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Rimettere in moto e lavorare il tempo per prendersi cura dei territori contemporanei

Decandia, Lidia

Abstract

Il saggio intende problematizzare e argomentare l’idea che le sopravvivenze del passato presenti nei territori contemporanei non debbano essere trattate come immagini e simulacri di un tempo che non è più, ma piuttosto come dei sintomi, dei segnali, degli inciampi di tempo che possono aiutarci a comprendere e ad avere cura del nostro presente. Un presente che non è una terra desolata e priva di qualità, ma piuttosto un mare che contiene abissi, grovigli vortici in cui si mescolano diverse temporalità. In questo senso il passato, contenuto nel territorio, può essere inteso come una sorta di grande inconscio con cui fare i conti per avviare un lavoro di smontaggio, attraverso cui sciogliere quei grovigli che bloccano il nostro presente, ma anche come un lavoro di scavo che potrebbe aiutarci a portare alla luce perle inabissate, liberare energie sepolte, profezie di futuro dimenticate che potrebbero contribuire a ripensare il nostro presente. E' partendo da questo presupposto che si vuole introdurre il tema della cura. L’idea attorno a cui si intende lavorare è quella di esplorare questo concetto partendo dal presupposto che sia proprio attraverso questo lavoro complesso di erosione e di scavo in profondità che occorra ripartire per stabilire relazioni profonde e significanti con il territorio. Un territorio che non può più essere inteso come una superficie a cui sovrapporre qualsiasi contenuto, ma piuttosto semmai come un “campo di energie” che contiene placente d’ombra, latenze, memorie che entrano in collisione col presente.

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MEMORIA 713 RIMETTERE IN MOTO E LAVORARE IL TEMPO PER PRENDERSI CURA DEI TERRITORI CONTEMPORANEI Lidia Decandia 37 Abs ac Il saggio in ende p oblema izza e e a gomen a e l’idea che le sop a i enze del passa o p esen i nei e i o i con empo anei non debbano esse e a a e come immagini e simulac i di un empo che non è più, ma piu os o come dei sin omi, dei segnali, degli inciampi di empo che possono aiu a ci a comp ende e e ad a e e cu a del nos o p esen e. Un p esen e che non è una e a desola a e p i a di quali à, ma piu os o un ma e che con iene abissi, g o igli o ici in cui si mescolano di e se empo ali à. In ques o senso il passa o, con enu o nel e i o io, può esse e in eso come una so a di g ande inconscio con cui a e i con i pe a ia e un la o o di smon aggio, a a e so cui scioglie e quei g o igli che bloccano il nos o p esen e, ma anche come un la o o di sca o che po ebbe aiu a ci a po a e alla luce pe le inabissa e, libe a e ene gie sepol e, p o ezie di u u o dimen ica e che po ebbe o con ibui e a ipensa e il nos o p esen e. E' pa endo da ques o p esuppos o che si uole in odu e il ema della cu a. L’idea a o no a cui si in ende la o a e è quella di esplo a e ques o conce o pa endo dal p esuppos o che sia p op io a a e so ques o la o o complesso di e osione e di sca o in p o ondi à che occo a ipa i e pe s abili e elazioni p o onde e signi ican i con il e i o io. Un e i o io che non può più esse e in eso come una supe icie a cui so appo e qualsiasi con enu o, ma piu os o semmai come un “campo di ene gie” che con iene placen e d’omb a, la enze, memo ie che en ano in collisione col p esen e. Pa ole chia e: e i o io, empo, memo ia, cu a 3. Imp on e “Ogni o ma conse a una i a. Il ossile non è più semplicemen e un esse e che ha issu o, è un esse e che i e anco a addo men a o nella sua o ma” G. Bachela d T ame supe s i i di an ichi paesaggi, ecchi manu a i, b