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Emilio Lussu e il mondo spagnolo

Mannu, Daniele

Abstract

La investigación llevada a cabo se ha centrado en el análisis, tanto desde el punto de vista literario como político, del autor sardo Emilio Lussu, estudiando al mismo tiempo la recepción real que su figura y sus obras literarias han tenido en el mundo hispanohablante. Este último aspecto, es decir la relación que se crea entre Emilio Lussu y el mundo español, se conecta con el primer objetivo perseguido con este trabajo y pretende comprender, en su conjunto, hasta qué punto es realmente conocido Emilio Lussu en el mundo hispanohablante, cuál fue la recepción real de sus libros en España y Sudamérica – principalmente, como podrá comprobarse, entre España y Argentina – y, respecto a estos textos, cuáles son las características lingüísticas más relevantes. Al primer objetivo citado se añade un segundo, que se refiere a la investigación y análisis de los varios modelos y pautas generales que caracterizan la prosa de las obras de Lussu. El desarrollo de este tema, aunque ajeno al ámbito hispanohablante, procede del propósito de ofrecer una contribución más encaminada a demostrar el valor y la fuerza literaria de los textos compuestos por un autor que siempre ha sido considerado y estudiado más como político que como hombre de letras. La tesis contiene tres partes principales, correspondientes a los capítulos II, III y IV. El capítulo II, titulado “Emilio Lussu tra impegno politico e attività letteraria”, incluye una parte biográfica orientada a encuadrar los principales aspectos de la vida, el pensamiento político y la obra de Lussu. Esta parte de carácter biográfico en cierto modo constituye una introducción para las cuestiones expuestas en el capítulo siguiente, titulado “Emilio Lussu tra Spagna e Sud America”, considerado el capítulo central del trabajo. En él, además de una visión general relativa a un gran número de artículos de periódicos hispánicos en los que se cita a Lussu en relación a acontecimientos personales de los años veinte y treinta del siglo pasado y a acontecimientos políticos de la Italia posterior a la Segunda Guerra Mundial, se ofrece un panorama completo, ampliado con informaciones procedentes de los archivos de la policía fascista, sobre las actividades de propaganda antifascista de Lussu, sobre todo relacionadas con España, y con su participación en la Guerra Civil española. El mismo tercer capítulo también llama la atención del lector sobre los tres puntos siguientes: a) las obras de Lussu traducidas al español ya conocidas por los estudiosos, como las dos traducciones de Un anno sull’altipiano (la argentina de noviembre de 1937, Un año de guerra, y la española de 2010, Un año en el altiplano) y la traducción de 1972 de Teoria dell’Insurrezione (Teoría de los procesos insurreccionales contemporáneos); b) los textos inéditos antes de la investigación realizada, como la publicación por entregas de Un año de guerra, anterior al mes de noviembre de 1937, en las páginas del diario argentino “La Vanguardia” y la serie de textos, titulada Lipari, el infierno fascista, publicada en las páginas del diario argentino “Crítica” en abril de 1930; y c) las suposiciones sobre la posible existencia de otras traducciones españolas de obras de Lussu. Por último, a través de un examen en profundidad de las cartas que Lussu intercambió con Gaetano Salvemini y Carlo Rosselli, se presentan también interesantes datos sobre los proyectos literarios del escritor sardo, relacionados con el periodo de su exilio, y la edición argentina de Un anno sull'altipiano. El capítulo IV, tercero de las tres partes principales del trabajo, constituye, como se deduce del título elegido, “Analisi comparativa delle opere”, un estudio lingüístico de los escritos en español (se presta especial atención a la estructura de Lipari, el infierno fascista y a la publicación en “La Vanguardia” de Un año de guerra) y una comparación entre éstos y los textos originales en italiano.

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CORSO DI DOTTORATO IN SCIENZE LETTERARIE, LIBRARIE, LINGUISTICHE E DELLA COMUNICAZIONE INTERNAZIONALE – XXXV CICLO – INDIRIZZO IN: COMUNICAZIONE DELLA LETTERATURA E DELLA TRADIZIONE CULTURALE ITALIANA NEL MONDO CO-TUTELA CON LA UNIVERSIDAD DE SEVILLA PROGRAMA DE DOCTORADO EN ESTUDIOS FILOLÓGICOS LÍNEA DE INVASTIGACIÓN: LENGUA Y LITERATURA ITALIANA Titolo della tesi Emilio Lussu e il mondo spagnolo Dottorando Daniele Mannu Direttori tesi Prof. Giovanni Capecchi Prof. Fernando Molina Castillo Ringraziamenti Prima di procedere con la trattazione, vorrei dedicare qualche riga a tutti coloro che, con dedizione e pazienza, hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro. Ringrazio i miei direttori di tesi, Prof. Giovanni Capecchi e Prof. Fernando Molina Castillo, che in tre anni e mezzo mi hanno guidato, fornendomi consigli e indicazioni fondamentali nella ricerca e nella stesura della tesi. Ringrazio la mia famiglia per avermi sempre sostenuto nei momenti di difficoltà. Un ringraziamento speciale va a Giuseppe Caboni, il cui sostegno è stato determinante non solamente nel concedermi la possibilità di consultare materiali d’archivio del Fondo Lussu, altrimenti inaccessibili, ma anche con le sue idee, la sua esperienza e le sue conoscenze. Senza di lui, l’elaborato che presento, sarebbe stato certamente differente e meno originale. 3 Sommario I. Introduzione ................................................................................................................ 4 II. Emilio Lussu tra impegno politico e attività letteraria .............................................. 10 1. Uomo politico o scrittore? ................................................................................ 10 2. La prima maturazione etico-morale e le radici dell’interventismo................... 15 3. Il leader del Partito Sardo d’Azione .................................................................. 25 4. Dalla carcerazione al confino ............................................................................ 43 5. L’esilio antifascista, tra azioni, nuovi progetti e scritti di «Giustizia e Libertà» 63 6. Alla ricerca di una nuova forma di agire: schemi narrativi e tematiche delle opere dell’esilio ................................................................................................................... 83 7. L’ambasciatore dell’antifascismo, il partigiano, il parlamentare .................... 126 III. Emilio Lussu tra Spagna e Sud America .............................................................. 163 Sezione 1: Disamina della ricezione della figura di Emilio Lussu nel mondo ispanofono .................................................................................................................................... 163 1. I riferimenti all’uomo politico nei giornali spagnoli ........................................ 163 2. Rivelazioni sull’attività di propaganda antifascista tra Spagna e Argentina ... 249 3. La partecipazione alla Guerra civile spagnola e gli articoli sulla "Legione italiana" 265 Sezione 2: La ricezione delle opere letterarie in Spagna e Argentina ........................ 285 1. Le lettere di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini .............................................. 285 2. L’edizione argentina di Un anno sull’altipiano ................................................ 315 3. Le altre traduzioni dall’italiano allo spagnolo ................................................. 326 IV. Analisi comparativa delle opere.......................................................................... 343 1. Le edizioni in spagnolo di Un anno sull’altipiano: caratteristiche delle traduzioni e confronto con l’originale ...................................................................................... 343 2. Teoria dell’Insurrezione nella versione in lingua spagnola del 1972............... 364 3. Il caso di Lipari, el infierno fascista: gli articoli di Lussu pubblicati su «Crítica» 372 V. Conclusione ............................................................................................................. 386 VI. Appendice documentaria .................................................................................... 391 VII. Bibliografia .......................................................................................................... 436 Resumen de tesis en castellano ...................................................................................... 446 4 I. Introduzione La notevole vicinanza linguistica e culturale, unita a un secolare dominio iberico sulla Penisola italiana, permette di identificare le relazioni intellettuali e letterarie italo-ispaniche come un caso unico nel Continente europeo. Tali relazioni possono essere collocate, per essere meglio approfondite, all’interno di periodi storici e contesti socio-culturali ben definiti. Tenendo conto di suddetto aspetto, il mio intento e i miei primari interessi mi hanno portato a dirigere lo sguardo verso il Novecento e in maniera particolare alla prima metà del secolo, a cavallo tra i due conflitti mondiali e la Guerra civile spagnola, ovvero uno dei momenti più complessi e tormentati per l’Italia e la Spagna, due Paesi accomunati dallo stesso destino politico e segnati dalle medesime aspirazioni ed esigenze, di tipo antifascista e antifranchista. È proprio dal legame tra un profondo interesse di carattere generale per l’idea che sta alla base del concetto suindicato e uno più personale volto a intrecciare l’ambito letterario e politico italiano con il corrispettivo ispanico, che trae origine il progetto di ricerca da cui, a sua volta, è scaturita la tesi qui presentata. Al centro di questa unione d’intenti è posta, in primo piano, la figura di Emilio Lussu, il quale, da ex-combattente della Grande Guerra e grande uomo politico, dopo il confino imposto dal regime fascista e il successivo esilio, ha avuto il merito di riprodurre, mediante le sue opere, la situazione dell’Italia prima e dopo il ventennio fascista, svelando un popolo che ne è uscito colpito moralmente e nei suoi ideali. Obbligato da motivi politici a vivere lontano dall’Italia e sempre addentro alle vicende politiche degli altri Paesi, Emilio Lussu era sempre al corrente anche delle vicissitudini spagnole degli anni Trenta del secolo scorso, per le quali il suo coinvolgimento diretto si manifestò con la scrittura di articoli dall’alto valore storico e attraverso la decisione di recarsi in Spagna, da 5 strenuo difensore della causa repubblicana e della democrazia, nel bel mezzo della Guerra civile spagnola. Il nucleo principale attorno al quale ruota la ricerca, ovvero il legame che viene a crearsi tra Emilio Lussu e il mondo spagnolo, si connette, quindi, con il primo obiettivo che si intende perseguire con questo lavoro e cerca di dare delle risposte ai seguenti quesiti: Quanto è realmente conosciuto Emilio Lussu nel mondo ispanofono e qual è la stata la reale ricezione dei suoi libri in Spagna e in Sud America? Quali sono le caratteristiche più importanti delle opere di Lussu tradotte in castigliano, che si conoscono ad oggi, e quali, tra queste, hanno avuto un maggiore impatto? Esistono altri scritti di Lussu tradotti in spagnolo oltre a quelli già conosciuti? Come si può intervenire per dare risalto e promuovere la figura dell’autore sardo nel mondo spagnolo? Al primo obiettivo posto in essere, la cui analisi induce ad allargare l’orizzonte, essenzialmente, verso l’Argentina, visto che in questo Paese sono stati dati alle stampe alcuni dei testi di maggior rilievo oggetto dello studio, quali Un año de guerra e Teoría de los procesos insurreccionales contemporáneos , nonché un altro scritto non ancora noto al pubblico prima della presente ricerca, se ne aggiunge un secondo, non collegato al precedente e al mondo ispanofono. Questo secondo obiettivo, riguardante la ricerca e l’analisi dei vari modelli e schemi generali che contraddistinguono la prosa delle opere di Lussu, sorge dalla volontà di fornire un ulteriore contributo volto a dimostrare il reale valore e la forza letteraria di testi nati dalla penna di un autore, che è stato sempre considerato e studiato più come uomo politico che come letterato. Per conseguire gli scopi prefissati si è deciso di agire su due diversi livelli di studio, uno socio-culturale e uno linguistico, ognuno dei due atto al conseguimento di determinati risultati in due settori differenti. Il piano socio-culturale ha interessato essenzialmente i 6 punti qui menzionati: la realizzazione di ricerche d’archivio, in varie biblioteche ed emeroteche, al fine di entrare in possesso dei testi di Lussu tradotti in spagnolo, identificare l’eventuale presenza di altri scritti resi in castigliano, sempre facendo riferimento ad allusioni e indizi indicati in lettere e altra documentazione varia, e infine individuare il maggior numero di articoli dove Lussu viene citato, presenti in giornali spagnoli e sudamericani, a partire dai primi decenni del Novecento; lo sviluppo di un’indagine approfondita sul materiale d’archivio contenente il carteggio tra Lussu e Gaetano Salvemini, al quale viene dedicata una parte importante nell’analisi concernente la genesi e le strategie editoriali dei libri pubblicati dall’autore sardo negli anni Trenta, con particolare attenzione rivolta all’edizione argentina di Un anno sull’altipiano ; per quanto riguarda le traduzioni più recenti, per testare il reale impatto che esse hanno avuto sul pubblico di lettori ispanofono, si è creato un contatto con individualità di spicco nella realizzazione delle stesse, quali un editore, due traduttori e un direttore di collana. Il punto di vista linguistico ha riguardato, invece, una iniziale disamina dei modelli narrativi ricorrenti nelle opere in lingua originale di Lussu, per poter dare delle risposte al secondo obiettivo stabilito. La stessa analisi critica è stata successivamente eseguita per i testi in spagnolo allo scopo, innanzitutto, di evidenziare le parti in cui questi ultimi e le edizioni rispettive in italiano entrano in contrasto. In un lavoro di questo tipo, contraddistinto, come si è visto, da due livelli di analisi, inoltre, non è stato possibile l’impiego di una metodologia fissa, ma è risultata necessaria la messa in pratica di diversi approcci rispondenti alle esigenze che, di volta in volta, si presentavano: porsi l’intento di individuare il reale impatto che i libri di un autore hanno avuto su un pubblico di lettori straniero, nel nostro caso quelli di Lussu nel mondo spagnolo – lo stesso discorso deve estendersi anche alla ricezione dell’uomo politico –, ha comportato l’esigenza di 7 muoversi mediante un approccio di tipo storicistico e sociologico, il cui utilizzo è stato basilare, in primo luogo, per mettere in relazione determinate opere letterarie con le società di riferimento e con il periodo storico in cui sono situate. Il cambio da una prospettiva socio-culturale a una puramente linguistica ha implicato la ricerca di un altro orientamento e l’attuazione conseguente di un’analisi comparatistica, finalizzata alla comprensione degli elementi formali che caratterizzano le composizioni originali e le rispettive in spagnolo e all’effettuazione di un confronto fra le stesse, con annessa verifica delle differenze, rivelatesi sostanzialmente strutturali, morfosintattiche e lessicali. La tesi impostata risulta caratterizzata da tre parti principali, corrispondenti ai capitoli II, III e IV. Nel capitolo II, facendo uso di documenti – manoscritti e dattiloscritti in gran parte inediti – custoditi specialmente nel Fondo Lussu e presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, è stata realizzata una parte biografica volta a inquadrare i principali aspetti legati alla vita, al pensiero politico e alle opere di Lussu e a ripercorrere un itinerario che trasporta il lettore all’interno dei fatti più drammatici ma, al contempo, avvincenti, che videro come protagonista l’intellettuale di origini sarde, iniziando dagli anni della giovinezza vissuti nel paese natio, passando per gli episodi del tragico assalto alla sua casa da parte dei fascisti, dell’arresto, del confino a Lipari con la susseguente evasione, dell’esilio, per poi giungere alle fasi della Seconda guerra mondiale e al periodo del secondo dopoguerra. Inoltre, come si può intuire anche dalla semplice lettura dei titoli dei sette paragrafi che compongono il capitolo, a sua volta intitolato "Emilio Lussu tra impegno politico e attività letteraria", si è optato per lo sviluppo di un’analisi un po’ particolare, forse inusuale, in cui i due elementi, il politico e il letterario, entrambi fondamentali ma spesso presi in esame separatamente, non si scindono ma sono 8 posti in correlazione tra loro, in quanto è dalla loro unione e connessione che ne sono derivati il temperamento e il carattere che hanno guidato Lussu durante tutto il corso della sua vita. Il capitolo III, intitolato "Emilio Lussu tra Spagna e Sud America" è quello relazionato al nucleo centrale del lavoro. Esso è stato suddiviso in due sezioni, la prima legata alla ricezione dell’uomo, in modo particolare dell’uomo politico, la seconda riguardante la ricezione delle opere letterarie di Lussu nel mondo ispanofono. Entrambe le sezioni sono suddivise in tre paragrafi. Nella prima spiccano i risultati relativi alla raccolta di vari articoli di giornali spagnoli dove viene menzionata la figura di Lussu, un’attenta disamina di documenti d’archivio nei quali si attesta il ruolo svolto dall’intellettuale sardo nell’attività di propaganda antifascista tra Spagna – soprattutto – e Sud America e uno studio concernente il suo coinvolgimento nella Guerra civile spagnola. Nella seconda sezione svolgono un ruolo dominante, almeno per i primi due paragrafi, le lettere di Lussu a Salvemini conseguite mediante ricerche d’archivio presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Firenze, poiché da queste si ottengono informazioni rilevanti circa l’importante traduzione in spagnolo di Un anno sull’altipiano . Nella medesima sezione vi è anche una trattazione accurata delle altre traduzioni conosciute 1 e di quelle citate in alcuni documenti ma non risultanti nei vari cataloghi europei e sudamericani. Il capitolo IV, come si evince dal titolo scelto, "Analisi comparativa delle opere", affronta una disamina linguistica degli scritti in spagnolo e una comparazione tra questi ultimi e i testi originali in italiano. Esso è stato suddiviso in tre paragrafi: il primo riguardante un confronto tra 1 Dagli studi effettuati è emersa anche una recente traduzione in catalano di Un anno sull’altipiano . 9 le due traduzioni spagnole di Un anno sull’altipiano , quella argentina del 1937 e quella spagnola del 2010 e tra queste due e l’originale in italiano; un secondo sulle caratteristiche generali della traduzione, in spagnolo, del 1972, di Teoria dell’insurrezione ; infine, un terzo dove si analizzano una serie di articoli di Lussu pubblicati sulle pagine di un quotidiano argentino degli anni Trenta. A conclusione del lavoro è inserita un’appendice documentaria, contenente una raccolta di documenti tale da offrire un quadro più ampio concernente il percorso biografico di Emilio Lussu, principalmente nelle tappe in cui tale itinerario si collega strettamente alla Spagna e all’Argentina. 16 servili ma erano dei cittadini a pieno regime» 11 . È all’interno di tale collettività che crebbe Lussu, proveniente da una famiglia modesta: il padre, Giovanni, era un piccolo proprietario di terre e di bestiame appartenente a quella medesima aristocrazia pastorale di contadini-pastori, mentre la madre, Lucia Mereu, era figlia di un piccolo commerciante dei dintorni di Cagliari. Nella sua biografia, contraddistinta dalla forma di racconto col tono romanzesco, intitolata Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu 12 , Giuseppe Fiori traccia perfettamente la scala gerarchica della cultura armungese, all’interno della quale si produssero i pilastri fondanti della personalità di Lussu. Alla base vi era il patriziato, suddiviso a sua volta in due livelli: di status superiore gli armentieri-cavalieri-cacciatori, gli eredi della cosiddetta aristocrazia guerriera, che era solita, nei secoli passati, invadere i territori pianeggianti allo scopo di impossessarsi di prodotti, come grano e legumi, di cui la montagna scarseggiava. Non erano, come ricorderà lo stesso Lussu, «ruberie ma imprese di guerra, sempre e solo oltre i confini dei propri territori, il cui bottino veniva poi distribuito in parti uguali a ciascuna famiglia» 13 . Tra le loro doti essenziali eccellevano il saper tirare 11 " Io sono arrivato nella mia vecchiaia ad avere una coscienza che considero rivoluzionaria " . Gianni Bosio intervista Emilio Lussu (Roma, 8 maggio 1969) , in «Il de Martino», n. 28/2018, p.32. L’8 maggio del 1969 Gianni Bosio è accolto da Emilio Lussu e sua moglie Joyce nella loro residenza romana. L’obiettivo di Bosio è intervistare Lussu in relazione al mondo pastorale sardo. Durante l’intervista, spesso, interviene anche Joyce. Le parole citate nella tesi sono tratte, per l’appunto, dall’intervista stessa. 12 La prima edizione è stata pubblicata da Einaudi nel 1985. Per il presente lavoro si fa riferimento alla seguente edizione: Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu , Nuoro, Edizioni Il Maestrale, 2010. 13 Emilio Lussu, Oratio pro ponte , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 4. Tra sardismo e socialismo. L’impegno per la rinascita sarda (1944-1957) , a cura di Gian Giacomo Ortu e Luisa Maria Plaisant, cit., p. 265. 17 perfettamente col fucile, specialmente in azioni di caccia, e l’abilità nel cavalcare. Chi non possedeva queste due virtù, perlopiù i semplici allevatori, apparteneva al patriziato di rango inferiore. La terza classe era costituita dai plebei, come i contadini che possedevano la poca terra coltivabile e i mercanti. Al rango più basso, la minoranza composta dai braccianti senza terra 14 . Pur appartenendo al rango patrizio più elevato, Lussu ebbe modo, soprattutto grazie all’esempio paterno, di apprendere degli ideali che gli permisero di crescere in un contesto fondamentalmente egualitario. Egli terrà sempre in conto l’importanza che esercitò in lui la cultura pastorale nella quale visse la sua infanzia e ciò lo spinse costantemente a difendere le proprie origini e la discendenza della sua famiglia. In una lettera indirizzata a Gaetano Salvemini, il 29 luglio del 1939, condanna polemicamente la frase, utilizzata da Max Ascoli, per descrivere le origini della famiglia Lussu, posta nella copertina dell’edizione americana di Un anno sull’altipiano , pubblicata quello stesso anno, a New York, col titolo di Sardinian Brigade 15 : L’editore Knopf mi ha mandato 6 copie dell’edizione inglese del libro […]. L’edizione è bellissima. Solo mi ha amareggiato l’accenno che c’è nella copertina "and although without title, the Lussus they come to be regarded as the memorial patrons of village" 16 . […] Io volevo fare dello spirito (accidenti allo spirito), scrivendo, nel promemoria che ho mandato, che una mia bisnonna, ricca ereditiera della regione, aveva 100 dollari di dote…. Mi sembrava che anche gli elefanti dovessero capire che i miei erano piccoli proprietari di campagna. […] Quelle del Gerrei erano popolazioni montanare che vivevano di pastorizia e di caccia. […] I nostri villaggi di montagna non conoscevano padroni, e, se li avessero avuti, li avrebbero uccisi. Ciò sembrerà ridicolo, ma ferisce profondamente l’attaccamento che io ho alle mie origini popolari. Come diavolo si può rimediare? Si può […] 14 Cfr. Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu , op. cit. , pp. 9-11. 15 Cfr. Emilio Lussu, Sardinian Brigade , traduzione di Marion Rawsan, New York, Alfred A. Knopf, 1939. 16 "E sebbene senza titolo, i Lussu sono considerati essere i patroni della memoria del villaggio". La traduzione dall’inglese all’italiano è nostra. 18 pregare […] che, per l’avvenire, venga modificata quella parte della copertina? "Piccoli proprietari di campagna": questi sono i miei 17 . I legami con la cultura di origine – alcuni dei tratti specifici della personalità, come la strenua coerenza, la conservazione della dignità propria e la difesa di quella altrui discendevano dal suo paese; lo stesso spirito di indipendenza, connesso al concetto di non dare ciò che non era dovuto, che lo guiderà durante tutto l’arco della sua vita, proveniva da una accumulazione definibile come atavica, correlata all’antica tendenza tradizionale di difesa del proprio territorio – sono imprescindibili allo scopo di evincere come i valori derivati da quella si insinuino in tutta l’esperienza successiva di Lussu, influenzandone direttamente tanto le scelte politiche quanto quelle di stampo morale. Inerenti a questo sviluppo, gli insegnamenti che apprese dal padre, sin da quando era bambino, volti a conferire la giusta considerazione per il lavoro umano e a manifestare la ferrea opposizione nei confronti di ogni forma di diseguaglianza e verso le rigorose suddivisioni per classi della società armungese, tra patrizi, plebei e servi, rappresentarono per lui le prime prove di consapevolezza democratica. «La mia prima formazione democratica, quella che ha deciso dell’orientamento di tutta la mia vita, la debbo a mio padre, un provinciale semplice, senza nessuna cultura» 18 , rammenterà Lussu in uno scritto, apparso inizialmente, nel 1952, col titolo di Nascita di uomini democratici . In questo testo si ripercorrono, attraverso le parole dell’autore medesimo, quei precetti e ammaestramenti del genitore, il quale «era entrato nella 17 Archivio Gaetano Salvemini (d’ora in poi si utilizzerà AGS), S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 29 luglio 1939, ms., 2 cc. 18 Emilio Lussu, La mia prima formazione democratica , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 4. Tra sardismo e socialismo. L’impegno per la rinascita sarda (1944-1957) , a cura di Gian Giacomo Ortu e Luisa Maria Plaisant, cit., p. 229. Già pubblicato, col titolo Nascita di uomini democratici , in «Belfagor», vol. 7, n. 5 (30 settembre 1952), pp. 586-589. 19 democrazia da giovane, sui venticinque anni, ribellandosi, al momento del matrimonio, alle severe leggi del suo clan» 19 , sposando una donna non appartenente al mondo dei pastori. Il padre trasgredì a quanto era stato, fino a quel momento, tradizionalmente imposto dalle rigide regole del villaggio e questo fatto segnò indelebilmente la coscienza del giovane Emilio, convertendosi sotto forma di istinto a fornire un contributo ai mutamenti dei costumi sociali storicamente prescritti e in merito ai rapporti interpersonali. Il racconto di quel matrimonio fu per lui la prima vera «iniziazione democratica» 20 . Altre lezioni si susseguirono determinando in lui una differente maniera di interpretare i rapporti tra gli individui, come quando venne punito duramente per essersi rivolto in forma ostile e costrittiva a un contadino che prendeva servizio nell’azienda di famiglia. Così rievoca Lussu quell’avvenimento: Un giorno, a un contadino, compare Antonio, che rientrava dal lavoro, chiesi mi rendesse non ricordo qual servizio, ed egli mi rispose che non ne aveva voglia. A me venne sfrontatamente di dire che doveva egualmente farlo perché io ero il padrone e lui il servo. Io non m’ero accorto che il babbo era in casa. Egli mi sentì e intervenne prontamente con due ceffoni. – Il padrone, – diceva mio padre, calmo come se raccontasse una fiaba, – è Antonio, e il servo sei tu 21 . Per quel fatto gli venne ordinato di lavorare per una settimana ai comandi del contadino. Determinante, per comprendere quello che era il vero volto degli alti comandi della Nazione, risultò essere un altro insegnamento, relativo al fatto dell’uccisione di re Umberto I. Appresa la notizia a scuola, il giovane Lussu ricorda di essere tornato a casa, in lacrime, insieme al fratello, e di essere stato calmato dalle parole del padre: Egli ci confortò facilmente, spiegandoci che il re non era così buono come si diceva, che aveva fatto uccidere a freddo dei buoni cittadini – «chi di ferro ferisce 19 Ibidem . 20 Ivi, p. 230. 21 Ivi, pp. 231-232. 20 di ferro perisce» – e mandato a farsi massacrare dei soldati in Africa; che la Sardegna non aveva conosciuto che re prepotenti e ladri e che quanti più re morivano tanto meglio era per la sorte di tutti; che il re lasciava un figlio ricchissimo, il quale a sua volta sarebbe re, mentre quando muore il padre di un povero i figli sono alla fame 22 . Tale lezione paterna richiama alla mente uno dei concetti principali che l’autore sardo svilupperà in Un anno sull’altipiano , in merito alla dissacrazione del mito che vedeva i generali come persone amate e ben volute dai propri soldati. Mediante la scrittura del libro sulla sua esperienza di guerra, Lussu dimostrerà ai lettori che, in realtà, per gli ordini ingiusti e criminali impartiti, essi erano odiati dai soldati, in quanto ritenuti responsabili di un vero genocidio. L’ultima lezione, orientata a imprimere nel figlio gli istinti basilari di semplicità e modestia per il rispetto di se stessi e degli altri – ricorderà Lussu –, la ebbe a quattordici anni: Ero in vacanza e tutti i giorni scorrazzavo a cavallo per le rare strisce di piano e per le montagne […]. Quel giorno della lezione democratica, io m’ero insellato un cavallo generoso, e avevo messo una sella nuovissima, appena adoperata qualche volta da mio padre, con le briglie e le redini più vistose che erano in casa. Prima di uscire, […] montato in sella, con frustino di cuoio e speroni alla messicana, caracollavo per offrire alla mamma uno spettacolo introduttivo, e lei mi accompagnava con un compiacente sorriso. Io uscivo e mio padre entrava. Nella mia vita non ho sofferto umiliazione più grande. Il babbo capì in un attimo. […] Mi fece appiedare, deporre sella, brighe e redini, mi obbligò a prendere la sella più vecchia e rattoppata e logora e, al posto delle briglie, una cavezza da stalla con una fune per redini. Anche la mamma, come me, aveva gli occhi gonfi di lacrime ma non disse una parola […]. Io uscii di casa, distrutto, come se cavalcassi un asino. Sarà necessario che spieghi che, nel mio villaggio, ancora oggi, se un giovanotto fosse visto a cavallo d’un asino non troverebbe più moglie, tanto vile apparirebbe alle ragazze […]. Questa lezione la considero definitiva nella mia formazione democratica 23 . Completate le scuole elementari ad Armungia, porta avanti gli studi ginnasiali, che termina, con un rendimento discontinuo, nel 1907, in un rinomato collegio salesiano a Lanusei. In questa fase avvenne un episodio 22 Ivi, pp. 230-231. 23 Ivi, pp. 232-233. 21 rivelatosi fondamentale nell’infondere, nel giovane Lussu, le caratteristiche tipiche che doveva possedere il classico bambino patrizio del suo paese di origine, quali il tenere sempre la schiena dritta e il guardare negli occhi l’interlocutore, sia esso amico o nemico: Lussu ricorda di una volta che ebbe un comportamento biasimevole durante lo studio in comune in classe e di essere stato fortemente rimproverato dal censore, il quale gli chiedeva di chiarire i motivi derivati dalla compostezza mostrata, in quanto egli gli rispose «da colpevole, ma sempre sostenendo il suo sguardo» 24 . Venne per questo punito severamente. Fin dal primo momento il padre dette ragione al figlio e si accordò con il direttore della scuola perché su quella questione venisse fatta un’eccezione nei suoi confronti. Lussu rammenta con grande piacere le stesse parole del padre in virtù di quell’accaduto: È così, figliolo, che deve comportarsi un uomo, e te ne accorgerai sempre di più con l’andar degli anni. Non serve gran che avere una laurea: quel che è necessario è vivere con dignità, senza mai aver vergogna di se stessi, e poter sempre guardare tutti negli occhi. Sempre negli occhi, amici e nemici, uomini e donne 25 . Diversi anni dopo mise in atto i medesimi precetti appresi in una situazione ben più complessa e tragica. È Camillo Bellieni 26 che rievoca un evento caratterizzante la forte presa di coscienza dell’uomo, allora tenente, che si ribella dinanzi all’ennesimo ordine del comandante della divisione, il quale avrebbe portato a morte sicura i soldati: "Ha inteso tenente? Mi dia assicurazione per una immediata esecuzione". - Signor no. 24 Ivi, p. 234. 25 Ibidem . 26 Bellieni partì volontario per il fronte durante la Prima guerra mondiale. Qui conobbe Lussu. Partecipò a tutte le azioni della Brigata Sassari e guidò un plotone con l’obiettivo di riconquistare la città veneta di Gallio, sull’Altipiano di Asiago, in mano agli austriaci. Successivamente sarà uno dei fondatori, insieme a Lussu, del Partito Sardo d’Azione. 22 Il Generale lo guardò con gli occhi sbarrati. Il tenente Lussu fermo sull’attenti fissava il superiore parimenti in viso, senza alcuna arroganza, con lo sguardo dell'uomo deciso. "Come signor no? Non intende eseguire l’ordine?" - Signor no. "Io la faccio fucilare immediatamente". - Signor sì. Il Comandante incrociò le braccia. Stette un po’ sopra pensiero. Poi ad un tratto: "Vada pure". Per quel giorno l’azione fu sospesa 27 . Quindi, schiena dritta e sguardo fisso, senza avere vergogna di se stessi e delle proprie azioni, a salvaguardia della dignità personale e, come nel caso sopraccitato, per far valere i diritti dei più deboli e sottomessi. Dopo gli studi ginnasiali e alcuni difficili anni di liceo passati tra Roma e Cagliari, consegue con difficoltà la maturità al Liceo Classico Dettori del capoluogo sardo, nel 1910. Quello stesso anno si immatricola alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari 28 . Si laurea il 29 aprile del 1915, alcune settimane prima dell’ingresso dell’Italia in guerra, con una tesi intitolata Nuovo contributo alla teoria del salario 29 , la quale – lo stesso Lussu rammenterà anni dopo – venne in gran parte copiata. Al tempo degli studi universitari comincia a interessarsi di politica sviluppando un ideale interventista: 27 Camillo Bellieni, Un’isola in trincea. Storie di un tenente coraggioso , in Storie di un capo tribù. Lussu oltre la leggenda , a cura di Antonio Rojch, Bolotana (Nuoro), Grafica Mediterranea, 2001, p. 42. 28 Durante gli anni universitari, compì anche il servizio militare tra Cagliari e Torino divenendo sottotenente di fanteria. 29 Per approfondimenti sul percorso universitario e la tesi di laurea di Lussu, cfr. lo studio di Giovanna Granata, Emilio Lussu studente universitario (1910-1915) attraverso la sua tesi di laurea e i documenti dell’archivio storico dell’università di Cagliari , Archivio storico sardo, Volume XLIX, Cagliari, 2014. 23 Ero stato, alla mia Università, un interventista chiassoso, anzi il leader degli interventisti universitari di Cagliari, e la mia laurea era finita in dimostrazioni "nell’Aula Magna" e in piazza, con cariche di carabinieri a piedi e a cavallo 30 . È lo stesso Lussu che tende a negare, implicitamente, la possibile matrice risorgimentale e irredentista del suo interventismo, quando, in un suo discorso alla Camera, svoltosi il 24 maggio del 1922, per ricordare la memoria del patriota italiano, morto in guerra, Enrico Toti, fa uso delle seguenti affermazioni: Quando voi celebrate il maggio del 1915 e dite che ha segnato l’era di una nuova vita in Italia, noi dobbiamo dire, amici, che fummo tra i primissimi a slanciarci arditamente sognando la grande impresa; ma vi facciamo presente che non tanto per un palmo di più lontana frontiera abbiamo gettato al vento la nostra giovinezza, ma ci siamo battuti soprattutto per uno sconfinato senso e desiderio di libertà e giustizia. Ebbene, amici e avversari, siamo stati truffati 31 ! La guerra non era per lui qualcosa di giusto, ma semplicemente un atto necessario, dinanzi all’autoritarismo tedesco e austriaco. Prima come tenente e poi come capitano della Brigata Sassari – suddivisa in due reggimenti di fanteria, 151° e 152°, e costituita su base regionale – prende parte alla Prima guerra mondiale, vivendo l’intera esperienza su differenti fronti, dal Carso, all’Altipiano di Asiago, alla Bainsizza, alla difesa del Piave, conseguendo anche due medaglie d’argento e due di bronzo al valore militare. Saranno i momenti vissuti in prima persona sul fronte a permeare in Lussu una coscienza più marcatamente antimilitarista e soprattutto spietatamente critica nei confronti dei comandi superiori, in possesso di un’autorità spesso non appoggiata e avvalorata dalla capacità di giudizio 30 Emilio Lussu, L’entusiasmo morale , in AA.VV., Salvemini: alcuni significanti tributi , Boston, Ed. Controcorrente, 1958., p.66. Il dattiloscritto si trova nel Fondo Lussu, b. 16, fasc. 2. 31 Nell’anniversario della guerra ricordando Enrico Toti , seduta parlamentare del 24 maggio 1922, in Emilio Lussu, Discorsi parlamentari I , Roma, Senato della Repubblica, 1986, p. 71. I discorsi parlamentari di Lussu sono suddivisi in due volumi. 