho pelato una ** con un **”, frase che ovviamente non ha alcun significato e che potrebbe servire a comunicare solo mostrando all’ascoltatore lo specifico tavolo e coltello e la specifica mela; ma se uno se l’è mangiata come si fa ad indicarla? In epoca medioevale si indicava la posizione realista Platonica con il termine “ante rem” (prima della cosa) per indicare che la realtà metafisica veniva prima degli enti e quella aristotelica come “in re” (nella cosa) per indicare che la natura metafisica degli enti stava al loro interno e non era da essi svincolabile. Infine, i nominalisti (moderati) ritenevano che gli universali fossero conoscibili dalla ricerca delle caratteristiche comuni dei vari enti che poi vengono raggruppati in un universale. Quindi l’universale viene dopo l’oggetto (post rem). Queste posizioni non sono interessanti solo per la disputa filosofica, ma anche come per capire le posizioni prese poi da biologi di varia estrazione ed epoca relativamente a quello che fu poi chiamato “il problema della specie”, che sarà l’oggetto del prossimo paragrafo. Il Problema della specie l’avvIo del problema fUorI dalla grecIa Le questioni che affollavano i pensieri del giovane Ernst Mayr all’inizio del XX secolo affondano le loro origini in epoche ben precedenti la nascita della disputa sugli universali, che però diede rigore ed una cornice teoretica alle argomentazioni biologiche. Le stesse osservazioni di Mayr indicavano come i popoli primitivi avessero una grande attenzione a riconoscere i tratti di similarità morfologica degli animali e delle piante, raggiungendo così un sistema di classificazione empirico molto funzionale, almeno negli spazi
Gianluigi Cardinali 40 ristretti delle zone in cui veniva messo a punto. Infatti, il raggruppamento delle forme viventi in specie non è particolarmente complesso fino a che il loro numero è sostanzialmente limitato e se si rimane in una zona ristretta. In ogni caso, anche le popolazioni antiche erano convinte che gli animali e le piante fossero raggruppabili in gruppi che oggi chiameremmo specie. Il nome che veniva usato a questo riguardo, nella maggior parte delle lingue, significa “tipo” che peraltro è il significato di species in latino. Poi, gli scienziati di tutto il mondo adottarono la parola species semplicemente perché i testi scientifici erano redatti in latino. Solo più tardi si ebbero le derivazioni più o meno volgarizzate, come l’italiano “specie”, per indicare il raggruppamento di esseri viventi. Per gettare uno sguardo al passato, risulta molto interessante la visione data dal primo libro della Bibbia che avrà un peso determinante sulla questione della comprensione della specie biologica. In Genesi 1, 21 troviamo la descrizione della creazione degli uccelli e degli animali acquatici: Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. La creazione degli animali terrestre è leggermente diversa, ma il raggruppamento in specie resta identico: La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie”. E così avvenne. 25Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie (Gen 1, 24-25). La dizione “secondo la propria specie” ricorre per tutti gli animali, ma nel primo caso viene usato il termine creare, mentre per gli animali terrestri viene usato un verbo ebraico che indica il fare. Curiosamente diversa è la situazione delle piante: E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona (Gen. 1, 12). Nel caso delle piante, non è Dio a creare, ma piuttosto la terra, inoltre la locuzione “secondo la propria specie” non è riferita a chi “fa” o “crea” ma alle piante stesse che producono seme secondo la propria specie. Si tratta, in nuce, del concetto moderno per cui la specie è una comunità di individui collegati in qualche modo dalla propria capacità riproduttiva, che vedremo in seguito. la qUesTIone approda In grecIa Platone pur avendo mostrato scarso interesse per le ricerche che oggi chiameremmo scientifiche1, si è guadagnandosi una cattiva fama in alcuni ambienti filosofici e biologici perché lo si è visto come colui che introdusse l’“essenza” (ousia), attualmente vista in contraddizione sia con l’evoluzione biologica sia con l’importanza dell’individuo. Ne è nata una contrapposizione 1 Platone, Fedone 97a-97b
41 Materiale e immateriale dalla specie microbica ai prodotti biotecnologici fra essenzialisti e anti-essenzialisti (Gaion, 2014), che ricalca non poco la distinzione fra realisti e nominalisti. Le posizioni Platoniche relative alle classificazioni basate per lo più sulle percezioni visive avrebbero alcuni aspetti in comune e darebbero addirittura la base teorica alle così dette “folktassonomie”, di cui si è fatto un gran parlare fra gli anni ’70 del secolo scorso con strascichi giunti fin quasi al presente. È quantomeno curioso che uno dei grandi critici di Platone sia quello stesso E. Mayr, ormai cresciuto e divenuto famoso, che proprio su una classificazione “folk” aveva avuto l’intuizione che la struttura di specie è qualcosa più di una semplice convenzione. Per quanto riguarda la nostra disamina, Platone è importante per aver introdotto un lessico dettagliato che include molti dei concetti usati sin da allora per trattare di questi argomenti e per aver trattato dell’importanza dei nomi nel Cratilo. Anche qui c’è in nuce la questione sui nomi e sul loro essere o meno indicativi della natura dell’oggetto designato, ma se ne tratta anche per la loro necessità ai fini della comunicazione e, quindi, per il loro valore sociale. Interessante notare come l’abbozzo della tassonomia platonica fosse basata su dicotomie che, ovviamente limitavano moltissimo la comprensione di una situazione complessa come gli enti naturali, ma che porta inevitabilmente una suggestione di quanto poi proposto da Willy Hennig più di duemila anni dopo relativamente alla speciazione in cladisitica. La teoria dell’eidos iperuranio ed esterno agli enti di Platone non soddisfaceva il suo allievo Aristotele che non dissentiva relativamente alla presenza dell’essenza, ma riteneva che facesse parte dell’ente stesso, forse per questo fu più interessato ad analizzare anche in dettagli gli animali, quasi a cercare al loro interno i tratti caratteristici dell’essenza. Nel De partibus animalium produce la prima classificazione “completa” degli animali dell’Asia minore e dell’isola di Lesbo secondo una gerarchia di genere e specie che poi fu ripresa e ampliata dalla tassonomia linneaiana molti secoli dopo. Si trattava dell’applicazione biologica della sua suddivisione delle sostanze seconde in categorie di diversi livelli gerarchici in cui ogni genere includeva diverse specie. Notevolissimo il fatto che Aristotele abbia colto la presenza di analogie, ovvero di similarità per funzione, ma che hanno natura diversa. E’ un’anticipazione della moderna differenza fra omologia, ossia similarità derivata da una storia evolutiva, e analogia che è una similarità derivante da diversi possibili fenomeni genetici quali il trasferimento genico orizzontale (HGT)2 e l’evoluzione convergente. 2 Il trasferimento genico orizzontale, in inglese horizontal gene transfer, è il fenomeno per cui materiale genetico viene trasferito da una cellula all’altra con un fenomeno che non implica la riproduzione sessuata o asessuata, si tratta di una specie di “trasfusione di acidi nucleici”. Tipicamente avviene mediante quattro sistemi: a. trasformazione (quando una cellula assume DNA dall’ambiente); b. trasduzione (quando il DNA è veicolato da una cellula all’altra da un virus oda un
Gianluigi Cardinali 48 dal primo quarto del XX secolo che si cominciò ad intuire che i microrganismi non sono piante in miniatura e che hanno un’ontologia complessa a dispetto di morfologie normalmente molto limitate. Alcune caratteristiche intrinseche ai microrganismi rendono la definizione di specie molto più complessa di quella delle piante e degli animali, che pure aveva infiammato la storia della filosofia e della biologia. Per ragioni di spazio ne consideriamo solo tre: la riproduzione asessuata, la natura del ceppo e il trasferimento genico orizzontale (vedi nota 5). Tutti i microorganismi sono cellule totipotenti permanenti che quindi non si differenziano in tessuti, organi e organismi multicellulari come le piante e gli animali. I microrganismi procarioti (Batteri e Archea) sono sprovvisti di nucleo e di organelli e si riproducono in maniera esclusivamente asessuata. I microrganismi eucarioti, che possiamo suddividere per semplicità in funghi, alghe e protozoi, si riproducono sempre in forma asessuata, mentre solo poche forme presentano una forma di sessualità piuttosto primitiva che è più finalizzata ad incrementare il livello di ricombinazione che non alla riproduzione stessa. Infatti, la riproduzione asessuale è di gran lunga più rapida di quella sessuata e quindi garantisce un maggior successo competitivo e – alla lungaevolutivo. Il fatto che ogni microrganismo possa riprodursi in maniera non sessuata significa che le barriere riproduttive alla base del CBS non hanno alcun significato e che ogni cellula potrebbe dar vita ad una nuova specie o ad una nuova variante della specie di partenza. Il clone (o ceppo) microbico è costituito da milioni o miliardi di cellule praticamente identiche derivanti per riproduzione asessuata (quindi senza ricombinazione) da una singola cellula madre. A questo punto che è l’individuo? Non certo la cellula, che se divisa a metà non è più una cellula, ma un ammasso di detriti. Per di più, il fatto di essere tutte copie sostanzialmente identiche implica che la cellula microbica non sia individuabile come singolarità. Potremmo quindi considerare come individuo il ceppo in quanto costituito da cellule identiche, ma diverso (e quindi individuabile) rispetto ad altri ceppi. D’altra parte, il ceppo è suddivisibile in tanti gruppi di cellule identiche e quindi non risulta indivisibile, anzi questa caratteristica è usata nella pratica quotidiana della propagazione dei ceppi. Se quindi la specie-individuo pone seri problemi con piante e animali, la sua applicazione con i microrganismi è ancor più complesso. Infine, abbiamo visto (nota 5) che esistono diversi meccanismi per far transitare il materiale genetico fra specie anche ben diverse di microrganismi. Questo fenomeno riduce ancora l’efficacia del concetto di gruppo separato riproduttivamente (CBS), ma anche la funzionalità della specie filogenetica o cladistica. Brevemente, la filogenesi e la cladistica proposta nel 1961 da Willi Hennig (1966) si propone di usare i dati disponibili per ricostruire la storia filogenetica degli organismi. Ne deriva un “cladogramma” come quello della Figura 1.
49 Materiale e immateriale dalla specie microbica ai prodotti biotecnologici Figura 1. Esempio di cladogramma. Legenda. LCA è il Last common ancestor, ossia la specie ancestrale comune alle specie A, B, C, D ed E del cladogramma. I numeri indicano i nodi ovvero gli eventi di speciazione successiva. L’assunto fondamentale della filogenesi, riassunto nel Principio ausiliario di Hennig, è che la trasmissione del materiale genetico avvenga solo per riproduzione e non per trasferimento genico orizzontale e che inoltre non si verifichino fenomeni di retromutazione e di evoluzione convergente. La presenza di questi tre fenomeni crea rumore di fondo (omoplasia) che rende meno affidabile la ricostruzione. Se ne deve concludere che la specie microbica, con questi caratteri di riproduzione asessuale, mancanza della singolarità degli elementi della specie e trasferimento genico orizzontale, sfugga alle definizioni anche più di quelle di piante e animali su cui si è basata tutta la discussione dipanatasi per secoli. Questo assetto genetico e biologico dei microrganismi ha prodotto una grandissima diversità sviluppatasi in maniera graduale per alcuni miliardi di anni. Tale gradualità delle variazioni avvenute durante l’evoluzione comporta anche una gradualità delle similarità fra i vari microrganismi, tale per cui si instaura un continuum in cui trovare discontinuità è particolarmente difficile e sostanzialmente arbitrario. Questa situazione complessiva rende la questione della specie microbica anche più complessa del problema della specie in genere. In un certo senso, la specie microbica spinge alle massime conseguenze tutte le problematiche relative alla natura ontologica della specie biologica. Va anche considerato che i microrganismi sono la forma biologica più diffusa e presente da più tempo sul nostro pianeta, per cui una definizione di specie che non li comprenda, sarebbe destinata a riguardare solo una minoranza di organismi,
Gianluigi Cardinali 50 evolutivamente molto recenti. Interessante notare che sia Dobzhansky che Mayr, alla fine delle rispettive carriere, abbiano onestamente ammesso che il loro CBS è inadatto per i microrganismi (Mayr, 2000)., aprendo la strada ad una visione più ampia della questione della specie. Le nuove tendenze A suo tempo, Mayr scrisse: “Né il termine classe, né il termine individuo esprimono l’ontologia della specie biologica in maniera soddisfacente. Piuttosto, sembrerebbe necessario introdurre un nuovo termine, al momento non in uso nel repertorio terminologico della filosofia.” (Mayr, 1987). Se questo fuga del tutto l’ipotesi che Mayr sia coinvolto nella teoria della specie-individuo, questa frase evidenzia il fatto che l’ontologia della specie è un problema ancora del tutto aperto e non può essere liquidato come un residuo della disputa sugli universali. Questo stato di indeterminazione teorica ha portato alla fioritura di molte soluzioni più o meno empiriche, che si sono rese necessarie per far fronte ai diversi ambiti pratici relativi alla classificazione tassonomica. Si tratta di tante situazioni, fra cui la tutela della salute, la produzione e protezione degli alimenti, il mantenimento della biodiversità e tutto il comparto dei nuovi prodotti biotecnologici. L’approccio pratico prevalente è tendenzialmente quello pluralista, termine che in questo ambito indica la mancanza di una definizione universale e l’applicazione di criteri diversi a seconda del gruppo biologico di interesse. Si sta profilando una situazione per cui addirittura ogni gruppo tassonomico potrebbe essere definito con sistemi e criteri diversi da quelli adottati per il gruppo tassonomico filogeneticamente più vicino. La situazione si sta spingendo così tanto in questa direzione, che alcune scuole di pensiero propugnano una soluzione radicale in cui il nome di specie sia abolito o al massimo usato solo per una vaga forma di comunicazione. Si tratta della riproposizione della tesi nominalista con in più il supporto tecnologico di grandi ed efficienti database che permettono di studiare ogni singola accessione in maniera singola. Questo modo di pensare non nega l’utilità di raggruppare gli organismi, ma reclama la validità di un raggruppamento effettuato volta per volta sulla base di ciò che serve o che interessasse. In questo senso, gli organismi potrebbero essere raggruppati un giorno sulla base di una qualche molecola che sono in grado di produrre, mentre il giorno successivo si passerebbe al raggruppamento in base alle caratteristiche di interesse medico e così via. Non è difficile intravedere una specie di torre di Babele in cui ognuno agisce a modo suo, con l’aiuto di sistemi di analisi molecolare e analisi dei dati sempre più potenti.
51 Materiale e immateriale dalla specie microbica ai prodotti biotecnologici Non ci sono conclusioni, ma prospettive per il futuro Il rischio è che la tendenza ad agire in maniera sostanzialmente indipendente vada a minare l’effetto positivo esercitato dalla comunità scientifica nel suo insieme, che verrebbe a perdere la sua funzione di controllo e di critica. Peraltro, è prevedibile che i termini tassonomici avrebbero significati diversi anche con un’ipotesi di nominalismo moderato. Quello che più preoccupa è il fatto che questa situazione tende a modificare la ricerca basata su ipotesi scientifiche con una scienza descrittiva basata su analisi sofisticate di dati. Va infatti ricordato che gli universali sono frutto di classificazioni a loro volta basati su teorie esistenti. Proprio il fatto che alcuni enti siano problematici con le classificazioni esistenti è stato il momento di crisi che ha portato a ipotesi e tesi innovative. A mio avviso, vedere nelle classificazioni solo un sistema necessario alla comunicazione, o del tutto inutile, significa non valutarne l’importanza epistemologica per un sano sviluppo delle scienze. Queste riflessioni sono state presentate in un convegno che tratta di materiale e immateriale. Se in passato questi due elementi erano integrati in una dialettica anche dura, ma costruttiva, adesso la predominanza di interesse verso ciò che è materiale, inteso come tangibile, sta spazzando via l’immateriale. In altri termini è come se l’incremento delle possibilità descrittive tipico delle scienze sperimentali degli ultimi decenni abbia tolto ogni interesse verso un’interpretazione che vada “al di là” degli enti stessi. In termini filosofici, questo significa l’abbandono di una prospettiva metafisica e questo per uno scienziato, o almeno per chi scrive, prospetta il rischio di una scienza debole che accetta di essere solo una tecnologia perché l’applicazione e l’utile prevalgono sulla conoscenza. Sarà possibile invertire questa tendenza? L’esperienza della disputa fra gli universali propone la soluzione illuminata di S. Tommaso d’Aquino che vedeva l’universale ante rem, in re e post rem. Tradotto nei termini del nostro tempo, potremo sfruttare al massimo le nostre capacità di comprensione per cercare una metafisica basata sul post rem, tesa a capire la vera ontologia degli enti biologici, ovvero la situazione in re. In questo senso, un passo avanti sarebbe quello di considerare la specie come unità convenzionale con valori accettati di variabilità, ossia di divergenza massima di ogni suo membro dal medoide della specie (l’elemento più centrale della distribuzione) o come massima distanza ammissibile fra elementi della stessa specie. Si tratta quindi di una convenzione senza pretese di significatività ontologica, ma questa soluzione presenterebbe due vantaggi: una corretta comunicazione scientifica, una conoscenza condivisibile fra scienziati. D’altra parte, nessuna unità di misura impiegata in ambito scientifico ha la pretesa di essere migliore o più significativa di altre. Se mai, quello che si chiede ad un’unità è di essere facilmente impiegabile e soprattutto quantificabile. Una volta effettuato questo passo (post rem), si
Gianluigi Cardinali 52 avranno ben più elementi per affrontare l’ontologia vera e propria (in re), che potrà essere auspicabilmente trovata al di là delle convenzioni, ma piuttosto nel rispetto della natura genetica degli enti biologici. Infine, sta alla coscienza di ogni uomo, che aspiri a cercare un senso in quanto è stato descritto, valutare se in questi enti naturali (cioè nati da qualcun altro) ci sia anche la dimensione ante rem. Bibliografia Darwin, C. (1859). The origin of the species. Londra: John Murray. Florenskij, P. (2020). Il significato dell’idealismo. Milano: SE editore. Gaion, R. (2014). “Darwin e la sfida di Platone. Annotazioni in margine al Cratilo e all’Origine delle specie”. Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia, anno 16. https://purl.org/mdd/rino-gaion-03. Hegel, G. (1996). Enciclopedia. Milano: Bompiani. Hennig, W. (1996). Phylogenetic Systematics. Urbana, Chicago: University of Illinois Press. Kupiec J.J., Sonigo, P. (2009). Né Dio né genoma. Milano: Eleuthera. Lamark, J.B.F.A. (1809). Philosophie zoologique. Parigi: Dentu et chez l’Auteur. Lamark, J.B.F.A. (1815). Histoire naturelle des animaux sans vertèbres. Parigi: Verdière. Mayr, E. (1942). Systematics and the origin of Species. New York: Columbia University Press. Mayr, E. (1963). Animal species and evolution. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press. Mayr, E. (1987). Toward a new Philosophy of Biology. Cambridge, Massachusetts: Cambridge University Press. Mayr, E. (1991) One long argument. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press. Mayr, E. (2000). “The Biological Species Concept”. In Species Concepts and Phylogenetic Theory, edited by Q.D. Wheeler and R. Meier, New York: Columbia University Press. Stamos, D.N. (2000). The Species Problem. Lanham: Lexington Books.
