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Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nacionalista e di clase nella DDR

Ramos Díez-Astrain, Xavier María

Abstract

Las cuatro décadas de división alemana, hasta que se produjo la Reunificación en 1990, estuvieron marcadas por la confrontación entre dos estados alemanes con sistemas sociales, políticos y económicos diferentes. La República Democrática Alemana, para justificar su posición internacional y legitimarse exteriormente, desarrolló un discurso de nación que no sin algunos problemas consiguió encajar con el discurso de clase internacionalista del marxismo-leninismo. El discurso evolucionó, pasando de la enarbolación de las tradiciones progresistas alemanas y el antifascismo a la reivindicación de una auténtica nación socialista. Este proyecto nunca contó con bases sólidas y pereció con la Reunificación.

Full text

ISSN: 2282-5681 _____________________________________________________________________________ Xavier María Ramos Diez-Astrain VERSO LA NAZIONE SOCIALISTA TEDESCA. I DISCORSI NAZIONALISTA E DI CLASSE NELLA DDR∗ Introduzione Le circostanze eccezionali in cui nel 1949 sorse la Repubblica Democratica Tedesca (RDT o DDR) portarono alla definizione di un particolare discorso nazionale, i cui elementi principali saranno analizzati nel presente articolo. Al contrario di altri stati socialisti nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, la DDR non si fondò sul territorio di uno Stato già esistente, ma su un frammento ridotto della Germania preesistente, mentre la maggior parte del territorio tedesco rimase nell’orbita capitalista occidentale come Repubblica Federale Tedesca (RFT). Questa divisione dello Stato originario segnò fortemente il corso dei due Stati tedeschi che, all’inizio, si arrogarono entrambi il diritto di rappresentare la totalità dell’antico Reich e in conseguenza svilupparono una politica di unità nazionale collegata al sistema sociale e politico vigente in ciascuno di essi. In questa linea, rispetto alle rispettive popolazioni e come forma di legittimazione delle loro politiche internazionali, svilupparono un discorso nazionale, che, nel caso della DDR, intendiamo analizzare. Questo studio ci pone di fronte a un problema di natura teorica. La DDR era uno Stato socialista, modellato seguendo la filosofia marxista-leninista, teoricamente in opposizione a qualsiasi forma di nazionalismo. Il marxismo-leninismo, come filosofia internazionalista, criticava il nazionalismo considerandolo una costruzione ideologica della borghesia e individuava i passaggi necessari per la costruzione internazionale della società comunista, senza barriere statali o nazionali. Questa visione internazionalista comportava importanti contraddizioni per la necessità che aveva la DDR di definire un discorso nazionale come elemento di legittimazione nel contesto della divisione tedesca. Lo studio delle modalità attraverso cui le autorità tedescoorientali cercarono di risolvere questa contraddizione, elaborando una teoria sulla separazione della nazione tedesca socialista (DDR) dalla nazione tedesca capitalista (RFT) è un altro dei nostri obiettivi. È necessario chiarire che non ci fu una traiettoria lineare né rispetto alla politica nei confronti dell’altra Germania, né rispetto al discorso nazionale interno, essendoci state delle ∗ Titolo originale: «Hacia la nación socialista alemana. Discursos nacionalista y de clase en la RDA». Traduzione dal castigliano di Adriano Cirulli, revisione di Paolo Perri. Data di ricezione dell’articolo: 23-I-2017 / Data di accettazione dell’articolo: 27-IV-2017. Nazioni e Regioni. Studi e ricerche sulla comunità immaginata. 9/2017: 35-53 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ evoluzioni in entrambi gli ambiti, con un punto di svolta all’inizio degli anni Settanta. Affronteremo, quindi, questa evoluzione, le sue cause e le sue conseguenze. Il dualismo statale: problemi di legittimità e politica di unità La DDR nacque ufficialmente come stato il 7 ottobre 1949, con la proclamazione della sua prima Costituzione. L’articolo 1 di questa affermava che: «La Germania è una repubblica indivisibile; si costruisce sugli stati tedeschi»1. Come il suo corrispettivo occidentale, questa Costituzione era stata disegnata per un unico Stato tedesco, considerato pertanto in continuità con l’antico Reich da un punto di vista legale. Questa situazione comportava un problema giuridico a livello internazionale: quale delle due repubbliche tedesche bisognava considerare l’erede dell’antica Germania? Come ha segnalato C. Zorgbibe (1997: pp. 104-107), fu solo nel 1953-55 che nella DDR si accettò come un fatto incontrovertibile l’esistenza di due diversi Stati tedeschi. Inizialmente le autorità considerarono la DDR come l’unico Stato giuridicamente erede dell’antico Reich, per poi, verso il 1951, iniziare a svincolarsi da questo legame per cercare di evitare di assumere alcune delle obbligazioni contratte dallo Stato tedesco a livello internazionale prima del 1945. La RFT, dal suo canto, non riconobbe la DDR come Stato fino alla Ostpolitik degli anni Settanta. Il problema della legittimità influenzò la politica di unità dei due Stati per due decen- ni. La RFT, in conformità alla