«Con l’uno pace, et con l’altro tregua, et con l’altro guerra»: dinamiche di conflitto e reti di accordi nell’Italia tardomedievale
Abstract
Este artículo estudia los métodos de resolución de conflictos políticos y militares en la Italia bajomedieval. La renovación de los estudios sobre la historia del poder político y de la diplomacia en la península entre la Edad Media y la Edad Moderna ha llevado, de hecho, a una reflexión más detenida sobre la convivencia de fases de conflicto y de negociación y al estudio de sus cambios. La investigación se realiza, en particular, a partir de dos estudios de caso, dos tratados de finales del siglo XIV y la Liga Itálica y sus renovaciones a partir de 1455.
Full text
EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 «Con l’uno pace, et con l’altro tregua, et con l’altro guerra»: dinamiche di conflitto e reti di accordi nell’Italia tardomedievale «Con l’uno pace, et con l’altro tregua, et con l’altro guerra»: dynamics of conflict and networks of agreements in late medieval Italy Isabella LAZZARINI Professoressa ordinaria di Storia medievale, Dipartimento di Studi storici, Università di Torino, Via S. Ottavio 20, 20124 Torino (Italia). C. e.: [email protected] ORCID: https://orcid.org/0000-0001-7470-5554 Recibido/Received: 10/10/2023. Aceptado/Accepted: 10/12/2023. Cómo citar/How to cite: Lazzarini, Isabella. “«Con l’uno pace, et con l’altro tregua, et con l’altro guerra»: dinamiche di conflitto e reti di accordi nell’Italia tardomedievale.” Edad Media. Revista de Historia 25 (2024): 123-155. DOI: https://doi.org/10.24197/em.25.2024.123-155 Artículo de acceso abierto distribuido bajo una Licencia Creative Commons Atribución 4.0 Internacional (CC-BY 4.0). / Open access article under a Creative Commons Attribution 4.0 International License (CC-BY 4.0). Resumen: Este artículo estudia los métodos de resolución de conflictos políticos y militares en la Italia bajomedieval. La renovación de los estudios sobre la historia del poder político y de la diplomacia en la península entre la Edad Media y la Edad Moderna ha llevado, de hecho, a una reflexión más detenida sobre la convivencia de fases de conflicto y de negociación y al estudio de sus cambios. La investigación se realiza, en particular, a partir de dos estudios de caso, dos tratados de finales del siglo XIV y la Liga Itálica y sus renovaciones a partir de 1455. Palabras clave: Italia; Baja Edad Media; Diplomacia; Guerra; Correspondencia; Tratados. Abstract: This article examines the methods of political and military conflict resolution in late medieval Italy. The recent renewal of studies of the history of political power and diplomacy in the peninsula between the Middle Ages and the Early Modern Age has in fact led to a more accurate consideration of the cohabitation of phases of conflict and phases of negotiation and the study of their change over time. The investigation focuses in particular on two case studies, two late 14th century treaties, and the Italic League and its renewals from 1455 onwards. Keywords: Italy; Late Middle Ages; Diplomacy; War; Correspondence; Treaties. Riassunto: La presente comunicazione indaga le modalità di risoluzione dei conflitti politici e militari nell’Italia tardomedievale: il rinnovamento degli studi che ha coinvolto la storia del potere politico e della diplomazia nella penisola tra medioevo e prima età moderna ha condotto infatti a una più attenta considerazione della coabitazione di fasi di conflitto e fasi di negoziato e allo studio
124 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 della loro trasformazione. L’indagine viene condotta in particolare a partire da due casi di studio, un paio di trattati tardotrecenteschi e la Lega italica e i suoi rinnovi a partire del 1455. Parole chiave: Italia; Tardo Medioevo; Diplomazia; Guerra; Corrispondenze; Trattati. Sumario: Introducción; 1. La Italia bajomedievale 1.1. El mosaico político; 1.2. Continuidad y ruptura; 2. Guerra y diplomacia: fuentes y temas; 2.1. Fuentes; 2.2. Correspondencia y tratados ¿una contraposición? 3. Conflicto y negociación: algunos estudios de caso; 3.1. Finales del Trecento: Genova, 1392; 3.2. ¿Una paz universal? La Liga Itálica y sus renovaciones; 4. Nota final. Summary: Introduction; 1. Late Medieval Italy; 1.1. The Political Mosaic; 1.2. Continuity and Rupture; 2. War and Diplomacy: Sources and Themes; 2.1. Sources; 2.2. Correspondence and Treaties: A Contrast? 3. Conflict and Negotiation: Some Case Studies; 3.1. Late Trecento: Genova, 1392; 3.2. A Universal Peace? The Italic League and its Renewals; 4. Final note. Indice: Introduzione; 1. L’Italia tardomedievale; 1.1. Il mosaico politico; 1.2. Continuità e fratture; 2. Guerra e diplomazia: fonti e temi; 2.1. Le fonti; 2.2. Carteggi e trattati: una contrapposizione? 3. Conflitti e negoziati: qualche caso di studio; 3.1. Il tardo Trecento: Genova, 1392; 3.2. Una pace universale? La Lega italica e i suoi rinnovi; 4. Nota conclusiva INTRODUZIONE Nel 1475, nel pieno dei giochi pericolosi che in Francia Carlo il Temerario intratteneva con Luigi XI, Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, suggeriva al suo ambasciatore presso il duca di Borgogna, Giovan Pietro Panigarola, di incoraggiare il duca borgognone a comportarsi come un principe italiano. Gli italiani, diceva lo Sforza, “quando hanno una controversia con tre, se sforzano de fare con l’uno pace, et con l’altro tregua, et con l’altro guerra, acciò che più facilmente possano attendere alle altre cose et adimpire li soi disigni”.1 Nel descrivere le vicende di quel periodo, circa cinquant’anni dopo, Machiavelli scriveva, nelle Istorie fiorentine, che “vivevasi per tanto in Italia assai quietamente, e la maggior cura di quelli principi era di osservare l’uno l’altro, e con parentadi, nuove amicizie e leghe l’uno dell’altro assicurarsi”.2 Negli anni successivi alla Lega italica, la prima grande lega che era riuscita a mettere attorno a un metaforico tavolo negoziale (seppure dilatato nel tempo, dalla primavera del 1454 all’inizio del 1455) tutte le potenze principali d’Italia e i circuiti intrecciati dei loro alleati, la consapevolezza che gli innumerevoli conflitti che avevano percorso la penisola nei decenni precedenti potevano essere 1 Galeazzo Maria Sforza a Giovan Pietro Panigarola, Villanova, 12 aprile 1475, in Carteggi diplomatici tra Milano sforzesca e la Borgogna, a cura di Ernesto Sestan (Roma: Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1985-7), vol. I, l. 460. 2 Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, in Opere storiche, a cura di Alessandro Montevecchi e Carlo Varotti, coordinamento di Gian Maria Anselmi (Roma: Salerno, 2010), II.2, VII.22.1 e VII.23.1.