Luis de Vargas en la encrucijada: de los modos de Flandes a la maniera moderna en la pintura sevillana del siglo XVI
Full text
L UIS DE V ARGAS EN LA EN CRUCIJAD A :
DE LOS MODOS DE FLA NDES A LA
MANIERA MODERNA
EN LA PINTURA SEVILLANA DEL SIGLO XVI .
-Tomo I-
Elena Escuredo Barrado
UNIVERSIDAD DE SEVILLA
FACULTAD DE GEOGRAFÍA E HISTORIA
DEPARTAMENTO DE HISTORIA D EL ARTE
LUIS DE VARGAS EN LA ENCRUCIJADA:
DE LOS MODO S DE FLANDES A LA MANIERA MOD ERNA EN
LA PINTURA SE VILLANA DE L SIGLO XVI .
Elena Escuredo Barrado
Tesis doctoral dirigida por
Fernando Cruz Isidoro y Benito Navarrete Prieto
Sevilla, 2020
Índice
- Tomo I -
SECCIÓN I
0. Agradecimie ntos ………………………………… … ………………………………… … ………. 1
1 . Introduzione e motiv azioni ………… ……………… …………………… …………… ……… 5
2. Metodol ogia e obiet tivi …………………………… …… …………………… ……………… …. 11
3 . Referencia, val oración y o lvido de Luis de Var gas …………………… ………… …. 19
3.1. “Un sant o de sueño s paganos ”: Fortuna cr ítica d e Mal Lara
hasta princ ipios del s iglo XX . ……………………………………………………………. 19
3.2. “Compri mari de la maniera ”:
Estado de la c uestión hast a nuestr os días ……………… ………… ………………… 52
SECCIÓN II
4. El gremio de pi ntores ………………………………… … ………………………………… … …… 69
4.1. Contrato s de aprend izaje y de o ficialato.
Pruebas de ex amen …………………………………………… ………………………………... 78
4.2. Los ma estros pint ores …………………………………………………………………... 91
4.3. La adqu isición de material es ……………………………………………………..,….. 96
4.4. Pintores vee dore s ………………… …………………… …… …………………… ………. 99
4.5. Partic ipación de los p intores en f iestas l itúrgica s …………………………….. 1 04
5 . Vida cotidia na de los pintores sevill anos ………………………… …………… … ………. 11 5
5.1. Collacione s y viviend as de pintore s ……………… ………… ………………………. 11 6
5.2. Estud io socio-econó mico se gún las cartas d otale s …………………………….. 12 6
5.3. Fiar co mo signo de a mistad ……………… ………… ………… …………………… …… 13 5
5.4. Pintores d evoto s a una cofr adía ………………… … ………………………… ………. 13 9
6 . Panorama pictór ico e n el segundo t ercio del siglo XVI :
De Juan d e Zamora, valedor de la tradició n,
a Pedro de Ca mpaña, manierista sing ular. ……………………………. ..... ............ ............ 14 3
SECCIÓN III
7. Luis de V argas: un pin tor de ida y vuelta. ……… …………………… …………… ……….. 20 9
7.1. Su sog giorno italian o: hecho evid ente, per o cue stión ob scura ……………. 20 9
7.1.1. Un nebulo so d ía para entrar en Roma ………… …… ………………... 20 9
7.1.2. Breves ap untes sobre la nac ión española en R oma …… ……… … 21 2
7.1.3. Italia, u na desta cada acad emia de art istas …………… ……………… 221
7.1.4. Nota s de lo que pud o ver y ap render en Ro ma ……………………. 2 31
7.1.5. Su po sible parti cipa ción en la dec oración
de Castel Sant’A ngelo …………………………………… …………………………… 23 8
7.1.6 . Va sari como referen te, Salviati como in spiraci ón
y otras sugest iones for males ……………………………… ………………………… 24 9
7.1.7. ¿Una últ ima parad a en Nápoles ante s de volve r? ………………… 26 3
7.2. El artist a que llegó de Italia. El pro ceso cr eativo y
su producción gráfica: cer tezas, duda s e impr obable s. …………………………… 30 2
7.2.1. “El l ibro de sus secretos ” ………………………………………………….. 30 2
7.2.2. Aprend er copiand o del natural
y de los mae stros ………… ……………… …………………… …… …………………. 3 11
7.2.3. La idea h echa traz o …………………………………… ……………………… 3 41
7.3. Etapa final y plena en Sevilla: 1550-1567. ……… ………… …………………… … 36 2
7.3.1. La fam ilia …………… ……………… …………………… …… …………………. 36 2
7.3.2. La pr imera parte d e su últ ima etapa (15 50-1556) ………………. 37 7
7.3.3. Consolid ación, prot agonismo y p len itud (1559-1567) ………… 41 3
7.4. Su obra c onservada: a tribucione s segura s y posi bles ……………………….. 51 4
7.4.1. Escena s con don antes. ………………………………… …………………… 51 4
7.4.2. Su pre sencia en el Museo de Bell as Arte s de Sevill a …………… . 5 30
7.4.3. Sanlú car de Barram eda y Madrid ,
dos hallazgo s (casi) inéd itos ………………………………… …………………… 5 50
8 . La estela de Luis d e Var gas ………………………… ………………………………… … ………. 5 61
8.1. La perviven cia de s us enseñanza s en S evilla:
Vasco Pereir a, Luis Fern án dez y Luis de Val divies o. ……………………………….. 5 61
8.2. La diáspo ra tras su muerte:
Andrés de C oncha y F rancis co Venegas. ………… ……… …………………… ……….. 59 9
9. Solo noticias en papel mojado :
la ob ra desapar ecida de Luis de Var gas. ………… ………………………………… … …….. 6 21
9. 1. Diversa s localiza cion es sevillanas
y su presen cia en Madr id …………………………………… ………………………………. 62 2
9.2. Posible s Vargas en colecciones e spañolas ……… ……………… ……………… 63 6
9.3. Su nombre en colec ciones y vent as europe as ………………… ……………… 657
SECCIÓN IV
10. Conclusion e ………… ………………………………… … …………………… ……………… ……. 677
*
- Tomo II -
SECCIÓN V
Anexo docum ental ……… …………………… ……………… ……………….. . .... ......... ... 1
4. El gremio de p intore s . ……………… …………………… ………… ………… …………… 1
5. La vida cotid iana de l os pintore s sevillano s . ………………… ……… …………… 9
6. Panora ma pictórico en el segund o tercio de siglo XVI.
De Juan de Za mora, val edor de la tradición,
a Pedro de C ampaña, m anierista sin gular ……………… ……………… … …………… 16
7. Luis de V argas: un pint or de ida y v uelta. … ……… …….…………… …………… 55
8. La estela de Luis de Vargas. ……………………………………………………………… 78
Bibliografía ……………………………………… ……………… ………………… … ……….. 89
5
1. Int roduzione e moti vazioni.
Questo lavoro d i te si di dottorato intitolato L uis de Vargas en l a encrucijada:
de los mo dos de Flan des a la man iera moderna en la pintura sevillana del siglo XV I
viene presentato come uno studio sul pittore Luis de Vargas (h. 1505-1567), artista
fondamentale all' in terno d ella pittura sivigliana ne l secondo t erzo d el XVI secolo. La
sua realizzazione fa parte del programma di d ottorato in Storia della F acoltà d i
Geografia e Storia dell' Un iversità di Siviglia, associato al Dip artimento di Storia
dell'Arte. Questo p roge tt o è stato reso possibile grazie a un "Ayuda de Formación
del Profesorado Universitario" (FPU), ottenuto nel 2015 e indet to l'anno p recedente
dall'allora M inistero de Ed ucación Cultura y Deporte. Il progetto è stato svolto con il
tutoraggio e sotto la d irezione di Fernando Cruz Isidoro, p rofessore titolare di
cattedra presso l’Università di Sivig lia, al cui gruppo d i ricerca Centro de
Investigación de la Historia de la Arquitectura y del Patrimonio Art ís tico Andaluz
(HUM-171) sono associ ata. La d irezione di questo p rogetto si completa con la figura
di Benito Navarrete Prieto , professore presso l’Università di Alcalá,.
Questa tesi inizia presentando una r evisione della let teratura sul pit tore Luis
de Vargas - non sulla pittura rinascimentale sivigliana - focalizzata co me un' analisi
della fortuna critica che lo ha accompagnato d alla sua morte fino ai giorni nostri.
Questa analisi non è solo una panoramica d elle d iverse pubb licaz ioni, ma si p ropo ne
l’importante compito di capire quale fosse la sua fama e q uali motivi hanno portato
all'ostracismo e all'oblio in cui è stato immerso ne gli ultimi tempi, cosa che lo ha reso
poco attraente per gli specialisti e sconosciuto al pubi co generale.
Senza fingere di essere una monografia, né di raccog liere un cat alogo
ragionato dell'artista, quest’ analisi na sce dalla volontà di scoprire la sua p ersona e
il suo lavoro, co mprendendolo alla luce del contesto in cui ha vissu to, imparato e
dipinto. Quali erano sta ti i suoi precedenti? Con quali artisti si era formato? Con q uali
personaggi del suo te mpo aveva le gato? Quali conseguenze ha avuto la sua
produzione sulla gene razione successiva di pittori? Queste sono alcune delle
domande a cui cerca di rispondere. Collocarlo nella Siviglia del tempo ci p ermette di
sapere qual è stato il fu nzionamento della gilda dei pit tori e scoprire alcuni dei suoi
membri, non solo da un punto di vista professionale, ma p iuttosto in seriti in una r ete
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di relazioni in terpersonali in quello che viene presentato com e uno studio della vita
quotidiana. Gettare queste basi era n ecessa rio per affrontare la me moria di un
pittore che, nato nella città di Betis, si formò in Italia, nell'orbita dei grandi nomi
della maniera. La seconda parte di q uesta tesi rivolge la sua lente alla Roma di Paolo
III, quella in cui il pittore assumerà le chiavi estetiche che la sua opera conservata
manifesterà in segu it o. È quindi necessario aff rontare a questo punto lo studio del
suo lavoro grafico per c ercare di scoprire quale era il p rocesso creativo che seguiva
quando si tratt ava di sviluppare un'ope ra. Successivamente, il lavoro affronta
l'ultima ta ppa della sua vita, quella che già s i svolge a Siviglia, d ove p uò essere
documentata praticamente in ogni anno tra il 15 50 e il 1567, ad eccezione degli anni
tra il 1556 e il 1559, in cui deve essere col locato il suo second o sog giorn o italiano. I l
ritrovamento di documenti relati vi alla sua vita personale e professionale
costituisce un ricco corpus per metter in luce aspetti finora sconosciuti. Consid erato
che lasciava un buon numer o di apprendisti e seguaci, ritenevo necessario dedicare
loro un capit olo, attenendosi ai nomi che Pa checo aveva dato loro nel suo Libro de
verdaderos retratos. La tesi va avanti con una sezione in cui sono state scr utin ate
quelle fonti, pub blicazioni e te stimonianze che accennavano a v arie opere del
pittore, situate in varie località sivigliane o nelle più diverse collezioni private,
spagnole o straniere, per lo più del XVIII e XIX secolo. Infine, una sezione di
conclusioni condensa i risultati derivati direttamente o indirettamente da tutte le
pagine del lavoro.
Per rendere la lettura più piacevole e facilitare la comprensione del
contenuto, le immagin i appaiono in serite nel testo. L a numerazione è deduttiva,
quindi la prima cifra si riferisce al cap itolo in cui l’immagine è disp osta. In questo
modo, se ci si dovesse riferire a una foto grafia già utilizzata, il lettore potrà
facilmente individ uarla ne lle pagine precedenti. Questo stesso sist ema è utilizzato
per ordinare i documenti trascritti nell'appendice inclusa nel secondo volume di
questa tesi di dottorato, che si chiude con un'ampia bibliografia.
*
7
Una pala d 'a ltare mes sa in un angolo e mal illuminata, dime nt icata e di
suggestivo soprannome, è stata l'origine del mio inte resse p er il pittore Luis de
Vargas. Scoprire chi fosse quell'artista e quale fosse il messaggio che poteva essere
nascosto dietro il Retablo de la gamba ha generato in me una cu riosità che è stata
amplificata dalla mancanza di let teratura specifica. I te sti lo presentavano in modo
indubitabile come uno dei grandi rappresentanti del Rinascimento pittorico a
Siviglia, ma le informazioni fornite su di lui erano semp re ripet itive e limitate. La
produzione di riferime nto di Juan Miguel Serr era, lo stimolante Nu eva Roma di
Vicente Lleó e il rivelatore El largo siglo X VI di Fernando M arías, mi hanno spinto a
pensare che forse quell'artista avesse bisogno di uno studio approfondi to.
In questa fertile scena artist ica, inserita in un contesto di prosperità
economica e di cambiamento sociale, la figur a d i Vargas, com e quella di tanti altri ,
era polverosa. Insieme all'estrazione e alla p u bblicazione di noti zie documentarie,
la pittura sivigliana del Cinq uecento aveva a malap ena studi precisi, oltre a quell i
fatti dal già citato Serrera, che non ho avuto l'opportunità di in contrar e, ma che è
stato un riferimento durante tutto questo percorso. Il peso d el b arocco nella
tradizione storiografica della città eclissò opere e artisti del secolo precedente.
Tra gli studi d edicati ad Alejo Fernández e Hernando de Esturmio vi erano
importanti lacune che impedivano la piena conoscenza e la migliore comprensione
dei canali attraverso i quali transitò la p it tura rinascimentale locale.
Sorprendentemente, ne ssuno storico ha intrapreso un esame esaustivo d elle figure
di Pedro de Campaña o Luis d e Vargas, i d ue grandi baluardi del s econdo terz o del
secolo. Affrontare con successo una tesi in cui entrambe le due figure fossero
studiate in det taglio era imp ossibile, per ragioni d i te mpo e spazio, an che se lo studio
di uno costringerebbe in q ualche modo ad attrav ersare la vita ed il lavoro dell'altro.
Mentre la figura del de Campañ a era altrettanto at traente, la r icerca coinvolta nel
suo stud io sarebbe sta ta molto più ampia e complessa, poiché avrebbe implicato
scoprirlo nella sua na tiva Bruxelles, seguirlo attraverso l'Italia, accompagnarlo a
Siviglia e rip ortarlo nelle Fiandre ne ll'ultima fase della sua vita. Era un progetto
meno p raticabile; e imp licava anche una maggiore raccolta bibliografic a grazie alle
pubblicazioni di Nicole Dacos e al la r ecen te biografia a lui dedicata d a Enrique
Valdivieso.
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In linea di principio , e secondo fonti incr ociate, Vargas dovr ebbe essere
documentato solo in Italia e riscoperto a Siviglia.
Un artista che ha affrescato la Giralda, è stato r itratto da Pacheco , ricor dato
da Murillo, è sta to d i interesse di Madrazo e di gusto dei francesi e degli inglesi,
meritava una tesi mirata . Tuttavia, l'impossibilità di prevedere i risultati mi ha
portato a contemplare la p ossibilità di studiare l’artista in relazione con la gilda dei
pittori, essenziale p er la struttura sociale e professionale d el moment o. Grazie alla
ricerca svolta in vari a rchivi locali nell'anno del mio corso di Mast er , ho potuto
individuare numerosi documenti in editi di vario genere su diversi p ittori che
esercitavano la loro professione in città, il che mi ha permesso di ampliare le
conoscenze esiste nti ed analizzare i rapport i personali e di lavoro di un gran numero
di artist i che fino ad all ora erano sta ti solo un nome, o di alcuni che n on lo erano
nemmeno. Studiare i pittori nel loro contesto, con notizie relative alla loro famiglia
e alla loro bottega, stimolav a il mio in t eresse. C onoscere la loro vita quotidiana mi
dava l’impression e di renderli più v ici ni, e mi aiutava a capire come funzionavano le
relazioni in terne, quali erano gli interessi che li muovevano o quali problemi
dovevano affrontare.
Questi erano gli ste ssi a rchivi in cui avrei trovato nuove in formaz ioni sul
pittore, che insieme allo studio della sua opera conservata e alla scoperta di nuovi
pezzi avrebbe permesso di recuperare con un certo successo la sua figura per la
Storia d ell'Arte. Tuttavia, la vera rile vanza consisteva nel risp ond ere a quella
domanda che non ho mai smesso di avere in te sta: cosa ha fatt o q uesto artista in
Italia per più di vent'anni? Un soggiorno c osì p rolungato deve avere avuto
conseguenze decisive sia per lui che per la scena artist ica sivigliana in cui si è
reinserì al suo ritorno. Conoscere le sue circostanze fo rmative avrebbe permesso di
spiegare la sua arte e le conseguenze che avr ebbe potuto avere per la generazione
successiva, quella che avrebbe preceduto Pa checo, Roelas o Velázqu ez. L'Italia era
l'avanguardia delle arti, un'accademia in sé per sé. Com e ci è arr ivò? Molto era stato
scritto sulle aquil e del R ina scimento s p agnolo, su Pedro Rubia les o Gaspar Becerra,
o anche su Juan de Juanes, la cui p ossibile permanenza in Italia con tinua a generare
dibattito. Scrivere in quella tabula (quasi) rasa che era Vargas si presentava come
9
qualcosa di alt amente motivante, non solo p er il mio interesse personale per
l'artista, ma per i contributi che potevano essere apportati alla discipli na .
La b iografia non autoriz zata di Pacheco, gli scritti d i Palomino e i l Dizionario
di Ceán Bermúdez, hanno costituito il punto di parten za per scoprire se Vargas fosse
davvero un pittore tan to eccezionale come appariv a nell'adulazioni che questi, e
molti altri, gli dedicarono.
10
11
2. Metodologia e obiettivi.
Questa tesi d i dottorato è il risultato di una metodologia flessib ile e ad attiva,
in q uanto implica l'applicazione combinata di una serie d i metodi in base all e
circostanze e al contenuto. Ciascuno di questi metodi contribuisce con i suoi
vantaggi e integra le carenze degli altri.
Sulla base della precede nte esperienza maturata con la realizzaz ione del mio
progetto finale di Master (TFM) - d al titolo Sevilla imperial: panorama artístico e n
torno a 1526 - ho iniziato il mio viag gio attraverso questo p rogetto d i tesi con una
ricerca bibliografica più profonda che ha completato la precedente, al fin e di
ottenere una visione più completa d el l’argomento affrontato. Presto mi sono
accertata della scarsità di studi concreti sulla pit tura sivigliana in generale , e sul
pittore in particolare, il che ha rafforzato e giusti fica to il mio intere sse nel fare
qu esta tesi. Ho amp liat o la ricerca ad altri arg omenti trasversali e complemen tari,
necessari per comprendere la complessit à della Siviglia del Cinquecento;
considerato ch e le manifestazioni artistiche non si verificano isolatamente nel loro
contesto, come ha sottolineato Taine, fatt ori politici, sociali, economici e culturali
dovevano essere affrontati per compren dere la realtà poliedrica in cui era inserita
l'attività dei pittori. Questa prima ricerca, in teramente svolta utilizz an do le risor se
de lla biblioteca dell'Università d i Siviglia a mia disp osizione, è stata seguita da
un'altra che mi ha portato a Madrid, nella bi blioteca del Museo del Prado. Alla
bibliografia in spagnolo si agg iungevano ora titoli in itali ano, francese e inglese ,
lingue con le q uali ho d ovuto familiarizzare nel corso d egli anni e che mi hanno d ato
accesso a un gran numero d i libri e articoli che sono sta ti d ecisivi nell'elabor azione
di questa te si. Di fr onte alla progressiva necessità di consultare un amp io spettro di
letteratura stra niera, ho d ovuto ricorrere al Prestito Interbibliote cario offerto
dall'Università di Siviglia, CBUA, nonché ai servizi in rete del suo portale web, come
i metasearcher di DIALNET, CSIC o JS TOR. Infine, anche Google Books e Genesis
Library sono stati strumenti utili .
Dopo questo primo, seppur p rofondo, approccio bibliografico, mi sono
preoccupata d i ricorrere ad arc hivi alla r icer ca di notizie che permettessero d i
colmare le lacune esi stenti e da cui poter estrarre dati utili per amp liare la
12
conoscenza che fino ad allora si ave va. Partire da una metodologia filologica, limitat a
a criteri positi visti e basata sulla ricerca di nuove notizie nelle fonti storiche, mi ha
permesso di raccogliere una grande quantità di informazioni che sono state
successivamente vagliate, analizzate e interpretate. Pur mantenendo l’accortezza di
non cadere in una fiducia cieca nei dat i raccolti, ho ritenuto che questi avrebbero
dovuto guidare la strutt ura e lo sviluppo dello stud io. È stata la mancanza di lavoro
conservato che mi ha p ortato a p osizionare il b aricentro di questa tesi nei dati che
potevano esse re estratti dai diversi archivi. La ricerca è iniziata a S iviglia, più
specificamente nel l’ Archivo de Prot ocolos Notariales , dove avevo già rintracciato un
numero significativo di file p er affrontare la realizzazione del mio TFM. L’intenzione
era scoprire notizie in edite di pittori che mi permettessero d i comprendere meglio
la scena artistica locale, il funzionamento della gilda e, s opratt utto, rivelare nuovi e
sconosciuti dati sul pittore Luis d e Vargas, che potessero colmare la manca nza d i
opere conservate o persino fornire ind izi p er la lor o localizzazione, e a colmare
importanti lacune riguardo alla sua vita perso nale e fam iliare. In q uesto senso, h o
seguito la linea segnata da ricercatori come Hernánd ez Díaz, Sancho Corbacho, Muro
Orejón o López Martínez. Con quasi ne ssun indiz io, il compito si presen tava arduo e
noioso. Tuttavia, dopo aver anali zzato i vari documenti pubblicati dai suddett i
autori, ho deciso di redigere una tabella statistica con gli uffici in cui vari p ittori
eseguivano le lor o scr it ture notarili. Non succedeva in tutt i i casi, ma era abbastanza
normale per i p ittori av ere un ufficio di fiducia a cui ricorrevano più spesso; o era
anche comune per alcuni uffici registrare più opere d'arte rispetto ad altri, p er
esempio laddove si r egistravano più spedizioni alle Indie o più pratiche del
Municipio. Nel caso relativo a questa in dagine, d ei 24 uffici esistenti, 1, 3, 5 e 17
erano stati b en esaminati, ben mo nitorati per quanto riguarda il primo terzo del XV I
secolo. Per il terzo centrale, le ricerche d i questi storici si diversificarono, motivo per
cui era rimasto molto materiale da consultare. I pochi documenti che erano stati
pubblicati su Vargas furono consegnati nell'ufficio 9, allo scriba Mat eo d e Almonacir,
e il 23 , dove lo scr ib a era Jua n d e Santamaría. Ho stabilito che questo dovesse essere
stato il punto di partenza. Vagliare que sti due uf fici, fascicolo p er fascicolo, dal 15 50
- an no in cui il p ittore t ornò a Siviglia - fino al 1567 - l'a nno d ella sua morte, anche
se successivamente d ecisi di espandere la ricerca fino al 1570, alla rice rca d i in dizi
che potessero condurmi al te stamen to d el pittore. Allo stesso modo , cercand o di
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trovare noti zie sia del suo arrivo in città che della sua morte, ho consultato tutti i
fascicoli di tutti i uf fici p er gli an ni 1549, 1 550, 15 66 e 1567. Poiché in un archivio
così vasto è facile perdersi, o lasciarsi affascinare d ai documenti che emergono, i
risultati mi sono stati indirizzati con altri mezzi all'interno di questa sezione dei
protocolli notarili , per cui la ricerca sistematica effettuat a in ufficio 9 è stata estesa
anche agli uffici 1, 3, 6, 16 e 23. È d ifficile calcol are quanti fascicol i abbia consul tato ,
ma la cif ra potrebbe avvicinarsi al mez zo migliaio . Ol tre ai Protocolli, ho controllato
i documenti dell’archivio di C elestino L ópez Martínez -CELOMAR- c ostituito per
compensare il furto di documenti che aveva fa tto in vita, donandoli al l’archivio da
cui li aveva sottratti, qu alcosa di s imile a quanto accaduto con i documenti rubati da
Gestoso, ora consultabili presso Biblioteca Colombina della Cattedrale di Siviglia , la
cui consultazion e si è resa necessaria per quest'indagine.
Sempre a Siviglia, ho consultato i fondi d ocumentali del l’ Archivo del
Arzobispado de Sevilla (AGAS) e d el l’ Archivo de la Catedral de Sevilla (ACS), entrambi
con sede nel Palazzo Arcivescovile. Il second o era già stato ispezionato dal suddetto
Serrera, gr azie al quale era nota la partecipazione di Vargas alle op ere associate alla
cattedrale. L'esame preciso di alcune sezioni mi ha consentito d i completare i dati
già disp onibili, non solo in relazione al nostro pittore, ma anche ad altri colleghi di
professione e committenti per i quali lavorò. Infine, la ricerca d ocumentaria nella
città che lo ha visto morire si completa con la visita ai vari ar chivi parrocchiali i cui
fondi si in serivano nella cronologia p roposta per questo stud io, sia nei loro registri
di battesimi, matrimoni e morti.
Dopo il primo anno di tesi a Siviglia, è stato necessario an dare in Italia con
l'ambizione di risponder e a q ue lla domanda di fondo . Già allora stavo beneficia nd o
di un Ayuda de Fo rmaci ón del P rofesorado Universitario (FPU) . Questo contratto di
pre-dottorato offr iva la p ossibilità di richie d ere soggiorni all'estero al fine di
sviluppare il proprio progetto di ricerca. H o chiesto un supporto per "brev e
soggiorno", di tre mes i ufficiali, che sono d iventati quattro infor mali. P ur essendo la
prima sosti tuta, ho deciso di en in traprendere un soggiorno, non una borsa d i stud io,
presso l'Università di Tor Vergata, sotto il tutoraggio del la professoressa Barbara
Agosti. Con nien t'altro che una breve e lontana conversazione che ho avuto con il
professor Gonzalo Redín quando ho iniziato questo progetto, mi sono avventurata
14
ad indagare negli archivi di Roma. Per questo primo soggiorno ho concentrato la mia
ricerca sull'Archivio S torico Cap itolino e , attraverso varie vicissitudin i ho finito per
approdare n ell'Archivio S egreto Vatican o, una d elle esp erienze più belle di tutti
questi anni di ricerca. Questo ed il seguente soggiorno sono stati d ecisivi per la
maturazione intellettuale di questa tesi di dottorato.
Durante il mio second o soggiorno, l'anno successivo, il p rofessor Andrea
Zezza mi ha accolto pre sso l’ Un iversità degli Studi d ella Campan ia – Luigi Vanvitelli.
Anche se l'aiuto offertomi dal Ministero - in qu esto caso si trattava di una borsa d i
studio - contemplava solo tre mesi, ho deciso di ampliare l'esperienza e investirn e
altri quattro, da d ividere a metà tra Napoli e Ro ma: la prima doveva ess ere esp lorat a
dal princip io mentre ne lla seconda avevo ancora molto d a ricercare. A Nap oli ho
cercato p rove docume ntali del pit tore nell'Archivio di Stato di Nap oli, i cui fondi
sono molto frammentati e hanno avuto perdite significative negli anni centrali d el
secolo, motivo per c ui ho praticamente sv uotato tutti i fascicoli che mi
interessavano. H o anche consultato la bibliografia relativa all'argomento di studio
presso la Bibliote ca Na zionale di Napoli, con sede a Palazzo Rea le. Invece, a Roma ,
sono andata all'Archivio di Stato di Roma e all’ Archivio dell' Opera Pia , centro
documentario d ella Chiesa sp agnola di Roma, recentemente ap erto dopo molti anni
di chiusura , dove ho potuto consultare tutti i documenti relativi al perio do in esame.
Altre due fonti di consultazione bibliografica il cui accesso è stato essenziale
nel mio ultimo anno di ricerc a, devono essere aggiunte alle ist ituzioni
sopramenzionate. L ontani l'uno d all'altro, ma ug ualmente rilevanti, sono stati i fondi
del Getty Re se a rch In stitute , a L os Angeles, dove ho a vuto l'onore d i fare ricerche
grazie a un soggiorno alla UCLA University , così come la Bib lioteca della Fond azione
Abengoa Focus, dove sono custodit i i fondi bibliografici e fotografici dello storico
Alfonso E. Pérez Sánchez.
I risultati cruciali scatu riti dalle indagini negli archivi sivigliani contrastano
con la scarsez za di ritrovamenti della mia ricerca italiana. Pertanto , era ne cessario
ricorrere ad altri metodi, diversi dal precedente, ma comunque efficaci. La
consultazione d i un'ampia bibliografia nella Biblioteca Hertziana di Roma mi ha
permesso di accedere alla conoscenza p iù accurata del lavoro d egli artisti che
facevano parte d el contesto e dell'orbita estetica del pittore. Attraverso i parametri
21
imitativa, le trae inconsideradamente a pintar terribilidades y desgarros nunca
imaginados, sino de él m ismo ”
7
.
Asimismo, en su Art e , Pacheco sit úa a Vargas entre aquellos p intores de los
que se celeb ran agudos d ichos y sentencias, lo cual deriva de la “ nobleza desta arte
[la pintura] y de que en ella se aviva el ingenio y la ra z ón ”
8
. Comenzando p or la
erudición de los an tiguos, parafraseando a Plinio, lleg ó a aquellos renaciente s que
sobresalieron no s ólo con el pincel, sino también con la p luma, como Miguel Ángel,
Leonardo da Vinci, Bronzino, Vasari o El Greco, a quien, ahora s í, dirige un
reconocimiento, p ues “ fue gra n fil ósofo de agudos dichos y e scribió de l a pint ura,
escultura y arquitectura ”
9
. Ad emás d e é stos, recuerda a Durero, el cual “ puede
competir en las letras y erudición con todos los antiguos ”, y sit úan en esta misma lí nea
a Pedro de Campaña y Luis de Vargas. Aprovecha este apartado para incluir aquella
an écdota por la cual se mostró a nuest ro p intor la imagen de un Cristo vivo,
realizado por un artist a ignorante que pi d ió al maestro su parecer. Vargas, haciendo
gala de ese ingenio q ue Pacheco recuerda, lo c onsol ó así : “ Parece que est á diciend o
«¡ Perdónalos Señor, que no saben lo que hacen!» ”. Si fue verdad o no, nunca se sabr á .
Pacheco no conoció al pintor, pero s í se rodeó d e p ersonas que lo trataron y, sin
duda, lo conocieron bien. B ast e con pensar que el maestro de Pacheco, Luis
Fernández, fue discíp ulo y cuñad o de Vargas. Quizá fue él quien le proporcionó la
información más cer te ra, aunque en su biogr afía incurr a en algunos errores -lógicos
por otra parte, dad o el salt o generacional. Tambi én su propio t ío, el licenciado
Pacheco, el d octor L ópez Malaver, el pintor Vasco Pereira, el bordador Pe dro de
Mesa o incluso alguno de los hijos de Vargas pudieron surtirle de las m á s alegres
an écdotas o de los má s serios argumentos. En el momento en que se publicaba el
tratado de Pacheco habían transcurrido más de 80 años de la muerte del pintor, pero
en el momento en que el sanluque ño llegó a S evilla su recuerdo aún estaba fresco y
aq uellos que lo trataron aún vivían, y seguramente lo revivían en sus tertulias.
7
DE GUEVARA , F elipe: Comentarios
de
la
pintura . Madrid, 1788, pp. 12 - 13. VÁZQUEZ DUEÑ AS,
Elena (ed.).: Felipe
de
Guevara.
Comentario
de
la
pintura
y
pintores
antiguos. Ma drid, 2016, 24 - 26.
8
Capítulo IX de Arte de la Pintura. PACHECO, F rancisco: El
Arte … op. cit., p. 5 33.
9
Sobre la opinión que la figura y la obra del griego mereció a Pa checo ve r MAR ÍAS, F ernando y
RIELL O, José: “ La idea misma de a rte: un texto y un contexto olvida dos de Pac heco pole mizando
con el Greco ” , en RODRÍGUEZ ORTEGA, N uria y TA ÍN GUZMÁ N, Miguel (c oord.): Teoría
y
literatura
artí stica
en
Españ a. Madrid, 2015, pp. 63 - 76.
22
No obstan te, antes de que se publicara esta obra de referencia para el
conocimiento del pintor , en 1626, sal ían a la luz los Discursos apologét icos de Juan
de Butrón. Además de defend er la liberalidad del arte de la pintura, s e preocup ó p or
incluir un listad o de artistas con que dar c uenta d e ello. Entre los esp a ñoles
presentes, se encuentra Luis de Vargas, entre Alonso Berruguete y Pa blo de
Céspedes, todos pintores formados en Italia
10
. El comentario que hace de él es breve,
aunque no mucho más extenso que los q ue ded ica a Machuca, Y áñ ez o Becerra. Pero
en este caso, no es tan trascendente la cantidad d e informaci ón que pueda aportar,
sino el hecho d e incluir al pint or en una obra d e tales características. Se posicionaba
as í la figura de Vargas ent re las m ás eminentes del pan orama espa ñol, cuyas obras
en la ciud ad d e Sevilla “ dan testimonio de la excelencia d e su pintura ”. El testigo de
Butrón fue tomado p or L ázaro Díaz del Valle, cuyo manuscrito qued ó inacabado y
sin publicar. Escrito entre 1656 y 1659, preten di ó con él inaugurar en Esp aña el
género biográfico a rtísti co, ente ndiendo por ta l una sistematizaci ón de vidas de
artistas españ oles y extranjeros
11
. Como era de esperar, entre el amplísimo list ado
de autores, integra a Varg as, recogiendo su nombr e en dos lugares diferentes del
texto
12
. Siguiendo a Butr ón, se cita entre aquellos grandes pintores cu yas obras se
estiman en Esp aña y en I ta lia, en es te caso desp u és de Navarr ete el Mudo y antes de
Pablo de C éspedes
13
. Y, por otra parte, se incluye en tre “ los varones insignes en esta
10
A pesar de ha berse forma do en Italia, en su opinió n, por m ucho que se esmerase n, sus obra n
nunca ave ntajaron a las de los natural es. L uis de Vargas y Pedro de Campaña son los únicos que
cita del quinientos sevil lano. BUTRÓ N, JUAN DE: Di scursos
apologéticos
en
que
se
defiende
la
ingenuidad
del
arte
de
la
pintura:
que
es
liberal,
de
todos
derechos,
no
inferior
a
los
siete
que
comúnmente
se
reciben . Madrid, 1626, p.121vº. La esc ueta biograf ía que da de e llos es la que
posteriormente rec upera Dí az del Valle . RIELLO, José: Un
caso
singular …
op. cit.,
p. 572.
11
Este manuscrito resultó fundamental a Palomino para la escritur a de su Museo
Pictórico
y
Escala
Óptica , éste sí publicado e ntre 1715 y 1724. Ademá s de la e dición moderna, citada a nteriormente,
sobre Dí az del Vall e y su manusc rito, ver HELLWIG , Karin: “ Die go Velázque z y los e scritos sobre
arte de L ázaro Dí az del Valle ” , Archi vo
Españ ol
de
Arte , tomo. 6 7, nú m. 265. Madrid, 1994, pp. 27 -
41; RIELL O, José: “ L á zaro D í az del Valle y de la Puerta. Da tos documental es para su biog rafía ” , De
Arte : revis ta
de
histori a
del
arte , nú m. 3. Le ó n, 2004, pp . 105 - 132; RIELL O, José: “ Tr es ma nuscritos
de Lázaro Dí az del Va lle y una n ue va interpretación de sus escritos sobre pintu ra ” , Goya:
Revista
de
arte , nú m. 298. Madrid, 200 4, págs. 37 - 44; R IELLO, José : “ Un caso singular de la literatura artística
española del Siglo XVII: Láza ro Diaz del Valle ” , en DELISAU JORGE, María de l os Ángeles,
RODRÍ GUEZ PADIL LA, Ma rta, PUEYO ABRIL ., Francisc o Javie r, HERNÁ NDEZ SOCORR O, María de los
Reye s (coord.): La
multiculturalidad
en
las
Artes
y
en
la
Arquitectura [XVI Congre so Na cional de
Historia del Arte], vol . 2. Las Palma s, 2006, pp. 483 - 490.
12
Ocu rre lo mismo con o tros artistas. Es c onsecuencia del carácter inaca bado del ma nuscrito.
13
DÍ AZ DEL VALL E, L ázaro: Origen
E
Yllustracion
Del
nobiliss imo
y
Real
Arte
de
la
Pintura
y
Dibuxo ,
f. 41, en RIELLO, José: Un
caso
singular …
op. cit.,
p. 101.
23
arte y en san tidad ”, lo q ue evidencia el manejo p or p arte del autor d el Arte de la
Pintura de Pacheco
14
.
Por su parte, la calidad como re tratista de Vargas fu e enaltecid a por Jusep e
Martínez, cuyo testi monio no ha trascendido por quedar su manuscrit o sin publica r
hasta 1866, aunque escribió sus Discursos en torno a 1673
15
. Al igu al que Pacheco,
valoró el dibujo sobre e l color e hizo patente con su escritura la deuda que mant uvo
con las teorías clasicistas d e Bellori o Carducho. Dentro del Tratado XVII, dedicado
a la “ estimación e inm or talidad que se debe a los profesores insignes ”, incluy ó al
sevillano, cuya valía es p resentada a trav és de una anécd ota singular, y casi del tod o
olvidada
16
. De haberse publicado con anterioridad a Palomino y Ce á n hubiera sid o
repetida hasta la saciedad, como ocurrió co n los otros relatos a él asociad os.
Martínez dedica largas p áginas a glosar sobre el géne ro del retrato y la d ificultad
que su realización conll eva, comenzando por la habili dad de Vel ázquez y siguiendo
por otros grandes art ífices como M aino, Caravaggio, S ánchez Coello o F elipe Liaño,
“ singular retratador en p equeño ”. No obstante, a pesa r de las lind ezas que les ded ica,
de forma preocupada, M artí ne z advierte al lector que “ esta profe sión de hace r
retratos es materia muy penosa, y á veces poco premiada, por ser los censores que han
de hacer juicio de ellos por l a ma yor parte ignorantes ” . Frente a ello ofrece consuelo
a través de un ejemp lo , una an écd ota protagonizada por nuestro pintor
17
. Cuenta
que un gran señ or de Sevilla se hizo efigiar, encar gad o su retrato al “ pintor de má s
opinión en a quella ciudad ”
18
. Al enseñarlo a sus amigos, lo cen suraron debido a su
ignorancia. Pero él, que sabía de la calidad de la obra, mand ó llamar a V argas,
“ celebradísimo pintor ”, quien juzg ó aquel retrato como “ cosa superior ”. Para
tranquilizar el ánimo del se ñor y demostrarle que la obra era de excelente cali dad,
Vargas, siendo muy sagaz, hizo lo sigu ie nte:
14
Ibidem, f. 60v º. Est á copiando con exactitud l as palabras que Pacheco dedica al sevillano en su
Arte
de
la
Pintura . PACHECO, Francisc o: El
Arte … ,
op. cit., p. 221 - 222.; RIELLO, José: Un
caso
singular …
op. cit., p.
606.
15
Sob re el tr a tado, ver la edic ión crítica de MANRIQUE ARA, María Elena (e d.), MARTÍNEZ, Jusepe:
Discursos
practi cables
del
nobilísimo
arte
de
la
pintura. Zaragoza, 2008.
16
Fue res catada por WAL DMANN, Susa nn: El
artis ta …
op.
cit., p. 93.
17
MAR TÍNEZ, Jusepe: Discursos
practi cables
del
nobilísimo
arte
de
la
pintura.
Madrid, 1866, pp. 128 -
129.
18
No da nombres. De se r cierta la historia que c uenta Ma rtínez, ¿pudo se r ese pintor Pedro de
Campañ a?
24
“Cogi ó Luis de Vargas el retrato y lo puso un paso adentro de una p ieza:
hizo cerrar las ventanas de el la, corrida algo la cortina de la parte de afuera
de la puerta, y dijo : « Se ñor: ahora m ande V. E. llamar á toda prisa un lacayo
que suba, y V. E. y yo nos estaremos tr ás del retrato, y entonces se ver á el
desengaño» . Hizose así como lo dispuso Vargas: subió el lacayo con la misma
prisa que fué llamado; l a p ieza era muy capaz, y á seis pasos que dió, viendo
que el retrato no hablaba, dij o el lacayo con toda sencillez: «¿ Qu é m e manda
S.E.?» Visto esto por el señor duque, dijo: «Esto es h ec ho, yo me qued o muy
satisfecho de e s ta obra, y á V. muy ag rade c ido, que no es ménos g ran filósofo
que gran p i ntor» ”
19
.
Al igual que el resto de las anécd otas que rodean su recuerdo, s e desconoce
la fuente a la que p udo tener acceso Mart ínez para conocer tales sucesos. Verdad o
no, y por repetida que fuera la an écd ota, la historiografía posterior ha omitido y
silenciado este jugoso episodio, mucho m ás trascendente de lo que parece.
Indirectamente presenta a Vargas como destacad o dominador del arte del retrato,
pero lo que es a ún más importante, lo señala com o figura d e autoridad. Ya Pacheco
había advertido de la costumbre de tan tos no versados ni profesionales del pincel a
opinar y juzgar las obras de los pintores, “ dando su voto en lo que no alcanzan ”
20
.
Aunque algunos doctos p udieron tener acie rto a la hora de valorar las diversas
manifestaciones pictóricas, o incluso p uedan g uiar a los pintores en la elecci ón d el
tema, determinando las regl as d el decoro, consideraba, con receloso ex clusivismo y
estricto prurito profesional, que era cometido de los pintores el de valorar las piezas
realizadas p or sus compa ñeros. Aunque no d e todos, p ues resta este privilegio a
aquellos que “ llegan a ignorar si una pintura est á acabada o bosquejada ”. Al igual que
las d iscusiones en jurisprudencia o te ología siempre deb ían quedar en manos de los
mejores sujetos, así la cr ítica pictórica debía circunscribirse a los que m á s
“ valientemente la ejercitan ”. Esa virtud fu e as umida en Vargas por aq uel que lo
mandó llamar p ara examinar el retrato, valorando sus palabras por encima d e
cualquier otra, seguro d e que el enjuiciamiento del retrato que p udiera hacer el
pintor sería garantía suficiente p ara desacreditar a todos aquellos que previamente
la habían desaprobado. La historia narrada por Mart ínez no está lejos de otra
contada por Plinio, asociada a la valoraci ón de las pinturas realizadas p or Apeles.