cosiddetta Dottrina Hallsterin, negava ogni legittimità alla DDR, che considerava una zona sotto occupazione permanente da parte dei sovietici. La DDR, che riconosceva la RFT come Stato, ne rifiutava però la pretesa di ergersi a rappresentante di tutti i tedeschi (Fraude A., 2006: p. 27). La politica della DDR verso la RFT, pertanto, era orientata allo sviluppo di un negoziato tra Stati, sotto la protezione delle quattro potenze di Potsdam, con diverse proposte, come la celebrazione di libere elezioni in tut- to il territorio tedesco, la creazione di una confederazione, ecc. Tutte proposte che non trovarono riscontro nella RFT. Anche se la DDR mantenne durante i suoi primi venti anni di vita la retorica dell’unità, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta la sua politica estera si orientò verso l’ottenimento del riconoscimento internazionale (Fraude A., 2006: p. 13). Questa evoluzione, in cui la costruzione del Muro di Berlino rappresentò un chiaro punto di svolta (Abellán J., 1997: p. 215), ebbe come esito l’abbandono della politica di unità negli anni Settanta, durante l’era Honecker, in relazione allo sviluppo della nuova teoria delle due nazioni. Ma cosa avvenne prima? La rielaborazione della politica estera o il cambiamento del discorso interno? Crediamo che, di fatto, ci sia stata una relazione dialettica tra i due processi. È indubbio che, durante i primi anni, le autorità della DDR seguissero con forza l’obiettivo dell’unificazione con la RFT; una RFT sprezzante nei confronti dell’Est e che non riconosceva la DDR, di cui esigeva la capitolazione totale. La DDR fece numerose 1 «Verfassung der Deutschen Demokratischen Republik vom 7. Oktober 1949», <http://www.verfassungen.de/de/ddr/ddr49.htm>. 36 | Nazioni e Regioni 9/2017 Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nazionalista e di classe nella DDR _____________________________________________________________________________ proposte che implicavano un certo rischio per il suo sistema politico, economico e sociale. Ciò era logico, dato che la creazione della DDR, all’inizio non prevista né dai sovietici né dai comunisti tedesco-orientali, fu una reazione difensiva alla fondazione della RFT alcuni mesi prima, con criteri non pattuiti con i sovietici da parte delle altre potenze alleate, e senza tenere in considerazione nemmeno i Congressi Popolari della Zona di Occupazione Sovietica (ZOS). D’altro canto, specialmente dal 1952, quando il Partito Socialista Unificato di Germania (SED) puntò alla costruzione del socialismo, le autorità tedesco-orientali e sovietiche non erano disposte a rinunciare con facilità a quello che stavano costruendo. Da ciò si comprende più chiaramente come la repentina trasformazione del discorso interno trovasse motivazione sia nel rifiuto occidentale a una riunificazione in termini di parità (vale a dire, il rifiuto a riconoscere l’esistenza della DDR), sia per la necessità, in tale contesto, di legittimare l’evoluzione interna dello Stato orientale. Quando negli anni Settanta la RFT riconobbe finalmente la DDR, il processo era ormai già ad uno stadio avanzato e risultava praticamente non concretizzabile una riunificazione di qualsiasi tipo. Verso una nuova coscienza nazionale Al termine della Seconda Guerra Mondiale, una delle prime attività che iniziarono a svolgere i comunisti fu quella di definire il proprio modello di nazione, dopo le conseguenze catastrofiche che aveva avuto il vecchio nazionalismo e la necessità di individuare una direzione per la ricostruzione. Era un compito difficile, dati gli eccessi nazionalisti del passato e la reticenza dei comunisti verso l’idea di nazione; ad ogni modo, Stalin (e, di conseguenza, i comunisti tedeschi) credeva che per i tedeschi fosse più importante la nazione del sistema politico che la governa, e pertanto i comunisti dovevano fare una scelta nazionale antifascista e proletaria (Orlow D., 2006: pp. 537-538). Tale obiettivo comportava una serie di difficoltà pratiche, al di là delle reticenze di natura ideologica. In primo luogo, l’eredità del vecchio nazionalismo, ampiamente diffuso e dal carattere fortemente anticomunista. In secondo luogo, la divisione della Germania, che indeboliva la sincerità di ogni discorso nazionalista se non si anteponeva il suo superamen- to a qualsiasi altro obiettivo. E, in terzo luogo, la presenza sovietica, che stava sviluppando la ZOS lungo le stesse linee seguite negli altri paesi dell’Europa Orientale liberati dai nazisti. Il superamento del vecchio nazionalismo venne affrontato attraverso la doppia via della de-nazificazione e dell’integrazione. Nella ZOS le autorità sovietiche, con la collaborazione dei comunisti e del resto dei partiti antifascisti2, svilupparono un duro processo di de-nazificazione, molto più profondo rispetto a quello realizzato nelle altre zone di occupazione. Questo processo si chiuse ufficialmente il 28 febbraio del 1948, con l’appello dell’URSS agli ex nazisti che avevano pagato per le loro azioni affinché contribuissero allo sviluppo del paese (Wunnicke C., 2014: p. 112). 