M. Silvia Micheli, La formazione delle parole. Italiano e altre lingue
Abstract
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Full text
M. SILVIA MICHELI, LA FORMAZIONE DELLE PAROLE. ITALIANO EALTRE LINGUE. Roma: Carocci Editore, 2020, pp.238. ISBN 978-88-290-0311-2. [Review of the book ‘Word-formation. Italian and other languages’ by M.Silvia Micheli]. Il bel volume dedicato alla formazione delle parole in italiano (in confronto con altre lingue) di M.Silvia Micheli, pur essendo destinato agli studenti di linguistica generale di livello avanzato, rappresenta, amio avviso, un lavoro di rilievo anche aun livello più alto in cui si trovano vari contributi recenti relativi al campo della morfologia derivazionale dell’italiano (cf. Scalise 1994; Grossmann— Rainer 2004; Scalise— Bisetto 2008; Dardano 2009). Ritengo opportuno ribadire, sin dall’inizio, che la mia non sarà una recensione del tutto oggettiva espassionata, bensì una valutazione soggettiva eanche alquanto personale, dal momento che in quanto co-autore di uno degli articoli recenti di M.Silvia Micheli (cf. Micheli— Štichauer 2020) faccio orgogliosamente parte della cerchia— ormai tutt’altro che ristretta— di morfologi che si occupano del favoloso mondo della formazione delle parole (in italiano ein altre lingue). Pertanto, sono convinto che il lavoro di Micheli rappresenta un ottimo résumé degli ultimi sviluppi nel campo, con particolare riguardo agli aspetti sia interlinguistici sia intralinguistici. Difatti, il volume presta la massima attenzione non soltanto all’italiano ma anche ad altre lingue in cui imeccanismi di formazione delle parole possono essere abbastanza variegati. Inoltre, lo studio di Micheli, pur adottando una prospettiva rigorosamente sincronica (mettendo in rilievo le innovazioni più recenti), prende spunto anche da solide considerazioni diacroniche, per le quali l’autrice è ben preparata (si veda il suo recente volume sulla composizione italiana in diacronia, cf. Micheli 2020). In quel che segue, vorrei dunque presentare il libro apportando, qua elà, qualche riflessione che spero possa approfondire alcuni dei temi affrontati nel testo. Inoltre, mi permetterò di segnalare anche qualche svista (di poco conto) equalche refuso (per eventuali errata). Il volume si articola in cinque capitoli ben delimitati. Dopo una premessa, in cui l’autrice ribadisce, brevemente, la piena autonomia dello studio di formazione delle parole (d’ora in poi, sulla scia del libro stesso, abbreviato in FdP), il primo capitolo introduttivo offre una serie di nozioni fondamentali, alcune delle quali notoriamente sfuggenti, come ad esempio “la parola”, “il morfema”, diversi tipi di allomorfia esuppletivismo. Micheli riesce, attraverso esempi del tutto recenti, adelineare anche la tradizionale tipologia morfologica. Si sofferma sulla produttività, sulle funzioni della FdP eanche sulla nozione di blocco, che apporta una prospettiva sul lessico più ampia. Proprio su queste tre nozioni farei un mio primo commento. Micheli propone (pp. 16–17) la definizione della produttività, ormai consolidata nel campo, che contrappone gli aspetti qualitativi aquelli quantitativi (con le rispettive focalizzazioni nella ricerca), basandosi sulla distinzione corbiniana tra disponibilità eredditività. Anche se la prospettiva adottata sarà quella qualitativa (p.17), molte delle osservazioni nel corso del libro si rifanno, amio parere, aun quadro più quantitativo, per il quale l’autrice avrebbe certo potuto offrire un paragrafo introduttivo un po’ più esteso. Naturalmente, ammetto senz’alcun dubbio che una trattazione tecnica Pavel Štichauer
104 LINGUISTICA PRAGENSIA 1/2021 dell’approccio baayeniano sarebbe stata fuori luogo in un testo indirizzato astudenti, ma ritengo che il riferimento agli studi di Gaeta eRicca (2003; 2006) sarebbe stato utile. Tanto più che questi studi rappresentano una valutazione quantitativa pressoché completa di tutti imeccanismi di FdP in italiano contemporaneo. Aparte la produttività di diversi meccanismi di FdP, si è anche soliti menzionarne la principale funzione che è quella, ovviamente, denominativa, ossia la creazione di nuove parole ai fini di riferimento. Micheli si sofferma brevemente su tale funzione nel contesto, del tutto prevedibile, della distinzione fondamentale tra la flessione ela FdP. Tuttavia, aggiunge anche un’altra funzione della FdP che andava, secondo me, sviluppata. Infatti, oltre aquesta labelling function (Booij 2007: 14) vi è anche quella di “cambiare la categoria lessicale di una parola” (p.24), che forse risponde maggiormente ai requisiti interni del sistema linguistico in quanto ricopre un ruolo sintattico. Mi viene in mente, atal proposito, Gaeta (2002: 16–17) che parla della codifica delle relazioni sintattiche (anaforiche ecataforiche), eanche, seppur in prospettiva diacronica, Frenguelli (2005), il