Contaba que el famoso pin tor, cuan d o termina ba una obra, la expon í a a la vista de
los transeúntes y se escond ía d etrás del cuadro, igual que hicieran Varg as y el
19
MARTÍNE Z, Jusepe: D iscursos …
op. cit., p. 129.
20
PACHECO, Francisc o: El
arte …
op. cit., p. 542
25
retratado. Desde esa posici ón podía escuchar las opiniones de unos y otros,
alabando virtudes y criticando defectos. Tambié n él recog i ó en su Historia Natural
la famosa frase “ zapatero a tus zapatos ” , con la que justificaba la valía d e las
opiniones de aquellos especialistas en una materia concreta, denostando sus
criterios en todo lo demá s que excediera su actividad profesional, de la que no eran
conocedores y, por tanto, de ínfima consideración valorativa
21
.
Se produce así un reconocimiento del artista, al que adem ás se refiere como
“ filósofo ”. La situaci ón del artista español era significativamente diferente a lo que
acontecía en Italia; la mayorí a eran menestrales, oficiales mec ánicos sometidos a la
disciplina de un gremio altamente proteccionis ta. A unque much os de ellos log ra ron
una posición econ ómica desahogada, el reconocimiento social y la valoraci ó n
personal no alcanzó p or igual a todos ellos
22
. La nueva mentali dad era de cu ñ o
italiano, por ello, no es de extrañar que las relaciones quini entistas de artistas
famosos recojan siempre los mismos nombres, ni que la mayor ía de ellos hubieran
disfrutado de un soggiorno italiano
23
. Son pocos los testimonios exist en tes para
valorar a Vargas en estos t érminos, pero al igual que Berrug uete, Becerr a, el propio
Campaña o E l Greco, alc anzó honores y mani festó con conciencia su ple na valía y sus
capacidades, dej ando en las obras q ue realiz ó su firma como evidencia. L a seguridad
y el ingenio con los que solvent ó tanto la an écdota contada por Pacheco, como est a
recordada por Jusepe Martínez, lo convertiría en un artista con un a concreta y
especial idea de sí mismo.
Sin pretenderlo y de forma subrepti cia, con est e relato Mart ínez estaba
hablando de e ngaño, y coquetea con la metapintura. No es preciso inci dir aqu í en la
capacidad que se ha arrojado a la pintura para confund ir al espectador , enraizada
21
Como refiriera Butró n en sus D iscursos
Apologéticos : “ Feli ces
essent
artes,
si
de
illis
soli
artí fices
iudicarent ” . A esta c uestión dedica un capítulo GONZ ÁLEZ GARCÍ A, Juan Luis: Im ágenes
sagradas
y
predica ción
visual
en
el
Siglo
de
Oro . Madrid, 2015, pp. 1 32- 140.
22
Este ca mbio debía ir unid o al reconocimie nto de la liberalida d del a rte de la pintura, a su
ennoblecimie nto, idea sob re el que se vertieron n ume rosos escritos en el siglo X VII, pero cuya
aplicac ión pr áctica y su alcance real fue limitado, tí mido y ta rdí o. Baste recordar los es critos de
Pablo de Cé spedes, Discurso
de
la
comparaci ón
de
la
antigua
y
la
moderna
pintura (1604); Juan de
Ja úregui, M emorial
informa torio
por
los
pintores
en
el
pleito
que
tratan
con
el
se ñ or
fiscal
de
su
Magestad,
en
el
Real
Consej o
de
Hacienda
sobre
la
exenci ón
del
Arte
de
la
Pintura (1618); Vice nte
Carducho y sus Dialogos
de
la
pintura:
su
defensa,
origen,
esencia,
definici ó n,
modos
y
diferencias
(1633); el Juici o
de
Artes
y
sciencias (1655), de Claudio Antonio de Cabrera; la
Jurídica
demostraci ón
del
arte
y
profesión
de
la
pintura (1688), de Bosser; o Los
principios
para
estudiar
el
nobilísimo
arte
de
la
pintura , de José García Hidalgo ( 1693).
23
MAR ÍAS, Fernando: El
largo
siglo
XVI.
Madrid, 1989, p. 4 81.
26
en el concepto primigenio de mímesis como objeto ulterior de toda creación p lástica,
que en su caso llevaría a crear ilusiones de vida tan convincentes que se tomaban
por realidad, evidenciados, entre otros, en los famosos relatos d e Pli nio sobre la obra
de Apeles o de Boccacio en relaci ón con la pin tura de Giotto
24
. En l a anécdot a
contada por Martínez, el retrato, en tanto que la cosa significada, se ha convertido
en un espejo de la realidad, d e la que se escinde por la existencia del marco que la
limita. Esta realida d de sdoblada pict óricamente ad quiere mayor veracid ad gracia s
a la astucia de Vargas, quien lo inserta en un escenario, una suerte de mecanismo
metafísico que acti va el diá logo entre el corte existencial y el corte imaginario
25
. Un
artista que desconocemo s hizo la imagen, pero fue Vargas q uien le insufló vida
gracias a su pericia en el empleo de las luces y las sombras, gestando unos efectos
lumínicos, externos y complementarios a aquellos que pudiera tener el p ropio
cuadro, y que permitie ron acentuar la p lasticidad del r et rato , extray en do d e la
bidimensionalidad del soporte un bulto redondo ficticio, un holograma pict órico en
una habitación a medio iluminar. El hecho de que el sirv ie nte se precipitara a
preguntarle al cuadro manifiesta esa cap acidad que tien e el retrato de ser, m ás que
ning ún otro género, ca paz de trasmitir el senti do de la imit aci ón d e la presencia
viva
26
. Y era la pintura el med io para obrar el engañ o. “ El arte e s imitar, pero tambi é n
fingir; pero también artificio; rin de servicio a la verdad, pero se echa en los brazos de
la mentira ”
27
. E l tama ño na tural que debi ó tener el retrato contribu yó a acentuar el
trompe d’oeil , introduci en do d e forma exitosa la imagen en el esp acio del espectad or ,
en est e caso el lacayo
28
. La calidad d e la pieza, unida a los efectos dram áti cos que
Vargas logró armonizar en aquel cub ículo, obraron el enga ño
29
. Se adelanta aqu í la
importancia de la iluminación en la exhibición de una pieza. La met áfora de la
imagen como esp ejo se engasta en la tra dici ón d e la metáfora especular propia d el
24
LEE, Re nsselaer W .: Ut
pictura
poesis.
La
teoría
humanística
de
la
pintura . Ma drid, 1982, p. 23.
25
STOICHI TA, Víctor I.: La
invención
del
cuadro.
Arte,
artífices
y
artifici os
en
los
or ígenes
de
la
pintura
europea. Ma drid, 2011, p. 107.
26
SCHNEIDER , Norbert: The
art
of
the
Portrait .
Master
pieces
of
European
Portrait
Paintitng,
1420 -
1670. Colonia, 2002, p. 15.
27
PEREDA, F elipe: Crimen
e
Ilusió n.
El
arte
de
la
verdad
en
el
Siglo
de
Oro. Ma drid, 2017, p. 203.
28
STOI CHI TA, Víctor I: The
Self-Awar e
Image.
An
Insigth
into
Early
Modern
Metapai nting . Turnhout-
Londres, 2015, p. 40.
29
Como se ñ al ó Estrella de Diego: “ Las
cosas
no
son
lo
que
aparentan,
el
ojo
nunca
ve
lo
que
mira ” .
Paráfrasis e xtraí da de su discurso A
propósit o
del
malentendido , pro nunciado con motivo de su
ingreso en la Real A cademia de Bellas Artes de San Fernando, el 27 de noviem bre de 20166,
contestado por el Ac adémico E xcmo. Sr. don Antonio Bonet C orrea.
27
Re nacimiento, pues fueron muchos los q ue hablaron d e la pintura como “espejo de
la realidad ” , desde Alberti hasta Leonardo, pasando por Paolo Pino. Este topos fue
rescatado por Martí nez en una anécdota tan d esconocida como relevante, que a ú n
siendo ficticia, sirve para enjuiciar el buen hacer y decir del pintor sevillano.
La tardía p ublicación de la obra de Jusep e Martí nez dejó al texto de P acheco
como principal refer en cia para conocer la vida y la producción del pintor. Dur an te
el siglo XVII, sus p inturas aún debían mantenerse en el lugar para el que fueron
concebidos, con mejor o peor fortuna de conservación. Los artistas de las nuevas
generaciones d ebieron conocer los frescos, los retablos e incluso los retratos q ue
Vargas había realizado apenas cien años antes. Sin embargo, no se conserv a ni ngú n
testimonio de artista sevillano que permita conocer la estima real en la que lo
tuvieron sus sucesore s. Ni siquiera la fundación d e la Academia d e Pintura,
instituida a instancias de Murillo y Vald és Leal volvió los ojos a un pasa do cuyas
efemérides artísticas quedaron soslayad as por los nuevos pretextos del estilo
imperante y las consideraciones que debían trazar el camino a seguir p or la pintura.
¡ Cu ánto se ha perdid o la historia del arte sevillana por el sile ncio de aquellos
maestros barrocos! Conocer la opini ón que le valió a Cano, Murillo, Zurbarán o
Valdés Leal el quehacer art ístico de los maest ros preced entes hubiera sid o muy
enriquecedor. No obstante, parece q ue el aprecio no se vio mermado con el paso d e
los años si atendemos a l calificativo que le dedi c ó Domingo Martínez, allá por 1748 .
Con relación a las ob ras de mejora q ue se ten ían que llevar a cabo en l a Girald a, fue
este pintor el encarg ado de refrescar y mejorar aquel san toral que ocupaba los
arquillos mu d éjares y l os medios puntos d e la cara norte de la torre, aquellas, que
en p alabras de Domingo Mart ínez, habí an si d o pintadas por “ el célebre Luis de
Vargas ”, a quien, a ñadiría, se le tenía una gran estimación
30
.
El relevo de Pacheco lo tomó, sin dud a, Antonio Pa lomino. E n 1724, p ublicaba
la tercera parte del Museo pictórico y escala ópt ica , titulado El Parnaso espa ñol
pintoresco laureado , d onde recogía datos de la vida de pintores y estatuarios que
habían trabajado para la monarquía hispá nic a. Es aquí do nde se incluye la anécdota
30
En 1748 correspondió a Domin go Martí nez hace r una valorac ión del esta do en que se
encontraban las pinturas de la tor re para proceder a su restauració n. Agradezc o a mi c ompañero y
amigo Enrique Mu ñ oz Nieto , haberme pue sto en conoci miento de tal docume nto, en parte in é dito.
Extraí do de los fondos del Archivo de la Ca tedral de Sevilla , será parte de la tesis que prepa ra.
28
por la que se d emuestra la a d miración del italiano Perez d e Alesio por su retablo de
la Alegoría de la Inmaculada Concepción de la ca t edral sevillana:
“[…]la c élebre tabla de Ad an y Eva, que viéndola Mateo Pérez de Alesio
(insigne p into r , que hizo el cel ebre San Christoval de aquella Santa Iglesia, de
que haremos mención) dixo, mirando el Adan, que tiene una pierna muy bien
escorzada : Piu vale la s ua gamba, que mi San Chr istoforo . Y últimamen te se
volvió Mateo Pe r ez a Italia , viendo su eminente habi l ida d, diciendo que no era
justo que viviend o Vargas, pusiesse e n otro la e stimac i ón su Patria ”
31
.
Como es sab ido, el p intor italiano lleg ó a S evilla años después d e que Vargas
hubiera fallecido, por lo q ue el encuentro d e ambos fue imposible, invalid ándose así
una d e las an écdotas que, debido al alcance que tuvieron sus escritos, ser á repet ida
hasta la saciedad e incluso dar ía sobrenombre a uno de sus retablos mejor
avenidos
32
. Palomino reinterpretó la cronología de los viajes que el pintor hizo a la
península itálica
33
. Al igual que el suegro de Velázquez, consideró que Vargas decidió
volver una segunda vez a Italia por verse sup erado en su ciudad p or las figur as de
Pedro de Campaña y Antonio Flores, un pintor que nunca e xistió
34
. Por ello lo llama
“ el Jacob de la pintura ” en un paralelismo con el personaj e b íblico a quien su mujer
Raquel le recomend ó huir d e su casa para evitar la venganza y las amenazas de
muerte que su hermano Esa ú le profirió por haber supla ntado su identidad ante su
padre Isaac
35
. El teórico y pintor cordobés utilizó los escritos de Pacheco como b ase,
y a su testimonio le unió lo que él pudo ver y recopilar de una tradici ón oral no muy
fiable; una falta de r igor cient ífico que le valió la críti ca de Ceán Bermúdez a ños má s
tarde
36
. Aunque hizo una recopilaci ón de fuentes y una cierta c ompilaci ó n
31
PALOMINO, A ntonio: El
Parnas o
españ ol
pintoresco
y
lauread o,
tomo III. M adrid, 17 24, pp. 259 -
260.
32
En la biogr a fía de Pé rez de Al esio, añade “ Y
últimamente,
vi endo
la
superior
habilidad
de
Luis
de
Vargas,
de
dijo
un
dia
que
se
quedase
con
Dios,
que
el
se
bolvia
a
Italia ” . PALOMINO, Antonio: El
Parnaso
españ ol …
op. cit. M adrid, 1724, p. 266.
33
Palomino habla de dos etapas de siete a ñ os ca da una. Tras la última vue lve a Se villa “ enteramente
capaz
en
el
Arte ” . PALOMI NO, Antonio: El
museo
pictórico y
escala
óptica , tomo II. Madrid, 1724, p.
386.
34
El nombre del pintor fue recogido errónea mente por Ce án Be rmúdez, quien hiz o que trascendiera
a la his toriografía de la pi ntura sevil lana como Francisco Frutet, un artista de c uya inexiste ncia dio
cuentas ROJAS-MARCOS GO NZÁL EZ, Jesú s: Fra ncisco
Frutet,
un
pintor
que
nunca
existi ó . Sevilla,
2012.
35
Génesis 25,19 - 50.
36
Irritó también mucho a Ce án el hecho de que Palomino dirigiera elogios y ala banzas a todos los
artistas, a busando de está ndares. GAR CÍA LÓPEZ, Da vid: “ De Pal omino a Ce án Be rmúdez: la
biografía de a rtistas durant e el siglo XVIII ” , Imafronte, nú m. 23. Murcia, 2014, p. 1 06.
29
documental, no le in teresó tant o la verdad objet iva como la creaci ón literaria, con
un fuerte carácter apologético a favor de la liberalidad del arte de la p int ura, a la que
deseaba present ar como una discip lina esp eculativa y mate m ática. No obstante, a
pesar de los numerosos errores e imprecisiones su Pa rnaso permitió constituir la
conciencia histórica de los artistas espa ñoles, mostrando las glorias de nuestro
pasado artístico para justificar esa nob leza de l a pintura. Pero Palomino no fue u n
ilustrado y, frente a aquellos q ue s í miraron a la tradición como algo aj eno y
susceptible de i nnovaciones, para el bujalanceñ o era algo vivo y en su plenitud, que
no necesitaba reformas
37
. Ent re los sevillanos renacentistas, tan s ólo señala a
Campaña, Vargas y Alonso V ázquez, algo q ue no debe extra ñar si se tie ne en cuenta
la posición de gusto desde la que escribe.
La impronta del te xto de Palomino fue insalv ab le, convirtiéndose en una
fuente y en un referen te imprescindible para todos aq uellos que se acercaban al
conocimiento de las artes en Esp aña. Fue repetido sin vacilaciones ni
cuestionamientos, incluso por sevillanos que p od ían haberse acercado a su estudio
de sde la proximidad que su obra implicaba, ap ortando, sino nuevos dat os, s í
diversas descripciones u opi niones. E l escrito de Arana de Valflora es p aradigm ático
en este senti d o, pues parafraseó las palabras de Palomino para prese nt ar al p intor
en sus Hijos ilu stres de Sevilla
38
. Años antes, en su Compe ndio hist órico descriptivo
tan sólo se habí a limitado a recoger su nomb re en relaci ón con la autor ía de los
retablos que dej ó en la ciudad, especialmente sus obras catedralicias, en la misma
línea que había com p uesto su crónica Or tiz de Z úñ iga y a quienes, Gonzáles de Le ó n
tomará el testigo
39
.
Habrá que esperar hasta 1780 y las cartas de Ant onio Ponz, recogidas en su
Viage de Es pa ña , obra cumbre de la literatura periegé tica, para volver a encontrar a
37
BASSEGODA, Bonaventura: “ Antonio Palomino y la me moria histórica de los artistas en España ” ,
en CHECA, Fernando (c oord.) : Arte
Barroco
e
ideal
cl ásico.
Aspectos
del
arte
cortesano
de
la
segunda
mitad
del
siglo
XV II.
Roma, 2004, pp. 95 - 99.
38
ARANA DEL VALFLORA , Fermí n: Hijos
de
Sevilla,
ilustres
en
santida d,
letras,
armas,
artes
o
dignidad . Sevilla, 1791, p. 96.
39
A RANA DEL VALFLORA , Fermí n: Co mpendi o
histori co
descrip tivo
de
la
mui
noble
y
muy
leal
ciudad
de
Sevilla,
metropoli
inclyta
de
Andalucia . Sevill a, 1766. Valoraciones cualita tivas tan só lo quedaro n
escritas por Z úñ iga, quien dijo del retablo
de
la
Gamba que e ra “ de
valiente
dibujo
y
hermoso
colorido ” ; palabras tomadas de Pacheco. ORTIZ DE Z ÚÑ IGA, Fé lix: Anales
eclesiásticos
y
seculares
de
la
muy
noble
e
muy
leal
ciudad
de
Sevilla [ … ], tomo III. M adrid, 1796, p. 22 6; GONZ ÁL EZ DE LE Ó N,
Félix: N oticia
artística,
histórica
y
curiosa
de
todos
los
edificios
públicos,
sagrados
y
profanos
de
esta
muy
noble,
muy
leal,
muy
heroi ca
é
invicta
Ciudad
de
Sevilla , 2 volúmenes. Se villa, 1844.
30
Vargas mereciendo t ímidos halagos
40
. Le reconoció su valía y su precocidad al situar
en sus pinceles el origen de la “ escuela sevillana ” d e p intura -si es que alguna vez
existió-, honor que le hizo compartir con su paisano Villegas Marmolejo
41
. Consideró
que fueron ellos y otr os extranjeros como Torrigiano o Pedro de Campa ña quien es
corroboraro n la celebridad del arte que se gestaba en la Sevilla quinientista y
quienes, a su vez, sirvieron d e ejemplo a los que vinieron d espu és.
Significativamente, la fortuna crítica posterior d e todos ellos ha corrido por sendas
paralelas a la de nues tro p intor, por lo que la d esd icha de uno puede ser consu elo d e
otros. No obstante, todos estos artistas fueron ensalzados p or la Ilustraci ó n
imperante; valgan como muestra las palabras de Francisco de Bruna en la Ora ción
pronunciada en la Escuela Gen eral de las Tres Bellas Artes, en jul io de 1778.
Resumió en ella una serie de directrices acadé micas con las q ue se d ebía restituir el
buen gusto que hacía tiempo se hab ía perdido, erigiendo a la instituci ón como
heredera de aquella que fundara M urillo y Herrera el mozo en la casa Lonj a un siglo
atr ás, y para ello no era ne cesario recurrir a modelos externos sino recuperar el siglo
40
Las fechas de publicaci ón de los tomos de su Viage
e
España oscil an entre 1772 y 1794,
correspondiendo al to mo IX, en el que ver sa sobre la ciudad de Se villa, el año de 1780. Añ os más
tarde, concretame nte en 18 13, se publica ba su Viage
de
Españ a,
Francia
e
Italia , donde recuerda las
pinturas de Vargas que se encontraban en la catedral, pero sin hacer va loraciones cualitativas (en
la l ínea de Ortiz de Z úñ iga, Arana de Valflora o G onzá lez de Le ón). Incurre en algunos errores
significativos, d onde deja de manifiesto que es un amateur: del Reta blo
del
Nacimiento dice que
“ parece
del
estilo
de
Pedro
de
Campaña ” - la tabla principal está incluso firmada por Vargas- y
recuerda que “ en
la
capilla
del
Nacimiento
del
Ni ño
Dios
se
observan
buenas
tablas
pintadas
por
Luis
de
Vargas ” . DE LA CRUZ Y BAHAMON DE, Nicol á s: Viage
de
Españ a,
Francia
e
Italia , tomo XXIV.
Cádiz, 1813, pp. 175 -180 .
Intuyo qu e esta última c apilla se refiere a la de las R eliq uia s y a las tablas que all í se conservan,
durante muchos a ñ os atribuidas a Antón Pérez y hoy documentadas como obras de Diego de
Zamora y Juan de Salcedo. G Ó MEZ SÁNCHEZ, Juan Antonio: Costossísi mo
y
muy
de
ver.
El
retablo
de
las
reliquias
de
la
Catedral
de
Sevilla,
1559 - 1584 [M onografía aún in é dita. Recientemente ha recibido
el Premios “ Archivo Hispal ense ” 2019].
41
Erróneamente, al habla r del Ret ablo
del
Nacimiento de Luis de Vargas lo sitúa como posible
discípulo de Villegas Marmolejo, aunque dudando escribe: “ o
a
lo
menos
siguieron
el
mismo
camino
por
cierta
similitud
en
sus
obras ” . PO NZ, A ntonio: Viage … tomo IX, p. 39. Esta ide a fue tomada de
Francisco de Bruna, quien previamente ha bía se ñal ado a Vargas como disc ípulo de Ville gas
Marmolejo “ seg ú n
lo
persuad en
el
tiempo
en
que
vivieron,
la
conformidad
de
los
estilos
y
algunas
memorias ” . DE BR UNA Y AHUMADA, Francisco: O ración
que
en
la
Junta
General
de
la
Escuela
de
las
Tres
Bellas
Artes
para
el
repartimiento
de
premios
pronunció
D.
Francisco
de
Bruna . Sevill a, 1778.
Supondría abrir un capítulo aparte el debate acerca de la existencia de dicha “ escuela sevill ana ” -
algo que se escapa al come tido de este estudio. La teorización del c oncepto de “ escue la ” ha sido
motivo de espinosos de bates y diversas teorí as que oscilaban entre sus de fensores y a quellos que
descartaban su conceptualiza ción como tal . Hoy dí a, el concepto parece supe rado y desca rtado,
según se expone y de sarrolla en PORTÚ S, Javier: El
concepto
de
pintura
española:
histori a
de
un
problema . Mad rid, 2012; y P ORTÚ S, Javier: “ De finicione s y redefinicione s de la "e scuela española"
de pintura ” , en M OLINA MARTÍ N, Álvaro (coord.): La
Histori a
del
Arte
en
Españ a:
devenir,
discursos
y
propuestas . Madrid, 2016, pp. 175 - 196.
37
nuevo, aunque recup er ó los versos q ue Malaver escribi ó en honor del pin tor y que
habían sido recogidos en el Libro de Retratos
57
.
Las obras que salieron al mercado y
recalaron en colecciones españolas o
extranjeras p ermitiero n sit uar el nombre
del pintor en el mar co de la “escuela
sevillana”, aunque nunca goz ó de la
cotización ni del interés que generaron sus
compatriotas barrocos. No obstante,
frente al ostr acismo ital iano, en Francia , el
pintor contó con una po sici ón de honor ya
incluso a media dos del siglo XV III. Junto a
la for tuna cr í tica de la pintura española en
general, es digna de considerar la atenci ó n
que le dedicaron en el país vecino
58
. Fue en
1762 cuando se percibe un primer inte ré s
por su obra, situando su buen quehacer en
paralelo al de los má s ilustres nombres de la pintura espa ñola. E s en dicho añ o
cuando se publica Abrégé de la vie des plus famaux peintres , donde D ézallier
d ’ Argenville, recog e la b iografía de Vargas, junto a la de Vel ázquez, Ribera y Murillo
como únicos representantes españoles dentro de la publicaci ón, cuyas entradas
agrupa junto a los pintores napolitanos [Fig. 3.1]
59
. Llama la atención q u e se e ludan
grandes nombres del Renacimiento español como Alonso Berr uguete, Juan de
Juanes, Gaspar Becerra, Luis de Morales o incluso E l Greco. Quiz á la obra de Vargas
empezó a tener algo d e predicamento en Francia an tes del siglo XVIII, pues en el
momento d e la publicación el duque de Orleans ya pose ía un San Juan de mano del
sevillano. Pero d ebi ó ser una excepci ón, pues a juzgar por las descripciones y los
57
VIEYRA DE ABR EU, Ca rlos: “ Un pintor ilustre de l siglo XVI ” , en La
Ilustraci ón
españ ola
y
americana , a ño XXXI, nú m. 11. Madrid, 1887, p. 195.
58
Se advie rte que todas l as citas extraída s de los textos que se citan a continuación has s ido
traducidas pa ra encajar mejor en el r elato y fa cilitar la lec tura. Todas ellas, sin excepc ió n, son
traducciones de quien escri be.
59
Hubo de conocer el Libro
de
Retratos de Pacheco, pues la biografía de Vargas rep ite de forma
mim ética lo esc rito por aquel . Entre los napolita nos se se ñ ala al C aballero de Arpino, Mattia Pretti,
Salvatore Rosa y Luc a Giordano. DEZA LLIER D ’ ARGEN VILLE, Antoine Joseph: Abré gé
de
la
vie
des
plus
fameux
peintres . Pa rí s, 1745, p. 322.
Fig.3.1:
Luis
de
Vargas. Ilustración de la entrada en
Abrégé de la vie des plus famaux peintres, de
Dézallier d ’ Argenville (1762)
38
testimonios citad os, los trabaj os que Vargas dej ó en la ciud ad se deb ieron de
mantener en sus lugares de origen, hasta las primeras d écadas de 180 0. No obstante,
se p odría pensar que las tablas de carácter devocional que pudieran existir en
domicilios privados y ser susceptibles de ventas en almoned as o cesiones
testamentarias pudieron llegar tan lejos como dictase su destino. La fa lta de datos e
informaciones imp ide generar hip ótesis s ólid as, pero por mucho que esa s obras
pudieran cambiar de manos, no creo que llegaran a Francia en n úmero tan
significativo como para g en erar un gusto e interés entorno al pintor. La incapacida d
de dar respuesta a esta conjetura hace aún más sorprendente en contrar su nombre
junto a los grandes baluartes de la historia de la pintura espa ñola.
En el primer cuarto d el siglo XI X cabría d estacar la figura de Fréd éric Quilliet,
autor del Dictio n aire des pein tres spagnoles , publicad o en París en 1816 y ded icado
al duque de Berry. Fue una obra fundamental para la eclosi ón del in terés francés p or
la pintura española pues, a trav és de la recopilaci ón de fuentes an teriores tant o
españolas como europeas, puso en conocimiento de todos aquellos amantes de las
artes un sinfí n de nom bres que hasta ahora no habían tenido trascendencia. En su
introducción, además de hacer un recor rid o po r los siglos X VI y X VII e stablece una
tabla comparati va de p intores esp a ñoles e italianos, estableciendo dependencia de
los primero s con los seg undos. Sorprende q ue a Vargas lo presenta como deud or de
Giulio Rom ano, a Gaspar Becerr a de Daniele da Volterr a y a Ve lá zquez d e Le Brun,
por citar algunos
60
. Las palab ras que dedica al sevillano est án tomadas d e los
precedentes consabidos, p ero no d eja de impresiona r la rotundid ad con la que lo
sitúa al nivel de Rafael, d iciendo d e él que de todos los rivales que pudiera haber
tenido en otras escuelas, ninguno se le po d ía comparar. Sublima su Descendimiento ,
fresco desaparecido sito en el Hospit al de las Bubas, por encima d e cualquier otra
obra de cuantas realizó .
Esta opin i ón la repite Quilliet en otr a interesante publicación, que v io la luz
en Roma, en 1825, Les art s italiens en Espagne […], y que est aba dedicado a la Insigne
Academia Pontificia d e San Lucas. En su p r ólogo, en alusión a su buen q uehacer en
aquella obra refiere: “ puede ser el diseña dor más gran de que jamás ha e xistido ”
61
.
60
QUILLIET, Fr édéric: D ictionnaire
des
peintres
spagnols.
Parí s, 1816, p. XXXV.
61
Añade, ade má s, en una nota, que, si al guna obra se podía equiparar a aquel las piezas ma estras
de Rafael, esa era el Descendi miento del hospital de las Bubas. QUILLIET, Fr édéric: Les
Arts
Italiens
39
Aunque en esta publicaci ón tan sólo recoge art istas italianos, en la descripci ón de
Pérez de Alesio incluyó, además de la manida an écdota, una honrosa aclaraci ó n
entre p aréntesis, para aquellos que aún no conocían a Vargas, de quien dijo ser uno
de los más asombrosos pintores de la escuela españ ola
62
. A pesar del p apel
secundario que ocupó el sevillano en esta publicación d e Quillet, las valoraciones
que hiz o de él eran lo suficientemente j ocosas como para haber despertado el
inter és de historiadores y críticos italian os. Es sorprendente c ómo la historiografí a
italiana ha ignorado a un artist a que se form ó a la sombra de sus grandes nombres
y en uno de los talleres más fecundos de la Roma del Cinquecento. Ello se explicarí a
por la visión centralista, aquella que situ ó el ep icentro d e las artes en el ámbito
florentino y romano, y que desde tiempos de Vasari ha denostado a una prolija
periferia, mostrand o un t ácito desi nterés p or aquello que no se circunscrib ía a sus
parámetros de grandeza. Encumbrar con las letras el talent o de los m ás destacados
artistas fue su gran vi rtud, pero el chauv inismo con que se acrisol ó la visi ón de las
artes fue su notable defecto. H abrá que esperar a los estudios generados a mitad de
la centuria pasada para vislumbrar u n tí mido interés por la causa.
Volviendo a la realidad decimonónica fr ancesa, con un mercado a pleno
rendimiento y unos p intores al alza era d e esp erar que se generaran to da una serie
de publicaciones por y para la sociedad ilu strada, a travé s d e las cuales los
connoiseurs podí an saciar sus inq uietudes u orientar sus decisiones de in versi ón.
Fruto de ese creciente interés y con motivo de la inauguración de la Galería Española
del Museo d el Louvre, a instancias d e Luis Fel ipe de Orleans, Ét ie nne Huard, public ó
en 1839, su V ie complè te des pe intres Espagno ls et historie de la peinture Espa gnole.
El mismo autor recoge en su nota preliminar que la escuela espa ñola es ignota en
Francia y que fue gracias a la apertura de la colecci ón formada por M. Taylor que se
dieron a conocer los cinco o seis primeros nombres de pintores espa ñoles. En su
obra recogió un gr an número de artistas y no es catimó en datos biográficos de cada
uno de ellos. Fue generoso con Vargas de quien d ijo te ner un talent o comparable al
de Rafael y lo situó com o uno de los tres mej ores pintores de Sevilla, a pesar de q ue
en
Espagne;
ou,
l'histoi re
des
artis tes
Italiens
qui
contribuèrent
à
embellir
les
Castille s. Roma, 1825,
p. VIII y 118.
62
Ibidem, p. 39.
40
“ es poco conocido en Francia ”
63
. Esta última afirmación acrecient a lo ins ólito de la
elecció n, antes comentada, de Dezallier d’Arg en ville, en un momento en que Vargas
ni siq uiera tenía en España la entidad como para sit uarse en paralelo a esas grandes
figuras y cuya fortuna crítica era venturosa ya entonces.
En este conte xto artístico y cultur al francés también salió a la luz Histoire des
peintres de toutes les écoles , de Charles Blanc, cuyo tomo dedicad o a la “Ècole
Spagnole ” sirvió para aumentar los conocimientos existe ntes sobre la misma,
gracias a una amplia introducción y a una nutrida recopilaci ón de en tradas
bi ográficas de los artistas esp añoles más significativos [F igs. 3.2 y 3.3]. El primero d e
cuantos se presentan es Luis de V argas,
“ el más antiguo y mas ilu stres de los
seguidores del a rte italiano ”
64
. Para
escribir sobre su vida y obra, como era
de esperar, Blanc tom ó referencias d e
Pacheco, Ceán y Ponz. No obstante, es
63
HUARD, Étie nne: Vie
complè te
des
peintres
Espagnols
et
histori e
de
la
peinture
Espagnole.
Parí s,
1839 ,
p. 153 - 157.
64
BLANC, Charles et al.: Histoi re
des
peintres
de
Toutes
des
É co les.
Éscole
espagno le.
Parí s,
1869 , pp.
1- 2.
Fig.
3.3:
Nacimiento
de
Cristo . Ilus tración incluida en
Histoire des peintres de to utes del é coles, de Charles
Blanc et. all. 1869.
Fig.
3.2:
Luis
de
Vargas.
Ilust ra ción incluida en
Histoire des peintres de t out es del écoles, de
Charles Blanc et. all. 18 69.
41
una publicaci ón muy atractiva por incluir un retrato del artista y un grabado d el
Nacimiento de Crist o, y p or ofrecer información sobre el p aradero de diversas obras
de Vargas, tanto en colecciones privadas como en museos, lo cual me d io pistas par a
encontrar algunas de ellas.
Al igual que la historiografía decimonónica francesa, la inglesa tambié n
conoció de primera mano los escritos esp a ñoles ya refe ridos. Es a partir de finales
del siglo XVIII y, sobre t odo, en el siglo XIX, cuando se va a acrecenta r la curiosidad
por las diferent es escu elas pictóricas, hasta entonces completamente olvidadas,
gracias a una serie de publicacione s que lograron situar a la pintura es pa ñola en un
lugar eminente de la his toria del arte. Una de las p rimeras obras que se acercaron al
estudio de la actividad art ística de los pintores espa ñoles fue la escrita por Richard
Cumberland, intitulada de forma muy sugestiva Ane cdotes of eminent pa inters in
Spain, during the sixteenth and seve n teenth centuries. Publicada en 1 782, dedica una
importante sección a los artistas que trabaj aron para Felipe II en el Escorial. Fuera
de este cí rculo presenta la biografí a de Vargas, “ one of t he gre atest paintes of the
sixteenth century ”, don de toma como referencia clara el texto de Palomino
65
.
Sin embargo, el interés b ritánico por viajar a Es p aña se disparó en el XIX, ese
siglo en que Washington Irving recuperaba la Alhambra p ara la histo ria
66
. Para el
capítulo que me ocupa, sin duda, las aportaciones realizadas p or Richard Ford y
William Stirling fueron las de mayor relevancia. Ford ofreci ó a sus colegas y
contemporáneos una perfecta guía d e viaje, redactadas despu és d e su paso por la
península, dond e d escubrió las costumb res, trad iciones, gentes, el arte y dem ás
elementos p ropios de la id iosincrasia de cada lugar
67
. Pa ra escribir su libro, no s ó lo
se basó en su p ropia experiencia personal, sino que, adem ás, manejó un gran
número de fu en tes anteriores. Para el caso sevillano, entre otras, conoció la Sevilla
Pintoresca de Amador de los R íos o la Sevil la a rtíst ica, d e Colón i Colón. Aunque su
trabajo se incluye dentro del gé nero de “ libros de viajes” , las connotacione s
65
CUMBER LAND, Richard: Anecdotes
of
eminent
painters
in
Spain,
during
the
sixteenth
and
seventeenth
centuries ,
vol. I.
Londres, 1782, p. 1 37.
66
Se da bue na cue nta de ello en KRAUEL HER EDIA, Bl anca : Via jeros
británicos
en
Andalucí a:
de
Christophe r
Hervey
a
Ricard
Ford
(1760 - 1845). Málaga , 1986.
67
Sobre la estancia de Ford en Sevilla , ver HITCHCOCK, Richard: “ R ichard Ford en Sevilla ” , en
MEDINA CASADO, Carmelo y RUIZ M AS, José: Las
cosas
de
Richard
Ford:
estampas
varias
sobre
la
vida
y
obra
de
un
hispanist a
inglés
en
la
Espa ña
del
siglo
XIX . Ja e n, 2010, pp. 193 -208.
42
artísticas son consecuentes a las d escripciones q ue hace de todo aq uell o que vio. Los
frescos de la Giralda estab an p rácticamente perdidos cuando recal ó en la ciudad,
pero pudo d isfrutar de las obras sitas en el entorno cated ralicio. Dijo de Vargas que
se le habí a conocido como el “ Perino del Vaga de Sevil la ”, y calific ó su Alegoría de la
Inmaculada Concepció n, “ this truly italian painting ”, como su obra maestra
68
. Resulta
sorprendente que la es timaci ón que Varg as generó en todos ellos no se haya visto
respaldado por más estudios r ecientes, máxime cuando fue un p in tor situado p or la
cr ítica a la alt ura de los m ás reputad os artist as, hijos de Sevilla, la cual se convirti ó
en un foco d e atracción para nuevos coleccionistas y amantes de las artes. Dec í a
Ford: “ aquí en Sevilla suspiramo s por los excelentes ejemplares de V elá zquez, Luis de
Vargas e, incluso, Alonso Cano; es el mejor l uga r de toda l a pen ínsula para estudiar a
los ma estros de e s ta escuel a, mu chos de cuyos nombres y obras apenas han sido o ídos
en Inglaterra, como Polanco, Valdé s Leal, Varela o Vázquez ”
69
.
Stirling, por su parte, con sus Annals contribuyó de forma más directa al
conocimiento en Inglaterra del arte español, pues su publicación no es un libro de
viajes, sino una recopilación de vidas y obras de diversos artistas hisp anos.
Enamorado d e Sevilla, se deshizo e n elogios h acia ella, especialmente en las carta s
que en vió a su hermana, donde también se aprecia cómo cambió su actitud con el
tiempo y fue, a diferencia de Ford o d e Wells, depurando los conceptos y mitos
románticos y orientalistas, muy presentes en los escritos del primero , que siempre
vio a Esp añ a como “ other ”, o no europea; y mostr ó paulatinamente su p redilecció n
por el arte renacenti sta debido a los vestigios orientalistas que en ella exist í an
70
. En
su capí tulo IV, dedicado a “Artistas en An daluc ía ” , y demostrando un ex traordinario
conocimiento de las fuentes an terior es, incluye un segmento de nombres mucho
más amplio que el q ue diera Ford
71
. Como “ patriarcas de la pintura sevil lana ” se ñal a
68
FORD, Richa rd: Handbook
for
travellers
in
Spain , parte I. L ondres, 1845, p. 181.
69
Ib ídem , p. 192.
70
Por su parte, Wel ls, al describir las antigüedades españolas, se detuvo en la catedral de Sevilla,
en la que se ñala la existe ncia de un retablo en el ángul o sudeste de la misma, obra de Luis de Vargas
como “ one
of
the
founders
of
the
school
of
Seville ” . ARMS TRONG WELLS N athaniel: The
picturesque
Antiquities
of
Spain . Lon dres, 1846, p. 365. Las opi niones en las cartas enviadas a su hermana se
revela n en M c CARTNEY, Hilary: “ Sir Wil liam Stirling Maxwell; Scholar of Spanish Art ” , Espacio,
Tiempo
y
Forma , serie VII, tomo 12. Madri d, 1999, pp. 2 92- 295.
71
También hablará de Antón Pére z, Campañ a, Alfiá n, Juan Bautista Vázquez, Luis Fernández,
Villega s y Cés pedes. STIRLING MAXWELL, Willia m: Annals
of
the
Artist s
of
Spain , vol . 1. Londres,
1848, p. 307- 314. Al final del e ste primer volumen rea liza un repaso por el Arte de la Pintura de
Francisco Pa checo, trata do muy criticado p or el inglé s, del tímidame nte valora la admiración que
43
a Esturmio, Vargas, Campaña y Villegas, pero es a nuest ro pintor al q ue le d edica u n
número de pá ginas considerab lemente mayor. Varg as f ue “ el mejor pin t or de Sevilla
entre Juan S ánchez de Castro y Vel ázquez ”. Aunque pueda estar en lo cierto, con
permiso d e Campa ña, est a afirmación reitera mi asombro por el silencio que las
fuentes hacen de Alejo Fernánd ez, un artista al que casi no se le d io reconocimiento
hasta los años iniciales del siglo XX
72
. Stirling demuestra un extraordinario
conocimiento de las fuentes, así como de la pro pia obra de Vargas, llegando a poner
en duda la at ribución del retrato del Pa dre Fernando Contreras por las
imprecisiones q ue conll eva la cr onolog ía, una observación nunca antes realiz ada y
en la que me detendré llegado el caso. Al igu al q ue tant os otros, consi deró el Ret ablo
de la gamba como el me jor de cuantos había dejado en Sevilla, el cual sólo podía ser
contemplado en los d ías de fiesta, cuando la capilla se iluminaba con velas de cera;
la situación d e este altar del templo metropolitano – as í como la del re tablo del
Nacimiento - no era la más ventaj osa para el disfrute de una pintura que, adem ás,
debía estar enne grecida p or el tiemp o pintor. La situaci ón esquinada y la sucied ad
acumulada fueron encaminand o al pintor al rinc ón d el olvido, a lo q ue tambi é n
contribuyó la pérdida de todas las pintur as al fresco; el agua y el viento que hab í a
desdibujado los contornos y se hab ía llevado l os colores, pareci ó borrar tambi én el
nombre de su autor. Es tambi én el propio Stirling quien se ent ristece al señalar que
apenas está en condiciones de cr ea r una estimaci ón adecuada de Vargas, p ues so n
escasas las obras que se conservan, y ninguno de los frescos, de los que eman ó su
fama, se manten ían para red imirlo
73
. A pesar de tod o ello, lo sitúa a la altura de
Navarrete el Mudo, El Greco y Juan d e Juanes, maestros representantes y
responsables de las escuelas nacionales de p in tura, surgidas en un m omento d e la
historia - el reinado d e Felipe II -, donde. S egún él, las artes alcanzaron el m ás alto
demostró por los pintores c ontemporáneos, lo cua l “ dejaba
en
la
mente
del
lector
una
agradable
impresi ón ” , pero se lamenta de que el tratadista empleara dema siadas páginas en hablar de Zeuxis
y San Lucas en lugar de Luis de Vargas o Juan de Juanes. Ib ídem , p. 477.