2 I partiti antifascisti vennero legalizzati mediante decreto dell’Amministrazione Militare Sovietica il 10 giugno 1945. Si veda «Befehl Nr. 2 des Obersten Chefs der Sowjetischen Militärischen Administration», <http://www.documentarchiv.de/ddr/smad_bef02.html>. Nazioni e Regioni 9/2017 | 37 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ L’azione repressiva nel processo di de-nazificazione si era concentrata sui dirigenti nazisti e su tutte quelle persone che avevano assunto un grado di responsabilità. Ma i sovietici erano consapevoli del fatto che molte altre persone avevano militato tra i nazisti o avevano prestato servizio nell’esercito per convenienza o obbligo, e non per convinzione. Da ciò trae origine l’appello a partecipare alla ricostruzione tedesca. Per integrare questi ex nazisti e militari, canalizzando le vecchie aspirazioni nazionaliste verso la costruzione di una Germania democratica (secondo il discorso di allora), nel 1948 nella ZOS fu creato il Parti- to Nazionale Democratico di Germania (NDPD). Non si può parlare di un partito realmente indipendente. Fu chiaramente una manovra messa in essere dall’alto per neutralizzare il vecchio nazionalismo. La sua origine si trova nella pubblicazione il 22 marzo del 1948 del giornale National Zeitung, con autorizzazione e finanziamento sovietico, in cui si convocavano i lettori ad una riunione per creare un partito nazionale democratico. Successive riunioni, a cui parteciparono ex nazisti, ex generali, ex prigionieri di guerra e numerosi membri del precedente Comitato Nazionale per la Germania Libera (NKFD, sotto controllo comunista), portarono alla fondazione del parti- to, con la presidenza di Lothar Bolz, proveniente dalle fila dell’NKFD (Wunnicke C., 2014: pp. 112-114). L’evoluzione di questo partito politico, esaminata alla luce dei successivi congressi, mostra come fu uno strumento efficace nel neutralizzare il vecchio nazionalismo e integrarne i membri nella costruzione socialista della DDR. Si nota un forte contrasto tra le posizioni sostenute dall’NDPD nel suo primo congresso, rispetto a quelle dei congressi successivi, a Seconda Guerra Mondiale ormai lontana e con la DDR in pieno processo di costruzione socialista. Nel I congresso, celebrato a Potsdam il 2 e 3 settembre 1948, l’NDPD stabilì come suo obiettivo l’integrazione dei de-nazificati e delle classi medie (Wunnicke C., 2014: p. 115). I riferimenti alle classi medie – o alla piccola borghesia e agli artigiani – saranno mantenuti durante i quattro decenni successivi di esistenza dello Stato, considerandoli la base sociale del partito. L’integrazione degli ex nazisti e la democratizzazione del messaggio nazionalista furono il punto focale delle attività del partito nei primi anni di esistenza. Nel secondo congresso, celebrato dal 15 al 17 giugno del 1950 a Lipsia, l’NDPD approvò all’unanimità una lettera indirizzata agli ex nazisti e ai militari dell’occidente. In questa lettera, l’NDPD lamentava il fatto che «la Germania è diventata oggetto di discussioni e calcoli di generali e banchieri stranieri» tendendo la mano a tutti quelli che volevano difendere la Germania ed evitare una nuova guerra3. La difesa dell’indipendenza tedesca e della pace furono per diversi anni al centro delle attività dell’NDPD, anche se è necessario evidenziare una sfumatura, che si collega alla terza delle difficoltà precedentemente indicate rispetto alla definizione di un messaggio nazionalista: l’NDPD appoggiava pienamente la politica sovietica e non metteva in discussione l’intervento dell’URSS nella DDR. La sua domanda di indipendenza si dirigeva contro l’imperialismo statunitense, come espresso nel programma di 21 punti approvato nel terzo congresso4. Quando venne creato, l’NDPD si integrò rapidamente nel Blocco Democratico for- 3 Cfr. «Wir reichen euch die Hand», Neue Zeit, 18-VI-1950. 4 Cfr. «III. Parteitag der NDPD beendet», Neues Deutschland, 19-VI-1951. 38 | Nazioni e Regioni 9/2017 Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nazionalista e di classe nella DDR _____________________________________________________________________________ mato dai partiti della ZOS, e da subito emerse la sua linea di fedeltà al SED. Con la creazione della DDR, l’NDPD entrò nel governo, dove promosse politiche a favore del riconoscimento di ex nazisti e di ex militari della Wehrmacht, e Bolz assunse il ruolo di Ministro degli Esteri dal 1953. Dal governo, l’NDPD appoggio gli accordi del SED del 1952 per iniziare la costruzione del socialismo e, inoltre, manifestò il suo accordo alla versione del SED circa la rivolta di Berlino del 1953 (Wunnicke C., 2014: pp. 117-119). Questo allineamento discorsivo venne confermato nel quinto congresso dell’NDPD, celebrato a Lipsia dal 16 al 18 ottobre del 1952. In quella sede Bolz espresse pubblicamente il riconoscimento del partito della lotta della classe operaia tedesca e del SED, così come della politica sovietica per la pace e l’indipendenza nazionale5. Nei congressi successivi venne progressivamente abbandonato il discorso nazionalista, e parallelamente venne fatto proprio quello del SED, con la difesa della piccola borghesia e dell’artigianato come specificità più rilevanti. Così, nel VII congresso (Lipsia, 2-24 maggio 1958) venne accettato il marxismo-leninismo6, nell’ottavo (Erfurt, 25-27 maggio 1963) venne approvato un programma socialista7 e nel nono (Magdeburgo, 21-23 settembre 1967) vennero assunti come propri