quale indaga il ruolo della FdP nella variatio stilistica di diversi testi dell’italiano antico. Al problema della funzione della FdP ealla sua facoltatività— di contro all’obbligatorietà della flessione— è strettamente legata la nozione aronoffiana di blocco, introdotta da Micheli attraverso il noto esempio di ladro versus ?rubatore. L’autrice giustamente afferma che ?rubatore viene bloccato da ladro (almeno dal punto di vista strettamente sincronico), parola ben disponibile ed altamente frequente nel lessico italiano. Tuttavia, alla questione della frequenza— parzialmente offuscata da uno sfortunato refuso (di fatto, ap.37 si legge che “l’uso di questa parola è ‘bloccato’ dalla presenza (edall’altra [sic] frequenza”)— andava forse aggiunto uno dei primi riferimenti che ne sottolinea l’importanza (Rainer 1988). Il capitolo introduttivo si conclude (pp. 35–40) con un’ottima rassegna dei principali quadri teorici articolata in base atre parametri che probabilmente da sempre caratterizzano tutti gli approcci alla FdP (ealla morfologia tout court) eintorno ai quali ruotano indubbiamente tutti gli sviluppi recenti. Il primo è l’unità minima (odi base), il secondo verte sulla distinzione tra approcci che possono dirsi rule-based versus schema-based, eil terzo riguarda l’autonomia (omeno) della morfologia all’interno del sistema linguistico. Al dibattito sul secondo parametro, segnalo solo il recente volume di Jackendoff eAudring (2020) che senz’altro rappresenta un contributo che va nella direzione teorica seguita anche da Micheli. Icapitoli seguenti all’Introduzione si occupano, con un ordine tradizionale, della derivazione, della composizione (equi l’autrice presta la massima attenzione agli sviluppi della composizione neoclassica), ealtri processi di FdP che, pur essendo forse un po’ meno regolari, sono tutt’altro che marginali (parasintesi, accorciamento, reduplicazione, parole macedonia eparole polirematiche, elast but not least, conversione). Ciascun capitolo offre non soltanto un ventaglio di esempi interessanti (alcuni dei quali, certo, già discussi avarie riprese in passato), ma anche formulazioni (la cui lettura èdavvero piacevole) in cui l’autrice non teme di prendere posizione rispetto aqualche interpretazione. Mi soffermo, pertanto, sia sugli esempi sia su alcune scelte interpretative. Riguardo alla derivazione, mi chiedo se idue prefissi controeanti-, discussi ap.55, possano descriversi come complementari. Micheli infatti riporta gli esempi (antifor-
PAVEL ŠTICHAUER 105 fora, antinebbia, controbattere, controbilanciare) che dimostrano che “controèinvece frequente nei verbi”. Se, da una parte, il prefisso antisembra escluso nel dominio delle basi verbali (*antibattere, *antibilanciare), dall’altra, controsi può aggiungere abasi nominali apportando al nome risultante una sfumatura dinamica (“indica azione contraria dello stesso tipo”, come dice Iacobini 2004: 143, il quale dedica un paragrafo ai diversi output semantici del controdenominale). Procedendo nella lettura del capitolo sulla derivazione, tengo amettere in rilievo l’ottima presentazione ediscussione dell’alterazione che viene trattata da Micheli nel sottocapitolo 2.4 (sotto l’etichetta di morfologia valutativa). In particolare, considero come ben fondata la sua distinzione tra attenuazione eapprossimazione (pp. 96–99), dimostrata in base auna serie di esempi che svelano una crescente produttività di vari mezzi morfologici. Mi sorprende, invece, la discussione limitata della doppia natura del suffisso -ata (pp. 68–69) che sarebbe potuta sfociare in un’analisi più approfondita della varietà semantica legata alle formazioni denominali. In effetti, oltre alla mancata tipologia semantica (per la quale si può rimandare auno studio, fra tanti altri, di Acquaviva 2005), trovo alcuni esempi discutibili. Ad esempio, nella serie di formazioni denominali (p.68), pedalata, martellata, padellata, mi chiedo se pedalata sia davvero denominale dal momento che pedalare come verbo esiste. Naturalmente, in alcuni casi, come anche Micheli sottolinea aproposito di processi di conversione, la direzionalità della derivazione non è sempre facile da decidersi, ma nel caso di telefonata, citato ap.69 assieme aschienata, nella costruzione averbo supporto con dare, mi sembra che siamo di fronte ad un chiaro esempio di nome deverbale (da telefonare). Rimanendo sul campo dei suffissi ambigui, trovo invece molto pertinente l’analisi delle formazioni con il suffisso -nte (p.72) che Micheli giustamente considera come, da una parte, participi presenti convertiti in nomi, e, dall’altra, come veri epropri derivati con il suffisso, ormai del tutto autonomo, -nte: “Pur consapevoli che si tratta di questione ancora aperta, tratteremo -nt(e) in questo capitolo dedicato alla derivazione enon in quello dedicato alla conversione: un elemento asostegno di