la socIologIa vIsUale e glI archIvI foTografIcI. Una prospeTTIva dI analIsI sU ImmagInI e socIeTà Tra maTerIale e ImmaTerIale Uliano Conti*1 Introduzione allo stato dell’arte Tra materiale e immateriale si collocano l’analisi e l’interpretazione delle immagini. In sociologia e in ricerca sociale esse sono la testimonianza tangibile e concreta di fatti e fenomeni sociali e, allo stesso tempo, evocano significati diversi a seconda dei contesti di ricezione e di fruizione, come anche degli attori sociali che le producono e le interpretano. La sociologia visuale è un campo disciplinare ideale per l’analisi degli archivi di immagini, soprattutto se finalizzato allo studio dei fenomeni sociali. Gli archivi di immagini sono materia di lavoro di ambiti come l’archivistica, la biblioteconomia, la semiotica, l’estetica e la scienza delle comunicazioni. Se, da una parte, ognuno di questi campi condivide con gli altri un oggetto di studio, l’archivio appunto, dall’altra parte ciascuno di essi presenta specificità proprie e peculiarità che non stanno tanto nel che cosa, ma soprattutto nel come, ossia nel metodo di indagine. La sociologia visuale analizza gli archivi di immagini come base empirica di ricerca, cioè come fonte secondaria di informazioni e dati sui fenomeni sociali. La costruzione della base empirica è il cuore, la fase centrale di un processo di ricerca che si articola, tradizionalmente, in fasi differenti e in reciproco rapporto. In estrema sintesi, l’analisi dello stato dell’arte e delle lacune, delle contraddizioni, delle aporie, dei soft-spots esistenti, la formulazione della domanda di ricerca, l’individuazione di un oggetto di studio e la sua delimitazione dal punto di vista spaziale e temporale, la preparazione delle tecniche e degli strumenti di indagine, la loro applicazione nella costruzione della base empirica, l’analisi, l’elaborazione dei risultati e delle conclusioni, ossia delle risposte alle lacune che lo stato dell’arte aveva fatto emergere sono, espressi in modo assai schematico e semplificato, i momenti della ricerca visuale. *1 Professore associato di Sociologia generale, Università degli Studi di Perugia, Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione
Uliano Conti 54 In particolare, una ricerca sociologica che fa riferimento a un archivio di immagini come base empirica si colloca non solamente nel campo disciplinare della sociologia, ma in senso più preciso nell’analisi di un contenuto visuale. La sociologia visuale si suddivide, infatti, in due ambiti. La sociologia con le immagini e la sociologia sulle immagini. Al primo ambito fanno riferimento tecniche come la ricerca video-fotografica sul campo, la ri-fotografia e l’utilizzo del foto-video stimolo nelle interviste. Al secondo ambito si riferiscono tecniche come l’analisi del contenuto visuale, sia esso costituito da archivi, raccolte di immagini tratte dai media o da altre fonti (Harper, 2012). Sulla sociologia visuale, e in particolare sulla sociologia con le immagini, pesano ancora oggi l’influenza di una postura intellettuale oggettivista, di matrice positivistica, e la pretesa che ciò che ciò che si vede sia la riproduzione fedele di fatti e fenomeni, dimenticando che ogni immagine è l’esito di selezione, di scelte prospettiche, di profondità di campo, di parzialità espressive e comunicative. Inoltre, il termine visuale nelle scienze sociali si riferisce all’immagine socialmente intesa, ossia esito di un processo di produzione, circolazione, trasmissione, ricezione ed elaborazione semantica, momenti sui quali agiscono fattori socioculturali storicamente specifici. Il termine visivo è utilizzato con riferimento alla percezione, all’atto del vedere. In modo consuetudinario, quindi, si considera la visualità collegata al portato culturale dello sguardo e la visione connessa alla dimensione fisica e percettiva. A ben vedere i confini tra questi due termini, visuale e visivo, si assottigliano e si confondono. In primo luogo, perché alcuni paradigmi delle scienze sociali, come il costruttivismo, sostengono che il significato di ogni azione sociale e, più in generale, ogni elemento che ricade sotto la lente dell’analisi sociologica sia da intendersi come socialmente costruito (Harper, 2012; Margolis, Pauwels, 2011). In secondo luogo, perché il progresso che coinvolge le tecniche e gli strumenti di ricerca è tale che oggi è possibile analizzare le percezioni umane e il loro funzionamento neurofisiologico nella misura in cui esse agiscono sul comportamento. Gli studi neurofisiologici sulle immagini e sui neuronispecchio di Pinotti e Somaini (2016) in tale prospettiva rappresentano, allo stesso tempo, un ambito di studio originale e una sfida agli assunti fondamentali della sociologia e della ricerca sociale, cioè alla considerazione analitica per l’azione che la struttura sociale esercita sugli attori (Ferrarotti, 1988). In relazione alla storia della sociologica e della ricerca sociale, quando si considera l’analisi del contenuto visuale si possono individuare differenti sfere di studio e ricerca. Un primo grande ambito di studio e ricerca riguarda gli archivi di immagini propri delle grandi industrie del Novecento (Strangleman, 2013; Ferrarotti, 1988). Ford, Thyssen Krupp, General Electric e altre grandi organizzazioni produttive conservano vaste collezioni di immagini che testimoniano la storia e l’evoluzione della produzione e del consumo. Il secondo filone di ricerca guarda alle raccolte di immagini tratte dai media,
55 La sociologia visuale e gli archivi fotografici analizzate per studiare le tematizzazioni e le rappresentazioni mediali. In tale prospettiva, l’esempio classico riguarda l’analisi di Goffman (1976) delle pubblicità nella carta stampata: le pubblicità di superalcolici rappresentano e contribuiscono a riprodurre norme di rapporti tra i generi che privilegiano gli uomini rispetto alle donne. Una terza strada considera il caso in cui la fonte delle immagini non è un medium o una grande organizzazione, ma un singolo attore, ad esempio si analizzano come contenuti visuali le immagini degli album fotografici di famiglia (Bourdieu, 1965), come anche della comunicazione mediata dal computer, prendendo in considerazione i social network come contesto di espressione degli attori sociali (Zuev, Bratchford, 2020). A questi tre ambiti si aggiunge una quarta sfera costituita dalle immagini di sorveglianza delle telecamere di sicurezza, CCTV, video a circuito chiuso studiate, in particolare, da alcune prospettive innovative come la video data analysis di Collins (2020). Questa arbitraria suddivisione può essere concepita diversamente: ogni contenuto visuale raccolto e categorizzato dagli attori sociali costituisce un’informazione utile per la ricerca sociale. Quando tali informazioni sono ordinate in base un criterio che le renda confrontabili nel tempo e nello spazio si può parlare di dato. In tal senso, gli archivi, grazie al fatto che ordinano informazioni e contenuti, sono fonti di dati visuali, non meramente di informazioni. La metodologia visuale. Come analizzare un archivio di immagini. Il caso Acciai Speciali Terni – AST Per approfondire le argomentazioni citate può essere utile considerare un caso specifico: l’archivio di immagini di Acciai Speciali Terni1. Questo archivio, collocato in un edificio vicino al sito produttivo siderurgico di Terni, in viale Brin, raccoglie decine di migliaia da fotografie in formato di stampe, vetrini fotografici, video. Le fotografie stampate sono raccolte in decine di album che coprono un arco temporale che va dagli anni Venti agli anni Ottanta del secolo scorso. Il processo di indagine inizia con la descrizione della base empirica. Si tratta di migliaia di fotografie contenute negli album e altrettante presenti nei classificatori tra stampe e vetrini fotografici. È stato visionato tutto l’archivio digitale, di circa 14.000 immagini, e tutto l’archivio fotografico contenuto nei circa 120 album. In tutti gli album sono contenute circa 30.000 fotografie, parte delle quali digitalizzate. Questa base empirica può essere ordinata in modo tassonomico (per, autore, tema, etc.) o in ordine cronologico, secondo la data di realizzazione. I punti di vista analitici possono essere molteplici, come anticipato, dall’estetica all’archivistica, ma sociologia e ricerca sociale 1 Si ringrazia Valeria Sabbatucci Ph.D., Archivio Storico, Direzione Risorse Umane di Arvedi AST Acciai Speciali Terni.
Uliano Conti 56 sembrano chiavi di lettura privilegiate, dal momento che permettono di interpretare il mutamento sociale a partire dalle fotografie. Dal punto di vista metodologico, la prima fase dell’indagine consiste nella categorizzazione delle fotografie. Si tratta di un lungo lavoro di visione del materiale, assegnando ogni fotografia a una categoria. Si tratta di un percorso grounded, cioè che parte dal dato in modo puramente induttivo secondo la proposta metodologica di Glaser e Strauss (1999). In primo luogo, si osservano i singoli elementi della raccolta di immagini, al fine di elaborare una categorizzazione provvisoria. Tale operazione di codifica, infatti, procede gradualmente nel ricondurre ogni immagine a una categoria. Inizialmente le categorie saranno molte e si ridurranno nel corso del processo di codifica. Ogni assegnazione deve essere esaustiva e mutuamente esclusiva. Una volta che si sono individuate le categorie alle quali ricondurre tutte le immagini, è necessario stabilire rapporti tra le categorie, individuando ad esempio sottocategorie e collegando, attraverso un lavoro concettuale, le categorie tra loro. La fase successiva poi, in sintesi, consiste nell’elaborazione teorica, cioè nell’interpretazione sociologica delle categorie e dei loro rapporti (Mills, 1959). Nell’archivio visuale AST si possono individuare tre macro-categorie di immagini. Grande parte di esse riguarda aspetti tecnici della produzione industriale, cioè immagini delle fasi di produzione dell’acciaio, delle prove di resistenza e di altri aspetti caratteristici del metallo. Gli aspetti tecnici, seppur non immediatamente collegati al campo sociologico, hanno comunque una rilevanza in relazione alla collocazione della tecnica, intesa come capacità umana di modificare il mondo circostante, nella società (Sennet, 2008). In secondo luogo, una parte consistente dell’archivio riguarda la costruzione delle macchine e degli impianti siderurgici, la loro manutenzione e la loro ristrutturazione e i lavori effettuati sulle strutture. Un terzo insieme di fotografie concerne gli attori sociali: operai, maestranze, dipendenti e dirigenti nel corso del tempo, visti attraverso i loro rapporti sociali, le occasioni di svago, i momenti di lavoro, l’associazionismo, l’edilizia operaia, le pause nelle mense. Questo ultimo gruppo tematico presenta, in modo evidente, i nodi maggiormente interessanti dal punto di vista sociologico. Le fotografie rappresentano un periodo particolarmente significativo, cioè la società italiana tra gli anni Venti del Novecento e il secondo Dopoguerra. Dagli anni Trenta sono realizzate moltissime immagini che riguardano la vita in fabbrica, il dopo-lavoro, le vacanze organizzate dalla proprietà industriale, le adunanze e le riunioni politiche. In particolare, a causa dell’enfasi della propaganda del regime fascista sulla produzione industriale, sulla coesione negli ambienti lavorativi, sulla figura degli operai e degli impiegati inquadrati nelle fila del regime, questo periodo storico contribuisce alla realizzazione di moltissime immagini, in numero molto maggiore rispetto ad altre stagioni, proprio. Sono gli anni durante i quali la propaganda coinvolge tutti gli attori sociali,
57 La sociologia visuale e gli archivi fotografici dai lavoratori ai dirigenti, dalla fabbrica all’agricoltura, dal cittadino comune all’uomo politico: la propaganda mirava a inquadrare ogni aspetto della vita quotidiana degli attori all’interno della cornice retorica e semantica del fascismo (Fig. 1). Figura 1. Un gruppo di dipendenti dell’Acciaieria posa formando una piramide umana, salutando con il saluto romano, come voleva la propaganda fascista. La razionalizzazione industriale e la comunicazione della dittatura si uniscono nella rappresentazione fotografica. L’iniziale categorizzazione in tre grandi macro-aree può essere raffinata. In particolare, la terza categoria presenta molteplici sotto-categorie, definibili come segue: — Immagini di operai al lavoro, — immagini dell’Opera nazionale dopo-lavoro – OND, — immagini di momenti di ciò che si potrebbe definire Welfare aziendale, come quelle riferite all’assistenza sanitaria, alle mense e all’edilizia operaia, — immagini di folla, riunioni e adunanze politiche e propagandistiche.
Uliano Conti 64 e possono essere lette grazie a una postura cognitiva interpretativista, e non oggettivista, che rimanda alla prospettiva della sociologia qualitativa. Le fotografie oltrepassano la dimensione unicamente descrittiva e sono interpretabili in relazione alle analisi che propongono Benjamin e Kracauer. I due studiosi tedeschi analizzarono i cambiamenti successivi alla razionalizzazione industriale e alla tecnicizzazione degli ambienti di vita, come anche le conseguenze della diffusione della fotografia e del cinema in Europa. In particolare, i risultati dell’indagine concernono le trasformazioni sociali dei primi decenni del Novecento e le testimonianze che hanno lasciato nell’archivio ternano di Acciai Speciali Terni. Esse riguardano i processi di tecnicizzazione industriale e di razionalizzazione della vita, processi che hanno ridefinito la forma della società e della libertà sino a oggi (Giaccardi, Magatti, 2022). In altre parole, nei primi decenni del Novecento si concretizzano in Europa le conseguenze della tecnicizzazione industriale europea del secolo precedente. Dalle fabbriche il predominio della tekne su ogni aspetto dell’umano esce e colonizza tutti gli spazi di vita quotidiana: nella visione pioneristica di Benjamin e Kracauer la nuova esperienza della modernità tecnicizzata e razionalizzata passava attraverso l’iperstimolazione sensoriale nelle fabbriche e nelle città, lo stordimento, lo choc sugli attori sociali, l’accerchiamento delle immagini e dei media, il decadimento dell’aura culturale del passato. La proposta dei due studiosi tedeschi, all’alba delle dittature fascista e nazista, era teoretica e, dal punto di vista disciplinare, si collocava tra la filosofia e la sociologia: da un punto di vista complessivo, l’archivio visuale AST costituisce una testimonianza del cambiamento della produzione tecnicizzata, della razionalizazzione del lavoro e della vita sociale, e, più in generale, della nuova Erfahurug del Novecento al sorgere delle dittature europee. Le novità nel campo culturale, la decadenza dell’aura, l’emergere e l’affermarsi della massa come attore e pubblico, destinatario dell’iperstimolazione sensoriale dei media fotografia e cinema delineano un nuovo orizzonte societario. L’attore sociale massa, coinvolto in una nuova e radicale trasformazione, si trova come “sotto-choc”, aprendo il campo al bisogno di sicurezza e alla limitazione delle proprie libertà. Bibliografia Benjamin, W. (1936). “Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit.” Zeitschrift für Sozialforschung 5(1): 40-66. Trad. it. Benjamin, W. (1983). Das Passagen-Werk, Suhrkamp, Frankfurt am Main. Trad. it. Benjamin, W. (2000). Opere Complete, IX, I «passages» di Parigi. Torino: Einaudi. Bourdieu, P. (1965). Un art moyen. Essai sur les usages sociaux de la photographie. Parigi: Ed. de Minuit. Collins, R. (2020). “Theorizing the time-dynamics of violence”. Violence: An
65 La sociologia visuale e gli archivi fotografici International Journal, 1(1), 166-184. https://doi.org/10.1177/2633002420907768. Desideri, F. a c. di. (2011). L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Tre versioni (1936-1939). Roma: Donzelli. Ferrarotti, F. (1988). La sociologia alla riscoperta della qualità. Roma-Bari: Laterza. Giaccardi., C., Magatti, M. (2022). Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà? Bologna: il Mulino. Glaser, B., Strauss, A. (1999). Discovery of Grounded Theory: Strategies for Qualitative Research. Londra: Routledge. Goffman E. (1976). Gender Advertisements. Londra: Globe Press. Harper, D. (2012). Visual sociology. Londra: Routledge. Kracauer, S. (1962). Teoria del Film. Milano: Il Saggiatore. Kracauer, S. (1980). Gli impiegati. Torino: Einaudi. Kracauer, S. (1982). La massa come ornamento. Napoli: Prismi. Margolis E., Pauwels, L. a c. di. (2011). The Sage Handbook of Visual Research Methods. Londra: Routledge. Mills, C.W. (1959). The Sociological Imagination. Oxford: Oxford University Press. Papuli, G., Covino. R. (1998). Le acciaierie di Terni. Perugia: Electa Editori Umbri Associati. Pinotti, A., Somaini, A. (2016). Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi. Torino: Einaudi. Portelli, A. (2023). Dal rosso al nero. La svolta a destra di una città operaia. Roma: Donzelli. Sennet, R. (2008). The Craftsaman. New Haven, Connecticut, U.S.: Yale University Press. Strangleman, T., Rhodes, J., Linkon, S. (2013). “Introduction to Crumbling Cultures: Deindustrialization, Class, and Memory”. International Labor and Working-Class History, 84:7-22. doi:10.1017/S0147547913000227 Touraine, A. (1997). Pourrons-nous vivre ensemble?. Parigi: Fayard. Zuev, D., Bratchford, G. (2020). “Methodologies of Visual Sociology” In Visual Sociology: Practices and Politics in Contested Spaces, edited by D. Zuev and G. Bratchford, 23-51.
In margIne alla demaTerIalIzzazIone delle rappresenTazIonI carTografIche Fabio Fatichenti*, Gino Filippo Massetti* Introduzione Il rapporto tra la cartografia e i numerosi ambiti scientifici e della vita quotidiana che possono avvalersi del suo prezioso supporto (per es. l’urbanistica e la pianificazione territoriale, ma anche le scienze ambientali e l’ecologia, la difesa militare e la protezione civile, la storia e l’archeologia, la sociologia e la demografia, l’economia e le scienze turistiche ecc.) è senza dubbio complesso e arduo da delineare esaustivamente nello spazio in questa sede disponibile. Ci si limiterà pertanto a formulare alcune specifiche considerazioni sul rapporto tra cartografia e geografia, le discipline senza dubbio più direttamente collegate (per secoli, infatti, il geografo si è identificato nel cartografo, in ordine al fine della geografia di situare località, identificare percorsi, calcolare distanze)1. Alla metà del secolo XIX, tuttavia, ormai conclusa l’epoca delle grandi esplorazioni, con l’avvento della geografia moderna l’attività di misurazione scientifica della Terra (la cartografia) avrebbe dovuto intraprendere un percorso autonomo, svincolandosi dalla geografia, disciplina sempre più orientata ad assumere un ruolo propositivo-applicativo e mirato alla risoluzione degli squilibri territoriali (Fatichenti, 2011). Tuttavia, ciò non solo non si è verificato, anzi il rapporto fra le due discipline sembra persino rafforzato, come tenteremo di illustrare con considerazioni attinenti sia all’evoluzione tecnologica, sia all’importanza sempre crescente della rappresentazione spaziale nel mondo contemporaneo. * Università degli studi di Perugia, Dipartimento di Lettere – Lingue, letterature e civiltà antiche e moderne. Il testo è frutto di un lavoro di riflessione comune. Nella stesura, a G. F. Massetti si devono attribuire il primo e il secondo paragrafo, a F. Fatichenti il terzo e il quarto. 1 Su questo tema la letteratura è notoriamente vastissima e impossibile da riportare anche solo parzialmente: per un volume relativamente recente che raccoglie un significativo corpus di contributi “classici” corredati da saggi di aggiornamento si veda Dodge (2011) su come poi i progressi tecnologici abbiano trasformato il rapporto tra geografia e cartografia si veda per es. Crampton (2009).