i punti approvati nel VII congresso del SED8, una dinamica che si ripeterà negli anni successivi. Questa integrazione del vecchio nazionalismo nel socialismo, annullando i suoi aspetti più conservatori, non sarebbe stata possibile senza la generazione di un proprio discorso nazionale dentro il SED. Un discorso adattato alle possibilità che forniva il contesto di divisione della Germania in due Stati caratterizzati da sistemi opposti, e la non dissimulata influenza sovietica sulle questioni interne alla DDR. Questo discorso si basava fondamentalmente su due pilastri ideologici – l’antifascismo e la rivendicazione delle tradizioni progressiste del popolo tedesco –, cui bisognava aggiungere la denuncia della divisione della Germania come atto dell’imperialismo e il vincolo con l’URSS e il campo socialista (elementi permanentemente presenti). Pur rompendo con il nazionalismo tedesco reazionario, che aveva trovato la sua massima espressione nel nazionalsocialismo, il discorso del SED si collegava al primo nazionalismo tedesco. Come ha segnalato J. Abellán (1997: p. 15) «durante il processo di formazione dello stato nazionale, il nazionalismo tedesco – intendendo il nazionalismo come ideologia di integrazione – mostrò una componente emancipatrice e liberale» a livello interno, non adottando una forma reazionaria fino alla crisi politica del 1878- 79 e al nuovo orientamento politico di Bismarck; momento in cui il nazionalismo si riformulò in senso protezionista e antidemocratico, antisocialista, antisemita, antiliberale, ecc. (Abellán J, 1997: p. 109). Pertanto, il SED non aveva problemi a rivendicare come propri alcuni eventi chiave del nazionalismo ottocentesco come l’Assemblea di Francoforte del 1848, considerata antecedente dei Congressi Popolari dello Stato socialista. Queste evoluzioni integravano le tradizioni progressiste cui abbiamo accennato e che analizzeremo con maggiore dettaglio più avanti. L’evoluzione di questo nuovo discorso della nazione elaborato dal SED, come ve- 5 Cfr. «Dem deutschen Volk ganz Deutschland und den Frieden», Neues Deutschland, 18-X-1953. 6 Cfr. «Sozialistisch denken und handeln», Neues Deutschland, 24-V-1958. 7 Cfr. «8. Parteitag der NDPD beendet», Neue Zeit, 28-V-1963. 8 Cfr. «Mitgestalter unserer Gemeinsamkeit», Neues Deutschland, 22-IX-1967. Nazioni e Regioni 9/2017 | 39 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ dremo in seguito, produsse un crescente distanziamento dalla RFT, passando da una scelta politica determinata in difesa della riunificazione, alla difesa di una cultura nazionale propria del socialismo (creando così un precedente della «teoria delle due nazioni» che ha caratterizzato l’era Honecker, e di cui parleremo nel prossimo paragrafo). Prima di affrontare gli aspetti menzionati, dobbiamo indicare come il socialismo nella DDR fosse modellato in conformità a quello sovietico e, di conseguenza, i limiti del discorso nazionale del SED furono evidenti, dato che si negava la possibilità di sviluppare una via specificamente tedesca al socialismo. Questa possibilità venne introdotta nel 1946 da Anton Ackermann, dirigente del SED, attraverso un articolo pubblicato sulla rivista Einheit (Orlow D., 2006: p. 539). Con la caratterizzazione della SED come partito marxista-leninista nel 1948, Ackermann si vide obbligato a rettificare affermando che «sin dall’inizio fu assolutamente sbagliato parlare di una via tedesca specifica» (Díez J. R. – Martín R., 1998: p. 61). Successivamente, nel 1956, il filosofo Wolfgang Harich riprese quell’idea creando una piattaforma per lo studio di tale via, ma questa iniziativa gli costò la permanenza in prigione fino al 1964 (Raulet G., 2009: p. 233). In questi primi anni, il SED si caratterizzò per alcune velleità nazionaliste in materia di frontiere, concretamente per quanto riguarda la frontiera con la Polonia, la Linea Oder- Neiße. Il riconoscimento della frontiera, prima da parte del KPD e della SPD, e poi del SED, rappresentò uno dei principali problemi nelle relazioni con la Polonia (Anderson S., 1997: p. 185). Definita a Yalta e ratificata a Potsdam, la linea di separazione con lo Stato polacco incontrò importanti reticenze nei partiti menzionati, che non cambiarono le loro posizioni fino al 1947-48. Nel 1949 il leader del SED Wilhelm Pieck affermò che il suo riconoscimento era un pre-requisito per l’accordo con la Polonia, e nella DDR la frontiera venne riconosciuta ufficialmente nel 1950. Ciononostante, questa questione continuò ad essere un ostacolo nello sviluppo delle relazioni con la Polonia fino agli anni Ottanta (Anderson, S., 1997: p. 198). L’antifascismo era uno dei pilastri ideologici della DDR, rappresentando un elemento di consenso sociale (Schultz H., 2000: p. 314). La DDR, dal primo momento, si presentò come «l’unico e vero Stato antifascista su suolo tedesco» (Brinks J. H., 1997: p. 210). Negli anni successivi alla guerra, nella ZOS si era prodotto un importante processo di denazificazione, cui già abbiamo fatto riferimento. Ciò permise ai dirigenti tedesco-orientali di proiettare l’immagine di una DDR antifascista, in opposizione a una RFT accusata di essere erede dei nazisti e protettrice degli stessi (Brinks J. H., 1997: p. 211). Il passato antifascista venne brandito