Opere di Contardo Ferrini . T. 1
Abstract
V. 5º. Studi vari di diritto romano e moderno : (sul diritto pubblico, penale, etc.) / a cura di Vincenzo Arangio-Ruiz
Full text
OPERE
DI
CONTARDO FERRINI
VOLUME PRIMO
STUDI DI DIRITTO ROMANO BIZANTINO.Biblioteca PixeLegis. Universidad de Sevilla.
A CURA DI
VINCENZO ARANGIO-RUIZ
PREFAZIONE DI
PIETRO BONFANTE
ULRICO 1-10EPI1
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1929
•
PREFAZIONE
Contardo J`
-
errini nacque a Milano il 4 aprile /859,
mori a Suna, ove ¿gli soleva passare l' estate, il /7 olto-
6re /902. 2
-
ra questi due termini, legati al nome della grande
metropoli lombarda e di una ridentissima 6orgata sul Lago
Maggiore, è racciiuso il corso di una breve, ma luminosis-
sima esistenza, di cui la grandezza spirituale è pari all'al-
tezza morale.
L'uomo, il cui nome suona così alto, nasceva di 6uon
ceppo. Suo padre, 2inaldo, era un illustre fisico, profes-
sore al J olitecnico di Milano. Sua madre, Luigia %3uc-
cellati, era sorella dell' insigne criminalista di ,savia, non
estraneo all'avvenire e all'educazione del nipote.
Semplice, ma a un tempo stesso esemplare, si svolse la
sua vita tutta dedicata alla scienza, tutta impregnata di
fede e di amor cristiano.
J assò gli anni dell'adolescenza e della giovinezza tra
Suna e Milano, ove fece gli studi secondari al Liceo %ec-
caria, e a Pavia seguì i corsi universitari.
a
2/ anni,
il
23 giugno 1880, si laureava con una tesi cÓe rivelò su6ito
le sue simpatie per la fresca e diretta indagine sulle fonti.
essa aveva per oggetto l'utilità e e può ricavare la storia
del diritto criminale dai poemi di Omero e di &iodo. £a
tesi era in lingua latina e fu pu66licata l' anno dopo a
J%erlino. Jl successo della laurea fu memorabile e parve
un augurio, cFe il giovane laureato doveva ampiamente
realizzare.
L'a sua vocazione al diritto romano si manifestò imme-
diatamente. c Yei due anni c/je seguirono la laurea fu a per-
/F
'
zionarsi in Cernmania con una borsa governativa e un
premio della (
P
assa di ,72isparmio di Milano. Quivi
¿gli
strinse relazioni intime, clj'e conservò poi sempre da pari a
pari, coi più eminenti romanisti, rappresentanti degli indi-
rizzi
più
vari di questa disciplina sterminata: il grande
storico 2eodoro cl'lomnmsen, il laborioso critico c7llfredo
Jernice, il principe del diritto bizantino, &doardo 2
-
acFa-
r'iae von L'ingent/jal, di cui il Jerrini doveva raccogliere
l'eredità spirituale. tornato a J avia, la facoltà giuridica,
c/je I,' aveva avuto allievo, lo volle a maestro e collega.
¿ e/ /883-84 gli fu asidato l' incarico speciale di storia
del diritto penale romano, nell' anno 84'--85 quello dell' ese-
gesi delle fonti del diritto romano, cattedra c#e nell' anno
successivo vinse per concorso assumendo il titolo di profes-
sore straordinario. Tel /887 un'altra vittoria segnalata
lo
portò col grado di ordinarió sulla cattedra di diritto romano
nell'Università di
Messina,
dalla quale nel 1890 fu tra-
sferito a Modena. JVel 1894', con voto unanime della Ya-
collà di J avia, ritornò come professore di diritto romano
nell'Università
c
h
e
lo aveva educato e cullato e alla quale.
¿gli
aveva sempre aspirato come a sua sede definitiva. La
sua vita divenne, se possibile, più serena, certo più placida;
l'assor6imento negli ideali più cari, la scienza e la fede,
più esclusivo. Jl lavoro e la preg5iera erano a un tempo
stesso il suo compito e la sua gioia. SYon si ricordano
di
Lui altri svagai veri e propri se non le ascensioni alpine,
c/je rappresentavano un' altra forma di lotta non più con
gli ardui problemi della storia, nia con le forze stesse
della natura.
A
Lui, come alle altre anime misticae, pareva
forse sulla vetta dei monti di sentirsi in più intima comu-
nione con
Jiio.
Quando 6ontardo cerrini saliva i primi gradini
del
l'
insegnamento, il metodo critico chic aveva avuto in Malia
un grande e inascoltato precursore, Jlario Ali6randi, fr
. ion-
fava in germania, e l' egitto schiudeva i suoi tesori papi-
rologici.
All' uno e all' altro movimento prese subito parte
intensa il errini, restituendo la figura e le opere dei giu-
reconsulti, applicando il metodo delle interpolazioni, volgendo
in italiano la costituzione degli Ateniesi di Aristotele; ed
è in gran parte merito suo se la scienza romanistica italiana
dalla posizione di ancella salì a quella di maestra. Uf gran
cuore e le armonicfj
-
e doti, lo spirito devoto e pieno di ar-
dore per ogni alta missione, dovevano fare di 6onfardo
^`
v
errini una eletta figura di insegnante del pari c(Je uno
scienziato principe. JYelle nature più elevate, e a un tempo
stesso più temprate al dovere, i due caratteri non vanno
mai disgiunti; ma essi si combinano assai variamente, e nel
, errini lo scienziato Fa il sopravvento deciso. Ciò 6a la
sua spiegazione. Troppo alta era anzitutto in .C'ui la tempra
del!' indagatore, troppo felice era la sua vena e intensa la
sua alfivi/a di scrittore percfj'è la bilancia non dovesse piut-
tosto
pendere dalla parte del creatore cfj'e non da quella
dell'istitutore.
Malgrado la sua preparazione piena,
grado la
la sua rigida attenzione al compito di insegnante e
la sua fluente lucida parola, la tempra del maestro è in Lui
uizanimaznenfe riconosciuta come secondaria rispetto a quella
c!e!1» scienziato, nè attorno a Lui fiori una vera scuola.
`
?
T uifavia fra le ragioni di questa, ebe a prima vista sembra
!'unica inferioritá del €Vostro, noi do66iamo annoverarne
una che ¿a un valore etico e impone il rispetto. ¿gli per-
seguiva un ideale di chiarezza diafana nell'esposizione, sa-
peva porgere e quasi spezzare il pane della scienza in
modo da rendere accessibile a qualunque intelletto la com-
prensione delle dottrine più ardue, e, come era alieno nella
scienza da ogni spirito polemico (caratteristica veramente
singolare in una produzione così vasta), così non ne por-
tava sulla cattedra. C`'iò vuol dire c e il suo insegnamento
-
IX -
riscaldava dolcemente, ma non infiammava: gli difetta-
vano tutti quegli eccitamenti cJe nascono dal mistero e dalla
battaglia,
dal desiderio di tentare la soluzione di pro6lenzi
oscuri, oppure di entrare in lizza e risolvere conflitti di
uomini e di idee. `Un insegnamento come quello del c errini,
ricco di utilità per tutti,
non
spingeva avanti una élite 6af
tagliera e curiosa. Questa eletta coorte doveva formarsi
spontaneamente di coloro che erano veramente i cfjiamafi
a trarne stimolo, più dalla sua attività di scienziato che da
quella diretta di docente. Jn questo senso siamo
tutti suoi
discepola:
l'opera scientifica di
eonfardo
c errini è segnalata per
la sua immensità e per la sua varietà. 3Yessuno 5a a66rac-
ciato così largamente gli aspetti infiniti di questa disciplina
del diritto romano, la cui sfera e i cui
sussidi critici
Fanno
raggiunto una tale ampiezza da stordire. Signore del domma
e della storia, ¿gli lavorò nel campo del diritto pu66lico
e del diritto privato, nella critica delle fonti e nella co
struzione degli istituti, approfondì con severa indagine
scientifica i pro6lemi e fece opera geniale di divulgatore
la
quale completa, si può dire, la sua attività di insegnante,
e rialza questo aspetto fin quasi ad elevarlo a livello della
sua figura di scienziato. Un questa universalità di pen-
siero e di lavoro vi fu un campo quasi suo
proprio,
quello
del diritto e delle fonti 6izanline: in esso ¿gli continuava
l'opera egualmente solitaria e gloriosa di Zachariae
zion
.C'i ngen t/fal.
– –
Cominciò la sua carriera con l' edizione preziosa e la
versione latina di Teofilo e la c5iuse fatalmente con l' edi-
zione pur troppo rimasta in tronco del `Z
r
ipucito e quella
appena preparata dei libri dei J3asilici scoperti dal
Mereati.
.ea sua dolce e pia figura morale è a tutti nota e 5a
ricevuto in tutti i cuori una consacrazione,
cfje
gli confe-
risce un'aureola di santità. Jl suo ritratto fisico quasi lo
dipinge nell'animo e ci piace di riprodurlo dalla bella com-
memorazione cf
j
'e ne fece
V
ittorio Scialoia : " a(on alto di
statura, di membra 6en proporzionate, piuttosto colorito in
volto, di capelli castagni tendenti al 6iondo ; il corpo aveva
2•.'7l
po' l'
atteggiamento dell' uomo avvezzo a stare lungo
lempo
al tavolino; il viso colpiva subito cii lo mirava per
217?
particolare carattere: sotto la fronte alta e spaziosa si
avanzavano sporgentissimi gli ardi delle sopracciglia, cie
facevano profondo riparo agli occ'i diari e soavi, splen-
denti ma non saettanti, c'e rivelavano insieme la grandezza
d
e
ll'
ingegno e la mitezza dell' animo ,,.
^l
pensiero di raccogliere gli scritti sparsi di Contardo
errini
spuntò nel Consiglio della fondazione -
cquglielmo
Castelli.
Sl oi crediamo di rendere agli studiosi del diritto
romano uno dei servigi più segnalati riunendo in una colle-
zione questa immensa congerie di scritti, in grandissima
parte nascosti in atti di accademie, i più quasi ignoti al
pu66lico, e pur così fresc§i ancora al giorno d'oggi.
— XI —
Questo monumento délle sue opere non vuol esser sol-
tanto un omaggio alla memoria di eonfardo ¿Terrini, ma
un prezioso materiale di studio e un documento dell' alta
vitalità del diritto romano.
PIETRO BONFANTE
Escluse dalla nostra collezione sono le opere di cui diamo qui l'elenco
cronologicamente ordinato :
1.
Instilutionum graeca Pa'r
•
aphrasis Theophilo antecessori vulgo tributa,
Berlino, Calvary, 1884-1897.
2.
Storia delle fonti del diritto romano e della giurisprudenza romana,
Milano, Hoepli, 1885.
3.
Diritto romano,
nella collezione dei Manuali Hoepli, Milano, l
a
ediz.,
1885 ; 2
a
ediz., 1888.
4.
Diritto penale romano,
nel Trattato teorico-pratico di Diritto penale
del Cogliolo, Milano, 1888, vol. I;
Diritto penale 'romano, Teoria
generale,
nella collezione dei Manuali Hoepli, Milano, 1899;
Esposi-
zione storica e dottrinale
del
diritto penale
romano,
nel]a Enciclo-
pedia del diritto penale italiano del Pessina, vol. I.
5.
Teoria generale dei legati e dei fedecommessi,
Milano, Hoepli, 1889.
6.
La costituzione degli Ateniesi di Aristotele.
Testo greco, versione, in-
troduzione e note. Milano, Hoepli, 1891.
7.
Il Digesto,
nella collezione dei Manuali Hoepli, Milano, 1893.
8.
Obbligazione,
nella Enciclopedia giuridica italiana (continuazione del
De Crescenzio), 1896.
9.
Basilicorum supplementum alterum,
Lipsia, Ba.rth, 1897.
10.
Manuale di Pandette,
Milano, Soc. ed. libraria, l
a
ediz. 1900.
11.
Delle limitazioni delta proprielr`c fondiaria e delle servitìr prediali,
nel Diritto civile italiano diretto da P. Fiore, Napoli, parte V,
vol. III, tase. 1-IV.
12.
Leges saeeulares ex lingua .sy. iacta latine vertil el adnotationibus
in -
struxit O. Ferrini,
nelle Fontes iuris romani auteiustiniani, Firenze,
Barbera, 1908.
— 2 —
panno negare, com'è
purtroppo
vezzo comune,
nè a lui nè
agli
altri giuristi bizantini
del tempo (1).
Un semplice confronto coi commentarii gaiani basta a per-
suadercene.
Sono quasi innumerevol
i
i passi dove Teofilo segue Gaio,
abbandonato dal testo imperiale, per richiarare acconciamente
quanto in
questo si espone
(
2
).
Il che pub tornare proficuo alla
stessa
critica di Caio. Questo autore doveva essere ben noto
infetti Fil parafraste, il quale insegnava diritto in Costantinopoli
prima che l'imperatore si accingesse all'opera sua legislativa (3),
quando per espressa testimonianza di Giustiniano stesso si com-
mentava ai (lupoJidu il libro di Gaio (4).
Nè
. ì. affatto improbabile che Teofilo siasi anche nel com-
mentare le Istituzioni giustinianee servito qualche volta delle
sue precedenti lezioni su Gaio, come parrebbe risultare e dal-
1'
ampiezza
data allo svolgimento di parecchie questioni arati.
g ua te
e dalla forma conveniente a chi parli di cose in uso
`uttera
O.
E quanto dicemmo dei commentarii di Gaio va, in
(
f
)
Cf. anche i frammenti sinaitici scoperti dal
BERNADAKIS.
La miglior
ed zioric. è quella di
ZACHAIuAE VON LINGENTHAL,
ltlonatsbericlate der Ber•
.11,
'
cdeiiìie.
1881, p. 6'20
sgg.: vedi
LENEL,
Ztsclar.
AS'av. -,S'ti ft.,
2, 1881, 233 sg.
CI
Una
nuova edizione di Teofilo deve tener conto di tutti questi passi.
Ii
primo che ne fece il tentativo fu il
WUESTEMANN,
nella sua egregia ver-
ione
tedesca di Teofilo.
L' HusOIIKE,
nel suo Gaio, ha notato i precipui
incontri con Teofilo. Resta però molto a inda
g
are in proposito, e ogni
dili-
gente
lettore della Parafrasi lo sa.
(
3
)
Cf. l.a.
Const. "
Hace quae necessario ,,.
(
I
)
Cf. la.
Const. "
Omnein ,,, § 1. L' opinione di
FITTING,
e del mio il-
lustre maestro pro
f.
DERNBURG
(Die Inst. des Gai.us,
c.
3, § 2), che, anziché
le genuine Istituzioni, si usasse un compendio non dissimile e forse identico
a quello del codice Visigotico, è certamente infirmata anche dallo studio di
Teofilo. Poichè non solo questo dimostra che celle scuole si dava maggiore
importanza alle opere classiche di quello che generalmente si creda; rna
troviamo perfino disparità di sentenze fra Teofilo e 1' Epitome che fu inserita
nel codice Visigotico, p. es. intorno all' azione che nasce da un legatura
sinendi modo, se reale o personale. Nè importa dire che i commentarii
ge-
nuini contenevano troppe cose antiquate e inutili praticamente per poter
servire ancora come libro di testo : Giustiniano stesso c' informa che nel
primo anno s' insegnavano in gran parte cose " inutili ,,,
[Const. "
Omnem „,
1] : né altro è il significato delle
antiquae babulae
nel Proemio delle Isti-
tuzioni (Const. " Imperatoriam „ , § 3), come anche Teofilo spiega.
(
5
)
P. e. cf. 2, 20, 34 [Gai. 2, 229] ; 2, 20, 35 [G. 2, 232] ;
1, 14
pr.;
4,
6, 33,
ecc.
— S._
scarsa misura, inteso di altre opere della classica giuris-
prudenza (i).
Teofilo dunque , esempio insigne di scrittore sventurato
—
dieses merkwürdige Beispiel eines unglücklichen Schri f tstellers,
come lo chiamò con arguzia felice Hugo
(
2
)
—
ci appare impor-
tante, anche prescindendo dal suo ufficio modesto di parafraste
e commentatore. Infatti :
1.° Egli è il migliore rappresentante , per noi almeno ,
della scuola giuridica di allora.
2.° Egli conferma col suo testimonio e rischiara colla
sua parola non poche cose attinenti al diritto stesso antigiu-
stinianeo.
3.° Egli può essere fonte di nuove scoperte nel campo
della storia del diritto. È innegabile che per questa, in ordine
almeno al diritto privato, si propose buone fonti e le seppe
usare. Hartmann, almeno nei suoi preziosi scritti stilla proce-
dura romana, non ha punto esitato
(
3
)
in questo proposito.
È ora ben legittima la domanda se di un libro così impor-
tante al romanista s' abbia un' edizione che risponda alle ere-
(1)
È verosimile, a mio avviso, che dai commentarii alle XII tavole
di
Gaio traesse Teofilo le notizie non infrequenti nel suo libro intorno alla
legislazione decemvirale. Cfr. p. e. 2, 10, 6, ove parla del testimonio infido
che le XII tavole condannavano ad essere iiuprobus intestabilis [VIII, 22
Schhll], ciò che é tanto più notevole in quanto che tal cenno non troviamo
nelle Istituzioni di Gaio stesso e neppure nei Digesti, poiché in questi si
parla
dell' improbus intestabilis
solo come autore di un
fúìnosum. cas'ìfaen.
[D. 28, 1, 18, 1, cfr. 26 ; 47, 10, 5, 9]. Così 1, 17 pr. troviamo la versione
della legge riguardante la successione agnatizia [V, 4 Sch.]. E che delle
XII tavole avesse larga notizia dimostrano anche passi come questi:
áva
y
vov;
tà tov
hvohExabaTOv
'rlµata
1..11 11TV ovx Evpov tar]T11;
tiS éi
LtQozi-1
S
[1, 17 pr.], — xc i noXl.M
S
ti's i>_ avtov aQovoias 'i
l
i iwnsv ó 8vo8Exci,SeXTos
tàS
otxícq [2, 1, 29 i. f.]. Le quali ultime parole non vanno riferite (col
RH rrZ
nella sua versione [I, 238]) al caso specifico del
tignum iunctum,
ma ad una
serie di disposizioni, dì cui alcune
conosciamo ancora
[VII, 1;
forse
VII,
2; X, 1; X, 10-11]. S' aggiunga poi che i codici di
FABROT
e il Messinese
e il Palatino leggono
no?
n
7vdxLs
y&
Q
z. -r.
7V.:
la quale lezione, manife-
stamente più autorevole, non
s'
accorda coli' interpretazione reitziana. Anche
le etimologie frequenti in Teofilo meritano qualche studio: la fallace dichia-
razione di
aedilis ah adeundo
(1,
2, 7) è in resto (Ep. p. 13), come gentil-
mente m' avverte il prof.
PERNICE.
(2)
HUGO,
Rdm. Rechtsgeschichte, §
414.
(3)
Alludiamo specialmente alla prima parte del libro
Das vihnischr' ('ci,-
lumaci
a1verf'rahren,
p. 148, nn. 217-218: cfr. però 71
MM N. RN, liüu^. f^'C^ , 11,257.
— 4 —
seenti esigenze della critica e rassicuri lo studioso che ha per
le mani un testo fedele alla migliore tradizione paleografica,
senza essere costretto a ricerche aliene per avventura dall' in-
dole dei suoi studii consueti.
La risposta sari purtroppo
negativa:
e per tutti cito l'auto-
revole testimonianza di Paolo Kriieger (1).
Un fatto eloquente è che 1' ultima edizione , quella del
Reitz (non tengo conto di quella fatta in Grecia., che è una
letterale riproduzione di questa), risale a ben 132 anni or sono
(17:11) e che essa, come confessa l'editore
(
2
)
e tra poco vedremo
meglio, non fu condotta coli' aiuto di manoscritto veruno.
^
2.
H^
prezzo dell' opera, crediamo, passare brevemente in
ri-
visti, le precipue edizioni teofilee, rilevarne i pregi e farne
nello stesso tempo notare 1' insufficienza.
Anzitutto va nominata la prima edizione di Viglio Zuichem,
Icbeata a Carlo V (1534). Il testo è ricavato da due
mano-
italiani, il Marciano e il Palatino, e non ostante la sear-
-il i dei sussidi abbastanza corretto. Esso fu ripetuto in tutte
;;I.ceessive edizioni fino a Fabrot.
1
-
,t
due edizioni di Fabrot hanno oscurato tutte le prece.
►
^ ^ti (').
I; omo versatissimo nel greco e nel diritto romano, di
I
)
Krít.
EfSchr., 24, 1882, p. 36 sgg. (nella recensione delle " Nouellae „
i
1.
ZAC.a-IAKIA
Ti:
VON
LINGIlNTFIAL).
(-')
T. 1, p. xx. L' umanissimo editore aggiunge però queste memorande
parole : " certus sum. taln studiosos quam uiros doctos
hac mea editione exci.-
tuluiu i.Ì i
and
consulendos et conferendos codices mstos.,
sine iis placuerit mea
opera sine displícuerit ,,.
(
3
)
1637 e 1656. A torto il
REITZ [I,
p. xv ; II, p. 1123] dichiara essere
la seconda fabrotiana più imperfetta della prima : opportuni confronti coi
manoscritti mi hanno convinto del contrario. Della qual cosa, e anche
della poca diligenza con cui il Reitz si servi della seconda fabrotiana,
parlò assai bene il
CARIO
in un suo manoscritto conservato nella R. Biblio-
teca di Berlino, che porta il titolo
Beschreibung dex Codex Messanensis des
Theophilus. Il
valoroso filologo conchiude [o. c., fol.
2b]
che " das Urtheil
des Ri;rrz über diese [d. h. zweite Fabrot'
selle]
Ausgabe, welches s. 1250
so
lautet ' uariautes secundae uullam merent fidem ' überhaupt sehr modi-
üziert werden muss „.
un'attività sorprendente che si rivelò specialmente nell'edizione
dei Basilici, una delle più grandiose opere del secolo XVII,
era meglio di ogni altro, anche per 1' opportunitk dei sussidii,
atto a tale impresa.
Ma la moltiplicità delle cure che lo assediavano e la fretta
soverchia, con cui soleva notoriamente condurre a termine i
suoi lavori, e il non aver potuto o voluto confrontare i mano-
scritti più antichi conservati in Italia, contribuirono a rendere
il
lavoro notevolmente imperfetto. Lo deturpano inoltre errori
frequentissimi d' ortografia e di stampa ; le note abbondano di
erudizione inopportuna e molesta , le citazioni sono di regola
insufficienti.
Dei sussidii per l' emendamento del testo parlò egli stesso
nella sua prefazione.
Per la prima edizione essi si riducono ai tre manoscritti
della biblioteca reale parigina. Dei quali pregevole assai pare
essere quello che Fabrot dice essere « primus » o « antiquis-
simus », che corrisponde spesso nella lezione col
Messanensis (').
Anche il secondo alla stessa stregua si manifesta di buona
origine ; meno il terzo, «
uas —
continua il Cario nel citato
manoscritto —
in so fern wichlig zu sein schemi als der Codex
manchmals recenlior bei Fabrot heìsst ».
Il
Fabrot non ci dice invece se nella seconda sua edizione
approfittasse o no di altri manoscritti. Il Cario sembra inclinato
a
crederlo per alcuni emendamenti veramente notevolissimi (
2
)
;
ma io ne dubito assai, perocchè, se ciò fosse stato, Fabrot non
avrebbe mancato di avvertirlo nella prefazione della seconda
edizione, e poi la biblioteca reale parigina non possiede oggi
stesso che i tre manoscritti accennati (
3
).
Le mutazioni del testo
nella seconda edizione, là almeno dove concordano nella lezione
col
Messanensis,
credo che debbansi ripetere da u
n.
più accu-
rato esame del «
primus »
o «
antiquissimus ».
Se fosse vera , come pare probabilissima , la, conghiettura
del Reitz, che il manoscritto della Regina (Caterina dei Medici),
(1)
GARIO,
Rescltreibuny,
fol. l
r'.
(2)
Cfr.
Th.
2, 7, 2; 2, 20, 29; 4, 3, 13; 4, 9 pr. cet.
(3)
Nella nuova
segnatura
1343. 1356. 1720.
Cfr.
ZACHAx1AE,
Itcris gr.-
rom. his2oriae delineatio,
p. 26; donde
1110RTxEUm,
His
.
t,oire
da
dr.
byz.,
1,
127.
— 6 —
che il Pithou ha confrontato con un esemplare
della
prima
gotofrediana, sia 1'
antiquissiflius
fabrotiano, s' avrebbe una
prova novella della trascuratezza di Fabrot (
i
).
Perché avrebbe
ben sovente negletto di accoglierne la lezione di solito così
evidentemente sicura, come appare dall'edizione
di
quelle va.
rianti pithoeane fatta dal Reitz in principio del suo Teofilo (2).
Ad ogni modo, se non necessario, é certamente opportuno che
i l
nuovo editore di Teofilo esamini coi propri occhi i mano-
scritti parigini.
A Fabriot successe nell'esperimento Guglielmo Ottone Reitz,
professore di diritto a Middelburg in Olanda. Il suo scopo fu
(
l
ucilo di dare una edizione di Teofilo che riassumesse, per
così dire, tutte le precedenti.
A
tal
uopo raccolse le note , le prefazioni , le appendici
dei precedenti editori : in una serie di
excursus
fece una col-
lezione di quanto era stato anteriormente scritto sulla vita,
sulle opere, sui meriti e demeriti di Teofilo e anche su. que-
stioni parziali intorno ad alcuni luoghi delle Parafrasi. Di suo
Y' aggiunse un' importante introduzione, alcune note, alcuni
e'rv$.rsus ed epicrisi ad
excursus
di altri, un
glossariuìn theo-
phWlinum
e i famosi
Meinorabilia Basilicoruin.
La versione latina
di
Cu zi o , che con varianti era stata adottata pur da Fabrot,
gran parte rifece.
'La parte più pregevole di questo lavoro sono i
Me
►
nora-
? iÌia, Ba,silicorum,
che fanno veramente epoca nella storia del
diritto greco-romano. La versione troppo grettamente pedis-
,e( rna spesso oscura, talora inintelligibile, di rado ha forma
latina. L' avere raccolto tutte le note degli antecessori súoi fu
€'a
tiea
veramente inopportuna, trattandosi di frequente di erudi-
zione
ad pompam
e tutt'altro che solida, di avvertimenti inutili
a chiunque abbia occhi per leggere il testo, di polemiche frivole
ed antiquate. Lo stesso deve dirsi per non pochi degli
excursus.
Lo studio poi di difendere sempre ed ovunque Teofilo dalle
accuse mossegli contro è eccessivo e lo trascina a conghietture,
leI1 ' quali probabilmente egli stesso non fu molto persuaso.
(1)
RnITZ, T. I p. xvi sg.
(2)
T.
I, pp. xLiil-i,x. Le note di Fr. PITHOU si conservano nella Bi-
blioteca di Amburgo. Il Reit
2
ne potè avere copia per opera di irrekell.
t,.
—
7 —
Il testo non fu emendato, come gik avvertimmo, a norma di
alcun manoscritto. Ben è vero che si fe' spedire copia delle
varianti raccolte da Fr. Pithou ed esistenti nella biblioteca
d'Amburgo; ma queste gli giunsero troppo tardi, quando 1' opera
era in gran parte già stampata: e, non conoscendo il mano-
scritto ond' erano tolte, non osó introdurle nel testo. Abbandona
sovente Fabrot per ritornare alla
volgata,
con successo, almeno
di solito, poco felice, poichè i codici parigini, su cui Fabrot
aveva lavorato, sono di gran lunga migliori del Marciano e
del Palatino, sui quali si basava la volgata. Inconsultamente
poi mantenne nel testo una quantitk di glosseni che il Fabrot
saviamente aveva espunto come tali e di cui anche il codice
messinese rivela l'origine tarda e spuria (
1
).
Degli emendamenti
proposti da lui alcuni mi sembrano affatto inutili, poichè
il
testo a chi attentamente lo legga e l' interpunga corretta-
- mente è ivi chiarissimo (
2
),
altri invece meritano conside-
razione (3).
Sono quindi esagerate le lodi di Degen ('t) e di Mortreuil (5),
il
quale ultimo
dice:
quest' opera essere uno dei più bei lavori
critici del secolo scorso. Dal giureconsulto marsigliese si sa-
rebbe aspettato un giudizio più illuminato e corretto.
Ci sia concesso di accennare per ultimo alla versione
tedesca di Wiistemann (
a
),
il quale
y
'
appose note critiche
preziose anche per gli emendamenti proposti, che un editore
di Teofilo non deve certo trascurare. Gia notammo come egli
il primo pensasse a dare in calce il raffronto
coi Commentarii
di Gaio. Così il valoroso e sagace scolaro di Hugo invece di
un' opera di dubbia utilitk, quale la versione di Teofilo in una
lingua vivente, ci avesse dato una nuova e più corretta edizione
del testo
greco!
(
1
)
Cf. p. e. 1, 23, 3 [1, 179]; 2, 2 pr. [1, 2601; 2, 3, 1 [1, 268]; 2, 17 pr.
[ 1, 406] ; 3, 2, 1 [ 1, 541] ; 4, 1, 13 [2, 739] cet.
(
l
)
Cf. p. e. 4, 3, 13 [= 2, 764 11. 1-21.
e) Cf. p. e. 4, 5, 1 [2, 7801; ove
l'emendazione
è
confermata
da.
ciò
che
più avanti segue
[4, 5, 2] : ov /j xuiá;izcoats Éncxív&uvos TO1
S
1caQ1ovcsBv.
(4)
In fine del noto libriccìuolo
Ueber das Zeitalter ... des 17reophilus.
(5)
Ilistoire du droit byzantin,
1, 126.
(6)
Des Theophilns Antecessor Parap1n ase dei
•
Institntianen,
2 Rde. Berlin
1824.
— 8
§
3.
Chiarita così la necessita di una edizione di Teofilo che
risponda all' importanza del libro e 1' insufficienza di quelle
fatte fino ad oggi, vediamo in breve quali sussidii debba met-
tere a profitto il nuovo editore.
Abbiamo parlato de' manoscritti usati da Vigilo e da
Fabrot ; diciamo ora qualche parola degli altri finora negletti.
Alla
Laurenziana
di Firenze si conservano parecchi mano-
scritti di Teofilo, tra i quali secondo la descrizione di Mont-
faucon
(
1
)
paiono assai importanti quelli segnati LXXX, 1 e
LXXX, 2
(
e
).
Un
codice di tarda eth é il
Torinese
162 ; il
Br7i-
xellensis
403 poi, come è noto, non è che una copia del
Pala-
tino.
Quest' ultimo poi , com' ebbi occasione di convincermi
mediante accurato esame, quantunque recente, è correttissimo
e di buona lezione.
Ben più prezioso è il
Codex Messanensis. Nè
fa parola il
Possevinus nel suo
Catalogo de' manoscritti messinesi
(
3
)
e G. F.
B' Orville nel suo « Viaggio siculo
»
(
4
).
Volle il caso che il
mnlzoseritto capitasse in Germania sul principio di questo
seeo]o, dove fu tosto riconosciuto per quello che era
(
5
).
Prima
pe O di renderlo a chi spettava, ne fu fatta per consiglio di
.13Iuhme e per opera del valente filologo Teodoro Cario una
diligentissima collazione , a base di riscontro ponendosi un
esemplare della prima fabrotiana. Questo importantissimo la-
voro si conserva tra i manoscritti greci della R. Biblioteca di
Berlino, ove potei studiarlo.
A
questo volume il Cario univa
un manoscritto intitolato :
Besehreibung des Codex Messanensis
({)
Bi.Ulioth.
bibliothecarnm nona,
pp. 266, 397-8.
(
2
)
Gli altri sono segnati X, 1 ; LXXX, 16; LXXX, 18.
('')p,4t.
(
1
)
Cfr. anche la lettera del D'OavtLLs a REITZ nella costui prefazione,
p. xxuti.
(') Su questo fatto vedi 1' articolo di BLUHME nella
Ztschr. filr gesch.
RS ,
VII, p. 370 sgg.:
Weber die Messina'er Hdschr. des Theophilus.
Questo
articolo contribuì specialmente a rendere noto quel manoscritto ; perfino
autore dell' art.
Thèophile
nella
Bi.ograpltie Universelle
s' augurava che sor-
gesse un editore
di
Teofilo ad
/idem codicis Messanensis,
— 9 —
des Theophilus,
utilissimo
a qualunque studioso del parafraste
greco (1).
Il
Kriiger trasse da questa collazione non poco profitto
per 1' edizione delle Istituzioni imperiali , com' egli medesimo
confessa (2).
(
1
)
Mi pare opportuno raccogliere alcuni canoni ortografici che si la-
sciano facilmente desumere da uno studio accurato del
Cod. Messanensis.
Le voci latine grecizzate sono con poche eccezioni scritte in caratteri
latini : secondo ogni probabilità questo fu il modo con cui le scrivevano i
contemporanei di Teofilo, non essendo verosimile che quest' uso si intro-
ducesse di poi, quando ogni coltura latina era perduta e quando gli ama-
nuensi, come
i
manoscritti e il Messinese fra i primi fauno fede, ignoravano
persino il valore di tali lettere. Notiamo anche come tale uso, normale nei
codici più vetusti [cf. p. e. anche il pallirnpsesto dei Basilici già del Patriarca
di Costantinopoli e ora deposto da
ZACHARIAE
nella R. Biblioteca di Berlino],
sí
vada facendo sempre più raro finché nei più recenti scompare. Anche
codici antichi di autori di tarda età, p. e. dell'Attagliata o di Armenopulo,
non ne hanno traccia. I coevi di Giustiniano dovettero fare per tali voci
a un dipresso quello che i tedeschi del secolo scorso facevano per le fran-
cesi germanizzate. Né solo il tema, ma anche la desinenza, ove 1' alfabeto
il
comporti, è in caratteri latini, p. e. debitoros gen., factu gen,, abstinatenó-
menos [ma factcp, abstinateusoftai]. La desinenza non è grecizzata quando
la forma latina s' è come cristallizzata in qualche espressione tecnica, p. e.
mandati [actio mandati], ma mandatu svor'
i
[p. e. 4, 6, 8].
1
temi latini
in
-or- e -on- sorto attratti dall' analogia dei greci corrispondenti, p. e. tra-
diticon traditionos -ioni -iona : creditcur creditoros cet. I femminili in -a
seguirono la stessa vicenda : publicianul publicianr
l
s cet; pigneraticia pigne-
raticias pigneratici cet. Anche i nomi degli imperatori e dei giurecon-
sulti romani, nonché quelli delle stesse leggi, sono in caratteri latini, almeno
la maggior parte dei casi Augustos Traianos Adrianos (sempre senza H)
Papianos '(sic) Iulianos Celsos : ó vólcoS Aelios Sentios, Iulios cet. Perfino
i nomi romani degli esempii tecnici : Titios, Maevios, Seîos, ó Primos cet.
Fa costante eccezione Xyycitov coi derivati 2
i
'wrsiaw 2 syatcí oc,- cet.: si
ondeggia fra Tj&&xtov [nel ms. veneto delle Novelle spesso per iotacísiuo
(8rxtov] ed edictou. Notevole è finalmente che anche tali voci in caratteri
latini vengono accentuate, naturalmente secondo le regole della prosodia
greca:
Titios Titiu, condicticios, pigneraticía cet.
( 2 )
In.stitat'iones,
Berol. 1867, p. riir : " non minimum adiutus sum col-
latione codicis antiqui (Thi) messanensis, quae Bluhmii mandatu confetta
ah Ang. Theod. Carione servatur inter libros manu scriptos graecos Biblio-
thecae regiae Berolinensis ,,. A questo manoscr. si deve specialmente la re-
stituzione dell'
afinianum
per
sabinianun
Inst. 3,
1,
14 e Cod. 8, 47 (48),
10, 3. Notiamo per incidenza come cr,rprvLávcov sia nell'
Epitome ad Pror/ .
mutata
del codice bodlejano, nel tus. palatino di Teofilo (cîgrrvtávrcov) e in
altri codici greci.
—
lo
Il
codice è del secolo XI, scritto in caratteri eleganti;
ma disgraziatamente mutile. Manca cioè tutto il libro I (ad
eccezione di poche linee dell' ultimo titolo) e buona parte del
libro IV [da 4, 14, 3 in avanti]. Le lacune sono frequenti, di
solito per cagione di omoteleuti.
Chi scrisse il codice
y
'
aggiunse alcune correzioni e alcune
note marginali o interlineari che si riferiscono di solito a di-
chiarazione di voci latine o grecizzate o anche di greche meno
note. Un numero assai maggiore di tali glosseni si deve a un
posteriore correttore del testo, che nella collazione del Cario
è indicato colla sigla « B ». Le correzioni in discorso sono
così classificate nella
Beschreibung
[fol. 20
6
, 21a]:
a)
Correzioni di manifesti errori ortografici.
b)
Restituzioni della lezione volgata.
c)
Correzioni fatte dietro conghiettura.
Le note poi interlineari o marginali spiegano benissimo
I'
origine di molti di quei passi rigettati a ragione da Fabrot
coree glossemi e nuovamente accolti dal Reitz come parte
integrante del testo.
La lezione è di solito assai buona; in molti punti ci si
arre per la prima volta un testo attendibile e vengono con-
`e .
y
rnate
conghietture di editori, specialmente del Reitz.
En altro manoscritto, forse ancora più importante del
certo assai meno conosciuto-, è il Vaticano già
h asil
in,
no.
L' illustre antesignano di questi studii C. E. Za-
elìariae von Lingenthal mi raccomandava in modo speciale un
diligente esame di esso. Cole' intenzione di darne più esatta e
completa notizia
de visu
mi limito ora a ripetere quanto ne
scrive il Montfaucon e): essere un codice membranaceo, di
buona lezione, appartenente al secolo XI — alla stessa età
quindi del Messinese.
Di già il Grundling ne aveva avvertito l' importanza e
consigliava:
quicunique
altea],
eum
(Th.um) uolet edere,
curet
ne
mmas.
uadicani obliuiscatur, cuius Pater Mont faucon meminit
in Diario Italico, id quod a nullo hactenus eorum qui Theophilum
edidere
uisum
aut collatum fuit
(
2
).
Così il Reitz avesse tenuto
(1)
I)iaritl.m italictcm,
p. 216.
(2)
Comme,itatio
de
paraphy. Theoph., §
XI
(Grundlingiana II, 105:
cf.
REnz,
2,
1033).
—
11. —
conto di queste saggie parole ! Ma egli quando s' accinse alla
sua edizione credeva che
nullus Th.us in Iota Bibl. Vaticana
reperiatur (1).
Quale di questi due manoscritti debba mettersi a base
della nuova edizione che si prepara insegnerà soltanto un op-
portuno e accurato esame di confronto, il quale mostrerà anche
se ambo i manoscritti sieno indipendenti 1' uno dall'altro, o se
derivino da un archetipo solo, e, in questo ultimo caso, quali
sieno i rapporti fra esso e i manoscritti recenziori.
§
4.
Se però il nuovo edittore di Teofilo limitasse le sue indagini
ai principali manoscritti della Parafrasi, ci darebbe per verità
un testo corretto e, nella più parte dei casi, abbastanza sicuro ;
ma non isfuggirebbe il rimprovero di avere negletto, almeno
pei passi più controversi, altri opportuni sussidii, e di non avere
risolto alcuni problemi, di cui si toccherà quanto prima , di
gravissimo momento per la critica di Teofilo in ispecie e per
la conoscenza del diritto greco-romano in generale.
È noto come, fatte poche eccezioni, la Parafrasi di Teofilo
si sostituisce in Oriente al testo genuino delle Istituzioni ed
alle altre versioni greche delle medesime.
É questo un fatto dovuto alle doti singolari del libro di
cui si ragiona, e specialmente a quella meravigliosa chiarezza
con cui viene esposta l'evoluzione storica degli istituti giuridici
e vengono trattate non facili questioni. Ond' è che sia nei Ba-
silici
(
2
),
sia nelle opere minori della giurisprudenza bizantina,
(1)
T. II, p. 1033: cfr. però Praef., p. xxII n.
(2)
Cf. Rurrz, 2, 929-943, dove con somma diligenza raccoglie gli estratti
della Parafrasi occorrenti nei Basilici. Vedi arche le osservazioni di
MoR-
TREUIL,
Hist. dai dr. byz.,
2, 68 sg. Lo scolio edito la prima volta dal MA
r
dopo il trattato di Porfirio a Marcella [Mil. , 1816 , p. 65-671 dal Codice
Ambrosiano D, 474 inf., contiene estratti di una versione delle
Istituzioni.
Il
MAI
ne attribuiva 1' origine a Teodoro Ermopolita , il
MORTREUIL
a
ignoto autore
(Hist.,
1, 279: accenna con dubbio a Doroteo e Stefano) : meglio
vide 1'
HAUBOLD
che 1' attribuì a Teofilo. Niuno che istituisca spregiudica-
tamente il confronto può dubitarne. I1 principio però dello scolio fu tratto
d' altra fonte.
— 12 —
come il Prochiro, 1' Epanagoge, F Epitome, il Poema dell'Atta:-
liata (
1
),
l'Esabiblo dell'Armenopulo, occorrono estratti frequenti
e talora assai lunghi di Teofilo , che ponno essere consultati,
con frutto per la critica del testo. Lo Zachariae, il quale con
cortese liberalitk metteva a mia disposizione le sue schede,
ove aveva raccolto i passi teofilini che trovansi nel Prochiro,
nell'Epitome, nell'Epitome ad Prochirum mutata etc., m'invitava
(
i
)
Mí si perdoni se approfitto di questa occasione per richiamare l' at-
tenzione degli studiosi sul manoscritto Ambrosiano di quest'opera edita solo
una volta, e non bene, da
FREnEn :
edizione che fu preparata da
LEUNOLAVIO.
Di quest'opera si conoscono vari manoscritti, fra i quali notevolissimi
i parigini, di cui il MoRTREUII, ha dato notizia copiosa (.). L' Ambrosiano
non è invece conosciuto che per nome, come troppo spesso avviene dei tesori
della insigne nostra biblioteca.
Esso è di greca origine : se ne ignora la precisa provenienza. Fu scritto
sullo scorcio del XIII o sul principio del XIV secolo, come la scrittura di-
mostra. E in generale assai corretto e buono.
Si divide, come tutti gli altri, per titoli. Fino al titolo 19° (neei Eivri-
arEíu,
․
) la originaria divisione non fu ritoccata ; ma da quel titolo in poi
furono cancellati tutti i numeri primitivi , altri sostituiti ; perché s'inseri-
roco nuovi titoli (••) per ottenere un numero assai maggiore. Cosi per es.
il
titolo 18°, che prima dovette comprendere tutto il diritto matrimoniale
a ci
eccezione del dotale, fu poi diviso in quattro titoli, cioè :
ti)'_._ 5tEQi pVÌiatElet
= 3tCQ ì, yá ltwv
,tEQì, XExnATtéVwv yáltwv
zp' = rtEQÌ 21 Een yáhwv.
La cancellatura
fu
eseguita così perfettamente che non c' è modo di
leggero il numero originario : solo
al_
titolo 49° atEQì,
7LQE4E1dJV
si lasciano
Scorgere t.raccie del numero 33 (
X
y') che prima vi stava. Questa basta a di-
mostrarci che originariamente il manoscritto contava 37 titoli, concordando
col Parigino che adotta la stessa numerazione.
L' ultimo titolo è 93 (cpy') e appartiene, come i precedenti dall' 84° in
avanti,
non
al testo propriamente detto, ma all' appendice (TtEQ't StzEtoavvilS
róltov cet).
In corrispondenza a tali innovazioni , fatte verosimilmente dietro con-
fronto di qualche altro testo , furono numerizzati anche gli argomenti nel
ní.vi4 La quale numerazione anche per l' inchiostro e la mano si addimosra
O
tb toire (fu (1roit b!Jzantin,
3, 218 sg.
(•-) Dell'i ucostanza dei manoscritti in questo proposito parla
MORTREUIL :
il
Codice di Breslavia conta 82, il Parigino 2256 invece 41 titoli ; il Leun-
'claviano ne contava 95: altro Parigino ne conta 37.
— 19 —
in una sua
lettera
(7
luglio
1882) a meditare
sul seguente
que-
sito, « Ich hin oft zweifelhaft gewesen oh der Paraphrase (der
Epitome) eine andere Recension der Paraphrase vor Augen
gehabt, oder ob er nur ungesehiekte Auszüge gemacht hat ».
notevolmente posteriore. Nè sempre poi
y
'
ha un perfetto accordo : per es.
il
titolo 69° (ncQ6 áv4rltr1cEW xai ánóvtov atata&xatopévo)v) è nel atíval se-
gnato 68 (vi').
Dopo il titolo
93° 1'
Appendice non ha più alcuna numerazione : in
margine però, ov' è l'intestazione della Novella
7tEQì.
7rQottpl'pec , è la cifra
cp' (90
0
). Che s' abbia a leggere cp
8' ?
Mancano i versi in principio dell' opera che sí leggono nell' edizione
leunclaviana : ed è noto come
ZACHARIAE
non
li incontrasse in nessuuo dei
codici dell' Attaliata da lui esaminati.
La doppia appendice vi si contiene integralmente. La Novella neQI
:tQotrµrjeco s
viene attribuita all' Imperatore Romano. Dopo 1' ultimo estratto
dei Basilici (dirò
tov u' tlt7.. too )43' (3iPMov
-t v Pa6. xEtp.
QtE),
seguono al-
cune linee di scrittura contraffatta, di difficilissima e forse impossibile inter-
pretazione. In principio si legge `O taneivin e nel corso della scrittura due
volte aµravoS ; forse AcytávoS, il nome dello scrivente.