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 125 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 controllati attraverso una combinazione di diverse strategie di alleanza e di pacificazione (come leghe e matrimoni dinastici) era diffusa. Questa consapevolezza non bastava peraltro a eliminare il conflitto (e anche di questo, uomini e donne di potere nel Quattrocento erano consapevoli): puntava piuttosto a canalizzarlo, a distribuirlo, a ridurne portata ed effetti. La dinamica conflitto-diplomazia nel tardo medioevo italiano infatti era ciclica: a una guerra più o meno estesa seguiva una pace negoziata i cui capitula non riuscivano a contenere, quando non fomentavano essi stessi, i semi per guerre successive. Sempre Machiavelli, nel riassumere i contenuti della Lega italica del 1455, constatava come l’ingresso nella lega di Alfonso il Magnanimo, re di Sicilia e Napoli (pure essenziale), avesse appunto preparato le basi per i conflitti successivi: Mostrò solamente il re Alfonso, delli principi di Italia, essere di questa pace mal contento, parendogli fusse fatta con poca sua reputazione, avendo, non come principale, ma come aderente ad essere ricevuto in quella; e perciò stette molto tempo sospeso, sanza lasciarsi intendere. Pure, sendogli state mandate, dal Papa e dagli altri principi, molte solenne ambascerie, si lasciò da quelli, e massime dal Pontefice, persuadere, ed entrò in questa lega, con il figliuolo, per anni trenta; e ferono insieme il Duca [di Milano] e il Re doppio parentado e doppie nozze, dando e togliendo la figliola l’uno dell’altro per i loro figliuoli. Non di meno, acciò che in Italia restassero i semi della guerra, non consentì fare la pace se prima dai collegati non gli fu concessa licenza di potere, sanza loro ingiuria, fare guerra a’ Genovesi, a Gismondo Malatesti e ad Astor principe di Faenza.3 Tale dinamica, nella sua ciclicità, strutturava poi il confronto tra poteri di statuto, natura e forza diverse, al tempo stesso trasformando le modalità del conflitto armato e della pratica negoziale. Si tratta di un processo complesso e articolato, che cambiò di forma nel corso degli oltre cent’anni che separarono le guerre di fine Trecento e le guerre d’Italia della fine del Quattrocento. Intento del presente saggio è di seguire questa trasformazione cercando di delinearne rapidamente tempi e modi al fine di rivelarne alcuni meccanismi significativi e qualche snodo cronologico importante. Dopo una rapida presentazione del contesto, la trattazione si focalizzerà su due momenti di questa storia: la fine del Trecento e gli anni successivi alla Lega Italica (i suoi rinnovi e le leghe minori e trasversali, 3 Machiavelli, Istorie fiorentine, II.2, VI.32.9.
126 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 le intelligenze o amicizie, che completarono – o ostacolarono – il rinnovo della lega maggiore). 1. L’ITALIA TARDOMEDIEVALE La storia dell’Italia tardomedievale è una storia multipla: è difatti sostanzialmente scorretto parlare di ‘Italia’ a questa data se non nel senso geografico o – al massimo – nel dibattuto senso di una identità culturale dai contorni variabili.4 Nella penisola il concreto esercizio del potere e dell’autorità era infatti, fra Tre e Quattrocento, meno frammentato che nel secondo Duecento, ma comunque disperso in mille rivoli istituzionalmente e costituzionalmente diversi. Questo insieme di poteri era interconnesso secondo circuiti di diverso raggio (locale, regionale, sovraregionale) e intersecato da numerose dinamiche extra-peninsulari, sia per mare (sulla base di interessi economici di portata mediterranea), sia per terra (grazie a incroci dinastici importanti). È opportuno brevemente richiamarne i principali caratteri per meglio comprendere le dinamiche di conflitto e di negoziato e le loro scansioni. 1.1. Il mosaico politico Tra la seconda metà del Trecento e il Quattrocento, dei molti poteri che costellavano la penisola, quanti erano in grado di esprimere una qualche iniziativa politica con un profilo formalmente e giuridicamente in qualche misura riconosciuto, esercitavano tale autorità in forme diversificate, con proiezioni territoriali o marittime e legami con domini di respiro non solo peninsulare.5 In molti casi, questi poteri non avevano ancora assetti completamente definiti: accadeva loro quindi di mutare struttura costituzionale per un periodo più o meno lungo o sperimentare soluzioni non definitive, come nel caso delle signorie angioine di Toscana o della Repubblica ambrosiana a Milano tra il 1447 e il 1450.6 I poteri 4 Isabella Lazzarini, “Italiae res maxime floruere: qualche indizio sulle Italie del Quattrocento nelle parole di cronache e storie”, Storica 86 (2023) 7-56. 5 The Italian Renaissance State, a cura di Andrea Gamberini e Isabella Lazzarini (Cambridge: Cambridge University Press, 2012). 6 Amedeo De Vincentiis, “Le signorie angioine a Firenze. Storiografia e prospettive”, Reti medievali, 2/2 (2001) http://www.rmoa.unina.it/1833/; Pierluigi Terenzi, Gli Angiò in Italia centrale. Potere e relazioni politiche in Toscana e nelle terre della Chiesa (12631335) (Roma: Viella, 2019); Lorenzo Tanzini, Cosimo de’ Medici. Il banchiere statista
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 127 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 formalmente riconosciuti non esaurivano poi il ventaglio dei protagonisti della dinamica politica: a essi vanno aggiunti segmenti dei singoli governi o delle diverse società politiche e soggetti politici meno autonomi o meno territorializzati. Il confine tra questi attori politici e le potenze maggiore, principi e signorie riconosciuti da impero e papato rimase labile per tutto questo periodo.7 1.2. Continuità e fratture Questo mondo complesso e sempre più interconnesso non era immobile, ma venne percorso tra Trecento e primo Cinquecento da continuità e fratture.8 Lo spostamento del papato ad Avignone e l’esaurirsi dei progetti attivamente imperiali sulla penisola aprirono in Italia uno scenario più favorevole ai conflitti su scala regionale e alle ridefinizioni territoriali e costituzionali. Questo sistema di conflitti raggiunse un punto di alta intensità nella congiuntura caratterizzata dal dominio di Gian Galeazzo Visconti a Milano (1385-1402) e di Ladislao di Durazzo a Napoli (1391-1414), che portò l’ultima ondata di espansionismo territoriale medievale a incrociarsi nei conflitti dei primi decenni del Quattrocento.9 Tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta del Quattrocento, il rientrare dell’emergenza conciliare, la fine dei conflitti per il controllo di Napoli e di Genova, il sopirsi delle guerre fra Milano, Firenze e Venezia crearono le condizioni per una seconda fase di assestamenti peninsulari, in questo caso attraverso la trasformazione del mosaico dei poteri italiani in sistema, o quanto meno in un insieme di forze in grado di esprimere una vocazione padre del Rinascimento fiorentino (Roma: Salerno Editrice, 2022); Andrea Gamberini, La legittimità contesa. Costruzione statale e culture politiche (Lombardia, secoli XII-XV) (Roma: Viella, 2016). 7 Giorgio Chittolini, “Il ‘privato’, il ‘pubblico’, lo stato”, in Origini dello stato. Processi di formazione statale in Italia fra Medioevo ed Età Moderna, a cura di Giorgio Chittolini, Anthony Mohlo e Pierangelo Schiera (Bologna: Il Mulino, 1994), 553-90; Guelfi e ghibellini nell’Italia del Rinascimento, a cura di Marco Gentile (Roma: Viella, 2005); Serena Ferente, Gli ultimi guelfi. Linguaggi e identità politiche in Italia nella seconda metà del Quattrocento (Roma: Viella, 2013). 8 Isabella Lazzarini, L’Italia degli Stati territoriali (secoli XIII-XV) (Roma-Bari: Laterza, 2003). 9 Luciano Piffanelli, Politica e diplomazia nell’Italia del primo Rinascimento. Per uno studio della guerra “contra et adversus ducem Mediolani” (Roma: École française de Rome, 2020).