72
A dife rencia de Vargas, a e ste reconocimiento ta rdío se le sucedieron un gra n númer o de es tudios
monográficos a lo largo de toda la centuria pasada . La publicación de G IMÉNEZ FE RNÁN DEZ,
Manuel: “ Alejo Fernández Alemá n. Su vida, su obra, su arte ” , Revis ta
Española,
Bético-Extreme ña
o
de
Morón , añ os IX a XX, 1922- 1924, se adela ntó a aque llas que le dedic o Diego Angulo en la década
de los añ os treinta del siglo XX, que marcan el comienzo de su recuperación para la historia de la
pintura sevil lana.
73
Cita una se rie de pinturas que se encue ntran en la colecc ión del de án López Ce pero y un Sa n
Juan
Bautist a loca lizado en la colección de L ord Francis Egerton, prove niente de la Galería de
Orleans, ce rcano, a su parecer, a las pinturas de Perino del Vaga. STIRLING M AXWELL, William:
Annals …
op. cit., pp. 3 13-31 4.
44
techo, pues “ la arquitectura española nunca vol verá a producir u n [Juan Bautista de]
Toledo o un [Juan de] Herrera; Juni nunca será excedid o e n escultura ”
74
.
Este interés francés y británico tuvo su paralelo en Alemania. El propio
Richard Ford recomendaba en 1845 viajar a Espa ña para entender su arte y su
historia. La sugerencia fue recogida por Gustav Friedrich Wagen y Johan David
Passavant quienes a ños más ta rde recalaron en nuestro pa ís, lo que conllev ó una
posterior publicación que contribuiría a la hist oria del arte español. A ntes que ellos,
aunque sin haber pasado por Espa ña, F iorillo escribió Die G eschichte del Mahlerey in
Spanien . Se basó en Palom ino, Ponz y los juicios de Mengs y Jovellanos para escribir
sobre los d iferentes artistas que integ ran su tex to
75
. Uno de ellos era nue stro pin tor;
en est e caso, lo coloca como germen de la “escuela sevillana ” j unto a Torrigiano y
Campaña. Fue él quien abri ó el camino para un gran número de historiad ores y
aficionados como Andreas D. Schepeler, coronel y diplom áti co de Prusia, y Johann
Gottlob von Qu an dt, aficionado al arte y colecc ionista en Leipzig y Dresde, quienes
viajaron a E spaña para d ar cu enta luego de todo ello en send as publicaciones
76
. So n
singulares las observaciones de este último, a quien llamó la aten ci ón que los
guardias y los copistas del museo de Sevilla, ya instalado en el an tigu o convento de
la Merced, fumaran cigarrillos, llenando todo el ambiente de un humo “ mu y
inspirador ”; costumbre est a que gustar ía de im plantar en Dresde
77
. De s u paso por
la catedral, al d etenerse frente a la Ale goría de la Inmaculada Concepción , consideró
incomprensibles los elogios que los entend idos hac ían d e aquella p intura. No
encontró sor prendente el escorzo de la pie rna, pues “ es el único objeto claro de una
pintura oscura ”. Adem ás, la escena representaba la ascen dencia terrenal del
Redentor, una int erpretació n que resultaba “ tan incomprensible para su ment e como
la imagen indiferente pa ra su ojo ”
78
. Estas valoraciones poco en tusiastas, m á s
tendentes a la críti ca que al aplauso , fueron la s que se sucedieron en los dist intos
escritos alemanes, totalmente opuestos a las lisonjas francesas. Aunque existieron
74
Ib ídem , p. 383 .
75
FIORILLO, Johan Domenicus: Die
Geschicht e
der
Mahlerey
in
Spanien . Gotinga , 1806, p. 94.
76
Sche peler recoge un listado de a rtistas pa ra los que da u na sucinta informac ión de su vida y obra.
Incluye a Luis de Va rgas. SCHEPELER, A ndreas D.: Beiträ ge
zu
d er
Geschicht e
Spaniens . Leipzig,
1828, pp. 112- 114.
77
GOTTLOB VON QUANDT, Johann: Beobacht ungen
und
pha ntasien
über
menschen
natur
und
kunst
auf
einer
reise
durch
Spanie n. Leipzig, 1850, pp. 168- 169.
78
Ibidem, p. 184.
45
excepciones, como las de su conte mporáneo Franz Kugler quien, en su manual, dijo
de Vargas ser un pintor “ a quien se elogia como u n sucesor exquisitamente ingenioso
y talentoso de Rafael ”
79
.
La estimación d e Passavant, por su parte, fu e m ás neutra. Pas ó p or Sevilla y
visitó la catedral en repetidas ocasiones. Aunque tuvo acceso d irecto a las obras, su
comentario est á condicionad o por los escritos p recedentes. Así, encomia el
excelente dibujo de Vargas, esp ecialmente en las “ cabeza s muy notabl es y expresi vas ”
del altar del Nacimiento , aunq ue considera que no emplea convenientemente luces
y sombras, una opini ón ya vertid a por Ce án. Por otro lado, es interesante el
testimonio que dejó en relación con el Re tablo de la G amba . Cito textualmente: “ No
puedo dar más detalles acerca de est a renombrada pintura, pues que todav ía debo
creerme mu y afortunad o por ha ber podido conocer el asunto despu é s de cinco visitas,
tal es la oscur idad del sitio en qu e se en cuentr a ”
80
. Con ello respalda lo dicho por
Gottlob von Qu an dt, quien ya habl ó d e la negr ura que ta mizaba la pieza, lo cual no
era fruto d e la voluntad del artista sino consecuencia del emplazamiento y de la
suciedad acumulada a lo largo de los años.
La b aja estimaci ón que el arte renacentista es pa ñol atesoró en los escritos de
estos viajeros e historiadores alemanes se debi ó a q ue todos ellos entendieron que
aquellas mani festaciones no llegaron a ser nunca genuinas, sino que eran una
mescolanza de influjos flamencos e italianos que no transmutaron en formas
idiosincrásicas puras. La independencia llegará en el siglo XVII, moment o en el que
se expresa lo típicamente español, algo de lo qu e Carl Justi se convirtió en auténtico
descubridor
81
. Por tanto, el siglo XX irrumpió con dos te ndencias dispares. Frente a
los alemanes, el juicio favorable de los autores franceses y brit ánicos conllevó
ininterrumpido pres ti gio para un Vargas ensalzado en la triple condici ón de
ciudadano ilustre, artista pia doso y pintor ejemplar. A lo lar go de lo s siglos XVII,
79
KUGLER, Franz T. : A hand-b ook of the Hi story of Painting , Lond res, 184 6, p. 798.
80
El comentario de la obra de Vargas está ligado a la de otros artistas españoles en q uienes fue
determinante la influencia italiana , como Alonso Be rruguete o Blas de Prado. PASS AVANT, Johan n
Dav id: El
arte
cristi ano
en
España . Sevil la, 1877, pp. 241 - 243.
81
No ob s tante, aunq ue publicó va rios es tudios s obre arte español, se interesó en primera instancia
por artistas y obras extran jera s existe ntes en nuestro pa í s, al igual que ya hicieran Passava nt y
Waage n, llegando a figuras c omo El Greco, Murill o, Zurbarán o Velá zquez a finales de la década de
los oche nta. Su monografía de Velázquez fue publica da en 1888 y un trabajo sobre Murillo vio la
luz en 1892. HELLW IG, Karim: “ Carl Justi y los c omienzos de l os estudios sobre A rte Españ ol en
Alema nia ” , pr ólogo de JUSTI , Carl: Velázquez
y
su
siglo. Ma drid, 1999, pp. 13 - 14 y 17 - 18.
46
XVIII y XIX se le dedicaron emotivas palabras, pero las cobas a su arte que las fuentes
españolas y francesas le brind aron no tuvieron repercusiones en estud ios de
en tidad y su figura qued ó relegada a un segundo plano. Por ello, quizá fue el peso de
la tradici ón alemana, a la v an guardia de los estudios hist órico-artísticos, y su recio
dictamen, unid o al escaso n úmero de obras conservadas, y a la en tidad alcan zada
por V el ázquez o M urillo, m áximos baluar tes del arte espa ñol y sevillano,
respectivamente, los factores q ue terminaron por ente rrar el recuerdo d el pintor,
que junto a colegas quinientistas como Alejo Fern ández, Campaña, Villegas
Marmolejo o Alonso V ázquez, se vieron avocados a la proscripci ón por una
historiografía más interesada en lo barroco.
Es también en las p rimeras d é cadas d el siglo XX cuando la “escuela sevillana ”
de p intura será atendida d esde sus or ígenes. Tomando el testigo de sus
predecesores, fue un alemán quien d ecidió abo rdar un estudio q ue ahondara en su
conocimiento: el libro de August L. Mayer, publicado en 1911, recuper ó nombres
olvidados y abrió la senda a las futuras investigaciones. Además de las fuentes
tradicionales ya citadas, hizo uso de l Ensayo de Gestoso p ara completar aquellas con
los dat os d ocumentales por él obt enidos d e sus p esquisas en los archivos sevillanos.
En relación con la figura de Vargas y frente a los encomios franceses, el alem á n
rebajó el ton o y situó las habilidades d el sevillano muy por debajo de aquellas
demostradas por Campaña
82
. E s más, escribi ó : “ A juzgar por el dibujo de Pacheco, el
rostro del maestro tenía algo de aburrido ”
83
. Entronca así con la impresión que
generó la obra d e Vargas en su compatriota, Carl Justi , verdadero pionero de las
investigaciones sobre el arte espa ñ ol en la Edad Moderna y “ primero de los
hispanistas del mundo entero ”, como escribi ó El ías Tormo en su necrológica
84
.
Algunos años an tes, en 1888, p ublicaba su imprescindible Diego V elazquez und sein
Jahrhundert donde, al analizar el contexto art ís tico sevillano preceden te, recoge un
82
Al fla menco le dedicó alguna s páginas en su Miscelá neas , donde no se encue ntra referencia al gina
a Luis de Vargas. JUSTI, Carl: Miscellaneen
aus
drei
Jahrhunderten
spanischen
Kunstlebens , vol. I.
Berlin, 1908, pp. 336 - 343.
83
MAYER, August L.: La
escue la
sevillana
de
pint ura:
aportaci ones
a
su
histori a.
Ed. Sevill a, 2010, p.
109.
84
BONET CORREA, A ntonio: “ La origin a lidad e identidad del arte espa ñ ol según Carl Justi ” , en
BONET CORREA, A ntonio, KAR GE, Henrik y MAIE R A LLEN DE, Jorge (coord.): Ca rl
Justi
y
el
arte
españ ol . Madrid, 2 015, pp. 14 - 15.
53
La exposició n Fontainebleau e la maniera italiana , comisariada por
Ferdinando Bologna y Bruno Molajoli, y celebrada e n N ápoles en 1952, puso el foco
no sólo en la difusión que hab ían alcanzado p or toda Europa las formas de la manier a
sino también en el gran n úmero de artist as que llegaron a Italia con intenci ón de
mejorar el aprendizaje recibido en los talleres locales. El manierismo ibérico se alzó
en la palestra gr acia s a la recuperaci ón de aq uellos artistas espa ñoles d el
Cinquecento que dec idieron v ia jar a la península itá lica para “ ver y aprender” ,
focalizándose el inter és inicial en esos que F rancisco de H olanda llamó “las águilas
del Renacimien to ” . Longhi recuperó las figu ras d e Alonso d e Berruguete y Pedro
Machuca, mien tras que Bologna recordaba al malogrado Pe dro de C ampa ña, u n
artista totalment e relegado
104
. Indirectamente, ambos mentaron en sus escritos a
Luis de Vargas, como uno de aquellos es p añoles que refinaron su arte junto a
eminentes pintores y por ser el causante del viraje italiano en la producci ó n
sevillana d el bruselé s, quien no pud o haber conocido muchos modelos d e Salviati o
Vasari de no haber sido por los dibujos que aquel por ta ra consigo desde Italia hasta
su patria. E n esta misma lí nea, d os años más ta rde, And reina Griseri volvía a poner
el foco sobre Machuca y Campa ña, resaltando los pré stamos que ambos obt uvieron
de Perino del Vaga, en un art ículo que cierra v agamente con el recuerdo d e Vargas,
al que refiere como “ vasariano convinto ”
105
. Ahondará en su estudio un par de añ os
más tarde, a ñadiendo nuevas ap ortaciones a ese manierismo ibérico tan en boga en
estos momentos, q ue sumaba nombres como Ju an d e Juanes o L uis de Morales
106
. En
lo que respecta al pin tor hispalense, la estudiosa, por primera vez, lo inserta en la
órbita perinesca en conexión con otros artistas a los que deb ió conocer a su paso p or
Roma. Ortodoxos miguelangelescos como Battista Franco o manie ristas má s
liberales como Prospero Fontana o Bartolomeo Passarotti, tambi én debieron ser
referentes p ara él, como se dest ila del rigorismo d e sus obras catedralicias, al igual
que de las d e Marc elo Venusti. Frente a los estudios puramente formalistas que s e
estaban d esarrollando en Sevilla, los historia d ores italian os afina ro n el ojo para
104
BOLOGNA, F erdinando: “ Oss ervazioni su Pedro de Campa ña ” , Paragone , nú m. 43 . Fl orencia,
1953, pp. 27 - 49.
105
GRISERI, Andreina: “ Perino, Mac huca, Campa ña ” , Paragone , nú m. 85. Florencia, 1957, pp. 13 -
21.
106
GRISER I, Andrei na: “ N uove schede si ma nierismo iberic o ” , Pa ragone , nú m. 113. Flor encia, 1959,
pp. 33 - 43.
54
descubrir en las formas aquello que los documentos no contaban, un hecho que bien
refleja el curso de la metodología a uno y otro lad o del Mediterráneo.
En estos mismos a ños, Angulo publicaba su tomo de la serie Ars Hispanie
dedicado a la pintura renacentista, donde dedica un extenso texto al sevillano
Vargas, del que dice “ haber pen etrado en l a historia del arte sevillano co n e l nimbo de
semidiós ”
107
. Recuperó escritos an teriores y fue obj etivo en sus juicios , sin caer e n
reverencias d esmesuradas ni en críti cas acuciantes. A diferencia d e otros que le
precedieron, consid eró que el Retablo del Nacimiento fue su obra más perfecta, cu ya
figura mariana no duda en situar como p osible mo delo, por su r ecogimient o y
elegancia, de las Concepciones de Martíne z Monta ñé s, al tiempo que subraya la
precocidad del rompimiento de gloria que preside la tabla, “ un o de los más antiguos
que contemplaron los sevillanos ”, y resalta el inter és del p intor p or los motivos
secundarios, tratad os de forma natu ralista, en una encomiable observaci ón de la
realidad inmediata, comparable a la d e un primitivo flamenco o un animalista
holandés del siglo XVII. Cit ó otras obras de su producción, a p esar de ser de menor
calidad, como el retablo de Santa Mar ía l a Blanc a , los P reparativos de la cru cifixió n
de Filadelfia y una Purificación que se encontraba en la colección Bárcenas de
Madrid, hoy propiedad del M useo de Bellas Ar te s d e Sevilla, donde se expone
108
.
Mencionó otro cuadro, cuya imagen no reprodujo: una V irgen propiedad de la
Marquesa de H oyos, que pudiera ser la Inmaculada con el Ni ño , hoy en colecci ó n
particular
109
. Fue también a él quien p ermitió con ocer físicamente una V irgen con el
Ni ño, San Juanito y Santo Dom ingo , tabla firmada y fechada por Vargas en 1566: un
auténtico rara avis
110
. No obstante, est a pie za ya f ue dada a conocer a ños an tes por
Gaya Nuño en La pin tura espa ñola fuera de Espa ña , quien la sit úa en la colecció n
escocesa S tirling-Maxwell, aunque su proveniencia m ás antigua conocid a era l a
Galería E spañola de Luis Felipe de Orleans
111
. Asimismo, Gaya Nuño recu peró para
107
ANGUL O ÍÑ IGUEZ, Diego: “ Pintura de l Renac imiento ” , en ARS
HISPANI E , vol. XV. M adrid, 1954 ,
pp. 211 - 216
108
La Pu rificaci ón también la recoge el profesor Enrique Valdivieso en su Historia
de
la
pintura
sevillana , pero no la relaciona ni identifica c on la ob ra e xpuesta en el Museo de Bellas Artes,
considerándola una obra pe rdida, como él mismo me co mentó.
109
Se anal iza en el capítulo correspondiente
110
ANGUL O ÍÑ IGUEZ, Diego: “ Luis de Vargas: Virge n con el ni ño y santos, fi rmada 15 66 ” , Archi vo
Españ ol
de
Arte , tomo XLVI, nú m. 181 - 184. Ma drid, 197 3, p. 188.
111
GAYA NU Ñ O, Juan Anton io: La
pintura
españ ola
fuera
de
España
(Hist oria
y
Catá logo). Madrid,
1958, p. 51.
55
el cat álogo del pin tor los P reparativos de la Crucifixión , ya entonces custodiados en
el Philadelphia Art Museum, y una Anu nciación d el Fogg Art Museum, perteneciente
a Hardvard University [Fig. 3.4]
112
. Recoge, además, una obra que, habiendo sido
atribuida a Varg as por Elías Tormo, d entro de su desconocida produ cción italian a,
por encontrarse en la romana iglesia de Trinità d e via Condotti, fue r etirada de su
catálogo por Angulo
113
.
Es entonces cuando Angulo y P érez Sánchez comenzaron el vasto p royecto
de reunir un corpus de dibujos espa ñoles, con inte nción de estudiarlos en
profundidad, una tarea ingente a la vez q ue necesaria. A consecuencia de sus
esfuerzos, investigaciones y estudios, se public ó el primer volumen e n 1975, el cual
contribuyó de forma inestimable al conocimient o de la producci ón gráfica de Vargas,
una cuestión hasta entonces
inexplorada
114
. No obstante, en
la Mostra di disegni spagnoli ,
celebrada en los Uffizi un par
de años antes, se expusieron
por primera vez dos d ibujos
atribuidos al pintor, siendo
Pérez Sánchez el encargado de
realizar las fichas
catalográficas de un Ni ño Jesús
-copia d e la Pala Baciadonne de
Perino- y u na Virgen con el Ni ño
-en cuyo v uelto aparec ía la
misma iconografía, más un
estudio de dos cabezas
femeninas
115
. E stos mis mos
112
El estudio y an álisis de esta pieza nos ha llevado a descartarla como obra de Va rgas, de ah í que
no se cite má s en esta tesis.
113
TORMO, El ías : Monume ntos
de
españoles
en
Roma
y
de
port ugueses
e
hispanoa mericanos . Madri d,
1942, p. 39 .
114
ANGUL O, Diego y PÉREZ SÁN CHEZ, Al fonso E.: A
corpus
of
Spanish
Drawings , vol. I, 1400 - 1600.
Londres, 1975.
115
PÉ REZ SÁNCHEZ , Alfonso E .: Mostra
de
disegni
spagnoli.
Gabinetto
di
disegni
e
stampe
degli
Uffizi.
Florencia, 1972, pp. 43 - 44. Estos mismos dibuj os, junto un San
Sebasti án , hoja proveniente de la
Biblioteca Nacional, fueron de nuevo reu nidos en la exposic ión celebrada en 1995- 1996 en el
Fig.
3.4:
Anunciació n.
Luis de Vargas (atrib.), h. 1560. Fogg Art
Museum, Boston.
56
fueron reco gidos en s u Corpu s of Spanish Drawin gs , donde ad em ás se daban a
conocer tres hojas hasta en tonces in éd itas, al tiempo que pon ían en duda otros d os
dibujos cuya autoría ha sido finalmente des mentid a. El catálogo de diseños del
pintor sevillano se fue a mpliando de forma lac ónica a lo largo de los a ños, gracias a
los sucesivos trabaj os de Pérez Sánchez, quien encontró en el profesor Benito
Navarrete un colaborador de excepci ón. Ambos tomaron p arte en la creación del
Álbum A lcubierre , donde se rescataban d ibujos provenientes d e las colecciones de la
Sevilla ilustrada
116
. En él d ieron a conocer un dibujo inédito, con las ninfas Cal íope
y Euterpe de la S ala Paolina de Castel Sant’Angelo, que por su tem á tic a evid enciaba
la presencia de Vargas en el taller de Perino y por la t écnica y el sopor te , en papel
azulado r esaltado con c lari ón, conectaba con las p alabras que dejara e scritas Ce á n
Bermúdez sobre la for ma de proceder gráficamente d el sevillano. A su cat álogo de
dibujo vendría a sumarse otro p ar, en est e cas o atribuido por la historiadora belga
Nicole Dacos, cuyas atribuciones siembran importantes dud as, a pesar de que
Navarrete las respald ó
117
. Mayores certezas se desprenden de los dise ños ap ortados
en una de las grand es contribuciones al estudio d el p intor en los últim os a ños. Fruto
de una ard ua investigaci ón, Navarrete consig uió cribar d e los vasto s fondos del
Gabinetto di disegni e stampe de la Galería de los Uffiz i, cuatro hojas aut ógrafas de
Vargas, hasta entonces confundidas como dis eños de Cristofor o Roncalli, conocido
como il Pom aranccio
118
. Gracias a este proyecto, llamado a descubrir los d ibujos
españoles existentes en una de las in stituciones m ás p rolijas en la materia, el
historiador esp añol pudo realizar una de las ap ortaciones m ás imp ortantes al
catálogo de Vargas de los últimos tiempos y que entroncaba con el elocuente est udio
con el que a ños atrás h abía ahon dado en los préstamos reconocibles de Salviati en
Hospital de los Venerables . PÉREZ SÁN CHEZ, Alfonso E. y NAVARETE, Benito (coord.): Tre s
siglos
de
dibujo
sevillano . Sevilla , 1995, pp. 19 y 51 - 52.
116
NAVARR ETE, Benito y PÉREZ SÁN CHEZ, Al fonso E. (c oord.): Álb um
Alcubierre.
Dibujos.
De
la
Sevilla
ilustrada
del
Conde
del
Águila
a
la
colecció n
de
Juan
Abelló. Madrid, 2009, p p. 46 - 48.
117
DACOS, Nicole : “ Aller a pr e ndre à peindre à Rome envenant des a nciens Pays -Bas ou de la
péninsule iberique. Un essa i de périodisatio n, l ’ exe mple de Luis de Vargas et un Faux ” , en REDON DO
CANTERA , María José ( coord.): El
modelo
italia no
en
las
artes
pl ásticas
de
la
Península
Ib éri ca
durante
el
Renacimie nto . Va lladolid, 2004, pp. 11 - 40. A la producc ión gráfica de l pintor se añadió
con é xito un Apunte
de
guerr ero , adquirido por el Muse o de Bellas Artes de Córdoba. GARCÍA DE
LA TORRE, Fue nsanta: Di bujos
del
Museo
de
Bellas
Artes
de
Córdoba . Córdoba, 19 97, pp. 42 - 45.
118
El proyecto de investigac ión tenía por objetiv o de scubrir los dibujos e spañoles que se e scondí an
en los fondos del Gabinetto, bu CE ÁN do en la proveniencia de los mismos para poder descubrir a
sus autores y antiguos propietarios, entre quienes s obresalió la eminente figura de Emilio Santarell i.
NAVARR ETE PRIETO, Benito ( coord.): I
Segni
nel
tempo . Dibujos
españoles
de
los
Uffizi . Madrid,
2016.
57
la obra d el sevillano, un análisi s cer te ro, que lo puso en la senda de nuestro pin tor y
que ha d e ser paradigma de las futuras investigaciones que a ún están por escribir
119
.
Más allá de las contribuciones a su cat álogo de dibujos, no han ap arecido
nuevos cu ad ros v in culables a sus pinceles y todas las publicacione s sucesiv as en las
que se recogían datos d e su vida y obra no han sido particulares ni exclusivas. Los
libros y manuales referentes a las artes pl ásticas de la España rena ciente no lo
olvidaron, y los comentarios lo insertaron dentro de nociones características, sobre
todo referentes a la imagen religiosa d el segundo tercio del si glo XV I, en
correspondencia con otr os artist as como Juan de Juanes o Luis de Morales
120
. Má s
interesantes fueron las reflexiones r ealizadas por Fernand o Mar ías en su El largo
Siglo XVI, quien alabó su figura como introductor del ambiente rafaelesco y
miguelangelesco en la ciudad, valorando su capacidad para el tratamiento de los
escorzos, el movimient o, el reto del desnudo o la buena gestión de la den sidad
compositiva instalada en el espacio pictórico
121
.
Aunque hasta ahora se le ha prestad o atención de manera muy subsidiaria, y
ning ún especialista l e ha dedicado un estudio i nd ividualizado, es preci so recordar e
incidir en la importancia de la figura del profesor Juan Miguel Serrera, esencia l par a
los estudios de pintura sevillana renacentista -referente fundamental, lástima no
haberlo conocido. Dedicó su vida a la investig ación, unid a a una incansable labor
docente q ue tan sólo se vio inte rrumpida por un b reve par éntesis de tres a ños en los
que fue Je fe del Depar tamento de Pint ura Espa ñ ola d el Museo del Prado
122
. Sus
estudios no s ólo se circunscribieron al siglo XVI, sino que ta mbién se in teresó e n
desentrañar los secr etos de las manifes taciones barrocas como tambi én pretend í an
Enrique Valdivieso, José Fernández López o Francisco Oller o Lobato, si emp re mejor
avenidas que sus predecesoras renacentistas. Dedic ó su tesis a Hernand o de
Esturmio y la pintura s evillana de su época, a la cual no he podid o tener acceso. No
obstante, las sucesivas p ublicaciones en su haber desgranan contenidos
119
NAVARR ETE, Benito: “ Sal viati como model o: su influencia en Luis de Vargas ” , BSAA
Arte, vol.
LXXV. Valladolid, 2009 , pp. 115 - 126.
120
CHECA, Fernando: Pintura
y
escultura
del
Renacimiento
en
Españ a.
1450 - 1600 . Madr id, 1983, p.
243
121
MAR ÍAS, Fernando: El
largo
siglo
XVI.
Los
usos
artí sticos
del
Renacimiento
españ ol . M adrid, 1989,
pp. 338 - 340
122
MORALES, Alfredo J. y SER RERA CONTRERA, Juan Manuel: “ Juan Miguel Serrera (1943-1998),
historiador del Arte ” ,
Laboratori o
de
Arte , nú m. 12. Sevil la, 1999, pp. 13 - 26.
58
relacionados y que son de inter és para este proy ecto de te sis, especialmente por lo
que al contexto se refiere. Recuperó la figura del pintor holandés y actualizó la obra
de Villegas M armolejo, recor d ó al portugués Vasco Pereira, buscó la o bra dispersa
de Pedro de Campañ a, de q uien dio a conocer nuevas tablas y dibujos, se interes ó
por la obra de Alonso V ázquez en Mé xico, y val oró la figura de Arias Montano en el
ambiente art ístico sevillano, entre otros mu chos asuntos. La figura de Vargas
únicamente d espunta en su capí tulo dedicado a la p intura del siglo XVI en la cat edral
de Sevilla, parte del vasto monográfico que se dedicó a la mag na hispalense. Recoge
informaciones precedentes, evidencia el manejo de las recientes publicaciones
italianas, analiza desde la erudici ón del ojo experto los retablos all í p resentes y
añade p recisas valoraciones cualitativas, desvelando nuevas y posibles relacione s
del sevillano con otros i ta lianos, más allá de Pe rino, Vasari o S alviati, conectando su
obra con Giovanni Battista Naldini, Marco Pino o incluso Rosso Florentino
123
.
A pesar d e su reducida extensión, este era el texto m ás preciso y elocuente
que se había publica do del pintor hasta la fecha. Le sigui ó la entrada recogida en
Historia de la P intura Sevillana , p ublicación de su compa ñero, el profesor Enrique
Valdivieso, la cual continúa sien d o obra de referencia, a pesar d e las carencias
documentales, algo que también ocurría en los escritos de Serrera -poco amigos
ambos d e los archivos. E n su libro presenta al pintor con un recopilat orio de
informaciones y noticias ya conocidas, algunas muy trilladas, e in cide m ás en la
descripción que en el análisi s profundo de sus cuadros, pero la visi ón de conjunto
que consigue dar y la s íntesis que realiza de seiscientos a ños d e historia es
verdaderamente encomiable
124
. Trascendió el localismo sevillano p ara recibir un
reconocimiento internacional que lo prestigi ó como indiscutible investigador
barroco, al tiempo que sus alumnos -entre los que tuve la suerte de encontrarme -
disfrutaban de su entusiasmo d ocente. A unq ue su campo fund amental d e estudios
orbitó entorno a la pi ntura del siglo XVII, contribuy ó de forma tra scendental al
conocimiento d e las colecciones pict óricas sevillanas, tanto p úblicas como privadas ,
participando en su catalogación y d ifusión en un momento en el que estab a tod o por
hacer. No obstante, tambié n ha te nido tiempo para escribir sobre la pintura sevillana
123
SERRER A, Juan Miguel: “ Pinturas y pintores de l siglo XVI en la Catedral de Sevilla ” , en La
Catedra l
de
Sevilla . Sevilla, 1985, pp. 391 -394.
124
VALDIVIESO, Enri que: H istoria
de
la
Pintura
sevillana . S evilla , ed. 1992, pp. 78 - 84.
59
de la centur ia precedente. En este sentido , su última contribución fue la monog rafí a
dedicada a Pedro de Campa ña, publica da con motivo de la extraordinaria
restauración que se hizo del r etablo de Santa Ana de Tr ia na, a la q ue precedieron un
par de publicacione s que, sin apenas aportar nada nuevo, versan sobre las artes del
pincel en la ciudad durante el reinado de Carlos V
125
. Y un apunte más; es también a
él a quien se debe la en trada de Luis de Vargas que puede leerse en la web de la Real
Academia d e la Historia, d onde pone al p intor en conocimiento del gran p úblico,
haciendo un recorrido por algunas de sus principales obras
126
.
Serrera y Valdivieso partici paron en la exposici ó n Velázquez y Sevilla ,
comisionada por Alfredo J. Morales, con sendos cap ítulos en el catálogo de est udios
que a ella se dedicó
127
. De nuevo Vargas sal ía a colación en relación con Velázquez,
pero en este caso en un escenario que bien p odí a haber contribuido a la
revalorización y redescubrimien to, ta nto de nuestro arti sta como de otros
contemporáneos como Campaña o Villegas Marmolejo. En est a exposici ón, por
primera vez, se exhib ían obras del p intor fuera de sus localizaciones habituales -más
concretamente la Presentación en el Templo , p ropiedad de la pinacoteca sevilla na y
la Piedad , tabla central del r et ablo custodiado en Santa M arí a la Blanca - y llegaban a
Sevilla dibujos nunca an tes mostrados en la ciudad, prov en ientes de Budapest,
Hamburgo y M adrid. Además de ser la primera gran exposici ón que la ciudad le
dedicaba a su buque insignia de la pin tura, por lo cual ya me rece la p ena ser
recordada y ensalzad a, es conveniente subrayar el acertad o protagonismo que en
ella se dio a los p rec ed entes de Velázquez. Eclipsados por las s ombras que
desplegaban sus colegas barrocos, los artistas renacenti stas eran d esconocidos para
el gran público y sus manifestaciones plá sticas apenas eran apreciadas. Esta muestr a
desempolvó a aquellos viejos artistas y los referenció junto a los hijos más egregios
de su historia. Sin embargo, no lo gr ó despertar el inte rés por renovar los estudios y
125
VALDIVIESO , Enri que: “ La pintu ra sevill ana dura nte el reinado en Es paña del empe rador Carlos
V (1500- 1558) ” , en PI ÑE RO RAM ÍREZ, Pedro Manue l y W ENTZLA FF-EGGEBER T, C hr istian ( coord.):
Sevilla
en
el
imperio
de
Carlos
V:
encrucijada
entre
dos
mundos
y
dos
épocas . Colonia, 1991, pp. 105 -
120
126
REAL ACADEMIA DE LA HISTORIA. “ Luis de Varga s ” : http://dbe.rah.es /biografias /4957/luis -
de -va rgas [Consultado el 08/06/20]
127
SERRERA, Juan Miguel: “ Vel á zquez y la pintu ra sevilla na de su tiempo ” , en MORALE S, Alfredo J.
(coord.): Velázque z
y
Sevilla . Sevilla , 1999 , pp. 51 - 59; VALDIVIE SO, Enrique: “ Ve l á zquez y l os
pintores se villanos hasta 1563 ” , en MORALES, Al fredo J. (coord.): Velázquez … op. cit., pp. 61 - 75.
60
potenciar nuevas investigaciones, en un c amp o de trabajo fertil ísimo que
únicamente cultivaba el profesor Serrera.
Entre los historiadores extranjeros, los mej ores conocedores del sevillano
fueron Nicole Dacos y P ierluigi L eone de Castris, a los que se deben a ñadir, por sus
contribuciones en los úl timos años Giovanna Sapori e in cluso Vitor Serrao. Siempre
de forma aneja y nun ca protagonista, Vargas no deja de aparecer en aquellas
publicaciones que buscaban desvelar nuevos datos y actualizar los estudios
relativos a p intores intrépid os que llegaron a la pen ínsula italiana con in tereses
formativos o a las relaciones entre Esp aña e Italia, estud ios est os muy bien avenid os
en los últimos lustros i mpulsados gracias a exposiciones, ciclos de conferencias u
obras conjuntas. Fue el caso d e la publicaci ón coordinada desde la Un iversità Roma
Tre por la pro fesora Gi ovanna Sapori, en 1999 . Contribuy ó, ademá s, con un texto
que versa sobre la presencia de artistas españoles en Roma despu és del Saco
128
. A
los conocidos Rubiales y Becerra, mejor consid erad os por la historiografía italiana
debido a su presencia en el texto vasariano, no se olvida del sevillano, de quien
recuerda algunas obras y diseños que le permiten situarlo en tre los co laboradores
de Perino en Castel Sant ’ Angelo y considerar su cercan ía con Siciolant e, tambié n
ayudante del florentino en la empresa Paolina. Aunque sus últimos est udios se han
centrado en la decoración muraria de la Roma quinienti sta, así como en los artistas
flamencos y ale manes que por ella pasa ron, no ignor ó a Vargas, estando atenta a
posibles nuevas obras que se le p uedan atribuir, como de reciente ha puesto de
manifiesto con una tab la que se encuentra en la Walker Arte Gallery d e Liverpool,
con los Santos P edro, Pablo y J er ónimo , tradicionalmente asociada a los pin celes de
Vasari
129
.
Estos tí midos, escasos y sucintos acercamientos a la obra del sevillano se
vieron revitalizados gracias a Nicole Dacos, aunque es preciso atender a sus
hipótesis con reservas. Figura clave en el estudio y conocimiento de la Domus Aúrea,
128
SAPORI, Giovan na: “ Pittor i spagnoli a Roma dopo il Saco ” , en ROSA PIRA, Pina y SAPORI,
Giovanna: (coord.): I talia
e
Spagna
tra
Quatroccento
e
Cinquece nto . Roma, 1999, p p. 204 - 226
129
La obra fue adquirida en 1842 en Roma a Luca Massimi y Virginia C olonna Mass imi, hija de
Giulio Colonna. Si se pudiera confirmar la proveniencia romana de la tabla, y garantiza r su
atribució n, s ería una obra a tener en cuenta como parte de su es tancia ita liana . SAPORI, Giovanna:
“ Maestri, botteghe , équipes nei pa lazzi romani: Perin o del Vaga , Vasari e Zuccari ” , en CONFORTI,
Claudia y SAPORI, Giovan na (coord.): Bollet tino
d ’ arte,
volumen
speciale:
Palazzi
del
Cinquecento
a
Roma . Roma, 2016, p. 44.
61
sus mayores contribu ciones se produjeron en el campo de los intercambios
artísticos entre Italia, E spaña y los Países Bajos, ponie ndo un foco especial en el viaje
de aprendizaje trazado por los pintores europeos del siglo XVI
130
. Aunque su
investigación se cen tró en artistas belgas, en un primer momento, sus estud ios se
hicieron extensivos a pintores de otras procedencias, lo que le llevó a situar los ojos
sobre Machuca, Rubiales o Vargas. Habr á que esp erar hasta 2004, para que se le
conceda al pintor sevillano un cierto protagonismo individual
131
. En una obra
conjunta titulada El modelo italiano en las artes pl ásticas de la Pen ínsula Ibérica
durante el Renacimiento , donde, de nuevo, se pon ía en valor la fl uctuación de
modelos e influencias entre Italia y Esp aña
132
, Dacos contribuía con un capítulo que
ampliaba el conocimiento de la obra d e Vargas con nuevas hip ótesis y atribuciones,
derivadas del an álisis de sus obras y las conexione s que se pod í an establecer con
otros artistas formados en la bottega de Perino, como Pe llegrino Tibaldi o Domenico
Zaga, nombres que apenas hab ían resonado en la escueta bib liografía del sevillano.
Los ap ortes aq uí realizad os, se completaban en las p á ginas que le reservó en su
Viaggio a Roma , su última gran publicación
133
. Se centr ó en desentrañar posibles
obras de Vargas en I ta lia, ya fueran dibujos, atribuidos en base a las concomitancias
que presentaban con obra s d e Perino, as í como en asociar a su p incel d etalles de
frescos o tablas que contaban y cuentan con otras atribuciones, quedando hasta e l
presente desoídas por los especia listas italianos sus propuestas al respecto. Sobr e
el valor anticuario d e la obra de Vargas, y ciertamente en l ínea con lo expuesto por
130
En rela ci ón con sus investigaciones con la Domus Aurea, no se deben ol vidar las grandes
aportaciones que hiz o la historiador a belga al estudio de los paisa jes de ruinas. DACOS, Nicole :
Roma
quanta
fuit:
tre
pittori
fiamminghi
nella
Domus
Aurea. Roma, 1995.
131
DACOS, Nicole : DACO S, Nic ole: “ Aller apprendre à pei ndre à R ome en venant des anciens Pay -
Bas ou de la Péninsule Ib é rique: un e ssai de périod isation, l' e xemple de L uis de Vargas et un faux ” ,
en REDONDO CANTERA , María José (coord.): El
modelo … op. c it., pp. 11 - 97
132
En esta misma l ínea se inscribe el congreso interna cional desa rrollado en la ciudad del Tíber
por la Real Academia Española y que lle vaba por títu lo Roma
y
Espa ñ a.
Un
crisol
de
la
cultura
europea
en
la
Edad
Moderna , donde se abordan las relaciones entre a mbos territorios desde el
punto de vista pol ítico, socia l y cultural con estudios prec isos y muy e locuentes, pero que olvida ron
al sevillano, no as í al impresor A ntonio de Salama nca, al pintor Gaspar Bece rra o al músico Cristóbal
de Morales. Es muy interesante el e studio de Manuel Vaquero Pi ñeiro sobr e la comunidad espa ñola
estante en Roma en los añ os anterio res y poster iores al Sa co. Permite obtener una vis ión de a quello
que pudo encontra r Luis de Vargas al l legar a la ciudad. O la co ntribución de Be goña Alonso R uiz
sobre la iglesia de Santiago de los Espa ñoles. HERN ANDO SÁNCHEZ, Carlos José (coord.): Ro ma
y
Españ a.
Un
crisol
de
la
cultura
europea
en
la
Edad
Moderna.
Madrid, 2007 .
133
DACOS, Nicole : Viaggio
a
Roma . I
pittori
europei
nel
‘ 500 . Roma, 2012, p p. 93 - 97. Fue muc ho
más af ín al estudio de su c ompatriota Pedro de C ampa ñ a, al que dedicó nume rosas publica ciones,
y del que de svel ó parte de sus primeros añ os de formaci ón junto a Van Orley, dand o, asimismo, a
conocer nuevas obras y dibujos que a ún hoy se mantienen en su catál ogo.
62
la historiadora belga se sit úan los com en tarios que el profesor Luis M énd ez v erti ó
sobre el pin tor en su libro acerca d e Velázquez y su tiempo. A l igual que ocurriera
en los escritos de Justi, Vargas en cuentra aco modo en los comentarios referidos a
los precedentes del gen io barroco ; en este caso , el autor incide en las r eferencias a
la an tigüedad que existen en algunas d e sus obras, lo cual le sirve como p retexto
para d esarrollar un aná lisis sobre la cultu ra humani sta y el progresivo inter és que
se dio por el coleccion ismo de antigüedades entre la erudición y la aristocracia
sevillana del siglo XVI, al tiemp o que se interesa por lo que pud o contener aq uel
cuaderno de dibujo - Libro de sus secretos , que d irí a Pacheco- que se trajo de Rom a y
del que nada ha quedado
134
.
La transculturalidad, la deriva de influencias y las fl uctuaciones art ísti cas
entre Roma y España es un tema que contin úa suscitando est udios; es una l ínea de
investigación que sigue vigente y sobre la q ue perpet úan nuevas ap ortaciones
remarcables. En 2018 se public ó Roma e gli art ista st ranieri. Integrazione, reti e
identitá (XVI-XXs.), último eslabón de la cadena de est udios que se ini ci ó a mitad del
siglo pasad o y que p ermite ampliar la senda marcada por Dacos, en la cual bien
podría en cuadrarse parte de este proyecto d e tesis. Uno de sus cap í tulos, escritos
por Pi er Baker-Bates, vuelve de nuevo los ojos hacia los artistas espa ñoles qu e
pasaron por esa “plaza del mundo ” , recor d ando en tre aquellos al sevillano Varg as,
al que apenas dedica una mención
135
.
Si Dacos inte ntó aportar m ás d atos sobre el soggiorno romano de Vargas,
Pierluigi Leone de Castris focalizó el interés en el posib le paso del pintor por N ápoles
y la incidencia que habría podido tener en la pintur a meridional del último cuarto
del siglo XVI, esp ecialmente en los pintores Giovan Bernardo Lama o de Silvestro
Buono, sin olvidar la posible cercan ía con Marco Pino, comentario late nt e desde los
escritos de B ologna y Longhi. S iguió la senda t razada por Giovanni Previtali, quien
en los años sesenta señ al ó a V argas como el autor d e un Ecce Ho mo existente
entonces en la iglesia de San Francesco a Maiori, hoy en el Museo Diocesan o de
Salerno
136
. Pa ra Leone de Castr is, este es el único testimonio que pudiera sostener
134
MÉNDEZ RODRÍ GUEZ, Luis : Velázquez
y
la
cultura
sevilla na . Sevilla , 2005, pp. 269 -2 78.
