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Enrahonar 13, 1986, 31-42 L'esegesi allegorica della Bibbia come fondamento di speculazione filosofica nel giudaismo ellenistico: Aristobulo e Filone Alessandrino Clara Kraus Reggiani* ABSTRACT (The allegorical exegesis of the Bible as ground for the philosophical speculation in the Hellenistic Judaism: Aristobulus and Philo) The Jewish-Hellenistic culture rests on the Greek translation of the Hebrew Bible. Allegorism had its starting point in Alexandria at the beginning of the second century B.C. One of the salient prephilonian allegorists was Aristobulus. He goes through the biblical texts on three modes: ailegory, motivated literalism, and cosmological statements. Among his five preserved fragments we find a throughoutgoing exegesis of the seventh day. In Philo the allegory overlaps the philosophical method. Greek thougt is assumed in a higher and independent philosophy, whose substance is the Bible, and before al1 the Genesis. Philosophical and anthropological platonic and stoic concepts are worked out into a theological synthesis wich expresses the path from the world to God through máthesis, physis and áskesis, to reach the ideal of verfect wisdom. C'e un aggettivo molto caro a Filone Alessandrino, che in greco suona methorios e si riferisce a cio che e «intermedio, a una via di mezzo, al limite o al confine tra due estremi)). Per il suo valore semantico e per il significato filosofico che assume nei trattati filoniani, sotto il duplice profilo di «medieta» e di «mediazione», il termine sembra adatto a definire la posizione che Filone occupa tra Grecita e Ebraismo, che e di «intermedio» tra le due culture e di «mediatore» dall'una all'altra. E, come e ben noto, mediatore egli sara, in prospettiva storica e al di la di ogni sua previsione, di una nuova dirnensione * La professora Clara Kraus Reggiani ensenya a 1'Istituto di Filologia de la Universitat ia Sapienza de Roma. Publicacions: Isocrate: Quattro orazioni (1 964); Filone Alessandnno e un'ora tragica della stona ebraica (1967); Francesco Petrarca: Opere iatine: Le Invettive (1975); Filone Alessandnno, De opificio mundi, De Abrahamo, De Josepho (1979); La Lettera di Aristea a Filocrate (1979).
filosofica da un lato a correnti di pensiero come lo gnosticismo e il neoplatonismo, dall'altro e in proporzioni piu cospicue al pensiero cristiano, dalla Patristica alla Scolastica. La commistione delle due componenti, greca ed ebraica, e tipica di tutta la cultura giudaicoellenistica, cosi strettamente legata alla traduzione greca della Bibbia ebraica, che risponde a verita l'asserzione che essa non sarebbe esistita se non ci fosse stata la Bibbia dei Settanta, senza sfiorare affatto il paradosso del celebre detto antico: «Se non ci fosse stato Crisippo, non sarebbe esistita la Stoa» (Diog. Laerzio VI1 183 = SVF 11 6). Sennonché, nel caso delle varie forme di produzione letteraria la Settanta offriva soltanto la materia a scritti nei quali erano greci il «genere» e la lingua, di cui gli autori si servivano non conoscendo piu l'ebraico. In campo filosofico, invece, la Bibbia costituiva la base stessa dell'elaborazione allegorico-filosofica ed k alla filosofia che la cultura giudaico-ellenistica deve il proprio diritto di cittadinanza nella storia della letteratura e del pensiero antico, un diritto, d'altronde' che e stranamente di recente conquista. Sussisteva, certo, il giustificato sospetto che la Bibbia greca tradisse lo spirito di quella ebraica; e se ne hanno testimonianze di eta remota, la piu antica delle quali si legge nel prologo del Siracide: il nipste di Gesu Sirach, presentandosi come autore della traduzione del libro (databile al 132 a.c.), rileva che non c'e equivalenza tra cose dette in