Nella pagina seguente da mano seriore furono scritti alcuni
Canoni pa-
nitenziali
stabiliti sull' autorità di Basilio Magno , colle mitigazioni intro-
dotte da Giovanni il Digiunatore ('Ioiávvr)s ó NsotEVtl'
S
. che fu, come ognun
sa, patriarca di Costantinopoli). Le quali mitigazioni sono accompagnate
dalla clausola µz'xQL IcltéQas
vrlatEllELV xai
SrlQocpayei,v.
Quindi seguono per mano più antica , coeva e forse identica a quella
che 'scrisse il resto del manoscritto ,
i
Canoni di Niceforo patriarca di Co-
stantinopoli. Sono molto abbreviati e incompleti, L' ultimo è quello famoso
che si riferisce alla setta degli Jacobiti , e si legge nel nostro codice in
forma alquanto mutata (•••) così :
[bid,
tovs
daxr
l
tuS
tì &
ti)
S
tu ocpáyov
E
8t& tilt/
évvoítr1v xaì til
y
tot/
èc-c€Qtvov ¿,
ró7,.vciv Éa13(ELV
tuQòv Cínov
civ
E11QE196)66v. áVatQé tEt SÈ ovtos
ó
xuvcñv tò Soy tu -c
(55v 'Iuxo(3rtc;rv xai, ti
l
t/ tcúv TEtQaSrtcúv
aa,QE6rv
Tatto sembra provare che il nostro manoscritto appartenesse a qualche
ecclesiastico e verosimilmente a qualche vescovo , il quale godeva di una
giurisdizione anche civile abbastanza lata. Cosi si spiegano anche le ag-
giunte fatte e pertinenti al diritto canonico.
(-.) Cfr, le eruditissime osservazioni del PITRA, Ires
ecclesiastieum grae-
coru1n,
II, 331.
("") Cogliamo 1' occasione per avvertire come il Codice Ambrosiano
111 sup. contenga una parte notevole di
quel lavoro estratto dal Poema
dell' Attaliata
che è la
,S`ynopsis
minar
o xaià ctoLXEtov, cioè quasi tutta la
lettera A.
Questo sia detto a complemento delle notizie date da
ZACIIAlnIAE
nella sua edizione della
,S`ynopsis. 11 codice è di mano recente, ma corretto
e buono (cfr.
ZACHARIAE VON LINGENTHAL,
Ins
gr.-701^1
.^
Pars
II).
—
14 --
Il
secondo caso appare più verosimile, poiché non ei resta,
traccia né manoscritto di altra recensione della Parafrasi, come
invece ci restano parecchie recensioni dell' Epitome e d' altri
analoghi lavori. D' altra parte il testo teofilino è assai di
frequente troppo prolisso, gli esempii sono in esso accumulati
in copia soverchia : nulla adunque di più naturale che i suc-
cessivi compilatori abbreviassero le parole dell' Antecessore,
tanto più che le opere loro non erano destinate puramente a
scopo didattico, ma anche, e più specialmente, alla pratica
ed al foro (i).
L' esame dei Codici apporterà certamente luce maggiore.
Esso potrà anche insegnare se alcune volte, anziché ad arbitrarii
mutamenti del testo teofilino o a diverse recensioni di esso, le
varianti debbansi attribuire a qualche altra elaborazione greca
delle Istituzioni, come giù il Reitz aveva conghietturato (2).
§
5.
l^u lodevole pensiero quello del signor Simon della ditta
`'n 1 ì-a r y e C. di Berlino, che generosamente si dichiarò pronto
ì_la nuova edizione di Teofilo, quello di pubblicare un'edizione
del
testo colla versione a fronte, una del solo testo e una della
versione, naturalmente latina. Così il libro pub essere atto
11' uso di ciascuno, anche dei pratici e delle scuole. E se la
versione riuscisse chiara abbastanza e fedele si potrebbe spe-
ri
m
entare se è vero quello che Zachari , von Lingenthal dice-
vami un giorno e che io credo fermamente, essere cioè la
Parafrasi di Teofilo il libro migliore per gli studiosi incipienti
di diritto romano.
(')
Cf. p. e. Epit., XXII,
con Theoph. 1, 9, 1 sq. — Una prova
tuttavia che esistessero altre recensioni della Parafrasi crede il WUESTEMANN
(Des Th.
A.
Paraphrase,
1, vii e 2, 327 n.) poter dedurre da Th. 4, 4, 10
cf. con Bas., ed Fabr., IV, 280.
(
2
)
2, 934, Pensó anzi — ció che ora non possiamo più ammettere
a una versione greca di Gaio. Cf. ora sul
passo in questione MORTREUIL,
Rist.,
2, 100.
La Parafrasi di Teofilo ed i Commentari di Gaio
e).
Come abbiamo già avvertito in un lavoro presentato
a
questo Reale Istituto
(
1
),
le ricerche più interessanti che si
possono fare rispetto alla; Parafrasi teofilina sono quelle che
concernono i suoi materiali
(
2
).
Imperocche, mentre per tal modo
si giunge a determinare viemmeglio 1' autorità dell' opera di
Teofilo, si ottengono conseguenze non irrilevanti per la critica
delle fonti in generale
(
3
).
Fra questi materiali di maggior
momento sono quelli tolti dai Commentari di Gajo. È prezzo
quindi dell' opera segnare i rapporti di essi colla Parafrasi
di Teofilo.
A tale intento proviamo che :
1.
Teofilo si servì dei Commentari di Gaio
quasi esclu-
sivamente
come fonte per la storia del diritto ;
2.
Teofilo scrisse secondo ogni verosimiglianza una ver-
sione greca dei Commentari di Gaio prima che si pubblicas-
sero le Istituzioni imperiali ;
3.
Di questa versione ci sono conservati parecchi fram-
menti nella Parafrasi delle Istituzioni di Teofilo ; in quasi
(
l
)
[Nota presentata dal M. E
A.
BUCCELLATI
e letta al R. Istituto
Lombardo nell' adunanza del 17 maggio 1883: pubblicata nei
Rendiconti,
ser.
II,
vol. 16, p. 565 sgg].
(')
Rendiconti,
ser. II, vol. 16, 1883, p. 56 sgg. [—
supra,
p. 1 sgg.]. Di
questo lavoro comparve un ben fatto sunto tedesco nel giornale
Philologi-
gische Wochenschrift
di questo anno, col. 509.
(
2
)
I
testi dl Teofilo arrecati in questo lavoro sono conformi alla nostra
edizione di questo Autore che é in corso di stampa a Berlino presso Cal-
vary
e
C. e che uscir, entro 1' anno venturo. [Fu poi pubblicata in due
volumi, editi rispettivamente negli anni 1874 e 1897].
( i
)
Vedi quanto abbiamo esposto nel citato lavoro, p. 566 sg. [=
supra,
p.
2 sg1.
—
16 —
tutti quei passi cioè in cui le Istituzioni s' avvicinano al testo
gaia no.
1. Cominciamo dalla prima tesi. I1 Dirksen, uomo dot-
tissimo ed operoso, che tanto si rese benemerito della scienza
delle fonti del diritto romano, aveva, più che compreso, intuito
che Gaio avesse dovuto servire a Teofilo come principal fonte
per le notizie storiche di diritto romano
(
1
).
Se non che l'
il-
lustre professore di K inigsberg non s' attenne a questa sua
idea, e anzi pii tardi se ne pentì e si ritrattò
(
2
),
dicendo che
Teofilo doveva avere attinto non a un determinato autore, ma
alla tradizione scolastica, tradizione che esisteva anche ai
tempi di Gaio, il quale pure ne dovette approfittare.
La prima intuizione dovrà, noi crediamo, mantenersi ve-
race. Ninno al certo vorrà negare 1' esistenza di quella tradi-
zione nelle scuole giuridiche romane , e meno ancora lo si
vorrà dopo le sagaci osservazioni del Dirksen su questo argo.
risento ; ma si potrà legittimamente dubitare che essa siisi
trasmessa così completa e così pura fino a Teofilo, quale
apparirebbe dalla Parafrasi dell' Antecessore. Si può egli cre-
d ere che in quelle scuole così decadute, quali le dipinge la
Costituzione « Omnem », abbia poputo mantenersi vivo 1' inte-
Pesse per nozioni di ninna applicazione pratica , e piena la
M'O
memoria , se non vi fosse stato un libro , con cui tale
tradizione si fosse per così dire incorporata ?
E che diremo poi se ci constasse, come consta certamente,
che un libro servì per più secoli di testo scolastico fino a
Giustiniano e che quel libro furono i Commentari di Gaio ?
Ma il dubbio diventerebbe scetticismo dopo un raffronto
anche superficiale dei due testi. Teofilo non solo ci porge
quelle notizie storiche che si leggono in Gaio, ma le porge
colle stesse parole, traducendo
verbo tenus
quanto questi espone.
Noi potremmo moltiplicarne gli esempi; ma ciò sarebbe affatto
superfluo , bastando che noi citiamo i passi precipui in cui
(')
Citili;t%clte Abhandlun.gen
Kónigsb , 1820, 1, 233 sq.
(
2
)
Versuche zur Kritik nnd Ansleguny der Quellen,
p. 206 sg. I1 MYLIUs
(Historia Tlreoph li,
p. 26) aveva già prima della scoperta di Gaio, divinato :
" uìdetur in primis deliciis illi (Th.) fuisse Caius (sic) iurisconsultur ,,.
Non accetteremo le mal ferme ragioni che il
MYLtus
arrecava
in sosteguo
del suo giudizio ; ma il giudizio era corretto e rimane.
-
17 -
tale incontro si trova
(
1
).
Tuttavia per meglio confermare quanto
diciamo non vogliamo omettere di riscontrare qualche passo
scelto a caso :. •
rlv(xu tío.
Évvoµa
avvSclálrl 13-el
T(i)
Éñ.EVO"EQ01111ÉV(p
o1,1tÉtTl, ÚJStE uvtòv
xal vatEQ¢ERTIxÉVat tòV Ì^
^
Évtavtòv
xaÌ,
IxEt
y
g
7t'
avtòv
tòv
S
E
Oatótrl
y
tiTly
E"vvoµov 8E6atotE(av, tovtÉett
tò
ex
iure
quiritium, illEVT;EQovto SÈ
xal
ò
oixétós f
l
uindicta censu
testa-
mento,
atátlos SÉ
varÉxetto, atávtw
s
ó
>;XEV1
g
EQ0111tEVOs
Éy(vEto
atoMtTls Qco-
Ita
l
os
(Th. 1,
5, 4).
G. 1 ,
17: "
in cuius persona
tría haec concurrant ut maior sit
annorum XXX et ex iure quiri-
tium domini et insta ac legitima
manumissione liberetur, id est uin-
dicta aut censu aut testamento
(si in nulla turpitudine sit seruus
G. 1, 16), is ciuis romanus fit „.
E con espressioni affatto gaiane Teofilo ci discorre del
pleno iure dominium » (Th. 1, 5, 3 ; G. 2, 41) e del « duplex
dominium »
(&
j
L
q
ótspau bEaltotE6at
ibid. ; G. 1 , 54) = ex utro-
que iure.
Ecco un altro esempio non meno opportuno tolto dal libro
1°, dove s'avvertirle anche come la serie « iterum ... rursus .. .
tertio » fu pur mantenuta nel testo greco « 8E,15-reQov ... acta
y
.. .
tQítov » :
ó
l)Éóos tòv
nona tov
arat^òs.. ,
xal ovtcos
varE5o56toC,
> y(-
VETO
ò
ata6s to1J 搢or) (7)C,
Éy tálEt
Soaov,
ó
ItÉaos 1l2^EVi)ÉQov
tòv
7(a15u
uindictg xcxxEl,vos ata)nTlpá) ttvt tóyq)
txvÉt@ExEV E6S
tò t°17/
7tutQós
in
pote-
staté. Éat(n(aaxEV uvtòv tó SErStEcoV
xutà
tòv 0.1)tòV
tpóatov xui
ó Áa(3(,3V
mancipat pater filium alicui
(a
paren
tib
as
man ci
pa ti
se.).uovum
loco
constituuntur
G.
1,
123) :
is
eum uindicta manumittit: eo
facto
renertitur
in
potestatem patris
is eum
ilerattn,
mancipat uel eide)n
uel al:i... isque eutn postea simili-
ter uindicta manumittit; eo
facto
(
1
)
Ecco l' elenco di questi passi : 1, 2, 7 (G.
1,
6) ; 1, 5, 3 (G. 1. 16,
sg.
)
;
ibid., G. 1, 13
sq. ;
ibid., G. 2, 40
sq.;
2, 88, 3,
166;
1, 6, 4 (G. 1, 18, 20) ;
1,
11, 3
(6 dvrl(3oS avte;.
x. T. %,,.),
[G. 1,
10'2]; 1,
12, 6 (G. 1, 132, cf. 1, 109) ;
2,
1, 25 (G.
2,
79) ; 2, 1, 40 (G.
2,
21) ; 2, 10
pr.
(G. 2 , 101
sq.) ;
2 ,
13 pr.
(G. 2, 124) ; 2, 20, 2
(G.
2, 192
sq.) ;
2, 22
pr.
(G. 2, 225
sq.) ;
2, 23, 1 (G. 2,
285 et
fere haec cet.) ;
2, 23, 3 (G.
'2,
252) ; 3, 12
pr.
(G. 3, 78
sq.) ;
3, 15, 1
((Me(
tò l.tv "
spondeo „
cet.) ; [G.
3,
931;
3, 21 (G. 3, 128
sg.) ;
4, ('J, 15 (G.
4,
18;
4, 6, 13
(G.
4, 44) ; 4,
12
pr. (0-.
4, 111, cf. 3,
159);
4,
1.
5
pr.
(G. 4,
141) "
nec tamen cet. „ : ov tÉ
N
,vcnv
x.
t, X. ;
4, 15, 7 (G. 4, 160) ; 4,
10,
2 f.
(G. 4, 86).
C.
FrÍ
RR1NI, Scritti
Gieridici,
I.
— 18 —
9,E1,0ÉQoU avtòv uindictrr. iui nú),tv
ú
QQ
1"rtu) î.óyg1
v7tÉ6t(jE(pEv
ElS tì
i
v
ToU`
:rcutr,ò5 15TESOU6tOt1lta.
ÉTIÌILQC1.6tEV
üÚTÓV
Tò
tQ6TOV %u6
ate)
StE2,15EtO
tò
in potes tate,
i
I
XEU19EQovTO Sè ui ndictcx
xr^i
^ylvETO
u1itE5o1566os (Th.
1, 12, 6).
rursus
in
potestatem patrís reuer-
titur:
te
p
tio
pater eum inancipat...
eaque mancipatione desinít iu po-
testate patris esse... (G.
1, 132).
Ci pare pertanto di potere a, buon diritto sostenere che
Teofilo attinse direttamente da Gaio. E , diciamo , dal Gaio
ge n u i u o
non da quella barbara e caotica scrittura che s' inti-
tolò molto a torto
Epitome Gai,
la quale
fu
compilata circa
un
secolo prima di Giustiniano in qualche scuola d' Occi-
dente
(
1
).
Le differenze infatti che corrono fra le notizie sto-
riche dateci dai due testi non sono né poche né lievi. Ecco
alcun esempio :
L' Epitome dice
che
il servo manomesso diventava citta-
dino romano , se la manumissione avveniva « testamento aut
in ecclesia
aut apud consulem » (Ep. 1, 1, 4) ; mentre Teofilo
dice ancora « j uindicta i'
censu
i) testamento » (Th. 1, 5, 4).
Teofilo dice che da un
legatura
sinendi modo
nasce una
azione personale, come dice anche Gaio (2, 213) : ed a ragione,
poiché questo legato ò una sottospecie del
legato
per damna-
tion+.em
(Th. 2, 20 pr.). Invece 1' Epitome dice che da tale legato
sorge un'azione reale (Ep. 2, 5, 6).
Ciò risulterk anche più chiaramente da quello che ora
esporremo.
2. 3. Abbiamo detto che Teofilo deve avere parafrasato
in
greco i commentari di Gaio. Con ciò non vogliamo dire
eh' egli avesse anche pubblicato tale lavoro ; sosteniamo
sol-
(
1
)
Non possiamo ammettere col FITTING
(Ztschr. f. RG, ,
XI,
335), col
DEGuNroLn e l'egregio prof. CATTANEO, che ricordiamo con stima affettuosa
e riconoscente (nelle sue note al DERNBURG,
Ist. di Gaio,
p. 129), che l'opera
fosse compilata per la scuola di Roma. Le prove recate in favore di tale
ipotesi sono troppo deboli di fronte alla prova contraria che si deduce dalla
barbarie di quella compilazione. Propenderei a credere che il libro abbia
avuto la sua origine in qualche scuola di Gallia o di Spagna, scuole li-
bere dove insegnavano spesso maestri di ben dubbia capacità .(cfr.
Const.
"
Omnera ,,, § 7.
II
libro ebbe certo
in
quelle provincie molta diffusione ; ra-
gione per cui fu assunto nel Breviario visigoto. Se non m' inganno, origine
e vicende consimili ebbe la " Lex syro-romana „ che é quasi coeva
all'Epi-
tome
colla quale presenta qualche analogia.
—
19 —
tanto ch'egli dovè averlo compiuto per uso della scuola, quando,
prima dell'edizione ufficiale delle Istituzioni, commentava Gaio
a Costantinopoli , e che dové incorporare poi parte di questa
sua opera nella sua Parafrasi delle Istituzioni stesse. E per
vero non ci sarebbe possibile spiegare altrimenti alcuni fatti,
che sono degni della meditazione attenta dello studioso.
Noi troviamo mantenuta in Teofilo una quantità di osser-
vazioni e di note che si leggono in Gaio e che furono omesse
dai compilatori delle Istituzioni imperiali. Noi troviamo inoltre
che, in quei luoghi in cui il testo delle Istituzioni s' avvicina
al galano , Teofilo abbandona
quasi di solito
il primo per se-
guire le parole del secondo. È ben naturale il supporre che
egli abbia conservato in tali passi il suo commento su Gaio,
senza badare alle differenze introdotte nel testo imperiale,
differenze più di forma che di sostanza. L' importanza di tale
affermazione esige che noi la corrediamo di numerose prove.
Queste si ponno classificare a un dipresso così :
a)
Osservazioni che si leggono in Gaio e che furono
omesse nelle Istituzioni imperial',
nia
conservate in Teofilo (1).
Th. 1, 12, 1 : 1)co
yd()
ú
y
v ó 8vvatuu tE O1 LOC
etvai tov peregrínu. Cfr. G., 1, 128 : « nec ením ratio patitur,
ut peregrinte condicionis homo ciuem rolnanum in potestate
habeat ». E
poi:
peregrinos yùQ (7)v iinElovawos
Flv€L 1)w iuCo'u ov
hi5vuta. _ « ratio non patitur ut peregrine condicionis homo
in
potestate sit ciuis romani parentis».
Th. 1, 20 pr.: os (11n -QoJeos)
Éx
(
2
)
tot voltoS tov too FvOóvta;
?kyetat
atilianos. Cfr. G.,
1,
185: « qui atilianos tutor uocatur » (3).
Th. 2, 6 pr.:
¿LXÀà
ravtu
µuv
ó
wcSExc Àto5.
G., 2, 42 : « et
ita lege XII tabularum cautum erat ».
Th. 2, 13, 2 : 13attc vó tos xatà ttí
l
in atv
tcT
y
v
postiímo)n exhe-
redatus
avtovs sLce yevéalui, tot tòv µuv Fxyovov
nominatim
[tily 8s
lxyóvnly
nominatim]
(
4
)
inter ceteros µEtà Mo
—
Ecog
?f^-
(
1
)
La poca importanza scientifica di tali aggiunte é, come ognun vede,
tutta in favore della nostra tesi. Tanto meno tali aggiunte erano necessarie
od utili e tanto meno é supponibile un incontro fortuito.
(
z
)
Cosi il ms. palatino, gli altri
: vedi la nostra edizione ad 11. 1.
(3)
Atilianòs In(i.tQotos) occorre pur nei frammenti sinaitici ; fr. 15°
(ediz.
ZAcHARIAE,
l-erliner Beric_hie,
1881, p. 647).
(4)
Queste parole, omesse nei manoscritti e nelle edizioni per ragione
evidente di omoteleuto, ho restituito nella mia edizione dietro il testo dì
— 20 —
^/ù-Col) Cfr.
G.,
2,
134: « in qua (lego) simul exheredationis
modus
notatiti ut
uirilis sexus
(postumi)
(
1
)
nominatim , femi-
n.ini nominatim uel
inter
ceteros exheredentur, dum tamen
jis,
qui
inter
ceteros exheredantur, aliquis legetur ».
Th.
2, 16, 3: ovtco
ycx
Q
ysvoE.Lv11c tfls pupillarías (vnoxata-
(SturE(.I))
ENEL
t0 C'n'Elelf30Q.EVTOV 0 JCaLS.
OvtE
ya@
neQLOVt05 avtot tov
;Taro(); aL(301)2,E11EtUL iL( t() c
aa
aV xEx2,E1 1 UL ti1V FiLa19r}x11V,
011tE
ELEt^ì
tEi.EUtì^ y
Tov
jrutQò,;
cet. Cfr. G., 2, 181 : « nam uulgaris
sul
►
stitutio ita uocat ad hereditatem substitutum, si omnino
papillas heres non extiterit ,
quod
accidit
cum
vino
parente
moritur, quo caso
nullam substituti maleficium suspicari pos-
~aus , cuan scilicet uiuo testatore omnia quae in testamenti
scripta sint ignorentur » .
Th.
2, 19, 1 :
1,1,1
y
E1
µhv
dv1!(3Q16toC
ó
tEXEVTA(5“ ,
11 U xñ.11Po-
vo
t
Lí c Lcuc urgdaxFtu L
oi)xérL
7,.Eyóvtcov 1xE Lvcov cet. G., 2, 154: «
ut
ignominia quae accidit ex uenditione bonorum hnnc potius
heredero quam
ipsum testatorem contingat ».
Th. 2, 20, 27 : Fotco llt tQoaroS tov
É toi)
g
ictibòS ó dcQ )tos £Qxó-
e
.
.vos nl ti
l
o É tì1v x113Elav.
Esempio omesso nelle Inst. imp.,
mar che si legge in Gaio 2, 238.
Th. 2, 8, 2, spiega come il pupillo non possa, ricevendo
il pagamento senza 1' autorità del tutore , liberare il debitore
per la ragione ch'egli non può alienare cosa alcuna e per con-
seguenza nemmeno l'obbligazione : Ei
yac
sYnontEV astrasQ46SaL
t()v ¡QEG)(ît11v lxnoL(T)v
tr
l
y
ó pílpillos É
C v
2,aq
Oc(
VEI.
ro
xQE0s sine tutoris auctoritate, dareQ
xE}co
'
)ÀvtaL.
La stessa
spiegazione è data da Gaio (2, 84) : « quia nullam obligatio•-
nem pupillus sine tutoris auctoritate dissolvere potest, QUIA
NULLIUS
REI
ALIENATIO
EI
SINE TUTORIS AUCTORITATE CON-
CESSA
EST
».
Th. 3, 19, 13, sulla stipulazione
pridie quam moriar aut
morieris :
?.¿Xe11atoc 1
5
1 ? tEQUJt11o1s v611Qxs S
Là Te)
EiS
post mortem
ctivcíyEcfaL
-re)
pridie. ti
l
o
v&Q
ttQÒ
µKcs
tE2E1Yal
yLVCf)axoµsv.
Cfr. G. 3,
100 : «
stipulaci non possumus cet, quia non potest
aliter intellegi pridie quam aliquis morietur, quam si mors
secuta sit ».
Gaio. I codici laurenziani LXXX, I e LXXX, 2 sostituiscono :
tás
6è Ov-
yuté
Q
as xai. zoiis éxyóvovs ; ma è senza dubbio g
l
ossema di
qualche
seiolus
ingannato dalla falsa analogia di quanto si dice più sopra 1, 13 pr.
(
1
)
Omesso nel palinsesto e supplito dal KRUEG IIR.
Note
critiche
al libro IV
dello
Pseudo=
Teofilo
e).
È git stato osservato come i giureconsulti bizantini coevi
a
Giustiniano sogliano ricordare ancora le antiche
verborum
conceptiones
del processo formulare. Questo non si può spiegare
col supporre che tali formule si conservassero più o meno
rigorosamente ne'
libelli
del processo straordinario
(
1
).
Erano
infatti passati ben due secoli da che Costanzio e Costante ave-
vano ordinato
(
2
)
:
« luris formulae aucupatione syllabarum insidiantes cun-
ctorum actibus
RADICITUS
amputentur. »
E si può ben credere che questa legge togliesse anche gli
ultimi residui delle antiche formule, che avessero potuto man-
tenersi nel processo straordinario, che da Diocleziano in poi
era, dopo continue conquiste, divenuto esclusivo
(
3
).
E tanto
più si può credere tutto questo, quando vediamo gli atti
ridici in
in genere di quel tempo a noi rimasti tanto dipartirsi
dall'antica solennith di parole, e quando negli scritti stessi de'
giureconsulti or nominati troviamo non di rado concepiti
in
tutt' altra maniera gli atti processuali, ben lontana dall'antica
uniformit , brevith e precisione.
Si deve qui pure risalire ad uni fatto, del quale non s' ò
forse ancora avvertita la, grave importanza e la molteplicitá
delle conseguenze — alla tenacith, voglio dire, della tradizione
(%) [Nota letta al R. Istituto Lombardo nell' adunanza dell' 11 dicem-
bre 1884: pubblicata nei
I?endiconti,
s.
II,
vol. 17, 1884, pp. 891-9021.
(1)
Questo pare faccia il
LENEL, Edie/itin
perpetuum,
p. 224 [3.
a
ed., 2801.
(2)
Cod. Iust_ 2, 57 (58), 1.
(3)
Cod. Iust. 3, 3, 2 e 5. Cfr.
KELLER,
Der rcurisclre ('irilpror
c
r
e
ss,
ed.
p.
5. 397.
— 28 —
scolastica. La quale (9si fa sempre manifesta, quanto più
si conoscono e si studiano i monumenti giuridici di quella età.
Poiehè
adunque nell'epoca classica l'insegnamento del diritto
si
riferisce alle formule processuali o proposte nell' albo pre-
torio o consacrate dall'uso, anche dopo il tramonto di quelle
formule si continuò nelle scuole a riferirsi ad esse.
Le ragioni di questo fatto sono diverse. Anzitutto la cono-
scenza di tali formule era necessaria per intendere i libri stessi
di diritto commentati nelle scuole, i quali le presupponevano
continuamente.
Il testo elementare allora in uso, cioè i Com-
mentari gaia
ni,
espone anzi la dottrina: delle
formule
e della
loro concezione. S'aggiunge che queste formule, facili a rite-
nersi per la loro energica ed elegante brevità, si prestavano
egregiamente per fissare in mente
le
.
dottrine giuridiche, che
a I Ie
singole azioni ed alle rispettive obbligazioni si rapporta-
vano. Se poi, oltre a tutto questo, si ricorda la tendenza con-
servatrice, che predominava nelle scuole, non farà meraviglia
colme i coevi di Giustiniano
i quali poi avevano notizia delle
funti
classiche nella. loro integrità
abbiano avuto rignardo
i
ud
turo
insegnamento alle formule dell'antico processo.
Mentre però gli altri giureconsulti solo per incidenza ram-
¡lumiauo queste antiche formule, la Parafrasi dello Pseudo-
Teofilo vi si riferisce continuamente: e non solo ne riporta
,i o to a
copia, ma
si può dire che in via ordinaria le presupponga,
;1 He
va
n
rhe espressioni del testo latino sostituendo tali, come lva-
"r o.,
7
1"
1
(intentio) e xt cc bo} (condemnatio), che designano le parti
delta
formula. antica. Nessuna meraviglia, però, quando si pensi
che a base dia. qucll' opera sta un
xutà
tórSas
di Gaio e che
colui ehe
a
ttentamente rilegge con ,sguardo critico il 4° libro
dello 1'seudo-Teofilo vede trasparire mutilato e rimaneggiato,
ut0 riconoscibile ancora, il quarto commentario del vecchio
maestro, co'
numerosi
commenti di cui i' aveva adornato la
seuula. hl se
buona
parte delle formule accolte in quel libro
cimase inosservata dai precedenti editori e traduttori della
(')
Sappiamo che Muovi studi e osservazioni in proposito si conterranno
in
un
prossimo lavoro dello
ZA CHA RIA E V. LINUENTHAL, "
Sulle
clissensiones
de' giureconsulti coevi a Giustiuiano ,,. Ci auguriamo che la desideratissima
pnbbl icazioue non debba a lungo tardare. [Cfr.
Ztschv. &w.-St. ,
VI ,
1885 ,
R. A
.
, p. 1 sgg., e la recensione del
FERRINI iu
fine di questo volume].
29
•
—
Parafrasi, come tra poco vedremo, non va data loro
o gran colpa :
troppo scarse erano allora le notizie sulla
conceptio formularum,
perché potessero intendere rettamente quei passi, che vi ave-
vano attinenza. Alcune di queste formule sono anche in Gaio :
le altre derivano certamente da' commenti. È pertanto nostro
proposito di rintracciare parecchi di questi passi rimasti inos-
servati, perché dagli editori male interpunti e peggio tradotti,
di ricordare quelli già osservati , onde s' abbia a riconoscere
di quanta utilità pub essere la Parafrasi e per la conoscenza
dell' antico processo e per la palingenesi de' formularii dell' E-
ditto. Quando noi dimostreremo 1' attendibilità di buon numero
di formule potremo inferire che si deve prestar fede anche
alle altre, di cui non si saprebbe indicare con altrettanta si-
curezza la fonte.
Ed è questo forse uno de' pochi appunti che va fatto al-
l' opera maravigliosa di Ottone Lenel sull'
Editto perpetuo :
di
avere cioè fatto troppo poco conto delle fonti bizantine in ge-
nere e della Parafrasi iu ispecie. Avrebbe avuto da questo
conforto in alcuni de' suoi più felici ardimenti , documenti
opportuni in alcuni dubbii non lievi, e qualche volta avviso a
fare altrimenti. Nè, dov' egli nega recisamente fede alla Para-
frasi, mi pare colga nel segno. Tutto sia detto senza venir
meno alla reverenza che si deve a quel valoroso e geniale
alemanno e all' opera sua , che è senza dubbio uno de' piit
insigni lavori , che ci si
g
no venuti in questo secolo da roma-
nisti tedeschi.
Ed ecco un saggio di tali osservazioni :
A)
Anzitutto va ricordato il gruppo di formule per le
azioni confessorie e negatorie di servitù :
a)
EL cpulvEtuL tò uti
frui tov
áwov ('rj
oixíu7) 1 Áòv
Eivu. 0.
Cfr. Lenel, p. 149
[3
a
ed., p. 190] :
Si paret A.° A.° ius esse eo fundo (iis aedibus) uti frui (2).
aa) E6
cpaívEtut
tóv?e
tt e) Ci xutov tov uti frui
xat¿c ti1S 1[1,fig oixía5 (1} xutà roí F tov d coov).
(')
Paraphr. 4, 6, 2.
(') Strano è che il
LENEI,
si dimentichi qui della Parafrasi, mentre pur
cita Stefano (sch. in
,5lypl. I3rr.,ili(Jorum,
p. 112).
(•;) Così leggo io coi manoscritti. zó hanno le precedenti edizioni.
— 30 —
Si pal'et N.°
N
.° ius non esse eo
fundo
ui frui (Lenel,
b)
Invece ricorda il Lenel in nota la Parafrasi (p. 152
1
3' cd., 193j), per le formule delle azioni attinenti alle servitit
prediali. Ed è notevole come le numerose formule date in
proposito dallo Pseudo-Teofilo (4, (-i, 2) convengano pienamente
coi
risultati delle critica.
B)
Dalla Parafrasi avrebbe il Lenel avuto una riprova
della giustezza delle argute sue osservazioni sulla doppia
clan-
sola
e la doppia formula, relative all' actio publiciana. Essa
c]ic
infatti
(
1
)
una formula — finora non avvertita per l' errore
di interpunzione commesso da tutti gli editori e traduttori
elio risponde
a
quella data da Gaio
(
2
),
ma che, invece del-
l'acquisto a
domino,
fa menzione di quello
bona fide
(
2
),
benin-
teso a
non domino.
La formula data da Gaio è la seguente :
Si quem hominem A.
Us
A.
US
emit (et) is ei traditus est,
anno possedisset, tum si eum hominem, de quo agitur, ex iure
Quuii•itium eius esse oporteret et rel ».
Quella della Parafrasi si riferirebbe invece al secondo
•a so (il solo pratico nel diritto giustinianeo) dell'
actio publi-
eiana,
e suona così :
« 1XELM1 tÓSE tò
rQ(iy ta 1
r
1
EÚXóyov
altiaS (otov newaos Sci@ECU
7coot.rò(;) ÉvFttówr
i
v bona fide, EtQEXE 8á ltoi usucap(con xal
Év tc^^
Iter(0)
.rQÒ téXouti t71s
usucapíonoskrEGov, cJGavEl usucapíteusa
EL
F( si (
4
)
ta8
tè a@aypa tij; 1!1,i
1!1,ik ELVa6
hEanotELas
» (a).
La traduzione è questa :
e)
4,G,4.
(
2
)
4, 36.
(;) Cfr.
LENEL,
13citi
•
üye
zur Kuncle
des
pri(toriseken Ecli.ktes,
p. 12 sgg.,
ed
h,elietion perpetuam,
p. 131 13
1
ed., 1711.
(
ti
)
Ne' manoscritti e nelle edizioni si legge però ` epalvszai', che po-
trebbe pur stare. Ma ho emendato cori , oltreché pér 1' autorità di Gaio ,
anche perciò nulla di più facile che i copisti abbiano voluto restituire qui
pure quella parola, che in tutte le altre formule ritorna costantemente.
(') Che queste formule appartengano alla formula lo prova la frase
`xtvGiv
Áéyeov' che le precede e che nella Par. ò sempre
immediatamente
seguita
dalla formula.
— 31 —
« Quod Nane rem ex fusta causa (ueluti emptione dona-
tione dote) bona fide possidebam, currebat autem mihi usu-
capio et medio tempore , antequam usuceperim , possessione
excidi , si usucepissem , tum si hanc rem meam esse oporto-
ret, cet. ».
Non è dubbio che la Parafrasi abbia modificato alquanto
il
linguaggio della formula genuina
(
1
),
per meglio adattarlo
alla comune intelligenza ; ma c' è rimasta tutta la sostanza
della formula antica conservata in modo per ogni verso atten-
dibile. Essa anzi ci dà una preziosa testimonianza che le pa-
role « bona fide » occorrevano nella formula del pari che
nella clausola (cfr. D. 6, 2, 7, 16-17 ; 9 pr. § 4 eod. 41, 3, 10)
relativa.
Dal confronto della formula gaiana con quella della Pa-
rafrasi (tenuto calcolo delle necessarie modificazioni da questa
introdotte) risulta questo schema pel secondo caso dell'
aclio
publiciana ,
che coincide perfettamente colle conclusioni di
Lenel :
« Si quem
hominem (
2
)
A.2' S
A.
2
`
S (3) bona fide emil
et
is el
traditus esl
(
4
),
anno
possedissel
(
5
),
tum si
eum
hominem,
q. d.
a., ex i. Q. eius
esse
oporteret
et
rel ».
Nulla dunque
di
più probabile
che nell' albo si
trovasse
lo
schema
gaiano e che a
seconda
dei casi
il Pretore
y
'
inse-
risse
le
parole
« a domino » o « bona fide ».
(1)
La Parafrasi ha anche dovuto modi
fi
care lo schema originario, poi-
chè 1'
anno possedisset
(che in quello certo occorreva) non era più compatibile
col nuovo diritto.
(2)
Nella Parafrasi qui e altrove per evitare oggi equivoco 1' esempio
della formula fu generalizzato.
(3)
Nella Parafrasi le formule sono per maggior chiarezza concepite in
prima persona. Con ció è del resto alterata 1' essenza della formula (istru-
zione del magistrato al giudice), che viene confusa col libello del processo
straordinario.
(4)
Tanto vuol dire la Par. colle parole più generali : Él svXóyov atilas
(segue
l
'esemplificazione) bona fide évep,órr
l
y,
1TQEZE
SÉ µoL usucapì on.
(5)
Necessariamente ha dovuto la Parafrasi sostituire a queste parole
le altre " zu, v Tí)
l
lEZa v
7tQò
ts21,ovs -
i
1S usucapionos Élé7tEcsov, cúóavEì ttsu-
capíteusa.
— 32 —
C)
Da i bizantini venne chiamata
publiciana
(
1
)
1' aziom,
rescissoria dell' usucapione, l'azione cioè restituita dal pretore
nonostante la compiuta usucapione (D. 4, 6, 1, 1). La formula
e del Lenel (E. P. p. 98
[3
a
ed., 123]) ricostruita così :
« Si is homo, q. d. a., a N.° N.° usucaptus non esset,
lum
si eurn hominem ex i. Q.
A.'
A.'
esse
oporteret
et rel. ».
La Parafrasi dà qui prue (ibid. § 5) la formula, finora
non avvertita
da
editori e traduttori, che suona così :
« O6avF1
I
'(
usucapíten.sen ó ávtíbLxos
(
2
)
tò 1
1
1òv nciely
i
,a (3),
EL fbF.6 ('`)
tolto t1
1
5 lvuí
F6vui
SF
n
1tot6LaS
».
F
inda.bitato che questo schema conferma il leneliano
aia pormi anche sicuro che, confrontando questo schema colla
formula
della publiciana, si venga a qualche modificazione
della ricostruzione di Lenel. Io traduco a• questo modo :
« si r
o
n meam aduersarius non usucepisset, lum si hane
rein meam, esse oporteret ».
Tenuto calcolo delle osservazioni già fatte a proposito della
publiciana, la formula: genuina si ricostruirebbe così :
« Si eum hominem, q. d. a.,
N.'irs
N.
l
'
s
usu non cepisset, lum
si enin hominem ex i. Q. A.' A.' esse oporteret
et rel » (^).
D)
Parimenti inavvertita restò la formula dell'
actio pau-
liana,
che la Parafrasi riferisce al § 6 ibid.
(
6
).
Il Lenel rico-
struisce così :
(')
ragione di ciò non deve tanto a mio credere•cercarsi in una poco
corretta interpretazione del passo D. 44, 7, 35 pr. quanto nel fatto che le
due azioni sono trattate come correlative in un solo paragrafo e poi in due
paragrafi •successivi delle Istituzioni (4, 6, 3. 4 e 5).
(2)
Negli schemi della Parafrasi questa voce rende.il
.11
N
umerius Nec¡idius.
(3)
Cfr. sopra [p. 31 n.
2].
(4)
Cfr. sopra [p. 30 n. 5].
(') Invece come semplici riassunti delle due ultime formule vanno te-
nuti quelli che la Parafrasi porge al § 3 di questo titolo. Essi però servono
pure a confermare le cose esposte : £ì cpalv£taL
-c458£
ɵòv £Zvai, waav£i
usu
•capiteu*èv vn' ɵo`.
E : £
t ^aiv£taL tóS£ éµòv £%vcu tò TpciyEia,
()(
TTt£p
81111
1
µi
l
usucapiteusen
alitò
O
£µ6c avtL&xO
S
.
(
6
)
E indubitato che la Parafrasi designi giustamente come la pauliana
quest' azione , che nel testo non é nominata : v. però
BE1 LAVI rE ,
L'
azione
pauliana nel diritto romano,
pp. 2, 4. Non è però un errore della
Parafrasi
— 33 —
«
Si quem hominem L. Titius in hoc anno fraudationis
causa N.° N.° qui eam fraudem non ignorauit, mancipio dedit,
L. Titius N.° N.°, mancipio non dedisset , rum si parerel eum
hominem, q. d. a., e.
i. Q. L. Titii esse
cet. ».
La Parafrasi ha questa formula :
«
ciwavsì N'1 etraditeúJ'i tó?E
tò aclama
votò debítoros, EL
cpadvstat avrò Év tf
tov debítoros
119.Ev
r
tyávai
fiEanotEkt ».
La traduzione é questa :
«
Si res illa
(
1
)
a debitore
(
2
)
tradita non esset
(
3
),
turo si
pareret eam rem in debitoris dominio mansisse ».
Dov'è notevole la frase lv 8EanotEíc, che indica il
dozninium,
anziché
l'esse in bonis
(1v toIS
nQáyµa
°
tv o Év tfi ovh4a).
E
l'in
bonis mansisse
tennero nelle loro ricostruzioni della formula
il Rudorff
(
4
)
e 1' Huschke (5).
Se noi ora poniamo, insieme alle notizie che si raccolgono
dalle fonti, la formula della Parafrasi a base della ricostru-
zione dello schema originario e teniamo conto qui pure delle
necessarie modificazioni, arriviamo al seguente risultato, che
conferma nella sostanza quello di Lenel ma ne muta alquanto
la
forma:
«
Si
ille
horno
(
6
).
q. d. a., a L.
Tilio
(
7
)
N.° N.° ...
rnancipio
l'aver detto
actio in rem
la
paulictna : 1'
inesattezza — se pur tale (cfr.
LN NEL,
E. P.,
p. 362
[alias
3
a
ed., 439 s.]) — è gin, nel testo latino : l'enumerazione
delle
actiones honoraricte in personam
comincia in questo solo al § 8. Strano
che questo non sia stato avvertito da molti degli scrittori sulla
paaliana i
(
I
)
La solita generalizzazione.
(2)
Debitor
è qui pel
L. Titius
o altro nome dello schema pretorio, come
dvt(btxos suol rispondere al
Namer
r
ius Negiclius.
(3)
V. pii. sotto.
(4)
Edictum per petuam, §
221.
r
(°)
Zeitschrift fiir° Civilrecht u. Proc.,
N. F., 14, 66.
(6)
'ras
tò
7cp,15y ta.
(7)
vrcò debítoros. Qui s' attenderebbe
tw
elvtL8(xw ; ma 1' omissione fu
fatta dal compilatore della Parafrasi
sciens et prudens,
poiché avrebbe, fatta
quella aggiunta, dovuto continuare " qui eam fraudem non ignoranerit „ (a
un dipresso trl
y
neoLyeacOly
ps
áyvoi'vsavTL) e con ciò messo in pericolo la
dottrina del testo latino sulla qualità reale dell'azione.
C.
FRRRINI,
Scritti Giuridici,
I.
3
— 34 —
dalus non fuissel ('), lum si parerei eum hominem e. i. Q. L. Titii
mansisse
(
2
)
et rel. ».
E)
La formula dell'
actio de eo quod cerio loco dari oportet
si
ricostruisce facilmente seguendo il commentario di Ulpiano
(D. 13, 4, 2) e s'arriva al risultato seguente:
« Si paret N."
m
N.
um
A.° A.° decem Ephesi dare oportere ».
Tale formula avrebbe il Lenel
(
3
)
trovata senz' altro nella
Parafra
si
(4):
«
sl (pmiverui tòv &vtíc)IXOv XP
f
l
vat
6OVVaí µoL Q' voµíQµata
lv
'E(páao) ».
«
Si paret aduersarium dare oportere mihi Ephesi aureos
centum ».
Ove ó úvtNxos risponde a Nuinerius Negidius, µoí ad Aulo
Agerio, secondo le cose suesposte.
T)
Non c? dimostrato che si trovassero nell' Editto le
formule procuratorie, di cui fa menzione Gaio, 4, 86-7
(
5
).
Giova
però ricordare come
una
di queste formule, data da Gaio, sia
resa esattamente nella Parafrasi e l' altra, che la Parafrasi
stessa arreca, risponda appieno alla descrizione di Gaio.
Gaio ha anzitutto la seguente
formula:
«
Si paret
N.
N
um
Publio Maeuio sestertium X milia dare
oportere, iudex, N.
uI1
N.
Lucio Titio sestertium X milia ton-
de mna, s. n. p. a. ».
La parafrasi (4, 10, 2) :
«
El,
cpaív$tat
tòv ávtí8txov
xefñvat
bovva1 Titíc
q
(ov
l
u pro
curátcor) [8áxa voµícrµata
(
6
)],
xataMxacrov airòv, c1 Sutaatá » (7).
(')
Naturalmente, seguendo il nuovo diritto, il compilatore ha dovuto a
queste parole sostituir 1' altra
etraditeú^9rl.
Ma nei commenti, a cui egli at-
tiu geva, sari, stato
e'nancipateri,í i .
(2)
Cosi coli' IIUSCHKE, 1. 1., meglio che
esse
col
LENEL.
(3)
E.
P.,
p. 191 1:3
a
ed., 211]. Qui naturalmente si discorre solo della
inlentio.
(4)
4, 6, 33e.
(5)
Cfr. in proposito
LENEL,
E. P.,
p. 72
[3
a
ed., 95].
(6)
Queste parole vanno indubbiamente supplite, come richiede il senso
e l'esempio dell'altra formula.
(7)
Le parole solenni: "
si
non
paret , absolue „
(a un dipresso: st µrl
cpcxlvstcu, áulst avtóv) sono omesse costantemente , come inutili allo scopo
didattico, nella Parafrasi.
—
35 —
«
Si paret N.
um
N.
nm
Titio [culuS sum procurator]
(
1
)
decem
aureos dare oportere, eum, iudex,
mihi
(
2
)
condemna ».
La formula è qui, come sempre, concepita in prima per-
sona.
A proposito della formula inversa Gaio dice :
«
Ab aduersarii
(
3
)
quoque parte si interveniat aliquis, cum
quo actio constituitur, intenditur dominum dare oportere, con-
demnatio autem in eius personam conuertitur, qui iudicium
acceperit ».
Gli antichi commenti beritesi a Gaio davano a questo
passo lo schema relativo, che restò nella nostra Parafrasi (1. c.) :
«
E
i cpaí,vstat
x@íjvat
8ovvut Seíon Uxa voi tuta , xata8í-
xa6ov [w 8txa6ta]
(
4
)
Primon (tòv odyroii procur ,to
g a)
(
3
)
8é.xa
vo-
[
tla
F
tata
(
6
)
».