come argomento di legittimazione da molti dirigenti del SED, tanto nella stessa Germania quanto all’estero. In questo senso, costituirono un mito fondante della DDR sia la resistenza comunista a Hitler e la vittoria sovietica (Best H., 2010: p. 38) sia, fuori dalla Germania, la Guerra Civile spagnola (Krammer A., 2004: p. 532), in cui combatterono numerosi comunisti che successivamente diventarono dirigenti del SED. Questa rivendicazione dell’antifascismo in un certo senso entrava in contraddizione con l’integrazione di ex militanti nazisti nell’NDPD e nello stesso SED, in cui, di fatto, se ne trovavano in proporzione maggiore rispetto agli altri partiti (Best H., 2010: p. 39). Ci furono alcune campagne di denuncia internazionale del ruolo degli ex nazisti nella DDR, come 40 | Nazioni e Regioni 9/2017 Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nazionalista e di classe nella DDR _____________________________________________________________________________ ad esempio quella condotta da Simon Wiesenthal contro i giornalisti nazisti nella stampa (Brinks J. H., 1997: p. 213), ma questo non influì sul discorso antifascista, che rimase inalterato fino al 1989. Oltre all’antifascismo, il discorso politico del SED legittimava la DDR come il risulta- to di un processo di accumulazione di tradizioni progressiste e democratiche del popolo tedesco, opposte a quelle reazionarie che erano prevalse fino ad allora. Il passato tedesco veniva considerato superato per il trionfo di quelle tradizioni, di cui la DDR, primo Stato tedesco autenticamente democratico (e successivamente socialista) rappresentava il culmine (Schultz H., 2000: p. 318). Queste tradizioni si basavano su una serie di eventi (La Guerra dei Contadini, la Rivoluzione Spartachista, ecc.) e su un insieme di personaggi della storia tedesca (tanto della borghesia progressista o rivoluzionaria dell’epoca feudale quanto del più recente movimen- to operaio), che avevano svolto un ruolo nel progresso della Germania contro la reazione. In questo senso si legittimava l’esistenza della DDR e, parallelamente, alcune delle politiche che stava realizzando il SED. Contribuirono alla diffusione di questo discorso fattori come la politica educativa e culturale (in particolare la storiografia), i mezzi di comunicazione, la legalità e le istituzioni dello Stato stesse (con un contenuto ideologico di fondo). La politica educativa e culturale, saldamente controllata dal SED, ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione e nel consolidamento del messaggio nazionalista. Attraverso l’istruzione scolastica si trasmettevano alle nuove generazioni i valori ideologici socialisti e antifascisti. In questo senso era molto chiara la legge sull’istruzione del 1959, che poneva le basi di un’educazione socialista e antifascista orientata a «garantire la pace e la rinascita nazionale della Germania come Stato pacifico e democratico»9. Nelle scuole c’era una rigorosa educazione antifascista, che fece raggiungere gli obiettivi perseguiti (come la comprensione da parte della gioventù di quello che aveva rappresentato il nazismo), ma, allo stesso tempo, anche delle conseguenze indesiderate (come l’identificazione dell’opposizione allo Stato con «l’anti-antifascismo» da parte di alcuni giovani) (Brinks J. H., 1997: p. 209). Questo tipo di educazione, inoltre, era rafforzata dall’appartenenza della maggior parte della gioventù tedesco-orientale alla Gioventù Libera Tedesca (FDJ), che proiettava all’ambito giovanile la politica del SED e integrava la gioventù nelle istituzioni della DDR. In ambito culturale furono diramate direttive concrete su come bisognasse parlare della Germania, evidenziando, con il passare degli anni, la distanza crescente con la RFT. Ad esempio, G. H. Herb (2004: p. 146) ha studiato come durante i primi anni di esistenza della DDR la frontiera tra DDR e RFT venne omessa dalle mappe; a partire dal 1959, invece, venne resa esplicita la differenza tra i due Stati, con il divieto, nell’estate del 1960, di poter parlare di Germania in generale, e segnando così una distanza totale con la RFT. La storiografia venne influenzata enormemente da questa politica culturale. In linea con le direttive del SED, secondo cui gli storici dovevano «amministrare il passato», si effettuò una riscrittura della storia tedesca, definendo due traiettorie storiche parallele, una reazionaria e una progressista, con la prima giunta alla RFT e la seconda alla DDR (Orlow 9 «Gesetz über die sozialistische Entwicklung des Schulwesens in der Deutschen Demokratischen Republik vom 2. Dezember 1959», <http://www.verfassungen.de/de/ddr/schulgesetz59.htm>. Nazioni e Regioni 9/2017 | 41 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ D., 2006: p. 545). Questo modo di intendere la storia fece sì che nel 1962 si affermasse nel «Documento della nazione» elaborato dal Fronte Nazionale, che la DDR era «l’unico Stato tedesco legale in virtù della legalità storica e in virtù del fatto che nella DDR sono al potere le forze che sono state chiamate dalla storia alla direzione del popolo tedesco, e la cui politica coincide con gli interessi della nazione» (Abellán J., 1997: pp. 215-216). Un modo di intendere la storia che fu diffuso con forza dai mezzi di