ebraico e tradotte in altra lingua e che sia nella Torah che nei Profeti e altrove il senso della traduzione differisce sensibilmente da quello del testo originale. Non era di questo avviso Filone che, nel De vita Mosis (11 25-44), nelaboro la leggenda dei Settanta rispetto alla versione precedente e prima in assoluto dello Pseudo-Aristea, sostenendo che i traduttori non erano stati degli scrupolosi filologi, bensi dei sapienti ispirati da Dio e dando per inconfutabile la perfetta corrispondenza tra il testo ebraico e la versione greca. E fu con questo animo che egli ricerco nel testo sacro la soluzione a tutti gli interrogativi che gli si ponevano, certo che esso racchiudesse in ogni sua parte dei significati spirituali riposti. Nell'ambiente dotto della diaspora alessandrina fu coltivata, a cominciare del 11 sec. a.c., una particolare forma di esegesi biblica, che era in pieno contrasto con la coeva esegesi rabbinica di Palestina, ispirata alla piu stretta ortodossia e chiusa agli influssi dell'Ellenismo, e che consisteva nel dare del testo sacro un'interpretazione allegoricofilosofica intesa a mettere in luce i principi della fede e della sapienza ebraica anche con il sussidio di apporti della filosofia greca. Questo tipo di esegesi dovette aver molti cultori, a giudicare da quanto dice Filone, che allude ad allegoristi contemporanei e anteriori a lui, senza fare alcun nome neppure dove riporta allegorie d'altri, e parla di norme o canoni dell'allegoria; il che ha fatto pensare all'esistenza di vere e
proprie scuole di allegoristi, come ritenne il Bousset (Jüdisch-christlicher Schulbetrieb in Alexandria und Rom, Gottingen 191 5, pp. 8-14). Uno di questi cultori fu Aristobulo, la cui anteriorita rispetto a Filone -messa in discussione nel secolo scorso da studiosi come 1'Elter e il Wendland (De gnomologiorum graecorum historia atque origine commentatio, Bonn 1893-95, coll. 149-254), sulla traccia del Lobeck (Aglaophamus, Konigsberg, pp. 445-448) e negata persino da1 Bréhier (Les idees philosophiques et religieuses de Philon dAlexandrie, Paris 19071 1925 *, pp. 46-49), e ormai cosa accertata (si vedano N. Walter, Der Thoraausleger Arislobulos, Berlin 1964, pp. 58-86; C. Kraus Reggiani, I frammenti di Aristobulo, esegeta biblico, Accademia Nazionale dei Lincei, Bollettino dei Classici, serie 111, fasc. 111, 1982, pp. 91-97). Tra le fonti antiche, soltanto Origene (Contra Celsum IV 51) afferma l'anteriorita cronologica di Aristobulo, riferendosi agli ((scritti allegorici di Filone e a quelli ancora piu antichi di Aristobulo». La testimonianza e preziosa, perché Osigene si basa evidentemente suiia conoscenza diretta del testo aristobuleo e perché ne risulta che nell'opera dell'autore il tema allegorico doveva avere estensione molto maggiore di quanto non si ricavi dai pochi resti in nostro possesso. Infatti, in contrasto con Filone -della cui produzione si conoscono trentasei trattatidi Aristobulo ci sono pervenuti, attraverso la tradizione clementino-eusebiana, soltando cinque frammenti, per la cui numerazione si segue l'ordine in cui essi compaiono in Eusebio, che nelle sue citazioni riproduce alla lettera l'originale, laddove Clemente fa citazioni piu brevi quando non parafrasa o rielabora il testo. Aristobulo merita molto maggiore attenzione di quanta gli si puo dare in questa sede; qui si accennera solo ai dati essenziali, dopo aver premesso che egli visse ad Alessandria, presumibilmente neila prima meta del 11 sec. a.c. e scrisse un'esegesi delle leggi mosaiche, definitiva voluminosa (Clem. Al., Stromata V 97, 7) e condotta con il metodo allegorico (Eus., Praeparatio Evangelica VI11 8,56), per dimostrare che la legge mosaica si prestava a una interpretazione accettabile anche dai Greci. L'opera e dedicata a Tolomeo V Filometore (1 8 1-145 a.c.), cui l'autore si rivolge in prima persona come a un re colto e aperto aile idee dell'Ebraismo. 