ani di ci à an iche, o ine, si disseminano nelle pieghe dei e i o i della pos me opoli con empo anea. Tes imonianze in ini amen e p eziose anche se ammen a e. Come dei lapsus, degli s acci lascia i a caso, o come dei ecchi liu i abbandona i che nessuno suona più, ques e imp on e di empo sbalzano nello spesso e del p esen e. Le e e supe s i i di an iche sc i u e in e o e, di icili da deci a e, 37 Dipa imen o di A chi e u a, Design, U banis ica, Uni e si à degli S udi di Sassa i. Sede gemma a di Alghe o, Palazzo del Pous sali , Piazza Duomo 4 07041 Alghe o. Email: [email protected] MEMORIA 714 si incuneano nelle pagine dei nos i ambien i di i a, endendo in ica a la complessa le u a dei mu amen i con empo anei. Come “s elle”, p o enien i da mondi lon ani, ques i segni mu i lanciano messaggi, ci me ono in con a o con una eal à mol o più ampia da quella con cui siamo abi ua i a a e i con i e ci cos ingono a en a e in appo o con quella empo ali à complessa, qua a dimensione dello spazio, da cui p ende o ma il nos o p esen e. Come o me sulla sabbia, ci indicano, in a i, che qualcuno che non c’è più, es imone di una socie à scompa sa (Ricoeu , 1994), è passa o di là. E u a ia ques e sop a i enze, pu imandando ad un empo lon ano, sono qui dinanzi a noi. La lo o p esenza diso ien a il empo, lo ap e. Lo ende più complesso. Lo anac onizza. Ques i ogge i, ques e “ o ine” che, che come di ebbe la Zamb ano, anno eme ge e in supe icie “un empo che è s a o in o e che poi ha in o il passa e del empo” (Zamb ano, 2008, p. 230), ci pongono di on e ad una empo ali à in cui alde di passa o e pun e di p esen e, così come Be gson e Deleuze, hanno magis almen e osse a o, non si dispongono in una semplice successione linea e, ma coesis ono (Deleuze, 200;1 Be gson 2002 e 2004). 4. Gioca e sui due a oli del empo Ques i segni e ques i ogge i, po emmo di e, pa a asando Didi-Hube man, in a i “giocano con empo aneamen e sui due a oli del empo: sulla lunga du a a e sull’is an e p esen e” (Didi- Hube man, 2009, p. 20). Da un la o ci anno en a e in elazione con il passa o: il empo in cui sono s a i cos ui i; ci pa lano di qualcosa che è successo in un empo mol o lon ano. Dall’al a essi non solo sono nel p esen e, ma po ano con sé le acce di un empo con inuamen e ope an e. Noi non abbiamo, in a i, dinanzi a noi quegli ogge i, così come sono s a i cos ui i allo a, ma abbiamo quegli ogge i che sono giun i nel p esen e, a a e so le con inue as o mazioni p odo e nel asco e e del empo. Essi ma e ializzano “un di eni e che du a”, un cambiamen o che cos i uisce la sos anza s essa di quegli ogge i. Il lo o esse e non si con onde solo con l’esse e p esen e, ma si alla ga a con ene e un passa o che coesis e con esso. In un ce o senso po emmo di e – ip endendo P ous – che ques i segni, nella lo o appa en e agili à, in quan o cos i uiscono delle imp on e di empo, “occupano un pos o ben al imen i conside e ole, accan o a quello così angus o, ise a o lo o nello spazio, un pos o al con a io occupa o a dismisu a – poiché essi occano simul aneamen e e à così lon ane l’una dall’al a, a le quali an i gio ni sono enu i a in e po si – nel empo (P ous , 1978, p. 391). Come gia e sigilla e, ognuno di ques i segni po a dunque con sé qualcosa che a ol e la sua s essa ma e iali à a ile e isi a: un cono di i uale di memo ie da cui è eme so e in cui si dis ende. Cono di memo ie in cui con i ono oci, s o ie, a e i, pe cezioni, colo i, p o umi, ico di, la enze, imozioni, signi ica i, sogni, p oge i da cui ognuno di ques i segni ha p eso o ma e insieme aspe a i e incompiu e, p oge i non ealizza i, possibili à a cui la o ma s essa di ques i ogge i non è iusci