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1" " UNIVERSIDAD DE SEVILLA FACULTAD DE FILOLOGIA DEPARTAMENTO DE FILOLOGIAS INTEGRADAS Programa de doctorado Mujer, escrituras y comunicación Tesis Doctoral * Doctoranda Rita Sarao Directoras de la tesis Dra. Mercedes Arriaga Flórez Dra. Rocío Cobo Piñero Dr. Daniele Cerrato
2" " INDICE
3" " Introduzione … p.1 1. LE DONNE E LA POLITICA IN ITALIA TRA L’800 E IL ‘900 p.12 1.1 Premessa storico-sociale p. 12 1.2 Cristina Trivulzio di Belgiojoso: la madre di tutti i femminismi p. 21 1.3 Anna Maria Mozzoni p. 28 1.4 Gisella Floreanini: la prima ministra italiana p. 39 1.5 Carla Capponi: medaglia d’oro al valor militare p. 44 1.6 Nilde Iotti: la prima donna Presidente della Camera dei Deputati p.49 1.7 Marisa Cinciari Rodano: la prima donne Vice Presidente della Camera p.57 1.8 Le nostre ventuno madri costituenti p. 60 1.9 Adele Bei Ciuffoli p.63 1.10 Bianca Bianchi p. 65 1.11 Laura Bianchini p.67 1.12 Elisabetta (Elsa) Conci p.69 1.13 Elisabetta Delli Castelli p. 71 1.14 Maria Federici Agamben p.72 1.15 Angiola Minella p.75
4" " 1.16 Maria Fiorini Nicotra p.78 1.17 Nadia Gallico Spano p. 79 1.18 Angela Gotelli p.81 1.19 Angela Maria Guidi Cingolani p. 83 1.20 Teresa Mattei p.86 1.21 Angelina (Lina) Merlin p.87 1.22 Rita Montagnana Togliatti p.90 1.23 Ottavia Penna Buscemi p.93 1.24 Elettra Pollastrini p. 98 1.25 Teresa (Estella) Noce Longo p.100 1.26 Maddalena Rossi Semproni p.102 1.27 Vittoria Titomanlio p.103 1.28 Carla Lonzi p.105 2. LE LEGGI CHE HANNO CAMBIATO LA VITA DELLE DONNE ITALIANE DAL 1864 AI NOSTRI GIORNI p.119 2.1 Codice civile del Regno d’Italia p. 119 2.2 Norme circa la capacità giuridica della donna nel primo dopoguerra p. 127 2.3 Il Codice Civile del 1942 p. 132 2.4 Post fascismo e diritto di voto alle donne p.134 2.5 I diritti costituzionali delle donne p.135
5" " 2.6 La legge n.860/1950 a tutela della maternità “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri” p.144 2.7 Legge “Merlin” n.75 del 20 febbraio 1958 p.146 2.8 Legge sul divorzio e referendum 1970-1974 p.148 2.9 La riforma del diritto di famiglia del 1975 p.151 2.10 Legge 903 del 1977 – Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro p.157 2.11 Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. La legge 194 del 1978 p.161 2.12 Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna. La legge 125 del 199 p.164 2.13 Azioni positive per l’imprenditoria femminile. La legge n.215 del 25 febbraio 1992 p. 167 2.14 Norme contro la violenza sessuale. La legge n.66 del 1996 p. 167 2.15 Reato di “atti persecutori – Legge n.38 del 2009 p. 169 2.16 Femminicidio. La legge n.119 del 15 ottobre 2013 p.172 3. I MOVIMENTI FEMMINISTI IN EUROPA p.176 3.1 Contaminazioni e influenze p. 176 3.2 La corrente liberale p.179 3.3 La corrente socialista p.180 3.4 Virginia Woolf p.181
6" " 3.5 Il pensiero dell’uguaglianza p.196 3.6 Simone de Beauvoir p.197 3.7 Il secondo sesso p.204 3.8 Il pensiero della differenza p.211 3.9 Luce Irigaray p. 212 3.10 La Casa Internazionale delle Donne e Diotima p. 218 3.11 Teresa de Lauretis p.223 3.12 Judith Butler p.224 3.13 Ripercussioni sociali p.232 4. COMPARAZIONE CON LO STATUS DELLE DONNE IN ALTRI STATI p.235 4.1 Il diritto di voto p.235 4.2 Breve storia del voto alle donne p.236 4.3 Le donne europee e il lavoro p.246 4.4 Qualità del lavoro p.249 4.5 La Carta per le donne del marzo 2010 p.254 4.6 Donne e scienza p.257 5. LE DONNE NELLA SOCIETÀ ITALIANA CONTEMPORANEA p.262 5.1 La situazione attuale p.262 5.2 Conciliazione e lavoro pubblico in Itala p.264
7" " 5.3 Quote di genere p.268 5.4 Impatto delle donne sui risultati aziendali: i dati parlano p.269 5.5 Alcuni esempi di buone pratiche p.269 5.6 Politica p. 271 5.7 Imprese p.273 5.8 Lavoro p.275 5.9 Processo decisionale politico p. 282 5.10 Processo decisionale in ambito amministrativo ed economico p.284 5.11 Le donne e il mercato del lavoro p.288 5.12 Conciliazione p.294 CONCLUSIONI p. 297 BIBLIOGRAFIA p. 299
8" " INTRODUZIONE
9" " Questo studio indaga la condizione delle donne in Italia, a partire dalla metà del XX secolo, quando, il movimento femminile, ottenne il diritto al voto, fino ad analizzare la loro situazione nella società italiana contemporanea. Nel 1945, Umberto di Savoia ultimo re d'Italia, riconobbe, infatti, il suffragio femminile. Si trattava di un decreto che costituiva una sorta di riconoscimento per la lotta sostenuta da molte donne durante la guerra. Quando nel dopoguerra si formò l'Assemblea Costituente, vennero elette ventuno donne. Nel 1946, con il raggiungimento del diritto al voto, la spinta delle donne per l'emancipazione sembrò però diminuire per poi tornare a rafforzarsi dagli anni sessanta. Fu soprattutto il movimento femminista che rivendicò gli stessi diritti degli uomini nella famiglia, nel lavoro e nella società. Sebbene la Costituzione italiana del 1948 stabilisse pari diritti in ogni settore (secondo l'articolo tre le donne hanno pari dignità sociale e uguali diritti rispetto al genere maschile), questo venne tradotto in legge effettiva solo attraverso la riforma del diritto di famiglia che si realizzò nel 1975 e, a partire dagli anni '90, con la possibilità per le donne di effettuare il servizio militare. Era, infatti, questa l'ultimo ambito (con l'eccezione del diritto canonico che è però un diritto fra privati
16" " gruppo e suscita una reazione emotiva che può variare dal disgusto all'ostilità, all'invidia, all'ammirazione o alla semplice curiosità. Fra le ragioni che hanno portato alla scelta di un metodo di analisi storcocomparativa c'è il desiderio di raggiungere l'imparzialità, ovvero di affrancarsi da tutti pregiudizi e gli stereotipi su un tema di interesse assi sensibile. È possibile individuare quattro approcci alla ricerca comparativa che dovranno integrarsi: il modello descrittivo-valutativo, il modello descrittivo-universale, il modello descrittivo-specifico, il modello analitico-comparativo. Descriveremo succintamente le diverse forme che questi modelli hanno assunto storicamente. 1. Il modello descrittivo-valutativo. Questo modello ha una variante positiva e una negativa. La variante positiva è rintracciabile in vari tipi di utopia, quali il quattrocentesco mito spagnolo dell'isola di California, un'isola piena di ricchezze e di belle donne, dove la gente non deve lavorare per vivere o il mito rousseauiano del “buon selvaggio”, o la stessa Utopia di Tommaso Moro. Ciascuna di queste utopie comporta, un confronto con la società effettiva in cui si vive in funzione di un futuro migliore auspicabile. 2. Il modello descrittivo-universale. Uno degli obiettivi del pensiero religioso e del pensiero filosofico è sempre stato quello di individuare ciò che vi è di universale (invariante) nella specie umana: il
17" " peccato, la razionalità, la socialità, l'uso di simboli, la moralità, la tendenza all'errore. Questo tipo di ricerca non è sempre esclusivamente descrittivo, perché molte teorie, dato un fattore supposto universale, per esempio il tabù dell'incesto, cercano di spiegarne l'universalità postulandone una qualche ragione, come un'avversione istintiva, la necessità di contrastare la rivalità e la degenerazione all'interno della famiglia, o il bisogno di salvaguardare la coerenza della classificazione e delle regole adottate nei sistemi di parentela. Queste spiegazioni sono spesso insoddisfacenti, dal momento che, essendo le variazioni alquanto limitate o del tutto inesistenti, è difficile stabilire la validità relativa delle diverse spiegazioni avanzate. Inoltre presupporre l'esistenza di universali porta spesso a cercare eventuali 'eccezioni' a questi universali, senza però procedere oltre, fallendo in tal modo l'obiettivo di spiegare la diversità. 3. Il modello descrittivo-specifico. In polemica con la ricerca di universali, alcuni studiosi hanno sostenuto che ogni società, o cultura, vive secondo uno specifico sistema di opinioni, credenze e valori autonomi, che non può essere giudicato superiore o inferiore ad altri. Questa prospettiva relativistica, se troppo accentuata, rischia di eliminare totalmente il confronto sistematico tra culture e società differenti, a causa dell'insistenza sull'unicità e la peculiarità delle singole culture.
18" " 4. Il modello analitico-comparativo. Questa impostazione, che rappresenta il tratto distintivo degli odierni studi comparativi nel campo delle scienze sociali e comportamentali, dà per scontata l'esistenza, per alcuni fenomeni (modi di pensare, sistemi elettorali, strutture di mercato), di diverse varianti, tenta di formulare concetti e schemi che comprendano e descrivano questi fenomeni e cerca di isolare e controllare le possibili variabili esplicative, onde stabilire la precisa rilevanza causale di ciascuna. Un esame della letteratura degli ultimi decenni sull'analisi comparativa sistematica rivela l'estrema varietà dei fenomeni messi a confronto: l'immaginario individuale (attraverso i test proiettivi), i sogni, le posizioni politiche, la partecipazione alla vita della comunità, la struttura familiare, le credenze religiose, i sistemi di mercato e i regimi politici. Analogamente, l'uso del metodo comparativo si estende a tutte le discipline comprese nell'ambito letterario e delle scienze sociali quali la psicologia, l'antropologia, la storia, l'economia, le scienze politiche, la geografia. Il metodo dell'analisi comparativa ha pertanto un vasto campo di applicazione e si rivela utile in questo specifico settore delle scienze umane. ll primo capitolo analizza il ruolo delle donne nell’ambito politico italiano tra l’800 e il’900. Si è scelto di presentare una serie di figure di che attraverso la loro azione hanno offerto un contributo importante per
19" " quanto riguarda la conquista di maggiori diritti delle donne nella società. La prima figura analizzata è quella di Cristina Trivulzio di Belgiojoso che per la sua azione politica e intellettuale e il ruolo ricoperto durante il Risorgimento italiano può essere considerata un’anticipatrice di tutti i movimenti femministi in Italia. Altre figure fondamentali sono quelle di Anna Maria Mozzoni, una delle voci più autorevoli all’interno del dibattito riguardante l’educazione femminile e il ruolo delle donne nella società. Vengono ricordate le ventuno donne che dopo le prime elezioni democratiche del 1946 vennero elette nell’Assemblea Costituente e alcune delle prime donne che ricoprirono cariche istituzionali nella politica italiana: Gisella Floreanini: la prima ministra italiana, Nilde Iotti: la prima donna Presidente della Camera dei Deputati, Marisa Cinciari Rodano: la prima donna Vice Presidente della Camera, Carla Capponi: medaglia d’oro al valor militare, ed eletta deputata. La galleria di donne si conclude con la figura di Carla Lonzi prima femminista italiana sostenitrice della tesi della “differenza sessuale” Nel secondo capitolo vengono esaminate tutta una serie di leggi che dal 1864 ai giorni nostri hanno determinato cambiamenti significativi e vere e proprie conquiste per l’universo femminile. Si va dalle prime norme del dopoguerra legate alla capacità giuridica della donna, al diritto di voto, alla legge n.860/1950 a tutela della maternità,
20" " alla legge “Merlin, la Legge sul divorzio e referendum, La riforma del diritto di famiglia del 1975, la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, la legge sull’aborto, fino a norme e azioni più recenti mirate a realizzazione della parità uomo-donna, alle norme su violenza sessuali, atti persecutori, fino alla legge del 2013 sul femminicidio. Il terzo capitolo analizza l’evoluzione dei movimenti femministi in Europa soffermandosi sulle varie correnti, da quella liberale a quella socialista e sul pensiero dell’uguaglianza e quello della differenza attraverso figure come Virginia Woolf, Simone De Beauvoir, Teresa De Lauretis, Judith Butler e associazioni come la Casa Internazionale delle Donne e Diotima . Nel quarto capitolo si approfondisce lo status delle donne italiane in relazione ad altri stati europei per quando riguarda alcuni temi basilari come il diritto al voto, il lavoro il ruolo delle donne nella scienza. Il quinto ed ultimo capitolo si centra sulla situazione delle donne nella società contemporanea e si affrontano anche attraverso l’analisi di una seri di dati e statistiche problematiche quali la conciliazione e lavoro pubblico, le quote di genere, l’impatto delle donne sui risultati aziendali, la politica, le imprese, i processi decisionali in ambito amministrativo ed economico, la conciliazione. Una bibliografia, che comprende vari documenti ed inchieste di recente pubblicazione, costituisce l’ultima parte del nostro lavoro.
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22" " CAPITOLO PRIMO Le donne e la politica in Italia tra l’800 e il ‘900 1.1 Premessa storico-sociale Nel 1866 Cristina Trivulzio Belgioioso affermava: «Vogliamo le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai goduta, forse appena sognata, felicità» (Castelli 2011, p.5). Nel processo di costruzione dello Stato nazionale italiano le donne, nonostante la poca o nulla visibilità pubblica, ebbero un ruolo rilevante; furono numerose, di diverse estrazioni sociali, si dimostrarono volitive, determinate, con idee e progetti da costruire, impegnate direttamente nelle cospirazioni ma anche nelle lotte vere e proprie, anche se in genere con funzioni organizzative o infermieristiche (una delle poche che imbracciò il fucile fu Anita Garibaldi)1. Successivamente, dopo l’Unificazione, passarono a ruoli di """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 1 Una galleria di ritratti di donne che ricoprirono un ruolo importante durante il Risorgimento si trova in Doni, Elena et al. (ed.), Donne del Risorgimento, Bologna, Il Mulino, 2011.
23" " impegno sociale soprattutto a beneficio delle esigenze femminili e dell’infanzia, adoperandosi per il riscatto sociale delle classi disagiate, per l’organizzazione e la promozione dell’educazione. Oltre ai più famosi eroi del Risorgimento italiano, ci sono donne patriote che hanno contribuito attivamente alla vita politica dell’epoca, battendosi per far valere i propri ideali e favorendo esse stesse l’unità d’Italia. Il ruolo femminile è sempre stato considerato subordinato al ruolo maschile. Spesso la storiografia ha dimenticato di menzionare le numerose donne che sacrificarono anche la vita per gli ideali risorgimentali nelle manifestazioni, sulle barricate, a fianco delle truppe regolari e volontarie. Dopo il Triennio repubblicano, quella risorgimentale è stata una delle più significative occasioni di partecipazione delle donne all’azione pubblica, da molti punti di vista anche più evidenti e rilevanti dell’esperienza rivoluzionaria fine settecentesca. Nonostante le donne scendano in piazza, scrivano articoli per periodici e giornali, redigano appelli collettivi e manifesti politici, le patriote tendono ad essere costantemente ridotte al ruolo che ad esse è attribuito dalla parentela e dalla famiglia, mogli, figlie, madri e fidanzate, modello che molte patriote accetteranno anche volentieri (Marasco 2011).
24" " Del resto, la narrativa nazional–patriottica ha imposto la loro centralità in queste vesti, come sublimi depositarie dell’onore della nazione; tematica che non manca di essere richiamata nei momenti più drammatici dello scontro militare. Occorre precisare che molte di queste patriote hanno cercato di rifuggire da tali schemi; tuttavia hanno ampiamente faticato a farsi largo tra dissensi o sarcasmi velenosi, occasionalmente espressi anche da uomini appartenenti alle schiere del patriottismo; né ad esse vengono riconosciuti diritti politici nei testi costituzionali così come nei contesti più avanzati (ad esempio, nella Repubblica Romana molte patriote organizzarono Comitati di soccorso ai feriti). Tra l’altro, il contesto nazionale, in un sistema valoriale e simbolico immaginato da uomini, non permette alle donne il riconoscimento di un ruolo diverso. Alberto Mario Banti (2011) ritiene particolarmente significativa l’allegoria letteraria che ritrae la patria come una donna e una madre. L’Italia, dunque, è una donna, spesso seduta, spesso cinta da una corona turrita, talvolta pudicamente coperta da un peplo altre volte proposta col seno scoperto come a sottolineare la funzione nutritiva svolta nei confronti dei suoi figli; sovente appare ritratta in catene, a ricordare il suo stato di oppressione, o anche cinta di armi, nel
25" " momento del suo auspicato riscatto2. Timida replica dell’immagine francese della libertà rivoluzionaria, secondo Alberto Mario Banti, tale allegoria si sviluppa, nella letteratura risorgimentale, in una sequenza che a partire dalla figura materna conduce i lettori ad immaginare la patria come un’articolata rete parentale. E così la patria è una donna e una madre, i suoi figli, proprio, per questa comune discendenza, sono tutti legati tra loro da un vincolo di fratellanza. Per secoli le donne sono state escluse dalla politica perché ritenute naturalmente “inadatte” e subordinate all’operato maschile. Eppure, parlando di Risorgimento, non si può prescindere dal sottolineare che anche le donne ebbero un ruolo rilevante nel processo di costruzione dello Stato nazionale italiano. Nel primo Ottocento le donne furono presenti in una prodigiosa varietà di atteggiamenti e di scelte coraggiose e innovative, tanto da segnare una decisa maturazione culturale e spirituale, che attesta una partecipazione piena alla dimensione civile del vivere. Ancora oggi, gli studi sul Risorgimento stentano a riconoscere l’importanza reale di questo operato. Ma basta pensare ai salotti intellettuali e ad azioni collettive mirate a concretizzare la diffusione delle idee risorgimentali, come l’accoglienza degli esuli, la fondazione di scuole e istituti professionali o di asili per gli orfani, lo studio attento dei problemi """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 2""
32" " dette le cospiratrici carbonare, mazziniana, poi monarchica, condizionata solo in parte dagli alterni sequestri austriaci del patrimonio paterno, la sua personalità brillò sulle principali vicende storiche risorgimentali. In un periodo in cui le donne erano sprovviste di diritti sociali, chiuse in casa per legge, considerate alla pari degli incapaci, impossibilitate a gestire i propri beni; considerando simili premesse, si intuisce quanto risalti la figura della Principessa Cristina Trivulzio la quale, essendo appunto una Principessa e unica erede, godeva di diritti eccezionali. Nonostante i suoi elevati privilegi non si accontentò di recitare la solita parte della Principessa-donna-moglie-madre la cui passione politica sarebbe stata vissuta solamente alle spalle di un uomo e quindi accettabile per la società, ma andò oltre, superando molteplici pregiudizi con una forza, un coraggio, un’incorruttibilità e un’indipendenza di pensiero difficili da trovare anche tra i suoi contemporanei uomini (Gattey 1974). Fu in contatto con la Carboneria e in seguito fuggì in Francia, intrattenne relazioni prestigiose. Diventò giornalista ed editrice di giornali politici contenenti articoli molto scomodi, investì soldi in sommosse, aiutando i poveri esuli italiani donando loro denaro e intrattenendo intensi rapporti di corrispondenza con i potenti europei.