questa posizione è la presenza di parole come teatrante, edicolante obottegante, in cui -nt(e) si lega aun sostantivo enon può quindi essere considerato come un morfema flessivo di participio presente.” Agli esempi addotti da Micheli, se ne potrebbero aggiungere altri, tra cui ad esempio casellante ogiornante (e, forse, nottante) che, essendo attestati da molto tempo, ripropongono l’importante questione della loro diacronia (epertanto varrebbe certamente la pena di indagarne la storia, cf. ad es., Luraghi 1999). Passando ora al capitolo dedicato alla composizione, segnalo prima un piccolo lapsus ap.123 in cui nell’ultimo capoverso manca evidentemente la parola “studi” (giacché leggiamo “Gli condotti negli ultimi decenni…”). Come ho già anticipato, c’è qui uno straordinario spazio riservato, nell’intero capitolo 4, alla composizione neoclassica con tutti isuoi sviluppi moderni. Micheli riesce non soltanto adelineare il quadro generale, ma propone anche un’analisi molto dettagliata di alcuni elementi formativi, come ad esempio fantaonano-, in cui scorge anche una motivazione ben precisa che conviene riportare in extenso: “(…) l’analisi di nanoci permette di osservare la dinamicità delle strategie valutative, che per mantenere intatta la propria carica espressiva epoter così soddisfare le esigenze comunicative dei parlanti devono
106 LINGUISTICA PRAGENSIA 1/2021 rinnovarsi frequentemente: l’elemento formativo nanova infatti ad arricchire il repertorio di mezzi morfologici che veicolano il valore della diminuzione, collocandosi all’estremità di una gerarchia (…) costituita da mini > micro > nano (…).” Lasciando da parte la trattazione dei composti verbonominali (anche perché oggetto di un lavoro congiunto dell’autrice edel sottoscritto…), trovo particolarmente interessante l’analisi dei composti V-Vquali fuggifuggi osaliscendi (pp. 124–125), che l’autrice ripropone anche più in avanti, nell’ambito della discussione sulla reduplicazione (pp. 187–188), affermando che si è di fronte aun vero eproprio processo di composizione con un’istruzione semantica ben circoscritta (“azione compiuta da un gruppo di persone”, p.125). Micheli non si esprime esplicitamente sulla produttività di tale pattern, il quale mi sembra, nonostante l’istruzione semantica specializzata, abbastanza disponibile. Mi sono imbattuto, infatti, in un bell’esempio letterario in cui l’autore ci regala la neoformazione togli-togli in un contesto (sia pure alquanto indecente) che corrisponde perfettamente al significato dei composti V-V: “Ero impietrito di stupore (…). Attorno ame c’era un togli-togli di vestiti; imaschi invitati all’orgia si spogliavano, (…).”1 Naturalmente, ci vorrebbe uno studio condotto su grandi corpora per valutare meglio la presunta produttività dello schema in questione. Per concludere, non posso fare ameno di soffermarmi brevemente sul capitolo 5, dedicato ad altri processi di FdP, tra cui spicca, amio avviso, la trattazione della conversione edella parasintesi. Non intendo mettere in discussione il problema dell’attestazione omeno di alcune basi che presumibilmente non dovrebbero esistere (tanto per fare un esempio, non mi risulta che riforestare, riportato con asterisco ap.167, sia completamente inesistente; anzi, su internet se ne trovano parecchi esempi), anche perché in una prospettiva paradigmatica della FdP, la direzionalità eanche l’effettiva esistenza di determinate basi diventa un po’ meno rilevante rispetto ad approcci rule-based. Mi permetto invece di integrare la discussione dei parasintetici nati per combinazione della composizione esuffissazione (p.167), perché ritengo che possa essere utile allo scopo generale del libro recensito, ovvero quello tipologico ointerlinguistico. Infatti, in molte lingue, in particolare quelle slave, questo processo rappresenta un’importante area di FdP. Icomposti parasintetici (per iquali Micheli rimanda adue studi di Bisetto— Melloni 2008, eMelloni— Bisetto 2010) sono lungi dall’essere un pattern unitario, esono dunque interessanti sia dal punto di vista strutturale (cfr. Štichauer 2009: 307–309) che da quello semantico (cfr. Chovanová— Štichauer 2014). Giungendo alla fine di questa mia recensione, non mi resta che ripetere di essere profondamente convinto che il volume di Micheli si potrà annoverare, apieno diritto, tra imaggiori lavori dedicati alla formazione delle parole in italiano. La novità del libro consiste non soltanto nella presentazione ediscussione della dinamica della FdP dell’italiano contemporaneo, ma anche nella prospettiva teorica emetodologica adottata. Sono certo che il libro diventerà un punto di riferimento eun punto di partenza per chiunque desideri intraprendere la ricerca in questo ramo (tutt’altro che secco!) della morfologia. 1 Sebastiano Vassalli, La morte di Marx ealtri racconti. Torino: Einaudi, 2006, p.169 (Cap.5.Ciro & Daniela).