La traduzione è questa :
«
Si paret Seium aureos decem dare oportere [iudex] Pri-
mum (eius procuratorem) decem aureos condemna ».
Da questo schema è facilissimo ricostruire l'originario :
«
Si parei Gaiurn Seium A.° A.° sesterliunn decena milia dare
oportere, iudex, Luciurn Titium A.° A.° seslerlium decem multa
condemna, s. n. p. a. ».
Probabilmente anche qui nello schema greco va supplito
19.o( = A.° A.° (tanto nella
intentio,
quanto nella
condemnalio) :
non è però in questo caso altrettanto necessario, come nel
precedente.
(1)
Queste parole esplicative non vanno intese come parte della formula.
V. per un esempio analogo la
formu
l
a
sotto la lettera
B
[p. 30].
(2)
Questa parola " É io( „ bisogna assolutamente inserire; altrimenti
non avrebbero senso quelle parole tolte da Gaio: "
tiv
lt
fv
intentíona ... .
7,ult43cí:ve
i
ano')
tov
Sr a tOu, stg éavtòv 8£ turata QÉc
c
Et
vTIv
condemnatíona ,,.
(3)
Ecco donde salta fuori i' clv-d6ixog (=
Nunaerius Neyidius)
della Pa-
rafrasi.
(4)
Da supplirsi: cfr. l'altra formula.
(') Parole esplicative, non parte della formula.
( 8
)
Cori tutti i manoscritti e non, come s'attenderebbe, r ; Séxu vo
lt.
La
ragione va cercata nell' esemplare latino , che dovette dire: " N. H,n N.YY411
seslertiur
i
r X 1,ri.liu
_condeinn.a ,,.
-36—
G)
Sappiamo da Gaio che
le
actiones
utiles
ex SC. Tre-
belliano
erano proposte nell'albo pretorio (2, 253) :
«
Praetor... utiles acciones ei et in eum, qui recepit heredi-
tatem, quasi heredi et in heredem dare coepit, eaeque in edicto
prOpOnUntur ».
La Parafrasi (2, 23, 4) d
a,
questo schema rimasto finora
inosservato per il consueto errore degli editori e traduttori (1):
•
ú7Guvel vari
-
wzov
(
2
)
xk
l
eovóµo5, E1 (pedvstut
tó1/3s
xo
fivut
hO
r
DWZI » .
Cioè :
•
si heres essem, tum si pareret illum dare oportere
(
3
)
».
A mio avviso qui abbiamo una testimonianza assai atten-
dibile, valendoci dalla quale potremo facilmente arrivare alla
ricostruzione dell' intero schema
(4)
«
. . .
si
A.
12
A.°
s
heres Lucio Titio esset, tum si pareret
N
L11
°
A° A° sestertium decem milia dare oportere, iudex,
N.
um
N.
um
A.° A.° condemna, s. n. p. a. ».
E la formula inversa :
. . .
si N.
N.us
Lucio
Titio heres esset, tum
si
pareret
N °"' A
o
A° dare oportere, rel.
».
H)
La parafrasi
(
5
)
dice , evidentemente dietro Gaio
(4, 44), che le formole pregiudiziali costano della sola
inten-
(1)
Io ho fatto per la prima volta risaltare questa formula nella mia
edizione della Parafrasi, 1, p. 241. La formula coincide con quella del
bo-
norUrrt po.sscssor.
(2)
i'iniluE
V
ha il
VIGLIO
e dietro a lui , secondo il solito , il
REITZ ,
il
quale ha il gran torto di non aver saputo comprendere l' importanza delle
edizioni fabrotiane e d' avere ricondotto il testo della Parafrasi all' antica
imperfezione, Ma i manoscritti migliori confermano unanimi la lezione fa-
brotiana, seguita da me pure. Niuna meraviglia che con quella fallace le-
zione il
RE1TZ
non si accorgesse che si trattava di parola formulari :
mag-
gior meraviglia che qui e altrove non se n' avvedesse l'acuto FABROT.
(3)
Così va tradotto , più letteralmente ed esattamente che non facessi
1. c. p. 241
b " tum
si huno dare oporteret ,,. Cfr. anche la formula pauliana.
(
3
)
Ne avrebbe potuto tener conto il
LENEL,
o. c., p.
144 [ma
y.
3
a
ed., 1841.
(') Parafrasi 4, 6, 13 " praeiudicium 8é E6tc ttíno; dztò intentionos µóvrlS
avyxeítuvo; ,,.
— 37 —
zione. Essa poi ne dà uno schema, il quale, se si legge come
ordinariamente viene interpunto, merita davvero gli scherni
degli antichi giureconsulti
(
1
)
e 1' incredulitk recente di Lenel (2).
Ecco il passo :
«
Svvatai yew ó ávacpuuvcuv Eig ÉX,EvasQí Lv xtvet
y
7.1ywv-
`Et
cpaívEraí µ8 EXEl5OEQOV Elvat'
xat
oimétt IndyEL- `xata6íxaWov, (;)
S txaa
r
td' » (3).
Se non che pub trovarsi una facile maniera per rendere
attendibile anche questa notizia, come tutte le altre, di cui
abbiamo finora tenuto parola. Se noi consideriamo la frase
come interrogativa e leggiamo così :
«
El cpaívEraí
tie 121,E111&E(JOV
(
4
)
Elvat; » = «
an pareat me li-
berum esse ? »
noi veniamo ad avere senz'altro la più probabile costruzione
di questa
intentio :
«
an pareat Gaium Seium liberum esse? ».
Poichè, sebbene il
parere
non sia essenziale alle formule (5),
occorre perb nella gran maggioranza di esse e risponde assai
bene all'indole del giudizio romano.
(
i
)
Così il
BARONE
nel suo
Commento alle Istituzioni,
p. 529, il quale
però non mostra nessuna idea chiara in proposito : così anche 1' Ho'ri+IAN,
Coìnm. renov. in Inst.,
5 ed., p. 442. Benissimo osserva quest' ultimo :
quod
autem Th.us illud ita inteìpretatur, quasi is, qui ad libertateìn proclanwret,
praecise dieeret :
si apparet me liberum esse,
neque adderet :
condemna eum,
iudex,
ridiculunt et longiore reprehensione indignum. estt, naia ut illo praefa-
ti.one usar esset, tamen hoc addere debuisset :
tum me liberum esse pronunciato.
E in sostanza l'appunto che fa il
LENEL
e che del resto viene in mente a
chiunque legga.
(2)
Edictum perpetuam,
pag. 249. Non è vero che la Parafrasi (4, 6, 1-6)
non abbia veruna difficoltà ad ammettere
intentiones
accampate nel l' aria.
Poichè ne' citati paragrafi si cita la sola
intentio,
come quella parte della
formula che
sola
interessa per le questioni ivi accennate, como fa p. es. lo
stesso Gaio, 4, 4. [V. ora
Ed.
3
,
p. 312 n. 4].
(3)
E superfluo avvertire che qui si tratta delle formule pregiudiziali
in genere, cioè del loro tipo : il nostro ragionamento sta pertanto benissimo
anche quando si voglia negare (e ci so
li
o buone ragioni per farlo) la clas-
sicità appunto di questo praeiudicium: an
libo'r°
sil.
(4)
L'
Et
nelle interrogazioni dirette o indirette è frequente nel greco
posteriore. Per es. el Ileo
n
ilEcoanEVEt
y
;
= an liceat curare ?
(5)
Cfr.
D
ERNBURC},
Kritische Zeitschrift,
I,
473.
— 9S —
Il
Lenel ricostituisce (e già prima di trii in alcuni casi il
Rudorff) (
f
),
prescindendo sempre dall' autenticità di questo
pregiudizio, così: « an G. S. liber sit ».
Egli si appoggia su diversi testi, in cui — com'egli crede
-- la nostra intentio si deve trovare in forma indiretta. P. e. :
G. 4, 44: « in praeiudicialibus formulis, qualis est, qua
quaeritur,
aliquis libertus sil ».
G. 3, 123: « praeiudicium, — quo quaeratur,
an
ex
ea
lege
(Cicereia)
praedictum sil ».
Paul. S. 5, 9, 1 : « huius.... pra eiudicium a superiore dif•
fert, quo quaeritur,
an ea res, d. q. a., maior sii C sestertiis ».
I. 4, 6, 15: « praeiudiciales actiones — per quas quaeritur,
an aliquis liber nel an libertus sil ».
Se non che tutti questi esempii confermano il tipo, che a
noi pareva trovarsi nella Parafrasi greca.
Infatti, se noi troviamo p. e. in D. 12, 2, 9, 1 le seguenti
parole:
«
hoc solum quaeritur
(in actione in factum de iureiurando),
AN IURAUERIT DAR'
SIBI OPORTERE,
el
cet. »,
012
:nino ricostruisce la formula (
2
)
così :
«
si paret A.
A.
2G11
N.° N.° deferente iurasse N.
24nz
N.
24n
sibi
sestertium decem milia dare oportere
et rel. ».
E nessuno vorrà, attenendosi letteralmente al discorso
indiretto di LTlpiano, scrivere:
«
Si A."
S
A."
s
N.°
11'.°
deferente
iurauit,
etc. »
Colui il quale risolve, poniamo, il discorso indiretto di
Gaio (') «
actio pro ficiscitur contra eum, qui aduersus edictum
pr
•
aetoris tabulas testamenti aperuisse dicetur
cet. » nella formula :
« si parei N.""
z
N.
t
"
n
aduersus edictum
meurn
tabulas testamenti
Lucii Titii
aperuisse
cet. » ; colui che sa come, p. e., le parole
di ITlpiano (D. 44, 2, 11, 2), « si quis autem petat fundum suum
esse », riferiscono 1'
intentio
(G. 4, 41): « si paret fundum q.
( I
)
Cfr.
E. P.,
p. 271 "
An
A'.
s
11
%
.
s
liber
•
tus
A.
i
A.
i
sit ? „
e "
A.s A.s
ingenn.rrc
sit ? ,,.
(2)
Cosi anche il LENEL,
E. P.,
p. 118
[B
a
ed.,
151].
(3)
D. 29, 5, 25, 2: cfr.
LENEL,
E. P.,
p. 298
[B
a
ed., 365].
-
89 -
d. a. A. A) ex i. Q. esse » ; costui non crederà possibile di
risolvere le parole « formula — qua quaeeritur, (an) aliquis
libertus sit », altrimenti che nel seguente modo: « An parva t
N.
urn
N.
um
libertum A.
i
A) esse ».
Parimenti
l'inlentio praeiudicialis ex lege Cicereia
si lascia
ricostruire cosa :
« An pareat N."
m
N.
n
"' ex lege Cicereia non praedixisse ».
Tali erano le modeste osservazioni, che la ripetuta lettura
del 4° libro della Parafrasi ci ha suggerito. Ci parve oppor-
tuno raccoglierle prima che si compia l'edizione di questo libro,
onde poter far tesoro delle critiche, che esse potessero per
avventura sollevare. Sarei ben lieto se alcuno si persuadesse
viemmeglio dell'alta importanza, che ha per tutti i romanisti
quell'opera greca.
:[
l'
La Mossa torinese delle Istituzioni
e la Parafrasi dello Pseudo =Teofilo (* ).
§ 1.
É noto come il Prof. Fitting abbia in un suo prezioso
lavoro osservato che nella cosidetta Glossa torinese vi sia una
grande differenza di valore fra le diverse note
(
1
).
Gli scolii,
che si riferiscono al diritto classico, sono molto superiori di
merito a quelli , che si riferiscono al diritto giustinianeo. I1
Fitting conchiuse pertanto che 1' autore della Glossa , che do-
vette essere un coevo di Giustiniano
(
2
),
avesse grande e sicura
conoscenza del primo, scarsa e malferma notizia del secondo.
A noi pare che una tale conchiusione si debba lievemente
modificare.
Uno studio diligente della Glossa insegna non solo che le
note relative al diritto classico si distinguono per una cono-
(*) [Nota letta al R. Istituto Lombardo nell'adunanza del 31 luglio 1881- :
pubblicata nei
Rendiconti,
ser. Ii, 17, 1884, pp. 714-29].
(
i
)
Ue7 er
die
soq. Turiner Institutionenglos.re und, den sng. Brach/Jloí¡us.
p. 13, et altr.
(
2
)
i ET'rING,
1. e.,
1-12. A torto pone il
DIRKsuN
molto più tardi l'origine
della Glossa. II suo lavoro "
Das Reehtsbuch des Constantinus Ha incnopalus
u.
die
alte Glosse
de)
.
Taviner Iustitutionenhandsehri ft „
(in
Philul. u. histor•.
Ablr. (bei
•
kyl. Berline• .-lkaderie der Wisseusch.
Berlin , 1819 ,
pp. 15:3
-
186)
non contiene uno studio comparativo delle due opere , come il titulo par-
rebbe indicare. Il lavoro ha i soliti pregi e difetti delle cose dirkseniane :
da un lato diligente raccolta di materiali , dall' altra mancanza di spirito
critico e di vedute sicure. Se non m'inganno , il
DIRK.EN si
può definire
" il Corssen de' Romanisti „.
— 42 —
seenza incomparabilmente più profonda della materia, ma anche
che in esse si rivela una finezza ed un acume di pensiero ben
superiore. Infatti non tutti gli errori, in cui cade la Glossa a
proposito del diritto giustinianeo, dipendono da semplice igno-
ra nza di osso, ma ben aneo da pochezza di mente e da grande
inettitudine scientifica.
Basti per es. citare il n. 108 (ad I. 2, 4, 2) (
1
)
:
« per modum
hoc intelligitur, ut si quis testamento heredi
su.o aliquid praecipiat
fa
cere et praetermiserit :
per tempus,
quod, praesente usufructuario, si
alias
quis X annis bona fide
possederit , absente nero , XX annis , finitur usufructus : de
inobilibus nero III annis ».
Questo scolio non 1' avrebbe scritto uno versato nel diritto
classico , per quanto ignorante del nuovo. Così dicasi dello
sbaglio stranissimo del n. 457 (ad I. 4, 1 pr.), che riferisce i
« quattuor genera » ai gnasicontratti ; così della glossa mo-
struosa n. 328 (ad I. 3, 9, 10) : « in bonorum possessione
et dies
utiles continui reputantur ».
Ora tale inettitudine, tale goffaggine fa ben vivo contrasto
colla finissima eleganza di altre di- quelle note.
Né poi é così facile a spiegarsi come lo stesso autore, che
si mostra così perito nel diritto • classico, pecchi di così crassa
ignoranza del diritto giustinianeo. Come ammettere che uno
scrittore così arguto, così versato (relativamente a' suoi tempi)
e nella parte storica e nelle più sottili questioni dogmatiche,
non dovesse interessarsi per la nuova legislazione, al punto
da non avvertire le differenze da questa introdotte (
2
),
al punto
da non capire il libro che commentava ?
(1)
L'
edizione da noi seguita è naturalmente quella di
P. Ka3ÜGEi2,
Die
-I'icrinor
Institrrtioncnglosse
nella
Zoitscl
u
rift f. Rechtsgesch., 7,
1868, 44-78.
(2)
Esempi i
q
FITTING, o.
c.,
p.
21
sg. Cfr. p. 13: " Ueberall wo sieh der
Verfasser auf dem Boden des vorjustiniauischen Rechtes bewegt,
entzvi,ckelt
ri
•
rine r
j
erlirwrno
orni sichore henntniss fesselt nicht selten cLlr.rch hiiehst
/i
,
iuo rrnr] intei
•
os..ante Bcnu?rkt
u
rqen.
Sobald er dagegen das Gebiet des justi-
uianischeu
Reates betritt ,
2cird
sein Gang nnsicher
•
und Ufters fast
nur
ta-
stend : •rirlpurlr macla or sich urger Unkenntniss rcnd ger
•
adezu Vicher•licher
Verstitisse ntarl I
l
lissve
y
st,andnisse scltuldiq ,,.
i
i
1
—
43 —
Io non vedo altra via per risolvere così molteplici enigmi,
fuorché nell' ammettere che il compilatore della Glossa siasi
giovato di lavori di giureconsulti anteriori, probabilmente della
scuola di Roma, e n' abbia fatto una scelta, non sempre oppor-
tuna , alla quale abbia aggiunto poi osservazioni sue relative
al diritto nuovo , o almeno al nuovo testo , spesso triviali e
goffe , talora addirittura fallaci , sul tipo di quelle che sopra
abbiamo ricordato. Così si spiega l' infelicità di taluni scolii
di fronte all' eleganza di altri, e l' ignoranza del diritto nuovo
di fronte alla cospicua dottrina nel diritto classico.
I lavori da cui il compilatore ha raffazzonato la sua glossa
saranno stati secondo ogni probabilità, commenti alle Istitu-
zioni di Gaio
(
1
)
:
il compilatore ebbe anche a ricorrere al testo
paiano per alcune notizie storiche , di cui almeno non si sa-
prebbe indicare fonte alcuna più probabile.
Oltre la ragione che i Commentari gaiani erano appunto
destinati prima della promulgazione delle Istituzioni imperiali
all' insegnamento elementare del diritto ,
y
'
è pur 1' altra che
(
1
)
E notevole che il Prof.
FITTING
voglia trarre precisamente da questa
Glossa la prova, che le genuine Istituzioni di Gaio non fossero in uso nella
scuola romana. Egli osserva cioè
(l. ^'.,
p. 25, cfr. p. 32) , come la Glossa
riconduca (u. 457, ad I, 4, 1 pr.) a' quasi-contratti i
gt attuor genera,
che
Gaio riferisce chiaramente (3, 182) alle
oblii/atiorze.s ex contj
•
actu.
Ma quella
nota si deve allo sbadato nostro compilatore, non alle fonti, a cui egli at-
tingeva. I commenti di Gaio non avevan bisogno di dichiarare quanto nel
testo era detto con tanta evidenza. E il raffazzonatore nostro, che fa prova
di
tanta puerilità nello spiegare il suo testo, poteva benissimo essersi dimen-
ticato di Gaio. Lo stesso va ripetuto del n. 114, ove si dice essere la
stipe-
lati.o
un istituto
iurís ciz,il s,
contro l'espresso insegnamento di Gaio. Il quale
perè, (3, 93) avverte come al
iu.s eiz ile
esclusivamente appartenga ]a forma
tipica e solenne della stipulatio : " spondes ? spondeo ,,. Fino a prova del
contrario dobbiamo ritenere dunque che alla scuola di Roma si usassero i
coinmentari genuini di Gaio. Tanto più che il FITTING (p. 32) è costretto
ad ammettere che 1' Epitome inserita nel Breviario visigoto
non
potè essere
in uso a Roma. Non è forse improbabile l'opinione
(Iicnc(i,'onli,
1(3, 568
[_
•sìipra,
p. 18j) che quel Compendio derivasse da qualche scuola di Galha o
Spagna ,
p
elle quali provincie fu certamente multo diffuso , talchè ven ne
assunto nel Breviario. Perchè non si potrebbe pensare alla scuola .marsi-
gliese? Cfr. Sinodio Apollinae, 23, 448 sq. " — ad doctiloqui Leon_is andes
-- quo bis sex tabulas docente iuris — nitro Claudius Appius t.aceret —
claro obscurior in deceinviratu ,,.
—
44 —
molte di quelle note si possono spiegare benissimo come parti
di
un commento a Gaio , ed anzi talora si prestano meglio
come note a Gaio , che non alle Istituzioni imperiali
(
1
).
Nè
sarebbe serio 1' opporre come parecchi scolii, che pel loro alto
valore intrinseco si dovrebbero appunto attribuire a quelle
fonti piìi antiche, da cui ha attinto il compilatore della Glossa,
si riferiscano a passi , che , almeno nella loro forma laterale,
non si riscontrano ne' commentari di Gaio. Noi sappiamo be-
nissimo come negli scolii si potessero esporre anche materie
non accennate nel testo, appunto per supplire alle lacune di
esso , di solito arrecando passi di altri autori
(
2
)
:
per es. ,
gli
scolii
a
Gaio avranno riportato numerosi brani delle Istituzioni
di ITlpiano, Marciano e Fiorentino e li avranno ancora dichia-
rati
(
3
).
Non è anzi possibile non vedere in questo sistema una
inconscia preparazione alle compilazioni giustinianee : gran
parte
delle aggiunte fatte a Gaio nelle Istituzioni imperiali
deriva probabilmente da' commenti scolastici anteriori , come
molte delle parti omesse saranno state già prima segnate
col
:Tr;..r2rîM (
4
).
Così si spiega anche come nell' Epitome del Bre-
viario visigoto si trovino molte cose, che Gaio non disse : il
compendiatore le trovò ne' commenti.
t n
tale
procedere del resto nel compilatore della Glossa
ben naturale. Si dovevano commentare ]e Istituzioni impe-
rio i appena promulgate (il divieto di Giustinianeo fu sempre
lettera morta) , Istituzioni che per tanta parte riproducevano
anche
formalmente le gasano prima in uso. Il nostro valentuomo
credette di potersi servire, fin quanto era fattibile, de' tesori
che la tradizione scolastica aveva radunato intorno a Gaio.
Non altrimenti un civilista italiano si varrebbe de' commen-
tari al Codice Napoleone.
(
i
)
P. es., n. 122 (forse avanzo di uno scolio ad Gai. 2, 43) e n. 416 (ad
Gai. 3, 128) ; cfr. n. 97, ecc.
(2)
Cfr. p. es. gli scolii de' frammenti sinaitici.
(3)
Cfr., p. es., scliol. Sinait. 4 (Zaclh.: 5, Alibr. 13, Krüg.); xai ò Flor.
(
3.
Y
'
-cúrv i nat.
uùtov
:rcr.
Q
ì tù,
té7,ri tov [^^.
neò E' cpv1.2,wv -roí
-
) téX,ovs ¿)rllcuot,v
zotitot,S ut incretu[en]t[um] dotis prosit ed deminutio noceat.
avvczBEt
tovtots
xaì, 6 Mod., etc.
(4)
Ch
.
. 5co1. Sinait. 14 (Z. Alibr.: 16 Kr.) : náQ.eWe Pon tov té7,.ovs -roí)
x[e]q). -cò 8' xcxi,
— 45 —
§
2.
Né sfuggì alla sagacia del Fitting
(
1
)
come uno stretto rap-
porto interceda fra la Glossa torinese e la Parafrasi greca
delle Istituzioni, attribuita a Teofilo antecessore. Se non che
il
valente alemanno non ha voluto completare queste ricerche,
che non formavano lo scopo principale del suo lavoro, e s'è limi-
tato ai più salienti raffronti. Ci pare quindi non inopportono :
a)
arrecare alcuni esempi di raffronti negletti dal Fitting ;
b)
insistere su alcune somiglianze estrinseche o di pura
forma ;
c)
concretare meglio l' ipotesi sull' origine di tali re-
lazioni ;
d)
applicare i risultati ottenuti allo studio della Parafrasi.
§
3.
« Sehr auffallend — dice il Fitting
(
2
)
—
und tiberraschend
i.st namentlich die Uebereinstimmung mit dem Theophilus ».
Si può aggiungere che tale coincidenza è quasi continua ; che,
se la Glossa latina è più concisa ed elegante, la Parafrasi è
spesso più attendibile e corretta ; e che non di rado la Glossa
(o il suo compilatore) fraintende ciò che la Parafrasi esprime
colla sua chiarezza maravigliosa. Ecco anzitutto i precipui
raffronti negletti dal Fitting :
N. l'' (ad I. 1, 13, 3 ; Gai. 1, 146) — la datio tutoris per
testamento non osta alla regola, che il tutore si dk alle per-
sone sui iuris. —
Paraphr.
ibid.
(
3
)
:
« neque obstat quod antea
dictum est filiosfamilias nunquam in tutela esse : sciendum
est enim relinqui quidem tutorem filiisfamlias , set qui post
mortem patris tutor esse incipiat , scilicet cum filii sui iuris
(1)
Qualche cosa aveva già osservato lo
SCIIRADER
nelle sue noticine
alla Glossa edite dal
SAVIGNY,
Geseh. des
y
.
1?. i. MA.
(2)
L. cit.,
p. 14.
(3)
Ove non sarà mestieri riportare il testo greco , riferiremo per mag-
giore comodità la nostra versione latina, contenuta nell' edizione della Pa-
rafrasi, Berlino, 1084 [e 1897].
— 52 —
Così le relazioni fra la Parafrasi e le Glosse italiane re-
stano spiegate in modo, che non ci pare del tutto inadeguato.
A conferma delle idee esposte serviranno le ricerche con-
tenute nei due seguenti paragrafi, che chiudono questo lavoro.
§
6.
Le
relazioni fra. la Parafrasi e le Glosse accennate non si
limitano punto alla sostanza delle cose, ma s estendono alla
forma, : relazioni di forma, che accennano in modo chiarissimo
alla tradizione scolastica comune. Eccone alcuni saggi :
1. Abbiamo definizioni e formule che si rispondono alla
lettera.
N. 53. rliuisio est, innumerabi-
lis materia; breuis comprehensio.
N. 416. litterarum obligado
est uetus debitan' in noutiin Inu-
tnum adsimilatum uerbis et .lit
teris forrnulatis.
N. 70. regula dicit : cedunt
F.11ienta subiectis (2).
2,
1 pr. SLaigECSL, Sé é.aLLv v2,1,
aILET.001l óúvtoI_LOs
xatál1lipL,.
3,
21 pr. litteris
éóti
Te) 7tal,a.LÓV
xC
éo
, E6, xaLVòv
bGLVELOV
µEtacsx7lN.a-
tLtónEVOV pr1lLatL xc,ì ywí,pl.LatL tu-
atLx¿i) (1).
2, I, 30 tó) xavóvL tw 2.1yovtL'
ELxELV tà É7LLxE46EVa
tOÌ.s
11ZOxELnéVOL,.
2. Comune é il frequente richiamo a regole di diritto
colle formole : « regula dicit » ; « propter regulam » ; « uacat
regula » = Xéyst ó
xavcSv :
BtcL
tòv xavóva :
g
taQGLIXEttUL ó
xetvc)v,
ecc. Come nella Parafrasi si costituiscono regole di diritto,
così avviene delle Glosse, dove, per es., si ricorda spesso la
regola : « usufructuarius usufructuarium facere non potest ».
Gi,'t lo Zachari , von Lingenthal aveva in un suo bellissimo
lavoro, pur troppo non abbastanza conosciuto
(
a
),
fatto notare
l'
importanza e le vicende di quella che egli
dice
iurisprudeniia
regularis,
e non aveva omesso il raffronto della Glossa torinese.
Ricavare e costruire regole dai testi di diritto era consueto nelle
(1)
Si noti come la Parafrasi si richiami espressamente alla tradizione:
f
i
SÈ litteris
tò
atako.tòv
toL011toV
é
p
lESéxeto
6Qov.
•
(2)
Cfr.
l'Epitome Gai.
2, 1, 1 • Regulae Institutionum II, 6
(ZACHARIAF,
'AvéxSota, p. 171).
(3)
'AvéxSota, p. 166 sgg.
—
53 —
scuole, onde i discenti potessero meglio afferrare i concetti in-
voluti nelle particolari decisioni. Il più bel monumento di
questo genere di esercizi sono appunto ot xav4vEg
tct)v
lvcsticovtwv,
che lo Zacharil ha pubblicato.
3. Le stesse frasi del linguaggio scolastico ritornano e
presso le Glosse e presso la Parafrasi: « sciendum est », « nota »,
« ideo dixi quia » = ioréov ¿St u : ò' u tcT g : cS tà invio
g
XF7ov
3T1
xd.
(
1
).
Così anche i numeri ordinali assunti per indicare le
persone negli esempi giuridici : Primus Secundus = ó Primos
ó Secùndos cet. (2).
§
7.
Se noi applichiamo ora i risultati ottenuti all' analisi della
Parafrasi dello Pseudo-Teofilo, potremo verificare, quasi in via
sperimentale , la suesposta dottrina. Confrontando infatti un
testo di Giustiniano o di Gaio, a cui s' unisca la chiosa rela-
tiva, col passo corrispondente della Parafrasi , si vedrà, come
questa siasi, per così dire, costrutta.
TESTO DI GAIO O DI GIUSTINIANO
SEGUITO DALLA GLOSSA TORINESE.
G. 1, 185 datur in urbe Roma
ex 1. Atilia a pr. urbano et maiore
parte + tribunorum plebis.
{- i. e. plus medietate: VI uel
VII: in urbe enim romana X fue-
rant apud ueteres tribuni.
I. 1, 20, 3 (
3
)
tutores ex inqui-
sitione
dare coeperunt.
PARAFRASI (versione latina).
1, 20 pr. dicimus Romae qui-
dem pr. urbanum cum maiore par-
te tribunorum pl. (qui X omnino
erant) , i. e. cum VI aut VII,... tu-
torem dare : idque 1. Atilia cau-
tum erat.
coeperunt — ex inquisitione
tutores dare, inquirentes scilicet
(1)
P singolare come si trovino analogie di questa fatta fra i lavori
giuridici medievali italiani e i testi orientali , che si annodano al
Syri.tich-
rdmisches Reeh sbuch.
Sono lontane vestigia della tradizione scolastica un
tempo all'Oriente e all' Occidente comune ? Chi sa dire se al giorno d' oggi
tali vestigia sieno proprio del tutto scomparse ?
(2)
Alle nostre osservazioni si ponno aggiungere anche quelle fatte dal
I+
ITTING
sul fine del lavoro citato.
('') Lo scolio, come sopra s'è ricordato, si riferiva
in
origine a Gai. 1, 185;
lo prova il confr. dell'
Epitome Gai, 1, 7
e la stessa Parafr., che nel passo
cor
rispondente (I., 20 pr.) inserisce queste parole : Énrtrlt'r'au
S
tòv lTLtrlbetov
1) ¿8coa
Lv.
—
54 —
+ in inquisitione etiam hoc
requirebatur , si honestus et si
idoneus esset, aut si sciret pupil-
lum gubernare.
G. 2, 2 (').
.Sunnnca
itaque
revuin diuisio
-}-
in duos articulos dlducltur.
�
diuisio est innumerabilis mate-
riae breuis comprehensio.
G. 2, 14 (D. 1, 8, 1, 2. I. 2, 2, 2)
Incorporales autem sunt
obligationes -}- quoquo modo con-
tracta.
{
Obligalio
est iuris uincu-
lum, etc.
Gai. ibid.
et id, quod ex aliqua obliga-
tione nobis debetur, plerumque -}-
corporale est.
ideo dixit
pleruntque,
quia
cuin ius aliquod stipulati fuerimus,
incor
l
)oreum est , utputa si quis
uollis usuinfructuin promiserit.
I. 2. 10, 6.
quern leges iubent ilnprobum
iutestabilemque -}- esse.
{ Intestabiles sunt qui sub-
seriptiones suas perfide negant.
an locupletes sint, qui tutores sint
futuri, an frugi, an ualeant alie-
na bona administrare.
Par. 2, 1 pr.
dispiciamus
,
de rerum
diui-
sione.
diuisio autem est iudefinitae
materiae breuis quaedam compre-
hensio.
suinma rerum diuisio
haec
est, etc.
Par. 2, 2, 1.
adde et obligationes quomodo-
cumque contractas.... et quid est
obligatio? obligatio est uinculum
iuris, etc.
Par. 2, 2, 2.
et quod ex obligatione nobis
debetur plerunque corporale est
.... ideo autem
plePuntque
dixi ,
quod, ut suo loco admonendi su-
mus, et rem incorporalem ex obli-
gatione petimus (2).
et improbus intestabílisque
quis est hic? ut ecce — Titius
— mortuo testatore, noluit uenire
et fateri suam esse subscriptio-
nem suumque signurn.
(') Lo scolio si riferisce tanto piiir sicuramente a Gaio, in quanto che nel
testo delle Istituzioni imperiali non si discorre di
divisio rerum.
Ed è ap-
punto la voce
diuisio ,
che lo scolio intende spiegare! Onde il compilatore
fu costretto a riferire contro il solito lo scolio alla rubrica. Infatti uou v'ha
in tutta la glossa altro scolio che si rapporti alle
parole
della rubrica. Nelle
pochissime altre chiose
materialmente
apposte alle rubriche non si spiegano
le parole di queste, ma s'accenna pitittosto al contenuto del titolo.
(
2
)
11 compilatore della Parafrasi nel raffazzonare gli scolii omette spesso
i particolari e rimanda al testo. Questo è appunto necessario, quando scolii
e testo si fondono, per l'armonia e l'ordine del lavoro. Qui dice "
ut suo loco
admonendi sumus „ :
nel passo antecedente, dove la Glossa torinese specifica
i
modi con cui si contraggono le obbligazioni, egli dice solo : " multifariam
constituuntur,
ut inferius
proponemus ,,.
— 55 —
I. 2,
18, 1 (!)
soror aut.em et frater turpibus
personis -}- scriptis heredibus . . ..
praelati sunt.
-
^
- turpes personae sunt auri-
gae pantomimi et huius officii per-
sonae.
I. 3,
9, 3
tertio X personis, quas extra-
neo manumissori
praeferebat.
} antea eniancipatio per ima-
ginarias uenditiones fiebat cet.
I. 3, 18, 1
Iudiciales sunt dumtaxat quae
a mero officio iudicis proficiscun-
tur, ueluti de dolo + cautio.
+
Si enim stipulatus sum ab
aliquo , ut mihi seruum daret
possum denuo ab eo per officium
iudicis stipulari , ne quid in eo
doli committat.
G. 3, 139
quod arrae nomine datur argu-
menturn est emptionis et uendi-
tionis contractae.
+ Nota arrharum dationem
argumentum, non
firman?, uendi-
lionis conslitutionem.
G. 3, 177
si condicio uel dies (uel) spon-
sor adiciatur aut detrahatur
-
f
- aut si aliquid adiciatur :
alioquin si aliquid detrahatur, non
fit nouatio, ueluti si, X solidorum
prima stipulatione manente, se-
cunda in quinque facta est, non
ualet nouatio..
soror autem et frater tunc de-
mum defuncti testamentum sub-
uertent tanquam scriptis heredi-
bus praelati, cum isti turpem ge-
rant personam , ueluti agitatores
mimi arenarii etc.
tertiam " onde decem perso-
nae „ .... qua .... si cure filium
meum emanciparen, euro tibi in
primum alterum tertiumque man-
cipium dedissem cet.
Et judiciales gnidem sunt,
quae a mero officio iudicis profi-
ciscuntur, qualis est
de dolo sli-
pulalio.
locos huic est, guando
cum eo, qui mihi ex stipulatione
hominem debet, ex stipulatu agam
— ad ofñciurn iudicis pertinet
propter eiusmodi suspiciones reum
cogere ut stipuletur nihil se dolo
fecisse quo magis restitutus ser-
vus laederetur.
Par. 3, 23 pr.
quod arrae nomine datur argu-
mentum est et probatio emptionis
et uenditionis contractae, non uero
ipsa
conslitutio.
Par. 3, 29, 3.
....conditio diesue uel fideius-
sor adiectus uel detractus est uel
etiam quantitas addita est. si enim
detracta est (forte enim anterior
stipulatio X aureorum erat, po-
sterior V), non fit nouatio, quinque
enim in decem contiuentur et nihil
noui posterior stipulatio habet.
(') Sull'origine di questo scolio cfr. sopra [p. 46 sg.].
-56 —
Così
appare il
compilatore della Parafrasi aver fuso testo
con scolii e scolii di scolii (poichè questo
anatocismo
era, come
sappiamo, frequentissimo). Parimenti la nuova recensione della
Parafrasi , contenuta per es. nel Codice Pal. gr. 19
(
1
),
ha
incorporato nel testo molti glossemi.
Quello che qui
avvenne in piccola scala per ridurre
il
libro a più comoda, lezione,
1k
avvenne in scala grandissima
per comporre il libro stesso, quale i bisogni scolastici lo esi-
gevano.
(
1
)
V.
hdstitlutionuv± gr. par.,
1, Berol, 1884, p. avi sg. [=
infra,
p. 64 sg.].
Prolegomena
(*)
a " Institutioullul graeca paraphraasis 'i'heophilo antecessore vulgo tributa „
pars
prior
WEROLINI,
MllCCCLXXXIIII)
"ExE tavta
¿o5
Év
3rQ0-19-ecoQ(c1,.
Graecae Institutionum paraphraseos studium adgredien-
tibus haec potissimum proponenda sunt: I""' quaenain fuerit
huius operis origo,
II
°"' quibus nobis codicibus manu seriptis
fuerit seruata, III
u
'° quaenam deinceps subsidia in editione hac
comparanda praesto fuerint et qua Ida pergendum putauerimus.
§
1.
Operis origo.
De Paraphraseos latinarum Institutionum, quae Theophilo
Antecessori vulgo tribuitur, origine quaestio mirum quantum
uexata est. omnium autem sententias diiudicare non est huius
loei quarum cum plurimae nullo prorsus valido fundamento
innitantur, tum etiam iamdudum merito sunt explosae. post
autem Paraphraseos editionem illam Reitzianam, quae CXXXII
abhinc annis apparuit, ea potissimum sententia -praeualuit,
eam esse Theophilo constantinopolitano Antecessori tribuenda:m
et probabilius non ab eius calamo esse profectam, set ab eius
anditoribns in scholis secundum eius praelectiones clescriptam.
Quam sententiam pasillo dubitanter a Reitzio prol;a:tam (') ce-
(
1
)
T. 1, p. XLII, qui eam eoniecturam' in notis a
T1tExN LL10
relictis
inuenerat.
— 58 —
teri ad unum fere tuco animo amplexi sunt eo libentius, quod
Degenius in libello suo de Theophili aetate et scriptis
(
1
)
plu-
ribus argumentis eam omnibus probare conatus esset. quae
tamen opinio quantum cum eius aetatis moribus ceterisque
de Theophili uita notitiis conueniat, ipsi uiderint. et ante
omnia illud esset demonstrandum Theophilum Antecessorem
longius aetatem suam produxisse, quam inter omnes fere con-
uenit. nam cum eum inter uiros adlectum fuisse constet, qui
priori Codici
(
2
)
Digestis Institutionibus
(
4
)
componendis ope-
rai dederint, inter eos autem qui alteram Codicis editionem
curauerint non nominetur
(
5
),
probabilius statuendum est eum
ante constitutionem « Cordi » latam obiisse
(
6
)
:
h. e. paucis
mensibus post Digesta Institutionesque promulgatas. cum quo
optime conuenit Digestorum graecum Indicem ab eo - suscep-
tum non ultra libros « De rebus », quos uocant, produci po-
tuisse
(
7
).
quo tandem jure sumamus eum tam breui tempore
opus prolixum satis et laboriosum ad finem usque perduxisse,
praesertiln cum in Indice Digestorum conficiendo occupatus
fuerit :'
Quae tatuen non adeo magni fortasse facienda essent, si
aneando probabiliter constaret Paraphrasin reuera Theophilo
esse tribuendam. id tatuen nulla pretiosa ratione contenditur.
i1a1111
qui reni sibi demonstrandam susceperunt illud tantum
adseciti sunt, ut cuique probarent halle Paraphrasin
Iusti-
^üani
aetati esse uindicandam, quod sane negari non potest.
a nemine itero ante XI°
m
nel Xll
um
saeculum Paraphrasis
Theophili nomine insignitur; sét cum eius uerba a uetustio-
ribus referantur, Institutiones simpliciter laudantur. et pro-
babilius eius titulus olim fuerat « Tpt(3ovviavov OEocpl.ov %al
L\c0
00
.
ov Institîita » ; ita saltero notula in quodam Parisiensi
(
i
)
F3ernerkrcnr/en über
das
Zeitalter
des
griechischen 2echtslehrer Theo-
philus,
1809.
(2)
Coust. "
Haec
gane necessario „
§
1; "
Summa „ §
2.
(3)
Coust. "
„
§
2; "
Ta
n
ta „
[DÉScoxEv] §
9.
(4)
Coust. "
Irnperatorian
t
„ §
3;
cf.
MYLIUS,
Historia
Theophili,
p. 30.
(5)
Const. "
Cordi „ §
2.
(6)
Constitutio
lata
est
d. XVI
ka]. Dec. anno
p. Ch.
n.
DXXXIIII.
(')
Fragmenta
collegit
R>;rrziuS,
II
944-957.
alia addidit
HDIMBACHIU5,
Basil.
VI, 34
sq.
— 59 —
codice
seruata innuere mihi uidetur
(
1
).
et
reuera
cum
Dige-
storum Index a Theophilo confectus sub eius nomine
semper
ueniat, mirum foret Institutionum Paraphrasin, si ab eo fuisset
composita,
nunquam ab antiquioribus ita
laudari.
neque desunt
argumenta intrinsecus petita , quae a Paraphrasi Theophilo
tribuenda prorsus deterreant.
ne
in erroribus in re historica
et antiquaria
admissis recensendis subsistamus (in quibus re-
bus
ueteres jurisconsultos
peccare
frequentius notum
est) ,
non adeo pauci in ipsa legitima scientia errores in
hoc
libro
inueniuntur,
qui
tam claro
Antecessori, qui
praesertim in Di.
gestis componendis fuerit uersatus, sine magna
iniuria
tribui
nequeant.
et ne
in re
manifesta
moremur , quam ridicule
locum de heredibus ex disparibus
partibus
scriptis inuicem
substitutis (2, 15, 2)
interpretata est
Paraphrasis, quam inau-
dita de condictionibus (2, 1, 26), de actione pro tutela (4,
10 pr.) in ea continentur : quam demum multa eiusmodi, quae
non praestantis Antecessoris, set inepti cuiusdam compilatoris
stilum prodant ! huc accedit Paraphrasin a Theophili Indice
nonnunquam
dissentire,
sicuti iam scholium quoddam XI"
nel
XII° saeculo tribuendum animaduertit. nam
cum
aurigae in
Paraphrasi
inter
« infames » referantur, avtò5... ó
eEk IXoc
Év t(u)
1,6k)
indici
tó
-y
v
apStov ov
2LÉyst
-cove
iivióxovs
alo
/j
èi
Ij
óíti a
ar@óocoua (
2
).
adcedit maxima in scribendi exponendique
modo disparitas,
ut
nullomodo de eodem auctore cogitare liceat.
Restat
ut
dispiciamus quomodo
fieri
potuit,
ut
graeca hace
Institutionum Paraphrasis Theophilo tribueretur. ad lnaiorem
perspicuitatem res longius repetenda
est.
Constantinus Mono-
(1)
Cod. gr. Par. 1367 fol. 97: cf. ZACHARI aE,
O
acQóxst0o9 vóµoS, p. xti
n.: haec; tainen in Cod. corrupta sunt. in libris tatuen manu scriptis (quorum
nullus saec. X1° autigiiior extat) Paraphra.sis Tlieophili nomine insignitur.
nann, ut de bis taceain qui initio carent [eorum auten-c subscriptiones uide
sis in editione hac ilustra], Laur. LXXX , 1 sic incipit : :tcá>tr1S
ivcsti,tovtíui[vos Oeolcpílov avtLx1lvacnos : LXXX , 2 : 1
1
8ráta5c, 43r(3sovou zù.
'
cvRtrtovta. 4711
71Q. i,vot.
O.
úvtcxTjvoo(1oS :
X,
16 :
scD zC6n
,
iv-
otctovtCOv Osocpílov Pal. gr. 19 [= l3ruxell. 103 et Laiir. LXXX,
6] : ci,QXì1
(AV *e(lJ
te
-
iv 'Ivotctovtcuv Osog-(lov úvtCxi
l
vou)QoS: item cod.
r
l'aur: de
libris parisiensibus cf. alteram huius operis partem [p. 496 sg.l. Ego autem
oùv 158q) Ti); u Inst. ' scripsi, ut ü,vca.oyíuv codicis 11lessaneusis, quem
iu ceteris libris secutus suin, seruarem.
(2)
Schol. ad 2, 18, 1.
— no —
machas huís scholam Constantinopoli condidit , eamque lege
ordinauit, quam nuper inter Ioannis Euchaitensis opera edidit
P. a Lagarde (1).
Ea lege cauetur , ut in schola ueteres libri adhibeantur
emenclentur atque explicentur , et ut principalis bibliotheca
sclrolae asili et commodo potissimum inseruiat. indo piares
ueterum iuris librorum editiones et recensiones fluxisse nemo
facile infitias ibit, qui praesertim cogitauerit quot iuris graeco-
romani codices manu seripti eius aetatis in Asiae et Europae
bibliothecis extent : graeca autern Institutionum interpretatio
(quae una fere a Graecis aut confecta aut certe adhibita est) (2)
antecessora_im et tironum curam potissimum in se conuertere
clebuit, cum argrunenti praestantia, tum etiam perspicuitate, no-
titiarnm copia et antiquitate conspicua, in qua recensenda tac-
tala est,ut ea Theophilo Antecessori facile tribal posset, quem
c4 in Institutionibus componendis uersatum fuisse constaret, et
(vil primas in Prooemio (§ 3) laudaretur. nam ne Tribuniano
.t'atral-thrasis tribueretur obstabant cum cetera, tum odium, quo
;liad Graecos eius memoria tenaciter adfecta est. et cum Do-
rot
lrei piares alii libri innotuissent, aequum uideri potuit Theo-
pi;.ilo iuiEl. cura Digestorum Indice Paraphrasin uindicari (3).
íi I F.c)rriet non plane diuersum in Nomocanone XIIII titulorum
conti
12
,it. qui cum uetustioris antiquitatis haud exigua neque
oaasc ara vestigia praeseferat , a graecis recentioribus Photio
ribiatns est, cujas in re potissimum ecclesiastica nomen adeo
},errai-rl^,
r^,atam erat item iuris liber in Hibernia celeberrimus,
qaci tieaichus-Mor vocatur, din() Patricio, qui in maximo honore
(4 culta apud cas gentes habebatur, tributas est (5).