11 fr. 2 (=Eus., PE VI11 9,38b - 10,l-7) contiene la spiegazione allegorica degli attributi antropomorfici di Dio, quali si incontrano nel Pentateuco: «mani, braccia, piedi, l'atto di incedere -egli dice (1 0,l)- sono simboli che alludono al potere divino» e sono quindi attributi da non intendere in senso letterale, di cui Mose, legislatore e profeta ispirato da Dio, si serve soltanto per conferire all'onnipotenza delle manifestazioni divine una concretezza accessibile alla comprensione di tutti, anche dei meno versati. In realta Aristobulo da l'interpretazione di «mani» e non va oltre. Ma fa una serie di osservazioni significative: «in molti casi -egli
dice (10,3)- Mose usa termini che si riferiscono a cose diverse da quello che in effetti vuole dire», ossia e stato lui stesso a esprimersi in veste allegorica. Questo modo di attribuire a Mose stesso il ruolo di allegoriSta, che altro dice e altro intende ((quando si esprime allusivamente su entita essenziali)) ha il suo parallelo nello Pseudo-Aristea, che nella Lettera a Filocrate (pp. 1421 7 1) da un'interpretazione allegorica in chiave razionalistico-apologetica di alcune prescrizioni mosaiche sui cibi e sugli animali puri e impuri, specificando che e Mose stesso a conferire valore simbolico ai precetti da lui dettati. In ambedue i casi risulta evidente I'intento di applicare l'allegoria a espressioni o a norme bibliche che abbiano l'apparenza di accostarsi a credenze pagane (la divinita antropomorfica) o contengano precetti paradossali, se presi alla lettera. Anche Filone segue la stessa linea di pensiero, ma solo parzialmente e, soprattutto, entro un orizzonte molto esteso che prevede I'applicazione dell'allegoresi a qualsiasi formulazione biblica, fermo restando che il ((senso riposto» e di per sé contenuto nel testo sacro, ossia nelle parole ispirate di Mose. Per rendersene conto, e sufficiente considerare a quale livello egli porti, in Somn. 1 234 SS., il tema degli antropomorfismi referiti a Dio, rilevando come essi abbiano lo scopo di ((esercitare un influsso educativo sulla vita degli insensati ... su persone di natura tanto ottusa da essere completamente incapaci di concepire Dio come privo di corpon, per concludere (ibid. 237) che nella Torah sono applicati due sistemi, riferiti rispettivamente agli uomini illuminati e agli insipienti: «il primo e quello che mira alla venta e sviluppa il concetto che "Dio non e come un uomo" (Num. 23,19), il secondo e quello adattato alla mentalita della gente piu ottusa, a proposito della quale e detto: "11 Signore Iddio ti educhera come un padre educherebbe il proprio figlio" (Deut, 8,5)». Sempre nel fr.2 (10,5), Aristobulo fa la medesima distinzione tra «i dotati di acume intellettuale)), gli allegoristi, e «coloro che nmango no attaccati al senso letterale e non riportano l'impressione che Mose metta a fuoco concetti elevati» con il rincorso al simbolismo. Di grande rilievo e ancora, all'inizio del fr. 4 (=Eus., PE XIII 12, 3-S), l'interpretazione data della voce di Dio, che si deve intendere «non come parola proferita, bensi come attuazione di opere, analogamente a come in tutto il codice delle Leggi Mose ha definito "parola di Dio" l'intera creazione del mondo. Tant'e ver0 che a proposito di ogni momento della creazione ripete di continuo: "e il Signore disse e si attuo» o Da un esame attento dei frammenti si ricava che in Aristobulo sono tre i «madi» di porsi di fronte al testo biblico: l'interpretazione allegorica (mani e voce di Dio), l'accettazione motivata del senso letterale con implicita rinuncia di scavare nel mistero, tipica del midrash palestinese (a proposito dell' epifania di Dio su1 Sinai del fr. 2, da noi omessa per
