scieee AI-readable full text Open interactive document viewer

La grammatica dello spazio nel Petrarca latino : le epistole e i loro intertesti medievali

Stella, Francesco

Abstract

Studi recenti hanno dimostrato in Petrarca un'autocoscienza lucidissima del significato ideologico della rappresentazione geografica e insieme del senso che questa assume nella biografia culturale del poeta. Con l'Itinerarium Petrarca cerca di superare l'orizzonte della crisi politica trecentesca stabilendo un orizzonte alternativo che coinvolge l'amico Mandelli e insieme, attraverso le cerchie dei primi lettori napoletani e ferraresi, la posterità. Ma questo processo si registra in modalità diverse anche nelle epistole Familiari e metriche: con questo modello implicito di Petrarca pone la patria italica su un piano superiore in un'epoca in cui essa non esiste ancora come soggetto politico, e ne individua le specificità ricavandole dalla propria esperienza di viaggio e di lettura, frammentarie e discontinue nella formulazione ma unitarie nel disegno, che fanno del viaggio un unico grande tropo della coscienza di Petrarca. Il contributo di Francesco Stella sperimenta l'applicazione ad alcune epistole metriche di Petrarca delle analisi sulla retorica dello spazio che sono state tentate per altri grandi scrittori latini. Se è vero che «il Canzoniere non parla se non degli occhi» (Bertone), potremmo dire infatti che le epistole metriche non cantano se non i luoghi, sempre percepiti dagli occhi del poeta o di quelli cui, come specchi di sé, si rivolge. Quasi ogni lettera contiene descrizioni di regioni e città, racconti di viaggio e ambientazioni di aneddoti, confronti fra paesi e nazioni, ricordi di località e cataloghi di popoli, di venti, di fiumi e di prodotti che rappresentano non tanto sentimenti e umori quanto spazi culturali e proiezioni biografiche. Si direbbe che la modalità peculiare di Petrarca è la spazializzazione delle categorie mentali e soprattutto storiche, l'esternalizzazione del soggetto culturale. L'indagine coglie in una poesia latina che è (a un'analisi puntuale dei modelli) assai più medievale di quanto non si sia voluto credere, il punto di innesto della nuova estetica dello spazio, quella appropriazione della geografia alla percezione del soggetto lirico che è la rivoluzione petrarchesca del canzoniere. Se nella poesia volgare di Petrarca il paesaggio diventa Reflexionsraum del soggetto e insieme sguardo esterno che gli dona una nuova oggettività, in quella latina questa operazione è realizzabile solo entrando in dialogo intertestuale con la tradizione (anche recente) che ne ha generato il linguaggio, col repertorio retorico che ne consente la comunicabilità.

Full text

Quaderns d’Italià 11, 2006 273-289 La grammatica dello spazio nel Petrarca latino: le epistole e i loro intertesti medievali Francesco Stella Università di Siena Abstract Studi recenti hanno dimostrato in Petrarca un’autocoscienza lucidissima del significato ideologico della rappresentazione geografica e insieme del senso che questa assume nella biografia culturale del poeta. Con l’Itinerarium Petrarca cerca di superare l’orizzonte della crisi politica trecentesca stabilendo un orizzonte alternativo che coinvolge l’amico Mandelli e insieme, attraverso le cerchie dei primi lettori napoletani e ferraresi, la posterità. Ma questo processo si registra in modalità diverse anche nelle epistole Familiari e metriche: con questo modello implicito di Petrarca pone la patria italica su un piano superiore in un’epoca in cui essa non esiste ancora come soggetto politico, e ne individua le specificità ricavandole dalla propria esperienza di viaggio e di lettura, frammentarie e discontinue nella formulazione ma unitarie nel disegno, che fanno del viaggio un unico grande tropo della coscienza di Petrarca. Il contributo di Francesco Stella sperimenta l’applicazione ad alcune epistole metriche di Petrarca delle analisi sulla retorica dello spazio che sono state tentate per altri grandi scrittori latini. Se è vero che «il Canzoniere non parla se non degli occhi» (Bertone), potremmo dire infatti che le epistole metriche non cantano se non i luoghi, sempre percepiti dagli occhi del poeta o di quelli cui, come specchi di sé, si rivolge. Quasi ogni lettera contiene descrizioni di regioni e città, racconti di viaggio e ambientazioni di aneddoti, confronti fra paesi e nazioni, ricordi di località e cataloghi di popoli, di venti, di fiumi e di prodotti che rappresentano non tanto sentimenti e umori quanto spazi culturali e proiezioni biografiche. Si direbbe che la modalità peculiare di Petrarca è la spazializzazione delle categorie mentali e soprattutto storiche, l’esternalizzazione del soggetto culturale. L’indagine coglie in una poesia latina che è (a un’analisi puntuale dei modelli) assai più medievale di quanto non si sia voluto credere, il punto di innesto della nuova estetica dello spazio, quella appropriazione della geografia alla percezione del soggetto lirico che è la rivoluzione petrarchesca del canzoniere. Se nella poesia volgare di Petrarca il paesaggio diventa Reflexionsraum del soggetto e insieme sguardo esterno che gli dona una nuova oggettività, in quella latina questa operazione è realizzabile solo entrando in dialogo intertestuale con la tradizione (anche recente) che ne ha generato il linguaggio, col repertorio retorico che ne consente la comunicabilità. Parole chiave: Petrarca, geografia, rappresentazione dello spazio, viaggio. 