128 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 alla complementarità funzionale.10 Tale sistema, sancito nel 1454 dalla pace di Lodi tra Milano e Venezia, si estese con l’accordo generale maturato tra 1454 e 1455 alla penisola intera.11 Su questo ‘sistema’ peninsulare con la fine del secolo si inserì con decisione una dinamica aggressivamente europea. Non si trattava certo della prima volta in cui accadeva. La storia tardomedievale italiana è percorsa e innervata da fasi in cui dinastie e interessi esterni interferirono in modo significativo nelle dinamiche peninsulari: questa volta, fu la scala della questione a fare la differenza. Questa concatenazione di eventi scompaginò le carte e ridefinì equilibri, quadri di riferimento, governi e circuiti politici individuali e collettivi. 12 2. GUERRA E DIPLOMAZIA: FONTI E TEMI L’intreccio di conflitti diversi in scala e scopo e dei diversi modi di risolverli è testimoniato in questo contesto da un numero considerevole di fonti diverse, la cui ricchezza – per quanto non continua nel tempo e nello spazio – tende a crescere tra Trecento e Quattrocento e rappresenta una risorsa straordinaria.13 Tale ricchezza è stata alla base di una doppia fioritura di studi sulla guerra e soprattutto sulla diplomazia. In una prima stagione ottocentesca e nei suoi epiloghi novecenteschi, una serie di ricerche sulla diplomazia delle città e dei principati d’Italia (in particolare Venezia) ha dato corpo a un tassello cruciale della costruzione del mito storiografico della precoce nascita in Italia di una diplomazia ‘moderna’ già nel tardo medioevo e nel primo Rinascimento.14 Nel secondo Novecento, una serie di edizioni sistematiche delle corrispondenze diplomatiche tra i poteri italiani (e tra loro e monarchie e principati 10 Ann K. Isaacs, “Sui rapporti interstatali in Italia dal Medioevo all’età moderna”, in Origini dello stato, 113-32. 11 Riccardo Fubini, Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia nell’età di Lorenzo il Magnifico (Milano: FrancoAngeli, 1994). 12 Christine Shaw and Michael Mallett, The Italian Wars, 1494-1559. War, State and Society in Early Modern Europe (London and New York: Routledge, 2019, 2 ed.). 13 Isabella Lazzarini, Communication and Conflict. Italian Diplomacy in the Early Renaissance 1350-1520 (Oxford: Oxford University Press, 2015), 49-68. 14 Garrett Mattingly, Renaissance Diplomacy (Oxford: Cape, 1955); Jean-Marie Moeglin e Stéphane Péquignot, Diplomatie et «relations internationales» au Moyen Âge (IXe-XVe siècle), Parigi: Puf, 2017, 583-622.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 129 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 europei, soprattutto d’area franco-borgognona),15 unita anche al contemporaneo crescere di una storia politica degli stati italiani più attenta che in precedenza alle modalità non formalizzate dell’esercizio del potere e alla molteplicità delle sue forme e dei suoi protagonisti,16 ha condotto a una profonda e articolata revisione sia dell’idea della nascita ‘italiana’ della diplomazia ‘moderna’, sia dello studio dei meccanismi del confronto tra forze politiche diverse in natura, ambizioni e caratteri. Da questa revisione sono emersi una serie di temi innovativi, come l’analisi delle pratiche e dei linguaggi sia del conflitto, sia della pacificazione e del negoziato.17 2.1. Le fonti Nel corso del XV secolo le fonti relative ai rapporti politici tra i diversi poteri esterni e interni agli organismi politici si moltiplicarono a un ritmo senza precedenti: la comunicazione tra gli attori politici prese a crescere significativamente – già dal secondo Trecento – e a venire scritta in forma di lettera.18 In particolare quelli che definiamo, con termini contemporanei, i dispacci diplomatici scambiati tra i governi e i loro agenti 15 “Diplomazia edita. Le edizioni delle corrispondenze diplomatiche quattrocentesche”, in Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medioevo, 110 (2008): 1-145 (e in particolare il saggio di Francesco Senatore, “Filologia e buon senso nelle edizioni di corrispondenze diplomatiche italiane quattrocentesche”, 61-95); Elisabetta Scarton, “«Con quelle accomodate manere». Imprese editoriali, diplomatici e diplomazia nel Quattrocento europeo e mediterraneo”, in Nuova Rivista Storica, 105 (2021): 1223-1254; Paola Volpini, “La diplomazia nella prima età moderna: esperienze e prospettive di ricerca”, in Rivista Storica Italiana, 132 (2020): 653-683. 16 Isabella Lazzarini, “I nomi dei gatti: concetti, modelli e interpretazioni nella storiografia politica e istituzionale d’Italia (a proposito di tardo medioevo e Rinascimento)”, in Archivio storico italiano, 176 (2018): 689-736. 17 Andrea Gamberini, Oltre la città: assetti territoriali e culture aristocratiche nella Lombardia del tardo medioevo (Roma: Viella, 2009), (in particolare “Le parole della guerra: un linguaggio cetuale”, 109-32); Francesco Senatore, “Uno mundo de carta”. Forme e strutture della diplomazia sforzesca (Napoli: Liguori, 1994); Lazzarini, Communication and Conflict, 86-121. 18 Francesco Senatore, “Ai confini del ‘mundo de carta’. Origine e diffusione della lettera cancelleresca (sec. XIII-XV)”, in “I confini della lettera. Pratiche epistolari e reti di comunicazione in Italia nel tardo medioevo”, a cura di Isabella Lazzarini, Reti medievali, 10 (2009): 239-91, http://www.rmoa.unina.it/2002/; Isabella Lazzarini, L’ordine delle scritture. Il linguaggio documentario del potere nell’Italia tardomedievale (Roma: Viella, 2021), 151-74.
