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Regina di fiori e di perle e Mamma heaven: Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata

Rossi, Mario

Abstract

Gabriella Ghermandi è scrittrice che in alcune sue opere mette in scena più voci: infatti, l'autrice post-coloniale italo-etiope, attraverso una scrittura intrisa di autobiografia, dà voce alla storia del popolo al quale appartiene per ascendenza materna e, così facendo, tenta di riscrivere in forma corale la misconosciuta recente storia coloniale italiana. Nella lettura qui proposta si cercherà di mettere in rilievo l’originalità dell’opera di Ghermandi anche attraverso il confronto con la riflessione di Walter Benjamin (Der Erzähler) e di Judith Butler (Antiogone’s Claim).

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REGINA DI FIORI E DI PERLE E MAMMA HEAVEN: GABRIELLA GHERMANDI INSCENA DUE FORME DI CORALITÀ MEDIATA1 REGINA DI FIORI E DI PERLE AND MAMMA HEAVEN: GABRIELLA GHERMANDI STAGES TWO FORMS OF MADIATED CHORALITY Mario Rossi Università di Vienna RESUMEN Gabriella Ghermandi è scrittrice che in alcune sue opere mette in scena più voci: infatti, l'autrice post-coloniale italo-etiope, attraverso una scrittura intrisa di autobiografia, dà voce alla storia del popolo al quale appartiene per ascendenza materna e, così facendo, tenta di riscrivere in forma corale la misconosciuta recente storia coloniale italiana. Nella lettura qui proposta si cercherà di mettere in rilievo l’originalità dell’opera di Ghermandi anche attraverso il confronto con la riflessione di Walter Benjamin (Der Erzähler) e di Judith Butler (Antiogone’s Claim). Palabras claves: Gabriela Ghermandi, postcoloniale italiano, narrazione corale, Erfahrung. ABSTRACT Gabriella Ghermandi is a writer who in some of her works puts several voices on the stage: in fact, the Italian-Ethiopian post-colonial author, through an autobiographical writing, gives voice to the history of the people of her maternal ancestors and, in that way, she tries to rewrite in a choral form the unrecognized recent Italian colonial history. In the following proposed reading we will try to put in relief the originality of Ghermandi’s work by comparison with the reflection of Walter Benjamin (Der Erzähler) and Judith Butler (Antigone's Claim). Keywords:"Gabriela Ghermandi, Italian postcolonial, choral narration, Erfahrung. … ci si chiede se prendere la parola non sia o non debba diventare il principio costituente di una società: insomma il momento in cui l'eccezione prende il peso di una regola, il momento in cui l'”accidente” significa l'universale.2 """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 1Ringrazio Gabriella Ghermandi per avermi fornito materiale relativo a Un canto per Mamma Heaven ed esprimo rammarico per non poter utilizzare tutto quanto inviatomi per ragioni di spazio e di supporto materiale. Mie le traduzioni da lingue straniere. Per il testo teatrale si rimanda al sito dell’autrice con l’abbreviazione CMH, mentre Regina di fiori e di perle si abbrevia con l’acronimo RFP seguito da numero di pagina. 2De Certeau Michel, La prise de parole et autres écrits politiques, Parigi, Seuil, 1994, p. 50. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 2" È possibile mettere in scena una coralità d’istanze narranti prendendo le mosse da un’unica voce autoriale ma, allo stesso tempo, evitando di prevaricare la personalità delle singole voci del coro, anzi conservandole programmaticamente? Generalmente ogni testo letterario, nella sua creazione di un mondo parallelo, comporta un sottile gioco d’immedesimazione affettiva e di processi mimetici orientati secondo la presenza di diverse voci e diversi punti di vista, ma non è frequente imbattersi in autori e autrici che programmaticamente perseguano una messa in scena del coro3. Secondo la nostra percezione, nel panorama della letteratura contemporanea italiana, Gabriella Ghermandi è scrittrice che in alcune sue opere tenta l'impresa: infatti, l'autrice post-coloniale italoetiope fa della presentazione di sé uno strumento, da un lato, per mettere in scena la storia del popolo al quale appartiene per ascendenza materna e, dall'altro, per riscrivere la misconosciuta o minimizzata infamia della recente storia coloniale italiana attraverso un mosaico di fatti distinti che tuttavia dialogano tra di loro in modo fitto4. Una caratteristica della sua scrittura, sempre secondo la nostra sensibilità, è costituita dalla vocazione a una coralità che tende a varcare i limiti del soggetto scrivente e dell'opera di creazione, una coralità che tuttavia, almeno in due realizzazioni, trova espressione attraverso forme monologanti: un romanzo, Regina di fiori e di perle, sul cui frontespizio sta chiaramente il nome dell'autrice e nel quale troviamo il filo conduttore della voce di Mahlet che racconta storie raccolte durante la sua esistenza, e un monologo, Un canto per Mamma Heaven, in cui è solo una voce a parlare e la cui performance vocale è stata, per quanto ne sappiamo, assunta dall'autrice5. Questa sommaria descrizione dell'operare di Ghermandi potrebbe far pensare che l'autrice sia impegnata in una narcisistica esibizione di sé: in realtà, tanto le forme dei due testi quanto le storie di cui si sostanziano esprimono la volontà dell'autrice di condividere vissuti trasmessi da diverse istanze autoriali e narrative. