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La Monaca, Donatella: scrittrici siciliane del Novecento [Reseña]

Trapassi, Leonarda

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Già Leonardo Sciascia nel 1981, in occasione della riedizione delle opere della scrittrice palermitana Maria Messina (nata intorno al 1887) da parte della casa editrice Sellerio, si stupiva del fatto che il nome della «Mansfield siciliana» fosse rimasto ignorato per lungo tempo da critica e editori e bisogna constatare che tuttora resta ancora molto da fare per riempire quella che lo scrittore di Racalmuto considerava «una dimenticanza [...] che spesso s’insinua e dilaga come edera rampicante a coprire certe aree e certi nomi della nostra storia civile e letteraria». In questo senso un utilissimo contributo è il recente volume sulle scrittrici siciliane del Novecento di Donatella La Monaca, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Palermo, arricchito da un vasto repertorio antologico e da una guida bio-biblio- grafica, un invito a scoprire o rileggere l’opera di alcune delle più rappresentati- ve scrittrici del Novecento siciliano. I profili critici analizzano via via i percorsi creativi di sette scrittrici, Teresa Carpintieri, Maria Rosa Cutrufelli, Livia De Stefani, Laura Di Falco, Silvana Grasso, Silvana La Spina e Dacia Maraini. Strutturati come brevi capitoli monografici i saggi del volume propongono itinerari di scrittrici che, pur nella loro diversità, sono accomunati non solo dall’appartenenza insulare delle autrici, ma anche dalle scelte tematico-stilistiche nella rappresentazione, attraverso l’invenzione narrativa, di tensioni epocali e individuali emblematiche dell’isola e del destino femminile. In quest’ottica il volume costruisce una sorta di «autobiografia» della Sicilia attraverso fisionomie artistiche e private, ma ci conduce gradualmente a ripensare in base a nuove coordinate la partecipazione delle scrittrici isolane a un dibatti- to letterario e a uno scenario culturale più vasti. Dell’itinerario letterario della scrittrice siracusana Teresa Carpintieri (Siracusa, 1907-Roma, 1989), a cui è dedicato il primo capitolo, si sottolinea soprattut- to la variegata trama di motivi e temi e la sempre maggiore e ricercata stilizzazione letteraria. Mito, storia e realtà sembrano infatti intrecciarsi, in una Sicilia riletta attraverso il filtro della classicità, nell’indagine della sua storia e della sua quotidianità. Ciò accade nel primo romanzo, La signora di Belfronte (Roma: Carucci, 1959), affresco storico del proprio prestigioso casato siciliano dal periodo borbonico fino alla seconda guerra e viaggio memoriale di respiro ottocentesco, ma anche nei successivi romanzi dai toni più simbolico-leggendari. In Le stelle dell’Orsa (Caltanissetta-Roma: Sciascia, 1962) e La Dionea (Palermo: Flaccovio, 1971) Donatella La Monaca individua il leitmotiv del viaggio, che si sviluppa nel primo come tema classico del ritorno all’isola nella storia delle peregrinazioni di un fuorilegge e sullo sfondo del miraggio dell’emigrazione in America; nel secondo invece nella narrazione delle vicende parallele di cinque fratelli sulle quali incombe minacciosa la presenza misteriosa e metaforica di una figura femminile, Dionea, il cui significato emerge chiaramente dall’allusione alla pianta carnivora da cui mutua il nome. Sempre alla simbologia floreale rimanda il titolo del romanzo del 1978 (L’Eringio, Palermo: Flaccovio, 1978), una sorta di biografia interiore della poetessa siciliana dell’Ottocento Mariannina Coffa, dove ritorna l’impianto ottocentesco, pur con accenti su tematiche legate alla condizione e alla difficile ricerca dell’identità femminile. Teresa Carpintieri, a distanza di un seco- 204 Quaderns d’Italià 15, 2010 Ressenyes Donatella LAMONACA Scrittrici Siciliane del Novecento Palermo: Flaccovio, 2008 Ressenyes Quaderns d’Italià 15, 2010 205 lo, si fa