130 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 all’estero per missioni sempre più prolungate e conservati per la rilevanza politica del loro contenuto, presero ad allungarsi, arricchirsi e moltiplicarsi. Nonostante la loro importanza, le fonti di carteggio non sono però le uniche fonti utili a comprendere i meccanismi di risoluzione dei conflitti politici e diplomatici. L’insieme dei documenti prodotti per gli ambasciatori e dagli ambasciatori e dagli agenti più o meno dotati di mandato formale si combinano infatti d’un lato con i diversi documenti legati al contenuto dell’ambasciata e alla presa di decisione politica in merito a quanto si negoziava, dall’altro con l’insieme di scritture a valore legalmente vincolante che definivano gli accordi politici e diplomatici derivati dai negoziati o che i negoziati avevano il compito di rinnovare, mutare, ridefinire.19 2.2. Carteggi e trattati: una contrapposizione? Il crescente interesse per i giochi interpretativi che i carteggi offrono ai ricercatori e la molteplicità dei possibili approcci a queste fonti hanno a lungo eclissato l’attenzione per una fonte ancora più classica della diplomazia, il trattato. I trattati di pace, le leghe e le alleanze di varia forma stipulati in Europa tra il medioevo e l’età moderna avevano goduto di un altissimo prestigio storiografico tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento: nel contesto della diplomazia classica, l’idea predominante era che l’ordine internazionale – cioè le relazioni orizzontali tra Stati sovrani – derivava naturalmente, sul lato teorico, dalla costruzione di uno ius gentium che si fondava sull’analisi dei rapporti di forza tra gli Stati (e quindi Gentili, Pufendorf, Grotius e i loro trattati), ma anche, nel concreto, su una costellazione di grandi trattati europei di cui si era costruita una sorta di ‘genealogia’ della storia europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo (l’ordine westfaliano) grazie a una serie di grandi imprese editoriali (Leonard, Leibniz, Bernard, Dumont, Rymer, Lünig) la cui importanza fondativa del successivo ordine europeo è stata decisiva. I processi di pacificazione sono stati di conseguenza spesso ridotti alla produzione di trattati di pace altamente formali e giuridicamente vincolanti tra principi: l’alternarsi di periodi di guerra e di pace si è dunque, sempre 19 Vincent Ilardi, “Fifteenth-Century Diplomatic Documents in Western European Archives and Libraries (1450-1494)”, in Studies on Renaissance 9 (1962): 64-112; Lazzarini, L’ordine delle scritture, 279-334.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 131 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 più naturalmente, tradotto in una successione di conflitti (intesi come rottura patologica dell’ordine naturale) e di trattati (intesi a loro volta come lo strumento principale per ristabilire la concordia).20 Quando la ricerca sulle forme della politica tra medioevo ed età moderna ha iniziato a riconsiderare criticamente questo modello dominante, i trattati e la documentazione legale che ne costituiva la premessa e ne garantiva l’applicazione hanno subito un deciso calo di attenzione, divenendo, ancor più dei carteggi, sinonimo di una histoire politique en soi, come scriveva Lucien Fevbre.21 Spostando l’analisi dal risultato ultimo e giuridicamente vincolante del negoziato – il trattato – alle modalità di discussione e alla natura del confronto, anche l’attenzione si è spostata dai grandi trattati alla conversazione diplomatica, ai linguaggi (discorsivi, rituali, visuali e materiali) e ai meccanismi quotidiani della comunicazione, alla molteplicità dei suoi livelli e all’ampiezza sociale e culturale dei protagonisti di una ‘nuova diplomazia’. 22 3. CONFLITTI E NEGOZIATI: QUALCHE CASO DI STUDIO Gli studi più recenti, però, stanno convergendo verso una analisi complementare di entrambe queste modalità per rappresentare la complessa alternanza di conflitti e soluzione negoziata dei contrasti alla luce di una indagine più sofisticata delle fonti e di un rovesciamento dei rispettivi stereotipi. 23 Così, i carteggi diplomatici non parlano ‘solo’ 20 Peace Treaties and International Law in European History. From the Later Middle Ages to World War On, a cura di Randall Lesaffer (Cambridge: Cambridge University Press, 2004); Benjamin Durst, Archive des Völkerrechts. Gedruckte Sammlungen europäischer Mächteverträge in der Frühen Neuzeit (Berlin-Boston: De Gruyter Oldenbourg, 2016). 21 Lucien Febvre, “Contre l’histoire diplomatique en soi. Histoire ou politique? Deux meditations: 1930, 1945”, in Id. Combats pour l’histoire (Parigi: Colin), 1953, 61-70; Stéphane Péquignot, “Berichte und Kritik. Europäische Diplomatie im Spätmittelalter. Ein historiographische Überblick”, in Zeitschrift für historische Forschung, 39 (2012): 65-95. 22 Andrea Gamberini, “The language of politics and the process of state-building: approaches and interpretations”, in The Italian Renaissance State, 406-24; Isabella Lazzarini, “Praticare e ragionare: due parole del negoziato politico nei carteggi fiorentini tra tardo Trecento e primo Cinquecento (Albizzi, Medici, Guicciardini)”, in Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo, 121 (2019): 231-82. 23 Alain Wijffels, “Early modern scholarship on international law”, in Research Handbook on the Theory and History of International Law, a cura di Alexander Orakhelashvili, Cheltenham: Edward Elgar, 2011, 27; Reframing Treaties. Peacemaking
138 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 ricominciavano da capo, su di una scala di volta in volta regionale o sovraregionale, secondo ritmi e tempi variabili e sovrapposti.36 3.2. Una pace universale? La lega italica e i suoi rinnovi La pace di Lodi (1454) e la Lega Italica (1455) sono un binomio altamente simbolico nella storia della diplomazia italiana e occidentale. La pace fu stipulata a Lodi tra il duca di Milano Francesco Sforza e la Repubblica di Venezia nell’aprile del 1454 per porre fine alla guerra tra le due potenze settentrionali durata due anni. Nell’estate del 1454 (30 agosto) fu firmata a Venezia una prima lega tra Milano, Venezia e Firenze, che alla fine del gennaio 1455 fu sottoscritta anche da Alfonso V il Magnanimo, re di Aragona, Valencia, Napoli e Sicilia e divenne quindi ‘universale’ sotto l’egida di papa Niccolò V, che se ne fece garante e la benedisse con una bolla solenne. La lega fu proclamata pubblicamente in tutta Italia il 25 marzo 1455, due giorni dopo la morte del papa.37 Orchestrata da un gruppo di principi e potenze che cercavano al tempo stesso una pace generale e una serie di legittimazioni particolari (si trattava di regimi dalla legittimità in più di un caso incerta, vuoi perché sovrani ‘nuovi’, vuoi perché gruppi di potere non formalizzati), la sua peculiarità nel panorama degli accordi italiani tardomedievali è reale: dopo molti tentativi, questa fu la prima lega generale a includere in un unico atto vincolante tutte i maggiori organismi politici della penisola (le partes principales) insieme alle fitte e talvolta sovrapposte reti dei rispettivi alleati (colligati, recomandati et adherentes), in un patto che avrebbe dovuto proteggerli tutti da aggressioni interne (alla penisola) ed esterne (dall’Europa e dai poteri mediterranei).38 La lega non nasceva dal nulla: proprio la lunga sequenza di guerre tardotrecentesche, di cui si è citato 36 Isabella Lazzarini, “Arbitrator: Accountability and Personal Agency in Peaceand Treaty-making (Italy, 14th-15th century)”, relazione presentata al panel Making of Europe II. Building Diplomatic Networks in the Late Middle Ages, a cura di Barbara Bombi, Pietro Mocchi, International Medieval Conference in Leeds, Networks and Entanglements, Leeds, 3-6 luglio 2023. 