274 Quaderns d’Italià 11, 2006 Francesco Stella Abstract Recent studies have shown an extremely clear self-conscience in Petrarch of the ideological meaning of geographical representation, and the sense that it assumes in the cultural biography of the poet. With Itinerarium, Petrarch seeks to go beyond the horizon of 4th Century political crisis, setting an alternative which involves his friend Mandelli together with posterity, through circles of the first Neapolitan and Ferrarese readers. But this process is registered differently even in the Familiar and metrical epistles: this implicit Petrarchan model put the Italian motherland on a higher plane during an era in which it was still non-existent as a political force. He identified individualities extracted from his experiences of travelling and reading, which were fragmentary and discontinuous in expression but whole in design and made travelling a unique, grand trope of Petrarch’s conscience. Francesco Stella’s contribution tests the application to some of Petrarch’s metrical epistles of analyses of the rhetoric of space, which had been tried by other great Latin writers. If it is true that «the Canzoniere speaks nothing if not the language of the eyes» (Bertone), we could in fact say that it is not the metrical epistles, but the places which sing, perceived by the eyes of the poet or of those to whom, as mirrors of themselves, they appear. Almost every letter contains descriptions of regions and cities, tales of journeys and settings of anecdotes, comparisons between towns and countries, memories of localities and scores of people, of winds, of rivers and of products which represent not only sentiments and moods, but cultural spaces and biographical projections. It could be said that Petrarch’s characteristic manner is the scattering of the mental and particularly historical classes, the externalisation of the cultural subject. The research is gathered in a Latin verse, which (upon careful analysis of the models) is much more medieval in that it is not meant to be believed, the point of insertion of the new aesthetic of space, of the appropriation of geography to the perception of the lyrical subject that is the Petrarchan revolution of the Canzoniere. If, in the vulgar poetry of Petrarch, the landscape becomes a Reflexionsraum of the subject while at the same time an external look, giving it a new objectivity, in his Latin work, this procedure can only be carried out entering into inter-textual dialogue with the tradition (even recent) that has created an entire language, with the rhetorical repertoire that gives us the ability to communicate. Key words: Petrarch, geography, the representation of space, journey. Questo mio tributo a Petrarca è l’espressione di una nostalgia latente, che l’anniversario petrarchesco ha riportato alla luce. Dopo molti anni mi offre infatti l’occasione di tornare su un argomento di cui mi ero occupato solo in tempi lontani, da studente di Domenico De Robertis, e al quale poi non mi sono più dedicato, troppo preso dal fascino del medioevo germinale e incubatorio dei primi secoli. Le celebrazioni del 2003-2004 mi hanno felicemente costretto a riaprire libri messi da parte, ampliare nei miei programmi d’insegnamento lo spazio concesso al latino di Petrarca, dedicare nuove ricerche alla storia dei canzonieri mediolatini, degli itinerari d’oltremare e ad altre precursioni medievali della cultura petrarchesca. Ma tutto questo non fa di me uno specialista di Petrarca, mistero che richiede ben altra iniziazione, e quindi è con timore e tremore che ho osato accettare il graditissimo invito degli organizzatori a infiltrarmi in un convegno di petrarcologi autentici. Mi limito allora a sperare che proprio questa La grammatica dello spazio nel Petrarca latino Quaderns d’Italià 11, 2006 275 mia curiosità di neofita classicista e medievista possa contribuire, con tutti i limiti del caso, a osservare Petrarca da punti di vista meno frequentati. In effetti, se nel complesso la letteratura critica sul nostro poeta resta inesauribile e quasi opprimente, gli studi sulle poesie latine che non si fermino all’aspetto strettamente filologico o biografico restano curiosamente rari, specie su testi come le Epistole metriche, che gli editori ora chiamano semplicemente Epistole,1afflitte da uno sventurato incrocio fra irreperibilità libraria, ossessione filologica e latenza critica. L’Itinerarium L’interesse per il tema nasce, molto empiricamente, da un corso che mi è capitato di tenere ad Arezzo sulla letteratura mediolatina di viaggio, dedicato per metà all’Itinerario di Petrarca in Terrasanta, un’opera di cui il bombardamento giubilare dei convegni sul pellegrinaggio religioso2ha avviato una