33" " Tornata in Italia nel 1840 si stabilì a Trivulzio. Lì, colpita dalle condizioni di miseria dei contadini, si dedicò ai problemi sociali, con uno spirito da vera riformista. Fondò asili e scuole per figli e figlie del popolo. Nel 1848-49 fu in prima linea partecipando ad alcuni episodi salienti: raggiunse Milano guidando la “Divisione Belgioioso”, 200 volontari da lei reclutati e trasportati in piroscafo da Roma a Genova e da lì a Milano. A Roma nei mesi della Repubblica guidata da Mazzini, lavorò negli ospedali durante l’assedio della città, creando le “infermiere” laiche e chiamando a questo compito nobili, borghesi e prostitute. La sua attività di scrittrice e saggista fu predominante e, nonostante queste abilità fossero praticate esclusivamente da uomini, non si fece influenzare da simili pregiudizi e nel 1845 divenne la prima donna europea direttrice di un giornale assumendo la direzione della Gazzetta Italiana. La società trovava disdicevole che il primo giornale politico italiano fosse diretto da una donna. Gli abituali atteggiamenti sessisti non toccavano minimamente l’interesse della Belgiojoso che continuò ininterrottamente la sua attività fondando altri quattro giornali tra cui il famoso mensile l’Ausonio nel 1846. La caratteristica che differenziava i suoi scritti dagli altri era l’indipendenza di opinione che non si limitava mai a sposare per intero le contemporanee correnti politiche ma vi era sempre un apporto personale critico nei confronti
34" " delle stesse, opponendosi anche alla causa mazziniana nel momento in cui si organizzavano spedizioni inutili che per lei erano solo meri sacrifici di vite umane (Belgioioso 1868). Sono importantissime le sue testimonianze relative agli avvenimenti delle Cinque Giornate e le sue acute analisi sulla politica del governo provvisorio con tanto di critiche all’esercito piemontese. Cristina in questo periodo partì per la Francia dove intrattenne un intenso rapporto di corrispondenza con Mazzini, che a quel tempo risiedeva a Lugano. Quest’ultimo, entusiasta delle sue lettere e del suo impegno per l’Italia, le chiese di lavorare per lui, portando messaggi al Capo dello Stato e al Ministro degli Esteri, di scrivere sui giornali, di coinvolgere più gente possibile nelle sue battaglie. Nel 1849 Mazzini le chiese di dirigere gli ospedali militari a Roma dove nel frattempo forze popolari assalirono il Quirinale proclamando la Repubblica romana e costrinsero Pio IX alla fuga. Il lavoro di Cristina risultò prezioso e impeccabile e anche in questo caso non mancarono le sue denunce verso gli abusi che subivano i malati e verso l’operato del personale infermieristico. Riuscì a riorganizzare dodici ospedali in soli due giorni e l’aiuto più importante fu quello delle popolane romane che, una volta selezionate da Cristina e dalle sue assistenti, soccorrevano i feriti notte e giorno.
35" " A causa dell’aiuto di donne anche di dubbia estrazione sociale di cui Cristina si era servita per soccorrere i soldati, il Papa Pio IX con l’enciclica “Nostis et nobiscum” si lamentò del fatto che i feriti erano stati curati da qualche sfacciata meretrice e che non gli erano stati concessi gli ultimi Sacramenti. Cristina rispose all’enciclica del Papa con una lettera difendendo la generosità, il coraggio e la costanza che queste donne avevano dimostrato più di altri, Chiesa compresa. Alla caduta della Repubblica (luglio 1849), dopo essersi battuta per salvare feriti e prigionieri, fuggì a Malta, ad Atene e infine a Costantinopoli. Cristina, minacciata da una scomunica e dalle autorità pubbliche, dovette fuggire prima a Malta nel 1849, poi in Grecia fino ad arrivare in Asia Minore (Turchia) nel 1850 dove aprì un’azienda agricola, luogo di rifugio per molti esiliati politici. Qui divenne famosa non solo per la sua fama di eroina di guerra ma anche per le abilità curative che aveva imparato durante la rivolta a Roma. In seguito le attività politiche di Cristina diminuirono e lei fu totalmente dimenticata da tutti (Gattey 1974). Una delle sue ultime opere fu un saliente articolo intitolato “Sulla presente condizione delle donne e del loro avvenire”. In questo scritto Cristina Trivulzio ha analizzato la condizione delle donne dell’Ottocento
36" " e delle cause che l’hanno determinata, sottolinea la gravità dell’ignoranza, dell’inferiorità culturale in cui erano rinchiuse e l’importanza di un’istruzione che non prevedesse alcun limite per l’altro sesso. Tra le molteplici argomentazioni trattate, non manca la solita ironia che caratterizzava i suoi scritti su situazioni tipiche in cui le donne usavano trucchi per influenzare le azioni dei loro uomini: “si rivestivano di tutte le apparenze della paura e della viltà, mandando acute grida se minacciate del minimo pericolo, se un cavallo drizzava le orecchie, se un soffio di vento increspava l’onda marina sotto la loro barca, ad un rumore improvviso, se tuonava o lampeggiava, e ad ogni apparente minaccia della sorte” per non offendere l’orgoglio e la vanità dell’uomo, la donna si cela dietro di lui ch’essa vuol condurre, lo muove a suo capriccio lusingandone la vanità; gl’ispira, ma non gli suggerisce i pensieri che la dominano, e riesce sovente a persuadere il proprio signore che i pensieri così artifiziosamente presentatigli sono frutto del suo trascendente ingegno, cosicché lo vedremo fors’anco sforzarsi di renderli accessibili al debole intelletto della donna, da cui li riceve, e non di rado la donna lo confermerà nell’errore, mostrandosi meravigliata per l’altezza del virile concetto, grata alla pietosa di lui condiscendenza, ed ostenterà i segni di una mentale stanchezza dovuta agli sforzi fatti per partecipare a quei pensieri virili, troppo
37" " superiori alla sua potenza”. Non manca quindi un’accusa anche alle donne stesse, che accettavano la loro condizione di sottomesse e rimanevano comodamente richiuse nell’omertà e nel pregiudizio. Rivoluzionaria, combattiva, incredibilmente forte, ma comunque incapace di celare, a proposito del disagio appartenente alla condizione femminile, amarezza, preoccupazione e difficoltà ingenti e oggettive nel trovare i mezzi per risolvere la precaria condizione delle donne in Italia e nel mondo: “Non ce la faccio. Da qualunque parte io mi rivolga per trovare una via di riforme radicali per la odierna condizione delle donne, scorgo difficoltà così molteplici, così varie e così gravi, che quantunque questa condizione mi sembra una barbaria, non saprei mai alzare la voce per chiederne la riforma” (Belgioioso 1990, p. 22). Della presente condizione delle donne e del loro avvenire, un saggio pubblicato nel 1866 in Nuova Antologia, è un’analisi lucida e chiara del problema del diritto di voto femminile, negato, che esprime un parere ragionato e avanza proposte concrete e che, soprattutto, lascia trasparire amarezza e delusione per gli esiti moderati del Risorgimento. In particolar modo, il biasimo riguarda l’esitazione nei confronti della questione dei diritti delle donne di una nuova classe politica conservatrice quanto la vecchia. 1.3 Anna Maria Mozzoni
38" " La più importante femminista italiana dell’Ottocento nasce nel 1837 da nobile famiglia milanese, e conosce fin da bambina la discriminazione riservata alle donne: per mantenere agli studi i fratelli, la famiglia, pur risorgimentale e antiaustriaca, la rinchiude in un collegio femminile di spirito gretto e reazionario6. Uscita di collegio, la giovane Anna Maria si forma una cultura attingendo alla biblioteca di casa. Tra queste letture gli illuministi francesi e lombardi, i romanzieri contemporanei, Mazzini, Georges Sand, Fourier. Della sua vita privata si sa poco. Vissuta sino al 1894 tra Milano e il borgo di Rescaldina, ha una figlia, forse naturale forse adottiva, che porta il suo cognome: Bice Mozzoni, e che sarà avvocato. Si sposa solo nel 1886 con un procuratore, molto più giovane di lei, il conte Malatesta Covo Simoni, con il quale nel 1894 si trasferisce a Roma. Fu anzitutto un’agitatrice politica, quanto di più simile alle suffragiste inglesi e americane abbia potuto produrre il mondo femminile italiano, così diverso da quello anglosassone. Instancabile tessitrice di associazioni, leghe, movimenti, ispiratrice di riviste, conferenziera, scrittrice di saggi e opuscoli politici, non fu una teorica ma ebbe un pensiero politico chiaro e coerente, che guidò i suoi passi """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 6 Una bibliografia aggiornata su Anna Maria Mozzoni si può consultare in Murari Stefania, L’idea più avanzata del secolo. Anna Maria M. e il femminismo italiano, Roma, Aracne, 2008.
39" " nel mondo dei nuovi partiti dell’Italia unita. E’ stata sempre “ai margini” delle correnti alle quali si è accostata: i mazziniani, i democratici radicali, i socialisti, in virtù di una «intransigenza» sulla parità tra uomini e donne, che le avrebbe impedito di aderire sino in fondo ad un credo politico. In verità, questo è proprio il motivo maggiore dell’interesse che oggi riscuote una figura come la Mozzoni. Che, in un mondo politico nel quale raramente le donne hanno fatto valere la propria autonomia, qual è stato ed è tuttora quello italiano, brilla solitaria per la chiarezza di pensiero e d’azione con cui perseguì l’emancipazione femminile come obiettivo politico autonomo, che richiedeva un’ organizzazione politica altrettanto autonoma (Nicolaci 2004). Dotata di cultura e intuizione politica, comprese tutti i legami dell’emancipazione femminile con il generale movimento di affermazione dei diritti, proprio della modernità; e seppe vedere anche la loro dipendenza dal diffondersi della produzione industriale e quindi del lavoro delle donne. Perciò fu alleata di quanti si facevano paladini dei diritti e della questione sociale. Ma non accettò mai l’idea che l’emancipazione della donna fosse un effetto secondario e automatico del conseguimento di un altro obiettivo: la patria, per i mazziniani, la democrazia, per i radicali, o l’avvento al potere della classe operaia, per i socialisti.
40" " La rivendicazione dei diritti della donna fu per lei «la suprema, la più vasta e radicale delle questioni sociali», e per questo poteva essere coordinata, ma non subordinata, ad altre rivendicazioni, ad altre rivoluzioni. Inoltre pensava che l’iniziativa delle riforme dovesse essere delle donne, organizzate a questo scopo, perché «i diritti e le libertà ottenute in dono sono illusorie». La sua posizione è già chiaramente espressa nel suo primo e più ampio scritto, “La donna e i suoi rapporti sociali” (Mozzoni 1864). Ancora risorgimentale e mazziniana, la giovane Anna Maria mette a fuoco l’idea dei diritti delle donne e dell’eguaglianza di diritti e doveri tra donne e uomini, correggendo in modo sostanziale l’idea della missione della donna nella famiglia, sostenuta da Mazzini e dai suoi seguaci. «Il dovere, fonte del diritto, è cosa santa ed equa, ma il dovere solo è schiavitù e oppressione». E non concede proprio nulla a un’idea tradizionale del ruolo della donna l’affermazione che nei lavori di cucito e di ricamo si trascina un’ esistenza parassita di un’insignificante direzione di casa (Mozzoni 1892). Ben prima dell’incontro con il socialismo, Anna Maria vede nel lavoro, sia il lavoro industriale delle operaie, sia quello delle professioni e dei mestieri, la chiave – insieme all’istruzione – dell’emancipazione delle donne. Un’ influenza importante sul pensiero e l’azione della Mozzoni è quella di John Stuart Mill, il filosofo inglese, ispiratore e
41" " militante del suffragismo, del quale traduce nel 1870 il celebre scritto sulla “Subjection of women”. Da Mill le viene soprattutto la spinta all’azione politica e all’uso della petizione popolare come suo strumento: uno strumento che vale da un lato ad organizzare le donne, raccoglierle intorno ad un obiettivo specifico, dall’altro a stabilire un rapporto non subalterno col Parlamento e con i partiti politici. Negli anni Settanta la sua attività pubblicistica si infittisce: è la principale ispiratrice della rivista La donna, fondata nel 1868; scrive saggi e tiene conferenze. Nel 1881 fonda un’ associazione indipendente, la “Lega promotrice degli interessi femminili”, che si collega al movimento socialista e anzi sarà tra le associazioni che nel 1892 daranno vita al Partito socialista. Da questo momento, sino ai primi del Novecento, la sua attività si svolge sostanzialmente in relazione al movimento socialista. Con Filippo Turati, Costantino Lazzari e Anna Kuliscioff fonda nel 1889 la Lega socialista milanese. Collabora alla Critica sociale, la rivista di Turati. Nel 1888 aderisce al Partito operaio italiano, ma non aderirà al Partito socialista. La ragione è quella esposta in una conferenza del 1892: i socialisti pensano che la questione femminile si risolverà da sola per effetto della soluzione della questione economica e sociale. Per loro, l’emancipazione dei lavoratori porterà con sé l’emancipazione della donna. Anna Maria Mozzoni, naturalmente, non è d’accordo e
48" " Ritiene dovere della donna apporre il suggello del suo genio sopra tutte le umane istituzioni, che fin qui non si possono che abusivamente chiamar tali, opera quali sono di una casta appartenente alla metà dell’uman genere; e non potrassi mai pensare altrimenti, finché la specie nostra, come tutte le altre, sarà composta di due termini. Se le nazioni vogliono camminare alla libertà bisogna che non si trattengano in seno, terribile ingombro e potente avversario, un elemento impersuaso e malcontento così numeroso, qual è il femminile (Mozzoni 1864) Anna Maria Mozzoni morì nel 1920 senza aver mai potuto esercitare il diritto di voto. L’Avanti! le dedica un necrologio che merita di essere riportato: «Alla prima alba di lunedì 14, è morta al Policlinico, in età di anni 83, la signora Anna Maria Mozzoni, vedova Malatesta, che fu a suo tempo, se non la prima, certo una delle più geniali e più amabili assertrici dei diritti e della emancipazione femminile in Italia. Invecchiata e ormai fuori dalla vita militante, aderì alla guerra più forse per atavica tradizione della famiglia patriottica fin dai tempi della dominazione austriaca in Lombardia che per convinzione, ma rispettò il contegno dei socialisti coi quali mantenne sempre buoni rapporti di amicizia e di stima. Si è spenta oscuramente, ma le tracce della sua opera di un
49" " tempo restano incancellabili nella storia della causa femminile e la sua memoria rimane simpatica ed indelebile nell’animo dei vecchi amici che le sopravvivono». Il tono ambivalente di queste righe, tra cortesia e presa di distanza, ci dice che il tempo della Mozzoni era ormai finito, anche prima della sua morte. La grande cesura della guerra allontanava in un lontano passato la generazione risorgimentale della quale faceva parte, e a cui si legavano i suoi obiettivi e le sue lotte. Anna Maria Mozzoni fu presto dimenticata; solo i nuovi studi di storia delle donne la riscopriranno, nella seconda metà del Novecento. 1.4 Gisella Floreanini: la prima ministra italiana Alias Amelia Valli, nata a Milano, a quattro anni aveva perduto la madre ed era stata cresciuta dal padre, un uomo d’orientamento laico e progressista, commerciante, che volle per lei un’educazione laica e liberale. Conseguito il diploma al Conservatorio, ha insegnato storia della musica e pianoforte. Già durante il periodo degli studi ha coltivato importanti amicizie in ambiente antifascista, avviandosi alla militanza politica che divenne definitiva dopo il delitto Matteotti nel 1924. Con l’avvento del fascismo, la sua scelta identitaria è stata quella di stare
50" " dall’altra parte della barricata e vi rimane anche quando avrebbe potuto, come tanti, disinteressarsi di quanto avveniva nel Paese. Gisella Floreanini8, aderisce nel 1934 al movimento Giustizia e Libertà e nel 1936 entra nel Psi. Per un paio d’anni diffonde stampa clandestina e, soprattutto, raccoglie aiuti per sostenere le famiglie dei perseguitati politici; poi finisce nel mirino dell’Ovra («Opera Volontaria per la Repressione dell’Antifascismo» polizia segreta fascista) ed è costretta ad emigrare clandestinamente in Svizzera. È nella Confederazione che Gisella si avvicina al Partito Comunista Italiano, che riteneva più deciso e organizzato nella lotta al fascismo, nelle cui file passa nel 1942 divenendo subito segretaria di sezione. Le sue doti di straordinaria organizzatrice e la sua dedizione alla causa, la hanno resa presto un punto di riferimento importante sia tra i fuoriusciti che tra gli antifascisti in Italia. Dopo l’armistizio, alla fine del ’43 ha fatto ritorno in Italia svolgendo un delicato ruolo di collegamento e sostegno alla nascente resistenza, trasportando documenti e soldi. Durante uno di questi viaggi, è stata fermata dalla polizia svizzera e, trovata senza documenti, rinchiusa in carcere per quattro mesi. Mentre era in """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 8"Per" un" ritratto" ed" un’analisi" della" figura" di" Gisella" Floreanini" cfr." Fiamma" Lussana" (a" cura" di)," Una( storia( nella( Storia.( Gisella( Floreanini( e( l’antifascismo( italiano(dalla(clandestinità(al(dopoguerra,"Roma,"Res"Cogitans,"1999." "
51" " prigione venne abbandonata dal secondo marito, Vittorio Della Porta, un medico, conosciuto anch’egli tra i fuoriusciti nella Confederazione. L’anno successivo, subito dopo la caduta del fascismo, Gisella Floreanini rientra in Italia. Uscita dal carcere raggiunge i partigiani in Val d’Ossola dove ha vissuto da protagonista la stagione più importante della sua vita. È stata infatti la prima donna in Italia, tra le tante che parteciparono alla Resistenza, a ricoprire un incarico governativo nella piccola , ma straordinaria, “Repubblica partigiana” dell’Ossola, tra il settembre e l’ottobre 1944. Questa repubblica esistette dal 10 settembre al 23 ottobre 1944. I partigiani della Val Toce, l’8 settembre 1944 attaccarono le truppe fasciste di stanza a Domodossola sconfiggendole e, dopo averle scacciate, parlarono di “territorio liberato”; solo in seguito, si cominciò a usare l’espressione “repubblica” dell’Ossola. A differenza di altre repubbliche partigiane, la Repubblica dell’Ossola fu in grado, in poco più di un mese di vita, di affrontare non solo le contingenze imposte dallo stato di guerra, ma anche di darsi un’organizzazione articolata: venne istituita una Giunta provvisoria di governo con commissari deputati all’amministrazione civile. Venne vietata l’esportazione di valuta e venne rinnovata la toponomastica della valle (Lusanna 1999).