37 Sugli eventi, Giovanni Soranzo, La Lega italica (1454-1455) (Milano: Giuffrè, 1924); Vincent Ilardi, The Italian League and Francesco Sforza: A Study in Diplomacy, 14501466 (Harvard: Harvard University Press, 1957); Giovanni Pillinini, Il sistema degli stati italiani, 1454-1494 (Venezia: Libreria universitaria, 1970); Paolo Margaroli, Diplomazia e stati rinascimentali. Le ambascerie sforzesche fino alla conclusione della Lega italica (1450-1455) (Firenze: Olschki, 1992). 38 Fubini, Italia quattrocentesca, 185-219.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 139 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 sopra solo un episodio, tra Milano, Venezia e Firenze (e la mobile galassia dei loro alleati o avversari) nel nord, e fra angioini e aragonesi nei regni ultra et citra pharum, combinate al problema ricorrente del controllo del grande porto di Genova, avevano preparato il terreno per un accordo generale che potesse fermare la spirale bellica e i suoi costi. Il ritorno dei papi a Roma dopo lo scisma (con Martino V, nel 1420) aveva permesso la crescita di una consapevolezza sempre più determinata, da parte dei pontefici, della necessità di comporre i conflitti peninsulari grazie a un accordo inclusivo, di cui si iniziò a parlare a partire dagli anni Venti del Quattrocento durante il rinnovarsi dei conflitti causati dal tentativo di Filippo Maria Visconti di ricomporre il grande dominio milanese costruito dal padre Gian Galeazzo e frammentatosi alla sua morte improvvisa nel 1402 e nei convulsi anni della successione del fratello Giovanni Maria, eliminato da una congiura nel 1412. Le cosiddette guerre veneto-viscontee, che videro il duca opporsi innanzitutto alla Serenissima e a Firenze e poi, in un ampliarsi concentrico e talora frenetico di alleanze incrociate, ai molti poteri di un’Italia centro-settentrionale le cui connessioni con i regni meridionali e l’area franco-sabauda si infittivano, furono punteggiate da una ridda altrettanto frequente di tregue, alleanze e paci. Si trattava di accordi e trattati multilaterali, spesso raggiunti grazie all’operato di arbitri di alto profilo, a volte prelati, a volte principi, a volte entrambi. D’altro canto, Alfonso il Magnanimo, re d’Aragona e di Sicilia, finalmente si assicurò la corona napoletana nel 1442, mettendo temporaneamente fine al plurisecolare conflitto per il controllo del regno di Sicilia. Nel nord, la presa di potere di Francesco Sforza, ‘nuovo’ duca di Milano alla ricerca di una legittimazione imperiale che sarebbe venuta alla dinastia solo alla fine del secolo, le difficoltà di Venezia nel Mediterraneo e il complesso assestamento del controllo mediceo su Firenze accentuarono la necessità di un accordo generale. Lo scenario, per quanto complicato, era pronto perché l’ultimo conflitto padano fra Milano e Venezia si trasformasse in un trattato di pace e di alleanza potenzialmente aperto a tutti i maggiori e minori poteri d’Italia.39 La Lega italica ratificata nel 1455 era basata sul riconoscimento reciproco dei propri membri e aveva costruito quel che sostanzialmente si può definire un patto di non-aggressione: i cinque contraenti maggiori e i loro alleati, confederati e aderenti si impegnavano a non attaccarsi 39 Somaini, Geografie politiche; Niccolò V: allegorie di un pontefice, a cura di Outi Merisalo, Anna Modigliani, Francesca Niutta (Roma: Roma nel Rinascimento, 2023).
140 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 reciprocamente e a intervenire militarmente qualora uno o più fra loro avessero violato questa obbligazione. Per mantenere concretamente tale impegno, avevano sottoscritto ciascuno di provvedere (e pagare) un quantitativo determinato di uomini d’arme, il cui numero avrebbe dovuto crescere in caso di guerra aperta secondo quote attentamente negoziate. Il trattato proibiva anche dichiaratamente accordi alternativi al di fuori del sistema dei poteri firmatari per prevenire ogni influenza esterna – vale a dire europea – nelle vicende peninsulari. Doveva durare 25 anni (anche se Alfonso e il duca di Calabria Ferrante si impegnarono per 30 anni) e poi sarebbe stato rinnovato. Se quattro furono gli organismi politici direttamente coinvolti nella stipulazione (Milano, Venezia, Firenze e il regno), diretti dal papato che si pose come garante del trattato eludendo l’autorità e il consenso dell’impero, praticamente tutti i poteri d’Italia vennero coinvolti grazie alle innumerevoli gerarchie di alleanze, aderenze e fedeltà che legavano formalmente i poteri minori, i signori e le comunità urbane e rurali ai poteri maggiori in stratificate reti di potere e di influenza. L’obiettivo principale della lega era il mantenimento dell’equilibrio che era stato raggiunto: si trattava di un accordo stipulato per preservare lo status quo. Sottoscrivendo il trattato, principi e governi si garantirono anche un riconoscimento reciproco vitale al mantenimento dell’egemonia interna e alla sua legittimazione esterna.40 In realtà, una dinamica interessante si mise in opera dopo il 1455. D’un lato, i conflitti erano lungi dall’essere sopiti: in particolare, la morte di Alfonso V nel 1458 innescò tre anni dopo la proclamazione della lega una delle guerre più lunghe e disastrose del secondo Quattrocento (14591464), quella cosiddetta della successione napoletana, tra il nuovo re, Ferrante d’Aragona, e un pretendente angioino di lungo corso, Renato d’Angiò, e il figlio Giovanni. Le guerre che si susseguirono poi ebbero generalmente un respiro minore (sia in termini geopolitici, sia su scala territoriale), salvo alcune eccezioni come la guerra di Ferrara (1482-4) tra 40 Riccardo Fubini, Politica e pensiero politico nell’Italia del Rinascimento. Dallo Stato territoriale al Machiavelli (Firenze: Edifir, 2009), 77-106. Sulle forme documentarie della pace e delle due leghe e degli accordi parziali che le precedettero, mi permetto di rinviare a Isabella Lazzarini, ' A spider's web. Agreements, pacts and alliances before, around and after the Peace of Lodi (Northern Italy, 1454-1455) in corso di stampa in Before the state International law and politico-legal pluralism in Europe, 12th-17th century, a cura di Dante Fedele, Randall Lesaffer, Pierre Savy, sezione monografica in Historia et Ius.