24 nell’impartire gli ordini. Si era reso ben presto conto che la guerra era una carneficina mostruosa e che a subirla erano le classi più povere, di pastori e contadini, che combattevano gli uni contro gli altri, senza sapere qual era il vero motivo ideologico, e solamente per ricavarne una cospicua ricompensa futura. I fatti della guerra saranno la base fondante di quel mutamento radicale, che determinerà tutta la successiva esperienza politica di Lussu. Con tali parole richiama alla memoria le radici della sua più intima consapevolezza: Il mio interventismo studentesco era stato messo in crisi sul Carso, alla prima umana esperienza della guerra. La mia brigata aveva attaccato le posizioni nemiche, e il mio battaglione aveva occupato le trincee di un battaglione ungherese, il quale, senza spostarsi di un metro, si era difeso, sparando fino all’ultimo; noi conquistammo una trincea di cadaveri […]. Quell’avvenimento aveva segnato per me una data nella guerra e nella vita. Il mio socialismo porta quella data. Quei mille contadini uccisi da migliaia di contadini sardi sono stati alla base della mia prima coscienza politica 32 . Una coscienza politica – afferma l’autore e politico sardo –, che si concretizzerà, a partire dal primo dopoguerra, nella volontà di fornire un contributo alla politicizzazione di quelle masse che sino ad allora erano rimaste totalmente estranee agli interessi di tipo sociale e riguardanti la collettività. 32 Idem, L’entusiasmo morale , in AA.VV., Salvemini, cit., p.66. 25 3. Il leader del Partito Sardo d’Azione La fine della Prima guerra mondiale segnerà un altro importante problema, concernente il reinserimento nella vita civile di quei reduci che avevano combattuto spinti da una serie di promesse, mai mantenute, secondo cui, di ritorno dal fronte, essi avrebbero dovuto ricevere assistenza, pensioni e ulteriori terre da lavorare. Per la Sardegna, il legame tra l’esperienza di guerra e il bisogno di rinnovamento su basi democratiche fu per certi versi ancora più evidente. Il conflitto si presentò come uno sconvolgimento per la vita di tanti sardi, i quali sino ad allora avevano fatto riferimento solo alle leggi arcaiche della propria comunità, rimanendo estranei alle questioni dello Stato, considerato, per ragioni storiche, sinonimo di strumento di sopraffazione. Oltre alle rivendicazioni di carattere sociale e civile, ai combattenti isolani apparve ancora più evidente una principale necessità: l’emancipazione della regione sarda e del lavoratore sardo. A dar voce a tali istanze contribuirono inizialmente due invalidi di guerra, Camillo Bellieni e Arnaldo Satta. Presumendo l’importanza che avrebbe esercitato la nascita di un’organizzazione che riunisse tutti coloro che avevano preso parte alla guerra, essi istituirono a Sassari, il 18 novembre del 1918, un’associazione dei reduci di guerra. Malgrado la scarsa consapevolezza politica dei sardi, due motivi determinarono la crescita di questa associazione, decretando uno sviluppo che fu ancora più rapido che nelle altre regioni italiane: il conflitto del ′15-′18 aveva creato la straordinaria circostanza per cui, per la prima volta nella storia, la gioventù sarda si trovava riunita in una reale formazione sarda, originando un forte spirito di solidarietà e disciplina. In aggiunta a questo aspetto, e probabilmente anche più rilevante, era la mancanza, in Sardegna, di quelle organizzazioni politiche precedenti al conflitto, che nel resto del territorio italiano recuperavano i loro iscritti. La portata del movimento dei combattenti, nell’isola, si evince dalla crescita avuta dall’organizzazione tra la fine del 1918, quando contava poche centinaia di iscritti e ventotto 32 dell’Irlanda non abbiamo inteso metterci allo stesso parallelo. […] La Sardegna di oggi, […] che voi avete incarnata nella Brigata Sassari, vede solo nell’autonomia la sua fortuna: per sé stessa, per le sue sorti, per il proprio proletariato miserrimo, per l’Italia 47 . Come precedentemente accennato, le opinioni di Lussu si inserivano all’interno dell’ala più radicale del movimento e per questo non erano condivise da altri membri che avevano come primo interesse portare in auge azioni non dannose per l’aristocrazia fondiaria e la borghesia urbana. A vantaggio di Lussu, capo più influente del partito, vi fu l’ascendente che esercitò in Sardegna; prestigio che si elevò partendo dal comportamento di grande coraggio mostrato durante la Prima guerra mondiale, il quale gli permise di godere, fin dal primo momento, dell’appoggio di quei pastori e contadini che avevano fatto la guerra con lui e che di lui si fidavano ciecamente. Successivamente, all’impegno in Parlamento, si affiancò l’attività forense, volta alla difesa di imputati accusati di reati politici. In una lettera a «Lo Stato Operaio», del dicembre del 1932, richiamerà alla memoria il periodo in cui difese «nei tribunali (gratuitamente) gli operai e i contadini socialisti che avevano partecipato a sommosse comunali o a invasioni di terre» 48 , allo scopo di fornire, con il suo appoggio, «una prova inequivocabile della solidarietà politica del […] partito alle azioni illegali cui la classe lavoratrice era obbligata dalla reazione» 49 . Rispetto alle altre regioni italiane, in Sardegna, il fascismo si manifestò tardivamente e, almeno in principio, solo nell’Iglesiente, zona caratterizzata dalla presenza di società minerarie, fatto che permise 47 Sul processo verbale a proposito dell’indipendenza dell’Irlanda , seduta parlamentare del 9 dicembre 1921, in Emilio Lussu, Discorsi parlamentari I , cit., pp. 67-68. 48 La lettera di Lussu a «Lo Stato Operaio» si trova citata nel seguente testo: Mimmo Franzinelli, Postfazione , in Emilio Lussu, La catena , Milano, Baldini & Castoldi, 1997, pp. 95-96. 49 Ibidem . 33 l’evoluzione di forti conflitti di classe. L’11 maggio del 1920 è una data da ricordare, in quanto, a seguito di una protesta dei minatori per una trattenuta di stipendio, si sviluppò una feroce repressione militare, nella quale persero la vita sette lavoratori. Nel gennaio precedente Lussu e i combattenti avevano già avuto modo di mostrare la loro solidarietà in relazione a uno sciopero dei minatori del Sulcis-Iglesiente. Non possibile dal punto di vista ideologico, almeno sul piano sociale emergerà una buona sintonia tra i combattenti e i socialisti; un dialogo e una comprensione che vennero messi in difficoltà dinanzi all’offensiva fascista condotta, nel territorio di Iglesias, dal proprietario della miniera di Bacu Abis e del quotidiano «L’Unione Sarda», Ferruccio Sorcinelli. La vicinanza espressa dal PSd’Az nei confronti delle masse lavoratrici si spiega con la struttura popolare caratteristica del partito, il quale raccoglieva al suo interno la massa di contadini e pastori. Ad accrescere il forte sentimento antifascista degli ex combattenti concorsero, inoltre, altri aspetti, quali l’ideale antinazionalista e il disprezzo per la retorica di guerra, «della quale fu un riflesso la campagna contro l’utilizzazione della Brigata Sassari per servizi di polizia» 50 . Lussu palesò formalmente, a nome del PSd’Az, il sostegno alle vittime delle violenze fasciste, in un suo discorso pronunciato alla Camera il 18 marzo del 1922: Consenta la Camera che a nome di un infinitamente piccolo gruppo io esprima in questa questione che a noi sembra essenzialmente morale il mio pensiero. Parlo a nome del piccolo gruppo autonomistico […] Noi ci sentiamo il dovere di schierarci senz’altro in questa questione da quella parte. La Sardegna fortunatamente non conosce il fascismo, ma oggi i contadini sardi sentono il bisogno di esprimere completa la loro solidarietà ai contadini delle altre regioni d’Italia. Noi non siamo socialisti, ma siamo con voi in tutte le lotte di elevazione e di difesa del proletariato 51 . 50 Francesco Fancello, Il fascismo in Sardegna , in «Il Ponte», anno VII, 1951, p. 1091. 51 Su un ordine del giorno a difesa dei lavoratori agricoli , seduta parlamentare del 18 marzo 1922, in Emilio Lussu, Discorsi parlamentari I , cit., p. 69. 34 Da quel «La Sardegna non conosce il fascismo» si evince come né Lussu, né il resto dei combattenti, avessero compreso la reale portata del movimento fascista, il quale era divenuto una forza politica di rilievo grazie allo squadrismo, che si diffuse, con azioni di violenza atte a eliminare le forze del proletariato, in particolar modo nella Pianura Padana. I fatti storici, come vedremo, costringeranno Lussu a ricredersi sul reale pericolo che l’avanzata del fascismo portava con sé. Già il 19 giugno del 1922, in un altro intervento alla Camera, egli condannerà vivamente l’atteggiamento avuto dalla polizia nell’ambito di una manifestazione operaia svoltasi ad Iglesias: Il fascismo di Iglesias rappresenta quello che di più ibrido e di più equivoco possa esistere. Contro questo fascismo noi non abbiamo protestato, perché non siamo abituati a portare in pubblico le proteste contro forme di delinquenza comune […]. Se la questura non li avesse appoggiati, i fascisti non sarebbero sorti né a Iglesias né in alcune parti della Sardegna, in cui, a dir la verità, si sono conservati buoni galantuomini, che si accontentano di cantare «Giovinezza», accompagnandosi con la chitarra, per le vie, senza far male a nessuno. Ma ad Iglesias, incoraggiati dal capitalismo e dalla polizia ad un tempo, in breve hanno cominciato a destare qualche preoccupazione 52 . Non solo Lussu, ma tutta la popolazione sarda, considerando perfino i quadri politici maggiormente qualificati, come precedentemente accennato, non diede, quindi, inizialmente molto peso al pericolo che il fascismo avrebbe potuto effettivamente costituire, perlomeno a breve scadenza, per l’ordine costituito; un ordine, a dire il vero, piuttosto labile, dal momento che la radicata instabilità dei vari governi del dopoguerra, che si succedettero, manifestò con forza le varie incrinature di un sistema che aveva nel re Vittorio Emanuele III un simpatizzante del fascismo. Solo a partire dall’estate del 1922 le violenze fasciste iniziarono ad accendere 52 Su un’interpellanza a proposito dell’atteggiamento della Polizia in occasione di una manifestazione operaia ad Iglesias , seduta parlamentare del 19 giugno 1922, in Emilio Lussu, Discorsi parlamentari I , cit., pp. 78-79. 35 qualche timore in più anche in Sardegna. I primi segnali sono forniti dall’intervento sopraccitato di Lussu alla Camera, in relazione all’atteggiamento tenuto dalla polizia per placare la manifestazione operaia di Iglesias. A quell’intervento se ne potrebbe aggiungere un altro, che il deputato sardo tenne addirittura una settimana prima, il 12 giugno, a difesa di una cooperativa di Pozzomaggiore, la quale aveva messo in atto una protesta per una mancata concessione di terre. Per placare tale agitazione, difatti, il prefetto di Sassari aveva inviato una compagnia di mitraglieri. In Marcia su Roma e dintorni Lussu narra vari episodi che videro impegnate le prime squadre fasciste sarde, con vestiti da combattimento in camicia nera e con i manganelli, a Cagliari e provincia. Lussu ricorda così uno di questi episodi, avvenuto il 10 settembre del 1922, a Monserrato: i fascisti «traversarono le vie principali, cantando inni offensivi per gli avversari politici. Il contegno guerriero, i manganelli, gli inni irritarono la popolazione e ne nacque un tumulto. I fascisti furono accerchiati e malmenati. Per caso io arrivai in auto mentre si levavano urli e strepiti. […] Potei intervenire e mi sforzai d’indurre alla calma i contendenti». 53 Dopo questo fatto, interverrà sul «Solco» allo scopo di far pervenire un avvertimento ai fascisti: I combattenti sardi – diventati partito per volontà propria – sono rimasti deliberatamente assenti dalla caotica e inconcludente insurrezione: e nel lavoro e nelle proprie case hanno deposto le gigantesche speranze d’un’ora e i loro vecchi sogni di gloria. Truffati anch’essi, più di ogni altro truffati […] hanno chiuso l’anima ribelle nella meditazione della riscossa per l’avvenire. Può concepirsi moderazione maggiore? Ora, pochi avventurieri e qualche ingenuo sognatore fanatico […] hanno indossato l’abito fascista. E […] vanno smargiassando la loro sicumera, roteando i bastoni, fulminando con sguardi d’odio i passanti, provocando gli avversari, minacciando esecuzioni capitali, promettendo spedizioni punitive contro i combattenti, contro i capi combattenti – contro il giornale dei combattenti – contro i comuni ove i combattenti sono in maggioranza . Meditazione dunque, sta bene. Ma non degradiamola. Contro queste forme di pericolosa esaltazione patriottardica, di incipiente folle brigantaggio, occorre premunirsi. […] Non saremo certo noi i 53 Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni , Nuoro, Ilisso Edizioni, 2015, p. 54. 36 primi a rompere le oneste tradizioni del popolo nostro. Ma a violenza, violenza, mille volte violenza 54 ! Ciò che emerge, accanto all’avvertimento rivolto ai fascisti, è l’esortazione ai sardisti, perché si mobilitino nelle squadre armate organizzate da Lussu e definite «camicie grigie». Nonostante conservasse uno schema autonomistico, repubblicano, rurale e contrapposto alle strutture dello Stato prefascista, il PSd’Az, «quando fu chiaro che erano in giuoco le libertà statutarie e gli interessi delle moltitudini lavoratrici a benefizio della reazione monopolistica ed agraria, […] si alleò senza esitare con gli altri partiti antifascisti» 55 . Allo scopo di studiare strategie di risposta per far fronte all’avanzata del fascismo, e dinanzi alla manifestazione di carattere eversivo, della fine di ottobre del 1922, che prese il nome di «Marcia su Roma», al termine della quale il re Vittorio Emanuele III consegnò il potere nelle mani di Mussolini, i sardisti, negli stessi giorni, si erano riuniti in congresso a Nuoro. Allarmato dalle notizie per cui il PSd’Az stava preparando la rivolta contro il fascismo, Mussolini decise di utilizzare armi diplomatiche e di inviare in Sardegna, per raccogliere consensi, l’onorevole Pietro Lissia, il quale – rammenterà Lussu in Marcia su Roma e dintorni – era stato suo amico personale, appartenente al gruppo parlamentare della democrazia sociale e difensore delle istituzioni democratiche, per poi divenire uomo di fiducia del duce, oltre che membro del governo 56 . Nell’aula del Consiglio provinciale di Cagliari, il 12 novembre, Lissia espone i piani del nuovo governo fascista per la Sardegna. All’incontro 54 Idem, Moderazione? , in «Il Solco», 12-13 settembre 1922. Ora in Emilio Lussu, Tutte le opere, 1. Da Armungia al sardismo 1890-1926 , a cura di Gian Giacomo Ortu, cit., pp. 65- 67. Il pezzo menzionato si colloca tra le pp. 66-67. 55 Francesco Fancello, Il fascismo in Sardegna , in «Il Ponte», cit., p. 1092. 56 Lussu tratta approfonditamente la figura di Lissia e il discorso di quest’ultimo nell’aula del Consiglio provinciale di Cagliari, nei capitoli VII e VIII di Marcia su Roma e dintorni . 37 prese parte anche Lussu, il quale fu invitato a dare la sua opinione, occasione da lui sfruttata per mettere in luce le violenze contro il suo partito e l’importanza di «una radicale trasformazione dell’attuale ordinamento amministrativo dello Stato» mediante «larghi decentramenti autonomi e regionali» 57 . A dir la verità, fin dal principio, la notizia del viaggio di Lissia, avente lo scopo di eliminare le diffidenze tra sardisti e fascisti e portare a termine l’acquisizione della vecchia classe dirigente, fu accolta con freddezza e con forme poco rispettose dal popolo cagliaritano, fatto che determinò il fiancheggiamento da parte delle autorità nei confronti delle squadre fasciste, impegnate a loro volta in feroci provocazioni e violenze. Dopo l’incontro nell’aula del Consiglio provinciale, lo stesso Lussu si trovò in mezzo a uno scontro tra fascisti e sardisti, nel quale venne colpito alla tempia, con la canna di un fucile, da una guardia regia, riportando una commozione cerebrale che lo costrinse a rimanere ricoverato sino alla fine del mese. Sulle pagine dell’«Unione Sarda», giornale allineato, all’epoca, con la politica del regime, viene data notizia dell’interrogazione rivolta a questo proposito al sottosegretario agli Interni, Aldo Finzi: Finzi, sottosegretario agli interni, risponde in via d’urgenza all’interrogazione dell’on. Mastino su di un attentato da parte della forza pubblica di Cagliari contro l’on. Lussu. Dichiara che non si è trattato di un attentato, ma di un incidente doloroso ma casuale. Essendo stati esplosi tre petardi in una piazza di Cagliari le guardie regie intervennero e sbarrarono la piazza. Dalla sede della sezione del partito sardo uscì l’on. Lussu con un centinaio di soci che si addossarono presso la guardia regia. Poiché essi tentavano di forzare lo sbarramento fu dovuto ordinare lo scioglimento dell’assembramento. Nel fuggire l’on. Lussu fu casualmente toccato da un calcio di fucile, ma così leggermente che poté ancora per qualche tempo continuare la sua strada 58 . 57 Salvatore Sechi, Dopoguerra e fascismo in Sardegna (Il movimento autonomistico nella crisi dello Stato liberale, 1918-1926) , Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1969, p. 365. 58 Interrogazione sull’attentato all’On. Lussu , in «L’Unione Sarda», 26 novembre 1922. L’articolo è conservato presso il Fondo Lussu, b. 4, fasc. 4. 38 Si evince, certamente, una versione vicina alla linea fascista da parte del quotidiano. In realtà l’onorevole sardo non fu toccato casualmente, come scritto: solo successivamente si scoprì che l’azione era stata prestabilita. Le feroci proteste che insorsero in tutta la Sardegna, a sostegno di Lussu, per l’accaduto, preoccuparono Mussolini, il quale, per evitare una radicale precipitazione della situazione, impose una tregua, che si dimostrò in seguito una farsa, dato che, in altri scontri, già alla fine di novembre, persero la vita altri cittadini, come il veterano della Grande Guerra, Efisio Melis, «il primo caduto della lotta antifascista» 59 . Una delle principali preoccupazioni di Mussolini, che non riusciva a comprendere appieno la psicologia del popolo sardo, consisteva nello scongiurare che la Sardegna diventasse sostenitrice di ideali democratici e costituzionali; una paura formalmente legata a due falsità che aleggiavano sul PSd’Az: la prima concernente l’ipotizzata fedeltà alla Monarchia e la seconda riguardante il presunto «irlandismo» del partito, sempre oggetto di smentita da parte dei capi sardisti, i quali non invocavano il separatismo, bensì la realizzazione di «una organizzazione statale federativa nella quale le regioni meridionali e insulari fossero politicamente ed economicamente equiparate alle altre» 60 . Per ricostruire la reputazione del fascismo sardo e avvicinare i membri meno radicali del PSd’Az, Mussolini invierà in Sardegna, il 30 dicembre del 1922, il nuovo prefetto Asclepia Gandolfo. Il nuovo sistema utilizzato è quello della lusinga: vengono promossi, in favore della Sardegna, oltre a un programma di opere pubbliche, l’assegnazione di una maggiore autonomia. Tali intenti si dimostreranno falsi, viste le mosse poco sincere dei rappresentanti di un partito, quello fascista, che in realtà non avrebbe mai rinunciato al suo carattere centralista. Per trattare con 59 Francesco Fancello, Il fascismo in Sardegna , in «Il Ponte», cit., p. 1093. 60 Ivi, p. 1096. 39 Gandolfo il Direttorio del PSd’Az decise di affidare il mandato a Lussu. L’incontro avvenne il 22 gennaio del 1923 e il giorno dopo compariranno due manifesti, uno firmato da Gandolfo e l’altro sottoscritto dalla delegazione dei combattenti sardi e dal Direttorio del Partito Sardo, che confermarono l’avvenuta fusione tra quest’ultimo e il Partito fascista. Con l’obiettivo di chiarire quanto effettivamente avvenne, Lussu scrisse, nella seconda decade di febbraio, una lettera al Direttorio del PSd’Az e della Federazione dei Combattenti, dalla quale emerge chiaramente, non solo l’inquietudine sulla decisione da prendere in un momento storico complicato, ma anche la difficoltà ad accettare, con impotenza, una situazione che non gli permetteva di controllare la gestione degli eventi. Per l’importanza che riveste viene qui riportata, in forma quasi integrale, la lettera in questione: Cari Amici, in quest'ultimo mese la stampa ed il pubblico hanno discusso e annunziato la più inverosimile combinazione. Recenti interviste di uomini autorevoli e la relazione fatta al Rapporto dei Commissari fascisti al Viminale, mi obbligano a sciogliere quel riserbo che mi ero imposto strettissimo e che è stato involontariamente causa di trepidazione da parte dei nostri migliori esponenti che hanno avuto l’impressione che crollasse nel vuoto un movimento che, attraverso i sacrifici e le persecuzioni di quattro anni, era riuscito a mantenersi indipendente dai partiti e dagli interessi dominanti e ad imporsi all’attenzione dell’Italia. Voi e ve ne prego vivamente, vorreste dare a questa mia la massima pubblicità perché tutti i nostri hanno il diritto di essere messi al corrente. I contatti tra il fascismo e il nostro partito coincidono con l’arrivo a Cagliari del generale Gandolfo. Io ero assente da Cagliari quando da numerosi amici mi è arrivato persistente l’invito di conferire con lui. Mi abboccai con il generale Gandolfo presenti il col. Pisani e l’avv. Endrich. Chiarì che egli volesse precisare il suo pensiero che per altro aveva comunicato ai nostri amici. Precisò chiaramente le sue proposte: 1) Scioglimento di tutti i Fasci esistenti nell’Isola e del PSd’Az 2) Ricostruzione, in un primo tempo, attraverso le sezioni dei combattenti, del nuovo Partito Fascista con a capo me. Risposi che il Partito aveva gli organi direttivi e che era necessario consultarli, ma che mi sembrava che questa fusione sarebbe stata eventualmente possibile solo a queste condizioni: 1) Immediato impegno del governo per la realizzazione delle aspirazioni autonomistiche della Sardegna. 2) Concessione temporanea dell’Isola franca, esenzione cioè dell’Isola dai dazi doganali. 3) Il Partito Sardo d’Azione, aderendo al Fascismo, non rinuncia a nessun punto programmatico, conserva il suo indirizzo e le sue caratteristiche. 40 4) Accettare, senza discutere, le mie dimissioni da deputato e il conseguente ritiro dalla vita pubblica. Sul punto 2° riconobbi io stesso in seguito che, essendo questione prevalentemente tecnica, non poteva essere trattata che in un secondo tempo. Su questa base io accettai di far convocare il Direttorio e voi mi deste mandato con pieni poteri, purché il generale avesse i pieni poteri del governo. Parlai ancora con il generale, presente il col. Pisani, e illustrai il pensiero programmatico del Partito. Non si parlò affatto di esclusione di capi. Riconfermai la decisione di ritirarmi dalla vita politica se la fusione fosse avvenuta, ed esposi lealmente le ragioni per cui mi sarei mostrato favorevole alla unificazione dei due partiti superando ogni riluttanza: perché il Partito Sardo d’Azione, aderendo al Fascismo, ma conservando le sue caratteristiche idealità programmatiche, avrebbe realizzato in dieci anni ciò che nessuno di noi avrebbe mai sognato di ottenere in cinquanta; perché con la garanzia dei suoi dirigenti avrebbe condannato e represso ogni violenza, che può essere magnifica pratica rivoluzionaria se espressione di minoranze, ma che diventa odiosa tirannide quando viene da una maggioranza al potere, e sarebbe stata garantita libertà di pensiero e di propaganda o ogni minoranza; perché essendo la Sardegna paese essenzialmente di produttori proletari (contadini, piccoli proprietari e pastori) si sarebbero nettamente messi in rilievo i suoi interessi e si sarebbe potuto ottenere finalmente quel riscatto, che sembrava utopistico, del proletariato minerario, le cui condizioni sono avvilenti per qualsiasi nazione civile; perché con forti organizzazioni sindacali avrebbe potuto sostenere in seno al Partito Nazionale magnifiche battaglie e dare nuovi orientamenti; perché avrebbe potuto accelerare quel processo di chiarificazione che presto o tardi dovrà irreversibilmente dividere i pionieri del fascismo rivoluzionario dai monarchici conservatori; perché, in altre parole, (non l’ho detto, ma era implicito) il fascismo sarebbe diventato sardismo. Mi allontanai dal generale con l’intesa che avremmo discusso ampiamente su tutte le modalità non appena egli avesse avuto dal Governo pieni poteri. In questo frattempo gli eventi hanno precipitato. Il proclama del generale è stato compilato senza che io né il Direttorio ne avessimo conoscenza. Egualmente è avvenuto per la risposta portante la firma dei membri del Direttorio. Un gruppo di amici, che si teneva a contatto con il generale, credette in buona fede di interpretare il mio pensiero e diè alle stampe il programma […]. La situazione divenne eccezionalmente critica, poiché, senza che nessuna delle condizioni poste per un eventuale accordo si fosse verificata, si dava certa l’avvenuta fusione dei partiti. Io avrei abbandonato Cagliari e troncato ogni ulteriore contatto, se il generale non si fosse impegnato con il suo annunziato discorso da tenere al Consiglio Provinciale. Intervenni alla riunione del Consiglio col più grande imbarazzo […]. L’ultimo mio abboccamento con il generale Gandolfo, presente il col. Pisani, è perfettamente identico a quello del primo incontro. Io ho atteso fino ad oggi: le condizioni poste non si sono avverate. Deve 41 quindi considerarsi definitivamente fallito ogni tentativo di accordo. È per questo che compio il dovere di restituirvi il mandato che voi mi avete affidato 61 . A fronte di tante perplessità, che accompagnarono il processo di fusione, diversi sardisti decisero tuttavia di passare al fascismo, senza dar peso a due elementi fondamentali, rivelatisi errori di valutazione, corrispondenti alla ingenuità di credere che il fascismo potesse e volesse garantire il decentramento amministrativo richiesto, e alla convinzione per cui si sarebbe potuto prendere parte al dispotismo senza diventarne complici. Altri, tra cui Lussu, presero la strada della resistenza e della lotta, accettando sacrifici conseguenti 62 . Nonostante l’abbandono di diversi suoi membri e a dispetto della legge elettorale volta a colpire i partiti di minoranza, il PSd’Az resta vivo, ottenendo, nelle elezioni dell’aprile del 1924 una buona percentuale di voti. Lussu viene nuovamente eletto deputato in Parlamento, insieme a Mastino. Nel giugno dello stesso anno, egli è uno dei deputati facenti parte della cosiddetta "Secessione dell’Aventino", la protesta degli oppositori al fascismo, avvenuta a seguito della scomparsa di Giacomo Matteotti – nel giugno di quell’anno era stato prima rapito e poi ucciso da una squadra fascista – il quale aveva precedentemente denunciato pubblicamente i brogli e le minacce utilizzate dai fascisti per vincere quelle stesse elezioni. Dopo quel fatto, a causa del quale sembrava che il fascismo potesse crollare, Mussolini torna in sella, con la riapertura della Camera, il 3 gennaio del 1925. Venendo meno la speranza di una soluzione costituzionale con l’intervento del re, nel PSd’Az inizia a diffondersi, prendendo spunto dalla 61 Citazione tratta da Una lettera di Emilio Lussu al Direttorio del P. S. d’A. e della Federazione dei Combattenti , (s.d. ma seconda decade di febbraio). Il documento è conservato nel Fondo Lussu, b. 4, fasc. 4. 62 Cfr. Francesco Fancello, Il fascismo in Sardegna , in «Il Ponte», cit., pp. 1099-1100. 48 concentrò su alcuni punti principali che Italo Birocchi, autore di uno studio di rilievo orientato a considerare Lussu sotto un’angolazione di tipo giuridico, riassume in questo modo e in forma ineccepibile: «sminuire l’entità della folla che lanciava minacce di morte a Lussu; rilevare l’inutilità del riscontro dell’ora astronomicamente notturna e contestualmente asserire che gli eventi si svolsero nel pieno delle luci della città, con la normale vita del centro cittadino […]; sottolineare la presenza della forza pubblica, in piena efficienza e in grado di contenere la manifestazione; sottostimare l’attacco violento alla porta dell’appartamento di Lussu attraverso le scale; enfatizzare la solitudine di Porrà nella scalata onde accreditare la mancanza di pericolosità» 76 . Tutte le questioni avanzate dall’accusa, aventi lo scopo di dichiarare l’assoluta colpevolezza dell’uccisore di Battista Porrà, si scontrarono, al contempo, con il chiaro stato di necessità in cui Lussu stesso si trovò ad agire. Il suo processo ebbe il risultato di mettere i giudici dinanzi a un bivio tra l’osservanza della legge, con la conseguente ammissione della legittima difesa, e la totale soggezione al potere del regime, a sua volta propenso a condannare Lussu per omicidio volontario. Lussu scelse come avvocato il suo collega e collaboratore Luigi Calabresi, fiancheggiato da Pietro Mastino. Sarà in ogni caso egli stesso, il quale, d’altronde, riconobbe fin da subito di aver sparato e ucciso il Porrà, a presentare le linee essenziali della sua difesa, in un significativo promemoria difensivo, datato 12 marzo 1927. Dopo aver esplicato i motivi per cui la vicenda dell’aggressione alla sua abitazione – inserita all’interno di un più vasto quadro nazionale – era da considerare strettamente legata all’attentato compiuto nei confronti del duce, egli cercava di dimostrare che la sua posizione corrispondeva a «quella contemplata dall’art. 376, n. 2 del 76 Italo Birocchi, Emilio Lussu giurista (1910-1927) , op. cit. , p. 180. 49 codice penale 77 : "non è punibile colui che ha agito nella necessità di respingere gli autori di scalata, rottura o incendio alla casa… qualora ciò avvenga di notte"» 78 . Lussu affermava dunque, con una grande forza argomentativa che, insieme «allo stato di necessità, sussistevano i due elementi integrativi richiesti dalla norma, e cioè la scalata e il tempo notturno» 79 . La prima sentenza, datata 30 maggio 1927, pur accettando la tesi relazionata alla legittima difesa, deliberò altresì che Lussu avesse oltrepassato i limiti previsti dall’esercizio del diritto. Venne per questo rinviato al giudizio della Corte d’Assise. Fortemente critica si rivela, a tal proposito, l’opinione del giornale della Concentrazione antifascista, pubblicato a Parigi, «La Libertà»: Questa sentenza ricostruisce uno dei mille episodi della selvaggeria fascista non del periodo «eroico» (??) quando c’era il «pericolo» bolscevico (??), ma del periodo trionfale, dopo quattro anni di governo fascista . I lacchè internazionali del regime continueranno lo stesso a dire che in Italia l’ordine è ristabilito. In secondo luogo, non sfuggirà a nessuno che la sentenza è mostruosa. Mai legittima difesa sarà stata meglio accertata e meglio descritta. Ma per proclamarla ci voleva quel tanto di coraggio civile che i magistrati al soldo del fascismo non possono avere. E allora con un cavillo meschino si rinvia a giudizio la vittima, senza occuparsi, nemmeno, delle persone identificatissime che hanno partecipato all’attentato criminoso contro la casa di Lussu 80 . La correttezza e il non asservimento al regime, chiamati in causa dal giornale «La Libertà», dei quali si poterono fregiare il Presidente della Corte 77 Il riferimento è al Codice Zanardelli. 78 Promemoria difensivo di Emilio Lussu, 12/03/1927 . Il documento è conservato nel Fondo Lussu, b. 2, fasc. 2, Documenti sull’attività politica. Il testo si trova ora pubblicato in Italo Birocchi, Emilio Lussu giurista (1910-1927) , op. cit. , pp.240-247, citazione tratta dal testo a p. 241. 79 Italo Birocchi, Emilio Lussu giurista (1910-1927) , op. cit. , p. 177. 80 L’assalto brigantesco alla casa di Lussu. La sentenza della Sez. d’Accusa , in «La Libertà», anno I, n. 26, Parigi, 23 ottobre 1927, p. 2. 50 Arcangelo Marras e i giudici Decio Lobina e Antonio Giuseppe Manca Casu, permisero a Lussu di essere assolto nella seconda sentenza, del 22 ottobre del 1927. Nella parte finale di suddetta sentenza si certifica la chiusura dell’istruzione e il «non doversi procedere contro l’imputato Lussu Emilio per il fatto che gli si addebita perché non punibile, per averlo egli commesso per esservi stato costretto dalla necessità di respingere gli autori di scalata alla propria casa di abitazione in tempo di notte» 81 . La sentenza termina con l’ordine di scarcerazione, ma per mezzo di un’applicazione retroattiva in merito al domicilio coatto, egli fu trattenuto in carcere ancora per qualche giorno. «In base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista – ricorderà Lussu – si riunì una commissione fascista e, in via amministrativa, io venni condannato a cinque anni di deportazione come avversario incorreggibile del regime» 82 . Il 27 ottobre fu quindi attuato il provvedimento del confino, che gli venne comunicato il giorno dopo dal Commissario di pubblica sicurezza, addetto alla locale Regia questura: L’anno 1927, il giorno 28 ottobre, nelle Carceri Giudiziarie di Cagliari, […] avuta la presenza dell’Avvocato Emilio Lussu, ho notificato allo stesso l’ordinanza di assegnazione al Confino di Polizia per il periodo di cinque anni emessa il 27 volgente dalla Commissione Provinciale […]. Al predetto Avvocato ho fatto presente che, […] è ammesso il ricorso contro l’ordinanza di assegnazione ad una Commissione d’Appello che risiede presso il Ministero dell’Interno e che il ricorso deve essere presentato nel termine di giorni dieci dalla comunicazione dell’ordinanza 83 . Il 2 novembre Lussu scrisse una lettera, da inviare a Roma, alla Commissione d’Appello per il Confino di Polizia, per chiedere l’annullamento 81 Per la sentenza di assoluzione, conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi si utilizzerà ACS), Roma, Segreteria particolare del duce, Carteggio riservato, b. 75, fasc. Lussu Emilio, si è fatto riferimento al seguente testo: Italo Birocchi, Emilio Lussu giurista (1910-1927) , op. cit. , pp. 247-256. La parte citata nel testo è a p. 256. 82 Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni , cit., p. 184. 83 ACS, Roma, MI, Confinati Politici, Personalità Lussu Emilio, b. 584. 51 del provvedimento di confino: la richiesta non venne naturalmente presa in considerazione. È esattamente dello stesso giorno un documento del Ministero dell’Interno, dove si ordina l’isola di Lipari, la più grande delle Isole Eolie, come sede scelta per il confino: Come da disposizione di S. E. il Capo del Governo, si prega di provvedere perché il confinato politico ex deputato Lussu Emilio, da Cagliari, sia assegnato al domicilio di Lipari. Si prega di dare sollecita assicurazione di adempimento 84 . Una ulteriore conferma della scelta della destinazione è riscontrabile da un altro comunicato del 16 novembre, scritto e inviato dalla Regia questura di Cagliari al Direttore del carcere del capoluogo: Il detenuto confinato politico Lussu avv. Emilio […] sarà stamattina prelevato dall’Arma per la traduzione straordinaria alla colonia di Lipari, ove è stato destinato con telegramma del Ministero dell’Interno […]. Data l’urgenza allego il certificato sanitario sulle condizioni del Lussu 85 . Alla fine del documento menzionato si fa riferimento al certificato sanitario relativo alle sue condizioni di salute, rilasciato da un medico provinciale, certamente sotto pressione fascista 86 . In effetti, quando venne 84 ACS, Roma, MI, Confinati Politici, Personalità Lussu Emilio, b. 584. 85 Archivio di Stato di Cagliari, "Casa circondariale di Cagliari -Buoncammino", Fascicoli detenuti, Emilio Lussu. 86 Il certificato in questione, datato 16 novembre 1927 si trova custodito presso l’Archivio di Stato di Cagliari, "Casa circondariale di Cagliari -Buoncammino", Fascicoli detenuti, Emilio Lussu. Pur riscontrando «una infiltrazione, sicuramente di natura tubercolare, all’apice del polmone sinistro», il medico provinciale ritenne le condizioni generali di salute e di nutrizione di Lussu idonee per un viaggio. Si trattava di una scelta priva di logica. È infatti del 26 ottobre 1927 un certificato sanitario rilasciato da un altro medico, il Dottor Setzu, il quale, dopo aver trovato Lussu deperito e oligoemico e avergli diagnosticato sia una «bronchite cronica con lieve grado di enfisema polmonare», sia la presenza «sotto la clavicola destra di ipofonesi dell’ampiezza di uno scudo d’argento (vecchio conio) nella quale si percepiva un gruppo di rantoli di natura sospetta», aveva giudicato necessario, per avere un miglioramento delle sue condizioni salute, un lungo periodo di riposo in un 52 a conoscenza della località del confino, Lussu era a letto febbricitante. La condizione imposta dal carcere aveva profondamente colpito la sua salute, logorando altamente i polmoni: il 18 marzo precedente era stato ricoverato nell’infermeria della prigione per una pleurite; rimarrà degente per tutto aprile, mentre, nel periodo estivo farà registrare «preoccupanti perdite di peso e dalla metà di settembre una lesione tubercolare gli provoca sbocchi di sangue» 87 . Oltretutto, il clima marino della piccola isola siciliana sarebbe potuto essere letale, ma le sue iniziali richieste di scontare il confino in un altro luogo rimasero inascoltate 88 . Decaduto da deputato e radiato dall’Albo degli avvocati – la decisione di cancellarlo dall’Albo degli avvocati è del 28 giugno del 1927 – inizierà per Lussu una nuova fase della sua vita, che lo porterà, il 17 novembre del 1927, a lasciare la sua Sardegna, nella quale avrebbe rimesso piede circa diciassette anni dopo, nell’estate del 1944: La città era in grande fermento. Speciali servizi di truppa furono collocati attorno alle carceri. Si temeva della mia evasione. […] Non mi fu nemmeno concesso il tempo di salutare mia madre. Affrettatamente, fui condotto al porto e, durante tutto il percorso, io non vidi che militari schierati e pattuglie di ciclisti armati. Le banchine del porto erano deserte. Il traffico era sospeso. Dappertutto, sentinelle e pattuglie. Mentre scendevo verso un canotto della polizia, una vela da pesca rientrava veloce, spinta dal vento. Mi passò di fronte, a pochi metri. Un giovane marinaio mi riconobbe e capì di che si trattava. Con un salto, si portò sulla ambiente di campagna tranquillo, in cui potesse seguire tutte le norme igieniche di cui aveva bisogno. Per questo certificato cfr. ACS, Roma, MI, Confinati Politici, Personalità Lussu Emilio, b. 584. 87 Mimmo Franzinelli, Postfazione , in Emilio Lussu, La catena , cit., p. 103. 