a a da e esp essione, ma che maga i in quel empo e ano nell’a ia e che oggi giacciono esi an i, a endendo di esse e gua da i pe eni e nuo amen e alla luce. Ognuno di ques i segni, nel momen o s esso in cui ha p eso i a, ha app esen a o, in a i, solo una delle an e possibili à che po e ano esse e esp esse. Come ci a osse a e Deleuze ogni soluzione o a a in un da o momen o della s o ia “ app esen a, in a i, un successo ela i o, con on a a al mo imen o che l’in en a, app esen a anco a uno scacco ela i o: la i a come mo imen o si aliena nella o ma ma e iale che susci a; a ualizzandosi e di e enziandosi pe de il con a o con il es o di se s essa” (Deleuze, 1966, p. 94). MEMORIA 715 Nel suo con inuo asmu a e ognuna di ques e sop a i enze è s a a inol e iusa a, colo a a di di e si in es imen i di senso, icope a di c is alli di pensie o e di a e o, che l’hanno con inuamen e as o ma a acendola di en a e un pon e a le gene azioni. Di u o ques o ogni sop a i enza po a il segno, conse a, nelle p o ondi à, memo ia. Po emmo allo a di e, cambiando egis o di linguaggio, che i segni che giungono dal passa o cos i uiscono “sol an o i pun i no e oli, le igu e eme gen i che si s agliano in un ma e p o ondo di memo ie da cui sono eme si, in quel “ i uale – di ebbe Deleuze – che è la dimensione inde ini a e senza on ie e di ciò che po e a e può ealizza si. Non un doppio ondo della eal à, bensì la sua supe icie e e i a e pe ciò po enziale, quella che egli, chiama nel suo lessico ‘campo di immanenza’ e al quale ogni a o, ogni a uale si i aglia come un pun o o la pun a del qui e o a ispe o al ‘non anco a’: pun a i iso ia se iene scissa, come no malmen e accade, da quel cono che a sì che ogni e en o si dis enda in un o izzon e di i uali à, o e o come dice Be gson abbas anza so p enden emen e – nella sua memo ia” (Ro a i, 2001, p. XIV). E’ p op io ques a dimensione “ eale ma non a uale” – come di ebbe P ous , “che isiede non nell’appa enza dell’ogge o, ma a una p o ondi à in cui ale appa enza con a ben poco” (P ous , 1978, p. 213) a complessi ica e la le u a del nos o e i o io con empo aneo. P op io pe ché in esso sono p esen i ques e sop a i enze che po ano con sé un passa o che non passa e che il e i o io ascina con sé ia ia che si e ol e, come una so a di “placen a d’omb a”, esso non può esse e immagina o come una semplice es ensione con inua in cui ciò che esis e è solo ciò che si ede, così come la app esen azione classica ci a e a abi ua o; ma de e piu os o esse e concepi o, come una so a di spazio- empo a più dimensioni, in cui il passa o “coesis e i ualmen e con il p esen e” (Deleuze 1966, p. 42). Una so a di ma e inc espa o, in con inuo mu amen o, in cui nell’o izzon e con empo aneo empo ali à discon inue, a e di an i ili disgiun i e s ilaccia i,si in ecciano pe da o ma alla supe icie del p esen e. E u a ia come nella supe icie del ma e, anche nel e i o io, l’o izzon e del p esen e non appa e blocca o e solidi ica o nella dimensione di una pia a con empo anei à senza spesso e, ma anima o da memo ie, o ze ed ene gie che non si edono, ma che la o ano con inuamen e pe p odu e cambiamen o. 5. Complessi ica e la le u a del p esen e: i appo i non linea i a le di e se empo ali à In ques o ma e il appo o a le di e se empo ali à è u ’al o che linea e. Appa e in ece de e mina o dal con inuo mescola si di onde, isacche, o ici, co en i, che al ol a a i ano da lon ano o giungono dal ondo. In ques o senso dobbiamo immagina e il empo che da o ma al e i o io non come ad una successione p og essi a di s a i so appos i da s o ola e secondo un unico accon o. Ma come una s o ia a a piu os o di con inui imescolamen i, mon aggi e