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 141 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 Venezia (e il papato) e il duca Ercole d’Este (e i suoi alleati diretti, Milano e Napoli) e la seconda grande guerra napoletana scatenata dalla cosiddetta Congiura dei Baroni (1485-6). In una parola, a dispetto dell’impatto letterario e storiografico del memorabile esordio della Storia d’Italia di Guicciardini,41 gli anni tra Lodi (1454) e la discesa degli eserciti francesi di Carlo VIII in Italia (1494) furono tutt’altro che un’età pacifica.42 D’altro canto però, la stipulazione della lega del 1455 aveva rappresentato un elemento importante in queste dinamiche tra conflitti e negoziazioni: la lega infatti aveva posto le premesse per una sorta di quadro generale e normativo cui fare riferimento – per rinnovarlo o per aggirarlo – in caso di conflitto, pur senza interrompere altre modalità di connessione politica. Per cui, nel susseguirsi comunque di conflitti più o meno ampi e più o meno duraturi, si assistette alla costruzione di un doppio livello di trattati: alle leghe ‘universali’, che rinnovavano o puntavano a rinnovare la lega italica (modello generale di riferimento) tanto nella forma che nei contenuti, si sovrapponeva una serie di accordi che coinvolgevano di volta in volta le cinque potenze maggiori in schieramenti opposti e in combinazioni a due o a tre. Sebbene i termini usati nei trattati fossero gli stessi – unio, confederatio, liga – i carteggi parlavano delle seconde come di intelligentie, nel senso di accordi ‘particolari’, cui si alludeva con un senso di segretezza o parzialità. Questa duplice trama di trattati si combinava poi a livello regionale o subregionale a prolungate sequenze di accordi ‘minori’ che miravano, tra contraenti di statura ineguale e di autonomia e legittimità varie e diverse, a garantire un tratto di confine, risolvere questioni d’acque o di dazi, ricondurre agli antichi e legittimi proprietari terre e possessioni conquistate o perdute nel corso del conflitto precedente, stipulare matrimoni dinastici. In questo complesso gioco di rifrazione, può essere utile scegliere un osservatorio al tempo stesso centrale da un punto di vista geopolitico e ricco da un punto di vista documentario: in questo caso, si tratta del marchesato dei Gonzaga di Mantova, un principato strategicamente (e pericolosamente) posto nel cuore della pianura padana tra i territori 41 Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di Silvana Seidel Menchi, con un saggio introduttivo di Felix Gilbert (Torino: Einaudi, 1971), 3 voll., I, I.1-2. 42 Un ottimo sommario della storia d’Italia dagli anni Sessanta del Quattrocento in poi si trae da introduzioni e apparati ai volumi del carteggio laurenziano pubblicati dall’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento: Lorenzo de’ Medici, Lettere, curatore generale Nicolai Rubinstein, poi Francis W. Kent, Michele Ciliberto e ora Giovanni Ciappelli (Firenze: Giunti-Barbera, 1978-).
142 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 milanese e veneziano e a contatto a sud con il ducato estense (pontificio e imperiale) e Bologna, i domini pontifici e le infiltrazioni fiorentine oltre l’Appennino verso la Romagna. Nel Trecento, dopo aver spodestato i precedenti signori, i Bonacolsi, nel 1328, i Gonzaga avevano retto la città con un governo collegiale di padri e figli, zii e fratelli. La dinastia occupò sporadicamente altre città vescovili, come Reggio nell'Emilia, ma dopo essere sopravvissuti alla pressione milanese alla fine del Trecento, i Gonzaga riuscirono a mantenere il controllo solo sulla città di Mantova e sul suo contado (pur non rinunciando ad altri tentativi di espandere il proprio dominio su altre città). Pur in questo scenario ridimensionato – o forse proprio grazie a questo – i Gonzaga tra la fine del Trecento e il primo Quattrocento stabilizzarono la successione patrilineare in forma individuale (con una notevole continuità di eredi maschi) e nel 1433 rafforzarono la loro presa sulla città grazie all’elevazione del loro titolo da signore (dominus et capitaneus) e vicario (vicarius imperialis) a marchese imperiale (marchio). Nel Quattrocento, un atteggiamento prudente nei confronti della guerra e della diplomazia, un’abile politica dinastica all’interno e all’esterno della penisola, la precoce elevazione alla porpora di un cadetto, Francesco, nel 1461, e una raffinata politica di magnificenza architettonica e artistica permisero ai Gonzaga di prosperare nella trama sempre più stretta delle potenze italiane. Non essendo uno dei potentati più grandi – e più ambiziosi – ma neppure pericolosamente in bilico tra i minori, il marchesato sopravvisse indenne alle guerre d’Italia e oltre.43 Se si esplorano gli archivi della cancelleria gonzaghesca, che si caratterizzano per una notevole continuità conservativa, tutti questi livelli diventano visibili.44 Un primo livello, locale e dinastico, annovera accordi con i consorzi parentali e signorili della pianura padana i cui domíni erano prossimi ai territori gonzagheschi (da Correggio, Torelli, Pico, Pio) e degli innumerevoli capitula stipulati dai Gonzaga in qualità di capitani militari (con Milano, Venezia, Napoli, Firenze: dei marchesi e dei figli – primogeniti e cadetti), che prendevano la forma di aderenze, condotte militari, confederationes (anche quando, come negli anni Cinquanta del 43 Isabella Lazzarini, “Un ‘bastione di mezo’: trasformazioni istituzionali e dinamiche politiche (secc.XIV-XVIII)”, in Storia di Mantova. Uomini, ambiente, economia, società, istituzioni, vol. I, L’eredità gonzaghesca. Secoli XII-XVIII, a cura di Marzio Achille Romani (Mantova: TreLune 2005), 443-505. 44 Negli archivi della cancelleria mantovana si conservano, di questi accordi, tanto carte sciolte (in ASMn, AG, b. 44), quanto copie di trattati, lettere e istruzioni in registro (ASMn, AG, b. 85.13): Lazzarini, L’ordine delle scritture, 301-34.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 143 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 Quattrocento con Francesco Sforza, venivano stipulati in simultanea accordi matrimoniali e leghe politico-militari).45 Sono poi conservate le scritture che concernono i rinnovi della lega del 1455, assai prima dei 25 anni prescritti e in seguito a qualcuno dei grandi conflitti di cui si faceva prima cenno: per cui, nel 1468, dopo la cosiddetta guerra colleonica del 1467 (che aveva visto un grande capitano veneziano, Bartolomeo Colleoni, con l’appoggio non manifesto della Serenissima, minacciare tanto Milano indebolita dalla morte di Francesco Sforza l’anno prima, quanto Firenze, in cui nel 1464 era scomparso Cosimo il Vecchio e la guida del figlio Piero era più fragile), la cancelleria gonzaghesca raccolse copie della lega che unì re Ferrante, Firenze e Galeazzo Maria Sforza sotto l’egida del papa (veneziano) Paolo II il 17 giugno, cui si aggiunse il 26 giugno anche la Serenissima. I cancellieri mantovani fecero copiare e conservarono anche la pace – separata – tra la Serenissima e il duca di Savoia di quello stesso anno (8 settembre 1468). Nel 1470 venne rinnovata – con un riferimento esplicito – la lega italica del 1455 (anche se erano passati solo 15 anni): la lega era partita come pacificazione per