necesaria brevita), lo sviluppo dato -ancora sempre nel fr. 2all'inamovibilita impressa da Dio al mondo, come a un concetto che e biblico ma non legato a parti specifiche del testo sacro. Un motivo dominante e que110 della dipendenza dalla Bibbia di filosofi greci come Pitagora, Socrate e Platone, piu vicini al divino (frr. 3 e 4): l'obiettivo ultimo dell'autore e l'esaltazione dell'onnipotenza di Dio, e quando egli riscontra in determinati pensatori pagani una «visione» del mondo analoga all'ebraica, la interpreta in chiave biblica, partendo da1 presupposto che essa non puo essere stata raggiunta independentemente del testo sacro, unica fonte di verita, e postulando quindi l'esistenza di traduzioni greche della Bibbia anteriori alla Settanta. La stessa postulazione compare, seppure in forma implicita, nello Pseudo-Aristea, ($5 3 13-3 16), che si suppone vivesse nella stessa epoca e fosse immerso neilo stesso ambiente culturale. Filone, da1 canto suo, ribadisce ben quattro volte la derivazione mosaica della teoria degli opposti di Eraclito (in QG 111 5 e IV 152; Leg. All. 1 108; Heres 214); ma per il resto tende a vedere un parallelismo, piu che una dipendenza, tra il pensiero greco e l'ebraico, quasi che la filosofia fossé stata rivelata ai Greci come la Legge agli Ebrei. Ultimo nell'ordine entro questa rapida scorsa dei frammenti aristobulei, ma di primaria importanza e l'elaborazione del concetto di hébdomos lógos, contenuto nel fr. 5 (=Eus., PE XIII 12, 9-1 6), per la cui analisi particolareggiata sono costretta a rimandare, parlando in prima persona, al mio saggio su Aristobulo, citato all'inizio di questo discorso. 11 particolare interesse di questa teoria, in cui confluiscono i tre concetti di ((settimo giorno)), ((sapienza-luce» e ((cessazione dall'operare)), e il suo sviluppo essenzialmente filosofico, fatto oggetto di scrupolosa ricerca da parte degli studiosi, sostenitori gli uni di una interpretazione psicologica, gli altri di una cosmologica. In senso psicologico, inteso come settima facolta l'hébdomos lógos viene fatto coincidere con I'intelligenza, sulla base di una riduzione a sette delle otto parti in cui dividevano l'anima gli Stoici, oppure di un ampliamento a sette della divisione aristotelica dell'anima in cinque parti. In senso cosmologico, come struttura o normativita settenaria l'espressione viene riferita al significato e alla perfezione del numero sette, quale fattore dominante in tutto l'universo, secondo l'insegnamento pitagorico. Delle due interpretazioni, la prima pone l'accento su1 fattore umano, la seconda su1 principio divino; ed e quest'ultima, senza dubbio, la piu vicina alla presumibile intenzione di Aristobulo, ma non al punto da togliere ogni perplessita. Forse principio settenario e una espressione di ripiego che, nella sua indeterminatezza, puo dare l'idea del punto d'incontro delle due componenti cui si vuole alludere, che sono rispettivamente di ordine antropologico e cosmologico. 11 tutto si recollega aila frase
iniziale del frammento, in cui viene comentato Gen. 2,2: ((Dio, ordinatore del mondo, ha dato anche a noi come giorno di astensione da1 lavoro, poiché per tutti e faticosa la vita, il settimo giorno, che allegoricainente potrebbe anche essere chiamato primo, in quanto generazione della luce, grazie alla quale si acquista la visione complessiva del tutto.)) Nell'immediato seguito si legge: ((11 medesimo ragionamento si potrebbe applicare per metafora alla sapienza: infatti la luce procede tutta da essa. Alcuni filosofi della scuola peripatetica hanno detto che essa assolve funzione di diaccola, perché seguendola ininterrottamente (gli uomini) trascorreranno senza turbamenti l'intera esistenza). In questo accenno all'aristotelismo -lo diciamo tra parentesisi trova nei frammenti l'unica traccia che giustifichi l'appellativo di ((peripatetico)) dato ad Aristobulo da Clemente (Strom. 