portavoce della poetessa scomparsa prematuramente, ascoltandola nella sua «integrità» e strappandola al «silenzio, tutt’altro che involontario, degli uomini “persecutori” ancora intesi a salvare la loro fama, piuttosto che quella della “vittima”». A questo tema si riallaccia naturalmente il capitolo sulla scrittrice di origine messinese Maria Rosa Cutrufelli. Qui il discorso critico affronta la produzione letteraria e saggistica di una scrittrice e giornalista da sempre impegnata su temi di impegno etico-civile, come l’emancipazione femminile. Si ricostruiscono così le storie e le figure di donne dei romanzi e si individua nella predilezione per una «regia psicologica della narrazione» la particolare nota distintiva dell’opera dell’autrice, espediente che consente alla scrittura una certa libertà dalla storia portante e dalla trama dell’azione, sempre essenziale e con recuperi e del passato e proiezio- ni future. Questo l’impianto compositivo fin dal primo romanzo, La Briganta (Palermo: La Luna, 1990), ambientato nella Sicilia postunitaria del brigantaggio e dell’incuria istituzionale e poi nella storia delle due donne protagoniste di Complice il dubbio (Milano: Mondadori, 1992). Dopo la parentesi più autobiografico-giornalistica di Mama Africa (Milano: Feltrinelli, 1993), nato dall’esperienza come cronista della liberazione dell’Angola dal dominio portoghese, il ritorno alla Sicilia con Canto al deserto (Milano: Longanesi, 1994), storia di un viaggio a ritroso nella terra d’origine e di Tina ambientata nel mondo della malavita gelese. Tra le altre prove della scrittrice significativamente la Sicilia ritorna ancora nell’opera narrativa per ragazzi Terrona (Enna: Città aperta, 2004), favola autobiografica di una bambina siciliana che vive, con il trasferimento al nord, l’ingresso nell’eta adulta. Il percorso si chiude con il noto romanzo storico-biografico sulla figura di Olympe De Gouges La donna che visse per un sogno (Milano: Frassinelli, 2004) in cui, come nell’ultima prova narrativa, D’Amore e d’odio (Milano: Frassinelli, 2008), la scrittrice si trasforma in «pescatrice di vite perdute», immergendosi nella Storia e nelle storie dapprima per recuperare il destino di una donna rivoluzionaria dell’epoca dei lumi e poi per raccontare piccole vicende di donne che ricompongono la storia italiana del Novecento. Attorno all’impurità narrativa di Livia De Stefani (Palermo 1913-Roma 1991) si costruisce il terzo saggio del volume. Tema privilegiato dei numerosi racconti e romanzi l’aristocrazia fondiaria siciliana, mondo che l’autrice conosce bene come «figlia di baroni e mistici», come ironicamente si autodefinisce in un’intervista in cui tra l’altro sottolinea i retaggi pregiudiziali che nel suo contesto familiare circondano l’attività di scrittrice e che l’insularità acuisce. L’appartenenza isolana si svela comunque, come intuisce Donatella La Monaca, nei nuclei ideativi e nelle scelte espressive che pur riallacciandosi in maniera consapevole alla tradizione siciliana, tendono alla ricerca del nuovo e dell’inedito. Nei racconti del volume Gli affatturati (Milano: Mondadori, 1955), così come nel romanzo rivelazione La Vigna di uve nere (Milano: Mondadori, 1953), «l’impianto narrativo di voluta aderenza alla realtà» si combina con toni diversi, da dramma, farsa e invenzione surreale. Nei racconti sul filo conduttore della malìa, della fattura, la descrittività di spazi e tratti fisionomici rimanda a echi derobertiani e si combina con una commistione di registri espressivi e contaminazione di piani temporali. La struttura e il tessuto narrativo del romanzo (il racconto tragico delle conseguenze della sete di onnipotenza del protagonista, padre-tiranno in una Sicilia dominata dalla legge dell’onore mafioso), gli conferiscono al tempo stesso connotazioni realiste e mitiche. Nelle valutazioni critiche sul romanzo sia Carlo Levi che Eugenio Montale sottolinearono, 