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 3 Sulla creazione narrativa letteraria come mondo parallelo si veda Doležel Lubomír, Heterocosmica. Fiction and Possible Worlds, The John Hopkins University Press, Baltimora e Londra, 1998. La coralità può esser convenientemente tematizzata sia attraverso il principio dialogico elaborato da Bachtin sia attraverso le riflessioni sulla presenza di un soggetto anonimo collettivo che avuto in Italia il rappresentante di spicco in Verga. 4Solo di recente si è imposta la qualifica di letteratura post-coloniale per scrittori e scrittrici italiani provenienti dalle ex-colonie del Regno d'Italia per i quali non appariva feconda la distinzione tra migranti-scrittori e scrittori-migranti presentata a suo tempo da Monteiro Martins. Si veda Moll: 2008 a e b, e Moll: 2014. 5Per le forme letterarie del monologo nella cultura occidentale e relativo significato pragmatico comunicativo si veda Asmuth : 2001; per una definizione moderna di diverse tipologie del monologo si rimanda a Martín Clavijo : 2009 che nell’introduzione (pp. 11-24) presenta caratteristiche del monologo narrativo e teatrale analizzando diverse proposte di classificazione, mentre in un capitolo successivo dà ragione della polifonia nella singolarità della voce monologante (pp. 77-88). Per possibili relazioni tra monologo, voce femminile e letteratura orale in Somalia si veda oral literature, songs, theatre e relativi rinvii interni di EA. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 3" Nel presente saggio di lettura cercheremo di rintracciare la coralità implicita nella scrittura di Gabriella Ghermandi: prenderemo avvio dal romanzo Regina di fiori e di perle, che tuttavia tratteremo molto succintamente e solo per ciò che ci interessa; passeremo poi alla performance Un canto per Mamma Heaven che sottoporremo a un serrato close reading sia per l'oggettiva intensità e complessità del testo sia per la sua più manifesta aderenza al tema del convegno, anche se speriamo di riuscire a mostrare come la medesima postura di lettura che adotteremo per il testo teatrale-performativo potrebbe esser fruttuosamente messa in opera anche per una più dettagliata analisi del romanzo. Nella nostra lettura, pur consci della problematicità di un approccio immanente, cercheremo di procedere accordando privilegio assoluto alle opere nella loro carica comunicativa, lasciando sullo sfondo, anche se menzionato, ciò che senz'altro può illuminane il significato attraverso riferimenti intertestuali ed extratestuali. Sul piano metodologico più generale metteremo in dialogo un saggio di Walter Benjamin con la scrittura di Gabriella Ghermandi per lumeggiare quanto di produttivo v'è in entrambe le posizioni, anche con il contributo della riflessione di Judith Butler e di Adriana Cavarero. Il nostro interesse sarà rivolto soprattutto ai contenuti e meno alla forma letteraria, per la quale sarebbe stato necessario maggior spazio e un riferimento alla lezione di Michail Bachtin e a chi su di essa ha riflettuto. 1. VIAGGIO, NARRAZIONE ED ESPERIENZA Per riflettere su qualità della narrazione solitamente poco prese in considerazione dalla moderna narratologia cerchiamo aiuto in un saggio di Walter Benjamin risalente agli anni Trenta del secolo passato: Il narratore, che presenta le caratteristiche dell'opera dello scrittore russo Nikolai Leskov della seconda metà del XIX secolo al fine di enucleare le caratteristiche del narrare e del narratore6. L'autore russo si caratterizza per vivacità di descrizione di persone e situazioni attraverso il potente inserto dei linguaggi quotidiano e settoriale: entro questa cifra comunemente riconosciuta, semplificando, possiamo dire che viene considerato da Benjamin come uno degli ultimi rappresentanti di un'arte del narrare da intendere come capacità di trasmettere esperienze. Questa capacità si sarebbe persa e per lo choc che avrebbero """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 6Le riflessioni di Benjamin hanno punti di contatto con l'Exkurs über den Fremden di Georg Simmel (Soziologie, Berlin, Duncker & Humboldt, 1908, pp. 509-512) e Figura di Erich Auerbach (Archivum Romanicum, anno 22, 1938, pp. 436–489). Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 4" patito i reduci della Prima Guerra Mondiale che durante il conflitto avevano assistito al carattere spaventosamente distruttivo delle nuove armi e per la generale mendacità dei resoconti sull'evento stesso che avrebbe caratterizzato il periodo immediatamente seguente Grande Guerra7. Sintetizzando e sviluppando, possiamo affermare che, secondo Benjamin, dopo la guerra, la collettività avrebbe patito un doppio trauma: a quello delle sofferenze e delle violenze patite si sarebbe aggiunto quello dell'impossibilità di narrarle e di condividerle con chi non le aveva vissute. Per capire esattamente la portata dell'affermazione, si deve tener presente che, secondo Benjamin, l'autentico narratore è da ricercare in due figure archetipiche: il contadino sedentario e il marinaio commerciante. Andando oltre il dettato del filosofo tedesco, possiamo sostenere