riscoper1. Lo dimostra M. FEO in «Fili petrarcheschi», Rinascimento, n. 19, 1979, p. 3-89. Sulle metriche abbiamo il librettino di E. H. WILKINS, The «Epistole metriche» of Petrarch: a Manual, Roma: 1956, che aiuta a districarsi su edizioni d’autore, date, luoghi e corrispondenti; il saggio filologico di M. FEO,«L’edizione critica delle Epistole», Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, s. III, 19, 1989, p. 239-250, che supera i vecchi lavori di E. BIANCHI ivi citati, e le pagine che egli dedica alle Epistole in Codici latini del Petrarca nelle biblioteche fiorentine. Mostra 19-maggio-30 giugno 1991, Firenze: 1991 e nell’altro catalogo Petrarca nel tempo, Arezzo: 2004. Alle vecchie sistemazioni documentarie di D. MAGRINI, Le epistole metriche di Francesco Petrarca, Rocca San Casciano: 1907 (ad oggi l’unica monografia interamente dedicata alle Metriche), e H. COCHIN, «Les “Espistolae metricae” de Pétrarque. Remarques sur le texte et la chronologie», Giornale Storico della Letteratura Italiana, 74, 1919, p. 1-40, si sono aggiunti soprattutto L. ZANONI, «Le Epistole metriche del Petrarca», Rivista di Italianistica, n. 20, 1917, p. 419-32; E. CARRARA, «Gli improvvisi del Petrarca», Studi Petrarcheschi, n. 2, 1949, p. 137-51 e 181-202; U. DOTTI, «Le “Metriche” del Petrarca», Convivium, n. 35, 1967, p. 155-173; ID., «La formazione dell’umanesimo nel Petrarca (le “Epistole metriche”)», Belfagor, n. 23, 1968, p. 532-563; R ARGENIO, «Le Epistole metriche del Petrarca e il ricordo di Roma», Studi Romani, n. 2, 1954, p. 46-53; ID., «Il Petrarca giocoso nelle Epistole metriche», Rivista di studi classici, n. 8, 1960, p. 135-146; ID., «Le “Epistole metriche” del Petrarca», ibid., 10, 1962, p. 24-38, 121-127, 220-231; ID., «Gli autori congeniali al Petrarca nelle Epistole metriche», Convivium, n. 33, 1965, p. 449-464; G. PONTE, «Poetica e poesia nelle “Metriche” del Petrarca», La Rassegna della letteratura italiana, n. 72, 1968, p. 202-219, praticamente gli unici contributi critico-letterari sull’opera negli ultimi 50 anni, incrementati ora da E. FENZI, «L’epistola “Ad Italiam” di Francesco Petrarca e la traduzione di Tommaso Gargallo», Per Leggere, n. 2, 2002, p. 107-140. Si aggiunga M. FEO, «Di alcuni rusticani cestelli di pomi», Quaderni Petrarcheschi, n. 1, 1983, p. 19-75, che riguarda le Epistole alle pagine 19-36 e 68-75. L’edizione è ancora quella di D. ROSSETTI, in Francisci Petrarchae poemata minora quae extant omnia, voll. II-III, Milano: 1831-1834, e l’altrettanto introvabile edizione di R. ARGENIO, Roma, s.d. (ma 1984), fortunatamente riversata in Francesco PETRARCA, Opera omnia, a cura di P. STOPPELLI, cd-rom, Roma: 1998. Entro il 2004 è stata annunciata quella di Michele Feo, basata su tutti i 156 manoscritti esistenti e articolata in tre redazioni. 2. Citiamo ad esempio M. TANGHERONI, A proposito di scritture letterarie di viaggio nel medioevo. Note su Francesco Petrarca, in S. GENSINI (a cura di), Viaggiare nel medioevo, Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, 2000, p. 517-536, cfr. in precedenza A. PAOLELLA, «Petrarca e la letteratura odeporica del medioevo», in Studi e problemi di critica testuale, n. 44, 1992, p. 61-86. 276 Quaderns d’Italià 11, 2006 Francesco Stella ta critica suscettibile di tentare una riflessione sulle specificità tecniche e il significato culturale dell’operazione. Su questo piano la recente edizione americana del manoscritto cremonese, dovuta a Theodore J. Cachey,3ha cominciato a porsi, anche sulla base dei nuclei di ricezione manoscritta, il problema del rapporto fra l’Itinerarium e la rappresentazione dello spazio, nei termini sociologici di quell’Henri Lefebvre4che gli Stati Uniti hanno scoperto solo negli anni ‘90. Le sue analisi hanno rivelato in Petrarca un’autocoscienza lucidissima del significato ideologico della rappresentazione geografica e insieme del senso che questa assume nella biografia culturale del poeta. Con l’Itinerarium Petrarca cerca infatti di superare i confini della crisi politica trecentesca stabilendo un orizzonte alternativo che coinvolge l’amico Mandelli e insieme, attraverso le cerchie dei primi lettori napoletani e ferraresi, la posterità.5La partenza da Genova e l’itinerario tirrenico, che occupa la maggior parte di quella che doveva essere invece una guida ai luoghi santi, sono infatti assolutamente inconsueti nell’odeporica medievale e, come dimostra l’autoriferimento al viaggio di Magone nel VI libro dell’Africa, sembrano corrispondere a un programma letterario piuttosto che a un progetto di viaggio, a una colonizzazione dello spazio da parte dell’io e delle sue memorie personali e letterarie: la costruzione —self-fashioning6— di un mito del pellegrino religioso come viaggiatore ulissiaco che ha l’Italia al suo centro. Questo processo si registra in modalità diverse anche nelle epistole Familiari e metriche: con questo modello implicito di Petrarca pone la patria italica su un piano superiore in un’epoca in cui essa non esiste ancora come soggetto politico, e ne individua le specificità ricavandole dalla propria esperienza di viaggio e