smon aggi, a u e, sop a i enze e anac onismi, cesu e, eg essioni, i o ni spesso ina esi. Una s o ia in cui “il empo – come sugge isce anco a Didi-Hube man “più che sco e e la o a” (Didi-Hube man, 2002, p. 294) a a e so un mo imen o con inuo, che de e mina sci olamen i, cadu e e inasci e, seppellimen i e iso genze, decomposizioni e icomposizioni, ensioni e la enze, colpi e con accolpi. Come l’acqua o men a a di un iume, ques o empo “non sco e in manie a linea e e con inua da mon e a alle, ma si muo e secondo modali à più acciden a e acendo i con i, so o la supe icie aspa en e nel suo le o più p o ondo con le occe c olla e dalla mon agna, i cio oli an uma i, i sedimen i, le imp on e geologiche, le sabbie mosse da un i mo comple amen e di e so da quello che ope a sop a” (id. p. 295). E in cui spesso sono MEMORIA 716 p op io gli os acoli in isibili alla supe icie a c ea e d’imp o iso degli anac onismi, dei o ici alla supe icie del p esen e . In ques o senso il e i o io appa e dunque come l’esi o dinamico di un ina es abile p ocesso di o mazione. Un p ocesso in cui può accade e che il c ollo mul iplo di blocchi di p esen e possa a e ia io a e mol eplici li elli di passa o. Oppu e che, al con a io, l’a e ma si di nuo e o me di app op iazione o l’edi icazione di nuo e pa i possa imuo e e me e e in la enza an ichi spazi e ecchie modali à d’uso che maga i successi amen e possono al ol a anche esse e nuo amen e iscope e. P op io pe ques o possiamo immagina e il empo del e i o io, più come un empo psichico che un empo s o ico. Una so a di inconscio in cui il passa o non solo non iene es in o da quel che iene dopo; ma con inua a sussis e e condizionando po en emen e non solo il p esen e ma anche il u u o. Non è un caso che F eud, pe a ci comp ende e il p ocesso di s a i icazione della psiche umana, abbia u ilizza o p op io l’immagine di una ci à: Roma (F eud, 1930, p. 205-206). E’ p op io a a e so ques a immagine che egli è iusci o a me e e in e idenza come quelle sop a i enze possano di en a e essenziali non an o ipo a e alla luce epoche già consun e, ma piu os o pe smon a e, la o a e, ime e e in mo imen o il passa o e po e si iapp op ia e di una p op ia sogge i i à da i e e nel p esen e. Come acce mnes iche, ques e sop a i enze possono aiu a ci, in a i, ad in e oga e lo spesso e conside e ole e complesso della con empo anei à. E impa a e così a misu a la con il me o della ilologia occul a, delle sue adizioni nascos e, dei suoi impensa i e delle sue sop a i enze. Come dei gheise che isalgono in supe icie da epoche lon ane, ques e sop a i enze sono in a i in eal à sin omi, segnali, acce che i elano qualcosa di noi. E, in quan o ali, possono aiu a ci a comp ende e quel paesaggio che ci appa iene, di cui dobbiamo eimpa a e a p ende ci cu a, non semplicemen e sal ando alcuni ogge i, ma iconside ando quello spesso e empo ale che lo ha a o esse e quello che è. Il a o che ques i segni si siano conse a i e che alcune al e acce siano s a e cancella e, che an iche modali à d’uso siano scompa se o maga i imas e la en i dice qualcosa, in a i, del nos o p esen e con ibuendo a da o ma e consis enza alla ama dei nos i e i o i con empo anei. Come osse a Agamben commen ando il pensie o di F eud “nel p esen e con i e non solo ciò che si ede del passa o ciò che si ico da, ma anche le imozioni che en ano a a pa e di una la enza …non solo il ico do, ma anche l’oblio è con empo aneo della pe cezione e del p esen e” (Agamben, 2008, p. 101)…ogni p esen e con iene una pa e di non issu o “ciò signi ica che non è solo e non an o il issu o, ma anche è innanzi u o il non issu o a da o ma e consis enza alla ama della pe sonali à psichica e della adizione s o ica, ad assicu a lo o con inui à e consis enza. E lo a nella o ma dei an asmi, dei deside i e delle pulsioni ossessi e che incessan emen e u gono nella coscienza (indi iduale o colle i a)” (Agamben, 2008, p. 102). 