135
BAKER- BATES, Piers: "Tierra ta n estraña": Spanish artists in Rome: 1516 - 1621 ” , en VARELA
BRAGA, Ariane y TRUE, Tho mas- Leo (coord.): Roma
e
gli
artis ti
stranieri.
Integrazione,
reti
e
identitá
(XVI-XXs.). Roma, 2018, pp. 157 - 173.
136
PREVITALI, Giova nni: Andrea
de
Salerno
nel
Rinascime nto
Meridi onale . Florencia, 1986, p. 23
69
4. El gremio de pintores.
“ Todos los herreros, los escult o res, los
oficios y lo s gremios se rigen por las reglas y el
arte del pintor. Es poco probable que se p ueda
encontrar otro arte superior que no tenga que
ver con la pintura, de tal manera que todo lo
hermoso que se descub r a, se p uede decir que ha
surgido de la pintu ra ”
1
Si la elección d e Sevilla como sede d e la Casa d e la Contrataci ón, en 1503, fue
detonante para un desa rrollo econ ómico sin i gual, la celebración de las bodas d el
emperador Carlos V en la ciudad supuso una efem éride no sólo a ni vel polí tico sino
también cultural y artísti co. Imaginar la decoración tan rica y exu b erante que
debieron tener los arcos de triunfo que j alonaron el recorrido imp erial d e acceso a
la ciudad, as í como la ornamentación d e las distintas fachadas, ya fueran de
viviendas privadas com o de edificios p úblicos, invita a pensar en la extraordinaria
actividad artística que se debía estar viviendo por aquellos añ os
2
. El casamiento del
emperador se desarrolló como una exhibició n de la grandeza de España, Portugal y
Europa toda. Los cronis tas hablaron de las fiestas reales, de vestidos, armaduras y
arneses cubiertos d e or o, plata, perlas, brocados y sedas. A pe sar de qu e Carlos V no
volvería a Sevilla, su visit a tuvo consecuencias reseñab les, pues dej ó ordenada la
edificación de salones en el Alcázar, la construcción de la Capi lla Real, el
levantamiento de un nuevo Ay unta miento y la creaci ón de una Real Audiencia
3
. Por
tanto, fue 1526 una fecha clave p ara el ámbito políti co, p ero tambi én para el cu ltural,
pues supondría un punto de inflexi ón hacia una sit uación de no retorno. La ciud ad,
por fin, se sacudía los últimos resabios medievales para d esperezarse en un lecho
tejido a base de id eas humanistas y formas a l a ro mana. En definitiva, los ecos de
modernidad se convirtieron en voces, y los primeros e imprecisos susurros
1
ALBERTI, Leon Battista : Tratado
de
pintura,
ed. Azcapoztal co, 1998, pp. 79 - 79
2
En la sección dedica da a las “ Efem é rides ” re coge informaciones a lusivas a la entrada de la
emperatriz en la ciudad y da e scuetas noticias sobre la llegada del emperador y la labor que algun os
artistas des empeñaron en la de coración de l os arcos tr iunfales. Siendo un acontecimiento capital
en la historia de la ciudad, resul ta curioso que Gestoso no ahondara más en la mate ria. GESTOSO Y
PÉREZ, José : Curiosida des
antiguas
sevilla nas . Sevill a, 1910, p. 213. Este famoso ca samiento no
esca pó a la pluma de MONTOTO, Santiago: Sevilla
en
el
imperio,
Sevilla , 1937, p. 238 .
3
YBARRA HIDALGO, Eduardo: Sevillaní as , quinta
ración . Sevil la, 2000, p. 21.
70
renacentistas se tornaron cantos de triunfo y alabanza. Sabores n órdicos y olores
italianos se colaban p or las vent anas del gremio de pintores, abiertas de par en p ar,
donde talentosos, inqui etos y aventureros artistas se atreviero n a experimentar con
las formas y el espacio, p ues se sentían llamados a fraguar un cambi o d e estilo ,
sentando así las bases de lo que se convertiría con el ti empo en uno de los escen arios
más prósperos y extraordinarios d el panorama p ictórico europeo [Fig. 4.1].
A pesar de que los p aradigmas estéticos avanzaban hacia la modernidad, la
organización laboral de los oficios segu ía acomodado en los protectores brazos del
gremio. A p enas se tie nen noticas directas r eferente s al gremio sevillano de pintore s
en el tercio cen tral de la centuria, por lo que su aná lisis y estudio d ebe partir de los
datos que se filtran en contratos notariales de obras de alba ñilería, cartas de
aprendizaje o finiquitos de of iciales. Asimismo, para conocer c ómo se articulaba el
gremio y explorar su funcionam iento, es posible acudir a otros ejemplos castellanos,
aragoneses o, in cluso, mexicanos de los que se puede extrapolar informaci ón,
aunque siempre con cierta cautela. Puest o que la herencia med ieval estab a muy
presente en la estructuración de estas corporaciones, los mejor es ej emplos
podemos encontrarlos en los talleres que funcionaron al amparo d el g ótico
internacional. Los menestrales se organizaban en corporaciones de oficios y
cofradías, tambi én conocidas, en algunas ocasiones, como hospita les. L a cofradía se
Fig.
4.1:
Vista
de
Sevilla.
Grabado del “ Libro grandezas y cosas mem orables de España ” , compuest o por
Pedro de Medina, 1566.
71
entend ía como una so ciedad con fines principalmente asi stenciales y r eli giosos,
formada por los miembros del oficio adem ás de sus esposas e hijos. Con una
finalidad eminentemente benéfica, se preocupaba de la ayuda al compa ñero,
prestándole auxilio en caso de enfermedad, muerte, cauti verio o tod o aq uello que
pudiera ser causa de indigencia. Proporcionaron ayuda a los m ás desfavorecidos y
en ocasiones disponían d e hospitales propios. Los p intores se agruparon baj o el
patronato y protecci ón de San Luca s
4
. Esta cofradía gremial, como las dem ás, tení a
reglas por las que se gobernaba y que eran pro yectad as por los propios hermanos y ,
posteriormente, debían ser aprobadas por la autoridad eclesiástica.
Mientras que la finalidad de la cofrad ía era la d e ser expresión jurídica d e la
unidad comunal, como un vínculo religioso ent re diferentes pobladores del reino y
sin normativas comerciales, el gremio, adem ás de características ben éfico-
asistenciales, te nía como p rioridad salvaguardar los in tereses materiales y
económicos de los maestros del oficio
5
. L as corporaciones gremiales constitu ían u n
órgano eficaz de contro l que vitaba el intrusismo prof esional, regulaba los precios
de los productos y cuidab a la calidad de los trabajos mediante la inspecci ó n
efectuada por sus veedores. No en vano, la b ajad a de precios que provocaban los
excesos d e oferta fue uno de los factores que p romov i ó en sus orí genes la creaci ó n
de orden anzas
6
. E sta regulaci ón pod ía considerarse un factor ne gativo, puesto qu e
el excesivo contro l sobre la producci ón y la libertad del maestro para crear y vender
sus obras podrían limitar su libre circulaci ón y difusión por los diferentes
territorios, as í como la trasmisión de los nuevos y an tiguos elementos artísticos
7
. No
podemos olvidar, que la labor del pintor era consid erada como la d e un artesano o
menestral más de la ciudad, sin la consideración liberal del artist a que comenz ara a
implantarse y triunfar en Italia ya en el siglo anterior. Éstos no d u daban en defender
los intereses d el gremio ante cualquier amenaza q ue pudiera afecta r a su est abilidad
laboral y las técnicas de producci ón, los salarios o la duración del aprendizaj e.
Incluso la ad misión de un maestro en la corpo ración estuvo regulada y acepta da de
4
LLIGADA S, Josep: San
Lucas,
la
gran
noticia . B arcelon a, 2002, p. 18.
5
MIQUEL JUAN , Matilde: Retablos,
prestigio
y
dinero . Ta lleres
y
mercado
de
pintura
en
la
Valencia
del
gótico
internacional . Val encia , 2008, p. 121.
6
BRUQUE TAS, Roc í o: Técnica s
y
materiales
de
la
pintura
españ ola
en
los
Siglos
de
Oro . Madrid, 2002,
p. 55.
7
LLANE S DOMINGO, Ca rme: L ’ obrador
de
Pere
Nicolau . V alencia, 2014, p. 127.
72
com ún acuerdo por los in tegrantes. Al estar agrupados tod os los dedicados a una
misma p rofesión, es comprensible q ue los problemas profesionales que les
surgiesen se tratasen tambié n en las reuniones de la cofradía
8
. Por ello, cofradía y
gremio eran d os caras d e una misma moned a, dond e los intereses de una y otra
quedaban en muchas ocasiones entrecruzados
9
.
Hasta ahora, la noticia m ás antigua existente d el hospital o cofrad ía de los
pintores databa de 1572, cuando el 15 d e marz o la d oncella Leonor de los Santos
presentaba una escritura d e reconocimiento de tributo al Hospital de San Mart ín,
“ que es de los pintores e a vos Pe dro de Vill egas, pint or, su ma yordomo”
10
. Gracias a un
hallazgo d ocumental, la localizaci ón de est a institución en la collación de San Martín,
frontera a la puerta de las gradas de la iglesia hom ónima, se p uede adelantar hasta
1552
11
. Entonces, siendo Ant ón Sá nchez su mayordomo, Antonio d e Alf íá n, prioste,
Alonso Hernánd ez, alcalde y Alonso Herná ndez Jurado escrib ano, arriendan a
Rodrigo de Vargas, alguacil de los Veinticuatro de Sevilla, y a su mujer Catalina
Rodrí guez, “ un sitio par a casa d el dicho nuestro ospital de pintores ” seg ún había sido
rematada al mejor postor en p ública almoneda. El arrendamiento se hizo por tiempo
de tres vidas, a contar desde enero d el a ño de 1553 y por precio de 1.500 maravedíes
anuales. A cambio de es ta concesió n, la p areja se obligaba a “ hacer e dexar un cabildo
en el dicho hospital que tenga de largo 10 varas y de ancho 5 varas haciendo una pared
fasta e l pr imer suelo a 5 tapias en al to fran çadas desde el sue lo de la casa fasta las
maderas primeras ”. El contrato es rico en detalles y se desgrana con precisi ón cómo
debe ser el nuevo cabildo donde s e reunir á la cofradía de los pintores. En la pare d
8
SANZ, Ma ría Jesú s: Una
hermandad
gremial:
San
Eloy
de
los
Plateros,
1341 - 1914 . Sevill a, 1996, p.
56. En esta obra se trata la realidad histórica del gremio de los plateros, pero incluye apartados de
carácte r general y refe rencias a otros gremios como el de pintores .
9
El gremio de pi ntores no fue un or ganismo in dependiente ni goza ba del de recho de administ rarse
a sí mismo, como derecho inherente a la índole pr opia de los oficios. Siempre vivió bajo la tutela
municipal, sin poder sac udirse de su autoridad y control. La pala bra germánica Amt – gremio- , que
significa etimológ icamente “ función ” , abarca muy bien es te sentido de s ubordinaci ó n. A pesar de
entenderse co mo un centro industrial muy ac tivo, nunca dejó de esta r manejado por el Ca bildo
municipal, que a su ve z les facilita ba auxilio para vivir la concepción colectiva que lo engendró. Se
tiene constancia de que en el s iglo. ALTAMIR A, Ra fael: Los
gremios
mexicanos:
la
organización
gremial
en
Nueva
Españ a,
1521 - 1861 . México, 1953, p. 9.
10
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo
Hernánde z
hasta
Mart ínez
Monta ñé s . Se villa, 1929,
p. 206.
11
AHPSPN, Oficio 1, legajo 83, f. 75 y ss. [12 de julio de 1552]. Le sigue un documento en el que el
propio Rodrigo de Vargas n ombra a dos fiadores, Jua n Guerra, vecino de San Llorente, y Sa lvador
de Torres, morador en San Juan de la Palma. AHPSPN, Oficio 1, legajo 83, f. 78 y ss. [Anexo.
Docume ntos 4.1(a) y 4. 2(b)].
73
de la fachada no qu isieron ni ventana s ni azoteas, aunq ue sí re clamaron la
construcción de un pozo que ser ía realizad o a costa d e los propios pintores. Se
estableció un tiempo de dos a ños p ara su final ización. Ent re los pintores firmantes
y testigos de aquel acuerdo se encontraban, además de los ya menci onad os, Diego
Hernández, Andrés Martín, Jua n Rodríguez y Francisco de Loria, Alonso de Sol ís,
Pedro de Campos, Francisco de Maqueda, Luis Hern ández, Francisco Díaz, Pedro de
Salamanca, Antonio Rodríguez, Jua n de Zamora y Diego Ruiz. El listado aglutina a
pintores de imaginería, de brocha y doradores, especialidades del pincel q ue
quedaban amparadas bajo el manto protector d e las ordenanzas g remiales
publicadas en 1527. Dada la fecha en la que se fir ma el documento, llama l a ate nci ó n
la ausencia de dos de los pintores m ás sobresalientes de la ciuda d en aquellos
momentos: Luis de Varg as y Pedro de Campa ña, cuya pos ici ón de preeminen te
dentro del panorama artístico quizá les permitió estar más despreocupados de las
cuestiones administrativas y funcionarias del gremio.
La cofradía debió permanecer en aquel lugar hasta los primeros años d el siglo
siguiente, pues en el primer cuarto del siglo XV II la hermandad se hab ía establecido
junto a la iglesia d e San Antonio Abad , en una cap illa perten eciente a la Cofrad ía d e
la Santa Cruz d e Jerusal én. No obstante, apenas durarí a este emplazamiento unos
años, ya que, en 1663, sie ndo Vald é s Leal mayordomo, se localiza en el Sagrario del
Colegio de San Laureano. Todas estas fueron las vicisitud es previas a su
establecimiento defini ti vo en la ig lesia de San Andr és, más concretamente en una
capilla propiedad de los Mej ía, donde p ermanecieron hasta su d isoluci ón definitiva
en 1809
12
.
Desgraciadamente, no han trascendido otros documentos que permitan
conocer más dat os acerca del funcionamiento interno de la cofrad ía, la normativa de
sus estatutos, la lógica procedimental de sus cabildos o los posibles pleitos o asunt os
que en las reuniones se dirimían. Las ordenanz as ofrecen información sobre cómo
12
GUERRERO LOVILLO, José: “ La Capilla de los pin tores de la Hermandad de San Luc as de Sevi l la ” ,
Archivo
Hispa lense , tomo XVI, nú m. 51 - 52. Sevil la, 1952, p. 124. La rea lidad histórica de e sta
hermandad se conoce de forma sesga da debido a no se ha c onservado su propio archivo, y es
únicamente, a pa rtir del s iglo XVIII cuando se puede traza r un estudio más ce rtero, gracias a la
existencia de un L ibro
de
Ca bildos
de la Hermandad de Sa n L ucas, cuyas fechas extremas abarcan
de 1748 a 1784. AMORES MARTÍN EZ, Francisc o: “ El gremio de pintores y su hermandad en la
Sevilla del siglo XVIII ” , Archivo
Hispa lense , tomo XCVI, n ú m. 291 - 293. Sevilla , 2013, p. 387 - 397.
74
se regulaba el g remio, a nivel lab oral, aportando tod a una serie de normativ as que
iban desde con trolar el intrusismo hasta garantizar la calid ad de los trab ajos
13
.
Asimismo, informan de que los profesionales del pin cel deb ían reunirse tod os los
años, el día del Corpus Christi para elegir a los alcald es y veedores que ostenta r ían
el cargo d urante un año. A los cabildos debían acud ir los oficiales q ue fueren
llamados a estar presentes, aunque no tuvieran tienda propia o estuvieran
vinculados a un mae stro pin tor. En el caso de que al ser llamados los oficiales no se
presentaran, s e les exigía pagar una libra de cera p ara la fiesta del C orpus Christi. L a
hermandad o cofrad ía era una realidad paralela al gremio y en muchas ocasiones
indisoluble, aunque con una fina lidad d e corte asi stencial y caritativa, ofreciendo
una beneficencia q ue realizaban para con ellos mismos. Se encargaban d e socorrer
en caso d e en fermedad u otro imped imento, costeaban funerales o exiliaban a las
viudas e hijos
14
. No obstante, s e d esconocen los d eberes devocionales d e los
hermanos, pues no se conservan reglas, as í como ta mpoco se conoce siq uiera la
ubicación d e su altar dentro d e la iglesia de San Mart ín. Aunque se presupone la
protección de S an Lucas, el nombre d el santo no se m en ciona en ninguno d e los
legajos aparecid os hasta la fecha. A pesar d e ello, la larga trad ici ón q ue vincula al
evangelista como patrono de los pintores, no ofrece lugar a d udas, como lo
corrobora la documentaci ón de los siglos posteriores donde s í se habl a d e la
Hermandad de San Lucas.
Estas ordenanzas, ent endidas como un conjunto de disposiciones, cuyo
ámbito territorial se circu nscribe al municip io se ñ alado por las mismas, estaban
destinadas a reglament ar los diversos sectores de la vida vecinal, social y econ ómica,
englobando, por tanto, la actividad lab oral. L as causas de la g énesis d e las diferentes
ordenanzas quedan perfectamente ilustradas en las Ordenan ças de los pyntores de
Córdoba de 1493, cuando indican:
“Nos el co nsejo e corregidor de l a m uy no ble e muy leal cibdad de
Cordoua facemos saber a los alcaldes e alguacil es e otras justicias desta cibdad
e a otras cualesquier persona s a quien l o de yuso ataña o atañer pueda que pro
quanto en el o fficio de los pynto r es desta cibdad e su tierr a se facian muchos
13
BRUQUETAS GAL Á N, Rocí o: “ Los gremios, las ordenanza s, los obradores ” ,
en GABALDÓN
GARCÍ A, Ara celi y IN EBA TAMARIT, Pila r (coord.): La pintura e uropea sobre tabla. S iglos XV, XVI y
XVII:
La
pintura
europea
sobre
tabla.
Siglos
XV,
XVI
y
XVII . Ma drid, 2010, p. 21.
14
CARMONA , Juan Ignacio: Los
hospitales
en
la
Sevilla
Moderna . Sevilla , 1980, p. 23.
75
da ños en especial por a quellos que non saben nin avian co noci m iento
verdadero del offici o e arte. Por ende nos queriend o proveer e dar fo rma com o
las cosas de la pyntura se fagan per fetas e buenas e se guarde en el dicho o ffici o
lo que se debe guardar pa ra que el sea per feto segund que ovimos inf ormacion
de personas sabido r as del ficho o ffici o p ara l o qua l mandamos facer los
capitulos de h ordenanzas tocantes a l dicho officio segun se siguen”
15
La estructuración del medie vo imponí a una jerarquía formada por un alcald e
a la cabeza y unos veedores – también denominados diputados, c ónsules,
prohombres, mayorales o mayordomos, seg ún la región. E n las or d enanzas se
registraban y configuraban sus funciones ejecutivas de inspección y de
reglamentación d el trab ajo y del ap rendizaje. Se pretend ía así controlar el
intrusismo, el exceso de oferta y la competencia abusiva mediante la imposici ón de
ex ámenes, gracias a los cuales, los veedores, facultados para poner multas,
inspeccionaban para garantizar la calidad t écnica de los trabajos. Igualmente, con
las ordenanzas se regulaban los p recios de los productos y se impon í an medidas
para el reparto equitativo en la provisión de materias
16
.
En Espa ña, los primeros gremios d e p intores emp ezaron a cobrar id entidad
a partir de la segunda mitad d el siglo XV, pero ser á en la centuria siguiente cuand o
alcanzarían un mayor desarrollo con la promul gación de ordenanzas propias. S evilla
fue precoz al respecto, pues d atan de 148 0, aunque habr á que espera a 1527 p ara
que se realiza una recopilaci ón de éstas, do nd e se aglutinan todos los gremios
existentes
17
. E sta aprobación no deb e ser entendida como un inte nto de defensa de
la nobleza de la Pintura, sino, más bien, como un reforzamiento d e la in stitució n
medieval. Así se desprende d e los escritos que presentaron ante el Asisten te de
Sevilla tanto los afectad os p or la refor ma como los que la promulgaro n. Sent ían que
se est aba perdiendo el oficio de pintor debido a la existencia de maestros que s e
hacían pasar por tales y, realmente, no lo eran. Acu sab an a otros de apresurados en
15
La parq uedad de l texto se villano empuja a ahondar en las ordenanzas de otras l ocalidades, que
siendo muy pr óxima s temp oral y espacia lmente pue den apo rtar claves al estudio y c onocimiento
del tema en cuestió n. RAM ÍREZ DE AR ELLANO, R.: "Ordenanzas de pintores existe ntes en el Archivo
municipal de Córdo ba", Boletín
de
la
Real
Academia
de
Bellas
Artes
de
San
Fernando , nú m. 33, 191 5,
29 - 46.
16
BINSKI, Paul: Artesanos
medievales:
Pintores . Ma drid, 2000, p. 15
17
Hasta e ntonces só lo existí an un as normas muy gene rale s por las que los probos maestros
pintores y la cadores de Sevilla pudieron no solo entr ar fácilme nte en el gremio sino tambié n
desplaza r a los verdaderos artistas a l os pues tos dive rgentes y a rruinar sus precios. M AYER, A ugust
L.: La
escuela … op. cit, p. 28.
76
la ejecuci ón de las obra s, de emplea r materiales de mu y baja cali dad y d e no sab er
ordenar los colores que, ad emás, en unos casos se perd ían y en otros se desprend ían.
Si n emba rgo, y p ese a la fuerza de estos argumentos, lo que con más interé s ad ujeron
fueron las causas económicas: la existencia de un gran n úmero d e pintores y d e
tiendas de pintura hab ría provocado una importante disminución en el p recio d e las
obras. Estas acciones se concretaron en unas ordenan zas con las que pretend í an
revitalizar el gr emio y c uya promulgación permite explicar la gran calidad t écnica y
estilística que comenzará a primar en la pintura sevillana a partir de esa fecha,
condicionada por la e xigencia de pasar un examen antes de acceder al ejercicio del
oficio
18
.
Estas ordenanzas de 15 27 comienza n distinguiendo cuatro categorías de
pintores, al igual que ocurría con las cordobesas
19
:
“ Primeramen te fazem os sa ber que este o ficio l lam ado por nom bre
pintor son qua tro oficios d ebaxo de una especie que c ada uno tiene su a rte. La
una es l lamada ymagineros; la segunda dorado r es de tabla; la tercera pintores
de m adera y fresc o, de manera que se enti ende ob ra del romano y del fresco,
assi en el fresc o como en l a mad er a; l a quarta o r den s on lo s sa rgueros ”
20
.
Es preciso no confundir a est os doradores de tabla , que se integran dentro d el
gremio de los pintores, con los doradores propiamente dichos, los cuales tuvier on
su propio gremio, con una normativa in tegrada en las or denanzas, p ero en una
sección d iferente. Para ser maestro dorador, el candidato d eb ía r ealizar jae ces,
estriberas, espuelas o guarniciones d e espadas, lo cual ofrece una id ea de cu áles eran
18
Esta propue sta de remodel ación trajo co nsigo una importante discusión en las entr a ñ as del
gremio, que enfrentó a refo rmistas e inmovilistas . Oídas las alegaciones, propuesta s y condiciones
de ambas pa rtes, el Asiste nte fa lló en fa vor de l os pri meros, lo que confirmaría el nombramiento
de nuevos ve edores – Juan Sá nchez de San Román y Juan Sá nchez de C astro- enca rgados de la
vigilancia del exacto cumpl imiento de las ratificadas Ordenanzas . Documento original recogido en
GESTOSO Y PÉ RE Z, José: Ensayo … op. cit. , pp. XLIV- XV LII. Comentado en SERRERA , Juan Migue l:
“ Un Cristo Var ón de Dolores de Juan Sánche z de San R omá n, Juan Sánchez II, en el Prado ” , B oletín
del
Museo
del
Prado , vol . 8, nú m. 23. Madrid, 1987, pp. 75 - 84.
19
No aparece en otros gremios, como el de Z aragoza o Granada, donde las categor í as se reducen a
tres, obviándose la última referida.
20
VARELA DE SALAMAN CA, Juan (e d.): Recopilaci ón
de
las
Ordenanzas
de
la
Muy
Nobl e
y
Muy
Leal
ciudad
de
Sevilla . Sevill a, 1527, p. 163v. Esta cu á druple divisió n, no se advie rte, sin e mbargo, en
otras contemporá neas como las Ordenanzas de Granada, aprobadas en 1526 o las de Z aragoza, del
1517, donde ún icamente se recogen tres e special idades para el gremio de p intor: de sargas , de
pi ncel (ima ginerí a) y dorador. BRUQUETAS, Los
gremio s … op. cit., p. 26
77
sus cometid os laborales
21
. Eran trabajos que te nían que ver m ás con el acabado de
piezas d e metal que con el pincel. No obstante, la documentaci ón puede llevar a
equí voco, pues no se habla de “pintores doradores ”, sino simplemente “doradores”,
por lo que su oficio se debe deducir del contenido, algo imposible d e detectar en el
caso de arrendamientos, compras d e esclavos o p oderes en los que no se hace
alusión a ningún encargo concreto.
En las ordenanzas se recoge que lo primero que el aprendiz debe apre nd er
en el ta ller con su maestro es el dora do. E n el caso d e que el ca nd idato no fu era apto
para seguir avanzando en la formación pictórica consiguient e, d ebería examinarse
para ser dorador. Por lo tanto, podría decirse que los acreditad os simplemente como
doradores fueron candidatos a p intores cuya f al ta de habilidad le impidi ó avanzar
por los cauces na turales d e la p rofesión. El d or ad o era una labor sec undaria, m á s
cercana a un trabaj o meticuloso y preciso que al ingenio y la creatividad que exig í a
la composición de un cuadro. Deb ían saber esgr afiar y dar c olores sobre óleo, y
podrían trabajar en sagrarios, custodia s o ciriales, siempre que no tuvieran figuras
o florones.
Conscientes de sus posibilidades laborales, muchos pin tores debieron
acometer el examen de la esp ecialidad de dorador con vistas a poder contratar obras
en su totali dad. S e p odría decir que todos los pin tores imagineros eran tambi é n
doradores, pero no tod os los dorad ores eran imagineros. Los ex ámenes de pintores
doradores exigían:
“ […]han de sa ber fa cer muy bien el ap a r ejo con tiemp o e c on sazón y
que tengan co nocimientos de l as tel as de lo s engrudos y estos engr udos los
sepan fazer para lo biuo; et o tro segundo engrudo de pergamino y que les
sepan muy bien te mplar e confo rmar con los tie mpos segu n fuere […] ”
Los encargos de piezas retablísti cas (con independencia de la talla, de la que
se ocupaba un maestro enta llador) se hac ían a uno o dos maestros pintores, q uienes
debían realizar labores de p intura y d oradura. A ni nguno d e ellos se les p resenta
como “ doradores”, sino “pintores de imaginer ía ” . E s más , en el caso d e limitarse el
contrato a la policromía y dorado de un retablo de talla, dos labores que solían ir de
la mano, el documento nunca recoge la palabra “ dorador”, sino “pintor” o “pintor de
imaginería ” . Ello podría llevar a pensar, que gran parte del n úmero de cartas de
21
Se reuní an en el día de San Juan Bautista pa ra ele gir a los nuevos a lcaldes y oficiales. VAR ELA
DE SALAMA NCA, Juan (e d.): Recopilación
de …
op. cit, sin fol iar.
78
aprendizaje encontradas en las que el zagal se comprom et e con un maest r o
“dorador” hace n refer en cia al oficio an te s referido. As í, en el E n sayo de Gestoso, se
recogen en cargos par a dorar desd e cerraduras hasta coronas para v írgenes,
pasando p or esculturas d e bronce
22
. Sin embargo, esta prerrogativa no se puede
establecer como máxima, p ues también podrían hacer referencia a pintores
doradores. Por ejemplo, en los libros d e Adventicios, del Archivo de la Catedral d e
Sevilla, del año 1 563, correspondiendo con la quinta semana de septiembre, se
recoge un pago a Luis de Vargas “ en qu enta de lo que ha de haber por la parte del
pilar grande que hace pa ra l os lados del retablo”. Un poco más adelante, en la segunda
semana d e octubre, se anota un lib ramiento de ciertos maraved íes a Ped r o
Fernández y a Francisco d e Vargas “en quenta de lo qu e doran para los lados del
retablo ”
23
. Estos últimos son pintores doradores de tabla , como evidencia un pago d e
noviembre del dicho añ o a “ Vargas dorador ”, cuy a t area era la de renov ar y mejorar
el acab ado de pan d e or o en el retablo ma yor
24
. Por ta nto, los documentos han de
interpretarse con reservas, para no in cluir en el g remio de los pintores otros oficios
colindantes, sie ndo la l ínea d e separación en tre ellas tan fina que la propia
terminología no atisba a precisar una diferenciación d e forma clara.
4.1. Contratos de aprend izaje y de oficialat o.
Pruebas de exa men
En las ordenanzas se regu la también el sistema de aprendizaje de larg a
tradición, mediante el cual el ap rendiz entraba a aprender el oficio en casa d e un
maestro a temprana edad. Los contratos de aprendizaje, as í como los d emá s
documentos oficiales, se otorgaban en una d e las veinticuatro escriban ías q ue
existían en la ciud ad, y si las p osibilidades econ ómicas de los contratantes eran
pocas, podía suplirse mediante una mera comparecencia ante los representantes del
gremio
25
. Los diversos est udios realizados sobre esta cuestión han intentado
establecer unos patrones generales, considerando la edad de entrada en el taller
22
GESTOSO: Ensayo … op. cit., tomo II, pp . 138 - 155.
23
Archivo de la Catedral de Sevilla (ACS), Sección Ma yordomí a, Libro de Adventicios, número 272
(a ño 1563), ff. 63 y 65.
24
ACS, Secci ón Mayordomí a, Libro de Adventicios, número 272 (a ño 1563), f. 76v º.
25
ROMERO MU Ñ OZ, Vicente: Los
gremios
de
Sevilla , Sevilla, 2001, p. 85.
85
por la que se finiq uitaba el contrato, en este caso, serían 6 ducados d e oro,
equivalentes a 2.250 maravedíes.
Profesionalmente, la aspiració n última d e todo oficial era la de alcanzar la
maestría. El acceso a la cat egoría de oficiales del gremio se realizaba a trav és de un
examen, cuya forma y c ontenido aparece perfectamente recogido en las ordenanzas.
Se celebraba el día d el Corpus o el domingo s iguiente mediante sufragio entre to dos
los maestros establecid os en la ciudad. Era convocado por el alcalde del gremio y se
realizaba en p resencia de dos veedores, acreditados en la esp ecialidad de la que se
iba a examinar
52
. L a autoridad municipal tambi én podí a estar presente, ya fuera un
diputado, un escribano o bien un representante. Desde el mismo d ía que fueron
promulgadas las Ordenanzas, se obligó a todos los of ici ales pin tores a examin arse,
por lo que cab ría pen sar que alguno supuestos maestros ejerc ían la profesi ón sin
haber sido examinados pr eviamente o bien, se p odrí a interpret ar com o una medida
de homologación, en tanto que todos lo s pintores vinculad os al gremio se in tegraran
en él habiendo superado una prueba com ún, pud iendo así competir en el mercad o
en igualdad de cond iciones. Pa ra ser examinado, el aspirant e deb ía pagar tres reales
a los alcald es y veedores p or su trabajo, y una vez ap robado, realizar juramento. El
examen conta ba de una doble prueba, teniendo que responder a una serie de
preguntas para demostrar sus conocimientos teóricos, en primer lugar, y realizando
un ejercicio práctico, seguidamen te. Las orden anzas del gremi o sevillano
especifican que cada aprendiz “sea examinado e n cada una de las dichas quatro ar t es
y en t odas, y que en la s que fuere examinado e n a quellas u se e t no en m ás ” . Así, cada
una de las especialidades ten ía su propia prueba y la última premisa que se recoge
en tod as y cada una de ellas, deja claro la preocupaci ón existente respecto al
intrusismo y a la posibilidad existente de q ue algunos artistas contrat aran obras
para las que no ten í an t itulación .
La documentación de archivo ha vertido algunos ejemplos por los q ue se
aprueba el acceso al gremio de ciertos can didatos, aunque, p or desgracia, son parcas
en detalles. Considerando la abundancia de pintores que existieron en la ciudad en
el segundo tercio del sig lo XVI, siend o su n úmero superior a la cincuentena, resulta
52
Los vee dores eran nombrados por el Regimiento. PAL OMERO, Jesú s: El
retablo …
op. cit.,
p. 54.
86
paradigmático el escaso n úmero de cartas d e examen conservado. Del an álisis d e
algunas d e ellas se pueden extraer ciertos datos, aunque p oco relevantes sobre c ómo
era el p rocedimiento a seguir en este tipo d e pruebas. As í, en 155 3 y 1555 los
pintores Luis de Vargas y Luis Fern á nd ez, “ pintores vehedores y e saminadores que
dixeron ser del arte e of icio d e pintores ”, cu ñados a su vez, est uvieron presentes en
ex ámenes de acceso al gremio. El 2 de julio de 1553, examinaron a un tal A lonso de
Lara, cuyos padres eran na turales d e Villalba del Alcor, llegando a un acuerdo de
conformidad, donde hallaron al candid ato h á bil y s uficiente “ po rque siendole fechas
todas las preguntas e repreguntas necesarias a todas ellas re spondio o repl ico e dio
buena quenta del dicho oficio de lien ços e al t emple e en pared a el temple ”
53
. A partir
de entonces, podr ía abrir tienda y ejercer como maest ro pintor, pero solament e en
las artes que se especifican, siendo ilegal, en su caso, la contrataci ón de pinturas al
fresco o al óleo sobre tab la. E n el segund o de los casos, fechado el 16 de julio d e
1555, los mismos protagonistas examinaron a Gaspar de Acebedo, na tural de la
ciudad de Coimbra, y lo aprobaron en el ejercicio
“de pintura de sargas al temple e de por lo demas anexo de pintar al temple y
en todo lo han hallado y ha l lan habil e suficiente y qu e p uede libremen te osar el dicho
su o fiçio en cualquier parte p or ser sabio en el por tanto que ell os lo hacen e hicieron
maestro y esaminador del dicho ofiç io y l e han dado y dieron poder e facultad bastante
cuanto de dere cho en tal caso se r equiere para que dende y en adelante pueda usar e
use el dich o su ofiçio y arte de pintor al te mpl e y lo tocante al temple en esta ciuda d de
Sevilla y cualesquier p art es e l ugares fuer a de ella e que pueda p intar cualesquier
imagenes que el quisiere en pared y en lienzo como sean al temple y poner su tienda en
cualquier parte que fuere su voluntad sin que p erson a ninguna se lo pueda impedir y
le encargaron y esortaron que use el dicho oficio co mo cristiano teniendo res p eto a la
honra y s er vicio de dios e bien de su pró ximo”
54
Por su parte, el propio Luis Fern ánd ez, como pintor de imaginer ía, y Ped ro
Sánchez, pin tor d e sargas, examin aron el 27 d e noviembre de 1557 a Blas Melchor,
un pintor de Marchena que se había formado c on su padre y q ue viajó a Sevilla p ara
pasar el examen de sargueros
55
. En est e proceso se dice que los tres “ platicaron en
mas t iempo de media hora ten iendo t ra ça e compas que dijeron ser tocantes e
pertenesçientes al dic ho oficio ”. El resulta do tam b i én fu e sat isfactorio, suponiendo la
53
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo … . op. cit.
54
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17527, folio 1514 y ss. [A nexo. Document o 4. 2]
55
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17538, registr o 34, f. 814 [27 de noviemb re de 1557]
87
incorporación al gremio de un nuevo maestro pintor de sargas. Los testi monios
notariales no aportan información sobre el ti po de pr uebas q ue debía llevar a cab o.
Aunque est aban m ás o menos estandarizadas de acuerdo con lo recogido en las
ordenanzas, seguramente los trabajos a realiz ar cambiar ían de unos exámene s a
otros, as í como el d esarroll o mismo de las p ruebas en funci ón d e la habili dad y la
capacidad de los examinados. Produce un cierto desasosiego q uedarse a las puertas
del entendimiento pleno de este tipo de procesos, pero en su normalidad y
cotidianeidad se eluden informaciones ta n obvias para la época, como sugestivas
para los est udios presentes. Por tant o, son las ordenanzas las que ap ortan cierta
información: los sargueros habían de ser examinados en sargas b lanca s, de colores
y pardillas sobre las que demostrar ían su ha bilidad tanto en la p reparación del
soporte como su buen quehacer con el dibujo, “y saber fazer un desnudo y assen tar
los col ores; de manera que no salten y sepan dar ra zon de un en casam ien to y de u n
cauallero y de unos lexos”
Las ordenanzas son extensas en r elación con los pintores de sargas, de lo qu e
se ded uce su importancia y el interés en su control. E ste tip o de obras fueron muy
demandadas y sirvieron para conmemorar div ersos acontecimientos en moradas y
calles, por lo que fuer on concebidas com o piezas q ue p udieran tra nsp ortarse o
almacenarse con cierta facilid ad. Estas r azones exig ían la utilización de un soporte
ligero y flexible como e l lien zo, por ello, las fibras emplea das eran de telas lino y
quizás, en ocasiones, de c áñ amo. En España en general y en Sevilla en particular, se
practicó la pintura de sargas en lienzos ya usa dos, como bien se d emuestr a en estas
Ordenanzas. Deb ía ser un hecho común, pues terminó prohibiénd ose debido a que
se ocultaba la condición del sop orte al comprador
56
. En este sentido, llama la
atención el apartad o d onde se hace alusi ón a las falsificaciones y a c ó mo el engañ o
puede manchar la imagen de la ciudad y de los oficiales del gremio:
“Otrosi or dena mos y mandamos que por quanto de poco tiempo aca se
acostumb r an vender en las gr adas de esta cibdad y en otros lu gares, en almoned as,
sargas pintadas, las quales son falsas assi en lien ço como en la p intura; tomand o
lienços viejo s y engrudandol o s, y echan col ores falsos, lo qual todo es en prejuicio de
las personas que las compran y de la republica, poque acaesce que las compra un
56
SÁN TOS GÓ MEZ, So nia y SAN ANDRÉS MOY A , M argarita: “ La pintura de sa rgas ” , Arc hi vo
Españ ol
de
Arte , t. 77, nú m. 305. Ma drid, 2004, p. 63.
88
forastero y l leva las fuera y como usandolas le parece el enga ño difama la tierra y los
oficiales; lo qua l se debe mucho remediar ”.
Por ello, se exigió que las obras fu eran realizadas en lie nzos nuevos, de
manera que, si se descubriera el en gaño, el pintor deb ía ser desprovist o de todas la s
sargas y castigado con el pago de una multa de 600 maraved íes. E n el caso de
reincidir, la pena sería el d oble d e la cuantí a antes mencionada, y si incurrier a en
falta p or tres veces, quedarí a privado del oficio dado. Un a sanci ón similar se recogí a
para los pintores imagineros que ejercieran su oficio sin estar examinados. La s
multas serían las mismas, p ero a la te rcera falta, se les impondr ía una pena de nueve
días de cárcel. E stas do s especialidades, la de imagineros y sargue ros , eran las que
exigían una mayor habilidad y formación, si endo el domin io del d ib ujo f undamental
para pasar el examen. En el caso de los imagine ros se hace hincapi é hasta en cuatro
ocasiones, así se recoge: “ del debuxo den buena cuenta ” , “ sean mu y buenos
debuxadores ”, “ sepan dar buena cuenta an si del debuxo ”, “ sepan relatar el dicho
debuxo ”. ¿ Por qué las ordenanzas, en su arcaica concepci ón med ieval, defensoras de
parámetros cor porativista s, proteccionist as y formativos otor garon tant a
importancia a una disciplina cuya defensa, dominio y primac ía había empujado a la
pintura en los brazos de las artes liberales? En la Sevilla del siglo XVI se mantuvo la
forma de aprendizaje ya recogido por Ceninno Cenini, por el cual el a lumno deb í a
comenzar dibujand o “ con cuidado las cosas má s agra dables qu e se te ocurran y a s í
ir ás acostu mbrando tu mano a mo ver el estilo sobre la superficie ”
57
. Era parte
integrante del proceso formativo, inserto en un a tradici ón con s iglos de anti güedad .
No existieron teóricos de la p intura que pret en dieran elevar su cat egor ía en el
olimpo de las artes liberales con el primado d el dib ujo. Se trata ba, simplement e, una
etapa más, necesaria y condicionante para realizar obras de p incel con una calidad
remunerable. En todo contrato que se firmaba ante escribano p úblico, y a fuera para
la realización d e un retablo como de un tabern á culo o sa grario, se d ejaba testi monio
de la existencia de un diseño, el cual era firmado por ambas partes contratante s. En
este caso, no se concebía como ese ejercicio liberal de trasmitir la idea al papel, sino
un element o grafico probatorio de las condiciones que se estaban pactando, para
asegurar la forma y calidad del en cargo, as í como respald ar la aplicaci ón de pena s
57
CENNIN I, Cennino: El
libro
del
arte . e d. Madrid, 1982, p. 38
89
en el caso d e incumplimiento. No ha trascendid o ni nguno de ellos, por lo que es
imposible conocer la calid ad de estos, si eran verdad eros dise ñ os, de líneas precisas
y cuidados sombread os , o simplemente meros bocetos donde únicamente se recogí a
el p royecto en trazas generales. Sea como fuere, lo cierto es que la insistencia en la
maestría del dibujo re cogida por las Ordena nzas demuestra que los aprendices
debían formar se en el diseño durante sus años en el taller. En la Sevilla del siglo XV I
se dibujó y mucho, especialmente a partir de la llegada d e Pedro d e Campaña y Luis
de Vargas, quienes, imbuidos p or la mentalidad italiana, otorgaron nuevas
consideraciones especulativas a una práctica meramente procedimental. De entre
todos los pintores q ue trabajaron en la ciudad hasta la llegada d e Pacheco, tan s ólo
ha trascendido obra g ráfica de estos dos maestros, quienes, tras pasar a ños de
aprendizaje en Italia, recalaron en la ciudad del Betis p ropiciando la evoluci ó n
definitiva de la pintura, asentan do bases s ólidas p ara la germinación de la futura
escuela sevillana.