88 Lussu aveva richiesto di essere destinato in uno dei seguenti luoghi: Armungia, suo paese di origine, per il clima e per l’ambiente più favorevole alle sue instabili condizioni di salute; Napoli, per il clima e per le molteplici possibilità di cura; Firenze per il clima; Torino, per maggiori possibilità di cura, essendoci in quella città un suo amico medico. L’atto che include le richieste di Lussu è conservato nel Fondo Lussu, b. 2, fasc. 2, Lett. questore Messina 23/11/1927. 53 prua e, ritto, grido: - Viva Lussu! Viva la Sardegna! Fu questo l’ultimo saluto della mia Isola 89 . Prima di trattare gli aspetti più considerevoli che segnarono la sua vita da confinato, occorre aprire una breve parentesi e spendere alcune parole sull’esperienza carceraria, che toccò a Lussu, così come a tanti altri suoi compagni antifascisti. Testimonianze private di vario tipo converranno nell’identificare, sia nelle condizioni igienico-sanitarie, sia nella scarsa qualità del cibo fornito, gli aspetti meno sopportabili delle carceri fasciste e, al contempo, i motivi determinanti per la generazione di malattie nuove o per il peggioramento di quelle preesistenti. Il caso sopraccitato di Lussu è un esempio, ma si pensi anche alla vicenda di Antonio Gramsci, il quale soffriva, sin da bambino, di una forma di tubercolosi ossea, il morbo di Pott, che peggiorò gravemente in carcere, e lo condurrà alla morte, all’età di quarantasei anni, nell’aprile del 1937. «Io rimasi nel carcere della mia città tredici mesi. La vita in carcere è poco allegra in Italia e, credo anche altrove» 90 , rammenta l’autore e politico sardo in Marcia su Roma e dintorni . In realtà, egli non ricorderà approfonditamente, perlomeno nelle opere di più ampio respiro letterario, la vita del carcere, al contrario di quanto fece, ad esempio, Francesco Fausto Nitti, nel suo libro Le nostre prigioni e la nostra evasione 91 , però rievocherà alcuni momenti della vita da detenuto, in un pamphlet, Una tortura , pubblicato nel marzo del 1949 sulla rivista mensile di politica e letteratura, «Il Ponte», fondata dall’intellettuale fiorentino Piero Calamandrei. Pur essendo un testo breve e relativo ad un ricordo amaro della sua vita, affiora 89 Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni , cit., pp. 184-185. 90 Ivi, p. 182. 91 Francesco Fausto Nitti, Le nostre prigioni e la nostra evasione , Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1946. 54 la vena narrativa del Lussu, in particolar modo quando intende dare, a ciò che racconta, un tono che si colloca in una via di mezzo tra il polemico e il satirico: Se dalle vicende carcerarie di ciascuno di noi, potesse derivare una riforma civile moderna al fine di facilitarla io segnalerei, dalla mia esperienza di detenuto, solo un settore: quello delle cimici. Terribile settore. Chiuso in una cella, nella solitudine, lontano dal mondo esterno in isfacelo, un «intellettuale» può trovare facile conforto nel raccoglimento e nello studio. Può persino trovarvi la gioia della vita. […] Nella mia cella uscivano in permanenza libri. Avevo pertanto tutto il viatico necessario alle peregrinazioni del mio spirito. Ma quando, la notte, incominciavo quella meditazione pigra e distesa che suole precedere il sonno, ecco le cimici. Le cimici! Cimici dappertutto. Cimici nei capelli, nelle orecchie, nel naso, fino alle dita dei piedi. […] Uscivano dai buchi più misteriosi della cella e […] risalivano le pareti fino ad arrivare in alto […] e infine si lanciavano nel vuoto. Sotto il vuoto, disteso sulla branda ero io. […] Vederle manovrare con metodo scientifico, umano, e avvicinarsi aggressive, faceva pensare che non bestie minuscole esse fossero, ma mostri lillipuziani, dall’intelligenza fredda e razionale, implacabili nella volontà di tortura. La cella si mutò in un inferno senza salvamento, e la sofferenza divenne anche psicologica 92 . Dal suddetto testo si eleva, oltre alla complessa condizione di disagio, la straordinaria volontà di un uomo, desideroso di non lasciarsi avvilire dalle misure violente imposte dal fascismo, di progredire nella sua formazione personale e di non rimanere emarginato rispetto a quanto accadeva nel Paese. Il Fascicolo giudiziario Lussu, custodito presso l’Archivio di Stato di Cagliari, oltre al documento precedentemente menzionato del 16 novembre del 1927, conserva al suo interno altri materiali attestanti tale volontà. Uno di questi certifica il permesso del Procuratore del re, avvenuto a seguito di una richiesta di Lussu, perché, seppure con i dovuti controlli, venisse concessa all’allora detenuto armungese la possibilità di leggere giornali e i libri di cultura personale: Il sottoscritto acconsente [che] a detto detenuto sia consentita: 1) La lettura di un quotidiano a scelta della S.V. 93 e che non sia sempre uguale, con 92 Emilio Lussu, Una tortura , in «Il Ponte», anno 5, n. 3, 3 marzo 1949, pp. 392-393. 93 Il riferimento è al Direttore del carcere di Cagliari. 55 esclusione dei giornali locali. 2) La lettura di libri di cultura personale. Gli uni e gli altri verranno rigorosamente controllati ad evitare che essi possano servire da tramite per corrispondenza con l’esterno. Non si ritiene opportuna, per ora, la concessione di penna, carta e calamaio in cella 94 . Dopo questa doverosa digressione sull’esperienza carceraria, si può ora ritornare alla questione del confino – arma silenziosa del regime e fonte di emarginazione dalla vita civile per coloro che venivano colpiti da tale sanzione – ripartendo da quel 17 novembre del 1927, giorno in cui, pur febbricitante a causa della grave malattia contratta in carcere, l’ex deputato sardo venne caricato su un piroscafo, che lo avrebbe portato da Cagliari a Lipari 95 . Lo sbarco di Lussu a Lipari avvenne dopo alcuni giorni di viaggio 96 . Il capitolo del confino è stato indubbiamente uno dei più difficili e opprimenti, ma anche un enorme banco di prova per un uomo dotato di un carisma e una forza d’animo fuori dal comune. Le notizie sulla vita della colonia di Lipari si possono ricavare primariamente dallo scritto di Carlo Rosselli, Fuga in quattro tempi 97 , pubblicato sull’«Almanacco socialista», nel 1931, dal già citato Le nostre prigioni e la nostra evasione di Francesco Fausto Nitti – il libro viene dapprima pubblicato in inglese, a Londra e a New 94 Archivio di Stato di Cagliari, "Casa circondariale di Cagliari -Buoncammino", Fascicoli detenuti, Emilio Lussu. Il documento, datato 13 novembre 1926, è relazionato all’autorizzazione del Procuratore del re, in virtù della richiesta di Lussu del 5 novembre precedente. 95 Lussu pagò il viaggio di andata e di ritorno ai militi che lo accompagnarono. Rispetto ai viaggi infernali a cui i confinati erano generalmente obbligati a sottostare, il suo fu molto più breve. 96 Italo Birocchi, a differenza della maggior parte delle testimonianze che considerano il 19 novembre, fa risalire l’arrivo di Lussu a Lipari al 21 novembre, quindi quattro giorni dopo la partenza. 97 L’edizione a cui si farà riferimento è la seguente: Carlo Rosselli (nota introduttiva di Pierluigi Regoli), Fuga in quattro tempi , Lecce, Youcanprint, 2019. 56 York, con il titolo Escape , e solo nel 1946, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in Italia – e dai due testi di Lussu, La catena e Marcia su Roma e dintorni . Inoltre, nell’edizione del 2015 di Marcia su Roma e dintorni , edita dalla Casa editrice nuorese Ilisso, sono pubblicati, tradotti da Gian Carlo Fastame dall’inglese all’italiano, e collocati in appendice, altri due scritti di Lussu, che approfondiscono alcune delle più importanti vicende riguardanti la sua vita, come l’aggressione subita dai fascisti il 31 ottobre del 1926 e, per l’appunto, l’evasione da Lipari. Si tratta di Mille contro uno e La fuga da Lipari , usciti in lingua inglese, nella rivista americana «The Atlantic Monthly», con i titoli di A thousand to one del giugno del 1930 per quanto concerne il primo, e di The flight from Lipari del luglio seguente, relativamente al secondo 98 . Tuttavia, una scoperta recente, effettuata mediante ricerche d’archivio presso la Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, ha portato alla luce i due scritti, tradotti in spagnolo, con alcune differenze di contenuto rispetto alle versioni inglese e italiana, e pubblicati dal giornale argentino «Crítica», nell’aprile del 1930, all’incirca due mesi prima della loro apparizione sulla rivista americana. Delle particolarità di questi testi, resi in spagnolo, se ne parlerà nelle sezioni corrispondenti del presente studio. Proviamo ora a tracciare, facendo riferimento alle testimonianze di Lussu, Nitti e Rosselli, il quadro reale della situazione nella quale essi, insieme a una miriade di altri confinati, furono obbligati a vivere, isolati in un piccolo territorio. Il primo dei tre a giungere a Lipari, nel marzo del 1927, dopo essere stato arrestato e condannato – senza processo – nel dicembre dell’anno prima, a un confino di cinque anni, la cui prima parte avrebbe scontato a Lampedusa, è Francesco Fausto Nitti: Lipari è una delle sette isole, e la più grande, dell’arcipelago delle Eolie, che è posto dinanzi a Messina, quasi di fronte allo stretto. È un insieme di isole 98 Per i due testi tradotti in italiano da Gian Carlo Fastame, cfr. Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni , cit., pp. 207-249. 57 notissime nella storia. Lipari è una delle più antiche terre abitate. Ricerche fatte or sono provarono l’esistenza dell’uomo in quell’isola fin dall’epoca della pietra. […] Le Isole Eolie sono dette dalla tradizione il regno dei venti. Il dio Eolo, padrone di tutti i venti, e distributore di essi, sembra abitasse quei paraggi e vi avesse il suo regno. […] Ciò che è vero e non è leggendario è che Lipari è il regno dei venti. Eolo continua a soffiare per mesi e mesi, d’inverno, di autunno e anche per buona parte della primavera. […] Certi giorni il vento è così forte che non si può uscire di casa. È difficile camminare quando la polvere vi investe e vi acceca. E le vecchie strade di Lipari sono piene di polvere e di sudiciume. Nei primi giorni, confesso, Lipari mi parve una specie di paradiso terrestre. Venivo da Lampedusa, cioè dall’inferno e lo spettacolo che Lipari offriva era, in confronto, un incanto 99 . Nel novembre successivo sarebbe arrivato Lussu, «ammanettato con doppia catena» 100 . Egli si rese immediatamente conto di ciò che comportava la vita da confinato, in particolar modo per uno come lui, che era il più sorvegliato: «dal momento del suo arrivo – scrive Nitti – era stato sottoposto ad un’assidua sorveglianza. La sua casa era guardata giorno e notte e durante le sue brevi passeggiate quotidiane quattro agenti lo seguivano sempre a distanza o lo fiancheggiavano. Erano ordini del governo a cui le autorità dell’isola si attenevano rigorosamente» 101 . Lo stesso Lussu ricorderà quanto essere pedinati potesse suscitare molta irritazione e comportare uno stato di tensione e nervosismo: Uscire di casa ed essere seguiti: avvicinarsi ad un amico ed essere seguiti: parlare ed essere uditi: fermarsi e sentire che anche l’altro si ferma; entrare in un caffè, in un negozio, in una casa, e vedere sempre la stessa faccia; non poter sorridere; stringere la mano ad un passante, non poter ricevere in casa un amico, senza che la vostra ombra ne prenda nota, questo diventa in breve un’oppressione e un incubo 102 . 99 Francesco Fausto Nitti, op. cit. , pp. 151-154. 100 Emilio Lussu , La catena , cit., p. 60. 101 Francesco Fausto Nitti, op. cit. , p. 232. 102 Emilio Lussu , La catena , cit., p. 61. 64 provenienti dal Partito socialista. A Torino, attorno ai giovani venuti con "Rivoluzione Liberale" di Piero Gobetti, fra cui il più in vista Carlo Levi, erano quelli che erano stati allievi di Augusto Monti al liceo D’Azeglio […]. A Roma, era notevole anche numericamente, il gruppo giovanile repubblicano, con Baldazzi, Gioacchino Dolci, Fausto Nitti, Giuseppe Bruno, Dante Gianotti» 117 . Oltre a questi, un ruolo importante lo ebbe anche la parte più dinamica del PSd’Az, «che aveva con Francesco Fancello e Stefano Siglienti, un centro continentale a Roma, collegato a Firenze e Milano. E infine qualche isolato liberale o democratico, come A. Tarchiani e A. Cianca, già in esilio e qualche altro isolato in più parti d’Italia» 118 . GL intendeva distinguersi dalla Concentrazione antifascista, formata a Parigi nell’aprile del 1927 dalle formazioni seguenti: «i due partiti socialisti, uno riformista, l’altro massimalista, il Partito Repubblicano, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la Lega dei diritti dell’uomo» 119 . Difatti, mentre la Concentrazione era stata istituita da elementi che rappresentavano una sorta di eredità dell’Aventino, il nuovo movimento sentiva l’esigenza di rompere con quella continuità. Di quelle correnti politiche – affermerà Lussu – «potevamo esserne considerati come il superamento, non la continuazione. Eravamo socialisti, repubblicani, democratici, liberali, l’avanguardia, per i quali la lotta al fascismo continuava, ma con altri mezzi: l’Aventino era stato legalitario, Giustizia e Libertà era rivoluzionaria» 120 . Come si evince dal primo appello del novembre del 1929, gli scopi principali del movimento consistevano 117 Emilio Lussu, La nascita di Giustizia e Libertà, in Trent’anni di storia italiana (1915- 1945). Lezioni con testimonianze presentate da Franco Antonicelli , Torino, Einaudi, 1975, pp. 173-174. 118 Ibidem . 119 Ibidem . 120 Ivi, p. 175. 65 nell’organizzare imprese di rilievo in Italia, per rianimare il popolo schiacciato dalla dittatura 121 , e nella rimozione delle funzioni dei partiti tradizionali con il fine ultimo di intraprendere un’azione comune: O battersi o servire vilmente. Non c’è altra via. Noi, collegati in più parti d’Italia, disciplinati, guidati, siamo i primi nuclei, vogliamo essere il movimento nuovo, liberatore. […] Giovani e veterani, chiamiamo a noi i migliori, i dispersi, i credenti, i giovani. Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti: e creiamo un’unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito. «Giustizia e Libertà» è il nome ed il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile. […] Intendiamo penetrare nel cuore del nostro popolo, scuoterlo, animarlo. Vogliamo che l’atmosfera di panico gradatamente si muti; che subentri alla disperazione la fiducia, che il mormorio diventi azione, che il coraggio passivo si trasformi in attivo. Che si creino, insomma, una coscienza ed una volontà rivoluzionaria in una minoranza audace; essa sarà in grado di trascinare le masse 122 . Già nel primo appello appare il termine «masse», che Lussu, come si vedrà attraverso i suoi scritti di più ampio respiro politico, era solito definire con il concetto di «classi lavoratrici». Ma qual era, almeno nella fase iniziale, il ruolo del politico e scrittore sardo all’interno di GL? Questo aspetto è ben analizzato dallo storico Manlio Brigaglia in un contributo, dal titolo Emilio Lussu e "Giustizia e Libertà": dal sardismo al socialismo , inserito all’interno degli Atti di un convegno svoltosi a Cagliari tra il 4 e il 6 gennaio del 1980, in onore dello stesso Lussu. Considerando le carte della polizia fascista, conservate in gran numero presso il Fondo Lussu – tali carte vanno 121 Una delle maggiori imprese fu quella che mise in atto Giovanni Bassanesi, un cattolico liberale di Aosta, animato da una grande passione per la libertà. La mattina dell’11 luglio del 1930, insieme a un altro compagno di GL, Gioacchino Dolci, il quale – si ricorderà – era stato un elemento indispensabile per l’evasione da Lipari di Lussu, Nitti e Rosselli, a bordo di un di un piccolo apparecchio Farman, raggiunse Milano. Sul capoluogo lombardo piovvero circa centomila manifestini, i quali incitavano italiani e milanesi a resistere e a ribellarsi al fascismo. 122 Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo , opuscolo di «Giustizia e Libertà», Roma, novembre 1929, cit. 66 esaminate con la giusta cautela dal momento che non tutto ciò che le spie fasciste scrivevano corrispondeva al vero – Brigaglia tende ad attribuirgli il ruolo di «delegato alla organizzazione militare del movimento» 123 , con un ideale rivoluzionario che concepiva due modelli: «da una parte la Guardia Rossa della Rivoluzione d’ottobre […] e dall’altra parte lo Shutzbund viennese, cioè un corpo rivoluzionario armato, perché solo con le armi rivoluzionarie Lussu pensava che si sarebbe potuto battere il fascismo» 124 . Nel 1932, in effetti, Lussu compì un viaggio di alcuni giorni nella Capitale austriaca, per visitare e scoprire i segreti dell’organizzazione clandestina e volontaria, denominata, per l’appunto, Shutzbund 125 . Per il ragionamento fin qui impostato, occorre ora ritornare al 1930 per evidenziare alcuni dei cambiamenti che si materializzarono in seno a GL, determinati sia da mutamenti di politica internazionale, sia dalle variazioni di pensiero dei suoi membri più rappresentativi. Nell’ottobre di quell’anno, la polizia fascista, la quale era in contatto con alcune spie infiltrate tra i gruppi di GL – esso poteva sfruttare il lavoro di tanti associati che esercitavano i loro compiti, clandestinamente, dall’Italia – eseguì una serie di arresti di componenti fondamentali per il movimento 126 . Per far fronte alla caduta dell’organizzazione in patria e all’isolamento all’estero, nel luglio del 1931 GL firmò un accordo con il PSI, per poi percorrere il passo successivo aderendo, nell’autunno dello stesso anno, alla Concentrazione antifascista, 123 Manlio Brigaglia, Emilio Lussu in «Giustizia e Libertà»: dal sardismo al socialismo , in Lotte sociali antifascismo e autonomia in Sardegna. Atti del convegno di studi in onore di Emilio Lussu. Cagliari 4-6 gennaio 1980 , Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 68. 124 Ibidem . 125 È grazie a Oda Olberg-Lerda e a Otto Bauer che egli poté osservare da vicino, insieme ai capi, i depositi di armi pesanti e leggere. 126 Tra i rappresentanti più importanti verranno arrestati: a Milano Bauer e Parri; a Bergamo Ernesto Rossi; a Firenze Tarquandi; a Roma Fancello. 67 con Lussu, Carlo Rosselli e Tarchiani, i tre rappresentanti dell’esecutivo del movimento, fiancheggiati rispettivamente «da un repubblicano, un socialista e un rappresentante della CGL» 127 . Con l’ingresso di GL la vita della Concentrazione attraversò momenti di polemiche e di accese discussioni: a suscitare divergenze fu inizialmente lo «Schema di programma rivoluzionario», che venne pubblicato nel primo numero dei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 128 – la rivista bimestrale del movimento, rimasta attiva sino al gennaio del 1935 – del gennaio del 1932. Il programma, come ricorda Brigaglia, «pareva, infatti, troppo "borghese" all’ala più intransigente del PSI e contemporaneamente sconvolgeva i difficili equilibri interni del PRI 129 , già messi in crisi dalla stessa presenza di GL nell’organismo unitario» 130 . Polemiche scoppiarono anche «con i comunisti, che erano sempre rimasti fuori dalla Concentrazione e in quegli anni, sulla base della teoria del socialfascismo – termine utilizzato polemicamente per indicare che non vi era nessuna differenza, per il bene dei lavoratori, tra un governo fascista e uno socialdemocratico – rivolgevano dure accuse al programma 127 Manlio Brigaglia, L’esilio antifascista di Emilio Lussu , in Emilio Lussu, Per l’Italia dall’esilio a cura di Manlio Brigaglia, Sassari, Edizioni Della Torre, 1976, p. 11. 128 Per un approfondimento si rimanda allo Schema di programma , in «Giustizia e Libertà», anno I, n. 1, gennaio 1932, pp. 4-24. Tutti i numeri, che qui cito, della rivista bimestrale «Quaderni di Giustizia e Libertà» e, dal maggio del 1934, della rivista settimanale «Giustizia e Libertà», sono consultabili nell’Emeroteca Digitale della Biblioteca Gino Bianco di Forlì al seguente link: https://www.bibliotecaginobianco.it/. Secondo quanto scritto nello schema del programma, la rivoluzione antifascista non avrebbe dovuto comportare un semplice mutamento di forme politiche superficiali, ma una profonda trasformazione economico-politica, la quale poneva come base il decadimento della Monarchia e la proclamazione della Repubblica. 129 Per il Partito Repubblicano Italiano si utilizzerà la sigla PRI. 130 Manlio Brigaglia, Introduzione , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari, Aísara. 2010, p. XXXII. 68 reazionario di GL» 131 . Intorno alla differenziazione o all’identificazione tra borghesia e fascismo si muovono le due vedute di Rosselli e Lussu: per il primo, a causa della grave crisi economica che colpisce anche l’Italia, a partire all’incirca dal 1927, «la borghesia italiana è ormai favorevole al ritorno ad un regime di libertà, sia pure di libertà controllate in senso conservatore, e solo attraverso minoranze sempre più sparute sostiene il regime per timore di peggio» 132 ; la divisione tra borghesia e fascismo che opera pare perciò funzionale al ripudio della tesi del «socialfascismo» rivolta dai comunisti. Al contrario, Lussu, seguendo un punto di vista "popolare", ammette l’identificazione tra borghesia e fascismo, a tal punto da affermare, nell’articolo intitolato Orientamenti , pubblicato nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» il 3 giugno del 1932, che «contro il regime fascista stanno solo le classi lavoratrici: operai, contadini, piccola borghesia e, fra gli intellettuali e i giovani, quelli che di queste classi hanno abbracciato la causa. A sostegno – terminava risoluto – sta tutta la borghesia» 133 . Alla fine dello stesso articolo, quando precisa i principi fondamentali della battaglia al fascismo, Lussu chiarisce la sua prospettiva: 1. La lotta sarà condotta essenzialmente dalle classi lavoratrici (operai, contadini, piccola borghesia). «Giustizia e Libertà» deve considerarsi lo Stato maggiore e l’avanguardia di queste classi. 2. La lotta sarà accanita e senza quartiere non solo contro la struttura esteriore politica e militare del regime ma anche contro la grossa borghesia (terriera, bancaria, industriale, edilizia). 3. Alcuni ceti borghesi vanno neutralizzati. Nessuna lotta contro i ceti medi 134 . 131 Idem, L’esilio antifascista di Emilio Lussu , in Emilio Lussu, Per l’Italia dall’esilio a cura di Manlio Brigaglia, cit., p. 12. 132 Idem, Emilio Lussu e «Giustizia e Libertà» cit., p. 66. 133 Emilio Lussu, Orientamenti , in «Quaderni di Giustizia e Libertà», anno 1, n. 3, giugno 1932. Ora si trova pubblicato in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927- 1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., p. 209. 134 Ivi, p. 218. 69 Le due posizioni precedenti sembrano essere caratterizzate da diseguaglianze meno profonde, mentre più evidenti appaiono le differenze relazionate alle forme di azione da adottare contro il fascismo. Se Rosselli e la parte del movimento che lo seguiva prediligevano lo sviluppo di azioni di propaganda, Lussu propugnava principalmente, da questo punto di vista, la necessità di un ideale di tipo insurrezionale. In un articolo, apparso nel già citato primo numero dei «Quaderni di Giustizia e Libertà», non firmato, ma attribuito a Lussu da Tarchiani, così egli si esprime in merito a quel medesimo ideale: È necessaria, innanzi tutto, l’azione. Senza l’azione, le idee rimarrebbero inerti, e la rivoluzione vivrebbe allo stato catalettico. L’azione può avere mille aspetti: individuale o collettiva, essa ha il suo immenso valore morale anche quando pare non abbia importanza politica decisiva. Ma, per essere feconda agli effetti della rivoluzione, essa deve poter contribuire sempre a creare quello che, in stile militare, si chiama atmosfera di guerra, e a rendere possibile l’insurrezione. L’insurrezione è l’azione per eccellenza. 135 . La prima progettazione della teoria insurrezionale affiorerà in un discorso che, anticipando di pochi mesi l’articolo sopraccitato, Lussu tenne in un convegno a Parigi del 29 novembre del 1931. Il testo di quel discorso, dal titolo La rivoluzione antifascista , venne poi dato alle stampe in forma di opuscolo, da GL, al principio del 1932. Nella parte conclusiva della sua dissertazione Lussu si concentra sul problema centrale, ossia l’insurrezione, e su alcuni aspetti sui quali impostare l’organizzazione: La pelle dell’orso, sta bene. Ma bisogna prima uccidere l’orso. L’orso è il fascismo. Il regime fascista. […] Una rivoluzione senza idee è una guerra senza obbiettivi: cioè, una cosa impossibile. Per questo ha fallito l’Aventino. Esso non aveva idee. O meglio, ne aveva una ed era la monarchia. Una rivoluzione monarchica è cosa da far ridere i morti. Per ciò ha fallito il movimento operaio del 135 Idem, Insurrezione e Rivoluzione , in «Quaderni di Giustizia e Libertà», anno 1, n. 1, gennaio 1932. Ora si trova pubblicato in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 205-208. La parte citata è collocata tra le pp. 206-207. 70 dopo guerra. Esso non sapeva quel che voleva. […] solo ora la situazione italiana comincia a diventar rivoluzionaria: le correnti politiche cominciano ad avere idee precise. Noi sappiamo che cosa vogliamo, voi lo avete sentito. Ma non basta che un gruppo di iniziati sappia quello che vuole: bisogna che le stesse idee, diventate bandiera della lotta, passino alla massa sì che essa se ne impadronisca e le faccia sue. Se la maggioranza del paese non la pensa come noi, la rivoluzione è un sogno generoso di poeti e di eroi. […] Bisogna distinguere fra rivoluzione e insurrezione. Rivoluzione è il tutto, insurrezione è la parte: la prima parte. Rivoluzione è l’insieme, insurrezione è il dettaglio: il primo dettaglio 136 . E sull’eventualità dello scatenarsi di una guerra imposta e pretesa dal fascismo, precisa, oltretutto, la funzione determinante che sarebbe spettata alla Sardegna: La guerra deve significare per noi una cosa sola: l’insurrezione. L’Italia continentale e la Sicilia non rimarrebbero certo inerti. E, se anche la insurrezione non potesse trionfare in tutta Italia, essa si affermerebbe certissimamente in Sardegna. Noi prenderemmo il potere in Sardegna e incominceremmo a dare parecchi fastidi. La Sardegna può vivere da sé in tempo di pace e in tempo di guerra 137 . Si segnala immediatamente l’importanza che, per ovvi motivi strategici, la Sardegna godrà, per quasi tutti gli anni dell’esilio, nei progetti insurrezionali studiati e vagliati da Lussu. L’opuscolo venne inoltre diffuso clandestinamente proprio in Sardegna, per mezzo dell’assistenza di vari sardi emigrati che lo spedivano alle loro famiglie. All’interno del documento, per giunta, oltre alla questione dell’insurrezione, Lussu concede ampio spazio al tema dell’autonomismo e alla questione sarda, la quale – ricorda Franzinelli – è posta «nel quadro della costruzione di una democrazia federalista fondata sull’autogoverno, con un’autonomia coniugata alla più 136 Idem, La rivoluzione antifascista , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 81-106. La parte citata è collocata tra le pagine 100-101. 137 Ivi, p. 103. 71 ampia libertà politica e una gestione delle risorse economiche affidata ai lavoratori, ai sindacati e all’amministrazione regionale» 138 . Nel gennaio del 1933, Hitler sale al potere in Germania. Quello stesso anno Lussu, per curare la tubercolosi, cominciava le sue lunghe permanenze tra l’Alta Savoia e la Svizzera, in case di cura e sanatori 139 . In una delle 138 Mimmo Franzinelli, Postfazione , in Emilio Lussu, La catena , cit., p. 136. 139 Spostamenti per periodi più brevi, necessari per le sue condizioni di salute, Lussu era solito effettuarli, nel suo esilio, anche negli anni precedenti al 1933. Quanto detto è testimoniato da alcuni documenti che riportano quanto, probabilmente, le spie fasciste scoprivano sulle attività e i movimenti degli antifascisti in esilio. Si citano quattro esempi. I documenti in questione, conservati presso l’ACS, Roma, Casellario politico centrale (CPC), 2888, fasc. Emilio Lussu, sono due del 1930 e due del 1932: quello del 7 settembre del 1930 è un appunto firmato dal Direttore capo della Divisione polizia politica e inviato alla Divisione affari generali e riservati, in merito all’allontanamento di Lussu da Parigi per circa quindici giorni allo scopo di recarsi, prima a Nerac e poi in Savoia, per un periodo di riposo; il documento del 1° novembre del 1930, recante l’indirizzo dell’Ambasciata italiana a Parigi, e inviato al Ministero affari esteri (Servizio corrispondenza), al Ministero dell’interno (Casellario politico centrale) e al Consolato d’Italia, fornisce invece informazioni sulla presenza dell’antifascista sardo, da circa un mese e mezzo, a Juan-les-Pins, per motivi di salute (erroneamente viene indicato, come problema, una malattia di fegato). I documenti del 1932 portano entrambi l’indirizzo dell’Ambasciata italiana a Parigi: quello del 18 luglio, inviato al Ministero dell’interno (Direzione generale pubblica sicurezza e Casellario politico centrale), pur non fornendo precise indicazioni su spostamenti, risulta interessante in quanto informa che Lussu, in quel periodo, si trovava a letto perché affetto da tubercolosi; l’altro del 3 novembre, inviato al Ministero dell’interno (Casellario politico centrale) fornisce ragguagli sul ritorno a Parigi di Lussu da circa venti giorni, sull’alloggio presso la Capitale francese (Hotel University – Rue Saint Jacques) e sul fatto per cui, malgrado versasse in condizioni poco floride, Lussu fosse solito uscire spesso di casa. Il fascicolo Emilio Lussu, i cui estremi cronologici si collocano tra il 1926 e il 1943, relativo al CPC, è suddiviso in tre parti, e ognuna di esse dovrebbe ricoprire dei periodi specifici. Dovendo tali parti del fascicolo essere riordinate e dato che vari documenti qui utilizzati sono inseriti nella sezione che non gli corrisponderebbe, è stato deciso di adoperare per tutti, in questo lavoro, la denominazione Fascicolo Emilio Lussu. 72 tappe, Auch, dove trascorse diversi mesi, ebbe inoltre modo di conoscere e intensificare i rapporti con Silvio Trentin, ex deputato e professore dell’Università di Venezia, il quale era emigrato in Francia per sottrarsi alle imposizioni del regime 140 . Nel novembre di quell’anno esce, pubblicato sui «Quaderni», uno scritto, Pro o contro il partito 141 , in cui, pur essendo d’accordo sul fatto che GL rimanesse movimento, Lussu non escludeva e, anzi, proponeva – proposta che incontrò le resistenze di Rosselli e del gruppo parigino del movimento –, in particolare per un momento successivo, la creazione di un grande partito che raggruppasse e conciliasse tutte le svariate correnti socialiste. Nel maggio del 1934 si scioglierà, a seguito di divisioni interne, la Concentrazione antifascista. Ad aizzare le diatribe in seno all’organismo, che riuniva attorno a sé le varie opposizioni di stampo laico e democratico, fu un articolo composto da Lussu: anch’esso, come lo scritto del giugno del 1932, ebbe come titolo Orientamenti e venne pubblicato sempre sui «Quaderni di Giustizia e Libertà». Nel prospettare la possibilità concreta di accentuare il carattere socialista del movimento di GL, facendo di esso «il movimento socialista italiano» 142 e accompagnando tale mozione a una feroce critica dei socialismi europei, rivolta in particolar modo ai partiti dell’Italia, dell’Austria e della Germania, l’ex deputato sardo causò le forti proteste dei socialisti e creò le basi per una inevitabile spaccatura. 140 Per approfondimenti sulla figura di Silvio Trentin si rimanda al seguente testo: Silvio Trentin, Scritti inediti. Testimonianze e studi , Parma, Guanda, 1972. 141 Emilio Lussu, Pro o contro il partito , in «Quaderni di Giustizia e Libertà» anno III, n. 9, novembre 1933. Questo scritto si trova ora pubblicato in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., cfr. pp. 229-230. 142 Emilio Lussu, Discussioni sul nostro movimento. Orientamenti , in «Quaderni di Giustizia e Libertà», anno, 3, n. 10, giugno 1934. Si trova edito in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 231-249. 73 Poco dopo il disgregamento della Concentrazione, GL fondava il suo settimanale 143 – le pubblicazioni iniziate nel maggio del 1934, cessarono nel maggio del 1940 –, il cui direttore designato fu Carlo Rosselli. Nell’ultimo numero dei «Quaderni», del 12 gennaio 1935, vengono inquadrate le funzioni spettanti al settimanale: Nato nel 1934, si trovava davanti a dure difficoltà: destinato al tempo stesso alla lotta in Italia e alla propaganda tra l’emigrazione; alla cronaca degli avvenimenti politici e a un lavoro più profondo e più duraturo, di cultura e di combattimento 144 . Agli inizi del 1935, Lussu maturò la decisione di dimettersi dal Comitato centrale di GL. Ciò che criticava era la nuova tendenza che stava prendendo piede tanto nel movimento quanto nel suo settimanale, volta non tanto all’azione attiva, ma al semplice dibattito politico. Questo nuovo modo di agire, in realtà, era dovuto non solo all’influenza esercitata dai nuovi membri, giovani intellettuali, giunti dall’Italia – come Franco Venturi, Renzo Giua, Nicola Chiaromonte – ma anche alla condizione di isolamento in cui il movimento si era venuto a trovare, sia per ciò che concerne le forze dell’emigrazione, dopo lo scioglimento della Concentrazione, sia per la caduta dei collegamenti con l’Italia, dopo gli arresti dell’ottobre del 1930. Lussu presentò le sue dimissioni, esplicandone le motivazioni, con una lettera, La situazione italiana e l’antifascismo all’estero , scritta nel gennaio del 1935, e pubblicata dal settimanale del movimento solamente il 1° marzo 145 . Così inizia questo scritto: 143 Si pubblicarono, allo stesso tempo, altri due numeri dei «Quaderni di Giustizia e Libertà», uno nel giugno del 1934 e l’altro nel gennaio del 1935. 144 Reda, Il nostro settimanale , in «Quaderni di Giustizia e Libertà», anno IV, n. 12, gennaio 1935, cit., p.11. 145 Presso l’ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu, è custodita una copia della Divisione polizia politica fascista del 15 marzo 1935, che fornisce ragguagli sulle dimissioni 80 guarita» 159 . Ritornerà a Parigi nell’aprile del 1938 e da quel momento poté riprendere la direzione di GL. Nel frattempo, grazie all’appoggio di Gaetano Salvemini, intraprese una fruttuosa collaborazione con alcune qualificate riviste statunitensi e ciò gli permise non solo di presentare i programmi del movimento oltreoceano, ma anche di guadagnare del denaro allo scopo di attenuare le gravi difficoltà economiche che la situazione dell’esilio portava inevitabilmente con sé. Al suo rientro a Parigi avrebbe inoltre celebrato il matrimonio politico con colei che sarebbe poi diventata la compagna della sua vita, Joyce Salvadori, passata alla storia col nome di Joyce Lussu 160 , che Emilio aveva incontrato per la prima volta, a Ginevra, nel 1933. Con la crisi derivata dal patto di Monaco del settembre del 1938 – in base a questo patto la Germania fu autorizzata a procedere all'annessione della zona dei Sudeti, appartenente allo Stato cecoslovacco – GL, che nel maggio precedente si era dotata di una «Carta ideologica» 161 , agli inizi del 1939 riprese l’iniziativa indirizzata alla realizzazione di un organismo unitario che racchiudesse tutte le forze antifasciste, compreso il Partito Comunista Italiano (PCI), tradizionalmente restio e diffidente rispetto allo stesso GL. La difficoltà della situazione storico-politica contribuirà, dunque, alla messa a punto di una piattaforma politica comune, la quale porrà, come fine primario della costituenda «Alleanza antifascista», «l’abbattimento del regime 159 Emilio Lussu, Profilo di Silvio Trentin esule in Francia: a Nérac, a Auch, a Tolosa, a Parigi , in Silvio Trentin, Scritti inediti. Testimonianze e studi , cit., p. 19. 160 Joyce Salvadori, nata a Firenze nel 1912, apparteneva a una famiglia con ascendenze anglo-marchigiane. Insieme al fratello, Max Salvadori, si impegnò nell’organizzazione di GL. Partigiana, scrittrice, traduttrice e poetessa italiana, è stata una giramondo, attivissima sul fronte del pacifismo e del post-colonialismo. 161 La «Carta ideologica» traeva ispirazione dalla necessità di mantenere l’autonomia del movimento rispetto alle altre correnti antifasciste sia in Italia, che nell’ambito della lotta internazionale, con l’obiettivo di incoraggiare i popoli a prendere l’iniziativa, passata nelle mani delle forze conservatrici. 81 fascista, la distruzione della sua organizzazione politica, economica, sociale e militare, data la comune aspirazione delle organizzazioni alleate a una "democrazia repubblicana"» 162 . La firma del patto di non aggressione tra Urss e Germania, il 23 agosto del 1939, determinerà una frenata decisiva riguardo agli accordi precedentemente presi. Il 1° settembre la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia dando avvio alla Seconda guerra mondiale. Mussolini dichiarerà l’ingresso dell’Italia in guerra, il 10 giugno del 1940, contro la Francia e l’Inghilterra. Il 14 giugno i tedeschi occuperanno Parigi. Quello stesso giorno Emilio e Joyce furono costretti ad abbandonare la Capitale francese e ad iniziare un lungo periodo di vera clandestinità, che il primo racconterà in Diplomazia clandestina 163 e la seconda in Fronti e frontiere 164 . Prima di effettuare una disamina relazionata agli anni descritti nei due libri succitati, e di concludere la prima parte del presente lavoro analizzando il ruolo avuto da Lussu nell’Italia del secondo dopoguerra, è ora necessario, per avere un quadro completo, cambiare prospettiva e focalizzare l’attenzione non sull’uomo politico, bensì sulle caratteristiche preponderanti del Lussu scrittore. Nel prossimo paragrafo si farà, quindi, un breve excursus, volto a trattare esaurientemente le tematiche, d’altronde 162 Manlio Brigaglia, L’esilio antifascista di Emilio Lussu , in Emilio Lussu, Per l’Italia dall’esilio a cura di Manlio Brigaglia, cit., p. 30. 