Fatichenti, Massetti 68 In effetti, ad aver rivoluzionato il rapporto tra geografia e cartografia è stato senza dubbio l’avvento di tecnologie come i Sistemi Informativi Geografici (GIS), il telerilevamento satellitare e la geolocalizzazione, che consentono da tempo di integrare dati geografici e rappresentazioni cartografiche e di formulare, di conseguenza, analisi complesse e visualizzazioni dinamiche capaci di andare ben oltre la cartografia tradizionale (Favretto, 2021). La geografia fornisce i dati e i modelli teorici, mentre la cartografia trasforma le informazioni in strumenti operativi: per es., l’uso diffuso dei GIS in pianificazione urbana, nella gestione delle risorse naturali e nella mitigazione dei disastri attesta senza dubbio il rafforzamento di questo legame. Grazie poi alle nuove tecnologie la cartografia ha acquisito una quantità di dati senza precedenti, dei quali la geografia si serve per studiare fenomeni ambientali, climatici e sociali. Per es. i dati satellitari, come quelli forniti da Landsat o Copernicus, consentono analisi dettagliate su scala globale e locale, rafforzando l’interdipendenza tra le due discipline. Un ulteriore fronte di collaborazione consiste nella fase applicativa mirata alla risoluzione di problemi come la pianificazione urbana, la gestione del territorio, il cambiamento climatico e la sostenibilità, per affrontare i quali la cartografia ha sviluppato strumenti specifici come carte tematiche, modelli tridimensionali e rappresentazioni interattive, capaci di supportare decisioni politiche e operative. L’uso delle mappe come strumenti di analisi e previsione risulta a tutti gli effetti una dimostrazione del rafforzamento di questa collaborazione (Lodovisi, Torresani, 2005). La larghissima disponibilità di dati geolocalizzati (dati GPS, informazioni raccolte dai social media, sensori IoT) ha reso dunque la cartografia indispensabile per organizzare, rappresentare e interpretare dati e informazioni; la geografia, nello stesso tempo, fornisce il quadro teorico per comprendere i fenomeni che da essi emergono. L’avvento poi delle mappe interattive e delle applicazioni basate su dati geografici – per es. Google Maps, OpenStreetMap e altre piattaforme digitali – dimostra come la cartografia non sia più una semplice rappresentazione statica, ma un sistema dinamico del quale la geografia si avvale per analisi più rapide e diffuse, con un impatto che va dalla ricerca scientifica alla didattica e all’uso quotidiano. Nuove prospettive epistemologiche derivano infine dalla crescente importanza che nell’era della globalizzazione e dei “big data” assume la visualizzazione di dati per l’interpretazione di fenomeni complessi, laddove le mappe non costituiscono solo strumenti di rappresentazione, ma anche mezzi per individuare relazioni e modelli altrimenti complessi da definire. In sintesi, l’attuale rafforzamento del rapporto tra geografia e cartografia è fondato principalmente su una convergenza di fattori tecnologici e applicativi. Il legame tra le due discipline non si è interrotto perché esse, pur avendo seguito percorsi autonomi, continuano a essere reciprocamente necessarie: in
69 In margine alla dematerializzazione delle rappresentazioni cartografiche passato, le mappe erano strumenti prevalentemente descrittivi, mentre oggi sono impiegate anche per fare previsioni, simulazioni e analisi strategiche. Geografia e cartografia continuano dunque a operare congiuntamente per costruire scenari futuri (per es. modelli di urbanizzazione, migrazione o impatti climatici), al pari di come la formulazione di progetti di ricerca relativi all’analisi spaziale (disuguaglianze sociali, pianificazione delle infrastrutture ecc.) richiede un’interazione stretta tra competenze geografiche e cartografiche. Radici materiali… La cartografia tradizionale, basata su supporti fisici (pietra, pelle, tela, carta…), ha una storia plurimillenaria perché l’uomo in ogni epoca ha sempre avvertito la necessità, per molteplici ragioni (per es. orientamento, curiosità, creatività, organizzazione della complessità ecc.), di rappresentare in forma grafica percorsi e territori. Le rappresentazioni cartografiche sono penetrate, fin dal Medioevo, nell’immaginario collettivo, anche quale strumento di controllo e potere: Stati, regni, imperi hanno sempre avuto particolare attenzione nel delimitare con precisione, tramite mappe, i confini territoriali, nella convinzione che ciò che si può materialmente rappresentare su una mappa si può anche possedere. Le carte, dunque, assurgono a strumento di potere, di influenza anche ideologica e di costruzione di identità (in tal senso, basti pensare all’importanza di questi aspetti nei due principali scenari bellici attuali – Ucraina e Palestina – per capire la profonda importanza che hanno sempre avuto le rappresentazioni del territorio). A partire dal Settecento la mappa diviene progressivamente un prodotto scientifico, pur tuttavia sempre viziato da quei difetti insanabili che la stessa definizione di carta, così come riportata in tutta la manualistica, tuttora mette in evidenza: la carta geografica può dirsi infatti una rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica della Terra nel suo complesso o di parti di essa. Ridotta perché, essendo impossibile mantenervi le distanze e le superfici reali, occorre che queste vengano appunto ridotte secondo un rapporto tra le lunghezze sul disegno e quelle ad esse corrispondenti sul terreno (tale rapporto di riduzione prende il nome di scala, elemento che deve essere presente in ogni carta). Approssimata perché la superficie terrestre è curva e pertanto non potrà mai essere rappresentata su una superficie piana senza modificare i rapporti di distanza fra i singoli punti: è questo il motivo che spiega al riguardo il ricorso alle cosiddette proiezioni cartografiche (ottenibili sviluppando su un piano le superfici laterali di un cilindro o di un cono) che, pur capaci di attenuare o evitare alcune alterazioni, finiscono però inevitabilmente per produrne altre (la trasformazione geometrica richiesta per rispettare le superfici altera infatti inevitabilmente gli angoli ed è pertanto impossibile realizzare una mappa che
Fatichenti, Massetti 70 sia a un tempo conforme ed equivalente). Di conseguenza, ogni proiezione rappresenta sulla carta ciascun territorio con specifiche forme e superfici, talora anche molto differenti fra loro a seconda del tipo di proiezione adoperato. Al riguardo, la proiezione di Mercatore altera le dimensioni delle aree del pianeta a tutto vantaggio di quelle più vicine ai poli: di conseguenza il Sud del mondo – in particolare l’America meridionale e l’Africa – finisce per assumere superfici estremamente ridotte rispetto a quelle reali, risultando territorialmente “meno importante” allo sguardo di un profano. A questa cartografia, ritenuta “un esempio dell’universalizzazione di canoni cartografici eurocentrici” (Boria, 2007, p. 13), sono state contrapposte altre carte – per es. negli anni Settanta del secolo scorso quella del tedesco Arno Peters – mirate a sostituire le rappresentazioni degli spazi mondiali che sino ad allora avevano privilegiato le aree più ricche del Pianeta (Peters, 1988). Anche queste produzioni sono però contraddistinte da difetti, laddove le aree prossime ai poli risultano troppo schiacciate (a fronte del recupero dell’equivalenza si perde la conformità). Se le rappresentazioni sono alterate, può sorgere il dubbio che le carte possano mentire… Mentire forse no, però è senza dubbio comprensibile l’obiezione di chi ne sottolinea la “parzialità”, laddove le carte sono comunque legate agli interessi o quanto meno al punto di vista del committente o dell’autore (i quali possono scegliere cosa rappresentare di un territorio e ciò che omettere). Ai giorni nostri si può affermare che la rappresentazione del territorio assume un valore funzionale alle politiche di gestione del territorio, più che, come nel passato, a logiche di potere. Come si è poco sopra accennato, dagli anni Ottanta del secolo scorso l’innovazione tecnologica ha comportato per la cartografia un radicale rinnovamento, grazie in particolare ai progressi della fisica, dell’elettronica e della fotografia digitale. L’impiego dei satelliti artificiali ha aperto la strada al monitoraggio e al costante aggiornamento dei dati territoriali e raffinate soluzioni tecniche sono state approntate per la restituzione delle riprese, con notevoli progressi nella descrizione e interpretazione dei fenomeni fisicobiologici e antropico-economici. In sintesi, nuovi scenari si sono aperti, consentendo il passaggio da una cartografia statica e di rapida obsolescenza a un’altra sempre aggiornata e preziosa in special modo per la pianificazione territoriale. … e rivoluzione immateriale A rivoluzionare il mondo della cartografia sono stati in particolare i GIS (Geographic Information Systems), cioè sistemi informatici – oggi di larghissimo impiego, in ambito pubblico e privato, per scopi di studio e ricerca, così come di pianificazione e marketing – mirati a raccogliere, elaborare e analizzare dati georeferenziati.
71 In margine alla dematerializzazione delle rappresentazioni cartografiche A seguito poi del potenziamento di Internet non si può fare a meno di menzionare l’inestimabile apporto derivato dall’impiego di Google Earth, un software che genera immagini virtuali della Terra utilizzando foto satellitari e aeree e dati topografici memorizzati in una piattaforma GIS. Se si è in possesso di opportune conoscenze sulle differenti culture e tecnologie che nelle varie regioni del mondo sono sottese all’organizzazione territoriale e all’utilizzazione del suolo, tale strumento offre allo sguardo straordinarie opportunità di comparazione, riflessione e analisi (si veda in Google Earth lo strumento di visualizzazione Timelapse, che consente di visualizzare come è cambiata la superficie del Pianeta fra il 1984 e il 2022). Il rapporto tra cartografia tradizionale e prodotti derivati dalle nuove tecnologie rivela una profonda trasformazione nel modo in cui l’umanità percepisce e rappresenta lo spazio geografico, nonché come con esso interagisce. L’evoluzione delle mappe da fisiche a digitali/virtuali mette in luce un dialogo costante tra il materiale e l’immateriale, con relativi peculiarità, vantaggi e limitazioni. Si tratta di un’autentica rivoluzione, da considerare sotto vari aspetti: tecnologico, sociale, culturale, economico. Sul piano tecnologico andrà detto che prima dell’era digitale le mappe venivano realizzate e aggiornate manualmente, con notevole dispendio di tempo e risorse. L’introduzione di tecnologie GIS e GPS (Global Positioning System) ha permesso di automatizzare e affinare la produzione cartografica, rendendola più precisa e dettagliata. Senza contare la rapidità: oggi, software avanzati permettono di aggiornare in tempo reale le mappe digitali, integrando dati continui che vanno dalle condizioni del traffico alla meteorologia, senza trascurare la modificazione delle infrastrutture. Sul piano sociale, poi, Internet ha democratizzato l’accesso alle mappe. Piattaforme come Google Maps e OpenStreetMap consentono a chiunque l’accesso a mappe dettagliate di buona parte del pianeta: ciò ha sancito una netta cesura rispetto al passato, quando le mappe stampate erano risorse costose e non sempre aggiornate. Vi è anche da sottolineare un impatto culturale, laddove grazie al digitale il ruolo delle mappe nella società è mutato: esse ora non sono più strumenti per soli viaggiatori e geografi, ma parte integrante della vita quotidiana di milioni di persone (ad esempio, le app di navigazione sono divenute essenziali per la mobilità). La cosiddetta cartografia partecipativa, inoltre, ha permesso a comunità di tutto il mondo di contribuire attivamente alla creazione di mappe promuovendo un senso di appartenenza e di comunità tra gli utenti. Le carte così prodotte non si limitano a mostrare gli oggetti geografici presenti sul territorio, ma tendono anche a far emergere i bisogni di una collettività e le percezioni del luogo nel quale la stessa risiede2. Sul piano economico andrà infine registrato il radicale 2 A titolo dimostrativo si vedano al riguardo, fra un’ampia casistica, gli esempi riportati nel sito http://www.mappadicomunita.it/ (ultima consultazione 30.12.2024).
Fatichenti, Massetti 72 cambiamento per l’industria della cartografia determinato dall’avvento della digitalizzazione, con in aggiunta la comparsa di nuovi attori come Google e Apple, subito diventati dominanti nel settore. In definitiva, la transizione digitale – autentica rivoluzione – trasformando le mappe da semplici rappresentazioni bidimensionali dello spazio a strumenti interattivi e personalizzabili esprimenti la complessità e la dinamicità del mondo reale si è rivelata capace di apportare assoluti vantaggi. Per contro, non andranno trascurate le preoccupazioni relative a privacy e sicurezza per l’enorme mole di dati e informazioni acquisiti sugli utenti. È inevitabile pertanto domandarsi quale potrà essere il rapporto tra cartografia tradizionale e cartografia digitale; in altre parole, l’avanzamento della tecnologia digitale renderà obsoleta la mappa materiale o amplierà il raggio d’azione della cartografia, integrando le dimensioni materiale e immateriale? Non è facile rispondere al quesito – non dimentichiamo fra l’altro che la transizione digitale è iniziata relativamente da poco – ma nel tentativo andrà premesso che oltre alle funzioni di orientamento, esplorazione e appropriazione la mappa materiale possiede significati simbolici e culturali. La stessa vetustà – per la quale erroneamente siamo talora portati a ritenere inutile una carta del passato – la rende un bene culturale, un documento storico capace di attestare conoscenze, tecniche di rappresentazione e visioni dell’epoca di riferimento. Figura 1. Giovanni Antonio Magini, Umbria, overo Ducato di Spoleto (1601-1607).
73 In margine alla dematerializzazione delle rappresentazioni cartografiche Pensiamo alla cartografia storica. La carta seicentesca di Giovanni Antonio Magini Umbria, overo Ducato di Spoleto non è una carta scientifica e pur abbandonando definitivamente la tradizione medievale soffre ancora di limiti evidenti: su tutti, i livelli di scala – piuttosto piccola – e una rappresentazione del territorio alquanto approssimata. Ma è comunque documento di eccezionale valore storico-geografico, per due ragioni: anzitutto perché con il termine Umbria raffigura solo la porzione sud-orientale della nostra regione, cui faceva da contraltare, in riva destra del Tevere, la Tuscia3; in secondo luogo, questa carta attesta la “fortuna” di una particolare denominazione territoriale – Ducato di Spoleto – destinata a scomparire del tutto soltanto nel XIX secolo (se cioè il Ducato vero e proprio aveva cessato di esistere nel 1198, la mappa attesta che la tradizione longobarda, in questa parte d’Italia, quattro secoli dopo era ancora viva, configurandosi fattore d’identità culturale e politica). Si è poi detto che le mappe tradizionali presentano intrinseche limitazioni in termini di aggiornabilità, condivisione e interattività. Oltre infatti ai poco sopra citati difetti “da manuale”, quelli cioè in ordine a riduzione e approssimazione, le carte sono anche state sempre rimproverate per la loro morfostaticità, ovvero la caratteristica di fissare/cristallizzare alla data della loro realizzazione ciò che non è fisso, ma in costante mutamento, ovvero il processo di organizzazione spaziale attuato dall’uomo. La digitalizzazione non supera i due difetti strutturali (approssimazione e riduzione), risolve invece quello relativo alla sua fissità. Ma la fissità non è sempre un difetto: anzi, se consideriamo i molteplici possibili impieghi delle carte (militare, politico-amministrativo, pianificatorio, scientifico-culturale, turistico, didattico) ve ne sono alcuni che possono trarre dalla fissità vantaggi non trascurabili, ovvero quello dell’indagine geograficostorica (e di conseguenza, a seguire, quello didattico). Ed è in particolare alle carte topografiche che andrà riconosciuto il non trascurabile pregio di risultare indubbiamente le più funzionali alla lettura interpretativa del paesaggio. A titolo d’esempio, la carta topografica d’Italia in scala 1:25.000 dell’IGMI (2004), con il vantaggio derivante da una scala media, dalla seconda metà del secolo XIX ha rappresentato e tuttora costituisce una fonte informativa preziosa di tutti gli elementi del territorio (morfologia, idrografia, vegetazione, 3 Ciò rispecchia il dualismo che sin dall’antichità ha sempre contraddistinto il territorio regionale (la cui attuale delimitazione si è perfezionata solo nei primi decenni del secolo XX): da un lato l’area occidentale rispetto al Tevere, terra degli Etruschi, dall’altro lo spazio orientale, terra di popolazioni italiche e in primo luogo degli Umbri. Il termine Umbria fa per la prima volta la sua comparsa con la divisione augustea, che lo attribuisce alla sexta regio, ovvero quel vasto territorio imperniato sull’asse della Flaminia, esteso da Otricoli all’Adriatico (esclusa Norcia, inserita nel Sannio) e comprensivo del Casentino (oggi toscano) e dell’Ager gallicus tra Rimini e Ancona (Fatichenti, 2024).
Di Michele, Gammaitoni, Botrè, Menegazzo, Signoretto, Cluni, Gusella, Liberotti 80 conservazione e alla salvaguardia di tali elementi architettonici dei quali è necessario però in una prima fase analizzare le caratteristiche. Partendo dai materiali, negli apparati decorativi si impiegano da secoli materie umili quali stucchi, gessi e malte idrauliche a base di calce. Tali elementi, utilizzati come sostituti del marmo e altri materiali lapidei ben più pregiati, presentano al grezzo uno scarso valore economico (Griffo e Ganazzoli, 2015). Figura 1. Il distacco del capitello lapideo nella Basilica di Santa Croce di Firenze che ha causato nel 2017 la tragica morte di un turista spagnolo. Repubblica. Web. ottobre 2017. <https://firenze. repubblica.it/cronaca/2017/10/19/news/firenze_cade_cornicione_a_santa_croce_c_e_una_vittima-178731966/>. Successivamente, è la mano degli artigiani e degli artisti a trasformare una tecnica tradizionalmente povera in un’arte raffinata, distinta, connotandola con un valore «immateriale» ben più alto rispetto al mero valore sostanziale. Preservare questi elementi architettonici rappresenta dunque un dovere sociale e culturale che va ben oltre il mero mantenimento fisico dell’integrità dei manufatti e che attiene anche alla salvaguardia della vita umana. Purtroppo, come insegna tristemente la cronaca, danneggiamenti, distacchi e conseguenti cadute di elementi decorativi (Figura 1) sono causa di danni a cose e persone, finanche – talvolta – di fatalità. Eppure, intorno agli ornamenti e agli apparati decorativi non esiste a oggi una vera e propria letteratura tecnica e il problema della loro sicurezza strutturale viene ancora sottovalutato. Uno scenario testimoniato dalle review dello stato dell’arte e dalle linee guida proposte a diverso titolo dalla SIRA, Società Italiana per il Restauro dell’Architettura (SIRA, 2023; Biscontin e Driussi, 2001). Questi sono gli aspetti propedeutici alla definizione di una strategia di intervento opportuna, presentata nelle sezioni successive, che attraverso propositi concreti, in via di sviluppo, e l’avvio delle prime fasi operative apre spiragli futuri per lo sviluppo di tale ricerca.
81 Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei Apparati decorativi e architettura In una prima fase è stato necessario condurre un’anamnesi, atta a raccogliere l’insieme di elementi, motivi, apparati ornamentali apposti a una architettura, comunemente definiti ‘stucchi’. Un’approfondita e ampia ricerca storicoiconografica è stata condotta ma per motivi di spazio non potrà essere riportata in modo esaustivo nel presente contributo. In primo luogo, però, per meglio inquadrare il tema risulta necessario ricorrere alla definizione enciclopedica ed esplicativa del suddetto termine (Gierlichs, 2000): «stucco. Si riferisce alla decorazione a rilievo della superficie parietale o alla configurazione del dettaglio architettonico…ha come principali componenti il gesso e la calce, mescolati tra loro in diverse proporzioni e con eventuale aggiunta di altre sostanze…». Una descrizione che ben rimarca quante tipologie di apparati decorativi possano essere ricomprese in questa categoria e pone una riflessione sul patrimonio storico, e in particolar modo quello italiano, nel quale le superfici architettoniche sono parte integrante della sintassi compositiva degli edifici stessi. Tali elementi decorativi – come emerso dalla ricerca - in varie epoche e luoghi, da nord a sud d’Italia, hanno contribuito a caratterizzare diverse correnti artistiche. Basti pensare al barocco siciliano (Figura 2) o ai palazzi nobiliari cinquecenteschi (Figura 3), solamente per citare alcuni esempi ben radicati nell’immaginario collettivo (Griffo e Ganazzoli, 2015; Torsello e Musso, 2003; Carbonara, 2004). Risulta infatti impossibile svincolare alcuni edifici iconici dai propri rivestimenti parietali, che ne connotano i palinsesti murari e la loro unitarietà sul piano del linguaggio architettonico (Bartz et al., 2017). Non meri orpelli, quindi, ma trattasi di vere e proprie partiture che forniscono una scansione, un ritmo sia negli orizzontamenti che nell’elevato degli edifici antichi (Figura 4). Matericità e degrado degli apparati decorativi ‘Inestetismi’, ‘adiposità’, ‘cicatrici’, solchi più o meno profondi che si manifestano sulla superficie architettonica di un organismo edilizio a seguito degli accadimenti che ne caratterizzano la vita. Apparizioni dello scorrere del tempo e di come trasforma ogni carattere di un’architettura: i materiali, la statica, le funzioni, il ruolo nel contesto storico-sociale ecc. Nel campo del restauro la storicizzazione delle superfici e, dunque, le istanze attinenti alla preservazione o meno dei suoi tratti, della ‘patina’, hanno da sempre alimentato un ampio dibattito. Aspetti che, come anticipato in precedenza, attengono non solo agli apparati decorativi ma anche a tutta quella serie di elementi e opere d’arte che con loro presentano affinità materica. Ne sono un esempio i calchi in gesso – conservati nelle gipsoteche – alcuni dei quali, di eccezionale
Di Michele, Gammaitoni, Botrè, Menegazzo, Signoretto, Cluni, Gusella, Liberotti 82 qualità e fattura, rappresentano veri e propri pezzi fondamentali della storia dell’arte (Belardi et al., 2022). Parimenti su queste opere i fattori naturali determinano l’insorgere di fenomeni di degrado materico. A ciò si aggiunge la mano dell’uomo, incosciente quando un manufatto è privo di manutenzione e criminale quando si assiste ad atti vandalici. Occorre sottolineare inoltre come anche gli eventi sismici coinvolgano parimenti strutture murarie ed elementi decorati, specialmente quando sono parte integrante dei paramenti come nel caso degli stucchi e degli affreschi. Oltre a questo, numerosi eventi traumatici straordinari possono riproporsi nei secoli (e.g., incendi, maremoti, guerre ecc.). L’interazione fra questi fattori nella salvaguardia del patrimonio è da analizzare con spirito critico e nel quadro generale da parte dei progettisti. In generale, il degrado delle superfici architettoniche è normato secondo la UNI 11182 (Ente Italiano di Normazione, 2006), tesa a riconoscere e classificare le forme di deperimento dei differenti materiali lapidei, che possono essere suddivisi in due macrocategorie: — naturali e.g., rocce come marmo, calcare, granito, arenaria, onice, alabastro, porfidi, gneiss ecc.; — artificiali ovvero elementi, spesso multifase, ottenuti dall’uomo mediante processi chimico-fisici a partire solo da materiali lapidei naturali. e.g., calcestruzzo, stucchi, ceramiche, laterizi, malte di allettamento e gli intonaci ecc. Distinguere cosa è fisiologico da quanto non lo è rappresenta un altro tema di dibattito fra i restauratori. L’intervento, infatti, si prefigura necessario unicamente quando i fenomeni del passato o quelli ancora in essere arrecano un danno irreversibile, che mina le caratteristiche materiche dell’elemento architettonico sul quale insistono. Diverso è il caso delle alterazioni fisiologiche, che non compromettono necessariamente i connotati architettonico-strutturali di un manufatto bensì possono enfatizzarne talvolta le potenzialità espressive. Il distinguo da operare, sotto il profilo fenomenologico, può essere sintetizzato come di seguito: — alterazione, un cambiamento avvenuto in un materiale che – pur mutandone alcune caratteristiche – non ne mette necessariamente a rischio la conservazione; — degrado, un processo graduale e irreversibile che porta un elemento architettonico o strutturale e perdere le proprie caratteristiche di forma, colore, resistenza, affidabilità e durata, fino a diventare inidoneo alla funzione alla quale era originariamente destinato.