52" " Tutte le leggi e i corpi militari fascisti risultarono sciolti in soli 2 giorni. Salò reagì tagliando i rifornimenti all’intera valle, ma, dopo alcune incertezze, la piccola repubblica ottenne l’appoggio della Svizzera. Il 10 ottobre i fascisti attaccarono con 5000 uomini e, dopo aspri scontri, il 23 ottobre riconquistarono tutto il territorio. La gran parte della popolazione abbandonò la Val d’Ossola per rifugiarsi in Svizzera, lasciando il territorio pressoché deserto, impedendo di fatto le forti rappresaglie che furono minacciate dai fascisti e dal capo della provincia in particolare. A tal proposito proprio il capo della provincia Enrico Vezzalini scrisse il famoso comunicato a Mussolini che recitava: “Abbiamo riconquistato l’Ossola, dobbiamo riconquistare gli Ossolani”. In tale contesto, Gisella Floreanini organizza e presiede i “Gruppi di difesa della donna”, chiamata all’incarico di Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa. Il suo contributo ai famosi “quaranta giorni” di libertà si è dimostrato enorme, sì che di lei l’intera valle conserva un ricordo quasi mitico. Certo ne divenne un simbolo, anche perché al ritorno dei nazifascisti è stata l’unica componente della Giunta a non riparare in Svizzera. Quando le truppe dei nazisti tedeschi e dei repubblichini fascisti loro alleati provocarono la caduta della “zona libera” dell’Ossola, Floreanini si prodigò per trasferire in Svizzera il maggior numero di bambini
53" " possibile. Dopo un’epica ed estenuante marcia, è riuscita a raggiungere le formazioni garibaldine della Valsesia e con esse, tra il dicembre 1944 e l’aprile del ‘45 continuò la lotta. Proprio in quel periodo è stata inviata a Novara come Presidente del Comitato per l’Organizzazione delle Donne. A febbraio è stata nominata Presidente del CLN (Comitato liberazione nazionale) provinciale e in tale veste ha partecipato alla trattazione della resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione generale. In detta circostanza, ha pubblicamente dichiarato di essere stata nominata presidente dal CLN di Novara; presidente non in quanto appartenente a un partito, ma in quanto donna, perché rappresentativa del coraggio e della partecipazione di migliaia di donne italiane. Alla fine del conflitto, nel 1946 ha ricevuto la nomina di componente della Consulta Nazionale e, successivamente, venne eletta deputata al Parlamento per il collegio di Novara-Torino-Vercelli, sia nel 1948 che nel 1953. Nel 1958 non si è nuovamente candidata perseguendo, quindi, la sua azione politica come membro della Federazione del Pci di Novara e come consigliera comunale sia a Novara che a Domodossola. Dal 1959 al 1963 ha assolto alla funzione di membro della segreteria della Federazione Internazionale della Donna a Berlino e nel
54" " 1965 divenendo dirigente dell’Udi e dell’Anpi. Dal 1963 al 1968 è stata anche consigliera comunale a Milano. Non ha, infatti, mai cessato di lottare e impegnarsi per i diritti delle donne sino alla morte (Lusanna 1999). 1.5 Carla Capponi: medaglia d’oro al valor militare Nata in una famiglia antifascista di origini marchigiane, il suo impegno politico inizia negli anni del liceo. Diplomata al liceo Visconti, studentessa in giurisprudenza, dopo l’8 settembre Carla non ha un attimo di esitazione. Già durante la difesa di Roma si prodiga ad aiutare i combattenti, riuscendo a salvare un carrista a Porta San Paolo. Poi, il lavoro con le organizzazioni femminili della Resistenza e l’ufficio informazioni del Partito comunista. Costretta ad abbandonare gli studi di giurisprudenza a seguito della morte del padre, un ingegnere minerario deceduto durante una spedizione in Albania nel 1940, lavora come segretaria presso l’ufficio informazioni del Pci clandestino, diretto da Luciano Lusana, primo comandante militare dei Gap centrali di Roma, poi assassinato a Via Tasso9. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 9"Il"volume"Capponi"Carla,"Con(il(cuore(di(donna:(il(Ventennio,(la(Resistenza(a( Roma,(via(Rasella:(i(ricordi(di(una(protagonista,"pubblicato"per"la"prima"volta"nel" 2000"e"poi"ripubblicaro"nel"2003"ed"infine"nel"2009"(edizione"a"cui"ci"riferiamo)" ricostruisce"con"dovizia"di"particolari"e"documenti"l’esperienza"partigiana"di" Carla"Capponi,"l’episodio"di"via"Rasella"ed"altri"avvenimenti"della"Resistenza" romana.""
55" " La sua casa al Foro di Traiano diviene punto di riferimento per riunioni di antifascisti e militanti comunisti come Giacchino Gesmundo, Adele Bei e Mario Leporatti. In uno di questi incontri conosce Rosario Bentivegna, che sposerà il 20 settembre 1944 e dal quale avrà la figlia Elena. La sua attività politica nella Resistenza inizia dopo l’8 settembre 1943 con la partecipazione agli scontri di Porta San Paolo; tra le sue azioni di guerra più note, l’attacco del 26 dicembre 1943 contro alcuni militari tedeschi impegnati nel cambio della guardia al carcere di Regina Coeli, l’assalto ad un’autocisterna tedesca vicina al Colosseo il 9 marzo 1944, e l’azione di Via Rasella messa a punto il 23 marzo 1944 contro una colonna di 162 uomini dell’XI compagnia del III Battaglione SS-Polizeiregiment Bozen. Il 23 marzo 1944, con il nome di battaglia di Elena, è in via Rasella insieme a un gruppo di gappisti. Rosario Bentivegna, suo compagno di lotta e di vita, travestito da spazzino ha portato in un carretto la bomba, confezionata per attaccare la colonna di polizia tedesca che ogni giorno passa di lì. L’esplosione è terrificante. Molti militari cadono a terra dilaniati, altri sono assaltati dai partigiani con bombe a mano. Rimangono uccisi trentadue appartenenti all’11° Polizei Regiment Bozen, un altro spira in ospedale. Perdono la vita anche due passanti che i gappisti non sono riusciti a portare fuori """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" "
56" " dal teatro dell’azione, mentre alcuni civili muoiono, nei dintorni, colpiti da proiettili nazisti. La rappresaglia è feroce e immediata. Nel pomeriggio del 24 marzo, sotto il controllo del generale Kappler, vengono fucilate alle Fosse Ardeatine 335 persone, prelevate in buona parte dalle prigioni romane. Il Comando tedesco ne dà notizia, con un agghiacciante comunicato, solo a strage avvenuta. Oggetto di aspre polemiche e di interminabili strascichi giudiziari, l’azione di via Rasella, la più clamorosa della Resistenza romana, è stata definitivamente riconosciuta, nel 1999, come legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari. Dopo la fuga da Roma a seguito del tradimento di un compagno, Carla Capponi è nominata vicecomandante delle formazioni partigiane tra Valmontone, Zagarolo e Palestrina, dietro il fronte di Cassino, con il grado di capitano. Sul campo di battaglia Carla dimostra sempre la determinazione di chi sa con chiarezza da che parte stare, però il coraggio non attenua il peso di un drammatico tormento interiore che la accompagna nella lotta. Non è facile, per chi è dalla parte della vita e dei diritti umani, infliggere la morte. Ma non c’è scelta, in una città devastata dal fascismo, dai bombardamenti, dall’occupazione nazista. Scampata con
57" " una rocambolesca fuga all’arresto, viene inviata nella zona di Palestrina, dove diviene, fino alla liberazione di Roma, vice comandante di una formazione partigiana che pratica la guerriglia nelle retrovie tedesche. Nonostante i diversi anni trascorsi in sanatorio, a causa di una malattia provocata dalla fame, dal freddo, dagli stenti e dalle vicissitudini della guerra e della vita clandestina, Carla Capponi non ha mai pensato di adagiarsi sugli allori del proprio passato da partigiana (Capponi 2009). Carla ha rappresentato una delle più coraggiose personalità all’interno dei Gruppi di Azione Patriottica. L’organizzazione dei GAP (gruppi di azione patriottica) era così fatta: Roma era stata divisa in 8 zone; ogni zona aveva i suoi GAP di zona, poi c’erano i GAP centrali. Il tutto era sotto il comando militare del CLN, che era diviso nella parte politica e nella parte militare. Nella parte militare c’erano praticamente tre dirigenti di vari partiti, e poi nella parte politica c’era tutto il resto della massa dei politici. La parte militare e la parte politica comunicavano tra di loro naturalmente. La parte combattente era anche la parte organizzativa perché i combattimenti vanno organizzati, gli scontri vanno organizzati, va fatto un piano, vanno coordinati i servizi, anche i servizi logistici e di spionaggio. Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza
64" " una famiglia o desiderosi di costruirne una ad una particolare attenzione e tutela da parte dello Stato. Altro elemento nevralgico della Relazione in esame riguarda la posizione della donna ancora legata a condizioni arretrate, che la pongono in stato di inferiorità e fanno in modo che la vita familiare sia per essa un peso e non fonte di gioia e aiuto per lo sviluppo della propria persona. Se alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo dunque essa stessa dovrà risultare emancipata e poter usufruire di una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina. Se pensiamo che alla vigilia della seconda guerra mondiale il femminismo storico era stato spazzato via, insieme a tutti i partiti politici e a tutte le libertà (di pensiero, di stampa, di organizzazione, etc…), se consideriamo, inoltre, che la politica sociale di Mussolini prevedeva che “il lavoro costituisce per la donna non una meta, bensì una tappa della sua vita, da risolversi, prima possibile, con il rientro nell’ambiente domestico”, il pensiero della Iotti, elaborato quando le donne italiane si erano appena affacciate sulla scena politica, si propone come tentativo molto coraggioso di svecchiamento e di rinnovamento democratico.
65" " Un occhio di riguardo viene posto da tale relazione sull’emancipazione, che può derivare dal lavoro; la nuova Costituzione pertanto dovrà assicurare il diritto al lavoro “senza differenza di sesso”. Altro elemento, oggetto di studio, da parte della giovane parlamentare e che rappresenterà, nel corso delle successive legislature, uno degli impegni politici di maggiore rilievo, concerne l’annosa questione dell’indissolubilità del matrimonio. Nilde manifesta la propria contrarietà ad inserire nella Costituzione il principio dell’indissolubilità “considerandolo tema della legislazione civile”. Infine, la Relazione focalizza la propria attenzione sulla maternità, non più intesa come “cosa di carattere privato”, bensì come “funzione sociale” da tutelare. Uno degli articoli di maggiore impatto innovativo della proposta costituente, riguarda il principio dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Questi ultimi hanno eguali diritti e doveri nei confronti dei figli (Iotti 1989). Ricordiamo che il Codice Penale (c.d. Rocco dal nome del penalista che lo curò), entrato in vigore nel 1942, concepiva le donne come “beni”, sui quali il padre prima ed il marito poi, esercitavano assoluta autorità. Forte dell’esperienza maturata nella Costituente, Nilde proseguì la propria missione politica a favore dei diritti delle categorie più disagiate (le donne in primo luogo), sia in Parlamento, sia all’interno
66" " del P.C.I., dove ottenne pieno riconoscimento solo dopo la morte di Togliatti. Nel corso di mezzo secolo, vissuto all’interno delle istituzioni repubblicane, Nilde fu promotrice della legge sul diritto di famiglia del 1975, della battaglia sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull’aborto (1978). Dal 1979 al 1992 ricoprì la carica di Presidente della Camera, segnalandosi per grande capacità di equilibrio, di mediazione e di saggezza. Nel 1993 ottenne la Presidenza della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali. Nel 1997 venne eletta Vicepresidente del Consiglio d’Europa. Con quello stile fatto di rigore e di eleganza, che tanto colpì Togliatti, al punto da suggerire ai deputati comunisti: “Imparate da Lei!”, Nilde si distinse anche con la richiesta di dimissioni dal Parlamento, per motivi di salute (18 novembre 1999). Sin dalla Resistenza, la Iotti è stata protagonista delle battaglie in difesa delle donne. Nel 1955 era stata la prima firmataria di una proposta di legge per istituire una pensione e un’assicurazione per le casalinghe. Nel 1974 aveva partecipato attivamente alla battaglia referendaria in difesa del divorzio. L’anno dopo promosse la legge sul diritto di famiglia. Nel 1978 contribuì a far approvare la legge sull’aborto. E così sino a che la malattia non la costrinse a dimettersi.
67" " La lezione politica di Nilde Iotti, anche nella costante affermazione del principio costituzionale dell’uguaglianza della donna nella società, nel lavoro e nelle professioni, mantiene oggi intatta tutta la sua forza e attualità (Perroni 2008). 1.7 Marisa Cinciari Rodano: la prima donna Vice Presidente della Camera dei Deputati Nata a Roma, ha studiato al Liceo Visconti e alla facoltà di lettere. Ha partecipato alla cospirazione antifascista nei licei e nell’Università di Roma. Arrestata nel maggio ‘43 per attività contro il fascismo e detenuta nel carcere delle Mantellate, ha partecipato alla Resistenza a Roma nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell’attività dei Gruppi di difesa della donna (GDD). riunendo gruppi femminili e donne antifasciste. Nel settembre ‘44, dopo la liberazione della Capitale, è stata tra le fondatrici dell’UDI (Unione Donne Italiane) di cui è stata dirigente con vari incarichi; componente del Comitato nazionale dell’UDI dalla fondazione fino al 1970. È stata Presidente nazionale dell’UDI dal 1956 al 196011. Dopo lo scioglimento nel 1945 del Partito della Sinistra Cristiana (filiazione del Movimento dei cattolici comunisti), si è iscritta al Partito """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 11"" Per" una" storia" di" Marisa" Rodano" e" dell’" UDI" cfr." ad" es" Rodano" Marisa," Memorie"di"una"che"c'era."Una"storia"dell'Udi,"Il"Saggiatore,"Roma,"2010."
68" " Comunista Italiano nel 1946; è stata eletta nel Comitato centrale del PCI nel 1956 e vi è rimasta fino al 1989. Fino al 1994 nel Comitato Centrale del PDS. Eletta il 4 luglio 1991 Presidente dell’Assemblea delle donne del PDS, ha anche fatto parte della Commissione delle donne del Partito del Socialismo Europeo. Nel Congresso del PDS del 1994 è stata eletta nel Consiglio dei Garanti e rieletta nel gennaio 2000. Dopo il Congresso dei Democratici di Sinistra di Pesaro non ha ricoperto più alcun incarico di partito. Dopo il Congresso di Firenze dei DS che ha deciso la confluenza nel Partito Democratico non è iscritta ad alcun partito (Rodano 2008). È stata segretaria dell’Associazione di solidarietà con il popolo del Sahara occidentale dal 1989 al 2010È stata Consigliera comunale di Roma dal 1946 al 1956. Deputata dal 1948 al 1968, senatrice fino al ‘72. È stata la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei Deputati, carica che ha ricoperto dal 1963 al 1968. Parlamentare europea dal 1979 al 1989. Componente della Commissione ad hoc sulla condizione della donne del Parlamento Europeo Presidente e relatrice generale della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo sulla “Situazione della donna in Europa, Vicepresidente della Commissione dei diritti delle donne del Parlamento Europeo (Rodano 1984).
69" " Oltre alla relazione sulla situazione della donna in Europa, ha presentato al Parlamento Europeo relazioni sulle famiglie monoparentali, sulla parità previdenziale, sulla parità nell’acquisizione della cittadinanza ecc. È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell’ONU a Nairobi (1985). Ha fatto parte della delegazione italiana alla Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York nel 1996, 1997, 1998, 1999, 2000. Ha fatto parte della Commissione nazionale di parità presso la Presidenza del Consiglio dove ha seguito, tra l’altro, le tematiche connesse con la dimensione di genere nella cooperazione allo sviluppo. È stata tra le promotrici del “Caucus” delle donne italiane. Si è sposata nel 1944 con Franco Rodano, è vedova e ha cinque figli. 1.8 Le nostre ventuno madri costituenti Furono elette 21 donne su 556 membri all’Assemblea Costituente, godendo per la prima volta in Italia dell’elettorato attivo e passivo, a partire dal 194612. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 12 "Per" una" storia" del" processo" che" portò" all’elezione" delle" 21" donne" all’Assemblea" costituente" si" veda" Serantoni" Laura," Il( genio( femminile( delle( “madri( costituenti”:( il( contributo( delle( donne( all’Assemblea( Costituente( 1946," Bologna,"Centro"Italiano"Femminile"Emilia"Romagna,"2009."