di lettura, frammentarie e discontinue nella formulazione ma unitarie nel disegno, che fanno del viaggio un unico grande tropo della coscienza di Petrarca. Gli studi sul paesaggio Queste esplorazioni nuove possono essere lette alla luce dello sviluppo che hanno avuto negli ultimi decenni gli studi sul paesaggio letterario, alimentati —come spesso capita— da filoni quasi autonomi di bibliografia americana, tedesca, francese e italiana. Da questo punto di vista, per le applicazioni poetiche che mi prefiggevo ho trovato estremamente stimolanti, insieme ad altri lavori che non sto a elencare, il brillante capitolo petrarchesco che Giorgio 3. Petrarch’s Guide to the Holy Land. Itinerary to the Sepulcher of Our Lord Jesus Christ, edited and translated by Theodore J. Cachey Jr., Notre Dame: University of Notre Dame Press, Ind., 2002. 4. H. LEFEBVRE, The production of space, trad. ingl. Oxford: Blackwell, 1991, ed. francese 1974. 5. T. J. CACHEY, cit., p. 13. 6. Termine coniato da Stephen Greenblatt per descrivere il fenomeno moderno del «bisogno di sostenre l’illusione di essere i fattori determinanti delle nostre identità»: S. GREENBLATT, Renaissance Self-Fashioning. From More to Shakespeare, Chicago: University of Chicago Press 1980, spec. p. 1-9. La grammatica dello spazio nel Petrarca latino Quaderns d’Italià 11, 2006 277 Bertoni dedica al monopolio dell’esperienza «scopica» di Petrarca ne Lo sguardo escluso7e la lezione di Karlheinz Stierle al Petrarca Institut di Colonia sulla semiologia dei Petrarcas Landschaften,8piuttosto trascurata in Italia, che risale alla fine degli anni ‘70 e si collega all’interesse, cresciuto in quegli anni, per la cultura del territorio in tutte le sue forme. Due lavori illuminanti da prospettive diverse, che hanno in comune solo i paradigmi di Blumenberg su leggibilità del mondo e curiosità teorica come discrimini della modernità.9Stierle, in particolare, sviluppa e attualizza intuizioni già esposte in una profetica dissertazione tedesca del 1914 su Die Landschaft in Briefen der italienischen Frührenaissance10 che schematizzava grosso modo i due atteggiamenti stilistici di Petrarca nei confronti del paesaggio, quello sintetico che compone il paesaggio da singoli elementi, e quello analitico che individua un paesaggio da un punto di vista specifico, mettendone in relazione reciproca le rispettive perculiarità. Stierle comincia ad articolare questa tipologia in una distinzione categoriale fra Fernlandschaft e Nahlandschaft, paesaggio lontano e paesaggio vicino, e soprattutto fra blicklose e blickbegabte Landschaft, paesaggio «privo di sguardo» o «dotato di un proprio sguardo», che —nonostante le critiche serrate di Bernard König11— mi sembra corrispondere adeguatamente alla articolazioni prospettiche di Petrarca, ma che Stierle non misurava se non occasionalmente sul terreno della produzione poetica in latino. Mi sono proposto allora di ripercorrere le Metriche, che chiamo così per maggiore chiarezza, alla ricerca del linguaggio con cui Petrarca assume o produce coscienza dello spazio che circonda la sua esperienza biografica o letteraria, materiale o immaginaria ma comunque reale. Mi interessava cogliere in una poesia latina che è ancora, e lo vedremo, pienamente medievale il punto di innesto della nuova estetica dello spazio, quella appropriazione della geografia alla percezione del soggetto lirico che è la rivoluzione petrarchesca del canzoniere. Se nella poesia volgare di Petrarca il paesaggio diventa Reflexionsraum del soggetto e insieme sguardo esterno che gli dona una nuova oggettività, in quella latina —che a quest’epoca ha altri e più impegnativi lettori, altri e più impegnativi spessori dietro di sé— questa operazione è realizzabile solo entrando in dialogo intertestuale con la tradizione che ne ha generato il linguaggio, col repertorio retorico che ne 7. G. BERTONE, Lo sguardo escluso. L’idea di paesaggio nella letteratura occidentale, Novara: Interlinea edizioni, 1999, cap. «Paesaggi primi: il monte», p. 97-147. 8. K. STIERLE., Petrarchas Landschaften. Zur Geschichte ästhetischer Landschafserfahrung, Krefeld: Scherpe, 1979. 9. Naturalmente accanto a tanti studi sul paesaggio, da P. Camporesi a S. Schama (Landscape and Memory, 1995, trad. it. Paesaggio e memoria, Milano: Mondadori, 1997) e ai saggi storici di M. MERLEAU-PONTY, Fenomenologia della percezione, Milano: il Saggiatore, 1965; e ID., L’occhio e lo spirito, Milano: SE, 1989), M. FOUCAULT ecc., dal punto di vista letterario ci sono solo le premesse metodologiche di Lotman e il capitolo «Lo spazio dei testi» che Paul ZUMTHOR dedica alla documentazione letteraria nel suo La misura del mondo. La rappresentazione dello spazio nel medioevo, Bologna: il Mulino, 1995. 10. Anna MÜHLHÄUSSER, Berlin-Leipzig, p. 8-12. 11. B. KÖNIG, «Petrarcas Landschaften. Philologische Bemerkungen zu einer neuer Deutung», Romanische Forschungen, 92, 1980, p. 231-282. 