comunicazione. Attraverso lo studio dei mezzi di comunicazione possiamo conoscere le dimensioni di questo discorso nazionale e la sua evoluzione, essendo un riflesso fedele della linea politica del SED10. I mezzi di comunicazione trasmettevano i messaggi delle alte cariche del SED e dello Stato e, inoltre, applicavano la loro linea politica a ogni tipo di notizia o articolo di opinione. In questo senso sui mezzi di comunicazione si realizzò la commemorazione delle tradizioni progressiste su cui diceva di basarsi la DDR sin dal primo momento, e il confronto di queste tradizioni con quelle reazionarie trionfanti nella RFT. Ad esempio, i media del SED ci permettono di conoscere in che modo furono commemorati e rivendicati da parte del partito una serie di personaggi della storia tedesca, collocandoli nella traiettoria storica progressista – cui ci siamo riferiti prima – del popolo tedesco: personaggi del mondo della cultura, della scienza e della politica (compresi alti dirigenti monarchici). Anche personaggi di ambito religioso, come nel caso di Lutero, il quale nel 1946, prima della creazione della DDR, venne proposto dal giornale del SED Berliner Zeitung come modello da seguire nei tempi cupi che si stavano vivendo11 (anni dopo, come vedremo, gli si farà un omaggio più importante; qui ci interessa soprattutto l’uso della sua figura per sostenere una linea politica in un momento concreto). Personaggi importanti del mondo della cultura come Goethe, Mozart, Schiller, Hegel o Beethoven vennero rivendicati dal SED come ispiratori della DDR. Di Goethe, nell’anniversario della sua nascita, si disse che era un simbolo di pace12 precursore del materialismo dialettico13, con un appello della direzione del partito alla classe operaia tedesca affinché ne preservasse l’eredità intellettuale14. Di Mozart si celebrò la sua appartenenza alla borghesia nella sua epoca eroica, contraria al dominio feudale, e caratterizzata da ideali progressisti e democratici15. Di Schiller, nel 1959 (duecentesimo anniversario della nascita), si rivendicò quanto fossero state fondamentali la sua opera e la sua lotta per il sorgere di una coscienza nazionale democratica e di uno Stato tedesco unificato16. In quel momento il discorso delle tradizioni progressiste era ancora chiaramente vincolato al discorso unificatore. Hegel, dal canto suo, fu rivendica- to nel 1970 (duecentesimo anniversario della nascita) come autore di una eredità intellettua- 10 Lo studio qui esposto della rivendicazione da parte del SED delle tradizioni progressiste del popolo tedesco attraverso la stampa è stato da noi sviluppato con maggiore estensione in Ramos Diez-Astrain X. M., «Nación y clase en la RDA. El mensaje nacionalista a través de la prensa del SED», in González Madrid D. A. – Ortiz Heras M. – Pérez Garzón J. S. (eds.), La Historia, lost in traslation? Actas del XIII Congreso de la Asociación de Historia Contemporánea, Ediciones de la Universidad de Castilla-La Mancha, Cuenca, 2017, pp. 1233-1244. 11 Cfr. « Beginn der Lutherwoche», Berliner Zeitung, 19-II-1946. 12 Cfr. «Die Welt huldist einem großen Deutschen», Neues Deutschland, 28-VIII-1949. 13 Cfr. Rilla P., «Denken und Tun, Tun und Denken», Berliner Zeitung, 28-VIII-1949. 14 Cfr. «Manifest Zur Goethe-Feier der deutschen Nation», Neues Deutschland, 28-VIII-1949. 15 Cfr. Schell H., «Der Bürger Mozart», Neues Deutschland, 27-I-1956. 16 Cfr. Geisthardt H. J., «Schiller mitten unter uns», Neues Deutschland, 10-XI-1959. 42 | Nazioni e Regioni 9/2017 Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nazionalista e di classe nella DDR _____________________________________________________________________________ le che era ancora viva nella DDR17. Per quell’anno il discorso già aveva sperimentato un cambiamento piuttosto significativo, tanto da poter affermare, nel duecentesimo anniversario di Beethoven, che esisteva una cultura nazionale socialista di cui il compositore era parte integrante18. Nel campo della scienza, i fratelli Alexander e Wilhelm von Humboldt furono rivendicati con forza sin dal primo momento. Alexander von Humboldt, caratterizzato come borghese, fu vincolato, comunque, al movimento operaio, avendo le idee più avanzate del suo tempo19. In onore del ministro prussiano Wilhelm von Humboldt nel 1949 si rinominò come Università Humboldt l’antica università Friedrich-Wilhelms «prendendo» – come disse il fondatore, e successivamente critico, della DDR R. Havemann (1974: p. 17) – «il nome di un re della scienza e non il nome di un re dei prussiani». Di lui si dirà nel 1967, in occasione dei 200 anni dalla nascita, che era stato un ispiratore del sistema educativo della DDR. Non fu l’unico politico prussiano che la SED inserì nelle tradizioni progressiste del popolo tedesco: ci furono anche il riformatore Karl Freiherr vom Stein o il militare August Neidhardt von Gneisenau, che furono ampiamente omaggiati. Anche il modo in cui la stampa presentò alcuni eventi storici servì per rafforzare il messaggio delle due traiettorie della storia tedesca, la progressista e la reazionaria. Esempio della prima traiettoria furono la rivendicazione della continuità dei Congressi Popolari con l’Assemblea di Francoforte, cui già ci siamo riferiti in precedenza, o la commemorazione nel novembre 