83 Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei Figura 2. Apparato decorativo seicentesco della Battaglia di Lepanto, Oratorio del Rosario di Santa Cita, Palermo. Foto: F. Garrisi. Web. 17 luglio 2023. <https://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Oratorio_del_Rosario_di_S._Cita_a_Palermo,_interno_-FG5.jpg?uselang=it>. Figura 3. Sala Alessi di Palazzo Marino, Milano. Progetto cinquecentesco dell’omonimo e celebre architetto perugino Galeazzo Alessi.
Di Michele, Gammaitoni, Botrè, Menegazzo, Signoretto, Cluni, Gusella, Liberotti 84 È evidente che ci siano fattori che più di altri aumentano il rischio di sviluppare fenomeni di degrado, nel dettaglio le caratteristiche materiche degli stucchi – appartenenti a pieno titolo ai materiali lapidei artificiali - li predispongono all’insorgere di alcuni di questi fenomeni. In particolare, è emerso dalla ricerca come sotto il profilo materico e realizzativo vi siano delle ‘geografie’ che, in base alla tradizione costruttiva e alla reperibilità dei materiali in loco, legano le modalità di realizzazione degli stucchi a diverse miscele. Seppur si osserva l’uso negli stucchi antichi di vari additivi naturali (Ronca, 2024; Siemiński e Kaczmarczyk , 2016) di origine vegetale– e.g., la canapa, il lino, ginestra – e animale – e.g., caseina, gelatine animali, albume d’uovo – indubbiamente le matrici più ricorrenti si confermano essere quelle a base di calce idraulica e gesso. (Moropoulou et al., 2000; Moropoulou et al., 2005; Pecchioni et al., 2012). Attraverso un’indagine di mercato e un dialogo fra le aziende italiane di settore, emerge anche come gli interventi attuali di reintegrazione degli apparati decorativi si avvalgano ancora oggi di miscele costituite prevalentemente da suddetti elementi comuni agli stucchi antichi. La superficie degli apparati decorativi, generalmente con connotati differenti rispetto alla loro sottostruttura, e il suo risanamento sono infatti, in genere, caratterizzati dall’utilizzo di tali miscele particolareggiate poi, in base alla finalità, attraverso la scelta di inerti di pezzatura e tipologia congrua con il risultato desiderato in termini architettonici (e.g., pozzolana, sabbie di quarzo, polvere di marmo bianca ecc.). Da queste considerazioni discende come i vari litotipi alla base degli apparati decorativi abbiano origine in particolar modo dal gesso, un minerale tenero composto da solfato di calcio diidrato. Tale connotato materico espone in particolar modo questa tipologia di elementi ad aggressioni di microorganismi e/o organismi di ordine superiore e all’insorgere di croste nere (Figura 5). Nel primo caso, tali organismi non solo colonizzano la superfice degli elementi ma con la loro azione metabolica e i prodotti da essa derivanti danneggiano i minerali che compongono il substrato lapideo. Le croste nere, invece, costituiscono un fenomeno diverso dai depositi superficiali, o simili, e non sono perciò rimuovibili con la semplice pulizia o spazzolatura. Il loro manifestarsi è invece legato agli inquinanti atmosferici che interagiscono con il carbonato di calcio, presente nei materiali lapidei composti da solfato di calcio diidrato. Il gesso a contatto con gli agenti inquinanti presenti in atmosfera tende a sciogliersi e a ricristallizzarsi ciclicamente, inglobando le particelle nere carboniose di smog e dando vita alle caratteristiche croste nere. Tale fenomeno, legato anche a batteri anaerobi solfato-riduttori che producono acidi, anche in questo caso non solo altera superficialmente l’elemento architettonico ma ne erode i minerali alla base, rendendo il substrato lapideo pulverulento. I suddetti costituiscono unicamente due esempi dei fenomeni più diffusi nel patrimonio storico, che predispongono gli apparati decorativi anche ad essere più vulnerabili ad altri fenomeni e all’insorgere di quadri lesivi. Gli interventi di restauro connessi si presentano onerosi e complessi, prevedendo una serie di metodologie costituite da serie di operazioni ben precise, e.g. getto di acqua demineralizzata a bassa pressione, uso di pulitori selettivi, impacchi con apposite soluzioni ecc. Azioni, inoltre, che non comportano il ripristino dell’opera ma unicamente la risoluzione delle cause che ne hanno generato il degrado. Per tali ragioni lo sviluppo di un coating atto a prevenire l’insorgenza, l’esacerbazione o la sussistenza dei fenomeni di degrado rappresenta un obiettivo strategico per la conservazione degli elementi lapidei. Figura 4. Sn, chiostro del Complesso Monumentale di San Pietro a Perugia. Foto: Coo.Be.C. Web. <Il Restauro del chiostro del complesso di San Pietro in Perugia - Coo.Be.C.>. Dx, Chiesa dell’Università (o di Montemorcino Nuovo) di Perugia. Foto: F. Magro, Realumbria. Web. 30 novembre 2022. <https://www.realumbria.it/30/11/2022/chiesa-di-montemorcino-nuovo/>.
85 Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei più vulnerabili ad altri fenomeni e all’insorgere di quadri lesivi. Gli interventi di restauro connessi si presentano onerosi e complessi, prevedendo una serie di metodologie costituite da serie di operazioni ben precise, e.g. getto di acqua demineralizzata a bassa pressione, uso di pulitori selettivi, impacchi con apposite soluzioni ecc. Azioni, inoltre, che non comportano il ripristino dell’opera ma unicamente la risoluzione delle cause che ne hanno generato il degrado. Per tali ragioni lo sviluppo di un coating atto a prevenire l’insorgenza, l’esacerbazione o la sussistenza dei fenomeni di degrado rappresenta un obiettivo strategico per la conservazione degli elementi lapidei. Figura 4. Sn, chiostro del Complesso Monumentale di San Pietro a Perugia. Foto: Coo.Be.C. Web. <Il Restauro del chiostro del complesso di San Pietro in Perugia - Coo.Be.C.>. Dx, Chiesa dell’Università (o di Montemorcino Nuovo) di Perugia. Foto: F. Magro, Realumbria. Web. 30 novembre 2022. <https://www.realumbria.it/30/11/2022/chiesa-di-montemorcino-nuovo/>.
Di Michele, Gammaitoni, Botrè, Menegazzo, Signoretto, Cluni, Gusella, Liberotti 86 Formulazione del coating e attività sperimentali La ricerca, ancora in corso di sviluppo, si propone dunque di sviluppare un coating verniciabile che miri alla prevenzione di fenomeni di degrado chimicofisico come quelli descritti nella sezione precedente, legati non solo ad eventi traumatici ma a fattori – come pioggia vento battente cicli di gelo/disgelo – che con la loro azione riducono la vita utile dei manufatti storici. In tal senso, le aggressioni da parte di microorganismi o l’insorgere delle croste nere sono casistiche favorite dal cambiamento climatico e dal crescente inquinamento atmosferico. Oltre a questo, in un territorio come quello italiano, acquista particolare rilievo la prevenzione dei rischi legati alle vibrazioni indotte dall’azione del terremoto. Il danneggiamento degli elementi non strutturali – come gli apparati decorativi – può costituire una grave minaccia per l’incolumità delle persone (DPC, 2009). L’intervento in via di sviluppo dovrà quindi dimostrarsi efficace anche nel rinforzo strutturale e nel consolidamento degli stucchi, contrastando l’attivazione di lesioni e/o mitigando l’evoluzione di eventuali quadri lesivi esistenti. Non esistono però a oggi standard di prova codificati per la caratterizzazione degli stucchi e delle loro proprietà meccaniche (Middendorf et al., 2005). Figura 5. Sn, esempio di crosta nera; dopo il distacco – spontaneo – o la rimozione della crosta il substrato lapideo si mostra gravemente disgregato e pulverulento. Foto: Teknoring. Web. <https:// www.teknoring.com/guide/guide-architettura/il-degrado-delle-superfici-di-architettura-secondo-la-norma-uni-11182/>. Dx, presenza di licheni su una statua in marmo. Foto: Valsanzi biogiardino. Web. <https://visit.valsanzibiogiardino.com/products/standard-admission-child?logged_in_ customer_id=&lang=it>.
87 Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei Conseguentemente gli Autori, considerata l’appartenenza di questi elementi alla categoria dei materiali lapidei artificiali, hanno scelto di condurre una campagna sperimentale secondo la norma europea BSEN1015-11-2019 (British Standards Institution, 2019), che norma la geometria, la stagionatura, le modalità e i criteri di prova delle malte. Un approccio finalizzato ad attribuire ripetibilità e rigore scientifico ai test che, in diverse fasi e a titolo comparativo, coinvolgeranno provini con e senza l’applicazione del coating verniciabile. Durante la prima fase della ricerca in corso di svolgimento sono stati realizzati prototipi con diverse miscele che come principale materiale legante vedono il gesso (Chen, 2010) e la calce idraulica naturale (Figura 6), che ha subito un processo di spegnimento attraverso tecniche tradizionali e secondo la ‘regola dell’arte’ prevedendo lunghi tempi di stagionatura in appositi pozzi di invecchiamento (gli stessi Romani, a partire da Vitruvio (Gros, 1997) e prima di lui da Plinio il Vecchio, raccomandavano che i tempi di ‘stagionatura’ non fossero inferiori ai tre anni). Tale legante è ottenuto da una speciale combinazione di grassello di calce a lunga stagionatura e pozzolana naturale ed è stato utilizzato in specifiche miscele destinate a integrazioni di lacune, ripristino di parti mancanti e stuccature. Nel confezionare i provini le scelte in termini di mix-design hanno portato a selezionare per i componenti inerti principalmente materiali naturali fra quelli caratteristici e.g., pozzolana, tufo, marna gialla, galle. In particolare, i primi test sperimentali saranno effettuati su provini prismatici non rinforzati a base quadrata, di dimensioni 16x4x4cm e nel numero di tre per ognuna delle seguenti miscele: A. Gesso + sabbia Proporzioni in parti: 3 sabbia + 1 gesso – Rapporto in volume 3 a 1 Tipologia mineralogica: sabbia di fiume/silicea – Gesso ZM136 Fassa Bortolo Granulometria: sabbia 0/3 mm B. Gesso + pozzolana nera Proporzioni: 3 pozzolana nera + 1 gesso – Rapporto in volume 3 a 1 Tipologia mineralogica: Pozzolana nera – Gesso ZM136 Fassa Bortolo Granulometria: pozzolana 0/6 mm C. Calce + pozzolana Proporzioni: 1,5 pozz. nera + 1,5 pozz. Rossa + 1 calce – Rapporto in volume 3 a 1 Tipologia mineralogica: Pozzolana nera, rossa – Calce spenta in maniera artigianale Granulometria: pozzolana nera e rossa 0/6 mm D. Calce + polvere di coccio Proporzioni: 3 polvere di coccio + 1 calce – Rapporto in volume 3 a 1 Tipologia mineralogica: Coccio tritato da elementi vari di recupero come
Di Michele, Gammaitoni, Botrè, Menegazzo, Signoretto, Cluni, Gusella, Liberotti 88 pianelle/altro – Calce spenta in maniera artigianale Granulometria: Coccio 0/10 E. Calce + cemento pozzolanico + pozzolana Proporzioni: 1,5 pozzolana nera + 1,5 pozz. Rossa + 0,5 calce + 0,5 cemento pozzolanico Tipologia mineralogica: Pozzolana nera, rossa – Calce spenta in maniera artigianale – cemento pozzolanico Granulometria: pozzolana nera e rossa 0/6 mm F. Calce + cemento pozzolanico + polvere di coccio Proporzioni: 3 Polvere di coccio + 0,5 calce + 0,5 cemento pozzolanico Tipologia mineralogica: Coccio tritato da elementi vari di recupero come pianelle/altro – Calce spenta in maniera artigianale – cemento pozzolanico Granulometria: pozzolana nera e rossa 0/6 mm G. Calce + sabbia Proporzioni: 3 sabbia + 1 calce – Rapporto in volume 3 a 1 Tipologia mineralogica: sabbia di fiume/silicea – Calce spenta in maniera artigianale Granulometria: sabbia 0/3 mm H. Calce + sabbia + cemento pozzolanico Proporzioni: 3 Sabbia + 0,5 calce + 0,5 cemento pozzolanico Tipologia mineralogica: sabbia di fiume/silicea – Calce spenta in maniera artigianale – cemento pozzolanico Granulometria: sabbia 0/3 mm Nel dettaglio, i test meccanici consisteranno in una prova a flessione su tre punti (Figura 6), utile a verificare la duttilità e il comportamento post-picco dei provini. Ogni prisma sarà collocato in una macchina di prova con una faccia laterale posta sui due rulli di supporto – con una luce di 10 cm - e con l’asse longitudinale normale rispetto ai supporti stessi. Il carico sarà poi applicato verticalmente per mezzo del rullo baricentrico. Quest’ultimo insisterà sulla faccia laterale del prisma opposta alla precedente, permettendo di aumentare in modo uniforme e a velocità costante il carico fino alla rottura del prototipo. La macchina di prova servo-idraulica in controllo di spostamento permette l’esecuzione del test in velocità di prova ridotta e costante; condizione necessaria in questo frangente (per esperienze pregresse pari a 0,1 mm al minuto). I risultati delle prove potranno essere sintetizzati in termini di massima tensione indotta dalla flessione (fcf) e analizzati criticamente mediante il confronto delle storie di carico-spostamento.
89 Vernici basate su nanomateriali per il rinforzo e restauro di elementi lapidei Figura 6. Sn, confezionamento dei prototipi lapidei con alcune immagini del loro processo di stagionatura, analogo per ognuno dei provini. Dx, foto di un test pilota condotto con un provino di sacrificio posizionato all’interno della macchina a controllo numerico secondo le prescrizioni della norma. In parallelo, è in corso di ottimizzazione il coating verniciabile a base di nanomateriali, una tecnologia che nel campo della conservazione delle opere d’arte trova già impiego (Franco-Castillo et al., 2021; Kotsidi et al., 2022). La formulazione in corso di sviluppo sta analizzando le possibilità legate all’utilizzo di diversi nanomateriali e in particolar modo l’ossido di grafene (Figura 7), già oggi impiegato in molti ambiti – dalle racchette da tennis ai dispositivi biomedicali – in quanto presenta grandi potenzialità nell’ambito dei semiconduttori e in termini di sostenibilità (González-Campelo et al., 2021; López-Suárez et al., 2011). L’obiettivo della ricerca in oggetto è sfruttare le potenzialità del grafene – come già avviene nel settore aeronautico e dell’automotive – per il rinforzo dei materiali lapidei senza alterarne l’estetica e il peso (Clementi et al., 2022; Wang et al., 2019; Liberotti et al., 2022). La formulazione dell’intervento si articolerà attraverso le fasi di sintesi, caratterizzazione e applicazione ai provini lapidei del materiale (Figura 8) e dovrà garantire caratteri di sostenibilità non solo sotto il profilo ambientale ma anche architettonico ed essere ‘immateriale’, in senso lato, ovvero, sottile, trasparente, e di semplice realizzazione attraverso una applicazione a pennello (Figura 9). Il processo di sintesi, analizzando anche il panorama dei prodotti attualmente disponibili sul mercato, verterà sullo studio di diverse strategie. Il primo coating sarà costituito da una matrice a base di ortosilicato di tetraetile (TEOS) da formulare tramite un processo sol-gel catalizzato da idrossido d’ammonio (NH₄OH). Tale composto chimico, con formula Si(OC2H5)4, fa parte dei silossani. Le pitture silossaniche, in commercio, ad esempio offrono il grande vantaggio di garantire al contempo l’impermeabilizzazione e la traspirabilità dei paramenti storici. Tale scelta permette di ottenere una rete di silice tridimensionale con buone proprietà di adesione e compatibilità con i materiali lapidei, garantendo al tempo stesso la stabilità del film consolidante (Lamuraglia et al., 2023). Altri due materiali saranno il risultato
Pier Luigi Gentili 96 reazioni chimiche che coinvolgono le varie molecole. Nel cervello, i nodi sono i neuroni e le connessioni tra dendriti e sinapsi rappresentano le loro relazioni. In un ecosistema, i nodi possono essere le varie specie biologiche e le relazioni trofiche e simbiotiche rappresentano le connessioni. Nei Sistemi Complessi ci sono numerose relazioni di feedback, ovvero l’effetto di una interazione diviene causa di un’ulteriore interazione. Il feedback può essere positivo o negativo a seconda che un’interazione si auto-alimenti o tenda a essere repressa. La presenza di relazioni di feedback genera un elevato grado di non-linearità nel sistema. La seconda comune caratteristica è che i Sistemi Complessi sono “fuori dall’equilibrio” in senso termodinamico. Se il Sistema Complesso è costituito unicamente da materia inanimata, allora il suo comportamento è guidato da campi di forze che sono gradienti di proprietà intensive (come la temperatura, la pressione o la concentrazione di specie chimiche). Se il Sistema Complesso coinvolge anche le forme viventi, allora il suo comportamento dipende anche da una prerogativa della vita che è quella di utilizzare materia ed energia per codificare, acquisire, elaborare, memorizzare ed inviare informazione per raggiungere specifici scopi, come quello di sopravvivere. La terza caratteristica che accomuna i vari Sistemi Complessi, prima menzionati, è quella di esibire proprietà emergenti. Una proprietà si dice emergente se appartiene alla rete nel suo insieme e non può essere compresa come semplice somma delle proprietà dei nodi che costituiscono la rete. È possibile comprendere il concetto di proprietà emergente invocando l’olismo di Aristotele ed affermare che un Sistema Complesso è “più della somma delle sue parti”. Oppure possiamo utilizzare l’affermazione del fisico Philip Anderson (1972) (uno dei padri fondatori della scienza dei Sistemi Complessi) e dire che “il tutto è non solo più grande di, ma anche molto diverso dalla somma delle sue parti.” Alcune proprietà emergenti sono comprese, razionalizzate e materializzabili. Per esempio, la capacità dei Sistemi Complessi di autoorganizzarsi nello spazio, nel tempo e dare vita anche a dinamiche caotiche deterministiche. Queste proprietà emergenti sono materializzabili con opportuni sistemi chimici inanimati. Tuttavia, ci sono altre proprietà emergenti che non sono ben comprese e tantomeno materializzabili. Un esempio è il fenomeno “vita”. Non sappiamo come la vita sia comparsa sulla terra, non siamo in grado di ottenere la vita dalla non-vita, e non siamo in grado di fare previsioni attendibili su come possano evolvere le attuali forme biologiche. Un altro esempio di proprietà emergente non ancora ben compresa è l’intelligenza umana. Nonostante il termine “intelligenza” venga utilizzato in diversi ambiti disciplinari, come in filosofia, psicologia, neuroscienze ed informatica, non abbiamo ancora una definizione universalmente valida ed accettata. Inoltre non sappiamo se le prestazioni dell’intelligenza umana siano riconducibili unicamente all’attività elettrochimica del sistema nervoso umano. Infine non
97 Può il chimico materializzare l’immateriale? siamo in grado di riprodurre tutte le prestazioni dell’intelligenza umana nella cosiddetta intelligenza artificiale. Perché esistono proprietà emergenti non ancora ben comprese e materializzabili? Per almeno tre motivi che delineano la Complessità Epistemologica (Gentili, 2023a). Complessità Epistemologica Il primo contributo alla Complessità Epistemologica, cioè conoscitiva, è dovuto alla Complessità Descrittiva. complessITà descrITTIva La Complessità Descrittiva (Gentili, 2021) riguarda le difficoltà che incontriamo nel descrivere certi Sistemi Complessi utilizzando un approccio riduzionistico, cioè analitico. Le difficoltà possono dipendere dall’elevato numero di nodi, la loro diversità e variabilità di comportamento, ma anche dall’elevato numero di relazioni, la loro diversità e variabilità. Inoltre queste caratteristiche possono mostrare una significativa dipendenza nei confronti del contesto. In altre parole, certe proprietà emergenti dei Sistemi Complessi esibiscono le caratteristiche delle “forme variabili”. Le “forme variabili” sono entità o eventi il cui riconoscimento è reso difficile dalle loro molteplici caratteristiche, la loro variabilità ed estrema sensibilità nei confronti del contesto. Nonostante l’attività di ricerca volta al riconoscimento di “forme variabili” sia particolarmente attiva, manchiamo ancora di algoritmi universalmente validi ed efficaci per riconoscere qualunque forma variabile. Quando emerge la Complessità Descrittiva, risulta appropriato il principio di Incompatibilità formulato dall’ingegnere Zadeh (1973): “Come la complessità di un sistema aumenta, l’accuratezza e la significatività divengono caratteristiche quasi mutuamente esclusive delle nostre affermazioni”. complessITà compUTazIonale Il secondo contributo alla Complessità Epistemologica è dovuto alla Complessità Computazionale. Molti problemi computazionali riguardanti Sistemi Complessi sono risolvibili, ma intrattabili (Goldreich, 2008). Esempi sono: problemi pratici come la progettazione di azioni ed il problema del Commesso Viaggiatore; problemi di scienza di base come la risoluzione dell’equazione di Schrödinger (per determinare le energie di sistemi descritti a livello subatomico) e la predizione della struttura delle proteine; problemi di riconoscimento di forme variabili con algoritmi particolarmente di moda appartenenti alla categoria del machine-learning.