Por otro lad o, Pacheco afirmó que fue Luis de Vargas el encarga do de
introducir la pin tura al fresco en la ciud ad
58
. No obst ante, las ordenanz as hacen
referencias a “ pintores de madera y fresco ”. ¿Existió pintura al fresco ante s de la
llegada de Vargas? Es preciso tener en cuenta que la pintura mural ya estuv o
presente en Sevilla en los momentos en q ue imperaba el gótico-mud éjar, como
demuestran los p ocos ej emplos conservados
59
. Se trata generalmente de pintura
realizada sobre un paramento murario d onde los pigmentos se ap licaban en seco.
Tambié n conocida como “ pintura a lo morisco ”, por ser est e cole ctivo quien ofreció
mejores ej emplos a su desarrollo, ten ían un componente fundamental mente laico y
decorativo, donde los motivos vegetales y geom étricos podrían entremezclarse con
medias figuras, tanto en paredes como en artesonados de palacios, edificios de
instituciones civiles o iglesias, en menor med ida
60
. La superficie se debía preparar
con yeso y sobre ello se ap licaban los colores, según la té cnica d e temple, aunq ue
58
PACHECO, Francisc o: El
arte … , op. cit. p. 466
59
Aunque se citan dive rsos ejemplos conserva dos, no se precisa la técnica emple ada, en SERRERA
CONTRERA S, Juan Miguel: “ Pintura mural sevilla na del siglo XVI y su influenci a en México ” ,
Primeras
Jornadas
de
Andalucía
y
Am érica:
La
Rábida , vol. 2. Huelva, 1981, pp. 321 - 336.
60
Existe una tesis doctoral que analiza los or íge nes, desarrollo y ca racterísticas de es ta técnica.
RALLO G RUSS, Carmen: Ap ortaci ones
a
la
técnica
y
estilí stica
de
la
Pintura
Mural
en
Castilla
a
final
de
la
Edad
Media.
Vol.
1:
Tradi ción
e
Influencia
Islámica [Tesis doctoral in édita. Unive rsidad
Complutense de Madrid, 19 99]
90
también aglutinados al óleo, pues las ordenanzas matizan que el maestro ha de saber
“ labrar del romano ” siendo “ las colore s que en este dicho romano se ovier e de fa ç er
sean los campos a çules muy buenos y asimismo l os carmine s muy bue nos ve rdes
labrados a l azeite ”
61
. S e establece, por ta nto, una diferenciaci ón termino l ógica si lo
comparamos a las ordenanzas cordobesas, donde tambi é n se habla de “ pintor es de
fresco ”, refiri éndose en este caso a la técnica consisten te en la aplicación d e los
colores mezclados con agua sobre una superficie de cal fresca:
“ Esto quanto a la p yntura de l o morisco e quanto a la pyntura de los aliceres
que se pinten al fresc o . Pr ime r amente ordenamos e mandamos que por cuanto en esta
pintura non pu ede aber engaño p o rque se p ynta c o n co lores muy ba jas como a cofaira
e a l magra e prieto e po r que estas resci ben la cal en si templadas con agua e albayalde
para esta obra fa cer de cal .”
62
La escas ez de ejemplos conservados en Sevilla y la falta d e est udios t écnicos
dificulta el análisis de las pocas pinturas mur ales conservadas an terior es al siglo
XVI. Es un campo de estudio apenas abordado, por lo que es dif í cil sab er cuál fue la
verdadera té cnica empleada y llegar a conclusione s t ácitas al respecto. Sea como
fuere, es muy probable que esta “ pintura a lo morisco ” estuviera d esfasada en las
primeras décadas de l siglo XVI, por lo que la pintura mural cay ó en un letargo del
que Vargas debió despertarla. Algo parecido había aconte cido en Granada, donde la
ornamentación parietal ser vio renovada gracia s a la llegada Giulio Aquiles y
Alexaindre M ainer, quienes introdujeron el fresco seg ún la concepción italiana
63
.
Tras trabaj ar para Fra ncisco de los Cobos, llegaron a Granada para decorar las
estancias im periales de la Alham bra, a instancias d e un Carlos V q ue quer ía un
palacio a la manera de aquel de Andrea Doria que tanto le sorpren dió a su paso por
Génova
64
. Considerando estos ejemplos, así como los escritos de Vasari, de quien se
61
Alonso de Espinosa Cervante s, quien manda decorar algunas zonas de su morada en la collación
de Sa nta Cata lina. En una su basta a la baja, el pintor A ndré s Ma rtín se hace con el enca rgo. AHP SPN,
Oficio 9, legajo 19751, sin f ol iar [25 ju nio 1549]
62
RAMÍREZ DE ARELLANO, R.: "Ordenanza s …” , op. cit., 32. En las Ordenanzas poster iores a las de
1493 se separa la labor de “ labrar
follajes
en
aliceres ” y “ al
fresco ” de aq uell a pintu ra “ de
lo
morisco ” , por lo que se puede ya se podr ía identificar con la técnica que consistía en el emple o de
agua de cal como aglutinan te de los pigme ntos para la pintura so bre parede s húmeda s. SANTOS
GÓ MEZ, Sonia y SAN AN DR ÉS MOYA, Margarita: “ Aport aciones de antiguas ordenanzas al estudio
de las técnicas pictóricas ” , Pátina , nú m. 10 - 11. Madrid, 2001, p 279.
63
El tema ha s ido recientemente analizado en profundidad en MARTÍN EZ JIMÉNEZ, Nuria: Pintura
mural
del
Renacimiento
italia no
en
la
Alhambra . [Tesis doc toral in édita. Universida d de Granada,
2019]
64
Estos a rtistas marcha rí an poste riormente a Úbeda pa ra trabaja r en el pala cio de Francisco de los
Cobos y será all í donde crearán esc uela , al amparo de la c ual se for ma rán artista s de pr imera ma no
91
deduce que los artistas no emplearon una t écnica pura, se d ebe pensar más bien en
Vargas como introduct or una nueva concepci ón en el ornato mural de los espacios.
Ofreció a la ciudad una decoración de corte monumental, externa y vibrante, a la
manera que la había contemplad o y aprendido en Italia. El soporte y su preparació n
era lo que det erminaba el concepto, m ás que los pigmentos o el agl utinante
empleado. Esta técnica tan bien descrita p or Vasari exigía una gran destreza, pues
se d ebía resolver en un d ía y no se pod í a retocar, por ellos era “ más viril de la pintura ,
la m ás segura y la más re solutiva y duradera ”
65
. Sobre la preparación d el mur o y la
elección de los colores y sus aglutinante s dej ó Pacheco empíricas advertencias,
según lo aprendi ó de su maestro Luis Fern ández quien había sido disc ípulo d irecto
de Vargas
66
. De ahí que sea el t est imonio del tratadista el m ás adecuado par a
acercarse al conocimien to de la t écnica triunfó con el retorno de Va rgas, ilustre
continuador y heredero del fr esco a la italiana según la manera cultivada por Rafael
y Miguel Ángel y consolidada en los pinceles de Giovanni de Udine, Giulio Rom an o o
Perino del Vaga.
4.2. Los maestr os pintores
El gremio exped ía el tí tulo de maestro en la especialidad examinada y no s e
permitió que a su amparo pueda ejercerse el oficio con car ácter general. Quedaba a
cargo d e los veedores de cada oficio la vigilancia contra competidores desleales. Las
multas y derechos de examen se reparten generalmente atribuyendo dos tercios a
la ciudad y un te rcio al gremio, o a los examinador es o den unciantes, seg ún los casos.
En la tarea examinadora, llamada a limitar la com p etencia y evitar el intr usismo, no
se dej ó ningún cab o sin at ar, considerando incluso la figura del pin tor extranjero
67
.
como G aspar Becerra. MARTÍNEZ J IM ÉNEZ, N uria: “ Aprendiz de frescos. Noticia sobre la presencia
de Gas par Becerra en la Es tufa de La Alhambra ” , Archi vo
Españ ol
de
Arte , tomo 91, nú m. 361.
Madrid, 2018, pp. 65 - 69
65
VASARI, Giorgio: Las
vidas de
los
más
excelentes
arquit ectos,
pintores
y
escultores
italianos
dese
Ci mabue
a
nuestros
tiempos.
Ed. Madrid, 2019, p. 75.
66
PACHECO, Francisc o: El
arte … op. cit, pp. 464 - 466. Sobre la preparación mat erial de los
paramentos y di ferentes ru dimentos técnicos también ha bla Fe lipe de G uevara, quien recoge el
testimonio que Vitrub io dejó al respe cto en su libro VII, capítulo II. DE GUEVARA, Felipe:
Comentarios …
op. cit.,
pp. 74 - 83 y 88 - 92.
67
M ÉNDEZ R ODRÍ GUEZ, Luis: “ Una a proximación al estudio de los pintores extran jeros en la Sevilla
del Siglo de Oro ” , VILLAR GA RCÍ A, María Begoña y PEZZI CR ISTÓBAL, Pilar (dir.): Los
Extranjeros
en
la
España
Moderna [I C oloquio I nternacional ]. Má laga, 2003, t. II, p. 543.
92
Aquellos que llegaban a la ciudad con intención de hacer fortuna no p odían contratar
ninguna obra sin o estaba examinado, pero una v ez conseguida su licencia de p intor,
no habí a ningún inconv enie nte en q ue ejerciese su oficio com o tal. As í lo recogen las
ordenanzas:
“En este cap ítul o que dize, que ningún fo rastero, no pueda tomar obr a
ninguna queriendola el natural por el tanto. Dezimo s, que nos p arece injusto;
y que damos lugar; que seyendo buen ofic ial examinado, pueda tomar todas
las obras que quisiere sin le y r nadie a la m ano”
Una vez superado el examen, el nuevo maestro era considerad o hábil y suficiente
para el ej ercicio de la profesión. De forma paralela se le autorizaba para abrir tienda,
pero para ello necesitaba adem ás la sanción del Regimiento. Sin ella no podí a
establecer taller propio, ni co ntratar encargos ni aceptar aprendices u oficiales. El
maestro en cuestión debía acudir al Ayuntamiento, junto a los ve edores que le
habían examinad o, par a solicita r el documento al Teniente de Asistente, quien
ordenaba al escribano q ue hiciera efectiva la carta de examen, lo que lo facultaba
para el libre ejercicio de la profesión
68
.
La cap acidad pict órica, organizativa y empresa rial d el maestro era fundamental
para garantizar el éxito y el buen funcionamie nto del taller. No s ólo deb ía asumir
tareas propiamente art ísticas, sino que tambi én se encargaba de la contratación de
nuevas obras y la búsqueda de clientes potenciales. E ra él el encargado y el
responsable de asegurar la supervisi ón y garantizar la buena marcha del taller, por
lo tanto, cuanto mayor era el obrador, mayor la carga de tareas que d eb ía asumir.
Asimismo, iniciar un negocio imp licaba tener un cierto colch ón económico, pues
para abrir tienda, era ne cesario depositar una fuerte fianza, que oscilaba en tre
15.000 y 2 0.000 maraved í es, una cantidad nada desde ñable para la época. Era una
medida proteccionis ta; se había dado varias veces el caso de hacerse con las obras y
no pagar siq uiera el alquiler de la casa en la que los artistas colgaban las tablas y
sargas, muestras de sus facultades
69
. Debido a la importante suma econ ómica que
se debía dep ositar para obtener el permiso, eran muchos los que, una v ez superado
el examen de acceso al gremio, decid ían vincularse a un maestro. E xistía otra razó n
68
PALOMERO, Jes ú s: El
retablo …
op. cit.,
p. 56.
69
VALVERDE MADRID, José : “ La pin tura sevil lana en la primera mitad del siglo XVI ” , Archivo
Hispa lense , tomo 24, nú m. 7 6. Sevill a, 1956, p. 121.
93
de peso y de carácter empresarial. Abrir obrador propio implicaba convertirse en
competencia del maestro, y en muchas ocasiones las nuevas hornadas no ten í an
capacidad para competir con talleres cuya solera en base a a ños de trabajo y
experiencia les cerraba las puertas del éxito.
Aunque no es una d e las subcategorías que se recogen d entro d e las ordenanzas,
los pintores de camas debie ron ser muy requer idos d urante el siglo XVI. Se tratar í a
de pintores de imaginería o de sargas que d erivaron su labor a encargos muy
concretos, haciendo de ellos una cas i especialidad en s í misma. La historiogr afí a
apenas ha ahondado en el estudio de este tipo de pa ños p intados, a pesar del
interesante an álisis que p lantea. En una Sevilla colmada por encargos d e tem á tica
religiosa, las camas de lienzo con figuras pr esenta ban un escenario donde los
trabajos presididos por escenas bíblicas compartían protagonismo con personajes
históricos e incluso mitol ógicos. La amplia d emanda existente puede deducirse de
la última carta de oficialato que aqu í se presenta, pues se debe tener en cuenta que
el número de oficiales y aprendices existentes en un taller estaba en funci ón de la
cantidad de trabajo que se requería al ma estro. Así , el 30 de septiembre de 1550, no
uno, sino d os pintores, Gonzalo de Riancho y Ant ón Varón, q uienes debían de ser
forá neos de la ciudad, pues se les cita com o “ estan tes ”, se obligan a servir en el taller
de Pedro S á nchez en su “ oficio de pintor en pintar camas ”, por tiemp o de un a ño
70
.
Los p agos se recogen co n detalle: debían recibir 8 reales por cada cama que pintaran,
la cual debía estar lista en tres días, y el est ipend io les sería abonado cada tres meses.
Es p reciso no conf und ir estas cartas de of icial ato con los contratos lab orales q ue
frecuentemente se establec ían entre artistas. Dentro del gremio de los pin tores, fue
com ún que se traspasaran las obras o que un pintor realizara un det erminado
encargo a otro colega, bien por falta de tiempo, carencia d e habilidad o razones
meramente mercantilistas. En relación con la pintura de camas he podido
documentar varios casos. Por ejemplo, el pintor Jua n Ruiz se comprometi ó a
acometer el encargo que le hizo de Hern án Gutiérrez Moran, otro pinto r del que nada
se sabe. La duración del contrato es de d iez meses en los q ue deb ía a pintar todos
los lienzos d e cama que p udiere, y para ello, el maest ro le deb í a surtir de materias
70
AHPSPN, Oficio 12, l egajo 7360, s.f. [30 de septiembre de 1550]
94
primas, tant o lienzos, como colores y oro
71
. Por ca da cama de cuatro p años mayores,
recibiría 30 reales, mientas que las cercaduras de cuatro piernas las cobrar á a 10
reales cada una. S e incluye una cl áusula cu riosa de c ómo debía ser el pago: si el
trabajo realizad o alcanzara los 12 ducados, no los dese a recibir en d ineros sino en
pa ños de color, que deb ían ser p reviamente ap reciado p or maestros trap eros que
de ellos supieran, para que no existiera posibilidad de fraude o falseamiento. En este
caso, no se trataba d e un mero oficial, sino de u n pintor trabajan do para otro, siend o
este último el encarg ad o de vender los lienzos de s ábanas realizados por aquel, a un
precio muy superior al estip ulado. El r édito económico debi ó ser muy ben eficioso
pues, dos años más tard e, en 1539 , repitió la jugada, en este caso por partida d oble.
Dos hermanos p intores naturales de A lcal á d e Guadai ra, Cristóbal de Quirós y Diego
de Quirós hicier on con é l pacto y postura p ara trabaj ar durante un año asumiend o
los encargos d e pintura de cama que llegaran a su taller
72
. Se especializaron en
camas de 4 paños, que tuvieran 3 varas y media d e alt o, en las que pintar ían , con
finos y buenos colores, tant o historia de figuras como “ bosques y mantillas ”.
Estipularon su trabaj o con las siguientes condiciones de dineros: por los lienzos de
camas nuevas, 26 reales; por la pin tura de sá banas, 8 reales; por las “ çercadura s ”,
que se entienden como los ribetes q ue circundaban las piezas, 8 reales; y en el caso
de ser “ çercaduras de s ábanas ”, 4 reales. El pintor Hern án Gutiérrez se convirtió en
un verdadero merchante, un cabeza de ta ller, inserto en un sistema mercantilista
donde la fuerte deman da de este tipo de obras y los suculentos pr ecios pagados por
ellas le llevó a crear empleos temporales que pudieran dar respuesta a las exigencias
de l mercado.
No fue el único, pues Jua n Ruiz de Aldana, p intor vecino de la collaci ón d e S an
Martín, se comprometi ó con su colega Pedro Moreno para pintarle un total d e 12
camas y 14 cercaduras de lienzo. E n un tiempo de un a ño el en cargo deb ía est ar
satisfecho, a pr ecio de 2 4 r eales cada cama y 12 cada cercadura
73
. Si se atiende a lo s
precios aq uí recogidos, se ap recia una sustancial diferencia en la cantidad otorgada
al oficial de p intor y a l os maest ros que se contrata n temporalmente. M ientras que
el primero cobra 8 re ales por cada cama re alizada, el precio recibido por los
71
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9795, registr o 20, folio roto. [1 2 de febrero de 1537] .
72
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9802, registr o 29, f. 704v º y ss. [11 de marzo de 1539]
73
AHPSPN, Oficio 1 l egajo 56, s.f. [17 de junio de 1538].
101
intención de enviarlas a Indias, más concretamente a la ciudad de Sant o Domingo
93
.
Aunque se d esconoce la mano d el tallista, el pin tor que se encarg ó de otorgarles
color y dorado fu e Juanes de Balduque, un flamenco estante en la ciudad. Juz garon
el aprecio en 12.000 maraved í es y “ juraron por dios e por santa mar ía e por las
palabras de los santos evangelios por la se ñal de la cruz que hicieron con los dedos de
sus ma nos corporalmen t e qu e el dicho a pr ecio es buen o e verdadero e que no hay
fraude ni engaño n i colu si ón alguna e que ansí l o d iese por fe e testimonio ”.
En esta misma lí nea se encuentra otro testimo nio, d onde, además, se demuestra
como la teoría no siempre correspondía con la práctica, y esos límite s tan
severamente trazad os por las ordenanzas para la d ivisión y separación de los oficios,
en much as ocasiones se diluían. En 1563, el clérigo Bartolomé Vá zquez, elige a
Andrés Ramí rez para tasar un retablo que Juan Giralte, entallador, hab ía tallado,
policromado, estofado y dorado, para la villa de Aracena
94
. Por su parte, el artist a ,
nombró al p intor Antonio de Alfián para dicha tarea. Por tanto, encontramos a do s
artistas d el pin cel, valorando las cualidad es pict óricas de un entallador. Las
escrituras jamá s lo presentan como “p intor”, p ero no es de extra ñar que tuviera
dotes en el uso del pincel, pues su suegro fue Juan de Za mora, con quien
seguramente aprendiera cómo aplicar la policromí a, encarnaduras y dorados sobre
las piezas de madera, d e manera que podr ía co nt ratar obras retablísti cas completas
sin tene r q ue compartir tareas con un p intor. El retablo tuvo un val or d e 31.000
maravedíes, sin emba r go, el en tallador hab ía realizado ciertas demas ías, es d ecir,
piezas o molduras que no estaban incluidas en el contrato y p or la que quer ía recibir
sus ho norarios. Se trata ba de 6 col umnas labra d as en talla, 4 evangelistas, un Dio s
Padre, tod o ellos con sus molduras, y 10 serafines para el friso. La cantidad
estipulada fue de 19.400 maraved íes. Para la valoración de este tipo de piezas, lo
lógico era q ue se acudiera a un pintor y a un en ta llador veedores, como ocurri ó con
la tasación de un retablo para la villa d e Utrera, donde Pedro Vill egas y Pe dro d e
Heredia, dieron su parecer com o maestros cad a uno en su arte
95
.
93
AHPSPN, Oficio 3, l egajo 1546, s.f. Los veedores fueron ll amados el 12 de noviembre de 1545,
teniendo lugar la tas ación sobre las 15h, ante el escribano Antó n Ruiz de Por ras.
94
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Mart ínez … op. cit., p. 53.
95
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17587, ff. 1336 y ss. [7 de marzo de 1566]
102
Las partes no siempre quedab an contentas con la tasaci ón realizada, y aunque
en la mayoría de los casos se acepta ban, pues estaban respaldadas por pintores
veedores neutros y elegidos por los implica dos en el contrato, existen casos que lo
corroboran. Así sucedi ó con las ob ras de pintura decorativa que Pedro M oreno y
Baltasar García realizaron en las casas del ilustr e se ñor don Luis Cristóbal Ponce de
Le ón. El 1 de agosto de 1566 , con intenci ón de apreciar las demasí as en ellas
realizadas, Hernan d o E ste ban, en nombre de s u señ or, elig ió al pintor de imagine rí a
Luis Fernández, mientras que la parte contratada seleccion ó a Bartolomé de
Maqueda
96
. El j uicio desp rendido de este último no d ebió ser del agrado de los
pintores, pues al añ o siguiente, cuando se hubieron de tasar las demas ías de otra
obra de pintura realizada en la casa de este est e se ñor por los mismos Pedro M oreno
y Baltasar García, el v eed or elegi d o fue Luis de Valdivieso, quie n, junto a Luis
Fernández, estimaron u n precio de 55 5 r eales, que de b ían darse de más
97
. Teni endo
en cuenta que la estimación de la primera obra fue algo inferior a 300 reales, con el
cambio de veedor en la segunda, los pintores sa lieron ganan do.
Los pintor es, artesanos de clase me d ia -baja en su mayoría, buscaron sus
beneficios, defendieron sus intereses y crearon redes comerciales y clientelares qu e
les proporcionaran un sustento para poder vivir y manten er a s us familias. Como se
aprecia a través de las ordenanzas y las diversas situacione s p lanteadas, est e tipo de
corporaciones gremiales contribuían a perpe tuar un sistema de raíces medievales
que se sustentaba en el car ácter manual de los oficios y en la merca dería de sus
productos. Ello imp edía a los agremiados alcanzar ni ngún grado d e noblez a ni gozar
privilegios. Abstraí dos de lo que ocurría en Italia , en Sevilla se desconocen inte ntos
tácitos por liberar la pintura de las garras de la producci ón manual. La situación no
evolucionó desd e el p unto de vista teórico, aunque en el panoram a espa ñol se
levantaron voces al respecto, como la de F elipe de Guevara, gentilhombre de Carlos
V, quien se pronunci ó en favor del genio creativo del artista, aquel que testi ficab a
dicha liberalización, pues la pin tura no era m ás que una imitaci ón, sie ndo el
temperamento el que d eterminaba la representaci ón
98
. Los esfuerz os por
96
AHPSPN, Oficio 23, le gajo 16023, registro 12, ff. 523v º y ss. [1 de agosto de 1566]. En el momento
de la escritura, el pintor Baltasa r García está fallecido, por lo que es su mujer la que está presente.
97
AHPSPN, Oficio 23, l egajo 16025, ff. 117 y ss. [14 de enero de 1567]
98
Esta postura a nte la noble za de dic ho arte quedó recogida en sus Comentari os
de
pintura , de
hacia 1560. F ue un personaje de or í genes modestos, a q uie n el e mperador acabaría concediendo el
103
demostrar la liberalidad de la pintura, y ta mbi én de la escultura, dignas de los
privilegios d e las otras artes liberales, no cri stalizaron de forma sólida hast a la
llegada de Francisco Pacheco, quien arrastró a tod a una argumentaci ón teórica a
cerca su origen y esencia. A partir de entonces surgirán otras personalidades como
Vicente Carducho, cuyas ideas ll evaría a cuestionar los sist emas trad icionales de
aprendizaje y de ejercicio prof esi onal consolidados en los gremios, de fendie ndo el
principio intelectual que subyacía a toda obra pict órica. Los intentos que se
sucedieron en el siglo XVI por “ lib eralizar ” el arte de la pintura no estaban
impulsados por motivos in telectuales ni est éticos. No se trataba de redimir a la
pintura d e las bajezas manuales d e la producci ón mecá nica. No consist ía en sacarla
de la fragua de Vulcano para elevarla al parna so d e Apolo. Todos los esfuerzos se
centraron en evita r la alcabala , es d ecir, el pago del 10 % de toda operaci ón de
compra venta: los verdaderos motivos que subyac ían eran fundamen talmente
económicos, p ues buscaban la exenci ón social y trib utaria
99
. Puesto que los pin tores
eran artesanos, art ífices mecánicos, toda producción salida del taller era
considerada una mercancía y, por tanto, deb ía ser sometid a a la alcabala. Para evitar
este tributo, los agremiados inici aron acciones legales, buscando el reconoci miento
de derechos, que nada tenía q ue ver con la adquisición de prestigio o estatus social.
Y en ese sentido, sí se aprecian movimientos en el panorama sevillano, pues en 1594
Vasco Pe reira, Jua n de Sauced o, Diego de Za mora, Crist óbal Gómez, Diego de
Esquivel, Miguel Gómez, Cristóbal d e Lara y Pedro Baptista otorgan poder al
también pintor Juan de Campaña y al procurador en Cor te Juan del Cas tillo para que
pudieran personificarse ante el Rey o su Real Consejo de justicia y contadur í a p ara
tratar los asuntos concernientes al pleito por el cual se les volvi ó a exigir el pago de
la alcabala
100
. Es incierto el momento en que los pintores consiguieron eximirse del
pago parcial d e dicha alcabala. Habían conseguido q ue se les dispensara el p ago por
la ej ecución de aquellas pinturas derivadas d e un contrato, pero no de aquellas obras
hábito de caballero de la Orden de Santiago en Au gsburgo, en 1530. Desempe ñó en Madrid el
honroso cargo de Boca de l emperador. GÁ LLEGO, Juliá n: El
pintor,
de
artesano
a
artista . Granada,
1995, pp. 29 y 56 - 57.
99
Durante los s iglos XVI y XVII, pi ntores, e scultores y ensambladores – juntos o por sepa rado,
individual o corporativa mente - auna rán sus es fuerzos para inte ntar li brarse de la presión fisca l y
de los rec lutamientos militares. Hubo numerosos pl eitos que afecta ron a artistas de calidad c omo
El G reco, An drés Carreño o Vice nte Carducho. As í lo recoge PALOMINO, Antonio: M useo
pictóri co … ,
op. cit.
100
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo … op. cit., p. 161.
104
que vendían a terceros en el taller . Acostumbrados a estar exe ntos de este
desembolso, gracias a lo cual hab ían conseguido imp ortantes ventajas mercanti les,
no querían volver a abonar una cifra que les parecía injusta y que afectaba a los
beneficios económicos de su trabaj o. De ahí que se suc ed iera es te plei to, cuy as
consecuencias no han trascendido, aunque analizando la situaci ón de los pintores
del primer tercio d el siglo XVII se p uede d educir el resultado. Ser á también a partir
de entonces cuando la config uración arcaica que p ersistía en la organización de los
pintores en relación al gremio comenzara a resquebrajarse. La recesi ón en su
sentido más clásico se advertía por todas partes, debido a que el gremio hab í a
llegado a extremismos de división y subordinación que en un p rincipio parec í an
inalcanzables.
4.5. Participación de los pintores
en las fiestas litúrg icas
Las fiestas que j alona ban la vida de l a ciudad est aban auspic iadas por el
calendario litúrgico. Determinadas fech as se marcaban en r ojo, y será n éstas las que
rompan la rutina dia ri a y sumerjan a la ciudad en toda una vor ágine d e colores,
luces, destellos y acontecimientos. La celeb ración de la fiesta del Corpus Chr isti fue
la manifestación cívico-religiosa más imp ortante de Sevilla en los siglos XV y XVI.
Con ella se rendía culto al misterio d e la presencia real Cristo en la Eucarist ía. Su
importancia det erminó que la ceremonia litúrgica y los fastos que se organizaban en
torno a ella, hicie ron q ue la fiesta se convirtiera en esp ect áculo. Participaban todos
los estamentos y sectores sociales d e la ciudad , lo cuales ten ían un lugar prefijado
de acuerdo a los principios de jerarqu ía y antigüedad propios del Antiguo Régimen.
A pesar de su sustrato religioso, era una fiesta eminen temente urbana, y aunque se
celebraba con brillo en todos los n úcleos poblados, era en las ciudades ep iscopales
donde se alcanzaban mayores cotas de esplendor y boato.
Las primeras notic ias que se tienen sobre d e la existencia de una ceremonia
procesional se remonta n a 1402, aunque la des cripci ón m á s arcaica que se conserv a
data d e 145 4. La procesi ón era única para toda la ciudad y la catedral constitu í a el
alfa y la omega de la fiesta . A ella concurrían las autorid ades eclesiá sticas,
105
parroquias, órdenes religiosas y clé rigos, así como una rep resentación de las
instituciones civ iles, siendo la más destacaba el ayuntamiento, pr esidida por el
alcalde o corregidor
101
. No faltab a ta mpoco la rep resentación de las d istintas
entidades gremiales, las cuales tení an una participaci ón activa no sólo en la
procesión sin o tambi én en los preparativos previos. La ciudad se adecentaba, se
barrían las calles, se desecaban los charcos y se rellenaban los bach es p ara hacer
más fácil y d ecoroso el recorrido. Adem ás, se colocaban toldos en el Corral de los
Olmos, y se engalanab an las gradas con tapices ced idos por el arzobis po, junto con
sargas, colchas, y otros ricos pa ños prestados p or los vecinos. Asimismo, el suelo de
las calles se cubría de juncias, alcacer y otras hierbas olorosas
102
. Los gastos
ocasionados se repartían en tre ambos cabildos, el secular y el eclesi ástico, siendo en
la primera mita d del siglo XVI prep onderante en la organización el papel del Cab ildo
de la catedral. Para man te ner el or d en y la d ecencia propios de su cará cter religioso,
el cabild o de canónigo s elegía de entre sus miembros a algunos dip utados, q u e
debían interceder ante el arzobispo, present ándole la manera en q ue debí a hacerse
la procesión y todos los demás actos, tanto en el día del Corpus, como en su octava.
La p rocesión se abría con doce moz os de coro, con hachas d e cera q ue ir ían
decoradas con ángeles y reyes. También podían portar flores na turales. Los cantos,
emanados de las gargantas de veint isiete cantores, se acompañ aban con la músic a
que manaba de dos órg anos portátiles – ta mbién llamados realejos
103
. Los seguían
los canónigos de la catedral, quienes p ortaban las santa s reliquias, as í como una cruz
llevada por dos muchachos del coro, v est idos c on sus dalm áticas por tando sendos
cirios y acompa ñados d e dos cl érigos. S eguidamente iba la representaci ón de las
cofradías, que desfilaban ordenadas según antigüedad fundacional, con su cera, sus
pendones y su música. Tras ellos p rocesionaba un ele mento que sorpren der ía hoy
101
Los jesuita s y los monjes no participaban en la procesió n. L os primeros po rque tení an
dependencia direc ta del papa y los se gundos porque tení an una ju risdicció n exenta. Era su forma
de dejar pate nte que no e staban bajo la a utoridad de l obispo. RODR Í GUEZ BECERRA, Salvador: “ El
Corpus en Andalucí a. De fiesta del poder a fies ta de la identidad ” , en FER NÁN DEZ JU ÁR EZ Gerardo
y MARTÍNE Z GIL, Fernando (c oord.): La
fiesta
del
Corpus
Christi . Cuenca, 2002, p. 386.
102
MONTES ROMER O-CAMACHO, Is abel: “ La liturgia hispalense y su influjo en ap érica ” , en TORRES
RAMÍR EZ, Bib ia na y HE RNÁN DEZ PALOMO, Jos é J.: A ndalucía
y
Am é rica
en
el
siglo
XVI [Ac tas de las
II Jornadas de Andalucí a y Am é rica], vol. 2. Huel va, 1983, p. 14.
103
Estos ca ntores vestí an jubon es y guirnalda s en la cabeza, aunque seis de ellos desfil aban
disfrazados de ángeles que ta ñí an instrumentos y cua tro de ellos a modo de profe tas con sus
correspondientes filacterias de oropel. G ESTOSO Y PÉREZ, José : Curiosid ades …
op. cit.,
p. 93.
106
en día por su magnitu d y su carácter escenográfico, se denominaba la roca . Se
trataba de “un carro de representaci ón mudo ” , una plataforma sobre la cual se
disponía un grupo d e hombres adecuad ament e disfr azados que hacían d e ella un
teatrillo. A conti nuación, un arca d e madera decorada con serafines era portada en
andas. F iguraba el Antiguo Testamento y en su interior, pod ía cont emplarse la
Eucaristía. É sta sería sustituid a con el ti empo por una c ustodia de p lata, sie ndo la de
los maestros alemanes Nicolás y M arcos la que procesionaría en la fiesta del C orpus
de 1526, pues fue acabad a un a ño antes, despu és de que el Cabildo la mand ase
ejecutar por no haber quedado satisfecho con otra encargada en 1505
104
. E l paso de
la roca se acompañaba de d os peque ños órganos y un buen nú mero de cantores.
Cerraba la procesión el Preste, en una silla gestatoria, y los representante s d el
cabildo secular y la nobleza sevillana
105
.
Esta era la estructura b á sica d e la procesión, la cual se completaba con tod a
una serie de figuras muy populares y queridas por el pueblo sevill ano como la
tarasca , las mo jarillas o los gigantes , elementos lúdicos que comenz aron siendo
secundarios y que con el paso del tiempo terminar án abriendo la comitiva
106
. La
tarasca era “el d emonio vencido por haber tra ído la muerte al mundo, as í como
remedio era el Sacramento o Pasió n y muerte de Jesucristo”
107
. Presentaba la imagen
de una en orme serpi ente de siete cab ezas, escamada de verde y plata, cuy as fauces
eran ab iertas y cerradas mecá nicamente por unos hombres que iban en su inte rior .
Los gigantes, por su parte , eran figuras desproporcionadas y monstruo sas q ue
ejemplificaban cada un o de los pecad os capitales. Ten í an rostr os, manos y pies
encarnados, pelucas de c áñ amo te ñido, negras y r ubi as, vestid os con lujosos traj es y
104
Sob re la roca a parecí an distintos figu rantes que represe ntaban a Jesú s, la Virgen, Santo Domi ngo
y San Francisco. L os personaje s represe ntados pod í an variar en número cada añ o. La primera
custodia de plata se estrenó en 1506, tras el encargo de l piadoso Pat riarca s evilla no Juan de Rivera,
arzobispo de Val encia. Ese mismo añ o, se mandó al mayordomo Pedro Pi nelo vender el arca . DE LA
ROSA LÓPEZ, Sim ó n: Los
seises
de
la
Catedral
de
Sevilla . Sevilla , 1982, p. 181
105
HUR TADO GONZÁL EZ, José Antonio: “ El Corpus Christi se villano y una mirada al mun do cl ásico ” ,
en CAMPOS Y FERNÁN DEZ DE SEVIL LA, Francisc o Javie r (coord.): Reli giosidad
y
ceremonias
en
torno
a
la
Eucaristí a , vol. I. San L orenzo del Esc orial, 2003, pp. 545 - 554.
106
La Tarasca era a cargo de los limpia-pozos, ell os la a rticulaban y la maneja ban. Los Gigantes,
por su parte, e ran aportado s por los ganapanes. A simismo, un co rpulento San Cr istóbal es taba a
cargo de l os guante ros, que lo lleva ban desde su hospita l has ta la Santa Iglesia en vísperas, con un
tamborino y el es tandarte de su cofradí a, siendo comú n que un gran número de curiosos se a golpara
en torn o a la imagen. SÁNCHEZ GOR DILLO, Abad Alonso: Religiosas
estaciones
que
frecuenta
la
religiosid ad
sevillana . Sevill a, h.1632 ( ed. 1982), p. 118.
107
DE SOL Í S, Anto nio: El
sol
de
la
Eucaristí a . Sevilla, 1746, p. 180.
107
con tocados que simulaban aquellos portados por reyes, reinas, damas o
caballeros
108
. Tanto est as figuras como otras estructuras menores, como los
castillos, debieron ser costeadas por los gr emios
109
.
A pesar d e que son pocos los documentos que se nos han conservado al
respecto de la participación gremial en general y d e los pintores en particular, se
tiene const ancia d e que éstos asistían a la procesión del Corpus p resid id os por sus
alcaldes y agrupados ba jo sus banderas o pendones, luc ie ndo todos sus oficiales sus
mejores galas. Del año 1526, se conserva un documento que no es m ás que una
subasta para adjudicar al mejor postor a la baja, los gastos que el gr emio hac ía en la
fiesta. Fue el Gonzalo H ernánd ez, quien tomó cargo por parte del gremio de
pintores
110
. Se comprometí a a sacar en la fiesta del Corpus “ synco dan sa n tes y una
dama estos dansantes y la dama bien ve s tydos con sus roperas y atavios de mane ra
que parescan galanes y con estos u n t amborino ”
111
. Así mismo, se debía de
comprometer a dar a cad a maest ro pintor dos an torchas que deb ían de pesar dos
arrobas cada una, las cuales serían portadas durante la procesi ón. El documento es
rico en deta lles, en cuanto a la organizaci ón se refiere, pues se recoge en las
condiciones q ue el p intor que se hiciere cargo de ello d eb ía tambié n “darles d e
almorzar t erner a a sada e n a dobo y buen p a n de roscas y buen vino a cada uno con sus
lymetas y más la fruta d e l a que a l tiempo vini ere ” . Se podría deducir de ello que la
fiesta d ebía ocupar b uena parte de las hor as del d ía, y que el camino recorrido era
relativamente amplio, por lo que sus p articipan tes neces it aban d e viandas bien
servidas q ue curaran su cansancio desp ués del esfuerzo realizado. A mediod ía, la
procesión descansaba y el también el Ca bild o ofr ecía cierto a lmuerzo, que
normalmente tenía lug a r en el Co rral de los Olmos. El lugar se cubría con velas para
proteger a los asistent es del sol, que s ol ían ser clérigos y miembros del Cab ildo, pero
108
DE LA ROSA LÓPEZ, Simó n: Los
seises … op. cit., p. 185.
109
No existen datos de que a principios del siclo XVI tam bién los oficios y gremios contribuye ran
monetariamente a la organización de la fiesta. Sin embargo, los ele mentos citados debieron ser la
aportación de ellos a la procesió n. LLE Ó CA ÑAL , Vicente: Fiesta
grande:
el
Corpus
Christi
en
la
histori a
de
Sevilla . Sevill a, 1980, p. 23.
110
Es un pin tor del que no ha t rasc endido ninguna obra y de l que apenas existen dato s . Viv ía en la
colla ción de San Isidoro, y entregó testamento en 1555. GESTOSO Y PÉREZ , José: Ensayo … , op. cit.,
t. III, pp. 325 - 326.
111
Se remató la suba sta en setenta maravedíe s. Este documento fue ya publicado por MURO
OREJÓ N, Antonio: “ P intores y doradores ” , Documentos
para
la
histori a
del
arte , tomo VIII .
Sevilla ,
1935 ,
p. 6. No obstante, se desarrolla por primera vez aquí en base a la transcripción de l docume nto
original: A HPSPN, Oficio 3, le gajo 1526, f. 365v º y sue lto [18 de ma yo de 1526]
108
también laicos, entre lo s que se contaban los q ue participaban en la pr ocesi ón como
representantes de la ciudad
112
. El documento resulta muy revelad or, debido a qu e
no sólo otorga información sobre las aportaciones personales que hacía el g remio,
sino también monetarias, pues cada oficio deb ía destinar un real a su hospita l
correspondiente. Asimismo, y particularmente, el maestro “que la fiesta tomare ” ,
debí a “ de dar doscientos maravedies a n tes que salgamo s del ospital p ara reparo de l
ospital ”. Se deja intuir la interacci ón existe nte en tre los distintos gremios que
participaban, en tre los que fue usual la sana riv alidad d e ofrecer lo mejor de cada
uno en la fiesta, sacan d o en procesi ón estru cturas que resultasen ingeniosas y
sorprendentes. Por ello, Gonzalo Fern ánd ez, en representaci ón del gremio de
pintores, otorgarí a d ar dos gallinas al que “ mejor inven çion sacar e ”. S in duda, los m á s
vistosos fueron los castillos , cuya disp osición era mucho m ás dramáti ca que la que
ofrecía la roca . Aunq ue resulta difícil describir estas estructuras de extrema
complejidad, su riqueza y flexibilidad d ebier on catapultarlos como escenarios
id óneos de unos cuadros v ivos, que en su evoluci ón fuero n revistiéndose de valore s
cada vez más dramático s y teatrales
113
. Gestoso aporta una fecunda descripci ón del
castillo que sacaron el g remio de carpinteros en 1 530 y que permite generar l a idea
de cómo eran aquellas robustas estructuras, que, a d iferencia de las europeas de la
centuria anterior, las cuales eran livianas, éstas ib an sobre carros, lo cual ser á un
precedente claro y dire cto de los “ carros de representaci ón ” q ue aparecen ya en la
segunda mitad de siglo para atender a nuevas necesidades exp resiva s. Encima de
aquel castillo debía ir representada la escena del Nacimien to , con un “ individuo que
hiciera las veces de “ Jusepe e otro la Maria e otro que sea el ángel e la maria lleue un
ni ño chico ye su corona de plata el ni ño otra e e l ángel con su al ba e sus alas e una
guirnalda en la cabeça de oropel e la ma ria con sus ropas de seda ”
114
. No era el único
gremio del que se ti ene constancia que presentara elaboradas est ructu ras para gozo
112
El menú, entre otras c osas, consistía en frutas, carnes y dulce s. Con el tiempo se ir ía ha ciendo
cada ve z más sofisticado. MONTES ROMER O-CAMACHO, Isa bel: “ La liturgia …” , op.
cit ., p. 22.
