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Journalism in Iran. From Mission to Profession

Evangelisti, Francescomaria

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ISSN: 1696-2508 IC-2008-5 / pp 518-524 518 Sección Bibliográfica Journalism in Iran. From Mission to Profession Shadidi, Hossei (2007). Journalism in Iran. From Mission to Profession. Nueva York: Routledge, 194 páginas. N ell'attuale contesto storico, con l'Iran forzatamente inserito nel ruolo di “presunto nemico dell'occidente”, e con il diffondersi di una diffusa stereotipizzazione della società iraniana, il libro di Hussein Shahidi si posiziona nel panorama editoriale come il primo studio organico dell'evoluzione del “mestiere” giornalistico indipendente nell’ Iran degli ultimi 30 anni: diviene quindi, a pieno diritto, un'opera fondamentale per comprendere una società, come quella iraniana, spesso avvolta nell'ambigua nube della disinformazione, ed oggetto di una profonda e generalizzata diffidenza culturale. Nell'introduzione di Journalism in Iran. From mission to profession, Shahidi afferma: Before the 1979 Revolution, most professional Iranian Journalist, that is those who relied on journalism as their main or only source of income, worked in newspapers which were not independent of the state. On the other hand, many of those who wrote for the independent press relied either on personal wealth or on income from other activities, very often working for the government. The full- Francescomaria Evangelisti (Universidad de Sevilla) IC-2008-5 / pp 518-524 ISSN: 1696-2508 519 Jornalism in Iran. Misión to profession time journalists usually referred to their occupation as khedmat or service – rather similar to being enlisted in the armed forces. Writing for the independent press was often considered not a career, but a mission to enlighten the public (p. 1). La domanda principale a cui cerca di rispondere il libro è: “Nei 30 anni di regime teocratico in Iran, c’è stato spazio per un giornalismo indipendente? Se sì, a quale prezzo?”. Il 166° posto (su 169) conquistato dall'Iran nella classifica mondiale della libertà di stampa 2007 stilata da Reporters sans frontiers, potrebbe rispondere da solo a qualsiasi tipo di domanda sul presente del giornalismo iraniano, ma Shahidi ci invita a scoprire quelle piccole oasi che nella giovane Repubblica islamica hanno ospitato e ospitano pensieri ed opinioni indipendenti ed antagoniste. Lo studio, pur riservando un capitolo ai media elettronici, è principalmente dedicato all'analisi della stampa, l'unico spazio, a detta dell'autore, dove si sia potuto sviluppare un giornalismo libero e lontano da quel permeante controllo statale, caratteristico, secondo l’autore, degli altri settori dell'industria culturale iraniana. Shahidi analizza e descrive quindi, lo sviluppo della professione giornalistica, al di fuori degli ambiti statalizzati, partendo dagli ultimi due anni del governo dello Shah e arrivando fin quasi ai nostri giorni, cercando di evidenziare la misura in cui il giornalismo indipendente locale si sia avvicinato nel corso degli anni ISSN: 1696-2508 IC-2008-5 / pp 518-524 520 Sección Bibliográfica alle pratiche e alle idee professionali provenienti da Occidente, “from mission to profession”, come riporta il sottotitolo dell'opera. Le fonti utilizzate per questa ricerca, al di là di una completa bibliografia e di una pluralistica emerografia, comprendono trascrizioni di colloqui intercorsi tra l'autore ed i differenti rappresentanti della comunità giornalistica iraniana e costituiscono una utile collezione di pubblicazioni online. Dal libro si evince che scrivere la storia della stampa iraniana significa, in un certo senso, stilare un lungo elenco di pubblicazioni soppresse e di intimidazioni a redattori e giornalisti “non-allineati”, riportando le accuse pubbliche di “immoralità” da parte degli esponenti religiosi e le successive derive violente contro chi non si limitava a copiare i dispacci governativi. Questo è per Shahidi,come per chiunque sia minimamente al corrente della situazione sociale e politica iraniana, una delle cause principali della particolare situazione mediatica iraniana attuale: la cronica ingerenza religiosa nella creazione e nel mantenimento della sfera pubblica. Secondo l’autore però, tale condizione permise lo sviluppo di un giornalismo indipendente, sia pur limitato a determinati settori “innocui” dell'informazione, in un sistema in cui è più presente il concetto di “nocivo”. Con uno stile fluido e conciso, Shahidi trasporta il lettore nelle piazze delle rivolte anti governative del 1978, presentandogli frammenti di quelle apologie della libertà di stampa che, dalle colonne dei giornali scampati alla chiusura forzata, accompagnarono IC-2008-5 / pp 518-524 ISSN: 1696-2508 521 Jornalism in Iran. Misión to profession il popolo iraniano dal Black Friday (8 settembre 1978) alla “Spring of freedom” del 1979, lo accompagna fino al 2006, attraversando Khomeini, la guerra contro l'Iraq, il nascere e l'acutizzarsi della crisi con gli Stati Uniti e lasciandolo infine nel semi fallito tentativo riformista di Khamenei. Il libro, con una dettagliata ricostruzione storica, la cui comprensione richiede una buona conoscenza previa della storia iraniana