70" " In rispetto di tale innovativa svolta politica e sociale, occorre riportare interamente l’elenco di queste donne, sottolineando che di esse risultano specificati, oltre che le dovute connotazioni anagrafiche, esclusivamente i gruppi politici di appartenenza: BEI CIUFOLI ADELE gruppo parlamentare comunista BIANCHI BIANCA gruppo parlamentare socialista BIANCHINI LAURA gruppo parlamentare democratico cristiano CONCI ELISABETTA gruppo parlamentare democratico cristiano DELLI CASTELLI FILOMENA gruppo parlamentare democratico cristiano DE UNTERRICHTER JERVOLINO MARIA gruppo parlamentare democratico cristiano FEDERICI AGAMEN MARIA gruppo parlamentare democratico cristiano GALLICO SPANO NADIA gruppo parlamentare comunista GOTELLI ANGELA gruppo parlamentare democratico cristiano GUIDI CINGOLANI ANGELA MARIA gruppo parlamentare democratico cristiano IOTTI LEONILDE gruppo parlamentare comunista MATTEI TERESA gruppo parlamentare comunista MERLIN ANGELA gruppo parlamentare socialista """"""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" "
71" " MINELLA MOLINARI ANGIOLA gruppo parlamentare comunista MONTAGNANA TOGLIATTI RITA gruppo parlamentare comunista NICOTERA FIORINI MARIA gruppo parlamentare democratico cristiano NOCE LONGO TERESA gruppo parlamentare comunista PENNA BUSCAMI OTTAVIA gruppo parlamentare dell’Uomo Qualunque POLLASTRINI ELETTRA gruppo parlamentare comunista ROSSI MARIA MADDALENA gruppo parlamentare democratico cristiano TITOMANLIO VITTORIA gruppo parlamentare democratico cristiano La prima donna della Consulta a parlare in un’assemblea democratica fu Angela Guidi Cingolani che condivideva con altre elette trascorsi di prigione e di confino. Tutte le Madri lottarono e furono attente alle speranze delle italiane, per non deludere le migliaia di donne partigiane, staffette, donne antifasciste che in mille modi avevano contribuito alla Liberazione. Il primo successo delle Madri della Consulta fu quello di ottenere che il premio della Repubblica, di
72" " £ 3000, fosse esteso anche alle vedove di guerra e alle mogli dei prigionieri13. Tutte le Madri, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative (Serantoni 2009). Quattordici sono laureate e molte insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista e una casalinga; 14 sono sposate e con figli. Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere, perché antifascista, fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio). Nella Commissione Speciale incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula, dei 75 membri furono elette 5 donne. In tale contesto, le donne avevano ottenuto una rappresentanza maggiore rispetto alla loro consistenza numerica parlamentare, circa il """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 13"La" forte" presa" di" posizione" contro" la" guerra" da" parte" di" Angela Guidi Cingolani emerge chiaramente ne “Il mio no alla guerra: discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo 1949, Roma : Tipografia della Camera dei deputati, 1949." "
73" " 7%. Il lavoro delle nostre Madri costituenti ha avuto sicuramente, tanto nella Commissione che in aula, un peso maggiore di quanto le percentuali indicassero. Rispetto agli uomini, rappresentavano non solo le istanze del partito nelle cui liste erano state elette, ma anche le “istanze femminili” che si presentavano decisamente “trasversali” e portavano ad un radicale mutamento “giuridico” della condizione femminile in Italia Cinque delle ventuno Madri Costituenti, Maria Federici, Nilde Iotti e Teresa Noce del Pci, Angelina Merlin (Psi) e Angela Gotelli (Dc), entrarono a far parte della “Commissione dei 75”, quella commissione incaricata dall’Assemblea Costituente di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula (Serantoni 2009). 1.9 Adele Bei Ciufoli Nel 1925, quando era entrata a far parte dell’organizzazione clandestina del Partito comunista, Adele Bei faceva la casalinga. Incaricata dal suo partito di recarsi a Parigi per prendere contatti con i compagni fuorusciti in Francia, la Bei espatriò clandestinamente, tornando a più riprese in Italia per organizzarvi la lotta contro il fascismo. Nel 1933 fu arrestata e l’anno seguente processata dal Tribunale speciale. Durante gli interrogatori e nel corso del processo, i
80" " Promuove la costituzione a Trento della Scuola Superiore di servizio sociale. Partecipa al primo Comitato provinciale provvisorio della DC trentina e al Congresso provinciale del partito, sottolineando che questa è la prima assemblea politica dove venga ascoltata la voce delle donne, ed esalta il lavoro dalle propagandiste democristiane in tutto il territorio trentino. Nel 1948 è vice-segretaria del gruppo DC alla Camera e nel 1952 diventa segretaria del partito. Per il suo attivismo e per il suo attaccamento al partito viene definita la “pasionaria bianca”. Riceve dal Papa Paolo VI la croce “Pro Pontefice et Ecclesia”. Convinta sostenitrice dell’ideale europeistico, è membro della delegazione italiana al Parlamento europeo di Strasburgo. Nel 1955 collabora a fondare l’Unione femminile europea, di cui è presidente dal 1959 al 1963, iniziativa che permette lo scambio di idee e la proposta di azione fra donne di orientamento politico di centro e destra. Al congresso dell’Unione tenutosi a Roma rifiuta l’incarico di Presidente perché ritiene fondamentale il rispetto del democratico avvicendamento delle cariche (Grigolli 2005). 1.13 Filomena Delli Castelli
81" " Dopo la laurea in Lettere conseguita presso l’Università Cattolica di Milano, Filomena Delli Castelli18 fu insegnante nelle scuole medie e iniziò la politica attiva dopo la Liberazione nel gruppo di giovani abruzzesi formatosi attorno alla neonata Democrazia Cristiana. Sempre impegnata nelle attività dell’Azione Cattolica e, successivamente, ad entrare nelle fila della Democrazia Cristiana, fondando una sezione del partito e divenendone Segretaria Provinciale per la sessione femminile. A soli 17 anni era già delegata regionale dell’AC, fortemente antifascista e, in più, donna. Il tutto in un paese in cui le condizioni di vita erano arretrate e difficili. Sua madre, Pasqualina Di Stefano, era rimasta in Abruzzo, spostandosi prima a Milano e poi a Roma con Filomena. Durante la seconda guerra mondiale ritornarono insieme a Montesilvano (sono i primi anni di insegnamento per Filomena, proprio presso l’istituto in cui aveva studiato per conseguire il diploma). """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 18"Di" recente" pubblicazione" è" il" volume" a" cura" di" Ezio" Sciarra" intitolato" Sulla( strada(del(mio(tempo(:(memoriale(di(Filomena(Delli(Castelli," Chieti," Complexity," 2015." Titolo Sulla strada del mio tempo : memoriale di Filomena Delli Castelli / [Filomena Delli Castelli] ; a cura di Ezio Sciarra Pubblicazione Chieti : Complexity, 2015 "
82" " I successi ottenuti come oratrice nei comizi e il suo ruolo di Segretaria Provinciale le valsero i complimenti di Mario Cingolani, dirigente della DC, che la convinse a trasferirsi a Roma, questa volta per seguire il Movimento Femminile del Partito a livello nazionale. L’attività politica con un occhio rivolto alla sua realtà regionale non venne mai meno, neppure dopo il suo trasferimento e il suo lavoro presso l’ufficio stampa del Presidente del Consiglio (Verna 2006). Fu la moglie di Cingolani a vedere in lei la candidata ideale per l’Assemblea Costituente. Una lunga e combattuta campagna elettorale vide Filomena tra le poche esponenti femminili presenti tra i candidati: questo fatto le comportò attacchi feroci, specialmente dagli esponenti dei partiti avversari. Lottò in prima fila per il diritto al voto delle donne, andò di casa in casa per spiegare come si facesse a votare e quanto fosse importante riuscire a farlo. Conobbe da vicino gli e le abitanti della sua regione. 1.14 Maria Federici Agamben Laureata in lettere e insegnante, nel 1939, la Federici si impegna nella Resistenza e, tra le altre cose, dopo l’8 settembre entra
83" " nell’associazione Piazza Bologna, che fornisce assistenza ai perseguitati politici. In questi anni, come delegata dell’UDACI (Unione donne dell’Azione cattolica), Maria organizza un piano di assistenza per le impiegate statali rimaste disoccupate. Nell’agosto 1944, eletta durante il congresso istitutivo, diviene la prima delegata femminile delle ACLI e, in questa veste, l’anno dopo organizza il Convegno nazionale per lo studio delle condizioni del lavoro femminile, un importante momento di confronto per le donne cattoliche. In seguito, nell’inverno 1944/1945, la Federici partecipa ai lavori per la fondazione del CIF (Centro Italiano Femminile), insieme a Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, e a Maria Rimoldi, presidente delle donne cattoliche. Se inizialmente, infatti, l’UDI (Unione Donne Italiane) vide la partecipazione anche delle cattoliche (già presenti, tra l’altro, nei Gruppi di Difesa della Donna), ben presto, però, si sentì l’esigenza di costituire un organismo separato. Pur nella comune opposizione alla dittatura e nella condivisa necessità di emancipazione, infatti, serpeggiava il dubbio che un’organizzazione femminile unitaria, presentasse qualche problema (nel luglio 1945, proprio la Federici precisava: “solo le cattoliche sono per l’accresciuta autorità della famiglia” e, di conseguenza, “contro il divorzio”). Nasce così il CIF, federazione di associazioni, istituzioni ed enti femminili di ispirazione cristiana. Sin dall’inizio, l’invito viene esteso a tutte le donne
84" " che, in forza del loro credo, sentono il dovere di contribuire alle finalità che il CIF si propone, e cioè “indirizzare la donna italiana verso un sano femminismo”, guidarla e sostenerla nell’affermazione e tutela della sua personalità e della sua missione materna, prepararla ed aiutarla nella conquista dei diritti civili e politici. Maria ne è la prima presidente nazionale (carica che ricopre fino al 1950), impegnandosi in particolare per fornire assistenza all’infanzia e all’adolescenza (attraverso asili, scuole, refettori), nonché aiuti a emigranti, sfollati e reduci (Federici Agamben, 1957). Si batte per evitare che la donna sia relegata in settori limitati, che le precludano uffici pubblici e cariche elettive, ribadendo più volte (ma inutilmente) il suo diritto di accedere alla magistratura. Un impegno, dunque, sempre volto a tutelare e a difendere le future cittadine italiane. Nel 1947, la Federici fonda l’ANFE (Associazione nazionale famiglie emigrati), di cui sarà presidente fino al 1981. Rieletta alla Camera l’anno dopo, membro di diverse commissioni, è la relatrice del disegno di legge sulla “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri” che diverrà la famosa legge n. 860 del 1950. Proprio in questo anno, insieme con Lina Merlin, Angela Guidi Cingolani e Maria De Unterrichter Jervolino, Maria fonda il CIDD (Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna), che, in un primo momento, opera come lobby cattolica per l’approvazione della
85" " proposta Merlin sulla chiusura delle case chiuse. Raggiunto tale risultato, il CIDD si fa carico delle donne che vogliono abbandonare la prostituzione, aiutandole nel reinserimento sociale Maria dedica gli ultimi anni soprattutto all’impegno assistenziale e culturale nell’ambito dell’ANFE, interessandosi ai problemi delle donne italiane nei paesi di emigrazione, all’adempimento dell’obbligo scolastico per gli emigranti all’estero, nonché al mantenimento dei loro contatti con il paese di origine, per favorirne in qualsiasi momento il rientro 1.15 Angiola Minella Nasce a Torino in una benestante famiglia borghese. Il padre, direttore generale della Reale Mutua di Assicurazioni, cade vittima di un attentato fascista nel 1932, e il luttuoso episodio segna in modo indelebile la vita di Angiola allora dodicenne. La ragazza frequenta la migliore scuola di Torino (quel liceo D’Azeglio dove fino a pochi mesi prima aveva insegnato l’antifascista Augusto Monti, maestro di una straordinaria generazione di allievi) e intanto coltiva il sogno di diventare medico. Ma non sarà possibile; il progetto incontra la ferma opposizione materna e, dopo essersi diplomata, Angiola deve ripiegare su studi letterari, che preludono a un futuro di insegnante: è un lavoro che agli occhi della madre è più adatto per una donna. Intanto è scoppiata la guerra e nei primi bombardamenti la casa di
86" " Torino viene danneggiata, così Angiola, insieme alla madre e alla sorella minore, nel maggio del 1942 sfolla a Noli; qui la famiglia possiede un alloggio dove da sempre passa le vacanze estive. Nel ’43 Angiola entra come volontaria nella Croce Rossa, realizzando in qualche modo il suo desiderio di essere utile al prossimo in difficoltà, e nel ’44 aderisce alla Resistenza, prima in un gruppo badogliano del Cuneese, in seguito nella brigate Garibaldi che operano nel Savonese. Il suo nome di battaglia è Lola, il soprannome con cui viene chiamata in famiglia e dagli amici. Anche la sorella Maria Pia, diciassettenne, segue le sue orme e diventa staffetta partigiana. In questo ambiente la giovane conosce Piero Molinari, l’ispettore Vela, operante presso la prima divisione d’assalto Garibaldi. Terminato il conflitto, Angiola sposa civilmente il suo partigiano, contravvenendo alle abitudini consolidate dell’ambiente da cui proviene e alle aspettative famigliari. Da questo matrimonio nascerà, nel 1950, la figlia Laura. Nel primo dopoguerra il Paese è a pezzi: molte fabbriche sono distrutte, mancano le case, molti sono gli orfani abbandonati a sé stessi. Ma le energie non mancano: nel clima fervido del momento Angiola Minella si attiva con passione in favore dei minori in difficoltà. Insieme a Nadia Spano promuove una catena di solidarietà e
87" " cinquanta bambini di Napoli trovano ospitalità presso famiglie savonesi. Alcuni vi rimarranno. L’impegno di Angela si esprime anche nell’azione politica: è responsabile della Commissione femminile nella segreteria della federazione del PCI di Savona e consigliera comunale (le prime elezioni amministrative a Savona si tengono nel marzo del ’46), nonché dirigente dell’UDI. Tra i suoi interessi vi fu sicuramente l’impegno a favore delle donne (rappresentò il Movimento femminile democratico italiano nella segreteria della Federazione internazionale femminile a Berlino tra il ’53 e il ’58); successivamente si occupò di problemi riguardanti la sanità, come vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità dal ‘58, poi come segretaria della stessa Commissione del Senato nel ’63 e infine come vicepresidente della stessa nel ‘68. A Palazzo Madama si dedicò con particolare impegno alla riforma dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e del servizio per l’assistenza alla maternità e all’infanzia (Circolo Brandale 2007).
88" " 1.16 Maria Fiorini Nicotra Nata a Catania e appartenente a una famiglia aristocratica, svolse il suo impegno con grande passione civile nella Croce Rossa e come dirigente nazionale dell’Azione cattolica Dopo aver concluso gli studi superiori, si inserì nell’associazionismo cattolico divenendo dirigente cittadina. Dal 1940 al 1948 fu presidente diocesana della Gioventù femminile dell’Azione cattolica di Catania. Durante la seconda guerra mondiale fu infermiera volontaria della Croce rossa italiana, meritando – per dedizione e impegno – la medaglia d’oro al valore; si occupò altresì dell’organizzazione e del coordinamento dei volontari del sangue, contribuendo a fondare nella sua città natale l’Associazione volontari italiani del sangue. Si interessò di assistenza sociale per le fasce più deboli della popolazione, creando case dei lavoratori, una casa dello studente e scuole per artigiani. Quasi contemporaneamente, tra il 14 giugno e il 5 luglio 1944, s’iscrisse all’ Associazione cristiana lavoratori italiani (ACLI), dove entrò a far parte della commissione nazionale femminile occupandosi, in particolare, delle artigiane. Segnalata dalla Gioventù femminile alla Democrazia cristiana (DC) per essere inserita nella lista degli eleggibili,
89" " nel 1946 fu eletta all’Assemblea costituente nelle liste della Democrazia Cristiana. Da ricordare che fece sentire la sua voce nel corso della discussione del disegno di legge il 18 luglio 1950 relativo alla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, tema oggetto di un’ampia battaglia da parte di tutte le parlamentari, divise però sulla percentuale dell’indennità giornaliera. Pur appoggiando il disegno, Nicotra si dichiarò favorevole ad accettare, tenendo conto della situazione economica, una riduzione dell’indennità (Serantoni 2009). 1.17 Nadia Gallico Spano Nata in Tunisia in una famiglia d’emigrati nel 1938, Nadia Gallico Spano19 aderì al Partito comunista con i fratelli Loris, Ruggero e Diana. Militante nella Resistenza durante l’occupazione tedesca della Francia, fu condannata per la sua attività politica dal regime collaborazionista di Petain. Si sottrasse alla cattura e riuscì a raggiungere fortunosamente l’Italia liberata, dove fu una delle protagoniste del processo di rifondazione dello Stato e della nascita della Repubblica. E’ stata parlamentare fino al’58. Ha partecipato alla fondazione dell’UDI e del """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 19"A" Nadia" Gallico" Spano" è" dedicato" il" film" intervista" realizzato" nel" 2015" dalla" regista"Antonella"Restelli"ed"intitolato"“Nadia"Gallico"Spano:"madre"costituente”."" "
96" " Teresa, che a 17 anni venne espulsa dal liceo classico Michelangelo di Firenze e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, dopo aver ascoltato in classe l’intervento del professor Santarelli, inviato nelle scuole a far propaganda razzista, si alzò in piedi e disse: «Io esco perché non posso assistere a queste vergogne». Sostenne poi la maturità quell’anno (era in seconda liceo) come privatista, su consiglio del professor Piero Calamandrei. Partigiana, membro della Costituente e del Partito Comunista (fino al 1955), lottò per la difesa delle donne e dei bambini (Panichi 2014). E’ stata staffetta partigiana col nome di Chicchi. Catturata dalle SS viene picchiata e violentata da 5 Tedeschi ma riesce a liberarsi e a raggiungere Roma. E’ tra le fondatrici dei Gruppi di Difesa della Donna e del Fronte della Gioventù. Eletta deputata a Montecitorio, fece un discorso sulla parità di accesso in magistratura per uomini e donne. Si alzò un deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». E lei: «Ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese». E’ stata sua l’idea della mimosa diventata il simbolo della festa delle donne, suggerendo fiore povero, facile da trovare nelle campagne21. """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 21"Cfr."Teresa"Mattei:"Un"profilo"políticoJparlamentare,"Roma,"Biblioteca"dei" Deputati,"2014.""