1 72, 4) e suila sua traccia da Eusebio (Chron. a. Abr. 1841; PE VI11 9,38; IX 6, 6a; XIII 11, 3)' che non e confermata da altro, trapelando dai testi piuttosto l'influsso dei pitagorici e degli stoici. Nella conclusione del fr. 5, dopo aver affermato che l'uomo, attraverso il sabato, partecipa insieme della illuminazione spirituale che viene da Dio e dell'alternanza ciclica settenaria comune a tutto il creato, Aristobulo asserisce che «in virtu del principio settenario conforme a venta, ci si distacca dall'oblio e dalla malvagita che possono albergare nell-anima e si abbandonano questi due mali, per acquistare la conoscenza del vera)), che e «la visione complessiva del tutto» della frase iniziale. Se il nostro modo di vedere non e errato, il principio o modulo settenario puo essere inteso in chiave mistico-allegorica, vedendo adombrata in esso la purificazione dell'anima che apre la via alla verita. E'questo tipo di allegoria biblico-fílosofica che induce a studiare Aristobulo come degno predecessore di Filone, se anche tra i due non esiste posibilita di raffronto in termini qualitativi. In Filone l'allegoria filosofica assume sostanza e contorni del tutto nuovi e originali, tanto che quando si dice ((allegoresi filonianm si allude a un tipo di allegoresi che si pone come sinonimo di ((metodo filosofico». Si dice che Filone non ha costruito una filosofia sistemática secondo gli schemi della filosofia greca; ma l'asserzione non risponde del tutto al vero, perché, a ragion veduta, i modi della sua speculazione etico-religiosa, affiancati a quelli che vorremmo chiamare modi di filosofia pura o teoretica, si assommano in un tutto che ha caratteri ben precisi, che una lettura attenta e paziente dei trattati (di per sé resa difficile dalle frequenti diversioni e anche da evidenti contraddizioni) consente di mettere a fuoco. Dopo la grande fioritura di studi filoniani di quest'ultimo cinquantennio, studi che di recente sono approdati persino all'analisi strutturalistica auspicata da1 Pouilloux, si deve ancora sempre consentire con la visuale del Bréhier che all'inizio del nostro secolo (1907) ha
delineato il «filonismo» -come felicemente lo chiamasotto il profilo di un'esegesi biblica rivolta a svuotare le scritture del loro contenuto storico, per conferire valore universale alla loro sostanza etica, attraverso l'interpretazione allegorica. 11 nucleo centrale della produzione filoniana, che comprende 27 trattati dedicati all'esegesi allegorica del Pentateuco (1 8), all'esposizione storico-esegetica delle leggi mosaiche (7), alle Quaestiones in Genesin et in Exodum (2), e in effetti tutto in chiave allegorica. E anche l'uso che Filone fa dell'allegoria, la sua presa di posizione contro coloro che si arrestano al senso letterale della Bibbia e per contrasto il posto che occupa nei suoi scritti storicoesegetici e nelle Quaestiones proprio quest'ultimo, la classificazione delle varie forme secondo il loro. oggetto in ailegoria cosmologica, antropologica, morale e pragmatica -tutto questo e ogni aspetto accessorio di questo sono stati sottoposti alle precisazioni piu sottili (citiamo soltanto due testi che rimangono fondamentali: E. Stein, Die allegorische Exegese des Philo aus Alexandreia, Giessen 1929, e J. Pépin, Remarques sur la théorie de l'exégkse allégorique chez Philon, in AA. W., Philon dAlexandrie, Lyon 1966, Colloques Nationaux de la Recherche Scientifique, Paris 1967, pp. 131-1 37). Non ci sembra percio il caso di soffennarci qui su questi preliminari. Non c'e dubbio che Filone fosse un ebreo fortemente ellenizzato, come