278 Quaderns d’Italià 11, 2006 Francesco Stella consente la comunicabilità. Il mio esperimento si può immaginare anche come a modesto contributo al progetto, prospettato vent’anni fa da Giuseppe Velli e rimasto inattuato, di una storia della scrittura latina di Petrarca basata su analisi concrete del suo tessuto tecnico e non più solo sui pronunciamenti ideologici dell’autore o dei suoi studiosi. Ovviamente in sede di convegno non potremo che proporre qualche saggio degli esiti di una ricerca che coinvolge un corpus così esteso: come sapete si tratta di 66 lettere di varia dimensione, per un totale di 4889 esametri.12 Ma la ben nota fedeltà ossessiva di Petrarca, qui come nel Canzoniere, a una rosa ristretta di moduli espressivi permetterà di astrarne agevolmente alcune costanti, che altri potranno eventualmente, per analogie di di temi, adibire a confronti con gli usi della poesia volgare o delle lettere in prosa o addirittura con gli sviluppi delle tecniche figurative dell’epoca, come in un saggio del ‘98 ha tentato Ferguson O’Meara con due sonetti del Canzoniere, e il mese scorso Gianni Gismondi al convegno petrarchesco di Pécs.13 Il primo rilievo riguarda la proporzione del fenomeno. Se è vero, come scrive Bertone, che «il Canzoniere non parla se non degli occhi»,14 potremmo dire che le epistole metriche non cantano se non i luoghi, sempre percepiti —s’intende— dagli occhi del poeta o di quelli cui, come specchi di sé, si rivolge. Quasi ogni lettera contiene descrizioni di regioni e città, racconti di viaggio e ambientazioni di aneddoti, confronti fra paesi e nazioni, ricordi di località e cataloghi di popoli, di venti, di fiumi e di prodotti che rappresentano non tanto sentimenti e umori quanto spazi culturali e proiezioni biografiche. Si direbbe, prima ancora di avviare l’excursus, che la modalità peculiare di Petrarca è la spazializzazione delle categorie mentali e soprattutto storiche, l’esternalizzazione del soggetto culturale. Fughe e ritorni La macroscopia di questo atteggiamento si individua facilmente nella confessione di instabilità (monumentalizzata nella prima familiare e nel sonetto 134)15 e nell’alternanza di fughe e ritorni, che già altri studiosi, da Wilkins a Natascia Tonelli,16 hanno individuato come costitutiva dell’animus di Petrarca e della sua autorappresentazione. L’esempio canonico, speculare alla prima celeberrima familiare, è dalla metrica I 14, la celebre A se stesso, autoanalisi composta durante una peste del 1340, ove guardandosi indietro e guardandosi dentro il poeta si accorge che non c’è stazione sicura al suo peregrinare, «nec usquam / tuta patet statio, non toto portus in orbe / panditur»(v. 4-6), 12. Questo è il conteggio, che si deve a Feo, dell’ultima redazione. La prima ha 41 versi in più e 15 in meno. 13. Cfr. anche E. WINSOR LEACH, The rhetoric of space: literary and artistic representation of landscape in Republican and Augustan Rome, Princeton: University Press, 1988. 14. G. BERTONE, cit., p. 98. 15. «Pace non trovo e non ò da far guerra». 16. F. PETRARCA, Lettere di viaggio, a cura di Natascia Tonelli, Palermo: Sellerio, 1996, p. 9-24. La grammatica dello spazio nel Petrarca latino Quaderns d’Italià 11, 2006 279 non c’è mare o terra o caverna «ove il profugo possa poggiare il capo», inseguito non dai movimenti della vita ma dalla morte che tutto divora. Così la II 3 a Bernardo cardinale di Albi, del 1342, ripete che «piget illa referre / que patior per cuncta vagus», è una pena raccontare quel che soffro vagando da per tutto, e la III 1, dedicata alla famosa guerra contro le Ninfe della Sorga, nasconde al suo centro il tema reale dell’intero corpus: «Dum cuncta17 paro, dum bella retento / forte peregrinas longum vagus ire per oras /cogor», ove il vagabondaggio, subíto più che accettato, si contrappone alla stanzialità presupposta dalle fatiche belliche necessarie a domare le acque del suo giardino, e si articola in un percorso misurato tante volte nei due sensi: «quid multa? Redimus / per mare iam totiens mensum totiensque remensum / perque nimis notas Alpes», dove la reduplicatio dell’avverbio totiens e la relativa variazione mensum/remensum bastano a dare l’idea di un itinerario ossessivo e sempre uguale, una sorta di pendolarismo fra i centri della sua geografia esistenziale, Napoli e Avignone, che diverranno i poli magnetici della sua mitologia personale. Il topos viene tematizzato nella III 9 a Zanobi da Strada, scritta nell’aprile 1349 e relativa all’esilio come condizione necessaria.18 Qui Petrarca esplicita l’insofferenza di una qualsiasi stabilità: «Dulce iter in patriam, dulcis fuga: rarior hospes / attrahit, ac note retrahunt fastidia turbe» (1-2),19 dove ritornano, è il caso di dirlo, stilemi atti a esprimere l’alternativa come la geminatio e la variatio fra verbi composti (qui fra attraho e retraho), e perfino nel lessico ritroviamo elementi costanti, come l’aggettivo notus, mentre il vocabolario del viandante è rappresentato qui non da «vagus o profugus ma da hospes. [«Cuncta quidem subeunda simul fugiendaque nobis / cuncta simul» (5-6), tutti i luoghi devo visitare e da tutti devo fuggire allo stesso tempo, e la scelta non è facile. La sermocinatio non individuata dall’edizione Rossetti introduce poi la voce critica, l’Agostino di turno: «eligit ille