(
1
)
:4blt.andlrcugen der Gcittinger Gesellschaft der Wissenscha ften ,
1882,
L'd. XX
V
III.
C)
Cf.
giiae inferius proponemus. couiecturam, quam elposui >>us,
ZA-
c t1. a
10A1+7US
a
LTNGEtvTi-tAL
litteriy
ad nos
datis perpeudeudam propoyuit.
(") Itc:in
le
y
es saeculares iu
sy riaca recensione , quae in
libro
parisieusi
coiitinetur, Coustautino Theodosio
et Leoni
tribuuutur ,
qui in
eius praefa-
tione laudantur.
(
4
)
Cfr.
Prrit.a ,
lus ecclesiasticaarra Graecorurn ,
t. U, passim.
Iampridein
B[ENEIt,
Geselr,ichte cl,er Novellen,
p. 34-38. 222
sq.;
HEIMI3ACHIUS,
'AvéxBoia,
t. I,
p,
XLVII.
(')
SUNIr
r
E
it-MAINE,
Études sur
l'
histoire
des
institutions prirnitives,
trad.
#'rain., p.
346: "
il se peut qu' un traité de dimensiona inusitées estimé en
— 61 —
Hac igitur coniectura rem facile expediri arbitror. et
nunc quaerendum est quis demum auctor Paraphraseos fuerit.
alibi iam satis ostendisse confido huir operi graecum quoddain
Gai Institutionum xatà tóbas pro fundamento. fuisse. id uero
non solum ex pluribus locis ad iuris historiam pertinentibus
ex Gai commentariis uerbo tenus in Paraphrasin transl.atis
probare conatus sum, set ampliorem locorum segetem attuli (i),
quibus euiriceretur saepius Paraphrasin cum Gaio conuenire,
cama latinis Institutionibus dissentiret, et plura in ea inesso,
quae nonnisi ad uersionem et dilncidationem Gai commenta-
riorum referri possint. quae .omnia cum per se , tanta argu-
mentortun copia collata , perspicua, esse sperem , tum etiam
doctorum uirorum suffragio comprobata sunt. in eo tamen me
errasse doleo, quod ipsum Gai
xatà.
tóbas
Theophilo tribuerim,
cum longe probabilius seholae berutiensi esset uindicandum (2).
Et reuera cum iam per multos annos Gai Institutiones
scholarum usui inseruirent , nix fieri potuit quin olla earum
graeca interpretatio existeret. accedit argumentum , quod , ni
fallor,
rem hand parum confirmet. extant nimirum quaedam
non obscuriores adfinitates inter Paraphrasin et Leges saecu.-
lar es , quas uocant, idest librum inris syr o-r omanum. eum L
fere annis ante Iustinianum imperatorem confectum fuisse
eonstat, eumque ex berutiensi schola quodammodo esse pro-
fectum non ambigitur (
3
).
eiusmodi autem adfinitates non aliter
explicara possunt, quasi si statuamus ex eadem schola utrum-
que librum minasse.
proportion de son
volume
par 1'
école de droit
qui eri
était possesseur finit
peu pea par are associé nom tenu hautement en honneur ou émi-
nelnuient sacré (Saint Patrice):
phnoméne, doni
l' /eístoi7°e juridique
de
l'09•ient
o
/jre, croit-on,
plus
d'un exemple ,,.
(1)
Rend. Ist. Lonab.,
s. 2.
a
, 16, 569 sg_ [supra, 15 sqq.].
(2)
En quae mihi hac de re scripsit
ZACHARIAEUS A
LrNGFNTxAr,,
quaeque
uenia
tanti
uiri uunc describere Iiceat : " Mit grossem
Interesse
habe
idi
Ihre feìnen Bemerkungen üher Theophilus gelesen. Im Wesentlichen hin
ich ganz mit Ihnen einverstanden. Nur mbchte ich nicht so bestimmt an-
nehrnen dass Theophilus selbst ein
xazèt
7r66as von Gaius' Institutionen
a
usgearbeitet habe : vielmehr stammt dasselbe vielleicht aus Berytus ,,.
(3)
Editiones
cum LnNVrr , turn BxUNSIr
perspectas habui : hanc uero
alteram potissimum secutus sum.
—
62 —
Merque liber de inofficioso testamento tractans de infa-
mibus personis loquitur hoc modo :
. . 7tnó600nov, oTov
`v^o^or
µmor
Tb. 2, 18, 1 ü66uòv énétiov6r
Ms. lond. § 9.
¡1
1= `3J0
^
i„vilyoi irxì oi úrtò
uic^y^c"^S µ^SEO^s
f:yworrliévor.
`)¿k_O>0
^
dl
o
C
^,^
Acide Theoph. 3, 12, 1 = Lond. § 48 b, ubi de S:C. Clan-
diano senno est : uterque de nao(zyyátai5 loquitur
ar} ,
uterque (adde Thal., schol. Bas. IIII 770,
qui ex eadem fonte hausisse uidetur) eandem dicendi formam
•
u
_=
usrpat : ^l yàp
acs
. . Fp^1 . .
d ci oc -(1)•
Si ergo probatura fuerit
tò
xatà Gai , quod Para-
phrasi nostrae pro fundamento fuerit , ex berutiensi. schola.
originem ducere idque , cum Iustinianus Institutiones suas
proiianlgasset, ad nouum latinum textum, ut melius fieri potuit,
adeommodatum esse, res erit, quae nullomodo exemplo careat.
quin imo exemplum eiusdem aetatis tenemus, quod ad rem
nost:rain haud pa:rum facit. tò xatà nóba5 constitutionum retro
priEseipurl, quae in Iustiniano Codice continentur, non esse a
1'ha lelaeo confectum post scholium a Pitra eminentissimo uiro
eilitutn inter omnes constat , neque est cur coniecturam Za-
eh.uriaci a Lingenthal aspernamus existimantis uersionem xatà
Jrócicu trium Codicum Theodosiani Hermogeniani et Gregoriani
in berutiensi schola fuisse confectam eamque a Thalelaeo
in commentario suo cc.nficienclo adhibitam. quare fit ut Tha-
(
I
)
Cf. locutiones complures, quae eandem originem redolere uideantur.
V
.
(ut recte pro posuit
SACIIAUIUS,
Syrisclz-rdnzisches Rechts-
buL,
p. 18) gr. µéµ2ins apte respondet : utraque uox de querella [inofficiosi]
usurpatur : de
pretio
eius qui sese uenumdari passus est apud utrumque
ti^µr1
adhibetur : uox nofte6µí,a [§ 125 — Par. 3, 19, 19]
tempus eorlstitutum
apud
utrumque audit. Accedit, id quod iam
BRUNSIUS
animaduerterat
(Syr.-rdnz.
Rechtsbcch.,
p. 321), quaedam rei exponendae si
►
nilitudo, de qua alibi fortasse
nobis monendum erit.
14.1°
pO .:
1
0
— 63 —
lelaeus longe integriorem textum prae oculis habuisse ui-
deatur (1).
Is igitur fuit (ut patet) aetatis Iustiniani imperatoris mos,
ut libri ex berutiensi schola profecti, cum fieri posset, ad nona
studia aptarentur. quae consuetudo plurimi nostra refert, cum
ita traditio scholarum sine intermissione continuaretur.
Ceterum hoc opus, ut rò xatà acóba5 Gai Institutionum ad
nouum textum exprimendum reduceretur, Iustiniani temporibus
susceptum fuisse pluribus euincitur argumentis. Primum enim
huius aetatis uerba usurpat et eius indolem repraesentat, quae
a ueterum iurisconsultorum memoria nondum abhorrebat :
posteriores autem leges ne uerbo quidem adtingit, cum uetu-
stiora iura commemorare minime supersedeat. eius uerba a
Iustiniani aequalibus referuntur : nam si quid uideo hanc
Paraphrasin etiam Thalelaeus prae oculis habuit
(
2
).
eam certe
Stephanus nouit et adeo magno studio in ea lectitanda uer-
satus est, ut eil.is stilum formam uerba denique ipsa imitanda
sibi proposuerit : id quod etiam est adsecutus
(
3
).
haec autem
Paraphrasis utpote quae magnam partem libro inniteretur,
qui haud exiguam fuisset in scholis auctoritatem adsecutus,
adeo apud Graecos statim usitata fuit, ut nullius alius uersionis
uestigia satis certa appareant. Nam si regulas Institutionuln
excipias , quas edidit Zachariaeus a Lingenthal
(
4
)
,
quaeque
probabilius ex uetere quadam summa Institutionum excerptae
sunt, omnes loci qui ex Institutionibus apud Graecos referuntur
ex hac nostra Paraphrasi aut uerbo tenus sumpti aut in bre-
uiorem formam redacti atque translati esse uidentur.
(1)
Quae opinio alteri sane est praeferenda
(Kritische hierteljahresschri
fi,
16 , 231 sq.) ex qua Thalelaeus uersionem prioris Codicis Iustiniani esset
secutus. alter enim Codex a priore non tam in ipsarum constitutionum
modo e
t
, forma , qualn in numero et qualitate diuersus fuisse uidetur. Cf.
Const. "
Cordi „ §§
3. 4.
(2)
Cf. schol. OaaeX. Bas. IIII 86 = Paraphr. 2, 19, 7. ibid. T Th. 2, 7,
4. schol. Oca. IIII 770 [ad C. 7, 16, 3] = Th. 3, 12, 1. Quod ad schol. Oa7L.
IIII 723 [ad C. 7, 11, 1], non est
FABRO'1'I
sententia reicienda existimantis
"ÉV
tok
TQcíiois„
potius quam " Év zok tvazuioviots „ legendum esse, ut de
Dig.
1,
5, 25 ea
accipiamus, ubi uerbo tenus eadem
reperiuntur.
(3)
Caue ne statuas Stephanum quoque graece Iustitutiones esse inter-
pretatum. Quod enim ad schol. cpryw II 397 adtinet, uidesis quae recte
monuit
HE
IMBACHIUS,
Basil., VI, 31.
(4)
'Avéxsota, pp. 166-175.
—
64 —
.7 2.
De
codicibus nnanu scriptis, quibus Paraphrasis nobis seru.tr,ta
est.
Codiccs
manu
scripti hi innotuerunt :
I.
Vaticanas gr. 2063
(
i
).
Bas. 102.
(
II.
Palatinus gr. 19. Inde descripti sunt:
)
I1 `
Bruxcllcn5is [E
b
natianus] 403.
Laur.entianus LXXX, 6.
II L
»
LXXX, 1.
IIII.
»
LXXX, 2.
^
r
.
»
LXXX, 18.
VI.
»
X,
16.
3iessa,nensis , cuius collatio ope Carionis confecta
scrua,tur
inter
libros graecos
manu
scriptos Bi-
bliothecao regiae Berolinensis gr. 28
a
28'' in 4.°
VI
II.
Parisiensis gr. 1364.
VL II I.
»
gr. 1365.
X.
»
gr. 1366.
XI.
Marcianus 178.
X I I. Oliuetanus.
^.II.I. Taurinensis 162.
Yarapliraseos codices tractanti ultro apparet duas quodam-
►
i2odo c.iusdem operis recensiones contineri. In Messanensi .enirn
codice, item in Laurentianis LXXX, 1
et
LXXX, 2
et
in
iiu.obus Parisiensibus antiquioribus recensio textus ab ea satis
r.Iiuersa, quae in ceteris codicibus seruatur, se praebet, quae
aetatem redoleat netustiorenz. latinae uoces
immo
et
litterae
in jis
codicibus seruatae sunt, cum
in
ceteris graecis cesserint.
Ideni in IVomocanone XIIII titulorum contigisse
omnibus
no-
tnln
est,
cuius antiquiores. recensiones uerba
artis
latina reti-
nuerant
(
2
).
Palillo enim post Iustinianum latinae linguae
scientia adnnodum rara, facta
est,
ita
ut
etiarn in Prochiro
ne-
cessa Finan uisunl sit cas noces graece reddere: ,ccw Pcoµat.xcw
(
i
)
Haud recto apud
ZACI-[AR[ArUM ,
DelinecLtio ,
p.
26 , quem descripsit
Moerxor,ius,
Hist.
(in
dr.
byzantin.
1,
•
127 ,
est
Bas. 115 (h. e. Vat. 2079) ,
qui, ut ipse
recoguoui, EpifoLnen continet.
(
2
)
Cf.
pro
oinnibus HE[MBACHIUM, Basil.,
VI,
94.
,n
—
65 —
XIIEcov t1
'
v ovvailmiv ELS T v EX2a8a -yXw45crav tEtenotijOapev » (1).
Item iis uerbis, quae necessario latine essent seruanda, graeca
interpretatio addita est. Saepius ubi graeca cppdQts nimium
latinae haereret ideoque obscurior euaderet, Glia substituta
est, quae elegantior et clarior esset. si quis gnaerat linde
altera haec aQagpáóEon recensio (cuius exemplar praecipuuin
Palatinus codea esse uidetur) manauerit, respondeamus necesse
est eam probabilius a schola originem ducere, guara condidit
Constantinus Monomachus. utramque enim lingnam callere
ex eius constitutionis sentencia Antecessores debebant eoque
niti, ut libros iuris emendarent atque peruulgarent. in quo
opere perficiendo non omnia correctores ex sua, ut ita dietim,
penu protulerunt, set scholiis et notis usi sunt, quae iam tuno
temporis extarent. in uetustioribus enim manu scriptis codi-
cibus , qui pristinam illam recensionem adhuc praesefei ui t ,
scholia et glossar sunt conspicua , quae in repetita praelec-
tione in ipsum textura translata sunt. hace omnia in nostra
hae editione perspicua. fore confidimus : cuna enim in texto
antiquiorem recensionem seccati simas, alteram seriorem
in
notis perpetuo rettulilnus (ex Palatino praesertim et, quod ad
idem redit, Laurentiano LXXX , 6). restat ut de praecipuis
codicibus panca disseramus.
Codex omnium praestantissimus est qui Messanensis no-
catur (
2
).
qui cum hodie lateat, collatio Carionis diligentis-
sime confecta extat in Regia Bibliotheca Berolinensi, ubi inter
codices graecos manu scriptos adseruatur (28 a. in 4°). ma-
gnopere dolendum din adeo esse niutilum ut liber
I
US
totus
fere - desideretur, item liber IIII
US
a ti. 14° rasque a.d finem.
Eum codicem in hac mea editione comparanda, potissi-
inum sum secutus. antiquiorem enim recensionem dnam
constantissime et fidelissime pra:esefert. ad eius lacuna,s sup-
picudas magno mihi usai fuit Laurentianus LXXX, 1, qui
praesertim in duobus libris prioribus eandem omnino indolem
praebet. hure propias adcedit Laurentianus LXXX , 2. is
(
r
)
`O
atOxErpos
vetos, Prooern. § 1.
(
2
)
Plura de huius codicie natura expoyui in
nend. Ist. Lomb.,
s.
2.a,
16, 61 sq.
[supra,
8 sg.]. Cf. etiam Btnrrmuunt in epherneride, quae inscri-
hitnr
Zeitsclarift für gescic. I^tiV.,
VIL, 370 sqq.
('.
1'
D:RRiNr : Srn
•
itti Gi.ar,ridica:,
T.
b
— 66 —
codex magnam cum aliis praesefert adfinitatem, qui in Ca-
labria apud Basilianos exarati sunt (ut est Ambros. Q. 25 sup.,
Vat. Bas. 115, item 114, piares alii id genus), cum in litte-
rarum formis , tum etiam in orthographia , quam uocant, et
in ipsis, quibus scatet, erroribus. eadem quoque aetate (sae-
culo XII) conscriptum esse Tiquet, ut pro certo habeam eam
esse el originem uindicandam. hic autem codex admodum
neglegenter exaratus est: persaepe (in I° libro praesertim)
seholia in ipsum textum intrusa sunt, lacunae crebrius occur-
runt. tamen, utpote qui a bono quodam et perantiquo exem-
plari descriptas fuisse uideatur,' eum totum contuli eiusque
lectiones referendas censui. item antiquiorem recensionem
pra.ebent Codices parisienses gr. 1364. 1366 , quorum prior
maximi momenti ad Theophili crisin est. eum sane eundem
crediderim esse acque ille, quem contulit Fr. Pithoeus, cuius
[
'
arias lectiones edidit Reitzius
(
1
).
eos codices (una cum tertio
parisiensi 1365) adhibuit Fabrotus, qui in altera eius editione
codice 1364 maiore quadam cura usas est
(
2
).
codices XII
Pere saeculo sunt exarati: eodem tempore probabilius etiam
liber
I°
s
et II
us
in Cod. 1365 scripti sunt, libri nero III
1s
et
1111"
s
saec. XIIII° aut XV° suppleti sunt. de codice Vaticano
gr. 2063 magna quandam fama percrebuerat
(
3
),
non tatuen
merito. est admodum mutilas, ut a 2, 20, 20 incipiat. re-
cea.sionem mediani quandam inter antiquiorem illam et alte-
ra ni recentiorem praebet; eius uariantes diligenter contuli et
in calce adnotaui. saeculo XII° fere exaratus esse uidetur.
non facile librum neglegentius scriptum inuenire quis posset,
cì.deoque crebris lacunis laborat, ut uix 151,tototaarrov reperiatur,
quin scriptor bonus locum integrum describendo praetermi-
serit : iitrum taedio an sommo plenior non statini quis co-
rtieeerit.
Primus liber in Laurentiano, LXXX, 18 bombye. saec.
XIII'
desideratur. codex bonae notae est et ad recentiorem
(1)
In t. I, pp. XLII-LX.
(2)
Rend. Ist. Lomb.,
s. 2
a
, 16, 60 [—
supra,
5 sq.]. rode patet quam iniuria
dixerit
REITZtus uariantes alterius fabrotianae editionis nullam merere
fi-
dem (II 1250). Cfr.
CARIO,
Beschreibunq des Cod. • Messanensis
(in Biblioth.
Bero]inensi inter inanusc. graec. codices la 4°, 28 b), fol. 2 b.
( ;)
GRUNLLiNG in Grundlingianis, II,
105. Cfr.
Rend.,
p. 63
[supra,
10].
— 67 —
recensionem propius adcedit. in eo plures scholii
et
stemmata
complura in scholarum
usum
confecta conspicua sunt, quae
eadem
manu
sunt adiecta.
manu posteriore
(saec. XV°,
ut
uidetur) scholia latina
addita
sunt.
quorum
scholiorum pauca
tantummodo,
cum
plura temporis angustiae non sinerent, de-
scribere potui: digna tamen prorsus sunt, quae in lucero pro-
ferantur. utinam posset quis aliquas notitias, quae praesertim
ad historiam horum studiorum in Italia illustrandam conferant,
ande haurire !
Haud deterioris notae
est Cod.
Laurentianus X, 16,
qui
item recensionem iuniorem praesefert
et
saec. fere
XIIII°
exa-
ratus
est.
bonae notae
est Cod.
Palatinus gr. 19, urde Bru-
xellensis 403 atque Laurentianus LXXX, 6 descripti sunt.
Romae commórantem temporis angustiae me prohibuerunt ,
quominus totum
,
eum codicem conferrem :
optimum
tamen
supplementum praebuit mihi Laurentianus LXXX, 6,
qui, ut
ipse
recognoui, ex eo plane fluxit. Apographum Egnatianum,
quod
nunc Bruxelli adseruatur, una
cum
Marciano
codice (qui
eandem recensionem continet) adhibuit Viglius Zuichemus in
prima Theophili editione comparanda. uidetur tamen Zui-
chemus Marciani codicis uestigiis potissimum haesisse.
Codex Taurinensis parui
momenti est.
duos tantummodo
priores libros continet,
et
saec. XVI°, si quid video, demum
exaratus
est.
recentiorem amplectitur recensionem :
ut
eius
quodammodo
specimen
offerrem, eius
omnes
variantes ad
tit.
XI libri I' collegi et
in calce descripsi : ceterum eum in
ma
-ximis
tantum
ambiguitatibus adhibui. De Oliuetano
nulla
mihi notitia peruenit : itero de eo
codice manu
scripto,
qui
apud Anglos adseruari dicitur.
§
3.
De
ceteris editionis subsidiis ,et
de
eius ratione.
Editiones anteriores praecipuas, ut par erat, contuli.
Praeterea ceteros iuris graeco -romani libros adhibui, qui
locos ex Paraphrasi sumptos continerent. inter quos, ne de
Basilicis eorumque scholiis loquar (pro quibus Heimbachii
potissimum editionein secutus sum , addito supplemento Za-
chariaei a Lingenthal), magno usui fuerunt Prochiros Epi-
— 68 —
tome Epanagoge Harmenopulus, quod ad Prochiron Epana-
^;ouenque item Epitomae Mulos XXIII priores , Zacha^^•iaei
editiones sum secutus: Epitomae titulos a XXIIII usque ad
finem in Ambrosiano códice Q 25 sup. contuli, quem ipse
felici quodam fato repperi , cum editio Zachariaei nondum
apparnerit. idem Ha.rmenopulum secundum Heimbachii edi-
tionem et codicem Ambrosianum C 3 inf. adhibui. plura sup-
peditauit tractatus de peculiis, quem edidit Heimbachius (') ,
ex quo locos quosdam libri II' eastigaui. Attalensis
zò no í,y
l
E
ut non tam ad Leiu.zclauiensem editionem, quam ad
f icleln codicum manu scriptorum Ambros. I, 117 inf. (
2
)
,
Laur.
L1XXX , b et V , 4 laudaui , cum iam studia nouae eiusdem
editionis comparandae inierim. item Gai commentariis
ad
quosda.m locos emendandos usas sum (
3
),
et iure quidem, cum
constet gra.ecum Gai
7L(CLà
nóSas
Paraphrasi pro fundamento
fnissc. coniecturas Reitzii et Wuestemanni passim
,
gime singulae quales sint suis locis proponam.
Qua autem ratione hane editionem comparauerim, paucis
iam explicari potest. antiquiorem recensionem in textu sum
secutus : median' et nouissiman in, notis exposui. Orthogra-
h
hiam ex codicibus dedi, qui eam recensionem quam fidelis-
tiinlc+
repraesentarent, i. e. 1VIessanensi et Laurentiano LXXX,
1. Rubricas latinas ubiqué serualli : graecas enim sero et
imperite additas
-
esse iam uidit Reitzius (II 1175 sq.). de ortho-
graphicis canonibus alibi iam plura disserri (
4
)
:
ceterum mo-
nend um est nunquam me adeo ingenio meò indulsisse, ut quae
in libris essent mutare sustinerem. Ita factum est ut quaedam
latina uerba, quae in libris constanter nulla pretiosa ratione
gra.ecis litteris scripta essent, ego quogne graecis litteris expri-
zn.erem, quamuis aliter eeterarum uoeum Al/ab-vía persuaderet.
aceentus quoque secundum eos libros retinui , qui , ut om-
nibus liquebit , acl graecae prosodiae normam conformantur.
quibus, ni fallor, Zachariaei desiclerium explebitur, quod ipse
olim expressit (
5
).
ceterarum praecipuarum editionum uariantes
(1)
'AvéxSo ra, II, 247-260.
(2)
Huno librum diserte descripsi
Rend. Ist. Lonmb. ,
2.
a
s., 16, 64 sq.
[= supra,
12 sq.].
(3)
Cf. quae disputaui in
Rend.,
16, p. 565 sqq. [—
supra,
15 sqq.].
(')
Rend. Ist. Lomb.,
16, p. 61-62 [—
supra,
9-10].
(') 'Avéxhoia, p. 173,
n. 56.
1
-
69 -
collegi : item
locos ,
quos inuenerim , parallelos. uersionem
quoque latinam
e
regione addidi,
non
ueterem illam Curtia-
nam, neque eam quam Fabrotus emendauit aut Reitzius foe-
dauit,
set
quae mihi potissimum probaretur.
In
hac
mea
editione complura facile deprehendi poterun
t,
quae notanda uideantur. quae
si
quis monuerit, libenter audie-
mus, et
si
tanti erunt ,
ad
nostri laboris emendationem acci-
piemus. eo enim tantummodo tendimus, ut haec Paraphrasis,
quae
a
nemine eorum est neglegenda, qui iuris scientiae operam
dent, magis magisque adornata et perpolita procedat.
— 77 —
supplemento al testo paiano , e ci conferma in questa idea il
vedere questo brano (con mutazioni di poca importanza) con-
servato indipendente in diversi manoscritti (
1
).
Tale dottrina si
completa con quella della adozione, che costituisce una figlia-
zione secondo il v6 tos ignorata dalla cp156L
s
.
Ond' è che 1' adottato s' imparenta cogli agnati dell' adot-
tante poiché 1' agnazione riposa come 1' adozione sul vó
1
cos e
tà vóµu,µa tot; voi toLs auvcíactetai (1, 10, 1. 2, 13, 4); mentre
non s' imparenta coi cognati dell' adottante, giacché il loro
rapporto fondato sulla mera cpúais è estraneo ad un istituto,
che si basa esclusivamente sul vóµo
s
. Si ammette però che il
vóµos
abbia a sua volta qualche efficacia sulla y
p
úacs e si dice
perciò non sconosciuto alla cpúots il rapporto degli agnati fra
loro (1. c.) come neppure il rapporto dell' adottato colf' adot-
tante e gli agnati suoi : i adgnatícun ouvanto
^AÉ
vn tre DÉaEt g),xet
[LEI' sautfis -xal cpúaty. Se non che questo vincolo della
cpvac5 col vóµos è in tal caso debole assai e presuppone sempre
che duri il rapporto che lo ha prodotto. Quindi, se 1' adottato
esce in qualsiasi modo dalla patria potestà dell' adottante,
ogni vincolo naturale cessa affatto (3, 1, 14). Anche il rapporto
agnatizio cessa affatto colla
capitis
deminutio,
1JCEL6'il
ó noÀ tcxos
Xóyos
(tour.
1) capitis deminutíwn) tà noîanxec
8lxaca
(tout. tú
adgnaticà) 8Lcccpftei@ELv fiúvatat, e tale ruina trae con
sé
anche
quella del vincolo naturale fra gli agnati sussistente (1, 15, 1.
3). Ma la
capitis deminutio
(almeno la inedia e la minima : la
massima fino a, un certo punto) come istituto di diritto civile
non può distruggere la cognazione che ha propria e indipen-
dente radice nella cpveLs (1, 16, 6).
chiaro che tali dottrine non sono uscite dalla testa del
parafraste ; ma già si trovavano nella vecchia spiegazione dei
commentari gaiani,
eh'
egli teneva avanti agli occhi. Infatti
non solo presuppongono la dicotomia gaiana; ma si riferiscono
agli istituti giuridici quali erano nel periodo classico. Le
molte innovazioni arrecate
ad
essi e dagli imperatori antece-
denti e da Giustiniano medesimo (innovazioni accolte nel testo
stesso delle Istituzioni) non permettono di farne integra appli-
('^
Vedilo in ZACHARIAE, 'AvéxB., p. 185 sg. V. quanto abbiamo notato nei
Re
g
id.
Ist.
Lonab.,
s. 2.
a
,
16, 575 [—
supra,
p. 25].
- 78 -
razione. Per dirla come dicevano a Berito, la rpi1 ic era andata,
sempre più vincendo il vó tos.
E del resto tale conclusione risponde a quanto dice il
Savigny ('), che la dicotomia « bei den Riimern selbst als herr-
scliende Ansicht zu betrachten ist ». Certamente il Savigny
ha esagerato, nè si può negare che molta luce abbia sparso su
alcuni punti speciali la dotta e voluminosa opera di Maurizio
Voigt. Per es. mi pare ormai certo che Marciano debba aseri-
versi fra' seguaci della tricotomia
(
2
)
e
cose pure Fiorentino (3).
E ini par certo che se la tricotomia , com'è esposta
da
Ulpiano nel bel principio delle sue Istituzioni, deve conside-
rarsi come un « innocuo tentativo », al quale 1' autore stesso
non ha annesso troppa importanza, egli pure in ultima analisi
presupponga
una
tricotomia intesa alquanto diversamente ,
dando cioè al diritto naturale un' altra e più ampia acce-
zione
(
4
).
Che le sue idee non siano sempre chiare e che talora
sembri accostarsi alla dicotomia
(
5
)
non è cosa che, trattandosi
di un
frettoloso compilatore, debba recarci grande stupore.
Qualche passo deve però forse considerarsi altrimenti; per es.
il fr. D. 50, 17, 32 è preso dal 43
0
libro di Ulpiano
ad Sabinuni,
e chi potrebbe negare che appartenga a Sabino stesso
2
Che la
dicotomia fosse in uso nella scuola sabiniana sembra provarlo
La tena:cit
a
, con cui Gaio, uno dei più fedeli rappresentanti di
essa, vi aderisce (6).
La dicotomia prevalse ad Ogni modo nella tradizione sco-
lastiea e specialmente nell' orientale. Nelle elaborazioni greche
fatte dai coevi di Giustiniano delle fonti giuridiche latine,
noi troviamo continuamente reminiscenze di essa. Vedi per
es. Suppl. Bas. p. 19
.
sch. 93 (ad D. 6, 1, 27, 4, Stefano), p. 112
sch. 2 (id. ad D. 7, 6, 3), p. 206 sch. 15 (id. ad D. 15, 1,
3, 3),
p. 211 sch. 54 (id. ad D. 15, 1, 9, 7)
(
7
),
p. 226 sch. 168 (id. ad
(
t
)
System,
I, p. 413
sg.
(
7
)
D. 1, 5, 5, 1. 40, 11, 2.
(
3
)
D, 1, 5, 4
pr. §
1.
•
(
4
)
Cfr. D. 1, 1, 1, 3 con D. 50, 16, 42. 2, 14, 1 pr.
(')
SAVIGNY,
System,
I, 415-18.
(6)
Cfr. Javolen., libro 9
0
ex Cassio, D. 11, 1, 14, 1 ` ius et natura'.
(7)
Qui Stefano non fa che riassumere gli argomenti., di cui s' era ser-
vito il vecchio Cirillo, professare a Berito, in
una
difesa penale..
-- 79 --
D. 15, 1, 41). Bastino questi pochi esempi, tolti tutti a una pic-
cola parte delle fonti greco-romano, per comprovare la verith
del nostro asserto.
A mantenere tale sistema nelle scuole giovava anche la
I
ll
terminologia conservata in tutto il diritto privato : ` possessio
ciuilis ' e naturalis ', ` obligatio ciuilis ' e ` naturalis' ecc. Qui
epiteto
naturalis
non ha forse un significato troppo chiara-
mente determinato ; ma non e sempre facile determinare quello
che ha `natura' nelle fonti nostre
(
1
)
e q i5' nelle scuole
orientali (2).
(1)
Cfr. l'opera di MORIANI ,
La filosofia del diritto nel pensiero (.lei giu-
reconsulti romani,
p. 48 sg. 50 sg.
(2)
Che nella Parafrasi (e si poteva aggiungere nelle fonti greco-romane
dell'età giustinianea) la cpvat5 ` als das Vehikel.des cpurrxóv vó
}
irµov und als
die rechtserzeugende Potenz anerkannt wird ', ha ben riconosciuto il VOIGT,
Lelzre des
mUS
nat.,
I, 518. Ma aneo la
ratio
che ispira il vóµ.og è concepita
come aderente a una forza intelligente e ordinatrice, che regge l'organismo
dello Stato, e che non sembra essere una cosa sola col sovrano legislatore;
cfr. p. es. Par. 1, 4, 1.
''
^
^
`
`^
`
I commentarii di
Gaio
e 1' indice greco
delle Istituzioni
(*)•
Fino dal 1883 io avevo 'richiamato 1' attenzione degli stu-
diosi sul fatto, che la cosi detta Parafrasi greca delle Istituzioni
attribuita a Teofilo si appoggiava in parte notevole ai coni-
mentarii di Gaio, e non solo ne deduceva notizie storiche, ma:
ne riproduceva molti passi e argomenti. Talora non si vede
alcuna buona ragione, perché il traduttore bizantino si allon-
tani dal testo delle Istituzioni imperiali per accostarsi a quelle
di Gaio o perché venga fuori con riflessioni e avvertenze, che
si richiamano ai commentarii di Gaio piuttosto che al Libro,
eh' egli deve tradurre e illustrare. Per spiegare lui simile fatto
io avevo messo avanti l' ipotesi, che esistesse nelle scuole orien-
tali un xarà nactg delle Istituzioni di Gaio, quand' esse servi-
vano all' insegnamento elementare del diritto ; esso sarebbe
stato usato dal parafraste del testo imperiale, che così avrebbe
cercato di agevolare la fatica del compito suo. Questa idea fu
accolta dallo Zachariae e da altri. Il Brokate in una disserta-
zione argentoratense De origine Theophilinae quae fer. tur in-
stitutionum paraphraseos esaminò punto per punto i miei argo-
menti e ne conchiuse che per essi restava solo provato 1' uso
dei commentarii di Gaio da parte del parafraste per le notizie
storiche. Al Brokate rispose il
D
I
'.
Segré, gih mio discepolo ed
ora professore all' universitk di Macerata (')..[1 prof. Kriigger,
e
l
) [In
I3yzantinische Zeitschri
ft,
VI, 1897, pp. 547-65].
(
i
)
FidanJie,•i,
12, 1887, pp. 734
sgg. •
C.
rl,eeINI:
Scritli Giuridici,
I.
t;
— 82 —
che nel 1884, parlando della seconda edizione di Gaio compiuta
da lui e dallo Studemund ('), si era espresso in argomento con
molte restrizioni, nella terza edizione (1891) ha ammesso che
l'editore di Gaio deve « inter subsidia critica » tenere ben mag-
gior conto della Parafrasi, riconoscendo che 1' autore di questa
l^a
assunto « plurima » dalle Istituzioni del vecchio maestro.
Negli ultimi mesi, mentre attendevo alla pubblicazione del
secondo volume della Parafrasi , ho riesaminato con cura la.
questione accennata e mi sono confermato sostanzialmente
nelle antiche idee. Non tutti gli argomenti , che io avevo ad-
dotto , mi sembrano ora senz' altro probanti ; ma la maggior
parte
di essi mantiene ai miei occhi la sua forza e anzi ne
lio
raccolto non pochi nuovi e significanti. Soprattutto mi pare
molto notevole il fatto, che in molti punti osservazioni e com-
menti che si trovano nel libro greco non hanno nel corrispon-
dente latino la loro diretta occasione, mentre questa si trova
nei commentarii di Gaio ora ciò non può opportunamente spie-
«
,
arsi che colla preesistenza di
un
xatà
Jtóbas
paiano usufruito
dal parafraste. Allo stesso resultato conduce l'osservazione, che
in
certi luoghi troviamo una doppia trattazione del medesimo
tema, una corrispondente al testo latino, l'altra invece consona
,ella esposizione di Gaio.
Ho creduto perciò conveniente di esporre l' intera serie
degli argomenti, che possono servire a sostenere la mia tesi ;
a
uopo seguiamo lo stesso ordine del testo dell' indice greco.
Ometto tutto quello che mi pare dubbio e varai raffronti minori.
1. Cominciando dal titolo 2 del °LIBRO I troviamo subito
uu
fatto notevole. Due volte ó illustrata la differenza fra il
ius,
civile
ed il
ius gentium.
La prima spiegazione comincia alle
parole ó
(
à
Q
nattElav
6vvvrt¿Sv
(§ 1 , p. 2 1. 2 ed. Ferrini) e
prosegue fino alle altre
noXE tEi,v'ún1Q
avtwv ovx c15xvll6av (p. 7
1. 12 sg.). La seconda comincia immediatamente dopo , daras
ovv
5il
µoc,
e continua per tutto il § 2. Qui abbiamo la vera
traduzione della Istituzioni giustinianee : Omnes populi etc.
La prima parte, che non ha in questo veruna base e che riesce
nella Parafrasi una singolare duplicazione, non pub spiegarsi
(
1
)
lirzt. VJScItr., 26,
p.
548
sg.
— 83 —
che come tolta da qualche libro anteriore. Appena pub dubi-
tarsi che fosse presa da una versione greca di Gaio con com-
menti. Quali fossero le parole con cui Gaio cominciava i
suoi commentarii , parlando di questo argomento, non sap-
piamo ; nelle recenti edizi9ni la lacuna s' integra colle parole
delle Istituzioni imperiali , ma non so con quanto diritto :
il
modo diverso con cui rende il parafraste il concetto sembra
opporsi. Del resto Gaio pone la differenza in ciò che il ius
civile è proprium civitatis ed il ius gentium apud omnes po-
pulos peraeque custoditur ; la Parafrasi spiega appunto ed
illustra tali concetti. Notevole è 1' espressione yàQ lav Lxovs
[vóµou
s
] téar
i
aty,
o )g
xai cpvatxovs...
xaXoúµ£v. Questa frase, in per-
fetta armonia colla dicotomia di Gaio, è in contraddizione col
sistema della tricotomia accolto in questo stesso titolo delle Isti-
tuzioni imperiali
(
i
).
Non si può in veruna guisa credere che i
due brani così opposti l'uno all'altro siano fattura del medesimo
autore. Essi si presentano entrambi come trattazioni finite,
con principio, svolgimento e fine. Se fosse stato unico l'autore,
costui avrebbe in una sola e medesima trattazione sviluppato
1'
argomento ; costui sovratutto non avrebbe ripetuto due volte
la cosa medesima, dicendo p. e. a p. 6 pendere dal
ius gentium
tò yívEali'u1 auvuX?áyµutu
JtQúa8Ls
elyopaa(as µLaÚYi)c 1L Éxµ(ailo)GEL
S
aQuxutuO7jxa5 xoLVcovías cSúvELU,
tò
yívEaaa1 Bco@Ed , SLL{}t xu
S
avywcicpEallaL,
e a p. 8 lx tovtou
tov
VOµí4,LOV rui
núvtu
axEBòv 11-rEVO!Maav tà
avvcLXXáy tuta,
oi,ov ccyopaaíu ttQCLau; µíal1coaL
S
ÉxµÍan0Ju15 xoivcovía tcLouxutuTrpa
i
& VELaµa. xu1 EtEQ€ adturo Xu
auvcú Xdy µatu.
2. Un fatto analogo si osserva nel § 4 ibid., p. 9. La legge
viene due volte definita. Anzitutto si dice : rò
ICCtOÒ.
tov
cb7j
µov
vo[to
-
htovµEVOv X yEtuL
lex.
Quindi segue subito una
più
ampia, analitica definizione, la, quale chiude
così : lyévEto c5
[I)
lex]
tovtov toV tOtCOV
•
tori avyx lynxov ¿ ovtoc, olov tov vMccítou,
EQwtwvtos EL xe
j
tóbE voµoiO£tEiV, ó
Éac£vEVaev. Cfr. ora
per
la prima definizione Gaio 1, 3: Lex est quod populus iubet
atque constituit. Per la seconda Inst. 1, 2 3: Lex est quod
populus romanus senatore magistrato interrogante, voluti
co11-
s
ale, eonstituebat.
(
i
)
Cfr. anche
Re7tcl. Lst. Lonub..
s. 2.
a
, 18, 1885, p. 859
[supra,
p. 731.
-84 -
3.
Ancora più manifesta è la sovrapposizione dei due strati
nella definizione della plebe. Sempre al § 3 e alla p. 9 troviamo
detto prima (linea 12) ó zv8alos Sfiuós Éot
6
tò
Xontòv ciaav n?Jraoc,
imEhmilvwv to)v 6v
'
x?ì
i
tim)v, proprio come in Gaio (1, 3): plebis
au.tem appellatione sine patriciis ceteri cives significantnr.
Più
avanti (1. 17) leggiamo : tò cSÈ zvchaiov nXi
-
j$o5 tov
tovtc?
8LEV1jvo^lE,
r^)
?ì1EVljvo
7
E yÉvos á76) E 6ovs' ti 611uoly
ov ncQor
l
-yooik„( túvtES ol
l
uaivovtaL aoX,tUL, ovvcced uovuÉVCOV na.tQtxka)v
xal
0
.
1±yx7,11tix iv. ti`
)
61 rov plebiscito (sic : 1. rik
.
plebis) òvouaoíá
c?
ilyu uta
-cc)
6xicoV tE
Mal,
ovvx%
y
lt
D.
Av
ol XOLnO
'
L
ato2 itai. 8r1Xovvta
L,
proprio come in Inst. 1. c. È notevole che i patrie ii di Gaio
vengano more solito tradotti ovyxti)ittxoi ; mentre, ove Giusti-
niano distingue patricii et senatores , il traduttore distingue
pare tutQíxi,oi xal ovyxXttixoi.
4.
Anche del plebiscito è doppia la definizione. Anzitutto
1. 14
tò
8È
av.U
'
avtc5v vouo&etom5p vov plebísciton Xáystat,
tovtÉOt6
te
vacò
Co
i)
T7.)lftovs yvwcsa v xal xvQcoSév. Cfr. Gaio : plebiscitum
est quod plebs iubet atque constituit. Poi 1. 15
tov
yù
Q
ple-
biscito ('Qzovtos, tovtÉOtt tov tPr.(3ovvov.... ÉQeotci5vtos,Évo^bo`
l^ÉtEl
TO
^t7:il)9oS,
completandosi a norma delle Inst. la definizione gaiana.
5.
Gaio parlando dei plebisciti
dice:
« olim patricii
dice-
bant plebiscitis se non teneri , quia sine auctoritate eorum
fatta essent ». Queste parole mancano nelle Istituzioni impe-
rialí, che accennano solo alla legge Ortensia, senza spiegare
perché e come intervenisse. Parimenti manca nelle Istituzioni
1' accenno, che ha Gaio (1, 4), sugli antichi dubbii circa il va-
lore de' senatoconsulti. A chi ben guardi su questi due accenni
gaiani c? fondata tutta la lunga digressione della Parafrasi
p. 10-11 ; da essi son derivati tutti gli equivoci nella mede-
sima inclusi. Ivi è proprio riferita quella ragione del non vo-
lere i patricii sottomettersi ai plebisciti. Inoltre il racconto
della Parafrasi contrasta agli insegnamenti delle Istituzioni,
che dicono essere stata la difficoltà di convocare i coinizii
quella che ha spinto ad ammettere il potere legislativo nel
senato. Le parole delle Istituzioni sono alla meglio adattate
alla fine del § 5 (p. 11
.
1. 15 sg.).
Altra cosa importantissima é questa. Gaio , parlando del
senatoconsulto (1, 4), scrive
idque legis vicem optinet.
Tali pa-
i„
—
85 —
role mancano affatto nelle Istituzioni ; ma non mancano nella
Parafrasi (p. 11 1. 14) :
legis ordinem habel,
tovtÉott
vóµov rd tv
£xEL. Se pensiamo che tutto ciò è intessuto nella digressione
storica della Parafrasi , non sarà audace il pensare trattarsi
di un brano di un' anteriore elaborazione greca dei commen-
tarii gaiani.
6.
Al § 6 (p. 11 1. 23) si dice :
Potot?
n
.elígÉ6TL ó tò xpátog Cot
á
Q
x8LV naQà tov 8i µov Xa(3o5v.
Cfr'. Gaio : « cum ipse imperator
per legem imperium accipiat ». Assai più lontana è la defini-
zione delle Istituzioni : « cum • lege regia, quae de imperio eius
lata est, populus ei et in
eum
orane suum imperüun et pote-
statem concessit ». Questa torna nella Parafrasi molto più
avanti, p. 13 1. 21.
7.
Al § 7 (p. 14) dice la Parafrasi :
tá EL voµoaEtov6L
aaoa )coµaío1g oL
aó1ovts5....
yEVLxciP 8s zetvtEC ovóiatt xsx ylvtaL
magistratus populi romani.
Queste parole sono la parafrasi delle
gaiane (1, 6) : « Ius autem edicendi habent magistratus populi
romani ». Invece non hanno nessuna relazione col testo delle
Istituzioni, in cui non si fa neppur cenno dei magistratus po-
puli romani. Ancora nello stesso
7, p. 15 1. 12, leggesi :
xatEIaíQETOV
tò
vol,LOti4EtE6v be(Sc (a6L r(T)
praétori tc^) urbáno?
xal tq) praétori r peregrina
xal
'to ; aediles enrules, proprio
come in Gaio : « sed amplissimum ius est in edictis duorum
praetorum urbani et peregrini, ... item in edictis aedilium
curulium ». Nulla di simile nelle Istituzioni imperiali. Final-
mente le parole dello stesso § (p. 16 1. 8 sg.) ,
tà
hl tovncov
édicta ÉXOátEL xal Év
ta,g lnct xícu;
i
non trovano alcun riscontro
nel testo latino , mentre si spiegano benissimo (e si spiega
l' equivoco del parafraste) di fronte a • Gaio 1, 6.
8.
Nella Parafrasi 1, 5, 2 (p. 23 sg.) tutto quanto concerne
i liberti dediticii e i peregrini dediticii costituisce una. versione
di
Gaio 1, 13-15. Anzi nella Parafrasi tornano perfino alcune
parole latine « quia uicti lese dederunt ». Nulla di simile nelle
Istituzioni. Cfr. in ispecie G. 1, 14.
9.
Tutta la lunga esposizione storica 1, 5, 4 (p. 25 sg.)
c
relativa, a. Gaio e sembra tutta fatta per l'esplicazione di questo
autore. Ecco alcuni saggi dei più notevoli incontri.
— 86 —
p. 25 I. 9
sgg. éatLV,
ws E1nov,
cpuaLxi
i
fiEanOr£ia xai, éVVOµoS SEano-
tEía. xul 1j µéV
cpvaLxìl a.éyEtuL
in
bonis xai
ó
SEastótrls bonitários,
^l
fiÈ Ivvoµos XéyEtaL
ex íure
quiri-
tium... ó b£
SEanótllS
ex iure qui-
ritario.
E1
bé tLS
L'q.LCpotéOaS ÉaZE
tü
5
SEanot£ías, é?,èy£to pleno iure do-
minus.
p. 26
1.