6. Me e e in mo o e la o a e il empo: cos ui e disposi i i di conoscenza memo iale gene a i a E’ p op io dunque in e ogando ques e acce, segnali minu i e agili capaci di gioca e su ques i due a oli del empo, che può di en a e possibile, a ia e un p o ondo la o o di sca o. Un e o e p op io la o o di eg essione a cheologica che solo ci può consen i e non di conse a e, ma di ime e e in mo imen o, il passa o che il e i o io po a con sé. MEMORIA 717 Me e lo in mo o in p imo luogo pe a gli pe de e il suo ango o igina io e as o ma lo in manie a c ea i a, sciogliendo quei g o igli che bloccano il p esen e, in on e di cambiamen o e di as o mazione 38 . Ma anche pe aiu a ci a i o a e e libe a e p esenze nascos e che a e amo dimen ica o, iap i e so gen i che a e amo seppelli o, es a e co alli, pe le p eziose e a e, ammen i dal mucchio di o ine, che po ebbe o aiu a ci a nu i e, disse a e, ipensa e il nos o p esen e (Ha end , 1995, p. 99) 39. Solo a a e so ques o complesso la o o di imme sione in p o ondi à po emmo ia i a e da e o elazioni p o onde e signi ican i con il e i o io. Un e i o io che non può esse e in a i in eso come una supe icie a cui so appo e qualsiasi con enu o, ma piu os o come un “campo di ene gie” che con iene la enze, memo ie che en ano in collisione col p esen e. Pe ché ques o possa a eni e occo e u a ia o a e s umen i nuo i a a e so cui a i i e e igogliosamen e quei monumen i acca occia i e imbalsama i chiusi su sé s essi, che oggi non sappiamo più in e oga e. Anda e ol e le immagini e as o ma e “ques i segni mu i” in e i e p op i “segni pa lan i” da deci a e, es i uendogli quei signi ica i che sono s a i e osi, dall’usu a dell’abi udine, dall’allen amen o della memo ia s o ica e dalla p a ica delle gene alizzazioni scien i iche. Supe a e dunque il pun o di is a isi o pe icomincia e a me e e in elazione il mondo degli ogge i e delle cose con le dimensioni imma e iali, le immagini, le oci e i suoni da cui sono s a i p odo i. Anziché a a e le acce che ci giungono dal passa o come semplici ogge i da musei ica e, dobbiamo a le di en a e delle scin ille capaci di “accende e la miccia esplosi a ipos a nel già s a o” (Benjamin, 1977, p. 14) e cos ui e “cos ellazioni icche di u u o” in cui il “già s a o possa incon a si con l’adesso” (ibidem). A ques o p oposi o gli s umen i di conoscenza e di comunicazione che hanno ido o “la s o ia a me a ogge i i à pie i ica a, ad accumulo di da i e ogge i non media i dalla conoscenza e non illumina i dalla deci azione e dalla con es ualizzazione del lo o senso” (Bodei, 2009, p. 55), ci appaiono insu icien i. Così come quella logica classi ica o ia che, nel disincan a e il e i o io, ha ido o ques i segni a ogge i ine i, as o mando i monumen i in documen i. Ques e o me di conoscenza non iescono in a i a a ci en a e in con a o con “il do so”, del e i o io, con quello spesso e insondabile che si in a ede al di là delle supe ici. E neppu e ci o ono s umen i pe aiu a ci a smon a e e a la o a e ques a empo ali à complessa; quella “mescolanza compos a” che cos i uisce il empo del nos o p esen e. 38 Come osse a Agamben in a i “la eg essione a cheologica….non se e, a ip is ina e uno s a o p eceden e ma a decompo lo, a spos a lo, e, in ul ima analisi, ad aggi a lo, pe isali e non ai suoi con enu i, ma alle modali à, alle ci cos anze e ai momen i della scissione che, imuo endoli, li ha cos i ui i come o igine. Essa è, in ques