lo era tutto la classe colta dell'Ebraismo alessandrino della sua eta (egli fu coevo di tre imperi: quelli di Augusto, di Tiberio e di Caligola) ma questo non gli impediva di sentirsi profondamente ebreo, ed e la sua «ebraicita» piu ancora della sua appartenenza all'ebraismo a conferire una connotazione ebraica al suo modo di pensare. Si deve a lui la nozione della ((doppia cittadinanza)) di ogni ebreo della diaspora, che e cittadino del paese in cui e nato, che rappresenta il padre in quanto e la patria ma e anche partecipe della cittadinanza «piu universale)) (la katholikotéra politeía che ha il suo centro spirituale nella citta madre di Gerusalemme (si vedano: Fl. 56 e Legat. 157). E certo la citta madre aveva dentro di lui un insiscusso predominio sulla patria paterna. Questo spiega molte cose. Filone conosceva a fondo la filosofia greca di ogni periodo, dai presocratici alle scuole ellenistiche e negli scritti gli indizi di questa sua formazione sono evidenti; ma non c'e un solo enunciato di quelle dottrine che non risulti rielaborato entro un contesto che assorbe ogni terminologia e ogni concetto mutuato dalla Grecita in funzione di un altro pensiero del tutto indipendente. Per quanto si voglia dimostrare la sua dipendenza da Platone (certo il suo modello preferito) o dagli Stoici -considerando marginale l'influsso del pitagorismo e di Aristotelee impossibile non accorgesi che la sostanza della sua speculazione e tutta legata all'esegesi biblica e che soltanto dalla Bibbia Filone attinge i principi infonnatori dell'etica religiosa, di cui e
/' /' il primo propugnatore, in nome della prima religione monoteistica, che e una religione rivelata. Lo stesso processo di assimilazione preventiva attuatasi in lui rispetto alla filosofia greca presa nel suo insieme, dovette certo aver luogo, parallelamente ad essa, in rapporto al testo sacro. Si deve supporre che l'impostazione del tutto nuova da lui data del rapporto uomo-Dio abbia avuto il suo precedente in uno studio lungo e approfondito delle Scritture e che in un secondo momento concentrasse la sua attenzione su1 Genesi, che presentava personaggi in via di progreso e meglio si prestava alla sua concezione di un itinerario dell'uomo a Dio. Da Genesi sono tratti i versetti tematici in linea progressiva nei trattati della esegesi allegorica, mentre le moltissime citazioni da1 resto del Pentateuco e dagli altri libri servono da supporto al tema prescelto e alle argomentazioni svolte in forma piu o meno digressiva, le quali molto spesso si spingono al di la del tema fondamentale e lo superano per estensione e importanza. Alla base di tutto si pone un modo radicalmente nuovo di sentire e di concepire Dio e un modo altrettanto radicalmente nuovo di sentire l'uomo, messo a confronto con la realta che lo circonda e con la trascendenza di Dio, cui il suo sforzo gnoseologico cerca di approdare. Misura di tutte le cose, secondo la concezione mosaica, non 6 piu l'uomo con la sua intelligenza, bensi Dio (Somn. 11 193), con un capovolgimento completo rispetto al pensiero greco. Dio e ontologicamente al principio e conoscitivamente alla fine della realta terrena. 11 «conosci te stesso)) e riferito a una ((conoscenza di sé» necesaria al riconoscimento della ((nullita)) umana (la oudéneia, un tema ricorrente; cfr. Sacrif: 55; Congr. 107; Mutat. 54 e 155; Heres 29 s.; Somn. 1, 54-60, 212; 11 293), che a sua volta comporta il qdisperare di sé» e il ricercare, come unico fine, la «conoscenza di Dio». Ne consegue che gli enunciati riferiti al Dio uno, unico, trascendente sono assiomatici e comprovati con citazioni bibliche inequivocabili; quelli relativi all'uomo e i rapporti di Dio con l'uomo attraverso il Logos, le Potenze e altre entita astratte, sono el risultado di una ricostruzione allegorica ricavata del senso riposto di passi biblici, la cui significazione spirituale e esposta in interpretazioni a volte perspicue, a volte addirittura enigmatiche. 