163 In Diplomazia clandestina Lussu narra gli avvenimenti da lui vissuti personalmente nel periodo compreso tra l’invasione tedesca della Francia nel 1940 e la caduta del fascismo nel luglio del 1943. L’edizione usata per il presente lavoro è la seguente: Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , Reggio Emilia, Thedotcompany edizioni, 2021. 164 Joyce Lussu racconta in Fronti e frontiere , dal suo punto di vista, gli stessi anni descritti da Emilio Lussu in Diplomazia clandestina . Ogni capitolo del libro è dedicato a un personaggio femminile, in una sorta di omaggio che la scrittrice fa alle donne che l’hanno aiutata nei complessi anni di vita clandestina. L’edizione usata per il presente lavoro è la seguente: Joyce Lussu, Fronti e frontiere , Roma, Abbot, 2021. 82 quasi sempre collegate a fatti politici, e gli schemi narrativi delle sue principali opere letterarie, scritte al tempo dell’esilio e rispetto alle quali sono stati fatti, sino ad ora, solo brevi accenni. 83 6. Alla ricerca di una nuova forma di agire: schemi narrativi e tematiche delle opere dell’esilio Ricostruire il percorso narrativo di Emilio Lussu equivale a calarsi all’interno di opere letterarie pervase dalle problematiche e dalla complessa realtà che investirono i primi decenni del secolo scorso e rispetto alle quali egli non è mai stato spettatore disinteressato. D’altra parte, tutti i suoi testi sono intrisi di sensazioni, passioni, pensieri, idee, derivati esplicitamente dalla sua vita: la sua esperienza personale diviene in tal modo la base di partenza utilizzata per giungere alla letteratura. Quanto appena espresso apre le porte a un presupposto di particolare rilievo, se accostato a uno scrittore di difficile classificazione come Lussu: non si può distinguere tra un Lussu politico e uomo d’azione e un Lussu scrittore; i due aspetti vanno considerati non come entità isolate e separate ma come elementi che si intersecano tra loro formando un tutt’uno indivisibile. A conferma di questa prospettiva, arrivando quasi a sminuire le sue capacità letterarie, lo stesso Lussu, in merito ad alcuni chiarimenti su uno studio, diretto alla disamina dei suoi testi scritti, affermò: «Se dopo la Prima guerra mondiale non avessi assunto un impegno politico, non avrei mai scritto un libro. Io non appartengo alla Repubblica delle Lettere» 165 . È noto che egli considerasse la sua attività puramente politica e anche quando scriveva l’attenzione verso questo ambito non veniva mai meno, tanto che, a partire dal 1945 – quell’anno furono pubblicati, per la prima volta in Italia, La catena (1929), Marcia su Roma e dintorni (1933) e Un anno sull’altipiano (1937) – l’idea che è andata fissandosi «è quella di un autore di libri storico-politici al quale 165 Ai redattori di uno studio: “Emilio Lussu: l’impegno di un uomo di fronte ai problemi del suo tempo“ , s.d. Il documento è custodito nel Fondo Lussu, b. 1, fasc. 1. 84 è toccata in dono anche una vena narrativa particolarmente felice» 166 . Sarà tale capacità narrativa ad attirare i critici nella ricerca e nello studio dei vari modelli e moduli caratterizzanti la prosa di colui che, suo malgrado, è ritenuto uno scrittore completo, a tutto tondo. Pertanto, occorre chiarire e approfondire la ragione, già accennata in relazione all’analisi delle caratteristiche generali dell’esilio antifascista, che spinge l’uomo d’azione a impegnarsi in un’attività, da lui ritenuta secondaria, come la scrittura, la quale si eleva a una sorta di "compensazione" scaturita «dall’inazione, che lo distoglie dalle mete desiderate. Solo in quei momenti di riposo forzato può sostituire l’azione concreta con l’azione mentale» 167 . Il momento chiave di questa deviazione dai suoi interessi principali è indubbiamente contrassegnato dall’esilio. Nella complessa situazione in cui si trova a vivere, lontano dall’Italia, dopo anni caratterizzati dal carcere e dal confino e con una condizione di salute precaria, scorge, dunque, nella scrittura, uno strumento atto a controbilanciare la costretta inazione. Il libro assurge così a una nuova forma di agire marcata sia dalla volontà di denunciare i soprusi del regime fascista, sia dal proposito di incitare il popolo italiano alla lotta. Gli scritti per cui è maggiormente conosciuto e apprezzato sono proprio La catena , Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altipiano , il trittico mediante il quale viene ripercorsa la tragedia del primo Novecento, tra la Prima guerra mondiale e i fatti principali che determinarono la successiva ascesa del fascismo. Ciò che colpisce il lettore e i critici è la cronologia "alla rovescia" tra tempi di stesura dei libri e tempo storico delle vicende narrate e ricordate. Pur essendo l’ultimo composto e pubblicato rispetto agli altri due, il libro in cui Lussu ritorna, con la mente, all’esperienza 166 Simonetta Salvestroni, Emilio Lussu scrittore , cit., p. 2. 167 Raimondo Manelli, Motivazioni e finalità di Emilio Lussu scrittore , in Emilio Lussu e la cultura popolare della Sardegna: Convegno di Studio Nuoro 25-27 aprile 1980 , Nuoro, ISRE, Regione Autonoma della Sardegna, 1983, p. 223. 85 vissuta durante la Grande Guerra, Un anno sull’altipiano , non costituisce l’epilogo ma il prologo del trittico. La catena e Marcia su Roma e dintorni , invece, trattano entrambi, con alcune sostanziali differenziazioni narrative e stilistiche, sia le tribolazioni di Lussu da avversario del regime, sia i fatti che produssero l’ascesa della dittatura fascista. Tutti e due gli scritti riportano gli avvenimenti sviluppatisi tra il 1926, con in rilievo l’attentato di Zamboni a Mussolini e l’immediata repressione degli antifascisti, e il 1929, con l’episodio della fuga da Lipari come termine di riferimento finale. Tuttavia, mentre ne La catena – primo testo composto in ordine di tempo e al contempo epilogo della trilogia – la base di partenza è il medesimo 1926, Marcia su Roma e dintorni decorre dal primo dopoguerra e da un fascismo agli albori che cerca di affermare la propria forza. La memoria storica dell’autore, organizzata intorno ai ricordi che più lo hanno segnato nel suo percorso formativo, è il punto di partenza di questi libri così come di quasi tutte le altre opere realizzate da Lussu durante il suo esilio; tra queste Il cinghiale del diavolo , edito – ricordo – solamente nel 1968, racconto riservato alla rievocazione dell’epoca della sua adolescenza nel mondo arcaico-pastorale sardo e il racconto di guerra Un bombardamento notturno , pubblicato postumo – rammento ancora – nel 2019. Appartenente alla schiera delle opere nate dalla memoria è anche Kurhaus , custodito nel Fondo Lussu e non conosciuto dal pubblico dei lettori in quanto rimasto inedito e incompleto. Al tempo dell’esilio, Lussu prepara e dà alle stampe, nel 1936, anche Teoria dell’Insurrezione , libro più specificatamente politico ma fondamentale per capire appieno quelli di più ampio respiro letterario. Si vedrà come esso delinei «un’evoluzione della posizione di Lussu rispetto a ciò che scrive in Marcia su Roma e dintorni e nella Catena » e sia «la base su cui poggia Un anno sull’altipiano , in cui le idee, lì soltanto enunciate, vivono, […] con notevole efficacia letteraria, nella rappresentazione 86 drammatica diretta» 168 . Qui di seguito verranno ora analizzate le caratteristiche fondanti delle opere di Lussu, iniziando proprio dal trittico, al quale si darà, per motivi specificatamente letterari, maggior risalto. Allo scopo di dimostrare l’evoluzione che si manifesta nello stile letterario dell’autore, la disamina del trittico avverrà seguendo l’ordine temporale con cui i testi che lo compongono sono stati realizzati. Appena arrivato a Parigi Lussu scrive, di getto, La catena , il primo libro apparso nell’emigrazione italiana in Francia. Riguardo alla data di prima pubblicazione, emergono delle discordanze. Alcuni critici la situano nel 1929, altri nel 1930. Considerato quanto indicato nel documento del Ministero degli Esteri italiano, dell’ottobre del 1929, indirizzato al Regio consolato di Zurigo e Marsiglia 169 , e in altri custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mi sembra di poter affermare con certezza che la prima opera di Lussu venne effettivamente pubblicata, a Parigi, con il sottotitolo Dalle leggi eccezionali alle isole , dalla Casa editrice Respubblica, nel medesimo 1929, probabilmente alla fine dell’anno. Per favorire la diffusione clandestina in Italia, alcuni mesi dopo fu preparata da GL un’altra edizione, in piccolo formato, di dieci centimetri per sette. Il libro venne poi ripubblicato, in Italia, nel 1945, nella collana delle Edizioni U. Emerge chiaramente come, nell’autore sardo, la volontà di fornire un contributo politico primeggi rispetto all’intento letterario. Lo ammetterà egli stesso nell’ultimo capitolo: Io non avrei scritto queste pagine, se non pensassi a trarne delle conclusioni politiche e presentarle al lettore. Confesso che tutto il resto mi interessa assai poco 170 . 168 Simonetta Salvestroni, Emilio Lussu scrittore , cit., p. 2. 169 Si veda supra , pp. 77-78. 170 Emilio Lussu, La catena , cit., p.83. 87 Il libro si riferisce a un periodo piuttosto ridotto, inquadrato, come si è già indicato, tra il 1926 e il 1929. Esso è sostanzialmente breve e suddiviso in sei capitoli. Vi è una parte in cui Lussu descrive, senza omettere nessun elemento, le forme adoperate dal fascismo per operare il pieno controllo sul Paese, attraverso le Leggi eccezionali (istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, pena di morte, domicilio coatto, abolizione dei partiti e della stampa indipendente, tra le misure più significative). Di particolare interesse appaiono, inoltre, la presentazione relativa al meccanismo del Tribunale Speciale, con le sue condanne assurde e le violenze attuate nelle carceri, e la spiegazione che viene fornita sull’ammonizione e il confino di polizia. Inframmezzate dalle vicende della storia propriamente collettiva, affiorano i racconti dei fatti che Lussu ha vissuto personalmente, dall’assalto alla sua abitazione, al carcere, al confino con la susseguente evasione dall’isola di Lipari. Si evince quindi lo scopo che si pone alla base di questo testo: la denuncia delle illegalità e dei soprusi attuati dai fascisti 171 . D’altronde, il titolo stesso può essere inteso in chiave metaforica se letto in riferimento alla serie e all’unione dei metodi utilizzati dal regime per eliminare gli oppositori; metodi che rappresenterebbero, in senso figurato, gli anelli di una catena. La connotazione oggettiva di cui pare essere permeato il libro, secondo l’iniziale proposito dell’autore – egli è definito dalla Salvestroni, in merito alla struttura che intende dare al suo primo lavoro, come «pubblicista» 172 –, viene scalfita in diverse parti, e in particolar modo in quei passaggi in cui viene a galla con forza lo stato d’animo dello scrittore, che tende a manifestarsi mediante l’impiego di toni tra l’ironico e il sarcastico – l’utilizzo di questi strumenti toccherà i picchi più alti in Marcia su Roma e dintorni – per descrivere fatti che di ironico e di sarcastico, in 171 Un’interessante recensione de La catena è pubblicata in «Studi sociali», anno I, n. 3, 16 maggio 1930, pp. 7-8. 172 Cfr. Simonetta Salvestroni, Emilio Lussu scrittore , cit, p. 35. 88 realtà, non avrebbero niente. Uno degli esempi più rappresentativi di quanto si è affermato affiora nella parte finale del secondo capitolo, nel quale, dopo aver spiegato come avvenivano i processi e le condanne attuate dal Tribunale Speciale, Lussu descrive, in maniera pungente, alcuni giudici che hanno, per l’appunto, appena condannato delle persone, attuando un vero e proprio delitto: Il dibattimento è terminato. La cerimonia austera si chiude con la lettura della sentenza, in piedi, mentre i presenti s’irrigidiscono sull’attenti. La soddisfazione irradia l’onesto volto dei giudici per la bella fatica compiuta. In fondo, capita a pochi di poter distribuire tante migliaia di anni di reclusione e la pena di morte, con sì dura costanza. All’ingresso le automobili dello Stato attendono. Possono ormai uscire contenti. Nelle case che aspettano, deposti fregi e spalline, possono vestire come tutti i mortali. Fra le mogli e i bimbi, dimenticate le nequizie degli uomini, possono abbandonarsi all’intimità famigliare e parlare di arte culinaria e della prosperità dell’impero 173 . Dalla descrizione dei comportamenti dei giudici, felici per «la bella fatica compiuta», consistente nel punire, con gravi pene, degli individui, condannati per avere la sola colpa di non volersi piegare alle imposizioni della dittatura, si segnala, dietro il duro sarcasmo, un turbamento profondo. D’altra parte, le vicende narrate, intrise di violenze, oppressioni, persecuzioni, dovevano essere ancora troppo fresche nella mente dello scrittore. L’utilizzo di mezzi come l’ironia amara e pungente ha, come asserisce giustamente Paola Sanna, «il suo vero fine nella frustrata morale, nella denuncia di pavidità, di cedimento all’opportunismo avvilente» 174 . Il concetto espresso dalle parole della Sanna apre le porte a uno dei motivi centrali de La catena , collegando quest’ultimo agli altri due libri del trittico: questo elemento si lega alla visione dell’umanità avvilita e distrutta, rispetto alla quale Lussu sviluppa dentro di sé un profondo senso di ribellione, che d’altronde riapparirà, in forma ancora più forte, sia in Marcia su Roma e 173 Emilio Lussu, La catena , cit., p. 38. 174 Paola Sanna, Emilio Lussu scrittore, Padova , Liviana Editrice, 1965, p. 22. 89 dintorni , sia in Un anno sull’altipiano . Se in quest’ultimo è la guerra a distruggere psicologicamente l’individuo, nei libri del 1929 e del 1933 è il fascismo la matrice dell’avvilimento di tante persone, che per ragioni opportunistiche e non certamente ideali, preferirono compromettersi con il regime, servendolo umilmente, invece di rischiare la propria vita per combatterlo 175 . A tal proposito si potrebbero effettuare tanti esempi. Uno dei personaggi più noti è certamente quello dell’onorevole Giovanni Cao, personaggio che viene rievocato in entrambi i libri 176 – in Marcia su Roma e dintorni vengono però scelte altre forme strutturali, in quanto, rispetto a L a catena , pur essendo uguale la tematica storico-politica, diversa è l’impostazione di base e differenti sono gli obiettivi che Lussu decide di porre all’opera – prima come nemico del regime, per poi fare causa comune con quest’ultimo. Con una scrittura rapida e asciutta Lussu lo rievoca così ne La catena , dopo aver notato che era proprio il suo ex amico a guidare il gruppo di fascisti avente l’obiettivo di assaltare la sua casa: Era stato con me all’università; aveva fatto con me tutta la guerra; dopo la guerra aveva militato nel mio stesso partito; aveva esercitato la professione nel mio studio legale; mi era stato affezionato fino alla marcia su Roma. Dopo la marcia su Roma non seppe resistere alle minacce e alle lusinghe e diventò fascista. Dovetti pregarlo di abbandonare il mio studio e non ci parlammo più 177 . La catena risulta essere, quindi, una sorta di «ibrido», in cui «la patina di impersonale obbiettività, […] viene, come abbiamo visto, continuamente incrinata dal personale intervento dell’autore, compiuto nella forma di un sarcasmo aspro e a volte pesante» 178 ; ma come osserva, sempre attentamente e con ragione, la già menzionata Paola Sanna, avendo 175 Cfr. Simonetta Salvestroni, Emilio Lussu scrittore , cit., p. 12. 176 Giovanni Cao è stato già rammentato, dove viene citato un passaggio di Marcia su Roma e dintorni . Si veda supra , pp. 43-44. 177 Emilio Lussu, La catena , cit., p. 20. 178 Simonetta Salvestroni, Emilio Lussu scrittore , cit., p. 11. 96 s’accorse subito, ma senza individuarne le ragioni […]. Vedendo, nella sua persona, minacciata l’autorità di tutto il regime, reagì con violenza: - Signori – gridò – il tempo del carnevale democratico è finito. Il governo di Benito Mussolini non è un governo di paglia. La legge è la forza… […] Un mormorio prolungato commentò il discorso. – Istrione! – cantò una voce bianca nel settore riservato al pubblico 190 . Ciò che Lussu vuole indicare e far risaltare è il fatto che il suo ex amico, per tanti anni degno di stima e rispetto, sia diventato ora una specie di burattino privo di rispettabilità. Lissia assurge a esempio di incarnazione del processo per cui forze interne ed esterne all’individuo annientarono uomini deboli, trasformandoli in persone senza nessuna dignità. Non è un caso che, per un uomo come Lussu, dominato da un’idea di profondo rispetto verso la persona umana, che vede qui distrutta nei suoi valori più alti, tali alterazioni della personalità provocarono una estrema sofferenza. Per comprendere le motivazioni che si situano alle radici di tale afflizione, non essendo queste indicate nei primi due libri del trittico, occorre rifarsi alla lettura di Un anno sull’altipiano , i cui fatti narrati si configurano come il culmine del suo percorso formativo. « Con Marcia su Roma e dintorni , – afferma Lussu – Un anno sull’altipiano è il mio libro maggiore» 191 , nonché l’unico del trittico non derivato dalla sua esperienza politica diretta. In quest’opera, difatti, non si riscontra l’intento pratico e di incitamento all’azione che anima i due precedenti. Esso racconta gli avvenimenti nei quali, tra il giugno del 1916 e il luglio del 1917, viene coinvolta la Brigata Sassari – 151° e 152° reggimento di fanteria – quasi tutta composta da soldati sardi. All’inizio dei fatti narrati Lussu è tenente aiutante maggiore in seconda del 3° battaglione del 151° reggimento. Scritto tra la seconda metà del 1936 e la prima metà 190 Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni , cit., pp. 82-83. 191 Ai redattori di uno studio: “Emilio Lussu: l’impegno di un uomo di fronte ai problemi del suo tempo“ , cit. 97 del 1937, quando si trovava ricoverato in Svizzera, in alta montagna, per curare la malattia polmonare, viene pubblicato prima in lingua spagnola, in Argentina, a Buenos Aires, dalla Casa editrice «La Vanguardia», nel novembre del 1937, col titolo di Un año de guerra , e successivamente in lingua italiana, nel 1938, a Parigi, per le Edizioni italiane di Cultura. Einaudi lo ristamperà in Italia nel 1945. Almeno inizialmente Lussu non era convinto dell’utilità di un libro sulla guerra, in quel momento storico piuttosto particolare. Ciò lo spinse a preporre a Un anno sull’altipiano il saggio Teoria dell’Insurrezione , libro che rispecchiava i suoi interessi politici immediati. L’autore sardo toccherà l’argomento in una lettera inviata a Carlo Rosselli, da Clavadel, il 14 febbraio 1936: Credo fermamente che sia il libro più interessante del momento. Per quanto la materia sia fastidiosa, ne viene fuori uno studio di facile lettura. Io non ho fatto pesare per nulla tutta la mia documentazione tecnica. È sempre la mia esperienza personale che parla. […] L’ho anteposto al libro sulla guerra, perché mi pare politicamente necessario 192 . I motivi che spinsero Lussu a scrivere Un anno sull’altipiano , nonostante gli iniziali dubbi, relazionati soprattutto al timore di non trovare un editore che lo pubblicasse, sono riscontrabili nelle prefazioni che scrisse a due diverse edizioni dell’opera: «Non esistono, in Italia, come in Francia, in Germania o in Inghilterra, libri sulla guerra. E anche questo non sarebbe mai stato scritto senza un periodo di riposo forzato» 193 afferma Lussu, nella 192 Lettera di Emilio Lussu a Carlo Rosselli, da Clavadel, del 14 febbraio 1936. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia cit., pp. 169-171. La parte citata si trova alle pp. 170-171. 193 La citazione è relativa alla Prefazione del 1937 scritta da Emilio Lussu, e ora pubblicata in Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano , Torino, Einaudi, 2014, p. 9. Questa frase è stata mal interpretata da diversi studiosi, come se Lussu reputasse che nessun’altra grande nazione europea avesse dei libri di guerra di valore. In verità, l’autore voleva riferirsi al 98 prima prefazione, composta nell’aprile del 1937, per poi aggiungere, nella prefazione scritta nel settembre del 1960, che il riposo forzato non sarebbe bastato, da solo, a convincerlo a dedicarsi a una scrittura tanto distante dai suoi interessi: Ho scritto Un anno sull’altipiano, fra il 1936 e il ’37, in un sanatorio di Clavadel, sopra Davos. Mi ero ritirato là, in seguito all’aggravarsi della malattia polmonare contratta in carcere al confino di Lipari e, dopo l’evasione, trascurata in Francia. Deciso a guarire, avevo subito una operazione chirurgica piuttosto pesante e la cura mi imponeva un lungo periodo di immobilità. Ma anche così non avrei mai scritto il libro, senza le insistenze di Gaetano Salvemini. Fin dal 1921, in seguito alle rievocazioni che insieme facevamo della guerra, egli mi aveva chiesto di scrivere un libro: «il libro», diceva nelle sue lettere 194 . Oltre al riposo forzato e alle insistenze di Gaetano Salvemini – «Nell’esilio il libro era diventato una specie di cambiale che io dovevo pagargli» 195 – un altro aspetto da non sottovalutare è il bisogno di denaro, connesso alla necessità di fare soldi per sopravvivere, nella dura condizione di esiliato. In una lettera che scrive a Carlo Rosselli il 5 giugno del 1936, nell’annunciare la ripresa della scrittura del libro sulla guerra, Lussu stesso ammetterà: «Mi è necessario per fare un po’ di denaro» 196 . D’altronde, Lussu decise di comporre l’opera solo dopo aver avuto rassicurazioni, da fatto che, sino alla pubblicazione di Un anno sull’altipiano , mancava un libro di guerra, in Italia, realizzato da uno scrittore disposto, mantenendo coerenza nelle proprie denunce, a rileggere in chiave critica la dolorosa esperienza della Prima guerra mondiale. 194 La citazione è relativa alla Prefazione del 1960 scritta da Emilio Lussu, e ora pubblicata in Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano , cit., p. 7. 195 Ibidem . Sul ruolo fondamentale avuto da Salvemini per la realizzazione, da parte di Lussu, di Un anno sull’altipiano , verrà dedicato ampio spazio nella sezione II del capitolo III del presente studio. Sulla figura di Salvemini cfr. Gaetano Quagliarello, Gaetano Salvemini , Bologna, il Mulino, 2007. 196 Lettera di Emilio Lussu a Carlo Rosselli, da Clavadel, del 5 giugno 1936. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 182-184. La frase citata è a p. 182. 99 suoi amici fidati, che il libro avrebbe avuto delle traduzioni e varie pubblicazioni. In effetti, oltre alla pubblicazione argentina del 1937 e a quella parigina del 1938, occorre ricordare anche quella americana, in lingua inglese, del 1939, con il titolo Sardinian Brigade . Le forme basilari attraverso le quali Lussu intese costruire il suo libro «forse letterariamente più complesso, più artistico» 197 , ma anche meno impegnato politicamente, si ricavano già dalle prime righe della prefazione del 1937: Il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo, né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati ad un anno, fra i quattro di guerra ai quali ho preso parte. Io non ho raccontato che quello che ho visto e mi ha maggiormente colpito. Non alla fantasia ho fatto appello ma alla mia memoria; e i miei compagni d’arme, anche attraverso qualche nome trasformato, riconosceranno facilmente uomini e fatti 198 . Sin dal principio Lussu avvisa i lettori che i fatti narrati sono tutti realmente accaduti e frutto della sua memoria. Già due anni prima, nell’agosto del 1935, egli informava Salvemini che non aveva come obiettivo la realizzazione di un libro di storia, ma di un testo che si avvicinasse a Marcia su Roma e dintorni , ovvero «un libro di ricordi personali e di guerra vissuta. Un documento umano, non già una monografia di Stato Maggiore» 199 . Interessante è anche la scelta di voler prendere in considerazione solo uno dei quattro anni di guerra che lo avevano visto in prima persona sul fronte. La curiosità, in merito all’origine di tale preferenza, si fa più viva dopo la lettura del libro, dal momento che la narrazione inizia 197 Claudio Varese, Lussu scrittore , in «Il Ponte», n. 9-10, settembre-ottobre 1951, p. 1317. 198 Citazione relativa alla Prefazione del 1937 scritta da Emilio Lussu, e ora pubblicata in Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano , cit., p. 9. 199 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 18 agosto [?], ms., 1c. L’anno non è presente nella lettera, ma visti gli argomenti trattati e la precedente datazione di Falaschi, può essere considerato con validità il 1935. 100 con la brigata che arriva dal Carso, da un precedente fronte di guerra, e finisce con la brigata che viene chiamata su un altro fronte, l’altipiano della Bainsizza. La soluzione la rende nota Lussu stesso e la si può leggere in una lettera che invia a Salvemini: effettivamente, sottolineando che inizialmente la brigata si trovava prima impegnata su un fronte e che successivamente essa sarebbe stata impegnata su un altro fronte ancora, Lussu credeva di poter «dare al lettore l’impressione esatta del fenomeno durata immensa della guerra, che è stato l’incubo più tragico per tutti i combattenti» 200 . Inoltre, per Lussu, quelle vicende rientrano, senza dubbio, all’interno di un processo personale di profonda crisi. Un anno sull’altipiano tocca infatti un momento determinante della sua vita, quello che, mediante una crisi dolorosa e profonda, modifica il giovane interventista, fiducioso nei vecchi valori promossi dalla cultura ufficiale, in un uomo diverso, orientato verso una nuova e differente visione della realtà. Da quel «non alla fantasia ho fatto appello», della prefazione del 1937, l’autore precisa subito implicitamente, realizzando una specie di ragionamento personale indirizzato a fornire un contributo determinante, relativamente a una valutazione collettiva sulla guerra del 1915-1918, di volersi distinguere da chi prima di lui aveva scritto cose non vere su quella vicenda, facendo perno solo sull’invenzione. Un anno sull’altipiano si presenta dunque, negli anni in cui il fascismo imprimeva alla guerra un valore importante, come una lucida testimonianza antitradizionale della guerra stessa, avente lo scopo sia di identificare, con la descrizione del mondo dell’esercito, la vera natura della società dalla quale poté prendere piede, negli anni avvenire, il fascismo, sia di denunciare l’illogicità degli 200 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 8 agosto [?], ms., 1.c. L’anno che viene preso in considerazione, il 1935, non è indicato nella lettera. Per l’individuazione dello stesso vale quanto detto per la lettera del 18 agosto. 101 ordini, spesso criminali e irresponsabili dei capi, reali colpevoli, con le loro azioni insensate, di un vero e proprio genocidio. Da questi obiettivi di base si incanalano, in mezzo a vari pensieri e motivi caratterizzanti l’opera, almeno tre tematiche che permeano il libro, rendendo il suo contenuto chiaramente critico «contro le infatuazioni stupide e funeste nei modi di condurre quella guerra» 201 : la dissacrazione del luogo comune che considera il generale come padre amato e ben voluto dai suoi soldati, il tema dell’alcol e l’umanizzazione del nemico 202 . Il primo dei tre concetti crea un filo diretto con ciò che rappresenta il vero bersaglio di Lussu, ossia gli alti comandi dell’esercito italiano. Tanti anni dopo, lo stesso autore rammenterà esplicitamente, nel breve scritto La Brigata Sassari e il Partito sardo d’Azione , ciò che il lettore può cogliere tacitamente all’interno dei fatti insensati e paradossali narrati in un Un anno sull’altipiano : gli alti ufficiali non erano, come si voleva far credere a chi era estraneo alle vicende belliche, stimati e ammirati dai soldati semplici, ma detestati e disprezzati, in quanto con gli ordini che davano, ingiusti, perfidi e criminali, finirono per creare, con i loro sottoposti, un clima di diffidenza, odio e rancore: Altro fatto inaudito: per la prima volta essi [i soldati sardi] avevano constatato, dal primo giorno di combattimento, e da allora sempre, che i colonnelli e i generali, considerati prima monumento di autorità e di scienza, non capivano niente. Proprio non capivano nulla, tanto da sembrare che fossero là per errore e che il loro mestiere fosse un altro. Certe azioni poi, scellerate, senza senso logico né militare né comune, studiate apposta per far massacrare i soldati, inutilmente, rivelavano che il generale, in realtà, era il vero nemico 203 . Tra le tante figure presentate, quella che sembra maggiormente incarnare l’immagine del generale folle e totalmente al di fuori dalla realtà, 201 Giansiro Ferrata, Un anno sull’altipiano è un libro che non invecchia , anno XXII, n. 3, 16 gennaio 1965, cit., p. 23. 202 Su quest’ultimo tema cfr. G. Capecchi, Lo straniero nemico e fratello. Letteratura italiana e Grande Guerra , Bologna, Clueb, 2013. 203 Emilio, Lussu, La Brigata Sassari e il Partito sardo d’Azione , cit., pp. 1078-1079. 102 è il generale Leone, il quale piomba nel testo a partire dal capitolo VII. Lussu ricorda alcuni episodi di quando conobbe il generale Leone sul Monte Spill, chiamato in sostituzione di un altro alto ufficiale, che era stato a sua volta destituito dall’incarico per abbandono ingiustificato delle linee su un’altra zona di guerra importante, Monte Fior. Quest’ultimo fatto è descritto nel capitolo precedente. Dopo un primo dialogo, dominato dal controsenso e dall’irrazionalità, tra il Lussu protagonista-narratore e il generale Leone – il generale domanda a Lussu quante volte sia stato colpito e rimane stupefatto del fatto che egli non avesse riportato ferite gravi; gli chiede inoltre se patteggiasse per la guerra o per la pace – quest’ultimo cercherà subito di mostrare la sua forza e il suo temperamento ai soldati, mettendosi ad osservare gli austriaci da una trincea, restando esposto, dal petto alla testa, al tiro dei cecchini scelti. Successivamente ordinerà al caporale di fare lo stesso: Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto, e vi montò sopra, il binocolo agli occhi. Così dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa. – Signor generale – dissi io – gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così. Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binoccolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un’indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano due ruote di un’automobile in corsa. […] Il generale contemplò i suoi spettatori con soddisfazione. – Se non hai paura – disse rivolto al caporale, – fa’ quello che ha fatto il tuo generale.” – Signor sì –, rispose il caporale. […] Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. – Bravo! – gridò il generale. – Ora, puoi scendere. Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. – È un eroe, – commentò il generale. – Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e 103 roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale 204 . Ciò che viene rappresentato è un ordine inutile e privo di senso, che costa la vita a un uomo. Il caporale è definito, quasi rovesciando il vero valore della morte di un individuo, come un eroe che si è sacrificato per la patria. Quel fatto, che poi è solo un esempio di tanti altri ordini insensati, scava uno spazio incolmabile tra il generale e i suoi sottoposti, i quali non si sentivano difesi da chi avrebbe dovuto, con tutte le difficoltà del caso, proteggere la loro vita. Alla fine del medesimo capitolo vi è uno dei numerosi richiami all’alcol, sparsi all’interno della narrazione. Il tema dell’alcol assume un ruolo centrale, divenendo il più frequente dopo quello della guerra, alla quale, del resto, è saldamente connesso, come diretta conseguenza di quella, elevandosi frattanto a unica soluzione utilizzata dai soldati per cercare di estraniarsi dalla terribile realtà nella quale erano stati catapultati e, per usare il giudizio del tenente colonnello Abbati, che sollecita Lussu a bere – egli non beveva per rimanere sobrio nei momenti in cui doveva prendere delle decisioni da cui dipendeva la vita di altre persone –, per non impazzire e non finire in manicomio: All’altezza del comando di battaglione, mi incontrai nuovamente con il tenente colonnello Abbati. Così si chiamava l’ufficiale del 301°. Egli doveva salire in linea con il suo battaglione. […] Io lo salutai. Egli non mi rispose. Quando mi fu vicino, mi disse, preoccupato: - L’arte militare segue il suo corso. Allungato il braccio, fece per slacciare la borraccia che avevo alla cintola. Io mi affrettai ad offrirgliela. Egli, con l’aria distratta, lo sguardo assente, la prese con delicatezza. L’avvicinò all’orecchio, e la scosse: non era vuota. Levò il turacciolo, l’accostò alle labbra, per bere. Ma s’arrestò di scatto, con nel viso un’espressione di stupore e di ribrezzo, come se dalla borraccia avesse visto spuntare fuori la testa di una vipera. - Caffè e acqua! – esclamò in tono di compassione. - Giovanotto, incominci a bere, altrimenti anche lei finirà in manicomio, come il suo generale 205 . 204 Idem, Un anno sull’altipiano, cit., pp. 53-54. 205 Ivi, p. 55. 104 Il tenente colonnello Abbati è certamente, per ciò che concerne la tematica dell’alcol, il personaggio più rappresentativo. Oltre alla parte appena citata, relativa al capitolo VII, appare in altre parti del libro e sarà lui stesso, a chiudere la narrazione, con un’azione, che diventa uno dei simboli dell’annientamento totale della dignità umana, derivato dalla pazzia causata dalla guerra e dal conseguente abuso di alcol: egli, raffigurato più magro e vecchio, si suicida arrampicandosi su un albero. Analizziamo ora altri due punti rappresentativi in cui egli appare: il primo incontro tra Lussu e Abbati avviene a Stoccaredo e viene raccontato nel terzo capitolo in cui Lussu ricorda lo stupore del suo interlocutore quando gli disse che non beveva abitualmente liquori: Egli mi accolse molto gentilmente e mi offrì un bicchierino di cognac. - Molte grazie, – dissi, – non bevo liquori. - Non beve liquori? – mi chiese, preoccupato, il tenente colonnello. Tirò dal taschino della giubba un taccuino e scrisse: «conosciuto tenente astemio in liquori» 206 . In un successivo incontro è Abbati a spiegare a Lussu l’importanza del ruolo dell’alcol nella guerra: Il tenente colonnello parlava lentamente, e beveva lentamente. Beveva a sorsi, come si centellina una tazza di caffè. – Io mi difendo bevendo. Altrimenti, sarei già al manicomio. Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra. Ha mai ucciso nessuno lei? Lei, personalmente, con le sue mani 207 ? Quanto espresso dal tenente colonnello Abbati ci permette di ricollegarci alla nozione di umanizzazione del nemico, sviluppata dall’autore con lo scopo di mostrare, a chi non aveva vissuto di persona quei fatti, il 206 Ivi, p. 25. 207 Ivi, p. 37. 105 vero volto della guerra, uno strumento atto ad annientare la persona non solo dal punto di vista corporale ma anche psicologico; un qualcosa che allontana, inoltre, l’individuo dal mondo reale che lo circonda. Non bisogna scordare che il nemico veniva rappresentato, nella retorica della guerra, come colui che doveva essere ucciso per ottenere la vittoria finale. Però, da dietro le trincee il nemico non si vedeva, non si sapeva come era fatto e che vita facesse. Aveva perso la sua umanità. Questo aspetto deve aver colpito non poco Lussu e non è stato sicuramente un caso l’aver voluto rammentare un episodio in cui si concretizza un determinante processo psicologico, operato da un uomo – il Lussu protagonista-narratore – che, volente o nolente, aveva perso di vista la realtà concreta dei fatti. Il riferimento ci porta al capitolo XIX del libro. Una perlustrazione con il suo caporale lo porta a scoprire un punto, da dietro un cespuglio, dal quale, non visto, poteva dominare con lo sguardo una trincea austriaca. In quella particolare situazione Lussu si trova davanti a un ufficiale austriaco. Lo prende di mira, ma alcune circostanze lo indurranno a meditare sull’umanità che li accomuna e a compiere una serie di differenziazioni tra l’attaccare e l’uccidere a sangue freddo: Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale! Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all'assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: «Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido» è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo 208 . 208 Ivi, pp. 137-138. 