indurre il papa a concedere il proprio perdono e ad ammettere nella lega uno dei pochissimi esclusi del 1455, il signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta (vicario apostolico di terre pontificie).46 Contemporaneamente, Galeazzo Maria Sforza stipulava una pace separata con Paolo Campofregoso, arcivescovo di Genova, che aveva tentato di impadronirsi del potere sulla città ligure e si era rifugiato a Mantova.47 La sequenza di paci e di leghe generali e particolari continuò, punteggiata da una serie di capitula secreta tra i marchesi di Mantova e i duchi di Milano, in cui veniva reiterata ai 45 Interessante il primo contractus del matrimonio sforzesco che non si sarebbe mai consumato tra Galeazzo Maria Sforza, primogenito di Francesco e Bianca Maria Visconti, con una delle figlie di Ludovico Gonzaga e Barbara di Brandeburgo (in questo caso Susanna, la primogenita), redatto l’11 ottobre 1450: qui, lo Sforza si impegnava « ad contractandum, praticandum, componendum, contrahendum et concludendum affinitatem, parentelam, ligham, confederationem, unionem et intelligentiam perpetuo vel ad tempus» (ASMn, AG, b. 217, 38). La sequenza di termini è molto interessante e ci riporta alle parole iniziali di Machiavelli: l’affinità e la parentela – il matrimonio di cui si parlava – erano premessa e capitolo delle successive lega, alleanza, unione e intelligenza. Per una interessante interpretazione del ruolo dei matrimoni dinastici nei processi di pacificazione tra medioevo ed età moderna, John Watkins, After Lavinia. A Literary History of Premodern Marriage Diplomacy (Ithaca-London: Cornell University Press 2017). 46 ASMn, AG, b. 44; b. 85.13, cc. 49r-v. 47 ASMn, AG, b. 44: 19 luglio 1470 (85.13, c. 17r).
144 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 mantovani l’antica promessa di dare loro il dominio su Verona e Vicenza e sulla riva destra del Garda in caso di guerra vittoriosa su Venezia.48 Si potrebbe continuare: alle paci e successive leghe generali che seguirono i conflitti principali (Bagnolo, 1484; Roma 1486 – in cui, di nuovo, si parlò esplicitamente di rinnovo della liga italica) si intrecciarono leghe particolari e accordi di diretto interesse (in questo caso) dei Gonzaga. 49 Gli archivi milanesi testimoniano, con altre combinazioni e altre variabili su scala locale, lo stesso meccanismo di sovrapposizione dei livelli di risoluzione dei conflitti, e si può supporre che le cose andassero nello stesso modo anche altrove, seppure in mancanza di questa continuità conservativa.50 Dal punto di vista documentario, se le paci tardotrecentesche ci sono testimoniate da quaterni di capitula, di petitiones et responsiones di natura giuridica, per le paci del secondo Quattrocento i materiali documentari di gran lunga più numerosi – trascritti nei registri in cui venivano copiate le paci e le leghe, strumenti documentari ben più cospicui e ricchi dei fascicoli trecenteschi – erano le lettere degli ambasciatori, degli agenti, dei procuratori principi e dei governi repubblicani, al punto che se abbiamo sempre i carteggi, la versione finale dei trattati non sempre è conservata. Un ultimo dettaglio da questo punto di vista: i carteggi vengono a colmare i vuoti nei diversi passaggi della stipulazione di un accordo e della sua facies documentaria in modo molto più eloquente delle note tergali apposte sul retro dei fascicoli trecenteschi. Cicco Simonetta, segretario del duca di Milano Francesco Sforza, il 10 febbraio 1454 mandava a Sceva da Curte e Iacopo Trivulzio, ambasciatori milanesi in corte di Roma, impegnati (invano) a tentare di giungere a una pace tra lo Sforza e Venezia, una lettera che diceva: ho recevute le lettere tucte haviti scripto al nostro illustrissimo signore et lecto et referito alla signoria soa, quale non respondi altro al presente se 48 ASMn, AG, b. 44: in merito alle condotte gonzaghesche, Isabella Lazzarini, “Marchesi e condottieri: i lineamenti di una specializzazione militare nel quadro della costruzione del principato a Mantova tra Tre e Quattrocento”, in Condottieri e uomini d'arme nell'Italia del Rinascimento (1350-1450), a cura di Giorgio Chittolini, Mario Del Treppo (Napoli: Liguori, 2001), 40-61. 49 ASMn, AG, b. 85.13: in particolare su questo registro, Isabella Lazzarini, “A Spider’s Web. 50 Un registro ducale in particolare, il 18 (Archivio di Stato di Milano, Registri ducali, 18), che copre gli anni dal 1414 al 1467, è un buon testimone della abbondanza e della strutturale sovrapposizione degli accordi di questi decenni: su di esso, Lazzarini, “A Spider’s web”.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 145 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 non che ve comenda della vostra diligentia […] ve mando alligate le scripture de le confine de Valle Sancto Martino per le quale se dichiara como l’è ducato de Milano, como potreti vedere. Sì che queste scripture et tuctte le altre ve ho mandato circa el facto della pace piacevi haverne bona cura perché alla retornata vostra me le possati consegnare perché non ne ho altra copia.51 4. NOTA CONCLUSIVA Può essere utile, per concludere, passare da un contesto come quello rappresentato dalle scritture conservate nella cancelleria di un principato ‘mediano’ come quello gonzaghesco, che ci permettono di vedere, da uno dei molti possibili osservatori, cosa si stipulasse e cosa si ritenesse politicamente indispensabile conservare dei trattati sottoscritti nell’Italia quattrocentesca, a un quadro e uno sguardo assai diverso, quello del Machiavelli delle Istorie fiorentine da cui siamo partiti. Il fiorentino, che dedicò le Istorie a Clemente VII nel 1525, scriveva ex post e puntava a interpretare le dinamiche politiche che avevano coinvolto Firenze nel secolo precedente. Per farlo, leggeva gli sviluppi precedenti e successivi alla lega del 1455 come una sorta di inevitabile disciplinamento del confronto (nel senso della riduzione della capacità di iniziativa dei molti poteri ‘minori’). Proprio a partire dal 1455, il sistema complesso delle leghe universali e delle intelligenze particolari introdusse nel discorso machiavelliano una trasformazione nelle strategie narrative degli eventi. Se a partire dai primi anni Settanta del Quattrocento infatti in Italia la quiete peninsulare era frutto della trama di leghe e di ‘amicizie’ strette tra i principi, da un dato momento in poi iniziarono a fiorire leghe e intelligenze particolari, mutando le cose. Questi intrecci di leghe particolari polarizzarono gli equilibri la penisola, innescarono congiure e diedero inizio a una nuova spirale di guerre: Non di meno, avendo i Fiorentini, Duca e Viniziani rinnovato la lega, e lasciato il luogo al Papa e al Re per entrare in quella, Sisto ancora e il Re si collegarono, lasciando luogo agli altri principi di potervi entrare. E già si 51 Cicco Simonetta a Sceva da Curte e Iacopo Trivulzio, Milano, 10 febbraio 1454, edita in Carteggio degli oratori sforzeschi alla corte pontificia, III, Niccolò V (1 gennaio 145424 marzo 1455), a cura di Matteo Briasco, Daphne Grieco (Roma: Roma nel Rinascimento 2022), #86, 127.