1968 dell’anniversario della fine della monarchia, della proclamazione della repubblica e della Rivoluzione Spartachista. Il SED sosteneva che nella DDR si erano realizzati tutti gli obiettivi della rivoluzione, concretizzati nella Costituzione socialista recentemente approvata20. L’impero crollato nel novembre 1918, comunque, era parte della tradizione reazionaria rappresentata dalla RFT, come venne nettamente sostenuto nel suo centenario, nel 1971. L’impero tedesco veniva considerato come il risultato della guerra di conquista «col sangue col fuoco», e del patto della borghesia tedesca con gli Junker (nobili proprietari terrieri) sulle spalle del popolo21. Anche le istituzioni e la legalità dello Stato servirono allo sviluppo del nazionalismo tedesco-orientale, con un’evoluzione parallela al cambiamento dell’idea di nazione. Come abbiamo segnalato all’inizio, la Costituzione del 1949 era pensata per una Germania unificata, non necessariamente socialista. Una simile pretesa si riscontra anche nell’inno nazionale della DDR, in cui ci sono allusioni alla patria unita. In seguito una serie di norme e decisio- ni sfumarono questa pretesa iniziale, in coerenza con l’approfondimento della costruzione del socialismo e con la nuova rilevanza acquisita dalle differenze con la RFT. Nel 1956 si creò l’Esercito Nazionale Popolare (che, come indica il suo nome, aveva un carattere nazionale, e non solo statale), perché «il ristabilirsi del militarismo aggressivo in Germania Occidentale e dell’esercito mercenario tedesco-occidentale, è una minaccia costante per il 17 Cfr. «Hegels Erbe wird in unserem Staate lebendig bewahrt», Neues Deutschland, 27-VIII-1970. 18 Cfr. Schubert M., «Kraft ist die Moral der Menschen, die sich vor anderen auszeichnen…», Berliner Zeitung, 16-XII-1970. 19 Cfr. Krüger G., «Vom Nutzen der Naturerkenntnis», Berliner Zeitung, 6-V-1959. 20 Si veda la comparazione del SED tra gli obiettivi della rivoluzione e la Costituzione in «Von Spartakus zur sozialistischen Verfassung», Neues Deutschland, 9-XI-1968. 21 Cfr. Diehl E., «Das Reich, seine Gründung und sein Untergang», Neues Deutschland, 18-I-1971. Nazioni e Regioni 9/2017 | 43 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ leninista non chiariva la relazione nazione-Stato e proponevano come via per lo sviluppo nazionale l’approfondimento delle relazioni con gli altri Stati socialisti, il miglioramento delle relazioni con la RFT (per chiarire la situazione nazionale ed internazionale dei due Stati) e, a livello interno, una maggiore attenzione alla cultura popolare, alle festività e ai costumi dato che si considerava il piano etnico come indissociabile dallo sviluppo della nazione socialista (sebbene emergessero delle contraddizioni tra gli elementi culturali nati con il socialismo e alcuni elementi tradizionali). L’esistenza di una nazione tedesca borghese nella RFT – veniva riconosciuto - influenzava lo sviluppo della coscienza nazionale nella DDR, per cui si proponeva di lavorare su internazionalismo e patriottismo negli ambiti educativo e ideologico, sostenendo l’identificazione sociale (i successi sociali della DDR) con l’identificazione nazionale, di differenziarsi dall’imperialismo e dalla politica unificatrice della RFT, di favorire lo sviluppo di politiche di pace, di rafforzare la conoscenza storica nella gioventù (perché i giovani comprendessero che la DDR coronava la traiettoria umanista, progressista e rivoluzionaria della storia tedesca, interpretando in questo senso la cesura del 1945) e nel complesso della cittadinanza, di sviluppare attraverso la propaganda posizioni più chiare su nazione e nazionalità, e di sostenere le arti, la cultura e lo sport come fattori di identificazione (la DDR come «nazione di sport»). Inoltre, si analizzavano le diverse posizioni sulla questione nazionale esistenti nella RFT33. Pochi mesi dopo, il 30 di maggio, Axen inviò una lettera ai membri del Politburo informandoli della programmazione del lavoro del gruppo sulla questione nazionale e inviando il documento dell’Accademia delle Scienze Sociali, considerando che era urgente trasmettere alle nuove generazioni la storia del KPD e del SED per la liberazione del popolo tedesco, la lotta per una Germania democratica unificata e la formazione della nazione socialista nella DDR34. Come però sappiamo, il lavoro del gruppo non durò molto e, per questo, fu piuttosto sterile: nel novembre 1989, dopo la celebrazione del quarantesimo anniversario, iniziò la crisi della DDR e il conseguente processo di riunificazione. Bilancio e conclusioni Dato che la DDR terminò nel 1990, assorbita nella RFT, potremmo semplificare il bilancio dell’esperienza della costruzione di un discorso nazionale (o di una nazione socialista) come un fallimento. Ma dobbiamo compiere alcune precisazioni, avvalendoci di alcuni dati. Verso il 1989-90 sembrava esistesse, forgiata dal discorso antifascista e dai successi sociali ed economici, una identità propria dei cittadini della DDR. Questi, in maggioranza, non avevano smesso di sentirsi tedeschi nei quaranta anni di divisione tedesca, né avevano rinunciato ai numerosi vincoli di diverso tipo con la RFT, ma in gran parte si identificavano comunque con molte delle conquiste sociali della DDR e rifiutavano quelli che considera- 33 «Studie. Fragen der Entwicklung der sozialistischen Nation der DDR und der Auseinandersetzung mit dem gegenwärtigen Nationalismus in der BRD» in SAPMO-BArch (DY 30 – 2558), pp. 50-68. 