che entrambi elaborano l'esperienza, ma mentre il primo lavorerebbe in profondità il secondo estenderebbe in varietà. I due tipi troverebbero un loro concreto punto di fusione nella bottega dell’artigiano medievale: La reale estensione del regno delle narrazioni (...) non è pensabile senza l'intima compenetrazione di entrambi i tipi arcaici. Una tale compenetrazione è stata realizzata dal Medioevo nell'istituto del commerciante. Il mastro sedentario e il garzone itinerante operavano nella medesima stanza e ogni mastro era stato garzone itinerante prima di insediarsi nella sua patria o in terra straniera. Se contadini e marinai sono stati antichi maestri del narrare, il ceto artigianale è stato la sua scuola di perfezionamento. In esso si fondeva la scienza della lontananza, portata a casa dalla persona che ha molto viaggiato, con la scienza che proviene dal passato e che si affida nel modo migliore al sedentario.8 Una caratteristica del narratore sarebbe l'utilità della sua narrazione e la sua capacità di dare consiglio che si manifesterebbe nella predisposizione per la morale, nella consegna di un’indicazione pratica o nell'uso del proverbio e della regola di vita. La stretta relazione tra narratore e destinatario della narrazione, nel saggio di Benjamin, è rafforzata oltre che dalla frequente menzione del pubblico degli uditori anche dall'uso del verbo “origliare” (lauschen) in diversi punti del testo: il destinatario ascolta con profondo interesse e attenzione le esperienze narrate. Come procede il narratore? Il narratore prende dall'esperienza ciò che racconta: dalla propria o da quella riportata. E fa di tutto ciò nuovamente esperienza di coloro che ascoltano le sue storie. Il romanziere si è separato. La camera in cui nasce il romanzo è l'individuo nella sua solitudine, che non è in """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 7Sempre di Walter Benjamin si veda Erfahrung und Armut, in Gesammelte Sschriften, Band II, 1, Francoforte, Suhrkamp, pp. 213-219. Eco di questa diagnosi potrebbe riscontrarsi tanto nel verdetto di Adorno intorno all'impossibilità di far poesia dopo Auschwitz che riecheggia in diverse forme anche nei Minima moralia (ad esempio nell’aforisma 33), quanto nel saggio di Hanna Arendt “Truth and Politics”, in The New Yorker, 25 febb. 1967, pp. 49- 88, mentre il nesso esperienza-narrazione potrebbe esser avvicinato alla riflessione di Agamben su Auschwitz e il testimone. 8Benjamin 1936: p. 440. Si noti il costrutto usato da Benjamin: il viaggiatore sembra portare coscientemente a casa l’esperienza, mentre il precipitato profondo della cultura locale sembra consegnarsi sua sponte all'artigiano. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 5" grado di esprimersi in modo esemplare sui propri più importanti interessi, egli stesso non conosce consiglio e non può dare consiglio.9 Non possiamo seguire oltre il percorso di Benjamin, tuttavia con queste osservazioni sono gettate coordinate che possono aiutarci a dialogare con la postura narrativa di Gabriella Ghermandi: cercheremo di istituire un dialogo paritetico tra il critico e l'autrice del testo di finzione letteraria. Anzitutto consideriamo il potenziale trauma e le sue cause per una scrittrice come Gabriella Ghermandi. Le guerre coloniali italiane, e soprattutto la campagna di Etiopia del '36, sono state tanto devastanti quanto la Grande Guerra e addirittura c'è stato chi ha affermato che per intensità e brutalità l'impresa etiope è stata di gran lunga la più devastante tra quelle dell'epoca moderna a livello internazionale: se si considera che questa campagna è stata condotta in un territorio che non aveva conosciuto ancora la massiccia industrializzazione che invece aveva già segnato, in positivo e in negativo, gran parte dell'Europa a partire dall'ultimo quarto del XIX secolo, ci si dovrebbe aspettare, secondo l'interpretazione benjaminiana, in scrittori o scrittrici che provengano da quella zona e che si occupino dei fatti là avvenuti un ancor più marcato allontanamento dalla narrazione come forma di trasmissione di esperienza. Inoltre sul piano personale Gabriella Ghermandi è stata profondamente segnata dalla discriminazione razziale: infatti la nonna dell'autrice era un'etiope che dall'unione con un italiano aveva dato alla luce una bambina che sarebbe diventata la madre di Gabriella: per motivi non chiariti, il nonno sarebbe scomparso, mentre la figlia sarebbe stata consegnata a un collegio di religiose che, condizionate dall'ideologia del tempo, le avrebbero inculcato l'idea che esistono razze e che tra di esse ci sarebbe una gerarchia che vedrebbe al vertice i bianchi, al di sotto i neri e all'ultimo gradino i meticci, in quanto figli del diavolo poiché solo il diavolo avrebbe potuto spingere un bianco ad aver relazioni con una donna di colore. Il trauma della madre che si sarebbe sentita marchiata per tutta la vita dal desiderio impossibile di appartenere alla razza eletta sarebbe stato ereditato dalla figlia10. Questi shock avrebbero potuto provocare un ritiro nella stanza del romanziere separato dalla realtà. Invece Ghermandi vuole comunicare precise esperienze: alcuni dati anagrafici della sua maturità la accreditano come nuova concretizzazione della figura del viaggiatore-artigiano-narratore tratteggiato da """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 9Id., p. 443. 