PAVEL ŠTICHAUER 107 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Acquaviva, P. (2005) Isignificati delle nominalizzazioni in -ATA eiloro correlati morfologici. In: Grossmann, M. eA.M.Thornton (acura di) La formazione delle parole. Atti del XXVII Congresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana. L’Aquila, 25–27 settembre 2003, 7–29. Roma: Bulzoni. Bisetto, A. eC.Melloni (2008) Parasynthetic compounding. Lingue eLinguaggio 7/2, 233–260. Booij, G. (2007) The Grammar of Words. Second edition. Oxford: Oxford University Press. Chovanová, I. eP.Štichauer (2014) Possessive compounds in Slavic and the Principle of Integrated Meronymy. In: Rainer, F., F.Gardani, H.C.Luschützky, eW.U.Dressler (eds) Morphology and Meaning: Selected papers from the 15th International Morphology Meeting, Vienna, February 2012, 141–152. Amsterdam: Benjamins. Dardano, M. (2009) Costruire parole. La morfologia derivativa dell’italiano. Bologna: ilMulino. Frenguelli, G. (2005) Nominalizzazione etestualità nella trattatistica del XV secolo. In: Grossmann, M. eA.M.Thornton (acura di) La formazione delle parole. Atti del XXVIICongresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana. L’Aquila, 25–27settembre 2003, 193–209. Roma: Bulzoni. Gaeta, L. (2002) Quando iverbi compaiono come nomi. Milano: Franco Angeli. Gaeta, L. eD.Ricca (2003) Frequency and productivity in Italian derivation: Acomparison between corpus-based and lexicographical data. Italian Journal of Linguistics / Rivista di Linguistica 15/1, 63–98. Gaeta, L. eD.Ricca (2006) Productivity in Italian word formation: Avariable-corpus approach. Linguistics 44/1, 57–89. Grossmann, M. eF.Rainer (acura di) (2004) La formazione delle parole in italiano. Tübingen: Niemeyer. Iacobini, C. (2004) Prefissazione. In: Grossmann, M. eF.Rainer, 97–164. Jackendoff, R. eJ.Audring (2020) The Texture of the Lexicon. Relational Morphology and the Parallel Architecture. Oxford: Oxford University Press. Luraghi, S. (1999) Il suffisso -ante/-ente in italiano: fra flessione ederivazione. In: Mioni, A. eL.Vanelli (eds) Atti del XXXI Congresso SLI, 261–272. Roma: Bulzoni. Melloni, C. eA.Bisetto (2010). Parasynthetic Compounds: Data and Theory. In: Scalise, S. eI.Vogel (eds) Cross-Disciplinary Issues in Compounding, 199–218. Amsterdam: Benjamins. Micheli, M.S. (2020) Composizione italiana in diacronia. Le parole composte dell’italiano nel quadro della Morfologia delle Costruzioni. Berlin/ Boston: De Gruyter. Micheli, M.S. eP.Štichauer (2020) Sulla diacronia della composizione verbo-nominale in italiano. Linguistica Pragensia 30/1, 71–94. Rainer, F. (1988) Towards atheory of blocking: the case of Italian and German quality nouns. In: Booij, G. eJ. van Marle (eds) Yearbook of Morphology, 155–186. Dordrecht: Foris. Scalise, S. (1994) Morfologia. Bologna: il Mulino. Scalise, S. eA.Bisetto (2008) La struttura delle parole. Bologna: il Mulino. Štichauer, P. (2009) Compounds in Czech. Lingue eLinguaggio 8/2, 293–314. Pavel Štichauer Dipartimento di Studi Romanzi Facoltà di Lettere, Università Carlo nám. Jana Palacha 2, 11638 Praha ORCID ID: 0000-0002-6777-1104 [email protected]