Pier Luigi Gentili 98 I problemi computazionali risolvibili, ma intrattabili sono esponenziali, cioè il numero di passaggi computazionali necessari per determinare la loro soluzione esatta cresce in maniera esponenziale con la dimensione del problema. Se affrontiamo problemi esponenziali di grandi dimensioni, ci accorgiamo che sono intrattabili, cioè non è possibile determinare la loro soluzione esatta in tempi ragionevoli anche se si utilizzano i supercomputer più veloci che l’umanità ha a sua disposizione. Dobbiamo accontentarci di soluzioni approssimate conseguibili in tempi ragionevoli con gli attuali strumenti computazionali che abbiamo a disposizione. lImITI conoscITIvI Il terzo contributo alla Complessità Epistemologica è costituito da limiti conoscitivi invalicabili. Uno di questi limiti riguarda la descrizione del mondo microscopico ed è espresso dal principio di Indeterminazione di Heisenberg. Tale principio dichiara che è impossibile determinare accuratamente e simultaneamente due quantità rilevanti come sono la posizione e la quantità di moto di ogni particella. Pertanto il sogno deterministico di Pierre Simone de Laplace di poter predire la dinamica dell’universo a partire dalla descrizione dinamica dei suoi elementi costitutivi particellari è andato completamente in frantumi. Potremmo allora pensare di descrivere i Sistemi Complessi limitandoci alla scala macroscopica. Tuttavia dobbiamo essere consapevoli che la determinazione sperimentale delle condizioni iniziali di qualunque Sistema Complesso, anche se descritto unicamente a livello macroscopico, è sempre affetta da inevitabili errori ed incertezze. Queste incertezze sperimentali possono avere conseguenze ragguardevoli se relative ad un Sistema Complesso che esibisce comportamento caotico. Le dinamiche caotiche sono, infatti, aperiodiche ed estremamente sensibili alle condizioni iniziali. Piccole incertezze nella determinazione delle condizioni iniziali rendono le dinamiche caotiche impredicibili a lungo termine per definizione. Conseguenze della Complessità Epistemologica Nonostante siamo consapevoli dei limiti conoscitivi e predittivi riguardanti l’indagine dei Sistemi Complessi, stiamo sviluppando delle tecnologie, come le nanotecnologie, le biotecnologie e l’Intelligenza Artificiale e la Robotica, che trasformano i Sistemi Complessi “naturali” in Sistemi Complessi sempre più o meno “artificiali.” Sorge spontanea una domanda: “è sempre giusto ed opportuno realizzare tutto ciò che la tecnologia rende fattibile?” (Gentili, 2023b). Questa è una domanda che tormenta l’umanità sin dalle origini. Basti pensare al mito di Prometeo che ruba il fuoco a Zeus e lo consegna all’umanità
99 Può il chimico materializzare l’immateriale? che ne può fare buono o cattivo uso. Possiamo anche ricordare il romanzo Frankenstein di Mary Shelley (1818) che racconta di un giovane scienziato che crea una creatura orribile con ovvie conseguenze negative per l’umanità. L’umanità, nel corso della sua storia, ha, più e più volte, ideato e realizzato tecnologie che hanno portato, e tuttora mantengono, l’umanità sull’orlo di un baratro. Per esempio la tecnologia contemporanea è in grado di manipolare e ri-ingegnerizzare la vita nei suoi diversi stadi. Sorgono questioni bioetiche relative alla nascita di nuovi individui, la sofferenza ed il fine-vita, il transumanesimo, che rappresenta la possibilità di perfezionare le prestazioni fisiologiche dell’uomo introducendo dispositivi all’interno del suo corpo. Infine stiamo sviluppando l’Intelligenza Artificiale e la Robotica, le quali stanno permeando le nostre società in maniera sempre più pervasiva, costringendoci a riflettere su come rapportarci con esse. Affrontare tutte queste questioni significa occuparsi di Complessità Bioetica (Gentili, 2023b). È evidente, dunque, che abbiamo bisogno di approfondire la nostra conoscenza di certe proprietà emergenti dei Sistemi Complessi. Per raggiungere queto obiettivo, nei prossimi paragrafi vengono proposte delle strategie che reputo promettenti. come affronTare le sfIde della complessITà? Prima di tutto è necessaria l’interdisciplinarietà nella ricerca e nella didattica delle scienze. L’ interdisciplinarietà richiede il dialogo tra specialisti di diversi ambiti disciplinari. Perché il dialogo sia proficuo, è necessaria la condivisione di un codice comune per permettere la comunicazione e la condivisione delle diverse forme di conoscenza. Consapevoli del fatto che la conoscenza scientifica e tecnologica non è sufficiente per rispondere a tutti gli interrogativi umani che riguardano i numerosi aspetti immateriali della nostra esistenza, abbiamo bisogno anche di un dialogo ed una sinergia tra diversi saperi, cioè tra scienza e tecnologia, filosofia, religioni, arti e miti (Gentili, 2023b). Nei tentativi di materializzare l’immateriale, è particolarmente promettente l’approccio dell’epistemologia costruttivista che prevede di costruire per conoscere. Il filosofo Gianbattista Vico (1668-1744) sosteneva che “ciò che è vero è precisamente ciò che è fatto (“Verum esse ipsum factum”). L’uomo può dire di conoscere solo ciò che ha prodotto e fatto. Questo concetto è stato ribadito, più recentemente, dal neurobiologo Valentino von Braitenberg (1926-2011), il quale ha formulato la legge della “maggiore fatica analitica”. Secondo questa legge è più facile capire certe proprietà tramite procedimenti sintetici, cioè costruendo dispositivi, che tramite procedimenti analitici. A tale riguardo è particolarmente significativa la metodologia per materializzare certe
Pier Luigi Gentili 100 proprietà emergenti dei Sistemi Complessi proposta dagli scienziati cognitivi Gallistel e King (2010) e dal neuroscienziato Marr (2010). Tale metodologia parte dall’ ipotesi che si possa descrivere i Sistemi Complessi come sistemi computazionali. Essa prevede un’analisi dei Sistemi Complessi e delle loro proprietà emergenti a tre livelli. Primo, a livello computazionale. Tale analisi consiste nel determinare gli input, gli output ed i tipi di computazione che il sistema esegue. Poi è necessaria un’analisi a livello algoritmico, la quale consiste nel formulare algoritmi che possono realizzare i tipi di computazione individuati nel precedente livello di analisi. L’indagine termina con un’analisi a livello di implementazione: essa consiste nell’ideare e realizzare meccanismi che possono implementare gli algoritmi che sono stati precedentemente formulati. Se questa analisi a tre livelli è stata condotta in maniera appropriata, il meccanismo o dispositivo finale costituirà una buona rappresentazione della proprietà emergente che si voleva comprendere. “maTerIalIzzare” l’InTellIgenza Tra le varie proprietà emergenti che contraddistinguono l’essere umano, sicuramente è degna di nota l’intelligenza che ci consente di affrontare quotidianamente la complessità. L’intelligenza umana ci conferisce la capacità di manipolare informazione sia accurata che vaga, calcolando con numeri e parole. Usando il linguaggio naturale siamo in grado di calcolare (cioè prendere decisioni) in un ambiente dominato da incertezza, parzialità e relatività della verità. Inoltre l’intelligenza ci conferisce la capacità di riconoscere abbastanza facilmente forme variabili. Quindi è opportuno analizzare l’intelligenza umana e cercare di imitarla, sviluppando l’Intelligenza Artificiale. Tradizionalmente ci sono due strategie per sviluppare l’Intelligenza Artificiale (Russel, Norvig, 2009). Una strategia prevede di scrivere software che imitano l’intelligenza umana ed operano su computer o altri dispositivi elettronici. Nei software è possibile imitare il ragionamento logico rigoroso oppure imitare le caratteristiche strutturali e funzionali delle reti neurali per imparare dai dati come raggiungere specifici obiettivi (Mitchell, 2019). L’altra strategia è l’ingegneria neuromorfica che implementa surrogati neurali in hardware per neuroprotesi o per sviluppare macchine computazionali più simili al cervello. Di recente, è stata proposta un’altra strategia per provare ad imitare l’intelligenza umana e, più in generale, le forme di intelligenza delle varie specie biologiche, la quale è l’Intelligenza Artificiale Chimica (Gentili, Stano 2024).
101 Può il chimico materializzare l’immateriale? l’InTellIgenza arTIfIcIale chImIca (Iac) L’Intelligenza Artificiale Chimica (IAC) trae origine dalla considerazione che tutti gli esseri viventi hanno la capacità di codificare, raccogliere, memorizzare, elaborare e comunicare informazione chimico-fisica attraverso le loro cellule che sono costituite da materia “soffice”, in fase liquida. Per sviluppare l’IAC è necessaria un’analisi a livello computazionale ed algoritmico dell’intelligenza umana e delle altre forme di vita, siano esse pluricellulari o unicellulari. Segue, poi, un’analisi a livello di implementazione, che consiste nel realizzare sistemi chimici liquidi che possano imitare almeno alcune delle prestazioni dell’intelligenza delle forme biologiche. A tale scopo si fa uso della (1) chimica molecolare e supramolecolare, della (2) chimica dei sistemi e di quella che possiamo chiamare (3) chimica multiscala. Con la chimica molecolare e supramolecolare è possibile riprodurre le funzioni logiche di base del ragionamento logico rigoroso (descritto dalla logica Booleana) e vago (descritto dalla logica fuzzy). La chimica dei sistemi (Ashkenasy et al., 2017) si basa su reti molecolari, i cui nodi sono strettamente interconnessi da azioni di feedback sia positivi che negativi. Tali reti chimiche, quando mantenute fuori dall’equilibrio termodinamico, esibiscono proprietà emergenti che divengono imitazioni del comportamento delle forme biologiche, per esempio delle dinamiche neurali. La chimica multiscala si riferisce a tutti quei sistemi che manifestano auto-organizzazione in diverse scale spaziali e causalità multilivello, la quale può essere dalla scala macroscopica a quelle più piccole (cioè dall’alto verso il basso o “top-down”) oppure dalla scala molecolare a quella macroscopica (cioè dal basso verso l’alto o “bottom-up”). La chimica multiscala richiede l’applicazione di opportune forze termodinamiche macroscopiche che mantengono il sistema fuori dall’equilibrio termodinamico ed originano strutture dissipative (Prigogine, 1977) e forme di “matteria attiva” (Das et al., 2020). Le strutture dissipative sono in grado di mantenere ordine al loro interno, scaricando l’entropia nell’ambiente circostante. Esse possono originare forme di materia attiva, cioè capacità effettrici dotate di una certa autonomia. La chimica multiscala è necessaria per imitare le caratteristiche strutturali e funzionali degli organismi viventi pluricellulari. Questi ultimi esibiscono competenze multiscala, cioè la capacità di elaborare diversi tipi di informazioni a diverse scale spaziali (McMillen, Levin, 2024), divenendo così in grado di affrontare la complessità del reale. Un obiettivo ambizioso dell’IAC è rappresentato dallo sviluppo della Robotica Chimica (Hagyia et al., 2014) (Gentili et Stano, 2023). Un Robot Chimico è un sistema chimico in fase liquida, complesso e confinato, in grado di reagire autonomamente al suo ambiente perché è dotato di: (1) sensori che gli permettono di raccogliere dati relativi all’ambiente ed allo stato interno dello stesso robot; (2) network neurali in grado di rielaborare i dati sensoriali,
Pier Luigi Gentili 102 prendere decisioni e mettere in moto (3) i moduli effettori che possono agire sull’ambiente circostante e modificare forma e posizione del robot stesso. Le attività intellettive del Robot Chimico debbono essere sostenute energeticamente da un’opportuna unità metabolica. I Robot Chimici ci permetteranno di colonizzare il mondo molecolare (Kurzweil, 2014) e quindi ci aiuteranno nella diagnosi e terapia medica a livello cellulare o subcellulare; ci aiuteranno a combattere l’inquinamento dell’ambiente e ci aiuteranno nella ricerca di risorse di energia e di cibo. Conclusioni Può, quindi, il chimico materializzare l’immateriale? Cercare di ottenere sistemi chimici “intelligenti”, assemblando opportuni composti chimici, può aiutare a comprendere la proprietà “immateriale” dell’intelligenza, ma anche della vita. Questo perché la comparsa della vita sulla terra può essere descritta come una “transizione di fase” (Walker et al., 2017) da un mondo completamente abiotico ad un mondo in cui i primi sistemi chimici, in grado di utilizzare materia ed energia per codificare, acquisire, memorizzare, elaborare e comunicare informazione per raggiungere specifici scopi, sono comparsi circa 4 miliardi di anni fa sulla terra. Anche se non si arriverà ad avere sistemi chimici completamente autonomi ed intelligenti, la linea di ricerca della IAC permetterà di sviluppare nuovi dispositivi computazionali, moduli sensori ed effettori costituiti da materia soffice, i quali eserciteranno un impatto nelle nostre società. Certe proprietà emergenti, come l’anima, sono ontologicamente immateriali e non potranno mai essere materializzate. La dicotomia tra materiale ed immateriale, a mio avviso, rimarrà. Il dialogo tra i saperi è comunque indispensabile per giungere alla verità su questo tema. Bibliografia Anderson, P.W. (1972) “More is different”. Science, 177, 393-396. Ashkenasy, G., Hermans, T.M., Otto, S., Taylor, A.F. (2017). “Systems Chemistry.” Chemical Society Reviews 46, 2543-2554. Caldarelli, G., Catanzaro, M. (2016). Scienza delle reti. Milano, Egea S.p.A. Das, M., Schmidt, C.F., Murrell, M. (2020). “Introduction to Active Matter”. Soft Matter, 16, 7185-7190. Gallistel, C.R.; King, A. (2010). Memory and the Computational Brain: Why Cognitive Science Will Transform Neuroscience. New York: Wiley-Blackwell. Gentili, P.L. (2018). Untangling Complex Systems: A Grand Challenge for Science. Boca Raton (FL, USA): CRC Press.
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Un esempIo dI applIcazIone delle TecnologIe dIgITalI alla valorIzzazIone e frUIzIone del paTrImonIo arTIsTIco cUlTUrale Carla Binucci*, Giulio Biondi**, Emilio Di Giacomo*, Walter Didimo*, Alice Fortuni*, Giuseppe Liotta*, Alessandra Tappini*12 Il tema della valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale attraverso l’innovazione tecnologica riveste senza dubbio un ruolo importante nel rapporto fra materiale e immateriale. Le nuove tecnologie si possono infatti applicare a servizi finalizzati alla fruizione del territorio che ne valorizzino i contenuti e le tradizioni culturali, con l’obiettivo di favorire il recupero del legame fra il cittadino e il territorio, nonché di incentivare l’economia, specialmente quella legata ai flussi turistici. In tale ambito, il gruppo di ricerca di ingegneria degli algoritmi dell’Università degli Studi di Perugia da alcuni anni dedica energie e risorse alla progettazione e allo sviluppo di metodi e tecnologie digitali per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e dei turisti in merito al vasto patrimonio culturale e ambientale del territorio umbro. Una delle principali attività in tale senso è la progettazione di sistemi avanzati di raccomandazione basati su algoritmi di intelligenza artificiale (AI– Artificial Intelligence) per suggerire itinerari personalizzati ai visitatori in base alle loro preferenze e interessi. Tali sistemi consentono da un lato ai cittadini di fruire del territorio secondo modelli digitali strutturati e coerenti con i loro interessi, dall’altro alle amministrazioni regionali di orientare la fruizione delle offerte culturali del territorio con il supporto di tecnologie di data science. Mentre l’uso del sistema di raccomandazione da parte del cittadino può essere arricchito con tecniche di realtà aumentata e di storytelling (per esempio attraverso l’uso di reti semantiche e ontologie), la fase di analisi da parte degli amministratori territoriali si basa su un approccio human-centered (cioè centrato sull’utente) e utilizza strumenti di network science e di analisi visuale. *1 Dipartimento di Ingegneria, Università degli Studi di Perugia. **2 Centro di ricerca per innovazione, digitalizzazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale e ambientale (CeDiPa), Università degli Studi di Perugia.