11 sgg. fivixu
iívVOELu
avv
n
(
2
aEL11....,
CUatE
avtOV xuL v7iE(J-
(3E(311YVUL
tòv î'
ÉvLUVtòv xul
LxELv
É L
ü1JLÓV
tòV
bEanÓtl
l
v
t« SrVVOp,Ov
SEanotEíav, tovtéatL
Te, ex i. q.,
i-17,£v-
I g
EnovtO Sé
xal 6 olxétll
.
;
uindicta
ij censa ij testamento.... návtwS 6
aEVn9-EQoúµEVOs áyivEto noñ.itll
C,
ILU^oS. El òè...
..
ov avvéSpaELE tà
tQia
11TOL bvo
£a{16tE EVEX.L7LE
tU EVVO fl(ü
fi
xuL
ta tQLa,
O
EîcE1)19-E-
QoúELEVOs
ÉyivEto latinos iunianós.
G. 1, 54 cum apud cives roma-
nos duplex sit
dominium;
nam vel
in bonis, vel ex iure quiritiuln
cuiusque servus esse intellegitur.
1, 54. 2, 41 vel ex utroque
iure ... pleno iure ... idest et in
bonis et ex iure quiritium.
G. 1,
17
ín cuius persona tria
haec concurrunt, ut maior sit an
-
norum triginta et ex i. q. domini
et fusta ac legitima manumissione
liberetur, idest vindicta aut censu
aut testamento, is civis romanus
fit: si vero aliquid eorum deerit,
latinos erit.
È molto notevole che qui Gaio sia trattato come altrove
lo è il testo latino delle Istituzioni e come lo sono le costitu-
zioni nell' indice taleleano. Precede una larga introduzione
(proteoria), che prepara alla intelligenza del testo , e segue
quindi una letterale versione di esso. È dunque il sistema
delle elaborazioni bizantine (beritesi) applicato a Gaio, e ciò fa
ritenere
che qui abbiamo parti di un xutà nóSaS de' suoi com-
mentarii. I1
mcíl9oS
poi , la cui presenza fa sì che il liberto
sia nella condizione di dediticio , rende appunto la
turpitudo
G. 1, 15. 16.
10.
A p. 30 (1, 6, 4) troviamo una lunga spiegazione in-
torno al conventus ed al consilium, tutta quanta riprodotta da,
Gaio (1, 20). Più largamente ò trattata la parte relativa alle pro-
vincie, il che ben si comprende, date le origini che noi asse-
gniamo a queste parti della Parafrasi.
11.
La. frase di Gaio 1, 53 imperatoris Antonini torna nella
parafrasi 1,, 8, 2 'Avt(Ovívov tov (3rxmXáws ;
non, come si atten-
derebbe di fronte al lesto latino (divi pii Antonini),
'Avtcovívov
H í ov iov '&E LOtdtov.
— 87 —
12.
A p. 45 (1, 10, 6) il parafraste scrive : ov
Svva tut
Xaµ(3ávst
y
nOg trIly atoté µov vvµcp1v
f
l
trl
y
acoté
µov atQO-
yóvrl
y
.
noocirffivreC, yetQ tó atotE SELxvvoµev µil vatóvta tà noócrcona
t'
l
s ccyxtat8taS
atta
yEyovóta. Cosi Gaio 1, 63.: item eam quae
mihi quondam socrus aut nurus, privigna aut noverca [v. nella
Parafrasi quanto segue alle parole citate] fuit. ideo autem di-
ximus
quondam,
quia si adhuc constant eae nuptiae per qual
talis adfinitas (dyXLótEka) quaesita est etc. In modo molto di-
verso le Istit.: privignam aut nurum uxorem ducere non licet
... quod scilicet ita accipi debeat, si fuit nurus aut privigna etc.
13.
A p. 51 (1, 11, 3) leggiamo una notizia affatto man-
cante nel testo latino - delle Istituzioni : ó
cívt1(3o5 alite ovoLoc
exemauto EL, uÉat
y
ncaat ?uaµ(3ávEataL, távutatov 17tEtQcinYi y¿-
VE6ftaL
µEtá
tLVOS tapacpv?,a)
,
fi . Ma la notizia è
quasi colle iden-
tiche parole in Gaio 1, 102: impuberem apud populum adop-
tari aliquando prohibitum est, aliquando permissum est : nunc
... cum quibusdam condicionibus permissum est. Manca pure
nel testo latino ogni riscontro- delle parole
tuta Sè
távta Int
tov El;
*á6LV
taXaµ(3avo t vo1)
dvl'i(3ov vatErlo176Lov c yd, che in-
vece si spiegano col confronto della fine del citato § di Gaio
(vedi la Par., 1. c., p. 52).
Sempre a proposito di adozioni, è noto come la Parafrasi
stabilisca una serie di differenze (S Lacpooat) e di incontri
(xo Lvw-
viaL)
fra 1' adozione in senso stretto e 1' arrogazione. Y. sovra-
tutto 1. c. § 4 sgg., p. 52 sgg. Anche questo sembra remini-
scenza di Gaio ; 1, 103 « illud utriusque adoptionis
commune
est » ; §
106 «
utriusque adoptionis
commune
est », mentre nelle
Istituzioni latine è salvato uno solo di questi accenni (1, 11 9).
Al § 104 Gaio scrive : Feminae vero nullo modo adoptare
possunt, quia ne quidem naturales liberos in potestate habent.
In Giustiniano 1, 10, 10 è detto : Feminae quoque adoptare
non possunt. La ragione della mutazione è evidente. Nel
diritto giustinianeo non è più vero per ogni specie di adozione
l'argomento, che le femmine non sono capaci di patria potesti:
• perché nell' adozione vera e propria non passa più la: patria
poteste stessa del padre naturale nell'adottivo ;
solo
nell'adopiio
plena
il
padre adottivo
acquista tale diritto. Sicché i compila-
tori delle
Istituzioni, volendo salvare
l'argomento gaia,no,
hanno
dovuto dare una espressione affatto
vaga,
e indeterminata al
— 88 —
principio. Ma le parole « nullo modo » (ossia nè per adrogatio,
nè per adoptio) si fanno sentire nel brano del vecchio
xutà
naus, che qui è inserito nella Parafrasi, p. 54 1. 14 sgg.:
yvvr
ya
@
ovBÈ xarà adrogatfona oi'i xat
e(
adoptfona 8vvatat 7ta t(3dvety
E15
i crt
y
tLVd' 1j y&Q iWerig 8 t3cocLV 7j
µiv
tilt'
xcctec
tov
atat1òs
17 JtEF,013aLótflta, uvtr
l
8è
tovs
cpvwwxovs atuT8as vatElouóious
ovx
£XEL.
Ma si avverta come nelle parole si ribadisca anche più
efficacemente che nel testo cli Gaio il diritto antico, della cui
abolizione si parla in questo stesso titolo delle Istituzioni !
14.
A p. 57 troviamo nella Parafrasi (1, 12, 1) altra os-
servazione mancante nel testo latino e invece contenuta in
Gaio : liemu os yàQ €òv ó ocak ov 8vvataL vnElova1Os Elvat tov
peregrínn : cfr. G. 1, 128 nec enim ratio patitur ut peregrinae
condicionis homo civem romanum in potestate habeat. E
an-
cora:
peregrinos y&
Q
còv iinelov6LO5 Elvut lco tc dou ov 815vatau : quia
acque ratio non patitur, ut peregrinae condicionis homo in
potestate sit civis romani parentis.
15.
A p. 58 (ibid., § 5) si attacca nella Parafrasi un lungo
eri cursats
per determinare 1' epoca , da cui cessa la patria po-
testa s. Tale digressione non si comprende di fronte al silenzio
pieno delle Istituzioni imperiali ; ma ha buona ragione di es-
sere di fronte al testo gaiano (1, 129) : sed utrum ex hoc tem-
pote, quo rnortuus est apud hostes parens, an ex illo, quo ab
liustibus captus est, [liberi sint sui iuris,] dubitari potest.
16.
A p. 60 (ibid., § 6) troviamo larghe notizie sull'antica
em;ì.ncipatio tolte alla lettera da Gaio (1, 132 completato co'
119. 134). Ecco i precipui raffronti :
6
E
ié6o;
1iyóQa
^
E tòv
ataa8rc naQà -coi)
JTUT
Q
O; . .. xUL O1JtC0;
13mE^0t16L0;
EyL
ruco 6 :Teca;
tov
p.é6ov w;
év
táSEL
8ov7,01.1. 6
E
céóo; ii7
`
EVDéQov
tòV
na^8a
uinrlícta xüxei,vos auomr
i
(5)
UVI
7,67Q
ávétQExEV
tò tov
natQó; in pote-
state. énlm
Q
a6xEV avtòv tè BEVtEQov
xut¿!. TÒV
avtòv tQóltov >coi 6 7va(3chv
ii7.EV$éQou avtòv uindíctr
l
. ná7.Lv
àQQttup ttvi, tQómcp vnéatQECpEv Els
tiiv
Tul) nat
Q
ò; vmESOVaLÓtr
l
ta. émínQacsxEv
civtòv Tè
tQítov
xai,
ovtw
31E7LúEto
tò
in potestate, 'ii7vEV0E
Q
ovto 81 uin-
díctQc xaì, éylv8to avtsIoiSaLos.
mancipat pater filium alicui (a pa-
rentibus mancipati
ser°vorurn
loco
constituuntur G
aio
1, 123) ; is eum
vindicta
manumittit ; eo facto re-
vertitur in potestatem patris : ís
eum
iterum
inancipat vel eidem
vel
alii ....
isque eum postea si-
militer vindicta manumittit; eo
facto rur°sus in potestatem patris
revertitur :
tertio
pater eum man-
cipat eaque mancipatione desinit
in potestate patris
esse.
— 89 —
17.
Degna di considerazione è pure la definizione della
capitis deminutio, quale si trova in Gaio e nella Parafrasi,
di
fronte a quella pórtaci dal testo latino. La Parafrasi ad esempio
di passaggio dallo stato di
sui iuris
a quello di soggezione alla
patria potestas dice (1, 16, 3, p. 72) : 5nEQ o u tc 3aél E6 É d
lxdvcov,
av
r
tElovaioc óvtEs 5E1còxaat
y
Ic uto Jg
elc vlofealav. Parimenti
Gaio nel luogo corrispondente (1, 162) : quod accidit in his qui
adoptantur ; invece le Istituzioni imperiali: quod accidit in his
qui cum sui iuris fuerunt coeperunt alieno iuri subiecti esse.
18.
A p. 77 (1, 20 pr.)' la Parafrasi dice : 65 [
tít
o 1
os] lx
to
p
voµo'Érou rov EvQóvro; ?
'EraL atilianós.
Così
Gaio 1, 185 :
qui atilianus tutor vocatur. Tace in proposito il testo latino.
È degno di nota (ciò che del resto occorre più altre volte) che
ne' § 1-2 di questo titolo la Parafrasi come Gaio esponga il
diritto classico servendosi del tempo presente ; mentre nelle
Istituzioni imperiali (e giustamente, trattandosi di istituti tra-
montati) si adibisce il passato.
19.
Ancora più mirabile è quanto si legge a p. 80 (1, 21
3) É811soto vnò
rov
praótoros 13-rítQonoS, óS
xal 11 7Ero
praetórios
quia a praetore dabatur.
La ragione e le parole latine, con cui
ò espressa , sono tolte da Gaio 1, 184: alius dabatur ... qui
dicebatur praetorius tutor,
quia a praetore urbano dabatur.
Le
Istituzioni latine dicono solo : non praetorius tutor, ut olim,
constituitur.
LIBRO II :
20.
A
p. 103 (2, 1, 15)
leggeri nella Parafrasi :
ro loúros
^^^^v....
aapabíborau xavcòv
proprio come in Gaio 2, (38 « talem
habemus regulara traditam ». Cfr. Inst. 1. e. talis regula com-
probata est.
21.
A p. 104 (§ 17
ib.)
troviamo il fatto giri, avvertito della
sovrapposizione delle due versioni. Secondo Gaio 2, 69 ea quo-
que, quae ex hostibus
capiuntur,
naturali ra
g
ione
nostra
fin tit.
Secondo le Istit. imp. « ea quae ex hostibus capimus
iure gen-
tium
statim nostra fiunt ». La Parafrasi : Ivacxil xri oíí
Fare xul
1)
ala)
tó)v nO2F dcov
.
ó yò,p si)vLxòs vóµos nuwu(Qf µa (3ov?-.rui
yLvEal9ut, ü(Ju E6? fpuµEv d tò vi
-
Dr no7?E lov. Alla stessa pagina
(§ 20) la Parafrasi
s'
accorda con Gaio (2, 70) nel far derivare
— 90 —
l'acquisto per alluvione dal cpuocxòv
Mxacov,
mentre per le Isti-
tuzioni si tratta di acquisto iure gentium. Al § 21 (p.
105) ò
ancora notevole che la Parafrasi non traduca la voce
vicini
mancante a Gaio e si valga invece come questo del pronome
personale.
22.
Al § 25 ibid. (p. 106 sg.) la menzione delle opinioni
de' Sabiniani e de' Proculiani corrisponde a G. 2, 79.
23.
Il
ti
33 ib. (p. 111) sembra meglio rispondente a Gaio
(2, 77) che non alle Istituzioni imperiali.
I. litterae quoque
licet aureae sint pe-
rinde chartis membra-
nisve cedunt, acsi ce-
dere solent ea quae
inaedificantur aut in-
seruutur: icleoque si ín
chartis membranisve
tuis carmen vel histo-
riam etc.
G. eadem ratione
probatura est quod in
cartulis s i ve mem-
branis meí.s aliquis
scripserit, licet aureis
litterís, meum esse,
quia litterae cartulis
s i v e membranis ce-
dunt. itaque etc.
ɵovs
tLS
2.a(3cbv »Io-
ta.;
>rEiá
S
(3qt(3QávaS
ÉváyQap>r
avtotS,
xávtavila
xatfGC
µtµricsLv
"Mí)
sfiácpovs EVxEL
tè,c
>'ncxEilcEVa -rol;
117LOxEt-
^
pÉvois....
xayd) yí,voµat,
tov
f3L(37d01J fiEartótrls
etc.
Al § 34 ibid. (p. 112) il dettato della Parafrasi è parimenti
molto piìi
vicino a Gaio
che alle Istituzioni giustinianee. Queste
dicono : « si quis in aliena tabula pinxerit » mentre Gaio (2,
78)
ha :
« si in tabula mea aliquis pinxerit velati
imaginern »
e la. Parafrasi : ?ta(3G6v tLs
á9,2,otpíav craví8a FoYyQácprlc E xcd
Eixóva
xatEGYE17a.6EV.
24.
Al § 40 ibid. (p. 116) troviamo una notizia mancante
nel testo latino : ot
TC)/
stipendiária xal oi tributória
Ixovteg
Jtá2,a1 xat&
cuyxok
n
f
l
rnv
84tou
(3aciUo ovx h
av SEcatótai
•
yew
1UUTCótEla
avtWV
JtaQt
trp
61'111(
1
)
,
i)
:ra
Q
cz tc (3acrL?Ei, d?L?'
ELxov
tìlV set' avtois w
i
)
oly
xal 1atixapniav mal
atXY
j
Ecreírgv xatoxrjv. Cfr.
Gaio 2, 7 : in eo solo dominium populi romani est vel Caesaris;
nos a.utem possessionem tantum vel usumfructum habere vi-
demar.
25.
Alla p. 129 (2, 6 pr.) la, Parafrasi dice
tonto
TOP
SW
SExa(SÉ?LtOU
vóµOu
toc;
come Gaio 2, 42 « et ita,
lege XII
tabularuìn,
eautum est »: le Ist. «
cure
civili constitutttm fuerat ».
Ibid. p. 130:
fioxEL yùQ avtois lvcautoú
11
S1EtiaS
XQ
óvós
atQOS
ccvaV tT166v tcuv otxe6o)v atQayµátcov, come in Gaio
2, 44 «
quod ideo
— 91 —
r. eceptum videtur ... cum suffieeret domino ad inquirendam
rem suam anni aut biennii spatium ». Le Ist. : « putantibus
antiquioribus dominis sufficere ad inquirendas res suas prae-
fata tempora ».
Ibid. p. 130 sg. : ov
µóvov 1311
tc.75v
ÉV
tf 'ItaMá
BLaxELµvo)V
axIV7
l
tcov, aXXa yaQ
%al
tcov ev tuiS
Inecuru1S, a
oca?gai
stipen-
diária
xal
tributória
tQooriyoQEijeto, con manifesto nesso con
Gaio 2, 46 « item
provincialia praedia
usucapionem non reci-
piunt ». Le Ist. « ... in omni terra, quae nostro imperio gu-
bernatur ».
26.
Molto importante è un altro raffronto. Le Istituzioni
2,
8, 2 dicono semplicemente : « ideoque si debitor pupillo
solvat , necessaria est tutoris auctoritas : alioquin non libera-
bitur ». Invece la Parafrasi p. 146
dice:
ó
ec ctìhs
tov pupilla
xatf ea.ev uvtc tcTp pupillw tò
xQ
^
o
S
$tL
1
tèv
BEOnón5
lotiv
ó
ccvrl(3o5 tá)v xata(3X0svtcov, otvco[LoMyiitai ... e6 y&Q nnon,tEV REV-
ltEQ01JcrÚ'aL
tÒV
XQE(1)ctt1V, E11Q66XEtaL lx.not
OV
tipt ÉVOx11V
ó
púpillos,
(;.)v
Xaµ(3dve tò Mo;
sine
tutoris auctoritate ,
13otEQ xextó2wtut.
Tutto ciò trovasi in Gaio 2, 84 : « si debitor pecuniam pupillo
solvat ,
facil quidem pecuniam pupilli ,
sed idse non liberatur,
quia
nullam obligationem pupillus sine tutoris auctonitale dis-
solvere potesi , quia nullius rei alienatio
ei
sine tutoris auctori-
late concessa est »
27.
Nelle Ist. 2, 9, 3 troviamo adattato un testo gaiano
(2, 89) ; la differenza é che, mentre Gaio
parla
in genere di
quelli « quos in potestate habemus », Giustiniano non fa pa-
rola che dei servi (eos, quos in potestate habetis, scil. servos),
come appare da tutto il contesto e dalle modificazioni del
nuovo diritto. Ma nella Parafrasi : el y
€Q
rt5 TO µì
i
oixEiov
acQcty,La
tc;) éuO vyce
r
gov6(o) atU
Q
u3e) xtX. (p. 150).
Ibid. al § 5 (p. 152) :
xaì, torto Éet i
te)
n a Q à nJ o L 2,E7O ievov.
Gaio 2, 95 : « et hoc est quod
vulgo
dicitur ». Inst. : « et
hoc
est quod dicitur ».
28.
In 2, 10, 1 (pp. 154. 155)
la Parafrasi una serie
di
notizie storiche sulle antiche forme di testamento, ehe coin-
cidono cogli insegnamenti di Gaio (2, 101. 102). Eccone i più
notevoli esempii :
— 92
xut tò
t
c^v
calatiis comitiis i
3
yí,veto xat
Q
q) Etpr
l
vnS Toro
8VL(l.11t01' rovtov tòv rpónov : quae comitia bis in
anno
testa-
mentís faciendis
destinata
erant.
procincttts y(
s
!p
yetai ó£
^
w6Wvos xul í
3
toqtos JrQòS and.
tu;ív : procinetus
est
enim expeditus
et
armatus exercitus.
,
^ aliE
,
óuvF(3u6VÉ twas vcpvi,b^n
2
^9avcitcp xata6xE^EVta^, a8itou
S
tEXE-
utaV, ovtE yecp cal. com. bLEtíl
g
'EVto ... ovtE procinctu xtñ,.: qui
llegue cal. com. neque in procinctu testamentum fecerat, is si
subita morte
urguebatur etc.
29. Par. 1. c. i'lyóouCe tì
l
v tov
1
cÉ?.2,ovtos tE?.EUtvv nEw,ovaíuv ?,ywv
t6VC/. ()111LUta tuncxtí,
cì
vvv .7cEQcttóv
r'aT^
7 ÉyE^v
xa.ì
1zeSí8ov
tcµ:11-
l
iuto Elxovíxov vovµliov t¿Td SEóaót?1
t?
lS
neQuOVaíu
S
. xuì áXÉyrto ó úyo-
^>ú.C,wv tamiliémptwr xul 2.oinòv ó
µ£?:LwV
tE?,EVtGGV
SlEtti7LOV t6 òcQEaeL
So^^jVU.^ 1zEtù.
tfiv uvtov tE?,E1t7jv.
G. 2, 104 inancipat alieni dicis
gratia familiam suam, in qua re
his verbis familiae emptor utitur
deinde aere percutit librara
idque aes dat testatori velut pretíí
loco : (103) et ob id
.
ei mandabat
testator, quod cuique post mortem
suam dari vellet.
30. Le Istituzioni 2, 2 pr. dicono solo « ius autem adcre-
scendi eis ad certam portionem praestabatur » : la Parafrasi
(p. 170) espone ancora come diritto vigente (avvertendo solo
poi delle innovazioni introdotte) il diritto classico colle stesse
pa iole di Gaio :
ü.?.?.' ei, pèv
-
.;coTLxoí
Elai.v oí yEyoc.pt-
lk.vO,, d
r
; tò ij 1i.161
1
7LVEta6 rl OtoOa-
uv^fiai.s.
E1 Sè
sfioi, Els tò GCVa?t,o-
yovv. oi,ov tQELS èvEatfiaató x?.fi-
Qovóliol.+S tì
-
lV
r
auyatt
l
"Qu ij tòv ayovov
praetériton El µèv
É^.
o^t^xoí
Eìow oí yeyQuN,p,EVOt 7a10O-
vó11,01,
fi
µ.èV ilvyútT
lE'
ijyouv ó lxyovo
s
2.'1
1
1lETCl.I, L- '
; o1JyxLCis, oí, Sè y' oí E1COtLxo6
x?v1l^^ovóp.ot
Ei.
Sè
s$ob,
?.ali{:ldvEi tò dva?.oyovv, toutéaTu tQEìs
ovyxíu
S
, cíaov 1111E
Xaµ(3dvELV E'lyE
üStáJEto
S
stE?,EÚtiaEV
G. 2, 124 sed praeteritae istae
personae scriptis heredibus in par-
tem adcrescunt, si sui heredes
sine, in virilem, si extranei, in di-
midiam : id est, si quis tres verbi
gratia filios heredes instituerit et
filiale praeterierit, filia adcrescen-
do pro quarta parte fit heres et ea
ratione idem consequitur, quod ab
intestato patre mortuo habitura
esset: at si extraneos ille heredes
instituerit et filiam praeterierit,
filia adcrescendo ex dimidia parte
fit lieres.
Si avverta, come la Parafrasi si valga del tempo presente
e si vegga 'se qui non abbiamo manifestamente un brano di
un vecchio xut& nace; gaiano.
—
93 —
31.
« Licebat », dicono le Istituzioni nel citato luogo, et
inter ceteros hoc facere », cioó diseredare la figlia o il nipote.
Ma Gaio 2, 128 dà la formola :
celeri omnes exheredes sunto
riprodotta dalla Parafrasi, 1. c.
ol Xotnol
g
otwaav áucox) Qovóµo1.
32.
Inst. 2, 13, 2 idque lege Iunia Velleia provisum est,
in qua simul exheredationis modus ad similitudinem postu-
morum demonstratur.
Par. p. 173 xai
tato 'Iul
icu
Vellécp vó
l
.l.q)
EVVIiaL,
5csns vóµos
xatà
l
i4,1
1
01,v t(6v postúmcon exhe-
reclátus avtovs cías yEvÉ6Oac,
tov-
tÉ6t6
tòv
!
Av èxyovov nominatim
[ti
l
v Sè Éxyóviv nominatim]
fr
inter
ceteros
l
.t.Età SócEcos kiyátov.
G. 2, 134 idque lege I. V. pro-
visual est, in qua simul exhere-
dationis modus notatur, ut virilis
sexus (postumi) nominatim, femi-
nini vel nominatim vel inter ce-
teros exheredentur, dum tamen
iis, qui inter ceteros exheredantur,
aliquid legetur.
Ibid. § 3 Inst. « feminini vero inter ceteros » :
Gaio
2,
132 «
feminini vel nominatim vel
inter
ceteros
» : Par. hl
«XE6a6
xal nominatim xal inter ceteros.
Anche quello che si aggiunge nella Parafrasi : Si'
ó E1.1/
v^òS
ilyovv óIxyovo
S
aáaav
%
M
7EtaL
tip, tov
tEÁ;EVnlaavtos ova(«v,
f
i
hl
Bvycxt}
l
p
Éxyov1i
toaovtov Àaµ(3cívEL, óaov
154SauvE
rSuà
noaclvhkEc05 ovaa
vnE`gova(a, pende da Gaio 2, 125.
126.
33.
Gaio 2, 181 avverte : Ceterum ne post obitum parentis
periculo insidiarum subiectus videatur pupillus , in usu est
vulgarem quidem substitutionem palam facere , i. e. eo loco
quo pupilluln heredem instituimus ; nam vulgaris substitutio
ita vocat ad hereditatem substitutum, si omnino pupillus heres
non extiterit, quod accidit cum
vivo
parente lnorif,ur, quo casu
nullum 'substiluti male
faciu
y
n
suspicari possumus , cum
scilicet
vivo testatore omnia quae in testamento scripta sint ignorentur.
Si confronti ora la Parafrasi II 16 § 3, p. 188 : cv µ(3a ívE c
nokkáms
u
và
pupillaríws vnoxaaustwvta
.Tracól Els
16xatov
ɵon-
ntE6v Mo;,
µl
i
nws 6
púpillos
vnoxatáatatos yvovs
tEî.EVtfi
-roí-)
nar
P
ó
S
Éavtòv
pupillu
vatoxatácrtatov 17rWov2,E15a
?3
xal
(3oaErai tòv
ÉvtEV$EV 'Exx? LvuL
cpó(3ov, Mcpcov x7,:r
l
oovóµov
tòv pti-
pillon,
tòv µÉv
uulghrion vnoxatáotatov EvNcos
Età
ti
i
v
Fvataatv
-coi) pupillu cccpó(3cos
ypacpstco
•
ovtos yàp
atf3ovXos
Etvai. ov 8vv11-
6EtaL
ecviV3cp,
ovts cuvtos to"v
aratQó5
•
áyvoEltat
yàe tà
év
-
94 -
r,^) (SL
u«
yEy()ulLµFVU, oútE
l
.LFtú tEXFVtrtv toV 8LU1iEµlvov' T
^
hl]
yà
i
) dvucpuvEi; ó atuas t(7) atutE)t x*1iP0v6111,0s ov bí,ócooL "6-
t)uv tCi) uu.igarí(? vnoxatucjtáte,).
34. 111 proemio di 2, 17 (p. 192),
che non ha riscontro nelle
Istituzioni latine, si riconnette a Gaio 2,
115.
116.
:35. A p. 200 (2, 19, 1) dice la Parafrasi : µn51 tò 7xuvòv
uvtoi,5 yáv7ytaL 17c1 -cok ?)(1)7,11µu,rL, µÉVEL µÈV ca.v15(3@LQtos ó tEXEV-
tlj0aC; 5t7algovoµía SLUatLateá6xEtaL, ovxÉtL XEyóvtcVV 11Eí-
Voiv,
lit',
tà toV tEXsurLjaavto5 cSLa
.
nutCJáóxEtaL atciáyµatu,
(17,7,à roí-) tí,Zov toV
x7LrwovóµoV :
cfr. Gaio 2,
154 :
ut si
e reditoribus
satis non
fiat,
potius huius heredis
quam
ipsius
t,eslcctoris
bona
veneant :
i. e.
ut ignominia quae accidit ex ven-
rlitione bonoru-m
hunc
potius heredem quam ipsum
testatorem
contingat.
36. Al titolo 20 del libro II la Parafrasi espone al pre-
sente, quasi diritto in vigore, la dottrina degli antichi tipi di
legato. Le varie definizioni o per la lettera o almeno pel senso
rispondono a
quelle di Gaio. Cfr. ad es. § 2 (p. 206) avtrt
rj
n
indieatío)n SEovrerc1v 1J-cola
tÒV ?alyatáciov cµa
tñ
tot
xXrrQovóµou
ad i t: í on.i .... 1X yEto
uindicatícon tupa,
toV
uindicar e , ó len
i ^ u
Tik
in reni.
IA L d ouL Te) atQCCyµa =
Gaio 2, 194 : ideo autem
er
i
vindicationem legatum appellatur, quia post aditam here-
d ¡la toni sta ti m
ex iure quiritium res legatarii fit ; et si eam
reir
"
... peto t, vindicare debet, id est intendere suam rem ... esse.
Circa il legato per damnationem (oltre le formule) cfr.
I'
osservazione
ÉtíxtEto
£vtEV
.
aEV t() lxiyata(íc) xara toV wIneo-
vó
t
coV personalía dycoy( :
cfr. Gai. 2, 204 : et ideo legatarius
i_n personam agore debet.
Circe il legatum sinendi modo cfr. Gaio 2, 209. 213: xad
1VtFV1Ì'EV
(nµoío)
9) ex testamento = et ideo huius quoque
legati nomine in personam astio est ' quidquid heredem ex
testamento dare facere oportet '.
Circa il legatura per praeceptionem :
áµéÀ8L ov
xaX
t(
µi
1
civtt u txc: x7.11wovegod
xatà praeceptíona
xata7
`
L
l
.inelvoµsv- tò
yà0 EiTtE V `)wµu'iaTi
praecipito,
toutéatL `xatEla(QEtov Xcgt3avétco'
81ìX(0rutóv
ÉGtL at
•
ovatox8LµÉvov
µÉpovs 5t7_1QOVoµtas, tovtÉ6tL atpòs te¡)
}A,EQEL,
OTtEQ a1JtG,) xat£ tnov,
P0v7vo[tat cCÚtòv xa6 tÓ&E
g
X
ELV
ÉV
ÉlatQ t(t).
Cfr. Gaio '2, 217: sed nostri quidem praeceptores nulli alii eo
- 95 -
modo legaci posse putant , nisi ei qui aliqua ex parte heres
seriptus esset : praecipere enim esse praeeipuum sumere; quod
tantum in eius persona procedit , qui aliqua ex parte heres
institutus est, quod is extra portionem hereditatis praecipuum
legatum habiturus sit.
Cfr. pure le parole :
C 3r 'U
-
aO
81 T
i
praeceptfwn bLá ton fa-
miliae erciscundae con Gaio 2, 219.
37.
L' esempio del § 27 ib. (p. 223),
g
atw 13-dtQonoy ton lµov
nathòs ó JwciStoS lexóµEvoS xibElav, manca affatto nelle
Istituzioni imperiali ; ma si trova fra quelli dati da Gaio (2,
238)
di
personae incertae: «
qui primus ad funus
meum venerit
».
38.
Importantissimo è il raffronto fra la Par. 2, 20, 32
(p. 225 sg.) e Gaio 2, 244 (le Ist. solo : inutiliter le ;ari.... sub
condicione vero recte legatur) :
(70,1 cl tIVES 2
n
1yovOL
tcOV
VO
UXÚJV,
n@Od,ZELV tfi xatacpoQCz
— xUL EL ulv xat EXEIVOV ton XQovov aUr)a,wv xExwQL6tCL ta TQo-
awna ton xXrQovóµov xaì ton ?J
'
yatc ov
BLaxéxQLtaL
tú
3tQó6cona,
1QQwtUL tò Xiyátov. EL
fil
£v tü) xalQ(1)
tE?LEVt
►
15... E1JQÉÚ?1v
incE O176LOV Fxwv
tòv
oixétr v
tòv xal
Xr)yatáQLOV , áaoó(3EGailaEtaL
t
ò Xi
l
ydtov cS LÙ tòv ELQrf gvov
Xóyov. tanta Év () púrws xatá cp 3 ry •
EL
5è a6pETLxws,
axoatoí
tsv
o11átL
t'Ì
1
v tF%EVti'
1
v
tOV
Ida-agtávOV, a».c,e
t7^V
£4a6Lv tík aLQ
E
cEws tanta LEV TLVES' tò
81 xQat cTav Otitws
ExE,L. EJLL !Av y(
Q
aLÓEttxwv aa,1pftEC E6tt rò elem ,LEVOV, OtL
(SEI,
(mona)!
t
riv cx(3a6LV t)7S al,QÉGEws- Éi 8È tcLv
czµa tli yQacpf
tò
Xi
l
-
yátov
(XQr,Otóv
E
S
tL cSLl tOV
xavóva tòv
Xeyovra xrX.
Servius recte legaci putat, sed evanescere legatum, si quo
tempore dios legatorum cedere solet adhuc in potestate sit,
ideoque sive pure legatum sit et vivo adhuc testatore in po-
testate heredis esse desierit , sive sub condicione et ante con-
dicionem id acciderit, deberi legatum. Sabinus et Cassius sub
condicione recte legaci, pure non recte, putant : licet enim etc.
38. Si avverta come ai § 34-36 di questo titolo la Para-
frasi esponga
al
presente punti antiquati di diritto ; al § 36
poi il divieto de' poenae
nomine relicta
è suffragato da ragioni,
di
cui una (se vera) dovrebb' essere perentoria (sarebbe un le-
gatum in arbitrium heredis eollatum). Ora
.
tutto fa, credere che
questo sia un avanzo di un libro esponente il diritto anteriore.
-- 102 —
si possa provare la in rem versio. La Par. 4, 7, 5
n
(p. 450) :
F^c
ikEy rOco la?lov ti
l
y de
peculio, Vva Cuy') t
o'v
xECpandou t11
S
de
in
rem
verso
1j
x
cct
yvlltaL.
Le
agere debet ».
Ist.:
« de in rem verso
62.
Gaio 4, 73 : aliquando tamen id quod ei debet
filius
servusve, qui in potestate
patris
dominive sit, non deducitur
ex peculio. Le Istituzioni imperiali (4 , 7,
4
e
)
non parlano
che di
servus
e
dominus ;
e a ragione, dal momento che hanno
osservato in genere (pr.): dirigamus sermonem in personam servi
dominique, idem intellecturi de liberis quoque et parentibus.
È
singolare che la Par. (p. 448), dopo avere ripetuto tale osser-
vazione, coincida con Gaio e dica : EL xai ó oòs (vi,¿))
v^cE ov6LO5
1XE L
lv
tq)
iS Ícp
peculícp
xtX.
63.
Par. 4, 10, 2 (p. 458) : ?AA
tì
l
y
intentíona — — /a1,-
(3cívEL cc.nò T'a
3acsnótov, El5 luvtòv [tEtaatQÉcpEL tilo
condemna-
tíona. Gaio 4, 86 : intentionem quidem ex persona domini su-
mit, condemnationem autem in suam personam convertit. Vedi
la reciproca ibid.
e
Gaio 4, 87.
64.
Par. 4, 11, 1 (p. 459) : nemo sine satisdatione alienae
rei defensor idoneus intellegitur, come Gaio 4, 101. Le Ist.
« esse creditur ».
65.
Par. 4 , 12 pr. (p. 463 sg.). La lunga menzione della
fcctio iuris
(7tXdoi) etc. é motivata dalle parole di Gaio 4, 111
quibus [actionibus]
imitatur
(praetor) ius legitimnm » e ad
esse si riferisce.
66.
Ibid. dice Gaio : « et merito , cum pro capitali poena
pecuniaria constituta sit ». Par. 1. e. : ó
SvoSExd&EXtOS ...
xscpa-
7Lxil
y
xatc'c
tov
xX ttov c6@1 E twcoQ(av,
ó
31
praétwr
xvilµarixlly.
67.
La Par. 4, 15 pr. (p. 474) :
6SE
(il pretore)
ÀsyEL µSta v
alvtci)v )} atd tLVa O
tÉ VWV t'1' y 7 t1 6L1'
á71,á aa UTé Jtcov avtovs
xawULSLxaotñ
dxQoatñ yEviloop vcp
xrÀ.
Vedi Gaio 4, 141: nec tamen
cum quid iusserit ... statini peractum est negotium, sed ad
iudicem ... itur et ibi ... quaeritur etc.
68.
Ibid., § 4
h
(p. 479) :
E t 5 t o v
ut a w ccvaxXw lIvov tov lv Lav-
rov.
Vedi Gaio
4, 152: annus autem
retrorsum
numeratur.
—
103 —
4fr
69. Dice la Par. 4, 15, 7
b
(p. 481) : ó praétcor flvtxa FS(Sov
avtoig tà intérdicta
rt
É ar) Éxé n to ó µ t á ...
siti
yà
@
tov uti
possidetis
I71.EyE
tanta « uti ... veto » ... al SI ton utrubi
tovtoL5 xlxpr
i
taL -cok ¿rHµawiv
•
« utrubi ... veto ». Così Gaio 4,
160: praetor
pari
sermone
cum utroque loquitur. nam summa
conceptio eorum interdictorum haec est : « uti ... veto » ; item
alterius : « utrubi ... veto ».
A noi pare così di avere arrecato una prova non debole,
che alla Parafrasi greca delle Istituzioni precedette una simile
del testo di Gaio, la quale fu tenuta in gran conto dall'autore
della prima che ne risentì grandemente l' influenza. Ciò è da
tenersi presente per chi voglia segnare le origini della lette-
ratura giuridica bizantina.
^
Delle origini
della Parafrasi greca delle Istituzioni (1.
CAPO
I.
Breve riassunto storico della questione.
Il primo che fece cenno delle Istituzioni greche, il nostro
Angelo Poliziano, non ne designa nè 1' autore nè la data. Si
limita ad enunciare che « institutiones hae , quae vocantur
in iure civili, Iustiniani principis nomine editae, sed a Tribo-
niano tamen doctisque aliis viris compositae , etiam graece
scriptae sub eodem prorsus intelleetu reperiuntur »
(
1
).
Appena
che fu pubblicata la Parafrasi per opera di Viglio Zuiehem
(1533) venne per l'autoritá de' manoscritti attribuita a Teofilo ;
quantunque i romanisti fossero in generale molto alieni dal-
l' identificare questo Teofilo autore dell' opera greca e il Teo-
filo coevo di Giustiniano e coautore delle Istituzioni latine (2).
(%) [I
q
Acchirio jhtridico,
XXXVII, 1886, pp. 353-4141.
(1)
llis f iic eoruìn libri
c. 84. Segno 1' edizione lionese del 1546, p. (318
sg. - Il ^^ii^aor eor
_
le:^±
Polit,act
della Parafrasi, che si trova citato nella nota
da me pubblicata al vol. I, p. 43 n. u
,
della mia edizione, dev' essere certi,
uno dei Laurenziaui (cfr.
ZACHARIAn
nella Zi, uIn . dei
Mriijì
n
y-M:i ftunty,
R.
A., 5, p. 274) : forse il codice LXXX, 2. In ogni modo esso codice non fu
consultato accuratamente da chi scrisse quella nota.
(2)
11 VIGIJO
stesso nella (u7 ('cn cldnir ACf
J
r^.^tin^r , § 31, dice :
" Putavi autem aliquando eu,u tenue esse TheophiInin, qui et latinarum In-
stitutionum cum Trihnuiano et Dorotheo auctor fuit ,,. Piìi tardi però, senza
argomenti a dir vero molto efficaci, cambiò di parere : " vix lioc (cioè d'es-
sere stato coautore del testo latino) ipsum Theophilum in operis prooemio
taciturum fuisse arbitror, praesertim cubi non sub imperatoris persona , ut
in latinis, sed interpretis cuneta narreutur ,,.
– 106 —
L' Alciato ebbe pel primo l'idea, sfortunata di fare un parallelo
tra. Accursio e Teofilo « quem deprehendi multis locis non valle
Accursio nostro doctiorem »
(
i
).
Queste parole furono probabil-
mente fraintese, e ne nacque la strana opinione che il cosiddetto
Teofilo autore della Parafrasi fosse stato coevo od anche poste-
riore ad Accursio. In appoggio di tale opinione si istituì
un
parallelo fra alcuni luoghi della glossa accursiana ecl alcuni
luoghi della Parafrasi, e si decise che, non essendo ammissibile
la reciproca, Teofilo doveva aver copiato da Accursio
(
2
).
Ora
ninno potrebbe pensare certamente alla possibilitá di questo,
avendosi fra le altre cose parecchi manoscritti della Parafrasi
anteriori ad Accursio ; quelle apparenti coincidenze fra la
Glossa e la Parafrasi si spiegheranno in seguito. L' opinione
però che Teofilo vivesse dopo Accursio si diffuse notevolmente,
e
v' aderì perfino il grande Cuiacio ad Inst. 4, 6, 2.
Il
Cuiacio cambió perb più tardi opinione. Il passo di Ce-
dreno
(
3
),
in cui si parla di un Teofilo parente dell' imperatore
Michele [III] e di Barda, detto anche per la giovanissima etá
sua Teofiluccio, gli fece credere che questi fosse davvero l'au-
tore della Parafrasi greca
(
4
).
A maggiore confusione di idee
si aggiunse che parve a taluno di leggere fra gli autori degli
scolii ai Basilici il nome di Osocpt2(nii
(
5
):
« Inde colligitur
— scriveva il Gotofredo
(
6
)
—
posteriorem (1' autore della Pa-
rafrasi) Iustiniani saeculo fuisse ; neque dubium mihi, quin
hic ille sit Theophilus vel Theophilitzes , qui inter caeteros
(1)
Parevya,
5, 23 [Opti., Basil, 1546, 2, 333].
(2)
I passi , a cui s' allude , si riducevano : 1° alla definizione dell' ado-
zione
(1,
11 pr.) — la quale però non si deve ad Accursio, ma a Piacentino
e Giovanni, anzi Accursio vi contraddice —; 2° al concetto essere le obbli-
gazioni madri delle azioni (o le azioni figlie delle obbligazioni), in forza del
quale le obbligazioni della tricotomia del diritto privato vennero attribuite
alla terza porte : 3, 13 pr. e gl. ibid. Più chiaramente d' ogni altro,
eh'
io
mi sappia, espose questa opinione il
BARONE,
Commentario alle Istituzioni,
p. 48.
(3)
Historior,(m,
p. 560: 6 tov (3uoiXéw
S
Mi
,
ai
l
7, xaì, zov BdOct
-coi)
"
KalcaQos
cuyycvì
lS
Osen
t
alos , óv vnoxop1l óµrvot 8tà rò Ettxcòr
•
fi2\,t5ias Osocpill-ctriv
é.xálouv.
(')
Cfr.
specialmente le
1Votae posteriores
ad Inst. 2, 18.
(
5
)
Cfr.
SUAREZ,
1Votilia Basilic^or^^^u, §
34.
(
G
)
AIoììwtle lu,'is,
p. 77 sg.
—
107 —
Institutionum interpretes .memoratur circa A. D. ferme 1000 ».
Invece il Grozio (') : « Cogitemus an hic sit, qui Theophilitzes
dicitur 1Vlichaeli III Imperatori apud Cedrenum in Basilio
Macedone ».
Gli
studi sui Basilici , edizione di essi , la conoscenza
migliore della letteratura giuridica bizantina dovevano con-
durre ad abbandonare assolutamente 1' opinione che il cosid-
detto Teofilo fosse vissuto negli ultimi tempi dell' impero bi-
zantino. Il Fabroto nella prefazione premessa alle bellissime
sue edizioni scrive : « Quo au.tem saeculo floruerit Theophilus
noster, etiam in disquisitionem venit. et illi quiclem errorem
longe maximum errare mihi videntur , qui Iustiniano coaeta-
neum fuisse autumant, cuius etiam opera Iustinianus ipse
in
componendis Institutionibus usus fuerit quemque unum ex
Pandectarum architectis appellant. Nec enim verisimile est
Theophilum illum, virum illustrem et antecessorem Constanti-
nopolitanum, ius illud in quo versabatur ignorasse et interdum
lapsum fuisse, ut huiusce Theophili errata quaedam observa-
viinus in notis nostris .... certe et antiquissimum et eruditis-
simum esse satis constat .... et crediderim equidem ante a.uc-
torem Basiliccvn eum claruisse ».
Ridotta la questione all' età della Parafrasi, non poteva
tardare a farsi viva 1' opinione già manifestata da Guido Pan-
cirolo
(
2
),
dal Suarez
(
3
)
e dal Brisson
(
4
),
che cioè l'autore della
Parafrasi fosse veramente 1' antecessore coevo
di
Giustiniano e
coautore del testo latino. Dalle parole stesse del Fabrot nella sua
prefazione si deduce a rigore di logica quello ch'egli dice ` error
longe maximus ' Ché egli non poneva dubbio sulla identità
dell' autore della Parafrasi col Teofilo citato negli antichi scolii
ai Basilici , alcuni dei quali anzi derivano da lui. I 111emora-
(1)
Floí
•
ti
a
tt s1)r[1.ei
-n
rtcd
Iextit.,
p. (3.
(2)
De eluris
leluitt iut
p
iht
•
etil ifs,
SO.
(
i
)
\iititir¿ l3 -ilicorton, §
17.
'
(
I)e ce,•1)r
,
t
.
)
))'t(Jlt Stl^ttl^f.erttlotir', s. y.
<
<1)ttNr•i'.s•.)•[)I'.
(') Attribuiscono Parafrasi a Teofilo antecessore e coautore del testo
latino il BoEHMER nella
Di.ti•seivatio
/)i
elitrtin« is (le ])a.t•np/r,
nsi Theophili, §
9;
il
MYLiuS, Hi.,toi'irt
Tlwoltltili,
c. 2. 3 (che dimostra maggior buona volontà
che non acutezza di critica); lo HEINECKE,
r•is romtnrti.
1, 631 s1^g.
(specie nelle note) ed il TRECKELL, De
test!tti enti factioiut,
p.
30.