112 all'oppressione e al lavoro politico della vita parigina, mi ero ritirato in campagna una settimana. Ero nei dintorni di Parigi moderna, zona isolata fino ai primi dell'800. […] Nell’albergo «Ville Normande», in cui avevo con mia moglie trascorso quei pochi giorni, un francese raccontava gli svaghi della «chasse-à-corurre», frequenti fino a Luigi XIV, nelle foreste delle vicinanze, oggi distese di ortaglie che approvvigionano, in non piccola parte, Les Halles di Parigi. Quei racconti di caccia al cervo, in cui la corte, i cavalli e i cani dominavano la scena, avevano colpito tanto la mia attenzione, che li rivedevo in sogno. E dalla Francia monarchica venivo trasportato nella mia regione natia, e trasformavo la caccia reale nelle cacce delle montagne del villaggio sardo. Anche là, il cavallo e i cani, per millenni, avevano costituito il centro gioioso della povera vita patriarcale e comunitaria 219 . L’idea di scrivere un racconto di caccia era, in realtà, già presente nelle mente dell’autore tre anni prima, tanto che, in una lettera che invia a Salvemini nel giugno del 1935 220 , lo informa dei suoi nuovi propositi letterari annunciando, tra questi, un Intermezzo di caccia , da spedire in America. Il suo intento era farlo pubblicare – «fu l’urgente necessità di guadagnare qualche soldo che ispirò a Emilio l’idea di scrivere qualcosa che non fosse un saggio politico, ma un racconto letterario» 221 , rievocherà anni dopo Joyce Lussu –, ma per questo scritto l’autorità di Salvemini non ebbe successo. Ne Il cinghiale del diavolo Lussu dà sfogo alla sua memoria e ritorna alla sua prima adolescenza, vissuta in una Sardegna arcaica e primitiva, nella quale – qui si cita Alberto Asor Rosa nella Nota introduttiva alla ristampa del testo – «la realtà confina con la magia e la "valentia" è costume quotidiano di vita per personaggi, pastori, contadini e cacciatori» 222 . Questo racconto dimostra pienamente il profondo legame che nutriva Lussu per le sue radici; 219 Idem, Commento a Il cinghiale del diavolo , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 1. Da Armungia al Sardismo (1890-1926) , a cura di Gian Giacomo Ortu, cit., p. 537. 220 Cfr. AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 15 giugno [?], ms., 2 cc. L’anno non è presente nella lettera, ma visti gli argomenti trattati e la precedente datazione di Falaschi, può essere considerato con validità il 1935. 221 Joyce Lussu, Interventi, in Emilio Lussu e la cultura popolare della Sardegna: Convegno di Studio Nuoro 25-27 aprile 1980 , cit., p. 182. 222 Alberto Asor Rosa, Nota introduttiva a Il cinghiale del diavolo , cit., p. 6. 113 una sorta di vincolo sentimentale, il quale si faceva sempre più vivo nei momenti in cui l’azione attiva veniva meno. In tal senso vanno interpretate alcune parole di Joyce Lussu, espresse nella rievocazione della stesura de Il cinghiale del diavolo , nel convegno nuorese Emilio Lussu e la cultura popolare della Sardegna : Emilio, quando aveva dei momenti di rilassamento in cui non era preso immediatamente da un’azione politica-pratica o da uno studio direttamente convergente sulla lotta politica, amava concentrare le sue riflessioni sul suo ambiente originario, sul suo passato, sulla memoria antica del suo villaggio, su questi ricordi di storia che analizzava continuamente proprio alla ricerca di un’identità che non era solo sua ma era quella del suo popolo, per chiarirne sempre di più le caratteristiche e la cultura. Gli venne naturale di pensare a un racconto su un tema di questo tipo, in cui si abbandonava al ricordo di un narrare ascoltato nella sua infanzia 223 . Il fascino di questo scritto, ispirato ai racconti di caccia ascoltati durante la sua prima adolescenza dalla viva voce dei protagonisti, consiste, come fa notare Alberto Asor Rosa, in un aspetto che Lussu mette in risalto e riguarda «la profonda compenetrazione fra mondo umano e mondo animale. I due universi sono come fusi. E persino quell’elemento, che istintivamente si dovrebbe considerare tipicamente umano, e cioè il peccato, il male, la dannazione, invade il mondo animale e addirittura se ne fa uno strumento e un simbolo. Il cinghiale del diavolo, appunto» 224 . Anche in questo testo, per accennare brevemente allo stile, non mancano elementi di sarcasmo, magari meno evidenti in confronto alle altre opere, ma in ogni caso presenti per marcare le scene più drammatiche. Rappresentativa in tal senso è la prima parte del racconto in cui Zio Pietro, il capo-caccia, si rifiuta di usare, per curare il proprio cane «Senza-Paura», ferito da un cinghiale, 223 Joyce Lussu, Interventi , in Emilio Lussu e la cultura popolare della Sardegna: Convegno di Studio Nuoro 25-27 aprile 1980 , cit., p. 182. 224 Alberto Asor Rosa, Nota introduttiva a Il cinghiale del diavolo , cit., p. 6. 114 la tintura di iodio offerta da Lussu, preferendo a questa un unguento d’erbe tradizionale: Zio Pietro si levò in piedi. Solo allora mi accorsi che tutti gli altri cani mi stavano in semicerchio, accovacciati per terra, e guardavano attenti e immobili, Senza-Paura. Quando il capo-caccia si levò, tutti gli si fecero attorno, come volessero ringraziarlo per le cure prestate al compagno ferito. – Via di qui, – gridò il capo-caccia; – via di qui cani timidi e lenti. Perché lo avete lasciato solo a misurarsi col cinghiale maledetto? Meritava, Senza- Paura, di essere lasciato solo senza sostegno? Cani buoni solo per inghiottire siero di latte e lucertole. I cani si ritirarono umiliati, con la coda abbassata fino a terra. Non potevano negare il fallo commesso 225 . Rimasto incompiuto – sono conservati nel Fondo Lussu, tra i venti segnalati, solo sette capitoli completi e due incompleti – e sconosciuto al pubblico dei lettori, è Kurhaus . Anche questo testo nasce da ricordi personali, i quali appaiono amalgamati – e da qui si constata il grande valore documentario dell’opera – con elementi senz’altro derivanti dall’invenzione dell’autore. Stavolta l’argomento si relaziona, non alla rievocazione dell’infanzia, della guerra o dei fatti personali vissuti durante l’avvento e l’ascesa del fascismo, bensì alla sua esperienza di cura nei sanatori di alta montagna. Così come avviene per Un anno sull’altipiano , anche in questo caso è Salvemini a convincere Lussu a scrivere un romanzo del quale non si mostrava tanto convinto, tanto che, in una lettera del 20 maggio del 1939 gli scrive tali parole: Posso affrontare l’impresa di scrivere un libro sulle mie esperienze dei sanatori di alta montagna parlando (come tu mi hai scritto una volta) in terza persona, cioè (mi si drizzano i capelli) scrivere un romanzo. Ormai ho venduto la penna al diavolo e non attendo che ordinazioni 226 . 225 Emilio Lussu, Il cinghiale del diavolo , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 1. Da Armungia al Sardismo (1890-1926) , a cura di Gian Giacomo Ortu, cit., p. 564. 226 AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 20 maggio 1939, ms., 2 cc. 115 Da queste poche righe è evidente come sia stata la necessità di denaro a spingerlo in attività da lui poco contemplate, nonostante l’eccezionale qualità artistico-letteraria di cui era dotato. Abbiamo notizie di questo scritto in un’altra lettera spedita a Salvemini, nel novembre del 1940: Ho in costruzione un libro che conto di finire a fine mese e che potrebbe uscire negli S. U. questa estate. Forse potrà uscire anche altrove, (si tratta della mia esperienza di cura in alta montagna, l’idea me l’avevi suggerita tu) tutta intrecciata di vita politica attuale. Forse ne viene fuori una cosa interessante. Titolo: Kurhaus (?) oppure Alta Montagna (?), sottotitolo di presentazione editoriale = Libro di pace e di guerra 227 . Kurhaus non è, a dire il vero, il titolo ufficiale del manoscritto, ma visto quanto viene riportato nelle lettere menzionate e preso atto della tematica di base trattata, esso può essere considerato, a tutti gli effetti, quello che avrebbe avuto questo testo, qualora fosse stato terminato e pubblicato. Lo scritto è impregnato di fatti politici del tempo, chiamati in causa mediante lo stratagemma dei dialoghi tra i vari personaggi e le riflessioni personali di uno dei protagonisti, il dottor Adattini. Il romanzo è ambientato in Svizzera, nella Kurhaus di Clavadel, centro di cura per le malattie ai polmoni, dove Lussu trascorse circa due anni, tra il 1935 e il 1937. I personaggi sono quasi tutti pazienti della casa di cura, provenienti da varie nazioni. La trama è contraddistinta da un insieme di vicende personali e politiche che si intrecciano tra di loro: eloquente, in proposito, è la storia d’amore tra il fascista dottor Adattini e una ragazza di origine ebraica, Velia. Il primo è la figura indiscutibilmente più rappresentativa del romanzo. Difatti, egli incarna pienamente, con la sua superbia e arroganza, gli ideali fascisti. Sarà l’amore per la giovane donna, complesso da portare avanti per 227 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 31 novembre 1940, ms., 1 c. 116 le origini di quest’ultima, a farlo vacillare e riflettere sulla teoria della razza, arrivando persino a pensare di restituire la tessera fascista. In questo contesto è indicativo un brano del capitolo XII, dove il fascista dialoga con la donna: – L’ostacolo è la razza. Di questa questione della razza, comincio ad averne abbastanza. Anzi, ne ho fin sopra i capelli. […] – Se per continuare ad essere fascisti, bisogna credere alla teoria della razza, Adattini restituisce la tessera. Dico: Adattini restituisce la tessera. […] – Non dico che non mi dispiaccia: non lo posso dire. Ho trent’anni: possiedo la tessera da undici, sono fascista da quindici anni. Peggio per loro. Ma mi dispiace. Mi pare di tagliarmi una gamba. Ci tengo ad essere fascista, tanto più che tu non lo sei. Velia fece un gesto con la mano, senza parlare. Voleva dire non era né fascista né antifascista. – No, non lo sei – proseguì Adattini. Te ne ho mai mosso rimprovero? Mai. – Mai – ripeté Velia 228 . Alla fine del testo Adattini mediterà tra sé e sé, sollevando addirittura dei dubbi sulla sua fede fascista: Ora meditava, col distintivo fra le dita. "Adattini", a me tu lo puoi dire. Che cosa sei tu? Fascista? Antifascista? Sì sincero. Tu sei quello che siamo tutti. Un giorno mi sveglio fascista, un giorno antifascista 229 . Il personaggio di Adattini viene utilizzato da Lussu come mezzo per mettere in ridicolo il fascismo e, soprattutto, allo scopo di evidenziare le debolezze psicologiche dei seguaci del regime. Sono frequenti, inoltre, in seno al testo, i riferimenti alla Guerra di Spagna, a comprova dell’importanza che Lussu attribuiva a questo conflitto per le sorti dell’Europa. Nel capitolo III, Adattini e l’inglese Mac-Rey conversano sull’argomento. La disapprovazione, da parte di Lussu, verso la posizione dell’Inghilterra, riguardo a quanto accadeva in Spagna (sostanzialmente una posizione da spettatore), sembrerebbe quasi incarnarsi nella riluttanza dello stesso Mac- 228 Emilio Lussu, Kurhaus , s.d. Il documento è custodito nel Fondo Lussu, b. 20, fasc. 1. 229 Ibidem . 117 Rey a esporre una critica nei confronti dell’atteggiamento fortemente riprovevole del regime: Mac-Rey tirò da una tasca il Daily Mail e lo spiegò. Il dottor Adattini, sdraiato in una poltrona, finiva di dare uno sguardo al Giornale d’Italia. - Che dice il nostro giornale sulla nostra aviazione in Spagna? – chiese Adattini. - Prodigi, sempre prodigi, signor Adattini. I repubblicani sono ridotti a mal partito. Pare che non mangino ormai che esplosivi. Ecco qui: due tonnellate di esplosivi lanciate a Barcellona. La vostra aviazione delle Baleari è instancabile. Voglio scrivere al giornale perché qualcuno ci dia la statistica il più possibile esatta delle tonnellate di bombe che le vostre squadriglie hanno lanciate. I vostri bombardieri dominano l’aria. - E i caccia sono forse da meno? È un vero peccato che voi non leggiate l’italiano, altrimenti vedreste, sul mio giornale, delle corrispondenze meravigliose 230 . […] In un altro punto della narrazione, nell’annunciare l’imminente scoppio della Seconda guerra mondiale, la Guerra di Spagna viene definita, da un altro personaggio, il portoghese Signor Gomez, come ciò che diverrà in breve tempo «il ricordo di uno scontro di boxing tra pesi piuma» 231 . L’alter ego dell’autore sardo sembra però apparire nelle vesti di un'altra figura del romanzo, il polacco Molokowski. In una pagina appartenente, probabilmente, al capitolo XVI – purtroppo il resto di questo capitolo è andato perso – vi è una discussione, plausibilmente relazionata alla situazione derivata dall’annessione del territorio dei Sudeti alla Germania, tra il polacco e il signor Haller, nella quale si impone l’idea del dovere, che deve sentire un popolo, di battersi per una causa giusta, dinanzi all’ascesa dei fascismi. Nelle parole di Molokowski, sembra di rileggere lo stesso pensiero di Lussu al riguardo: In talune grandi ore della storia, alla civiltà di un popolo si chiede non professione di pace, ma sacrificio eroico perché è necessario difendere valori di ideali e conquiste civili combattendo e non pregando. Affermano la loro superiorità 230 Ibidem . 231 Ibidem . 118 civile i popoli che osano battersi per una causa giusta, e decadono quelli che si sottomettono con passiva acquiescenza. […] – Che avrebbe dovuto fare, secondo voi, il presidente Beneš, a settembre? – chiese il Signor Haller. – Battersi – rispose Molokowski 232 . Il giudizio di Lussu, celato sotto il ragionamento di Molokowski, è una direttrice che interconnette, in forme più o meno esplicite, tutti i testi dell’autore di Armungia, da quelli aventi caratteristiche più spiccatamente letterarie a quelli che nascono con altri obiettivi specifici, alla stregua di Teoria dell’Insurrezione , il saggio storico-politico, realizzato con la finalità primaria di mettere a disposizione una specie di guida teorica per annientare l’opprimente dittatura fascista italiana. Nella prefazione all’edizione francese del 1936, in merito al ruolo che avrebbe dovuto avere il proletariato italiano nella lotta al fascismo, afferma: La situazione italiana non offre altre soluzioni: o il proletariato riesce a prendere il potere politico o noi non vedremo mai la fine del regime. E il proletariato italiano, oggi, all’infuori della violenza, non potrà disporre di altri mezzi per la conquista del potere. […] Contro il fascismo italiano non v’è, in prima linea, che una classe: il proletariato; che una tattica: la rivoluzionaria 233 . In quella contingenza peculiare, per Lussu, la condanna della guerra non arriverà mai a essere totale: Un pacifismo integrale, dopo tutto, non ha neppure un valore pratico. Volere la guerra a tutti i costi, è senza dubbio, una follia, ma è anche una follia volere a tutti i costi la pace. La Cina voleva a tutti i costi la pace e il Giappone se la va mangiando e digerendo. La Francia vuole egualmente la pace, ma potrebbe continuare ad essere pacifista se la Germania hitleriana l’aggredisse 234 ? 232 Ibidem . 233 Emilio Lussu, Teoria dell’Insurrezione in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., p. 308. 234 Ivi, p. 411. 119 Quanto qui espresso non può non richiamare alla mente il già citato capitolo XXV di Un anno sull’altipiano , nel quale l’autore, comandante della Xª, esprime l’idea dell’esigenza di combattere contro gli Imperi centrali. Il libro, suddiviso in ventotto capitoli, risulta articolato in due momenti: nel primo «affronta lo studio delle varie insurrezioni, particolarmente quelle più recenti europee, e soprattutto delle teorie che le determinarono» 235 ; nel secondo, rifuggendo dalla veste di teorico, «fissa tutta la sua attenzione sulla possibile ed effettiva applicazione delle teorie insurrezionali al campo pratico italiano» 236 . Pubblicato a Parigi per le Edizioni di «Giustizia e Libertà», all’incirca nel giugno del 1936, è sempre stato considerato il libro più controverso di Lussu. Viene ripubblicato, in Italia, nel 1950, e successivamente, dalla Casa editrice Jaka Book, nel 1969, in un periodo – il 1969 è stato uno dei momenti più caldi in riferimento alle lotte operaie – caratterizzato dal rifiorire dell’interesse per la sinistra italiana. In quegli stessi anni il saggio viene pure tradotto in altre lingue ottenendo giudizi favorevoli anche all’estero. È del 1972 la versione spagnola, edita a Buenos Aires, con il titolo di Teoría de los procesos insurreccionales contemporáneos 237 . Prestando attenzione alla data di prima pubblicazione si evince come esso uscì, più o meno, negli stessi giorni in cui scoppiava in Spagna la Guerra civile: da qui deriva l’attualità del saggio rimarcata da Aldo Garosci nella recensione, pubblicata nella rivista «Giustizia e Libertà» del 27 novembre del 1936. Nell’analisi delle forme in cui lo scrittore sardo sviluppa la disamina 235 Paola Sanna, op. cit. , pp. 66-67. 236 Ivi, p. 67. 237 La versione spagnola verrà ampiamente trattata nella sezione relativa alla ricezione delle opere di Lussu nel mondo spagnolo. Il libro avrà, in questo periodo, altre traduzioni: a Parigi nel 1970 e a Vienna nel 1974. 120 dell’insurrezione in tutte le sue fasi, specialmente in quella della preparazione, per una felice riuscita dell’impresa – la scelta del momento, delle parole d’ordine e dei vari piani di azione sono alcuni degli aspetti trattati ampiamente –, Garosci, effettuando un confronto con la difesa di Madrid, sottolineava l’importanza del capitolo XXVI, sulle barricate, considerate generalmente inadoperabili nelle grandi città moderne, con vie larghe, mentre Lussu, invece, le «rinnova come trincee-barricate, collegate con la difesa delle case, studiate in modo da renderne l’occupazione mortale anche per truppe più agguerrite» 238 : Si direbbe che molti aspetti dell’attuale difesa di Madrid, attuata in ritardo ma resa possibile solo da questa «trincea-barricata» siano stati antiveduti da Lussu in questo mirabile capitolo 239 . La controprova dell’attualità del libro è fornita altresì dallo spazio che Lussu dedica alle insurrezioni spagnole dell’ottobre del 1934, dovute, in particolare, alla vittoria delle destre alle elezioni del novembre del 1933, nel momento in cui l’Europa stava andando sempre più alla deriva, con il fascismo imperante in Italia e Hitler che consolidava il suo potere in Germania. Una parte del capitolo XXI tratta la fallita insurrezione di Barcellona 240 , – lo «Stato Catalano della Repubblica Spagnuola» proclamato da Companys, durò solo alcune ore, tra il 6 e il 7 ottobre – le cui cause 238 Aldo Garosci (Magrini), Lussu e l’insurrezione , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 48, 27 novembre 1936, p. 3. 239 Ibidem . 240 Il 6 ottobre del 1934, Companys, il presidente della Generalitat de Catalunya , proclamò l'indipendenza dello stato catalano ma, per ordine di Madrid, il comandante della guarnigione di Barcellona, il generale Batet, si oppose con la forza al tentativo separatista. Dopo poche ore di combattimento, all'alba del 7 ottobre, gli insorti capitolarono. Venne sciolto quindi il Parlamento e, di conseguenza, annullata l’autonomia. In virtù del fallimento dell’insurrezione, Companys fu arrestato con Manuel Azaña e Francisco Largo Caballero. 121 vanno ricercate, secondo l’opinione quasi sdegnata di Lussu, nella mancanza di una direzione adeguata e capace di spingere la massa: Il governo della Generalidad non diresse l’insurrezione ma fu trascinato da essa, e, una volta in mezzo, si trovò disorientato. A un linguaggio fino a quel momento sprezzante e minaccioso contro il governo di Madrid, subentrò una condotta prudente e mite. Il che contrastava con l’attesa generale. […] Il governo del giovane Stato dispone a Barcellona, oltre che degli operai in sciopero, che non attendono che d’essere utilizzati, di quindicimila volontari armati. È la milizia catalana, preparata da oltre un anno, armata di fucili, bombe e mitragliatrici. Essa è già tutta scesa in piazza e disposta militarmente nei punti strategici. Il governo ribelle le dà ordini? Ma manco per sogno. […] Alle ore 5.15 [del 7 ottobre] lo Stato catalano è liquidato e l’insurrezione è dispersa 241 . All’insurrezione delle Asturie, avviatasi nello stesso lasso di tempo di quella catalana, e organizzata dal proletariato, rappresentato perlopiù da minatori, con lo scopo di creare un sistema di tipo socialista, Lussu riserva l’intero capitolo XXII. Vengono descritte, con tanto di dati precisi, frutto di accurata documentazione, le varie fasi della rivolta, il cui insuccesso fu causato dalla dall’inadeguatezza e dall’insufficiente capacità strategica dei capi, non all’altezza nel prendere le decisioni adatte e nell’organizzare le offensive, contro le truppe governative, nei momenti opportuni. «L’insurrezione delle Asturie – asserisce Lussu – può ben essere rappresentata dal minatore che si batte solo, senza tecnica e senza capi» 242 . Passate in rassegna le opere dell’esilio, non ci si può esimere da un’analisi concisa delle principali caratteristiche della prosa lussiana, riguardo alle quali sono stati effettuati diversi studi e formulate varie ipotesi. Una delle più suggestive è la proposta di Simonetta Salvestroni, che intravede nella narrativa di Lussu una origine sarda, da ricercare attraverso i racconti popolari trasmessi oralmente. Costituirebbe una prova la 241 Emilio Lussu, Teoria dell’Insurrezione in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 481 e 483. 242 Ivi, 494. 128 gli esponenti dell’emigrazione italiana, ma gli intellettuali europei sfuggiti ai nazisti, diretti a Marsiglia per poi tentare di proseguire per l’America. Amico personale di Maurice Sarrault, direttore della Dépeche de Toulouse (il quotidiano radicale che aveva la massima tiratura in tutta la Francia), amico di Vincent Auriol, allora deputato della regione, Trentin costituiva per l’emigrazione una preziosa difesa» 261 . Il soggiorno a Tolosa durò poco, vista l’azione del governo collaborazionista di Vichy, creato a inizio luglio del 1940 e guidato dal maresciallo Pétain 262 . Per non correre il rischio di essere arrestati i Lussu si trovarono costretti a vivere nella clandestinità: instradati da Trentin si sistemano inizialmente in un piccolo villaggio dell’Ariège, nella collina sopra Foix, ai piedi dei Pirenei. Affittarono una camera e una cucinetta e ottennero l’usufrutto di un orto da una contadina del luogo, Madame Noëlie: All’alba, Lussu scendeva nell’orto per zappare, sarchiare, innaffiare, piantare i semi di ravanelli e di lattuga, preparare i sostegni per i piselli e i pomodori. Io m’occupavo dei conigli e della casa, pescavo nei cassoni di Madame Noëlie vecchi pezzi di stoffa a tinte vivaci per farne tendine e cuscini. Se ci avanzava del tempo, andavamo ad aiutare Madame Noëlie o qualche altro contadino a raccogliere il fieno o a dissotterrare le ultime patate. E la sera eravamo talmente stanchi e indolenziti, che ci addormentavamo subito pesantemente senza aver tempo di riflettere. Scacciavamo la riflessione con la fatica, e quando l’incubo della realtà generale s’affacciava allo spirito come un mostro assonnato ma pronto al risveglio, tacevamo o parlavamo d’altro 263 . La vita campestre non si protrasse per molto tempo. Per organizzare l’imbarco clandestino verso l’America degli esponenti dell’emigrazione 261 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., p. 15. 262 Pétain diede origine a un regime autoritario, paternalistico e corporativo, fortemente influenzato dalla Germania nazista e caratterizzato da una serie di misure eccezionali, come la proibizione delle società segrete, lo statuto degli ebrei e la soppressione di organizzazioni sindacali e padronali. 263 Joyce Lussu, Fronti e frontiere , cit., p.25. 129 politica italiana, Lussu si trasferì a Marsiglia, seguito anche da Joyce, che cominciò a dedicarsi alla stesura di documenti falsi da distribuire, in forma gratuita, non solo agli italiani, ma anche agli ebrei e ai ricercati tedeschi, austriaci, polacchi e francesi. Così come gli altri oppositori antifascisti in esilio, anche Lussu era sottoposto a un forte controllo da parte dei servizi di polizia politica fascista. Vari documenti custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma forniscono testimonianza diretta di tale vigilanza, in particolare per ciò che concerne i suoi spostamenti. Uno di questi, recante la copia dell’appunto del 18 settembre del 1940 della Divisione polizia politica, diretto alla Direzione generale pubblica sicurezza (Divisione affari generali e riservati), indica effettivamente la presenza di Lussu nella città di Marsiglia: A quanto ci risulta quelli di "g. e l" avevano fatto il proposito di salpare da Marsiglia, perché alla spicciolata lasciavano il tolosano. Già eravi giunto Emilio Lussu con la contessina Salvadori; poi a distanza di 15 giorni, sono stati raggiunti da Alberto Cianca ed altri 264 . Cianca, insieme a Garosci, Valiani, i fratelli Pierleoni, Chiaramonti e altri antifascisti, dopo svariati tentativi non andati a buon fine, riuscirono ad arrivare a Casablanca su dei piroscafi e con documenti falsi 265 . Dalla città marocchina avrebbero dovuto proseguire per gli Stati Uniti ma rimasero bloccati. Questo motivo spinse Lussu, nel giugno del 1941, a partire per Lisbona, luogo in cui, grazie alla collaborazione degli inglesi, avrebbe trovato il modo di aiutare per l’espatrio gli amici rimasti bloccati. Portò con sé anche Joyce, la cui presenza riteneva necessaria in quanto l’anno di vita clandestina gli «aveva dimostrato che, dove non passa un uomo, una donna 264 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 265 Lussu organizzò un altro percorso per Franco Venturi. Sarebbe dovuto arrivare a Lisbona attraversando la Spagna. Venne però arrestato in territorio spagnolo e consegnato a Roma. 130 passa» 266 . Nonostante un rigido controllo di polizia, un uomo «accompagnato a una donna, vive e si sposta come in tempi normali, osservando, naturalmente, un codice severo di prudenza» 267 . Per arrivare in Portogallo, malgrado le difficoltà dovute alla ferrea sorveglianza delle frontiere, i Lussu decisero di passare per i Pirenei, e di attraversare la Spagna, transitando per Barcellona e successivamente per Madrid e Badajoz. Fondamentali per la riuscita dell’impresa due documenti falsi polacchi intestati a Jean Laskovski e Anna Laskowska e l’aiuto di una guida, l’aragonese Francisco, ex ufficiale dell’esercito repubblicano. Lussu rammenta quel complesso viaggio all’inizio del terzo capitolo di Diplomazia clandestina : Passammo i Pirenei nel giugno del ’41. In quel periodo le frontiere erano ben sorvegliate dai due versanti, e non era, come nel ’40, facile passare. Molti avevano fallito. […] Ma, dati i miei rapporti con l’emigrazione spagnola, ero riuscito a trovare come guida un capitano repubblicano spagnolo che, certamente, era stato capo di contrabbandieri: egli era il padrone dei Pirenei. Facemmo l’ascesa marciando tutta la notte, evitando i posti di guardia e le pattuglie, non solo per l’abilità della guida ma anche per l’aiuto di una pioggia leggera che ci protesse lungo tutto il cammino. Raggiungemmo il territorio spagnolo, […] all’alba. E attendemmo la tarda sera per iniziare la discesa, durante tutta la notte, fino alla prima stazione ferroviaria di confine. Là, i nostri documenti polacchi resistettero al controllo, e proseguimmo in treno per Barcellona, con un’altra guida che aveva sostituito il capitano repubblicano. Questi era un uomo d’onore e un valoroso, che si sarebbe fatto uccidere per mantenere l’impegno di farci passare; la nuova guida era un mercante di borsa nera e, molto probabilmente, teneva il piede nelle due staffe. Non dubito affatto che, se avesse saputo chi noi eravamo, e se non avesse dovuto essere ricompensato solo alla frontiera portoghese, ci avrebbe consegnato alla polizia franchista. Tuttavia, sia pure attraverso qualche rischio, […] riuscimmo ad arrivare a Madrid e Badajoz. Di là passammo la frontiera portoghese egualmente di notte fino a Elvas 268 . 266 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., pp. 21-22. 267 Ivi, p. 22. 268 Ivi, p. 23. 131 I rischi di cui parla Lussu erano sicuramente tangibili e ne è prova concreta un documento, datato 16 luglio 1941, del Gobernador Civil de la Provincia de Gerona, attestante un ordine di arresto nei confronti di Emilio e Joyce Lussu: In ottemperanza agli ordini di Sua Eccellenza il Direttore Generale della Sicurezza, la prego di ordinare che nel caso in cui i cittadini italiani EMILIO LUSSU, 51 anni, nato a Cagliari (Italia), e JOYCE SALVADORI, nata a Firenze (Italia), tentino di entrare in Spagna, si proceda al loro arresto ed entrata in carcere, con notifica urgente a me 269 . I Lussu, in effetti, non passarono inosservati durante il loro transito per la Spagna. Giunti a Barcellona e costretti a fermarsi in un albergo prima di trovare il modo di arrivare a Madrid, furono chiamati per recarsi in questura a denunciare le proprie generalità. A presentarsi, cavandosela egregiamente, è la sola Joyce, la quale racconta l’episodio in Fronti e frontiere , in un capitolo che è stato anche pubblicato, col titolo L’italiano in Spagna , su «Aretusa» rivista bimestrale, poi mensile, diretta da Francesco Flora, Fausto Nicolini, Carlo Muscetta 270 . La presenza dei Lussu a Lisbona è testimoniata da due documenti della Divisione polizia politica, indirizzati alla Divisione affari generali e 269 Expedient de frontera de: Joyce Salvadori; Lussu Emilio , documento custodito da Arxius en línia , portale dove è possibile consultare i fondi, i documenti e gli oggetti digitali custoditi dagli archivi di tutta la Catalogna. La traduzione dallo spagnolo all’italiano è nostra. Qui di seguito l’originale in spagnolo della parte citata: «En virtud de lo dispuesto por el Excmo. Sr. Director General de Seguridad, sirvase orderna que caso intenten entrar en España los súbditos italianos EMILIO LUSSU, de 51 años de edad, nacido en Cagliari (Italia), y JOYCE SALVADORI, nacido en Florencia (Italia), se proceda a su detención e ingreso en la cárcel, dándome cuenta urgentemente». Il documento è posto in appendice. Si veda sotto, pp. 432-433. 270 Cfr. Joyce Lussu «Aretusa» L’italiano in Spagna , anno II, n. 13, settembre 1945, pp. 59-74. 132 riservati: il primo è del 25 luglio – «Si comunica che da notizie fiduciarie si apprende che il noto fuoruscito Emilio Lussu si trova attualmente a Lisbona, mentre a Marsiglia avrebbe lasciato persona di fiducia con l’incarico di tenerlo al corrente di quanto possa interessarlo» 271 – il secondo del 28 agosto – «Per opportuna conoscenza si comunica che il noto Lussu Emilio si trova attualmente in Portogallo, dove si tratterrebbe soltanto pochi giorni» 272 . In Portogallo, Paese neutrale, in cui vigeva il fascismo di Salazar, si finsero francesi. Joyce poté iscriversi e frequentare regolarmente l’Università mentre Emilio dedicò il suo tempo a organizzare il viaggio in America dei compagni fermi in Africa, riuscendo nell’intento, col sostegno della War Office britannica, circa cinque mesi dopo. Questo avvenimento può essere considerato a tutti gli effetti come l’inizio della diplomazia clandestina. Difatti, a partire da quel momento egli concentrò la sua attenzione sui problemi politici che formavano il centro delle sue primarie preoccupazioni, rivolte specialmente alla preparazione di un piano per uno sbarco di antifascisti in Sardegna, come punto di inizio dell’insurrezione italiana contro il regime fascista. Il 24 agosto del 1941 la Divisione polizia politica riporta una nota dell’Ispettore Generale di pubblica sicurezza, nella quale si riferisce «che sono ricominciate a circolare voci generiche di uno sbarco di Lussu in Sardegna» 273 . I mesi trascorsi a Lisbona permisero a Lussu di approfondire e affrontare concretamente, mediante contatti diretti con gli inglesi, il citato piano sulla Sardegna, a cui egli pensava – come afferma in Diplomazia clandestina – «fin dal giugno del ’40» 274 e per il quale aveva anche stretto collegamenti con la Corsica. Un altro documento della Divisione polizia politica, sempre diretto alla Direzione affari generali e 271 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 272 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 273 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 274 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., p.21. 133 riservati, datato 17 giugno 1940, conferma che l’interesse reale rispetto a un piano insurrezionale da far partire in Sardegna era nella mente di Lussu, non come semplice riflessione, ma stavolta nella sua attuazione concreta, da almeno un anno 275 : Si comunica la seguente segnalazione con la quale viene confermato, da altra fonte attendibile provenienza svizzera – il pazzesco disegno caldeggiato da Lussu di una spedizione in Sardegna della sua "Legione antifascista". […] Tutto è disposto per la formazione di una legione speciale italiana destinata ad una azione nella Sardegna attraverso la Corsica e sotto il comando e la direzione del Lussu stesso 276 . La messa in atto di un simile progetto necessitava di parecchi mezzi. Per questo motivo, Lussu – ricorda Joyce – «aveva scritto ai suoi amici negli Stati Uniti, l’unico paese dove l’emigrazione italiana potesse raccogliere facilmente dei fondi, ed esponeva loro i suoi progetti. Questa lettera era caduta in mano della censura inglese che trovandola d’interesse l’aveva fotografata e spedita a Londra. Pochi giorni dopo Lussu era invitato a recarsi a Londra, anche per un soggiorno brevissimo, per trattare sul posto il problema» 277 . Il piano sulla Sardegna propugnato da Lussu poggiava su alcuni criteri essenziali: innanzitutto l’assoluta indipendenza e insubordinazione degli italiani agli Alleati nella guerra antifascista, in modo da non avere l’apparenza di essere considerati come "agenti" dello straniero e per poter garantire la totale preservazione del territorio nazionale. Inoltre, era da giudicare inopportuna la realizzazione di un governo provvisorio sul modello dei governi costituitisi in esilio a Londra dalle nazioni occupate dai tedeschi. Un governo provvisorio italiano, creato in tal maniera, sarebbe 275 Dei documenti di stampo fascista, custoditi presso l’ACS, testimoniano che Lussu rifletteva, fin dai primi anni Trenta, sulla creazione di una organizzazione antifascista in Sardegna. 276 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 277 Joyce Lussu, Fronti e frontiere , cit., p. 80. 134 risultato privo di autorità e finito sotto il controllo degli Alleati. Pregiudiziale per la realizzazione di un governo provvisorio riconosciuto a livello internazionale sarebbe stato il recupero di una parte di territorio nel quale istallarlo, come la Sardegna, regione idonea per scatenare una insurrezione, per la favorevole posizione geografica, per la forte coscienza autonomista di stampo antifascista e per la presenza di ex combattenti della Brigata Sassari, in grado di poter formare bande partigiane. L’insurrezione in Sardegna, ad ogni modo, era per Lussu l’opzione alternativa alla composizione di una Legione – questo aspetto, oltretutto, se non nega ciò che viene comunicato dalla Divisione polizia politica il 17 giugno del 1940, è quantomeno la prova di un cambio di opinione in merito all’utilizzo immediato di una Legione, da parte di Lussu –, caldeggiata dall’emigrazione antifascista negli Stati Uniti e, al contempo, non avvalorata da Lussu stesso 278 : Scrissi agli amici di New Work, sostenendo l’impossibilità di riunire e formare una legione italiana, per mancanza di truppe e di quadri. […] La emigrazione americana […] era emigrazione di lavoro, quasi tutta americanizzata, e non era quindi in grado di fornire nessun contributo a una formazione di volontari. […] Su questo problema, il parere degli amici d’America e il mio si trovarono fortemente discordi. Sforza, il 2 agosto 1941, mi scrisse: "Il corpo volontari si avrà: è del resto una necessità assoluta. Bisogna considerare questa come una certezza". Gli amici di New York pensavano al rapido impiego della legione. Io negavo la possibilità di un suo impiego, anche nella eventualità che si fosse potuta costituire, prima di un anno 279 . Lussu proponeva il suo progetto, sperando di ottenerne l’approvazione, agli inglesi e agli amici americani, riuniti attorno alla Mazzini Society, associazione politica antifascista fondata a New York da Gaetano Salvemini nel 1939. In un promemoria minuzioso scritto e inviato nell’estate 278 Per un approfondimento in merito a questi concetti esposti, cfr. Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e «giustizia e libertà». Dall'evasione di Lipari al ritorno in Italia (1929-1943), cit., pp. 245-247. 279 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., pp. 28-29. 135 del 1941, egli indicava le diverse fasi previste: dal «suo rientro in Francia per costituire la rete di collegamento tra tutti i centri antifascisti» 280 alla «creazione di una base operativa in Corsica come punto di appoggio per il successivo passaggio in Sardegna» 281 . Oltre a questi elementi giudicava imprescindibili il suo coinvolgimento in prima persona e la possibilità di poter contare sui rapporti fidati con esponenti sardi dell’antifascismo. Da qui il suggerimento dato a Tarchiani, Sforza e Venturi, di chiamare in causa personalità di spicco come Dino Giacobbe, amico personale di Lussu, aderente al PSd’Az, combattente sia in Spagna, sia nella Prima guerra mondiale. A proposito del piano e della partecipazione di Giacobbe, Tarchiani scrive a Lussu il 1° ottobre del 1941, in risposta a una sua precedente lettera e al promemoria ricevuto in estate: Come ti ho scritto di qui poco possiamo fare per aiutare la realizzazione del tuo progetto, o anche, come tu vorresti, per esprimere critiche di dettaglio. Ci pare comunque che un elemento sia da acquisire prima di ogni altro: insistere cioè per sapere se Giacobbe, che dal tuo esposto dovrebbe essere uno degli elementi essenziali della tua azione, è disposto a lavorare. Sai che Giacobbe rifiutò di occuparsi di un lavoro analogo, in un periodo recente […]. Comunque Cianca (con lui e Magrini mi sono consultato su tutta la faccenda) lo vedrà e cercherà di rendersi conto se la tua lettera lo induca o meno a lavorare. Tu scrivi che, dato lo stato della nostra emigrazione, non si può costituire un governo il quale contragga alleanza con l’Inghilterra, ma sei partigiano di un accordo segreto, dopo che si fosse costituito un Consiglio o Cominato Nazionale italiano. […] Speriamo di poterti fra pochi giorni comunicare il risultato del colloquio fra Cianca e Giacobbe 282 . Il colloquio ebbe certamente risultati positivi, dato che Giacobbe, nello stesso ottobre del 1941, fornì a Lussu un itinerario analitico da percorrere dopo l’arrivo in Sardegna dalla Corsica, nonché accenni a persone fidate a cui rivolgersi 283 . Relativamente al piano per la Sardegna, i 280 Agostino Bistarelli, Emilio Lussu. La storia in una vita , Roma, L’Asino d’oro edizioni, 2022, cit., p. 94. 