146 Isabella Lazzarini EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 vedeva l’Italia divisa in due fazioni, perché ciascuno dì nascevano cose che infra queste due leghe generavano odio.52 Da qui in avanti, ricostruisce Machiavelli, l’Italia si ridusse a due schieramenti (a composizione variabile): “Era la Italia, come di sopra abbiamo dimostra, divisa in due fazioni: Papa e Re da una parte; da l’altra Viniziani, Duca e Fiorentini”.53 La molteplicità dei livelli del conflitto, che Machiavelli seguì con attenzione e che le Istorie trascrissero con estenuante dettaglio, si risolveva però, nel momento di tirare le fila del discorso o di aprire un nuovo capitolo, nella reductio ai potentati maggiori e ai loro schieramenti ‘fazionari’, contro cui nulla poteva, apparentemente, il rinnovo – più velleitario che altro – delle leghe universali. Potremmo continuare con gli esempi machiavelliani, ma non è necessario. Tra l’altro, questa modalità di narrare le dinamiche fra poteri peninsulari non è caratteristica del solo Machiavelli: anche Guicciardini nelle Storie fiorentine, scritte entro il 1509 e messe a disposizione dell’amico, procedette in modo analogo.54 I fiorentini, Machiavelli e Guicciardini, cercavano di darsi una ragione, interpretando la storia precedente, delle guerre d’Italia che avevano drammaticamente alterato il sistema politico che avevano conosciuto direttamente. Dal nostro punto di vista, però, io credo che l’introduzione con il 1455 di un quadro di riferimento generale in caso di 52 Machiavelli, Istorie fiorentine, II.2, VII.31.8-9. 53 Machiavelli, Istorie fiorentine, II.2, VIII.2.1. 54 Un paio di esempi tra i molti possibili: l’antefatto immediato della guerra colleonica: “E perché questi pericoli si disegnavano communi così al re Ferrando come al duca e a noi, si contrasse una lega particulare fra queste tre potenzie a difesa degli stati, e si disegnorono gli apparati che s’avevano a fare per la salute di tutti [1467]”, Guicciardini, Storie fiorentine II, 101; la lega del 1470: “conclusesi, come di sopra, nel 1470 la lega fra ‘l re, duca e fiorentini, con uno capitolo che ciascuna di queste tre potenzie avessi insieme a mandare imbasciatori al sommo pontefice a supplicarlo la benedissi e vi entrassi drento, e così facessi una lega generale di tutta Italia, con quelle condizioni si era fatta a tempo di papa Niccola nel ’55; riservando però la lega particulare contratta a Napoli, alla quale per questa generale non s’avessi a pregiudicare in alcuno modo” (si trattava della lega particolare tra Napoli, Milano e Firenze), ibidem, III, 107; o ancora nel 1474: “seguitò l’anno 1474 nel quale si fece nuova congiunzione e intelligenzie in Italia […] si contrasse una lega a difesa degli stati fra ‘l duca, viniziani e fiorentini; dove di poi entrò, non come aderente e nominato, ma come principale, Ercole duca di Ferrara […] al papa e al re dispiacque assai questa lega”, ibidem, III, 112-3. Sul Machiavelli lettore di Guicciardini, Gaia Pieraccioni, “Note su Machiavelli storico, II, Machiavelli lettore delle ‘Storie fiorentine’ di Guicciardini”, in Archivio storico italiano, 147 (1989), 63-98.
Con l’uno pace, et con l’altro tregua 147 EDAD MEDIA. REVISTA DE HISTORIA, 25 (2024): 123-155 ISSN: 2530-6448 conflitti ebbe un ruolo importante nel controllo delle dinamiche guerrapacificazione: i conflitti – a tutte le scale geopolitiche – non sparirono dalla penisola, ma vennero affrontati, regolati e possibilmente risolti inglobandoli all’interno di un quadro generale di riferimento che si continuò a rinnovare anche se si dimostrava spesso inefficace. In questo senso, e si tratta davvero di un’ultima considerazione, è interessante anche notare che a partire dalla lega del 1455 la composizione dei conflitti e la stipulazione di leghe grazie ad arbitrati di principi o legati pontifici di fatto scomparve. Non era forse più necessario ricorrere a un istituto di natura privatistica come l’arbitrato nel momento in cui il quadro normativo di riferimento comune praticamente a tutti i poteri della penisola (chi ne era rimasto fuori lo aveva fatto a suo rischio e pericolo) poteva garantire obblighi e clausole in linea di principio validi per tutti. BIBLIOGRAFIA Bartolomeo di ser Gorello, ser. Cronica dei fatti di Arezzo, a cura di Arturo Bini e Giovanni Grazzini, Rerum Italicarum Scriptores 2, XV/1. Città di Castello: Leonardo da Vinci, 1918. Bueno de Mesquita, Daniel. Giangaleazzo Visconti Duke of Milan (13511402). A Study in the Political Carrier of an Italian Despot. Cambridge: Cambridge University Press, 1941. Caferro, William. John Hawkwood: An English Mercenary in FourteenthCentury Italy. Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2006. Carteggi diplomatici tra Milano sforzesca e la Borgogna, 3 vol. a cura di Ernesto Sestan. Roma: Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1985-1987. Chittolini, Giorgio. “Il ‘privato’, il ‘pubblico’, lo stato.” In Origini dello stato. Processi di formazione statale in Italia fra Medioevo ed Età Moderna, a cura di Giorgio Chittolini, Anthony Mohlo e Pierangelo Schiera, 553-90. Bologna: Il Mulino, 1994. Chittolini, Giorgio. “Ascesa e declino di piccoli stati signorili (Italia centro-settentrionale, metà Trecento-inizi Cinquecento). Alcune note.” Società e storia 121 (2008): 473-98.
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