— 108 —
bilia
Basilicorum
del Reitz , opuscolo
che fa veramente epoca
nella storia degli studi di diritto greco-romano e che compensa
il
grave danno recato agli studi stessi dall' edizione della Pa-
rafrasi dello stesso autore , ponevano fuori di dubbio che gli
scholia antiquiora
dei Basilici derivassero dalle opere de' coevi
di Giustiniano. Teofilo, essendo già citato come defunto [ó
µa-
a
Q
íti
i
;] in alcuni di essi, doveva avere appartenuto alla prima
metà del lungo regno giustinianeo. Niuna meraviglia — posta,
s' intende, in questo modo la questione — che il Reitz stesso
nell' edizione sua ponesse come indubitata quella identità (1).
togliere le difficoltà poste innanzi dai vecchi sembrava ve-
nire opportunissima un' osservazione manoscritta trovata fra
le
carte treckelliane (
2
)
:
« Quo magis enim opus hoc (la Para-
frasi) considero, eo magis mihi simile videtur nostrorum tem-
porum praelectionibus academicis sive collegiis, ut vocant, quae
ab auditoribus calamo excipiuntur. Unde forte quaedam errata
non ab ipso auctore sunt , sed ab auditoribus non satis accu-
rate mentem eius percipientibus ».
Chi s' impadronì con vero entusiasmo di questa idea e la
difese con grande calore e con gran copia di argomenti (a dir
vero ben poco efficaci) fu il Degen (
3
).
Ma il Degen non aveva
pensato che le origini di un libro si devono studiare in tutte
le manifestazioni letterarie e scientifiche dei tempi, e che ben
di rado si può da un libro cavare la sua storia, ove lo si con-
sideri come una produzione isolata. Ad ogni modo il libretto
degeniano fece fortuna e 1' opinione in esso sostenuta si dif-
fuse rapidamente e prevalse fra i romanisti fino ai nostri
giorni. Fn dessa accolta dal Mortreuil (
4
)
,
dallo Heimbach (5),
dal Vangerow (
6
)
etc.
Un lato di vero vi ha certamente in tale opinione. Non
si può negare un rapporto diretto fra la scuola e la così detta
Parafrasi, di cui lo scopo didattico si manifesta ogni momento.
Ma non credo conforme all' indole di quelle scuole l'ammettere
(1)
Cfr.
P)
•
aefrrtio, §
44 sgg., e gli
excursus.
(2)
Edita dal
REITZ,
I,
p. XLII. Cf.
Praef., §
46.
(3)
Ilemer
•
kungen iiber olas Zeitalter
.
.... -des.... Theopltilus,
1809.
(
h
)
.Hi..loii•e du droit byzantin,
1, 123-127, 274-279.
(5)
Basili-<rol•. libri, VI, 30 segg.
(6)
Lehrbuch, cder Pandekten, 1
6
,
10-11.
— 109 —
che gli uditori raccogliessero currenti calamo una lezione ac-
cademica del professore. Tutto quanto sappiamo sulle scuole
d' allora, tutto quanto ci è rimasto di monumenti sicuramente
scolastici di quel tempo, ci fa piuttosto credere che le lezioni di
Berito e di Costantinopoli somigliassero alle nostre odierne di
esegesi. In queste scuole gli studenti hanno una parte viva ed
importante ; interrogano , disputano , obbiettano , ed a questo
modo il testo s' intende e si chiarisce nelle sue multiformi
applicazioni. La Parafrasi non può essere una collezione di
discorsi accademici , poiché è volere manifesto di Giustiniano
che il testo venga portato in iscuola e che su questo si fac-
ciano interpretazione e commenti (
1
).
Il vero si è piuttosto (e
non credo facile il negarlo) che la Parafrasi contiene molti
elementi scolastici ; quali e quanti, vedremo a suo luogo.
La questione, dicevamo, non era stata ben posta. Bisogna
anzitutto distinguere quella che concerne 1' età della Parafrasi
e quella che ne concerne 1' autore. Relativamente a quest' ul-
tima, bisogna vedere prima di tutto se la tradizione che ne fa
autore un Teofilo antecessore è sufficientemente sicura. Se
restassero dubbi ragionevoli, bisognerebbe indagare coli' aiuto
degli altri monumenti del diritto greco-romano quale sia l
a
.
piit probabile soluzione.
CAPO II.
Età della Parafrasi greca.
L' età della Parafrasi greca delle Istituzioni si può dedurre
in parte dal suo contenuto, in parte dalla sua forma. Se guar-
diamo al contenuto di essa, troveremo che non v' è punto ac-
cenno al diritto posteriore alle Istituzioni (
2
)
,
non una sola
indicazione che l' autore conoscesse le Novelle. Ora , mentre
vi sono tanti ricordi e tante menzioni d' istituti giuridici tra-
montati , mentre si accenna quasi sempre alla storia delle
singole norme e de' singoli istituti , sarebbe davvero strano
che non si parlasse mai delle vicende posteriori e soprattutto
(^)
Cfr. per es. il Proemio delle Istituzioni, § 3.
(
2
)
Iutorno a 1, 10, 4 cfr. la mia edizione, I, p. 43 nelle note.
1
^.1
•
— 110 —
del diritto delle Novelle ,
così
feconde d' innovazioni radicali,
se (queste fossero già apparse quando la Parafrasi veniva. com-
posta. Tale osservazione tratta dal contenuto dell' opera ne
rimanda quindi 1' origine ai primi anni del regno di Giusti-
nia no. E questo risultato è confermato da passi, in cui si di-
cono appena emanate certe costituzioni contenute nel Codice
di
Giustiniano
(
i
),
come anche dal modo con cui questi viene
continuamente
e costantemente nominato : « il nostro impe-
ra tore
»
(
2
)
(3).
I e osservazioni che si traggono Ball' esame della forma,
non conducono punto a conclusioni diverse. Il linguaggio giu-
ridico pieno di parole latine o latinizzate con regole ed accen-
tuazione costanti prova parimenti che la Parafrasi deve l'ori-
t
r ine sua
a
un tempo, in cui non erano ancora cominciati gli
11F7I vLG1toL. I manoscritti meno antichi con le loro mutazioni e
le loro glosse interlineari mostravano la difficoltà che provavano
i greci recenziori nell' intendere quel linguaggio. S' aggiunga
anche 1' indole stessa di questa produzione letteraria. Un lavoro
fatto, com'è questo, direttamente sopra un testo giuridico latino
non poteva essere compilato che quando tali testi erano ancora
usati e commentati ; vale a dire durante il regno di Giusti-
nia no o poco dopo. Ma durante lo stesso regno di Giustiniano
si lasciano distinguere abbastanza nettamente due periodi di-
versi, nei quali l'elaborazione dei testi latini ha caratteri propri
ed indipendenti. Nel primo periodo, che procede fino alla morte
di 'Teodora all' incirca, abbiamo i così detti
Indici,
i quali sono
vasl.e elaborazioni che contengono la versione letterale od aneo
la, parafrasi del testo con osservazioni , dilucidazioni , esempi
ed applicazioni.
PUL
tardi invece, nel secondo periodo, si pro-
cedette alla compilazione de' così detti 045vtoµot o
Somme :
ristretti compendii e quasi sunti del testo latino. Applicando
quest'analogia
(
4
)
alla versione delle Istituzioni, dobbiamo porre
(
i
)
Par. 4, 13, 2 e 3, 11, 15: cfr. la nota di REITZ,
II,
1050-51.
(
2
)
Alcune colte i posteriori ricopiando la Parafrasi mutano questa frase in
'
IovatwtavGs,
p. e. Epit. 28, 3
(ZACHAIUAE,
las Jr.-roin.,
VII, 39). 31, 8
(p•
34
(';) S'aggiunga anche il ricordo di antichi istituti e 1' uso evidente di
libri classici, i quali sono affatto alieni da' giureconsulti posteriori a questo
periodo.
(')
Cfr.
ZAC;HA'd
'
U; VON LINGENTHAL,
Gesclricl,te des yr-iecltisclt-.•dutiscltett
Recias,
2
a
ediz., p. 5 sgg.
—
111 —
indubbiamente la cosi detta Parafrasi , che in sostanza è un
vero Indice, nel primo periodo del regno di Giustiniano ; mentre
nel secondo si porrà quella Somma delle Istituzioni stesse di
cui avanzano frammenti (1).
L' età della Parafrasi è adunque certamente quella dei
primi anni dell' impero giustinianeo : si dovr k essa veramente,
come la tradizione vuole , attribuire a Teofilo antecessore,
membro di quasi tutte le commissioni legislative istituite da
Giustiniano ? Prima di entrare nell' esame di tale questione,
sarà bene osservare a quale fondamento si appoggi la tradi-
zione accennata.
(
i
)
A Doroteo attribuisce un indice delle Istituzioni il MoRTriEtt L
(Hi-
stoiíe da dro t byz.,
1, 127) sul fragile fondamento dello scolio edito dallo
ZACHARIAE
nella sua edizione del Prochiron, p.
XII,
n. 3 (cfr. lo stesso
ZA-
CHARIAE
ne'
Iii
•
itiscice Jaì
n
'biicher f. d.
R W, 1884, p. 808). Nè con più fon-
damento lo stesso
MORTREUIL 1.
C.
(una volta
così
anche
lo ZACHARTAE,
De-
lineutio,
p. 26) riteneva che un tale indice avesse composto Stefano. Le frasi
" come sai „, " come hai appreso dalle Istituzioni „ etc., che son frequenti
nell' Indice de' Digesti dello Stefano , non indicano punto che l' autore
si sia occupato anche delle Istituzioni. Lo schol. cpr
l
ol
y
nell'ed. Heimb.,
II , 397, non giova certo a sostenere una tal tesi , poichè , oltre che quel
disgraziato scolio è certamente giunto a noi molto corrotto (cfr.
ZACHARIAE,
Ztscice. d. Savigny-Sti ftung,
6, 1885, p. 3) , una tale opinione, qual' è quella
ivi contenuta , potè benissimo esprimere lo Stefano anche commentando i
Digesti. Taleleo usa talora parlando delle Istituzioni la frase I-yvolusv Év
to^s 'Ivatitoútois ` novilnus in Institutionibus', ma tal frase non implica
punto che egli sulle Istituzioni scrivesse. Egli presuppone che il lettore del
suo indice del Codice conosca la dottrina delle Istituzioni. Nello scool.
e&LC--
?uiov
Bas. Hb. IV, 737 in luogo di év
to1,S
ivatltovtoi va letto év tots zQOí-
rotS (cfr. D. 1, 5, 25) , come il
CUTACIO
e il
FAI3ROT
hanno già visto. Lo
ZACIIARIAE V. LINGENTHAL,
che ha intrapreso
uno
studio nuovo (e voglia
11
vecchio gagliardo darci presto qualche saggio !) sul xata tó8as taleleano, mi
comunica per lettera che i passi delle Istituzioni in esso citati dipendono
da una versione diversa dalla Parafrasi. Può darsi che Taleleo traducesse
anche direttamente dal latino. — Della Somma delle Istituzioni, che dovette
essere composta sulla fine del regno di Giustiniano, rimangono i frammenti
seguenti :
a) Le
vegulae Listitutionuuz =
ol xavóveg twv 'Ivatitoiítcov (editi dallo
ZA
CHARIAE,
'Avéx8ota, p. 170 sgg.). È certo che questi xuvóves sono un
estratto fatto da qualcuno meno accurato da un' antica somma delle Istitu-
zioni. Infatti non è ammissibile che l' autore, del resto cosi esatto e così
ricco di acuti raffronti, abbia omesso nella sua scelta tante e tante regole
opportune e pratiche che avrebbero potuto parimenti trarsi dalle Istituzioni,
E notevole quest' a
n
tica somma per la sua fedeltà al testo latino; cfr. p.
— 112 —
CAPO
III.
Sulla tradizione che nomina Teofilo antecessore
quale autore della Parafrasi.
I
vari codici della Parafrasi , che sono pervenuti fino a
noi, o nel titolo dell' opera intera, o, se questo è andato per-
duto, nelle iscrizioni e sottoscrizioni dei singoli libri, ne desi-
gnano come autore OEócplÀo5 ó 'Avrtx1jvamQ —
Theophilus An-
tecesso r.
Bisogna avvertire tuttavia che nessuno dei Codici della
Parafrasi a noi noti è anteriore al secolo XI. Nelle menzioni
a nteriori, che si fanno di tal libro, la Parafrasi non viene mai
es. Inst. 1, 4 pr. ` non debet calamitas matris ei nocere, qui in utero est =
Kan. upfro0. tijS
l
.tnr
l
toin ov xutu(3XcíntEt
tòv £v yaatQì,
¿YETI.
=
Par. ó
yù.o
xvocpoQovlLEVOC
ov
(3xak
l
aEtca Éx
"al;
avpcpoQcds tfis
nEelat€l.6`11S tìlV µ,rltéQU.
b)
I
passi che occorrono nella
Collectio t, ipe tita.
(VoELL et
IUS"I'ELL,
Pibliothee a ia,
•
is canonici,
II, p. 1308, 1310). E molto più probabile che anche
questi passi derivino dalla citata somma, anzichè presentare un sunto della
Parafrasi.
e)
I passi occorrenti nelle `Pona
l,
: 3, 9 (ed. Z., p. 125). 27, 1 (p. 203).
Nè è facile negare la molta analogia fra questi passi e lo stile dei xavóvrs.
d)
It frammentino del libro I, tit. 1, che forma il capo 51 della
Ay-
l^e^rrli.
Eclogae
(v.
ZACHARIAE,
'Avéxfiota, p. 11+3).
c)
La versione citata nelle parafrasi alla somma dei Digesti dell'Ano-
nimo (?). E certo che nello scolio Küv (.7)vros Bas. Hb. IV, 94 si cita una
versione delle Istituzioni, che nulla a che fare colla Parafrasi. Questo punto
meriterebbe del resto un esame più accurato di quello che io ho potuto
intraprendere.
/) I1 frammento sui " gradus cognationis ,,. Io penso che a questa
versione delle Istituzioni si credette opportuno di aggiungere questo brano,
che fu compilato o sulla Parafrasi o su qualche altra fonte anteriore. Fu
edito dal
PERNICE
e poi dallo
ZACHARIAE
('AvéxBo-ra , p. 184 sgg.) , che lo
trovò nell' Appendice dell' Ecloga. Io 1' ho trovato in vari codici o isolato
o posto nell'Appendice di Matteo Blastare (cfr.
ZACHARIAE,
ibid., nota 1).
Avverto solo
a)
che il trovarsi nell'Appendice dell' Ecloga non rende inve-
rosimile la fonte da noi congetturata ;
b)
che in molti codici (p. es. nell'Am-
brosiano E. 145 sup.) si dice essere questo frammento preso " dal libro III
delle Istituzioni ,,.
Altri frammenti si potranno benissimo trovare con indagini più di-
ligenti.
^r
—
113 ---
attribuita a Teofilo
(
i
).
Ciò comincia a diminuire notevolmente
la forza di tale tradizione , poichò , qualunque sia 1' epoca in
cui si sono bipartite le due recensioni diverse della Parafrasi,
che noi possediamo
(
2
),
ò
certo che esse fanno capo ad un ar-
chetipo solo : la mancanza del titolo 1 del libro I, comune a
tutti i manoscritti, ne ò
Tina
prova chiarissima (3).
Lo Stefano ha nell' indice suo certamente conoscinto ed
adoperato la Parafrasi greca. Molte volte ne riproduce de' brani,
ora citandola ed ora anche omettendo la citazione. In ogni
caso però si guarda bene dal nominare come autore Teofilo.
Ecco una serie di esempi , che facilmente si potranno molti-
plicare
(
4
)
:
1.
schol. Etscpávov (14) Bas. Hb. II, 598: oi,8a5 yùQ ,x rov
ti5'
Ttt.
Ti
)
s y' lvottt.
u flo'v
etc. Gli esempi addotti sono:
Ìtv 11.10)Etat
Tov oiTavov, tìyv fic ctaaav =
si coelum letigero, si ¡nave
ebibero ,
de' quali il secondo si trova recato solo nella Para-
frasi (3, 19, 11) e non nel testo latino.
2.
schol. "EyvwS Bas. Hb. IV, 204:
1yvcos 'ùQ x tfi
twv
'IVatitovtwv 3tt
Tal) xoµµo8átov xXuJttvtoS FXs
i
ci
tSFa^tcí-
t^s
ETTE tì
l
y XO
L LO
iátov
(3015?,Erat xatù tal) x9110a11v01) xtv8LV, E'ítE
tì]V
cpov?tov xatù toti x? it vto
s
' xcd lav Tòv xQr)aáµEVOV FJtL XFIT)tat,
tótE ó zQì O' L VOs £BEL xatù to
2 lavtoS t7pv cpo2Qto11
(
5
).
Cfr. la,
Par. 4, 1, 16 : notevolmente diverso il testo latino.
3.
schol. 'Ev tc Bas. Hb. IV, 208 : 7dysi SÈ xal
'Ivcrtirov-
Tdwv S' tit. t ,' tòV
txaoti)v ofrcw;
?)cpE(2,Eiv
1pmAFcrD'at'
(S
1,7á<1,aii
(
1
)
Al secolo XI e XII appartengono le testimonianze contenute:
(r)
nello
scolio alla Par. 2, 18, 1 (che deriva probabilmente dalla scuola restaurata
di Costantinopoli);
è)
negli scolii recenziori ai Basilici, ed. Heiuib., 1, 612;
772. II, 100; 397. III, 193 ; c) nel trattato th
pe uliis
(IIEIMBAett iunior,
'Avéxbo-ca, II, 258 ; cfr. la prefazione dello stesso IliImtiiAcrt). V. anche
ZA-
CHAR(AE V. LINGENTHAL,
ZiScI,r. dei' ,S'ari(jny-S(i/'tu]t1,
5, 1884, 272-73.
(-') Cfr. le nostre osservazioni nei Prolegomeni alla nostra ediz., I, p. xvr sg.
[sopra,
p. 64 sgg.].
(
3
)
II solo Laurenziano LXXX, 1 e stato qua e 111 integrato e corretto
alla stregua di un altro archetipo; cfr. quanto ho notato nei
Reml. I.st. Lonil.,
s. 2
a
,
18, 856
[supra,
p. 9].
(
5
)
E in animo nostro di istituire presto una indagine sii le origini e le
fonti dell' Indice di Stefano, come pure sulle dottrine in esso contenu
te.
(
5
)
Cfr.
achol.
r,iscpávou
II. 21.
C. VIHR1NI :
Scritti Giuridici.
T.
ti
—
114 —
t(ív(SE nU
Q
U.axEw L' voµf,aµUtu ij
tòV
boaov ElS
vó1uV.
Cfr. la Par.
4, 17, 1 (').
4.
schol. 2
8,
Suppl. Bas.
p. 7:
EtEcp.
voµì
l
bá lati xvQ1GoS
1¡)vxfj hEa.7«ovtos
É la famosa definizione del possesso
data, dalla Par. 3, 29,
2,
cfr. 4,
15,
5.
5.
schol.
94,
Suppl. Bas. p. 20:
xatà
tòv xavóvu tòv XÉyovta'
EixEL tà
FactxEíttEVU.
tois
157coxEL
E
tvoLs.
Cfr. Par. 2, 1, 30 :
bLà
tòv
xaV(íVU, tòv 7,-yovta EVxELV tà 1.1CLxELµEVa to6S
11TCOxEL
µ
ÉVOL
s
.
Ove é
da notarsi che 1' altra versione greca delle Istituzioni, il
aúv-
to
l
.to[, rendeva
questa regola
diversamente :
17CLxE4tEVOV E'LYEL
t(T) vnoxEL[tvco (KuvóvEs
II,
6
in
Zachariae, 'AWxbotu,
p. 17
1
).
(i.
sehol. 5, Suppl. Bas.
p.
178 :
tQL(iovtoQlUV, ñjtLs dnò
tov
dLstrll)llc'rc' ,1Qo(SUuyonE1Et
q
L, 0 BatL bLáELV.
xLVELtaL
b
ó
ÉELòS
OÌ,xF.tr
EÌ.
tà
^CEx01)i^LCÁ )La UvtOV ^t )Ci ^
ata
1^tOL c
O
t^a
É^LO
EvEta6
^S
S
E
E 1µ
1
P Q
µ Q
,
y^vlltuL
8F
tL
J-rQòs
aútòV
avváa,Xayµu xal avµ(3fi
laocpXfiaaL avtòv
I^L(l.(.£ OOI.^
^C OaG)zOL^ ÉtL xC^
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1 -r(T) BEa^totT '
C4vCt^ x
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uyE.iV tót.E El;
'tFaOV
tò (poQtlov xal EY
ti
ovvaxafi Fx tCt)V
ato)
8twt
Q
uNVt(ov cpoQtí,cuv
dvañóycos cS
LaLQETtaL É^t ɵo2^
xal twv ÁALn(1JV
b
U.VEL(;t(T)V.
Cfr. quasi parola per parola la Parafrasi 4, 7, 3:
ov' i+
perfino da notare che
(hLE%Eiv
sta nei migliori manoscritti
(L
1
L
2
, secondo la mia
segnatura)
in luogo del
BLaLQEiv
delle
vecchie edizioni.
7.
schol. 24, Suppl. Bas.
p. 197 : xara
tòv
xavóva
tòv
a,Éyovtu
^,
^
,
,
,
^
^
.
.
,
,
,
OtL
fi)V ot ^LQcotOtv^COL cpvaEL, tovtcov OL Eyyvr^taL xaL cpvaEL xaL
voµ9
xat,xovtaL.
Cfr. la Par. 3, 20, 1:
xavcìw yCíQ'satLV
ó
XÉya)v
•
Úw
o^
zQo)tótvnoL cpvaEL
xQUtaDVtaL, t015twv 01
Éyyvltal xaì, cpvaEL
xal
vóµu)
svExovtaL.
8.
schol.
6,
Suppl. Bas.
p. 236:
tò yàQ
in
potestate
-coi);
jcUi,bac
iuris civilis Éatl vóµLµov
xal
naoà
µóvoLs xQa-
toi)v,
lyvcus sv
19/ tL. tfis
á
tC6v
1vat1t.
(Par. 1, 9, 2).
9.
`E
Q
µr
)
vE-ía Bas., Hb.
I,
381: CñváyvcvliL 1vatLt, 8' tLt.
8',
Iví`la
xEitaL Ovt(oa6. Ovx fiµariaEV
ovBÉ
ó
KoQvÉXLOs vóµos
TcEQI
v(3QEC.ov
3LUXEx9
-
ívaL
•
'EnEVÓ)1aE
yàQ
avtòs t7
1
v
iniuriarum, 1jtLs áQµó
^
EL dtav
^.2E1+1Ì'EQ0S
Éavtòv
UtafivaL tvattrffivaL
11
dtL f3kL tLs ELar)%l9'EV
Ele
tòv olxov avtov.
Qui
lo
Stefano
dice di
voler
riferire
late-
ralmente
(htc
-
is)
le
Istituzioni
e
riporta
letteralmente
la
Para-
frasi
4, 4, 8 !
(
1
)
Queste paragrafi sono di Stefano, che le ha regolarmente aggiunte
all' indice di questo titolo.
—
115 —
Non si può dunque dubitare un istante che Stefano cono-
scesse ed adoperasse la Parafrasi
(
1
)
;
nè si può dubitare che
al testo di questa si riferiscano, almeno di regola, le sue cita-
zioni delle Istituzioni. Eppure, ben lungi dall'attribuirle a Teo-
filo, cita sempre semplicemente le Istituzioni! Ciò sarebbe assai
strano, quando si pensi che Stefano cita sempre gli autori
delle elaborazioni greche di cui si vale, e soprattutto nomina
con affetto e riverenza Teofilo come autore dell' indice dei
Digesti (2).
Nei libri compilati sotto la dinastia macedonica, comin-
ciando dal Prochiro, è fatto larghissimo uso della Parafrasi
delle Istituzioni
(
3
)
:
non mai è nominato Teofilo come 1" au-
tore di essa.
Eccone pochissimi esempi fra gl' innumerevoli che ciascuno
può
scegliere :
Epi. 38, 2 = Proch. 34, 2 : (i)s
3i.
u' ti. S'
t T v lvoTurovton,
(`
come nel lib. I, tit. IV delle Istituzioni '); la citazione
è
presa dalla Parafrasi (').
Epi. 38, 5: c05
(3t.
a
'
lvórlt.
"CIT.
N' (` come nel lib. I Istit.,
tit. IV ') (').
Epi. 47, 57 : w5 (3i. u' lvatlt.
ls' (`
come nel lib. I Istit., 16') (6).
sch. ad Epi. 36, 16: c71S (31.
a'
lvet. (y).
È dunque ben poco verosimile che appartenesse veramente
al celebratissimo antecessore Teofilo questo libro , che dagli
antichi non si cita mai
nemmeno una volta
col nome di lui (S).
Tale origine non vien data al libro che nel secolo XI circa, e
(1)
Lo
ZACHAR[AE
aveva già opinato il contrario
(Zischr. d. Saz.-Stil?..,
R. A., 5, 273 n. 1) ; ma ritengo che ora converrà in questa sentenza. Le pa-
rafrasi al titolo de hereditatis petitione , come mi consta da recentissime
comunicazioni, non gli sono sfuggite, e naturalmente lo hanno
scosso
nel-
l'antica sua persuasione.
(2)
Cfr. i passi raccolti nello
HEIMBACH,
Basilico)`nin lió%"6,
6,
p.
33-36
RErrz,
Theophil.,
II, p. 944-957.
(3)
Cfr. i
Pi olegomen a
alla mia edizione, I, p. xx sg.
[supra,
67 sg.].
('') Ed.
ZACHAR[AE,
las gracco-rom.,
VII, p. 125.
(5)
Ibid., p. 126.
(6)
Ibid., p. 187.
(7)
Ibid., p. l os.
(8)
Vedi la nota in fine a questo capo.
—
116 —
pare che tutto penda dall' autorità di un solo manoscritto. In
(
t
uel secolo noi abbiamo in Costantinopoli un fatto altamente
importante. .Dopo un lungo oblio dei buoni stridii, dopo
una,
deplorevole decadenza della scienza e della pratica del diritto,
I(n
ben consigliato imperatore, Costantino Monomaco (t 1054),
restaura la scuola giuridica costantinopolitana,
y
'
annette
una
copiosa biblioteca, vi Chiama ad insegnare un uomo dottissimo,
(;riovanni. tiifilino, e cerca di richiamare allo studio degli autori
vecchi (' dimenticati.
pub quasi dubitare che da quella scuola (
1
)
venisse
i 1
uta n.oserit to di Teofilo che servi di modello a tutti gli altri,
alle noi ora possediamo (
2
).
(nella scuola possedette un mano-
scritto, del resto inulto imperfetto, mancandovi fra le altre cose
i I
titolo I (lei
libro
I. Nel riordinare quel libro già dimenticato
e nel rimetterlo in voga , si credette di poterlo attribuire a
q
Teofilo antecessore, di cui già si aveva l'Indice ad una
pa
de
dei Digesti e che era stato coautore del testo latino (3).
Teofilo infatti
il primo dei due antecessori nominati nel
proemio delle Istituzioni (§ 3) , ed è quello a cui si deve il
(
I
)
La luce su di questo fatto (cfr,
MICHAEL ATTALENSIS,
Iii to'ia"ae,
ed.
Bou. , p. 21 ed il SA'rHAS nei tQo?,syó trva alla sua edizione delle opere di
Psello , p. xnix) ci venne principalmente dall' edizione della Novella di
Costantino Monomaco concernente la fondazione di quella scuola; tale
Novella fu pubblicata da Paolo
DE LAGARDE
fra le opere di Giovanni
Eucaita (nelle
1lfenioi
•
ie dell'A('eademira eli Coltinga,
1882), da me con versione
latina e note nell'
, 33 , 435 sgg. [v.
rnfra]
(riprod. nella
'.h;(pl
11
1E
Q
1
12:LTivLxi;
xal
vottoXoylas 5, 329 sgg., dal
VALAORrrls,
che vi propose una lunga e notevote dissertazione), dal
COZZA
in
Documena
tli
scoria
rliriaao, 5, p. 189 sgg.
(') L'opinione già da me esposta
(Pr
•
oletoru.,
p.
xvii
[sera, 65]), che alla
scuola costantinopolitana si deva la più giovane recensione della Parafrasi,
ini pare ora poco fondata. La scuola richiamò in onore e divulgò un libro,
che, dopo le compilazioni fatte sotto la dinastia macedonica, era andato in
oblio ; col divulgarsi di esso pullularono presto le recensioni diverse. I1
Codice Vaticano del XII secolo accenna già alla recensione nuova.
('') DIi sembra ancora probabile che la iscrizione contenuta nel Cod.
par. gr., 1367, fol. 97: ivotitoútto sicsaywyii vópou ffsoq4ov ScoQoOéov xai
atrcpávou ávtLxLVaóQwv
(ZACHAREAD, `O
nQóx. vóµos, p. XII, n. 3) accenni al
titolo originario della Parafrasi , che doveva indicare i coautori del testo
latino (cfr. i' iscrizione seguente : SiiyéOtto, etc.). Purgata degli errori e dei
glossemi, quell' iscrizione si reintegrerebbe così : tvatLtovta t91,(3ovvLavoi
i
to1l
xoudetoQos xai
^eoc4ov xai SwQoi&éou tcav civtLxrlvaÓQwv.
—
117 —
primo libro del testo latino
(
i
)
:
nulla di più verosimile che in
capo al libro I qualche vecchio codice latino o lo stesso codice
della Parafrasi ne conservasse il nome. Ad ogni modo non
importa molto a noi congetturare quale errore o quale ipotesi
adducesse quei bizantini ad attribuire la. Parafrasi a Teofilo,
quando sappiamo di certo che da quel tempo e non prima
comincia tale denominazione del libro greco.
Che infatti a Teofilo antecessore non si possa ascrivere
quest' opera, è per altre ragioni troppo manifesto. Io taccio qui
dei non lievi errori che si trovano in essa
(
2
)
e che non sono
compatibili con tale origine
(
a
)
:
m'arresto a due punti : 1° tale
origine non si concilia facilmente colle altre notizie che ab-
biamo intorno a Teofilo ; 2° non si accorda colle osservazioni.
che suggerisce la lettura delle opere sicuramente pertinenti
a lui.
Riguardo al primo punto consta sicuramente che Teofilo,
mentre fu assunto da Giustiníano nelle commissioni per la
compilazione del primo Codice (const.
Haec quae necessario, §
1 :
Summa, §
2), dei Digesti (const.
Tanta, §
9), delle Istituzioni
(const.
Omnem, §
2; Prooem., § 3), non fu invece nominato nella
commissione incaricata della revisione del Codice (const.
Cordi,
2). Il che fa supporre che Teofilo fosse morto dopo la pro-
mulgazione dei Digesti e prima dell' emanazione della costitu-
zione « Cordi ». Cié è tanto più probabile, in quanto che 1' in-
dice teofilino dei Digesti si arresta appunto ai libri
de rebus,
interrotto bruscamente. Non è dunque verosimile clic in sì
pochi mesi compilasse un' opera si vasta, quale la Parafrasi,
un uomo occupatissimo nell' insegnamento e che nel tempo
stesso era intento a tradurre e commentare i Digesti.
(
1
)
V. quanto si dirá in seguito [p. 120 sgg.].
(`
7
)
I giureconsulti coevi a Giustiniano si distinguono iii generale per
sicura conoscenza del diritto. Alcuni indici, come quello del Codice di Ta-
leleo, sono ricchissimi di buona dottrina. Le incertezze e ]e inesattezze
cominciano colla generazione successiva ; ne abbonda l' indice dei Digesti
dello Stefano.
(
3
)
Curiosi sono gli artifizi del REITZ per difendere sempre ed in ogni
caso il sao Teofilo. IIa errato? sari, piuttosto nostra colpa, che non inten-
diamo bene. L' errore non si può negare ? colpa degli amanuensi. Nemmeno
Tiesta scusa si può ammettere? sari, una cosa di fiato, in eni
T.
ha potuto
errare
Cum optlìno quoque
— 118 ---
Riguardo al secondo punto, occorre indagare nel testo la-
tino delle Istituzioni, di cui Teofilo fu coautore, e nell' Indice
de' Digesti (o meglio nei pochi frammenti di esso a noi con-
servati), per vedere se v'abbiano argomenti confermanti 1' iden-
tità
di
lui coll'autore della Parafrasi delle Istituzioni. Il risul-
tato
sarà negativo.
Cominciamo coli' Indice dei Digesti (').
CAPO
IV.
La Parafrasi greca delle Istituzioni
e l'Indice teofilino dei Digesti.
Numerosissime sono le testimonianze che attribuiscono a
Teofilo antecessore un indice dei Digesti , che comprendeva
pero le sole prime tre parti (secondo la divisione scolastica)
di essi, e cioè i libri dei preliminari (tá, 1c07ia),
de iudiciis
e
de
rebus.
Questo Teofilo coevo ai più antichi fra i giurecon-
sulti giustinianei e morto presto, come dimostra 1' epiteto ó
E
1ura
i
)Irg
i che usano parlando di lui Stefano e l'Anonimo, non
può essere che il celebre antecessore. Di questo indice di Teo-
filo fanno menzione, recandone anche varie opinioni, Stefano,
l'Anonimo, 1' Enantiofane e Filosseno ; negli antichi scolii ag-
giunti ai Basilici ce ne furono conservati aneo dei brani indi-
(
1
)
Era già stampato questo capitolo, quando gli studii ulteriori
sul
commentario greco della Parafrasi, compiti col sussidio dei manoscritti pa-
rigini, mi condussero a risultati che modificano qualche punto secondario
di questa trattazione. Come apparirà dalla imminente pubblicazione di quegli
antichi scolii [cfr. in questa edizione lo studio seguente],
essi
appartengono
non già al secolo XI , come dico nel capo III , ma al VI secolo , e in essi
la Parafrasi è chiaramente attribuita a Teofilo (non solo cosi nello scolio
ad 2, 18, 1, che ora verrà ;ìttc
'fI
ì-ciìì unte pubblicato ; ma anche in un altro
ad 2, 1, 8). La voce quindi, che attribuiva la, Parafrasi al vecchio ante-
cessore, risale (come opinione sporadica) alla fine del VI secolo, e quindi
a circa mezzo secolo dopo la morte di Teofilo e la compilazione del libro.
Ciò potrebbe spiegare ancor meglio, come per influenza della scuola costan-
tinopolitana tale opinione si diffondesse : essa aveva già dei precedenti.
Un più completo esame di tale questione si vedrà nella mia introduzione
a quegli scolii.
ir'
—
119 —
pendenti. È su questi
(
1
)
specialmente che giova porrtare la
nostra attenzione. La indagine attenta non confermerebbe punto
1'
opinione che identifica questo Teofilo coli' autore della Pa-
rafrasi. Le 2a5aELs frequenti negli indici di questo periodo non
mancano nemmeno in quello di Teofilo ai Digesti (sc. f c vtu.yv
Bas. Hb., II, 121)
(
2
)
;
ma non si trovano punto menzionate in
quell' indice delle Istituzioni , che è la cose detta Parafrasi.
Fra i due libri intercede pure una notevole disparitá di ve-
dute. La Parafrasi (2, 18, 1) pone fra le persone infami gli
l'
i
vloxoL, mentre sappiamo di sicuro, da uno scolio ad h. 1., che
la contraria sentenza era esposta nell' indice di Teofilo. — La
Parafrasi (3, 15 pr.) scrive cosa : « Se è certo 1' oggetto dedotto
nella stipulazione compete la condictio certi, come p. e.: Pro-
metti di darmi questo fondo o questo libro ? Che se invece
1' oggetto è incerto, avendo io p. e. stipulato così : Prometti di
darmi quello che hai nello scrigno o nel granaio ? allora nasce
l'azione ex stipulatu ». Qui v' ha certamente un errore
(
3
),
essen-
dosi scambiata 1' incertezza soggettiva colla oggettiva (D. 45, 1,
75, 5). Ma il vero Teofilo nell'indice dei Digesti è ben lontano
dal cadere in tale errore. Ecco com'egli si esprime (schol. ItE-
cpdvov Bas. Hb., II, 505-6, cfr. Reitz, II, 946-947) : «Il compianto
Teofilo ... dice esservi alcuni contratti incerti oggettivamente,
come le stipulazioni consistenti in faciendo , ed altri incerti
solo soggettivamente per l' ignoranza, dei contraenti, come p. e.
se uno stipula che gli venga dato quanto è nello scrigno. Nel
primo caso, dell' incertezza obbiettivo , egli sostiene che non
può darsi la condictio certi ; ma riguardo all' altro modo cl' in-
certezza, dipendente non dalla natura dell' obbietto ma dalla
ignoranza dei contraenti, potersi istituire la condictio ». Non
si può esprimere piit chiaramente l'opinione contraria a quella
nella Parafrasi sostenuta.
(
1
)
Questi frammenti vennero in luce solo dopo l'edizione fabrotiana, ed
anzi anche dopo la edizione reitziaua della Parafrasi. Li raccolse lo HIHM-
BACIi,
VI,
34 sgg.
(') Che questo frammento appartenga a Teofilo provano gli altri due
dello Enantiofane, II, 122. 602. Su altri probabili frammenti dell' indice ten-
filino non designati come tali ne' manoscritti de' Basilici , cfr. quello che
ora scrive
lo 7ACIIAILIAE VON LINGENTIIAL, %l.cr%i'.
rfi,i'
A., 6, 5 sgg.
(
i
)
Cfr. già FABROT, 2' ed., p. 470 n.
e.
— 120 —
,r
Basteranno questi pochi esempi, tanto più ove si pensi
quanto scarsi frammenti dall'Indice teofilino a noi sono giunti.
Y' hanno del resto anche osservazioni secondarie, che condu-
cono al risultato stesso. Nella Parafrasi si vuol dare un esempio
di rinunzia intempestiva al mandato (3, 26, 11) e si sceglie
il
seguente. l n tale mi manda di comperargli schiavi in un
paese, in cui io intendo recarmi. Allo stesso paese sta per re-
carsi anche Tizio. Se io rinuncio , dopo che Tizio (al quale
poteva si mandare lo stesso negozio) è già partito, la mia ri-
u u neia, sarà intempestiva. Nell' Indice invece si sceglie allo
stesso scopo 1' esempio seguente. Un tale mi manda di com-
prargli
un0
schiavo da Tizio, che, stretto da angustie econo-
miche, lo cederebbe a tenue prezzo. Io temporeggio e infine
rinuncio, guando, passate quelle angustie, Tizio non vuol
piìi
cedere quel servo o non lo vuol cedere che a lauto prezzo.
Esempi così diversi in due opere, che, secondo 1' opinione fin
qui dominante , dovevano essere composte dallo stesso autore
contemporaneamente, non giovano troppo a confermare 1' opi-
nione medesima.
Veniamo ora al testo latino delle Istituzioni. Vediamo cioè
se è possibile stabilire quanta e quale parte nella compilazione
di esso ebbe Teofilo. Studieremo quindi tale questione in rap-
porto alla presente : 1' autore di quella parte del testo latino
può essere identico a quello della Parafrasi greca:
CAPO V.
La questione sulle origini del testo latino delle Istituzioni
nei suoi rapporti colla presente
O.
Gi fin dal 186 il valoroso Huschke, pubblicando le Isti-
Iuzioni di Giustiniano , aveva in una importante prefazione
trattata la questione : « in ipsis (Institutionibus) componendis
tresviri illi, quibus hoc negotium datura erat, quemadmodum
inter se versati sint » (p. vi sg.). E venne alla conclusione che,
riservata a Triboniano la suprema direzione dei lavori, F ef-
(
1
)
Cfr.
1?r'ml. 1.st. Lumi.,
18, 661 sgg. (e nel vol. II : " Di alcuni studi
recenti sulle origini delle Istituzioni imperiali „J.
—
127 —
dottrine sono in essi esposte
(
1
).
Ma tale epiteto non sembra
punto gradito all' autore della Parafrasi, il quale non solo non
lo aggiunge nei primi due. libri, ma 1' omette talora negli
altri due, ove si trova nel testo (2).
2» Proprio dei due ultimi libri è 1' avverbio « vulgo »
nel senso di ` fere semper ', ` apud plurimos '. Nei primi due
libri è evitato così studiosamente da ometterlo fino nei passi
copiati da Gaio, in cui si trovava nell'opera genuina
(
3
).
Quella
predilezione non si può osservare nella Parafrasi : per es. 3,
24, 2 ` sieut vulgo quaerebatur ' = 650
.
7cEo áµcpt(3c121, rc i (4).
3.°
Soltanto nei due ultimi libri del testo (ma in questi
costantemente) si usa la voce
supra
ne' luoghi, in cui si richia-
mano dottrine antecedentemente esposte
(
5
).
Tale modo di cita-
zione non è altrettanto consueto al parafraste, che spesso le
omette. Cfr. 3, 1, 15. 3, 9 pr. 3, 24, 1. 4, 6, 33
e
. 4, 12, 1 (6).
Se , dunque , nell' indagine di cui si parlava (quali libri
delle Istituzioni imperiali si debbano a Teofilo e quali a Do-
roteo), non possiamo utilmente valerci di raffronti con la Pa-
rafrasi greca , quali crederemo essere i sussidi opportuni per
arrivare ad una soluzione, che sarebbe certo non indifferente
per la storia del diritto e benanco per la critica •e 1' esegesi
del testo ?
(1)
V. GRUPE,
o. c., p. 15. Cfr. 3, 12 pr.; 4, 6, 2 ; 5 ; 37. 4, 13, 6. 4, 14, 3.
(2)
Cfr. 4, 6, 37 : " ex latioribus digestorum libris „ = z x tcliv digéstom.
(3)
GRUPE,
p. 19.
(4)
Invece 2, 9, 5 : " hoc est quod dicitur „ = tovtó iar tò atuQ& Td,6L
Xsyóµevov. Ma qui la Par. riproduce il xatet ttó&us gaiano : in
G.
2, 95 si
legge appunto " quod vulgo dicitur „ [supra, p. 911.
(5)
GRUPE,
pp. 20-21.
(6)
A ragione poi il BROKATE (Comm. cargentorat., 1886, p. 140 n. 1) scrive:
" Eae quas attuli et similes differentiae a!iae quae in fbrmulis latine scriptis
inter Paraphrasin et Iustinianas Institutiones intercedunt, risi scribae cul-
pae , qui archetypum exaravit , tribuendae sunt , quin ad quaestionem de
Paraphraseos anctore solvendaln magni momenti erint, non dubito. Atque
videtur Ferrinii opinioni , qui Theophilum auctorem esse multas propter
causa allatas negavit, magnum inde subsidium nasci „. Si tratta cioè delle
formule tecniche latine diverse nel testo e nella Parafrasi , cosa difficile a
concepirsi se lo stesso fosse stato l'autore dell' uno e dell'altra. V. gli esempi
ibid., p. 138 sg. Su alcuni di essi ci fermeremo in seguito.
- 128 -
Anzitutto tornerebbe proficuo a tale scopo il confronto
diligente delle reliquie a noi pervenute degli Indici de' Digesti
compilati da Teofilo e da Doroteo. 1 frammenti del primo sono
scarsi assai : piìi numerosi di molto quelli del secondo. L' in-
dagine sarà piìi facile quando saranno noti tutti i passi di
esso
che
si trovano nei Basilici, e che finora la critica non è
pervenuta ad additare con piena sicurezza. Intanto possiamo
subito avvertire come l' indole dell' Indice doroteano si con-
faccia assai meglio con quella degli ultimi due , che non de'
due primi libri delle Istituzioni latine. È innegabile infatti che
indice doroteano si distingua dall' altro per una maggiore
sobrietà e semplicità cli linguaggio scientificamente severo :
pregi appunto che adornano di preferenza gli ultimi due libri
del testo latino.
È verissima 1' osservazione dello Huschke , che ne' primi
due libri abbondino certe tumide frasi piene di fasto orientale
e di
servilismo,
p. es. 2 , 11, 6. 2, 20, 3 ; 27. 1,
10, 11. 1,
1 11. 2
6, 14. 19, 6. 20 2. 2, 20, 36 i. f. 23, 12,
ecc. Ma non vedo nessuna ragione per attribuire tutto questo
a
un
maestro di Berito anziché a un costantinopolitano. Costui
a nzi, vissuto nella città dove risiedeva la corte , ove quello
stile era divenuto di moda ed era passato largamente nella
burocrazia , come dimostrano a tutta evidenza le costituzioni
imperiali, il cui testo veniva appunto compilato in quegli uf-
fici, non poteva quasi evitare di seguire 1' andazzo de' tempi
e de' luoghi. Invece poteva benissimo essere più indipendente
in questo proposito un beritese, venuto da città eminentemente
commerciale e industriale, non dedita ai beati ozi ed al
fastus
della Regina del Bosforo, e venuto da
una
scuola avente pro-
prie , antiche , onorate tradizioni , in cui si doveva già essere
formato un linguaggio scientifico più degnamente austero.
S' aggiunge un' altra osservazione , che condurrebbe essa
pure alla conchiusione direttamente opposta a quella_ dello
Huschke. Colui , al quale toccò di comporre gli ultimi due
libri del testo latino , non potè rimanere fino al termine del
lavoro : tant'è vero che il titolo 18° fu aggiunto al IV libro
dallo stesso che compose 1 primi due. Ora è ben probabile
che colui, che si tolse dall' opera prima che le venisse data
1' ultima mano, fosse il giureconsulto beritese, cui gravi ragioni
di ufficio richiamavano alla sua città ed alla scuola, non il co-
^
— 129 —
stantinopolitano , il quale risiedeva in luogo (
1
).
Il costantino-
politano parrebbe quindi essere stato 1' autore dei primi due
libri e del titolo 18° del libro IV.
Non possiamo terminare questo capitolo senza ricordare
che il merito d' avere sollevato per il primo tale questione e
d'avere anche indicata la via per risolverla spetta all' onorando
e compianto professore di Breslavia. E se ci trovammo co-
stretti a dipartirci dall' opinione sua, così argutamente da lui
difesa , non è certo perché sia venuta in noi meno la dovuta
riverenza.
CAPO VI.
Quale soluzione dovremo dare alla nostra questione ?