contemporanea, cerca di sciogliere i nodi del complesso tappeto mediatico iraniano e di metterli in ordine, evidenziando gli ostacoli fisici, religiosi e legali, che hanno accompagnato e che accompagnano il lavoro di centinaia di professionisti dell'informazione, rendendo sempre più pericoloso l'esercizio dei diritti liberali. Nelle parole di Shahidi troviamo quindi la cronaca dei compromessi lessicali utilizzati per definire Khomeini, di una censura che spesso si traduce in un auto-censura da parte degli stessi editori, di leggi sulla stampa non rispettate, di misteriosi codici deontologici approvati da sindacati senza potere. Tuttavia il libro non è e non vuole essere un lavoro prettamente storico, e questa idea si evidenzia chiaramente nella ideale seconda parte del libro, i cui capitoli affrontano individualmente i temi cardine dell'attuale stato delle cose della stampa iraniana, indipendente e no: il ruolo delle donne nel giornalismo, e quindi nella società, un argomento che Shahidi ben conosce essendo Gender and Media Specialist dello United Nations Development Fund for Women (UNIFEM); i media elettronici, con le ISSN: 1696-2508 IC-2008-5 / pp 518-524 522 Sección Bibliográfica loro limitazioni tecnologiche ed i loro pregi; le problematiche ed i risultati ottenuti nella formazione dei professionisti dell'informazione, attività in cui è tuttora impegnato Shahidi; il Diritto dell'Informazione iraniano. Il capitolo relativo al giornalismo femminile esamina il contributo offerto dalle donne allo sviluppo giornalistico iraniano, partendo dalla loro prima apparizione nel 1910 nelle colonne di Danesh (conoscenza), un quotidiano rivolto quasi esclusivamente ad un mercato femminile, fino all’inizio del secolo attuale, dove alla presenza di circa 5000 giornaliste disseminate nelle varie pubblicazioni locali fanno da contraltare lo scarso numero di posti dirigenziali ottenuti. Nella sezione relativa agli electronic media, oltre alla descrizione delle diverse misure restrittive adottate contro gli autori di blog e pagine web, emergono chiaramente i limiti imposti dal digital divide ad un completo sviluppo del settore. Sebbene in Iran nel 2005 ci fossero 6 milioni di utenti, più che in qualsiasi altro paese del medio oriente , la percentuale di uso pro capite resta, nello stesso anno, minore al 7% (p. 106), un dato sconsolante se misurato con gli standard occidentali ma che assume tutt'altro valore se confrontato con quello di Afghanistan, Pakistan e delle repubbliche centro asiatiche. E’ in Internet dove l'Iran cerca il dibattito pubblico, ed è in Internet dove la censura si scaglia, chiudendo le pagine che ospitano “contenuti immorali”, bloccando l'accesso a quei siti che pubblicano informazione politica riformista . IC-2008-5 / pp 518-524 ISSN: 1696-2508 523 Jornalism in Iran. Misión to profession All'organizzazione sindacale, che viene trattata parzialmente anche nella prima parte del libro, è dedicato, congiuntamente alla formazione, il penultimo capitolo, e qui possiamo incontrare le diverse sigle sindacali che rappresentano e che supportano i distinti gruppi di giornalisti: dalla potente Association of Iranian Journalist, cui sono affiliati quasi il 40% dei giornalisti iraniani e che trova la sua nemesi nell' Association of Moslem Journalist, sino alla Association for the Defence of Press Freedom, a cui è affiliato l'1.6% del settore (p. 114), e che insieme alla Women Journalist Association rappresenta quel segmento di giornalisti che protesta apertamente contro la detenzione di colleghi e contro la chiusura di testate non allineate con il governo. Nella parte dedicata alla formazione professionale, attraverso le parole di giornalisti, docenti e politici si intuisce la strada che questo settore vitale della società iraniana deve percorrere se vuole costruire un giornalismo moderno e “indigeno”, un giornalismo che non sia solo la copia di quanto proposto dall'occidente, ma che facendo perno sulle proprie peculiarità culturali, possa offrire un nuovo modello di riferimento e di sviluppo civile ed espressivo. Cosi come nel cinema, nella letteratura e nel fumetto, gli iraniani sono riusciti ad esportare i propri contenuti, raggiungendo mercati resi irreparabilmente distanti dalla politica, così il giornalismo iraniano deve creare un suo linguaggio, una sua costruzione di senso che lo rappresenti al di fuori delle categorie occidentali, e che, come per esempio Al-Jazeera, possa offrire una visione-altra di una società ISSN: 1696-2508 IC-2008-5 / pp 518-524 524 Sección Bibliográfica più variegata di quanto possiamo essere portati a credere senza una conoscenza approfondita e multifocale. Una delle conclusioni a cui porta la lettura del testo, è probabilmente la stessa a cui si può giungere esaminando un libro sulla libertà di stampa nella ex Unione Sovietica (così come per qualsiasi altro paese che si possa paragonare all'Iran): l’ impotenza. Si sente l'impotenza di fronte all’impossibilità di descrivere quel che si vede, di raccontare qualcosa che esuli dal dogma, di rappresentare il Nemico o l'Amico con parole che non siano quelle che scendono dal vertice, di essere “indipendente”, a meno che non si scriva di giardinaggio o che non si abbia particolare cura per la propria incolumità fisica.