34 Lettera di Hermann Axen «an die Mitglieder und Kandidaten des Politbüros des ZK der SED» (Berlin, 30- V-1988) in SAPMO-BArch (DY 30 – 2558), pp. 48-49. 50 | Nazioni e Regioni 9/2017 Verso la nazione socialista tedesca. I discorsi nazionalista e di classe nella DDR _____________________________________________________________________________ vano gli aspetti più negativi della RFT. Questo risultò evidente nei primi movimenti civili di opposizione, come il celebre «Nuovo Foro», o le mobilitazioni in cui si gridava Wir sind das Volk («noi siamo il popolo»), che fecero emergere una opzione riformista tra i cittadini mobilitati della DDR, critici con l’Occidente e favorevoli alla conservazione di uno Stato proprio socialista democratizzato. Però, è nostra opinione che il cambiamento dello slogan delle mobilitazioni a favore di Wir sind ein Volk («noi siamo un popolo») e, soprattutto, la vittoria elettorale della coalizione democristiana «Alleanza per la Germania» nelle elezioni generali del marzo 1990 (le prime con competizione tra diversi partiti), posero fine alla corrente riformista presente nei movimenti civici, esprimendo la volontà della maggior parte dei cittadini della DDR di intraprendere una rapida integrazione nella RFT, ed evidenziando così il fallimento del discorso nazionalista tedesco-orientale. Di fronte a tutte le opzioni poste sul tavolo dell’offerta elettorale, compresa la possibilità di riformare la DDR, la cittadinanza orientale si pronunciò in favore del tornare uniti al resto dei tedeschi. Non è difficile comprendere questo risultato. La politica di differenziazione nazionale era fallita, non rompendo i vincoli con l’Occidente, e il discredito del sistema politico e la crisi economica, insieme alle promesse occidentali, completarono l’opera. Il SED non riuscì ad articolare un discorso sufficientemente coerente in materia nazionale, in grado di superare le contraddizioni con il discorso di classe e che rompesse definitivamente con l’Occidente. La rottura dell’equilibrio discorsivo classe-nazione avvenuta negli anni Ottanta, a favore del nazionalismo, facilitò questo fallimento perché, visto in retrospettiva, aveva maggiori possibilità di svilupparsi un discorso marxista-leninista (chiaramente differenziatore e internazionalista) rispetto a uno che pretendeva di costruire artificialmente una nazione. Dopo il processo di unificazione, l’identità dei tedeschi dell’est si è mantenuta in gran parte differenziata, specialmente in seguito all’affermarsi di una immagine di «vincitori» e «perdenti» della riunificazione, alla luce delle drammatiche conseguenze in materia di occupazione e benessere socioeconomico che la Wende ebbe nei primi anni (Quiroga M. L., 2009: pp. 126-127)35; una immagine che è andata sfumando con il passare degli anni, ma senza sparire del tutto36. Una crisi che è stata anche di «privazione del senso di appartenenza» (Maldonado M., 2006: p. 42). In questo senso, si comprendono alcuni movimenti nostalgici che riprendono il discorso riformista. Le inchieste mostrano che sarebbe stata percorribile questa riforma della DDR. Ma crediamo che questo non possa collegarsi al successo del discorso nazionale, quanto piuttosto, in gran parte, alle conseguenze sociali ed e- 35 Si riscontrarono differenze anche rispetto ad alcuni diritti come, ad esempio, quello dell’interruzione di gravidanza, notevolmente ristretto dopo il processo unificatore. Si veda al riguardo Radkau V. (1993). 36 Le inchieste mostrano questa evoluzione. Questi sono alcuni dei dati. Nel 1995 solo un 19% dei cittadini orientali considerava la DDR un sistema fallito, e un 15% scommetteva su un suo ritorno. Nel 2004 il malcontento verso la democrazia era ampio e ben il 76% dei tedeschi dell’est considerava il socialismo «una buona idea che è stata male applicata» (Maldonado M., 2006: p. 43). Nel 2014 la sensazione di differenza rispetto ai Länder occidentali si era ridotta tra i giovani (i «figli della riunificazione»), sebbene continuassero a sperimentarsi notevoli differenze (si veda «Ost und West? Egal! Auf Nord und Süd kommt es an», Spiegel Online, 3- X-2014, <http://www.spiegel.de/lebenundlernen/uni/deutsche-einheit-umfrage-zur-generation-einheit-a- 995056.html>. Nazioni e Regioni 9/2017 | 51 Xavier María Ramos Diez-Astrain _____________________________________________________________________________ conomiche collegate alla riunificazione, di cui abbiamo parlato solo in maniera sintetica. Si tratta di una nostalgia per i risultati sociali e materiali, non per una identità nazionale della DDR in sé. Il piano socioeconomico dimostra il suo potenziale generatore di identità, ma non necessariamente di una identità nazionale. Questo fu un progetto fallito. Riferimenti bibliografici Abellán J. (1997), Nación y nacionalismo en Alemania: la “cuestión alemana” (1815-1990), Tecnos, Madrid. Anderson S. (1997), «The Oder-Neisse Border and Polish-East German relations, 1945- 1949», The Polish Review, n. 42 (2), pp. 185-199. Best H. 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