206 Quaderns d’Italià 15, 2010 Ressenyes a questo proposito, la particolare rappresentazione dell’elemento mitico. Proprio quest‘ultimo ricorda che il senso di fatalità, l’universo arcaico e gli archetipi pater- ni, materni, filiali, espressioni di miti antichissimi hanno origine e germogliano proprio dalla realtà isolana. Dal romanzo tragico ai toni psicologici dei racconti di Viaggio di una sconosciuta (Milano: Mondadori, 1963), di meditata ascendenza pirandelliana, fino all’irrequietezza formale del monologo romanzesco della Signora di Cariddi (Milano: Rizzoli, 1971) e al romanzo più provocatoriamente surreale La Stella Assenzio (Firenze: Vallecchi, 1985), il capitolo traccia il cammino artistico e intellettuale della scrittrice e arriva all’ultima opera La mafia alle mie spalle (Milano: Mondadori, 1991). Qui la De Stefani in una sorta di memoria autobiografica si addentra nel microcosmo malavitoso degli anni Cinquanta svelando in un tono tra favola e verità, com’è stato notato da Raffaele La Capria, logiche e meccanismi della società omertosa. Analizzando invece l’iter artistico di Laura Di Falco (1910, Siracusa-Roma, 2000), Donatella La Monaca sottolinea soprattutto «lo spirito corrosivo nei confronti degli ingranaggi inveterati e deteriori delle dinamiche sociali e familiari» sia nella forma del racconto che in quella del romanzo. Come la stessa scrittrice dichiara, la vera «categoria portante» dei suoi romanzi è rappresentata dal tema della solitudine della donna, «che specie in Sicilia è ancora oggi costretta a un’amara e silenziosa accettazione del suo destino qualunque esso sia nel seno della famiglia». Effettivamente gli otto romanzi della scrittrice sin dall’esordio romanzesco, Paura del giorno (Milano: Mondadori, 1954), si costruiscono attorno ai due motivi ispiratori delle inquietudini e complessità dell’universo femminile e della «Sicilia, sentita e descritta con le movenze di una creatura muliebre ferita nella sua bellezza ancestrale». In una delle opere più riuscite, Tre carte da gioco (Milano: Rizzoli, 1962), storia dei destini di due fratelli, si delinea «una simbolica conversazione con l’isola natia» nei viaggi a ritroso dei due protagonisti, mentre nel romanzo più celebre, Le tre mogli (Milano: Rizzoli, 1967), in un intreccio narrativo che riprende la tradizione letteraria siciliana (soprattutto De Roberto, Lampedusa e Brancati), si narra la storia di un rampollo di nobile famiglia siracusana, illustrando contemporaneamente «la vita della società meridionale colta nei suoi più significativi snodi epocali». La Sicilia torna ancora nel romanzo di formazione del 1976 (L’inferriata, Milano: Rizzoli, 1976) con l’immagine rovinosa del degrado siracusano attraverso gli occhi della ribelle protagonista e poi in Spiaggia di sabbia nera (Roma: Camunia, 1991), ancora una storia di una fuga dall’isola e dall’ambigua trappola della famiglia. Le ultime scrittrici trattate nel volume, più note ai lettori, completano la prospettiva del Novecento al femminile scelta in maniera esemplare da Donatella La Monaca. Così le opere della catanese Silvana Grasso sono analizzate secondo l’ottica di un’ «“oltranza” narrativa» e di uno sperimentalismo linguistico trasgressivo che combina neologismi, tecnicismi e espressioni dialettali. I personaggi delle opere della scrittrice, fin da quelle dei primi anni Novanta, i racconti di Nebbie di Ddraunàra (Milano: La tartaruga, 1993) e i romanzi Il Bastardo di Mautàna (Milano: Anabasi, 1994) e Ninna Nanna del lupo (Torino: Einaudi, 1995) nascono «dal cuore di una sicilianità ancestrale» evocata «ora con ferina crudezza, ora con poetica intensità». Questo sperimentalismo si ritrova anche nelle opere più recenti, tra le quali La pupa di zucchero (Milano: Rizzoli, 2001), epopea moderna della famiglia Branciforti e Disìo (Milano: Rizzoli, 2005), storia dell’adolescenza violata di Memi. Le ricercate scelte formali vengono