10Si vedano le dichiarazioni dell'autrice nell'intervento all'incontro del 3.10.2015 Dal Monferrato al mondo passando per l'Etiopia al sito https://www.youtube.com/watch?v=UWwASmpqzxE. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 6" Benjamin in quanto si è mossa tra Etiopia e Italia e allo stesso tempo ha praticato l'artigianato, quello della riflessione collettiva sulla scrittura nel suo concreto farsi11. Per quanto ci è concesso immaginare, possiamo dire che ha lavorato in profondità come il sedentario e in varietà come il viaggiatore: il trauma di una storia fatta di inaudita violenza l'ha spinta a una parola critica e articolata che aspira alla riflessione morale12. 2. REGINA DI FIORI E DI PERLE: LE MOLTE VOCI DI UNA CANTORA Passiamo ora alla proposta di lettura del romanzo RFP. Pubblicato nel 2007, ricostruisce la vicenda di Mahlet, una ragazza etiope che trascorre parte della sua esistenza nel Corno d'Africa, in Etiopia, tra Addis Abeba e Debre Zeit, per poi trasferirsi in Italia centrale a Bologna dove avrà la possibilità di studiare nella lingua dell'antico dominatore senza tuttavia allentare i contatti con la comunità di origine che visiterà in occasione della morte dell'amato zio Yacob. Un romanzo lineare? Niente affatto, perché Mahlet ha un ruolo speciale nel gruppo familiare allargato cui appartiene: da piccola è bambina curiosa che, fingendosi occupata nei suoi giochi, origlia i discorsi e le chiacchiere dei grandi, guadagna la simpatia e la fiducia dei tre anziani di famiglia, in particolare di Yacob che prevede per lei il ruolo di cantora della loro storia; allo stesso tempo la piccola vive un'infanzia ricca di relazioni con coetanee e diverse persone del quartiere in cui abita; da grande diventerà la cantora del suo popolo raccogliendo le storie che le raccontano altri, concedendo loro spazio nel proprio narrare. Il romanzo è quindi un mosaico di storie narrate da diverse istanze legate da relazioni sotterranee che il lettore dovrà dipanare con pazienza. All'inizio del testo si assiste a un primo slittamento autoriale: Yacob racconta alla nipote la storia delle sue genti durante l'epoca coloniale italiana. Per far ciò concede alla bambina accesso alla propria stanza, infrangendo così un doppio tabù: di genere e generazionale. Infatti le stanze degli anziani, collocate in una zona isolata della casa patriarcale, erano interdette al libero accesso tanto dei giovani quanto delle donne. Per facilitare alla ragazzina il recupero dei dati più rilevanti, il vecchio Yacob appunta per sommi capi date e nomi del conflitto tra etiopi e italiani su un quaderno che verrà dimenticato e poi recuperato in un lungo lavoro anamnestico da una Mahlet che, dopo """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 11Si veda il sito della scrittrice indicato in bibliografia. 12Sulla relazione fra trauma, letteratura, concessione della parola e ascolto si veda Kopf: 2005, mentre per le motivazioni personali e etiche che hanno spinto Ghermandi alla scrittura si vedano i siti citati alle note precedenti e il colloquio con Comberiati. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 7" un soggiorno in Italia, ormai matura e carica di esperienze raccolte altrove, ritornerà in patria per onorare la memoria di Yacob appena scomparso. Quindi il romanzo mette sulla carta la memoria di un popolo che i governi liberali e il fascismo avevano sottomesso col pretesto della civilizzazione, macchiandosi invece di efferati delitti ed esportando discriminazione interna ed esterna. Sì, anche discriminazione interna, perché la storia di Yacob ingloba anche la vicenda di un veneto pacifico, bollato dai suoi connazionali con l'appellativo “mona” per essersi innamorato di una etiope; conquistato alla causa del popolo oppresso non per ribellione astratta ma per concreta esperienza delle conseguenze del colonialismo, si sarebbe dato alla macchia e avrebbe abbracciato la resistenza contro i propri connazionali pagando, assieme alla compagna, con la morte il suo desiderio di libertà e di giustizia. Oltre a questa ed altre storie di resistenza consegnate a Mahlet dalla bocca di Yacob e dal quaderno con gli appunti di quest’ultimo, nel crescere la ragazza raccoglie fatti diversi, al di fuori delle mura domestiche, al mercato, luogo di incontro di persone e culture diverse che ci richiama alla mente tanto il viaggiatore quanto l’artigiano di Benjamin. Nel complesso nel romanzo confluiscono le storie di uomini come Yacob, Abbaba Igirsà Salò, Farisa Alula, ma anche di donne come Woizero Bekelech, la regina Taitú e Kebedech Seyoun, patriota vedova che, dopo aver perso il marito ucciso a tradimento dagli italiani, non esita ad affiancare la cura del figlio neonato alla guida della resistenza armata al posto del consorte. Sono storie che vanno recuperate, forse per contrastare l'indole di un paese come l'Italia, in cui le persone vivono isolate e vanno di fretta: È un paese strano. Sembra il luogo della solitudine. La gente vive chiusa nelle proprie case. Non c’è il caffè tra i vicini, non ci sono le associazioni di quartiere. Gli anziani stanno soli, i