fugam» (v. 7), ma l’ego primario risponde che la fuga è inevitabile per chi non trova mai porte aperte.] Segue un elenco di città che lo hanno ospitato, ognuna con le sue caratteristiche, nello schema cartografico che vedremo essere tipico del suo modo di comporre, ma la conclusione si ritorce sul punto di partenza (v. 35): «non fugimus patriam, sed nos fugat illa profecto», un verso non bellissimo ma chiarissimo, come è chiaro che la patria non è solo Firenze ma qualsiasi patria. Ogni morte è Firenze, come scriverà Brodskij qualche anno dopo. Il moto alterno si produce perfino all’interno dello spazio chiuso, del nido perfetto: nella III 18 a Barbato da Sulmona, ove descrive la casa di Milano cui dedica anche la Familiare XVI 2 al Nelli, il va e vieni si attua fra casa e città: «sic prompta frequenta soli / promptus et in latebras reditus», col solito schema della geminatio anaforica in contesto variato, e della contrapposizione fra due 17. «multa» nell’ed. Rossetti. 18. Non alla poesia, come scrive E.H. WILKINS, Vita del Petrarca, Milano: Feltrinelli, 2003, p. 94. 19. «Dulce iter in patriam! dulcis fuga! rarior hospes»nell’edizione Rossetti. 280 Quaderns d’Italià 11, 2006 Francesco Stella cola simmetrici. Il verso 4 fornisce una vera e propria definizione del movimento: «hos alternos urbs una regressus / hos dedit una domus», ove non è più necessario che si insista sul vistoso modulo retorico. Qui la patologia trova non solo un rimedio, sia pure palliativo, ma perfino un correlativo oggettivo, la porta continuamente aperta e chiusa a un capriccio continuamente incostante: «nam desiderium valvas transgressu abunde /lenio», perché sempre è alla portata degli occhi e dell’animo ciò che può distrarmi. «Semper adest oculis animoque vicissim / quod placeat possitque graves avertere curas». Ove Petrarca riassume con la consueta, impressionante lucidità tutti i termini principali del suo malessere: incostanza di concentrazione e di stanzialità, insofferenza di qualsiasi permanenza, necessità di un’alternativa disponibile come cura in sé, soprattutto parità di valore fra vista e spirito. La mitologizzazione del pellegrinaggio coatto trova uno scenario adeguato nella III 19 a Barbato (di datazione incerta, forse 1362) ove la fuga continua fonda la sua grandiosità in confini esotici, il nord estremo o le terre dei serpenti o la culla dell’austro nel sud, o le valli del Caucaso o i declivi dell’Atlante, antomasie del selvaggio assoluto e della barbarie perfetta. La sorte lo sballotta qua là: «huc volvis et illuc, / nullaque iam tellus, nullus michi permanet aer», e questa vertigine produce la celebre autodefinizione «incola ceu nusquam, sic sum peregrinus ubique», che ha entusiasmato gli studiosi delle sue mobilità.20 Questo destino ossessivo lo riacchiappa sempre nella sua fuga o nei suoi nascondigli: «sors igitur mea me repetit, tritumque21 viator / prendere iussus iter» (40-41): qui il lessico del pellegrino si incrementa di un nuovo lemma, viator, mentre il Bildfeld della necessità scopre il verbo iubeo, e il viaggio diventa tritum, che in un termine secco assomma le connotazioni della percorrenza e della ricorrenza. Segue un’insolita preghiera di sosta senza più condizioni: «siste, precor, quacunque libet regione meoque / ludibrio laxare, precor». La richiesta si limita a un repostum rus che sia il suo ultimo porto, e che Petrarca ha così spesso cercato di erigere a suo mito privato.22 20. T. J. CACHEY Jr., «Peregrinus (quasi) ubique: Petrarca e la storia del viaggio», in Intersezioni. Rivista di storia delle idee, 27, dicembre 1997, p. 369-384. «Peregrinus ubique» è anche il titolo del primo capitolo della biografia petrarchesca di Wilkins, titolazione scomparsa nella citata nuova ed. (E. H. WILKINS, op. cit. (a cura di Luca Carlo ROSSI), Milano: Feltrinelli, 2003 [origin. 1961]). 21. «Tutumqu»e nell’ed. Rossetti. 22. Il trasfert su Barbato, invitato a non lasciare il suo nido, ci definisce l’obiettivo petrarchesco con questa immagine, nidus, che nonostante tutto in Petrarca non è molto frequente, e quasi mai riferita a se stesso. Solo Metr. III 30, 19 e Fam. III 19, 3 e 5; XV 3, 1 («ille noster alter ego re et nomine, qui nobis late vagantibus patrie nodum fovet»); XVIII 11, 3; XI 5, 12 ai Fiorentini, per la campagna restituita o donata: «nunc vobis auctoribus primevus mihi tandem nidus panditur, quo revolare quem longis iam fessus erroribus». Cfr. invece RVF 321 «E’ questo il nido in che la mia fenice / mise l’aurate e le purpurre penne?» Un’analoga, rara dichiarazione di stabilità apre la III 27 all’amico transpalpino, forse Socrate, che nel 1344 lo invita a tornare in Francia e a cui Petrarca risponde lapidariamente «mens est michi certa manere / hic ubi sum», che tuttavia si collega meglio, come vedremo, al mitologhema dell’Italia (e al corrispondente idolo negativo della Francia) che a un falso sogno di permanenza. La grammatica dello spazio nel Petrarca latino Quaderns d’Italià 11, 2006 281 Ma torniamo un attimo al celebre sic sum peregrinus ubique, che con formulazione così originale ci sembra definire la sostanza