281 Ibidem . 282 Lettera di Tarchiani a Lussu del 1° ottobre 1941. Fondo Lussu, b. 1, fasc. 2. 283 Cfr. Agostino Bistarelli, op. cit. , p.95. 136 dirigenti dell’emigrazione italiana in America non concordavano però su alcune questioni fondamentali, quali i temi del governo provvisorio e delle direttive da impostare per l’intervento nel conflitto. A Lisbona, frattanto, grazie all’aiuto di amici portoghesi in esilio che aveva conosciuto a Parigi, Lussu era entrato in rapporto con un ufficiale inglese della War Office , il quale, oltre ad essere stato decisivo, col suo intervento, per liberare gli amici da Casablanca, era divenuto elemento indispensabile delle sue relazioni con l’estero e degli spostamenti successivi, «evidentemente anche perché eseguiva delle direttive da Londra» 284 . Nell’attesa di avere risposte ufficiali da Londra, egli si recò dapprima a Gibilterra e a Malta per studiare le opportunità di un sostegno militare in Italia, degli Alleati, contro il nazifascismo, nel caso dello scoppio di una insurrezione in Sardegna. Di ritorno a Lisbona, Lussu ricevette sia risposte dagli amici americani a New York, che gli chiedevano di fare un breve viaggio negli Stati Uniti per discutere delle questioni politiche, sia una lettera del vicepremier britannico Clement Attlee, dove «vi era contenuta la precisazione di alcuni punti che dovevano considerarsi garanzie politiche» 285 , ma che a Lussu parvero solamente affermazioni vaghe ed esenti di rilevanza politica. A dicembre, prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, Lussu aveva ribadito, in un memorandum, la sua idea contraria per la creazione di un governo provvisorio e la necessità di organizzare un Comitato Nazionale che riunisse l’emigrazione italiana antifascista, «con sede a New York, con un esecutivo autorevole» 286 . L’entrata in guerra degli Stati Uniti, nel dicembre del 1941, complicherà maggiormente i piani delineati da Lussu, pur sempre dominato dalla 284 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., p. 27. 285 Ivi, p. 39. 286 Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e «Giustizia e Libertà». Dall'evasione di Lipari al ritorno in Italia (1929-1943) , cit., p. 256. 137 convinzione dell’esigenza di creare un movimento politico in grado di annientare lo Stato fascista, e dall’urgenza di cercare un accordo con gli Alleati per garantire l’indipendenza dell’antifascismo italiano e l’integrità territoriale dell’Italia. È con questa prospettiva che Lussu si recò a Londra, a metà gennaio del 1942, dove lo raggiunse Joyce, la quale, secondo i suoi «piani sulla Sardegna, avrebbe dovuto compiervi un corso di radiotelegrafia clandestina». 287 A Londra, Lussu incontrò Paolo Treves e Dino Gentili. Quest’ultimo lo accompagnò nei vari incontri politici che tenne e gli fece conoscere uno dei pochi competenti, tra i parlamentari inglesi, in merito alla condizione politica italiana, come il deputato laburista Ivan Thomas. Fece conoscenza anche con Sprigge e Carr, rispettivamente redattore e direttore del «Times». Dopo circa due settimane dal suo arrivo, grazie a un maggiore della War Office , conseguì un incontro con un dirigente della Foreign Office , preposto al settore italiano. Quell’incontro non ebbe risultati positivi sia per la chiara avversione del dirigente inglese verso l’Italia, sia per l’inesperienza diplomatica dello stesso Lussu – «Io sono un pessimo diplomatico […] e, se continuo con questi successi, qui in Inghilterra mi mettono dentro» 288 , scrive sarcasticamente in Diplomazia clandestina – manchevole nel far riconoscere e approvare il proprio punto di vista. Dopo la prima esperienza in Inghilterra, Lussu partì per New York, dove giunse nel marzo del 1942, lasciando Joyce a Londra per frequentare dei «corsi sulle tecniche di guerriglia in un campo di addestramento per combattenti da inviare dietro le linee del nemico» 289 . Nelle due settimane in 287 Emilio Lussu, Diplomazia clandestina , cit., p. 41. 288 Ivi, p. 42. 289 Agostino Bistarelli, op. cit. , p. 95. 144 daranno vita al CLN. centrale e a tutti gli altri CLN. era già avvenuta» 304 , si tenne a Firenze, clandestinamente, il Convegno del Pd’A, al quale presero parte un numero di persone che Lussu calcola fra cinquanta e settanta. Questo convegno mise in rilievo quanto potesse essere complesso, dopo un ventennio di dittatura, mettere d’accordo persone di varie esperienze, culture e idee differenti, pur perseguendo lo stesso obiettivo politico di base. Si delinearono tre posizioni differenti, una di destra incarnata da Parri, una di centro espressa da La Malfa e una di sinistra rappresentata da Lussu. Trovatisi d’accordo nel giudicare negativamente la cooperazione col Governo Badoglio, in caso di abdicazione da parte del re, Parri, La Malfa e Lussu non convennero invece sulla linea ideologica del partito. Per evidenziare gli elementi di discordanza tra i "sette punti" e il pensiero politico di GL, Lussu aveva fatto circolare al Convegno delle copie del suo già citato opuscolo, La ricostruzione dello Stato , nel quale puntualizzava il suo pensiero prevalente, che avrebbe costituito la base dei "ventuno punti" da proporre all’esecutivo del partito: così come GL, anche il Pd’A sarebbe dovuto essere «l’organizzazione politica degli operai, dei contadini, dei tecnici, degli artigiani, degl’intellettuali e di quanti altri vivono del proprio lavoro senza sfruttare il lavoro altrui. […] Il partito unitario dei lavoratori italiani, senza distinzione di religione, di razza o di sesso» 305 . Il limite fondamentale del Pd’A – e Lussu ribatterà su tale concetto nella critica ai "dieci punti" di Ugo La Malfa – consisteva nella sua tendenza ad allearsi con la media borghesia, pur volendo, al tempo stesso, essere portatore di un programma economico-sociale riformista e innovatore: I dieci punti, presentati come programma di un partito, rivelano una concezione audace ma borghese. Si ha l’impressione che compendino l’aspirazione sociale e politica dei ceti medi diretti dalla media borghesia progressistaintellettuale. […] Se […] rischiano di sedurre poco il grosso della media borghesia, 304 Idem, Sul Partito d’Azione e gli altri . Note critiche , cit., p. 31. 305 Idem, I 21 punti al Partito d’Azione , 1944. Fondo Lussu, b. 5, fasc. 2. 145 seducono ancora meno, anzi allontanano, la massa operaia e contadina: la massa lavoratrice 306 . Quando apprese la notizia dell’armistizio con gli Alleati, Lussu si trovava a Roma. «La sera dell’8 settembre, – ricorda – alla radio, il governo rendeva pubblico l’armistizio e lanciava all’esercito un appello da cui poteva dedursi una certa qual volontà di resistenza ad un attacco delle truppe tedesche. Ma l’appello era ambiguo e poteva dedursi anche il contrario» 307 . Quella giornata verrà ricordata come la "tragedia dell’8 settembre": invece di rimanere a Roma, come avrebbe imposto la difesa della Capitale, la maggior parte dei dirigenti militari e politici prese la decisione di fuggire. I primi a scappare furono il re Vittorio Emanuele III e Badoglio, prima a Pescara e poi verso Brindisi. Della mancata difesa di Roma, oltre a scrivere un opuscolo di poche pagine, intitolato La "Difesa" di Roma di GL (9-10 settembre) 308 , Lussu realizzerà un libro, intitolato, per l’appunto, La difesa di Roma , al quale lavorò dal 1966 sino alla morte. Circa dieci anni di profondo impegno e diligenza per un testo che, purtroppo, non riuscì a completare definitivamente. La sua pubblicazione, avvenuta nel 1987, si deve allo sforzo di trascrizione, da parte di Luisa Maria Plaisant e Gian Giacomo Ortu, di una calligrafia non semplice da interpretare, dal momento che la salute precaria non lo aiutava. Bastano solo alcune parole scritte dallo 306 Idem, Sui dieci punti di Ugo La Malfa , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 3. La costruzione della democrazia in Italia 1943-1948 , a cura di Luisa Maria Plaisant, Cagliari, CUEC, 2014, cit., pp. 89-90. Il documento originale si trova conservato nel Fondo Lussu, b. 5, fasc. 2. 307 Idem, La “Difesa“ di Roma di GL (9-10 settembre) , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 3. La costruzione della democrazia in Italia 1943-1948 , a cura di Luisa Maria Plaisant, cit., 5. 308 Il testo apparve anonimo e pubblicato come opuscolo clandestino del Partito d’Azione. Lussu lo riconosce come proprio nel testo Sul Partito d’Azione e gli altri . Note Critiche , cit., p. 57. 146 storico Guido Quazza nell’Introduzione, per comprendere appieno il valore morale, storico e artistico dell’ultima opera dell’autore: Giustamente pubblicato perché, sebbene non completato né rivisto, il lavoro appare opera non certo indegna di quelle meritatamente famose che Emilio Lussu scrisse nel pieno delle sue energie fisiche e intellettuali. Il marchio morale ha la stessa lucentezza di Marcia su Roma e dintorni , il vigore dell’analisi non è inferiore a quello di Sul Partito d’Azione e gli altri , l’agilità ed efficacia dello stile non sfigurano rispetto a quelle di Un anno sull’altipiano 309 . I giorni che seguirono l’armistizio furono convulsi e complicati, con scontri che si sviluppano in vari quartieri romani tra i pochi militari rimasti a lottare, sostenuti dai volontari civili, e i tedeschi determinati a invadere la città. Anche Lussu fornì il suo contributo importante alla Resistenza, venendo coinvolto in molteplici vicende, le quali vengono ricordate nel già citato Sul Partito d’Azione e gli altri. Note Critiche . Si noti la scelta stilistica usata dall’autore di parlare di sé in terza persona: Alcuni dirigenti del partito insieme a Lussu hanno tutto tentato presso il generale Barbieri comandante del corpo d’armata di Roma per persuaderlo ad armare i cittadini, ma invano. Per l’intervento del generale Martelli, otterranno solo pochi fucili, presi da un camion militare per strada e distribuiti a cittadini […]. Lussu avrà anche un abboccamento di mezz’ora col maresciallo Caviglia, per persuaderlo ad armare i cittadini e difendere Roma, alle dipendenze del comando militare. Ma il maresciallo aveva altri progetti per conto suo. Lo stesso comandante del corpo d’armata motocorazzato, generale Carboni, per tutta la mattina del 9 si rendeva irreperibile e, se non si fosse fatto più rivedere, vi avrebbe guadagnato la difesa di Roma, e più ancora la serietà della sua storiografia 310 . I risultati ottenuti dal gruppo dei volontari azionisti, guidati da Lussu e Vincenzo Baldazzi, furono quindi limitati: solo un centinaio di fucili distribuiti ai volontari, per essere utilizzati nella Battaglia di Porta San Paolo. Nella città invasa dai tedeschi, frattanto, era stato costituito dai partiti 309 Guido Quazza, Introduzion e in Emilio Lussu, La difesa di Roma , a cura di Gian Giacomo Ortu e Luisa Maria Plaisant, Sassari, Editrice Democratica Sarda, 1987, cit., p. 11. 310 Emilio Lussu, Sul Partito d’Azione e gli altri . Note critiche , cit., pp. 52-53. 147 antifascisti, con la funzione di dirigere politicamente la Resistenza, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), presieduto da Ivanoe Bonomi. Esso fu a sua volta ripartito territorialmente in vari comitati e la sua più altra espressione venne rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) 311 . Oltre a Lussu, il quale era diventato uno dei capisaldi della lotta al nazifascismo, anche Joyce diede il suo straordinario contributo alla Resistenza, adempiendo all’intricata e pericolosa missione, nell’autunno del 1943, di giungere nel Sud già liberato dagli Alleati per incontrare i delegati del Governo Badoglio e del Partito italiano d’Azione. Joyce rammenta in Fronti e frontiere – descrive anche tutto il duro viaggio negli ultimi due capitoli del libro – la sua fermezza e determinazione nell’accettazione dell’incarico proposto da Emilio: «Avrei qualcosa da fare per te» mi disse […]. «Sappiamo dalla Svizzera che Cianca, Tarchiani e altri nostri amici che stavano in America sono arrivati nell’Italia meridionale. Abbiamo bisogno di stabilire contatti con loro e d’informarli quale sia la situazione da questa parte. È anche necessario prendere contatto con gli alleati. Abbiamo mandato alcuni dei nostri a passare il fronte con questa missione, ma o son caduti o non hanno potuto continuare. Forse per una donna sarebbe più facile. Vuoi tentare?» Corsi subito alla CIT per informarmi quali fossero le linee ferroviarie che conducessero il più a sud che fosse possibile 312 . L’armistizio determinò una modifica per ciò che concerne i rapporti politici di forza: rispetto al cosiddetto "Governo dei Quarantacinque giorni" 313 , dopo l’8 settembre il Governo Badoglio poté avvalersi, pur sorvegliato dagli Alleati, dell’importante funzione di garantire una sorta di prosecuzione della Monarchia e dello Stato, obbligando in tal modo i partiti 311 Cfr. Luisa Maria Plaisant, Introduzione , in Emilio Lussu, Tutte le opere, 3. La costruzione della democrazia in Italia 1943-1948 , a cura di Luisa Maria Plaisant, cit., p. XXIII. 312 Joyce Lussu, Fronti e frontiere , cit., p. 197. 313 È così chiamato il governo presieduto da Badoglio, formato il 25 luglio del 1943, alla caduta del regime fascista. Badoglio lasciò Roma la sera dell’8 settembre, dopo aver annunciato l’armistizio concluso con gli anglo-americani. 148 politici antifascisti a regolare i propri programmi adattandoli alla nuova situazione. Sempre coerente e fedele alle sue idee, Lussu si opponeva al Governo Badoglio e a qualsiasi forma di continuità con la Monarchia. Fu tra gli azionisti che contrastarono, nell’aprile del 1944, la "Svolta di Salerno", ovvero l’inclusione dei partiti antifascisti nel Governo Badoglio, in cambio del rinvio delle discussioni riguardanti la questione istituzionale. La posizione di Lussu e di Cianca, anch’egli contrario a ogni forma di mediazione, restò la minoritaria all’interno del Pd’A. Alcuni membri azionisti entrarono a far parte nel secondo Governo Badoglio, rimasto in carica dal 22 aprile all’8 giugno del medesimo 1944 – esso aveva nel suo programma, una volta fosse stato possibile, l’obbligo di convocare i cittadini italiani per eleggere l’Assemblea Costituente – e provocato formalmente sia dal riconoscimento dell’Unione Sovietica, sia dal rientro in Italia, da Mosca, di Togliatti, con un progetto relativo alla realizzazione di un governo di unità nazionale, la cui nascita sarebbe dovuta derivare dalla finalizzazione di un accordo tra Monarchia, Badoglio e forze antifasciste. Quanto accadde risultò essere una pesante sconfitta per la linea di sinistra del Pd’A: da tale smacco politico si posero le fondamenta per le successive accese discussioni politiche in seno al partito e per la scissione dello stesso 314 . Tra il 4 e il 5 giugno del 1944 gli Alleati entrarono a Roma liberando la Capitale italiana dai nazifascisti. Lussu sarà molto duro nei confronti del ruolo effettivamente avuto in questo importante risultato dal Pd’A e da tutta la Resistenza romana: Nonostante tutto quel che di serio si è potuto fare a Roma, i tedeschi e i fascisti hanno scarsamente sofferto, mentre il danno da loro arrecato ai romani è stato infinitamente superiore. E non si è avuta né l’insurrezione cittadina, né la guerriglia ai fianchi e alle spalle delle truppe tedesche in ritirata. Per una serie di difficoltà nazionali, internazionali ed ambientali dunque, il Pd’A. e con esso tutta la Resistenza romana, hanno fatto meno di quanto il simbolo storico di Roma 314 Cfr. Agostino Bistarelli, op. cit. , pp. 103-105. 149 imponeva. Perciò ha, e avrà ancora per non breve tempo, una critica severa, non vincibile con apologie ufficiali, peraltro obbligatorie 315 . All’indomani dell’ingresso delle truppe Alleate, Lussu poté riprendere il suo nome reale ed abbandonare il nome di copertura. Dopo poco più di diciasettenne anni decise di tornare in Sardegna dove si trattenne per quindici giorni, per un viaggio essenzialmente politico e contraddistinto dall’obiettivo preponderante concernente la definizione della coscienza autonomistica e dell’identità del PSd’Az. Raggiunse Cagliari il 30 giugno del 1944 e si spostò tra piccoli e grandi centri – da Cagliari, a Monserrato, Santadi, Giba, Teulada, Siliqua, Domusnovas, Iglesias, Carbonia, Oristano, Terralba, Nuoro, Sassari, Alghero, Ghilarza – per effettuare discorsi ed esporre ai sardi gli elementi che egli credeva necessari per un rinnovamento della politica italiana, finalizzato alla creazione di uno Stato su basi democratiche, repubblicano, federale e dotato di ampie autonomie regionali. All’interno di una simile organizzazione il PSd’Az si sarebbe dovuto riorganizzare «su basi sociali nuove, come movimento democratico a carattere prevalentemente proletario, per il riscatto delle masse rurali» 316 . Giunto nel capoluogo, Lussu salutò la sua gente dai microfoni di Radio Sardegna, e pose immediatamente l’accento su quella coscienza autonomistica, concetto che gli farà da guida in gran parte dei suoi lavori parlamentari: Io vi parlo da Cagliari! […] Vi saluto tutti, compagni dell’altra guerra, compagni della lotta politica, con cui ho vissuto la mia prima e più grande esperienza. Essa mi è stata di guida nella mia vita errante. Insieme abbiamo scritto alcune pagine che io spero rimarranno nei ricordi della civiltà del nostro paese. Saluto i compagni di lotta più recenti, e tutti quanti, vecchi e giovani, uomini e donne, hanno pensato all’esule come a uno della propria grande famiglia ideale. 315 Emilio Lussu, Sul Partito d’Azione e gli altri. Note critiche, cit., pp. 71-79. 316 Luisa Maria Plaisant, Introduzione in, Emilio Lussu, Tutte le opere, 4. Tra sardismo e socialismo. L’impegno per la rinascita sarda (1944-1957) , a cura di Gian Giacomo Ortu e Luisa Maria Plaisant, cit., p. IX. 150 […] Saluto Cagliari, la città più cara ai ricordi della mia vita, la mia città, Cagliari distrutta dal fascismo […]. I nostri problemi, fatti più lunghi dai duri anni di corruzione fascista e dalla guerra, sono gli stessi che noi agitammo or sono venticinque anni. […] Come allora, ma sentiti con più forte coscienza, sono i problemi della ricostruzione dello stato. […] Oggi la coscienza autonomistica, integrale negazione del fascismo, è diventata coscienza generale della democrazia: noi possiamo ben definirla coscienza federalistica. Come venticinque anni fa, oggi, noi sardi, […] ci poniamo fra le avanguardie della trasformazione della vita nazionale italiana 317 . Ciò che Lussu cercava di infondere ai sardi era un progetto altamente innovativo e progressista, volto a collocare in testa alla rinascita della Sardegna il popolo rurale, con «al suo fianco gli operai delle miniere e delle officine, gli operai della tecnica e dello studio, uniti tutti in un blocco come indispensabile forza necessaria alla comune ricostruzione» 318 . I risultati del viaggio, almeno per quanto concerne la situazione politica in cui versava il partito sardista, non furono in realtà molto positivi: Lussu trovò un partito, a suo dire, imborghesito, eccessivamente preoccupato dal carattere rivoluzionario del progetto esposto, quindi lontano da quelli che erano i reali interessi delle masse e, almeno per un certo numero di suoi membri, orientato al separatismo. Nel mese di agosto partecipò al Congresso di Cosenza del Pd’A nel quale si approfondirono le divisioni tra le due correnti opposte, la centrista di La Malfa e quella di sinistra di Lussu. Grazie anche all’alleanza con Guido Dorso, in un altro Congresso, tenutosi anch’esso a Cosenza, in ottobre, prevalse l’ala socialista, di sinistra, del partito, portatrice di istanze quali l’autonomismo, l’antitrasformismo meridionalistico e la riforma agraria. 317 Lussu, 1944: Discorsi del rientro , a cura di Adriano Vargiu, Cagliari, Edizioni Il Solco, 1977, cit., p. 80. 318 Ivi, pp. 114-115. 151 La guerra, in Italia, si protrasse sino all’aprile del 1945, con la liberazione del nord del Paese dalla Germania nazista e dalla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, avvenuta soprattutto per merito del CLNAI, il quale mantenne i rapporti con gli Alleati e organizzò la lotta partigiana. Dal giugno del 1944, dopo la cacciata dei nazisti da Roma, Bonomi era diventato il nuovo Presidente del Consiglio, in un governo, seppure apertamente antifascista, d’inclinazione moderata. D’altronde, lo stesso Bonomi era un sostenitore «di una linea moderata di continuità con lo Stato prefascista» 319 . Le principali questioni di disaccordo tra le forze politiche all’interno di coalizioni altamente composite come quelle in cui fu costretto a destreggiarsi Bonomi dal 18 giugno al 10 dicembre del 1944 (primo governo Bonomi) e dal 12 dicembre del 1944 al 19 giugno 1945 (secondo governo Bonomi 320 ) – Democrazia cristiana (DC), PCI, Partito Democratico del Lavoro (PDL), Pd’A, Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) 321 , Partito Liberale Italiano (PLI); dal 12 dicembre 1944 gli stessi partiti eccetto il Pd’A e i socialisti 322 – riguardavano principalmente il futuro assetto istituzionale da dare all’Italia. Con la fine della Seconda guerra mondiale e con la susseguente attenuazione del controllo degli Alleati sui governi italiani, iniziò una nuova fase politica nella quale i partiti poterono, dopo due decenni di 319 Luisa Maria Plaisant, Introduzione , in Emilio Lussu , Tutte le opere, 3. La costruzione della democrazia in Italia 1943-1948, cit., p. XXXIII. 320 L’ordine dei governi Bonomi utilizzato riguarda il periodo posteriore al fascismo. Ivanoe Bonomi era già stato Presidente del Consiglio nel periodo immediatamente precedente alla scalata di Mussolini al potere, tra il luglio del 1921 e il febbraio del 1922. 321 Sigla del Partito Socialista di Unità proletaria, nato nell’agosto 1943 dalla fusione del PSI con il Movimento di unità proletaria. A seguito dell’uscita, nel 1947, della componente, che diede vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), il partito riprese la vecchia denominazione di PSI. La medesima denominazione di PSIUP fu utilizzata, tra il 1964 e il 1972, da un’altra formazione politica. 322 Cfr. Emilio Lussu, Sul Partito d’Azione e gli altri. Note critiche , cit., pp. 113-128. 152 dittatura, riprendere le proprie attività e presentare i propri programmi da proporre al popolo. Bonomi, le cui posizioni e responsabilità del periodo prefascista erano state fortemente criticate dai movimenti più radicali dell’antifascismo, si dimise il 19 giugno, aprendo così la strada alla realizzazione di una nuova formazione governativa democratica. Venne quindi nominato Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Ferruccio Parri, azionista, uno dei leader della Resistenza e guida carismatica. A partire dalla conclusione del conflitto, Lussu avrebbe concentrato i suoi interessi e le sue forze sulla vita di partito. Il suo principale obiettivo consisteva nella necessità di contribuire alla ricostruzione dell’Italia dilaniata dal fascismo. Egli venne nominato Ministro dell’Assistenza postbellica. Tale ministero esercitava competenze relazionate ai prigionieri di guerra, ai reduci e all’assistenza materiale e morale dei profughi di guerra. Lussu espletò questa carica sino al 10 dicembre del 1945. La successiva nomina, per il primo Governo De Gasperi – Parri si era dimesso l’8 dicembre precedente – fu quella di Ministro per la Consulta Nazionale, ruolo che tenne sino al 25 dicembre di quell’anno, quando il ministero fu abrogato. Fu poi Ministro senza portafoglio con il compito di mantenere i rapporti con la Consulta e si dimise nel febbraio del 1946. Sempre in febbraio, per motivazioni da lui imputate al duro lavoro nei due ministeri antecedenti, diede le dimissioni anche dal Pd’A. Tuttavia, Lussu aveva la «certezza che ormai il partito […] aveva una sola soluzione di fronte: nuovi rapporti col partito socialista, convergenza nella sua azione politica e infine la fusione» 323 . Il Pd’A si dissolse nel 1947. Lussu stesso, a proposito del Congresso nazionale del partito tenutosi a Roma il 4 aprile del 1947, l’ultimo primo dello scioglimento, nel quale sostenne la direzione politica del Segretario Riccardo Lombardi, scrisse come, sei mesi dopo, il partito 323 Ivi, p. 222. 153 sarebbe confluito del PSI. Esso, in realtà, aveva già perso la forza organizzativa e strutturale che lo aveva contraddistinto durante la Resistenza: nel febbraio del 1946 era infatti avvenuta la scissione tra la corrente socialista e quella centrista di La Malfa e Parri, i quali lasciarono il partito per fondare il Movimento democratico repubblicano. Il 4 marzo del 1946 Lussu venne nominato consultore e destinato alla Commissione per gli affari politici e amministrativi. Il 2 e il 3 giugno del 1946 si tennero le elezioni per decidere l’assetto dell’Italia, tra Monarchia e Repubblica, e per scegliere l’Assemblea Costituente, avente il compito di stendere la nuova Costituzione. Per la prima volta, col decreto del 10 marzo del 1946, poterono votare anche le donne. La concessione del voto alle donne suscitò le preoccupazioni dei comunisti per la loro vicinanza alla Chiesa, e dei democristiani, che temevano il loro astensionismo, mentre Lussu, aspettandosi tanto dall’apporto delle donne alla vita politica e amministrativa del Paese, lo favoreggiava. Malgrado i contrasti in seno ai Partiti d’Azione (tanto in quello sardo, quanto in quello nazionale), Lussu ottenne l’investitura parlamentare nel Collegio di Cagliari, nella lista del PSd’Az, riscuotendo 17.853 preferenze ed emergendo come primo della lista nel secondo partito dell’isola, dietro la DC. Nel referendum istituzionale la maggioranza dei voti, il 54%, la ottenne la Repubblica, contro il 46% della Monarchia 324 . Il primo governo repubblicano, sotto la guida di Alcide De Gasperi, nacque circa un mese dopo, caratterizzato da una coalizione formata dalla DC, primo partito, PCI, PSIUP e PRI. L’Assemblea Costituente intraprese i suoi lavori il 25 giugno per poi completarli, con una proroga di un mese, il 31 gennaio del 1948, ma la Costituzione repubblicana entrò comunque in vigore il 1° gennaio. Per una più concreta e semplice 324 Cfr. Guido Melis, Introduzione , in Emilio Lussu, Discorsi parlamentari I , cit., p. 20. 256 rilievo dell’emigrazione repubblicana e segretario della Concentrazione antifascista 545 . La prima comunicazione, firmata da Romanelli, dell’11 marzo, informa circa l’intenzione di Lussu e Pistocchi di trasferirsi a Barcellona. I due vengono qui etichettati come "anarchici" pericolosi: Vengo informato che fra giorni dovrebbero giungere a Barcellona i connazionali Emilio LUSSU (o LUSSUS) e ……. PISTOCCHI. Entrambi sono segnalati quali anarchici pericolosi, ben conosciuti negli ambienti di Bruxelles e Parigi. Attualmente si troverebbero a Sète (Francia), donde sarebbe pervenuta la notizia che intendono fra breve trasferirsi a Barcellona 546 . La rivelazione per cui Lussu e Pistocchi fossero prossimi a recarsi a Barcellona è smentita da quanto si legge nella lettera spedita da Parigi il mese successivo, nella quale vengono negati anche i principi anarchici che si credeva guidassero entrambi: Premesso che né il Lussu né il Pistocchi hanno mai professato principi anarchici, che fanno invece parte della locale Concentrazione antifascista, si comunica che dagli accertamenti eseguiti, è risultato che nessuno dei due si è recato o debba prossimamente recarsi a Barcellona 547 . In un altro documento del 1930, inviato il 31 agosto alla Divisione polizia politica e al Casellario politico centrale dal Ministero dell’Interno italiano-Direzione generale pubblica sicurezza, relazionato alla copia del telespresso, giunto a quest’ultimo dal Ministero degli Affari Esteri in data 25 agosto, si ottengono delle informazioni pervenute giorni prima dall’Ambasciata italiana di Buenos Aires, inerenti ai rapporti epistolari tra Lussu e Francesco Anfossi, conosciuto con lo pseudonimo di Della Maddalena, ideatore e fondatore della Lega Sarda d’Azione "Sardegna Avanti", sorta nella città argentina di Avellaneda. Da quanto scritto nella 545 Una certa dose di incertezza e enigmaticità investe anche questa figura, visto che fu accusato da diversi fuorusciti di essere una spia del regime fascista. 546 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 547 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. Il documento è del 16 aprile 1930. 257 comunicazione, recante per oggetto la sopraccitata Lega Sarda d’Azione, inviata da Buenos Aires, affiorerebbe il desiderio di tale Anfossi di convincere Lussu a recarsi in Argentina per poter effettuare propaganda antifascista: Mi onoro di informare […] che da fiduciari accertamenti risulta che effettivamente il noto Anfossi Francesco, alias Della Maddalena, presidente dell’Associazione in oggetto indicata, avente sede nella Calle San Martin n. 955 di Avellaneda, si tiene in relazione epistolare col noto Lussu Emilio, che cercherebbe di indurre a venire in Sud America, e specialmente in Argentina, dove risiedono forti nuclei di sardi, per un giro di propaganda. Non risulta, finora, che sia stata inviata alcuna somma al LUSSU per le sue spese di viaggio, ma non è escluso che ciò possa avvenire in seguito 548 . Francesco Anfossi, originario di La Maddalena, emerse per essere una delle personalità maggiormente degne di nota dell’antifascismo sardo. Dal 1911 militante della Gioventù socialista, fu recluso nel 1915 a Sassari, a seguito di una di una dimostrazione per il carovita, e subito scagionato. Alla fine della Prima guerra mondiale, alla quale prese parte divenendo sottotenente di complemento e ottenendo anche una medaglia al valore militare, si associò al Partito comunista e si trasferì prima a Roma – dove svolse l’incarico di corrispondente di un noto giornale come «L’Unità» – e poi in Francia, a Le Havre. Nel 1927, per continuare l’attività antifascista, emigrò con regolare passaporto in Argentina, il Paese principale, in quanto a quelli dell’America Latina, per l’esodo dei sardi 549 . Con la proclamazione della Seconda Repubblica, avvenuta il 14 aprile del 1931, gli esuli italiani cominciarono a guardare con interesse anche alla Spagna e alle sue principali città, come Madrid e, in particolar modo, 548 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 549 Cfr. Martino Contu, L’antifascismo italiano in Argentina tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta del Novecento. Il caso degli antifascisti sardi e della Lega Sarda d’Azione "Sardegna Avanti" , in «Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea», n.6, giugno 2011, pp. 475-476. 258 Barcellona, al fine di reclutare tutti gli elementi dell’antifascismo residenti nella Penisola iberica e reperire mezzi finanziari allo scopo di sostenere il movimento di GL. In un documento, che porta il timbro del Casellario politico centrale, con la data del 16 giugno del 1931, inviato allo stesso Casellario politico centrale dalla Direzione generale pubblica sicurezza, sono riportate delle notizie sul viaggio compiuto in Spagna dal ferrarese Bruno Buozzi, conosciuto per essere stato un importante dirigente sindacalista e socialista. Egli fu, nel 1920, uno dei sostenitori del movimento per l’occupazione delle fabbriche e dopo essere stato diverse volte eletto deputato socialista, con l’avvento del fascismo al potere, dovette emigrare, nel 1926, in Francia, per continuare dall’estero una sfrenata lotta alla dittatura di Mussolini 550 . Da quanto si delinea dal testo di questa carta, nel quale Lussu non è citato, pur essendo certamente interessato in prima persona ai progetti posti in essere, Buozzi si recò nei principali centri della Spagna per incontrare varie individualità antifasciste. Da quegli incontri ne derivarono una serie di dati, dai quali scaturì l’idea per cui dal gruppo italiano di Barcellona si potesse formare un reclutamento antifascista di grande valore e, probabilmente, più forte di quello che si era già costituito a Parigi: Dalle informazioni portate da Buozzi reduce dalla Spagna, dove a quanto pare ha visitato i maggiori centri, ed ha incontrato elementi antifascisti delle colonie italiane, ed ha visto anche alcuni membri del Governo, la Concentrazione ha tratta la certezza che in questo paese l’antifascismo ha un campo aperto ad una più vasta lotta contro il Fascismo […] Il Buozzi ha presentato una diffusa relazione ricca di dati e di cifre e le cui conclusioni si riassumono nella affermazione che l’elemento italiano di Barcellona può costituire, se abilmente lavorato, un reclutamento assai più poderoso di quello di Parigi […] Il Buozzi ha personalmente esposta la situazione e delucidato la sua relazione in occasione di una riunione in casa sua presenti i maggiori esponenti dei partiti politici italiani. Egli ha riferito pure su cose del massimo interesse riguardanti specialmente il col. Macià ed il Governo della 550 Per maggiori dettagli sulla figura di Bruno Buozzi, cfr. la scheda dell’A.N.P.I a lui dedicata: https://www.anpi.it/biografia/bruno-buozzi. 259 Generalità catalana, che si augurano – secondo le affermazioni di Buozzi – che prestissimo Barcellona sia un grande focolare di attività antifascista 551 . Seguendo le informazioni di Buozzi riprese da un fiduciario fascista, il Comitato Centrale della Concentrazione inviò a Barcellona Rosselli e Tarchiani, per testare con mano la situazione, in merito alla possibile creazione, nella città catalana, di una sede che raggruppasse tutte le forze antifasciste spagnole e portoghesi. In un altro documento, avente anch’esso il timbro del Casellario politico centrale, però esattamente di due anni dopo, e quindi del 16 giugno del 1933, si segnala la presenza, ancora a Barcellona, di Dino Rondani, come Buozzi socialista e più volte eletto deputato del Regno d’Italia. Si apprende dal testo che Rondani fece delle confidenze a un uomo di fiducia del regime riguardo all’attività da lui svolta a Barcellona e concernente alcuni affari già ben avviati, tra i quali spiccano «la costituzione di un comitato italo-catalano per la lotta contro il fascismo e i sondaggi per trovare in seno al Governo spagnuolo una personalità politica disposta ad aiutare politicamente e finanziariamente il movimento di Giustizia e Libertà» 552 . Nel documento viene menzionato anche Lussu, indicato da Rondani come uomo che si sarebbe potuto stabilire con lui a Barcellona per dare una spinta decisiva alla causa antifascista in quel luogo: Il Rondani avrebbe […] il convincimento che qualora una persona di provata serietà ed attività, si stabilisse a Barcellona, potrebbe ivi svolgere lavoro proficuo alla causa antifascista. All’uopo avrebbe stabilito di trasferirsi fra due o tre mesi a Barcellona, possibilmente con Lussu Emilio e Tagli Luigi – questi avrebbe già consentito alla proposta 553 . 551 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 552 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 553 Ibidem . 260 Al possibile trasferimento di Lussu in Spagna si riferiscono tre carte, tutte del 1933 e spedite dal Ministero dell’Interno-Direzione generale pubblica sicurezza. La prima, del 6 agosto del 1933, inviata al Ministero degli Affari Esteri e, in copia, al Casellario politico centrale, dà notizia dell’arrivo di Lussu in Spagna: In relazione a precedente corrispondenza comunicasi per gli accertamenti del caso che il noto Emilio Lussu, a quanto viene riferito da un informatore attendibilissimo, si è recato in Spagna, dove sembra si stabilirà definitivamente 554 . La seconda, del 16 settembre, inviata alla Divisione polizia politica e, sempre in copia, al Casellario politico centrale, conferma l’intenzione di Lussu di andare in Spagna ma non ratifica la sua presenza in territorio spagnolo. Le informazioni vennero fornite al Ministero dell’Interno italiano dall’Ambasciata italiana di Parigi: Si trascrive quanto ha comunicato la Regia Ambasciata di Parigi sull’individuo in oggetto […]: "Da riservate informazioni assunte è risultato che il noto antifascista Lussu Emilio avrebbe effettivamente intenzione di trasferirsi nella Spagna allo scopo di organizzare e dare maggiore impulso al movimento di G e L. Finora però nulla ha deciso e trovasi sempre in questa Capitale ove abita all’Hotel University, sito al N. 10 della Rue Saint Jacques" 555 . Seguendo quanto indicato in un telespresso spedito l’11 ottobre dal Consolato italiano di Barcellona, in cui si nega definitivamente che Lussu sia stato in quella città in quel periodo, il Ministero dell’interno italiano informa di quanto segnalato dalla Spagna il Casellario politico centrale, con un documento, che chiude il cerchio con gli altri due citati, dell’11 novembre: In riscontro al telespresso suindicato ho l’onore di comunicare che da informazioni assunte è risultato che nessuno degli antifascisti di Barcellona sa della 554 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 555 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 261 presenza del Lussu Emilio in questa città. Si ritiene perciò di poter escludere che la suddetta persona sia stata qui anche solo di passaggio 556 . Emilio Lussu viene rammentato successivamente in due ulteriori documenti che hanno come soggetto principale il bolognese Dante Fornasari, iscritto al Partito Repubblicano e attivo propagandista. Nel 1928 Fornasari fu segnalato come detentore di esplosivi, da lui stesso prodotti e consegnati ai giovani della Sezione del Partito Repubblicano. Si trasferì quindi, sempre nel 1928, a Marsiglia e aderì in seguito al movimento di GL. Venne bandito dalla Francia per aver preso parte, nel 1932, a un attentato contro la Casa degli Italiani nel piccolo comune di Aubagne. L’espulsione fu comunque annullata grazie all’intromissione della LIDU. Nel 1933 si recò a Barcellona ed ebbe ripetuti contatti con repubblicani e antifascisti. Nel 1935 entrò a far parte della A.R.S e, allo stesso tempo, si teneva in corrispondenza con Lussu 557 . Nel primo dei due documenti sopraindicati, corrispondente a una copia dell’appunto della Divisione polizia politica del 27 ottobre del 1934, si forniscono informazioni afferenti alle preoccupazioni di Fornasari, del quale si indica anche l’indirizzo del domicilio a Barcellona, perché non riceveva risposta alle lettere da lui spedite a Lussu e a Manlio Sancisi 558 : Il noto Fornasari Dante, domiciliato attualmente a Barcellona, precisamente in Calle Pou de la Cadena 3, si dimostra in questi giorni preoccupato perché non riceve risposta a delle sue lettere spedite a Parigi al Lussu ed a Ginevra al Sancisi 556 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 557 Per maggiori dettagli sulla figura di Dante Fornasari, cfr. la scheda dell’A.N.P.I a lui dedicata: http://www.antifascistispagna.it/?page_id=758&ricerca=2362. 