bambini non entrano ed escono da una casa all’altra, chiamandosi l’un l’altro per giocare. Gli adulti vivono come uccellini, escono all’alba dal nido e tornano la sera tardi. Tutto avviene di corsa sempre di corsa.” (RFP 216) In questo breve passo va rilevata l’insistenza sulla “solitudine”, sulla vita “chiusa”, sulle “proprie case”, sulla negazione del vicinato, delle “associazioni di quartiere” e sugli scambi reciproci anche nel gioco: gli adulti, paragonati a uccelli, che declinati al vezzeggiativo “uccellini” assumono la dimensione di piccoli esseri indifesi, trascorrono tutta la giornata fuori di casa e rientrano solo a tarda sera in una vita fatta di corse che risultano rimarcate dal generico “tutto” e dalla ripetizione dell'azione senza virgola che avvicina l’enunciato al parlato. Se gli italiani sono uccellini, gli anziani della giovinezza Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 8" di Mahlet-Gabriella, “imbozzolati negli shemmà bianchi”, avevano “l'aspetto di uccelli protettori, benedicevano il caffè alle donne e osservavano tutto attorno.” (RPF, 5); se gli italiani vanno di fretta, Mahlet-Gabriella si ferma per ascoltare le storie che accomunano le persone e che poi racconterà come cantora del suo popolo. Sono storie in cui le donne, lungi dall'esser soggetti passivi, hanno un ruolo importante. Inoltre sono storie che rimandano alla storia reale: infatti, come si evince dai ringraziamenti dell’autrice apposti in coda al romanzo, parte delle vicende narrate sono frutto di ricerche bibliografiche. La circolazione tra ciò che sta al di fuori del romanzo e al suo interno è resa visibile da un riassunto di parte della vicenda in un poema incastonato nel capitolo finale del romanzo: all’interno del romanzo, il poema è presentato come composizione di un azmari, un cantore di professione della tradizione somala, mentre dai ringraziamenti veniamo a sapere che è opera di un “amico fraterno” dell’autrice, quindi figura reale13. Sembra che tra il testo, l'autrice, alcuni dei protagonisti e la materia trattata ci siano rapporti di scambio: pur rimanendo Gabriella Ghermandi l'istanza narrante principale, il testo acquista un’architettura corale che rinvia a una comunità fatta di persone che non vivono isolate in stanze simili a gabbie ma stanno in comunicazione e si scambiano esperienze. Un narratore benjaminiano al femminile14. 3. UN CANTO PER MAMMA HEAVEN: UN INNO POLIFONICO A UNA FEMMINILITÀ EMANCIPATRICE Passiamo ora alla lettura di Un canto per mamma Heaven. Si tratta di un testo relativamente breve che funge da traccia per una performance complessa e che ha come protagonista una donna e la scrittura nella sua forma più elementare e allo stesso tempo intensa: la firma segno d’identità e primo passo verso la conquista della parola da intendere come incruento strumento di lotta15. Il testo è scritto e portato sulla scena da Gabriella Ghermandi che quindi si presenta come autattrice16 e prevede l'accompagnamento con musiche composte da Alessandro Sorrentino. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 13RFP, pp. 253-254. Sul lavoro di ricerca documentaria svolto da Ghermandi per la composizione del romanzo si vedano le dichiarazioni dell'autrice in Comberiati: 2007, pp. 152-153. 14In questa sede non è possibile indagare né la questione di genere né il significato degli spazi in RFP: per approfondimenti si rimanda a Rossi 2015. 15Sulla relazione tra letteratura, parola, trauma e ascolto si veda l'introduzione e la bibliografia di Kopf 2005. 16Per il senso di questo neologismo si veda Martín Clavijo : 2009, pp. 22-24. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 9" Il racconto (...) vuole denunciare l'assurda guerra che si disputa tra Etiopia ed Eritrea, denunciare la difficoltà che molti Habescià (così si chiama nella lingua Tigrigna e Amarigna, l'una lingua ufficiale dell'Etiopia e l'altra dell'Eritrea, il popolo etiope e eritreo) vivono nel doversi schierare da una parte o dall'altra pur provenendo da famiglie miste. Un Canto per Mamma Heaven vuole essere l'urlo di una madre che nella metafora rappresenta l'anima del popolo e della terra su cui esso vive, una madre che decide di andarsene per non dover più soffrire. Una narrazione cantata e raccontata che parte trasportando il pubblico nell'atmosfera del periodo della dittatura filosovietica di Manghstu Hailè Mariam (dal 74 al 91) e si dipana per arrivare a "mostrare" emotivamente l'attuale situazione del popolo degli Habescià. Oltre a ciò lo spettacolo vuole essere una riflessione sulla situazione che molti migranti vivono: non più accettati nella loro terra e non considerati come persone, con tutti i "naturali diritti" che ne dovrebbero conseguire, nei paesi in cui approdano. (CMH) Nonostante la stessa autrice affermi che la narrazione avrebbe due voci, noi preferiamo leggere nel testo una voce principale alla quale si affiancano altre voci ed altri attori e attrici in senso lato con un significativo slittamento finale: la voce più importante è quella di Mamma Heaven che parla della sua decisione di morire; accanto ad essa si profila quella di un uomo adulto che ricorda la sua infanzia accanto alla donna in una fase non precisata dell’esistenza di quest’ultima. Secondo i