97" " 1.21 Angelina (Lina) Merlin Vive a Chioggia per tutta l’infanzia e la giovinezza, poi conseguita la maturità magistrale si trasferisce a Grenoble dove approfondisce le sue conoscenze di lingua e letteratura francese, materia in cui conseguirà successivamente la laurea. Si iscrive al Partito Socialista Italiano, iniziando a collaborare al periodico “La difesa delle lavoratrici”, di cui in seguito assumerà la direzione. Collabora con Giacomo Matteotti a cui riferisce nei dettagli le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano. Dopo l’assassinio di Matteotti, in meno di ventiquattro mesi viene arrestata cinque volte. Inoltre nel 1926 viene licenziata dal suo impiego di insegnante perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime, obbligatorio per gli impiegati pubblici. In seguito alla scoperta del complotto per attentare alla vita di Mussolini, suo nome viene iscritto nell’elenco dei “sovversivi” affisso nelle strade di Padova. Lina quindi si trasferisce a Milano dove collabora con Turati, ma viene arrestata e condannata a cinque anni di confino in Sardegna a Dorgali (NU) dove viene colpita dalla povertà e dall’arretratezza della regione. Anche in quel luogo riesce a conquistarsi il rispetto e la fiducia degli abitanti e soprattutto delle donne, ad alcune delle quali insegnerà a leggere e a scrivere. Rimasta vedova a 49 anni, prende parte attivamente alla Resistenza e insieme
98" " a Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi, Laura Conti, Elena Drehr, Ada Gobetti e Rina Picolato costituisce i “Gruppi di difesa della Donna e per l’Assistenza ai Volontari della Libertà”. Da una stima effettuata a guerra finita, nei GDD costituitisi in tutta Italia si contavano circa 59.000 donne. Da questa organizzazione nascerà l’Unione Donne Italiane. In questo periodo Lina prende parte ad azioni di guerra partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, riesce a sfuggire con uno stratagemma. Scrive articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!, e nella sua casa di Milano si organizza l’insurrezione. Lei riceverà l’incarico di occuparsi del settore scolastico, insieme ai partigiani della Brigata Rosselli occuperà il Provveditorato agli Studi di Milano, imponendo la Viene nominata Commissario per l’Istruzione di tutta la Lombardia. Dopo la Liberazione Lina si trasferisce a Roma alla direzione nazionale del PSI e viene eletta alla Assemblea Costituente. I suoi interventi nel dibattito costituzionale, quale membro della “Commissione dei 75”, risulteranno determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasceranno un segno indelebile nella Carta Costituzionale. A lei si deve l’articolo 3 secondo cui “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso”, con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l’obiettivo principale della sua
99" " attività politica 22 . Fece anche opera di mediazione tra opinioni contrapposte per la stesura dell’articolo 40, concernente il diritto di sciopero, proponendo una formulazione analoga a quella presente nel preambolo della Costituzione della IV repubblica francese. Candidata dal PSI nel collegio di Rovigo, viene eletta al Senato della Repubblica il 18 aprile del 1948. È l’unica donna a far parte del Senato nella prima legislatura repubblicana e fin dai primi giorni della sua attività parlamentare dedica tutti i suoi sforzi al miglioramento della condizione femminile in Italia (Merlin 1989). Uno dei punti cardine dell’opera politica di Lina Merlin è stata la battaglia per abolire la prostituzione legalizzata in Italia, seguendo l’esempio dell’attivista francese (ed ex prostituta) Marthe Richard, che già nel 1946 aveva fatto chiudere le case di tolleranza in Francia. Il suo nome è legato alla legge n. 75 entrata in vigore il 20 settembre 1958 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia. Nella sua battaglia, Merlin seppe mostrare tutta la sua tenacia e - in virtù del rispetto e dell’autorevolezza di cui godeva - seppe ribattere in maniera efficace e tagliente alle pesanti battute, che le venivano spesso rivolte dai colleghi (Merlin 1949). """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 22"Tra gli studi più recenti dedicati alla figura di Lina Merlin, si segnalano quelli di Anna Maria Zanetti, La Senatrice : Lina Merlin, un "pensiero operante, Venezia, Marsilio, 2006 e quello di Pier Gior Tiozzo Gobetto, La vita per un'idea : Lina Merlin costituente della Repubblica, Piove di Sacco : art&print, 2015
100" " 1.22 Rita Montagnana Togliatti Di famiglia ebraica, sarta di professione, si dedicò fin da giovanissima all’attività politica, diventando dirigente provinciale e regionale del movimento giovanile socialista. Nel 1911 si iscrisse alla Camera del lavoro. Nel 1914 divenne segretaria del circolo femminile «La Difesa», e nel 1915 prese la tessera del PSI (Partito socialista italiano). Durante la guerra fu assunta come impiegata alla Banca Commerciale e poi all’Alleanza cooperativa torinese. Particolarmente attiva nei moti del 1917, fu eletta nel comitato regionale femminile e nella commissione esecutiva della sezione socialista di Borgo San Paolo. Tra i fondatori del PCd’I (Partito comunista d’Italia) a Torino, fu inviata, come rappresentante delle comuniste italiane, alla II Conferenza femminile internazionale, organizzata il 14 giugno del 1921 a Mosca. Poche settimane dopo partecipò al III Congresso dell’Internazionale comunista (IC). Nel 1922 collaborò, in qualità di amministratrice, alla redazione di Compagna, il quindicinale femminile del PCd’I, e prese parte alla Conferenza delle donne comuniste. Nel 1923, con Camilla Ravera, Giuseppe Amoretti, Alfonso Leonetti e Felice Platone era fra i diretti collaboratori di Palmiro Togliatti, che a Milano aveva assunto di fatto la
101" " direzione del partito, contribuendo a stabilire i contatti con Roma, dove il fratello Mario fungeva da tramite con Amadeo Bordiga. Nel 1924 sposò Togliatti e si stabilì a Roma, incaricata di organizzare per corrispondenza la scuola nazionale di partito diretta da Antonio Gramsci. Qui l’anno successivo nacque il figlio Aldo. All’inizio del 1926 la M. seguì Togliatti a Mosca: come la maggioranza dei dirigenti comunisti stranieri, prese alloggio in una delle stanze dell’Hotel Lux. Nel gennaio del 1927, in seguito alla creazione di un centro estero dell’IC a Parigi, dove il mese successivo grazie anche al suo contributo iniziò la pubblicazione del periodico Lo Stato operaio, la M. lasciò l’URSS per la Francia. Con la ripresa dell’attività illegale, che caratterizzò gli anni della «svolta», ebbe l’incarico di diffondere materiale clandestino, compiendo diverse missioni in Italia. Più volte ricercata dalla polizia, riuscì sempre a evitare l’arresto. Nel 1934 i Togliatti fecero di nuovo ritorno a Mosca e la M. (nome in codice Anna) fu una delle poche donne – 11 su un totale di 105 Italiani – a frequentare la Scuola leninista, esperienza destinata a lasciare in lei un segno profondo. Dopo essere emigrata in Spagna, tappa obbligata per tutti gli ex allievi della scuola moscovita, ai tempi della guerra civile, poche settimana prima della vittoria dell’esercito franchista, rientrò in URSS, collaborando prima alle
102" " trasmissioni di Radio Mosca indirizzate alle donne, poi, da Kuibišev, a partire dal 1941, alla redazione di Radio Milano Libertà: un’emittente che si proponeva di parlare agli Italiani in nome dell’unità antifascista. Nel 1943 si impegnò anche nella redazione del periodico L’Alba, destinato ai prigionieri dell’ARMIR. Già da tempo il rapporto con Togliatti aveva cominciato ad incrinarsi; malgrado ciò i coniugi rientrarono insieme in Italia, nel 1944. Si aprì da allora la fase più intensa dell’impegno politico della M. che, appena sbarcata in Italia, forte del prestigio che le attribuiva il lungo soggiorno in URSS al fianco di Togliatti, pubblicò l’opuscolo Ricordi dell’Unione Sovietica (Montagnana 1944): una raccolta di brevi articoli tutti incentrati sulla celebrazione dello spirito solidaristico, democratico ed egualitario del socialismo reale (Levi 2000). Più che donna di penna, tuttavia era donna d’azione e, come in Francia Julie Marie (Jeanette) Vermeersch, compagna di Maurice Thorez, assunse con entusiasmo la leadership dell’organizzazione femminile del partito che, secondo uno schema già concordato da Togliatti con Georgi Mihajlov Dimitrov a metà degli anni Trenta, avrebbe dovuto sfociare in una struttura unitaria, aperta alle aderenti di tutte le forze politiche antifasciste. Fu così che, nell’autunno del 1944, insieme a Giuliana Nenni e a Marisa Rodano, prese l’iniziativa di
103" " rivolgere ad Angela Cingolani, in rappresentanza delle donne cattoliche, l’invito ad aderire all’UDI (Unione donne italiane). Il rifiuto delle democristiane non fiaccò lo spirito delle dirigenti comuniste e socialiste e, all’indomani della Liberazione, particolarmente intenso si rivelò l’impegno della M. nella battaglia in favore dei diritti delle donne. «Largo dunque fin da oggi alle donne nei posti di Governo – avrebbe affermato allora –, largo alle donne nell’Assemblea costituente, largo alle donne nelle Amministrazioni Comunali; giusta retribuzione del lavoro femminile; tutte le vie del lavoro e del sapere aperte alle giovani» (Montagnana 1945). In particolare la sua attenzione si rivolgeva alle lavoratrici e in nome dei loro interessi criticò le clausole del contratto siglato dalla CGIL a Torino con la Confindustria che penalizzavano le operaie. Dalla Relazione introduttiva al I Congresso nazionale dell’Udi (Firenze, 20-23 ott. 1945) emerge inoltre la sua volontà di avviare una vasta campagna di sensibilizzazione popolare sulla questione dell’elettorato femminile, che si sarebbe dovuta concretizzare in una settimana di mobilitazione indetta per l’inizio di febbraio. Ma «il 30 di gennaio il Consiglio dei Ministri – annotava in Rapporto sull’attività dell’Unione donne italiane nell’Italia centro meridionale, presentato al I Congresso nazionale dell’UDI (Michetti, Repetto, Viviani, 1998, p. 280) – approvò senz’altro la legge che accordava alle donne il diritto di voto». Più della
104" " soddisfazione per la rapidità del decreto nelle sue parole sembra però prevalere la delusione per la battuta di arresto impressa all’iniziativa delle donne dell’UDI, che dietro suggerimento dello stesso Togliatti avevano il compito di svolgere un’azione decisiva su questo fronte. Della linea togliattiana fu insomma una fedele esecutrice per tutto il tempo in cui mantenne la presidenza dell’Udi, fino a quando nell’ottobre del 1947, in occasione del II Congresso, fu sostituta da Maria Maddalena Rossi. Ancora a sostegno della linea imboccata nel 1944, in contrasto con la maggioranza delle compagne dei Gruppi di difesa della donna che si erano dichiarate contrarie all’organizzazione separata, nel corso della polemica sorta durante il V Congresso (29 dic. 1945 -7 genn. 1946), caldeggiò la fedeltà all’indicazione della formazione di cellule femminili (Mafai 1993). Sempre al 1945 risalgono quasi tutti i suoi scritti: La maternità e l’infanzia nell’URSS, Contadini nell’URSS e Cosa sono i Colcos? (Montagnana 1945), incentrati sulla celebrazione del modello sovietico. Alla realtà italiana si rivolgevano invece scritti successivi nei quali, in risposta alle accuse di voler «distruggere» la famiglia mosse dalla DC ai comunisti, si sottolineava come l’obiettivo primario del partito fosse quello di corrispondere alle esigenze degli Italiani di ricostruire i nuclei familiari, dopo i disastri della guerra. Nessuna battaglia – rassicurava l’avversario – sarebbe stata mossa dunque sul fronte del divorzio.
105" " Designata dal partito membro della Consulta, nel 1946 fu eletta con un alto numero di preferenze all’Assemblea costituente, all’interno della quale non svolse però un ruolo particolarmente significativo. Più noto resta semmai il fatto che con Teresa Mattei fu l’ideatrice del simbolo della mimosa, che fece la sua comparsa nel 1946, in occasione della celebrazione della giornata della donna. La sua attenzione continuava del resto ad essere concentrata sulle condizioni di vita delle lavoratrici. Membro del comitato centrale dal V all’VIII Congresso, continuò dal 1948 al 1953 a occupare un seggio al Senato, distinguendosi per un vigoroso intervento contro il progetto di riforma della legge elettorale definito dalle sinistre «legge truffa». Nel 1954, come vice presidente della Federazione internazionale femminile, in Un libro scritto da milioni di donne (Montagnana 1954) raccolse estratti dei discorsi pronunciati dalle delegate ai Congressi mondiali delle donne di Parigi (dicembre 1945) e di Copenaghen (giugno 1953), in nome della lotta all’imperialismo e della difesa della pace. 1.23 Ottavia Penna Buscemi
112" " Maestra elementare, si impegna molto nell’ambito cattolico ed in particolare nell’associazionismo, ancor prima di dedicarsi all’attività politica strettamente detta. Dopo aver fatto parte del consiglio diocesano di Napoli ed essere entrata nel 1928 nella Gioventù femminile (sorta nel 1918 all’interno della “Unione Donne Cattoliche Italiane” per opera di M. Cristina Giustiniani Bandinim) dell’Azione cattolica, viene nominata nel 1932 propagandista nazionale, carica che la porta a girare in continuazione per l’Italia tenendo corsi e relazioni, e nel 1936 membro del consiglio superiore e incaricata regionale per la Campania. Si dedica con passione e con spirito di sacrificio, anche in mezzo a molte difficoltà, alla formazione e all’assistenza dei lavoratori, soprattutto donne, rivestendo varie cariche all’interno delle associazioni e delle istituzioni prima di entrare nella vita parlamentare. Sono questi gli anni in cui l’Azione Cattolica svolge un’attività formativa molto intensa ed in cui i rapporti con il fascismo diventano sempre più difficili proprio a causa delle sue molteplici iniziative sociali, culturali e ricreative, che vengono ad intralciare quelle del regime; nel maggio del 1931 le sedi dei circoli cattolici verranno chiuse e il distacco del Movimento dal fascismo, anche se graduale, sarà sempre più netto e nel 1938 definitivo.
113" " Tuttavia l’Azione cattolica, sebbene repressa, riesce a sopravvivere ed anzi si rafforza, dopo aver ricevuto nel 1940 dal papa Pio XII una rinnovata organizzazione con la promulgazione di nuovi statuti; grazie all’impegno del papa conosce una grande espansione nel secondo dopoguerra e diviene l’alveo in cui si formano e preparano i dirigenti della futura Democrazia Cristiana. Nel ‘46 l’associazione si coinvolgerà fortemente nelle competizioni elettorali e nell’azione politica in generale, ma soprattutto nel 1948 svolgerà una vera e propria opera di mobilitazione delle forze cattoliche per le elezioni del 18 aprile (Titomanlio 1963). Intanto la Titomanlio ha continuato la sua fervida attività nell’ambito dell’associazionismo cattolico. Dopo il 1943 è divenuta consigliere nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici e segretaria provinciale delle ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani), delegata nazionale del Movimento femminile per l’artigianato italiano e membro del comitato consultivo ministeriale per l’artigianato e le piccole industrie; è entrata a far parte del Consiglio nazionale del Movimento Femminile della Democrazia Cristiana e nel 1947, dopo il convegno nazionale ad Assisi, del Comitato centrale del Movimento diretto da Maria De Unterrichter Jervolino. 1.28 Carla Lonzi
114" " Prima femminista teorica della fase radicale del femminismo italiano, la prima lucida e ostinata sostenitrice della tesi della “differenza sessuale” quale rivendicazione alternativa a quella della uguaglianza fra donne e uomini23. Il pensiero di Carla Lonzi e’ legato a un momento iniziale e radicale del femminismo, italiano e internazionale. Esso presenta forti momenti di originalità e tratta temi che negli anni successivi avrebbero avuto sviluppi teorici riccamente diversificati, sia in Italia sia fuori d’Italia. Non è un pensiero conosciuto o studiato nella filosofia fatta secondo il genere maschile. Non è questo, però, un limite di quel pensiero, ma di quella filosofia, che tarda ancora a prendere atto del fatto che il pensiero delle donne, dopo la Lonzi e grazie ad essa, ha raggiunto livelli di approfondimento e di ampiezza tematica, sia sul piano teorico sia su quello storiografico, che potrebbero portare nuova linfa ad una filosofia nel suo complesso vivacchiante da un po’ di anni senza dare segni di una qualche originalità Carla Lonzi e’ stata, fin dall’inizio del 1970, la principale animatrice del gruppo femminista romano formatosi in quell’anno e """""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""" 23"Carla"Lonzi"è"stato"oggetto"di"vari"studi"e"monografie"tra"le"quali"occorre" ricordare"quelle"di"Maria"Luisa"Boccia,"L'(io(in(rivolta(:(vissuto(e(pensiero(di(Carla( Lonzi,"Milano,"La"tartaruga,1990"e!Con(Carla(Lonzi(:(la(mia(opera(è(la(mia(vita,! Roma : Ediesse, 2014. "
115" " autodenominatosi “Rivolta Femminile”. Nel ricco panorama di gruppi femministi di quegli anni Rivolta Femminile si caratterizzava per un distacco aperto dalle rivendicazioni e dalle lotte politiche e per un altrettanto esplicito lavoro di elaborazione teorica. Carla Lonzi non era, allora, della generazione più’ giovane della militanza femminista, aveva dietro di sé un’attività di studiosa affermata nel campo della critica d’arte, e il suo impegno teorico nella militanza femminista costituì una svolta importante nella sua vita, i cui problemi esistenziali lei stessa mise a nudo nella produzione diaristica e in quella poetica. I suoi scritti teorici di rivendicazione femminista risalgono agli anni 1970-1972 e sono contenuti nel volume dal titolo Sputiamo su Hegel (Lonzi 1970). La donna clitoridea e la donna vaginale (Lonzi 1974). Tra i più importanti documenti elaborati da “Rivolta femminile” il Manifesto di con il quale il gruppo si fece conoscere affiggendolo in molte parti di Roma nel luglio del 1970 e altri brevi scritti fra i quali uno sull’aborto e uno sul significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi. Il Manifesto di Rivolta Femminile contiene i motivi di fondo del pensiero di Carla Lonzi, che potrebbe riassumersi con la frase “per la differenza, contro l’uguaglianza”, Il suo pensiero si articola:
116" " • in una critica radicale del sistema di dominio patriarcale, di cui individua e critica fortemente i pilastri ideologici nel passato e nel presente; • in una critica radicale del matrimonio e della eterosessualita’, pratiche entrambe imposte da quel dominio; • in una rivendicazione della differenza irriducibile della donna e di pratiche sessuali assolutamente libere, “polimorfe” come dira’ con riferimento anche alla sessualita’ infantile e adolescenziale; • in una teorizzazione infine della esistenza di due categorie di donna: quella clitoridea (libera dalle imposizioni eterosessuali maschili e patriarcali, disponibile ad una libera sessualita’ polimorfa) e quella vaginale (soggetta alle pratiche eterosessuali imposte dal dominio patriarcale e miranti al solo piacere maschile); • in un invito infine alle donne a liberarsi dall’istituzione del matrimonio, dalla soggezione alle pratiche eterosessuali vaginali, e a intraprendere la via clitoridea della libera sessualita’ polimorfa che cerca e trova il piacere femminile nella liberta’ dal dominio patriarcale. Il pensiero di Carla Lonzi, che solo molti anni dopo sarebbe stato valutato nella sua importanza teorica dal femminismo italiano, costituisce un momento di effettiva “avanguardia” rispetto alla cultura filosofica dominante e anche allo stesso femminismo italiano nella sua
117" " fase iniziale. Esso affronta in maniera nuova, e propone in maniera nuova, i problemi centrali del femminismo radicale, formulando teorizzazioni per molti aspetti simili a quelle che le più avanzate teoriche femministe andavano formulando in area anglosassone e francese. I temi piu’ significativi della riflessione di Carla Lonzi e’ costituita, come si e’ visto, dalla coppia uguaglianza-differenza e dal rifiuto, in questa coppia concettuale, del primo termine di essa. L’uguaglianza, abbiamo accennato, era stato l’obiettivo di fondo del primo femminismo (quello, per intendersi, delle “suffragette”): il movimento delle donne aveva fatto propri, aveva preso sul serio, i principi che le teorie liberali, democratiche, socialiste e comuniste, tutte proposte da pensatori maschi, avevano avanzato nell’eta’ moderna e contemporanea, e aveva chiesto al potere politico, sociale, economico e culturale dei maschi di essere “coerente” con quei principi e di metter fine alla discriminazione nei confronti delle donne in tutti i settori e gli aspetti della vita dello stato. Nelle societa’ capitalistiche piu’ avanzate, e in quelle richiamantisi al socialismo e al comunismo, nel secolo appena concluso, la legislazione statale aveva risposto positivamente a tali richieste, anche se spesso fra la legislazione formale e le pratiche di
118" " fatto la distanza era grande e la discriminazione nei confronti delle donne persisteva e persiste. Con la ripresa del movimento delle donne negli anni Sessanta, in una parte di esso continua forte la richiesta di uguaglianza giuridica, politica, economica, non soddisfatta completamente dalla legislazione fino ad allora “conquistata”; nella parte più giovane e più politicamente avanzata di quel movimento l’obiettivo dell’uguaglianza viene invece messo ai margini o respinto e si cerca semmai una risposta al perché del sussistere della differenza e della discriminazione nei confronti delle donne nonostante molta parte della legislazione le neghi. E’ il femminismo radicale: quello che diventerà in tempi brevissimi maggioritario e tenterà di andare appunto “alle radici” del problema relativo al sussistere delle discriminazioni che rendono la condizione della donna inferiore a quella dell’uomo. Le radici vengono subito individuate non nelle cause politiche, legislative, economiche, culturali (cause non negate ma considerate secondarie) ma in quelle legate alla sfera della sessualità: al dominio sessuale dell’uomo sulla donna nelle forme molteplici assunte nel corso della lunga storia di esso (Lonzi 1990). Carla Lonzi è la prima femminista, in Italia, a collocarsi in maniera originale sul piano teorico in questa nuova fase radicale del femminismo. Nel suo pensiero la critica molto forte delle ideologie
119" " (religiose, filosofiche, politiche, psicanalitiche) non e’ mai separata dalla tesi di fondo secondo la quale “dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi” . Alla luce di questa tesi di fondo nell’importante saggio Sputiamo su Hegel l’obiettivo dell’uguaglianza, non a caso proposto inizialmente dai pensatori maschi nelle loro varie ideologie sotto il tema dell’universalismo dei diritti, appare alla Lonzi o secondario o addirittura fuorviante rispetto all’obiettivo primario che deve muovere dalla differenza. Secondario, perché l’oppressione della donna “non si risolve nell’uguaglianza, ma prosegue nell’uguaglianza. Non si risolve nella rivoluzione, ma prosegue nella rivoluzione”. Fuorviante perché “per uguaglianza della donna s’intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma il chiarimento che l’esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. Sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere”. Carla Lonzi propone quindi, di andare al di là del fuorviante obiettivo dell’uguaglianza e di muovere dal concetto e dal fatto della
120" " differenza non per piangerci su’ e rammaricarsene (come una parte del femminismo radicale avrebbe fatto agli inizi) ma per ricavarne obiettivi di rivendicazione e di lotta non solo più avanzati ma genuinamente “femministi”. L’uguaglianza, “è un principio giuridico: il denominatore comune presente in ogni essere umano a cui va reso giustizia. La differenza è un principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano, la peculiarità delle sue esperienze, delle sue finalità, delle sue aperture, del suo senso dell’esistenza in una situazione data e nella situazione che vuole darsi. Il tema della famiglia é ricorrente nei testi di Carla Lonzi ed e’ legato a quello del dominio sessuale maschile, a quello del lavoro domestico svolto gratuitamente oltre il lavoro fuori casa, a quello della maternita’, a quello della critica molto forte alle teorie e analisi di Freud. Afferma piu’ volte il rifiuto del matrimonio come istituzione, e della famiglia come luogo della schiavitù della donna: la donna, infatti, e’ sottoposta tutta la vita alla dipendenza economica prima della famiglia del padre, poi di quella del marito. Ma la sua liberazione non consiste nel raggiungere l’indipendenza economica, ma nel demolire quell’istituzione che l’ha resa schiava. La Lonzi vede anche nel pensiero di Freud una persistenza dell’ideologia patriarcale che confina la donna nell’ambito della famiglia con le motivazione le piu’ varie ma tutte convergenti nella volontà di
121" " mantenerla soggetta non solo ai poteri ma anche ai desideri e al piacere dell’uomo. Anche la tesi del complesso di Edipo viene considerata e criticata in questo ambito di affermazioni e valutazioni: “La famiglia e’ l’istituzione in cui si sono espressi i tabù di cui l’uomo adulto ha sempre circondato i rapporti liberi tra la donna adulta e il giovane. La psicanalisi ha riproposto questa situazione nei termini di tragedia [complesso di Edipo] che le aveva decretato l’antichità. La tragedia é una proiezione maschile perché nel momento in cui l’uomo è spinto dai suoi cicli di vita verso nuovi oggetti sessuali, non sopporta che la donna manifesti una sua conformazione dei desideri e che qualche ripercussione si verifichi nell’ambito dei suoi possessi. Dietro il complesso di Edipo non c’e’ il tabù dell’incesto, ma lo sfruttamento di questo tabù da parte del padre a sua salvaguardia” (Lonzi, 1970, pp. 41-42). La tematica della famiglia, del dominio sessuale maschile, la imposizione di un solo partner sessuale (il marito) alla donna, privata del piacere dalla imposizione di una sola pratica sessuale (la penetrazione vaginale), della maternità viene sviluppata in maniera originale e con forti motivazioni teoriche oltre che di esperienza reale. Temi centrali dei suoi scritti relativi alla sessualità: dalla maternità, all’aborto, dalla critica dell’eterosessualità “vaginale” imposta dal dominio patriarcale come unica e “naturale” pratica sessuale alla
128" " famiglia l’autorità è esercitata dal marito e dal padre; il tutto all’insegna del rafforzamento dell’idea della famiglia forte in uno Stato forte. Infatti, nel matrimonio, la moglie era sottomessa al marito considerato "capofamiglia". Nel 1865, a seguito della unificazione del Regno d’Italia, fu adottato il codice civile dal re Vittorio Emanuele II nel quale si trova ribadito che il marito è capo della famiglia la moglie è necessariamente indotta a seguire la condizione civile di lui: ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo ovunque egli creda opportuno di fissare la sue residenza (art. 131). Al marito è attribuito il compito di proteggere la donna e di mantenerla in proporzione delle sue capacità, ma la moglie pure è tenuta a contribuire al mantenimento del marito, se questi risultasse non possedere mezzi sufficienti (art. 132). Va sottolineato che la donna può svolgere attività lavorativa solo entro i limiti in cui il marito l’autorizzi; infatti la donna non può essere commerciante senza il consenso espresso o tacito del marito (art. 13 codice di commercio del 1865) e, secondo un principio generale, ribadito nelle leggi speciali sulle attività lavorative, la donna non può svolgere lavoro fuori casa ove il marito ritenga che l’attività la sottragga ai suoi obblighi familiari; in tal caso il marito può unilateralmente sciogliere il contratto di lavoro, stipulato dalla moglie.