così intese come «neccessario strumento, al tempo stesso, Ressenyes Quaderns d’Italià 15, 2010 207 liberatorio ed estetico». La scrittrice infatti ha sempre insistito sulla sua indipendenza dalle più autorevoli voci isolane, da Verga a Brancati, sentendosi «latitante» rispetto alla «gabbia dell‘insularità» e rivendicando una scrittura libera da «latitudini e longitudini» e una sorta di «sicilianità surreale», quasi condizione emblematica dell’esistere. Asse portante della produzione letteraria di Silvana La Spina la costruzione a mosaico delle storie che si scorge attraverso i generi che la caratterizzano: i toni del giallo poliziesco o del noir dei due libri ambientati a Palermo e Catania (Morte a Palermo, Milano: La Tartaruga, 1988; L’ultimo treno da Catania, Milano: Bompiani, 1992), arricchiti peraltro anche da riferimenti architettonici e urbanistici alle due città, oppure le ricostruzioni tra finzione romanzesca e ricerca documentaria della storia culturale e letteraria della Sicilia attraverso i secoli (come Un inganno dei sensi malizioso, Milano: Bompiani, 1995, o La Creata Antonia, Milano, Mondadori: 2001) in cui si riconosce il tentativo di individuare «costanti invariabili dell’anima mediterranea». Le ultime prove poi si volgono ancora verso la cronaca contemporanea e il noir, mantenendo però il filo rosso di continuità con le opere precedenti (La mafia spiegata ai miei figli, Milano: Bompiani, 2006 e Uno sbirro femmina, Milano: Mondadori, 2007). L’ultimo itinerario letterario proposto nel volume è quello di Dacia Maraini, la più nota tra le scrittrici presentate. Anche in quest’occasione si sottolineano le modalità di rappresentazione della Sicilia nella scrittura, in particolare nel romanzo monodico La lunga vita di Marianna Ucrìa (Milano: Rizzoli, 1990) e in Bagheria (Milano: Rizzoli, 1993). Attraverso il personaggio di finzione, ispirato dalla memoria familiare, la baronessa sordomuta Marianna Ucrìa, Dacia Maraini parla infatti per la prima volta, in un romanzo storico ambientato nel Settecento, della Sicilia, di un’epoca, di luoghi e di una dimensione sociale ben definita, ma anche della difficile emancipazione di un personaggio femminile. Quest’operazione costituisce, insieme con le memorie bagheresi del 1993 senz’altro una sorta di «riconciliazione con un’appartenenza isolana e nobiliare per molti anni rifiutata, sentita soltanto come asfittica e costrittiva» Il discorso tuttavia si sposta anche sul rapporto di queste opere con l’opera complessiva e soprattutto con due delle opere più recenti, il metaromanzo corale Colomba (Milano: Rizzoli, 2004) in cui continuano a intrecciarsi silenzio, assenza e presenza e Il treno dell’ultima notte (Milano: Rizzoli, 2008), «vibrante “viaggio” generazionale ed epocale». La lucida, attenta e scorrevole scrittura di Donatella La Monaca, l’approccio critico e la prospettiva di analisi suggeriti ripropongono in definitiva alcune delle scrittrici siciliane del Novecento, più note o meno note e dimenticate, con un taglio inedito, accademico e saggistico allo stesso tempo. Il vasto repertorio antologico, campionatura di testi non più reperibili nel caso di Teresa Carpintieri, Laura Di Falco e Livia De Stefani, ci si augura, con Donatella La Monaca, possa contribuire a riportare ad una nuova luce editoriale testi di grande valore letterario. Senza dubbio il volume è un apporto importante ad un’indagine critica più sistematica ed esaustiva sulla pluralità della scrittura delle donne in Sicilia, sulla loro importante presenza nel panorama della tradizione letteraria, considerata, invece, quasi esclusivamente composta da voci di scrittori. Attraverso le fughe dall’isola, e i ritorni ad essa, delle scrittrici proposte nel volume, che si aggiungono a quelle di tante altre autrici e autori del Novecento, si delineano, invece, sempre nuove chiavi interpretative degli scenari letterari siciliani. Leonarda Trapassi