I numerosi fatti fin qui addotti ed i materiali fin qui rac-
colti non lasciano , io credo , più dubbio alcuno. L' opinione
finora dominante manca di fondamento : la Parafrasi greca
non appartiene a Teofilo Antecessore. Le osservazioni , che
seguiranno nei capitoli successivi, mentre spianeranno la strada
ad un' altra dottrina sulle origini di quel libro, gioveranno a
confermare, se mai ve ne fosse ancora bisogno, questa tesi.
È cioè innegabile, a mio avviso, che alla Parafrasi greca
delle Istituzioni sta a base un vecchio cctt tóbas di Gaio. Essa
si manifesta cioè come un adattamento operato da mano ignota
al testo nuovo delle Istituzioni di un vecchio libro , che rac-
chiudeva una lunga tradizione scolastica. Possiamo anche dire
con sufficiente certezza che qui abbiamo a fare con la tradizione
scolastica beritese, la quale del resto, lungi dall' essere isolata,
è in rapporti continui e grandi con le altre, non escluse quelle
delle scuole occidentali.
(
1
)
Teofilo mori poco dopo la promulgazione dei Digesti e delle Istitu-
zioni ; ma nel dicembre del 533 era ancora vivo e attendeva all' insegna-
mento , come appare dalle cost. " Tanta „ e AéScoxev, § 9. Doroteo quindi,
partito da Costantinopoli verso la metá del 533, vi fu chiamato circa un
anno dopo per la revisione del Codice (v. cost. " Cordi § 2), essendo allora
già morto Teofilo, che aveva avuto quell' onorevole incarico per la prima
edizione del Codice stesso (const. " Haec quae „, § 1 ; " Summa „, § 2).
C.
FI'.RRINi,
Scritti C^i^c9idici,
I.
-- 130 —
Per assodare questo fatto, ci pare opportuno addurre an-
zitutto una prova, che, se non erriamo, ci sembra assai forte.
È noto come il Rudorff, studiando il glossario latino-greco
edito da. Stefano (Étienne) e poi da Vulcanio e Labbè , sia
arrivato al risultato indubbio, che le voci e dizioni giuridiche
in esso illustrate sieno state tolte dai commentarii di Gaio.
Il
lavoro sarebbe stato ridotto alla forma , in cui a noi fu tras-
messo, non molto tempo prima del regno di Giustiniano (i).
Difatti non può essere punto casuale, che in quel glossario
sieno grecamente spiegate voci , che non si trovano che nei
commentarii di Gaio, e che i verbi sieno riferiti in quei modi
e tempi e in quelle persone che in questi si trovano , come
pure i sostantivi e gli aggettivi con quelle desinenze di caso,
che in questi hanno (2).
Ecco pochissimi esempi tolti dai paragrafi, in cui Gaio
espone la dottrina delle varie forme di testamento :
per universitatem ' _ xaho
!
i a (G., 2, 97) ;
adquirantur ' _ n@oonoQlOvtau
(
3
)
;
ex testamento ' _ 1x Sia-Oi cr (G., 2, 99-100) ;
ab intestato ' =s &SLarátov (G., 2, 99) ;
` calata comitia' = áp¡
(
LE
Q
é 1U S
l
s tov tovc ysv6 isva (G., 2, 101);
` procinctu(m) ' = Srav
uóa,Eµov avyxuXé wvtau (G., 2, 101).
Questo non è che un brevissimo saggio ; del resto alla
memoria del Rudorff è aggiunta la diligente collezione delle
varie voci, con l'indicazione del passo di Gaio onde provengono.
Ciò che il Rudorff non ha osservato , si è che 1' interpre-
tazione greca data da tali glossarii si trova ordinariamente
anche nella Parafrasi greca delle Istituzioni, quando quel passo
gaiauo sia in questa passato. Per breve saggio riportiamoci
agli esempi gil, citati :
(')
V.
AbIi. der
der
1V., P1eil.-lt.i-st.
Klasse,
Berlin 1867, p. 332
sg., 334 sg.
(2)
Vedi anche " dicis gratia „ = vóµov x.Qt
y
, c`n T LQà Falco tcü voliLx i.
(3)
Gaio qui (2, 97) ha
adquirantur ; adquiruntur è
nel passo analogo 2,
191. Ma io non credo di dovere, col Rudorff, ricorrere a questo : " adqui-
rantur „ dovè essere tradotto nel xatà 1tó8a9 gaiano
nQoanowí lui
(stil.
1cpáyµara), non richiedendo ivi il greco il congiuntivo. La voce ebbe l'espo-
nente plurale per opera del compilatore del lessico (Cfr. Par. 2, 9, 6 in pr.).
—.131 —
`
per universitatem ' = xa$oµá8a (Par. 2, 9, 6);
adquirantur ' = n@oa toAetut (ib.: v. p. 130 n. 3)
ex testamento ' = Éx
BLaiblwris
(ib. in f.) ;
ab intestato ' = s d takétov (ibid.) ;
calatis comitiis ' = Éy vesto 81S tov lv Lavtov (2, 10, 1) ;
procinctu ' = f
l
vlxa i tsXXov
1évaL st; nas tov (1).
Nelle mie schede ho raccolto almeno duecento voci, che
occorrono nella Parafrasi nella stessa forma e flessione che
si trova nel glossario citato ; solo quando questo, invece di
tradurre semplicemente , spiega il vocabolo , suole restringere
più in breve quanto nella Parafrasi si trova più diffusamente
esposto. Ciré appare anche dai pochi esempi recati.
Si domanda ora come si debba spiegare questo fatto sin-
golare. Un glossario , che attinge da Gaio i suoi materiali,
li
spiega grecamente nello stesso modo, in cui più tardi troviamo
rese quelle voci e dizioni in una parafrasi delle Istituzioni.
Non è ammissibile che il glossario abbia attinto da questa,
giacché esso è evidentemente anteriore, e poi si estende anche
a quelle parti dei commentarii di Gaio che non passarono nella
Parafrasi. Meno ancora è probabile che il parafraste si valesse
del glossario, giacché non è concepibile che uno che era mani-
festamente assai versato nel linguaggio giuridico latino avesse
bisogno di valersi di un meschino dizionario, e di valersene così
scrupolosamente, da consultarlo ogni momento. Né si potrebbe
concepire come mai la coincidenza fra il lessico e la Parafrasi
sia massima, lá dove il primo trae più numerosi da Gaio i
suoi materiali (per es. nei paragrafi sulle forme dei testamenti),
e la seconda non usi anche altrove quelle equivalenze greche,
che a proposito di questi passi il lessico porge.
Io credo non esservi altro modo di spiegare questo fatto,
che 1' ammettere che a base della Parafrasi stia un xutú
tó8us di
Gaio. Ai maestri di grammatica, o forse a qualche
giurista, parve comodo confrontare il testo gaiano colla versione
greca e compilare così nn lessico latino-greco, clic potesse
giovare segnatamente agli studiosi di diritto delle scuole orien-
(
1
)
Notevole che e nel lessico e nella Parafrasi quello che prima dice
Gaio " cum
belli,
causa arma sumebant „ fece fraintendere ciò che segue
" in
proelium
exituri „. Corrette sono invece le Istituzioni imperiali.
— 132 —
tali
(
1
).
La Parafrasi delle Istituzioni, compilata sul fondamento
di quel xatà aó8c4-;, di cui conserva buona parte, doveva natu-
ralmente mantenere ancora quelle coincidenze : in tutti almeno
quei passi , in cui si era dovuto abbandonare interamente
il
prototipo (2).
Questo argomento aggiunto agli altri mi pare che debba
giovare a confermare 1' origine suaccennata.
CAPO VII.
La Parafrasi greca delle Istituzioni
ed i commentarii di Gaio.
[Omettiamo il testo di questo capitolo, che riproduce quasi alla let-
tera l'articolo su " La Parafrasi di Teofilo e i commentarii di Gaio ,,, pub-
blicato in
Rend. Ist. Lomb.,
ser. II, 16, p. 565 sgg., e riprodotto
supra,
p. 15 sgg. Le poche differenze , frutto della meditazione che in quegli
anni 11 F. dedicava alla Parafrasi, si riducevano :
1.° a sostituire nelle citazioni l'impersonale Par(aphrasis) al Th(eo-
philus) dello scritto anteriore, e ciò in connessione alla tesi che esclu-
deva la paternità dell' antecessore costantinopolitano, tesi sviluppata
nello scritto presente ;
2.° ad attribuire il
xa Ú.
7r66ag di Gaio , anziché a Teofilo stesso,
alla scuola beritese, secondo i criterii posti nei
Prolegomena
dell'edizione
(supra,
p. 61 sgg.) ;
3.° a qualche ulteriore raffronto dei commentarii di Gaio con la
Parafrasi, non contenuto nell' articolo dei
Rend. Ist. Lomb.,
ma inserito
nella più vasta indagine della
Byz. Zlschr.,
6, 1897, p. 547
sgg. (= supra,
p. 81 sgg.: cfr. in ispecie p. 88 [per la Par. l , 12, 5] e p. 100 [per la
Par. 4, 1, 1]).
Al capitolo era aggiunta la seguente APPENDICE]
(1)
Da un confronto del testo delle Istituzioni con la Parafrasi mi sembra
sorto il glossario contenuto nel Cod. laur. LXXX, 2. Ma non posso darne
giudizio sicuro, giacché da qualche anno non vedo quel manoscritto e devo
in tutto riferirmi alle mie schede, che in proposito sono alquanto scarse.
(2)
I frequenti richiami contenuti nelle glosse ai libri di Ulpiano
de
off. procons.,
confrontati cogli scolii ai Basilici, che accennano a lezioni te-
nute su tali libri a Berito (sch. ad Bas. 21, 4, Hb. II, 454), farebbero supporre
che esistesse una versione greca di quei libri. V. anche la nostra
Storia
delle fonti,
p. 135.
— 138 —
La tesi da me sostenuta nel precedente studio e riaffer-
mata in questo capitolo ebbe 1' onore di essere presa in accu-
rato esame in un' apposita dissertazione , che il Brokate , uno
de' migliori allievi della Università di Strasburgo, scrisse per
impulso del suo insigne maestro Guglielmo Studemund. La
dissertazione, che apparve tanto separatamente quanto nella
raccolta delle commentazioni argentoratensi , s' intitola :
De
Theophilinae quae fertur lustiniani Institutionum graecae Pa-
raphraseos compositione (
1
).
L' autore , come s'è visto , accoglie
l'idea che la Parafrasi non si debba a Teofilo, e conviene pur
meco nell' ammettere che Gaio sia stato la fonte diretta per le
notizie storiche in essa contenute. Arriva pure ad ammettere
come assai verosimile 1' esistenza di un xatee tó&c gaiano e
1' uso di esso da parte del parafraste. Ma non vuol concedere
che abbia servito come fondamento alla Parafrasi , e a tale
scopo :
1.° arreca un buon numero di passi, in cui la Parafrasi
s'accorda col testo latino delle Istituzioni e diverge da Gaio ;
2.° cerca di ridurre a effetto del caso buona parte delle
coincidenze da me osservate fra Gaio e la Parafrasi, ove questa
diverge dal testo latino.
Riguardo a questo secondo punto , osservo che il caso si
potrebbe benissimo invocare se si trattasse di uno o due raf-
fronti e non di un numero così. grande , come quello da me
raccolto o — più ancora — che si potrebbe raccogliere. Inoltre
il
Brokate non conosce le mie indagini posteriori, da cui quei
risultati acquistano una potente conferma. Finalmente lo sforzo,
ch'egli deve fare per ridurre a effetto del caso varie di quelle
coincidenze (sicché deve confessare difficile l' impresa (
2
)
e non
improbabile talora 1' opposta sentenza) (
3
),
avrebbe dovuto per-
suaderlo che non era sulla buona via.
Riguardo poi al primo punto , io non ho mai inteso eli
dire che il parafraste s' attenesse sempre e con tutto rigore
al
(1)
Apud C. I. Triibu .r, Strassburg, 1886.
(2) "
Nisi ferriuiaua illa coniectura, quae ouiniuo commnovit me ad hace
quaestiouem retractaudam , taci srr-btilitcn proposíta esset a viro dottissimo
est. „ (p. 145). Ma si vegga: non è questione di " subtilitas ,,, bensì di
bonth della tesi.
(:`) Cfr. p. 48, p. 160, etc.
— 134 —
testo gaiano. Il parafraste voleva anzitutto rendere in greco
le Istituzioni, e quindi anzitutto doveva aver presente il testo
loro ; egli però, ad agevolare 1' opera sua, si valse dell' antico
zatà aróbac di Gaio e de' suoi commenti, e se ne valse con grande
frequenza. Forse 1' antico testo gli aderiva alla mente , sicchè
spesso non s' avvide delle varianti del nuovo. E tanto basta
perché la Parafrasi si debba assumere con grande cautela nella
critica delle Istituzioni
latine.
Questo io ho inteso di dire : questo risulta invincibilmente
da quanto si è detto e si dirà in avanti, e questa è in fondo
fors' anche 1' opinione del Dott. Brokate. Nel ringraziare di
cuore questo giovane e valoroso alemanno , riconosco ben vo-
lentieri il non lieve contributo arrecato allo studio della nostra
questione dal suo diligente lavoro.
CAPO
VIII.
La Parafrasi e la Glossa torinese delle Istituzioni.
[Omettiamo anche questo capitolo, che riproduce alla lettera la nota
su " La G-Iossa torinese delle Istituzioni e la Parafrasi dello Pseudo-
Teofilo ,,, edita in
Rend. Ist. Lomo.,
ser. II, 17, 1884, p. 714 sgg., e ripro-
dotta
supra ,
p. 41
sgg.
Ci limitiamo a riprodurre due brevissime ag-
giunte introdotte dal F. in questa rifusione :
1.
La nota apposta alla rubrica del capo
VIII
(Archiv. giur.,
37,
p. 392 n. 1) :
" Chi trovasse alquanto scarsi i raffronti contenuti in alcuna parte di
questo capitolo, pensi che esso non è che un complemento ed un supplemento
dello studio del prof. Fr
r
rrING, e però si evita naturalmente ogni ripetizione
delle cose già osservate o dette da lui, potendosi presupporre che il lettore
conosca quel lavoro elegante. Ai risultati contenuti in questo capo .... sembra
fare ora adesione anche il FITTING,
Ztschr. der Sav.-Sti ft.,
R. A., 7, 2, p. 59
n. 1 ,,.
2.
La nota a p. 43 n. 1 di questa edizione porta in
Archiv.
giur.,
37, p. 394 n. 1, 1' aggiunta :
"
Il PERNICE,
Ztschr. der Sav.-.Stiftt.,
R. A., 7, 2, p. 152, parlando di questa
mia ipotesi,
dice: `
im 5. Jahrhundert war man vielleicht in Marseille ge-
lehrter als in Rom'. Ne dubito (specialmente per quanto concerne il diritto)
assai fortemente „].
— 135 —
CAPO IX.
Riassunto e conclusione.
Riassumendo le cose fin qui dette, possiamo formulare le
conclusioni seguenti
1.° La tradizione che attribuisce la Parafrasi greca delle
Istituzioni a Teofilo Antecessore si basa sull' autorità dei ma-
noscritti. Ma questa autorità non è troppo forte, perchè tutti
i manoscritti dipendono in origine da un solo archetipo e niuno
di essi è più antico del secolo XI.
2.° Solo nel secolo XI si trova attribuita la Parafrasi a
Teofilo ; prima di quel tempo, tanto nelle opere dei giuristi
giustinianei come in quelle dell' età di Leone il Savio, viene
citata sic et simpliciter, senza nominare 1' autore (1).
3.° Quanto sappiamo sulla vita di Teofilo ci muove a
respingere tale poco fondata tradizione.
4.° Gli errori della Parafrasi conducono ad egual ri-
sultato.
5.° Le manifeste contraddizioni fra l' Indice de' Digesti
di Teofilo e la Parafrasi greca impediscono assolutamente di
attribuire questo ultimo lavoro a lui.
6.° Le indagini sulla parte che dovette avere Teofilo
nella compilazione del testo latino delle Istituzioni dimostrano
apertamente ch' egli non potè essere 1' autore dell' indice greco
(o Parafrasi) delle stesse.
7.
0
Lo studio accurato di alcuni glossarii giuridici greco-
latini dimostra che dovette esistere un
xaree tóòcx
greco di
Gaio e che questo formò la base della Parafrasi greca delle
Istituzioni.
(')
Sull' eccezione affatto sporadica degli scolii del Cod. gr. par. 1364,
v. la nota in fine del capo
III
[p. 118 n. 1].
— l36 —
8.° Ciò b comprovato in modo sorprendente da una com-
parazione meno superficiale fra la Parafrasi e i commentarii
di Gaio.
9.
0
Il raffronto coi monumenti coevi induce a credere
che la culla di quel
xutà
nóbu5
j
che fu poi adattato al nuovo
testo latino delle Istituzioni, sia stata la scuola di Berito.
10.° Negli accennati risultati ci conferma lo studio della
Glossa torinese delle Istituzioni, la quale insegna come al testo
di Gaio nelle scuole d' occidente e d' oriente s' aggiungessero
numerosi scolii , in cui la tradizione scolastica si veniva fis-
sando.
11.° I1 testo della Parafrasi si dimostra appunto come
la fusione del testo antico del xurà tóbuc con la relativa glossa ;
il tutto modificato e rimutato a seconda del nuovo testo.
Le risultanze, alle quali ci ha condotto il presente studio,
sono state da critici nostri e stranieri accolte con favore, ed
i pili competenti le hanno accettate, o almeno ritenute somma-
mente probabili. Per limitarmi a' soli
(
1
)
stranieri , citerb per
es. lo Zachariae von Lingenthal
(
2
),
il Télfy
(
a
),
il
Wlassak (4),
il
Lenel
(
5
),
il
Duméril
(
6
),
il Valaoritis
(
7
).
Anzi in talune opere
recenti
(
5
)
si cita senz' altro « der sogennante Theophilus », pro-
testando così contro tanti secoli d' usurpazione. Sulla disser-
tazione del Brokate s' b gik discorso abbastanza.
(1)
Fra i
nostri m' é caro ricordare
lo
SCIALOJA,
Rivista critica,
2, 1884,
p. 193 , ed il
LANDUCCI ,
Sto
r
ia del diritto romano,
p. 217 sg. Un lavoro
italiano, che si riferisce
ex professo
all' argomento, é quello dello Zocco-
ROSA,
Il
paragrafo
XX,
1
de actionibus in relazione alla Parafrasi dello
Pseudo-Tao/ilo,
Milano 1886.
(2)
Ztschr. deì' Savigny-Stiftung,
R.
A., 5, 271
sgg. ;
6, 281 sg.
(
:3
)
Berliner philolof
/
i.sche lVochenschrift,
IV, p. 1341-1343.
(
4
)
Kritise/te
zar Theorie de Rechtsquellen,
p. 84.
("
3
)
Centralblatt,
1884, n. 52.
(6)
Rerue
f./r:
nerale do droit,
1885, p. 299 sgg.
(7)
'E1
P
r
llt
e Li Z1 l
g
É. x. y. vo
lt
.,
5,
332.
(8)
KNI P,
Vacua possessio,
pp.
23, 133,
166,
etc.
— 137 —
CAPO X.
Esempio di applicazione all' esegesi dei risultati ottenuti.
Natura e diritto nella Parafrasi greca delle Istituzioui.
[Il sottotitolo di questo capo risponde esattamente a quello della
nota edita in
Rend. Ist. Lomb., ser. II, 18, 1885, p. 857 sgg., e
riprodotta
supra,
p. 71
sgg.
La riproduzione è integrale e senza mutamenti].
$
o
Scolii inediti allo Pseudo=Teofilo
contenuti nel manoscritto Gr. Par. 1364 (*).
INTRODUZIONE.
§
1.
Non v' ha manoscritto alcuno della Parafrasi greca delle
Istituzioni, che non contenga alcuni scolii. Pochissimi se ne
trovano nel messinese, nel vaticano, nel laurenziano LXXX, 1
etc.: mentre altri codici contengono una specie di commen-
tario
perpetuo,
quali per esempio i codici parigini gr. 1364,
1366 (Biblioteca Nazionale), e il Laur. X, 16. Nel Laur. LXXX.,
2, moltissimi scolii furono da' copisti sbadatamente incorporati
nel testo : il Laur. LXXX, 18, oltre a numerosi scolii, contiene
anche schemi rappresentanti graficamente le principali distin-
zioni e classificazioni
(
1
).
Lo studioso, il quale si trovi davanti
cose varia distribuzione di scolii e commenti intorno all'opera
stessa, deve naturalmente ricercare se questi si debbano a tempi
ed autori diversi, oppure se debbano tutti quanti ricondursi al-
l' origine medesima. Fino ad ora mi sarebbe stato impossibile
rispondere a questa domanda, perché il modo frammentario e
sporadico, con cui tanto il manoscritto messinese quanto i due
più antichi laurenziani riproducono gli scolii, non permetteva
una larga comparazione; e solo m'era riuscito di osservare come
alcuni pochi scolii si trovassero tanto ne' più antichi quanto
ne' più recenti manoscritti, e conchiudere pertanto come questi
(*) [In
11leiìwrie
ist.
Lomb.,
3
a
serie, IX, 1886, pp. 13-68].
( í
)
Prolegom.
alla mia
ediz., I, p.
XIX
[supra,
p. 67].
— 190 —
al meno dovessero provenire dalla stessa fonte. Ora l'esame de'
due citati manoscritti parigini mi ha perfettamente assicurato
su
questo punto. Il C. gr. 1364 è un bellissimo manoscritto, che si
può riferire all' XI (o al più tardi al XII) secolo e che contiene
una recensione assai corretta della Parafrasi, di cui s' è valso
— certo con poca diligenza — il Fabrot per purgare il testo
vulgato , che fu guasto di nuovo nella cattiva edizione del
Reitz
(
1
).
Il margine è quasi tutto coperto di scolii derivanti
evidentemente da un commentatore unico, tanta è la loro in-
trinseca ed estrinseca somiglianza. Fra essi si trovano, in gran
parte almeno, pur quelli che si sono conservati negli altri
codici più antichi : sicchè non è temerario il conchiudere es-
sere questi ultimi avanzi dispersi di quel largo commento, che
il
codice parigino interamente contiene
(
2
).
Il manoscritto 1366
poi riproduce, benché non completamente, il commentario me-
desimo, ma — mi affretto a soggiungerlo i due codici non
derivano immediatamente da un solo archetipo : ciò apparirà
da quanto annoteremo più avanti, osservando come nell'esem-
piare, da cui fu trascritto il cod. 1364, si riportavano in mar-
gine , a mo' di scolii, molti capitoli di quel notissimo com-
pendio giuridico, che sogliamo chiamare z1 loncd.
Se ora facciamo il confronto fra questo commento e gli
scolii de' manoscritti recenziori, quali il Palatino, il Laur. X,
16 etc., non tarderemo a riconoscere che anche in questi s' è
infiltrata alcuna di quelle più antiche annotazioni, ma che la
maggior parte di essi si deve ad origine diversa e meno re-
mota. Mentre infatti gli scolii di que' primi manoscritti non
conoscono e non citano che le fonti giustinianee, questi ultimi
conoscono e citano continuamente i Basilici. Parimenti gli altri
criterii, che ora soggiungeremo per stabilire 1' età degli antichi
commenti, fanno difetto per questa categoria.
(1)
Devo avvertire , come il manoscr. 1364 , che già nel 1740 , auno in
cui fu compilato il catalogo de' manoscritti greci di fondo antico (II p. 306),
mancava del principio del libro I
fi
no
a circa la metà del titolo undecimo,
dovette essere completo ai tempi del Fabrot. Non solo infatti costui non fa
menzione della lacuna (il che — stante la sua notoria negligenza — non
sarebbe gravissimo argomento), ma cita lezioni dei ` tre ' codici anche per
questi titoli : p. e. 2.
a
ediz., 1657, p. 36 n.
a,
51 n.
n, 68 n.
1a.
(2)
V. soprattutto nelle nostre note le indicazioni degli scolii, che si
trovano incorporati nel testo nel manoscr. Laur.
LXXX, 2.
r
— 14] —
Questa scoperta mi pare per lo studio delle fonti e della
storia del diritto romano di grave momento. Gli scolii delle Pa-
rafrasi non sono, come finora si credeva, annotazioni di età re-
cente, senza coerenza fra loro e senza valore intrinseco : essi
costituiscono (parlo qui degli antichi) un lavoro abbastanza
vasto fatto da un solo autore, fatto con larga conoscenza delle
fonti giustinianee, e fatto finalmente in tempo ben più remoto
di quanto alcuno avrebbe osato pensare. Ed è appunto di questi
scolii che ora intendo discorrere , facendo pur seguire 1' edi-
zione de' principali fra essi e riservandomi in altra occasione
di studiare e pubblicare quelli recenziori.
§
2.
Dicevo che nell' antico commentario della Parafrasi non
s' adoperano né si citano i Basilici o altri compendii bizantini,
ma s' arrecano invece le collezioni giustinianee. Questo fatto
costituisce già un criterio per stabilire 1' età del lavoro, poiché
se è vero che fino al secolo XI le fonti giustinianee si
mantennero nell' uso
(
1
)
—
1' esclusiva conoscenza e citazione
di esse non pub non indicare un' età molto anteriore. E ciò
si conferma benissimo studiando la forma , con cui quelle ci-
tazioni si sono fatte. I Digesti non si citano già co' semplici
numeri, come avviene, per esempio, nell' Epitome, ma con ri-
guardo alla ripartizione scolastica ordinata da Giustiniano :
per esempio (3t. 8'
tiv
de iudiciis tí
•
y' bt
y.
ts --
pu.
'y'
tc7)v an-
tipapinianlì tí. a' bty. x1 —
(3t.
y' tcóv de rebus tí 13', 13s
^ott
de lege rhodia,
lv Tc.:) tí. de minoribus tc7
y
v nPdrrwv
t(ci)v) a'], Sty. iS xal i , 'É tcCtt
rEXsvtaícq —
lv teT> de sponsalibus
tovo(31(3XÚ , tí.
y' cS
ty.
1(3 - Év
te
D
de testamentis tovo(3432o , tí.
u' bly. xy
l
— (31. (3' tc
p
v de rebus, tí. commodati, 81y.
E', xul (3i.
b'
(
1
)
V. osservazioni analoghe in
ZACHARIAE,
Qonaí, p. 68. Bisogna però
confessare che non si troverebbe esempio di opera " posteriore „ ai Basilici,
in
cui questi sieno
assolutamente
ignorati. L'esempio più volte addotto del-
1' Epitome (pur ammettendo che le citazioni ivi contenute de' Basilici sieno
posteriori di data alla compilazione dell' opera) non mi pare troppo sicuro :
dacchè il contenuto di questo libro, benchè edito solo al tempo dell' Imp.
Romano, sta assai probabilmente in relazione coi lavori preparatorii de' Ba-
silici o d' altra opera giuridica anteriore non riuscita a termine.
— 142 —
r1
air*
Tc0awiatefa5
[cioè «
t
j
ni
de rebus »1, tí. a' 8dy.
y',
e
così via. E non solo si pone attenzione a: questa ripartizione
scolastica dei libri, ma ben aneo al nome degli autori de' sin-
goli frammenti e a quello dell' opera da cui essi furono presi:
lv tc,
?
de testainentis
1
1ovo
U(3Xcp, ti. q' b y. iS nopurcovíou ,nzj,
(
i.
?,-(9
,
/
t1.
t9OCTCp4od µO E7ttvov
bt(,)
•
8uy.
a'
tov avtov
(3i.(3a.íov xal
rIt),ov
acav?,ov
xul r(cwv) u' [i. e.
n v
at
@
c(rwv] tí. (3'
8
Ly.
{Y oi!7,.-
aciavov ór
i
r(T d
. E si parla pur aneo degli
avecyvo a tata
no[tnuvlov
ad Sabinum a proposito del D. 50, 17, 38.
Qui non si sono arrecati che pochi esempii : ogni scolio
quasi ne offrirà, una conferma. Come tutto ciò indichi chiara-
mente che il nostro commentario non potè essere compilato
dopo quel periodo della storia del diritto bizantino , che da
Giustiniano va fino ad Eraclio, è superfluo avvertire : la co-
stanza poi de' predetti metodi di citazione, a fronte de' quali
quelle fatte coi soli numeri sono affatto eccezionali
(
1
)
,
ci co-
stringe a non protrarre la data della compilazione verso la
fine del periodo medesimo. E allo stesso risultato converge
quanto possiamo osservare a proposito delle citazioni delle
Istituzioni e del Codice. Per le prime si arreca quasi costan-
temente il nome del titolo in latino :
sv
tcu
de aclionibus
ri); 8'
[institutionos]
acpòs t(7) TOLEL — c;0, lvót
•
(3'
de heredibus in-
stituendis.
E lo stesso avviene pur nelle seconde, ove non si
neglige nemmeno il nome dell' imperatore da cui la costitu-
zione
proviene:
(3t. 8' tov x(;)8.
td.
de compensalionibus
BLat.
ta'
— (i i. T
i
' tov x(4.
tí. X'
8 iat. i' %Éovtog 8 Ldta cs —
(3l.
y'
tov
xc,l)8.
TI. de
heredilaiis petilione [cSiat.]
tEXEnctía ov6a.
E quasi non bastasse tutto ciò a comprovare nel modo più
sicuro 1' alta antichitt del nostro commentario,
s'
aggiungono
segni evidenti dell'uso dei testi latini : uso che si può dimostrare
tanto pei Digesti che per il Codice e le Istituzioni. Riguardo a
queste ultime basti citare lo scolio ad I. 2, 18, 1, che instituisce
nn espresso confronto fra il testo latino e la relativa versione
greca
(
2
).
Per le Pandette confronta citazioni come le seguenti:
(1)
Cfr. su questi modi di citazione
HEIMBACH,
Proleg. Bas.,
p. 20
sgg.
E si avverta come la forma usata dallo scoliaste si incontri con quelle del-
1'
antica scuola beritese note a noi pei frammenti sinaitici. Per es.
¿
y
tC
Hermogeniano xwó. tí. ID'
f
1
Qx,
cet. (5 Z., 3 Kr.) : cfr. Z. 12,
Kr. 5; Z. 4, Kr. 13 etc.
(2)
j.LT
'
ITE t011
QTjtov
tWV ivatatoiítwv É)rovtós tb
to6ovto.
—
148 —
ci)5
(3L.
8'
t(wv)
a'
t
í,. de
minoribus
8Ly.
y',
aɵati
dPxil
sed
utrum,
tc^ tÉÁ.E6
roí
-
)
1iɵatoS (
1
)
e sicut
lib. IV
tc
n
Sv
urQcu-
tov,
tit.
de
sninoribus ,
fr.
3, § cuius initium
sed
utrum ,
sub
finem
§.
c;os
g
v tl.
tfig hereditatis petitíonos tó5v
de
iudiciis, bLy.
xE
JEQòs
tc? t^7^E^, .19ɵatt oZ dpxi) petitio hereditatis, etsi
in
rem
actio sit
(
2
)
= ut in tit.
de
hereditatis petitione
in parte
de
iu-
diciis,
fr.
25,
sub finem,
§ cuius initium
petitio
cet.
Pel Codice :
cús a
P
rìtac ¡3i. L(3' toi x0., tí. X. , cat
.
y' cimii
edicto
quidem
(
3
)
=
ut dicitur lib. XII Codicis , tit. XXXVI , const.
III cuius initium
edicto quidem (4).
L' imperatore Giustiniano è quasi sempre nominato in
questi scolii ' t twos (30(e 1E11g = ` imperator noster ', parole
che parrebbero riferirsi a lui vivente e regnante. Ma io non
voglio insistere molto su questo argomento, giacché non nego
che tale denominazione potè e per tradizione e per imita-
zione dei testo commentato continuarsi anche dopo la morte
di lui.
§
3.
Stando agli argomenti finora esaminati, la data della com-
pilazione di questi scolii si potrebbe benissimo fissare anche
a pochi anni di distanza dalla pubblicazione delle tre accen-
nate collezioni giustinianee. Ma vi hanno altre importanti
ragioni , che invece esigono imperiosamente che tale data si
stabilisca o negli ultimi anni del regno giustinianeo o anche
(
i
)
ad 2, 12, 1.
(2)
ad 4, 6, 20.
(3)
ad 2, 6, 14.
(4)
A' tempi di Maurizio già — com'è noto
(ZACHARIAE,
Al
portar, p. 79 sg.)
— non si fa più menzione dei testi latini. Una eccezione si deve fare pel
breve periodo di risorgimento sotto il Monomaco (FERRINI,
Arch. giur.,
33,
448 [e
infra, "
Novella„ etc.]): ma anche
in
esso l'uso dei testi fu rarissimo
e affatto sporadico e ristretto ad alcuni casi di disperata ambiguità. o con-
traddizione nelle versioni diverse.
—
144 —
ne' primi dopo la morte del fecondo legislatore. Tali ragioni
si riducono a due.
I.
L' autore di questo commento conosce non solo no-
velle giustinianee emanate verso la fine del regno di questo
imperatore , ma sembra fare uso di quella Collezione di 168
novelle , che probabilmente non si compì che dopo la morte
di lui, certamente non prima dell' estremo tempo del suo im-
pero (ammettendo essere aggiunte posteriori le novelle degli
imperatori successivi) (1).
II.
L' autore stesso conosce e adopera gli scritti di
Cobida e Stefano antecessori costantinopolitani, che fiorirono
o sulla fine del regno di Giustiniano o nel tempo immediata-
mente successivo (2).
Piìl
esatte determinazioni — allo stato attuale degli studii
critici — non sono possibili.
Le citazioni delle Novelle sono abbastanza frequenti. Esse
si dicono ` Età
tòv
xo8txa 8tatc etc '
(
3
)
o `
una
tòv
xcó8txa
vEapai S
tat€ Et[ '
o `
vEapcc^ '
[come fa pur Doroteo, sch. 'Eàv,
Bas. lib. III, 773]. Ordinariamente s'accordano con la collezione
delle 168 Novelle :
Év
taIs vEapak EiS
tr
i
v
á
vEapáv =
nov. 1.
tonto
áX)Loto^
5'
vEapá =
nov.
4.
7
1
µEtà
tòv
xcótxa
8táta§ts
=
nov.
7.
Fv
tfi
tòv xc» txa vEapá 8 tat. 43' —
nov. 12.
vnv tò tpítov óAEt nj 11' vEapá =
nov. 18.
tij x(3' 81,atálEt tCÚv µEtà tòv xcó8txa, 'r
i
ng lati ZEpl yáµcov
= nov.
22.
(1)
L'uso prevalente di questa collezione comincia in Oriente nel sec. X
(cfr.
ZACHARIAE V. LINGINTHAL,
Imp. Just. Novellcce,
I, p.
V), ll
che
non
toglie però ch'essa veniale già adoperata molto prima. Assai probabilmente
la usò Stefano, e le poche deviazioni che si trovano ne' suoi scritti si de-
vono probabilmente a errori di copisti (p. es. sch. Etecpávov, Bas, Hb. II, 528).
(2)
Si tace affatto degli antecessori beritesi. Questo potrebbe forse indi-
care Costantinopoli come luogo in cui il commento fu compilato.
(3)
F questo il modo in cui citano i più antichi , e in cui le Novelle
sono citate nelle stesse Novelle : cfr. Nov. 68 (Z. 36), .i § 1 :
tais
µetà
TÒV
mania 8i,atá eai, xelraL '.
— 145 —
veaIàv p ', 1^ɵa
W,
ávaLQovcrav tiv yvo r
l
v tavtriv = nov.
107, 2.
áváyv. tò
tris
pie
'
veapd5 = nov. 115 f.
Non si ponno invece accordare colla predetta collezione
tre altre citazioni, cioè :
ad 4,
6, 17 :
µet&
tòv xw5u1{,a 5Lett.
ve
'
.
Gin, il Fabrot ,
il
quale aveva pubblicato questo scolio, vide il probabile errore
di amanuense e propose
[2'
ed., p. 619]. In tal caso s' indi-
cherebbe quella che nella detta collezione è la Nov. 18, e. 8,
e sarebbe tolto il divario.
ad 2,
13 pr. : avecyv. ti)v
Qe
'
veaóáv. Qui però l'errore mi
pare evidente ; si tratta di una lieve svista e va corretto
P
Le'
[N. 115].
ad 3,
20, 4 :
tonto
&XÀo Lo 7 µetà
te v xcó5 txa
VEaoà
5 Láta:IL
S
ovóa. Lo scoliaste volle, secondo ogni verosimiglianza, indicare
quella che nella collezione delle 168 Novelle è la 99'. Qui può
sorgere il dubbio se trattisi di errore di copista o di diverso
ordinamento della collezione, da cui lo scoliaste attingeva. A
me — tanto più che si tratta di un esempio isolato — la prima
alternativa sembra preferibile : fra r& e CC' non vi è poi così
grave differenza grafica da rendere inverosimile il supposto.
Dicevo poi anche che l' autore di questi scolii conosce
Stefano e Cobida.
In principio del tit. 16° del libro I, la Parafrasi dice che
la
capitis deminutio
distrugge ces d tò
rXE^6tov (=
di consueto)
i diritti agnatizii. Il ` plerumque ' non è qui nel testo latino,
ma sul finire del tit. 15°, in cui si dice la stessa cosa. Ora
lo scoliaste arreca una spiegazione in proposito di Stefano :
>tEcpuvó, cpr13L
tonto 11Q06XE T
-
aUL tò ` cbs 1.z1 tò
t?,ei tov ',
19-cELU
I
f uxà
capitis deminutleon Tá
µEtà
tòv
5vo5Ex0EÀtov
le-
gitima Mxaia 5iacpftEl9Et
y
ov
h'ÚVatut
=
Stephanus ait ideo adici
plerumque ', quia minima capitis deminutio legitima jura
(quae) post legem XII tabularum (sunt inventa) peremere ne-
quit. Questa proposizione è certamente di Stefano, che la espone
-- in forma diversa --- commentando il testo pauliano D. 4, 5,
C. FEauIxi,
Scrillti Giuridici,
I.
10
— 152 --
taanente che questo non é il caso pel servo infermo o vecchio,
cui il padrone abbandoni : questo b piuttosto rivendicato
ipso
iure
in liberti. Il testo dice che del tesoro trovato in luogo
pubblico metà z devoluta all' inventore e metà al fisco ; e il
cauto annotatore ricorda ciò essere vero , purché l' inventore
non tenga nascosta la sua fortuna per appropriarsi l' intero,
chò allora auvrò
S
toi) 1naav@oi5 euroxtvárcti xat c'íXXo
t000vto
ávay-
z EtUL rc & vczt = ` a toto thesauro removetur et alterum
tantum solvere cogitar '. Il testo insegna purgarsi la cosa del
vizio di furtivith, quando faccia ritorno nel potere del dominus
ciò non ha però luogo , avverte col suo immancabile corredo
di testi I' annotatore, se il dominus non ne ebbe notizia. Fra
le differenze tra peculio ` pagano ' e peculio castrense pone
la, Parafrasi quella , che sul primo ponno esperire le loro ra-
gioni i creditori paterni, non sul secondo. Ma bene avverte il
commentatore che se il fisco ò creditore
paterno ov
óvvcb tunn-
n,>claut.at tò
toD vycslouo ou [rayavtxòv) nsxoatov, e
cita:
D.
4,
4,
3, 4 i. f. Ove si parla dell' efficacia del senatoconsulto Mace-
doniano, il commentatore osserva che 1' eccezione derivante da
esso non giova nel caso che un liberto mutui denaro
a un
filinsfamilia,s « in fraudem patroni ».
Di queste osservazioni acute , e dimostranti conoscenza
grande delle fonti, 1' opera abbonda ; ed io non dubito
che
il
romanista percorrere, con molto piacere e pur anche con pro-
fitto questi commenti , che ora vedono per la prima volta la
luce. Certo che non sempre ò il commentatore felice. La spie-
gazione [sch. ad I. 3, 19, 4] del perchò si possa validamente
contrarre mutuo a nome altrui non ò la meglio auspicata.
Così dicasi dello scolio ad 2, 25 pr., già, noto per 1' edizione
•
abrotiana. Se la dove , parlandosi del numero di figli che
giova a scusare dalla tutela, parifica la Tracia all' Italia, rife-
risca bene ovvero s' inganni, non potrei decidere.
Prima di troncare questi cenni, voglio riferire che cosa
pensi il nostro commentatore intorno al famosissimo « unus
casus » (1)
(
1
)
I. 4, 6, 2.
I1
commentatore dunque non ha ritenuto che il probleuma
fosse giii sciolto dalla stessa Parafrasi con quanto più sotto essa dice in-
torno
alla uegatoria. E questa la tesi sostenuta dal
DEGEN,
Ueber (las Zei.
talter
etc., 54 (" Die Rechtsgelehrten haben deshalb viel darüber gestritten :
— 153 —
xeLt'at S£
te)
1&ÉE.LU,
nEQI, ov tó
)11VÒV
'XSyEL nato,
(
3t. u'
tltív
de
iudiciis
tí. de inofficioso Sty. 1' = exstat locus, 'de quo id
dicit textus , lib. I de iudiciis, tit. de inofficioso fr. 8 [D. 5,
2, 8, 13] (i).
Il testo a cui il commentatore allude è il seguente :
Si filius exheredatus in possessione sit hereditátis, scriptus
quidem heres petet hereditatem, filius vero in modúm contra-
dictionis querellam inducat, quemadmodum ageret, si non pos-
sideret, sed peteret.
Il
nostro commento non presenta analogie né
con
la Glossa
torinese, nè con quelle che sulle Istituzioni si compirono nel
primo periodo medievale , per esempio quella del codice wal-
raffiano. Ciò è tanto più notevole. in quanto che i contatti fra
aber Theophilus giebt lib. IV tit. VI § 2 ganz deutlich die Negatorien-
klage als den unum casuin an und entscheidet damit alle Streitigkeiten „).
Ad ogni modo, il fatto che il parafraste non spiega quale sia
1'unas casus
serve a ribadire 1' indubitabile risultato, cli' egli non può essere stato autore
del testo latino di questo libro. Così argutamente mi suggerisce il profes-
sor Moriani.
(
1
)
Già
11 GOVEANO
(Lect. var.
1, 41) e
il CuTlACio
(Notae et seholiu in
Inst.: 011.,
Neap. 1758, VIII,
1104
e
)
avevano pensato a questa spiegazione,
ma senza accettarla. Dopo che il
FABROT
(1. c. ; cfr.
REi'rz,
2, 788) ebbe fatto
conoscere la sentenza dello scoliaste, questa fu riferita da DouJA'r,
De uno
casa
(in
REt'rz,
2, 1224 sg.) ; O'i°ro,
ad Inst.
li. 1. ; Falr'z,
ZtscI
n
'. f. Civilrecht
und Proc.,
N. F , 1, 52 sg.;
SCHRADER,
ad Inst.,
p. 636. In
CoccElo,
hts cIv.
contr.,
8, 5, q. 3, si legge : " Broeus in exposit. Inst. ad d. § 2 statuit ca-
sum illum unicum inveniri in querela inofficiosi testameuti, in qua is qui
in possessione missus est experitur per 1. 7
in f. 1. 8 pr. ff. de inoff. testa „.
Non par dubbio che la prioritá, della nuova interpretazione e della sua con-
futazione si debba a Goveano , quando si pensi che la prima edizione di
quel lavoro euiaciano apparve a Bourges il 1.2 febbraio 1656, mentre
il
cap. 41 del 1. I delle
Variae lectiones
del Goveano apparve a Cahors il 1°
gennaio 1654 (I' anteriore edizione tolosana contiene solo i primi quattro
capitoli). E pare anzi che 1' ° alii referuut ' euiaciano prenda proprio di mira
il
Goveano. E
S
ono soliti ad attribuire al Goveano tale spiegazione quelli
che la ricordano nel secolo immediatamente posteriore, come il
VULTEIO
(Cc»ttnt. ad Inst.,
h. 1.) e il
FABROT
(1. c.). Debbo queste notizie alla cortesia
dei professori Sc1ALoJA e
MORIANI.
jIn questa nota abbiamo rifuso la breve Appendice ` Ancora sulla spie-
gazione dell' unus casus ', che era a p. 67 del vol. delle
Memorie (N. d. L'.)1.
— 154 —
la Parafrasi e la Glossa torinese sono addirittura continui, o
serve pure a meglio illustrare questo periodo storico. La tra-
dizione scolastica si mantenne comune all' Oriente e all' Occi-
dente finché il diritto derivava da quelle stesse fonti, che ser-
vivano già quand' era uno 1' impero : intorno alle Istituzioni
gaiane, per esempio , la tradizione fissatasi in forma di com-
mento passb poi in gran parte sia nella Parafrasi delle Istitu-
zioni in Oriente , sia nella Glossa torinese in Occidente. Ma
dopo che le compilazioni giustinianee mutarono cotanto lo stato
del diritto e dopo che la giurisprudenza dovette occuparsi di
queste nuove fonti, 1' unità degli insegnamenti non poteva più
(tranne che pe' ricordi del passato) mantenersi : i rapporti fra
Oriente e Occidente non furono più saldamente restaurati,
I' ignoranza del greco da una parte e del latino dall' altra
ponevano troppo grave ostacolo alla reciproca influenza scien-
tifica, e infine il misero stato, a cui 1' Italia s'era andata ridu-
cendo, più non permetteva alla scienza del diritto di raggiun-
gere una notevole importanza. Le terre italiane che furono per
più lungo tempo avvinte all' impero greco vennero assorbite
nella civiltà bizantina.
Chi infatti farà i confronti con le glosse indicate non
troverà che rarissimi punti in cui vi sia, 'non dirò un contatto,
ma una semplice analogia ; e questa pure si manifesterà af-
fatto casuale.
§
7.
Ora è tempo di dire qualche cosa sulla nostra edizione.