129" " Secondo lo schema legislativo dell’epoca la donna partecipa ai pesi del matrimonio con la costituzione della dote, ovvero del complesso di beni vincolati nella destinazione alle spese da sostenere per esigenze familiari e amministrati esclusivamente dal marito (artt. 1388- 1408 cod. civ. 1865). E’ evidente che il venir meno della indipendenza economica derivante dal proprio lavoro limita la stessa libertà di autodeterminazione della donna nell’ambito della famiglia. Difatti, la obbligazione degli alimenti a carico del marito nei confronti della moglie cessa quando questa si sia allontanata dall’abitazione familiare e rifiuti di ritornarvi; il giudice, in tale ipotesi può ordinare il sequestro di parte delle rendite parafernali (ovvero appartenenti alla donna e non costituiti in dote) della moglie (art. 133). La moglie è incapace di donare, vendere beni immobili, iscrivere ipoteca sugli stessi, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, dare garanzie, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti senza l’autorizzazione del marito. Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l’autorizzazione per tutti o per alcuni dei predetti atti, salvo il diritto di revocarla in ogni momento (art. 134). L’autorizzazione del marito non è necessaria quando sia minore, interdetto, assente o condannato a più di un anno di carcere o quando la moglie sia legalmente separata per colpa del marito o quando la moglie eserciti la mercatura (art. 135). In caso di indebito rifiuto del marito di concedere
130" " l’autorizzazione alla moglie per il compimento di un atto o quando vi sia contrasto di interessi tra le parti (ipotesi di separazione legale) è necessaria l’autorizzazione del tribunale civile, che, tuttavia, deve sempre prima sentire il marito (art. 136). La nullità di un atto compiuto senza autorizzazione può essere eccepita dal marito o dalla moglie o dagli eredi (art. 137). Quest’ultima norma dimostra come la normativa disciplini la materia ritenendo di dover tutelare la famiglia rispetto ad una capacità di amministrazione, che si ritiene limitata nella donna. Al marito toccava il compito di proteggere la moglie, di tenerla presso di sé, di decidere sulle spese, di mantenere la famiglia secondo le ricchezze di cui disponeva. La donna doveva contribuire al mantenimento del marito, se questi non aveva mezzi sufficienti, e concorrere alle spese della famiglia con la "dote". L’uomo esercitava la potestà maritale nei riguardi della donna. La espressione potestà maritale nasce nel diritto romano per indicare la potestas del pater familias nei confronti della donna che con il matrimonio entra a far parte della sua famiglia, termine ampio con il quale si faceva riferimento agli schiavi, ai servi, ai liberti, ai figli legittimi, naturali o adottivi, ovvero a tutti coloro che soggiacevano alle decisioni del padre di famiglia. Unico riconoscimento riguarda la patria potestà che spetta anche alla madre. Essa ne è titolare con il padre, cui spetta però l’esercizio
131" " esclusivo ma, in caso di morte o impedimento fattuale o giuridico del marito, passa alla madre. In precedenza, al massimo, alla madre poteva essere riconosciuta la tutela sul figlio dopo la morte del padre. La laicità del matrimonio è confermata, ma non viene prevista la sua dissolubilità, come confermata è la competenza dello Stato in tema di rapporti familiari (Voltolina 1873). In tali ambiti, pur ribadendo i reciproci doveri di fedeltà, coabitazione e assistenza, indubbia è la supremazia del marito rispetto a moglie e figli. Così, l’adulterio della donna viene giudicato e punito in modo diverso da quello del marito tanto che, in tal caso, egli può avanzare richiesta di separazione, mentre l’adulterio dell’uomo conduce allo scioglimento del vincolo solo nel caso in cui il marito tenga una concubina in casa o altrove. Egualmente forte è l’intervento del marito sulle questioni economiche che interessano la moglie in virtù dell’autorizzazione maritale necessaria. Al marito compete l’intera gestione del patrimonio costituito non solo dalla dote, ma anche dai beni personali della moglie e da quelli derivati dalla comunione dei beni,per la scurezza propria e dell’intera famiglia. Per quanto riguarda i figli la potestà spetta a entrambi i genitori, e anche in questo caso rispetto al codice francese quello italiano appare più liberale prevedendo una limitazione del potere paterno, ma
132" " in caso di disaccordo tra i coniugi, la preminenza del volere del padre su quello della madre appare indiscussa. Occorre considerare nel suo complesso ogni sfaccettatura del codice civile per poter evincere quanto il discrimine del genere femminile fosse istituzionalizzato: Codice civile del Regno d’Italia 1865 libro I, tit. V Cap IX – Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio sez. I – dei diritti e dei doveri dei coniugi tra loro art. 131. Il marito è capo della famiglia : la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda opportuno di fissare residenza. art. 132. Il marito ha il dovere di proteggere la moglie, di tenerla presso di sé e somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione delle sue sostanze. La moglie deve contribuire al mantenimento del marito, se questo non ha mezzi sufficienti. art. 133. L’obbligazione del marito di somministrare gli alimenti alla moglie cessa quando la moglie, allontanatasi senza giusta causa
133" " dal domicilio coniugale, ricusi di ritornarvi. Può inoltre l’autorità giudiziaria, secondo le circostanze, ordinare a profitto del marito e della prole il sequestro temporaneo di parte delle rendite parafernali della moglie. art. 134. La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito. Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l’autorizzazione in genere per tutti o per alcuni dei detti atti, salvo a lui il diritto di revocarla. Art. 135. L’autorizzazione del marito non è necessaria : - quando egli sia minore, interdetto, assente o condannato a più di un anno di carcere, durante l’espiazione della pena ; - quando la moglie sia legalmente separata per colpa del marito ; - quando la moglie eserciti la mercatura ; art. 136. Se il marito ricusi l’autorizzazione alla moglie, o se trattisi di atto nel quale siavi opposizione d’interesse, ovvero se la moglie sia legalmente separata per sua colpa, o per colpa sua e del marito, o per mutuo consenso, sarà necessaria l’autorizzazione del
134" " tribunale civile. Il tribunale non può concedere l’autorizzazione , se prima il marito non fu sentito o citato a comparire in camera di consiglio, salvi i casi di urgenza. art. 137. La nullità derivante dal difetto di autorizzazione non può essere opposta che dal marito, dalla moglie e dai suoi eredi o aventi causa. art. 149. Il diritto di chiedere la separazione spetta ai coniugi nei soli casi determinati dalla legge. art. 150. La separazione può essere domandata per causa di adulterio o di volontario abbandono, e per causa di eccessi, sevizie, minacce e ingiurie gravi. Non è ammessa l’azione di separazione per l’adulterio del marito, se non quando egli mantenga la concubina in casa o notoriamente in altro luogo, oppure concorrano circostanze tali che il fatto costituisca una ingiuria grave alla moglie. art. 151. La separazione si può eziandio domandare contro il coniuge che sia stato condannato ad una pena criminale, tranne il caso che la sentenza sia anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ce fosse consapevole.
135" " art. 152. La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza alcun giusto motivo, non fissi una residenza, o avendone i mezzi, ricusi di fissarla in modo conveniente alla sua condizione. art. 153. La riconciliazione estingue il diritto di chiedere la separazione ; essa induce pure l’abbandono della domanda che fosse stata proposta. art. 154. Il tribunale che pronunzia la separazione, dichiarerà quale dei coniugi debba tenere presso di sé i figli e provvedere al loro mantenimento, alla loro educazione ed istruzione. Può il tribunale per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata in un istituto di educazione o presso terza persona. art. 1745. La moglie non può accettare mandato senza l’autorizzazione del marito. 2.2 Norme circa la capacità giuridica della donna nel primo dopoguerra
136" " In Italia nel 1919 fu emanata da re Vittorio Emanuele III la legge del 17 luglio che stabiliva le norme relative alla capacità giuridica delle donne, cancella l’autorizzazione maritale e consente loro di esercitare quasi tutte le professioni e gran parte degli impieghi pubblici (Bolaffio 1973). Erano esclusi «soltanto» (così recita l’art. 7) gli impieghi implicanti «poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche,o che attengono alla difesa militare dello Stato» La possibilità per la donna sposata di amministrare autonomamente il proprio patrimonio raggiunta nel 1919 eliminò una vistosa stortura presente nel Codice del1865 ma molte altre classificazioni e discriminazioni furono conservate. Per quasi venti anni non ci saranno discussioni parlamentari sul voto alle donne. L’affermazione del suffragio universale maschile nel 1912, voluto da Giolitti, che ancora una volta escludeva le donne, segnò ancora una sconfitta del movimento femminista italiano. Nel 1921 un deputato socialista, Modigliani, propone in un solo articolo: “Le leggi vigenti sull’elettorato politico e amministrativo sono estese alle donne”. Ma la questione non viene neppure discussa. Il fascismo in verità concesse il diritto di voto passivo ad alcune categorie donne per le sole elezioni amministrative. Mussolini stesso,
137" " intervenendo al congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio aveva detto che il fascismo aveva intenzione di concedere il voto a parecchie categorie di donne. La Legge Acerbo (ironicamente chiamata del "voto alle signore") concedeva infatti il voto alle decorate, alle madri di caduti, a coloro che esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue. Il fascismo però subito dopo abolì quelle stesse elezioni amministrative a cui aveva ammesso le donne. L’Associazione per la donna fu sciolta, mentre la nuova presidente del Consiglio nazionale delle donne italiane fu nominata da Mussolini, segnando così la fine dell’associazione. L’Unione femminile nazionale rimase in vita a lungo, anche se priva di significato politico. Sopravvisse insomma soltanto l’Unione femminile cattolica, allineata al fascismo e al ruolo di subordinazione della donna ribadito dal papa nell’Enciclica Casti Connubi, dove fra l’altro auspicava: "Da una parte al superiorità del marito sopra la moglie e i figli, dall’altro la pronta soggezione e ubbidienza della moglie, non per forza ma quale raccomandata dall’apostolo" (Pius 1939). Nel frattempo il fascismo inaugurava una sua politica sul tema dei diritti delle donne. Le donne vennero spinta, per quanto possibile,
144" " Tali princìpi hanno trovato piena applicazione nella riforma del diritto di famiglia (legge 19 maggio 1975, n. 151) risultato dell’ampia convergenza di forze politiche e di associazioni e organizzazioni femminili di diversa ispirazione. Sono state introdotte importanti innovazioni ispirate al valore della parità e dell’uguaglianza nei rapporti tra donna e uomo considerati sotto il duplice ruolo di coniugi e di genitori. Con il matrimonio, infatti, i coniugi acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri. Entrambi sono tenuti, in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia e concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare. La potestà esercitata sui figli non è più solo del padre, ma spetta ad entrambi i genitori. Forse, però, l’innovazione più rilevante della riforma è costituita dall’introduzione della comunione legale dei beni fra i coniugi, per cui tutto quello che viene acquistato dopo il matrimonio è considerato di proprietà comune di entrambi i coniugi in parti uguali. È stato riconosciuto, in tal modo, tangibilmente, il contributo della donna alla famiglia anche con il suo lavoro svolto fra le mura domestiche.
145" " L’articolo 37 della costituzione afferma che «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione» . Con la sensibilità acquisita oggi, si può dire che «l’essenziale funzione familiare» a cui si fa riferimento nell’articolo citato deve riguardare indistintamente sia la donna sia l’uomo. Il principio della parità ha ispirato la legge n. 903 del 1977 sulla parità di trattamento fra donne e uomini in materia di lavoro, che ha eliminato una serie di discriminazioni che, sia pure sotto il pretesto di voler tutelare le donne in quanto tali, limitavano i diritti delle lavoratrici. Tale legge ha, inoltre, esteso il diritto di assentarsi dal lavoro e il trattamento economico previsti dalla legge sulla tutela delle lavoratrici madri, anche al padre lavoratore in alternativa alla madre lavoratrice. La legge vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo d’attività a tutti i livelli della gerarchia professionale. La Costituzione afferma, inoltre, un altro rilevante principio: tra donna e uomo, a parità di lavoro, non deve esistere disuguaglianza di
146" " retribuzione; e non deve esserci discriminazione per l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge (art. 51). Questo principio ha trovato piena attuazione solo con la legge 9 gennaio 1963 n. 7, che ha aperto alle donne carriere prima precluse, tra cui la carriera diplomatica e la magistratura (escluso l’ingresso nelle forze armate). I principi finora esposti fanno esplicito riferimento alla donna nella sua specifica condizione. È bene però ricordare anche gli altri princìpi fondamentali della Costituzione, che riguardano indistintamente tutti i cittadini (Zavattaro 1956). L’articolo 2 riconosce e garantisce i «diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali». Tutti gli altri diritti e libertà derivano da questo principio basilare riguardante la libertà personale, come uno dei diritti inviolabili dell’uomo, intendendo ovviamente il termine uomo nel senso di umanità, comprensivo sia della donna sia dell’uomo. L’articolo 13 afferma che la libertà personale è inviolabile.
147" " Gli articolli 14 e 15 precisano che il domicilio, inteso come il luogo dove la persona abita con la sua famiglia o esercita la sua attività, e la libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. Gli articoli 17, 18 La Costituzione garantisce il diritto di riunirsi, per il quale il preavviso alle autorità è richiesto solo per comprovati motivi di sicurezza, e quello di libertà di associazione. Sono escluse da questo diritto solo le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. L’articolo 21 è riconosciuta la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione (per esempio radio e televisione). Questa libertà è fondamentale in una società democratica per una corretta informazione su fatti e opinioni. L’articolo 19 afferma la libertà nel diritto di aderire o meno a una fede religiosa e di adempiere liberamente gli atti individuali e collettivi del culto professato.
148" " L’articolo 48 riconosce a tutti i cittadini, donne e uomini, che abbiano compiuto il 18° anno di età. Il voto deve essere personale, libero e segreto. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica con il voto può essere realizzata sia in forma indiretta (democrazia indiretta) attraverso l’elezione dei membri del Parlamento (Camera e Senato) e dei Consigli Regionali, Provinciali e Comunali, sia in forma diretta nel caso di Referendum nel quale il cittadino è interpellato direttamente e determina, attraverso il voto, la volontà dello Stato. L’ art. 49 garantisce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti politici per contribuire democraticamente a stabilire le linee della politica nazionale. L’articolo 34 stabilisce che la frequenza alla scuola è un diritto di tutti i cittadini. Per questo, per almeno 8 anni, essa è obbligatoria e gratuita. La Costituzione prevede che gli studenti meritevoli, anche privi di mezzi, possano raggiungere i livelli più alti di studi. L’articolo 32 stabilisce che la salute è considerata un diritto fondamentale dell’individuo, e interesse specifico della collettività. Per gli indigenti la Costituzione prevede cure gratuite.
149" " L’articolo 1 afferma che: «L’italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Tale diritto rappresenta, quindi, il valore centrale della convivenza civile. L’articolo 35 la «Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni» L’articolo 36 stabilisce i criteri che devono presiedere al diritto di retribuzione, che deve essere «proporzionale alla quantità e qualità del lavoro svolto» e, in ogni caso, «sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa» . L’articolo 37 dispone che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. L’articolo 38 Tutela espressamente i diritti dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi per vivere, per i quali afferma il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale; stabilisce che devono essere
150" " assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria L’articolo 24 garantisce a tutti i cittadini il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Il diritto alla difesa è inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. La Costituzione prevede il diritto alla difesa per i non abbienti, assicurando i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione (Terracini 1959).