1 due moduli fondamentali del pensiero etico-religioso di Filone sono l'antitesi e la medieta-mediazione: il passaggio da1 gradino piu basso al piu alto, da1 concreto all'astratto, da1 relativo all'assoluto, e mediato da110 spirito, che e Spirito di Dio, Logos, Parola che guida e prescrive. La legge morale 6 comandamento di Dio e ai comandamenti sono commisurate la virtu. Dei comandamenti e mediatore agli uomini il Logos-sacerdote, impersonato in Mose, insieme re, sommo sacerdote, legislatore e profeta, colui che ha reggiunto il limite massimo della sapienza umana, al punto che in Ex. 7, 1 Dio gli dice: «Ti dar0 come
Dio a Faraonep. L'espressione e intensa in Leg. AII. 1 40 nel senso che l'intelligenza e «dio» dell'irrazionale, rappresentato da1 Faraone e dall'Egitto (simbolo del corpo con la sue passioni); in Deter. 161 s. e sottoposta a critica per concludere che il saggio in termini convenzionali e «dio» degli stolti con cui e messo a confronto, ma non e mai un dio; in Somn. 11 188 s. serve da spunto per affermare che il saggio e methorios (e torniamo cosi al termine proposto all'inizio di questo discorso) fra Dio e l'uomo e partecipa di ambedue le nature, quasi fossero due estremita, la testa e i piedi. Ancora, methorios compare in Somn. 1 68 s. a proposito del Logos divino, mediatore in astratto, come lo e Mose in concreto, di Dio agli uomini e occupa appunto «una posizione intermedia» tra il divino e l'umano. E sempre methbrios ricorre in Heres 12 1 in un enunciato di primaria importanza: «Nessuno e perfetto in alcuna sua attivita, ma secondo verita inconfutabile le perfezioni e l'assoluta eccellenza sono soltanto dell'uno. A noi e dato di muoverci sulla via di mezzo (il methorion) tra la fine e il principio)). Dunque, per Filone, la perfezione e di due ordini: assoluta in Dio, sempre e solo relativa nell'uomo. La perfezione relativa e il superamento del livello piu basso e l'avvicinamento ell'estremo piu alto, non e insomma il «perfetto», bensi la ctensione illimitata verso il perfetto)). In termini moderni e el'attimo faustiano)), punto di amvo e di ininterrotta partenza. Di Dio, trascendente e unico, si conosce l'esistenza, razionalmente dimostrabile in base al principio di causalita; ma non se ne puo conoscere l'essenza. In linea di massima, quest'ultimo assioma viene dimostrato con l'esame dei passi in cui Mose, il sapiente per eccellenza, chiede a Dio di mostrarsi a lui e ne riceve la risposta ben nota: «Tu vedrai le cose che sono dietro di me (ossia la creazione), ma il mio volto non si puo vedere (un'inconoscibilita estesa al Logos e alle Potenze))) (Ex. 33, 23). E alla inconoscibilita di Dio consegue la Sua ineffabilita: ((10 sono Colui che e», formula della massima astrazione (Ex. 3,14). 11 presupposto da cui il resto dipende e la dottrina della creazione del mondo a opera di Dio, a cui preesiste Dio e verosimilmente, secondo Filone, la materia stessa. Tale dottrina e attestata nel De opificio mundi, ((surnmm del pensiero filoniano, ed quella cui Filone per primo ha dato dimensione filosofita, assunta dalla Bibbia e mediata con la dottrina platonica del Timeo, che peraltro -a nostro avvisorisulta sussidiaria di una concezione affatto diversa della platonica. Attraverso l'esame tutto filosofico, e non allegorico, del primo capitolo del Genesi Filone postula l'esistenza di un mondo intelligibile, composto delle idee archetipe di ogni cosa creata, anch'esse opera di Dio. 11 concetto degli archetipi sara poi esteso a ogni entita del reale, su entrambi i piani, del concreto e dell'astratto, perché nulla di quanto si