Binucci, Biondi, Di Giacomo, Didimo, Fortuni, Liotta, Tappini 112 Il modulo POI-TOI User-Profile Matchmaker della piattaforma CHIP determina una classifica dei POI per un utente in base alle sue preferenze e ai punteggi di rilevanza POI-TOI calcolati dal modulo POI-TOI Scorer (vedere Sezione 2.1). Gli utenti esprimono le proprie preferenze per ogni TOI, in una scala da 1 a 10; l’utente viene quindi associato a un vettore di preferenze, in cui l’ἰ-esimo elemento indica l’apprezzamento dell’utente verso il TOI ἰ-esimo. Per valutare la correlazione tra ciascun POI e le preferenze dell’utente, viene calcolata una misura di similarità tra il vettore delle preferenze dell’utente e il vettore della rilevanza del POI rispetto ai TOI; i valori di similarità vengono quindi utilizzati per determinare una classifica dei POI, in cui i POI ai primi posti sono considerati più aderenti alle preferenze dell’utente; come nel caso del POI-TOI Scorer, è stata scelta la cosine similarity come misura di similarità. 2.3. pIanIfIcazIone deglI ITInerarI Il modulo Travel Planner (TP) della piattaforma CHIP si occupa di creare gli itinerari personalizzati per gli utenti, basandosi sulle raccomandazioni calcolate dal modulo POI-TOI User-Profile Matchmaker (vedere Sezione 2.2) e sui vincoli definiti dall’utente stesso. Il problema è stato modellato come un Prize Collecting Vehicle Routing Problem (PCVRP), (Long, 2019) una variante del tradizionale Vehicle Routing Problem. In questo problema una flotta di veicoli è disponibile per servire un insieme di destinazioni. Ogni destinazione è caratterizzata da un profitto e, in alcune formulazioni, da una richiesta di risorse. L’obiettivo è selezionare un sottoinsieme delle destinazioni da servire massimizzando il profitto che ne deriva, rispettando vincoli quali richieste di risorse, tempo e utilizzo dei veicoli. Il problema della pianificazione di itinerari può ricondursi a tale problema modellando ogni giorno di viaggio come un veicolo diverso, i POI come destinazioni e i punteggi di similarità utente-POI come profitti per la visita dei POI. Il pianificatore di itinerari del sistema CHIP utilizza un approccio basato sul PCVRP e gestisce i seguenti vincoli: durata massima di un tour giornaliero, tempo massimo di visita per un POI, numero di giorni del viaggio, liste di POI che devono essere inclusi o esclusi dal tour, numero di tour alternativi proposti e mezzo di trasporto scelto (auto, bicicletta o a piedi). Il modulo Travel Planner di CHIP è stato implementato utilizzando la libreria OR-Tools di Google (Perron, Furnon, (2024). Le distanze tra i POI e da questi al punto di partenza del viaggio sono calcolate, per ogni mezzo di trasporto, utilizzando OpenRouteService (HeiGIT, 2024). Il POI-TOI Manager gestisce la comunicazione tra gli altri moduli del backend e il database POI-TOI, dove sono memorizzati i dati persistenti relativi a POI, TOI, itinerari calcolati e utenti; esso centralizza la logica di
113 Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali accesso al database, garantendo la correttezza e l’esecuzione delle operazioni di lettura e scrittura. 2.4. modUlI dI fronTend La piattaforma CHIP è attualmente disponibile in due lingue, italiano e inglese, per renderla accessibile ad un pubblico più ampio, in modo da garantirne l’uso da parte di turisti di diversa provenienza. Il frontend di CHIP offre interfacce dedicate sia agli utenti finali (turisti) sia agli amministratori interessati, progettate con l’obiettivo di garantire un’esperienza d’uso fluida, intuitiva e personalizzata per le due categorie di utenti. In seguito, vengono descritte separatamente le principali funzionalità fornite dall’applicazione alle due principali categorie di utenti. 2.4.1 InTerfaccIa per glI UTenTI fInalI Modulo di Homepage. L’accesso all’applicazione avviene attraverso la pagina di benvenuto (Figura 2), il cui scopo è quello di presentare all’utente finale le funzionalità principali della piattaforma. Dalla Homepage un turista può procedere direttamente alla creazione di un nuovo itinerario oppure registrarsi e accedere al sistema per usufruire di funzionalità più avanzate. Figura 2. Homepage di CHIP.
Binucci, Biondi, Di Giacomo, Didimo, Fortuni, Liotta, Tappini 114 Modulo di creazione di un nuovo itinerario. Tutti gli utenti, inclusi quelli non registrati, possono accedere al modulo di creazione di un nuovo itinerario. Da questa pagina, l’utente può: a. esprimere le proprie preferenze sui TOI definiti dall’amministratore di sistema: attraverso queste preferenze viene creato il profilo dell’utente, poi utilizzato dal POI-TOI User-Profile Matchmaker (vedi Sezione 2.2) per generare una classifica dei POI più rilevanti e aderenti alle esigenze del turista; b. personalizzare la selezione dei POI, indicando esplicitamente la volontà di includere o escludere dall’itinerario alcuni dei POI presenti nella classifica. Per rendere più agevole tale decisione, l’applicazione mostra, accanto al nome del POI, un indice di gradimento, un link al sito web del POI per poter ottenere maggiori informazioni e una visualizzazione sulla mappa per contestualizzare geograficamente il POI (Figura 3); c. esprimere i vincoli di viaggio (vedi Sezione 2.3) utilizzati dal Travel Planner, che calcola una serie di itinerari adatti al turista e alle sue esigenze. FIgura 3. Interfaccia di presentazione e personalizzazione della lista dei POI. La Figura 4 mostra un esempio di itinerari calcolati sulla base di preferenze e vincoli forniti dall’utente. Per ciascun itinerario, il turista può visualizzare il piano di viaggio dettagliato per ogni giorno, sia come elenco ordinato di POI con le relative informazioni e descrizioni, sia come rappresentazione grafica dell’itinerario su una mappa.
115 Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali Figura 4. Presentazione di un itinerario proposto dalla piattaforma CHIP. Funzionalità per il turista registrato. Un turista può accedere alla pagina di registrazione e creare un account personale all’interno della piattaforma. La registrazione consente di accedere a una serie di funzionalità aggiuntive rispetto a quelle disponibili per un utente non registrato, tra cui: a. memorizzazione del profilo utente: il sistema salva e aggiorna le informazioni sul profilo utente al fine di agevolare gli accessi futuri evitando di reimpostare ogni volta le proprie preferenze rispetto ai diversi TOI; b. salvataggio degli itinerari nell’elenco dei preferiti, a cui è possibile accedere in qualsiasi momento dalla propria area personale, sia per la visualizzazione sia per la modifica; c. valutazione degli itinerari: le valutazioni permettono di migliorare la profilazione del turista, rendendo le proposte future più adatte ai suoi interessi. Come per gli itinerari salvati, anche quelli valutati sono accessibili dalla propria area personale e possono essere aggiornati o modificati. In Figura 5 è mostrata la pagina di gestione degli itinerari salvati e/o valutati, riservata ai turisti registrati.
Binucci, Biondi, Di Giacomo, Didimo, Fortuni, Liotta, Tappini 116 Figura 5. Interfaccia di gestione degli itinerari per i turisti registrati nella piattaforma. 2.4.2 InTerfaccIa per glI ammInIsTraTorI L’amministratore ha il pieno controllo della piattaforma CHIP. Le principali funzionalità per questo tipo di utente riguardano la gestione dei POI e dei TOI, che consentono di mantenere il sistema sempre aggiornato rispetto alle dinamiche turistiche regionali. Modulo di gestione dei TOI. Il modulo di gestione dei TOI permette di: — visualizzare tutti i TOI attualmente presenti nel sistema; — aggiungere ed eliminare un TOI: l’amministratore può aggiungere nuovi TOI per sostenere politiche di promozione turistica o per riflettere nuove tematiche associate ai POI. Può inoltre decidere di eliminare i TOI che risultano non più rilevanti nelle scelte dei turisti; — modificare i TOI: l’amministratore può modificare le informazioni di un TOI già presente nel sistema. La modifica comporta un aggiornamento dell’embedding del TOI (vedi Sezione 2.1) e, di conseguenza, ha impatto sui punteggi di tutti i POI relativamente allo specifico TOI. Modulo di gestione dei POI. In Figura 6 è mostrato il modulo di gestione dei POI, da cui l’amministratore può: — visualizzare tutte le informazioni sui POI presenti nel sistema; — aggiungere o eliminare un POI: è possibile sia introdurre nuovi POI nel sistema, sia rimuovere quelli non più rilevanti. — modificare un POI: l’amministratore può modificare le informazioni dei POI al fine di mantenerle aggiornate e consistenti. Inoltre, può intervenire direttamente sulla rilevanza del POI rispetto ai diversi TOI, aggiornando i punteggi calcolati dal POI-TOI Scorer per riflettere meglio le caratteristiche del POI.
117 Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali Figura 6. Modulo di gestione dei POI. Modulo di Visual Analytics. Uno strumento avanzato offerto all’amministratore per la gestione dei POI e dei TOI è il modulo di Visual Analytics, che fornisce strumenti di analisi visuale, offrendo una visione approfondita dei dati e consentendo di far emergere connessioni, pattern e anomalie che potrebbero non essere evidenti tramite altre modalità di analisi. Attraverso le varie visualizzazioni, l’amministratore può esplorare e analizzare in modo interattivo i POI, i TOI e le loro relazioni all’interno della regione Umbria. Nel seguito vengono descritte alcune delle funzionalità offerte dal modulo di Visual Analytics. Rete di similarità tra POI In Figura 7 è mostrata la rete delle similarità tra POI. Nella rete, i nodi rappresentano i POI e i link riflettono le similarità tra tali POI, calcolate sulla base dei punteggi di rilevanza rispetto ai diversi TOI. Il layout della rete è ottenuto tramite un algoritmo force directed, (Kobourov, S. 2014) che tende ad avvicinare gruppi di nodi maggiormente connessi. Ogni nodo è colorato in base al TOI che più lo caratterizza. Si ottiene così una panoramica immediata del numero di POI rilevanti per ciascun TOI, cosa che permette all’amministratore di cogliere il livello di rappresentatività dei vari TOI sul territorio. La dimensione dei nodi nel layout indica la rilevanza di ciascun POI rispetto al TOI che più lo caratterizza, permettendo all’amministratore di identificare rapidamente quali sono i POI di maggiore importanza rispetto a ciascun TOI. La visualizzazione permette di identificare gruppi di POI tematicamente affini, che nel layout risultano più vicini tra loro. Questa distribuzione nello spazio, unita all’informazione codificata dal colore, ossia il TOI più rilevante per il POI, fornisce uno strumento per la rilevazione di anomalie. Infatti, quello che ci aspettiamo è che i POI associati allo stesso TOI siano geometricamente
Binucci, Biondi, Di Giacomo, Didimo, Fortuni, Liotta, Tappini 118 vicini nel layout. La presenza di un POI in un’area caratterizzata da POI il cui TOI predominante è diverso potrebbe indicare un’anomalia, dovuta ad un’attribuzione sbagliata dei punteggi da parte del POI-TOI Scorer. Per questo motivo, il sistema fornisce all’amministratore la possibilità di accedere alla pagina di gestione del POI anomalo, al fine di correggere eventuali errori e migliorare così la qualità degli itinerari. Figura 7. Rete di similarità fra POI. Per completare le informazioni sulla rilevanza dei TOI rispetto a uno specifico POI, la visualizzazione della rete è accompagnata da altre rappresentazioni grafiche, che permettono di combinare una panoramica generale con analisi più dettagliate e specifiche. In particolare, al click su uno dei nodi, oltre all’evidenziazione dello stesso e dei suoi vicini nella rete, viene visualizzato un diagramma a barre che mostra i punteggi di rilevanza del POI selezionato per ciascun TOI (Figura 8 - sinistra), fornendo una caratterizzazione più approfondita del POI. Se vengono selezionati più POI, viene mostrato un diagramma con coordinate parallele (Figura 8 - destra): ogni spezzata nel diagramma rappresenta un POI, e questa attraversa gli assi verticali in corrispondenza del valore attribuito al TOI (a cui è associato l’asse). Questo consente di confrontare visivamente più POI sui vari temi di interesse.
119 Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali Figura 8. Le diverse rappresentazioni grafiche offerte dell’interfaccia di visualizzazione. Visualizzazione geografica La Figura 9 mostra un’alternativa alla visualizzazione precedente, in cui i POI sono rappresentati sulla mappa in base alla loro posizione geografica. La mappa nella figura rappresenta la regione Umbria e la sua suddivisione in 12 comprensori. Attraverso questa visualizzazione l’amministratore può analizzare la collocazione dei POI nei diversi comprensori e capire, per esempio, quali comprensori sono più rilevanti rispetto a determinati TOI. Figura 9. Rappresentazione dei POI in base alla loro collocazione geografica. Uso coordinato delle visualizzazioni L’interattività del modulo di visualizzazione offre la possibilità di passare agevolmente tra le diverse modalità di visualizzazione mantenendo invariata la selezione dei POI. Ciò consente all’amministratore di integrare informazioni tematiche e geografiche per un’analisi più completa. Ad esempio, se l’amministratore desidera creare un pacchetto turistico per un itinerario di visita avente una durata specifica e che include POI tematicamente simili, può iniziare l’analisi dalla rete delle similarità identificando i nodi pertinenti in base
Binucci, Biondi, Di Giacomo, Didimo, Fortuni, Liotta, Tappini 120 ai temi di interesse e successivamente passare alla visualizzazione geografica per analizzare la collocazione spaziale dei POI selezionati. Quest’ultima analisi può essere usata per valutare la distanza geografica tra i POI e decidere quali di essi possono rientrare nella durata desiderata del pacchetto turistico. 3. Prospettive di Ricerca In questo capitolo abbiamo presentato CHIP, un sistema di raccomandazione e pianificazione di viaggio per il turismo culturale. Sono stati descritti i moduli principali del sistema e le funzionalità di frontend per turisti e amministratori. Il prototipo di CHIP è attualmente sviluppato per fornire ai viaggiatori strumenti robusti, potenti e flessibili per pianificare itinerari culturali personalizzati nella regione Umbria. Tuttavia, l’architettura e le tecniche adottate dal sistema sono sufficientemente generali per replicare il servizio in altre regioni geografiche, a patto di avere a disposizione dati in quantità sufficiente. Relativamente al modulo POI-TOI Scorer, si possono sperimentare nuove strategie di rappresentazione, ad esempio utilizzando modelli linguistici avanzati come TourBERT, (Arefieva, Egger, 2022) per stimare meglio la prossimità POI-TOI. Inoltre, la qualità delle raccomandazioni fornite agli utenti può essere migliorata attraverso lo studio di meccanismi di feedback e accurati meccanismi di embedding. Infine, si può integrare la fruizione del patrimonio culturale offerta da CHIP attraverso l’uso di tecniche VR/AR per la creazione di tour virtuali che consentano ai turisti di vivere un’esperienza immersiva. Adeguate tecniche di Retrieval-Augmented Generation (RAG) possono aprire la strada a nuove esperienze di storytelling in cui un POI si relaziona con il turista raccontando la sua storia in modo interattivo. Bibliografia Brunet, P., De Luca, L., Hyvönen, E., Joffres, A. et al. (2022). Report on a European collaborative cloud for cultural heritage – Ex-ante impact assessment. Publications Office of the European Union. https://data.europa. eu/doi/10.2777/64014. Ricci, F., Rokach, L., Shapira, B., Kantor, P.B. (eds.). (2022). Recommender Systems Handbook. New York: Springer. doi: 10.1007/978-1-0716-2197-4. Bentaleb A., El Bouzekri El Idrissi Y., Ait Lahcen, A. (2021). “A Review on Content Based Recommender Systems in Tourism”. In Digital Technologies and Applications, edited by S. Motahhir and B. Bossoufi, 527–541. Cham: Springer International Publishing. doi: 10.1007/978-3-030-73882-2_48.
121 Un esempio di applicazione delle tecnologie digitali Binucci, C., De Luca, F., Di Giacomo, E., Liotta, G., Montecchiani, F., (2017). “Designing the Content Analyzer of a Travel Recommender System”, Expert Syst. Appl., vol. 87, pp. 199–208. doi: 10.1016/J.ESWA.2017.06.028. Jia, Z., Yang, Y., Gao, W., Chen, X. (2015). “User-Based Collaborative Filtering for Tourist Attraction Recommendations”. In 2015 IEEE International Conference on Computational Intelligence & Communication Technology, 22–25. doi: 10.1109/CICT.2015.20. Bai, M.L., Pamula, R., Jain, P.K. (2019). “Tourist Recommender System using Hybrid Filtering”. In 2019 4th International Conference on Information Systems and Computer Networks (ISCON), 746–749. doi: 10.1109/ ISCON47742.2019.9036308. Sarkar, J.L., Majumder, A., Panigrahi, C. R., Roy, S., Pati, B. (2023). “Tourism recommendation system: a survey and future research directions”. Multimed Tools Appl, vol. 82, fasc. 6, 8983–9027. doi: 10.1007/s11042-02212167-w. Fischetti, M., Salazar-Gonzalez, J.-J., Toth, P. (2007). “The Generalized Traveling Salesman and Orienteering Problems”. In The Traveling Salesman Problem and Its Variations, 609–662. Boston: Springer. doi: 10.1007/0-30648213-4_13. du Cros, H., McKercher, B. (2020). Cultural Tourism (3 ed.). Londra: Routledge. doi: 10.4324/9780429277498. Vansteenwegen, P., Van Oudheusden, D. (2007). “The Mobile Tourist Guide: An OR Opportunity”. OR Insight, 20(3), 21–27. doi: 10.1057/ori.2007.17. Rigakis, M., Trachanatzi, D., Marinaki, M., Marinakis, Y. (2020). “A Hybrid Firefly Algorithm Based on Coordinates for the Prize-Collecting Vehicle Routing Problem”. In Operational Research in Agriculture and Tourism, edited by E. Krassadaki, G. Baourakis, C. Zopounidis and N. Matsatsinis, 145–167. Cham: Springer International Publishing. Ruiz-Meza, J., Montoya-Torres, J. R. (2022). “A systematic literature review for the tourist trip design problem: Extensions, solution techniques and future research lines”. Operations Research Perspectives, 9, 100228. doi: 10.1016/j. orp.2022.100228. Mikolov, T., Chen, K., Corrado, G., Dean, J. (2013). “Efficient Estimation of Word Representations in Vector Space”. arXiv: arXiv:1301.3781. doi: 10.48550/arXiv.1301.3781. Long, J., Sun, Z., Pardalos, P.M., Hong, Y., Zhang, S., Li, C. (2019). “A hybrid multi-objective genetic local search algorithm for the prize-collecting vehicle routing problem”. Information Sciences, 478, 40–61. doi: 10.1016/j. ins.2018.11.006. Perron L., Furnon, V. (2024). OR-Tools. Google. https://developers.google. com/optimization/ HeiGIT. (2024). OpenRouteservice. https://openrouteservice.org
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 128 termini tecnici, co-occorrenze) e di farne un’elaborazione statistica in termini di frequenza. Il Transformer permette, poi, di generare testi che usano parole e combinazioni basandosi sul calcolo delle probabilità. Il modello del linguaggio diventa così generativo: «Generatively Pretrained Transformer, o GPT per gli amici» (Cristianini, 2024, p. 38). Il bot, la «macchina intelligente» (Cristianini, 2024, p. 34), scrive testi che non erano stati scritti prima ri-assemblando testi memorizzati e, proprio per questo, dà all’utente umano la sensazione di trovarsi di fronte a un altro essere umano. Così una parte importante degli studi di IA è dedicata oggi ad analizzare la prosa (e la poesia) generata dagli agenti artificiali (De Cesare, 2023; Tavosanis, 2024). I dati linguistici. L’analisi qualitativa È necessario, a questo punto, inserire una breve precisazione sui dati linguistici che sono presi in considerazione dai sistemi artificiali. Per chi si occupa di linguistica (“lo studio scientifico del linguaggio e delle lingue”: Simone, 1990) i dati linguistici sono di natura qualitativa. Se prendiamo, ad esempio, la frase: (1) Ciao, stasera possiamo andare a mangiare una pizza ci rendiamo conto immediatamente che questa sequenza è diversa da: (2) Possiamo una ciao pizza stasera a mangiare andare Le parole che usiamo sono tutte parole dell’italiano, ma non riconosciamo la combinazione in (2) come una frase italiana. Al contrario, se riformuliamo (1) in (3): (3) Ciao, possiamo andare a mangiare stasera una pizza sentiamo una differenza, ma la riformulazione è sicuramente accettabile. Se usiamo (4), inoltre: (4) Stasera possiamo andare a mangiare una pizza, ciao. notiamo che la frase va bene, ma c’è un uso diverso della parola ciao. Sentiamo che la frase (1) apre una conversazione e che ciao segnala il riconoscimento (amichevole) del ricevente da parte dell’emittente. Al contrario, in (4) ciao indica il commiato dell’emittente. Il gioco delle intonazioni rende più evidente questa differenza e il tutto ci porta a considerare come gli aspetti combinatori e semantici siano legati agli aspetti pragmatici, alle situazioni di comunicazione e ai sistemi di conoscenze dei partecipanti all’atto comunicativo.