151" " 2.6 La legge n. 860/1950 a tutela della maternità "Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri" Con questa legge si assicura alle lavoratrici madri una tutela adeguata per reprimere l'intento dei datori di lavoro di licenziare o penalizzare la donna lavoratrice che affrontasse l'esperienza della maternità. Si applica "alle lavoratrici gestanti e puerpere che prestano la loro opera alle dipendenze di privati datori di lavoro, comprese le lavoratrici dell'agricoltura, nonché a quelle dipendenti dagli uffici o dalle aziende dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti pubblici e Società Cooperativistiche anche se socie di queste ultime" . La legge prevede che il divieto di attribuzioni di mansioni pesanti, quali trasporto e al sollevamento pesi le donne in stato di gravidanza "nei tre mesi precedenti la data presunta del parto" già previsto con la legge del 1934, fosse esteso "dalla presentazione del certificato di gravidanzae per tre mesi dopo il parto, e fino a sette mesi ove provvedano direttamente all'allattamento del bambino". In tale periodo è anche prevista l'assegnazione delle donne ad altre mansioni. La nuova norma dimostra un maggiore attenzione a questa delicata fase della vita della donna e dimostra una chiara consapevolezza di
152" " come lavori eccessivamente logoranti possano pregiudicare la vita della donna e il buon esito della gravidanza. La legge sancisce il divieto di licenziare le lavoratrici durante il periodo di gestazione e durante il periodo, pari ad otto settimane dopo il parto, di astensione obbligatoria dal lavoro. Il divieto di adibire al lavoro le donne viene altresì sancito per i tre mesi precedenti la data presunta del parto in caso di lavoratrici addette all'industria, per le otto settimane precedenti per le addette ai lavori agricoli e nelle sei settimane precedenti per tutte le altre categorie . Tali periodi di assenza dal lavoro possono essere estesi dall'Ispettorato del lavoro qualora le condizioni di lavoro o ambientali possano essere pregiudizievoli alla salute della donna o del bambino. Alla lavoratrice, trascorse le otto settimane successive al parto, viene concessa altresì la facoltà di assentarsi dal lavoro per un periodo di sei mesi "durante il quale le sarà conservato il posto a tutti gli effetti dell'anzianità" , senza però aver diritto all'indennità giornaliera dell'80% della retribuzione previsto a carico dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro le malattie o degli altri Istituti, enti o case che provvedono all'assicurazione obbligatoria contro le malattie per il periodo di assenza obbligatoria dal lavoro . 2.7 Legge “Merlin” n. 75 del 20 febbraio 1958
153" " Questa legge, chiamata in questo modo in quanto la prima firmataria era la senatrice socialista Lina Merlin, sancì la chiusura delle case di tolleranza (quelle autorizzate erano 560, con 2.700 prostitute) Il progetto divenne legge dopo un lunghissimo iter parlamentare Con il parere contrario dei monarchici e missini. Sette mesi dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana alla mezzanotte del 20 settembre di quell’anno, vennero chiuse oltre 560 case di tolleranza su tutto il territorio nazionale. Molti di questi luoghi furono riconvertiti in enti di patronato per l’accoglienza ed il ricovero delle ex-prostitute. Nel Parlamento e nella società si creò una spaccatura trasversale tra coloro che sostenevano l’opinione della Merlin, tra cui molti esponenti di area cattolica, e molti altri che invece opposero un atteggiamento di rifiuto totale e categorico, inclusi diversi suoi compagni di partito. Lo scontro tra queste due opposte tendenze raggiunse comunque i banchi delle librerie quando Merlin, insieme alla giornalista Carla Voltolina pubblicò nel 1955 un libro intitolato “Lettere dalle case chiuse”, nel quale vennero pubblicate le lettere che pervenivano alla senatrice Merlin dalle prostitute, vittime della realtà dei bordelli italiani;
256" " percentuali), Finlandia (2,8 pp), Lettonia (4,2 pp) e Svezia (5,0 punti percentuali). Va notato che gli Stati membri con il più alto tasso di occupazione femminile sono generalmente anche quelli con una quota elevata di donne occupate che lavorano a tempo parziale nel 2013 in Svezia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi e l'Austria hanno tutti un tasso di occupazione femminile superiore al 70% e una quota di lavoro a tempo parziale tra le donne ben oltre il 30%. Le notevoli eccezioni sono Finlandia ed Estonia, che uniscono un elevato tasso di occupazione femminile e una quota bassa di lavoro a tempo parziale per le donne. Vale la pena ricordare che uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020 è quello di aumentare l'occupazione nel UE. L'obiettivo da raggiungere entro il 2020 un tasso di occupazione del 75% tra quelli di età compresa tra i 20 ei 64. A livello comunitario, il tasso di occupazione femminile si attesta al 62,6% nel 2013 e quasi un terzo (31,8%) di loro stavano lavorando tempo parziale, mentre per gli uomini, il tasso di occupazione era del 74,2%, ma meno del 10% di essi (8,1%) erano in part-time (Ufficio delle pubblicazioni dell’ Unione Europea 2013). Oggi l’Italia si colloca al penultimo posto, davanti solo a Malta, nella classifica dei paesi europei attivi nella riduzione della disoccupazione femminile ed i dati mostrano con chiarezza questa realtà: nel febbraio 2012, il tasso di occupazione delle donne tra i 15 ed
257" " i 64 anni si è attestato al 46,7% (67,2 per gli uomini) ed il tasso di disoccupazione al 10,3% (8,6% per gli uomini). Il divario con il resto dell’Europa è enorme, se si pensa che il tasso medio europeo di occupazione femminile è pari al 58,5%, quasi 12 punti in più. Un altro elemento da rilevare è il tasso di inattività, che ha raggiunto il 46,8% per le donne (contro il 26,5% degli uomini). Sono persone che non solo non hanno un lavoro retribuito, ma che non lo cercano neanche più, né stanno studiando o seguendo percorsi di formazione. Queste donne hanno semplicemente rinunciato, in molti casi esasperate dalle difficoltà, oppure sono state assorbite dal lavoro nero. Gli ostacoli per le donne ad inserirsi e mantenere il lavoro sono molteplici. Un fattore che troppo spesso favorisce l’uscita dal mercato del lavoro è la maternità, basti pensare che il 30% delle madri interrompe il rapporto di lavoro perché costretta a sostenere carichi familiari eccessivi, contro il 3% dei padri. La nascita di un figlio è spesso un periodo della vita in cui le donne desiderano chiedere un part-time per poi poter rientrare a tempo pieno senza per questo essere penalizzate in termini di carriera. Nel corso del tempo, il lavoro part-time femminile è cresciuto notevolmente ma solo nella forma di part-time involontario, questo significa che spesso non si tratta di una scelta ma viene subìto per mancanza di alternative lavorative.
258" " La presenza consistente di lavoratrici altamente qualificate e con elevati titoli di studio non ha sconfitto né la ‘segregazione orizzontale’ (De Dominicis 2010), che concentra di più le donne in determinati settori e occupazioni, né incrinato il cosiddetto ‘soffitto di cristallo’, la barriera invisibile che ostacola gli avanzamenti di carriera per le donne e impedisce loro di raggiungere i livelli più alti. Questi fattori, uniti alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, determinano il grave fenomeno del differenziale salariale tra uomini e donne. Meno del 20% dei manager sono donne in Lussemburgo e Cipro A livello comunitario, un terzo (33%) dei dirigenti era di sesso femminile nel 2013. Al contrario, le donne rappresentavano nel 2013 circa due terzi di tutti gli impiegati di sostegno (67%) e di tutti i servizi e le vendite dei lavoratori (64%). Nel 2013 tutti gli Stati membri dell'Unione europea, le donne sono particolarmente sotto-rappresentati tra dirigenti Lussemburgo (tenendo conto di 44% di occupati, il 16% dei dirigenti sono donne), Cipro (48% vs. 19%), Paesi Bassi (47% vs. 25%) e Croazia (46% contro 25%). Al contrario, la quota di donne manager è stato più rappresentativo della percentuale di donne nel mondo del lavoro totale in Ungheria (la percentuale di donne era del 46% tra lavoratori subordinati e il 41% tra i manager), Lettonia (51% e 44%) e Polonia (45% e 38%). In tutti gli Stati membri, le donne erano sovra - rappresentate tra i lavoratori di supporto di segreteria nel 2013,
259" " con l'Irlanda e la Repubblica Ceca con la più alta percentuale di donne in queste occupazioni. In molti paesi europei - quali la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi, l'Austria, la Svizzera - si regolano gli orari giornalieri, il riposo obbligatorio, il divieto di lavoro notturno e insalubre, soltanto per le donne. Alcuni di questi apparenti privilegi sono presenti in molte legislazioni contemporanee. Ad esempio, la cosiddetta 'legge di parità' (n. 903 del 1977) che applica in Italia alcune direttive della Comunità Europea, volte a smantellare la discriminazione sessuale sul lavoro. UE raccomanda : • Favorire l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare: • Orari di lavoro flessibili per donne e uomini; • Aumentare i servizi di custodia; • Migliori politiche di conciliazione per donne e uomini;
260" " La norma sulla parità di retribuzione è stata poi integrata con la previsione di azioni positive volte a garantire un‟eguaglianza reale (art. 141 TCE). Le azioni positive sono riconosciute come ammissibili anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell‟UE che le ha estese a tutti gli ambiti, e non solo quindi a quello professionale. 4.5 La Carta per le donne del marzo 2010 La Commissione ha adottato una Carta per le donne per potenziare la promozione della parità tra donne e uomini, in Europa e nel mondo, la cui denominazione completa è Maggiore impegno verso la parità tra donne e uomini - Carta per le donne - Dichiarazione della Commissione europea in occasione della giornata internazionale della donna 2010 - Commemorazione del 15° anniversario dell'adozione della dichiarazione e della piattaforma d'azione della Conferenza mondiale dell'ONU sulle donne, svoltasi a Pechino, e del 30° anniversario della Convenzione dell'ONU sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne.
261" " La Commissione sottolinea la necessità di tenere in considerazione la parità fra i generi in tutte le sue politiche (Vincenzi 2011). La Carta propone cinque campi d'azione specifici. 1) L’indipendenza economica va raggiunta lottando in particolare contro la discriminazione, gli stereotipi nell'educazione, la segregazione del mercato del lavoro, la precarietà delle condizioni di occupazione, il lavoro part-time involontario e lo squilibrio nella suddivisione dei compiti di assistenza tra donne e uomini. La Commissione s'impegna a garantire la completa realizzazione delle potenzialità delle donne ed il pieno impiego delle loro capacità. La sua azione dovrà facilitare una migliore distribuzione dei generi sul mercato del lavoro e permettere più lavori di qualità per le donne. 2) Nell'Unione europea non esiste ancora una pari retribuzione tra donne e uomini (per lo stesso lavoro o lavoro di pari valore). La Commissione si impegna a colmare le differenze di retribuzione mobilitando tutti gli strumenti disponibili, compresi quelli legislativi. 3) La rappresentazione di donne nei processi decisionali e nelle posizioni di potere, dove continuano ad essere sottorappresentate rispetto agli uomini, nel settore pubblico e privato. La Commissione si impegna ad agire per una più equa rappresentazione di donne, in particolare adottando misure di incentivi dell’UE.
262" " 4) Il rispetto della dignità e dell’integrità delle donne, ma anche la fine della violenza basata sul genere, comprese le prassi nocive dettate dalle consuetudini o dalle tradizioni. Infatti, la Carta ribadisce l'impegno della Commissione a favore dei diritti fondamentali. La sua azione è volta in particolare a eliminare le disparità nell'accesso all'assistenza sanitaria e a sradicare qualsiasi forma di violenza basata sul genere. Essa può ricorrere alle disposizioni del diritto penale, entro i limiti dei suoi poteri. 5) L’azione oltre i confini dell’UE in materia di parità tra donne e uomini permetterà di sostenere lo sviluppo di società sostenibili e democratiche. La Commissione si impegna a difendere la parità tra donne e uomini nel quadro delle relazioni con i paesi terzi. Essa condurrà delle azioni di sensibilizzazione, di cooperazione con le organizzazioni internazionali e regionali competenti, nonché di sostegno agli organismi statali e non statali. 4.6 Donne e scienza Negli Stati Uniti le donne hanno iniziato ad affermarsi nel mondo accademico a partire dagli anni Settanta, a seguito di tre fattori: una protesta organica da parte delle donne stesse, una legislazione appropriata e il ricorso ad azioni legali per farla rispettare. Anche le
263" " modalità di attuazione delle azioni positive sono state molto importanti negli Stati Uniti negli ultimi due decenni. Il Canada e l'Australia hanno, a loro volta, prestato molta attenzione a questo tema. In Europa la presenza delle donne nella scienza ha avuto una storia straordinaria. In alcuni paesi europei, per esempio nel Regno Unito all'inizio del secolo, le donne erano escluse per legge da molti settori della scienza. Il tema delle donne e la scienza è stato esaminato per la prima volta negli anni Ottanta, nei paesi nordici. In Germania il primo rapporto nazionale sulla Promozione delle Donne nella Scienza è stato pubblicato nel 1989. Durante gli anni Novanta, negli Stati membri il tema dell’uguaglianza di genere nella scienza ha suscitato una crescente attenzione. In questi ultimi anni sono stati elaborati importanti documenti per influenzare le politiche governative, per esempio: J Regno Unito The Rising Tide (1994) J Danimarca Excellence in Research (1995) J Finlandia Women in Academia (1998) J Germania Recommendations for Equal Opportunities for Women in Science (1998) Queste ed altre relazioni di fondamentale importanza, studiate per influire sulle politiche nazionali, contengono proposte meditate e
264" " radicali per migliorare la posizione delle donne nella scienza e, di riflesso, migliorare il livello di quest'ultima. In alcuni Stati membri sono state avviate iniziative molto valide, basate su analisi ben fondate . Considerando il panorama internazionale, esistono significative differenze tra paesi, sia per quanto riguarda l’accesso alle carriere scientifiche sia per quanto concerne la possibilità offerta alle donne di occupare le posizioni apicali del controllo della ricerca. In alcuni paesi, grazie anche al meccanismo delle quote, ad esempio, è stato possibile far progredire l’influenza delle donne sulle responsabilità e sui ruoli di governo. Questo tipo di provvedimenti cercano di evitare fenomeni come quello delle reti maschili, che limitano l’accesso delle donne ai gruppi di ricerca a causa di accordi taciti tra uomini ricercatori. Anche sul fronte della conciliazione vita-lavoro sono state adottate negli ultimi anni misure per favorire la progressione di carriera delle donne tenendo presenti le necessità legate alla maternità, ma rimane ancora molto da fare, specialmente per garantire la mobilità alle donne che hanno figli e un nucleo familiare (Iacobucci 2007). Questi aspetti riguardano la presenza e il contributo che le donne offrono alla scienza nei centri di ricerca, nelle università e nelle istituzioni di governo. Una presenza che è stata promossa grazie al lavoro di organismi e istituzioni, nazionali ed europei, che hanno rivolto una specifica attenzione al tema femminile adottando iniziative di tutela
265" " ampliando le opportunità in loro favore. Tali organizzazioni contribuiscono a favorire l’accesso ai finanziamenti, l’attenzione alle donne quando vi siano candidati di sesso diverso ma uguale merito, azioni di bilanciamento dei tempi di vita e lavoro assieme a strumenti per ridurre le disuguaglianze. Tutte queste azioni hanno prodotto risultati che si possono oggi riconoscere grazie a numerosi contributi scientifici pubblicati , in particolare i documenti riguardanti le carriere scientifiche delle donne e la possibilità di accedere a finanziamenti per la ricerca pubblicati dall’Unione Europea. Negli anni ‘90, la presa di coscienza del fatto che le donne sono sottorappresentate in ambito scientifico, e allo stesso tempo della necessità di porvi rimedio, si è sviluppata in tutti gli Stati membri. Le politiche adottate a tal fine sono di carattere eterogeneo. Riassumiamo la situazione, partendo da quella delle donne nelle università dell'Unione europea: • in molti paesi le donne rappresentano il 50% delle matricole; • esse tendono a scomparire dalla vita accademica prima di raggiungere un incarico stabile o permanente; • più si sale nella gerarchia, più diminuisce la presenza di donne;
272" " Praticare virtuosamente i dispositivi e gli strumenti della Conciliazione appare sempre più essenziale in vista del raggiungimento degli obiettivi della Strategia Europa 2020, al fine di contribuire all’inclusione delle donne e alla conseguente parità tra uomo e donna, al fine di migliorare le dinamiche demografiche attuali caratterizzate da bassi livelli di natalità e dal progressivo invecchiamento della popolazione e al fine di innescare meccanismi di crescita inclusiva, intelligente e sostenibile (Capano Meloni 2013).
273" " 5.3 Quote di genere Le quote rosa aumentano le donne nei cda, e, dunque, l’Italia si ritrova ad essere seconda in Europa per incremento poiché aumenta il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società europee quotate. Lo scorso aprile la percentuale di presenza femminile media è salita al 18,6% dal 17,8% dell’ottobre 2013, secondo i dati della Commissione europea. L’Italia è esattamente sulla media europea, al 18,6%. Da ottobre 2010 ad aprile 2014 la presenza di donne nei consigli è aumentata in 23 dei 28 Stati membri. L’Italia, con un incremento del 14%, ha registrato il secondo aumento più elevato dopo quello della Francia. Al momento sono cinque i Paesi Ue che contano almeno il 25% delle donne nei board delle società quotate: Lettonia, Francia, Finlandia, Svezia e Olanda. E’il risultato positivo anche del forte sostegno dato dal Parlamento europeo nel novembre 2013 alla proposta di direttiva della Commissione, che mira al raggiungimento di una quota di almeno il 40% di donne tra i componenti non esecutivi nei consigli di amministrazione delle società quotate(D’Amico, Puccio 2013).
274" " 5.4 Impatto delle donne sui risultati aziendali: i dati parlano Più diversità di genere nel management, più performance finanziaria. Il nuovo studio Credit Suisse Research Institute (2014) lo dimostra con dati oggettivi. Secondo un recente studio intitolato "The CS Gender 3000: Women in Senior Management", un numero più elevato di donne in posizioni di senior management rende infatti possibile un miglioramento della performance finanziaria delle aziende e fa la differenza per gli investitori in termini di rendimento dell'azione. Lo studio è basato sul database "Credit Suisse Gender 3000", sviluppato dai ricercatori attraverso la mappatura delle strutture dei consigli di amministrazione e del senior management di oltre 3000 società a livello globale. Inoltre la ricerca evidenzia: sempre più donne ai vertici delle società. Italia sopra la media. 5.5 Alcuni esempi di buone pratiche La questione di genere continua a rimanere un argomento centrale nell’attuale dibattito politico e sociale italiano. Il tema negli anni ha vissuto varie evoluzioni, dall’essere una novità assoluta al diventare un caposaldo di molte campagne elettorali. Ma quello che si nasconde
275" " dietro a slogan, obiettivi programmatici e promesse elettorali, sono numeri e dati che descrivono ancora un lungo percorso da compiere. Se storicamente l’uguaglianza di genere è sempre stata un’utopia, legislatori italiani ed europei hanno tentato negli anni di forzare la mano, utilizzando lo strumento delle “quote rosa” come mezzo per velocizzare i tempi. Mentre a livello europeo ed internazionale sono stati definiti standard e linee guida attraverso convenzioni e raccomandazioni, maggiore concretezza è riscontrabile a livello nazionale. Le ultime due Legislature sono state un chiaro esempio di tutto ciò, con la legge sulle quote rosa nei Cda delle società quotate sotto il Governo Monti, e la più recente doppia preferenza di genere imposta per l’elezione del Parlamento Europeo (D’Amico, Puccio 2013). Rispettare delle quote numeriche (per l’ambito lavorativo), o imporsi delle soglie specifiche (in ambito elettorale), non sono però sufficienti per un effettivo progresso. Occorre guardare alla “qualità” di questi numeri: che deleghe vengono assegnati ai Ministri donne? Quanto guadagnano le donne rispetto agli uomini? Quante donne hanno incarichi apicali o dirigenziali nelle aziende italiane? Che possibilità lavorative hanno le donne con uno o più bambini?