canoni delle strutture della parentela occidentali saremmo portati a pensare che si tratti del figlio naturale, ma in realtà è una sorta di figlio adottivo, uno dei bambini cresciuti da Mamma Heaven, secondo la consuetudine della famiglia allargata comunitaria “tipica di molte zone d'Etiopia dove la donna più anziana si occupa dei figli delle altre donne mentre esse sono a lavorare”17. Il periodo storico è quello della dittatura dell'uomo politico che in Italia è noto secondo la trascrizione fonetica Menghistu18, ma il racconto sembra aspirare a una validità generale per il misurato, anche se significativo, impiego di precisi riferimenti storico-geografici. Il fatto concreto attorno al quale ruota la vicenda è invece un evento che apparirebbe secondario. Si tratta di una sorta di riforma scolastica: i provvedimenti per l'eliminazione dell'analfabetismo messo in atto dal governo dittatoriale socialista del Derg guidato da Manghstu in Etiopia. Il testo tuttavia, in maniera sottile, mette in scena le ricadute sociali delle misure coercitive adottate per eliminare la deprivazione culturale che discenderebbe dal mancato padroneggiamento della lingua in tutte le sue potenzialità. Quindi di questione della lingua si tratta e quando si parla di questione della lingua, gramscianamente, sappiamo che è in gioco non un neutro mezzo di trasferimento di conoscenze, ma una questione di egemonia19. Una questione di egemonia tanto più incisiva se si pensa che la misura era indirizzata a """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 17bid. 18Oltre prenderemo in considerazione il valore che la traslitterazione di termini provenienti dalle parlate nel Corno d'Africa assume nella narrativa di Gabriella Ghermandi. 19Si veda Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Q 29, § 3, Torino, Einaudi, 1975, p. 2346. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 16" andarmene e di venire di qua. Sono sicura che ora una casa la troverò. Voglio andare a vivere ad Ankobar, la terra dei miei avi. Forse ora troverò Pace. Come non leggere in queste righe non solo la critica alle assurdità delle guerre tribali inter-etniche, ma anche una eco della critica dell'astrattezza dei confini tracciati sulla base del reticolo delle coordinate geografiche che fin dai tempi del trattato di Tordesillas del 1494 per la spartizione di un Nuovo mondo non ancora cartografato giunge allo scramble for Africa, passa per la conferenza di Berlino del 1884-5 e sopravvive anche ai giorni nostri? Il recupero formale della fonetica originale di ciò che i colonizzatori di un tempo chiamarono Abissini può esser interpretata, dopo la riscrittura di Adua in Adwa, come un ulteriore e più forte atto di writing back di fronte alla presunzione della cultura occidentale e indica nella stessa direzione della protesta sostanziale appena commentata: infatti il termine Habescià, presente con modeste modulazioni nella lingua ge'ez, in amarico e in tigrino, indica, più che un'etnia omogenea, un gruppo di popoli caratterizzati dall'uso di lingue imparentate e da contiguità territoriale e quindi, pur senza riconoscibile marca esplicita nel testo, può ben fungere da emblema di una convivenza corale unitaria pur nella diversità28. La menzione di Ankobar, città che per un periodo di tempo durante l’epoca coloniale fu il centro politico più importante del Corno d'Africa ma che, a quanto sappiamo, mai si sedimentò in forma diffusa nell'immaginario coloniale italiano, risponde implicitamente a chi, oltre a sovrapporre la propria fonetica a toponimi ed etnonimi, impone la voce della propria geografia disegnando la mappa politica attorno ai centri di interesse per l'impero coloniale e ignorando completamente la cultura e le strutture materiali locali29. Infine il fatto che si parli di terra e non di stato o paese contiene tratti semantici che rimandano al suolo come base per la generazione di vita che in certo modo era stato anticipato da Mamma Heaven quando aveva motivato la sua ostilità all'educazione forzata sostenendo che in lei non poteva “germogliare” alcun frutto. La pratica smentisce la perplessità espressa tramite metafora biologica e la protagonista lo conferma nella chiusa. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 28La storia dei termini abissinia è tormentata: come il toponimo “Terra di Pwnt / Punt”, intorno al secondo millennio prima di Cristo, probabilmente indicava una regione compresa tra l’attuale Yemen e il Corno d’Africa; inoltre la sua storia si intreccia con quella di Etiopia. Cfr. EA, s.v. abyssinia e pwnt. 29Per la relazione tra cartografia e rappresentazione letteraria si veda Stockhammer: 2007, pp. 50-57 e 71-79. Per quanto riguarda l'importanza di Ankobar e la conservazione del suo carattere rurale nonostante la relativamente alta densità di abitanti (10000) e il peso che ebbe come centro politico della regione del Säwa si veda la voce Ankobär in EA. Se la vocazione rurale della località sia presente nell'apposizione “mia terra” non può esser detto dato che il tema non viene ripreso nel testo. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 17" Siamo a poche battute dalla fine della performance. Mamma Heaven parla con la fidanzata del figlio adottivo e le chiede di comunicare a questi che lui aveva ragione nell’invitarla ad imparare a scrivere e insiste affinché gli faccia sapere che lo dice ridendo con “un riso lieve che sale (...) dal diaframma” (CMH), un riso viscerale, diremmo noi, come la voglia di danzare e di abbracciare i mille colori della vita. Il volto della madre è ora ritornato florido e la donna saluta la ragazza con frasi che mescolano l'italiano a frammenti in una lingua diversa30. Una donna consegna a una donna un messaggio di speranza che passa attraverso la scrittura cominciando da quella che viene utilizzata per affermare la propria identità: la firma. Questo messaggio deve arrivare attraverso Ghennet al soggetto maschile che per primo aveva sostenuto la necessità dell'affermazione attraverso la scrittura.31 Potremmo interpretare l'ultimo passo come un’implicita dichiarazione di poetica pronunciata da una donna e indirizzata a una donna affinché la comunichi a un uomo cioè una dichiarazione che travalichi i limiti di genere e che ponga la lingua al servizio dell'affermazione pacifica della propria identità al fine di godere dei più elementari beni della vita: il proprio corpo, che deve muoversi al ritmo della danza e non concedersi ad altri in forme alienanti, e la comune consumazione del cibo. Ormai passato ad altra vita, il soggetto femminile di questo imperativo etico invita a un dialogo tra le generazioni, i generi e i popoli: questo il messaggio che percorre l'intonazione di un canto corale rispettoso delle individualità nonostante sia una la voce che leva e dirige le linee melodiche delle singole voci. 4. UNA PERFORMATIVITÀ MODULATA I due testi, da noi esaminati con diverso grado di profondità, si caratterizzano per la messa in scena della revisione del passato coloniale italiano32: voci narranti vengono accolte nei testi di Gabriella Ghermandi che in questo modo non solo scrive contro la versione della recente storia della politica estera italiana che ufficialmente ha avuto corso legale e ha determinato l'immaginario collettivo italiano, ma scrive dando voce a coloro che non hanno avuto la possibilità di esprimersi. Dai ringraziamenti del romanzo sappiamo che l'autrice, lungi dal ritenere che il romanzo sia solo opera sua, si propone come raccoglitrice di voci che si sono costituite """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 30Sulla relazione tra vocalità, maternità, unicità e distinzione si veda Cavarero : 2003, pp. 181-230. 31Si rimanda ancora a Judith Butler : 2001 per la connessione di azione, performance, fondazione e postura politica. 32A proposito di messa in scena val la pena leggere De Franceschi : 2013 su cinema italiano e questione postcoloniale. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 18" in una variegata e spontanea collaborazione coordinata dalle intenzioni dell’autrice: un amico dona Tempo di uccidere, un'amica ha spronato, lo storico Nicola Labanca ha fornito spiegazioni di carattere storico-militare, ma soprattutto, diciamo noi, ci sono “l'amico fraterno Zeleke Eresso” che ha “scritto le lettere di Bekelech in amarico (…) e l'amico fraterno Gebre Iasu Gofru per aver(mi) composto in amarico il poema conclusivo.” (RFP, 253). Il testo si presenta come performance collettiva che si sostanzia di racconti cui l'autrice ha prestato ascolto e penna, dando loro rilievo secondo la logica della prospettiva esistenziale e autoriale di Mahlet. Anche la narrazione teatrale mobilita più soggettività su più piani. Abbiamo già rilevato come al suo interno ci siano diverse voci che presentano diverse istanze di liberazione. Oltre il piano enunciativo lo spettacolo vede la partecipazione di musicisti provenienti da varie tradizioni culturali che con il loro colore musicale contribuiscono a uno spettacolo corale; anche il pubblico ha una sua funzione perché non è solo spettatore passivo, ma anche come fruitore compartecipe della cultura rappresentata che si suppone venga distribuita da altri agenti-attori, che vanno a moltiplicare il numero delle voci presenti nell'operare di Ghermandi. Lo spettacolo … si svolge con canti e accompagnamento musicale. Nel mezzo dello spettacolo, quando nella storia Mamma Heaven raggiunge l'obiettivo e impara a firmare, c'è un momento di condivisione del pane tradizionale etiope con il pubblico. Se esistono le condizioni alla fine dello spettacolo si serve anche il The con le spezie. Il racconto è preceduto da una piccola narrazione sulla famiglia di Gabriella Ghermandi, italo-etiope, del periodo del colonialismo italiano e dalla legge sul Madamismo che divise la sua famiglia, del suo arrivo in Italia alla fine degli anni 70 e della sua presa di consapevolezza della sua appartenenza all'Etiopia e all'Eritrea. 33 L’attrice-autrice con la sua concertata performance monologante si presenta anche come istanza di genere sessuale, la cui espressione in termini di genere letterario potrebbe trovar articolazione secondo la proposta che Adriana Cavarero sviluppa nella sua filosofia dell’espressione vocale. Secondo la filosofa italiana la cultura occidentale sarebbe stata caratterizzata dalla prevalenza della voce del pensiero monologante rappresentato bene dalla solo apparente natura dialogica dei dialoghi platonici e dalla figura di Narciso che riconosce il volto ma in realtà si tratta del suo proprio volto, cosicché non sarebbe un caso se la sua vicenda ha un esito tragico tanto per Narciso quanto per una voce disperata, quella di Eco che, per le trame Giunone e per l'egoismo di Giove, viene trascinata dall'inconsapevole Narciso alla consunzione. La prevalenza """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 33Dalla presentazione dello spettacolo nel sito di Gabriella Ghermandi (ultima consultazione 24.02.2016). Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 19" della voce si perpetuerebbe, secondo Cavarero anche nel più autorevole rappresentante del pensiero della differance, in Derrida che condannerebbe la voce come scenario dal quale nascerebbe la metafisica della presenza: ma secondo la filosofa italiana si tratterebbe di una voce fittizia in quanto Derrida tematizza la voce che ascoltando se stessa è presente a se stessa. Cavarero traccia una linea di pensiero alternativo a quella or ora delineata rilevando Eco, toccando il melodramma e la sua accentuazione della materialità della voce non significante e passando per Stefan Rosenzweig e Emmanuel Levinas, che, per vie diverse metterebbero al centro della loro riflessione la parola contro il pensiero astrattto, il primo, e il volto dell’altro, il secondo. Secondo Cavarero tuttavia si dovrebbe andare oltre e giungere a un riconoscimento della voce e sopratutto della voce individuale della madre; una voce che sa coniugare ritmo, musica e semantica nel rapporto individuo col figlio34. Nel testo di Gabriella Ghemandi troviamo una madre che rompe con le categorie di parentela tramandate dalla tradizione patriarcale occidentale: una madre che parla con i figli adottivi e soprattutto che consegna alla figlia adottiva il suo invito a lasciare la propria inconfondibile traccia, una traccia che destabilizza l’ordine costituito. Si potrebbe sostenere che la visione presentata da Ghermandi sia ottimistica e che il racconto si risolva in un astratto imperativo etico: conquistate la parola e vi emanciperete! Tuttavia non si deve dimenticare che il testo lavora per rapide pennellate cariche di una storia cui solo allude, come i conflitti sanguinosi e umilianti per un confine che non si può tracciare per i millenni di storia di una solida terra madre per quanto fine come sabbia, che, se riattivassimo l'etimologia di Marta-Signora-Padrona, vuole ridiventare padrona di se stessa. L'autrice, attrice, cantante mette in scena una vicenda alla quale il pubblico è chiamato a partecipare di pancia, seppur in misura minima. Seguendo la tipologia del narratore proposta da Benjamin, nella narrazione di esperienze ci si potrebbe aspettare una penetrazione più profondità nella vita del popolo degli Habesciá; quale tipo di esperienza e quale ammaestramento possiamo trarre quindi dalla performance di Gabriella Ghermandi? Anzitutto, sul piano della forma, possiamo ricavare la riattivazione della funzione del narratore come traduttore di esperienze all’interno di una cerchia i cui membri sono caratterizzati da una prossimità spaziale, """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 34 Si rimanda a Cavarero : 2003, pp. 189-199, ma, pur nella discutibilità o parzialità dell'interpretazione del mito di Eco e del melodramma tutto il testo è importante dal nostro punto di vista. Convincente il capitolo conclusivo su Derrida, che contiene una riflessione sul nome proprio che andrebbe sviluppata e che comunque offre la possibilità di rilevare ulteriormente il valore del significato della propria firma come segno di identità politica in contesto di guerra civile. Mario Rossi Gabriella Ghermandi inscena due forme di coralità mediata Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 2016, ISSN: 1885-3625" 20" che Benjamin, nel saggio da noi menzionato, dava per perduta; mentre, in secondo luogo, sul piano dei contenuti la scarsità delle determinazioni di luoghi e persone, che può lasciare perplessi, forse può esser intesa come un invito rivolto al pubblico affinché proceda nella direzione avviata dall'autrice in un’autonoma ricerca di mezzi per fluidificare confini attraverso la conquista della parola. Forse oggi più che mai appare urgente ascoltare traduttori di esperienze che viaggino tra diversi orizzonti e aprano la strada verso la profondità di diverse culture e pare che uno strumento particolarmente efficace sia l’oralità corale; nel caso concreto da noi analizzato, una maggior articolazione dei contenuti e una ricorsività che porti a un più chiaro ispessimento di oggetti-chiave esporrebbe il lettore a un più sicuro viaggio dall'intentio lectoris al gioco tra intentio operis e intentio auctoris. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.VV., Encyclopedia Aethiopica, Wiesbaden, Harrasowitz, 2003-2013. Asmuth, B., Monolog, monologisch“, Historisches Wörterbuch der Rhetorik, edito da Gert Ueding, Vol. 5, Niemeyer, Tubinga, 1972, colonne 1458-1476. Barbarulli, C. e Ghermandi, G., In Etiopia condividiamo le narrazioni Internet. 19-04- 16. <http://www.societadelleletterate.it/2013/04/3473/>. Benjamin, W., “Der Erzähler. Betrachtungen zum Werk Nikolai Lesskows” (1936), Aufsätze, Essays, Vorträge. 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