558 A Manlio Sancisi, impiegato all’Ufficio Internazionale del Lavoro di Ginevra, fa riferimento Lussu in una lettera che spedisce a Salvemini il 29 agosto del 1937, per chiedergli la disponibilità a dare dei consigli allo stesso Sancisi, riguardo a un lavoro che quest’ultimo si accingeva a terminare per il dottorato e la libera docenza all’Università di Ginevra. 262 Manlio, con i quali pare si sia messo in corrispondenza in dipendenza della sua intenzione – già segnalata – di lasciare la Spagna 559 . Nonostante il proposito di Fornasari di andare via dalla Spagna, egli vi rimase ancora per alcuni anni. Nell’ottobre del 1937, secondo il Ministero dell’Interno, si trova ancora a Barcellona. Nell’altro documento menzionato, anch’esso relazionato a una copia dell’appunto della Divisione polizia politica, sicuramente del 1935 e probabilmente del marzo di quell’anno, dato che non è possibile leggere bene la data, si afferma che Fornasari, segnalato nella città catalana al medesimo domicilio comunicato alcuni mesi prima, ha ripreso le comunicazioni con Sancisi, il quale lo informò, con l’ultima lettera che gli aveva spedito a quel momento, di essere in contatto con Lussu e dell’intenzione di recarsi presso di lui nei giorni successivi. Alcuni mesi prima, precisamente il 2 gennaio del 1935, Il Ministero dell’Interno-Direzione generale pubblica sicurezza aveva inviato al Ministero degli Affari Esteri e al Casellario politico centrale una comunicazione concernente il tentativo dei dirigenti del PCI volto a un accordo con i socialisti massimalisti e con i rappresentanti di GL, allo scopo di sviluppare un piano d’azione. Lussu viene rammentato in questo contesto, insieme a Garosci, per essere entrato a far parte del Comitato di difesa dei prigionieri politici spagnoli 560 : Secondo quanto viene riferito da fonte fiduciaria, i dirigenti del partito comunista italiano di Parigi starebbero preparando un vasto piano d’azione ed all’uopo avrebbero ripreso contatto per una intesa coi socialisti massimalisti e con gli esponenti del movimento "Giustizia e Libertà", con i quali ultimi avrebbero assunto un atteggiamento più conciliabile […] facendo proposte allettanti per attirarli nell’azione in comune da svolgersi in Italia. Il primo risultato di questo lavoro dei comunisti è stata l’entrata dei noti Lussu Emilio e Garosci Aldo, sedicente 559 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 560 È prevedibile che tale comitato si riferisse ai prigionieri scaturiti dai tentativi insurrezione, entrambi falliti, che interessarono la Spagna nell’ottobre del 1934, ovvero l’insurrezione delle Asturie e la Rivoluzione di ottobre in Catalogna. 263 Magrini, nel comitato di difesa dei prigionieri politici spagnuoli (comitato capeggiato dai comunisti) 561 . Nell’intreccio di informazioni qui sviluppato e diretto ad approfondire i legami tra Lussu e gli italiani – alcuni, come si è visto, probabilmente, antifascisti solo per convenienza – residenti in Spagna e Argentina, sebbene si possano prendere in considerazione, per quest’ultima Nazione, solo due carte, il documento che chiude il cerchio di tale analisi, pur non essendoci riferimenti precisi ad attività antifasciste, ci indirizza all’11 aprile del 1943, quindi all’incirca otto anni dopo l’ultimo analizzato. Inviato dalla Divisione polizia politica alla Divisione Affari generali e riservati e recante altresì il timbro del Casellario politico centrale con data 18 maggio 1943, esso si riallaccia al verbale di un interrogatorio realizzato dalla polizia fascista al sardo Domenico Golosio, anarchico, emigrato prima in Francia e successivamente in Spagna, dove combatté a difesa dell’esercito repubblicano, durante la Guerra civile spagnola. Costretto a lasciare la Spagna alla fine della guerra, fu dapprima rinchiuso nei campi francesi e, trasferito in Italia nel febbraio del 1943, venne arrestato. Domenico Golosio era fratello di Pietro, conosciuto dai fascisti per essere «intimo del Lussu e per contatti saltuari epistolari con l’altro fuoruscito ing. Giacobbe» 562 . A quest’ultimo e a Lussu, Domenico Golosio fece degli accenni nell’interrogatorio, svolto a Nuoro e a Sassari: Non conosco personalmente Emilio Lussu, ma ne ho sentito parlare in Francia e so s’interessa di un movimento antifascista chiamato Giustizia e Libertà. Con Lussu non ho avuto mai alcun contatto anche indiretto. Ho conosciuto, invece, sempre in Francia, Dino Giacobbe. Preciso che l’ho conosciuto in Spagna durante la guerra. Quando io l’ho conosciuto Giacobbe era ancora borghese, cioè non partecipava ancora militarmente al movimento rosso. Da ultimo vidi Giacobbe, sempre in Spagna, col grado di tenente dell’esercito rosso. Giacobbe venne 561 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 562 ACS, Roma, CPC, b. 2888, fasc. Emilio Lussu. 264 appositamente a cercarmi, credo perché aveva saputo che io ero sardo e mi disse che lui sperava di entrare a far parte dell’artiglieria dell’esercito rosso 563 . Quanto dichiarato da Domenico Golosio, che ricorda la partecipazione di Dino Giacobbe alla Guerra di Spagna, consente ora di dirigere l’attenzione a un’altra tematica fondamentale, legata all’analisi delle forme in cui Lussu diede il suo contributo, attivo e passivo, allo scontro sanguinoso che si combatté tra il 1936 e il 1939 in territorio spagnolo. 563 Ibidem . 265 3. La partecipazione alla Guerra civile spagnola e gli articoli sulla "Legione italiana" «Il popolo spagnuolo in armi per la difesa della Rivoluzione: le forze reazionarie tradizionali della Spagna – la Chiesa, l’esercito, i monarchici, gli schiavisti agrari – hanno sferrato l’attacco supremo contro la Repubblica», così si legge in un articolo inserito all’interno del numero di «Giustizia e Libertà» 564 del 24 luglio 1936, a una settimana esatta dall’insurrezione militare provocata da gran parte dei comandanti delle forze armate e rivolta contro il governo repubblicano democraticamente eletto nel febbraio del 1936, allorché i raggruppamenti politici di sinistra, riuniti nel Fronte popolare, vinsero le elezioni rovesciando il partito conservatore. La lotta che si sviluppò in Spagna tra il 1936 e il 1939, scatenata dai militari ma appoggiata sia dalla Chiesa che dai ricchi proprietari industriali, è stata comunemente riconosciuta come uno scontro tra fascismo e democrazia, nonché la prova generale della Seconda guerra mondiale. Leo Valiani, inviato in Spagna per il giornale del PCI, Il Grido del popolo , descrive in maniera impeccabile i primi avvenimenti politici manifestatisi in Spagna al cospetto della rivolta dei sediziosi: In risposta alla ribellione militare […], si sprigionò una rivoluzione libertaria del proletariato, specie in Catalogna e nell’Aragona ma anche in molte altre parti del Paese, non esclusa Madrid. Il movimento socialista, anarchico o comunista non era al potere, né al centro, né in alcuna delle regioni a statuto autonomo, al momento del colpo di stato militare del 17-19 luglio 1936. Con l’insurrezione dell’esercito e la defezione di una parte della polizia (l’altra invece, raggruppata in Guardie civili o Guardie d’assalto, combatté per il governo legittimo), le classi lavoratrici dovettero difendere direttamente le loro libertà. Mentre il governo centrale, espressione del ceto medio laico, era presieduto da […] José Giral, il potere effettivo passò nelle mani del proletariato rivoluzionario che aveva schiacciato i ribelli nella maggior parte del territorio nazionale. […] In Catalogna quasi subito, a Madrid più tardi, ne scaturì l’occupazione operaia di molte fabbriche 564 Il popolo spagnuolo in armi per la difesa della Rivoluzione. La posta in gioco , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 30, 24 luglio 1936, p. 1. 272 devono convergere i volontari di ogni partito» 580 . Oltre al problema della Legione si segnalano dagli articoli altri due punti, ovvero la ricerca dell’omogeneità politica e della disciplina, la cui importanza deriva dall’essere legati alla medesima necessità, quella dell’unità d’azione. L’omogeneità politica, nell’idea di Lussu, sarebbe dovuta scaturire dall’unità d’azione, che ne rappresentava dunque una sorta di presupposto. «Io rimango più che mai convinto della assoluta necessità che, nella lotta contro il fascismo, il proletariato deve tendere a crearsi la sua unità politica attraverso il partito unico» 581 , sostiene Lussu nell’articolo del 30 ottobre, per poi concludere che quel «partito unico» tanto propugnato si sarebbe potuto realizzare, in principio, solo mediante l’unificazione delle varie correnti socialiste: Il partito socialista italiano deve essere il risultato dell’unione e della fusione del partito socialista, del partito massimalista, di «Giustizia e Libertà», dell’A.R.S., dei vari socialismi sparsi e di tutti gli elementi filosocialisti […]. Esso dovrà essere l’annunzio del grande movimento socialista, democratico e rivoluzionario, all’estero e in Italia. L’unità socialista-comunista sarà il passo successivo 582 . Alcune settimane dopo, resosi conto di quanto fossero importanti le differenze di stampo politico, affermerà che le varie controversie non avrebbero dovuto bloccare in nessun modo l’unità d’azione tanto reclamata: Esiste una seria obiezione di carattere politico a questa formazione unica. C’è chi dice: un’avanguardia armata non serve a niente, per noi italiani, se essa non è politicamente omogenea e se non corrisponde ad un’avanguardia politica. Il che è esatto. Ed è perciò che io sono del parere che la nostra attività per la Spagna non ci deve far dimenticare che dobbiamo pensare, fin d’ora, all’unità politica del proletariato italiano. Il cui primo passo è quello di unificare tutte le correnti 580 Idem, La Guerra civile in Spagna e la Legione italiana , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 41, 9 ottobre 1936, p. 3. 581 Idem, La Legione italiana in Ispagna , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 44, 30 ottobre 1936, p. 3. 582 Ibidem . 273 socialiste. Ma ciò non deve impedire che si raggiunga subito l’unità d’azione per la Legione 583 . Nell’ultima parte del medesimo articolo di novembre, Lussu si concentra sul valore della disciplina, tema che aveva già toccato il 30 ottobre quando auspicava, per la formazione di una Legione italiana, il reclutamento di giovani preparati e disposti «ad accettare una disciplina pari a quella che è obbligatoria negli eserciti regolari» 584 . Il concetto, dunque, viene approfondito nell’articolo di novembre, dove asserisce, in una forma sarcastica, caratteristica, d’altronde, delle sue opere letterarie, che «senza disciplina militare, si fa la guerra ai carciofi, non la guerra contro reparti disciplinati» 585 . «La disciplina – continua Lussu – è indispensabile [in quanto] senza di essa non si distribuisce neppure il rancio. E la disciplina è necessaria in combattimento e a riposo, in trincea e nei servizi di retrovia. […] Senza disciplina, la disfatta è certa» 586 . Il testo si chiude con la garanzia, da parte dell’autore, di completare e chiarire alcuni dei punti fondamentali sulla disciplina nell’articolo successivo, del 18 dicembre 1936, l’ultimo della serie. I fatti contingenti di quei mesi – l’insufficienza di disciplina aveva messo seriamente in difficoltà l’autorità di Rosselli; questo motivo, unito all’inasprirsi della flebite, lo spinse a ritirarsi dal comando della colonna italiana e a ritornare a Parigi all’inizio del 1937 – portarono invece Lussu a far cadere l’argomento e a meditare sulle pregiudiziali politiche che non permisero la formazione di quella Legione da lui sperata: 583 Idem, La Legione italiana in Ispagna , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 46, 13 novembre 1936, p. 2. 584 Idem, La Legione italiana in Ispagna , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 44, 30 ottobre 1936, p. 3. 585 Idem, La Legione italiana in Ispagna , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 46, 13 novembre 1936, p. 2. 586 Ibidem . 274 Io mi permetto di insistere ancora sulla Legione. Se la colonna italiana d’Aragona e il battaglione italiano che fa parte della Brigata internazionale a Madrid, e tutti gli altri volontari italiani, che combattono o hanno organizzazioni in Spagna, si riunissero in una sola formazione, si avrebbe già, per quanto in piccolo, la Legione italiana, che presto diventerebbe la grande Legione. Se ogni partito facesse il proprio esame di coscienza, avrebbe più di un peccato da rimproverarsi. Che cosa infatti non potremmo fare in Spagna, noi antifascisti italiani, se fin dai primi mesi della guerra civile, messi da parte puntigli, esitazioni e concorrenze, avessimo fatto convergere tutti gli sforzi per la formazione di una Legione unica? […] Malauguratamente, si sono creati due specie di fronti popolari, in seno all’antifascismo italiano. E uno guarda l’altro in perfetto cagnesco. […] I comunisti, in modo particolare, dovrebbero dare uno sguardo ai loro peccati eventuali, chiudere un occhio sugli eventuali peccati degli altri, ed interessarsi attivamente per rimuovere tutti gli ostacoli 587 . Nell’articolo sopraccitato, Lussu fa riferimento a un altro battaglione italiano. Si tratta del battaglione Garibaldi, costituito da seicento volontari italiani, formatosi ad Albacete alla fine di ottobre per poi essere incluso all’interno delle Brigate internazionali, in cui avevano un ruolo importante, dal punto di vista politico e militare, i dirigenti comunisti italiani come Giuseppe Di Vittorio e Luigi Longo. A comandare i "garibaldini" vi era però il repubblicano Randolfo Pacciardi. Sia Longo che Pacciardi diedero un grande contributo, scrivendo dei libri concernenti la loro esperienza personale sul fronte spagnolo: Longo è autore del testo Le Brigate Internazionali in Spagna 588 , il racconto di una lotta rivoluzionaria e di un conflitto militare, caratterizzato dalla mescolanza di elementi politici e autobiografici. Pacciardi scrisse invece Il Battaglione Garibaldi 589 , nel quale si riscontrano il senso della disciplina e dell’organizzazione, aspetti tanto cari a Lussu 590 . Nel marzo del 1938, il battaglione Garibaldi diede un grande 587 Idem, La Legione italiana in Ispagna , in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 51, 18 dicembre 1936, p. 3. 588 Luigi Longo, Le Brigate Internazionali in Spagna , Roma, Editori riuniti, 1956. 589 Randolfo Pacciardi, Il battaglione Garibaldi , Roma, Edizioni La Lanterna, 1945. 590 Cfr. Rafael Calvo Serer, La literatura universal sobre la guerra de España , Madrid: Ateneo, 1962, pp. 23-24. 275 contributo per la difesa di Madrid, resistendo all’attacco dei franchisti, nella battaglia di Guadalajara. È uno scontro che rimarrà impresso nella storia dell’Italia poiché, per la prima volta dal momento in cui Mussolini era salito al potere, si incontrarono, armi alla mano, fascisti e antifascisti. Dopo questa doverosa digressione sulle Brigate internazionali, occorre rammentare che gli articoli sulla Legione non furono gli unici, inerenti alla situazione spagnola, che Lussu compose per farli pubblicare su «Giustizia e Libertà». Il 25 settembre del 1936 apparve un breve scritto per commemorare Fernando De Rosa, socialista, emigrato in Francia nel 1928. Egli venne condannato nel 1929 a cinque anni di carcere per avere attentato alla vita del Principe Umberto di Savoia. Scarcerato nel 1932, volse il suo interesse verso la situazione spagnola, dando un contributo all’insurrezione, fallita, delle Asturie nel 1934 e successivamente alla Guerra civile spagnola, per la difesa della Repubblica. Assunse il comando di un battaglione e morì in battaglia l’11 settembre del 1936: Con De Rosa perdiamo un capo militare e un capo politico. […] Dai caduti della colonna italiana a te, De Rosa, i nostri martiri parlano profondamente a noi e parleranno domani al popolo italiano. L’anima dell’antifascismo italiano, l’Italia popolare, è là, in Spagna. Quanti di noi, per impedimenti differenti, siamo lontani dalla mischia, dobbiamo proclamare che là sono i nostri compagni migliori, là il nostro avvenire. […] Quel pugno d’audaci non si batte solo per la Spagna repubblicana e socialista, esso si batte anche per l’Italia. […] La liberazione italiana verrà dal loro esempio. […] De Rosa è l’esempio di quello che, principalmente, dovrà essere, domani, il movimento rivoluzionario italiano. Socialismo eroico 591 . 591 Emilio Lussu, Fernando De Rosa, in «Giustizia e Libertà», anno III, n. 39, 25 settembre 1936. L’articolo citato è ora pubblicato in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 288-290. La parte citata si trova alle pp. 289-290. 276 Anche nella parte finale del breve testo su De Rosa Lussu ribadisce alcuni dei principi che più lo animavano in quel particolare contesto politicomilitare spagnolo: È la Legione italiana che bisogna creare. Attorno a quella colonna di qualche centinaio di eroi, che di fronte a Huesca ha tenuto tanto alta la nostra bandiera, bisogna che accorrano i nostri giovani e i nostri tecnici. […] L’unità di azione è necessaria. E, chi sa, forse da quell’unità può venire lo stimolo ad una prossima unità politica 592 . Come sostiene Aldo Garosci, senza probabilmente cadere in errore, gran parte delle proposte di Lussu, seppure corrette, erano di non semplice realizzazione, dato che scaturivano dalla sua inesperienza sulle reali condizioni della Spagna. Per questo motivo, fin dall’inizio del 1937, quando si trovava ancora in Svizzera – Lussu può lasciare la Casa di Cura di Clavadel solo nella primavera del 1937 – il suo obiettivo principale divenne quello di andare in Spagna personalmente, per comprendere in concreto la situazione e le forme in cui egli avrebbe potuto fornire il proprio contributo alla causa repubblicana. Nella lettera che scrive a Rosselli – quest’ultimo era rientrato dalla Spagna il 7 gennaio – il 25 gennaio del 1937, Lussu annuncia i suoi propositi per i mesi successivi: Per conto mio, ho già deciso. A fine aprile o ai primi di maggio, io andrò in Spagna. Visiterò dettagliatamente il fronte di Aragona e di Madrid, e anche qualche altro in aeroplano, avvicinerò le varie formazioni militari italiane, mi metterò al corrente su tutte le novità tattiche e poi deciderò. Io non so ancora quello che farò, né se sarà possibile ancora adoperarsi per la Legione unica. Vedrò sul posto 593 . 592 Ibidem . 593 Lettera di Lussu a Carlo Rosselli del 25 gennaio 1937. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 187-189. La parte citata è collocata a p. 188. 277 Nella lettera che gli scrive il 9 febbraio successivo pone al centro dell’attenzione la questione politica, dalla cui risoluzione faceva dipendere la sua partenza per la Spagna: Io conto di andare in Spagna, ma è fondamentale la questione politica. […] Io non intendo andare in Spagna se prima non si è regolata la questione politica. […] La questione della Legione o, comunque, la questione della Spagna deve essere subordinata alla questione politica 594 . Il parere di Lussu, secondo cui fosse necessario «avviare il processo di unificazione con i gruppi minori più omogenei come premessa alle più larghe unità o, fallito il tentativo, riorganizzare GL» 595 si scostava da quello caldeggiato da Rosselli, il quale premeva, già nella fase iniziale del processo, per un patto di unità con le formazioni maggiormente rappresentative. «Potremo vedere, prima di partire, se è possibile concludere qualcosa politicamente. Perché mi pare che ci siamo arenati» 596 , scrive ancora a Rosselli, nella già citata lettera del 25 aprile del 1937, da Annemasse, luogo in cui Lussu si era fermato, dopo aver terminato la sua esperienza nella Casa di cura svizzera di Clavadel, per concludere Un anno sull’altipiano . Nonostante le difficoltà politiche il momento per recarsi in Spagna era ormai giunto visto che la sua presenza si rendeva sempre più necessaria: Pacciardi mi ha telefonato, pregandomi di andare subito in Spagna. Evidentemente, trova delle difficoltà nella costituzione della Brigata, e vorrebbe essere aiutato. Io farò tutto quello che potrò, ma non potrò essere a Barcellona 594 Lettera di Lussu a Carlo Rosselli del 9 febbraio 1937. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 194- 195. La parte citata si trova a p. 194. 595 Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e «Giustizia e Libertà» , cit., p. 169. 596 Lettera di Lussu a Carlo Rosselli del 25 aprile 1937. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 200- 201. Il brano menzionato è collocato a p. 200. 278 prima del 7 maggio, al minimo. Non ho quindi nessun programma, all’infuori di quello di restare in Spagna, se la salute resiste, reparti o no, fino a gennaio 597 . Lussu prevedeva di far sopraggiungere in Spagna uomini suoi fidati dalla Sardegna e lo si evince da quanto scrive il 16 aprile del 1937 a un «amico di Nuoro»: Io finisco solo ora la mia convalescenza. Nella eventualità debba restare in Spagna per organizzarvi grande formazione militare, desidero conoscere quanti amici, ufficiali, sottufficiali, siete disposti venire con me 598 . L’unico a rispondere all’invito di Lussu fu Dino Giacobbe, di professione ingegnere, ufficiale di artiglieria, ex dirigente del PSd’Az 599 . Espatriato clandestinamente nel settembre del 1937, comandò la batteria «Carlo Rosselli», sino alla fine del conflitto spagnolo. In un articolo volto a ricostruire la partecipazione dei volontari sardi alla Guerra civile, scritto per «L’Unione Sarda», Manlio Brigaglia descrive le prime fasi dell’arrivo in Spagna di Giacobbe e rievoca anche un altro sardo che era con lui in quel pericoloso viaggio, Cornelio Martis, un militante del movimento di GL, espatriato clandestinamente, nel 1937, in Tunisia, dove aveva ottenuto, dalle autorità francesi, un passaporto come rifugiato politico: Il 6 novembre Giacobbe passa i Pirenei per i sentieri da contrabbandieri che gli antifascisti debbono seguire per non dar fastidio al non-interventismo del governo francese (che pure è presieduto dal socialista Léon Blum!). È con lui un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, arrivato avventurosamente dalla Tunisia, che ha raggiunto da Cagliari fuggendo in barca. Tutti e due fanno tappa ad Albacete, dov’è il quartier generale delle Brigate: ma qui saranno separati, e Martis, mandato a combattere su un altro fronte, scomparirà tragicamente nelle giornate successive alla dura sconfitta sull’Ebro («giustiziato» da un commissario politico 597 Ibidem . 598 Segreteria particolare del Duce (Spd), Carte Riservate, 75, Lussu. La presente citazione è tratta dal libro di Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori , cit., p. 381. 599 Cfr. Simonetta Giacobbe. Lettere d’amore e di guerra. Sardegna-Spagna (1937-1939) , Cagliari, Editrice Dattena, 1992, pp. 7-8. 279 del suo battaglione, nella incredibile follia di sospetti che accompagna, fra le fila comuniste, la fine della Guerra civile) 600 . In una lettera che scrive a Salvemini, dell’8 settembre, quasi certamente del 1938 601 , Lussu chiede un aiuto economico per la famiglia di Dino Giacobbe, profondamente colpita dal fascismo. Viene a galla il profondo animo di Lussu e l’assoluta riconoscenza verso chi aveva deciso di dedicare la propria vita alla causa dell’antifascismo: Richiamo ora la tua attenzione su Dino Giacobbe. Come sai, egli comanda, e brillantemente, la batteria "Carlo Rosselli" in Ispagna. Per venire volontario in Ispagna, ha lasciato in Sardegna, a Nuoro, la moglie e 4 figli. La famiglia era agiata, ma le rappresaglie fasciste le impediscono che le si paghino affitti di terre e di pascoli, su cui viveva. E ora è nelle più grandi ristrettezze: quasi miseria. Potresti tu ottenere da qualche amico inglese adatto anche solo un migliaio di franchi francesi di aiuto? Il comitato d’assistenza di Parigi, dopo 10 mesi che Giacobbe è in Ispagna, non gli ha dato che 300 fr. di sussidio. E io ho vergogna di far arrivare alla famiglia questa misera somma che equivale a 150 lire. Vedi un po’ se puoi fare qualcosa 602 . Con un ritardo di alcune settimane rispetto a quanto aveva previsto inizialmente, Lussu arrivò in Spagna solo alla fine di maggio del 1937 e ci riuscì passando da Tolosa, dove si era trasferito Silvio Trentin, il quale poté procurargli un biglietto aereo Tolosa-Barcellona, non semplice da acquistare. Un documento datato 5 giugno 1937, senza mittente, indirizzato al Capo della Divisione polizia politica di Roma, dà notizia della presenza di Lussu in Spagna: 600 Manlio Brigaglia, La partecipazione dei volontari sardi alla Guerra civile in Spagna , in «L’Unione Sarda», 23 marzo 1986, p. 23. 601 La datazione si evince dal confronto relativo alla presenza di Giacobbe in Spagna. Lussu scrive, esplicitamente, nella lettera in questione, che Giacobbe si trova in territorio spagnolo da dieci mesi. 602 Archivio Gaetano Salvemini, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 8 settembre [?], ms., 1 c. 280 Per opportuna notizia ho l’onore di significare che, secondo quanto mi viene confidenzialmente riferito, il noto ex deputato Lussu Emilio si è recentemente recato in Spagna 603 . La presenza in Spagna di Lussu è testimoniata anche da un documento custodito dalla Asociación de Amigos de las Brigadas Internacionales ( AABI ), in cui egli viene indicato come uno dei membri di GL appartenente alla "Colonna Rosselli" 604 . Inoltre, una scheda di Lussu è da segnalare in Sidbrint ( Sistema de información Digital sobre las Brigadas Internacionales ), una web dell’Università di Barcellona che si occupa del recupero della memoria storica delle Brigate internazionali con l’obiettivo di dare visibilità ai volontari internazionali che giunsero in Spagna per difendere la Repubblica 605 . Sul fronte di Huesca, svolgendo mansioni di dirigente, egli visse da vicino la vita della brigata, nella quale, nonostante la disomogeneità dal punto di vista politico, data la presenza simultanea di socialisti, comunisti, anarchici e membri di GL, dominavano spirito rivoluzionario, cordialità e disciplina. La sua permanenza in Spagna durò solo una quindicina di giorni circa 606 . Il 15 giugno venne a sapere dell’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto vicino a Bagnoles-sur-l’Orne ad opera di sicari francesi. Ritornò a Parigi il 19 giugno per poter partecipare ai solenni funerali. La morte di Carlo Rosselli fu un duro colpo per tutto l’antifascismo italiano. Lussu lo aveva visto, per l’ultima volta, a Parigi, prima di partire per la Spagna, ed ebbe 603 Senza mitt., al Capo Polizia, 5.06.1937, Lussu si è recato in Spagna. Fondo Lussu, b. 2, fasc. 3. 604 Il documento è collocato in appendice. Si veda sotto, p. 395. 605 Il documento è consultabile al seguente link: https://sidbrint.ub.edu/en/content/lussuemilio. 606 Il nome di Lussu è altresì menzionato tra coloro che appartennero alla Colonna italiana in «AICVAS» (Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna), a cura di Alvaro López, Roma, giugno 1985, Quaderno n.5, p. 27. 281 con lui una discussione più vivace del solito, sfociata in litigio. Con tali parole lo ricorderà anni dopo: Su tutti, dico, su tutti, i problemi, teorici e d’azione politica, noi abbiamo sempre discusso, spesso vivacemente e talvolta persino esageratamente litigato. […] Quando egli discuteva una questione, con chiunque, voleva vedere e conoscere e non dava tregua: era minuzioso e inesorabile. […] Fu subito dopo una di queste litigate, su un argomento che è sempre lo stesso e attuale, che noi ci salutammo per l’ultima volta, egli per andare a Bagnoles-sur-l’Orne ed io per fare un giro in Spagna, agli ultimi del maggio 1937. E la litigata era stata talmente forte che la vedova, rivedendomi dopo il disastro, sentì il bisogno di dirmi: «Sa, Carlo non gliene ha voluto affatto». Ogni volta che lo rievoco, io sento ancora un po’ d’amarezza per quest’ultimo nostro commiato 607 . Dall’esperienza vissuta in Spagna, intensa seppure breve, egli scrisse degli appunti che daranno vita a un articolo, Visita alla Brigata Garibaldi , composto il 6 giugno del 1937 dal fronte Aragonese, ma pubblicato in ritardo, da «Giustizia e Libertà», il successivo 9 luglio. Spiccano dei ricordi che si riallacciano ad alcune nozioni caratteristiche che l’autore e politico sardo delinea negli scritti sulla «Legione italiana in Spagna», principalmente in relazione all’importante peso esercitato dai volontari italiani in territorio spagnolo – «La Colonna italiana d’Aragona, alla quale Giustizia e Libertà ha tanto dato, […] si è dispersa. La Brigata Garibaldi è la continuazione, in altro settore e in forma più vasta, di quella prima affermazione, spontanea e immediata, dell’antifascismo italiano» 608 – e al concetto di disciplina, il quale risulta a sua volta strettamente legato con la diseguaglianza che Lussu pare voler evidenziare, tra l’esercito italiano della Prima guerra mondiale e il 607 Emilio Lussu, Alcuni ricordi su Carlo Rosselli , «Il Ponte», anno III/numero 6 - giugno 1947, pp. 505-506. 608 idem, Visita alla Brigata Garibaldi , in «Giustizia e Libertà», anno IV, n. 28, 9 luglio 1937, p. 3. 288 curarne la traduzione e la pubblicazione in lingua inglese. Badi che occorre far presto, perché un altro dei tre evasi si è impegnato a fare un volume che Putnam pubblicherà, se le mie informazioni sono esatte 625 . I due scritti non faranno double emploi , perché Nitti – l’autore dell’altro libro – è passato attraverso differenti esperienze. Ma è chiaro che chi prima arriverà, meglio alloggerà. S’intende che Ella ha carta bianca per le condizioni finanziarie. Lussu deve guadagnarsi la vita 626 . Salvemini riscrisse a Livingston quattro giorni dopo, per inviare alcuni dati personali su Lussu, il 20 novembre del 1929. Da quest’ultima lettera, in cui l’intellettuale pugliese provò a spingere per la pubblicazione delle Memorie, si evince che Livingston non gli aveva risposto: Spero che il Suo silenzio indichi che Ella si sta occupando del lavoro di Lussu. […] Occorrerebbe che il lavoro di Lussu uscisse prima in due o tre puntate in qualche rivista. Il povero Lussu ha bisogno di guadagnarsi la vita. E sarebbe un gran guaio se gli venisse meno questa fonte di guadagno 627 . Il silenzio di Livingston evidentemente continuò, visto che Salvemini chiese aiuto a Costantino Panunzio, mediante una lettera datata 9 febbraio 1930: Intanto si potrebbe pubblicare il racconto che Lussu ha fatto della sua prigionia e della sua fuga. Questo è un lavoro diverso dal volumetto «La catena», che è autentico, ma non è così bello come il racconto della prigionia e della fuga. […] Sarebbe bene che il racconto uscisse in qualche settimanale come Liberty , o 625 Putnam è stato citato il 7 gennaio del 1930 nel «Diario de Alicante» riguardo alle minacce ricevute per l’intento mostrato di pubblicare un racconto sulla fuga di Lussu, Nitti e Rosselli. Pare evidente il riferimento all’edizione in inglese di Le nostre prigioni e la nostra evasione di Francesco Fausto Nitti: Escape. The Personal Narrative of a Political Prisoner Who Was Rescued from Lipari, the Fascist «Devil’s Island» , G. P. Putnam’s Sons, New York 1930. Si veda supra , pp. 187-188. 626 Lettera di Gaetano Salvemini ad Arthur Livingston, da Saint-Germain-en-Laye, del 1° ottobre 1929. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane. 1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., pp. 10-12. La parte citata è collocata tra le pp. 10-11. 627 Lettera di Gaetano Salvemini ad Arthur Livingston, da Saint-Germain-en-Laye, del 20 novembre 1929. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane.1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., pp. 13-14. La parte citata è a p. 13. 289 Saturday Evening Post , o in qualche quotidiano, prima di uscire in volume. Occorre ricavare più denaro che sia possibile, perché Lussu non ha un soldo: i fascisti hanno ammazzati tutti gli animali da lui posseduti, e sua madre, povera vecchia, non può aiutarlo. Se Ella, caro Panunzio, mi aiuta in questa impresa, gliene sarò molto grato 628 . Queste poche righe svelano che il manoscritto a cui si è fatto più volte riferimento non è quello de La catena 629 – seguendo la prospettiva propugnata dal curatore delle Lettere americane di Salvemini, Renato Camurri – ma di The flight from Lipari , il testo presentato per la prima volta al pubblico italiano attraverso la traduzione di Gian Carlo Fastame. A questo racconto si aggiunse quasi certamente anche A thousand to one, la narrazione dei fatti antecedenti al confino e alla fuga 630 . Tuttavia, non è chiaro – e il dubbio resta – se Salvemini si riferisca solo allo scritto conosciuto col titolo di The flight from Lipari o ad entrambi 631 . Non avendo avuto fortuna neanche con Panunzio, alla fine Salvemini riuscì a far pubblicare le Memorie di Lussu, in due puntate, su «The Atlantic Monthly», 628 Lettera di Gaetano Salvemini a Costantino Panunzio, da Cambridge (Mass), 9 febbraio 1930. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane. 1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., pp. 14-16. Il pezzo citato è alle pp. 15-16. 629 A proposito del libro La catena e dell’influenza esercitata da Salvemini per la sua realizzazione, si citano tali parole tratte dal seguente scritto di Lussu, L’entusiasmo morale , in AA.VV., Salvemini , cit., p. 70: «"La catena", che fu il primo libro in italiano apparso nell’emigrazione, nel ’29, lo scrissi in seguito a una sua insistenza. E l’edizione clandestina per l’Italia la sollecitò lui». 630 In relazione A thousand to one e The flight from Lipari, si veda supra , p. 56. 631 Renato Camurri, nel suo lavoro critico, pare che alluda solo al racconto The Flight from Lipari , edito prima in «Atlantic Monthly» nel luglio del 1930 e poi, nel marzo del 1931, nella rivista «Italy ToDay», come seconda parte di Outwitting the Fascists , una trattazione di trentuno pagine. 290 grazie a Giorgio La Piana 632 , il quale conosceva sicuramente Ellery Sedgwick 633 , il direttore della citata rivista americana. La lettera inviata da Salvemini a quest’ultimo, preceduta da quella spedita il 12 febbraio del 1930 a La Piana con varie informazioni su Lussu, è del 27 marzo 1930: Caro Signor Sedgwick, il Professor La Piana mi chiama per darmi la notizia che lei è d’accordo a pubblicare le memorie di Lussu nell’«Atlantic Monthly» e che darebbe per esse un compenso molto generoso. Voglio ringraziarla con tutto il mio cuore. Lussu è un uomo meraviglioso e merita la sua simpatia. Sta vivendo in circostanze molto difficili: dopo la sua fuga i fascisti hanno ucciso il bestiame della sua famiglia, e sua madre non è più in condizione di aiutarlo: non riceve nemmeno le sue lettere: ed è il suo unico figlio! Il denaro che guadagna per le sue memorie, grazie alla sua generosità, lo aiuterà ad andare avanti per un buon anno 634 ! I soldi guadagnati grazie agli articoli pubblicati su di «The Atlantic Monthly», viste le spese sostenute da Lussu per le cure, non erano però sufficienti. Per questo motivo Salvemini scrisse nuovamente a La Piana per domandare un ulteriore aiuto. Da queste righe affiora, per giunta, il forte orgoglio di Lussu, sempre restio ad accettare soldi se non era completamente sicuro di poterli restituire: Il nostro Lussu minaccia di andare a male per tubercolosi. La doppia pleurite presa nel carcere a Cagliari ha lavorato sott’acqua. Il suo stato non è ancora disperato. Alcuni mesi di montagna, di riposo e di superalimentazione lo salveranno – speriamo. Lo abbiamo costretto quasi per forza a partire, comprandogli il biglietto, facendogli le valigie, trovandogli l’albergo, strappandolo al suo lavoro. 632 Giorgio La Piana, palermitano, nato il 28 febbraio del 1979, laureato in lettere. Emigrò negli Stati Uniti nel 1913, dove insegno all’Università di Harvard storia della chiesa dal 1916 al 1948. Con Salvemini, conosciuto nel 1929, sviluppò una solida e duratura collaborazione. 633 Ellery Sedgwick è stato un editore americano, nato a New York nel 1872. Dopo essere stato caporedattore al «Leslie’s Monthly Magazine», all’«American Magazine», al «McClure’s Magazine» e per la casa editrice D. Appleton, nel 1908 assunse la carica, che mantenne per ben trent’anni, di direttore di «The Atlantic Monthly». 634 Lettera di Gaetano Salvemini a Ellery Sedgwick, da Cambridge (Mass), del 27 marzo 1930. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane. 1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., p. 22. 