dell’autocoscienza petrarchesca. Questa espressione ha un precedente, è non è un precedente classico, come spesso —secondo i nostri sondaggi— non sono classici i riferimenti prevalenti nelle metriche, se si procede oltre il Gemeingut della koiné poetica virgiliana. L’aveva inventata Aratore, poeta cristiano del V-VI secolo entrato nel canone delle scuole medievali e commentato ancora nel Rinascimento,23 nel libro II della sua parafrasi degli Atti degli Apostoli, in un passo che sembra una descrizione profetica dell’esistenza di Petrarca: «longius haec abiens peregrinus ubique viator / erigit atque hiemes solesque his pellibus arcet. / Nos quoque per culpam prima de sede repulsi / exsilio mundo iacimur; via reddita tamen / qua patriae repedamus iter», «allontanandosi il viandante, pellegrino in ogni luogo, si erge e si difende con pelli dagli inverni e dal sole. Anche noi siamo stati cacciati per colpa dalla prima dimora, e lasciati in esilio nel mondo, ma ci è stata concessa una via per riprendere il viaggio verso casa». Un passo importante perché sintetizza con allusioni ai pellegrinaggi reali la condizione dell’uomo dopo il peccato originale, la perdita di una patria e l’esilio permanente, ma anche la possibilità del ritorno. Ed è importante anche che Aratore non lasci la sintesi alla terza persona, generica, ma che la assuma come definizione autoriflessiva con quel fortissimo nos quoque incipitario. E’ probabile che Petrarca, il quale cita Aratore nella decima bucolica,24 abbia letto effettivamente il suo poema25, e che ne abbia assorbito questa formula, destinata a tornare fuori più o meno consapevolmente sotto l’urgenza dell’autodefinizione. Il passo ulteriore, che caratterizza la poetica del nostro, è lo spostamento del focus su se stesso: sum peregrinus ubique. In tal caso è lecito pensare che l’assunzione di responsabilità personale acquisisca una profondità ideale, persino teologica, che non avremmo forse sospettato senza questo precedente. Precedente, si badi, che non ha altri paralleli né classici né medievali né umanistici. Come non li ha l’altra espressione, emblematica anche se più banale, tritum iter: questa si trova solo in due poemetti morali del pieno medioevo26 su cui ora non ci trattieniamo. Entrambi assicurerebbero al pendolarismo di Petrarca uno sfondo morale, una sorta di identificazione nell’itinerario dell’uomo all’interno della 23. Cfr. anche P. MCKINLEY, «Arator» in Catalogus translationum et commentariorum, I Washington: 1960, p. 241-247. 24. 10, 314: «unus erat rutilus divini ruris arator / qui pinguem scabro sulcabat vomere campum. / Huic comes, hinc prudens, hinc sedulus alter aranti / certabant rigido glebas confringere rastro». Con sedulus e prudens si allude naturalmente a Sedulio e Prudenzio. 25. Nessun cenno ai poeti cristiani in G. BILLANOVICH, Petrarca letterato. I Lo scrittoio del Petrarca, Roma: Edizioni di storia e letteratura, 1995 [1947], e P. de NOLHAC, Pétrarque et l’humanisme, Genève: Slatkine, 2004 [Paris: 1907]. Aratore non compare nemmeno nei titoli citati da Joseph G. FUCILLA, Oltre un cinquantennio di scritti sul Petrarca (1916-1973), Padova: Antenore, 1982. 26. Nel Quid suum virtutis, un poema morale dell’XI secolo, che al verso 836 suona «tritum mundanis hac iter illecebris», e nel de trinitate del famoso e terribile Bernardo di Morlas o Bernardo Cluniacense, autore dei celebri versi contro la donna, che al verso 1219 scrive «verum propositum repetens iter explico tritum». 288 Quaderns d’Italià 11, 2006 Francesco Stella ginario di Valchiusa o di Selvapiana si incrocia con il modello augusteo del monte delle Muse e con le sue attualizzazioni come locus amoenus. Uno spazio ove, come nel sonetto Solo e pensoso e nella canzone Di pensier in pensier, le interferenze sociali rischiano di disturbare il suo colloquio col paesaggio prossimo come proiezione delle proprie visioni interiori. Si delinea quella polarità positiva che ha come contraltare necessario la mitografia negativa dello spazio urbano, anch’esso richiamato in questa lettera-valigia come opulentas…urbes abitate dal suo demone, l’armata voluptas (v. 161-162), e altrove come turbida urbis species (III 3) infestata dal volgo profano, in ogni caso spazio da evitare perché «silva placet Musis, urbs est inimica poetis».50 Il processo di mitizzazione diventa scoperto quando il proprio rus tranquillum viene inserito, come in III 18, in una serie di luoghi di quiete ricordati dal mito o dalla storia: il Parnaso, l’Atene dei filosofi, l’Egitto dei monaci.51 Lo stesso meccanismo che nella Familiare XV 3 a Zanobi gli fa scrivere della Sorga: «questa è la mia Roma, la mia Atene, questa è per me la patria». Lo spazio della propria autorappresentazione acquisisce così spessore di spazio storico e culturale, e con ciò assoluto, e la costanza con cui i due elementi sono associati in una isotopia è paragonabile alla costanza con cui la versione eliconia del medesimo paesaggio si associa sempre al ruolo del poeta,52 costituendo così una sorta di spazio professionale. Distanza e memoria In questa summa epistolare della mitografia petrarchesca