113
Su compl icación simbólica, en la que se yuxtaponen las primeras corrientes de e rudición cl ás ica
humanística con la ag ónica he ráldica me dieval, debió hac erlos particul armente aptos como
vehícul os para un pensamiento ela borado aleg órico, más allá de la mera imagen. LLE Ó CA ÑAL,
Vicente: Art e
y
espectá culo:
la
fiesta
del
Corpus
Christi
en
Sevilla
en
los
siglos
XVI
y
XVII . Sevill a, 1975,
p. 14.
114
GESTOSO Y PÉREZ, José: Curi osidades … op. cit, p. 122.
109
y disfrute de los asisten te s, p ues tamb i én los tejedores de lino y la na o l os zapateros
contribuían con uno cada uno a la fiesta
115
.
Aparte de la partici pación gremial de los pin tores en la festividad referida,
era común que se le requiriera para otro tipo d e cometidos, relacionados con los
elementos d e a trezzo y ornato llamados a alterar ef ímeramente la apariencia de la
ciudad durante una jornada. Los en cargos para la decoraci ón de los cirios fueron
comunes en la previa la fiesta del Corpus, aunque tambi én los pintores realizaron
tareas menos afine s a su arte, como el encargo que recibi ó Juan Chacón, en 1556 ,
quien hubo de ejecut ó “ la hechura e y n dustria que fiz o e puso en los adere zos de l os
vestidos de los dichos 6 can torcicos y dos pastorcitos del dia del Corpus Christi ”
116
. La
documentaci o n apenas se recr ea en los detalles, por lo que r esulta casi imposibl e
conocer los moti v os que repr esentaban. L a decor aci o n pict o rica de los carr os que
participaban en la pr ocesi o n tambi e n reca y o sobre los p int or es que tr ab ajar on al
amparo del Cabildo, as í Ant o n P e r ez, en 1560 recibe un pago por las “ pinturas del
carro p a ra el día de l C or pus Christi y por dar de bermello n a doce hacher os par a las
hachas ”
117
. T ambi e n es posible que se les encomendar an algunas obras d e
decor aci o n de aquellos elementos textiles con que se ornamentab an las fachad as de
los edificios y que alter aban la apariencia de la ciud ad, con virtiendo cada plaza en
una scena y cada calle en una platea.
As í, el Corpus Christi se erig ía como la gran festividad dentro del calendario
litúrgico, la de mayor regocijo, pues no hab ía quien no tuviese parte en ella . Su
popularidad no se debió tanto a la afinidad del pueblo con el culto eucarístico sino a
que conectab a con la imaginaci ón y la sensibilidad de todos los est amentos sociales,
tanto civiles como relig iosos. Llegó a celebrarse en el interior de los convent os de
clausura de la misma manera que en la calle. La fe era un asun to p úblico y
participaba d e él toda la ur b e. Todo este p roceso devocional y l úd ico al mismo
tiempo, tuv o como consecuencia la aparici ón de las cof radías sacramentales en los
primeros años d el siglo XVI, sie ndo do ña Teresa Enríquez una mujer determinante
115
L os pl ateros s a caban la imagen de San
Eloy y los s ederos, el paso
de
los
doce
Ap óstoles.
Calafates
y ca rpinteros aporta ron u na nao
sin
remos , que a parece en la docume ntación desde 1501. SÁNCHEZ
HERRER O, José: Las
fiestas
en
la
Sevilla
del
siglo
XV.
Otros
estudios . Madrid, 1991, p. 93
116
ACS, Secci ón Fabrica, Cargo y Data, l ibro 75, f. 28v º.
117
ACS, Secci ón Fábrica, Adventicios, libro 269 (a ño 1560 ), f. 59
110
al efecto, pues conseguiría del papa Julio II la bula Pastor is Ae ternis , que facultaba la
fundación d e archicofradías con el obj eto de alent ar la devoci ón al Sant ísimo
sacramento
118
.
La otra gran fiesta era, sin duda, la Semana Santa. El culto a la d evoci ón en
torno a la Pasión y Muerte de Cristo había aum entado prog resivamente en el siglo
XV, consolidá ndose definiti vamente en la centuria siguient e. Result ó d eterminante
la ap ortación d el marqués d e Tarifa a este respecto, p ues gracias a él se introdujo en
la ciud ad la devoción del Vía Crucis, despu és de su viaj e a Jerusal én, entre 1518 y
1520
119
. Todo ello fue conformando una fiesta que no estaba reglada como la del
Corpus Christi, pero q ue era y a esplend oros a. Esta semana grande contaba con
algunos elementos significativos, dignos d e valorar desde el punto de vista art ístico,
y que ser án remozados a lo largo del siglo has ta dar lugar a est ructuras ef ímeras
sorprendentes. E n el interior de l a catedral se levant aba el monumento d e S emana
Santa, que casi con segur id ad, antes de ser una estructura arquitect ónica, debió
tener un cará cter fundamen talmente teat ral y escenográ fico
120
. En esencia, d ebí a
consistir en un decorado disp uesto para la repr e sen tación de escenas de la Pasió n
de Cristo, p osiblemente en conexi ón con la propia liturgia pascual. Dura nte un b reve
periodo de tiempo, d esde 1531 hasta 1541, se decid i ó montar en el exterior d el
templo, junto a la Puerta del Perd ón. Ese mismo año el montaj e efímero tuvo
especial esplendor, pues integraba arcos triunfales y se acompa ñaron las
representaciones de efectos sonoros
121
. La te rminología emp leada en las fuentes
documentales para referirse a la decoración de este monumento son las mismas que
se emplea n al hablar d e los elementos ornamentale s que se empleaban en el Corpus
118
Teresa Enríquez e ra hija de Alfonso Enríquez, descendiente directo de l Rey Alfonso XI y
hermano de Ju ana, Reina de Aragó n. Por su árbol ge nea lógico, era hermana del Rey Fernando el
católic o, tía de San Francisco de Borja y de San Juan de Ribera. Habiendo e nviudado, abandonó
totalmente la vida cortesana y se dio de lleno a su am or por la Euc aristía y rec uperación de los
olvidados Sagra rios, as í como el cul to al Santísimo, llegando a tener el a pelativo de "L oca del
Sacramento", que le impuso en 1508 el Papa Julio II.
Para saber má s, RODA PE Ñ A, José:
Hermandades
Sacramentales
de
Sevilla:
una
aproximaci ón
a
su
estudio.
Sevilla , 1996.
119
SÁNCHEZ HERRERO, José: La
Semana
Santa
de
Sevilla . Madrid, 2003, p. 68.
120
CE ÁN BER MÚDEZ, Jua n Agustí n: Descripci ón
artí stica
de
la
Catedral
de
Sevilla . Sevilla, 1834, p.
34.
121
Se debe te ner en cuenta el precedente que supusie ron los a rcos realiza dos para la entrada de
Fernando el católic o, y Carlos V, antec edentes ef ímeros y direc tos de los aquí referidos. No obstante,
su empleo de nota la total asimilac ión del leguaje cl ásic o. MORRILLA S ALCÁZAR, José Ma rí a:
“ Arquitectura ef í me ra en la Catedral de Sevilla: el mon ume nto euc arístico ” , en ÁLVAREZ REY,
Leandro (coord.): Las
cofrad í as
de
Sevilla
en
el
siglo
XX . Sevil la, 1999, p. 206.
117
artistas entre collaciones. Se buscaron lazos de vecind ad, pero no existi ó un interé s
tácito por est ablecerse en un b arrio d eterminado. Si se atiende a los contratos de
arrendamiento y venta en los que participan pintores, se podr ía señalar la collació n
de Santa Catalina como la preferida por los maestros m ás destacados del gremio. Allí
tuvo su morada Luis de Vargas -en la calle P e ñuelas-, Pe dro de Campañ a, Antó n
Pérez o Vasco Pereira. También en este lugar vivi ó Luis Fernández mientras estuvo
casado con su primera mujer, pero al enviu dar recal ó en San Salvador, d ond e
estableció su resid encia definitiva junto a su segunda esposa. Por su parte, Luis de
Valdivieso moraba en San Pedro; Juan de Zamora, en San Juan de la Pa lma; Antonio
de Alfián, en la Magdale na; Hernando d e Esturmio en San Andr és; y Ped ro Villegas
en San Martín
134
.
A lo largo d el siglo XVI, debido a su crecimiento exponencial, la ciudad vivi ó
una fuerte demanda de viviendas, por lo que las construcciones se realizaron de
manera ap resurada y con materiales de baja calidad, sien do defectuosas desde el
principio, lo q ue o bligó a los in quilinos a acometer reformas, como bien se recoge en
los contratos conserv ados. La mayoría de las ca sas eran propiedad d e la iglesia o del
municipio, siendo su interés el alq uilar a larg o plazo. No obst ant e, este auge
constructivo animó a muchos artesanos bien posicionados a invertir en propiedades
urbanas, adquiriendo casas con la intenci ón de alquilarlas a precios más altos
135
. Se
trató d e una especulación protagonizada tanto por trabajadores pudientes como por
aquellos más modestos, quienes no teniendo casa en propieda d realizaban
subarriendos, buscando el beneficio en la cuant ía diferencial: en 1546 , e l pintor Jua n
Sánchez, arrendó unas casas en Santa Catalina al boticario Juan Mar ín, por 7 ducad os
al año
136
. Un mes m ás tarde, éste las subarrendaba a Juan Delgado, por cuantía de
12 reales de plata al mes, es decir, algo más de 13 ducados anuales
137
.
Para algunos pintores, la posesión de inmuebles les supuso un ingreso extra,
lo que fav oreció su p osici ón económica dentro del gr emio y de la sociedad sevillana .
134
La morada de e stos pintores en l a s collaciones se ña ladas no fue a perpetuidad, pe ro sí fue en
ellas donde más tiempo residieron o donde disf rutaron de sus úl timos añ os de vida o es tancia en
la ciudad.
135
PIKE, R uth: Arist ócratas
y
comerciantes.
La
socieda d
sevillana
en
el
siglo
XVI . Barcelona, 1978, p.
148.
136
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9821, ff. 631 y ss. [24 de marzo de 1546]
137
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9821, f. rot o [4 de mayo de 1546]
118
Las cantidades a convenir eran muy variadas, y d epend ían fundamentalmente del
tamaño, las comodidades y su localización. Entre los más asiduos arrendadores s e
encontraba Juan de Zamora, quien pose ía casas en la collación de San Juan de la
Palma, en la calle de los Moros, que arrendaba por unos 32 ducados al a ño, es decir,
12.000 maraved í es
138
. Po r su p arte, Antón Pérez , te nía una propiedad en San t a
Catalina, más concretamente en la calle Alh ón diga, colindante a su morada, junto a
la calleja sin salida de Anasco, y el mesón del Solardo. La canti d ad anual establecida
fue de 24 ducados y un par de gallinas buenas y vivas
139
. En esta misma col lación,
pero lind era a la iglesia, te nía su morada Juan Sánchez, p intor de imaginería, quien
arrendaba unos palacio s y soberados anexos a p recio de 8 d ucados an u ales
140
. Debí a
ser común la compra de una propiedad amplia que despu és podría ser subdividida
dejando en arrien do una de las partes, pues esta misma sit uación estuvo
protagonizada por Pedr o Villegas, quien pon ía en alquiler una propiedad vecina a su
residencia en San Martín, por precio, en este caso de 71.125 maravedíes anuales
141
.
En otras ocasione s, p odían alquilar p arte d e sus viviend as, e in cluso cama s
por un ti empo determinado. As í, el pintor Crist óbal d e Cárdenas, quien tambié n
138
Se conserva n distintas escrituras de arrendamiento pa ra este inmueble y las cantidades
convenidas no s iempre fueron las mismas. Lindaba con casa s de Baltasar Gómez y la calle era
aquell a que iba del Pozo Santo “ a
la
enfermería
de
la
duquesa
de
Béjar ” . El precio más alto
demandado fuer de 15.000 maravedí es al añ o, a do ña Isabel Puertocarrero, viuda de don Juan Ponce
de Le ó n. AHPSPN, Oficio 9, l egajo 23751, f. 1226 y ss [24 de mayo de 1566]. El alquiler medio era
de 12.000 marave díes, a paga r en tercios adelantados cada añ o. Se conse rvan contratos de
arrendamiento de sde 1551 ha sta 1566: Arrienda a Al onso de Hojeda, horadador de perlas, en este
caso por 9.000 ma raved í es anuales . AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17513, f. 316 [ 21 de ma yo de 1551];
renta a Luisa de Barranza, honesta muje r. AHPSPN, O ficio 1, le gajo 85, ff. 41v º y ss . [4 de jul io de
1553]; arrienda un tal Gaspar Del gadillo. AHPSPN, Oficio 23, legajo 16007, ff. 486 y ss. [24 de
febrero de 1561]; alquil a sus casas a Jerónima de Ay ala, mujer de Diego de So branis, difu nto.
AHPSPN, Oficio 1, l egajo 98, folio391 y ss. [15 de feb re ro de 1560]; arrienda a un tal A lonso Pérez.
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17568, ff. 1249 y ss. [22 de diciembre de 1562].
139
Resulta curioso el hecho de que, en 1539, el pintor dona estas casas a su hermano, Ba rtolomé
Pérez, las cuales es tán estimadas en 100.000 maraved íes, y libres de hipotec as, censos o tributos.
A pesar de ello, l os contrato s de arrendamiento que se realizan sobre ellas fueron siempre firmadas
por A ntón Pére z. A HPSPN, Oficio 16, lega jo 9802, ff. 533 y ss. Se conserva n cartas de a rrendamiento
desde 1539 ha sta 1563: A HPSPN, O ficio 16, le gajo 980 3, registro 26, f f. 636v º y ss [5 de julio de
1539]; AHPSPN, O ficio 16, legajo 9800, regist ro 43, folio rot o [16 de diciemb re de 1538]; AHP SPN,
Oficio 23, legajo 16006 , ff. 823 y ss. [24 de septie mbre de 1560]; AHPSPN, Oficio 23, legajo 16014,
ff. 1324 y ss. [21 de diciemb re de 1563].
140
El 14 de febrero de 1554 a rrendó la propiedad a Francisc o Díaz, tratante en vino. AHPSPN,
Oficio 9, legajo 17522, f. 87 6 y ss. Esta mi sma fue habitada a ñ os más tarde por el boticari o Juan
Marí n, quien la arrendó por tres años. AHPSPN, Oficio 16, lega jo 9821, f f. 631 y ss [ 24 de marzo de
1546]
141
Se deduc e de un co ntrato firmado con un tal Ba rtolomé de Saave dra el 14 de ju lio de 1550.
AHPSPN, Oficio 23, l egajo 15979, ff. 206v º y ss.
119
ten ía propiedades inmuebles en la collación de San Isidoro y en la calle d e la Mar -
actual calle García de V i nuesa - se aseguró má s i ngresos gracias al arrendamient o de
los altos de su casa y de la casapuerta de l a misma
142
. Por su parte, el pintor
imaginero Antón Rodríguez dio en renta al ta mbién pintor Juan Ponce, una sala baja
con portal q ue se en contraban frente a las casas de su morada, en la coll aci ón de S an
Juan
143
. La búsque d a de un subte rfugio econ ómico a la mera actividad artística llevó
a otros casos peculiares y aislad os, como el del pintor Alonso Maldonado, vecino de
Triana, quien poseía una fragata que arrendaba a pescadores a un precio mensual
de 5 reales y medio
144
.
Como se d educe de los contratos notariales, lo habitual era que los p in tores
vivieran de alq uiler, estableciendo contratos po r breves period os de tiempo, de uno
a tres años, por lo q ue resulta dif ícil seguir la p ista de a quellos q ue no ten í an
residencia fija. Se debe tener en cuenta que sus propiedades personales o
matrimoniales eran escasas, a penas los b ártulos d e trabajo y algunos obj etos de
ajuar. Las mu danzas eran parte del d evenir de su vida, y se trasladaban buscando la
mejor oferta, d e manera q ue las ganancias de su arte le ap ortaran los mayores
beneficios posibles y el alquiler p udiera ser pagad o c ómodamen te. No se puede
establecer un precio medio, pues la val ía estaba en función de las ubi cación,
características o tamaño del in mueble, de si contaba con pat io o cor ral o si se i ncluí a
el servicio y la limpieza. Del análisis preciso y cuidado d e los documentos
encontrados, se concluy e q ue la renta m ás cara de las viviendas adquiridas por
pintores asciende a lo s 50 ducados (18 .750 maravedíes), mientras que las m á s
modestas podían adq uirirse por una cantidad anual de 25 duc ad os (9.375
maravedíes). Se solían incluir un par de gallinas en estos tratos
145
.
142
Se conserva un arrendami ento en dichos términos al mil anés Pedro Ant onio Ma rinon, po r 3
años, conviniendo por ello 20.000 marave dí es anuales . AHPSPN, Oficio 17 , legajo 1 0576, ff. 1058 y
ss. [23 de mayo de 1549]
143
Las arrienda por tiempo de dos años, siendo la cantidad total e stipulada 10.000 marave díes.
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17551, registr o 30, f. 701 [24 de e nero de 1560]
144
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9832, ff. 209 y ss. [2 de enero de 1551]
145
Las cifras aisl adas ofrec en una informaci ón pa rcial y s uperficial, po r lo que adquieren s entido
una vez se compara con los precios de la vida cotidiana. Aquí algunos eje mplos: un libro de La
Celestina va lía 34 maraved í es y una silla de cadera se vendía en 83. Una sábana de l ienzo pod ía
llegar a costar 306 maravedí es mientras que una cami sa de hombre se cifra en 6 80 maravedíe s.
Hablando en ducados, un ju bón de mujer de raso costaba 4 ducados. La he chura de un crucificado
de tama ño natural rondaba l os 22 ducados. Una cama de cinco pa ñ os se e stipulaba en 44 duc ados.
120
Los pintores pose ían su taller en el d omicilio familiar, al nivel de la calle. No
se tiene constancia de que ninguno de los pintores estudia dos ejerciera su profesi ó n
en un est ablecimiento especializad o y diferente de su morada. Junto a los ya
referidos ap rendices y oficiales, era común que convivieran con criados y esclavos,
algo que podría ser un f actor indicat ivo de lo saneado de su econom ía. No obstante,
la presencia esclava era tan abundante en la ciudad, que su posesi ón no debe
entenderse como un lujo inalcan zable. Raro era el n úcleo fam ili ar q ue no ten í a
acceso a sus servicios. Aunque fueron los ari st ócratas y los eclesi ásticos los que
aglutinaron un mayor n úmero de esclavos p or cab eza, los cargos p úblicos,
profesionales liberales y artesanos p rósperos, también d isfrutaron d e sus auxilios .
Los esclavos constituí an el 7,4% del total de la población en la ciuda d , una cifra
justificada por el animado mercado urbano que se desarrolló con motivo de una alta
demanda existente
146
. Eran los portugueses los que lideraban las compra-ventas de
estas mercancías humanas, siendo la etni a negra la m ás abundante en dichas
transacciones, lo que llev ó a comparar a Sevilla con un “ ta blero de ajedrez ”
147
. No
obstante, en é l también se movían moriscos, canarios e indios, aunque en mucha
menor medida. Por ello, no es extraño que se escribieran versos como estos:
“ Sevilla es una N ínive, es o tra Babilonia; de lo que rueda p or
esas calles, cada hora puede hacerse un a crónica ”
148
No resultaban difí ciles de reconocer entre la población, pues su color de piel
y sus marcas en la cara los d iferenciaban. Los esclavos eran ne gros, mulat os, blancos
y de color lor o -tez moren a sin llegar a negra-, y en las mejillas solían po rtar marcas,
o bien el nombre de su d ueño, una “ S ” junto a un clavo, una flor d e lis o las asp as de
San Andrés. La práctica de marcar los esclavos no era generalizad a, pero se asociaba
con aquellos que eran refractarios, fugitivos o reincid entes. Las tareas d e los
esclavos no eran esp ecialmente d uras, y se asemejaban a la de los criados, siendo las
labores domésticas su principal cometido. E ran tratados como mi embros de la
familia y p odían llegar a ser hombres de confianza de sus amos o, en el caso de las
146
FERN ÁNDEZ CHAVES, Manuel F. y PÉREZ GARCÍ A, Rafael M: “ Las redes de la trata ne grera:
mercaderes portugueses y tr áfico de escla vos en Sevilla ” , en MARTÍN CASAR ES, Au relia y GARCÍA
BARRA NCO, Margarita (coord..): La
esclavitud
negroafrica na
en
la
Histori a
de
Españ a,
siglos
XVI
y
XVII. G ranada, 2010, p. 8.
147
Expresión emplea da por D OMÍNGUEZ OTRIZ, Antonio: Ort o … op. cit., p. 63.
148
Extraí do del l lamado Entremés
de
los
mirones , atribuid o a Miguel de Cervantes.
121
esclavas, confidentes de sus amas y cómplices de sus amor es
149
. En algunos casos,
se contaba con ellos como ayuda de taller, realizando las tar eas más p rimarias y
mecánicas. A pesar d e sit uarse en el m ás bajo escalafón social, se les trataba de
forma benigna, se les p ermitió fu ndar hermand ades y p ertenecer a cofrad ías e
incluso participar en ba iles y fiesta s en días feriados. No obstante, recibía n el mismo
trato que cualquier otra mercancía o propied ad, p ues se adquirían a tí tulo de
inversión y se empleaban como respald o en los negocios, pudiendo ser incluso un
aval ante un présta mo o tributo. Su p recio depend ía d e su sexo, ed ad o est ado físico,
y de to d o ello se informaba en los contratos de venta, d onde se sol ía indicar que el
esclavo en cuesti ón no era estaba endemoniado, ni ten ía ojos claros, ni era borracho,
ladrón o huidor, y que se hab ía adquirido previamente “ por buena guerra ” , es decir
que su esclavitud estaba autorizada. Las mujeres esclavas ten ían un costo mayor
debido al alto rendimiento que present aban en tareas del hog ar, por su may or
esperanza de vida, p or su esp íritu sumiso y obed iente y por su cap acidad de genera r
nuevos esclavos, pues tod o ni ño nacido de esclava lo era ta mbié n, por lo que se
consideraban inversiones a largo plazo, evita ndo as í la necesidad de volver a
invertir
150
. El pr ecio de un esclavo niño era menor debido al elemento de riesgo y al
gasto que conllevaba su crianza hasta una ed ad q ue pud ie ra ser de prov echo, bie n
para su uso, bien para su v enta.
Los pintores también aparecen protagonizando escritur as relacionadas con
esclavos, d esde ventas hasta ahorros, nombre con el que se conoc ía la concesión de
la lib ertad. Uno de los precios m ás alto pagado por una esclava negra fue de 100
ducados, desembolsados por el pin tor Juan Chac ón en 1565
151
. Por una cantid a d
similar, 10 5 ducados, Pe dro V illegas vendi ó al clérigo L uis Sánchez Mall én, un a
esclava de color loro de 25 añ os
152
. Muy cerca de esa cifra, estuvo la cobrada por
Jordán González, a quien el documento presenta como “ afinador de colores ” . Recibió
96 ducad os d el mer cad er L orenzo Mellad o p or Isabel, una esclava ne gra de 20
añ os
153
. Lejos d e estas cantidades est á n los 30 ducados q ue pag ó maese Pedro al
149
DOMÍNGUEZ OTRIZ, Antonio: La
esclavitud
en
Castilla
durante
la
Edad
Moderna . Granada, 2003,
pp. 18 - 19.
150
N ÚÑ EZ ROLDÁ N, Francisco: La
vida
cotidiana
en
la
Sevilla
del
Siglo
de
Oro . Sevill a, 2004, p. 76
151
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17587, f. 276 y ss [10 de abril de 1565]
152
AHPSPN, Oficio 7, l egajo 4948, f. 1124v º y ss [10 de octubre de 1567]
153
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9839, folio r oto [13 de dici embre de 1553]. Jordán Go nzá lez fue un
asiduo comprado r y vendedor de esclavos, negocio que seguramente le proporcionó ingresos extra:
122
escribano público Rodr igo de Torres por una esclava negra de nombre Isabel, de 30
años d e edad y que se encontraba en cinta en el momento de la v en ta
154
. Son precio s
que se ajustan a la media establecida y estudiada por especialistas en la materia
como Antonio Domínguez Ortiz o Ruth Pike. Haciendo uso de numerosas fuentes
documentales establecieron que, a principios de siglo, el precio medio pagado por
un esclavo no superaba los 40 ducad os, mientras q ue, a m itad d e la centuria, un
comprador pudiente podría llegar a pagar ha sta 80 o 90 ducad os por un esclavo
adulto. La cuantía desembolsada por esta mercancía humana fue en aumento a
medida que avanzaban las d écadas, al igu al qu e ocurrió con otros productos, fruto
de la gran ola de inflación que abrumó a toda la pen ínsula en aquella época.
La popularidad y fama del pintor Juan d e Za mora se vio reflejada en la
posesión de esclavos. Su papel preponderante dentro del gremio, la gran cantid ad
de encargos que recibió, su holgada economía gracias a las rentas de diversos
inmuebles y su importante red de contactos dentro del entramad o art ístico local, le
otorgó una en tidad que est uvo avalada por la p resencia de m á s de un esclav o en su
casa y taller. A finales de los añ os sesenta, disponía de dos esclavos a su serv icio, los
cuales habían s id o com prados por 40 ducados cada uno. Se trataba de una esclava
mulata india, de nombre Antonia, y un esc lavo Negro, Diego, de 38 a ñ os
155
.
Asimismo, aunque no han trascendido nombres, exi stieron esclavos como
ayudantes de pintor en la Sevilla del siglo XVI. Rea lizaban las mismas tareas que un
aprendiz en sus comienzos, con la venta ja d e q ue no deb ían remunerarles p or el
trabajo en cuesti ón. E l traspaso de esclavos entre pintores p uede ser indicativo de
que el individ uo tuviera cierta formaci ón y habilidad en el tratamiento de los
pigmentos, engrudos, colas y otros materiales. A finales de 1549, An t ón S ánchez
compró a un cléri go de Osuna un esclavo loro, de nombre Diego por p recio de 14.000
maravedíes, el cual meses má s tarde devolvería por motivos q ue no han
trascendido
156
. A penas se le hab ían d evuelto lo s maraved íes que cost ó, el pintor
Andrés de Zamora lo adquirió para sí, p or lo que p udieran vincularse a dicho esclavo
al me rcader Gaspar Herná n dez vendió un e sclavo negro , de 15 añ os y de nombre Francisco, por un
precio de 65 duca dos. AHPSPN, Oficio 17, legajo 10576, f. 341v º y ss. [5 de febrero de 1549]
154
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9823, registr o 11, folio roto [5 de abril de 1547]
155
AHPSPN, Oficio 9, legajo 23754, registro 50, folio roto [8 de febrero de 1567]; AHPSPN, l egajo
23760, folio roto [28 de novie mbre de 1569]
156
AHPSPN, Oficio 4, l egajo 2295, f, 871 y ss. [24 de septiembre de 1549]
123
cierta pericia en los rudimentos de la pintura
157
. Debi ó ser un esclavo rebelde y p oco
disciplinado, pues d el a ño siguiente se conse rva un pod er dado por Andr és d e
Zamora al desconoci d o pintor Francisco Pérez, para q ue pueda ir al pueblo de
Bornos y presentarse an te la justici a exigiendo que le entreguen al esclavo Diego,
quien estaba p reso en dicha localidad
158
. Quizá fue esta desobedie ncia e
insubordinación la q ue llevó a Antón Sánchez a deshacerse de él apenas d os meses
después de haberlo adquirido. Adem ás d e sedicioso fue r ei ncidente, p ues en 1551,
se en contraba preso en la c árcel de Toled o. Hasta allí se escapó y hasta allí hubo d e
ir a buscarlo el herrador Pedro Delg ado después de que el pintor hiciese un poder a
su favor
159
.
A pesar de que los esclavos gozaban de cir cunstan cias vitales b astante
tolerables y q ue se les otorgaba un trato benigno, cuand o las relaciones entre el amo
y el esclavo no eran clementes ni afectuosas p od ían verse sometidos a malos tratos
y ciertas torturas, q ue l es incitaban a la huida y el cons iguiente aban dono d e la casa.
Entre los castigos a los que se les p odía someter, se encontraba el llamad o
pringamiento, que consistí a en azotar al miserable y verterle en las llagas abiertas
grasa d e cerdo derretido
160
. Como represalia a los esclavos de comportamiento
incorregible tambi én se asocia la venta d e éstos en ultramar, es decir, en las colonias
españoles, o regalarlos a la Co rona para que los usara como es clavos en las
galeras
161
. En otras ocasiones, ante la imposibilidad de corregir sus malos
comportamientos y a fin de no luchar contra su naturaleza huidiza, se les pod ía hacer
libres. No obstante, la manumisión de un esclavo solía estar d eterminada por tod o
lo contrario. A la concesi ón de libertad se acced ía gracias a honrados
comportamientos, los buenos servicios prestados y la cristiana calidad de su alma .
As í lo refleja el ahorramiento por el que el pi ntor Luis Fern ández da por libre a su
esclava Luisa, de color negro y de 50 a ños. No sólo se gan ó su liberta d, sino que
también d isfrutó de un finiquito de 16 ducados d e oro
162
. En este caso, la lib ertad
seguramente vend ría concedida como agradecimiento por un determinado servicio.
157
AHPSPN, Oficio 4, l egajo 2295, folio rot o [23 de noviem bre de 1549]
158
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 19986, f. 865 y ss. [14 de junio de 1550]
159
AHPSPN, Oficio 6, l egajo 4023, sin foliar [12 de marzo de 1551]
160
También se le conocía con el nombre de “ la rdear ” . DOMINGUEZ OR TIZ, Antonio: La
esclavitud … o p. cit., p. 21.
161
PIKE, Ruth: Ari stócrata s … op. cit., p. 190.
162
AHPSPN, Oficio 23, l egajo 16000, ff. 1054 y ss. [23 de noviembre de 1557]
124
No obstante, fue mucho m ás com ún en el si glo XVI que los propietarios otorgaran
libertad a sus esclavos en sus últimas volunt ades. La manumisi ón mediante
testamento ofrecía al amo y al esclavo una serie de ventajas, pues el primero se
aseguraba el buen comportamiento del segundo, su entregada servidumbre y su
fidelidad, ya que la perspectiva de libertad le alentab a a ello.
Resulta imposible conocer cuánt os esclavos tu vo cada pintor, si hubo m ás
intercambios entre ellos o si acontecieron otro s problemas adem á s del referido. Es
mucha la documentación que se ha perdido y bastan te la que queda p or escrutar.
Los testamentos suelen dar in formación de los bie nes del d ifunto y entre ellos se
listaban los esclavo s en su hab er en el momento de la r edacci ón del i nvent ario post-
mortem . Esta información es valiosa, pero no determinante, p ues solo ofrece datos
de la situació n última de su v id a. Quizá en momentos de plenitud y éxito el artista
pudo contar con un mayor n úmero d e esclavos que al final d e sus días, tant o por
razones laborales com o econ ómicas. No obst ante , lo cierto es que, a tenor d e los
documentos encontra dos, no es disparatado considerar la presencia de al menos un
esclavo en la casa -taller de los grandes maestros en alg ún momento de su
trayectoria. El caso de Alejo Fern ández fue excep cional. Tuvo en torno a diez
esclavos a lo largo de su vida, a los que habr ía que añadir tres o cu at r o cr iados. Es
uno de los indicat ivos más elocuente s de la fortuna que llegó a atesorar, fruto d e su
éxito lab oral. A estas posesiones humanas se suma una nutrid a colecci ón de armas
y objetos textiles , siendo sorprenden te la ausenci a de li bros en tre sus bienes, lo cua l
lleva a cuestionar la cultura literaria que pudo tener el flamenco
163
.
Junto a aprendices y esclavos, entre los bancos del taller sol ían juguetear los
hijos de los pintores. M ancharse las manos con l os pigmentos y ver a su padre tiento
en ristre, d ebió ser la primera experiencia con la pintura de muchos artistas
sevillanos. “ De pa dres gatos, hijos michinos ” , decía el refrán. Fueron muchos los que
decidieron seguir los pasos de su p rogenitor: la fácil, efecti va y barata enseñan za d el
oficio, la disponibilidad de mate riales, el disfrute de unos contactos p rofesionales
estables y el acceso a la r ed clientelar p aterna, fu eron alicientes má s que suficientes
para postergar el oficio una generación más. A excepción de los Sánchez de
163
GÓ MEZ SÁ NCHEZ, José Antonio: Alejo
Ferná ndez
y
la
pintura
sevillana
del
primer
terc io
del
siglo
XVI . [Tesis doctoral in édita. Unive rsidad de Sevil la, 2015] , p. 35
125
Guadalupe, muy activos en el primer te rcio d el siglo XVI, no existieron sagas como
tal en Sevilla. No obs tante, la lista de pin tores cuyos v á stagos fueron hábiles con el
pincel es amplia, aunque no sorprendente: Alejo F ern ández trasmitió sus
enseñanzas y habilid ades al peque ño Sebastián, a quien tuvo la d esgracia de
enterrar, en 1539, ante s de ver su propio ocaso. Juan d e Zamora, no contento con
casar a dos d e sus hijas con los entalladores m ás afamados de la urbe, regal ó a su
gremio otro par d e artistas: Ped ro de Bonilla y Diego de Zamora. El genial maese
Pedro, a pesar d e su mar cha a Bruselas, ad iestró en las artes del pincel a dos de sus
infantes, Jua n de Campaña y Ped ro de Campa ña, el joven, siendo el primero quien
más alabanzas cosechó, aunque nunca al nivel d e su progenitor, y el segundo, se
erigió como un buen especialista en retratos, según se ded uce de su testamento
164
.
Antonio de Alf i án ense ñó también a su hijo Alonso las habilidades en la aplicaci ó n
del color y los secretos del dorado, aunque s ólo se le ha documentado en ta reas
subalternas junto a su padre. Lo mismo ocurrió con el hijo de Jua n de Salcedo, Diego,
de quien apenas se conocen m ás datos. Pedro de Campos, pintor secundario de la
escena pictórica sevillana, ta mbién dejó un hijo artista, Salvador d e Campos. En
otras ocasione s, el aprendiz supe ró decididamente al maestro, recayendo la fama en
la segunda generación familiar. Fue el caso de Andr és Ramírez, pintor bien
posicionado dentro del gremio cuya fam a hist órica ha d erivado en gran medida de
su habilidad como miniaturista. Fue su padre Juan Ramí rez y su madre Ana d e
Espinosa, hija y heredera legíti ma del también pin tor Antón Sánchez de Guadalupe,
por lo que su vocación a la pintura estuvo mar cad a desde la cuna
165
. También Lui s
de Varg as superó con creces la carr era de su progenitor, Pedro de V argas, vecino en
la collación del Salvador, del que no se conserv a ninguna obra y apenas algunos
documentos notariales como cartas de aprendiz aj e o contratos de arrendamiento.
164
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: De
Jerónimo … op. cit., p. 165
165
GESTOSO, José: E nsayo … , o p. cit., tomo III, p. 380 - 381
126
5.2. Estudio soci o-econó mico según las cartas d otales
El nivel econ ómico del tercer estamento social, el heterogé neo p ueblo llano,
puede estudiarse a través de las cartas de dote, referentes fiables con los que medir
la riqueza o p obreza de un d eterminado indiv i duo, según hayan co nseguido o no
dotar a sus hijas por una cantid ad razonable par a la época. La d otación se establece
en función del biene star d e los padres de la casament era, por lo que, a mayor
solvencia económica, mayor dota ción en d ineros y bienes de a juar. L a entrega de la
dote se convirtió en un negocio económico p ara muchas familias, hasta el punto de
que el cabildo se v io obligado a intervenir, regulando las cantidades que se p od í an
otorgar en función de la riqueza global de los progenitores:
“ Atenta la des orden y daños que som os informad o que se ha recrecido y
recrecen de las dotes excesiv as que se prome ten hab emo s mandado a los del nuestro
Consejo d e que viesen e placticas en de e l lo … Y habi endo visto los p a r eceres y a cuerdos
que sobre ello ha habido, mandamos que de aquí en adelante en el dar y prometer de
las dichas dot es se tenga y guarde la manera e orden siguiente: que cualquier caballero
o persona que tuvier a 2 00.000 m a r avedies y dend e arriba hasta los 500.00 0
maravedies de renta, pueda dar en dote a cada una de sus hij as l egiti m as hasta un
cuento de maravedíes y no mas, y que el que tuviere m en os de los dichos 200.000
maravedies de renta, no pued a dar ni de en do te arriba de 600.000 marav edies; y el
que p asare de los dichos 500.00 hasta un cuento y 400.000 m a r avedies de r enta, pueda
dar has ta un cuento y medio de maravedíes; y el que tuviere cuento y medio de r enta y
dende arriba, pueda da r en dote a cada una de las hijas legitimas que tuv iere la renta
de un a ño y no mas con que no pueda ex ceder d e 12 cuen tos de maravedíes, no
embargante que la dicha su r enta de un a ño sea m as de los dicho s doce cuentos en
cualquier cantida d ”
166
Aunque fue loable por parte del Cab ildo el in tento por controlar las cifras
otorgadas en d ote, estos precep tos no s iempre se cumplieron. No obstante, el
estudio y an álisis de los d ineros y bienes otorgados por los pad res de la novia al
matrimonio son datos ineludibles para el conocimiento de su solvencia econ ómica
y su posición social, al tiemp o que pueden confirmar la en tidad social del
contrayente, pues las dotes más elevadas, no sólo eran indicativas de una economí a
saneada por parte de los otorgantes, sino tambi én d e las cualidades de un esp oso
que era digno de merecerla.
166
1524, Novísima R ecopilac ió n, libro 10, ley VI. Re cogido en MORELL PEQUE RO, Blanca:
Mercaderes
y
artesanos
en
la
Sevilla
del
descubrimiento.
Sevilla , 1986, p. 22
133
un precio y V argas era un pintor al alza. Hab í a tr ab ajado junto a Perino y aprendido
de V asari. Ning u n otro pintor sevillano hab í a visto el David fr ente al P alazz o V ecchio
o conocido la R oma de Pablo III . Una vida en Italia le v ali o una dote gener osa, una
familia pol í tica bien pos icionada y una mujer jo v en para sus casi 45 a n os
184
.
El 3 de diciembre de 1550, Jua n F ern a ndez concertaba el casamiento de su
hija Jua na F ern a ndez con el pintor , quien se p r esenta como hijo de P edr o de V argas,
difunt o, y de Aldonza Jim e nez, su mujer , vecino s del Sal v ador . La dote ascendi o a 700
ducados (262.000 mara v ed í es), de los cuales 500 se paga r í an en diner o, mientras
que 200 d eb í an sumar los bienes del ajuar
185
. En el mom ento de la escritu ra, V ar gas
r ecibi o 200 ducados, cont an te y sonante. El 2 de abril del siguiente a n o, recib í a el
pago de otros 200
186
, y pa ra el d isfrute de los r estantes mar a ved í es y de l os b ienes
dotales tendr í a q ue esperar hasta septi embr e de ese mismo a n o
187
. No resultaro n
ser tan lujosos como los otor gados p or Campa n a a su yerno, per o su pr actici smo no
debi o resultar f u til p ar a un pintor reci e n llegad o: v arios colchones, una alfombr a,
una mesa de ca denas, pa n os de Holanda, una caldera o un anafe, son algunos de los
bienes que se citan, en tr e los que destaca u nicament e por su car a cter e legante “ una
camisa labrada e n oro de muje r ” .
No contento con ello, y en un acto de gran gen erosidad , Juan F ern a ndez , 16
a n os despu e s de haber concertado las cl a usulas del matrimonio consider o justo
hacerles una donaci o n m a s. En vista de que el paso de los a n os hab í a tra í do consigo
un sustancial aumento de los bienes del matri monio, el ca n ero pudo ofr ecer 1.300
ducados en la dot e de c asa miento de su hija M ar í a D í az con Al onso de Sol í s, alguacil
de los V ei nte . P or tanto , consider o “ justo ygu alar con vos l a dicha Ju ana F ernandez,
mi hija, siendo como so ys, para que mejor teng ays con que sustent ar y alimentar los
hijos que teneis o t uvier edes, de my grado y buena voluntad sin premia ni fuer ç a
alguna, otro go que do y y adjudico, po r causa de esta d icha aduidic a çion hago graçia y
donaçion [roto] a vos la dicha Ju ana F ernande z, mi hija [roto] haber y h eredar los
184
Si se tiene en cuenta 150 5 como fecha aproximada de nacimie nto, en su retorno a Sevil la
contaría con 45 años. Se tr a ta de cifras aproximadas pero que no deben es tar muy le jos de la
realidad.
185
AHPSPN, Oficio 6, legajo 4022, sin folia r. Legajo e xcluido de consulta por su mal es tado de
conservaci ó n. Agrade zco al archiv ero don Fra ncisco F ernández López haberme da do acce so al
documento. [A nexo. Document o 5.1]
186
AHPSPN, Oficio 6, l egajo 4023, s. f. [2 de a bril de 1551] [Ane xo. Docume nto 5.2]
187
AHPSPN, Oficio 6, l egajo 4024, s. f. [6 de s eptiembre 15 51] [Anexo. Docume nto 5.3]
134
bienes y ha çiendas que quedaren e fincaren de mi, el dicho Jua n F ernandez e de los que
quedaron e fincaro n de la dicha Leonor R odriguez, mi mujer , e de cada uno de nos
con viene a saber siete deçimas partes que yo tengo e me pe rt enesçen e puede
perteneçer e n unas casas que son en est a ciudad de Sevilla e n la col la cion de Santa
C atalina, en l a C alle de las Peñu el a s en que vivis y morays al presente ”
188
. Las tre s
partes restantes de las dichas casas estab an en di v ersas manos: L u is de V argas
pose í a una de ellas y las otras dos p ertenec í an a la mujer y hered eros de Diego
F ern a ndez, tornero difunto, y a Diego F ern a nde z, el mozo, tambi e n tornero. Con esta
cesi o n, el matrimonio aglutinaba ocho d e cimas partes d e la s casas en la que resid í a,
debiendo pagar a lg u n tributo anual por las partes no pose í das a los aqu í citados. Se
trata de un d ocumento mu y v alioso, no s o lo por la in f ormaci o n acerca de la dote y
del status adquirido p or su suegro, sino porque permite sit uar la residencia del
pintor dentro de la collaci o n de Santa Catalina . No obstante, es preciso se n alar que
el pintor y a hab í a comprado cierta part e de unas casa s en esta collaci o n en 1559
189
.