291 Quell’uomo è per la nostra lotta un grande capitale, e dobbiamo salvarlo. Ma occorre denaro. E lui non accetta aiuti in denaro da nessuno. Il denaro guadagnato grazie a te non è ancora finito; ma ben presto finirà, perché ha voluto con esso pagare i debiti fatti dal luglio 1929 alla primavera 1930. Mi ha promesso di [parola illeggibile] e continuare a finire le sue memorie sul fascismo. Intanto vedi tu, caro La Piana, se puoi dare al suo lavoro su Mussolini 635 una toilette americana, e se puoi collocarlo a buone condizioni. In manus tuas domine, commendo spiritum eius 636 . Sempre con l’obiettivo di recuperare denaro utile per Lussu, Salvemini spedì un’altra lettera ad Arthur Livingston, in data 24 febbraio 1931, per richiedergli la disponibilità ad occuparsi della traduzione e della ricerca di un editore che facesse pubblicare un libro di memorie sul fascismo – si allude a Marcia su Roma e dintorni – che lo scrittore sardo stava per terminare: Lussu ha quasi finito di scrivere un volume di memorie personali sul fascismo, che mi sembra un piccolo capolavoro artistico e che si legge come un romanzo. Vuol Ella occuparsi di farlo tradurre e si trovargli un editore? Le memorie sulla fuga da Lipari ebbero un grande successo. Questo libro non dovrebbe avere un successo minore. Bisogna, però, caro Livingston, che Ella mi risponda subito sì o no. Se non ricevo risposta entro un mese, mi rivolgerò ad altri 637 . Anche in questo caso la richiesta di un apporto rimase probabilmente inascoltata. L’edizione americana, in lingua inglese, di Marcia su Roma e dintorni apparve solamente nel 1936, col titolo di Road to exile: The story of a Sardinian patriot , con la traduzione di Marion Rawsan e la prefazione di Wickam Steed, pubblicato dalla Casa editrice Covici Friede . 635 Non è chiaro a quale testo si riferisce. 636 Lettera di Gaetano Salvemini a Giorgio La Piana, da Saint-Germain-en-Laye, del 29 agosto 1930. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane. 1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., pp. 25-27. Il pezzo citato è collocato a p. 25. 637 Lettera di Gaetano Salvemini ad Arthur Livingston, da Parigi, del 24 febbraio 1931. Si trova pubblicata in Gaetano Salvemini, Lettere americane.1927-1949 , a cura di Renato Camurri, cit., p. 41. 292 Alle spese sostenute per le cure e la susseguente lunga convalescenza per il riacquisto della salute di Lussu aveva contribuito in larga parte, con importanti somme di denaro, anche Carlo Rosselli. Il 12 luglio del 1936 è lo stesso Lussu a chiedere l’ausilio di Rosselli per raccogliere il denaro necessario al fine di poter pagare la seconda operazione: Debbo fare la seconda operazione di cui ti ho parlato. A dir poco, non mi costerà meno della metà della prima, compresi tutti gli accidenti e controaccidenti relativi. Sono quindi costretto a rivolgermi ancora a voi: gli stessi cui mi sono rivolto per la prima. Tu dovresti fare l’ultimo sforzo e mandarmi 2500 franchi francesi, possibilmente 3000. Se tu non puoi, dovresti domandarli a qualcuno che li ha, possibilmente non facendo il mio nome, ché mi pesa crearmi obbligazioni extra 638 . Rosselli aveva già sborsato una notevole cifra per la prima operazione, così come si evince da quanto scrisse nella lettera spedita a Salvemini il 21 aprile del 1936: L’operazione è costata 15000 frs. Io ho dato 5000 frs., più altri 3000 dati in agosto. Altri 8 o 9000 li ha versati Avogadro 639 , che per fortuna è ricco. Ma ci saranno le spese per la degenza, che sarà lunga 640 . Vi fu molto merito di Rosselli, dunque, se Lussu poté ristabilire la sua salute in modo ottimale. Nella parte finale della lettera, che gli spedì il 25 638 Lettera di Emilio Lussu a Carlo Rosselli, da Clavadel, del 12 luglio 1936. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 185-186. Il pezzo citato si trova a p. 185. 639 Si tratta del conte Paolo Avogadro, che all’epoca risiedeva a Nizza. Era generale in ausiliaria. Secondo quanto viene affermato in una nota della polizia fascista (ACS, CPC, Carlo Rosselli , nota dell’ambasciata italiana a Parigi, 27 aprile 1936), egli era l’esperto di GL per ciò che concerne le tematiche militari. 640 Lettera di Carlo Rosselli a Gaetano Salvemini, da Parigi, del 21 aprile 1936. Si trova pubblicata in Fra le righe: carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini , a cura di Elisa Signori, Milano, Franco Angeli Edizioni, 2010, pp. 273-275. Le righe citate sono inserite a p. 273. 293 gennaio del 1937, Lussu, nell’annunciare la sua guarigione, mostrò tutta la sua gratitudine nei confronti dell’intellettuale originario di Roma: La mia salute è ottima. Io sono guarito . Sembra un miracolo ma è così. Debbo ultimare la convalescenza e, poiché ho fatto 30 posso fare 31. […] Debbo a pochi amici, tu sei fra questi, se io ho potuto affrontare una così grave operazione nelle migliori condizioni possibili 641 . Lo stesso Salvemini, il quale aveva sicuramente avuto notizie sulla salute di Lussu da Rosselli, riconobbe i meriti di quest’ultimo. Si riportano, in proposito, alcune significative righe della lettera inviatagli da Salvemini in data 23 febbraio 1937: Troverai in questa lettera uno cheque di una sterlina e dieci scellini, che vanno aggiunti al fondo per la malattia di Lussu. Sono incantato che Lussu è sulla via della guarigione. In fondo dovrà essere riconoscente a te, o meglio tu dovrai esserne contento […], ché la riconoscenza non è di questo mondo anche se si tratta di uomini generosi come Lussu 642 . Da quanto è stato fino adesso esposto si intuisce perciò, a chiare lettere, il determinante peso avuto sia da Rosselli, sia da Salvemini, per assicurare a Lussu l’opportunità di salvarsi la vita negli anni ingarbugliati dell’esilio: il primo lo aiutò mediante l’invio di denaro contante, il secondo attraverso l’incarico di trovare editori disposti a dare alle stampe i suoi articoli e libri. L’autorità di Salvemini e l’influenza da lui esercitata su Lussu si afferra maggiormente per mezzo dell’analisi delle lettere – in gran parte inedite – inviate dal sardo al pugliese, contenute nel Fondo Salvemini, custodito presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell'Età 641 Lettera di Emilio Lussu a Carlo Rosselli, da Clavadel, del 25 gennaio 1937. Si trova pubblicata in Emilio Lussu, Tutte le opere, 2. L’esilio antifascista 1927-1943 , a cura di Manlio Brigaglia, cit., pp. 187-189. La parte citata è a p. 189. 642 Lettera di Gaetano Salvemini a Carlo Rosselli, da Cambridge (Mass.), del 23 febbraio 1937. Si trova pubblicata in Fra le righe: carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini , a cura di Elisa Signori, cit., pp. 289-291. Il pezzo citato è a p. 289. 294 contemporanea (ISRT). Le lettere del Fondo Salvemini, alle quali si è fatto riferimento, sono quaranta. A queste si aggiunge una missiva conservata nel subfondo Alberto Tarchiani facente parte del complesso di fondi denominato Archivi di Giustizia e libertà, costituito alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Sfortunatamente, le lettere di Lussu qui analizzate non si possono legare a quelle di risposta inviategli da Salvemini: «Per una serie di disavventure, io non ho più nessuna delle centinaia di lettere che mi mandò da Parigi, da Londra e dalle Americhe» 643 , rammenta Lussu tempo dopo. Tali missive ricoprono un arco cronologico che si colloca tra il giugno del 1935 e l’ottobre del 1954 644 . Da esse si possono individuare almeno due tematiche predominanti: una letteraria, testimoniata da notizie che permettono di comporre un quadro generale relativo alle strategie editoriali che interessarono alcune delle più importanti opere letterarie di Lussu e all’impegno fornito da Salvemini per garantire la pubblicazione di libri e articoli dello scrittore e politico sardo, grazie all’aiuto di persone fidate; l’altra, più di stampo politico, caratterizzata specialmente dalle idee e dai pensieri di Lussu riguardo all’impostazione da dare a GL e alla situazione storico-politica che attraversava l’Europa prima e durante la Seconda guerra mondiale. Le lettere sono state prese in esame seguendo una prospettiva diacronica, volta a individuare, di volta in volta, sia alcune delle principali strategie editoriali relative agli scritti di Lussu, sia i motivi di certe 643 Emilio Lussu, L’entusiasmo morale , in AA.VV., Salvemini, cit., p. 71. Questo aspetto riguarda, in realtà, soprattutto le lettere degli anni Trenta. Varie lettere conservate dai vari archivi, spedite da Salvemini a Lussu, vanno dagli anni Quaranta in poi. Un’ eccezione è la missiva del 5 agosto 1937, inviata da Londra. 644 Per gli scopi del presente lavoro si è deciso di utilizzare un cospicuo numero di lettere. Per avere in toto le lettere, biglietti e cartoline inviate da Lussu a Salvemini e conservate nel Fondo Salvemini, si consiglia di consultare l’inventario del Fondo Salvemini. Il totale dei documenti mancanti tra biglietti, cartoline e lettere si aggira intorno alla decina. 295 preoccupazioni che provava lo stesso Lussu in quel complesso periodo della sua vita, trascorso in esilio. Alla prima missiva da tenere presente viene attribuita da Falaschi la data di 15 giugno 1935. L’anno non è segnalato ma si ricava dagli argomenti trattati. Questa lettera fornisce ragguagli sull’edizione inglese di Marcia su Roma e dintorni , per la quale Lussu nutriva dei dubbi sulla evenienza di effettuare alcune correzioni richieste da Salvemini. Per l’edizione in questione, inoltre, Lussu diede il benestare a Salvemini di trattare come meglio credesse: Ti autorizzo a trattare, come meglio ti pare, per un’edizione inglese di Marcia su Roma. Ti confesso fin d’ora che io mi sento assolutamente incapace a concepire e a scrivere correzioni adatte ad un’edizione simile. E, francamente, non penso neppure lontanamente a chiedere a te una tale fatica 645 . Nella medesima lettera del 15 giugno emerge anche la forte indecisione circa la possibilità di scrivere Un anno sull’altipiano , così come Salvemini sollecitava da parecchio tempo. Lussu addebitava la sua titubanza alla propria condizione di salute, che non gli consentiva di dedicarsi alla scrittura per molte ore e alla paura di non trovare un editore propenso a pubblicare un libro sulla guerra, in un periodo in cui vi era il forte pericolo dello scoppio di un altro conflitto mondiale: Per l’idea su un libro sulla guerra ho molti dubbi: proprio molti. Altrimenti avrei già tentato. Per ragioni di regime di cura, io non posso lavorare più di 2 ore al giorno, 3 al massimo, quando sto bene. Per un libro simile occorrerebbe quindi che io dedicassi 7-8 mesi o forse più. Bello volea se, a fatica compiuta, non trovassi nemmeno un editore e il libro rimanesse senza lettori 646 . 645 Cfr. AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 15 giugno [?], ms., 2 cc. 646 Ibidem . 296 Dalla lettera dell’8 agosto 1935 – anche in questo caso l’anno è indicato da Falaschi – si viene a sapere che Lussu cambiò idea e decise quindi di dedicarsi alla realizzazione del futuro Un anno sull’altipiano , dopo aver chiesto il giudizio e ascoltato le impressioni di altri amici. Sulla forma da dare al libro chiese, come accadeva quasi sempre, dei consigli all’amico: Le difficoltà in cui mi trovo mi hanno fatto ripensare all’arcifamosissimo libro sulla guerra di cui tu mi parli ad anni intercalati. Dopo aver risposto negativamente all’ultima tua lettera, ho voluto chiedere l’opinione di amici vari residenti in differenti paesi. Mi è venuto un incoraggiamento generale e l’assicurazione della traduzione in parecchie lingue. Il che mi dà già la certezza che non lavorerò a vuoto. Io dunque scriverò il libro. Spero entro questo inverno. ? Hai tu idee da darmi 647 ? In fondo alla lettera vi è un accenno alle varie edizioni di Marcia su Roma e dintorni , tra cui quella in spagnolo. La tematica relativa all’eventuale edizione spagnola di questo libro, segnalata da Lussu, di cui ora ci si limita a fornire questa breve indicazione, verrà affrontata in modo esaustivo alla fine di questa sezione. A Marcia su Roma e dintorni allude anche una missiva del 9 agosto, anch’essa certamente del 1935, in cui vi è, per di più, un riferimento relazionato alla richiesta di Lussu di scrivere una risposta in inglese a un editore: Ho ricevuto da un editore inglese la lettera che ti mando. Che cosa debbo rispondere? E che cos’è questa short option? Se mi mandi 2 righe in inglese chiaro, le ricopio e le rimando all’editore. Ti prego di rimandarmi la lettera inglese. I diritti d’autore per la traduzione inglese sono, naturalmente, miei 648 . I diritti d’autore, qui indicati, dovrebbero essere, per l’appunto, quelli dell’edizione in inglese di Marcia su Roma e dintorni . La lettera del 18 agosto 1935 – anno segnalato da Falaschi –, chiude il cerchio con le precedenti tre. Oltre ad avvisare Salvemini di aver inviato all’editore la copia della lettera 647 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 8 agosto [?], ms., 1.c. 648 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 9 agosto [?], ms., 1 c. 297 da lui richiesta il 9 agosto e una copia in francese di Marcia su Roma e dintorni , Lussu rinnovò i suoi dubbi concernenti altre modificazione da dare al testo e sulla maniera di impostare la traduzione in inglese del libro. Nella parte finale gli espone il suo punto di vista sulla struttura da dare a Un anno sull’altipiano 649 : Ho mandato all’Editore inglese la copia della tua lettera e una copia francese del libro. La copia italiana te la farà avere Rosselli e tu la manderai direttamente, quando l’Editore si metterà in contatto con te. Perché mi pare che la traduzione inglese non possa assolutamente farsi sulla sola traduzione francese. Ho soppresso, dal testo della tua lettera, la parte che riguarda i capitoli da aggiungere. Non sono molto convinto dell’utilità della cosa. Perché, ad un libro già lanciato aggiungere modificazioni? Non si cambia, sia pure in piccola parte, la sua fisionomia? Comunque, quando tu sarai in rapporto con l’editore, tu farai quello che ti pare e piace: io ti lascio arbitro di fare quello che vuoi 650 . Sulla felice riuscita dell’edizione in inglese di Marcia su Roma e dintorni , ovvero Road to exile: The story of a Sardinian patriot , Salvemini informò pure Rosselli in una lettera del 28 marzo 1936: Appena ho ricevuto la prima copia del libro di Lussu in inglese, la ho presentata a una signora ricca. Quando l’avrà letta, le darò la stoccata. Spero bene. Intanto penso che se avessi da distribuire a persone adatte un dieci copie del libro, potrei tirare altre dieci stoccate. Dovresti provvedere a spedire dieci copie del libro al più presto, anticipando le spese sul fondo Lussu. Io sono certo di mettere insieme una bella sommetta 651 . Per ritrovare altre lettere di rilievo bisogna passare dal 1935 al 1937 e precisamente al 2 agosto del 1937, data di una missiva importante in quanto viene messo in rilievo non solamente il solido rapporto di amicizia che legava Lussu a Salvemini – la somma di cui parla Lussu all’inizio della 649 Su quest’ultimo punto, si veda supra , p. 99. 650 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Assy, 18 agosto [?], ms., 1c. 651 Lettera di Gaetano Salvemini a Carlo Rosselli, da Cambridge (Mass.), del 28 marzo 1936. Si trova pubblicata in Fra le righe: carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini , a cura di Elisa Signori, cit., p. 272. 304 di «The Atlantic Monthly»; la felicità dello scrittore sardo per la certezza avuta riguardo alla pubblicazione dell’edizione americana del libro sulla guerra; la richiesta di Salvemini di inviargli un suo curriculum vitae 665 : Ho ricevuto le tue due lettere (del 16 e del 26 gennaio) e i 100 dollari che hai voluto anticipare sull’articolo di Atlantic Monthly. È perfettamente inutile esprimere ringraziamenti. Tu comprendi di come ti sia grato. Finalmente dunque il libro sarà varato. Anche per Miss Rawson, che vi ha messo tanto lavoro e tanto impegno, sarà un piacere. […] Tu ora mi chiedi un curriculum vitae. È certo, autoredatto […]. Io te lo farò e te lo manderò scheletrico, senza cadere nel grottesco. Poi lo accomoderai tu 666 . Il 19 febbraio Lussu inviò il curriculum vitae richiesto accluso a una lettera, dalla quale si viene a conoscenza dell’avvenuto inoltro dei 250 dollari promessi dall’editore per Your General Does Not Sleep – «I cento dollari che mi hai mandato come anticipo (?) per l’Atlantic M. mi hanno salvato dal fallimento; i 250 dollari che mi ha mandato l’editore, a mezzo M. Ascoli mi consentono di pagare parte dei miei debiti» 667 – e dei nuovi propositi letterari di Lussu, sempre legati all’esigenza di conseguire nuove liquidità in denaro: Le occupazioni politiche mi hanno impedito di continuare il lavoro su Zwingli: ci sarebbero voluti calma e tempo. Con la vita che faccio (e finirò che ricadrò ammalato) mi è impossibile fare un lavoro organico: un libro insomma. Ma credo che potrei scrivere una serie di novelle: racconti e leggende di caccia, per esempio. Li potrei scrivere, volta a volta, con calma e poi curarne in America la raccolta in un libro. La signora Rosselli è disposta a tradurli, volta a volta 668 . 665 Sicuramente Salvemini aveva bisogno del curriculum di Lussu per poterlo aiutare nella ricerca di un posto di lavoro, così come il sardo aveva richiesto nella lettera del 12 novembre 1938. 666 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 11 febbraio [?], ms., 1 c., 667 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 19 febbraio [?], ms., 1 c. 668 Ibidem . 305 Il progetto di scrivere varie novelle, per poi riunirle in un libro, da far uscire in America, è riproposto da Lussu il 21 aprile del 1939, quando avvisa Salvemini di avergli altresì inviato un racconto. Viene indicato, inoltre, il possibile titolo della raccolta: Ti mando la novella che ti ho annunziato. Essa fa parte di una serie di novelle che mi propongo di scrivere: pubblicate ad una ad una in riviste americane, potrebbero essere, dopo, raccolte in libro. Mi propongo farne una cosa legata e non scrivere novelle di vario argomento, staccate. Il titolo generale della raccolta finale delle novelle sarà: "Racconti e leggende di caccia in Sardegna" 669 . La novella inviata in aprile non riscosse probabilmente l’apprezzamento sperato, almeno per quanto concerne la possibilità di una eventuale sua pubblicazione in America. Per questo motivo Lussu riscrisse a Salvemini un mese dopo, il 20 maggio del 1939, al fine di chiedergli un consiglio sulla tematica che poteva essere valutata per i successivi scritti. Emerge ancora una volta la sua riluttanza all’opportunità di realizzare un romanzo: La questione dello scrivere per far dollari è un guaio perché bisogna adattarsi all’ambiente dei lettori da cui si spillano i dollari. Nobilissima ma difficile impresa. Con la novella che ti ho mandato, credevo di aver trovato il filone. […] Invece bisogna fare macchina indietro, a quanto mi scrivi. […] Ma di che scrivo? Posso scrivere novelle di caccia e leggende, con lo scopo di farne un libro? Posso scrivere qualche novella di guerra o d’altro genere? Posso affrontare l’impresa di scrivere un libro sulle mie esperienze dei sanatori di alta montagna parlando (come tu mi hai scritto una volta) in terza persona, cioè (mi si drizzano i capelli) scrivere un romanzo. […] Ti prego di darmi un consiglio, perché non so che fare 670 . 669 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 21 aprile 1939, ms., 1 c. 670 AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 20 maggio 1939, ms., 2 cc. La parte dove Lussu si riferisce alla scrittura di un libro sulle sue esperienze nei sanatori, già citata nel primo capitolo (si veda supra , p. 114), è qui riutilizzata per un’analisi più approfondita delle lettere di Lussu a Salvemini. 306 Da quanto si deduce da alcuni elementi delle lettere successive, egli si dedicò sia alle novelle sia alla composizione di un romanzo. «Io vado in montagna domani o dopo, e, salvo complicazioni, ci passerò tutta l’estate. […] Ne profitterò per scrivere le novelle come tu mi consigli, se ci riuscirò. Te le manderò volta per volta, appena scritte. E te le manderò in inglese» 671 , scrive Lussu a Salvemini il 21 giugno del 1939. E ancora il 29 luglio del 1939 commenta con queste parole a chiusura della missiva: «Ora mi metto a scrivere le novelle» 672 . Altre due notizie in proposito sono da registrare il 23 agosto del 1939 – l’anno non è scritto nella lettera ma è certamente del 1939 visto il chiaro riferimento al Patto Molotov-Ribbentrop – sia per un richiamo a un articolo militare, che dovrebbe essere Un bombardamento notturno – «Ti spedisco quest’altro racconto. È militare, ma è ancora quella vita di cui la mia memoria è piena» 673 – sia per un’allusione a un racconto di caccia, collocata in fondo al testo: «La novella di caccia, ed eventualmente le altre di cui non hai il tempo di occupartene, le potresti mandare all’agente Fles […] il quale mi scrive sempre richiedendone delle nuove» 674 . Il riferimento al libro sulle sue esperienze dei sanatori di alta montagna, al contrario, collega direttamente la sopraccitata lettera del 20 maggio 1939 a quella del 31 novembre 1940 – datazione errata in quanto, oltre a non esistere il 31 novembre, si ricordi che, a giugno del 1940 Lussu era scappato con Joyce da Parigi – nella quale Lussu menziona Kurhaus, scritto rimasto 671 AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 21 giugno 1939, ms., 5 cc. 672 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 29 luglio 1939, ms., 2 cc. 673 Cfr. AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 23 agosto [?], ms., 1 c. Una parte della lettera qui utilizzata per un approfondimento è stata già citata nel primo capitolo. Si veda supra la nota n. 215 a p. 109. 674 Ibidem . 307 inedito e incompleto 675 . Nella stessa lettera lo scrittore e politico sardo chiese un ulteriore consiglio a Salvemini su come piazzare i racconti già scritti e gli altri eventuali da comporre: Di quei tre racconti che sono a terra non se ne può tirare qualcosa? E se io scrivessi altre 3 o 4 cose del genere, d’altro oggetto, e incaricassi l’agente Fles di prepararle in libro per un editore? Credo che Silone per delle novelle ha fatto lo stesso. – Se l’amico americano mecenate non si trova per questa operazione letteraria, non so davvero come tirare avanti 676 . Dopo questa breve digressione verso gli anni Quaranta occorre nuovamente fare marcia indietro e concentrare l’attenzione su qualche aspetto di stampo politico presente in alcune lettere del 1939, ritornando anzitutto alle seconde parti – la prima è di matrice letteraria – delle già citate del 20 maggio e 21 giugno. Nella prima, Lussu elenca a Salvemini i punti relazionati al ruolo che avrebbe dovuto svolgere l’emigrazione italiana, in caso di futura guerra ormai imminente 677 . Nella seconda espone vari aspetti relativi all’unità d’azione antifascista, con repubblicani e socialisti, e al cambio strutturale del giornale di GL 678 . Di stampo politico sono altre quattro lettere del 1939, composte poco dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’11 settembre Lussu riflette a proposito dell’importanza che avrebbe avuto la presenza di Salvemini a Londra allo scoppio della guerra: Tu potrai pensare che hai ben fatto a rimanere in America per non essere bloccato qui dalla guerra. Ma per noi, è stato un vero disastro che tu non ti sia 675 Cfr. AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 31 novembre 1940, ms., 1 c. 676 Ibidem . 677 Per approfondimenti cfr. AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 20 maggio 1939, ms., 2 cc. 678 Per approfondimenti cfr. AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 21 giugno 1939, ms., 5 cc. 308 trovato in Inghilterra, allo scoppio della guerra. Con la tua presenza a Londra, avremmo risolto un mondo di difficoltà, che qui sono insolvibili 679 . Inoltre, egli accenna alla formazione di un comitato nazionale creatosi in Francia, con Lega, socialisti, repubblicani e GL e invita Salvemini sia a creare un comitato italiano negli Stati Uniti, sia a scrivere agli amici inglesi per cercare di ottenere aiuti in favore dell’emigrazione italiana: Se puoi scrivere ai tuoi amici inglesi, fallo, per quanto la grande distanza e la non conoscenza esatta della nostra situazione renda ormai problematico il tuo intervento. Pensiamo intanto che tu, con i vari amici nostri residenti costà, dovresti creare un comitato italiano ed esserne il presidente. Qui in Francia, si è creato un comitato nazionale, con la Lega, socialisti, repubblicani e "G. L.", che rappresenta tutti, ma non può fare niente, neppure salvare i suoi membri da molte noie 680 . Nella successiva missiva del 23 ottobre, Lussu chiarisce la delicata condizione che erano costretti a sopportare gli antifascisti italiani in esilio in territorio francese e gli aspetti più importanti legati ai rapporti diplomatici tra Francia e l’Italia 681 . Sotto questo aspetto occorre quanto meno menzionare un’altra comunicazione di qualche giorno prima, composta in lingua francese, probabilmente per sfuggire alla censura, il 22 settembre 1939 – da una breve lettura si è potuto constatare che l’anno indicato inizialmente dall’ISRT (il 1935) pare impreciso –, la quale svela altre informazioni sulla situazione politica e sull’emigrazione italiana, a poche settimane dallo scoppio della Seconda guerra mondiale 682 . Il 31 ottobre 679 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 11 settembre 1939, ms., 1 c 680 Ibidem . 681 Cfr. AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 23 ottobre 1939, ms., 4 cc. La lettera in questione è stata già analizzata: si veda supra , p. 127. 682 Non si può affermare con certezza che l’anno della lettera sia il 1939 e non il 1935. Lo si può però suppore per la tematica affrontata, ma anche per un’incertezza grafica: il numero 5 sembra, in realtà un 9. Per la lettura del testo si consiglia di cfr. AGS, S.120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 22 settembre 1935, ms., 1 c. 309 insiste con Salvemini perché si metta in contatto con i suoi amici inglesi e si apprende, in aggiunta a questo, delle speranze che nutriva per Daladier e Chamberlain, nella lotta al fascismo. Insisto, […] perché tu faccia quello che ti è possibile con i tuoi amici inglesi, se ne hai ancora. Se non ne hai, buona notte: ci metteremo tutti a dormire. Amici inglesi intendo W. Steed e altri, che certo vengono a Parigi e possono vederci. Io non sono elettore né di Chamberlain né di Daladier: ma la guerra è nelle loro mani. Perciò grido: W Chamberlain e W Daladier! Vale più, oggi, un solo stato, inglese e francese che si batte contro Hitler che tutta la nostra filosofia 683 . Sono solo tre, invece, le lettere del 1940 analizzate. Una di queste è la più volte menzionata missiva che porta la data, chiaramente imprecisa, del 31 novembre 1940. L’importanza di quest’ultima si deve, in particolare, alle informazioni che fornisce su Kurhaus , testo al quale pare alludere Lussu, – ma non lo si può affermare con certezza vista una problematica che emerge in un’altra lettera –, in una precedente comunicazione, inviata il 6 marzo. Da queste poche righe viene a galla, una volta ancora, l’insofferenza di Lussu verso la scrittura di romanzi: Mando ad Ascoli o a Fles 1 capitolo campione del libro che sto per finire sulle vicissitudini della mia vita. Riuscirà come una penosa estrazione di denti e molari. Giuro che non scrivo più libri del genere che mi costano tanti sacrifici e che mi consumano i nervi 684 . L’ultima lettera, che sembra in continuità con le altre due, su cui chiamare l’attenzione, è del 26 novembre. All’inizio del testo si viene a sapere che Lussu aveva inviato a Salvemini un altro articolo sui generali. L’inventario dell’ISRT, riguardo al Fondo Salvemini, la segnala ancora come appartenente al 1935. 683 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 31 ottobre 1939, ms., 2 cc. 684 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 6 marzo 1940, ms., 1 c.. 310 Nella parte finale, lo informa anche di un racconto da lui scritto ma non terminato e andato perduto: Caro Salvemini, Avrai ricevuto a quest’ora l’articolo che ti ho mandato sui generali italiani. […] Non ti ho mai detto che il famosissimo racconto per cui ero sul punto di crepare di emicrania è rimasto in manoscritto a Parigi, e che la padrona di casa, credendolo compromettente per un controllo di polizia, lo ha distrutto. La letteratura italiana non ci perde niente 685 . Quanto sostiene Lussu rispetto al testo andato distrutto è molto interessante e apre dei dubbi anche sullo scritto a cui parrebbe riallacciarsi la precedente lettera del 6 marzo. Difatti, non è chiaro a quale manoscritto alluda Lussu il 26 novembre. Si potrebbe quasi escludere Kurhaus , visto quanto indicato su quest’opera alcuni giorni dopo. Se si scarta, dunque, la relazione con Kurhaus e se, in aggiunta, si ammette il legame con il libro che stava per finire il 6 marzo, quest’ultimo si riferirebbe non allo scritto sull’esperienza di cura in alta montagna ma a un altro libro ancora. Nel giugno del 1941 Lussu era partito con Joyce per il Portogallo per aiutare alcuni compagni antifascisti rimasti bloccati a Casablanca. Il 5 novembre del 1941, in una lettera dove non è specificato il luogo – ma si può presupporre che venne spedita da Lisbona – inoltrata alla Mazzini Society, ma indirizzata a Salvemini, il sardo chiese nuovamente a quest’ultimo il suo indirizzo: Caro Gaetano, non avevo al mio arrivo a Lisbona, e non ho ancora (malgrado lo abbia chiesto nelle prime mie lettere) il tuo indirizzo. Perché, dovendo traversare la Spagna, non avevo niente con me, e gli indirizzi indispensabili per le operazioni logistiche di cui mi occupavo me li ero imparati a memoria. Ti scrivo quindi alla "Mazzini Society" 686 . 685 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 26 novembre [?], ms., 1 c. 686 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 5 novembre 1941, ms., 1 c. 311 Degno di nota è anche l’accenno a un articolo che Lussu volle spedire a Salvemini per farlo pubblicare su qualche rivista americana: Ti mando […] uno scritto che spero ti faccia passare allegramente cinque minuti. In un viaggio che ho fatto, nell’attesa d’un mezzo di trasporto che non arrivava mai, ne ho sentite di cotte e di crude sugli "italiani che scappano". E, non avendo nient’altro da fare, ho scritto questo articolo che desidero dedicare a te. Vedi un po’ se, con la buona traduzione di qualcuno, puoi farlo pubblicare sull’"Atlantic M." o su un’altra rivista 687 . Lussu e Salvemini si erano rivisti, dopo diversi anni, negli Stati Uniti, dove il sardo era rimasto per due settimane e aveva incontrato solo alcuni elementi di spicco dell’antifascismo italiano. Il 17 marzo del 1942 lo avvisò del fatto che si sarebbe recato nella sua Università per incontrarlo 688 . Palesa riflessioni di carattere politico la lettera, spedita da Roma, il 14 dicembre del 1943 – l’anno non è precisato. Si presuppone, per gli argomenti trattati, che possa essere del 1943 – , nella quale Lussu accenna alla situazione italiana e al ruolo del Pd’A che accomuna, per i membri che lo formano, a GL: Il P.d’A. (che è "G.L.") è una cosa seria, e combatte la lotta politica seriamente. E non siamo venduti a nessuno, e non abbiamo casi personali. […] La situazione italiana è quella che è […] Il fascismo non è battuto ancora, e la reazione lavora e manovra. Sono queste le conseguenze di una rivoluzione mancata. Speriamo che nell’Italia del Nord si rialzi il tenore della lotta politica. Speriamo che realizzino conquiste che possano servire di stimolo al resto d’Italia 689 . Di stampo politico è anche quella del 16 febbraio 1944, inviata da Roma, il cui tema dominante ruota intorno alla figura di Alberto Tarchiani e alla decisione di scegliere quest’ultimo come Ambasciatore in America: 687 Ibidem . 688 Cfr. AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, New York, 17 marzo 1942, ms., 1 c. Per ulteriori informazioni sul contenuto di questa lettera si veda supra, p. 138. 689 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Roma, 14 dicembre [?], ms., 1 c. 312 Ora, Tarchiani viene ambasciatore in America: da tutti noi, unanimemente, egli è stato designato. Noi che abbiamo per tanti anni lavorato insieme a lui, siamo convinti che questo, in un momento così difficile, è il suo vero posto: nessuno può fare meglio di lui 690 . Le successive lettere sono da collocare nel dopoguerra. Quelle del 1946, rispettivamente dell’11 giugno e del 29 luglio sono di carattere generale, dunque né prettamente letterarie, né politiche, e si possono leggere nel quadro del profondo rapporto di stima e amicizia, che legava le due personalità nonostante le divergenze di pensiero – si veda, come esempio, la lettera polemica speditagli da Lussu il 17 luglio 1931 691 – sull’impostazione da dare a GL. Salvemini fu uno dei più importanti ispiratori del movimento , dal quale si era via via staccato a causa del cambiamento di prospettive, in seno ad esso, rispetto all’impianto iniziale, principalmente rivoluzionario e aclassista: la ricerca di accordi con le forze della Concentrazione antifascista prima e l’apertura ad intese con i comunisti poi vedevano Salvemini nettamente contrario. Le due lettere del 1946, a cui si è fatto menzione, sono in continuità l’una con l’altra. L’11 giugno Lussu chiede a Salvemini di tornare in Italia, dove gli avrebbero sicuramente offerto una cattedra all’Università, per dare il suo fondamentale contributo alla rinascita del Paese: Ora mi chiedo, che diavolo ci stai a fare in America? Non è anche la tua presenza necessaria qui? Tu dirai: l’Italia mi fa schifo. Ebbene, fa schifo anche a 690 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Roma, 16 febbraio 1944, ms., 2 cc. 691 Per Lussu, Salvemini non svolgeva la sua reale funzione, ossia quella di capo spirituale in grado di conciliare i dissensi e rendere compatto il movimento. Cfr. AGL, Alberto Tarchiani, 1.36.1.8, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, s.l., 17 luglio 1931, ms., 1 c. 313 me, e se tu non hai voglia di tornarci più io stesso ho voglia di scappare. Eppure bisogna star qui a partecipare, anche con azione individuale, alla ricostruzione 692 . Lussu insistette e provò a convincere Salvemini anche nella missiva che gli inviò il 29 luglio: Caro Salvemini, e fammi sapere qualcosa. Come diavolo fai a morire in America? Avrai ancora una decina d’anni di vita attiva e non vuoi rientrare in Italia! […] Un maestro come te, deve ritornare a insegnare in Italia. Per poco che farai, metterai su 20 allievi che saranno persone serie e contribuiranno a rielevare il tono di questa nostra miserabile vita universitaria che è moralmente e scientificamente a terra 693 . Altre tre comunicazioni di carattere generale, scritte dall’intellettuale sardo per Salvemini, che vengono qui semplicemente rammentate, sono le seguenti: una del 15 maggio 1947, in merito a una richiesta di informazioni sul conte Richard Coudenhove-Kalergi; una seconda del 17 novembre 1947, nella quale Lussu fa riferimento a dei soldi che doveva restituire a Salvemini; infine, la lettera del 2 agosto 1948, in cui Lussu gli chiede se ha la possibilità di rintracciare la copia dattilografata del discorso che aveva tenuto al Teatro Valle, nel 1947, all’ultimo Congresso del Pd’A 694 . Lussu venne a sapere, nel novembre del 1949, di rientro dalla Sardegna dove era stato impegnato per le elezioni amministrative, alle quali prese parte anche il PSd'AzS, del ritorno a Firenze e della riammissione all’Università, come decente, di Salvemini. Con queste parole lo scrittore e politico sardo celebra il ritorno dell’intellettuale pugliese il 23 novembre di quell’anno: 692 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Roma, 11 giugno 1946, ms., 1 c. 693 AGS, S. 120, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Roma, 29 luglio 1946, ms., 1 c. 694 Per le lettere del 15 maggio 1947, 17 novembre 1947 e 2 agosto 1948, cfr. AGS, S. 120. 320 ufficiali espongono, palesandoli esplicitamente, i loro giudizi sulla guerra. La proposta di eliminazione di quel capitolo, suggerita da Salvemini, probabilmente persuaso in questo da Franco Venturi, viene avversata da Lussu, il quale, anzi, espone ora tutte le sue perplessità riguardo alla correzione, già effettuata, della prefazione: La tua proposta mi fa venire invece il dubbio se la correzione che tu mi hai fatto portare all’introduzione sia opportuna. Cioè, è opportuno dire che la guerra è stata fatta in tutti gli eserciti allo stesso modo con cui è stata fatta in Italia? O non è più opportuno lasciare l’introduzione com’era prima 711 ? Nella missiva di dicembre Lussu afferma che Un año de guerra era già uscito con quel capitolo: Insomma, io non sono convinto dell’opportunità di sopprimere quel capitolo. L’edizione spagnola (Buenos Aires) è già uscita con quel capitolo. Capisco che questo non è un ostacolo assoluto. Ma vi rifletterò ancora e chiederò il parere di qualche altro amico 712 . Da quanto si legge dalle due missive, qui prese in esame, si può ammettere con assoluta sicurezza, non solo che Lussu era al corrente dell’iniziativa editoriale impostata per l’Argentina, ma anche che il fatto per cui quest’ultima abbia preceduto quella in italiano del 1938 e l’americana del 1939 sia stato un episodio puramente casuale e non dettato da una precisa disposizione dell’autore sardo 713 . Un ruolo determinante nella pubblicazione in lingua spagnola di Un anno sull’altipiano fu svolto, senz’altro, da Oda Olberg Lerda, la quale, in una lettera inviata a Lussu il 28 ottobre del 1945, gli rammenta che «l’Anno 711 AGS, S. 101, Lettera di Emilio Lussu a Gaetano Salvemini, Parigi, 1° dicembre 1937, ms., 2 cc. 712 Ibidem . 713 Cfr. Remo p, Un anno sull’altipiano nella versione in lingua spagnola del 1937 , in «Quaestiones Romanicae» V, 2017, pp. 395-397. [Document text truncated for crawler view.]