129 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue Notiamo anche che la frase (2) è un tipico dato sperimentale, ottenuto utilizzando la capacità che possiede ogni parlante di operare sul linguaggio utilizzando il linguaggio stesso. È la capacità metalinguistica, la capacità, appunto, di generare combinazioni e significati diversi e divergenti, e di giudicare combinazioni e significati di parole, frasi e testi. La frase (2) si troverà in testi e discorsi dedicati all’analisi linguistica, ma potremmo anche trovarla in un testo o un discorso frammentato, legato a situazioni comunicative particolari, in cui, ad esempio, ci sia un gioco di pause e intonazioni che ricostruisce una coerenza concettuale che sembra assente nella coesione sintattica. L’aspetto qualitativo dei dati linguistici si nota prepotentemente prendendo un altro esempio. Consideriamo un celebre passo di un’opera fondamentale della linguistica moderna (che utilizzeremo più avanti per parlare della TA), Language di Leonard Bloomfield (1933, p. 281): (5) The language of any speech-community appears to an observer as a complicated signaling-system, of the kind that has occupied us in the preceding chapters of this book. A language presents itself to us, at any one moment, as a stable structure of lexical and grammatical habits. This, however, is an illusion. Every language is undergoing, at all times, a slow but unceasing process of linguistic change. La traduzione italiana è dovuta a due noti linguisti Francesco Antinucci e Giorgio R. Cardona (1974, p. 329): (6) Ad un osservatore il linguaggio di una qualsiasi comunità linguistica appare come un complicato sistema di segnali, simile a quelli di cui ci siamo occupati nei capitoli precedenti. Una lingua ci si presenta in ogni momento come una struttura stabile di abitudini lessicali e grammaticali. Tuttavia questa è un’illusione. Ogni lingua è sottoposta, in ogni momento, ad un lento ma incessante processo di mutamento linguistico. Come notiamo subito, il testo inglese contiene il termine language nelle due frasi del primo periodo. Nella traduzione italiana la prima occorrenza è tradotta con linguaggio mentre la seconda con lingua; questa scelta è basata su una fondamentale distinzione tecnica. Il primo periodo ci propone una relazione di sinonimia tra l’espressione il linguaggio di una qualsiasi comunità linguistica della prima frase e una lingua della seconda. Questo rapporto di sinonimia è, però, collegato a una relazione di iperonimia/iponimia tra linguaggio e lingua: lingua è la specifica manifestazione del linguaggio in una qualsiasi comunità linguistica:
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 130 (7) All’inizio del periodo successivo, la parola illusione fa riferimento all’intera frase precedente: Una lingua ci si presenta in ogni momento come una struttura stabile di abitudini lessicali e grammaticali. La frase successiva del secondo periodo, Ogni lingua è sottoposta, in ogni momento, ad un lento ma incessante processo di mutamento linguistico, manifesta un’ipotesi contraria a quella precedente; ha un valore oppositivo segnalato esplicitamente dalla parola illusione. Illusione ha, come moltissime altre parole, un significato relazionale; semplificando: a. se x è un’illusione allora x non è vero; b. se x è vero allora x non è un’illusione; c. se x è un’illusione allora esiste un y che non è un’illusione; d. se x non è un’illusione allora esiste un y che è un’illusione e. x e y sono entità che si implicano a vicenda. Nell’esempio bloomfieldiano x è Una lingua ci si presenta in ogni momento come una struttura stabile di abitudini lessicali e grammaticali, mentre y è la frase successiva, Ogni lingua è sottoposta, in ogni momento, ad un lento ma incessante processo di mutamento linguistico. L’implicazione tra x e y in questo caso è esplicita, ma sarebbe presente implicitamente anche se l’A. non avesse proposto la seconda frase. Il lettore si sarebbe trovato a ricostruire il termine opposto della relazione semantica con l’intuizione personale proprio perché (come ha costantemente dimostrato la linguistica contemporanea) la significazione si fonda sulla struttura: Noi cogliamo delle differenze e, grazie a tale percezione, il mondo «prende forma» davanti a noi e per noi. Ma che significa propriamente - sul piano linguistico - l’espressione «percepire delle differenze»? 1. Percepire differenze significa cogliere almeno due termini-oggetto come simultaneamente presenti. 2. Percepire differenze significa cogliere la relazione tra i termini, collegarli in un modo o in un altro. Di qui la prima definizione, del resto di uso generale, del concetto di struttura: presenza di due termini e della relazione tra essi.
131 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue Da ciò discendono immediatamente due conseguenze: 1. Un solo termine-oggetto non comporta significazione. 2. La significazione presuppone l’esistenza della relazione: l’apparire della relazione tra i termini è condizione necessaria della significazione. Greimas (1966, trad. it. 1968, p. 22) La natura relazionale e oppositiva della significazione si presenta a tutti i livelli linguistici e si manifesta in modi diversi. Così, a livello lessicale uno/una si oppone a ogni in: (8) Maria possiede una collezione di bambole. Ogni bambola è ben curata e soltanto una ha un vestito rosso Ogni è sinonimo di tutte, come nell’esempio bloomfieldiano (Ogni lingua…), ma nello stesso testo una acquista un valore diverso da quello mostrato in (5). In Una lingua ci si presenta… una indica qualunque lingua e, quindi, ogni lingua. L’uso della parola una ha così un valore opposto a quello della frase (5), in cui indica un singolo elemento di un insieme e non la totalità. Riassumendo, i dati linguistici che il parlante (e il linguista) prende in considerazione nella comunicazione quotidiana (con gli altri ma anche con se stesso, nel linguaggio interiore o nei sogni) sono dati che rivelano un collegamento imprescindibile con il contesto esterno ed interno dei discorsi e dei testi e con il sistema linguistico complessivo e strutturato che il parlante stesso ha in mente, oltre che, naturalmente, con l’insieme delle conoscenze culturali e personali. Questa dimensione qualitativa rende il linguaggio la capacità che da sempre è stata riconosciuta come tipicamente umana e, in particolare, rende le concrete occorrenze del linguaggio (i testi e i discorsi che pensiamo o produciamo) come dati da interpretare, non soltanto da calcolare. I dati linguistici. L’analisi quantitativa Veniamo adesso alla prospettiva quantitativa2. I dati linguistici, come ogni tipo di dati, possono essere oggetto di un’analisi osservativa intesa, in questo caso, come quantitativa. Se passiamo a un’analisi quantitativa dei testi ci accorgiamo che possiamo ottenere informazioni indubbiamente utili, perdendo però la dimensione qualitativa a cui abbiamo rapidamente accennato. Da un punto di vista quantitativo, i testi sono considerati come insiemi di occorrenze (token) di forme (type). Ad esempio, nel caso dell’esempio bloomfieldiano avremo 3 occorrenze dei type language e the e rispettivamente 4 e 2 occorrenze dei type a e an. Gli strumenti disponibili per l’analisi 2 Per i necessari approfondimenti su questi temi rinviamo a Lenci, Montemagni e Pirrelli (2016).
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 132 quantitativa sono moltissimi e utilizziamo qui il Voyant Tools (https://voyanttools.org/) realizzato da Stéfan Sinclair e George Rockwell e disponibile in traduzione italiana a cura di Fabio Ciotti e del team AIUCD3. La frequenza delle parole è riportata sotto forma di nuvola, e naturalmente con tabelle in cui sono riportati valori statistici come il numero delle parole per frase o la densità del vocabolario. Possiamo ottenere la distribuzione delle parole nelle parti del testo: Figura 2. Grafico di distribuzione delle parole. e le concordanze, cioè i contesti in cui compare ogni parola: Fig. 3 - Concordanze. 3 V. il sito dell’Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale https://www.aiucd.it/. La procedura è utilizzabile (e utilizzata nei corsi di linguistica) anche per fini didattici, come la procedura Dylan TextTools seguente.
133 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue Accanto a questa informazione abbiamo quella sulle collocazioni, cioè sulle parole che circondano ogni token. Possiamo decidere la distanza delle co-occorrenze, quindi stabilire se avere la parola che immediatamente segue il token oppure ottenere rilievi statistici più ampi, considerando 2, 3 o più parole. Così possiamo sapere che a è seguita a distanza 1 da [complicated, language, stable, slow] mentre an da [observer, illusion]. Su questo argomento torneremo più avanti, parlando della SA. Tutte queste informazioni sono di natura statistica, relative alla frequenza delle unità linguistiche nei testi e delle combinazioni rintracciate. Su questa base possiamo ottenere una valutazione della probabilità con cui le parole si presentano e si presenteranno nei testi, e questa valutazione può diventare progressivamente sempre più precisa quanto maggiore è l’insieme dei testi analizzati. Ad esempio, poiché nei testi non troviamo la sequenza a illusion possiamo escludere illusion dalle parole generabili dopo a se diamo al calcolatore il comando di generare un testo. La situazione è, naturalmente, estremamente complessa poiché le forme (type) di una lingua sono centinaia di migliaia e le combinazioni possibili potenzialmente infinite. Oltre all’analisi statistica condotta su miliardi di parole contenute nei testi in formato elettronico, l’essere umano ha dato un aiuto fondamentale alla macchina con il lavoro di annotazione, cioè introducendo conoscenze relative alle forme e alle espressioni linguistiche con sofisticati sistemi di marcatura che forniscono istruzioni alla macchina con tag specifici. In particolare, è stata in gran parte automatizzata l’operazione di lemmatizzazione, cioè la raccolta di forme diverse (e, quindi, di occorrenze, token) sotto un unico lemma così come avviene nei vocabolari. Questa operazione comporta il riconoscimento delle parti del discorso (nome, verbo, aggettivo e così via) e delle omografie/omofonie diffusissime nelle lingue storico-naturali. Un esempio è il seguente, realizzato con la procedura DyLan TextTools (https:// www.ilc.cnr.it/dylanlab/apps/texttools/?tt_user=guest) elaborata dall’Istituto di Linguistica Computazionale “Antonio Zampolli” (ILC) del CNR di Pisa. Prendiamo il testo della traduzione italiana dell’esempio bloomfieldiano e vediamo come la procedura riconduce al lemma le occorrenze:
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 134 Figura 4. Procedura di lemmatizzazione. Le Parts-Of-Speech (in sigla POS) sono indicate da lettere maiuscole (ad esempio, A Adjective, D Determiner, E Preposition e così via). Combinando l’uso di informazioni statistiche su enormi insiemi di testi (i cosiddetti corpora testuali elettronici) e le informazioni sulle regole linguistiche introdotte dagli operatori umani, le applicazioni sono diventate sempre più intelligenti, cioè sono in grado di elaborare testi che: a. utilizzano testi generati da esseri umani, b. in combinazioni che costruiscono la risposta a domande umane (prompt), c. dimostrando la fondamentale proprietà della coerenza testuale proprio perché partono dalla domanda umana e ad essa collegano le informazioni memorizzate. La traduzione automatica Come ogni altra applicazione di IA dedicata al linguaggio4, la TA si basa su una sistematica raccolta di dati testuali: si tratta di quelli che, come abbiamo accennato più sopra, sono definiti corpora testuali elettronici. I corpora possono essere monolingui, ma anche bio pluri-lingui, e in un corpus bilingue i testi 4 Per gli approfondimenti su questi temi rinviamo a Tavosanis (2018) e Kenny (2022). Tavosanis (2019) offre un esempio di confronto tra TA e traduzione umana analogo a quello che proponiamo più avanti.
135 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue possono essere in rapporto di traduzione. I testi in rapporto di traduzione sono detti tecnicamente paralleli e in essi si effettua un’operazione metalinguistica di confronto: le parole del testo di partenza sono poste in corrispondenza con quelle del testo di arrivo. Questo modo di procedere è ampiamente collaudato nella storia e nella pratica della traduzione (Agorni, 2005; Diadori, 2012) e anche è alla base dei sistemi elettronici di Traduzione Assistita, di cui si servono i traduttori umani (professionisti o meno). Il sistema di Traduzione Assistita5 offre al soggetto umano il testo da tradurre, che viene segmentato in unità corrispondenti a frasi e periodi. Insieme, mette a disposizione del traduttore le righe elettroniche in cui inserire la traduzione, in corrispondenza con le unità del testo di origine. In questo modo, il traduttore può marcare la corrispondenza biunivoca tra parole o parti delle frasi del testo di origine e parole o parti di frasi del testo d’arrivo. Queste corrispondenze formano le cosiddette memorie di traduzione e la procedura elettronica ri-propone al soggetto umano le corrispondenze che ha in memoria quando egli ha davanti un nuovo elemento del testo d’origine che è uguale ad un elemento già tradotto. Il traduttore può decidere se utilizzare la traduzione già data precedentemente oppure può scegliere una nuova traduzione. Con la prima operazione valida ulteriormente la corrispondenza che, quindi, acquista un valore maggiore in termini di frequenza. Con la seconda operazione il traduttore arricchisce le memorie di traduzione e, in futuro, può scegliere tra traduzioni alternative. Nella TA il processo di costruzione di memorie di traduzione si basa sulla raccolta di dati provenienti da estesissimi corpora paralleli elettronici (a partire dai vocabolari bie pluri-lingui fino ai siti plurilingui, a libri, giornali e articoli tradotti e così via, fino alle proposte di traduzioni che gli utenti inseriscono quando utilizzano i sistemi di TA). In questo modo, il calcolatore ha una grande base testuale a cui attingere per operare le scelte traduttive quando riceve un input. La procedura di TA procede per n-grammi, cioè confrontando le corrispondenze tra insiemi di parole, partendo da 1 a più (2, 3, 4 e oltre). Naturalmente, la traduzione “1-a-1”, la cosiddetta “traduzione parola per parola” tentata agli albori della TA risulta subito insoddisfacente, per cui più parole si considerano e più la traduzione risulta “accurata” per l’utente umano. Ad esempio, in italiano porta può essere sia nome che verbo (la porta VS porta i libri). Se la procedura trova la prima di porta avremo la traduzione inglese the door, nel secondo caso bring the books. Se aggiungiamo Maria per formare la frase Maria porta i libri avremo la modificazione del verbo alla terza persona singolare dell’indicativo: 5 Per approfondimenti sull’uso di TA e TAss rinviamo a Bersani Berselli (2011) e Lecci, Di Bello (2012). Un testo di riferimento è il volume curato da Somers (2003).
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 136 Figura 5. Processi di traduzione. Le moderne reti neurali prendono in considerazione un numero sempre più elevato di parole e quindi assicurano alla TA risultati giudicati soddisfacenti da parte di molti utenti umani. Come sappiamo bene, però, le traduzioni possibili sono praticamente infinite e questo fatto è stato sintetizzato nel Novecento nella nota teoria dell’indeterminatezza della traduzione del filosofo e logico W.v.O. Quine. Altrettanto indeterminata è la qualità della traduzione e non a caso la norma ISO 17100: 2015 stabilisce i criteri per il processo della traduzione, non per la qualità. La norma indica le regole e i requisiti per offrire un buon servizio di traduzione, non i criteri per distinguere tra buone e cattive traduzioni, criteri che sono stati oggetto di innumerevoli discussioni nel corso dei secoli. Come afferma Magris (2006, p. 183) trattando gli sviluppi recenti delle ricerche sulla qualità della traduzione: le varie correnti della traduttologia hanno proposto modelli anche molto diversi per la valutazione delle traduzioni. Tale diversità è riconducibile a quanto afferma House (1997:1): valutare la qualità di una traduzione presuppone una teoria della traduzione. Diverse concezioni del tradurre portano a diversi concetti di qualità in traduzione, e pertanto a modi diversi di valutare tale qualità. L’Autrice (p. 186) prosegue constatando la diversità tra teoria e pratica nella valutazione, tra studiosi di traduzione (teorici) e traduttori professionisti (pratici): Peter Schmitt (citato in Kingscott, 1999, p. 23), in apertura di una conferenza sulla qualità in traduzione, tenutasi a Lipsia nel 1999, ha affermato che, poiché non vi sono ancora criteri oggettivi accettati da tutti per valutare la qualità dei servizi di traduzione ed interpretazione, i traduttori professionisti giustamente si attendono un aiuto dai teorici. Ma questi ultimi si limitano a sottolineare la complessità della questione astenendosi del tutto o proponendo dei modelli che i pratici trovano impossibili da applicare.
137 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue Sta di fatto che chi opera nel mondo della traduzione sa che esistono molte strategie traduttive e che le traduzioni mutano nel tempo e secondo le diverse prospettive dei traduttori.6 Ma, allora. se esistono traduzione alternative come scegliere e, soprattutto, come può scegliere la macchina? Poiché la TA opera in modo quantitativo, prima di tutto è possibile basarsi sulla frequenza: tanto più ci sono corrispondenze in testi paralleli tanto più la macchina può scegliere come migliore la traduzione più frequente. Questo criterio non è, però, sufficiente e quindi è necessaria una metrica complessa, cioè una procedura che valuti in termini operabili dalla macchina la qualità delle traduzioni tenendo conto di una pluralità di parametri. Nella storia recente della TA si è affermato, in primo luogo, un criterio di Translation Quality Assesment7 basato sul confronto tra traduzioni umane professionali e output delle procedure automatiche. Il sistema più noto è BLEU (Papineni et al., 2002, p. 311): How does one measure translation performance? The closer a machine translation is to a professional human translation, the better it is. This is the central idea behind our proposal. To judge the quality of a machine translation, one measures its closeness to one or more reference human translations according to a numerical metric. Thus, our MT evaluation system requires two ingredients: 1. a numerical “translation closeness” metric 2. a corpus of good quality human reference translations. L’applicazione BLEU è liberamente scaricabile e possiamo avere una prova del suo funzionamento collegandoci al sito dell’azienda AI Tilde (https://www. tilde.com/?lang=it) che fornisce, tra l’altro, un proprio sistema di TA. Nella pagina che mette a disposizione BLEU (https://www.letsmt.eu/Bleu.aspx) possiamo introdurre: a. il testo sorgente; b. una traduzione professionale; c. una o più traduzione effettuate da un traduttore automatico. Se consideriamo l’esempio (5) possiamo effettuare il confronto tra la traduzione professionale (6) di F. Antinucci e G.R. Cardona (1974) e le seguenti traduzioni di Google Translate e DeepL (https://www.deepl.com/it/ translator): 6 Cfr. House (1997, 2014) e Osimo (2004). 7 Sul TQA rinviamo al volume curato da Moorkens et al. (2018).
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 144 The use of conversational artificial intelligence in healthcare and mental health applications is likely to be significantly impacted by sentiment analysis as well. It is possible for virtual assistants that are meant to give assistance for mental health to employ sentiment analysis to identify changes in a user’s mood or emotional state. This allows the virtual assistant to deliver appropriate replies or counselling (Dileep, Jena, 2024, p. 190) Un aspetto essenziale nell’uso delle applicazioni IA è, poi, la scelta dei dati sui quali esse si basano. Se riprendiamo le citazioni precedenti relative alla TA e alla SA, ci accorgiamo immediatamente che la specificazione delle fonti è solitamente generica: Figura 10. Scelta delle fonti nei sistemi IA Chi si occupa di traduzioni e di corpora testuali sa bene come la scelta qualitativa delle fonti sia un aspetto determinante, soprattutto per i risultati che si possono ottenere. In linguistica la raccolta e l’uso di corpora testuali elettronici10 costituiscono da tempo una branca specialistica. I ricercatori hanno messo in luce i complessi problemi che sono legati alla scelta dei testi, il cosiddetto bilanciamento secondo i diversi tipi e generi (orali VS scritti, pubblicitari VS tecnici e così via). Rispetto a una raccolta indifferenziata (considerando il Web come corpus11) sono stati elaborate, poi, basi di dati testuali con ricchi sistemi di marcatura, che consentono un’analisi molto più approfondita. Nell’ambito della traduzione, è sufficiente ricordare la discussione storica sull’orientamento delle traduzioni, se verso il testo di partenza o verso il testo di arrivo. Come ricorda Eco (2003, p. 171) il dilemma che si pone è il seguente: una traduzione deve condurre il lettore a comprendere l’universo linguistico e culturale del testo di origine, o deve trasformare il testo originale per renderlo accettabile al lettore della lingua e della cultura di destinazione? 10 Per i necessari approfondimenti sulla linguistica dei corpora e sulla codifica elettronica dei testi rinviamo a Freddi (2014), Riccio (2016) e Pierazzo (2005). 11 In questo senso un riferimento utile è ai grandi corpora curati da Mark Davies (https://www.mark-davies.org/) tra cui iWeb Corpus https://www.english-corpora.org/ iweb/ e NOW Corpus (News on the Web https://www.english-corpora.org/now/).