276" " 5.6 Politica Quanti e quali incarichi le donne ricoprono in Italia e in Europa? L’Italia è un Paese che è arrivato tardi a porsi il tema della rappresentanza di genere nelle proprie Istituzioni. Su tutti basta il dato che per avere la prima donna Ministro abbiamo dovuto aspettare il 1976. Da allora, e soprattutto negli ultimi anni, sono stati fatti passi in avanti. Non è un caso che, dal 1948 ad oggi, la Legislatura attuale sia quella con la maggior presenza di donne in Parlamento (30%) e che il Governo Renzi sia quello con il maggior numero di donne Ministro (50%) al momento del suo insediamento. Al tempo stesso, però, la disparità fra uomini e donne in politica resta molto forte e si accentua maggiormente quando gli incarichi sono più prestigiosi. Ad esempio, in Parlamento le donne presidenti di commissione sono pochissime: 1 su 14 alla Camera e 2 su 14 al Senato. Discorso simile si può fare per il Governo. Se al momento del suo insediamento sul totale dei Ministri le donne erano il 50%, restringendo il campo ai soli ministeri con portafoglio la percentuale scende al 30% e cala ancora fino al 27% prendendo in considerazione
277" " l’Esecutivo nella sua interezza, dopo la nomina dei vice-ministri e dei sottosegretari. Analizzando i diversi livelli istituzionali della Repubblica abbiamo recensito oltre 93.000 incarichi politici, di cui poco più del 21% è ricoperto da donne. Ad eccezione della Presidenza della Camera dei Deputati - Terza carica dello Stato - quello che si evidenzia è come raramente una donna guidi un’amministrazione o sia a capo di un organo monocratico: di una Regione (10%), di una Provincia (10%) o di un Comune (13%). Per quanto riguarda il contesto europeo, in fondo l’Italia non sfigura a confronto con gli altri Paesi. E’ il 13esimo per presenza di donne in Parlamento ed è quinto per la percentuale donne ministro.
278" " 5.7 Imprese I ruoli di responsabilità, nel pubblico e nel privato, appaiono fortemente divisi per genere ma è opportuno riflettere su quanto avviene in politica, dove la qualità degli incarichi affidati alle donne risulta determinante per capire quanto sia lungo il cammino per ottenere la piena parità di genere. Ancora una volta è importante partire dal presupposto normativo, fondamentale per capire cosa abbia mosso realmente il cambiamento. Fino al 2011 le donne presenti negli organi di amministrazione di società italiane quotate in borsa non raggiungeva le 200 unità (7,4%), dati Consob. Proprio in quell’anno, il Governo guidato da Mario Monti approvava una legge per assicurarsi la parità di genere nei Cda di aziende quotate “Art. 1 - Lo statuto prevede, inoltre, che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi. Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti”.
279" " Improvvisamente, dal 2012 in poi le donne presenti negli organi di amministrazione sono fortemente cresciute. L’ultimo dato rilevato registra per il 2014 520 donne in Cda di aziende quotate in borsa, superando il 22% del totale dei componenti, quasi il doppio rispetto al 2012, primo anno pieno con la nuova Legislazione in vigore. Nel contesto europeo l’Italia si classifica all’ottavo posto, nella parte alta della classifica e sopra la media europea ferma al 20%. Classifica guidata da Francia (32%), Lettonia (32%) e Finlandia (29%). Ancora meglio facciamo allargando la fotografia alla percentuale di donne dirigenti delle stesse aziende, con il nostro Paese che sale persino sul podio raggiungendo quota 29%, dietro sempre a Lettonia (32%) e Francia (33%). Percentuale più alta ma posizione in classifica più bassa per quanto riguarda i Direttori Generali della Pubblica Amministrazione italiana. In Italia il 33% degli incarichi sono ricoperti da donne, ma il nostro Paese è ben sotto la media europea fissata al 40%, e soprattutto ben lontana dai vertici alti della classifica continentale, posizionandosi solamente al 16° posto (Brollo, Serafin 2012). 5.8 Lavoro
280" " La vera questione femminile risalta nel 2015. Ulteriori analisi economico-sociali non fanno altro che supportare la teoria che, per quanto sia un buon inizio, non basta introdurre le cosiddette “quote rosa” per risolvere la questione di genere. In Italia, come in tutti i Paesi europei, ci sono più laureate donne che uomini, e, per essere precisi, ben 155 per ogni 100 uomini. Nonostante questo è più alta la percentuale di donne disoccupate e precarie rispetto alle percentuale di uomini. Altra questione è quella dell’occupazione di donne con bambino. In generale le donne italiane occupate con un solo bambino sono il 57,8% (gli uomini ’86%), ben sotto la media europea del 63,4%. La situazione, e il confronto con gli uomini, diventa ancora più allarmante considerando adulti con tre o più bambini. Qui l’occupazione maschile rimane stabile sopra l’80% (80,4), mentre quella femminile scende al 35,5% (sempre sotto la media Eu-28 fissata al 45,6%). Per dare un altro dato a sostegno, le donne con tre o più bambini in Danimarca lavorano di più delle donne con un bambino in Italia (77% versus 57,8%). Se da un lato la situazione per il nostro Paese non è molto edificante, altri indicatori regalano un quadro più rassicurante. Il Gender Pay Gap misura il divario salariale fra uomini e donne,
281" " sottolineando le discriminazioni e le disuguaglianze nel mercato del lavoro fra i due sessi. La situazione in Italia è fra le migliori d’Europa, con le donne che guadagnano il 7,3% in meno rispetto agli uomini. L’Italia è il quarto paese con minor gap fra i due livelli salariali, con una percentuale che è meno della metà della media europea (16,40%). Seppur in peggioramento (nel 2008 la percentuale era al 4,9%), il nostro Paese è ben sotto gli altri grandi Stati Membri dell’Unione Europea: la Francia ha un gap del 15,20%, il Regno Unito del 19,70% e la Germania del 21,60%. l'Italia continua ad essere lungi dal raggiungere risultati soddisfacenti nel campo dell'uguaglianza di genere, nonostante i progressi al riguardo compiuti sotto la pressione esercitata dal movimento delle donne, dalla società civile e dalla legislazione europea. L'attuale grave crisi finanziaria e le politiche di austerità minacciano alcune delle recenti conquiste delle donne in termini di reddito, di occupazione per le donne con un elevato grado d'istruzione e di infrastrutture sociali, ma nel contempo offrono la possibilità di ripensare il modello italiano di Stato sociale che poggia ampiamente sul lavoro non retribuito delle donne per fornire servizi di assistenza (Carrera 2014) .
288" " Le quote di genere sono invece in vigore a livello locale. A norma della legge n. 215/201228, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi nelle liste dei candidati alle elezioni indette nei comuni con popolazione superiore a 5 000 abitanti. Per i comuni con più di 15 000 abitanti, il mancato rispetto della quota di genere può determinare l'esclusione della lista dalla competizione elettorale. Gli elettori sono inoltre autorizzati a esprimere due preferenze purché indichino candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda preferenza. Gli statuti delle amministrazioni locali devono includere norme atte a garantire la presenza di entrambi i sessi (almeno una donna o un uomo) nei rispettivi organi decisionali (giunte) come pure negli organi decisionali di tutte le istituzioni e le aziende da essi dipendenti, inclusi i comitati preposti alla nomina di nuovi dipendenti o dirigenti. Un tribunale amministrativo regionale (TAR) ha contribuito a chiarire ulteriormente la ratio di tale legge, stabilendo che la rappresentanza di entrambi i sessi implica che ciascuno di essi deve essere come minimo presente nella percentuale del 40%. Tuttavia, poiché la legge non prevede sanzioni in caso di inadempienza, i risultati osservabili nelle posizioni amministrative locali sono molto limitati. Una nuova legge elettorale è attualmente all'esame del parlamento. La proposta prevede 20 circoscrizioni elettorali corrispondenti alle 20 regioni italiane e 148
289" " collegi plurinominali con liste bloccate. Nelle 20 circoscrizioni elettorali considerate complessivamente, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50%. Nei 148 collegi plurinominali, la proposta prevede l'alternanza di due uomini e due donne nelle liste (una variante del cosiddetto sistema zipper). Poiché le liste saranno probabilmente molto brevi (non più di sei candidati) e saranno eletti al massimo uno o due candidati, il verosimile posizionamento di due uomini ai primi posti di ciascuna lista a livello di collegio implica che gli uomini potranno avvantaggiarsi del loro ruolo di primo piano a discapito delle donne. Per questo motivo, le deputate di tutte le forze politiche si sono battute affinché il sistema zipper fosse modificato a livello di collegio e prevedesse l'alternanza di un uomo e di una donna (rispetto ai blocchi di due previsti dall'attuale proposta). Le deputate progressiste hanno inoltre difeso in plenaria l'introduzione di una nuova condizione per l'ammissibilità delle liste, in base alla quale il 50% delle liste di ciascun partito avrebbe dovuto essere guidata da una donna. Queste proposte hanno tuttavia incontrato forte resistenza in seno al parlamento e sono state respinte (Laforgia 2014). 5.10 Processo decisionale in ambito amministrativo ed economico
290" " Per quanto concerne la pubblica amministrazione, l'attuazione delle misure per la parità e le pari opportunità tra uomini e donne è assicurata da una direttiva nazionale emanata dal Dipartimento della funzione pubblica del governo italiano nel 2007. La direttiva ha l'obiettivo di garantire che le disposizioni vigenti siano attuate all'interno della pubblica amministrazione (a livello sia centrale che decentrato), aumentare la presenza delle donne nelle posizioni dirigenziali, sviluppare buone prassi per la gestione delle risorse umane onde garantire le pari opportunità, nonché promuovere la conoscenza e l'effettiva applicazione degli strumenti per le pari opportunità tra uomini e donne da parte dei responsabili delle risorse umane nella pubblica amministrazione. La direttiva incoraggia altresì l'adozione del bilancio di genere e prevede attività di monitoraggio relativamente alla sua applicazione, senza tuttavia fornire orientamenti specifici. L'ultimo rapporto sulla parità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche è stato pubblicato nel 2013 (Presidenza del Consiglio dei ministri 2012) e si basa su un'indagine condotta presso 104 amministrazioni pubbliche (tra cui 17 ministeri e dipartimenti delle amministrazioni, l'Avvocatura generale dello Stato, la Scuola superiore della pubblica amministrazione, il Consiglio di Stato, la Corte dei conti, centri di
291" " ricerca, enti di previdenza e università), coinvolgendo 400 999 persone, di cui le donne sono il 48,5%. Per quanto concerne le posizioni dirigenziali intermedie si registra un ampio divario di genere, seppur con differenze significative tra i diversi comparti della pubblica amministrazione. I dirigenti donne sono appena il 35% nelle università, il 41% negli enti di previdenza, il 42% negli enti di ricerca, il 31% nelle agenzie e il 43% nelle amministrazioni centrali, mentre sono il 34% negli altri enti pubblici. Tuttavia, se si considerano solo le posizioni di alta dirigenza, la percentuale di donne è sensibilmente inferiore. Per quanto concerne la Corte costituzionale, vi è solo una donna su 15 membri e non sono previste quote per garantire la parità di genere Nel febbraio 2013 è entrato in vigore un regolamento concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo nelle società controllate da pubbliche amministrazioni (decreto del Presidente della Repubblica 30 novembre 2012, n. 251), che attribuisce al primo ministro o al ministro per le Pari opportunità la responsabilità del monitoraggio e della vigilanza sull'applicazione della normativa. Il criterio relativo alle quote di genere si applica per tre mandati consecutivi: la quota riservata al genere meno rappresentato è pari ad almeno il 20% per il primo anno e al 33% per quelli successivi. In caso di inadempienza, i membri dell'organo sociale sono tenuti a
292" " dimettersi. Il monitoraggio sul rispetto della normativa è assicurato dal ministro per le Pari opportunità, assistito da un gruppo di lavoro. Nel settore privato, la situazione delle donne che occupano posizioni di alta dirigenza non è migliore rispetto al settore pubblico, anche se si registrano alcuni progressi. Nell'agosto 2011 è stata approvata la legge n. 120/2011, che riserva al genere meno rappresentato in seno al consiglio di amministrazione delle società quotate in borsa e delle società pubbliche una quota di genere pari almeno al 20%, che deve essere assicurata entro il 2012. La legge prevede inoltre che tale quota sia portata al 33% entro il 2015. La Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) costituisce l'autorità di controllo per l'applicazione della normativa e può intervenire in modo autonomo per sostituire i membri dei consigli in caso di inosservanza della quota di genere. La legge prevede inoltre sanzioni pecuniarie: da 100000 euro a 1000000 euro in caso di mancato rispetto della quota di genere nei consigli di amministrazione, e da 20000 euro a 200000 euro in caso di inosservanza della quota nei collegi sindacali. Nel novembre 2013 la Consob ha pubblicato il proprio rapporto sulla corporate governance delle società quotate italiane38 , da cui emerge che, nel giugno 2013, le donne rappresentavano il 17,1% dei membri dei consigli di amministrazione, mentre alla fine del
293" " 2011 erano solo il 7,4%. Si può pertanto concludere che la summenzionata legge ha prodotto effetti positivi. 5.11 Le donne e il mercato del lavoro La maternità è tutelata: l'Italia vanta uno dei congedi di maternità obbligatori più lunghi dell'Unione (22 settimane), e anche il congedo parentale è relativamente generoso. Tuttavia, in un contesto produttivo come quello italiano, dove il 95% delle aziende occupa meno di 10 impiegati, i datori di lavoro che temono lunghe assenze delle lavoratrici ricorrono talvolta alla pratica illegale che consiste nel far firmare alle giovani donne una lettera di dimissioni, senza data, da utilizzare per giustificarne il licenziamento in caso di gravidanza. Sarebbero 800 000 le madri (che lavorano attualmente o che hanno lavorato in passato) a cui è stato chiesto, nel corso della loro vita lavorativa, di accettare tale pratica (Polimeno 2002). Il caso delle dimissioni in bianco è emblematico della situazione delle donne sul mercato del lavoro italiano. La parità di genere è sancita come principio, tuttavia il divario di genere nel mercato del lavoro continua a essere considerevole. È vero che tale divario si è
294" " recentemente ridotto, ma si tratta di un "miglioramento" dovuto più al peggioramento delle condizioni di lavoro maschili, che a un progresso di quelle femminili. I settori caratterizzati da una presenza prevalentemente femminile (prestazione di cure e servizi sanitari, insegnamento e altri servizi) sono stati colpiti in misura minore dalla crisi e, allo stato attuale, le perdite di posti di lavoro non sono risultate così drammatiche per le donne come lo è stato per gli uomini. In alcuni ambiti, come l'assistenza alle persone anziane, si è addirittura registrato un aumento. Questa tendenza potrebbe aver incoraggiato le donne entrate sul mercato del lavoro a compensare la perdita di reddito del loro partner parzialmente o totalmente disoccupato: il numero delle coppie con figli in cui la donna è l'unica a provvedere al sostentamento della famiglia è infatti aumentato in maniera considerevole e costituisce adesso l'8,4% del totale; il tasso di inattività femminile è diminuito di 2 punti percentuali. Del resto, i tassi di occupazione femminile rimangono bassi, specialmente nel Mezzogiorno e, in generale, per le donne con un basso livello di istruzione. In termini di qualità, la crisi ha aggravato una situazione già alquanto critica per l'occupazione femminile, accentuando le debolezze strutturali: la carenza dei servizi per l'infanzia e, soprattutto, per gli anziani, a cui si aggiunge
295" " un'organizzazione rigida del lavoro, rende difficile conciliare la vita professionale e quella familiare. I tassi di disoccupazione femminile sono più elevati di quelli maschili; l'avanzamento di carriera è difficile e le donne sono sovrarappresentate nei posti di lavoro atipici e precari; la percentuale di donne con un lavoro part-time, che si attestava solitamente ben al di sotto della media UE, è adesso vicina alla media, con il 31%. Più della metà (54,4%) del lavoro part-time è involontario (media nell'UE a 27: 24,4%). In altri termini, i lavori a tempo pieno sono diminuiti, mentre quelli a tempo parziale hanno registrato un aumento (Carinci Mainardi 2011). La sovrarappresentazione delle giovani donne tra i lavoratori atipici, specialmente con disposizioni contrattuali che prevedono una protezione limitata o nulla, implica che molte giovani donne non possono fare affidamento su alcun reddito in caso di maternità. Per favorire l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro, l'Italia non ha mai elaborato una strategia efficace, basata sull'integrazione di diversi ambiti strategici (tra cui l'istruzione, la fiscalità ecc.), ma ha piuttosto affrontato il problema in maniera frammentaria. Negli ultimi anni, i responsabili politici hanno previsto principalmente due tipi di misure volte a migliorare l'occupazione femminile: la fornitura di servizi di assistenza all'infanzia e gli incentivi (di vario importo e durata) per i datori di lavoro che assumono donne.
296" " L'attenzione rivolta alla questione del divario retributivo di genere nell'ambito della definizione delle politiche è scarsa e limitata soltanto al livello locale o al settore pubblico. I politici italiani vantano spesso uno dei divari retributivi di genere più bassi dell'Unione europea (5,8%), una tendenza che può essere ascritta alla preponderanza di donne con un alto grado di istruzione tra la forza lavoro femminile. Inoltre, la maggior parte delle donne con livelli di istruzione elevati sono impiegate nel settore pubblico (istruzione, servizio sanitario nazionale), dove gli stipendi non sono stati soggetti allo stesso declino conosciuto nel settore privato, caratterizzato da una maggioranza di lavoratori uomini. Se si prendono in considerazione i livelli di istruzione, il divario retributivo di genere si amplia, pur restando tra i più bassi in Europa. Ciò è riconducibile alla presenza, nel paese, di un forte sistema di contrattazione collettiva, in cui il fattore "genere" non è preso in considerazione. Tale situazione favorevole potrebbe tuttavia deteriorarsi per due motivi: a) la contrattazione a livello nazionale verrà progressivamente indebolita, mentre la contrattazione decentrata sta acquisendo un'importanza sempre maggiore; b) la crisi ha peggiorato le condizioni di lavoro delle giovani donne istruite i cui stipendi, in passato, innalzavano la media, mentre la maggior parte dei nuovi posti di lavoro si situano nel settore dei servizi di assistenza, un settore
297" " scarsamente retribuito e con un'elevata presenza femminile, che ha resistito molto meglio alla crisi rispetto ad altri comparti dell'economia (Sabbadini 2015). Tale diminuzione delle opportunità occupazionali nel settore pubblico, dovuta ai tagli di bilancio, pone una seria minaccia agli investimenti nel capitale umano costituito dalle donne istruite. Il settore pubblico, che offre alle donne una maggiore flessibilità (formale o informale) nell'organizzazione del lavoro e stipendi relativamente buoni, sta agendo come una sorta di surrogato delle politiche di conciliazione della vita professionale e di quella familiare (Ghisleri Colombo 2014). Infine, va ricordata la riforma del sistema pensionistico (legge n. 214/2011). A partire dal 1° gennaio 2018, l'età pensionabile sarà portata a 66 anni per tutti, uomini e donne, sia nel settore pubblico che in quello privato. Dopo il 2018, è previsto un aumento graduale dell'età pensionabile (sulla base dell'aspettativa di vita) fino ai 70 anni. Invocata in nome della parità di genere e della sostenibilità finanziaria, la legge ha cancellato le condizioni originariamente più favorevoli per le donne, che rappresentavano una sorta di compensazione per il lavoro di cura e assistenza prestato nel corso della loro vita. Nonostante tutto, non sono state previste disposizioni per riequilibrare le enormi disparità che esistono in termini di reddito tra uomini e donne in pensione. La pensione media percepita da una
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