dello spazio affiorano tuttavia reperti più singolari: fra queste la blickbegabte Landschaft intuita da Stierle e ingiustamente negata da König nel canzoniere. Come nella prima terzina di «Solo e pensoso» monti e piagge «percepiscono» la sofferenza di Petrarca che ad altri è celata, così la potenza dello sguardo che domina l’immaginario di Petrarca, la vis oculis immensa che egli in Africa IV riconosce ad Omero fa di se stesso l’oggetto dello sguardo dei suoi paesaggi: «Pireneus ab alto / vidit in aprico latitantem gramine vertex; /vidit et Oceanus, qua sol defessus eundo / abluit hesperio fumantes gurgite currus»(v. 69-70):53 sono i Pirenei che lo osservano all’alto mentre si nasconde nel prato assolato, è l’Oceano a guardarlo là dove il sole si stanca di muoversi come un Petrarca esausto dei suoi pellegrinaggi. Si individua qui, se vediamo bene, quello sguardo del paesaggio su Petrarca tramite il quale il soggetto acquista una nuova oggettività, un’oggettività secondaria. Lo spazio che guarda è la proiezione che permette al sog50. (II 10, 50 s.; III 1 87 s.; III 3 ecc.) 51. E quando, nella lettera a Orazio, Petrarca confessa che questa abitudine è per lui una sorta di sequela Horatii, di apprendistato poetico: «Te nunc dulce sequi saltibus abditis, / Umbras et scatebras cernere vallium et q.s.», v. 7 s. 52. II 10 a «Zoilo», v. 181 s. «rus vatibus almum /solivagis»; II 2 a Bernardo d’Albi, 43 «silva placet Musis, urbs est inimica poetis». 53. «Peregrinai verso Occidente, e in erma / Pendice il pireneo giogo mi vide / Celar la mia dimora, e l’Oceàno / Mi vide là dove il cadente sole / Nel’onda esperia immerge la quadriga». La grammatica dello spazio nel Petrarca latino Quaderns d’Italià 11, 2006 289 getto lirico di diventare oggetto narrativo, uscire dalla confessione per entrare nell’autoepicizzazione. Se ne ha conferma anche in una pseudo epistola metrica, cioè la Familiare 24, 11 a Virgilio, compagno di vagabondaggi per prati e rive di fiumi che hanno il potere di renderlo presente, reale: «atque ea presentem michi te spectacula reddunt». Quella visione ti rende presente a me. Anche in questo senso la vista, come ha scritto Bertone, acquista quel potere rivelatorio che un tempo ebbe solo il somnium, la visione soprannaturale.Ma non è solo la vista di chi, come è stato detto, inventa l’estetica moderna del paesaggio; è anche e più sottilmente lo sguardo delle cose, la forza, che solo gli spazi posseggono, di ospitare e produrre realtà. Questa vista, che spesso è vista dall’alto, tanto che ab alto ricorre come la clausola più frequente delle Metriche, detiene una sorta di capacità memoriale che è la vera energia oggettivante della poesia petrarchesca:54 nella visita per Napoli che la II 7 propone a Barbato e a un altro amico Petrarca consiglia di fermarsi ad ammirare il Vesuvio da lontano («sit aspexisse procul», 32), così come eminus ostendes digito, basterà mostrare da lontano, col dito, l’ingresso all’Averno dei Campi Flegrei e altri luoghi di una Napoli che è ormai, dopo la morte di re Roberto, luogo della memoria, allontanato da una distanza ormai incolmabile. La stessa che percorre la II 6 a Niccolò d’Alife, che sempre su Napoli ricorda «vertice ab alto /qualis erat».55 E continuamente i feror, peto, circumferor, vagor ecc., il lessico del movimento che consente a Petrarca di appropriarsi dello spazio si colloca in parallelo ai revolvor, e recolo,56 il lessico della memoria nato come lessico di movimento, che lo proietta a una distanza di tempo sufficiente, leopardianamente, a crearlo come oggetto poetico. Lo spazio definito per agglomerazione progressiva acquista il suo orientamento in relazione alla soggettività che lo percepisce o lo descrive, e acquista identità poetica in relazione a una distanza che ne consente la capitalizzazione nella memoria letteraria e biografica. Come per Schopenhauer, «la distanza dello spettatore è la distanza della consapevolezza di sé mediante la quale tutto viene trasformato dalla sua stessa rappresentazione», e questa distanza è «la distanza della memoria».57 Di questo processo conoscitivo Petrarca sviluppa un metodo di composizione, una geometria poetica che costituisce una fattore non marginale della sua novità. 54. Cfr. ad es. il celebre inizio di Fam. I 1: «Deinde, ut cogitationes e cogitationibus erumpunt, et quid, inquam, prohibet, velut e specula fessum longo itinere viatorem, in terga respicere et gradatim adolescientie tue curas metientem recognoscere?» 55. I 14 Ad seipsum, 126 «heu michi, quam longe patriam videor ne videre / an video? pacis, ceu monte remotus ab alto». 56. II 6, 20 «denique quicquid eram recolens, quocunque revolvor / horrorem locus omnis habet». 57. Da H. BLUMENBERG, Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, trad. it. Bologna: il Mulino, 1985, p. 90-91. Del resto anche H. R. JAUSS, Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria. I Teoria e storia dell’esperienza estetica, Bologna: il Mulino, 1982, aveva capito che «anche la lontananza spaziale acquista in Petrarca un nuovo significato come tramite lirico dell’assenza», p. 167.