P ag o por ellas 1 5.000 mar av ed í es a Isabel de P ared es, viud a del alba n il Juan Mart í n,
una cantidad no mu y elev ada, lo que llev a a pe nsar que el inmueble estar í a div idido
en numerosas p artes, de las cuales el pintor se qued o con una peque n a fr acci o n. La
vi vienda contaba con “ casa puert a y patio y p ortal y palaçios y soberados y corr al y
poz o” . La casap uerta er a el nombre con que se conoc í a al espacio tr as la puerta
principal que ab r í a a la calle. Serv í a para establecer comunicaci o n con el patio o
zagu a n y entre sus usos se encontr aba el de r ecib idor , caballeriz a o espacio
def en si v o. Albergaba el pozo, ele mento fun damental para el abastecimiento de la
casa, y en ella e nt r oncaba la escalera que d ab a acceso al sober ado
190
. Se t rataba de
una casa com u n, sin lujos y de una u nica planta habitable, la baja. S egur amente
V argas nunca la lleg o a habitar , pero si disfrut o de su parte pr oporcional en el cobr o
de las r en tas anuales que de su alquiler de v en dr í an.
El matrimonio era una instituci o n perpetua e indisoluble, m a xima expresi o n
de toda relaci o n e interacci o n social. Como se aprecia a tra v e s de todos estos
ejemplos analizados, los enlaces matrimoniales se pactaban y se ne gociaban entre
188
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17590, ff. 104 y ss. [octub re de 1566] [ Anexo. D ocumento 5.4]
189
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 17548, registr o 10, ff. 230 y ss. [12 de julio de 1559]
190
N ÚÑ EZ G ONZÁLEZ, Ma rí a: “ Metodolog í a para el estudio, dibujo y l ocaliza ción de casas se villanas
de los s iglos XVI y XVII ” , Atrio, nú m. 22. Sevilla, 2016, pp. 81 - 82.
135
las partes, al margen de la v oluntad de los contra y en tes, quienes quiz a ni se conoc í an
antes de desposarse co n la Santa Madr e Iglesia de testigo celeste y u n escribano
p u blico como testigo terr estre. Ante todo, se busc o pres ervar o aumentar las
propiedades y establecer alian zas pol í ticas y econ o micas que resultar an u tiles a
ambas f amilias
191
. A estos fr í os acuerdos nota riales les segu í a un encuentro bajo
b o ved as sagradas, donde recibir el sacrament o que v alidar a el en lace ante los ojos
de Dios.
5.3. Fiar como signo de am istad
Las r elaciones de ve cindad, los contr atos conjuntos o los enlaces
matrimoniales p ermitier on entretejer una red de relaciones dentro de l gremio que
superar on los lindes prof esionales p ara anud ar lazos de amistad. L a cercan í a y
confianza entre los pint ores no se ded uce de cr o nicas, n i e p í stolas ni poemas, pues
no han trascendido documentos de esta í ndole. Es en la letra pequeña de los
contrat os ante notario donde se recoge una cl a usula a tr a v e s de la cual se ponder a
la estima entre ellos. T oda obligaci o n era firmada por la parte contratante y la
contra y ente. El pintor en cuesti o n que acep taba los t e rminos y condiciones de la
obra sol í a nombrar un fiador , de manera que, s i se prod uc í a un incumplimiento d e
contrat o, aquel respon der í a en t e rminos monetarios. Er a una forma de otorgar
gar an t í as al co ntratant e al tiempo que el pintor se sen t í a asegur ado. Ser fiador
conllev ab a importantes responsabilidades legales y ciertos riesgos econ o micos p or
lo que la p ersona a la que se fiab a deb í a de ser alguien cercano y de confianza. Eran
tiempos en los que cada in v ersi o n d e capital se es tudiaba al detalle , dejando p oco s
m a rgenes de error y m í nimas concesiones al riesgo. E l gran av al dentro del gremio
lo constituy o el pintor Juan de Zamora . Hered ero art í stico de Alejo F ern a ndez y
constituidor destacado de la facci o n m a s retardataria de la pintur a sevillana, su
bonanza econ o mica gr acias a la gran canti dad de encarg os que r ecibi o y a las r enta s
que obten í a por los alquileres de los inmuebles que ten í a e n p ropiedad , lo convirti o
en una asegurador a par a muchos de sus colegas, no s o lo del pincel sino tambi e n de
la gubia. E ntre sus amistades, a las q ue fio, se encontraban Ant o n S a nchez de
Guadalupe, Andr e s Mor í n, Miguel V all e s o P edro de Campa n a. P or su part e, Luis d e
191
N ÚÑ EZ ROLDÁ N, Francisco: La
vida … op. c it., 86.
136
V aldi vieso aparece como fiador de algunas de las obras q ue a e l se le encargar on, por
lo que tambi e n debe contarse dentro de su c í rculo de allegados. Ambos pin tor es
hubieron de encontrarse c o modos trabajando junto al arquitecto y escultor Juan de
Oviedo, pues son v arias las obras contratadas conjuntamente, aunq ue no llegar on a
establecer una compan í a de trabajo. L a contrataci o n conjunta de obr as entre Juan
de Zamora y Juan de Oviedo, o de e st e con Luis de V aldi vieso, debi o r esponder a
r azones de empat í a labor al, de buena sin ton í a en el trabajar conjunto, donde el e xito
de las primeras empr esas les ase gur o la r ealizaci o n d e otr os conjuntos r etabl í sticos.
Otr o pintor mu y r equerido como fiador fue Antonio de A lfi a n. Ant o n S a nchez
de Guad alupe , And r e s Mor í n, P edro Xim e nez o Miguel V all e s fuer on algunos de los
artistas que se beneficiar on prof esionalment e de su afecto. Asimismo, debi o
mantener una relaci o n esp ecialmente cercana y pr o sper a con Juan Bauti sta V a zquez,
el viejo. F ue su fiador , junto a Bartolom e Mor el y al impr esor de libros Alonso
F ern a ndez de C o rdoba, en la r ealizaci o n de la portada y tabern a culo del Sagrario ,
contratada junt o al mar moler o italiano F rancisco d e Carona. Adem a s, ambos fuer on
solicitados para la realizaci o n conj unta de algunas piezas, como el r etab lo y
tabern a culo de la capilla del Rosar io en el mon as terio dominico de San P ab lo
192
. La
colabor aci o n en tre pintor es y entallador es fue floreciente durant e tod a la centuria .
Eran r equeridos p or los comitentes y se necesita b an mutuamente. Aun que cada uno
trabajar a por sep ar ado en su taller , cultiv an do las art es que les e ran afines, debiero n
existir muchos momentos compartidos donde cuadr ar medidas, ajustar
presupuest os, adquirir materiales o asentar las piezas en su emplaz amiento
definiti vo. Antes de tra baj ar codo con codo en el magno reta b lo de Santa Ana d e
T riana, P edro de Campa n a y Nufro Ort ega y a deb í an poseer ciertos lazos de amist ad,
pues en el a n o 1546, el pint or lo present o como fiador del retablo que realiz o en una
capilla de en terr amiento que una tal M ar í a Ni n o ten í a en el trianer o con v ento de la
Victor ia
193
. Esta bue na sinton í a tambi e n r ezuma entr e Andr e s R am í r ez y R oque
Balduque, quien es se co nocie r on en el en tor no catedr alicio. E l p in tor lleg o a fiar a s u
colega en un par de ocasiones en la d e cada de los cincuenta , cuando su fama ya
192
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo … op. cit., p. 111.
193
Ibídem , p. 161.
137
estaba consolidada y su exitosa cr ea ci o n de tip os iconogr a ficos le hab í a r ep ortado
notoried ad en ambas orillas del A tl a ntico.
Sin embargo, no todo fue amistad y buenas rela cione s entre los agremiad os.
Los documentos de per d o n son v erdad eramente in ter esa ntes p or la si nceridad con
la que se relata n los hechos y la fr anqueza con la que se exime de culpa al perdonado,
en un gest o de caridad cristiana sin igual. Uno de los casos m a s singulares y bellos
por la calidad humana que r eviste es aquel por el cual Ant o n P e r ez pe r dona al
tambi e n pintor Antoni o de Sol í s. El seg undo in juri o al primero, haci e ndole cierta
afr onta, lo cual le v ali o una quer ella. Por esta c ausa, fue sen t enciado a un destierro
de ocho meses, de los cuales hab í a cumplido cinco en el momento de firmarse la
escritur a de perd o n. Ant o n S a nchez le perdon o los tres meses que le quedaban por
cumplir , decisi o n tom ada gracias a “ la inte rcesio n d e bue n as pe rsonas qu e en e ll o han
intervenido ”
194
.
Se han conserv ado otras cartas de perd o n en las que in terv ienen pint ores ,
aunque ninguna otr a en r elaci o n a sucesos como el anterior , acaecido en tr e
miembros d el gremio. Uno de los m a s tristes fue el otorgado por P edro de Campa n a
y su mujer , Beatriz A lv arez. El 9 de marzo d e 15 51, hac í a alr ededor de ocho meses
que un ta l P edr o de Ure n a fue acusad o d e lanzar una piedra con tan ma la suerte que
hiri o al hijo que la esp osa del pintor hab í a concebido con su primer marido , L a zar o
Daza. El impacto en la cabeza del peq ue n o Pedr o, de 13 a n os de eda d, result o ser
mortal. A tra v e s del p erd o n notarial, la p areja se retracta y afirmando que no saben
qui e n fue ver dader amente el que lanz o la p ie dr a, lo perdonan “ por siempre jamás ”
195
.
T ambi e n se encuentr an a pintores envuelt os en los llamad os “ perd ones de cuernos” ,
mu y comunes en la e poca. Fue el caso d el desconocido Diego de C a ceres,
segur amen te pintor de br ocha, sin ninguna especializaci o n art í stica, natural de un
pueblo de Le o n, quien perd on o a su mujer despu e s de, que estando ausente ella
cometiera adulterio. A unq ue en un p rimer momento quiso que fu era punida y
castigada termin o justificando sus actos aduciendo su ausencia de la ciudad, as í
como la p oca e dad e in consciencia que ten í a cuando se cometi o la in fidelidad. R og o
194
AHPSPN, Oficio 23, l egajo 15974, registr o 4, s.f. [1 de e nero de 1549]
195
AHPSPN, Oficio 6, l egajo 4024, s.f. [9 de marzo de 1551 ]
138
a Dios por que s e per donar an sus culpas, al tiempo que per donaba a s u mu jer de la
falta incurr ida
196
.
A p esa r de las numeros as y fluidas relaciones que se dieron entre los pintor es
apenas se conocen compan í as de trabajo en est e ter cio central del siglo, una pr a ctica
que fue mucho m a s habitual al final de la centuria. No obstante, el hecho de q ue no
se conserve ning u n docum en to acred itativ o de ello, no implica que no se dieran , pues
fue un h a bito com u n cuando se hab í a de afront ar la p olicr om í a y dorad o de amplias
obras retabl í sticas . Con ello, se buscaba agilizar la entrega del encargo y q ue su
cumplimiento no se et ernizar a, cumpliend o as í con los plazos t emporales
estipulados. Atend iendo a las grandes labores de policrom í a y dor ado acometidas en
estas fechas, se puede afir mar que se p od í an llegar a unir tres o cuatro tiendas par a
satisfacer un encargo, a unque se han llegado a cuantificar hasta seis. El primer gr an
ejemplo lo constituy o la elaboraci o n del r etablo may or de San ta Ana, en el que
llegar on a participar co njunta mente Andr e s R am í rez, Andr e s Mor í n, Ant o n S a nchez,
P edro Jim e nez y Luis F ern a ndez. Algunos de e llos tambi e n integr aron el ta ller de
trabajo que se encarg o de dar or o y color a otro de los gr an des r etab los de la Sev illa
r enacentista, igualment e portentosos, aunque de f ortuna desigual, pues no ha
llegado hasta nuestros d í as. En 1561, se p agaba a Ant o n S a nchez, Andr e s R am í rez,
Antonio de Alfi a n y Pedr o Villegas la cantidad restant e de cuanto se les deb í a por
dor ar y estofar el r et ablo ma y or de la iglesia de San L or enzo, pieza lig naria ta llada
por R oque de Balduque
197
. A ex cepci o n de Ant o n S a nchez, los otros tr es pintor es
citados, junto a Jua n de Za mor a y el desc onocido Gonzalo V a zquez, acometer í an
algunos a n os m a s tarde la policrom í a del retablo de S anta Mar í a de la Asunci o n, en
la v ecina villa de Carmona
198
. Por ello, cabr í a considerar la existencia de algunas
cl a usulas contr act uales que los vincularan de forma o ficial, o al menos oficiosa.
Quiz a no era el comitent e en cuesti o n quien seleccionaba a los pin tore s que deb í an
196
AHPSPN, Oficio 3, l egajo 1535, registro 2 7, s.f. [1 de mayo de 1534]
197
La talla fue concertada en 1558, siendo fiadores los pintores André s Ram írez y Pedro Villegas.
Presidió el altar ma yor del templo hasta 1613, a ño en q ue se decide renovar el presbiterio y se
sustituye por un sagrario de Diego López Bueno, el c ual perdura hasta la contr a tació n de un n ue vo
retablo, en 1532, a Juan M artínez Monta ñez. PAL OMER O, Jesú s: El
retablo … op. cit., p. 138. Los
pintores percibieron 120.00 0 mara vedí es que era la mitad del precio estipul ado, y la última de las
pagas que les quedaban por cobrar de las “ quatro
partes
a
su
cargo ” . A HPSPN, le ga jo 17558, folio
roto [Fechado el 3 de febrero de 1561].
198
La talla y ensambla je se debe a dos m omentos y dos manos, sucedié ndose las labores de Nufro
de Ortega y Juan Bautis ta Vázque z, el viejo. PALOME RO, Jesú s: El
retablo … op. cit., pp. 129 - 132.
139
acometer el encargo, sino que era uno de los pi ntor es o incluso el prop io entallador
el que acud í a al gr emio para r equerir los mene ster osos necesarios par a la tarea en
cuesti o n. No se deb e ol vidar que uno de los cometidos del gremio era v elar por los
inter ese s de sus miembr os, de ah í que se buscar a el re parto equitati vo de los trabajos
para que a ninguno l e escasear a el dinero ni los recursos con los que vi vir
dignamente
199
. Este er a uno de los moti vos que llev o a fundar compan í as, aunque no
el u nico. En otras ocasiones era la necesidad de apoy o par a terminar una obra y a
contratada la que invitaba a la aceptaci o n de este tipo de acuer dos. T ambi e n el
parent esco fue f actor det erminante, pues los lazos f amiliares entr e miembros de un
mismo g remio u oficio af í n pod í an conv ertirse en lazos pr ofesionales, oficializados
por medio de un contr ato de compan í a, buscando una may or rentabilidad
econ o mica en la gesti o n
200
.
5.4. Pintores d evotos a una cofra d ía
Los p intores, como miembros activos de una sociedad civil imbuid a por la
religiosidad del momento, no s ólo se vincularon al hospital correspondie nte a su
gremio, sino que fueron muchos los que formaron parte de a lguna otra cofradía. Un
pintor especialmente implicado en la causa cofr ad e fue Ant ón P érez, quien aparece
vinculado al Hospit al y Cofradí a de las Almas del Pur gatorio de la col l aci ón de Sa n
Rom án desd e 1546. Celebraba su advocaci ón en la iglesia de Santa Catalina y asumió
los cargos de alcalde y prioste en d istin tos años d e su v id a. Es común en contrarlo en
las escrituras notariales rematando casas p ertenecientes a la hermandad, otorgando
arrendamiento o dando poderes
201
. En esa misma l ínea, aunq ue só lo se d ocumenta
como cofrade y nunca ostentando ningún cargo princip al, se sit úa el omnipresente
Juan de Zamora, quien pertenec ía a la Cofradía de la muy Limp ia Concepci ón de
199
Un caso curioso que eje mplifica muy bien e ste comet ido del gremio fue da do a c onocer por
Palomero, quien publicó las de savenencias de Al onso Vázquez con el res to de l os pintores de la
ciudad cua ndo se adhirió la total he chura de los frescos destinados a dec orar uno de los claustros
del desaparec ido Convento Casa Grande de San Francisco. PALOME RO PÁRAM O, Jesú s: “ Los
pintores se villanos contra Alonso Vázque z por negarse a repartir los fresc os del c laustro de San
Francisco: injurias, a menaz as y a tentados. ¡A las armas! ” , en GÓ MEZ DE TERR EROS GUAR DIOLA,
María del Va lle y PÉREZ -PRAT DURBÁ N, Luis (e d.): Las
ruinas.
Concepto,
tratamiento
y
conservaci ó n.
Huelva , 2018, pp. 229 - 242.
200
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo … op. cit., 47.
201
Apa rece documentado como alcalde de la h ermandad en los a ñ os 1550 y 1567, y siendo prioste
en 1554, 1555 y 1568. Es posible que exista n más docu mentos que a rrojen datos al respec to, pero
los encontrados ha sta ahora ofrecen sóla mente es ta informació n.
140
Nuestra Señora y la S angr e de Cristo, sit a en la collaci ón de San Andrés, a la que
también se vincularon los pintores Andr és Mar t ín y Pedro Ximén ez
202
. Por su parte ,
a Antonio d e Alf i án se le cita como mayor d omo del Hospital de la Magdalena,
collación en la que habitaba, mientras a Juan S ánchez se le d ocumenta en 1536
ostentando el mismo cargo, pero en la cofradía d e San Bartolomé
203
.
Los te stamentos también son fuentes fiables para in formar en est a l ínea, pues
los pintores se presentan com o co frades o d ejan ciertas cuant ías a los hospitales o
hermandades a los que se vincularon. Fue el caso de Agustín de Colmenares, un
humilde pintor, hermano de la Cofradí a de la Expiración de Jesucristo, q uien mandó
ser ente rrado en San Vicente
204
. Por su parte, Antonio de Tejeda cuya última
voluntad fue ser sepultado en la iglesia de San Juan de la Palma, se presenta como
202
De estos dos pintores no se ha conservado ninguna obra. No obstante, aparecen repetidamente
en la documentación de archiv o vinculados a los principales pintores de la urbe, ya se a como
colaboradores o fiado res. A ndrés Martín fue Marido de Elvira Hernández, c on quien habitaba en la
colla ción del Sal vador. Poseía casas en San Pedr o, las cua les fue ron arrendadas a su cole ga Luis de
Valdivieso en 1539, haciéndolo as í vecino de otro pintor, Diego de Ayal a. Fue su fiador Juan de
Zamora en el encargo que le efectu ó Manuel Fernández para la decoraci ón de pintura y dorado de
unos techos de sus ca sas, en 1550. GESTO SO, José: Ens ayo … o p. cit , tomo III, p p. 353- 354. Ju nto a
Ju an de Zamora fue elegido para a preciar una obra a petición de l os pintores Lui s Fernández y
Gerónimo N úñ ez, la cua l había sido realiza da por éstos en una barbería de la calle Alhóndiga.
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9 793, f. 61 2vº y ss. [10 de se ptiemb re de 1535] . Se docu menta, a demá s,
pintando unas c asas de Alonso de Espinosa Cervantes, vecino de Santa Catalina, a precio de 140
ducados. AHPSPN, Oficio 9, le gajo 19751, ff. 820 y ss. [25 de junio de 1549]. De bió se r especial ist a
en la decoración pa rietal, pues f ue recla mado para decorar las c asas que el duque de Medina Sidonia
tenía en la collación de San André s, siendo el ilus tre Juan Claro de Guzmá n, conde de Niebla quien
realiza el encargo en nombre de aquel . Se le pa garon 15.000 maravedí es por esta obra, para la q ue
puso como fiador al pintor Alonso Hernández. AHPSPN, Oficio 9, lega jo 19753, ff. 1859 y ss. [13 de
noviembre de 1549].
Pedro Ximénez fue un pintor muy it inerante. Se le localiza habitando en San Lorenzo ( 1539), en
San Jua n de la Pal ma (1539), en Sa n M arcos (1545), en la Ma gdalena ( 1560) y en el Salvador (1566).
También tuvo relaci ón c on Jua n de Za mora, a quien le tra spasó la obra de seis ta bleros grandes q ue
se había obligado a pintar p ara la iglesia de Santiago de Carmona. Se fecha e ste documento el 19
de enero de 1545. GE STOSO, José: Ensayo … op. cit, tomo III, p. 148. De bió mantener buena relación
con Antonio de Alfiá n, pues éste fue su fiador en la obra de dorado de cinco fil acterias para la igl esi a
de San Juan de Ma rchena, en 1556. HERNÁN DEZ DÍ AZ, José: “ Arte Hispal ense de los siglos XV y
XVI ” , Documentos
para
la
Historia
del
Arte
en
Andalucía , tomo IX. Sevil la, 1937, p. 50. Asimismo,
añ os antes, en 1549, Pedro de Campaña le traspasó la pintura y dorado de la viga de imaginería
existente de la iglesia de Santiago de Je rez de la Frontera, “ p orque
yo
agora
tengo
otra s
obras
e
no
puedo
atender
en
ella ” . AHPSPN, Oficio 23, legajo 15976, registro 12, f. 274 y ss. [1 de octubre de
1549]. [Anex o. Docume nto 6.12]
203
Se le docume nta como tal en el año 1567, recibiendo un poder por parte de los ala rifes de la
ciudad para que pueda visit ar en su nombre una s casas q ue requieren ciertos arreglos y otor gando
un tributo sobre unas c asas al entallador Gonzalo de A r cos y. Respectiva mente, AHPSPN, Oficio 7,
legajo 4948, ff. 195 y ss [29 de abril de 1567] y AHPS PN, Oficio 7, legajo 4948, ff. 292 y ss. [1 de
julio de 1567]. El dato sobre Juan Sánche z fue aportado por SANCHO CORBAC HO, Hel iodoro: “ Arte
sevill ano de los siglos XVI y XVII ” , Documen tos para la Historia del Arte en A ndal ucí a, tomo III.
Sevilla , 1931, p. 18.
204
LÓPEZ MAR TÍNEZ, Ce lestino: Desde
Jerónimo … op. cit., p. 169.
141
hermano de la Cofradía de la Muy Limpia Concepción, antes citada. En su testamento
solicitó que sus hermanos lo acompa ñasen en la “ misa de requiem cantada con su
vegilia ofrendada del pan y e l vino e çera ” que se ofre cería por su alma
205
. Esta
hermandad te nía su bóved a de enterramiento en el monasterio de R egina Coeli,
como informa en su testa mento el pintor Julián de Villalobos, quien tambi é n
perteneció a ella
206
. Aunque el gremio tuviera su capilla y sala de cabildos en la
iglesia de S an Martí n, esta cofradía, sin duda, tuvo una conexi ón especial con los
artistas del pincel, pues son varios los que asumieron cargos o que se acredit aro n
como cofr ades.
Hubo pintores que fueron m ás allá y, lejos d e contentarse con pertenecer a
una sola hermandad, repartieron su devoci ón entre diversas cofrad ías. Pedro
Gómez, un artist a menor que hizo testamento d ías antes d e partir hacia el Nuevo
Mundo, se declar ó hermano del Santísimo Sacr amento del Corpus Christi, de la
Cofradía d e las Animas del Purgatorio -cuyos c ultos d e celeb raban en la iglesia de
Santa Catalina- y de la Cofradía de Santa Isabel y Nuestra Señora de la Nieves, con
vocación en el Hospital de S anta Isabel, el cual se encontraba en el “ alcázar viejo ”
207
.
Un caso pintoresco fue el Juan Chac ón, a q uien la abad esa y monjas del
convento de San ta Clar a tomaron y eligieron como su mayordomo en el a ño 1566,
cargo que ostentó hasta su fallecimiento
208
. Le dieron pod er cumplido “ para que
pueda usa r e exercer el dicho oficio de la mayordom ía en todas las cosas e casos que
convenga e para que pueda pedir e demandar e recibir e cobrar ansi en j uicio como
fuera de el de todas e qualesquier pe rso na e personas que con der e cho d e va y de sus
bienes todos los ma raved ies, pan trigo e ceba da e acey t e e gallinas y otras cosa s
qualesquier e de cualquier genero e calidad que sean d e fast a aqu í se deben e se
debieren de aqu í en a d elante a este dicho monasterio e con vento asi en esta dicha
cibdad d e sevilla como fuera de ella en qu a lesquier parte e lugares de renta de
qualesquier casas e tierras de pan, ol ivares, vi ñ as y otro s bien es e po sesiones ” . Se trata,
205
Aunque el tes tamento fue lo cal izado por Herná ndez Día z, no ofreci ó todos los datos al compl eto.
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9794, registr o 6, ff. 135 y ss. [17 de julio de 1536]
206
AHPSPS, Oficio 23, l egajo 16 013, registro 2 4, ff. 573v º y ss. [5 de junio de 1563]. En R egina Coeli
también quiso ser enterrad o Juan de Zamora, en la bóveda que poseía esta c ofradía y donde ya
descansa ba su esposa.
207
AHPSPN, Oficio 16, l egajo 9799, registr o 17, ff. 409 y ss [18 de junio de 1538]
208
AHPSPN, Oficio 1, l egajo 110, ff . 819 y ss [2 de marzo de 1566] .
142
sin duda, de un caso singular y único que añade una faceta má s a la p oliédrica
situación que podían vivir los pintores en la Sevilla del XVI
245
sombra de Salviati, Vasari y el fulgurante ascenso d e Taddeo Zuccari, se produjo bien
entrado los años cincuenta, cuando Vargas ya estaba en Sevilla
100
.
Por formar parte d e este mismo contexto lab oral, una relaci ón simil ar se
puede establecer entre el d esarroll o artísti co de Vargas y de Girolamo Siciolante,
quien fue considerado por Vasari como el mejor de los j óvenes de cuantos se
encontraban al servicio de Perino [Fig. 7 .21]
101
. En relación a este comentario, se
debe tener en cuenta q ue cuando Vargas se supone trabajando en Castel Sant ’ Angel o
debía contar con unos cuarenta a ños de ed ad, siendo incluso mayor que el propio
Perino, quien naci ó en 1501. Existiría un salto casi generacional con los j óvenes
pintores como el Sermoneta, quien estaría en la mitad de sus veinte, j uventud que
no fue óbice para q ue ingresara en 1543 en la Academia de S an Lucas, ni para que
fuera acep tado un añ o más tarde en la exclusiva Pontificia Insigne Accademia di Belle
Arti e Let teratura dei V irtuosi al Pan theon
102
. Aun que no fue un artista con la calidad
artística de Salviati, Tibaldi o Zuccaro, encontró un gran respaldo por parte de las
grandes familias rom an as, lo que le p ermitió un plácido acomo do en la ciudad. No le
faltaron encargos, ya fuera en obras c olectivas como en trabajos individuales. Y en
este sentido su arte encontró un ni cho d e merc ado en el gusto d e la naci ón hispana
de Roma: Joannes Petr us d e C órdoba, or pellaio
103
, le en cargaba la conclusió n
decorativa de su capilla en San Giuliano, iniciada por Nicoló Ma rtinelli, y para el
español Tommaso Armentieri, mayordomo y secretario de Margarita d e Austria,
pintaba una Tra sfiguración destinada a una capilla de la iglesia romana de Santa
Maria in Aracoeli. En la obra de Siciolante, la man iera más intrincada y refina da,
quedó relegada p or una mayor simplicidad y por la voluntad de in fundir claridad a
sus figuras, acogi éndose a los textos, cuya in tencionalidad no era la d e dist raer la
mirada ni la de estimular un pensamiento profundo, sino la de o frecer vías
devocionales claras
104
. Aunque fue un creato de Perino, en su obra se aprecia,
100
Este a specto se estudiar á más detenidamente en el sigu ie nte apartado.
101
VASARI, Giorgio: Lives
of
the
most … op. cit., vol VI., p. 225. La ce rcanía entre ambos fue
tímidamente refer ida en SAPORI, G iovanna: “ Pitto ri spagnoli …” , op.
cit ., p. 208
102
HUNTER, John, PUGLIATTI, Teresa y FIORANI, L uigi: Girolamo
Siciolante
da
Sermoneta
(1521 -
1575)
Storia
e
critica. Roma, 1983, p. 19 - 20.
103
Artesano enca rgado de dor ar cueros y piel es.
104
DUCCI, Delfina: “ Girola mo Siciolante da Sermoneta ” , Lazio
ieri
e
oggi.
La
revista
di
Roma
e
della
sua
regione , nú m. 582. Roma , 2013, p. 151 .
246
además, un importante peso de los estilemas de Vasari, de ah í que los paralelos entre
su arte y la producción de Vargas encuentren numerosos puntos de referencia
105
.
También se pod ría considerar cercano su quehacer pict órico con el
demostrado por Livio A gresti. Además del peso que pudieran tener los paralelismos
estilísticos, la p resencia d e Vargas en Castel Sant ’ Angelo ha q uedado reforz ad o p or
la existe ncia de un dibujo realizad o sobre pap el azulado, atribuido sin vacilaciones
al pintor, don d e copia las musas Cal íope y Eute rpe que d escansan sobre la puerta de
acceso a la Sala de Apolo. Considerando las leves diferencias con el fresco, me inclino
a p ensar que Vargas ejercitara la mano sobre un diseño preparatorio del propio
Perino, pues las figuras femeninas son m ás refinadas y menos monum entales, la
corpulencia que d enota el fresco pierde volumen en el p apel, donde, adem ás, se
aprecia un mayor grad o de d etalle en los pliegues d e las vestimen ta s, m ás retorcidos
e in trincados que los de la obra final. No fue Perino quien hubo de llevar a l a
superficie muraria esto s dise ños, que como se ha referido, fueron co nfiados a sus
colaboradores. No se ha se ñalado ningún pintor concreto como posible autor de
105
La figura de Siciolante ha sido recuperada en los estudios de Alessia Ulisse quien prepara una
tesis doctoral sobre el pintor y la for mación de la botte ga de Perino. Como a delant os, ve r: ULISSE,
Aless ia: “ La circolazione …” ,
op.
cit ., pp. 15 - 21; ULISSE, Al es sia: “ Una proposta per Siciola nte ” , Hort i
Hesperi dum , nú m. 4. Roma, 2014, pp. 57 - 74.
Fig.
7.21:
Perseo
entre
las
ninfas
Estigias.
Girolamo Siciolante (at rib.). British Museum, Londres .
247
estas musas, p ero sí para la Caridad y la Abundancia , situadas sobre la puerta de
acceso a la loggia de Julio II; se cita el nombre de Livio Agresti, un p intor de Forl i,
cuya presencia en este cantiere ya fue recogida por Baglione y Celio [Fig. 7.22 ]
106
. A
él también se ha adscri to el ton do monocromo con el Mart irio de san P edro y sa n
Pablo , p ara el que emplea una t écnica en la que era bien versado y que ya hab í a
empleado en los frescos de la Sala Vecchia dei Palafenieri. Su estilo maduró bajo los
techos d e la Paolina, en contacto con los modelos perinescos q ue determinarán el
perfil de sus figuras femeninas bajo las mismas caracterí sticas que se podían aplicar
a aq uellas en la obra del sevillano -por ejemplo, a la Alegoría de la Iglesia , del banc o
del retablo de la Gamba : frente alta, nariz derecha, mant ón prominente, espacios
oculares muy marcados y labios
carnosos. Sin emba rgo, no todos
los tondos fuero n realizados por él ,
cuya inte rvención también se ha
querido vincular en mayor medida
al círculo de Lu zio Romano, má s
que del propio Perino
107
. Los
tondos que se sitúan sobre las
puertas simulan decoraciones en
planchas de cobre, que junto a las
grisallas y a la arquitectura
marmórea fingida ex primen ese
gusto contemporáneo por exp lorar
las posibilidades pl ásticas de las
diversas mate rias y fingir texturas
diversas sobre un mur o que pierde
se materialidad ; tendencia que
alcanzará una de sus máximas en
106
BAGLIONE , Giovanni: Le
vite
de'pittori
scultori
et
architetti . Roma, 1642, p. 1 9; CELIO, Gaspare:
Memoria
delli
nomi
dell'arte fici
delle
pi tture
che
sono
in
alcune
chiese,
facciate,
e
palazzi
di
Roma.
Nápole s, 1638, p. 150.
107
Vasari sitúa al pin tor en Ro ma poco despué s de 1540. Se quiere reconocer su prese ncia en los
pagos que refieren a “ Luzioni e lei suoi lavoranti ” . DI GIACOMO, Caterina: “ L ivio Agresti a Castel
Sant ’ Angelo ” , Quaderni
dell ’ Isti tuto
di
Storia
dell ’ Arte
Meridi onal
e
Moderna , nú m. 5- 6. Me sina, 1983,
pp. 11 - 14.
Fig.
7.22:
Circuncisión
de
Jesús.
Livio Agr esti,1558. Museo
Diocesano e Capitolare, Terni.
248
estas cuatro p ared es, paradigma de las posteriores decoraci ones d e Salviati
108
. Las
escenas de historia se yuxtaponían con las relig iosas y entre ellas conv iví an
alegorías e incluso los j uegos ópticos -en una de las esq uinas Tibaldi simul ó una
puerta un hombre saliendo por ella
109
. El interés por la varieta s se exte ndió en las
artes visuales y en la literatura, dond e Ariosto se constituyó en uno de sus
principales baluartes; las partes no se supeditaban al todo, sino que eran motivos
esenciales de una obra que no perd ía calidad por no hacer de la uni dad su fin
último
110
. El conocimiento de estas manifestaciones, y m ás concretamente de los
bronces simulad os, p udo servir a Varg as como experiencia previa y necesaria para
poder transpolar tales efectos a su Sevilla natal, siendo únicamente conocidos los
ejemplos que d ej ó en la decoraci ón de la Giralda, d onde , según Juan de Mal Lara dejó
“ as í de figura s bla ncas, como de bronzo y coloridas ”
111
. No todos los tondos fueron
realizados por el mismo artí fice. El trazo enérgico, las suaves líneas ondulantes y los
sensibles efec tos lumínicos que se aprecian en otras escenas han llevado a ver en
ellas la mano de Domenico Rietti, llamado lo Zaga, un pintor en cuy os dibujos se
pueden destilar las característi cas gráficas de aquellos artistas orbitante s de
Perino
112
. El gran n úmero de subalternos que inte rvinieron en estos trabaj os
dificulta la identi ficación d e un gran número de dibujos conserv ados hoy como
an ónimos o con dudosa at ribución, pero siempre emparentad os con este ele nco de
108
Perino se había convertido en un modelo para Sal viati desde su etapa en Génova . Este úl timo
debió conocer l os frescos que a quel había dejado en el Palazzo Doria, as í como aquel los trabajos
que más tarde ejecutó en Roma a juzgar por su obra de corativa en la Sala dell ’ Udenza del Palazz o
Vecchio de Florencia, su gusto por el efecto ilusionista en la estructuraci ón del espac io, por el uso
de monocromos o el canon femenino de gran el egancia y belleza. PER ROTA, Marta: “ Intorno a
Perino. Salviati tra Roma e Firenze ” , en CORSO, Miche la y ULISSE, Aless ia: L ’ au tunno …
op. cit., 33 -
39.
109
Este conce pto se ha relacionado c on la idea de meravig lia , el c ual quedó bien demos trado en el
Orlando Furioso de Ariosto y en la Pala zzo Te de Ma ntua, donde Giulio R omano des plegó toda su
imaginación y co ncibió ca da e spacio de forma particul ar, conectando c on la idea defendida por
Serlio quien consid er ó que la varieda d de eleme ntos era una fuente de gran place r para el ojo y,
ademá s, sa tisfacía a la mente. SHEARM AN, John: Manneri sm , op. cit. pp. 140 -15 1
110
L os poetas L udovico Ariosto y Paolo Torquato Tass o constituyeron las dos tendencias e stilísticas
y conceptual es del momento, donde la esce na literaria se debatía e ntre el alarde de va riedad del
primero y la defensa de la unidad arist otélic a del segundo. FITZGE RALD, W illiam: Variet y:
The
Life
of
a
Roman
Concept . Chica go, 2016, p. 32.
111
MAL LARA, Juan: Recibimiento
que
hizo … op. cit.
112
A la muerte de Pe rino, las decoraciones estaban pr áctica mente terminadas y aquell o que
quedaba por hac er se dejó a la direcc ión de Pellegrino Tibaldi y de Domen ico Zaga , quien fue uno
de los principale s cola boradores de Perino (aunque Vasa ri en sus Vidas no lo cita), y al él se debe
presumiblemente, no só lo una implicación en la ejecució n, sino también en los proyectos más
releva ntes de la decoraci ón farnesiana, de la Sala de Perseo y la de Apolo. en ALBER TI GAUDIOSO,
Filippa M. y GAUDIOSO, Era ldo: Gli
affreschi …
op. cit.,
vol . 2, p. 112.
249
pintores formado con unos grafemas c oncretos y en unos patrones comunes.
Paradigma d e lo referido es el caso de una serie de dibujos dedicado a los a amores
de los dioses distribuidos en diversas pinacotecas europeas y americanas. En 196 6,
Konrad Oberhuber los atribuyó a Perino del Vaga, sin aportar una r az ó n
convincente. Investigac iones posteriores, se les adj un taron nuevas atribuciones, en
tanto que Bernice Davi dson se p ronunció en favor de Pellegrino Tibaldi, mientras
que Gaudioso avanzó el nombre d e Domenico Zaga
113
. A ellos, Nicole Dacos a ñadió
la p osibilidad de q ue los dibujos alusivos a la Masacre de las Ni óbides y de Jú piter y
Alcmene -respectivamente en el museo del Lo uvre y otro en la National Gallery de
Edimburgo-, pudieran deb erse a la mano d e Luis de Vargas, una at r ib uci ón p oco
sostenible, p ero que sirve para evidenciar los desdibujados l ímites existentes entre
todos estos artistas y la dificultad que ello añade al ej ercicio de atribuci onismo
114
.
7.1.6. Vasari com o referente, Salviati co mo ins pi ració n
y otras suges tiones formales
Si el traz o del sevillano se adscribe irr emed iablemente al c írculo d e Perino,
su obra pict órica den ota su interés por los tipos f ísicos de Vasari. Y es que, dijo
Andreina Griseri, con gran acierto, que Vargas hab í a sid o un “ vasariano convinto ”
115
.
Su obra conservada as í lo demuestra, pero ninguna fuente arroja evidencias de su
posible contacto con el de Arezzo. Se podría considerar la opción de que el sevillano
hubiera formado también parte del grupo de colaboradores que asistieron a Vasari
en la ejecución de los frescos del Palazzo de la Cancelleria, m ás concretamente la
Sala de i Cento Giorni, su p rimer gran encar go p úblico en Roma, conseguido gracias
a la intercesión del obi sp o Paolo Giovio [Fig. 7.23]. El cardenal Alejan dro Farnesio,
nieto del papa Pablo III, comision ó una obra decorativa para la que exigió un alt o
ritmo de ejec uc ión. La inte rvención se suced ió de forma apresurada a partir de
septiembre de 1546, lle gando a realizarse en d os meses lo que hubier a conllevado
hasta un añ o de trabaj o. Vasari, que no pudo ser asi stido p or su m ano derecha
habitual Cristofano Gheardi, po r enfermedad, no debió tener dificultades para
113
Se tratará má s extensame nte en el capítulo dedicado al dib ujo.
114
DACOS, Nicole : “ Aller a pprendre …” , op.
cit ., p. 20.
115
GRISERI, Andreina: “ Nuove s chede …” , op.cit , p. 41.
250
encontrar a pintores que lo asistieran en la tarea pues, como se ha citad o, eran
numerosos artistas que se encontraban en Roma y que p ululaban y orbitaban
entorno a los grandes cantieri fasnesiani . El resultad o de reunir un grupo tan
heterogéneo y variado de artistas fue ne fasto, p ues deriv ó en una obra de calid ad
mediocre, donde no se trad ujo al fresc o la cali dad de los dibujos que Vasari hab í a
preparado. E l error fue reconocido por el maestro, quien aprender ía de est a fallida
experiencia. E ntre los ejecutantes de este aparato d ecorativo se encontraban, al
menos, dos españ oles: Gaspar Becerra y Pedro R ubiales. Jun to a ellos, Vasari cita al
bolo ñé s Batista Bagnacavallo, al aretino Bastian Flori, a Giovanpaolo da l Borgo y
Salvadore F oschi d ’Arezzo y “ mu chos otros de mi e dad ”
116
. Entendiend o que por
aquellos a ños Vargas deb ía estar empleado en la d ecoración de las est ancia s
116
VASARI, Giorgio: Lifes … op. cit., vol X, p. 196.
Fig.
7.23:
Sala
dei
Cento
Giorni.
Giorgio Vasari y colaboradores, h.1547. Pa lazzo d e lla Candelle ria . Roma.
251
paolinas en la mole ad rianea, se debe descartar su presencia entre los asistentes de
Vasari. A pesar d e lo restrictivo y selectivo d e s us escritos, me inclino a pensar que,
si Vargas hu biera estad o presente en aquellas labores, es mu y probable que su
nombre hu biera a parecido junto al de aquellos dos compatriotas. No obstante, serí a
posible considerar un en cuentro o, al menos cercanía, entre ambos en el entorno del
Juan Álvarez de Toledo, poderoso e influyente cardenal, t ío de E leonora, p rotector
de cuantos españoles se encontraban en Roma en aq uellos momentos, con q uien
Vasari mantuvo una cierta relación según se deduce de su correspondencia
117
.
Los préstamos que Vargas tomó de Vas ari quedaron especia lmente
demostrados en sus dos mej ores obras conservadas, a trav és de las cuales puede
deducirse el ap rendizaj e que adquiri ó d urante su larga est ancia en I talia [Fig. 7.24].
Es, tanto en el retablo del Nacimiento (155 5 ) como en el d e la Alegoría de la
Inmaculada Con cepción (1561, realizado despu és de su segunda estan cia) dond e se
manifiestan, de forma más rotunda, los ecos del arte propuesto por Perino y Vasari.