145 Ingegnerizzare l’immateriale: intelligenza artificiale e lingue L’orientamento del traduttore genera traduzioni diverse e in moltissimi casi, naturalmente, ugualmente professionali. Al problema della scelta e degli algoritmi d’uso delle fonti si collega un aspetto che caratterizza tutta la filosofia delle applicazioni informatiche, sintetizzato dallo psicologo Donald A. Norman nel celebre libro Il computer invisibile (1998, trad. it. 2005). Nella Prefazione alla seconda edizione italiana (p. ix), l’A. afferma che «La tecnologia deve funzionare senza intoppi, in modo invisibile, dietro le quinte» e ancora «Ne Il computer invisibile faccio una previsione: a mano a mano che i computer matureranno e diventeranno una parte scontata del nostro paesaggio tecnologico, diventeranno invisibili, nascosti alla nostra vista». L’ideale proposto da Norman, e perseguito dall’industria informatica, è quello di avere infodomestici: Al posto dei computer avremo infodomestici, apparecchi specializzati che saranno di servizio per le attività umane senza sforzo, offrendo comodità, facilità d’uso e piacere (Norman 1998, trad. it. 2005 p. ix). In questo senso le applicazioni di IA sono già strumenti quotidiani che usiamo senza chiederci come funzionino e, come affermano Mollo et al. (2018, 264) a proposito della progettazione di chatbot: Gli utenti non vogliono sapere come un assistente virtuale raggiungerà la soluzione. Per le necessità di velocità e semplicità, il consumatore non deve sapere quali siano i meccanismi che sottendono alla soluzione del bisogno presentato. Ma la rinuncia alla consapevolezza delle caratteristiche dello strumento non è un’opzione utile per il soggetto umano, per le applicazioni sofisticate dell’IA come per una tecnologia millenaria come il coltello. A questa consapevolezza si lega il valore ideologico delle tecnologie e anche questo non è un fatto nuovo, tutt’altro, poiché le tecnologie umane costantemente esprimono questo rapporto. Un altro esempio con una tecnologia “semplice” è quello della forchetta, documentata ad esempio in Wikipedia (https://it.wikipedia. org/wiki/Forchetta). La forchetta ha avuto una storia complessa e controversa nei secoli, basti pensare alla condanna di San Pier Damiani e ai movimenti moderni che sostengono il valore di usare le mani per prendere e gustare il cibo. La forchetta nega l’uso della mano, del tatto nel rapporto diretto con il cibo, in favore di altre modalità percettive e convinzioni culturali. In breve, ogni tecnologia richiede (o dovrebbe richiedere) una consapevolezza ideologica sulle motivazioni che l’hanno realizzata e, di conseguenza, sull’uso che se ne può fare. La tecnologia dell’IA richiede una consapevolezza ideologica adeguata, proprio perché il dato quantitativo diventa, a sua volta, un dato qualitativo
Franco Lorenzi, Diana Peppoloni 146 per il soggetto umano, come nel caso dei grandi corpora testuali elettronici utilizzati per la costruzione di nuovi testi e nuove traduzioni e per le metriche di valutazione, che vengono applicate, poi, alla qualità delle traduzioni umane. Infine, come affermano Mayaffre e Vanni (2021b, p. 9): L’Intelligence artificielle (IA) reste aujourd’hui une boîte noire. […] Les chercheurs en SHS qui ont affaire au texte ont tout à gagner de l’Intelligence artificielle à condition d’échapper aux deux écueils symétriques dont la bibliographie a désormais bien balisé les dangers : l’anthropomorphisation de la machine d’un côté, la mécanisation de l’humain de l’autre. Bibliografia Agorni, M. (2005). La traduzione. Teoria e metodi a confronto. Milano: Ledizioni. Al Sharou, K., Specia, L. (2022). “A Taxonomy and Study of Critical Errors in Machine Translation”. In Proceeding of 23th Annual Conference of the European Association for Machine Translation. 171-180. European Association for Machine Translation. https://aclanthology.org/2022.eamt-1.20.pdf. Bersani Berselli, G., a c. di. (2011). Usare la traduzione automatica. Bologna: Clueb. Bloomfield, L. (1933). Language. New York: Holt, Rinehart and Winston. Trad. it. Antinucci, F., Cardona, G. (1974). Il linguaggio. Milano: Il Saggiatore. Ceron, A., Curini, L., Iacus, S. a c. di. (2014). Social Media e Sentiment Analysis. Milano: Springer. Cristianini, N. (2024). Machina sapiens. Bologna: il Mulino. De Cesare, A.-M. (2023). “Assessing the quality of ChatGPT’s generated output in light of human-written texts. A corpus study based on textual parameters”. Chimera. 10. 179-210. Diadori, P. (2012). Teoria e tecnica della traduzione. Milano: Mondadori. Dileep, K., Jena, S.R. (2024). Natural Language Processing for Sentiment Analysis. Gwaliar, Madya Pradesh: Xoffencer International Book Publications. Eco, U. (2003). Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione. Milano: Bompiani. Freddi, M. (2014). Linguistica dei corpora. Roma: Carocci. Givone, S. (2003). Storia del nulla. Roma-Bari: Laterza. González Pastor, D. (2022). “Tecnologías de la traducción y formación de traductores: automatización y nuevos perfiles profesionales”. Revista Tradumàtica. Tecnologies de la Traducció. 20. 206-221. https://doi.org/10.5565/rev/ tradumatica.328. Greimas, A.J. (1966). Sémantique structurale. Parigi: Larousse. Trad. it. Sordi, I. (1968). La semantica strutturale. Milano: Rizzoli. Guidolin, M., Magnani, M., Mazza, P. (2021). Big Data e Sentiment Analysis. Milano: Egea.
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la sTorIa dell’arTe e l’aTTrIbUzIonIsmo Tra maTerIalITà e ImmaTerIalITà Giacomo Mengarelli Con il termine “attribuzionismo” si indica una pratica tipica della disciplina storico-artistica che affonda le proprie radici nella natura visiva dell’oggetto di indagine. Tale ambito, noto anche con l’espressione anglosassone connoisseurship, mira a definire, attraverso l’analisi filologico-stilistica, la paternità e la datazione ipotetica di un’opera d’arte. Laddove non sia possibile ricondurre a una specifica identità storica un corpus di opere stilisticamente omogeneo, si ricorre ai cosiddetti “notname” (nomi convenzionali) – ad esempio Maestro di Santa Chiara o Maestro di San Francesco –, espressioni formulate dagli studiosi per registrare inedite personalità artistiche. Va da sé che, in assenza di un puntuale riscontro documentario, il giudizio del conoscitore può essere ribaltato da proposte alternative, generando, non di rado, accese dispute tra gli esperti. Inoltre, un’attribuzione, alla luce del valore storico di cui è portatrice, attesta come un certo artista viene percepito in un determinato contesto culturale. La nascita della connoisseurship è tradizionalmente collocata nell’Inghilterra del XVIII secolo, in relazione alle opere del pittore e trattatista inglese Jonathan Richardson1; tuttavia, diversi aspetti metodologici di tale pratica trovano riscontro già negli scritti di artisti e intellettuali precedenti, riconosciuti oggi come proto-conoscitori2. Solamente a partire dalla metà del XIX secolo, in pieno clima positivista, l’attribuzionismo raggiunse lo status di strumento1 Alcuni degli scritti più noti del pittore e trattatista inglese: An Essay on the Theory of Painting (1715), An Essay on the Art of Criticism (1719) e The Science of a Connoisseur (1719). Sulla figura di J. Richardson, si veda Stefan Albl (2016). 2 In un recente contributo, Mina Gregori (2018) ha ripercorso l’attività che, tra XVII e XVIII secolo, contraddistinse il cosiddetto “dilettante”, da intendere, sulla scorta di quanto già sostenuto da Giulio Mancini nella Considerazioni sulla pittura, come “un huomo di diletto di simili studij [che] possa con facilità dar giuditio delle pitture propostegli”, nonostante “non sappia maneggiare il pennello”. Il dilettante esperto d’arte, insieme all’artista, ha incarnato per secoli la figura dell’odierno conoscitore.
Giacomo Mengarelli 150 guida della disciplina storico-artistica. L’esperto, forte del proprio “occhio”, era impegnato a distinguere e classificare, sulla base di aspetti esclusivamente formali, le opere raccolte nelle principali collezioni pubbliche e private, nonché a redigere cataloghi ragionati e monografie dei principali protagonisti della storia dell’arte. In questa età dell’oro della connoisseurship si distinsero due tipologie di attribuzione, quella intuitiva e quella scientifica, rispettivamente riconducibili ai più influenti esperti del tempo, gli italiani Giovan Battista Cavalcaselle (1819-1897) e Giovanni Morelli (1816-1891)3. Il primo, durante le sue innumerevoli ricognizioni sul campo, elaborò un metodo empirico basato sull’intuizione, ovvero, secondo quanto già formulato dall’erudito Giovanni Bottari (1689–1775), sull’idea per la quale ciò che “fa distinguere l’autore di un quadro è quel tutto insieme che si presenta alla prima a uno che abbia gran pratica di quella maniera”4. Come testimoniato dai suoi taccuini di viaggio, conservati oggi presso la biblioteca Marciana di Venezia, Cavalcaselle era solito riprodurre i dipinti, o particolari di questi, con degli schizzi – in certi casi, a riprova della sua formazione accademica, qualitativamente molto accurati – che gli permettevano di “cogliere e fermare per la memoria lo stile degli artisti” (Ragghianti, 1952). Proficuo fu l’incontro con Joseph Archer Crowe, giornalista inglese con il quale collaborò alla pubblicazione, tra gli altri scritti5, della monumentale A New History of Painting in Italy, from the Second to the Sixteenth Century (1864-66), opera edita in tre volumi e imprescindibile punto di riferimento della storiografia artistica europea. A Giovanni Morelli, invece, viene unanimemente riconosciuto il merito di aver elaborato un “sistema” rigoroso e organizzato, che si proponeva come scientifico6. Tale metodo viene descritto dettagliatamente per la prima volta 3 Tale distinzione, già proposta da Enrico Castelnuovo (1968) nei termini di “attribution scientifique” e “attribution intuitive”, viene ribadita da Mina Gregori (2018, p. 7), la quale, nel già citato contributo, sostiene che questa “ha assunto un valore filosofico: idealistica l’intuizione, positivistica l’osservazione analitica delle forme”. 4 Castelnuovo (1968, p. 782.) 5 Per una esaustiva trattazione circa l’attività di Giovan Battista Cavalcaselle: Levi (1988), Galassi (2023), Mazzaferro (2023). 6 Alcuni aspetti dell’impianto metodologico di Morelli trovano una evidente anticipazione nella prefazione alla Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII secolo (Lanzi, 1809). In questo testo l’abate Luigi Lanzi (1732-1810) afferma che: “la natura […] dà a ciascuno nello scrivere un girar di penna, che difficilmente può contraffarsi o confondersi del tutto con altro scritto. Una mano avvezza a moversi in una data maniera, tien sempre quella […]. Così è in dipingere […]”; inoltre, riferendosi alla figura del copista, specifica che egli “non potrà nascondere a lungo andare la sua libertà che gli fa mescolar la propria maniera coll’altrui in quelle cose specialmente che men si curano; com’è lo stil de’ capelli, il campo, o l’indietro”.
151 La storia dell’arte e l’attribuzionismo tra materialità e immaterialità nel volume Die Galerien Borghese und Doria-Panfili in Rom (Anderson, 1991), pubblicato in tedesco nel 1890 sotto lo pseudonimo Ivan Lermolieff – anagramma di Morelli con l’aggiunta di una terminazione tipicamente russa – e tradotto postumo in italiano nel 1897 da Gustavo Frizzoni. In opposizione rispetto al coetaneo Cavalcaselle, accusato di basare le proprie attribuzioni sulla cosiddetta “impressione generale”, Morelli proponeva di spostare l’attenzione su alcuni dettagli anatomici solitamente ritenuti secondari, quali orecchie, mani e, horribile dictu, unghie; questi, a suo modo di vedere, in quanto elementi ripetuti meccanicamente – o forse sarebbe meglio dire inconsciamente – finivano per delineare le cifre distintive e i “tic” nascosti di ogni artista. Alcuni studiosi hanno riconosciuto nella sua formazione scientifica i presupposti per l’elaborazione del suddetto metodo7. Tra le varie attribuzioni formulate da Morelli, la più celebre riguarda la Venere di Giorgione conservata nella Gemäldegalerie di Dresda, considerata precedentemente una copia del Sassoferrato da Tiziano. La figura del conoscitore, raggiungendo talvolta picchi di vera e propria celebrità, conobbe una fortuna pressoché incontrastata fino alla metà del XX secolo, quando, diversamente, iniziò il suo progressivo declino. Indicativa è la data 1948, anno in cui la nota rivista d’arte “The Burlington Magazine” eliminava dal proprio sottotitolo – come a volerne decretare le sorti – la dicitura “for connoisseurs” (Pezzini, 2013; 2014). Nel corso dei decenni successivi, l’attribuzionismo, rispetto al ruolo ricoperto fino a quel momento, registrò un significativo ridimensionamento: sebbene non fosse 7 In Art and Anarchy Edgar Wind (1963) considera, da una parte, il rapporto tra quanto elaborato da Morelli e la metodologia tipica dell’investigatore – “minuzie che tradiscono la presenza di un dato artista, come un criminale viene tradito dalle impronte digitali” –, dall’altra, i punti di contatto con la psicologia moderna. Il primo spunto, pochi anni dopo, viene sviluppato da Enrico Castelnuovo (1968) attraverso un raffronto con il metodo elaborato dal personaggio letterario Sherlock Holmes, pista ulteriormente perseguita da Carlo Ginzburg (1986) in Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia mediante un racconto di Arthur Conan Doyle, L’avventura della scatola di cartone (1893), in cui il celebre investigatore di Baker Street risolve uno dei suoi casi rifacendosi in modo esplicito a quanto formulato da Giovanni Morelli. Sempre in questo testo, Ginzburg riconsidera il legame tra il suddetto metodo attributivo e la psicologia moderna, sottolineando come già Sigmund Freud (1939), in un passo del saggio Il Mosè di Michelangelo, avesse dichiarato di fatto un debito nei confronti degli scritti dello storico dell’arte veronese in una fase molto anteriore alla scoperta della psicoanalisi. Questi metodi, da Ginzburg (1992) definiti “paradigmi indiziari”, si basano su delle tracce che consentono di cogliere una realtà più profonda, altrimenti inattingibile (tracce che per Freud erano sintomi, per Holmes indizi e per Morelli segni pittorici). Un ulteriore punto di contatto tra queste personalità prese in esame riguarda la loro formazione: Freud era un medico, così come lo era Conan Doyle prima di dedicarsi alla letteratura, mentre Morelli si era limitato alla laurea in medicina, senza mai praticarla.
Giacomo Mengarelli 152 mai stata messa in discussione la sua connaturata utilità, la lettura filologicostilistica dell’opera non rappresentava più il fine ultimo della ricerca storicoartistica che, al contempo, influenzata da nuove tendenze, quali la psicologia della percezione, la sociologia, l’iconografia e l’iconologia, la psicanalisi e l’etnografia, ampliava a dismisura il proprio raggio d’azione, orientando progressivamente i propri indirizzi verso quella che viene definita “analisi del contesto” (Castelnuovo, 1968, pp. 780-783). In una recente pubblicazione dal titolo alquanto esplicativo, Il conoscitore prima star, poi bandito, ora estinto, Andrea De Marchi propone un’interessante riflessione sulle ragioni che nel secondo dopoguerra condussero su scala internazionale al declino “rapido e silenzioso” della figura del connoisseur: in aggiunta al “fascino tutto speciale” delle già citate nuove linee di ricerca, l’autore puntualizza quanto determinante si rivelò l’accusa che aveva investito, in modo intransigente, l’esperto d’arte, ritenuto colpevole, come indicato inequivocabilmente con il termine “bandito” nel titolo del contributo, di atteggiamenti “poco trasparenti” nel commercio delle opere d’arte8. Nel corso degli ultimi anni, parallelamente alla più o meno dichiarata “delegittimazione” registrata in ambito storico-artistico, il tema della connoisseurship ha riscontrato una notevole fortuna nell’emergente Digital Art History (DAH)9, branca delle Digital Humanities (DH) che si caratterizza per l’utilizzo di tecniche computazionali nell’analisi di collezioni digitali di opere d’arte. Con l’espressione computational formalism viene indicato specificatamente il rinnovato interesse nei confronti degli aspetti stilisticoformali delle opere dettato dai recenti progressi tecnologici10. Rispetto alla pratica tradizionale, la dimensione digitale, di supporto all’esperto nei compiti di estrazione e catalogazione delle informazioni, consente di analizzare grandi quantità di dati in tempi relativamente brevi, superando, frattanto, i limiti legati alla natura dell’occhio umano sia in termini di analisi dei dettagli che di tipologia di misurazioni e caratteristiche prese in considerazione. Nonostante questo settore di ricerca si sia profilato ormai da diversi anni, solamente a partire dalla metà dello scorso decennio sono emersi nuovi scenari sorprendenti, dovuti, da una parte, alla sempre maggiore disponibilità di opere d’arte digitalizzate11 e, dall’altra, agli ultimi sviluppi registrati negli 8 Nel ripercorrere tali vicissitudini, A. De Marchi (2016) ribadisce, con tono polemico, che “la reazione ha finito per andare molto oltre il dovuto”, sottolineando come, “invece di verificare l’onestà e l’esattezza dei pareri espressi, sembra emerso, o meglio riemerso, un bisogno di annullare radicalmente ogni legame fra arte e denaro”. 9 Come sostenuto da Johanna Drucker (2013), l’espressione “digital art history” – da considerare distintamente rispetto a “digitized art history” – indica l’utilizzo di metodologie computazionali avanzate che non rappresentino meri strumenti per l’accesso a contenuti online, quanto piuttosto “ways of thinking with digital processes”. 10 Espressione coniata da Amanda Wasielewski (2023). 11 Negli ultimi anni, per quanto riguarda il panorama italiano, molteplici
153 La storia dell’arte e l’attribuzionismo tra materialità e immaterialità ambiti della computer vision e del deep learning12 (Krizhevsky et al., 2017; Castellano, Vessio, 2021). Con il termine deep learning (apprendimento profondo) si indica una sottocategoria del machine learning (apprendimento automatico) che utilizza reti neurali profonde per apprendere ed eseguire specifici compiti attraverso l’addestramento sui dati. Queste reti sono costituite da molteplici strati (layers) di neuroni artificiali che consentono l’estrazione delle caratteristiche (features) salienti nel dominio considerato13. Il notevole successo riscosso da questi modelli rispetto ai classici algoritmi di machine learning risiede proprio nella loro capacità di apprendere le “caratteristiche rilevanti” direttamente dai dati, automatizzando quindi la fase di feature extraction. In ambito storico-artistico, come del resto, più in generale, nel campo della computer vision, le reti neurali profonde maggiormente utilizzate sono quelle convoluzionali (CNNs)14. Queste innovative tecniche di indagine, al cospetto delle molteplici operazioni per cui possono essere sfruttate15, si sono dimostrate particolarmente efficaci nei compiti di autenticazione di opere d’arte: in relazione al sempre più elevato valore economico raggiunto dalle opere stesse e, come anticipato, alla crescente sfiducia nei confronti della figura del conoscitore, alcune start-up progetti di digitalizzazione del patrimonio culturale sono stati incentivati a seguito della pubblicazione del Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND, 2023). Il documento, pensato come riferimento metodologico e operativo per il processo di trasformazione digitale relativo ai beni culturali, è consultabile al seguente link: https://digitallibrary. cultura.gov.it/wp-content/uploads/2023/10/PND_V1_1_2023-1.pdf . 12 L’interesse nei confronti dei modelli di deep learning applicati al contesto storico-artistico è decollato a partire dal 2012, a seguito dei risultati conseguiti dai ricercatori A. Krizhevsky, I. Sutskever e G. E. Hinton (2017), vincitori dell’ImageNet Large Scale Visual Recognition Challenge (ILSVRC). In occasione di questo concorso, gli studiosi presentarono la rete neurale AlexNet, un modello in grado di superare di gran lunga i precedenti algoritmi tradizionali. 13 Il termine “deep” si riferisce proprio alla presenza di molteplici strati (layers) di neuroni artificiali. Queste reti elaborano le informazioni in modo gerarchico: i primi layers, quelli più prossimi all’input, catturano caratteristiche elementari, mentre i successivi estraggono caratteristiche progressivamente sempre più complesse. 14 Un classico esempio di CNN concepita per risolvere questioni di attribuzionismo è PigeoNET. Come indicato da Nanne van Noord, Ella Hendriks e Eric O. Postma (2015), autori dello studio, “a convolutional neural network can learn to recognize the visually characteristic features of an artist by adapting filters to respond to the presence of these features in an image. The filters are adapted to respond to a feature by adjusting the parameters, or weights, of the filters until a suitable configuration is found. The proper weights for this configuration are obtained by means of a learning algorithm called back-propagation, which requires no prior knowledge other than the input images and a label (e.g., the artist who created it)”. 15 Per una panoramica delle molteplici operazioni che si possono eseguire nel settore storico-artistico attraverso l’utilizzo di reti neurali profonde, si veda: Castellano, Vessio, 2021.