o senso, l’esa o con a io dell’e e no i o no: non uole ipe e e il passa o pe consen i e a ciò che è s a o, as o mando il <<così u>> in <<un così ho olu o che osse>>. Vuole al con a io lascia lo anda e, libe a sene, pe accede e, al di là o al di qua di esso, a ciò che non è mai s a o, a ciò che non ha mai olu o. Solo a ques o pun o il passa o non issu o si i ela pe ciò che e a: con empo aneo al p esen e, e di en a in ques o modo pe la p ima ol a accessibile, si p esen a come << on e>>. Pe ques o la con empo anei à, la comp esenza al p op io p esen e, in quan o implica l’espe ienza di un non issu o e il ico do di un oblio, è a a e di icile; pe ques o l’a cheologia che isale al di là del ico do e dell’oblio, è la sola ia d’accesso al p esen e” (Agamben, 2008, p. 103). 39 "come il pesca o e di pe le che a i a sul ondo del ma e” po emmo immagina e di aggiunge e il passa o, “non pe ipo a lo alla luce, ma pe ca pi e agli abissi le cose p eziose e a e, pe le e co alli e pe ipo a ne ammen i alla supe icie" (Ha end , 1995, p. 99). Ha end , 1995, p. 99).Con "la con inzione – come dice anco a la iloso a – che il mondo i en e ceda alla o ina dei empi, ma che il p ocesso di decomposizione sia insieme anche un p ocesso di c is allizzazione; che nella «p o ezione del ma e» - nello s esso elemen o non s o ico cui de e cede e u o quan o si è compiu o nella s o ia - nascono nuo e o me e o mazioni c is alline che, ese in ulne abili con o gli elemen i, sussis ono e aspe ano solo il pesca o e di pe le che le ipo i alla luce: come « ammen i di pensie o», come ammen i o anche come e e ni « enomeni o igina i»" (Ha end , 1995, p. 99). Piccole "minia u e di e e ni à", capaci di concen a e il empo pieno che unisce e sepa a il passa o dall'a eni e (He sh, 2009, p. 13). MEMORIA 718 Dobbiamo pe an o esplo a e, u ilizzando i linguaggi con empo anei, nuo e modali à e nuo e o me di na azione, a a e so cui po e cos ui e espe ienze colle i e di ammemo azione e di conoscenza. P ocessi ed espe ienze coin olgen i in g ado di is eglia e memo ie assopi e, di susci a e iso se di deside io e di spe anza, ma anche di ca alizza e e di onde e ene gie p oge uali e c ea i e. Pe ques o non possiamo limi a ci a cos ui e luoghi di imbalsamazione e di conse azione, ma dobbiamo p o a e a ealizza e ambien i in cui, u ilizzando i linguaggi dell’a e e della poesia, c ea e o me di conoscenza c ea i e e i ali, p odu e memo ie ge mina i e, Si uazioni che sappiano a ci: s iluppa e “l'a i udine alla con emplazione non di ciò che c'è ma di ciò che manca” (Balzola, Rosa, 2011, p. 71), cos ui e pon i a isibile ed in isibile. Ma anche a ci p o a e una nos algia ape a in cui come dice Bodei “le cose non sono so opos e al deside io inappagabile di i o no a un i ecupe abile passa o, non ade iscono al sogno di modi ica e l’i e e sibili à del empo, di o escia e e pe pe ua e la sequenza di quegli e en i che si p esen ano una sola ol a pe u a l’e e ni à, ma sono di en a e i eicoli di un iaggio di scope a di un passa o ca ico anche di possibile u u o” (Bodei, 2009, p. 55). Ques o è oggi il la o o che ci a ende 40 . Bibliog a ia AGAMBEN, Gio gio. Signa u a Re um. Sul me odo, To ino. Bolla i Bo inghie i, 2008. BACHELARD, Gas on. La Poé ique de l’espace. Pa is. PUF, 1955; ad. i .: La poe ica dello spazio. Ba i. Dedalo, 1993. BALZOLA, And ea, ROSA Paolo. L'a e uo i di sé. Un mani es o pe l'e à pos - ecnologica. Milano. Fel inelli, 2011. BENJAMIN, Wal e . Sc i en. Suhu kamp Ve lag, 1955; ad. i : Angelus No us, Saggi e ammen i, Einaudi, To ino, 1955. BENJAMIN, Wal e . Sul conce o di s o ia. A cu a di G. Bonola e M. 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