En su pintura se funden sus estilemas, modelos y detalles, aunq ue perfectamente
reajustados como corolario de un contexto difere ncia l y particular. La Sevilla de
mediados del Cinquecento , p or mucho que se haya querid o prestigiar como una
nueva Roma , p resentaba una realidad que poco te ní a que ver con aq uella que Vargas
conoció en las orillas d el Tiber, donde el pr ed ominio cortesano, el ecumenismo
cultural y la codificación del saber a nt iguo hab ían sido el caldo de cu lti vo p ropicio
para la maniera moderna de la que hablaba Vasari y gracias a la cual d esmarcaba a
los artistas de su tiempo de aquellos del siglo precedente
118
.
En la Roma que el sev illano conoci ó, la lite ratura y las a rtes aspiraron a
alcanzar esa bella maniera, la cima más d eseada y deseable tras la evolu ción, -que
117
BISCEGLIA , Anna: “ Vasari e gli …” , op.
cit , pp. 53 - 54.
118
A pa rtir de e ste té rmino la historiografía acu ñó el concepto de M anierismo, que se ha c onvertido
en un cajón de sastre. Sobre el recorrido histórico del término se ha rea lizado una reciente síntesis
en AURE N HAMMER, Hans: “ Manner, Manneris m, " maniera", on the history of a c ontroversial term ” ,
en ECLER CY, Bastian (coord.): M aniera.
Pontormo,
Bronzino
and
Medici
Florence . N ueva Y ork, 2016,
pp. 14 - 23.
252
no involución-, sobre clasicismo an terior. Vasar i
abogaba por la el ectio ; la fusión de lo mejor de
cada maestro se convirtió en lo deseable, pues
sólo así se alcanzaría la superación de aquel y le
evitaría la pasiva imitación de la Naturaleza. La
tendencia a acumular capit al est ético e
intelectual en base a las referencias de las m ás
altas autoridades fue una de las tend encias del
momento. El propio pintor y te órico particip ó de
ella, haciendo de la p ráctica del dibujo y la copi a
sistemática su mejor metodolog ía de
aprendizaje
119
. É l mismo afirmó que durante su
primera v isita a la ciudad “ […] el estudio de este
tiempo ha sido mi v erdadero y p rin cipal maestro
en este arte ”
120
. El artista debía repensar el arte
sin limitar el valor de la A ntig üedad, intentando
alcanzar una sí ntesis ideal en tre el p as ado y el
presente, lo q ue el Aretino ente ndi ó en la
fó rmula de lo “ antiguamente moderno y
modernamente antiguo ”
121
. Acogerse a la
variedad no fue vista como falta cualita tiva y el
énfasis en las p artes más q ue en la consecució n
del todo se concibi ó en términos positivos ,
adscribiéndose a ellos una gran funcionalidad
119
Era necesario encontrar un equilibrio efectivo y efec tista entre la superación de la naturaleza y
la fidelidad a la ve rdad, entre lo objetivo y lo subjetivo. Si la balanza se vencía hacia la naturaleza,
Vasari se lamentaba de la falta de bello
ideale , de electio y el a rtis ta será tachado de falta de
diligencia, pe ro si por el contrario peca de un estudio a b rumador, la maniera será cr uda
y
afficata,
nada dese able. PIN ELLI, Antonio: La
bella … op. cit., p.98 .
120
VASARI, Giorgio: Lives
of
the
most … op. cit., vol. X, p. 143.
121
AR ETINO, Piet ro: Letter e
sull ’ Arte , vol . I. Ed. E ttore Camesa ca, M ilá n, 1957, pp. 2 14- 215. Areti no
empleó e ste doble ox ímoron para alabar la ob ra de Giulio Romano. Este recu rso estilístico,
apoteosis de la acrobacia retórica fue muy del gus to de los l iteratos del momento. Será
omnipresente en el idioma literario del ple no Cinquecento, y tampoco faltará en la prosa artística.
PINELLI, Antonio: La
bella … op. c it., p. 123.
Fig.
7.24:
Estudio
para
fi gura
masculina.
Giorgio Vasari, 1 5 39-1540. Gabinetto dei
Disegni e de lle Stampe, Galleria d egli Uffiizi.
Florencia.
253
expresiva, algo que valió tanto pa ra las artes plásticas como para la literatura
122
.
Y si alguien encarnó d e forma precisa los valor es que emanaban de los
escritos del teórico, ese fue, sin duda Francesco Salviati. M uy cercano a poetas como
Annibale Caro, Paolo Giovio o Pietro Aretino, p recisamente por su primado
cortesano, este artista se ganó la fama de “pin tor literario” . Se erigió co mo uno de
los grandes p aradigmas de aquella bella maniera , y fue esp ecialmente tras la muerte
de Perino, cuando no se “ encontró otro qu e lo superar a ”
123
. Persiguió el horizonte
estilístico que había guiado los pasos de aquel, desde Giulio Romano hasta
Parmigianino, pasando por el inexorable peso de la Antigüed ad, y consideró la obra
del propio Perino com o axioma esencial para su propia evoluci ón
124
. A partir de
1548 se estab leció en Roma de forma m ás o menos permanente (se estima que
estuvo en Fontaineb le au ent re la primavera de 1556 y el inviern o de 1557 o
principios del añ o siguiente), haciéndose con un hueco de excepción en el universo
cortesano de la Urbe, en el ambiente m ás exclusivo de la vida intelectual y cultural
romana, no s ólo gracias al amparo de la comunidad florentina sino tambi én, y muy
especialmente, a la p rotección del car d enal Gi ovanni Salviati, erudit o coleccionista
y promotor de la cultura humanística
125
.
Fue fecundo en su quehacer, asumien do grandes trabajos d e decoraci ón al
fresco, con ciclos profanos y religiosas, como la Histor ia de David , en el Pallazzo Ricci
Saccheti o la capilla de los Margravi en Santa Maria dell’Anima, respe ctivamente
126
.
La libertad con q ue cont ó p ara afrontar cada uno de estos encargos le permiti ó
poner al servicio de su pintura tod a su capacidad creativa, llena de fantas ía y
sugestión. La maniera entend ida como grazia, siendo uno de sus requisitos
122
En relación a la literatura A riosto, con su Orla ndo
Furi oso , fue un e jemplo del triunfo de la
variedad frente a la unidad. Fue un tema que leva ntó ac alorados debate s y discusiones. SHEAR MAN,
John: Mannerism , o p. cit. pp. 145 - 146.
123
AR MENIN I, Giovanni Battista: De ’
veri
precetti
della
pittura . Ravena, 1587, p. 17. No obstante, la
valoraci ón de su obra, y la de ta ntos otros de su generación tornó en negativa a los ojos de Bellori,
quien lo criticó por su artificio y abandono en el estudio del natural. BELLORI, Giovan Pietro: Le
vite
dei
pittori,
scultori
ed
ar chittet i
moderni. R oma, 1672 (ed. Tu rí n, 1976) , p. 31.
124
GINZBUR G, Silvia : “ Perino del Va ga e la gene razione di Salvia ti ” , en GEREMICC A, A ntonio
(coord.): Francesco
Salviati,
“ spirit o
veramente
pellegrino
ed
eletto ” . Roma, 2015, p. 44.
125
COX-REARIC K, Janet: “ Salvia ti e la bel la maniera ” , en MOMBEIG GOGUEL, Ca therine y
HOCHMANN , Michel (coord.): Fra ncesco
Salviati
o
la
Bella
Maniera. Roma, 1998, p. 27.
126
Todos ellos fueron recogi dos en una l ograda public ac ión colec tiva. COLIVA, Anna (c oord.):
Francesco
Salviati . Affreschi
romani. Mil á n, 1998.
254
fundamentales la invención, encontró en él a su mej or baluarte, y su s d ise ños se
convirtieron en la mejor acepción gráfica del concep to [ Figs. 7.25 y 7.26]
127
.
La lluvia de encargos a l a que se vio
sometido tras su afincamiento en Roma le
obligó a organizar un taller en la medida
que también lo habían hecho Perino,
Volterra o Vasari, pero su n úmero de
colaboradores fue muc ho más limitado que el d e aquellos. El primer en cargo que
hubo de acometer fue la Ca ppella del Pallio, sita en el Pallazo della Cancelleria, donde
su amigo Vasari se encontrab a decoran d o la Sala de i Cento Giorni
128
. Al morir
Perino, sus d iscípulos buscaron nuevas opciones de trab ajo, ya fuera en solitario,
como pudo ser el caso de Marco Pi no, o sirviendo a otro gran maestro. Las
diferencias existentes entre las d iversas escenas que se proyectaron en la citada
capilla han llevad o a ver en ella la intervención de Domenico Rieti e incluso de
127
Dise ñó objetos de orfebrería sin ninguna función pr á ctica. Eran bizarrí as que en oca siones
rozaban lo absurdo, pero que se convertirí an en ele mentos de distinción pa ra embellecer las me sa s
de las nobles fa milias pa ra las que trabajó. BIR D, Jen nifer J.: Des igns
for
decorati ve
arts
by
Francesco
Salviati . Ottawa, 2001, p. 16.
128
Vasari refiere a e sta a mistad hasta más de una veintena de ocasiones en sus escritos. A pesar
de la competencia y de la arrogancia de Salviati, lograron mantener una sa na rel ación y una honesta
rivalidad. Compart ieron a ñ os de formación en Fl orencia y se ree ncontraron más tarde en Roma
donde se pasaban l os dí as juntos, dibu jando desnudos en los ba ñ os público s y re alizando
disecciones a natómicas en el Campo Santo. El último gran gesto q ue tuvo Vasa ri con él f ue intentar,
sin a cierto, que se le asignar an los frescos de la Sala Regia del Vatic ano, de spués de q ue Volterra se
mostrara lento e irresoluto en la tare a. SCHLITT, Melinda: “ G iorgio Vasari and Francesco Sal viati:
friendship and ar t ” , en CAST, David J. (e d.): The
Ashgat e
Research
Companion
to
Giorgio
Vasari .
Burlington, 2014, pp. 195 - 214.
Fig.
7.25:
Estudio
para
salero
ronamental.
Giulio
Romano, h. 1524-1546. The Court a uld Institute of Art,
Londres.
Fig.7.26:
Estudio
para
casco
or namental.
Francesco
Salviati. Cabinet des dessins, Mu seo del Louvre,
París .
261
manera de proceder, pero sus im ágene s citadas no son tan evidentes en sus obras
como las d e sus contemporáneos italianos, quienes repitieron, sobre todo , ciertas
poses hasta la saciedad, y será un háb ito que pierda al llegar a Sevilla, a p esar de la
gran cantidad de d ibujos y anotacione s q ue hubo de llevar consigo a su ciud ad natal.
El contexto con que Vargas se encontr ó en Sevilla fue muy diferente a aquel
que hab ía conocid o en Italia, tierra fértil para el desa rrollo d e la bella maniera . Ni en
España ni en Flandes el devenir hist órico particular generó un contexto
propiciatorio, por lo qu e los artistas d e la maniera , si as í se les p u diera considerar,
fueron rara a vis , den tro del panorama artístico particular. Dijo Giovanna Sapori que,
la evolución de la p intura romana dentro d e los parámetros d el Man ierismo tuvo un
“a utorizado heraldo ” en la figura d e Luis d e Vargas
146
. ¿Fue verdade ramente el
sevillano un pintor manierista ? ¿O más bien un buen asimilador del léxico imperante
en la Italia d el quinto decen io del siglo XVI? ¿ Qu é reglas clásicas infringió, si es que
lo hizo, para pod er engrosar las listas de art ífices de la ma niera ? ¿Se podría cobijar
bajo el paraguas ma nierista que también amparó a artistas tan dispares como
Gaspar Becerra o a El Greco? ¿No sería más ad ecuado referir a est ilemas d e la
maniera en su obra en vez de categorizar tod a su trayectoria baj o una única etiqueta
que d ista mucho d e ser un ívoca? Hablar de Vargas como ma nierista se antoja
espinoso por el mer o he cho de que el panorama español del siglo XVI no fu e el caldo
de cultivo id óneo para el desa rrollo de las artes figurativas en una senda, ya no
paralela, pero ni siquie ra parecida a la italiana, o m ás concretament e a la romana.
Ese arte que hab ía superado el clasicismo, decantad o el equilibrio entre forma y
contenido en favor de la primera, originando objetos art ísticos refinados, con valor
en sí mismos y antifuncionales era la antítesis de lo esperado en un contexto artístico
donde se continuaba exigiendo a la obra pict órica o escultórica, la cual seguía siendo
eminentemente religiosa, una función devocional, votiva y catequéti ca
147
. A lo larg o
del quinientos, en España se desarrolló un cristiani smo humanista y p ervivió el
pensamiento escolá stico, lo q ue neutralizó la p enet ración d el neoplatonismo -salvo
en círculos muy restringid o, pi é ns ese en Sevilla el organizado en torno al duque de
Alcalá- y mantendrán vigente el aristotelismo, dand o plena vigencia a las id eas de
146
SAPORI, Giova nna: “ Pittori spagnoli a Roma dopo il S acc o ” , en ROSA PIRAS, Pi na y SAP ORI,
Giovanna: Ita lia
e
… op. cit., p. 206.
147
PANOFSKY, Erwi n: El
signif icado
de
las
artes
visuales . Madrid, 1987, pp. 26-29.
262
decoro, la p ropiedad, la regla del arte o el valor d octrinal. Por lo tanto, considerando
que la pintura espa ñola no p odía ent roncar con el característico esteticismo
afuncional de la maniera italiana, debido también a la manipulación subjetiva a la
qu e ella invitaba, cabría plantearse la posibilidad de hablar d e lo que Fernand o
Marías llamó un pseudoma nierismo escol ástico formal, pero no in tencional
148
. En
Sevilla, tras la tímida irrupción de los parámetr os renacentistas con la obra de Alejo
Fernández, el clasicismo se hizo presente cuando Pedro de C amp añ a s e asentó en la
ciudad, sie ndo su fig ura fu nd amental para la consoli dación d el nuevo l enguaje. Sin
embargo, seguiría primand o lo flamenco sobre lo italian o, cuyos modos no se
impondrían hasta la lleg ad a, en 1550, de L uis de Vargas
149
. La vuelta a su pat ria
supuso la consolidaci ón de la maniera italiana , entendida ésta según una de las
acepciones que Vasari empleó para el término. E l aretino utilizó esta palabra para
referirse a las características formales de una determinada área geográfica: maniera
egicia , ma niera etrusca , manier a tedesca o manier a fiamminga , son algunas d e las
que p ueden leerse en sus Vidas
150
. No se recoge en ningún momento ma niera
italiana , p or razones obvias, pero haciendo extensible la acepción, considero que
pueda ser la expresión más ad ecuada para describir el cambió q ue sufrió el
panorama artístico sevillano con el arribo de V argas, verdadera causa de la nueva
deriva d el arte pictórico en la ciudad. S e podr ía d ecir, en consecuencia, q ue el
sevillano fue un p in tor manierista , un creato de los círculos p ictóricos italianos,
asimilador de un lenguaje que, caracterizado por la tend encia a aplanar las escenas,
yuxtaponer las figuras, emplea r quebradas angulaciones corporales, gustar del
desnudo decorativo, inundar las composiciones con una luz plana y otorgaba g ran
importancia la acabado y los det alles; se gener ó una sintaxis estilizada y subjetiva,
148
MAR ÍAS, Fernando: “ A p ropósito del manierismo y el a rte españ ol del siglo XVI ” , pr ólogo en
SHEARMAN , John: Manieri smo … o p. cit, pp. 20 - 21. En este pr ólogo, adem á s, Marí as hace un
recorrido por las fue ntes que permiten u na val oración d el debate his pánico en tor no a las im ágenes,
lo que revela que la pin tura y la escul tura pretridentinas, en Españ a, se destinaron,
fundamentalmente, a la creación de im áge nes sagradas, en un pe rfecto equilibrio de forma y
funció n, siempre buscando la aflicción del sentimiento y la e moció n, y donde adem ás se acentuó el
valor de la ima gen de tende ncia natura lista e inse rta en un marco real ístico. Rea lidad antitética de
lo que caracterizó a las artes visuales en la Italia contemporá nea.
149
La imagen religiosa hispánica siemp re mostró su gusto por el a rte flamenco, refe rente desde el
siglo XV, mucho más dramátic o y emocional , af ín a la expresión de fe de una pobla ción
profundamente de vota. Estas carac terísticas del arte flamenco fueron bien resumid as en el famoso
di álogo entre Mi guel Ángel y Vittoria Colonna , en presencia de F rancisco de Holanda , donde aquel
describía la capacidad de la pin tu ra de Flandes para hacer derramar lágrimas en el fiel, cosa q ue la
italiana no logrará, p or prim ar la belleza. HOLA NDA, F rancisco: Di álogos … op. cit., p. 64.
150
PINELLI, Antonio: La
bella … op cit., p. 95.
263
donde aquella maniera se convirtió en el ele mento gravitatorio por excelencia. La
falta d e te stimonios impide conocer su pensamiento y su parecer respecto a ese
mundo hip ercreativo que fue su contexto d ur ante m ás de veinte a ños de su vida.
Aunque allí no fue m ás que un subalterno, ayudante en la sombra de las grande s
bottegas , r egresó a Sevi lla con un b agaje que ningu no de sus conte mporáneos, que
no coetáneos, podía igualar. Hubo de adaptarse a la realidad his p alense y ello
implicaba olv id ar las c ondiciones, la mentalidad e incluso la libert ad de la que
gozaban los artistas en Italia y entroncar co n los gustos de unos comitentes que
seguían demand ando intensidad devocional y que ap enas est im aban la mano del
artista como v alor añadido. Por ello, Varg as fluctuó entre estilemas mani eristas de
cuya significació n última no se tuvo verdadera y plena consciencia, y una
contramaniera con la que no sólo se ab andonarán aq uellos, sin o que, además, se
subvertirán, en post del cultivo d e un arte m ás claro, sencillo y d evocional, ligado a
las exigencias espirituales y materiales de la Contrarrefor ma, entroncand o a sí con
los valores que nunca llegaron a declinar en el contexto local. En este sentido, la
situación sevillana era mucho más cercano a la napolitana que a la rom an a. El
virreinato, por su relación política se convirtió en lugar de paso y parada par a
muchos artist as espa ñoles, piénsese en Diego de Silo é, Bartolomé Or doñez, Pedro
Machuca, Pedro Rubiales… y Luis de Vargas.
7.1.7. ¿Una última parada en N ápoles an tes de v o lver?
Nápoles, cómo capit al del virreinato se convirti ó tambié n en una meta
importante para los espa ñoles, y era común q ue hicieran en ella escala en su
recorrido de ida o vuelta a Roma [Fig. 7.32]. As í debi ó experimentarlo tambié n
nuestro p intor, haciendo de esta ciud ad la parad a previa a su retorno. Desde que
Ferdinando Bologna, en los a ños cincuenta, pusiera el foco d e atención en lo s
paralelismos estilísticos que entrelazaban la s obras de M arco Pino, Pedro de
Campaña y Luis de Vargas, son varios los especia listas que han vertido hip ótesis y
opiniones al r especto. Esta primera sospecha se gene ró en un contexto
historiográfico dond e p revaleció la voluntad de tender puentes entre Es pa ñ a y
Nápoles con relación a las artes figurativas del sigl o XVI. Por tanto, ante una voluntad
264
tácita de encontrar un discur so recí proco, las aseveraciones se fuer on sucediendo y
repitiendo a lo largo de los lustros
151
.
Fue Previtali el primero
que creyó iden tificar una obra
de Vargas en la Campania. En
la iglesia de San Francesco en
la localidad de M aiori, cercana
a Salerno, se encuentra una
tabla con un Ecce Ho mo . S e
trata de la copia de un original
que permaneció desaparecido
durante largos años hasta que
Andrea Ze zza lo localizó en
una colección particular de Messina
152
. El hecho de at ribuir esta obra a Vargas
conllevó una serie de consideraciones y est udi os posterio res que deter minaron la
concomitancia entre el quehacer d el sevillano y los trabaj os d el pin tor napolita no
Giovan Bernardo L ama. Leone d e Castris, quien d escribi ó esta pintura como “ una
formula medio ibérica y medio polidoresca a la lu z del clasicismo de R afael y de la
maniera elegante y ornamental de Perin o y Salviati ”, la dat ó en una fecha a cab allo
entre 1542 y 15 49, pudie ndo erigirse as í como fuente d e influencia fundamental
para las obras mad uras de Lama
153
. Supone una contradicci ón integrar esa pin tur a
en el cat álogo de Vargas y fij ándola dentro de dicha cronología, dado que por
entonces debía de estar vinculado al taller de Perino e inmerso en los tr abajos antes
referidos en Castel Sant’Angelo. No obst ante, fue Gonzalo Redín quien, tras
considerar las noticias d ocumentales existentes y realizar un preciso an álisis
151
Entre los últimos estudios que han tendido puentes entre Espa ña y Nápoles destacan las
aportaciones c olectivas de GAETA, Letizia (coord.): Napoli
e
la
Spagna
nel
Cinquecent o:
le
opere,
gli
artis ti,
la
storiografia . Galatina, 2017; AMIR ANTE, Giosi ( coord.): Tra
Napoli
e
Spagna:
città
storica;
architet ti
e
architet tura
tra
X VI
e
XVIII
secolo . Nápole s, 2015; CIVIL, Pierre (coord.): F ra Italia e
Spagna: Napol i crocevia di culture dura nte il vice reame. Nápole s, 2011; CUMMINS, Ste phen:
“ Encountering Spain in Ea rly Modern Napl es: La nguage, Cus toms and Soc iability ” , en BAKER-
BATES, Piers y PATTENDE N, Mil es: The
Spanish
Presence
in
Sixteenth-Ce ntury
Italy.
Images
of
Iberia .
Nueva York, 2016, pp. 43 -6 3.
152
El original se encuentra hoy día en una colección parti cular de Mesina, l ocalizado por ZEZZA,
Andrea: “ Giovanni Bernardo Lama: Ipotesi per un percorso ” , Bolletino
d ’ Arte , nú m. 70, 1991, p. 25 .
153
LEONE DE CASTRIS, Pierluigi: Pi ttura
del
Cinquecento
a
Napoli:
1540 - 1573,
fasto
y
devozione .
Napoli, 1996, p. 179.
Fig.
7.32:
Mapa
de
Nápoles.
En
1572.
Georg Braun; Frans Hoge nberg,
en Civitates Orbis T e rrarum. Colonia, 158 2.
265
comparativo de uno y o tro, aseguró que Vargas d ebió visitar N ápoles y que ambos
pintores pudieron colaborar por algún tiempo
154
. En consecuencia, intuyó un
posible tercer viaje de Varg as a Italia, en el segundo lustro de los años cincuenta.
A tenor de los documentos encontrados en el Archivo d e Protocolos de
Sevilla, es preciso tener en cuenta ciertos datos para poder abordar la cuesti ón con
más garantí as. Desde q ue Gestoso d ocumentara a Vargas e n Sevilla ya en el otoño de
1550, su aparici ón en los documentos d e archivo es fecund a y c ontinuad a hasta
1555. No obstan te, el 10 de j ulio 1556, su m ujer, Jua na Fern ández, otorga poder
general a su pad re, en una escritura notarial en la q ue se p recisa q ue su marido “ esta
absente de esta c ibdad de Sevil la ”
155
. Dos años más tarde, su p adre hace uso d e d icho
poder para arrendar unas casas en nombre de su hija, lo que puede interpretarse
como que el p intor no habr ía regresado a ún
156
. Habrá q ue esperar hasta el 22 de
junio de 1559 para en contr ar d e nuevo a Vargas firmando un documento nota rial en
la capital hispale nse
157
. Por tanto, y a la espera d e que alg ún hallazgo vierta má s
datos al respecto, existe un vac ío de prácticamente tres a ños en el que se d ebe situar
su segundo viaje, confirmándose así el testimonio de Pa checo, quien dijo que regresó
de nuevo a Italia “ dexando su mujer, casa i familia ” en Sevilla
158
. ¿Podría considerars e
un viaje a Nápoles en ese tiemp o? Red ín así lo propuso, aunque situaba en estos a ños
un supuesto te rcer viaje d el sevi llano, pues consider ó las fechas ha sta entonces
aceptada las estancias italianas de Vargas: 1527-1536, la primera, y 1541- 1550, la
segunda. Sin emba rgo, los hallazgos realizados me llevan a fijar una nueva y m á s
precisa crono log ía: 1527-1550 y 1556-1559, d escartándose as í la posibilidad de un
tercer viaje, debido a que su presencia se puede rastrear en los documentos
sevillanos de los años sucesivos hasta su muerte.
Este segu nd o viaje fue b reve a la vez que enigmá tico. Desconozco las razones
que p udieron l levar al pin tor a volver a Italia d espu és de haberse asentad o en la
ciudad, conta r con el re spald o del cabildo y ser d el gusto de la clientela, pues no le
154
REDIN M ICHAUS, Gonzal o: Pedro
Rubiales …
op.
cit.,
p. 286.
155
AHPSPN, Of ici o 9, legajo 15998, r. 39, f. 830 [10 de julio de 1556]
156
AHPSPN, Oficio 9, l egajo 16001, f. 501 [22 de junio de 1559]
157
R enovación del a lquiler de la cas a en que viv ía junto a su mujer, en la collac ión de Santa Ca talina,
“ junto
al
horno
de
las
pe ñuelas ” . Debía de ser una propie dad de su suegro, pues es é ste quien rea liza
el arrendamiento, junto a un ta l Die go Hernández. El contrato será por tie mpo de tre s a ños, a prec io
de 8.000 marave dí es de renta. AHPSPN, l egajo 23744, r. 67, f. roto
158
PACHECO, Francisc o: Libro … op. cit., p.
266
faltaron en cargos desde su retorno en 1 550. P acheco, q ue no lo conoci ó, consid eró
que d ebió ser la rivalidad con Campaña y la inferioridad que Vargas sinti ó respect o
a él lo q ue le lleva ron a regresar b uscando un a mayor formaci ón, una explicaci ó n
poco congruente si se tienen en cuenta los datos y los documentos conservados. De
haber te nido lugar su primera estancia entre las fechas antes citadas, ¿ qu é más p odí a
pretender aprender en dos o tres años despué s de hab er p asado más de veinte e n
Italia? Apenas llevaba seis añ os en la ciudad cuando decidi ó marchar d e nuevo,
¿acompañó a algún prelado? ¿volvió para recoger las pocas o muchas cosas que le
quedaran? ¿ qu é ciud ad es visitó? Son preguntas para las que no he p odi d o encontrar
respuesta. En relaci ón a la última, Red ín propuso ese supuesto tercer viaje -que en
realidad sería e l segundo- como la posible explicaci ón a las similitudes entre el arte
de Vargas y el d el nap olitano Lama. Pero ¿por qué volver a un lugar c omo N ápoles
en un momento p osterior al prolífico gobierno de don Ped ro de Toledo y sie ndo la
situación en Italia poco halagüeña para la comunidad esp añola debido a los
enfrentamientos entre l a casa de Habs b urgo y el recién elegido papa Pa blo IV , antes
Giovan Pietro Carafa? No existen datos precisos ni suf icien tes como para p oder
responder a esa pregunta. Pe nsar que pudo h aber dejado empresas pendi entes que
le obligaron a volver, podrían ser una respuesta p lausible, pero es tan gené rica como
hipotética. Tan sólo un an álisis formal y estilí stico pued e ayudar a dar una soluci ó n
válida para esta cuestió n.
El virrey don Pedro de Toledo falleció en 1553 d ejando para la historia
una Náp oles más avanz ada, fuerte y eru dita [Fig. 7.33 ]. Recor d ado por la renovació n
urbanística y edilicia q ue llevó a cab o, entre otras muchas cosas, d on Pedro de
Toledo convirtió la ciudad en un im án p ara los artistas, que acudí an conscientes de
las posib ilidades de trabajo que ofrecía. Gracias a la llegada de arquitectos,
escultores y p intores s eptent rionales, la est ela de las artes oscil ó d esde el t ímido
clasicismo al cálid o abrazo a la manier a . A través del mecenazgo el virrey quiso
recuperar el esplend or de la antigua corte a ragonesa y competir co n las grandes
267
familias nobles, configurando
escenarios de poder que ofrecieran
una imagen acorde a la enti dad del
personaje
159
. Giovanni da Nola hizo
buena su fama para vincularse al
español como artist a d e corte,
requerido no sólo como escultor
sino también como arquitecto,
urbanista o dise ñador. A él se debe
el exquisito sepulcro que contien e
los restos del virrey y de su mujer en
la iglesia de San Giacomo de gli
Spagnoli, cuya erección fue a
voluntad del propio don Pedro de
Toledo. Rea lizado casi al fina l de su
carrera consiguió definir una vía na politana para el manierismo escultórico, capaz
de representar eficazmente en el escenario europeo d e su tiempo la ambi ción de
magnificencia del virrey
160
. La políti ca y proyecto de exaltaci ón d el pod er llevados a
cabo entre los a ños treinta y la mita d de la centuria tuvo emplead os a muchos
artistas. Desgraciadamente, la mayorí a d e las tareas ornamentales que llevaron a
cabo se han perdid o , entre ellas aq uellas en Cast el Nuovo o el Palazzo Re ale. Algunos
eran locales, como el pintor Matteo Lama y otros, foráne os, como el véneto Giovanni
Demio, quien llegó a Nápoles procedente de la Mil án de Alfonso de Ávalos. Entre
todos ellos, destac ó Pedro Rubiales quien arribó para decorar la cap illa d e la
Sommaria, en Castel Capuano, s ede d e los tribunales y lug ar donde se realizaba tod a
la acción a d ministrativa. Perfecto escen ario para la p olí tica de la im agen. En su
159
Sobre có mo utiliz ó el arte y la literatura para generar una ima gen de poder, ve r HERNANDO
SÁNCHEZ , Carlos José: “ Pe dr o de Toledo entre el hierro y el oro: construcción y fin de un virrey ” ,
en SÁNCHEZ GAR CÍ A, Encarnación (direc.): Ri nascimen to
meridionale.
Napoli
e
il
Vi ceré
Pedro
De
Toledo
(1532 - 1553) . Nápol es, 2016, pp. 3- 65.
160
N ALDI, R iccardo: “ Giova nni da Nol a, Pedro de Toledo e il se polcro di San Giacomo degl i Spagnoli:
qualche osservazione preliminare ” , en SÁNC HEZ GA RCÍ A, Enca rnación (coord.): Rinascimento
meridionale … op.
cit ., pp. 475 - 523
Fig.7.33:
Don
Pedro
de
Toledo,
virrey
de
Nápoles . Tizia no ,
1542. Bavarian State Painting C ollections, Munich
268
intervención, Rubiales exaltó en grado máximo la naturaleza imperial y ausb úrguica,
al ti empo que ofrecía a la ciudad los estilemas propios del arte de Perin o o Salviati
161
.
El artista extremeño se
documenta por primera vez en
Nápoles en 1548, tres a ños
después d e que Gi orgio Vasari ya
ofreciera a la ciud ad esa p intura
elegante, refin ada y o rnamental
que se cultivaba en Roma [F ig.
7.34]. El d e Ar ezzo no llegó
llamado por el virrey, aunque en
su Libro delle ricorda nze escribe
que el 14 d e abril de 1545 hab í a
pintado para él una loggieta de
estuco y figuras grotescas, muy
coloridas llenas de historias al
fresco. En su Vidas, añade tambié n
que p intó un fresco en s u j ardín de
Pozzuoli, y realizó en la capilla
“ estucos que fueron los primeros
que en Nápoles se trabajaron
modernamente ”
162
. Durant e su estancia en la ciudad, en los a ños 1544 y 1545, Vasari
debió sentirse verdaderamente un artista de vanguardia. Se constituy ó como esa
personalidad fuerte que la pin tura nap olitana ne cesitaba p ara ab sorb er los nuevos
y d epurados mo delos, p ara finalmente sacudi r aquel ambiente inmóvil, influyendo
en el ánimo de los pintores que fueron llamados a imitarlo y asimilar la man ie ra
moderna
163
.
161
Recogido por LE ONE DE CASTRIS, Pierluigi: “ Napoli 1532 -1 553: Pittori tosca ni, spagnoli,
fiamminghi al se rvizio del vice rè Pedro de Toledo ” , en SÁNCHEZ GAR CÍ A, Encarnación (c oord.):
Rinascimento
meridionae.. . op. cit., pp. 523 -54 3
162
VASARI, Giorgio: Lives
of
the
most … op. cit., v ol. X, p. 16 0.
163
AR IEMMA CA PRIGLION E, Anna: G iorgio
Vasari
e
sua
influenza
sulla
pittura
napoletana . N ápoles ,
1970, pp. 33 - 37
Fig.7.34:
Crucificado.
Giorgio Vasari, 1545. Iglesia de San
Giovanni a Carbonara, Nápoles.
269
Por su p arte, M arco Pino, pintor sien és bien conocido por Vasari e integrante
distinguido de la bottega de Pe rino en los trabajos de la Sala Paolina, lle g ó a Nápoles
en 1552 [Fig. 7.35]. Su primera estancia en la ciudad concluye hacia 1568, siendo
escasa la información que de ella se t iene. Aunque las investigacio nes han ido
vertiendo datos con cuentagotas, Andrea Zezza d eclaró esos añ os como “ el ventenio
oscuro ”, ep íteto elocuente a la vez que desalentador
164
. Ello llevó a considerar la
posibilidad de un p osible viaje de Pino a Espa ñ a, idea reforzada, a su vez, por el
apunte donde Ferdinando Bologna
consideraba su afinidad con Campa ñ a
y Vargas
165
. A pesar de que los
especialistas Maria C alì y Andrea
Zezza, r echazaron con fundamentos
dicha posibilidad, el asp ecto cuasi
romántico de esta idea se hab í a
insertado de tal manera en la historia
de vida del pin tor, que publicaciones
posteriores han vuelvo a recoger la
posibilidad de este viaje
infundado
166
. De este periodo,
únicamente se pueden d ocumentar
dos trabajos: la decoración de la
cripta del monasterio de
Montecassino y la p ala de altar con la
Madona de Montealb in o para la
164
La etapa má s fecunda del pintor en Nápole s es aquella que se desarroll ó entre 1570 y 1583,
añ os en los que fundó un taller pr óspero, capa z de sentar las bas es para la e volución tardo-
manierista de la pintura en el meridiano. ZEZZA, A ndrea: Marco
Pino … .
op. cit ,.
pp. 193 - 258.
165
Aunque Borea local izó e identificó en Espa ña las tres pinturas de Pino – en el Muse o del Prado,
en el Monas terio de El Escorial y en Montserrat-, segú n su estudio cronológico dete rminó que no
era posible que , hacia el año 1555, la obra de Vargas y Ca mpaña hubiera sido in fluenciada por un
joven Marco Pin o. BOREA, Evelina: “ Grazia e furia en Marco Pino ” , Para gone , nú m. 13, 1962, pp. 32 -
33. Hoy en día se tie ne constancia de que es os cua dros llegaron a España a travé s del c oleccionismo
en é po ca posterior, pero Bologna sostu vo la hipótesis de su posible viaje. BOLOGNA, Ferdinando:
“ Osservazioni …” , op.
cit.
166
CAL Ì, Maria: La
pittura
del
Cinquecento , Tori no, 2000, p. 255 y ZEZZA, Andrea: “ Precisioni per
Marco Pino al Ges ù Vecchio ” , Dialoghi
di
storia
dell ’ arte , nú m. 1, 19 95, pp. 104 - 125. La hipótesis fue
mantenida por LE ONE DE CASTIS, Pierluigi: Pittura d el
Cinquecento … op. cit., p. 75; y A BBATE,
Francesc o: Storia
dell ’ arte
nella
Italia
meridionale.
Il
Cinquecento . Roma, 1997, p. 197
Fi g.
7.35:
San
Miguel
Arcángel.
Marco Pino, 1573. Iglesia de
Sant'Angelo a Nilo, Nápoles.
270
iglesia de San Bartolo meo, en Nola , localid ad a medio camino en tre Roma y
Nápoles
167
. Será a partir de su segunda llegada, en 1570, cuando Marco Pio hace de
Nápoles su p atria, donde encontr ó un lugar preemine nte en la escena pict órica que
Roma no p od ía ofrece rle ante los talentos e xistentes d e Dani elle da Volterra o
Pellegrino Tiba ldi. Se asentó en un momento de madurez, consciente del b agaje y las
experiencias de primer orden que cargaba en sus espald as, un artista que hab í a
trabajado con los mejores maest ros de la generaci ón precedente y que hab ía gozado
de la estima y amistad de Miguel Ángel. Su presencia en la ciudad fu e especialmente
determinante para aquel oriund o j oven pin tor, Giovan Bernardo Lama. S e debi ó
formar con su pad re, el antes citado Matte o Lama, d e q uien no se conoce na da m ás.
A tenor de la situaci ón p ictórica local, sus primeras obras, documentad as hacia el
segundo lustro de los añ os cincuenta, muestran las trazas del sello estil ísti co de
Vasari, Rubiales o Raffaellino del Colle, junto a una viva tradici ón expresionista de
corte polidoresca
168
. Es precisamente en est os añ os cuando su obra mani fiesta una s
conexiones ciertamente evidentes con la obra de Vargas
169
.
Del periodo refer ido, e s muy poca la obra que se ha conservado, lo cual que
hace complicado este análisis y puede limitar su valid ez. E ntre ella, cabe destacar un
Camino del Calvari o [Fig. 7.36], custodiado en el Orator io de la Compa ñí a de la
disciplina de la Santa Croce de N ápoles, un Ecce Homo en el Museo Diocesano de
Salerno [Fig. 7.39], una Crucifixió n y Re surrección , sita la iglesia napolitana de Santa
María de l a Grazie a Caponapoli, y una Deposición , en la iglesia de San Giacomo degli
167
ZEZZA, Andrea: Marco … op. c it., p. 88.
168
Tras el Saco de Roma, y ante la dificultad de conseguir encargos, Polidor o de Caravaggio se
trasladó al sur. A partir de entonces la evolución en su pin tura es dr ástica y de esta r imbricado en
la anticlá sica investiga ción de la maniera al amparo de Perino, Rosso o Parmigia nino, pas ó a
aleja rse, c omo genio a islado y solitario, de la sofisticada refle xión que sob re la pintura habí an hecho
sus colegas. En Nápoles estuvo apenas unos mes es entre 1527 y 1528, paso obliga do en su camino
final hacia Mesina, donde des arrollará su última obra. En el ámbito meridional, imbuido de una
religiosidad pr ofunda y un fuerte se ntimiento de e spiritualidad de grupo, su obra fue
eminentemente religiosa. Adem á s, esta exal tación de vocional condicionó su lenguaje pictórico, pues
buscó que el devoto pudie ra identifica rse con la i magen, hac iendo del exp res ionismo un
instrumento retórico de una orator ia sacra penitencial, de tono fue rte y de scarnado . De este modo,
su pintura se aproximó a e sa tradic ión realista prop ia de la pintura flame nca, al go que ya ha bía
experimentado en Roma gr acias al contacto con el artista de Utrec h Jan van Scorel. L EONE DE
CASTRIS, Pie rluigi: Polidoro
da
Caravaggio,
fra
Napoli
e
Messina . M ilá n, 1988, pp. 53 - 55.
169
Con el paso de l os años, este primer estilo evol ucionar á hacia un lenguaje más consistente,
portador del e spíritu de Trento y que se conformará c omo una tímida, aunque prometed ora,
alternativa a Marco Pino. ZEZZA, Andrea: “ Giovanni Ber nardo …” , op. cit., p. 6
277
de 155 8, lo que obligó a una importante r eforma
177
. En relación con las capillas, la
del Ecce Homo era la séptima de la nave derecha y hab ía sido fund ada por
Giandomenico Mirosapilli en el añ o 1563
178
. De ser cierta est a información,
corroborar í a las fechas a ntes indicadas, por lo que la dataci ón de la obra pasarí a de
los años cincuenta a med iados de la d écada siguient e, haciendo plausib le la
vinculación con Pino y descartando definitivamente la atribuci ón al sevillano. En
esas fechas, Vargas está bien d ocumentado en Sevilla, recibiendo ap rendices y
aceptando encargos, siendo cabeza v isible de un taller que funcionaba a pleno
rendimiento.
La historiografía ha tratado de
situar a Vargas en N ápoles teniendo en
cuenta una serie de hechos y de obras
que quizá no sean las q ue má s
problemas plantean. La repetici ó n
hastiada de las opini ones y d atos han
llevado a obviar otras c onsid eraciones
que sí pu die ran abrir el debate d e una
forma más inextricable. No se puede
descartar d e forma taxativa la
posibilidad de que Vargas p isara
territorio napolitano, pues hay una
serie de características en su trabajo
que recuerdan ciertamente al tipo de
pintura que se desarrolló en Nápoles a
partir de los años intermedios del siglo. Determinar una conexi ón directa con alguna
figura local en particular supone un claro desaf ío. No obstante, la asimilaci ón de los
177
Además de ésta , las demás fuentes re lativas a la igle sia y conventos f ranciscanos de Maiori son
STAIBANO, Luigi: Ra ccolta
di
Memorie
storiche
per
Maiori
città
del
Principato
Citra . Na poli, 1853;
STAIBANO, Luigi:
Memori e
storiche
per
la
chiesa
e
monastero
di
S.
Francesco
de ’
minori
osservanti
di
Maiori
(Principato
Citra) , Il
Picentino , serie. VII, nú m. XIII, 187 0, p. 190. Todo ello aparece
recogido en nota en DE MIERI, Stefano: “ Pittura ib érica …” op.
cit., p. 171, nota. 55.
178
La dot ó con una misa al dí a, por precio de 11 ducados y un tarí. En el año en que se imprime la
cr ónica, 1677, so n los se ñores Pietro y Paolo Confalone, como herede ros de aquel, l os que pagan la
suma referida. E xtraí do de l manuscrito cus todiado en la Società Na poletana di Storia Patria, Copia
de ’
fatti
degni
di
ricordanza
della
chiesa
e
convento
di
S.
Francesco
di
Maiori
(Estratti
da
un ’ antica
platea
del
convento) . Recogido en CUOM O, Candido: M aiori … op. cit ., p. 50.
Fig.
7.43:
Adora ción
de
los
pastores.
Seguidor de M arco
Pino. Museo Capodimonte, Nápoles
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