Io ho posto a base il cod. manoscr. gr. 1364 della Biblioteca
Nazionale di Parigi (
1
),
che contiene il commento nella forma
ampia e corretta. Purtroppo questo manoscritto manca ora
dei primi fogli e comincia solo col titolo XII del 1° libro ; e
purtroppo ancora 1' inchiostro, con cui furono scritti gli scolii,
si è — per essere questi proprio al margine e quindi ove la
(
i
)
Colgo ben volentieri l'occasione per manifestare la mia gratitudine
ai
signori O,nont e Zote
q
berg, che, durante i miei lavori in quella Biblio-
teca, mi furono cortesi di
utili indicazioni.
1
- 155 -
pergamena è più
di sovente toccata e maneggiata — spesso
così smarrito, da non riuscire sempre possibile la lettura. Non
nego che, potendosi disporre di tempo maggiore, molte cose
si sarebbero potute leggere, ch'io stretto dal tempo non lessi :
tuttavia non credo che le cose , ch' io dovetti omettere o sup-
plire a mia congettura , sieno tali e tante da renderne sensi-
bile la mancanza. Anche nel manoscr. 1366 si contiene lo stesso
commento , benché in modo incompleto : è da questo codice
ch' io tolsi le glosse ai primi 12 titoli mancanti, come dissi,
nel primo. Occupato com' ero in altre ricerche, non potei isti-
tuire del resto — come avrei pur tanto desiderato — un con-
fronto fra i due manoscritti. Ho poi nell' edizione tralasciato,
sia per la loro intrinseca inutilit, sia per non accrescere so-
verchiamente la mole di questo lavoro, quegli scolii che con-
sistono in meri sunti delle cose dette nel testo : solo qua e lh
ne . ho salvati alcuni dei meglio fatti, per dare anche di essi
un esempio. Del resto tutto quello che per le ragioni accen-
nate può mancare in questa edizione emenderò e supplirò
presto, quando pubblicherò gli
scolii
recenziori alla Parafrasi
greca. Ed è questo il motivo che intanto mi spinge a non ri-
tardarne 1' edizione , che pub essere utile molto alle ricerche
dei romanisti.
Nelle note mi sono limitato a indicare i passi citati nel
commento e ad avvertire se mai alcuno degli scolii fosse con-
tenuto in altro dei codici della Parafrasi da me esaminati [v.
per le segnature la mia edizione] o se fosse già edito o almeno
ricordato nell' edizione della Parafrasi del Fabrot, condotta,
appunto sui codici parigini [F
2
= ed. 2" di Fabrot]. Non ho
aggiunto la versione latina per non aumentare troppo la mole
del lavoro, e poi per la fiducia, che mi pare doverosa, che i
romanisti sappiano almeno quel tanto di greco che si richiede
a intendere questo commento.
Nelle congetture fui oltremodo parco, e soprattutto nulla.
volli mutare per emendare la sintassi di ciascuno scolio. La
esperienza ci ammaestra come spesso tali scolii dovessero fin
da
principio avere una forma poco corretta ; e poi bisogna
tenere gran conto del tempo in cui furono scritti, nel quale
varie anomalie sintattiche (per esempio il nominativo assoluto)
non eran punto cose inaudite.
— ;56 —
§ 8.
Mi pare opportuno avvertire come il manoscr. 1364 arre-
chi; frammisto agli scolii accennati, un lungo brano del notis-
simo libro nEot x
Q
óvcov not`lEaµta; [cd
`
oo tuq. Comincia ex abrupto
nEQt vctur Qcov cet.- (ediz. Zachariae, c. 25 § 10, p. 194) e termi-
na al § 13 del e. 47 (ibid. p. 244). In complesso si attiene nel
contenuto e nella forma alla recensione seguita dallo Zacha-
riae , che è quella che ha quel libro nell' Appendice al Pro-
chiro mutato. Le differenze si riducono alle seguenti.- Nel
c. 25 manca il § 18 ; nel 26 il § 4; il e. 30 manca; il c. 31 porta
la iscrizione nEQ1 xQóvcov xat x' ; manca il § 1 del c.
35,
e
del e. 37 (che pure è iscritto ieQt x' x@óvcov) mancano i § 1,
4 ; la rubrica areQ1 xii' xQóvcuv non è riferita ; mancano i §
3
e 12 del e. 40 , il § 8 del c. 42 e il § 2 del e. 43 ; del § 3
dello stesso capo s' è fatto un capo indipendente colla rubrica
neo'
VE'
x@óvoiv ; il e. 47 è fuso col 46 e quello che ivi costi-
tuisce il § 12 è qui traslocato al posto del § 7; mancano i §
8, 9, 11 e quelli dopo il § 13.
Che questa parte dell' opera predetta sia stata trascritta
dall' Appendice del Prochiro mutato, si prova anche col fatto
che subito dopo segue la voµo1Eala
auXaiù 13conMw;
tov
,f oovtos,
precisamente come in quella ('). Si può ora chie-
dere come mai elevasi spiegare questo fatto. A me pare che
la.
spiegazione più ovvia sia questa.- Taluno
-
per proprio conto
in margine al 4
0
libro della Parafrasi , ove questo discorre
delle azioni, trascrisse lunga parte di quel libro, come lo aveva
trovato nell' Appendice del Prochiro mutato , contenente ap-
punto una utilissima raccolta dei termini principali , e nella
foga del copiare, o senza avvedersene o di proposito, trascrisse
anche altre parti di quell' Appendice. Un copista posteriore
confuse quella scrittura marginale cogli scolii e, mentre da
un codice copiava l'antico commento, dall'altro copiava quella
scrittura, e d' arabe le cose fece la più strana e ridicola
mi-
(
I
)
ZACHAt{IA F,,
o. c., p. 54.
— 157 —
stura
(
i
).
Questo a me preme di porre in sodo, che niuna re-
lazione esiste fra quella redazione delle « rope » e il nostro
commento, assai anteriore ad essa ; infatti il cod. 1366, che pure
riporta il commento medesimo, ignora affatto tutti quei brani
appartenenti all' Appendice del Prochiro mutato.
Prooem.
§
3.
µ8tà t
C)
tEtfi] 3t1,
[Uta
t(JtEtfi xpóvov ibovto 01
VOL
(
2
)
t
í
.
Eatt votOs.
avvtíD8tat] tovt(éatuv) 13-coltlaE tà institíita Éx teTyv institútwn
yeaov.
Liber primus.
2
pr.
cpvatxòv vóµt[tov]
8É
tu
y
a
tjo'v Wmv 11i1 ttµc;)vta tòv
vótov tovtov tòV cpvatxòv, tovté,att
te)
ávatp
é
cpEtv tà táxva, xat
µi1
cp
•
7Láttovta
tòv
cpvatxòv vóµov,
(In
tfis lxí
8 vris, 619EV xat víxavh@os
'
E^LEt
8uà
t11t9òs ccoatilv
yaatáca áva(3@c,5aavtEs (511,111;oQEs ÉlEyÉvovto
xat tovtov tòv cpvatxòv vól.tov
ávat@FCpEtv tà
Ovx Ixovut•
a^ Ixtóvat (3).
lb. - a
'
•
9CE@I vO[tOV
•
tí
ÉaCt
y
E-19 ; ÉÚvtxos Éatt
t0
xatà
J-ccívtwv ávftgo5.7-ccov 7LE7LoyuaEtBvws (3tovv 18E7L6Vtwv (
4
)
xat 8tarlr9iau
ta
avva7L7Lci.yµata atotET,v xat tov5 'fiµacu
l
xótas xo?LIgEt
y
. —
(3' •
xat t
t
no?,tttxós; 67tEQ ÉZáatn
cut
µóvov Y8tov ópíati
il
£ÚEt atapa-
.
.
,
,
.
.
^
,
,
îLa(3r^ .—
y
,
• xat
tí.
cpv
6
txos ;
Te)
tovs av$^w
,
^covs yaµovs
ovvalttEa-kct
xat
aatbonotEIv TtQotPénov.
§
1.
!
luya.
Éxµuai;.] µlaíiwats xat lxµíai9w6tS cStacp^PEt. xat µí,-
aacoots µÈV xáxiLrrtat tò 1311 BLSóvat tò Mtov, £xt.Ì,a7
g
'wat5 SÈ
tò Ext µtat9
j
? 7,0443ávEtv rò á7L7`ótQtov.
(
1
)
I1 § 1. del c. 46 é,
per esempio,
scisso
da numerosi
scolii in
due parti
sbalestrate a grande distanza 1' una dall' altra. E non occorre dire
che cia-
scuna
di queste parti, per sè, non dá, alcun senso buono.
() supple µu^Eìv. iuris defiuitio ante omnia discipulis tradi solebat. non
uidetur scholìastes uerurn sensum esse adsecutus.
(;) paullum mnutatum habent hoc schol. V. P. L
2
.
L'
6
. partim edidit F", 8.
(
4
)
supple InextELvópevov.
— 158 —
§ 2. tov Oóiwvo5] tov twv áa
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5 § 1. b Latá;Ewv] pi. a' tov xá)b. b Lat. a' (3' tov tí. uy' (6).
§ 2.
(
7
)
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censu testamento. ótE hl trTv cpvOLxkv ELxov 'r`
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(
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)
1) CpvOLx1) bEOJLOtELU tOVt6tL bonitários,
ó
Éx tCt)V
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tovtÉc)tLV inter amicos xaì per epistulam.
§ 3.
Év 515o b Lat.]
tcov b LatczIEwv 1vtvxE
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Év t() i,' (3u. -coi)
(
t
)
in deterioribus libris haec in ipsum textuin migrauerunt.
(2)
hiuc saltem uideri potest nomen
legis regiae
non ab
ipsis Byzantiis
demum etfictum, sed autiquitus traditum falsee, ita ut de interpolatione apud
Ulpiauutn D.
1,
4,
1
uix cogitare liceat : nisi, uti probabilius uidetur, accipias
huius scholii recentiorem esse origiuem.
(3)
ipse suppleui.
(4)
item L
2
. quae autem sit ista repugnantia, non satis liquet.
(5)
itetn
L2.
(
B
)
item L
2
. textum aligttantum turbatum correxi.
(
7
)
habet et
L
2
,
cuius ope quaedam correxi. _
(
g
)
sic in duobus codd.
—
159 —
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§
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6
§
2.
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C,
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(3L.
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xwS. (4).
§
6.
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§ 1.
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xat 2v15ELaav SLà tfis emancipatfonos tc
-
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avtfiS yevóµeva txva.
§ 2.
ftEtfiv áµLtav]
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UEtaL yáµoS ÓtL datò 19r)hyovia5 yvwQi
^
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[Ev tÓJ] µovo(3. de sponsalibus
(
8
),
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(3'
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SLy. µE'.
§
6.
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§ 12. Fx twV (3a0
.
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(
i
)
paullum turbata correxi. cfr. L2.
(2)
ita L
2
.
ceterum haec Codicie laudatio üu mendo cubat.
(3)
iteui L2.
(4)
corr. Év Tct.w xt' tí. tov S' (3L. tov xwS., E' A6a.
(5)
intellege uou. 119, 2 [Z. 145]. item V., qui habet SLatcílECUs vEaQás
:
F
2
,
54.
(6)
item L2.
(7)
ipse correxi.
(
a
)
h. e. lib. XXIV Dig.
- 100 -
,
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.
,
.
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§ 13.
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§
2.
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§
10.
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§ 12 i. f.] xEituL
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Q6CEtaL (3).
§ 5.
c7t72,ri. Slltovµ£v] ÉQo)truµatLxòs ó Xóyos.
n(7);
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§ 6.
Én6nQu6xEV avtòv
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(c 17,EVaEQloct] 61')o 17tiEVl9EQLat Alndletr
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(3)
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(4)
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§ 2.
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§ 3.
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F2-cLt9Ó7tov] ÉvcSLaNxov, tovtarL tov
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1
xápLov (2).
§ 4.
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7
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de
ttitelis µovol3í(3Xu)
tí. y'
BLy.
(3' (8).
14 § 1.
cani
lib.]
!
Asta
ÉXEVaEPía
S
.
sine lib.]
¿b/EU 11,E1)0Eoíag.
diróctan] C^catEataXµsvlív (9).
%,ÉyEtaL 1%.E1)Ú'EoíaS
hóaLC]
EvíÌEíaC, (10).
fideicómmisson] cpEíhEL yáo
«
t1
1
atíatEL » . commíssw
«
xata-
ÀLµatávw
» (')).
(')
itera L2.
(
2
)
item L
2
:
forsan laudat F
2
,
98.
(') habet L
2
:
partim laudat F
2
,
99.
(4)
habet L2.
(5)
del. L2.
(
B
)
del. Cod. Paris.
(7)
cí.. t. L2.
(8)
D. 26, 3, 2.
(9)
L2.
('
0
)
L2.
(") itera L2.
o.
FERRIN7,
Scritti Giuridici,
I.
11
—
162 —
$7tELbil (SOL t.]
tc7)v'sv b
LuM)x71
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cí(poµEV xñ.r}Qovol.wv
1^ Fit wv ^EVú^EQLav
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fideicólnmisson
(^L'
ú)v ^liyutE2(oµEv
xat a%mµJCCiCVO
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(i)v FacítQorcov
bíhOltEv
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t'LVÚs1 toutÉ6tL JCOL1^(SEw^, JtoCiSEw^,. Iv19'EV xaL facere tò
«
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» (().
sine 1.1 y(0
9
ì, ^?.EUriEQíus.
púpillos]
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pÚ.rwy] Y,.atÌ'aQ(tJ;
'l^tOL El?1^É(i)C,.
cum liber erit] toutÉcitL
¿tal/
1,xEVaEQos IGEtaL, atQòs tò yEVé-
6auL l'aLtQoTtov
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7LU.Lb6S. vÓ116ov buvatÓV.
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tlízlív] E6C aL
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§ 3.
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certo tempore]
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§ 5. fi.liis] TovtáutL tols v%ok
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(
2
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item L
2
,
qui
tamen uerba ó Staft.'
del.
(") habet
et
L
2
,
ad cuius fidem quaedam
ernendaui.
(4)
item F.
(5)
habent L' L
2
,
cfr.
F
2
,
105. cfr. schol. ad Syn. p. 520 ,
ut
de recen-
tiore
origine cdgitare
liceat.
— 163 —
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ovv
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B
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bé.xu
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(
1
)
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§ 1.
á8EXcpi1 óµoµAtQLa] ovxi •µoatá-qua .
b' Écttiv óµoatátQLu
xai
ovxi óuLo
[
diteiLa, adgnata l6tí,v (2).
§ 2.
tuxòv yàP
1.7CEñ.á15Eto ó 3atìw 1arítQoUov xcLtuXEíatELV tc-1r
v7,45 Et
S
óñ,a 8Lan9'11,1EvoS tà óc71(x.
§ 3.
capitis demin.] ccuai
S
^? uttovEt^vaLS.
16 pr. (úS 'En], tò
atXELatov]
(
3
)
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y' (4),
Ua(JaxEXEtiEL
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EiS
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7
1QOV.
citcpavoS cprlai
8Là rovto atpoxEL619aL
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cirS
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atñ,E6arov
» ,
ÉatELbT)
µLxQà capitis deminutíwn
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I,LEtà t0ti+
bvobExabOutov ñ,EyítLµa bíxaLa bLacpliEíciEL
y
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(
5
).
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(
6
)
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xai
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^
611 (7)
capitis deminutíoni
tà
adgnaticá, BLxaLa,
-uf
]
81 µLx@Ci
c. d.
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XvovtaL ,
tovtótLV
dtE [ó Iatírcloato
S
] y^vrtaL etnancípatos
•
815-
vutaL yà(J aúròS ÉatLtoo7CEtiELV xai
0v
adgnatic))
IatLr`oO3t1)
Éati rfiS µLxP(-51
S
capitis deminutíonos
•
tò 81 trj5 cognatíonos bí-
xuLOV oúx áaffi,tivtuL tuis
y'
capitis derninutíosín.
§
2.
aqua et igni] rour(é,atLv)
e
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1^ O'Ú É^OOí^ EtuL
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1xEl .
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1
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§ 4.
ovBEµíuv]
13tEL
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1
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Ó
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1.Eyo
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C) ELa%EL ÉxELv
at^oóauurov
xtu
,9
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to iS v(51.101, (9).
(1)
avµ(3d.vt.os
F.
(2)
E
2
,
10(3.
uocein satív secundum
F.
snppleui.
idem
scholiu+n
in
L
2
mire
corruptuin legitur :
ovai
óµol.LrJq(a.
Ei
8É
ÉatLv
óµoµrjteia
adguaLa £aií.v.
(3)
laudat F
2
,
107.
(4)
Hoc est
institutioni' : intellege
I. 3, 5, 1,
uhi
)e
x
Auá.stasiana lau-
datur, quae
in
codicem repetitae praelectiouis
non
ti-anAiit
(cfr
.
:
C.
6, 58, 15, 1),
cuius etiam
C. 5, 30, 4 n'entra fit.
pars uero seruatur .0.
5, 70, 5.
(5)
hunc locum
in
Introductione explanani,
conato
Stephani
indice ad
D.4, 5, 7 pr.
'supra
,
p. 145 sg.].
(6)
hinc
incipit altera
huius sclrolii pars, quae etiam
in
.I,
i
inneuitnr.
(7)
µeyí,azn L'.
(8)
altera scholii
para
legitur
et L
2
;
habet
et
7'
2
. 109.
(`')
11
L" et. 1+
12
,
I. 1.
—
164 —
,
,
^
,
6. ^LávFL cognrLtos] tvx^n^
;^ùP
SESa)xE
tLS
EuVtov a praetium
participandarn
.riXEUl-YE0ú1• oúroS oúx, ávaa.uu(3ávEL ti
l
v a-wo-
tá
Q
av 6vyyávELUV tfiS adgnatfonas (1).
cognatíona] 6vyyEVìlS
to1)t6tLV
aclgnátos ols
cognLítos,
tovtá6rLV o15 ijv óuyyEVìlS adgnátos ovxátL µávEL (2).
s.
f.]
(
3
)
BvVUVtuL 88
(
4
)
xc(L
ÉV6 1
7LLWÉ1tELV
B1,OLx1lcLV•
CUS
Év
µovo(3í,P,(p
de
tntelis
(3' BLy.
E
'
(5).
17
pr.
legftimoi] ÜtL
ó
vóvLOS 17t1 8ono)v Ov yvo)AEL
oú8á úvLóvtc.cS
legitímus, tovt(áotLV) lx azXayí,ov.
19 pr.
tE19aPo7lµávo
l.
ik)icl..
tout(OtLV) toú
atatoòS lj azcíatnov ó aZak ovx
1xEL tò
c
'
íVOVLIL
•
ó
yùp
lcu.tìw lj ó 9tcíLrt3-toS 2L,-¡ovtuL legítimoi
•
ó 8È vi(); xut
^,
cclri.cpòs
i.EyovtuL
fic ttciLírioi.
ó
^uiS
tot
emancipatetísantos] tovtác,tLV
ó
^a^s,
ó
lrcLteonEVCOv
^ ,
^,
-
^,
^
,
^,
^
.
-c(7
,
) 1M
,
.0 a^E^,cpc^), ofov EoxEV o emancipateüsas tov uv^^l ov a^E^,cpov
atL'w.
^
,
,
^
^ ,
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^-^
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^c^oEL(rj^tEVOL] -co
y
-clon
aravtEs
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E^LtOO^toL xuv E
5
U)tLxOL
xav
atutá9ES xav adgnatoi xav ncitpa)vES táxvoL natPcíavo)v xav fidu-
ci,irioi xav datiuoi atñ,Erü) 0
.
s2,ouaLV E1vaL
tc
'
U
xE'
xQóvcvv,
vu LL-
tQ
l
o7rEti6uO6L. xat
xov(1C(t(U@ES
8á
óµolcoS (6).
20 pr. inliotitianós] 811?,,ovótL áatítooaro;, BotL aútáSV tJ)v
(3'
vOp.o&Et(7)v
t(7.)v
I
V
tar; 12,-cauLuLS inlius (
7
)
titius cúvoµczcr19'1l
iulios
x(d titios.
§
1.
ij
t.
xñ. aclit.] tòv xXilpovóµov vóry6ov tòv kcotLxóv
(
8
).
iitav
yù.0
oi)toS
(°)
acliteu.s
ll
, tótE
ó testamentarios
vaZE
L6á()xEtaL ÉatLtpo-
atoS,
ct1;
ptlro.as
roí,
'
testa(men)toros
(
10
)
8o8E(S.
§
4.
xatá triv axEtav iurisd.]
ó
yà
P
IataPxos
-cok 6tpatEVO-
µ
á
vOLS
xui
(
11
)
Iyov6L a
-
coUilv 153t66taóLV 8L8G)6LV Ialítpoacov, toiS
8è
itero L2.
est et L2.
item L2.
ovtot
iris.
L2.
ita libri: corrige S&y.
, ut D. 26,
1, 17
habet F
2
, 115.
xav.
haec latine refert F
2
, 117.
correxi..
sic habet cod.
xüv coniecit
ZACIIAIIIAEUS.
pr.
intell egatur.
—
165 —
„
G
v
/
,
^
G
.
1)^a¡^íOtr^v Exoucttv noata6tv ^)t8w^tv 8
tí,tQoatov O
xwv6tavttvLaxoS
praetcor, tovtéót
iv
ó
magistros censwr (i).
twv énaQx1c7Jv àQxOVtES] toutécrtlV (1)6avEl 01
a
tQcoTotíxtoQEs
(
2
)
rfiS
atóÁ.ews xal 8LoLxoúvtEs 8riµó6tov atQáyµa.
§ 5. xo[ttoµévwv] éàv ya() xtvr
)
csrl ó véo5 toT,s lyyvrltals
(
3
)
xal
ànoQOL cpavwOL atEQl
tò
darOñ,Oy7l0aOftaL,
x
n'
E
l
xatà
tó5v
%a3óvtclJv tàg
Éyyvas ó véos.
21 § 1. ovte fiduciariam] touté6t iv alte lv ròv praétora roí-)
StaxQatîjóal val xataOxáv tà atQáyµata tov 6uyyevovs ij
tov
atatQÓs.
)9EµáttOOV yàQ
r
Iévov avtà x
Q
atET,v (4).
22 pr. 61hµeQov 8é]
lv$a
ó
ib
µ
átEQoS (3aOlñ,EVs.
G
, ov
^,
G
]
^
,
^ .
^,
^
^ .
§
1.
^,rlcpac^Otv] v^toD
[ott o EatltpoatEVwv av1^(3c) a^acp
cos
auto
dvtcypacpfis (3aaCXécos IXa(3Ev avtòv si; vlol'Eóíav xara. adrogationa•
8rl^ovót^
lyáyOVEV avtc
-
1:) vatElovcttos xal
%tiEta6 71
ÉatnQoatr
)
. d21ótQtov
yáp
ÉOt6 t0
t0'ÚS vatel0uOí0us
a6 (5).
§ 4. 1) tov pup1ll11 e. d.] vató$ou yàQ 3ti
(
6
)
vlò5 atátpwvos
FacEt
Q
óateuOev datEXEU-OéQou xal
tfi
ovina
dxap
Ki
tíá
datEhou?Aí91i. vato-
(3CMera1
yàQ e roCovtoS
tf]
[1E7 c
'
04]
capitis deminutioni
xu.l UEtU.L
1) sat^rpoat^. l
^
ó
púpillos 2a
i
cpliels vatè
►
téiív atoXeµíwv (')•
xui ovtuis
i
G
/
U
3
J
/
^
^
/
/
ñ,uEta^
1')
EaL6tQO^t1^.
(líate ovv ava^QEi ataO^-cs ras Eat^tQoatas , rovreótL
t^v
testamentarian, tìlv legitiman rjto1, adgnatici]n xal -Ñv fidu-
ciarian
datiuon
µEyáal
xal
rt
e
l
µé6rl capitis delninlitiwn,
xáv
Ó ÉantQoatEVÓµEVOs xccv
Ó ÉaZ
laQoaCEVCUV
vatoOtY
)
ta17t11v. 1j
µLxQà
µóv7iv
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ip, legitiman (pftEíQeL , rà; 81 àxñ,as yuXáttEt.
tonto
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101'
1
µavEV
4)8E.
ÉautòV
Els ad.] vato15ou Ót6 É7LErQOatE170v C.^Be%.Cpw
dVEI1L(1;) 6)s 1ÌeLOs.
£àv o1JV éyw
ó
ÉatítQoatos 8CÚ6c0
adrOgatfolla,
Á.1+Et(.I6 '1)
legitima, toutéOttv
tcvv adgnátwn éatttQoat) xal
µ01''
b
,
8é
Ouy-
yévEta
µávEt 8là tàs xXl
^
povo
[
tías (8).
ib.] v,tiói
g
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ÉatEtQOatE"UOv
dBEXcpc7,)
dvElptCp (
c
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DE
-
los . éàv
ovv 'Eyà) ó
£atítQoatos
8cí)Ow
sauròv
Els adrogatfona , Uetac rf
i
legi-
tima, tovt(écstty)
adgnatic
l
btctQoni) xal µóv
l
,
8é
(iu7iÉVE6U.
µévEt
8tà
xXiwovoµía5.
(1)
F
2
,
118, qui rette ernendat ` magistros censu ' uel ' magistrócensos.'
(2)
itero F
2
,
1. 1., qui proponit
7Lnot6xtoQE
C,
.
malim
arQwtoxt1jtoQEs.
(';)
xcatù
tcTv
lyyvnitc>>v str.
(
4
)
F
2
,
121.
('') postrema uerba habet F
2
,
123.
(6)
Suppleu
i.
(7)
sic. mallern EMcptii.
(8)
postrema uerba habet F
2
,
124,
— 166 —
il).]
tovTÉntLV làv bcÚG
fi
[ó pupillos] Éavtòv Eis adrogationa ,
WETaL
aCaóa ÉnLt()on1l , E'CtE testamentaria ÉGtiv ELTE
legitima,
tov-
t(ÉGT
LV)
adgnaticll, E6tE fiduciaria
.
, ELtE
datò
d(JxOvTOS.
23 pr. Év rdEt vvv
£nEv.]
orto;
dátiuos
Éní,tQoatos bLbóµEvos
() O
Cpav(7) ritL
Ovx EÌ,xÉ TLVa
GuyyEVfi.
oÚtOL
y&Q
oL
btio vonoÚ£taL
Torto
svoµo$^t11GUV.
§ 2. xai
C'CV11(3cUV] tvxòv
yà0 gxc.oV tLs fi71ítc)0nov ÉnLtOELOV
nQOG-
E1)7V1JtaL alJtciJ xovQátcUO
•
xaL f.Ls tó7COV twv JTo6xaí,0(1Jg
excusa-
teuonta)n Éavrovs b(botaL xov@dtco@ , co5 7vÉyEL neO':cùv
g
v tcT) tíT7vcp
totitcn
TLQò 1^
'
GtíxuJv (').
§ 5.
excusateuóntcvn] naQaLtovµEvoL' otov bLà tò Gv1,t(3àv
arto^;
10E(J1.
tCG
TbLa nOÚyµaTa.
§ 6.
quia per acta constituitur]
FnEi
bLà twv vnoµvllµdtcuv
ò
Q
íZovtaL. ` acta ' yào ?,Éyovtat tà vnoµv4tatv..
ata
@
tjv ó
p.]
g
nELb7l dvcotáQco EinE
ánóvtos
pupíllu, xai EÌ ataoò)v
ov
cpaFyyEtaL ,
bLà
tonto
EI1tEV CÚbE ()t1 ,
Fàv cp1WyyETaL xai atdQE6tL
xatà Ei,)116EWv,
avtó:) bíbotat procuratcor.
24 § 2.
to11r6T1
Tc^v 74aµ(3avóvtcov tà5
xara
tCOv xTOE-.-
!_Lóvoov Éx01'GL tìlv
áycoyr
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v in factulu, 1jtL5 xa7,,E6taL ÉGxátT
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fa.ctum
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Aaµ[3cívovtES,
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xUi xatà ToÚS
x1.1i^ovóµovs.
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§
^
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§
4. (')
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xai lv
lnL-wonfi. xai yàP xai te) t>7s ÉatL-
tooni
1
5
6110Gtov acQd,yµa.
§ 4. bLacpoQà
pupillu
xai váov, ¿ti ó µ1v
pupillos
duce) S' xai
x^)óvuJV 1cos
"COZ
Lb' n7L11PovµVOV %.ÉyETaL xai FnLtQOatEl
n
EtaL ,
ó
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vÉOS Cure) Lb' xQóvclJv Zîcos rcuv
xE
'
1vLavr65v
y1,0)4EtaL
vÉOs xai xoUQa-
TO(JEtiEtaL.
(1)
nempe
tov
zaov
S
' : signiticat § 5 i. f. h. t.
(2)
F
2
, 132.
(;) dele.
(
4
)
laudat F
2
, 1. c.
—
167 --
§
.
^
IRE, ^ ,
^
,
^,
,
^
,
5.
8La
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covóatetió(OµaL Éavtòv
8í800aaí. µoL ÉnLtpo-
n
fic (L)•
§ 15.
órL
ovx
án2Ay ypaµµatLxòc IxeL excusatíona (2).
§ 16.
toutattv ÉVtòc
tCTYv
y'
1
e
fiµepc7)V. el
yap
nÁ.l1pcol9'o)atv, ovx
Éatt 8extloc
napa
toí,s
BLxaataic
excusateítcon Éav-cóv.
§ 17.
utiliwn] t(wv Ivtòc 47v01_) tov xpóvov xLVOVµávcvv dycoyc^v (3).
ov µ71v Éxxañer,tas] toutattV tav latìv aZtía excusatfonos xat
1.1,ì1 8Exafj. tóte yàp ávayxaícoc 1xxaî,ErtaL.
Ixatoatov] ¿íanep tò 815vaaaaL xE)(p11a19
(XL
exeusationi
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135.
(2)
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2 ,
138.
(3)
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et L2.
(4)
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(5)
D. 1, 8, 2.
(9
cfr.
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monui
in
Peor1. Let. Lomb.,
1885, 859
sq.
[supra,
73 sg.].
(7)
D. 1,
8,
4.
(8)
adde
8Ly.
(')
postrema
habet
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2
,
147.
- 168 -
§ 4.
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§ 5.
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51,
7
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(10)
D. 20, 1, 9.
(
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7
[Z.
151.
(12)
D.
1,
8,
6;
9. locum pessundatum,
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potui, emendaui.
(13)
item.
(14)
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D. 2, 14, 61.
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D. 10, 3, 6, 6.
(4)
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,
149.
(5)
D. 10, 3, 6, 6.
(6)
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11,
7,
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43 (?).
(7)
D. 7, 1, 17
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h.
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rel;giosis, sclllret
D.
11,
7, 43.
(9)
D. 11, 7, 7.
(
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§
11.
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13.
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§ 14.
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§ 15.
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Jtod y í.ta].
(1)
fr. 8 pr. h. t.
(2)
D. 8, 3, 16 (?).
(3)
`
unas
premere.'
(4)
ita correxi.
(5)
Cod. habet
tí. i8'
Sty. (3'.
(6)
D. 10, 2, 8, 2.
(7)
D. 8, 3,
16.
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177 —
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3
§ 2. tolJtO
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tà (3oox4,ata
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(3L.
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iudiciis,
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xaL E' xaL -s' (3).
4
pr.
óµoícos [3L.
y'
táSv
de iudiciis, tí.
a'
BLy.
a'
xaL (3' (4).
§ 1.
8Là (51/114)051k0
V]
otov óvvECpcòvIVIa µEtà tov i
3
xovtoS áyQòv
ñ,a(3ELv tòv usúfrueton aútol
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(3L. y' t((i)v)
de
iudi-
ciis,
tí. 8' (').
5
§
1.
tatÉov 8tL xaL µsQo
S
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011-Co8oµd
i
µatos sdeoLg E.LLa19'ovv
81'ivataL
ó
usuarios,
ú)i; 3L.
y'
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de
iudiciis, tí. r^', BLy. (3' xaL 8' (6).
§ 2.
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(µEíwau.L) 8tL
ó
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8úvataL
xaL
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de
lud1C11s (7).
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.
§ 3.
otL o Exwv l^son a^.^,otQLov oLxEtov [ta^] o^eEQas tovtov
hayal.
ov 8vvataL. óµoíuo5 tò avtò xaL 19-CL 157rovyí.ov. ávdyv. (3L.
y'
t(c7)v) de iudiciis,
tí.
rì' BLy.
L(3' (S).
§
5.
tot£ov 8tL r`ì habitaticon tac5 capitis_ deminutíosin ovx
dutóXXvtaL, ci)S
Év t(1„)
y'
¡3L. t(cc)v)
de
iudíciis,
tí. r
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BLy.
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dig., tí.
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transactionibus (lo).
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1,
1.
D. 8, 3, 3-6.
D. 7,
1,
1-2.
D. 7, 4.
D. 7
,
8, 2; 4 pr.
adde t
í.
ti',
h. e. D. 7, $, 2-7.
D. 7, 8, 12, 4
sq.
fr.
10
pr.
h. t.
adde SLY. r
l
',
intellege
D. 2,
15,
8,
25.
C. PISRRIN/,
Scritti Giuridici,
I.
12
— 178 —
yEv. BLUt.] xELtaL ^ cSicít. (3L.
-coi)
xw8. tí. 7tá [arQCStr) ov6u] (1).
314E16LV]
TUSTE
81 CC7rEL6LV rl nác,EL6Lv yvÚ)6ELC Éx
roí)"
(3L.
-roí)
xGxS.
tí.
7vy' BLat. 13.
6t1
xLVritió5v yívEtuL ov6ovxaatíwv évtòS teLEtías,
81 ccxL-
vrjtwv ÉvtòS BExaEtíaS, EÌ,
ná
Q
E161V'
EL
81
CízEL6LV, ÉvtòS (El,xo6L)EtíuS.
§
1. c
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BLUt.
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[ah]
usucapiteúetai , á7
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ovv
tì^v kx)9E1,6uv volt))v l]toL usucapíona tCp'
bona fide
vEuouÉvcp ovx
úuroQóíJctEL (
2
),
ú)S (31.
y'
t(wv)
de
iudiciis (3).
§
3.
El Jra2à yvcSul]v tov 8E6rrótov 1p1)Xacpct tLS JrQctyta, fúr-
tibon CocotE7vEt tò towvtov arPctyta.
Fní 60L 7.7,1 l6t
É
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Ó
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uL619Ú)6Ews, híhw6L tato trp hE6icót
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Jtgvyuu 7Luu(3ávEL, EL &vvatctL, xai avuhíhwLV, c7o
S
(3L.
E'
tcTiv
de
rebus,
tí. y'
huy. U.' (4).
13tL tov toxetov
tf1S
1ÌE(Jt-Era.ívT]s ovx l6t1v hE6zrótnS
Ó
11Su-
fructuários E6JcotEv Fv tCp
u' tí.
tov zuóóvto5 (3437tiíov (
5
).
EkritaL
-cok de
iudiciis, 3u.
y' tí. u' huy.
(c).
§ 8.
"0t1 X1JEtaL tò (3ítLov tov OTQáytato5 cíta tc7„) 13cavE7LaEtv
3có,7Luv 17t1 tòv hE67tót1]v. áváyv. arE(Ji tolltov
3L.
S' tov xoShuxwS,
tí.
(3' hLUt. L' xui L(3'. yVGU191
51
ótL ovx Cí7lwS
rl
usucapfwn atpoE7`E1/-
Gnu
t, xciv £rri tòv 8E67TÓt1
l
v ÉuUvFX19n Tò noáyuu,
oihEv
crin-6g (7).
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[uì
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oT,BEV ÓtL va^6tpErpE] tò nQcty
t
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ov6ovxaníwv
ni)
JcQo-
(30EtUL], (7),g (3u.
tí. (3'
yróò
tyy.
roí')
tXov5 tov títXov (3).
§ 9.
vnoillixaciíu] i
l
vatol9r)x,a@ía Éótiv Éàv 18ávEL6a tC1) tE7LEVT11-
6aVtL, xCI.xELVOS £tci tovtcp 15
g
cÉl9Etó
tot tà
vná@xovtnc avtc
.^ (9).
§ 10.
()tL
tà usucapiteuómena xaftUQEVE619'aL bitfu xai
ú.7.1119fi 1xELV tòv títXov tfiS
yà€) (1
1
,toñ,oyrl6ri á7.11-aLvov
re)
(')
additi.
(2)
i ucerta lectio.
(3)
adde
u'
BLy.
L(3,
h. e. D. 7, 1, 12, 3-4.
(4)
h. e. D. 16, 3, 1, 47.
(5)
h. e. I. 2, 1, 87.
(6)
D. 7, 1, 68. — secuntur plura scholia, quae textura ipsum paullum
coutractum repetunt.
(7)
huius particulae ineminit F
2
, 204.
(8)
uncis inclusa ipse suppleui. — intellege
D. 47,
2, 86 : secuntur enim
ante tituli finem septein alia fragmenta.
(9)
quaeclam secuntur, quae iarn
in
textu habentur.
— 179 —
atws na(3E
tò atpc"cyµa, usucapiteúei. El 81 dµcpíI3o?LoS tíS É6tL ro"
v
a(1")S
ÉvéµsL,
ovx usucapiteúei.
§ 12. lótìv
bLátabS
(31. ;'
to
p
xcó8. tí. 2,a' [ncótll ovóa].
óµoíwS
(3L.
de
rebus, tí. a' BLy. o;' (1).
§ 14. 7tE(J1, roí') dyopigovtoS napa, tov
cpíóxov ^ bElaµVOV
J
ta-
p '
avtov
xatà
BropEáv
TL.
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(3.
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toíS cinc) roí) 13a6LXwn
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µÉVOLs
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7
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6vyxcí)pry6LS
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).
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7,19' (4).
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§ 1. ápa
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ó 81 EtS
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r(7) bwp116aµvu), £Tra b1 ó bwp1164L£voS
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tí.
S
'
bLy.
(
4
)
D. 18, 1, 76, 1.
(2)
est et
apud
F
2
, 207.
(3)
11uCusclue
F
2
, 211.
(4)
supple
Tí.
E'
bry.
x-a,
h. e. D. 39, 5, 29.
(5)
1.
xf1
(D. 39, 5, 29 pr.).
(')
D. 6, 2, 2.
(
7
)
D. 31, 77, 1.
(
d
)
D. 28, 7, 8, 3.
—
180 —
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S
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—
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tov
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.
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ó
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BcoQr)aa-
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1,x7t17GtE6
tfiS fiwQEÓts, ó
8É
7
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11
.
CalUtE6. 7tá7LIv
ó
157tEo15ato;
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yvo5µn
-roí) atutQòS
fivvutut
mortis
causa
SwQElaSau,
X117utE11E1,v
8È
ov Svvutai. dváyv.
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tí.
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(36. %l
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§ 2.
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(
4
)
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5
),
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ícov atQayµátcov atQatic,StrI xaQlar)tai 157t1Q
,
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^,
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,^
^,
,
^
,
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•
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xtiaiv xavi;ávtoS oVxov. áváyv. 7LS' 8Lát. tov r)' (3L. tov xár8.
Év
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v.
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L.
7Lk
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,
)
(
7
).
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t(6)v) (7cQ(íltcov)
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(3' Siy.
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BwQrlaaµÉVOV oúaíav
(
11
).
ar)(µEícoaal)
oi,uSrpcotE
v(3Q^S xuì áxaQLatía ávatQÉ
g
CE6
BwQEáv.
(
t
)
laudationes plerumque corruptae et nihil, ut uidetur, ad rem spec-
tantes.
(2)
uidetur index Cobidae ad D. 34, 9, 5, 17 laudari, uel ad 39, 5, 37 pr.
(3)
1. tí,. e' Sty. xE, h. e. D. 39, 5, 25, 1.
(') iutell. C. 8, 53, 36.
(') supple
atQat112
n
atcúv
'rol; atQattcbtaLs.
(
0
)
non satis intellego quorsus laudatio haec spectet.
(7)
D. 39, 5, 34, 1.
(8)
D. 4, 2, 9, 1.
(
0
)
scriptura evanida : an Stat. a' xai, t' xai, i' ?
(io) correxi ut potui, cuna apographum lacunis laboraret.
(11) const. haec deest in Cod., 1. 1.
—
181 —
§
1.
ta1ít11 SÈ 65ótaaLS yáµov %yEtaL, ótE
£xátEQoL 611v15vEóav
d7vñ.rl a.o LS.
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,
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,
^,
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^
,
—
61
1
(µELw6aL) OtL La11 1
1
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Év, áxLV'tOL
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1
1
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11
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(
1
)
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(3L. e'
tov xcób.
ti. y'
bLát.
L1^'.
Iv$a
Ó
fiµÉtEQoS
xE6taL 71 BLátabs
tov xcúh.
tí.
atQú)t11 ovóa.
8
pr.
xcinav E6xEV]
tonto
vó1'ióov E6 dBLatíµfitóS
16tLV
Ó
BO-
táaLOS dyQÓS.
EL
yGCQ bLatEtLu11taL, xcL6 aLw7,ELV xai vatotí'aE619aL
b1J-
vataL
aútóv' Éatì
yac
)
tc7)v bLatEtLµlatÉVwv dyoQac)tfiv µLµEltaL , ú55
É6tLV lv t¿D
de
sponsalibus µovo(3í 37vw
tí. y' In.
L(3'
(
2
).
vzco.a619aL
81 BvvataL, cxí; 'EatLV
tC9
y'
(3L.
tov
xcób.
ti.
Xy' bLat. 5'.
§
1.
xa?AS ÉxatoLEl] fiQcStllaaS
TL
note
u1181
naxtEl7óas
•
12
1
5c,1)1, tL5 xats(3añ,E tò xQloC tw
baVEL6t91 xai
B
É
hwxEv
lxeívcp
tò ÉVÉZ1JQOV. 11t0iJ!.1,EV
EL
cíQa xa?LwS xai BLZa
atáxt017
11E3C0í11aEV.
xal
7
n
^
yoµEV ótL xal xab
-
SS
•
ÉlE6tL yàQ Éxáótcp tò YBLOV bíxaLOV xai
xwQLg
tOV ZQE0)ato17 Éxat01E6v,
tu)
(3L. y
'
t(wv) JtQwtwv tí. E
'
(3)
xai
tòá)
BLy. tfiS specialías t(65v)
de
iudiciis (4).
BLátabS] clVáyv. (3L. 11'
ton
xo58.
tí.
btát. y'.
§ 2
in.]
óµoíwS (3L.
a'
t(55v)
de
tutelis
tí.
1
1
' BLy. U'' (5).
ÉlEL
ó
púpillos] óuOíws (3L. a' t(ó)v)
de rebus tí.
a; bLy. L
a
' (6).
condictieios] óE.LOíws
(3L.
a'
t(6)v)
de rebus
ti.
a'
bLy. L1Ì'.
xEltaL
b
LátalLs (3t. E' tov xcó8. ,
tí.
7^^', xE'
b
Látabs ovaa. —
10a
ó
11 E,LátEQos (3a61XEÚs.
Bóa.ov ataoayQacpfi
S
] hLà tò ELQ11µávov lv tc^)
tí. de
minoribus
t(63v) (atQá)twv), BLy. L
S
' xai L^', f)ɵatL tEXElltaíUJ (7).
— òvvavtaL ot debitores IvayónEVOL aatò
roí)
atovatíñ,/l.ov
cLVtL-
tLí9^vaL xoµatEV6atíova, tol)tEótLV dvtÉ7vñ,oyov, c`)S (3L.
b'
tov
xcób.
tí.
de
compensationibus [bLat.
tal (8).
oL
avr¡(3oL]
ó
cívr
l
(3os
sine
tutoris auctoritate •xata/30,7,ELV
ov
BúvataL, Ta, BÈ xata(321,0ÉVta, EL cpaívovtaL, bLExbLxEituL bLà tfiv
in
(1)
plura suppleui: cfr. Nou. 97, 2 [Z. 119].
(2)
D. 23, 3, 12 [an 15 ?].
(3)
de loco non satis, constat.
(4)
D. 6, 1, 65 pr.
(5)
D. 26, 8, 9.
(
3
)
D. 12, 1, 19.
(
7
)
in his locis nihil ad
rem.
(/) C. 4, 31, 11.
— 182 —
ren1, Et 51 µí, bLà tkv ad exhibendum. Et bÈ mala fine lbllato,
ó
n
toíco, cSLÙ d
]
v ad exhibendum. Et bÉ bona fide 15uatav1l19
1
, ÉXEV-
aEQovtaL tov xQéovs ó cívl](3os.
9
pr. in potestate]
tornó
cp1
]
6L
xa
a
(3L.
-coi)
x(í)b.
tí.
a'
Lat.
a' (f).
§ 1.
ysv. bLat.] xET,tuL 1) bLát. (3L. S
tov
xc55.
tí.
^^^',
S
'
ovóa.
1
.
1 éíu1
5
attíu t
y
^ òv ào ó JCa^ 1x%,1
OVó
^ 6EV t
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§ 4.
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§ 5.
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§ 6.
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§ 3.
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§
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§
9.
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§
11.
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§
14.
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2.
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(') D. 28, 1, 21, 3.
(2)
en de c. 32
de te.stccm.,
quae graece conscripta fuit et periit, eximiuin
testimonium [ : cf. p. 1501.
(3)
D. 28, 1, 21 pr.
(4)
D. 22, 3, 9 ; sed parurn ad rem.
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uix est quod moneara uerbum fté7s,Etv saepius
pro
debendo
apud graecos
recentioris aeui usurpari.
(6)
adduntur haec :
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ó>; ó avtrlv buictalLV, e quibus nil effici potest.
uidetur tamen constitutio a Iustiniano laudata in repetita Codicis praelec-
tione ornissa fuisse, fortasse quod iam c. 22 cit. idem continebat.- quite iam
fuit H[79exx[r coniectura (ad
Inst.,
p. 62). [Cf. p. 150].
(7)
D. 28,
1,
21
pr.
(8)
habet 1
12
7
248.
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